Quando la disumanità diventa legge
LISA HUTTENLOCHER 1
I tempi si fanno sempre più duri. Ciò che prima rappresentava l’eccezione, ormai
è la realtà amara e consolidata del contesto europeo delle migrazioni e
dell’asilo.
Per lungo tempo, l’opinione pubblica è stata dominata da immagini di campi
disumani, di persone disperate alle frontiere esterne dell’Europa e di corpi
esanimi nel Mediterraneo. Incendi come quello del campo di Moria, in Grecia,
sono diventati simboli emblematici del fallimento politico e morale dell’Europa.
Eppure, l’indignazione pubblica si è visibilmente affievolita.
Questo pericoloso processo di assuefazione è osservabile anche in Germania. I
respingimenti illegali, la sistematica privazione dei diritti e le condizioni
disumane di accoglienza delle persone in cerca di protezione oggi raramente
suscitano proteste diffuse.
Ciò che solo pochi anni fa avrebbe provocato uno scandalo viene ormai accolto
con indifferenza.
Questa normalizzazione non è casuale, ma il risultato di uno spostamento
deliberato e di lungo periodo del discorso politico verso destra.
Nel 2025 la Germania ha commemorato i “10 anni dall’Estate della migrazione”,
ricordando il breve periodo in cui la solidarietà e la disponibilità
all’accoglienza dei rifugiati sembravano, almeno temporaneamente, egemoniche. Le
parole della cancelliera Angela Merkel (CDU), «Ce la possiamo fare», divennero
un punto di riferimento politico.
Negli anni successivi, tuttavia, la crescente pressione e le campagne d’odio
portate avanti da attori dell’estrema destra, come il movimento razzista PEGIDA
e il partito AfD (Alternativa per la Germania), hanno profondamente modificato
il panorama politico.
Dieci anni dopo, ci troviamo in una situazione completamente diversa. Nel 2023,
il cancelliere Olaf Scholz (SPD) in un’intervista ha di fatto sostituito il «Ce
la possiamo fare» con l’obiettivo di «finalmente deportare su larga scala» anche
in Germania. Insieme ai partiti cosiddetti democratici, ciò ha aperto la strada
a un ulteriore inasprimento del sistema tedesco di asilo e migrazione.
Nello stesso anno, avveniva un incontro segreto a Potsdam tra esponenti
dell’estrema destra, politici dell’AfD e della CDU conservatrice, in cui è stato
discusso un cosiddetto “Masterplan per la Remigrazione”: la raccolta in un unico
documento delle peggiori fantasie deportazioniste dell’élite dell’estrema destra
tedesca.
Un’inchiesta di Correctiv ha svelato l’incontro e innescato proteste di massa in
tutto il Paese sotto lo slogan “Firewall against the right” (“Facciamo muro
contro la destra”). Queste mobilitazioni hanno dimostrato che una maggioranza
della società rifiuta uno spostamento politico a destra e qualsiasi forma di
collaborazione con l’AfD.
Tuttavia, le proteste si sono gradualmente spente e alla breve fase di
mobilitazione sociale è seguita una realtà disillusa: non si è prodotto alcun
cambiamento politico concreto o duraturo.
Al contrario, l’attentato di matrice islamista a Solingen nell’agosto 2024 è
stato strumentalizzato politicamente per alimentare nuovamente odio e
incitamento contro le persone migranti e per giustificare ulteriori restrizioni
e controlli alle frontiere.
Oggi la Germania è governata dal cancelliere Friedrich Merz (CDU), che ricorre
ripetutamente a narrazioni razziste, prende deliberatamente di mira e
intimorisce la società civile e adotta elementi centrali dell’agenda migratoria
dell’estrema destra dell’AfD.
Parallelamente, si sta diffondendo un profondo senso di rassegnazione. Molte
persone politicamente impegnate vivono il dibattito su migrazione e asilo come
una lotta contro i mulini a vento.
Le risposte solidali alle crisi sono diventate rare e i finanziamenti per
progetti legati alla migrazione, soprattutto nella Germania orientale, subiscono
costanti tagli. Invece di difendere gli standard dei diritti umani, i decisori
politici cercano sempre più di compiacere le forze conservatrici e di destra.
Lo standard minimo di ciò che è considerato legittimo e pubblicamente
accettabile si è sempre più abbassato fino a raggiungere l’obiettivo: anche la
Germania si sta allineando a una più ampia tendenza europea verso destra.
L’estrema destra è riuscita a rendere la migrazione uno scandalo continuo,
ottenendo importanti successi elettorali ed esercitando un’influenza duratura
sul discorso politico. I partiti conservatori, socialdemocratici e liberali
hanno seguito questa direzione anziché opporvisi con decisione.
Che questo processo comporti una progressiva erosione dei diritti fondamentali e
umani ha scarsa rilevanza nel dibattito pubblico.
Con la riforma del Sistema Europeo Comune di Asilo (Common European Asylum
System – CEAS) [In Italia conosciuto come Nuovo Patto UE su Migrazione e Asilo,
n.d.t.], questo corso verrà ulteriormente intensificato entro la metà dell’anno.
Procedure più rapide, campi chiusi alle frontiere esterne, condizioni
assimilabili alla detenzione all’interno degli Stati membri e il progressivo
svuotamento del diritto individuale all’asilo sono ormai all’orizzonte. La
questione non è più quanto sia umana la politica migratoria europea, ma quanta
inumanità sia ormai considerata normale.
IL NUOVO CEAS IN GERMANIA – LA DETENZIONE COME NORMALITÀ QUOTIDIANA
Entro giugno di quest’anno, le riforme del CEAS dovranno essere attuate in tutti
gli Stati membri dell’UE. Ciò che è stato preparato gradualmente negli ultimi
anni viene ora recepito integralmente nel diritto nazionale, rendendo vincolanti
profonde restrizioni al diritto d’asilo.
Le organizzazioni della società civile hanno già duramente criticato
l’attuazione. Pro Asyl definisce il CEAS «la più grave restrizione del diritto
d’asilo degli ultimi 30 anni». La deputata della Sinistra Janine Wissler parla
di una «abolizione di fatto del diritto fondamentale all’asilo».
In Germania, negli ultimi mesi si sono moltiplicate le proposte, provenienti da
ambienti conservatori fino all’estrema destra, per inasprire ulteriormente le
restrizioni previste dal CEAS. Che le condizioni di vita delle persone
richiedenti asilo nei campi assomiglino sempre più a una detenzione è ormai una
realtà consolidata. La deputata della Sinistra Clara Bünger ha affermato che, in
base alle disposizioni previste dal CEAS, «la detenzione nelle procedure d’asilo
diventerà la norma».
Nell’ambito dell’attuazione del nuovo CEAS, in Germania dovrebbero essere
istituiti i cosiddetti “centri di migrazione secondaria”. Queste strutture sono
destinate ad accogliere le persone soggette alla procedura di Dublino, per
garantendo allo Stato di procedere costantemente alla loro deportazione verso il
Paese UE di prima registrazione.
Ufficialmente, tali centri non sono classificati come luoghi di detenzione.
Tuttavia, un’analisi più attenta delle norme mostra chiaramente che si tratta di
una detenzione de facto. Le persone che vi alloggiano sono già sottoposte a
controlli rigorosi: obbligo di registrazione in entrata e in uscita,
sorveglianza continua e impossibilità di decidere liberamente quando e come
lasciare la struttura. Queste pratiche comportano gravi restrizioni della
libertà personale.
Ora, anche infrazioni minime possono essere sufficienti per classificare una
persona come “a rischio di fuga”. Chi non rispetta con precisione gli obblighi
di comunicazione o si assenta per alcuni giorni dall’indirizzo registrato
rischia ordini di detenzione e l’incarcerazione immediata.
La detenzione viene così sempre più normalizzata come strumento di controllo
all’interno delle procedure d’asilo. Particolarmente allarmante è il dibattito
sui casi in cui anche minori potrebbero essere collocati in strutture di
detenzione o assimilabili alla detenzione, cinicamente giustificate in nome del
“superiore interesse del minore”.
Come una detenzione de facto possa costituire un ambiente protettivo per dei
minori resta del tutto incomprensibile. Al contrario, è plausibile che questo
possa generare traumi, mettere a rischio il generale benessere dei minori e che
possa anche arrecare gravi danni al loro sviluppo psicologico.
Accanto ai centri di migrazione secondaria, si discute anche dell’istituzione
dei cosiddetti “return hubs”. Queste strutture dovrebbero sorgere in Paesi terzi
per bloccare le persone, processare le loro domande d’asilo ed eventualmente
espellerle ancor prima che raggiungano il territorio dell’UE. Il ministro
dell’Interno Alexander Dobrindt (CDU) cita come modello l’illegittimo accordo
Meloni-Rama, definendolo «innovativo».
Ancora una volta emerge uno schema ben noto della politica migratoria europea:
la responsabilità viene esternalizzata, i problemi sono spostati geograficamente
– lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Che l’attuazione di queste misure
comporterà con ogni probabilità ulteriori violazioni del diritto è già
prevedibile osservando le attuali pratiche di detenzione amministrativa in
Germania.
LO STATO ATTUALE DELLA DETENZIONE AMMINISTRATIVA
Già oggi, il numero di detenzioni illegittime è talmente elevato da costituire
un atto d’accusa contro uno Stato che si definisce fondato sullo Stato di
diritto. La detenzione amministrativa riguarda persone considerate “obbligate
per legge a lasciare il Paese” e ulteriormente classificate come “a rischio di
fuga”.
Le autorità spesso presumono tale rischio sulla base di violazioni anche minime
di obblighi di comunicazione. La detenzione non serve a proteggere le persone
coinvolte, ma esclusivamente a garantire un accesso ai loro corpi rapido e
continuo per eseguire le deportazioni in modo efficiente. A seconda dei casi, la
privazione della libertà può durare fino a 18 mesi.
Particolarmente allarmante è la frequenza con cui queste detenzioni vengono
disposte in modo illegittimo. I dati al riguardo non sono raccolti dallo Stato,
ma da avvocati e attivisti impegnati nella tutela dei detenuti. In particolare,
l’avvocato Peter Fahlbusch, che rappresenta persone detenute dal 1998, ha
riscontrato che quasi la metà dei casi da lui seguiti presentava irregolarità
almeno parziali.
L’ex giudice della Corte Federale di Giustizia Johanna Schmidt-Räntsch ha
rilevato che circa l’85% dei casi arrivati alla Corte è stato deciso in modo
illegittimo. Le violazioni avvengono spesso ai livelli giudiziari più bassi:
errori formali nei provvedimenti di detenzione, motivazioni insufficienti o la
semplice ignoranza della normativa vigente da parte dei tribunali locali e
regionali portano alla privazione della libertà senza una base legale.
A ciò si aggiunge la frequente mancanza di accesso a una difesa legale
qualificata. Sebbene il governo guidato da Olaf Scholz (SPD) avesse introdotto
il diritto alla rappresentanza legale obbligatoria per le persone in detenzione
amministrativa, questa misura è stata sospesa solo due anni dopo sotto il
cancellierato di Friedrich Merz (CDU) e sarà eliminata definitivamente entro
giugno 2026.
La giustificazione fornita dal ministro dell’Interno Alexander Dobrindt (CDU)
suggerisce o un’opera deliberata di disinformazione o una profonda
incomprensione su questioni di sua competenza. Secondo Dobrindt, gli avvocati
obbligatori impedirebbero le deportazioni.
In realtà, il loro unico compito è verificare la legittimità della detenzione.
Con la rimozione del diritto alla difesa, le persone verranno private della
libertà senza alcuna garanzia legale. Come già accade, questa responsabilità
verrà scaricata sulle strutture di volontariato e sui gruppi informali di
persone solidali, spesso privi di una formazione giuridica adeguata.
Dal punto di vista politico, la realtà della detenzione amministrativa viene
sistematicamente minimizzata. Quando, ad esempio, la ministra dell’Interno dello
Schleswig-Holstein Sabine Sütterlin-Waack (CDU) descrive la detenzione come
«alloggio meno libertà», all’opinione pubblica viene proposta un’immagine che ha
ben poco a che fare con la realtà.
Le condizioni effettive sono caratterizzate dall’isolamento: divieto di utilizzo
degli smartphone, contatti con l’esterno fortemente limitati, spesso solo un’ora
d’aria al giorno e severe restrizioni alle visite. Le barriere linguistiche
ostacolano ulteriormente le relazioni sociali tra le persone detenute.
Le segnalazioni di cure mediche inadeguate sono diffuse: i problemi di salute
vengono spesso minimizzati e il trattamento si riduce a sedativi o analgesici
standard. Atti di autolesionismo e tentativi di suicidio non sono rari.
Nel centro di detenzione amministrativa di Pforzheim, una persona detenuta è
recentemente morta suicida – un evento che non ha ricevuto alcuna attenzione
mediatica.
L’enorme espansione della detenzione amministrativa contrasta fortemente con la
sua dubbia efficacia. Attualmente la Germania gestisce 15 centri di detenzione e
altri tre sono attualmente in costruzione. Questi progetti comportano costi
enormi.
A Volkstedt, in Sassonia-Anhalt, i costi di costruzione di una nuova struttura
sono saliti a circa 34 milioni di euro – circa 1,2 milioni di euro per ogni
posto disponibile. Allo stesso tempo, la Rete Europea per la Migrazione (EMN),
finanziata dall’UE, osserva in un rapporto che esistono pochi dati affidabili
sull’effettiva efficacia della detenzione amministrativa rispetto alle
alternative.
Il continuo investimento massiccio nelle infrastrutture detentive, nonostante
queste lacune, suggerisce che l’obiettivo sia meno il rispetto delle procedure
legali e più il controllo simbolico: dimostrare capacità statale a un’opinione
pubblica spaventata e alimentare la narrazione del controllo sulla “migrazione
irregolare”.
La privazione della libertà diventa così uno strumento ordinario della politica
migratoria, a scapito di persone la cui sofferenza viene ridotta a una nota a
margine nel dibattito politico.
SOLIDARIETÀ SENZA CONFINI
Nei dibattiti attuali sul CEAS, sulla detenzione amministrativa e sul controllo
delle migrazioni, un fatto essenziale viene quasi completamente ignorato: queste
politiche riguardano esseri umani. Persone con biografie, famiglie, amicizie,
speranze e visioni per il futuro.
Bambini la cui vita è segnata dalla detenzione, dai campi e da un’incertezza
permanente. Persone che sono fuggite da persecuzioni e che avrebbero dovuto
trovare protezione, ma che vengono invece ridotte a fascicoli amministrativi e
numeri di pratica.
Le riforme mirano meno alla tutela dei diritti umani e più alla costruzione di
un apparato burocratico che pretende di controllare la “migrazione di massa”. In
questo sistema, le sorti degli individui perdono qualsiasi importanza.
Le persone bisognose di protezione vengono trattate sempre più come oggetti
della burocrazia statale, piuttosto che come soggetti titolari di diritti. Non
si tratta di un effetto collaterale, ma dell’espressione propria della svolta
autoritaria nella politica migratoria europea.
Contrastare questo sviluppo richiede solidarietà attiva e un impegno
antifascista coerente a tutti i livelli. Le forze liberali e democratiche non
dovrebbero nutrire illusioni: la situazione politica continuerà a peggiorare nei
prossimi anni. In Germania, l’AfD è in crescita e la sua prima partecipazione a
un governo regionale potrebbe diventare realtà già dalla fine dell’estate in
Sassonia-Anhalt.
La normalizzazione delle narrazioni di destra ha ormai penetrato profondamente
il centrismo politico.
Allo stesso tempo, esistono strutture solidali di contrasto che più che mai
necessitano di visibilità e sostegno. Le reti di supporto attorno alla
detenzione amministrativa si reggono quasi esclusivamente sull’impegno
volontario.
Eppure si tratta di un lavoro che richiede tempo ed è emotivamente estenuante.
Spesso passano mesi, se non anni, prima che le persone attiviste acquisiscano le
conoscenze necessarie per individuare violazioni legali, fallimenti politici e
abusi istituzionali.
Ancora più significativi sono quindi i momenti in cui si riesce a ottenere il
rilascio di una persona prima della sua deportazione. Questi successi contano –
ma sono solo tregue temporanee. Anche fuori dalla detenzione, le persone restano
costantemente esposte al rischio di una nuova detenzione o di una deportazione.
In molti casi poi, è stata riconosciuta formalmente l’illegittimità della
detenzione solo dopo che le persone erano state deportate.
La detenzione amministrativa è quasi assente dal dibattito pubblico. Decisioni
politiche di grande portata e l’enorme entità delle violazioni giuridiche
vengono raramente discusse al di fuori di nicchie di esperti. Le prospettive
delle persone coinvolte – le loro storie e le esperienze disumanizzanti della
detenzione – sono in gran parte assenti dalle narrazioni pubbliche.
È quindi fondamentale dare maggiore visibilità e spazio alle persone
direttamente colpite e ai gruppi a loro solidali. Sono i soli attori veramente
esperti di questa pratica lesiva dei diritti umani e hanno bisogno di
piattaforme per prendere parola e sensibilizzare l’opinione pubblica.
Attraverso la recente costituzione dell’Associazione federale per il sostegno
alle persone in detenzione amministrativa (BUMAH), gli interessi e le esperienze
dei gruppi locali di supporto vengono ora raccolti e resi pubblicamente
accessibili.
La solidarietà non deve fermarsi ai confini nazionali. Nel più ampio contesto
europeo, il lavoro di rete transnazionale è fondamentale. Alleanze come il
Network Against Migrant Detention (NAMD) permettono di rendere visibili le
diverse realtà dei vari Paesi, facilitano lo scambio di competenze nelle
pratiche di solidarietà e consentono di organizzarsi oltre i confini. Di fronte
a politiche europee di esclusione sempre più coordinate, tale cooperazione è
indispensabile.
È necessario continuare a monitorare e a denunciare costantemente gli abusi, a
nominare le ingiustizie e, soprattutto, a fare in modo che le persone colpite
non siano lasciate sole.
1. Lisa Huttenlocher è un’attivista e fa parte di un gruppo di contatto che si
occupa della resistenza a livello europeo contro la detenzione delle persone
migranti.
↩︎