L’ecosistema estrattivo della finanza globaleMONOPOLI, ASIMMETRIE FISCALI, EROSIONE DEMOCRATICA. CONSIDERAZIONI A PARTIRE DAL
LIBRO DI ALESSANDRO VOLPI, LA FINANZA È COLPEVOLE. STORIA E CRONACHE DALL’ABISSO
(EINAUDI)
Foto di Chris Liverani su Unsplash
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Negli ultimi tre decenni l’economia mondiale ha subito una metamorfosi profonda,
scivolando silenziosamente dall’era del capitalismo produttivo industriale a
quella di un’egemonia finanziaria totalizzante. Il baricentro del sistema si è
spostato in modo lineare e aggressivo dalla produzione di beni tangibili e
dall’economia reale verso una pervasiva finanziarizzazione dei mercati. In
questo nuovo assetto, la generazione di valore non è più legata alla creazione
di posti di lavoro, all’innovazione tecnologica o alla fornitura di servizi
essenziali alla collettività, bensì all’estrazione sistematica e parassitaria di
rendite finanziarie. Ci troviamo di fronte a una transizione in cui la finanza
si è impossessata del risparmio del nostro Paese e ne ha fatto lo strumento per
innumerevoli speculazioni. Questa mutazione antropologica ed economica ha
trasformato delle grandi corporazioni in veicoli liquidi finalizzati alla
massimizzazione dei dividendi e all’implementazione di pratiche puramente
speculative, quali i buyback azionari, subordinando ogni strategia al principio
del valore per gli azionisti a brevissimo termine. Il capitale ha cessato di
essere un volano per il benessere collettivo e la crescita sociale per
tramutarsi in un dispositivo estrattivo globale che drena metodicamente
liquidità dai settori produttivi locali per riversarla nei circuiti delle borse
internazionali, lasciando dietro di sé territori impoveriti e società
frammentate.
La più significativa e inquietante innovazione strutturale di questo scenario
risiede nella straordinaria concentrazione di capitale monopolistico nelle mani
di pochissimi colossi privati transnazionali. I cosiddetti “Big Three” —
BlackRock, Vanguard e State Street — non agiscono più come semplici intermediari
del risparmio o gestori passivi di fondi comuni, ma detengono un controllo
proprietario e decisionale trasversale senza precedenti nella storia
dell’umanità. Attraverso una fitta e impenetrabile rete di partecipazioni
incrociate, questi mega-fondi gestiscono quote azionarie di blocco e di
controllo nelle principali imprese concorrenti all’interno dello stesso settore.
Questa configurazione altera radicalmente, fino ad annullarle, le tradizionali
dinamiche competitive descritte dai manuali di economia, esautorando i
meccanismi del libero mercato a favore di un cartello globale. I consigli di
amministrazione delle multinazionali, delle aziende energetiche e delle catene
di servizi rispondono ormai a un unico e medesimo padrone, il cui solo obiettivo
è la remunerazione del capitale investito.
L’evidenza empirica e drammatica di questo fenomeno emerge con assoluta
chiarezza dall’analisi della mappa azionaria e della governance di Piazza Affari
in Italia. Secondo i dati ufficiali e le rilevazioni delle comunicazioni Consob
sulle partecipazioni rilevanti, BlackRock ha consolidato una presenza pervasiva,
silente ed egemonica nei settori più delicati e strategici dell’economia
italiana, controllando quote di voto che influenzano direttamente le nomine, i
piani industriali e i destini occupazionali dei principali istituti di credito e
dei colossi industriali e infrastrutturali nazionali. Nel specifico comparto
bancario e creditizio, la presenza del colosso statunitense guidato da Larry
Fink è ormai dominante: in UniCredit controlla una quota complessiva dell’8,92%,
in Intesa Sanpaolo detiene una partecipazione strategica pari al 7,30%, in Banco
BPM la quota si attesta al 5,03%, in BPER Banca controlla il 5,00% e in Monte
dei Paschi di Siena (MPS) presidia l’istituto con il 3,51% delle quote
azionarie. Al di fuori del settore strettamente bancario, la diversificazione di
BlackRock si estende come una piovra sulle infrastrutture di rete, sui colossi
energetici pubblici e sull’industria della difesa, configurando un quadro di
controllo trasversale: detiene il 6,96% di Enel, il 5,78% di Prysmian, presidia
le reti strategiche di Terna, Snam e Telecom Italia con partecipazioni stabili
superiori al 5,00%, possiede il 3,70% di Italgas, il 5,16% di Rai Way, il 10,00%
di EI Towers e ha rilevato una quota superiore al 3,00% in Leonardo, una
presenza che solleva enormi interrogativi geopolitici pur essendo stata
parzialmente arginata e vigilata dalle autorizzazioni governative tramite
l’esercizio dei poteri speciali di Golden Power.
L’impatto di questa architettura oligopolistica sui tessuti socio-economici
locali trova un solido e rigoroso riscontro nelle formulazioni teoriche dei
maiores economisti critici e pensatori sociali internazionali, che da anni
denunciano la deriva del neoliberismo deregolamentato. L’analisi della
polarizzazione della ricchezza rispecchia in modo millimetrico la storica
divergenza espressa dall’equazione fondamentale del capitale formulata da Thomas
Piketty: quando il tasso di rendimento del capitale (\(r\)) supera costantemente
e strutturalmente il tasso di crescita economica e dei salari (\(g\)), la
ricchezza tende a concentrarsi in modo esponenziale e automatico nelle mani dei
detentori di asset finanziari, a scapito di chi vive esclusivamente di redditi
da lavoro. I mercati finanziarizzati hanno istituzionalizzato e legalizzato il
sorpasso della rendita sul salario, esternalizzando il risparmio accumulato
dalle famiglie italiane verso portafogli globali ad alto rendimento speculativo,
impoverendo l’economia reale e gli investimenti pubblici sul territorio.
A questa lettura quantitativa si aggiunge lo sguardo etico ed economico del
Premio Nobel Amartya Sen, il cui approccio basato sulle capacità (capability
approach) offre una chiave di lettura fondamentale per comprendere i danni umani
della finanziarizzazione. Per Sen, lo sviluppo economico di una nazione non si
misura attraverso la mera crescita del PIL o l’efficienza astratta degli indici
di borsa, bensì attraverso la reale espansione delle libertà sostanziali delle
persone, ovvero la loro capacità di condurre la vita che hanno ragione di
scegliere. La finanza agisce come il principale fattore di distruzione delle
“capacità” individuali e collettive. Quando i grandi fondi d’investimento
impongono criteri di redditività astratti, privano le persone dell’accesso a un
lavoro dignitoso, alla stabilità esistenziale e alla sicurezza sociale,
riducendo gli esseri umani a semplici variabili d’adeguamento di un algoritmo
finanziario e limitando la loro libertà d’azione e di realizzazione.
Se la dottrina neoliberista ortodossa continua a postulare l’efficienza
intrinseca e l’autoregolazione dei mercati deregolamentati, un altro Premio
Nobel, Joseph Stiglitz, ne scardina definitivamente le fondamenta logiche
dimostrando l’inevitabilità dei fallimenti sistemici in presenza di asimmetrie
informative e di radicali disparità di potere. Stiglitz definisce la deriva
contemporanea come un’economia malata, basata sulla pura ricerca della rendita
(rent-seeking). La speculazione finanziaria internazionale non crea nuova
ricchezza diffusa, ma opera catturando le istituzioni politiche e regolatorie
per erigere barriere monopolistiche a protezione dei propri privilegi,
strutturando un mercato profondamente ingiusto in cui il rischio sistemico viene
puntualmente socializzato attraverso drammatici salvataggi pubblici a carico dei
contribuenti, mentre i profitti eccezionali vengono interamente e privatamente
incamerati a vantaggio dell’oligarchia finanziaria.
Il fondamento filosofico della redistribuzione della ricchezza trova la sua
massima espressione in John Rawls e nel suo fondamentale principio di differenza
espresso in Una teoria della giustizia. Rawls dimostra che le disuguaglianze
sociali ed economiche sono legittime solo se producono il maggior beneficio
possibile per i membri meno avvantaggiati della società. L’architettura
finanziaria odierna, che sottrae il risparmio diffuso per concentrarlo nelle
mani dei gestori di fondi americani, rappresenta l’esatto opposto della
giustizia redistributiva rawlsiana. Dietro il “velo d’ignoranza” di Rawls,
nessuna società razionale sceglierebbe un sistema fiscale che tassa il lavoro
dipendente e i pensionati con aliquote marginali fino al 43%, lasciando la
speculazione finanziaria parassitaria a un’aliquota piatta del 26%. La
tassazione progressiva e la redistribuzione non sono atti di carità, ma
imperativi di giustizia strutturale necessari per garantire l’equa uguaglianza
delle opportunità e impedire che la concentrazione monopolistica del capitale
distrugga la base cooperativa della società.
Questo squilibrio strutturale mina alla radice la sfera pubblica e i processi
democratici, come evidenziato dalle analisi filosofiche di Jürgen Habermas. La
finanziarizzazione e la sottomissione della politica ai mercati finanziari
rappresentano una forma violenta di “colonizzazione del mondo della vita” da
parte degli imperativi sistemici del capitale. Habermas denuncia come le
decisioni tecnocratiche imposte dai mercati e dai consigli di amministrazione
dei grandi fondi sottraggono i temi decisivi — come la tassazione, il welfare e
la gestione dei beni comuni — al dibattito pubblico e al consenso democratico
basato sull’agire comunicativo. I governi, imbrigliati dai vincoli dei mercati
finanziari e dal ricatto dello spread, cessano di rispondere alla volontà dei
cittadini per rispondere ai criteri di rating dei fondi speculativi. La
democrazia viene svuotata della sua sostanza discorsiva e deliberativa,
riducendosi a un simulacro istituzionale dove il suffragio universale non ha più
il potere di modificare le scelte macroeconomiche fondamentali.
La tesi della redistribuzione trova storicamente manforte anche nel pensiero di
economisti e sociologi del calibro di Anthony Atkinson e James Meade. Atkinson,
tra i massimi studiosi delle disuguaglianze, ha dimostrato come la
concentrazione del capitale non sia un destino economico ineluttabile, ma il
risultato di scelte politiche reversibili, proponendo una tassazione fortemente
proggressiva sulle eredità e sui redditi da capitale. Prima di lui, il Premio
Nobel James Meade aveva teorizzato la necessità di una “democrazia
proprietaria”, in cui la proprietà del capitale deve essere radicalmente diffusa
tra i cittadini per impedire che l’automazione e l’oligopolio concentrino tutto
il potere nelle mani di una ristretta élite finanziaria, azzerando i diritti
sociali e i salari.
Il progressivo e violento trasferimento del potere decisionale dalle istituzioni
democratiche e dai parlamenti eletti verso i consigli di amministrazione
blindati dei colossi finanziari transnazionali rappresenta una minaccia
esistenziale e imminente per la tenuta dei sistemi democratici. Questa deriva
oligarchica è l’asse portante della durissima critica politica e sociale
promossa da Bernie Sanders. egli denuncia come la concentrazione ipertrofica
della ricchezza permetta a un ristretto e autoreferenziale nucleo di miliardari
e gestori di fondi speculativi di esercitare un diritto di veto di fatto sulle
riforme strutturali degli Stati sovrani, condizionando pesantemente le campagne
elettorali, il dibattito pubblico e l’andamento della legislazione fiscale
attraverso lobbismo di pressione. La finanziarizzazione svuota il suffragio
universale del suo potere sostanziale e della sua dignità: i cittadini votano,
ma l’azione dei governi resta perennemente imbrigliata e ridotta a una mera
gestione tecnica e notarile delle compatibilità macroeconomiche e delle riforme
lacrime e sangue imposte dai mercati, dai grandi fondi e dalle agenzie di
rating.
La pervasività totalizzante dei grandi fondi d’investimento determina inoltre
una profonda e dolorosa mutazione nell’erogazione dei servizi e nella tutela dei
diritti sociali fondamentali, che cessano di essere pilastri di cittadinanza per
diventare merci. L’ingresso dei grandi fondi speculativi e dei gestori
patrimoniali nella proprietà e nel controllo di infrastrutture critiche, catene
sanitarie private, mercati immobiliari residenziali e multinazionali
farmaceutiche impone a questi comparti vitali una rigida e spietata logica di
massimizzazione del profitto nel breve periodo. I diritti costituzionali
all’assistenza sanitaria, all’abitare, all’istruzione e all’accesso ai beni
comuni vengono cinicamente ridefiniti come asset class finanziarie
standardizzate da scambiare sui mercati dei derivati. Le conseguenze
microeconomiche dirette si traducono in politiche aziendali aggressive di
riduzione dei costi operativi, compressione selvaggia dei salari reali dei
dipendenti, esternalizzazione a catena e precarizzazione dei rapporti di lavoro
per ottimizzare le relazioni trimestrali di bilancio. A questo si aggiunge
l’incremento speculativo e intollerabile delle tariffe dei servizi primari e dei
costi degli affitti residenziali nelle grandi città, un fenomeno del tutto
disconnesso dalle reali capacità d’acquisto e dalle retribuzioni della
popolazione locale, che si trova spinta verso nuove forme di povertà e
marginalità.
Per comprendere appieno la gravità del quadro descritto e la natura delle
riforme urgenti, è necessario ripercorrere l’evoluzione storica del pilastro
della giustizia fiscale in Italia: l’Articolo 53 della Costituzione. Approvato
dall’Assemblea Costituente sotto la spinta di visioni redistributive cristiane,
socialiste e comuniste, l’articolo stabilisce due principi indissolubili:
l’obbligo di concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità
contributiva e l’imperativo che il sistema tributario sia interamente informato
a criteri di progressività. Durante il dibattito costituente, figure come
Salvatore Scoca chiarirono che la progressività fiscale non serviva
semplicemente a finanziare lo Stato, ma rappresentava lo strumento cardine per
compensare e correggere l’impatto regressivo delle imposte indirette e dei
consumi che gravavano sproporzionatamente sulle classi meno abbienti. Nei primi
decenni della Repubblica, questo dettato costituzionale trovò la sua massima
espressione con la grande riforma tributaria degli anni Settanta e
l’introduzione dell’IRPEF, concepita originariamente con ben 32 scaglioni di
reddito e un’aliquota marginale massima che toccava il 72% per i redditi più
elevati. La tassazione era intesa come un patto di solidarietà sociale
(collegato agli articoli 2 e 3 della Carta) per finanziare la nascita della
scuola pubblica, delle infrastrutture e del Servizio Sanitario Nazionale.
Tuttavia, gli ultimi tre decenni di deregolamentazione hanno inferto un colpo
mortale a questo disegno. Sotto la spinta di dottrine neoliberiste e di quello
che viene definito il “fisco amico” dei miliardari, la progressività è stata
progressivamente smantellata. Gli scaglioni IRPEF sono stati ridotti
drasticamente nel tempo fino ad appena tre scaglioni effettivi, appiattendo il
prelievo sui redditi medio-alti. Ma il vero e proprio tradimento dell’Articolo
53 risiede nell’erosione sistematica e strutturale della base imponibile: quote
crescenti di ricchezza sono state sottratte alla progressività ordinaria per
essere recintate in regimi speciali di flat tax e cedolari sostitutive. Oggi il
sistema italiano ha assunto un carattere clamorosamente regressivo al vertice
della piramide sociale: analisi macroeconomiche sull’aliquota effettiva totale
svelano che lo 0,1% più ricco della popolazione versa allo Stato un’aliquota
reale complessiva inferiore (circa il 34%) rispetto a un lavoratore dipendente
con un reddito medio di 35 mila euro (che sconta una pressione reale superiore).
La finanza e la rendita immobiliare e societaria si muovono in un paradiso di
esenzioni legalizzate, mentre il peso del welfare grava quasi interamente sulla
base del lavoro.
Un quadro che peggiora ulteriormente se si analizzano le architetture societarie
transnazionali utilizzate dai colossi economici controllati da questi fondi. I
paradisi fiscali non sono più esotiche isole tropicali, ma risiedono stabilmente
nel cuore del continente europeo, legalizzati da trattati comunitari strutturati
a favore delle grandi corporazioni. Paesi come il Lussemburgo e l’Olanda
agiscono come giganteschi aspiratori di base imponibile. Attraverso meccanismi
normativi permissivi come le holding di partecipazione, le esenzioni sui
dividendi (participation exemption) e i decreti fiscali preventivi riservati
(tax rulings), le multinazionali partecipate dai grandi fondi americani riescono
a spostare artificialmente i profitti generati in Italia verso queste
giurisdizioni a tassazione quasi azzerata. Società operative di Piazza Affari
pagano royalties miliardarie o interessi passivi fittizi a scatole vuote
legalmente registrate ad Amsterdam o a Lussemburgo Città, azzerando l’utile
tassabile nel nostro Paese. Questo drenaggio non solo impoverisce le casse dello
Stato italiano, privandolo delle risorse necessarie per finanziare la sanità e
la scuola pubblica, ma produce una concorrenza sleale e distruttiva nei
confronti delle piccole e medie imprese locali, che non dispongono delle risorse
legali per accedere a tali sofisticate strategie di elusione e subiscono
l’intero peso del carico fiscale domestico.
Se le leggi degli Stati proteggono fiscalmente i capitali speculativi e ne
agevolano il trasferimento transfrontaliero, l’ingegneria informatica fornisce
ai grandi fondi le armi tecnologiche per depredare istantaneamente il risparmio
diffuso. L’estrazione parassitaria di valore non avviene più tramite la
tradizionale compravendita di titoli basata sulle prospettive industriali a
lungo termine di un’azienda, ma attraverso l’High-Frequency Trading (HFT), una
modalità operativa totalmente automatizzata e guidata da algoritmi matematici e
sistemi di intelligenza artificiale di enorme potenza computazionale. I
supercomputer dei grandi asset manager, posizionati fisicamente a ridosso dei
server delle principali borse valori per ridurre i tempi di latenza, eseguono
milioni di transazioni finanziarie al secondo, sfruttando minuscole asimmetrie
temporali o micro-variazioni di prezzo del tutto invisibili e inaccessibili per
un operatore umano. Questi algoritmi agiscono secondo logiche prettamente
predatorie ed estrattive. Attraverso il front-running algoritmico, essi rilevano
l’ordine d’acquisto immesso da un fondo pensione territoriale o da un piccolo
istituto di risparmio italiano e, muovendosi in frazioni di millisecondo,
acquistano quel medesimo titolo un istante prima per poi rivenderlo
istantaneamente al risparmiatore a un prezzo gonfiato. Inoltre, generano ordini
fantasma che vengono immessi e cancellati in nanosecondi al solo scopo di
testare la profondità del mercato e manipolare la liquidità, provocando sbalzi
di prezzo repentini e artificiali che intaccano la stabilità dei titoli di Stato
italiani (BTP) o delle aziende quotate a Piazza Affari. Questo arbitraggio
predatorio sul risparmio nazionale significa che i flussi di liquidità che i
cittadini italiani affidano alle banche o ai canali postali vengono intercettati
da queste macchine ad alta frequenza, che estraggono frazioni di centesimo su
scala globale per miliardi di volte al giorno. Come rilevato nelle indagini di
Alessandro Volpi sull’instabilità dei mercati, queste immense masse di capitali
speculativi agiscono in modo cinico, lucrando sia sul rialzo sia sul drammatico
ribasso dei titoli aziendali o speculando direttamente sul costo dell’energia e
delle materie prime tramite i mercati dei derivati. L’High-Frequency Trading
rappresenta la definitiva e violenta separazione tra la finanza e l’economia
reale: una tecnologia totalizzante che consuma il risparmio degli individui
senza produrre un solo grammo di benessere sociale o innovazione, accelerando le
crisi sistemiche e l’instabilità delle economie nazionali a vantaggio esclusivo
dell’oligarchia computazionale di Wall Street.
Per disinnescare l’efficacia predatoria di questa architettura globale e
contrastare l’evasione e l’elusione sistematica legalizzata, la vasta produzione
scientifica di Alessandro Volpi — che spazia da La globalizzazione dalla culla
alla crisi (2014) a Storia del debito pubblico in Italia (2021), passando per il
lucido saggio Prezzi alle stelle. Non è inflazione, è speculazione (2023) fino a
I padroni del mondo (2024) — delinea una dottrina organica, coerente e
coraggiosa di riforma fiscale. Questa visione si pone in netta controtendenza
rispetto al trentennio di smantellamento progressivo dell’imposizione tributaria
sui grandi patrimoni. Il punto di partenza poggia su un dato empirico e
strutturale inopponibile analizzato dettagliatamente nel testo La mutazione
italiana (2023): nel panorama complessivo delle entrate tributarie dello Stato
italiano, ben 227 miliardi di euro sono interamente coperti dall’IRPEF, e di
questa immensa cifra quasi il 90% è interamente e ingiustamente a carico dei
soli lavoratori dipendenti e dei pensionati. Al contrario, il grande capitale,
le rendite finanziarie e i patrimoni dei super-ricchi risultano sostanzialmente
de-tassati o protetti da una fitta coltre di privilegi legali e scappatoie
normative. C’è un atto d’accusa durissimo contro la straordinaria responsabilità
della finanza e «l’indispensabile sostegno di politiche conniventi, a partire
dal tema decisivo della tassazione», evidenziando come la politica abbia
deliberatamente abdicato alla sua funzione costituzionale di redistribuzione
della ricchezza.
Le proposte di riforma sistemiche avanzate nei testi dell’autore si articolano
su tre pilastri cardine, concepiti per ripristinare il patto sociale e
restituire centralità alla giustizia distributiva e all’economia reale. In primo
luogo, viene esposta la necessità della totale integrazione dei redditi
finanziari nell’IRPEF progressiva: c’è una denuncia netta dell’ingiustizia
macroeconomica ed etica per cui le plusvalenze, i dividendi e i guadagni in
borsa subiscono oggi un’imposta sostitutiva fissa ad appena il 26%. Un
meccanismo che permette a chi vive di pura rendita finanziaria di pagare
un’aliquota enormemente inferiore rispetto a un lavoratore o a un pensionato
soggetto agli scaglioni IRPEF ordinari che superano il 40%. La proposta prevede
l’abolizione immediata di ogni regime cedolare sostitutivo per i redditi da
capitale, riconducendoli integralmente al cumulo fiscale e alla tassazione
progressiva legata ai criteri dell’Articolo 53 della Costituzione italiana. Per
frenare l’estrazione selvaggia attuata dall’algoritmo computazionale, a questa
misura si affianca la proposta di applicare una Tobin Tax profondamente rivista
e applicata in modo rigido e punitivo su tutte le transazioni di High-Frequency
Trading. Una micro-tassazione anche solo dello 0,5% applicata a livello
informatico su ogni singolo ordine immesso e cancellato in nanosecondi non
intaccherebbe minimamente gli investitori tradizionali a lungo termine, ma
renderebbe economicamente insostenibili e inefficienti le strategie di
arbitraggio predatorio delle macchine di Wall Street, generando al contempo un
gettito miliardario immediato da destinare alla spesa sociale. In secondo luogo,
si rende necessaria l’introduzione di un’imposta patrimoniale progressiva sui
grandi patrimoni: preso atto che l’1% più ricco della popolazione italiana
detiene ormai oltre il 25% della ricchezza nazionale complessiva, viene
teorizzata l’istituzione di un contributo di solidarietà annuale, fortemente
progressivo, mirato specificamente ai patrimoni netti superiori ai 50 milioni di
euro. Questa misura non intacca in alcun modo il risparmio medio delle famiglie,
la media proprietà o la prima casa, ma punta all’erosione controllata delle
grandi sacche di accumulazione improduttiva e parassitaria delle grandi fortune.
Infine, emerge la necessità di un’istituzione di una Exit Tax strutturale sui
capitali in fuga: per prevenire il sistematico ricatto occupazionale, le minacce
di delocalizzazione finanziaria e lo svuotamento degli asset industriali messi
in atto dai grandi gestori di fondi speculativi come i Big Three, si propone un
meccanismo rigido di tassazione di sbarramento. Qualora i grandi gruppi o i
fondi d’investimento decidano di abbandonare i confini nazionali, chiudere
stabilimenti produttivi o trasferire gli asset e le sedi legali in regimi di
neutralità fiscale e veri e propri paradisi societari all’interno o all’esterno
dell’Unione Europea, lo Stato deve applicare una tassa proporzionale al valore
economico estratto dal Paese fino a quel momento, proteggendo il lavoro,
l’occupazione e il patrimonio industriale nazionale.
La risoluzione strutturale di queste asimmetrie generate dai paradisi societari
interni richiede un superamento radicale dell’attuale principio dell’unanimità
in materia tributaria in sede europea, che di fatto concede un diritto di veto
ai paesi beneficiari di questi flussi elusivi. Una prima soluzione, parzialmente
avviata ma ampiamente depotenziata nei suoi parametri applicativi, è
l’armonizzazione della base imponibile attraverso la direttiva sulla tassazione
minima globale (Pillar 2 dell’OCSE/UE), che impone un’aliquota minima d’imposta
sulle società del 15% per i gruppi multinazionali. Tuttavia, per azzerare
l’elusione, l’Unione Europea deve implementare in modo vincolante il progetto
BEFIT (Business in Europe: Framework for Income Taxation), che mira a introdurre
un unico set di regole per calcolare la base imponibile delle imprese nell’UE,
ripartendo poi i profitti tra gli Stati membri sulla base di indicatori reali e
tangibili — quali il numero di dipendenti, la localizzazione degli impianti
produttivi e le vendite effettive sul territorio — anziché sulla fittizia
allocazione di asset intangibili o holding cartolari. A questa misura deve
affiancarsi una riforma stringente dei regimi di withholding tax (ritenute alla
fonte) sui flussi in uscita di dividendi, interessi e royalties diretti verso
giurisdizioni a fiscalità privilegiata, eliminando le scappatoie permesse dalla
Direttiva Madre-Figlia e dalla Direttiva Interessi e Royalties quando utilizzate
per scopi puramente elusivi. Inoltre, il contrasto alle “società fantasma”
(shell companies) necessita dell’approvazione e dell’inasprimento della
direttiva Unshell (Atad 3), la quale stabilisce requisiti minimi di sostanza
economica — come la presenza fisica di uffici, direttori residenti e conti
bancari locali reali — per poter accedere ai benefici dei trattati contro le
doppie imposizioni. Solo attraverso la transizione verso il voto a maggioranza
qualificata in sede di Consiglio UE sui temi fiscali, l’introduzione di una vera
formula di ripartizione dei profitti basata sull’economia reale e il
monitoraggio centralizzato dei flussi di capitale transfrontalieri sarà
possibile disinnescare la concorrenza sleale interna, restituendo agli Stati
membri la capacità fiscale necessaria per finanziare i diritti sociali e
arginare il potere estrattivo dei grandi fondi speculativi.
La fuoriuscita da questa simile, asfissiante condizione imposta dal capitalismo
estrattivo e oligarchico non è un’utopia, ma una necessità storica impellente
che richiede l’esatto capovolgimento dei rapporti di forza odierni. È giunto il
momento di denunciare le straordinarie responsabilità della finanza e di attuare
una limitazione drastica del potere di cartello dei colossi come BlackRock
tramite sanzioni antitrust severe, divieti assoluti di partecipazioni incrociate
nello stesso settore e l’approvazione immediata di piani di giustizia fiscale
progressiva. Solo riaffermando con forza e coraggio il primato della democrazia
rappresentativa, della sovranità politica e della fiscalità equa sulla
speculazione d’assalto, algoritmica ed elusiva sarà possibile tutelare il
risparmio nazionale, rimettere al centro la dignità umana e la giustizia
distributiva teorizzata da Rawls e Sen, e restituire stabilità, tutele e futuro
ai diritti sociali fondamentali dei cittadini.
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L'articolo L’ecosistema estrattivo della finanza globale proviene da
Comune-info.