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Quando la disumanità diventa legge
LISA HUTTENLOCHER 1 I tempi si fanno sempre più duri. Ciò che prima rappresentava l’eccezione, ormai è la realtà amara e consolidata del contesto europeo delle migrazioni e dell’asilo. Per lungo tempo, l’opinione pubblica è stata dominata da immagini di campi disumani, di persone disperate alle frontiere esterne dell’Europa e di corpi esanimi nel Mediterraneo. Incendi come quello del campo di Moria, in Grecia, sono diventati simboli emblematici del fallimento politico e morale dell’Europa. Eppure, l’indignazione pubblica si è visibilmente affievolita. Questo pericoloso processo di assuefazione è osservabile anche in Germania. I respingimenti illegali, la sistematica privazione dei diritti e le condizioni disumane di accoglienza delle persone in cerca di protezione oggi raramente suscitano proteste diffuse. Ciò che solo pochi anni fa avrebbe provocato uno scandalo viene ormai accolto con indifferenza. Questa normalizzazione non è casuale, ma il risultato di uno spostamento deliberato e di lungo periodo del discorso politico verso destra. Nel 2025 la Germania ha commemorato i “10 anni dall’Estate della migrazione”, ricordando il breve periodo in cui la solidarietà e la disponibilità all’accoglienza dei rifugiati sembravano, almeno temporaneamente, egemoniche. Le parole della cancelliera Angela Merkel (CDU), «Ce la possiamo fare», divennero un punto di riferimento politico. Negli anni successivi, tuttavia, la crescente pressione e le campagne d’odio portate avanti da attori dell’estrema destra, come il movimento razzista PEGIDA e il partito AfD (Alternativa per la Germania), hanno profondamente modificato il panorama politico. Dieci anni dopo, ci troviamo in una situazione completamente diversa. Nel 2023, il cancelliere Olaf Scholz (SPD) in un’intervista ha di fatto sostituito il «Ce la possiamo fare» con l’obiettivo di «finalmente deportare su larga scala» anche in Germania. Insieme ai partiti cosiddetti democratici, ciò ha aperto la strada a un ulteriore inasprimento del sistema tedesco di asilo e migrazione. Nello stesso anno, avveniva un incontro segreto a Potsdam  tra esponenti dell’estrema destra, politici dell’AfD e della CDU conservatrice, in cui è stato discusso un cosiddetto “Masterplan per la Remigrazione”: la raccolta in un unico documento delle peggiori fantasie deportazioniste dell’élite dell’estrema destra tedesca. Un’inchiesta di Correctiv ha svelato l’incontro e innescato proteste di massa in tutto il Paese sotto lo slogan “Firewall against the right” (“Facciamo muro contro la destra”). Queste mobilitazioni hanno dimostrato che una maggioranza della società rifiuta uno spostamento politico a destra e qualsiasi forma di collaborazione con l’AfD. Tuttavia, le proteste si sono gradualmente spente e alla breve fase di mobilitazione sociale è seguita una realtà disillusa: non si è prodotto alcun cambiamento politico concreto o duraturo. Al contrario, l’attentato di matrice islamista a Solingen nell’agosto 2024 è stato strumentalizzato politicamente per alimentare nuovamente odio e incitamento contro le persone migranti e per giustificare ulteriori restrizioni e controlli alle frontiere. Oggi la Germania è governata dal cancelliere Friedrich Merz (CDU), che ricorre ripetutamente a narrazioni razziste, prende deliberatamente di mira e intimorisce la società civile e adotta elementi centrali dell’agenda migratoria dell’estrema destra dell’AfD. Parallelamente, si sta diffondendo un profondo senso di rassegnazione. Molte persone politicamente impegnate vivono il dibattito su migrazione e asilo come una lotta contro i mulini a vento. Le risposte solidali alle crisi sono diventate rare e i finanziamenti per progetti legati alla migrazione, soprattutto nella Germania orientale, subiscono costanti tagli. Invece di difendere gli standard dei diritti umani, i decisori politici cercano sempre più di compiacere le forze conservatrici e di destra. Lo standard minimo di ciò che è considerato legittimo e pubblicamente accettabile si è sempre più abbassato fino a raggiungere l’obiettivo: anche la Germania si sta allineando a una più ampia tendenza europea verso destra. L’estrema destra è riuscita a rendere la migrazione uno scandalo continuo, ottenendo importanti successi elettorali ed esercitando un’influenza duratura sul discorso politico. I partiti conservatori, socialdemocratici e liberali hanno seguito questa direzione anziché opporvisi con decisione. Che questo processo comporti una progressiva erosione dei diritti fondamentali e umani ha scarsa rilevanza nel dibattito pubblico. Con la riforma del Sistema Europeo Comune di Asilo (Common European Asylum System – CEAS) [In Italia conosciuto come Nuovo Patto UE su Migrazione e Asilo, n.d.t.], questo corso verrà ulteriormente intensificato entro la metà dell’anno. Procedure più rapide, campi chiusi alle frontiere esterne, condizioni assimilabili alla detenzione all’interno degli Stati membri e il progressivo svuotamento del diritto individuale all’asilo sono ormai all’orizzonte. La questione non è più quanto sia umana la politica migratoria europea, ma quanta inumanità sia ormai considerata normale. IL NUOVO CEAS IN GERMANIA – LA DETENZIONE COME NORMALITÀ QUOTIDIANA Entro giugno di quest’anno, le riforme del CEAS dovranno essere attuate in tutti gli Stati membri dell’UE. Ciò che è stato preparato gradualmente negli ultimi anni viene ora recepito integralmente nel diritto nazionale, rendendo vincolanti profonde restrizioni al diritto d’asilo. Le organizzazioni della società civile hanno già duramente criticato l’attuazione. Pro Asyl definisce il CEAS «la più grave restrizione del diritto d’asilo degli ultimi 30 anni». La deputata della Sinistra Janine Wissler parla di una «abolizione di fatto del diritto fondamentale all’asilo». In Germania, negli ultimi mesi si sono moltiplicate le proposte, provenienti da ambienti conservatori fino all’estrema destra, per inasprire ulteriormente le restrizioni previste dal CEAS. Che le condizioni di vita delle persone richiedenti asilo nei campi assomiglino sempre più a una detenzione è ormai una realtà consolidata. La deputata della Sinistra Clara Bünger ha affermato che, in base alle disposizioni previste dal CEAS, «la detenzione nelle procedure d’asilo diventerà la norma». Nell’ambito dell’attuazione del nuovo CEAS, in Germania dovrebbero essere istituiti i cosiddetti “centri di migrazione secondaria”. Queste strutture sono destinate ad accogliere le persone soggette alla procedura di Dublino, per garantendo allo Stato di procedere costantemente alla loro deportazione verso il Paese UE di prima registrazione. Ufficialmente, tali centri non sono classificati come luoghi di detenzione. Tuttavia, un’analisi più attenta delle norme mostra chiaramente che si tratta di una detenzione de facto. Le persone che vi alloggiano sono già sottoposte a controlli rigorosi: obbligo di registrazione in entrata e in uscita, sorveglianza continua e impossibilità di decidere liberamente quando e come lasciare la struttura. Queste pratiche comportano gravi restrizioni della libertà personale. Ora, anche infrazioni minime possono essere sufficienti per classificare una persona come “a rischio di fuga”. Chi non rispetta con precisione gli obblighi di comunicazione o si assenta per alcuni giorni dall’indirizzo registrato rischia ordini di detenzione e l’incarcerazione immediata. La detenzione viene così sempre più normalizzata come strumento di controllo all’interno delle procedure d’asilo. Particolarmente allarmante è il dibattito sui casi in cui anche minori potrebbero essere collocati in strutture di detenzione o assimilabili alla detenzione, cinicamente giustificate in nome del “superiore interesse del minore”. Come una detenzione de facto possa costituire un ambiente protettivo per dei minori resta del tutto incomprensibile. Al contrario, è plausibile che questo possa generare traumi, mettere a rischio il generale benessere dei minori e che possa anche arrecare gravi danni al loro sviluppo psicologico. Accanto ai centri di migrazione secondaria, si discute anche dell’istituzione dei cosiddetti “return hubs”. Queste strutture dovrebbero sorgere in Paesi terzi per bloccare le persone, processare le loro domande d’asilo ed eventualmente espellerle ancor prima che raggiungano il territorio dell’UE. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt (CDU) cita come modello l’illegittimo accordo Meloni-Rama, definendolo «innovativo». Ancora una volta emerge uno schema ben noto della politica migratoria europea: la responsabilità viene esternalizzata, i problemi sono spostati geograficamente – lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Che l’attuazione di queste misure comporterà con ogni probabilità ulteriori violazioni del diritto è già prevedibile osservando le attuali pratiche di detenzione amministrativa in Germania. LO STATO ATTUALE DELLA DETENZIONE AMMINISTRATIVA Già oggi, il numero di detenzioni illegittime è talmente elevato da costituire un atto d’accusa contro uno Stato che si definisce fondato sullo Stato di diritto. La detenzione amministrativa riguarda persone considerate “obbligate per legge a lasciare il Paese” e ulteriormente classificate come “a rischio di fuga”. Le autorità spesso presumono tale rischio sulla base di violazioni anche minime di obblighi di comunicazione. La detenzione non serve a proteggere le persone coinvolte, ma esclusivamente a garantire un accesso ai loro corpi rapido e continuo per eseguire le deportazioni in modo efficiente. A seconda dei casi, la privazione della libertà può durare fino a 18 mesi. Particolarmente allarmante è la frequenza con cui queste detenzioni vengono disposte in modo illegittimo. I dati al riguardo non sono raccolti dallo Stato, ma da avvocati e attivisti impegnati nella tutela dei detenuti. In particolare, l’avvocato Peter Fahlbusch, che rappresenta persone detenute dal 1998, ha riscontrato che quasi la metà dei casi da lui seguiti presentava irregolarità almeno parziali. L’ex giudice della Corte Federale di Giustizia Johanna Schmidt-Räntsch ha rilevato che circa l’85% dei casi arrivati alla Corte è stato deciso in modo illegittimo. Le violazioni avvengono spesso ai livelli giudiziari più bassi: errori formali nei provvedimenti di detenzione, motivazioni insufficienti o la semplice ignoranza della normativa vigente da parte dei tribunali locali e regionali portano alla privazione della libertà senza una base legale. A ciò si aggiunge la frequente mancanza di accesso a una difesa legale qualificata. Sebbene il governo guidato da Olaf Scholz (SPD) avesse introdotto il diritto alla rappresentanza legale obbligatoria per le persone in detenzione amministrativa, questa misura è stata sospesa solo due anni dopo sotto il cancellierato di Friedrich Merz (CDU) e sarà eliminata definitivamente entro giugno 2026. La giustificazione fornita dal ministro dell’Interno Alexander Dobrindt (CDU) suggerisce o un’opera deliberata di disinformazione o una profonda incomprensione su questioni di sua competenza. Secondo Dobrindt, gli avvocati obbligatori impedirebbero le deportazioni. In realtà, il loro unico compito è verificare la legittimità della detenzione. Con la rimozione del diritto alla difesa, le persone verranno private della libertà senza alcuna garanzia legale. Come già accade, questa responsabilità verrà scaricata sulle strutture di volontariato e sui gruppi informali di persone solidali, spesso privi di una formazione giuridica adeguata. Dal punto di vista politico, la realtà della detenzione amministrativa viene sistematicamente minimizzata. Quando, ad esempio, la ministra dell’Interno dello Schleswig-Holstein Sabine Sütterlin-Waack (CDU) descrive la detenzione come «alloggio meno libertà», all’opinione pubblica viene proposta un’immagine che ha ben poco a che fare con la realtà. Le condizioni effettive sono caratterizzate dall’isolamento: divieto di utilizzo degli smartphone, contatti con l’esterno fortemente limitati, spesso solo un’ora d’aria al giorno e severe restrizioni alle visite. Le barriere linguistiche ostacolano ulteriormente le relazioni sociali tra le persone detenute. Le segnalazioni di cure mediche inadeguate sono diffuse: i problemi di salute vengono spesso minimizzati e il trattamento si riduce a sedativi o analgesici standard. Atti di autolesionismo e tentativi di suicidio non sono rari. Nel centro di detenzione amministrativa di Pforzheim, una persona detenuta è recentemente morta suicida – un evento che non ha ricevuto alcuna attenzione mediatica. L’enorme espansione della detenzione amministrativa contrasta fortemente con la sua dubbia efficacia. Attualmente la Germania gestisce 15 centri di detenzione e altri tre sono attualmente in costruzione. Questi progetti comportano costi enormi. A Volkstedt, in Sassonia-Anhalt, i costi di costruzione di una nuova struttura sono saliti a circa 34 milioni di euro – circa 1,2 milioni di euro per ogni posto disponibile. Allo stesso tempo, la Rete Europea per la Migrazione (EMN), finanziata dall’UE, osserva in un rapporto che esistono pochi dati affidabili sull’effettiva efficacia della detenzione amministrativa rispetto alle alternative. Il continuo investimento massiccio nelle infrastrutture detentive, nonostante queste lacune, suggerisce che l’obiettivo sia meno il rispetto delle procedure legali e più il controllo simbolico: dimostrare capacità statale a un’opinione pubblica spaventata e alimentare la narrazione del controllo sulla “migrazione irregolare”. La privazione della libertà diventa così uno strumento ordinario della politica migratoria, a scapito di persone la cui sofferenza viene ridotta a una nota a margine nel dibattito politico. SOLIDARIETÀ SENZA CONFINI Nei dibattiti attuali sul CEAS, sulla detenzione amministrativa e sul controllo delle migrazioni, un fatto essenziale viene quasi completamente ignorato: queste politiche riguardano esseri umani. Persone con biografie, famiglie, amicizie, speranze e visioni per il futuro. Bambini la cui vita è segnata dalla detenzione, dai campi e da un’incertezza permanente. Persone che sono fuggite da persecuzioni e che avrebbero dovuto trovare protezione, ma che vengono invece ridotte a fascicoli amministrativi e numeri di pratica. Le riforme mirano meno alla tutela dei diritti umani e più alla costruzione di un apparato burocratico che pretende di controllare la “migrazione di massa”. In questo sistema, le sorti degli individui perdono qualsiasi importanza. Le persone bisognose di protezione vengono trattate sempre più come oggetti della burocrazia statale, piuttosto che come soggetti titolari di diritti. Non si tratta di un effetto collaterale, ma dell’espressione propria della svolta autoritaria nella politica migratoria europea. Contrastare questo sviluppo richiede solidarietà attiva e un impegno antifascista coerente a tutti i livelli. Le forze liberali e democratiche non dovrebbero nutrire illusioni: la situazione politica continuerà a peggiorare nei prossimi anni. In Germania, l’AfD è in crescita e la sua prima partecipazione a un governo regionale potrebbe diventare realtà già dalla fine dell’estate in Sassonia-Anhalt. La normalizzazione delle narrazioni di destra ha ormai penetrato profondamente il centrismo politico. Allo stesso tempo, esistono strutture solidali di contrasto che più che mai necessitano di visibilità e sostegno. Le reti di supporto attorno alla detenzione amministrativa si reggono quasi esclusivamente sull’impegno volontario. Eppure si tratta di un lavoro che richiede tempo ed è emotivamente estenuante. Spesso passano mesi, se non anni, prima che le persone attiviste acquisiscano le conoscenze necessarie per individuare violazioni legali, fallimenti politici e abusi istituzionali. Ancora più significativi sono quindi i momenti in cui si riesce a ottenere il rilascio di una persona prima della sua deportazione. Questi successi contano – ma sono solo tregue temporanee. Anche fuori dalla detenzione, le persone restano costantemente esposte al rischio di una nuova detenzione o di una deportazione. In molti casi poi, è stata riconosciuta formalmente l’illegittimità della detenzione solo dopo che le persone erano state deportate. La detenzione amministrativa è quasi assente dal dibattito pubblico. Decisioni politiche di grande portata e l’enorme entità delle violazioni giuridiche vengono raramente discusse al di fuori di nicchie di esperti. Le prospettive delle persone coinvolte – le loro storie e le esperienze disumanizzanti della detenzione – sono in gran parte assenti dalle narrazioni pubbliche. È quindi fondamentale dare maggiore visibilità e spazio alle persone direttamente colpite e ai gruppi a loro solidali. Sono i soli attori veramente esperti di questa pratica lesiva dei diritti umani e hanno bisogno di piattaforme per prendere parola e sensibilizzare l’opinione pubblica. Attraverso la recente costituzione dell’Associazione federale per il sostegno alle persone in detenzione amministrativa (BUMAH), gli interessi e le esperienze dei gruppi locali di supporto vengono ora raccolti e resi pubblicamente accessibili. La solidarietà non deve fermarsi ai confini nazionali. Nel più ampio contesto europeo, il lavoro di rete transnazionale è fondamentale. Alleanze come il Network Against Migrant Detention (NAMD) permettono di rendere visibili le diverse realtà dei vari Paesi, facilitano lo scambio di competenze nelle pratiche di solidarietà e consentono di organizzarsi oltre i confini. Di fronte a politiche europee di esclusione sempre più coordinate, tale cooperazione è indispensabile. È necessario continuare a monitorare e a denunciare costantemente gli abusi, a nominare le ingiustizie e, soprattutto, a fare in modo che le persone colpite non siano lasciate sole. 1. Lisa Huttenlocher è un’attivista e fa parte di un gruppo di contatto che si occupa della resistenza a livello europeo contro la detenzione delle persone migranti. ↩︎
Il turbolento 2026 delle politiche migratorie
Il 2026 si profila come un anno di svolta nelle politiche migratorie. Eppure, veniamo da un decennio denso di trasformazioni radicali. L’introduzione dell’approccio hotspot nel 2015, che ha istituzionalizzato pratiche di trattenimento informale e selezione alla frontiera, la conflittualità sistematica contro le ONG impegnate nel soccorso in mare portata avanti da governi di diverso orientamento politico, i decreti sicurezza del 2017, 2018 e 2019, la vorticosa produzione normativa del governo in carica hanno ridisegnato – in una dimensione complessivamente negativa – la condizione giuridica e politica delle persone migranti. Tuttavia, nessuno di questi passaggi ha avuto la portata sistemica delle riforme che saranno operative nel 2026. IL PATTO EUROPEO: L’ELEFANTE NELLA STANZA Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, approvato definitivamente dal Parlamento europeo nell’aprile 2024 e destinato a produrre effetti a partire da giugno 2026, costituisce la riforma più organica mai prodotta in relazione al sistema comune d’asilo. I nove regolamenti che lo compongono, insieme alla direttiva sull’accoglienza, delineano un impianto coerente e profondamente inquietante. A fronte di questa portata, il Patto continua tuttavia a rimanere ai margini del dibattito pubblico. Lo scarto tra l’impatto prefigurato e la scarna discussione che lo accompagna non è un semplice effetto collaterale. Le ragioni di questa rimozione sono molteplici. In Italia, a differenza di altri Stati membri, il piano nazionale di implementazione non è mai stato reso pubblico, collocando la riforma in un limbo che ne rende opaca la portata e ostacola i processi di mobilitazione informata. Più in generale, l’estensione e la radicalità del Patto hanno finora prodotto smarrimento più che attivazione. Sul piano sostanziale, tra i molti altri profili, il Patto definisce la frontiera come dispositivo centrale nel governo della mobilità: non più soltanto un luogo geografico, ma una condizione giuridica nella quale concentrare procedure e poteri. Le procedure accelerate per l’esame delle domande di protezione si applicheranno alle persone provenienti da Paesi con tassi di riconoscimento, in prima istanza, inferiori al 20%. Un insieme eterogeneo che in Italia comprende una quota molto rilevante delle persone in arrivo. Ne deriverà una massiccia concentrazione delle procedure in frontiera, accompagnata da forme estese di limitazione della libertà personale e da una compressione effettiva delle garanzie. Rispetto all’approccio hotspot, il nuovo modello segna un salto di qualità. Durante la stagione degli hotspot hanno preso forma spazi di contatto – spesso informali e precari – tra il dentro e il fuori dei centri. Il Patto punta a un contenimento sistemico e all’applicazione di procedure condensate, orientate a costruire una continuità funzionale tra arrivo e rimpatrio per un numero molto elevato di persone. Questa architettura, per quanto presentata come organica e razionale, appare destinata a produrre effetti instabili e di non facile lettura. È un meccanismo di disciplinamento da analizzare collettivamente a fondo attivando saperi e posture molteplici. L’OMBRA LUNGA DELLA DETENZIONE DELOCALIZZATA Sul terreno dei rimpatri, il 2026 potrebbe segnare un ulteriore salto di qualità. Il nuovo Regolamento Rimpatri, ancora formalmente in negoziazione ma già in uno stadio avanzato, consolida una traiettoria orientata all’esternalizzazione e alle espulsioni più rapide. In questo quadro si colloca la proposta dei return hubs: strutture situate in Paesi terzi nelle quali trasferire persone prive di legami con quegli Stati, spostando all’esterno dell’Unione l’intera gestione della procedura. La recente posizione del Consiglio dell’UE ha rafforzato questa impostazione, legittimando un modello di esternalizzazione che tende a delocalizzare responsabilità giuridica e controllo materiale. Non si tratta di un’ipotesi accessoria, ma di un passaggio che incide sulla stessa esigibilità del diritto d’asilo, sollevando profondi interrogativi giuridici, etici e politici. Il 2026 sarà decisivo anche per comprendere il destino dei centri italiani in Albania. Finora il progetto non ha raggiunto gli obiettivi numerici annunciati e si regge su un’infrastruttura fragile, capace tuttavia di produrre effetti politici che vanno oltre le evidenti difficoltà operative. Approfondimenti IL “FALLIMENTO PRODUTTIVO” DEL MODELLO ALBANIA, UN ANNO DOPO L’AVVIO Il confinamento delocalizzato segna una svolta nello spazio europeo - ora va disattivato Francesco Ferri 16 Ottobre 2025 Il governo italiano continua a deportare i migranti dai CPR al centro di Gjader, nonostante pesino sul progetto due rinvii alla Corte di giustizia dell’Unione europea, che interrogano nel profondo la legittimità dell’impianto ideato dal governo italiano. I due piani – la negoziazione intorno al nuovo regolamento rimpatri e il futuro dei centri in Albania – nel 2026 potrebbero intrecciarsi. Un’eventuale approvazione del nuovo Regolamento potrebbe ridefinire radicalmente il profilo giuridico delle strutture in Albania, trasformandole in un perno di ulteriori processi di delocalizzazione; al contrario, un rallentamento o un arresto della riforma potrebbe favorire l’auspicabile collasso dell’intero progetto – a quel punto senza vie d’uscita. ATTRAVERSARE LE CREPE La convergenza di trasformazioni di questa portata genera una fase di disorientamento tra chi analizza, con strumenti critici, il diritto e le politiche che regolano le migrazioni. È un effetto comprensibile, ma non privo di alternative. Il Patto, pur nella sua ambizione disciplinare, non configura un sistema chiuso né perfettamente coerente. L’isolamento in frontiera difficilmente sarà totale: è in queste discontinuità che si apre uno spazio di intervento. Si tratta di lavorare sulle imperfezioni del dispositivo: monitorare in modo indipendente le prassi, costruire canali di relazione con le persone trattenute, documentare sistematicamente le violazioni, sperimentare forme rinnovate di intervento giuridico e politico, anche attraverso reti transnazionali tra attivismo e ricerca. Considerazioni analoghe valgono per la potenziale riforma europea sui rimpatri. I negoziati restano aperti e lasciano margini di intervento politico; in loro assenza, il rischio è la cristallizzazione di un impianto destinato a strutturare le politiche europee per un lungo periodo. Anche la partita intorno ai centri in Albania è tutt’altro che chiusa: la pressione esercitata da attivistǝ, società civile e il contenzioso giudiziario ha finora impedito la normalizzazione. Nel 2026 sarà indispensabile sviluppare ogni sforzo utile per impedire che quelle strutture siano stabilizzate. UN ANNO DI CONFLITTO Il 2026 sarà segnato da una profonda metamorfosi delle politiche migratorie europee. Le trasformazioni normative in atto incideranno sulle condizioni materiali e giuridiche delle persone in movimento e sulle forme di governo delle migrazioni. La traiettoria istituzionale è orientata al contenimento e all’esternalizzazione: è dentro e contro questo processo che si apre lo spazio dell’intervento politico. Ricerca critica, presenza continuativa nei contesti di frontiera, produzione e circolazione di saperi indipendenti, costruzione di mobilitazioni ad ampio spettro e non unicamente difensive: su questo terreno sarà determinato il significato politico del 2026.
Patto Migrazione e Asilo 2026, a che punto siamo?
Il Patto Migrazione e Asilo entrerà in vigore nel giugno 2026, diventando legalmente vincolante per tutti i 27 stati membri dell’UE. Costituirà un grosso passo verso la riduzione ed eliminazione dei diritti delle persone in movimento che vorrebbero stabilirsi nel territorio europeo. Facciamo un passo indietro. Cos’è il Patto Asilo e Migrazione 1? Qui di seguito un breve riassunto dei punti principali di questo pacchetto di norme, costituita da 9 regolamenti e una direttiva. Questo ultimo aspetto costituisce già di per sé un primo snodo importante. La principale differenza tra regolamenti e direttive riguarda l’applicabilità in concreto: i primi sono integralmente e immediatamente efficaci in tutti gli Stati UE, mentre le seconde richiedono ulteriori passaggi per la loro ricezione nei vari paesi membri dell’Unione. Pertanto risulta lampante la direzione politica che vuole dare l’Unione Europea sulla questione migratoria. E allora quale scelta migliore in vista delle elezioni europee 2026 di ridurre lo spettro dei diritti, già precari, delle persone migranti? Come già accennato, il Patto avrà ripercussioni molto importanti. Tra le principali vi sono: 1. Registrazione automatica e raccolta obbligatoria di dati biometrici. Il sistema degli “hotspot” nell’UE: tutte le persone che arrivano alle frontiere esterne dell’Unione europea – via terra, aria o mare, comprese quelle soccorse in mare – saranno ora sottoposte a una procedura di screening obbligatoria, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno presentato domanda di asilo. La procedura deve essere completata entro un massimo di 7 giorni.  Questo processo di screening stabilisce un meccanismo di selezione simile all’approccio hotspot, che determinerà cosa succede agli individui dopo che sono stati sottoposti a screening. Esistono tre possibili percorsi: 1. Domanda di protezione internazionale (asilo) 2. Trasferimento in un altro Stato membro dell’UE dove è presente un familiare (limitatamente ai parenti diretti o al coniuge) 3. Una procedura di rimpatrio (espulsione) 2. La nuova procedura di asilo alla frontiera: una volta completato il processo di screening, le persone saranno trattenute ed espulse o potranno richiedere la protezione internazionale nel Paese in cui sono arrivate. Tuttavia, la procedura di asilo può svolgersi alla frontiera anziché all’interno del Paese. La procedura di asilo di frontiera non deve superare le 12 settimane dalla registrazione alla decisione (estendibili a 16 settimane in situazioni di crisi). Durante questo processo, i richiedenti asilo devono essere trattenuti e non possono entrare legalmente nel Paese finché non ricevono una decisione positiva in materia di asilo.  3. Solidarietà tra i paesi membri UE: il Patto sostiene di introdurre un meccanismo di solidarietà obbligatorio tra gli Stati dell’UE e di riformare il sistema di Dublino.  In base alle nuove regole, il paese responsabile di una domanda d’asilo è il Paese in cui risiedono i membri della famiglia (limitatamente ai parenti diretti o ai coniugi, non ai fratelli) oppure il primo Paese di ingresso. In pratica, ciò significa che i Paesi di frontiera come Spagna, Italia e Grecia continueranno a essere responsabili dell’esame della maggior parte delle domande di asilo, proprio come accadeva con il sistema di Dublino.  Inoltre, con il Patto, più denaro pubblico sarà utilizzato per finanziare muri, filo spinato, forze di polizia, Frontex, centri di detenzione e tecnologie di sorveglianza e controllo. 4. La detenzione diventa la norma: da un punto di vista formale il Patto prevede che il trattenimento dei migranti dovrebbe essere utilizzato come pratica di ultima istanza e sotto controllo dell’autorità giudiziaria. In pratica, all’arrivo nell’UE, le persone migranti possono trovarsi private della libertà di movimento o in condizioni simili alla detenzione, che evidentemente non sono considerate tali dal Patto:  1. durante il processo di screening (durata massima: 7 giorni) alle frontiere, dove saranno costretti a fornire le loro impronte digitali e altri dati biometrici; 2. quando devono essere trasferiti in un altro Stato membro competente per la loro richiesta di asilo;  3. durante la procedura di asilo alla frontiera (che può durare fino a 12 settimane) e che è accompagnata da un divieto di ingresso nel territorio; 4. durante la procedura di rimpatrio, se la loro domanda di asilo viene respinta e sono in attesa di espulsione. I tempi precedenti all’espulsione possono durare mesi o addirittura anni, a seconda della disponibilità del Paese d’origine a riammettere i propri cittadini. 5. Maggiore esternalizzazione delle frontiere: adesso uno dei criteri per qualificare un Paese come “sicuro” è il “legame” tra il richiedente asilo e il Paese terzo in questione. L’eliminazione di questo criterio darà agli Stati membri un notevole margine di manovra per inviare i richiedenti asilo in Paesi terzi senza alcun legame precedente con essi. Per quanto riguarda i rimpatri, le procedure comuni per l’emissione di decisioni di rimpatrio saranno disponibili in una banca dati europea (Sistema d’informazione Schengen). Se una persona soggetta a una decisione di rimpatrio si trasferisce in un secondo Stato membro, questo potrà eseguire la decisione di rimpatrio emessa dal primo Stato membro. A lungo termine, l’UE intende rendere obbligatorio il riconoscimento reciproco e l’esecuzione delle decisioni di rimpatrio. Ciò costringerebbe uno Stato membro a riconoscere ed eseguire una decisione di rimpatrio emessa da un altro Stato membro senza avviare una nuova procedura.  Infine la creazione di centri di rimpatrio al di fuori dell’UE introduce un quadro normativo che consente di inviare i richiedenti asilo respinti che hanno ricevuto una decisione finale di rimpatrio in un Paese terzo sulla base di un accordo bilaterale o a livello di UE. Secondo l’attuale proposta, le famiglie con minori e i minori non accompagnati non sarebbero inclusi in questo meccanismo.  L’ATTEGGIAMENTO DEL GOVERNO ITALIANO SUL PATTO L’accordo Italia-Albania è stato considerato dal governo italiano come precursore dei futuri effetti del Patto. Questo memorandum, presieduto dalla presidente italiana Meloni e da quello albanese Edi Rama, ha subito diverse modifiche, dovute alle continue bocciature che i vari organi giudiziari hanno afflitto a questa procedura di “metaesternalizzazione” delle frontiere, in un continuum di riforme prone a questo tipo di scelta che ha trovato sia nell’estrema destra italiana, ma anche in governi che dovevano essere, almeno teoricamente, afferenti al centro-sinistra, sponde favorevoli. Come è noto, tutte le persone portate in Albania fino ad ora sono state poco dopo trasferite in Italia poiché non si è potuta applicare la proceduta accelerata: in alcuni casi si è capito che si trattava di persone vulnerabili, in altri i giudici romani hanno valutato che i paesi di provenienza non potessero essere ritenuti sicuri 2 Con il Nuovo Patto europeo su Migrazione e Asilo, che sarà applicato da giugno 2026, questa questione potrebbe diventare secondaria. In primo luogo, il nuovo Regolamento sulle procedure di asilo, all’art. 61, par. 2, dice che “la designazione di un paese terzo come paese di origine sicuro (…) può essere effettuata con eccezioni per determinate parti del suo territorio o categorie di persone chiaramente identificabili”. Inoltre, il Regolamento non solo concede, ma obbliga gli Stati Membri ad applicare la procedura accelerata di frontiera tutte le volte in cui i richiedenti asilo provengono da un paese per il quale il tasso di riconoscimento della protezione è inferiore al 20%. Non sarà più necessario applicare il concetto di paese di origine sicuro, bensì basterà valutare il tasso di accoglimento delle domande, sottoprodotto delle decisioni delle Commissioni che esaminano le domande di asilo, le quali risultano molto diverse nei vari paesi europei. «Quando entrerà in vigore» il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo «i centri» in Albania «funzioneranno come dovevano funzionare dall’inizio: avremo perso due anni per finire esattamente com’era all’inizio. La responsabilità non è la mia, arriveremo due anni dopo a fare esattamente quello che potevamo fare due anni prima. Penso che ciascuno si assumerà le sue responsabilità». Parole del presidente del Consiglio Giorgia Meloni nelle dichiarazioni congiunte con il primo ministro albanese Edi Rama al termine del vertice intergovernativo Italia-Albania. Inoltre, a due anni dal quel Protocollo, i due paesi hanno siglato un’altra intesa: un accordo per sviluppare la cooperazione bilaterale e strategica in diversi settori nevralgici 3. Il Protocollo Italia-Albania non è solo uno strumento di gestione migratoria: è un dispositivo politico che interviene ridefinendo le coordinate stesse della legalità e della funzione dello Stato. In questo senso, il modello Albania si configura come un laboratorio politico permanente, in cui si sperimentano pratiche di sospensione dei diritti e di concentrazione del potere esecutivo. L’accordo con l’Albania radicalizza le logiche del Patto europeo su migrazione e asilo, costruendo un’infrastruttura legale e logistica per trasferire i migranti in uno spazio sospeso, fisicamente esterno ma giuridicamente controllato. Questa scelta precisa è diventata ancora più evidente con la notizia di qualche giorno fa, ovvero l’approvazione del Consiglio Europeo rispetto al nuovo Regolamento che introduce un primo elenco comune dei “Paesi di origine sicuri”, insieme alla possibilità di designare “Paesi terzi sicuri” dove le persone migranti potrebbero essere deportate e dove le loro domande di asilo potrebbero essere esaminate. Tra le novità principali, che attaccano ulteriormente il diritto di asilo, spiccano le procedure di esame accelerate (come già avviene in Italia con la cd. procedura accelerata), la possibilità di respingere le domande ritenute “inammissibili” e la creazione di centri di rimpatrio fuori dall’Ue, i cosiddetti “return hub”, di fatto in continuità con il “modello Italia- Albania” prima della bocciatura imposta dalla sentenza della CGUE 4. Come afferma Matteo Villa, analista di Ispi, “l’accordo sulle nuove norme su asilo e migrazione, è simbolo di una coalizione di centro (popolari, socialisti e liberali) alla disperata ricerca di consenso. Anche quando questo significa inasprire regole sull’accoglienza all’interno dell’Europa e, probabilmente, rimandare più migranti in Italia (tra quelli che hanno raggiunto altri paesi UE). Niente sui rimpatri, niente su nuovi canali di migrazione regolari. D’altronde, nell’era della diffidenza e dei muri, non potrebbe che essere così” 5 E NOI COSA DOBBIAMO FARE? Nei media mainstream la tematica non viene trattata in maniera organica, e quando viene analizzata, lo si fa in maniera sommaria e speculatoria. Spetta alla società civile evidenziare ancora una volta le politiche marginalizzanti dell’UE. Asgi, insieme ad altre associazioni, ha avviato una Road Map per il Diritto d’Asilo e la Libertà di Movimento e il Tavolo Asilo e Immigrazione, con lo scopo di costituire un percorso di monitoraggio del Piano di Implementazione del Patto Europeo per le Migrazioni e l’Asilo. A noi gruppi autorganizzate, realtà sociali, persone singole attente spetta il compito di innalzare il livello di sensibilizzazione e di lotta sul tema in maniera drastica, visto che l’intenzione esplicita dell’UE e dei paesi membri (in primis l’Italia) è quella di una vera e propria cancellazione del sistema d’asilo. 1. Patto europeo: una guida rapida per orientarsi, Video-formazione a cura di Asgi (video 2 dicembre 2025) ↩︎ 2. Rapporto TAI: “Ferite di confine. La nuova fase del modello Albania”, Amnesty International (luglio 2025) ↩︎ 3. Meloni: con il nuovo nuovo Patto Ue i centri in Albania funzioneranno, Il Sole 24 ore (13 novembre 2025) ↩︎ 4. Migranti spediti nei paesi terzi: Ok dal Consiglio dell’Unione, Il Manifesto (dicembre 2025) ↩︎ 5. Migranti: il Parlamento Ue approva il nuovo patto, ISPI (10 aprile 2024) ↩︎
Reclaiming migration: un appello per la giustizia, la dignità e un’Europa antirazzista
Il 18 dicembre, in occasione della Giornata Internazionale dei Migranti, più di 40 organizzazioni europee hanno lanciato un appello condiviso 1 per ripensare radicalmente le politiche migratorie dell’Unione Europea. Coordinata dalla European Network Against Racism, la dichiarazione “Reclaiming Migration” ribalta la narrazione dominante che vede la migrazione come problema da controllare, per presentarla come un fenomeno umano permanente e ricco di contributi sociali, culturali ed economici. «La migrazione non è un’eccezione, un problema o un’emergenza, né dovrebbe essere così categorizzata», si legge nell’appello. «È una parte fondamentale e duratura di ciò che significa essere umani». «Oggi, riconosciamo coloro che si muovono attraverso i loro viaggi, con speranza, resilienza e un senso di connessione oltre i confini», continua la dichiarazione congiunta. «In questi viaggi, non vediamo una crisi, ma una possibilità; non una minaccia, ma il cuore pulsante dell’umanità condivisa, radicata nella vita, nella dignità e nell’appartenenza. La loro presenza è una testimonianza della perseveranza; è anche un appello alla giustizia – un promemoria per l’Europa per onorare e difendere finalmente i loro diritti come un passo fondamentale verso la costruzione di una società più giusta ed equa per tutti». Invece di un diritto fondamentale e una realtà sociale strutturale, le politiche europee sono sempre più orientate verso la sicurezza, il controllo e la repressione, con impatti devastanti per chi si sposta, in particolare per le persone provenienti dal Global South. Le organizzazioni denunciando che, negli ultimi anni, misure come il Patto UE su migrazione e asilo, la riforma del Schengen Borders Code 2, la proposta di Deportation Regulation 3 e la Facilitation Directive hanno contribuito a: criminalizzare la mobilità 4; intensificare respingimenti violenti 5; intercettazioni in mare; detenzioni di massa 6 e deportazioni; incrementare controlli di frontiera e pratiche di profilazione razziale. «Vediamo non una minaccia, ma il cuore pulsante dell’umanità condivisa», afferma il testo, invitando l’Europa a «onorare e difendere i diritti dei migranti come passo fondamentale verso una società più giusta ed equa per tutte e tutti». Secondo la dichiarazione, l’attuale governance migratoria europea non si limita a regolare i flussi, ma produce irregolarità e precarietà: regimi di visto restrittivi, legami lavorativi che legano i migranti a datori di lavoro sfruttatori, lungaggini burocratiche che rendono quasi inevitabile la perdita di status. Questo crea vulnerabilità sistemiche sfruttate da politiche e mercati che traggono profitti dall’esclusione sociale. Il documento sottolinea inoltre come la criminalizzazione della mobilità sia radicata in secoli di pratiche coloniali e di sfruttamento, e come questa continuità storica rafforzi gerarchie di mobilità che privilegiano alcune persone e ne marginalizzano altre. Il testo non si limita alla critica, propone una visione alternativa per un’Europa che: * cancelli la criminalizzazione di tutti i migranti, indipendentemente dal percorso o dalle motivazioni; * reindirizzi risorse pubbliche dalle politiche securitarie ai sistemi sociali: alloggi, sanità, istruzione e supporto comunitario; * garantisca condizioni di lavoro e residenza sicure e dignitose; * coinvolga realmente migranti e comunità razzializzate nei processi decisionali; * affronti e risarcisca il passato coloniale europeo, riconoscendo le strutture che storicamente modellano le disuguaglianze attuali; * amplii le possibilità legali e sicure di mobilità, in modo responsabile e condiviso. «Chiediamo politiche radicate nell’anti‑razzismo, nella cura, nell’uguaglianza, nell’equità e nella giustizia», recita la dichiarazione, invitando istituzioni e società ad abbandonare «la politica della paura e della divisione» in favore di un impegno collettivo per i diritti umani e la dignità. Le firme che accompagnano Reclaiming Migration includono realtà come Refugees in Libya, Amnesty International, Médecins du Monde, PICUM, Sea‑Watch e Statewatch, tra molte altre – un mosaico di voci che intrecciano presidi legali, sociali e umanitari. In un contesto europeo segnato da una crescente retorica securitaria e da proposte legislative che tendono a espandere la detenzione e le espulsioni questa dichiarazione rappresenta una piattaforma per rilanciare l’alleanza tra diritti, giustizia sociale e accoglienza dignitosa. 1. Reclaiming migration: a call for justice, dignity, and an anti-racist Europe ↩︎ 2. Dichiarazione congiunta: 85 organizzazioni chiedono ai deputati di respingere la dannosa riforma del codice dei confini Schengen ↩︎ 3. More than 200 Organisations: Inhumane Deportation Rules Should be Rejected ↩︎ 4. Between administrative and criminal law: An overview of criminalisation of migration across the EU, Picum (aprile 2024) ↩︎ 5. Episodes of violence by the so-called Libyan coastguard and other Libyan militias at sea, Sea Watch (settembre 2025) ↩︎ 6. Violence Within State Borders: Greece, Border Violence Monitoring Network (gennaio 2024) ↩︎
La sospensione dei diritti come paradigma di frontiera
ROBERTA CECCONI 1 La sospensione dei diritti delle persone migranti alle frontiere e l’arma del “Paese terzo sicuro” hanno contraddistinto l’approccio securitario europeo, specialmente nell’ultimo anno. Quali prospettive si aprono per il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo 2026? In Europa il 2025 non ha fatto altro che confermare la tendenza, già dominante, a serrare le proprie frontiere e, complementarmente, a rafforzare le deportazioni verso i Paesi terzi di origine, che i Governi continuano a definire “rimpatri”. Solamente nel secondo trimestre del 2025 gli ultimi aggiornamenti Eurostat 2 riportano che sono state 116 495 le persone immigrate da un Paese terzo per cui è stato predisposto un ordine di rimpatrio, con una percentuale di incremento del 3,6% rispetto allo stesso trimestre nel 2024. I primi sette Paesi europei ad emettere tali sentenze sono stati Francia (34 760), Spagna (14 545), Germania (14 095), Olanda (7 300), Belgio (6 770), Grecia (5170) e Italia (5135), mentre i Paesi terzi di destinazione a dominare i dati sono Algeria, Marocco, Turchia, Siria, Mali, Afghanistan e Tunisia. Una tale stretta securitaria non fa che rivolgere lo sguardo al nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che entrerà in vigore il prossimo giugno 2026 e che imporrà una virata in termini restrittivi e di controllo nel sistema di cooperazione europea in materia di asilo, gestione delle frontiere e mobilità. Come enunciato nella guida diffusa dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) 3, i tre nuclei attorno a cui sarà implementata questa legislazione sono: contenimento, esternalizzazione e riforma del principio di solidarietà. Nel suo contributo alla guida ASGI, Andreina de Leo spiega come la frontiera venga ri-confermata, all’interno di tale Patto europeo, quale «luogo in cui si decide il destino delle persone», in cui un controllo biopolitico sempre più stringente ratifica la detenzione quale parte strutturale del sistema. Per le persone provenienti da Paesi “sicuri” vengono confermate procedure approssimative e accelerate, con esiti di espulsione prevedibili. Si rafforza la «politica di esternalizzazione di responsibilità» a Paesi terzi, aprendo così la possibilità di rimandare una persona verso un Paese differente da quello di provenienza. Per quanto riguarda il principio di solidarietà, viene riaffermata la logica del “primo ingresso”: «Italia, Grecia e Spagna continueranno a sostenere la responsabilità principale nell’esame delle domande, mentre la solidarietà introdotta è obbligatoria ma flessibile», dunque a discrezione dei singoli Paesi membri. Tale solidarietà potrà assumere perfino la forma di supporto a Paesi sotto pressione o finanziamenti a Paesi terzi in chiave di contenimento. Un tale consolidamento di esternalizzazione delle frontiere ha già contraddistinto l’approccio dei singoli Paesi membri. Primo fra tutti è l’esempio degli accordi tra Italia e Albania, che ha visto il finanziamento dei due centri di Shengjin e Gjadër, con lo scopo di trattenere, identificare e reimpatriare migranti provenienti da Paesi considerati “sicuri”, ma poi di fatto trasferendovi anche richiedenti asilo con procedure già avviate. In questo stesso clima, lo scorso luglio 2025 con la legge 5218/2025 il Governo greco ha sospeso per una durata di tre mesi l’accesso all’asilo per le persone provenienti dai Paesi del Nord Africa, con l’intenzione di scoraggiarne l’arrivo tramite la “nuova” rotta che della Libia si dirige verso le isole di Creta e Gavdos, decretandone l’immediata detenzione ed espulsione e violando in pieno l’Art.14 previsto dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Approfondimenti IN GRECIA VIENE PREVISTO IL CARCERE PER I RICHIEDENTI ASILO IN RIGETTO Analisi della nuova legge che penalizza e criminalizza l'ingresso e il soggiorno nel Paese Giulia Stella Ingallina 22 Ottobre 2025 L’ultimo report del progetto Operazione Colomba 4 attivo in Grecia denuncia che anche dopo l’automatico decadimento di tale legge allo scadere dei tre mesi, le persone arrivate tra luglio e ottobre si sono viste comunque private della possibilità di fare domanda di asilo o hanno ricevuto misure di espulsione tramite procedimenti accelerati. A riconferma di quanto il concetto di “Paese terzo sicuro” costituisca un vero e proprio dispositivo flessibile, strategico e coercitivo in mano ai Governi europei e ai loro Alleati, il Lesvos Legal Centre, ha denunciato nel marzo 2025 5 lo stato di limbo in cui sono stati relegati i destini dei richiedenti asilo siriani, in seguito alla caduta del regime di Al-Assad, prolungando il loro soggiorno-detenzione nel Centro Chiuso ad Accesso Controllato dell’Isola a più di un anno 6. La sospensione delle procedure di asilo per i migranti siriani dimostra quanto l’arma legislativa del “Paese sicuro” costituisca una minaccia costante e quanto le vite delle persone migranti rimangano, dopo tutti questi anni, sempre più appese ad un filo. Tale precarietà non viene mai davvero arginata, e le persone migranti sono costantemente scrutinate e costrette ad esibire la propria legittimità, anche dopo l’ottenimento dei documenti. Il recentissimo e gravissimo ordine di deportazione per l’Egitto emesso nei confronti di Mohammed Shahin da parte del Ministero dell’interno italiano, che lo ha rinchiuso nel CPR di Caltanissetta dal 24 Novembre 2025 e rilasciato solo il 15 dicembre, rappresenta un’estrema virata repressiva, islamofoba e razzista, una minaccia per l’intera società civile di immigrati e musulmani in Italia, e un messaggio per chiunque eserciti la libertà di esprimere pubblicamente le proprie idee. Giurisprudenza italiana/Notizie MOHAMED SHAHIN LIBERO: SMONTATA LA TESI DEL VIMINALE SULLA “PERICOLOSITÀ SOCIALE” Corte d'Appello di Torino, ordinanza del 15 dicembre 2025 Redazione 16 Dicembre 2025 Come ha descritto nel dettaglio Amnesty International, lanciando una campagna in difesa di Shahin 7: «Al sig. Shahin è stato revocato il permesso di soggiorno europeo di lunga durata ai sensi dell’art.13, comma 1 del Testo unico sull’immigrazione, che […] introduce la possibilità di espellere i cittadini stranieri qualora presentino un profilo di pericolosità sociale o costituiscano una minaccia per la sicurezza nazionale. Le accuse rivolte al sig. Shahin, che sono alla base del decreto di espulsione, includono “l’appartenenza a un’ideologia estremista” e l’aver partecipato a un blocco stradale durante una manifestazione contro il genocidio del popolo palestinese a maggio 2025 […] La richiesta di protezione internazionale che ha presentato a seguito della revoca del permesso di soggiorno è stata rigettata a seguito di un procedimento di esame fortemente accelerato, sul quale ha certamente pesato la classificazione dell’Egitto come “Paese di origine sicuro» Sempre Amnesty ha denunciato che: «L’inconsistenza dei fatti contestati a Shahin per giustificare il procedimento di espulsione emesso contro di lui […] rappresenta un caso allarmante di strumentalizzazione del diritto in chiave repressiva e di repressione del dissenso pacifico per mezzo della normativa in materia di sicurezza nazionale». Questi “esercizi di coercizione” non rappresentano altro che il dispiegarsi anticipato di politiche di esplicita criminalizzazione che troveranno terreno ancora più fertile con le misure securitarie preannunciate dal Piano europeo su migrazione e asilo per il 2026. Del resto, tali provvedimenti non possono essere analizzati separatamente da altri disegni di legge varati nell’ultimo anno proprio in Italia e in Europa: si pensi al DDL Sicurezza (D.L. n. 48/2025) 8 e al DDL Gasparri 9 in materia di antisemitismo in Italia, che impongono nette restrizioni all’esercizio della libertà collettiva, individuale e di pensiero, o alla nuova Riforma sull’asilo 10 approvata dal Parlamento greco lo scorso 3 settembre, che accresce la stretta penale sul “soggiorno irregolare”, o ancora al ritorno della leva militare in Germania 11. Di fronte a un tale scenario, l’opposizione civile, umanitaria e internazionale deve dimostrarsi coesa e consistente, poiché è evidente ormai come, da Gaza alle frontiere europee, Diritti umani e Diritto interazionale perdano sempre più legittimità a cause dell’operato dei Governi occidentali. 1. Ho approfondito, tanto nei miei studi di Antropologia presso l’Università di Torino quanto nelle mie attività personali, temi quali migrazioni, violenze di frontiera, detenzione e diritti delle persone migranti. Ho trascorso vari mesi sull’isola di Lesbo entrando in contatto con realtà che da un decennio si occupano di raccogliere testimonianze e di denunciare le violenze di frontiera ↩︎ 2. Leggi i dati ↩︎ 3. Patto UE migrazione e asilo: Guida rapida per orientarsi ↩︎ 4. La rotta migratoria verso Creta e Gavdos – Report 2025 Operazione Colomba (23 novembre 2025) ↩︎ 5. Trapped in Limbo: The Inhumane Freeze of Syrian Asylum Claims – Legal Centre Lesvos (13 marzo 2025) ↩︎ 6. Reception and Identification Centers (RIC) ↩︎ 7. Stop all’espulsione di Mohamed Shahin verso l’Egitto ↩︎ 8. Il DL sulla Gazzetta Ufficiale ↩︎ 9. Atto Senato n. 1627 ↩︎ 10. Greece passes draconian legislation with prison terms for rejected asylum seekers – The Guardian (3 settembre 2025) ↩︎ 11. Bundestag stimmt für neues Wehrdienstgesetz ↩︎
L’imminente riforma del sistema comune d’asilo europeo a giugno 2026: lo stravolgimento delle regole e dei principi
Il corso intensivo, promosso da Spazi Circolari in collaborazione con ASGI, mira ad analizzare in una prospettiva critica e pragmatica i testi normativi votati nella plenaria del Parlamento europeo l’11 aprile 2024, le ulteriori modifiche in corso di approvazione del Regolamento Procedure (in particolare sulla nozione di paese terzo sicuro), lo stato di avanzamento della proposta del nuovo Regolamento rimpatri e il quadro delle norme di implementazioni dello Stato italiano. Tutte le lezioni saranno svolte in co-docenza. Si parlerà dell’entrata in vigore della radicale riforma CEAS (Common European Asylum System) a giugno 2026 approfondendo i seguenti argomenti: * analisi dei nuovi regolamenti Asilo e Gestione della Migrazione (RAMM, ex Dublino), Screening, Rimpatri in frontiera e Procedura (APR) e della nuova Direttiva Accoglienza. * Le norme di implementazione dello Stato italiano * Un quadro delle possibili modifiche del Regolamento Procedure e dello stato di avanzamento della proposta del nuovo Regolamento Rimpatri ISCRIZIONI Il corso avrà inizio il 15 gennaio 2026 e termine il 17 gennaio 2026, per un totale di 24 ore, divise in 3 incontri da 8 ore che si terranno dalle 9.30 alle 18.30. In presenza a Roma presso la Città dell’Altra Economia e in collegamento telematico via zoom. La formazione intensiva è a pagamento. Il costo per ciascun corsista è di 240 euro, da versare al momento dell’iscrizione telematica. Per i soci ASGI e per i soci Spazi Circolari il costo è di euro 200. La domanda di iscrizione dovrà pervenire esclusivamente on-line compilando il modulo online entro le ore 17 del 13 gennaio 2026. Il numero minimo è di 30 iscritti, in mancanza dei quali il corso non sarà avviato e le quote versate saranno prontamente restituite. Non è prevista una selezione specifica. Qualora il numero delle domande pervenute fosse superiore alla disponibilità dei posti, si adotterà il criterio di priorità cronologica d’iscrizione È stata avanzata la richiesta al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma per il riconoscimento dei crediti formativi esclusivamente per i corsisti che seguiranno in presenza. Scarica la locandina con il programma completo Per informazioni è possibile scrivere al seguente indirizzo formazione.roma@asgi.it
“Paesi sicuri” e rimpatri: la nuova stretta dell’UE
Il Consiglio europeo ha dato il via libera l’8 dicembre a un accordo che definisce i criteri per i cosiddetti “Paesi sicuri”, con l’intento di aprire la strada a procedure di rimpatrio più rapide per le persone migranti. Insieme al nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, è un segnale di profonda trasformazione verso un sistema che si baserà su detenzione, deportazioni e sorveglianza. L’accordo è stato raggiunto venendo incontro alle richieste italiane, però, non è passato all’unanimità: Spagna, Grecia, Francia e Portogallo hanno votato contro, ma la maggioranza qualificata ha permesso comunque l’approvazione. Ora il testo dovrà essere negoziato con il Parlamento europeo prima dell’approvazione definitiva. Il nuovo Regolamento introduce un primo elenco comune dei “Paesi di origine sicuri”, insieme alla possibilità di designare “Paesi terzi sicuri” dove le persone migranti potrebbero essere deportate e dove le loro domande di asilo potrebbero essere esaminate. Tra le novità principali, che attaccano ulteriormente il diritto di asilo, spiccano le procedure di esame accelerate (come già avviene in Italia con la cd. procedura accelerata), la possibilità di respingere le domande ritenute “inammissibili” e la creazione di centri di rimpatrio fuori dall’Ue, i cosiddetti “return hub”, di fatto in continuità con il “modello Italia- Albania” prima della bocciatura imposta dalla sentenza della CGUE. Comunicati stampa e appelli/Giurisprudenza europea LA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UE BOCCIA IL “MODELLO ALBANIA” Tavolo Asilo e Immigrazione: «Decisione che smentisce in modo radicale la linea del governo italiano» 1 Agosto 2025 Gli Stati membri potranno applicare il concetto di “Paese terzo sicuro” in tre modi: se esiste un legame con il richiedente, se la persona ha transitato per quel Paese, o se esiste un accordo con il “Paese terzo” che garantisca l’esame della domanda. L’applicazione di questo concetto non dovrebbe essere possibile per i minori non accompagnati, sempre che le procedure sommarie di identificazione dell’età, come spesso avviene, non li considerino già maggiorenni. Le nuove procedure permettono inoltre di ridurre la permanenza negli Stati UE durante i ricorsi contro le decisioni di inammissibilità, pur mantenendo la possibilità di rivolgersi a un tribunale. Un regolamento che ha quindi il chiaro intento di ridurre drasticamente le tutele delle persone migranti, in particolare dei e delle richiedenti asilo, e che replica l’atteggiamento muscolare e violento delle politiche trumpiane.  Molte sono le critiche che si sono levate contro, anche rispetto alla narrazione trionfante del governo italiano che per bocca di Piantedosi ha definito i «centri in Albania come il primo esempio» e che, da ora, potranno ripartire con gli obiettivi iniziali.  Infatti, osserva il giurista Fulvio Vassallo Paleologo su ADIF che «la decisione del Consiglio sui Paesi terzi sicuri, senza il voto del Parlamento europeo, non è un atto legislativo immediatamente esecutivo, e non legittima i centri di detenzione esternalizzati in Albania, che restano privi di base legale», sottolineando come la misura continui ad essere in contrasto con la sentenza della Corte di Giustizia UE dell’1 agosto 2025. Anche per Paleologo, la proposta del Consiglio europeo «va a svuotare la portata effettiva del diritto d’asilo. Non solo cancella il diritto alla protezione, ma accelera le espulsioni e prevede l’esternalizzazione delle procedure forzate in paesi terzi, anche se questi non hanno sottoscritto o applicano solo parzialmente la Convenzione di Ginevra». Il giurista evidenzia inoltre che «i criteri di collegamento tra migrante e paese terzo, previsti dal regolamento originario, sono considerati troppo vincolanti dai governi dell’Ue, che li vogliono superare per rendere più agevoli i rimpatri forzati». Chiara Favilli, docente di diritto europeo, aggiunge sulla newsletter Frontiere di Internazionale che «non è ancora chiaro quali siano le fonti su cui si basa l’elenco dei paesi sicuri. La lista compilata dagli Stati europei non elimina la necessità di controllare le condizioni reali nei paesi considerati sicuri. Per le persone provenienti da questi stati sarà possibile essere trasferite in paesi non europei, come Albania o Uganda. Ma non basta che l’Europa dichiari un paese sicuro: questo deve essere verificato». Ugualmente sottolinea i rischi concreti: «È plausibile che l’Albania venga usata per i rimpatri più che per i richiedenti asilo, perché il regolamento sui rimpatri è più vago. Se la riforma andrà avanti, l’Unione europea dovrà affrontare una serie di contenziosi e ricorsi giudiziari. Le persone trasferite in Albania faranno ricorso, contestando la violazione dei loro diritti alla difesa, alla salute e altre garanzie fondamentali. Questo è un tradimento dell’identità giuridica e culturale dell’UE». La nuova lista dei paesi di origine definiti “sicuri” dall’UE è una forzatura alla quale ha contribuito l’Italia: almeno tre dei Paesi rispondono a richieste esplicite del governo italiano. Come osserva Alessandra Sciurba, docente di diritto internazionale e dei diritti umani, «attribuire a questi paesi la qualifica di sicuri è una contraddizione evidente rispetto alle evidenze documentate. Significa ignorare i rischi concreti a cui i migranti sono esposti e rende più vulnerabili persone già fuggite da persecuzioni, conflitti e discriminazioni». L’esperta sottolinea poi le violazioni documentate da Amnesty International tra il 2024 e il 2025: in Colombia si registrano violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario nei conflitti armati, sparizioni forzate e violenze contro difensori dei diritti umani, giornalisti, donne, ragazze e persone LGBTQI+; in Bangladesh sono documentate la repressione della libertà di espressione e di associazione, violenze della polizia e delle forze armate contro le proteste, sparizioni forzate e violenze su minoranze religiose e popolazioni indigene. Situazioni simili si riscontrano in Marocco, dove persistono la repressione del dissenso, gli attacchi a giornalisti, attivisti e critici del governo, oltre a discriminazioni di genere e verso le persone LGBTQI+. In Tunisia si segnalano detenzioni arbitrarie di oppositori politici, giornalisti, sindacalisti e avvocati, nuove misure contro l’indipendenza della magistratura e procedimenti giudiziari contro persone LGBTQI+. Infine, in Egitto la repressione del dissenso è totale: arresti di massa, sparizioni forzate, condanne a morte anche per reati minori, processi iniqui, discriminazioni e persecuzioni giudiziarie, tortura e maltrattamenti abituali. Anche diverse realtà antirazziste e Ong sono intervenute dopo la notizia dell’approvazione: la rete Mai più Lager – No ai CPR aderente al Network Against Migrant Detention, nato per contrastare l’accordo Italia-Albania, fa notare l’incostituzionalità del «modello dei centri di detenzione, anche esternalizzati in paesi terzi» e che questo «prende il sopravvento sul modello di accoglienza. La criminalizzazione del migrante economico si estende ora anche ai richiedenti asilo, in violazione dell’art. 10 della Costituzione italiana. Le persone vengono trattate come numeri, private della libertà e dei diritti fondamentali». Mediterranea Saving Humans denuncia con forza la narrativa che presenta detenzione e rimpatri come soluzioni semplici a questioni complesse. L’associazione rivolge un appello a tutta la società civile, laica e religiosa «per resistere a questo attacco disumano e per praticare concretamente i diritti umani e il diritto d’asilo nei confronti delle persone migranti e in movimento. Come accade negli Stati Uniti con le deportazioni sotto Trump, organizzeremo forme di disobbedienza e sabotaggio contro queste leggi ingiuste e pericolose per la democrazia». Ora si apre la fase di negoziati con il Parlamento europeo. Le divisioni tra gli Stati membri potrebbero rallentare l’entrata in vigore dei nuovi regolamenti. Tuttavia, è probabile che il Parlamento europeo approvi il piano proposto dalla Commissione e modificato dal Consiglio, poiché è evidente uno spostamento sempre più marcato a destra del gruppo dei Popolari e una convergenza con le forze di estrema destra. Rimane l’urgenza, di trovare modi e forme per contrastare questo terribile scenario.
L’accordo Italia-Albania non è una questione italo-albanese
L’1 e il 2 Novembre 2025 si è tenuta in Albania la mobilitazione del Network Against Migrant Detention, una rete di realtà italiane e albanesi unite nell’obiettivo di contrastare l’accordo Rama-Meloni, che ha permesso la creazione di due centri detentivi per persone migranti in Albania sotto giurisdizione italiana. È la seconda protesta organizzata nel paese delle aquile, dopo quella dell’1 dicembre 2024, quando i centri erano ancora vuoti. Quest’anno il Network ha lanciato la manifestazione sotto lo slogan “From Albania to Europe: Abolish Migrant Detention Centers”, raccogliendo adesioni da una decina di paesi membri dell’Unione Europea e non solo. Rappresentanti di organizzazioni da Nantes, Bruxelles, Bilbao, Dresda, Berlino, Vienna, Pristina e Messico hanno raggiunto i gruppi albanesi e italiani per apprendere di più sull’accordo, sulle sue prospettive future e ragionare su possibili iniziative comuni.  “Ovunque, da Gjäder a Roma, da Bruxelles a Nantes, dagli USA al Messico, fino alla Libia, la Tunisia e oltre ancora, vogliamo la stessa cosa: libertà di movimento e dignità per tutti”. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da STRIA (@spazio.stria) La mobilitazione si è svolta nella modalità ormai consolidata della due giorni: una dedicata alle azioni pubbliche, l’altra dedicata alla discussione politica attraverso panel e assemblee.  Sabato 1 novembre, più di 150 persone hanno sfilato per le vie di Tirana con interventi e denunce sotto l’ufficio del Primo ministro albanese, l’Ambasciata italiana e l’ufficio dell’Unione Europea in Albania. Un cartellone con le sagome di Meloni, Rama, Trump e Von Der Leyen vestiti da gerarchi e militari ha accompagnato i manifestanti lungo tutto il percorso, insieme a un cartellone con scritto “L’Europa predica democrazia ma abbraccia gli autocrati”.  Ph: Alessandro Muras «Rama mantiene il suo potere interno attraverso accordi stretti con queste figure, facendo un accordo illegale con la Meloni, che nel silenzio è stato approvato dall’Unione Europea. È proprio il silenzio dell’Unione Europea che non possiamo perdonare», ha dichiarato Edison Lika del collettivo Mesdhe, che ha organizzato e ospitato la mobilitazione.  Rama è fortemente contestato dalle realtà albanesi che si sentono in una democrazia solo su carta. I flussi di denaro e di affari pubblici sono opachi e la partecipazione politica è fortemente inibita dalla repressione, sia storica subita negli anni di Hoxha, ma anche per quella attuale spesso inflitta in forme subdole, come ad esempio i licenziamenti e le sospensioni delle già misere pensioni ai familiari di attivistə scomodə.  La manifestazione ha poi raggiunto le porte del CPR di Gjader, dove hanno commemorato le quarantasette vittime dei CPR italiani, portato solidarietà alle 24 persone attualmente trattenute nel centro al grido «You are not alone» ed esposto il grande striscione indirizzato ai leader ritratti in vesti militari: “You Remigration Prisons are Criminal. Stop funding wars and deporting people!”. Photo credit: Alessandro Murtas Domenica l’Università di Tirana ha ospitato l’assemblea transnazionale che ha visto attivistə di tutta Europa, e non solo, confrontarsi sul tema del razzismo, del colonialismo e sul significato che questo accordo ha all’interno delle politiche migratorie europee. L’evento, dal titolo “L’Europa è ancora il nostro sogno?”, ha messo in luce come di fatto l’adesione all’Unione Europea è stata sistematicamente condizionata allo spargimento di sangue ai suoi confini.  Questo è stato il caso anche dell’Italia, entrata a far parte dell’UE non prima di aver dimostrato il pugno duro sui confini proprio sulla pelle degli albanesi.  «Giorgio Napolitano nel ’98 ha detto che se non avessero istituito i CPT e non ci fosse stato il naufragio della Kater i Rades, non avrebbero saputo dimostrare all’UE di saper difendere i loro confini», ha affermato Clara Osma, attivista di Mesdhe e Italiani senza Cittadinanza, sotto l’imponente cancello di Gjäder. Oltre a una delegazione presente alla mobilitazione in Albania, i gruppi della rete Anti-CRA francese hanno organizzato un’azione comunicativa a Nantes in sostegno alla mobilitazione a Tirana.  Da segnalare che alcune attiviste che dovevano raggiungere la mobilitazione sono invece scese dal volo Bologna-Tirana per aver protestato alla vista di agenti delle forze dell’ordine impegnate in un’operazione di rimpatrio proprio di due cittadini albanesi presenti sul loro volo Ryanair. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mediterranea Bologna (@mediterranea_bologna) UN PROGETTO FALLIMENTARE CHE PROSEGUE Che i centri in Albania non stiano funzionando come il governo Meloni aveva previsto è sotto gli occhi di tutti. L’hotspot di Shengjin è vuoto e il CPR di Gjader detiene in media una ventina di persone alla volta (a fronte di 880 posti disponibili in totale), ma le realtà del Network evidenziano che l’accordo ha già prodotto effetti inaccettabili, coinvolgendo più di 220 persone e portando alla morte del giovane Hamid Badoui, morto a soli 42 anni.  Questo è il quadro a fronte del quale il governo Meloni ha deciso di stanziare 670 milioni di euro dei contribuenti italiani per la realizzazione e mantenimento dei centri. Di questi, più di 127 milioni sarebbero ricavati da tagli a ministeri pubblici come quello dell’Economia e della Finanza, degli Affari Esteri e dell’Università e della Ricerca 1. Photo credit: Alessandro Murtas Milioni che al contempo non vanno a stimolare l’economia locale, ma principalmente a coprire i costi di costruzione, manutenzione e del personale, di cui gli albanesi sono circa una cinquantina in qualità di operatori e operatrici di Medihospes, ente gestore del CPR di Gjader e colosso del complesso industriale dell’accoglienza in Italia, che impiega con contratti precari e ridimensiona l’organico a fisarmonica in base alle evoluzioni discontinue dei centri. «Questi centri non sono solo incostituzionali: rappresentano un progetto coloniale che, con la complicità del governo albanese, segna un pericoloso precedente che l’Europa intende replicare attraverso il Nuovo Patto su Migrazione e Asilo”, ha denunciato il Network. Anche in questo senso l’accordo Italia-Albania non riguarda solo italiani e albanesi. Il timore è che il governo Meloni voglia preservarli in vista dell’implementazione del Nuovo Patto su Migrazione e Asilo prevista per giugno 2026 ed eventualmente trasformarli nei Return Hubs di cui si sta discutendo a livello europeo. “Dobbiamo rafforzare una prospettiva transnazionale ed europea che vada oltre le mobilitazioni locali e nazionali: una prospettiva capace di condividere pratiche, costruire reti, coordinare strategie per abolire il regime europeo e globale di apartheid e confinamento”. La mobilitazione si chiude con la speranza che questo appello venga raccolto dalle realtà coinvolte e con la volontà di organizzare dimostrazioni anche in altri paesi, europei e non, andando a rafforzare la transnazionalità di questa lotta e lo smantellamento del sistema detentivo di tutta Europa e altrove. 1. I centri per i migranti in Albania sono un flop: da dove arrivano i soldi per pagarli? Ecco il «conto», voce per voce, di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – Dataroom, Corriere della Sera ↩︎
L’esternalizzazione delle frontiere e il concetto di paesi terzo sicuro: un’analisi del protocollo Italia-Albania
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università di Bologna Dipartimento di scienze statistiche “Paolo Fortunati” – Stat Corso di laurea in sviluppo e cooperazione internazionale L’ESTERNALIZZAZIONE DELLE FRONTIERE E IL CONCETTO DI PAESI TERZO SICURO: UN’ANALISI DEL PROTOCOLLO ITALIA-ALBANIA Tesi di Giulia Ferrari (2024/2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE I fenomeni migratori rappresentano una delle sfide più complesse e controverse che l’Unione europea sta affrontando ormai da tempo. Negli ultimi decenni, la gestione dei flussi di persone in cerca di protezione si è progressivamente unita alla necessità politica di controllo delle frontiere, generando politiche securitarie che hanno spesso portato a tensioni tra tutela dei diritti umani e le politiche di contenimento stesso. È in questo contesto che si è sviluppata la pratica, sempre più diffusa, dell’esternalizzazione delle frontiere, intesa come il trasferimento presso Paesi terzi di funzioni e responsabilità nella gestione del controllo migratorio e delle procedure di asilo. Questa strategia, ad oggi ampiamente diffusa tra gli Stati membri e parte integrante della governance europea, alimenta il dibattito tanto a livello politico quanto in dottrina. L’Italia, come conseguenza della sua posizione geografica, è spesso stata laboratorio di sperimentazioni in materia. La scelta di dedicare questo lavoro al tema delle migrazioni, e quindi anche dei diritti, non deriva soltanto dall’attualità dello stesso. Esso nasce soprattutto dall’esperienza di tirocinio svolta lo scorso anno a Corinto, in Grecia, presso un community center rivolto alle persone in movimento residenti presso il centro governativo di transito della città. Lì ho potuto osservare da vicino le difficoltà concrete che derivano dall’applicazione delle politiche migratorie e di asilo, e ho compreso quanto le decisioni giuridiche e politiche abbiano un impatto sulla vita delle persone. Da qui la crescita della mia consapevolezza: il diritto non è mai neutro, ma si misura quotidianamente con la dignità umana e le esperienze delle persone coinvolte. Questo è quello che mi ha orientata nella mia ricerca, svoltasi attraverso una prospettiva multilivello che ha combinato l’analisi normativa e giurisprudenziale ad un approccio comparato e critico. La tesi si propone dunque di indagare l’evoluzione delle politiche europee in materia di migrazione ed asilo, con focus particolare sul processo di esternalizzazione delle frontiere e sull’istituto dei Paesi terzi sicuri, elementi necessari per la successiva analisi del case study individuato: il Protocollo Italia-Albania firmato il 6 novembre 2023. Il lavoro si articola in tre capitoli. Nel primo capitolo si ripercorre l’evoluzione del diritto dell’Unione europea in materia di migrazioni e asilo, dalla nascita dello spazio Schengen nel 1985 fino alle riforme più recenti, come il Nuovo Patto su Migrazione e Asilo, approvato nel 2024 e i cui atti derivati entreranno in vigore nel 2026, passando per alcuni dei momenti più importanti come l’istituzione del sistema Dublino.  Il secondo capitolo affronta poi i concetti di esternalizzazione delle frontiere e di Paese terzo sicuro, entrambi strumenti fondamentali per comprendere la direzione presa dalle politiche europee degli ultimi decenni. All’interno del capitolo si dedica poi una sezione all’analisi di uno dei maggiori accordi di esternalizzazione siglati dall’Unione europea: l’accordo UE-Turchia del 2016. Infine, il terzo capitolo è dedicato all’analisi giuridica del Protocollo sottoscritto tra Italia e Albania, esaminandone la genesi, i contenuti e le criticità presentate, in accordo con i principi sanciti dal diritto nazionale, europeo ed internazionale. L’obiettivo della mia tesi non si limita ad una mera ricostruzione del complesso piano giuridico all’interno del quale queste politiche vengono promosse, ma invita piuttosto ad una riflessione critica sul significato e sulle conseguenze di tali scelte e cercando di restituire la reale portata del fenomeno migratorio, pur mantenendo come punto saldo la certezza del diritto.
Il “fallimento produttivo” del modello Albania, un anno dopo l’avvio
Il 16 ottobre del 2024 sedici uomini, intercettati nel Mediterraneo centrale, venivano condotti in Albania a bordo di una nave militare italiana. Quel giorno, nel porto di Shëngjin, prendeva forma un esperimento senza precedenti: l’estensione extraterritoriale del sistema di trattenimento italiano, costruito su suolo albanese, ma con la pretesa della giurisdizione di Roma. I centri realizzati in Albania hanno una capienza complessiva imponente: 880 posti nel centro di trattenimento per richiedenti asilo, 144 posti nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) e 20 posti nel penitenziario. A un anno di distanza, la struttura di Shëngjin è quasi sempre vuota e nel centro di Gjadër, nella sezione CPR, sono trattenute circa quindici persone. Le altre due sezioni sono inutilizzate. Due rinvii alla Corte di giustizia dell’Unione europea – uno dei quali si è concluso con una sentenza che ha ribaltato le tesi del governo italiano – hanno incrinato in profondità la legittimità del progetto. L’esecutivo si trova in un’impasse: non può far funzionare a pieno regime il modello – verrebbe travolto dai ricorsi – ma non vuole chiuderlo. Significherebbe ammettere che non funziona 1.  Il progetto era stato presentato come una misura per «aumentare i rimpatri». A fine luglio, quelli effettivamente eseguiti erano complessivamente trentasette 2; dopo quella data pochi o nessuno. Nonostante i numeri esigui, l’esperimento non può essere liquidato come un semplice insuccesso: fermarsi al dato aritmetico sarebbe autoconsolatorio. ll valore politico del modello non risiede nei numeri, ma nella violenza materiale e simbolica esercitata sulle persone migranti, nel modo in cui ha riscritto il linguaggio del confine e reso praticabile l’idea che la detenzione possa essere delocalizzata. A un anno di distanza, più che misurare il fallimento del progetto, occorre interrogarsi su ciò che ha prodotto: un nuovo modo di pensare, rappresentare e praticare la frontiera. TETRO DIRITTO La storia del “modello Albania” è un ottovolante. Nella sua prima configurazione, tra ottobre 2024 e gennaio 2025, il centro di Gjadër è stato destinato al trattenimento dei richiedenti asilo provenienti da Paesi di origine considerati sicuri, intercettati in mare e sottoposti a procedure accelerate di frontiera. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA OLTRE LA FRONTIERA: IL PREZZO DEI DIRITTI NELL’ACCORDO ITALIA-ALBANIA Le principali criticità emerse dal rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione Benedetta Cerea 22 Maggio 2025 La complessa finzione giuridica alla base dell’impianto non ha retto. Nessuno dei trattenimenti è stato convalidato dalle e dai giudici, e il rinvio alla Corte di giustizia dell’Unione europea, poi risolto con una decisione che ha accolto le tesi delle difese, ha paralizzato il meccanismo. Il governo, invece di abbandonare l’esperimento, ne cambiò direzione. Con il decreto-legge 37 del marzo 2025, il centro di Gjadër è stato utilizzato per il trattenimento delle persone già rinchiuse nei CPR italiani: non più richiedenti asilo appena sbarcati, ma uomini destinatari di provvedimenti di espulsione, prelevati sul territorio nazionale e deportati in uno spazio di confinamento extraterritoriale. L’immagine del primo trasferimento di questa seconda fase, nell’aprile 2025 – corpi legati dalle fascette, condotti lungo la passerella della nave verso la banchina – sintetizza la logica dell’intero progetto. L’esperimento albanese si è trasformato in una messa in scena della punizione, una pedagogia della forza priva di mediazioni.  FALLIMENTI PRODUTTIVI Definire il “modello Albania” un insuccesso, dunque, significa non comprenderne la logica. È stato piuttosto un fallimento produttivo, capace di generare effetti potenzialmente ben più duraturi degli effimeri – per quanto violenti – impatti pratici. Ha reso visibile una nuova geografia del confinamento che non si misura in cifre, ma si manifesta per strappi, agendo sul piano della rottura con il paesaggio giuridico consolidato. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA IL CORPO E L’ANIMA. DIECI APPUNTI SUL «MODELLO ALBANIA» Un laboratorio feroce e fragile del potere di frontiera Francesco Ferri 9 Maggio 2025 È un messaggio ostile non solo nei confronti delle persone considerate “irregolari” – e dunque, tra le altre misure, esposte al rischio concreto della deportazione in Albania – ma verso l’insieme delle persone migranti, la cui permanenza in Italia è vincolata al rinnovo periodico del permesso di soggiorno e quindi strutturalmente ricattabile. Il modello operata come dispositivo di disciplinamento diffuso, i cui effetti si coglieranno nel medio periodo – nel salto di qualità della precarizzazione della condizione migrante. Ha ridefinito le gerarchie dell’esclusione, stabilendo chi può restare e a quali condizioni, e ha ribadito la funzione strutturale della paura come strumento di regolazione del lavoro vivo e, più in generale, dei rapporti sociali. Sul piano europeo, il modello ha sdoganato la possibilità del confinamento extraterritoriale, rendendo dicibile e praticabile ciò che fino a poco tempo prima apparteneva al registro dell’utopia punitiva. Il dibattito europeo sui return hubs – pur muovendosi entro logiche parzialmente differenti – si inscrive nella stessa grammatica politica del “modello Albania”. Le coordinate di quella discussione hanno preso forma proprio dopo l’avvio dell’esperimento albanese e ne portano il segno. I centri di Gjadër e Shëngjin hanno aperto uno spazio discorsivo e politico in cui l’idea di estendere il trattenimento oltre il territorio dell’Unione è divenuta pensabile, negoziabile e organizzabile. LA VIOLENZA NORMATIVA COME METODO La produttività del modello si misura anche sul piano giuridico. In dodici mesi il governo italiano ha mostrato una capacità inedita di piegare la legalità ai propri obiettivi di contenimento. Decretazione frenetica e contraddittoria, trasferimenti privi di provvedimenti individuali, norme riscritte per tenere in vita un impianto già imploso: singole fratture che, sommate, disegnano un metodo. La violenza normativa del modello non si esprime più nella semplice violazione delle regole, ma nella produzione sistematica di un diritto incoerente, spesso posto fuori e contro la gerarchia delle fonti. La frase di Antonio Tajani sulla guerra a Gaza – «il diritto internazionale conta fino a un certo punto» – riassume perfettamente questa logica. Nel “modello Albania” la stessa razionalità prende corpo: la legalità vale finché non ostacola la volontà di confinare. SMONTARE IL PROGETTO Oggi i centri albanesi operano a capacità minima. Il governo non può farli funzionare a pieno regime – pena nuove censure giudiziarie – ma non intende chiuderli, per non ammettere la sconfitta. L’esperimento resta sospeso in un limbo che ne prolunga l’efficacia simbolica. A questo punto la questione non è più se il modello “funzioni”, ma come possa essere smontato. Non basta la critica, né la cronaca delle sue derive: serve un’azione collettiva che intrecci contenzioso strategico, monitoraggio indipendente e mobilitazione politica. In questa cornice, la mobilitazione indetta dal Network Against Migrant Detention – la rete transnazionale che promuove l’abolizione del trattenimento su scala europea – assume un significato decisivo. Interviste/CPR, Hotspot, CPA «IL “MODELLO ALBANIA” È UN DISPOSITIVO DI PUNIZIONE E DETERRENZA» Intervista a Francesco Ferri di ActionAid Redazione 24 Aprile 2025 Le giornate di azione previste tra Tirana, Shëngjin e Gjadër il 31 ottobre, l’1 e il 2 novembre per il secondo anniversario dell’accordo, sono un’occasione importante  per condensare energie collettive e per porre con forza la questione del superamento radicale del modello. Questa iniziativa si inserisce nel solco delle molte già in corso: dal monitoraggio promosso dal Tavolo Asilo e Immigrazione, all’attività istituzionale a diversi livelli, passando per le mobilitazioni della società civile albanese. Ognuno di questi ambiti, con i propri strumenti e linguaggi, può compiere un salto di scala decisivo: rafforzare la critica e la contestazione con l’obiettivo esplicito della chiusura. Il contesto politico in cui si muove questa azione è definito. In vista di giugno 2026, quando il Patto europeo sulle migrazioni sarà operativo, il “modello Albania” si trova di fronte a un bivio decisivo: rischia di essere integrato, in forme rinnovate, nel nuovo assetto europeo. Chiuderlo prima di quella data è una sfida decisiva: è indispensabile impedire che la sua logica si consolidi, si normalizzi e riemerga sotto altre vesti. È questo il compito politico dei prossimi mesi. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA DALL’ALBANIA ALL’EUROPA: ABOLIAMO I CENTRI DI DETENZIONE  L'1 e 2 novembre 2025 una nuova mobilitazione in Albania promossa dal Network Against Migrant Detention 27 Settembre 2025 1. Meloni sui centri in Albania:“Funzioneranno, dovessi passarci ogni notte fino alla fine del governo”, TgLa7 ↩︎ 2. Prima visita dei Garanti Anastasìa e Calderone al Cpr di Gjader (30 luglio 2025) ↩︎