Source - Comune-info

Conservatore neolitico
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Massimo Tennenini -------------------------------------------------------------------------------- Paul Goodman, uno dei pensatori anarchici più radicali del novecento, si è definito una volta come un «conservatore neolitico». E Ivan IIlich, che riteneva di stare con un piede nella tradizione cattolica e con un altro nel fango del suo tempo, diceva che la sua ortodossia era così antica e completa da risultare rivoluzionaria. Ciò significa che per comprendere e eventualmente disfare il tempo storico in cui viviamo occorre tenere un piede nella preistoria. Questa situazione sulla soglia o sul limite fra due epoche incommensurabili è precisamente ciò di cui il nostro tempo si rivela incapace. Non soltanto esso pensa in una sola dimensione, ma ha perduto ogni rapporto con il proprio passato, senza il quale ogni accesso al presente è impossibile. Per questo può solo guardare a un futuro, che in realtà non è che la conseguenza di un passato di cui è totalmente all’oscuro e che lo muove con i suoi fili come una marionetta. Solo chi sta in piedi su due gambe fra il passato e il presente può fare i conti con entrambi e non esserne inconsapevolmente determinato. Solo un conservatore neolitico può essere abbastanza rivoluzionario da aprire un nuovo spazio al pensiero e all’azione. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Il corpo della politica (Bollati B.) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO TIZIANA VILLANI: > Infinite crepe -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Conservatore neolitico proviene da Comune-info.
October 30, 2026
Comune-info
Il rifiuto popolare dell’estrema destra
PER I GRANDI MEDIA E GLI INTELLETTUALI, LA VITTORIA DI LULA È DOVUTA AL SUO GENIO E ALLA CAPACITÀ DEI SUOI COLLABORATORI DI UTILIZZARE I SOCIAL. NELLE FAVELAS LA PENSANO IN MODO MOLTO DIVERSO. “I GIOVANI E LE MADRI SI SONO IDENTIFICATI COME CONTRARI A BOLSONARO, COSA CHE NON ACCADE SPESSO TRA CHI VIVE IN QUARTIERI MARGINALIZZATI – SCRIVE RAÚL ZIBECHI – NON ERANO SOSTENITORI DI LULA… MA RIFIUTAVANO ATTIVAMENTE IL CANDIDATO DI ESTREMA DESTRA. SEBBENE LA MILITARIZZAZIONE DELLE FAVELAS SIA AUMENTATA SOTTO IL GOVERNO DI LULA, IL RIFIUTO DI BOLSONARO DERIVA DA UN’ESPERIENZA VISSUTA, PERCHÉ LA SUA VITTORIA AVREBBE INCORAGGIATO I PARAMILITARI A INTENSIFICARE LA LORO PRESENZA E LA LORO AGGRESSIVITÀ CONTRO I GIOVANI POVERI, NERI…”. DEL RESTO, OVUNQUE I DELIRI ELETTORALI SONO ACCOMPAGNATI DA ROZZE SEMPLIFICAZIONI DELLE LOTTE POPOLARI CHE RIFLETTONO, AGGIUNGE ZIBECHI, “UNA PROSPETTIVA VERTICISTICA, COLONIALE E PATRIARCALE CHE RIMARRÀ EGEMONICA A LUNGO, PERCHÉ LE CULTURE CAMBIANO A PASSO DI LUMACA…” Foto MST – Movimento dos Trabalhadores Sem Terra -------------------------------------------------------------------------------- A seconda del punto di vista, si giunge a conclusioni completamente diverse. I media mainstream e gli intellettuali attribuiscono la vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva al suo genio e al ruolo svolto dai socialdemocratici, sostenendo che il conflitto elettorale abbia generato fino a 11 milioni di “soldati” a sostegno del presidente. Nel complesso di Maré, il più grande agglomerato di favelas di Rio de Janeiro, con oltre 130.000 abitanti, nella zona nord della città, la situazione è diversa da come viene descritta dai media, solitamente concentrati nelle aree abitate dalla classe media e alta. I giovani e le madri che frequentano il Museo di Maré, uno spazio comunitario dedicato alla memoria del quartiere, e le conversazioni che si svolgono per le ripide strade, nei negozi e nei ristoranti, ci mostrano l’altra faccia della realtà. Nei giorni precedenti il secondo turno di votazioni, una tensione innegabile permeava la favela, ben diversa da quella che i residenti provano quando la Polizia Militare fa irruzione, sparando e uccidendo; A differenza di quanto accaduto in altre occasioni, quando c’erano tensioni con i cartelli della droga, nella favela non si discute apertamente di politica; tutti sono cauti perché sanno di essere osservati e vulnerabili. Durante quella settimana cruciale, tra i vicini sono scoppiate brevi e piccole discussioni, a favore o contro l’uno o l’altro candidato. In tutte le attività a cui ho partecipato, i giovani e le madri si sono chiaramente identificati come contrari a Bolsonaro, cosa che non accade spesso tra chi vive in quartieri marginalizzati. Non erano sostenitori di Lula; cioè, non appartenevano al Partito dei Lavoratori (PT) né appoggiavano direttamente Lula, ma rifiutavano attivamente il candidato di estrema destra. Sebbene la militarizzazione delle favelas sia aumentata sotto il governo di Lula, il rifiuto di Bolsonaro deriva da un’esperienza vissuta, perché la sua vittoria avrebbe incoraggiato i paramilitari ad intensificare la loro presenza e la loro aggressività contro i giovani poveri, neri e residenti nelle favelas. Nel frattempo, le madri temono per le loro figlie, spesso vittime di molestie e persino di stupri da parte di uomini armati di estrema destra. Domenica, la gente ha respirato gioia; i fuochi d’artificio sono esplosi e centinaia di persone si sono riversate nelle strade, lasciando le favelas per raggiungere la zona costiera dove si concentravano i festeggiamenti. C’era entusiasmo collettivo, ma anche sollievo per aver impedito a un miliziano di accedere al governo. Da quanto ho potuto constatare e comprendere nel corso di diversi giorni, si è verificata una reazione comunitaria massiccia e potente, non diretta da Lula, dal PT o dai social media, come sostengono gli analisti dei media mainstream e gli intellettuali della sinistra elettorale. Si è trattato di un atteggiamento, come avrebbe detto Immanuel Wallerstein, “spontaneo nel senso più profondo del termine”, che non è semplice spontaneità, ma una decisione collettiva in spazi dominati dal popolo. Coloro che sostengono che siano gli uomini forti, e non il popolo, a fare la storia, affermano che Lula abbia ribaltato le elezioni, come se le persone fossero argilla nelle mani dei “grandi uomini” della storia. Preferiscono persino attribuire un carattere magico ai social media, suggerendo che possano cambiare la realtà con un semplice “mi piace”. Il cosiddetto “esercito” di Lula, creato dal deputato André Janones, avrebbe sconfitto l’estrema destra, che spesso viene etichettata come fascismo. Ma il fascismo è mai stato sconfitto alle urne? Al contrario, credo che coloro che spiegano tutto attraverso figure autoritarie e i social media nutrano una profonda sfiducia nella capacità del popolo di trovare la propria strada. Chi ha guidato il popolo a resistere a cinque secoli di colonialismo e sterminio? Le rivoluzioni a cui abbiamo assistito nel corso della storia non sono mai state orchestrate dai media. Le rivolte popolari in Cile nel 2019, in Colombia nel 2021, in Brasile nel giugno 2013 e tante altre sono state amplificate dai social media, non istigate da essi. Questa rozza semplificazione delle lotte popolari riflette una prospettiva verticistica, coloniale e patriarcale che rimarrà egemonica a lungo, perché le culture cambiano a passo di lumaca. Non è forse la storia fatta dal popolo, e non si dice forse che “la storia di tutte le società finora esistite è storia di lotte di classe”? È un peccato che chi si definisce di sinistra ripeta analisi così profondamente radicate nel capitalismo. I social media non possono essere una scorciatoia per comprendere e spiegare la resistenza e le lotte dei popoli. È impossibile ottenere un profondo cambiamento politico e sociale attraverso di essi. Se così fosse, Lula dovrebbe prestare il suo “esercito” di WhatsApp al popolo palestinese. Sembra una follia, vero? Alcuni di noi preferiscono ancora la lotta sul campo, faccia a faccia. Lo scambio con le madri che cercano i loro figli scomparsi, ascoltare e sentire il loro dolore, vale molto di più dei milioni di “soldati” mobilitati tramite internet. -------------------------------------------------------------------------------- APPUNTAMENTO CON ZIBECHI E BIFO Giovedì 19 novembre (ore 18), la redazione di Comune promuove un incontro presso il Polo civico Esquilino, Roma, con Raúl Zibechi e Franco Berardi Bifo, collegati on line, sul tempo che viviamo, a partire dal libero Dopo la tormenta. La sfida comunitaria (eleuthera) di Zibechi (sarà possibile acquistare il libro a prezzo scontato) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il rifiuto popolare dell’estrema destra proviene da Comune-info.
October 30, 2026
Comune-info
L’ecosistema estrattivo della finanza globale
MONOPOLI, ASIMMETRIE FISCALI, EROSIONE DEMOCRATICA. CONSIDERAZIONI A PARTIRE DAL LIBRO DI ALESSANDRO VOLPI, LA FINANZA È COLPEVOLE. STORIA E CRONACHE DALL’ABISSO (EINAUDI) Foto di Chris Liverani su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Negli ultimi tre decenni l’economia mondiale ha subito una metamorfosi profonda, scivolando silenziosamente dall’era del capitalismo produttivo industriale a quella di un’egemonia finanziaria totalizzante. Il baricentro del sistema si è spostato in modo lineare e aggressivo dalla produzione di beni tangibili e dall’economia reale verso una pervasiva finanziarizzazione dei mercati. In questo nuovo assetto, la generazione di valore non è più legata alla creazione di posti di lavoro, all’innovazione tecnologica o alla fornitura di servizi essenziali alla collettività, bensì all’estrazione sistematica e parassitaria di rendite finanziarie. Ci troviamo di fronte a una transizione in cui la finanza si è impossessata del risparmio del nostro Paese e ne ha fatto lo strumento per innumerevoli speculazioni. Questa mutazione antropologica ed economica ha trasformato delle grandi corporazioni in veicoli liquidi finalizzati alla massimizzazione dei dividendi e all’implementazione di pratiche puramente speculative, quali i buyback azionari, subordinando ogni strategia al principio del valore per gli azionisti a brevissimo termine. Il capitale ha cessato di essere un volano per il benessere collettivo e la crescita sociale per tramutarsi in un dispositivo estrattivo globale che drena metodicamente liquidità dai settori produttivi locali per riversarla nei circuiti delle borse internazionali, lasciando dietro di sé territori impoveriti e società frammentate. La più significativa e inquietante innovazione strutturale di questo scenario risiede nella straordinaria concentrazione di capitale monopolistico nelle mani di pochissimi colossi privati transnazionali. I cosiddetti “Big Three” — BlackRock, Vanguard e State Street — non agiscono più come semplici intermediari del risparmio o gestori passivi di fondi comuni, ma detengono un controllo proprietario e decisionale trasversale senza precedenti nella storia dell’umanità. Attraverso una fitta e impenetrabile rete di partecipazioni incrociate, questi mega-fondi gestiscono quote azionarie di blocco e di controllo nelle principali imprese concorrenti all’interno dello stesso settore. Questa configurazione altera radicalmente, fino ad annullarle, le tradizionali dinamiche competitive descritte dai manuali di economia, esautorando i meccanismi del libero mercato a favore di un cartello globale. I consigli di amministrazione delle multinazionali, delle aziende energetiche e delle catene di servizi rispondono ormai a un unico e medesimo padrone, il cui solo obiettivo è la remunerazione del capitale investito. L’evidenza empirica e drammatica di questo fenomeno emerge con assoluta chiarezza dall’analisi della mappa azionaria e della governance di Piazza Affari in Italia. Secondo i dati ufficiali e le rilevazioni delle comunicazioni Consob sulle partecipazioni rilevanti, BlackRock ha consolidato una presenza pervasiva, silente ed egemonica nei settori più delicati e strategici dell’economia italiana, controllando quote di voto che influenzano direttamente le nomine, i piani industriali e i destini occupazionali dei principali istituti di credito e dei colossi industriali e infrastrutturali nazionali. Nel specifico comparto bancario e creditizio, la presenza del colosso statunitense guidato da Larry Fink è ormai dominante: in UniCredit controlla una quota complessiva dell’8,92%, in Intesa Sanpaolo detiene una partecipazione strategica pari al 7,30%, in Banco BPM la quota si attesta al 5,03%, in BPER Banca controlla il 5,00% e in Monte dei Paschi di Siena (MPS) presidia l’istituto con il 3,51% delle quote azionarie. Al di fuori del settore strettamente bancario, la diversificazione di BlackRock si estende come una piovra sulle infrastrutture di rete, sui colossi energetici pubblici e sull’industria della difesa, configurando un quadro di controllo trasversale: detiene il 6,96% di Enel, il 5,78% di Prysmian, presidia le reti strategiche di Terna, Snam e Telecom Italia con partecipazioni stabili superiori al 5,00%, possiede il 3,70% di Italgas, il 5,16% di Rai Way, il 10,00% di EI Towers e ha rilevato una quota superiore al 3,00% in Leonardo, una presenza che solleva enormi interrogativi geopolitici pur essendo stata parzialmente arginata e vigilata dalle autorizzazioni governative tramite l’esercizio dei poteri speciali di Golden Power. L’impatto di questa architettura oligopolistica sui tessuti socio-economici locali trova un solido e rigoroso riscontro nelle formulazioni teoriche dei maiores economisti critici e pensatori sociali internazionali, che da anni denunciano la deriva del neoliberismo deregolamentato. L’analisi della polarizzazione della ricchezza rispecchia in modo millimetrico la storica divergenza espressa dall’equazione fondamentale del capitale formulata da Thomas Piketty: quando il tasso di rendimento del capitale (\(r\)) supera costantemente e strutturalmente il tasso di crescita economica e dei salari (\(g\)), la ricchezza tende a concentrarsi in modo esponenziale e automatico nelle mani dei detentori di asset finanziari, a scapito di chi vive esclusivamente di redditi da lavoro. I mercati finanziarizzati hanno istituzionalizzato e legalizzato il sorpasso della rendita sul salario, esternalizzando il risparmio accumulato dalle famiglie italiane verso portafogli globali ad alto rendimento speculativo, impoverendo l’economia reale e gli investimenti pubblici sul territorio. A questa lettura quantitativa si aggiunge lo sguardo etico ed economico del Premio Nobel Amartya Sen, il cui approccio basato sulle capacità (capability approach) offre una chiave di lettura fondamentale per comprendere i danni umani della finanziarizzazione. Per Sen, lo sviluppo economico di una nazione non si misura attraverso la mera crescita del PIL o l’efficienza astratta degli indici di borsa, bensì attraverso la reale espansione delle libertà sostanziali delle persone, ovvero la loro capacità di condurre la vita che hanno ragione di scegliere. La finanza agisce come il principale fattore di distruzione delle “capacità” individuali e collettive. Quando i grandi fondi d’investimento impongono criteri di redditività astratti, privano le persone dell’accesso a un lavoro dignitoso, alla stabilità esistenziale e alla sicurezza sociale, riducendo gli esseri umani a semplici variabili d’adeguamento di un algoritmo finanziario e limitando la loro libertà d’azione e di realizzazione. Se la dottrina neoliberista ortodossa continua a postulare l’efficienza intrinseca e l’autoregolazione dei mercati deregolamentati, un altro Premio Nobel, Joseph Stiglitz, ne scardina definitivamente le fondamenta logiche dimostrando l’inevitabilità dei fallimenti sistemici in presenza di asimmetrie informative e di radicali disparità di potere. Stiglitz definisce la deriva contemporanea come un’economia malata, basata sulla pura ricerca della rendita (rent-seeking). La speculazione finanziaria internazionale non crea nuova ricchezza diffusa, ma opera catturando le istituzioni politiche e regolatorie per erigere barriere monopolistiche a protezione dei propri privilegi, strutturando un mercato profondamente ingiusto in cui il rischio sistemico viene puntualmente socializzato attraverso drammatici salvataggi pubblici a carico dei contribuenti, mentre i profitti eccezionali vengono interamente e privatamente incamerati a vantaggio dell’oligarchia finanziaria. Il fondamento filosofico della redistribuzione della ricchezza trova la sua massima espressione in John Rawls e nel suo fondamentale principio di differenza espresso in Una teoria della giustizia. Rawls dimostra che le disuguaglianze sociali ed economiche sono legittime solo se producono il maggior beneficio possibile per i membri meno avvantaggiati della società. L’architettura finanziaria odierna, che sottrae il risparmio diffuso per concentrarlo nelle mani dei gestori di fondi americani, rappresenta l’esatto opposto della giustizia redistributiva rawlsiana. Dietro il “velo d’ignoranza” di Rawls, nessuna società razionale sceglierebbe un sistema fiscale che tassa il lavoro dipendente e i pensionati con aliquote marginali fino al 43%, lasciando la speculazione finanziaria parassitaria a un’aliquota piatta del 26%. La tassazione progressiva e la redistribuzione non sono atti di carità, ma imperativi di giustizia strutturale necessari per garantire l’equa uguaglianza delle opportunità e impedire che la concentrazione monopolistica del capitale distrugga la base cooperativa della società. Questo squilibrio strutturale mina alla radice la sfera pubblica e i processi democratici, come evidenziato dalle analisi filosofiche di Jürgen Habermas. La finanziarizzazione e la sottomissione della politica ai mercati finanziari rappresentano una forma violenta di “colonizzazione del mondo della vita” da parte degli imperativi sistemici del capitale. Habermas denuncia come le decisioni tecnocratiche imposte dai mercati e dai consigli di amministrazione dei grandi fondi sottraggono i temi decisivi — come la tassazione, il welfare e la gestione dei beni comuni — al dibattito pubblico e al consenso democratico basato sull’agire comunicativo. I governi, imbrigliati dai vincoli dei mercati finanziari e dal ricatto dello spread, cessano di rispondere alla volontà dei cittadini per rispondere ai criteri di rating dei fondi speculativi. La democrazia viene svuotata della sua sostanza discorsiva e deliberativa, riducendosi a un simulacro istituzionale dove il suffragio universale non ha più il potere di modificare le scelte macroeconomiche fondamentali. La tesi della redistribuzione trova storicamente manforte anche nel pensiero di economisti e sociologi del calibro di Anthony Atkinson e James Meade. Atkinson, tra i massimi studiosi delle disuguaglianze, ha dimostrato come la concentrazione del capitale non sia un destino economico ineluttabile, ma il risultato di scelte politiche reversibili, proponendo una tassazione fortemente proggressiva sulle eredità e sui redditi da capitale. Prima di lui, il Premio Nobel James Meade aveva teorizzato la necessità di una “democrazia proprietaria”, in cui la proprietà del capitale deve essere radicalmente diffusa tra i cittadini per impedire che l’automazione e l’oligopolio concentrino tutto il potere nelle mani di una ristretta élite finanziaria, azzerando i diritti sociali e i salari. Il progressivo e violento trasferimento del potere decisionale dalle istituzioni democratiche e dai parlamenti eletti verso i consigli di amministrazione blindati dei colossi finanziari transnazionali rappresenta una minaccia esistenziale e imminente per la tenuta dei sistemi democratici. Questa deriva oligarchica è l’asse portante della durissima critica politica e sociale promossa da Bernie Sanders. egli denuncia come la concentrazione ipertrofica della ricchezza permetta a un ristretto e autoreferenziale nucleo di miliardari e gestori di fondi speculativi di esercitare un diritto di veto di fatto sulle riforme strutturali degli Stati sovrani, condizionando pesantemente le campagne elettorali, il dibattito pubblico e l’andamento della legislazione fiscale attraverso lobbismo di pressione. La finanziarizzazione svuota il suffragio universale del suo potere sostanziale e della sua dignità: i cittadini votano, ma l’azione dei governi resta perennemente imbrigliata e ridotta a una mera gestione tecnica e notarile delle compatibilità macroeconomiche e delle riforme lacrime e sangue imposte dai mercati, dai grandi fondi e dalle agenzie di rating. La pervasività totalizzante dei grandi fondi d’investimento determina inoltre una profonda e dolorosa mutazione nell’erogazione dei servizi e nella tutela dei diritti sociali fondamentali, che cessano di essere pilastri di cittadinanza per diventare merci. L’ingresso dei grandi fondi speculativi e dei gestori patrimoniali nella proprietà e nel controllo di infrastrutture critiche, catene sanitarie private, mercati immobiliari residenziali e multinazionali farmaceutiche impone a questi comparti vitali una rigida e spietata logica di massimizzazione del profitto nel breve periodo. I diritti costituzionali all’assistenza sanitaria, all’abitare, all’istruzione e all’accesso ai beni comuni vengono cinicamente ridefiniti come asset class finanziarie standardizzate da scambiare sui mercati dei derivati. Le conseguenze microeconomiche dirette si traducono in politiche aziendali aggressive di riduzione dei costi operativi, compressione selvaggia dei salari reali dei dipendenti, esternalizzazione a catena e precarizzazione dei rapporti di lavoro per ottimizzare le relazioni trimestrali di bilancio. A questo si aggiunge l’incremento speculativo e intollerabile delle tariffe dei servizi primari e dei costi degli affitti residenziali nelle grandi città, un fenomeno del tutto disconnesso dalle reali capacità d’acquisto e dalle retribuzioni della popolazione locale, che si trova spinta verso nuove forme di povertà e marginalità. Per comprendere appieno la gravità del quadro descritto e la natura delle riforme urgenti, è necessario ripercorrere l’evoluzione storica del pilastro della giustizia fiscale in Italia: l’Articolo 53 della Costituzione. Approvato dall’Assemblea Costituente sotto la spinta di visioni redistributive cristiane, socialiste e comuniste, l’articolo stabilisce due principi indissolubili: l’obbligo di concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e l’imperativo che il sistema tributario sia interamente informato a criteri di progressività. Durante il dibattito costituente, figure come Salvatore Scoca chiarirono che la progressività fiscale non serviva semplicemente a finanziare lo Stato, ma rappresentava lo strumento cardine per compensare e correggere l’impatto regressivo delle imposte indirette e dei consumi che gravavano sproporzionatamente sulle classi meno abbienti. Nei primi decenni della Repubblica, questo dettato costituzionale trovò la sua massima espressione con la grande riforma tributaria degli anni Settanta e l’introduzione dell’IRPEF, concepita originariamente con ben 32 scaglioni di reddito e un’aliquota marginale massima che toccava il 72% per i redditi più elevati. La tassazione era intesa come un patto di solidarietà sociale (collegato agli articoli 2 e 3 della Carta) per finanziare la nascita della scuola pubblica, delle infrastrutture e del Servizio Sanitario Nazionale. Tuttavia, gli ultimi tre decenni di deregolamentazione hanno inferto un colpo mortale a questo disegno. Sotto la spinta di dottrine neoliberiste e di quello che viene definito il “fisco amico” dei miliardari, la progressività è stata progressivamente smantellata. Gli scaglioni IRPEF sono stati ridotti drasticamente nel tempo fino ad appena tre scaglioni effettivi, appiattendo il prelievo sui redditi medio-alti. Ma il vero e proprio tradimento dell’Articolo 53 risiede nell’erosione sistematica e strutturale della base imponibile: quote crescenti di ricchezza sono state sottratte alla progressività ordinaria per essere recintate in regimi speciali di flat tax e cedolari sostitutive. Oggi il sistema italiano ha assunto un carattere clamorosamente regressivo al vertice della piramide sociale: analisi macroeconomiche sull’aliquota effettiva totale svelano che lo 0,1% più ricco della popolazione versa allo Stato un’aliquota reale complessiva inferiore (circa il 34%) rispetto a un lavoratore dipendente con un reddito medio di 35 mila euro (che sconta una pressione reale superiore). La finanza e la rendita immobiliare e societaria si muovono in un paradiso di esenzioni legalizzate, mentre il peso del welfare grava quasi interamente sulla base del lavoro. Un quadro che peggiora ulteriormente se si analizzano le architetture societarie transnazionali utilizzate dai colossi economici controllati da questi fondi. I paradisi fiscali non sono più esotiche isole tropicali, ma risiedono stabilmente nel cuore del continente europeo, legalizzati da trattati comunitari strutturati a favore delle grandi corporazioni. Paesi come il Lussemburgo e l’Olanda agiscono come giganteschi aspiratori di base imponibile. Attraverso meccanismi normativi permissivi come le holding di partecipazione, le esenzioni sui dividendi (participation exemption) e i decreti fiscali preventivi riservati (tax rulings), le multinazionali partecipate dai grandi fondi americani riescono a spostare artificialmente i profitti generati in Italia verso queste giurisdizioni a tassazione quasi azzerata. Società operative di Piazza Affari pagano royalties miliardarie o interessi passivi fittizi a scatole vuote legalmente registrate ad Amsterdam o a Lussemburgo Città, azzerando l’utile tassabile nel nostro Paese. Questo drenaggio non solo impoverisce le casse dello Stato italiano, privandolo delle risorse necessarie per finanziare la sanità e la scuola pubblica, ma produce una concorrenza sleale e distruttiva nei confronti delle piccole e medie imprese locali, che non dispongono delle risorse legali per accedere a tali sofisticate strategie di elusione e subiscono l’intero peso del carico fiscale domestico. Se le leggi degli Stati proteggono fiscalmente i capitali speculativi e ne agevolano il trasferimento transfrontaliero, l’ingegneria informatica fornisce ai grandi fondi le armi tecnologiche per depredare istantaneamente il risparmio diffuso. L’estrazione parassitaria di valore non avviene più tramite la tradizionale compravendita di titoli basata sulle prospettive industriali a lungo termine di un’azienda, ma attraverso l’High-Frequency Trading (HFT), una modalità operativa totalmente automatizzata e guidata da algoritmi matematici e sistemi di intelligenza artificiale di enorme potenza computazionale. I supercomputer dei grandi asset manager, posizionati fisicamente a ridosso dei server delle principali borse valori per ridurre i tempi di latenza, eseguono milioni di transazioni finanziarie al secondo, sfruttando minuscole asimmetrie temporali o micro-variazioni di prezzo del tutto invisibili e inaccessibili per un operatore umano. Questi algoritmi agiscono secondo logiche prettamente predatorie ed estrattive. Attraverso il front-running algoritmico, essi rilevano l’ordine d’acquisto immesso da un fondo pensione territoriale o da un piccolo istituto di risparmio italiano e, muovendosi in frazioni di millisecondo, acquistano quel medesimo titolo un istante prima per poi rivenderlo istantaneamente al risparmiatore a un prezzo gonfiato. Inoltre, generano ordini fantasma che vengono immessi e cancellati in nanosecondi al solo scopo di testare la profondità del mercato e manipolare la liquidità, provocando sbalzi di prezzo repentini e artificiali che intaccano la stabilità dei titoli di Stato italiani (BTP) o delle aziende quotate a Piazza Affari. Questo arbitraggio predatorio sul risparmio nazionale significa che i flussi di liquidità che i cittadini italiani affidano alle banche o ai canali postali vengono intercettati da queste macchine ad alta frequenza, che estraggono frazioni di centesimo su scala globale per miliardi di volte al giorno. Come rilevato nelle indagini di Alessandro Volpi sull’instabilità dei mercati, queste immense masse di capitali speculativi agiscono in modo cinico, lucrando sia sul rialzo sia sul drammatico ribasso dei titoli aziendali o speculando direttamente sul costo dell’energia e delle materie prime tramite i mercati dei derivati. L’High-Frequency Trading rappresenta la definitiva e violenta separazione tra la finanza e l’economia reale: una tecnologia totalizzante che consuma il risparmio degli individui senza produrre un solo grammo di benessere sociale o innovazione, accelerando le crisi sistemiche e l’instabilità delle economie nazionali a vantaggio esclusivo dell’oligarchia computazionale di Wall Street. Per disinnescare l’efficacia predatoria di questa architettura globale e contrastare l’evasione e l’elusione sistematica legalizzata, la vasta produzione scientifica di Alessandro Volpi — che spazia da La globalizzazione dalla culla alla crisi (2014) a Storia del debito pubblico in Italia (2021), passando per il lucido saggio Prezzi alle stelle. Non è inflazione, è speculazione (2023) fino a I padroni del mondo (2024) — delinea una dottrina organica, coerente e coraggiosa di riforma fiscale. Questa visione si pone in netta controtendenza rispetto al trentennio di smantellamento progressivo dell’imposizione tributaria sui grandi patrimoni. Il punto di partenza poggia su un dato empirico e strutturale inopponibile analizzato dettagliatamente nel testo La mutazione italiana (2023): nel panorama complessivo delle entrate tributarie dello Stato italiano, ben 227 miliardi di euro sono interamente coperti dall’IRPEF, e di questa immensa cifra quasi il 90% è interamente e ingiustamente a carico dei soli lavoratori dipendenti e dei pensionati. Al contrario, il grande capitale, le rendite finanziarie e i patrimoni dei super-ricchi risultano sostanzialmente de-tassati o protetti da una fitta coltre di privilegi legali e scappatoie normative. C’è un atto d’accusa durissimo contro la straordinaria responsabilità della finanza e «l’indispensabile sostegno di politiche conniventi, a partire dal tema decisivo della tassazione», evidenziando come la politica abbia deliberatamente abdicato alla sua funzione costituzionale di redistribuzione della ricchezza. Le proposte di riforma sistemiche avanzate nei testi dell’autore si articolano su tre pilastri cardine, concepiti per ripristinare il patto sociale e restituire centralità alla giustizia distributiva e all’economia reale. In primo luogo, viene esposta la necessità della totale integrazione dei redditi finanziari nell’IRPEF progressiva: c’è una denuncia netta dell’ingiustizia macroeconomica ed etica per cui le plusvalenze, i dividendi e i guadagni in borsa subiscono oggi un’imposta sostitutiva fissa ad appena il 26%. Un meccanismo che permette a chi vive di pura rendita finanziaria di pagare un’aliquota enormemente inferiore rispetto a un lavoratore o a un pensionato soggetto agli scaglioni IRPEF ordinari che superano il 40%. La proposta prevede l’abolizione immediata di ogni regime cedolare sostitutivo per i redditi da capitale, riconducendoli integralmente al cumulo fiscale e alla tassazione progressiva legata ai criteri dell’Articolo 53 della Costituzione italiana. Per frenare l’estrazione selvaggia attuata dall’algoritmo computazionale, a questa misura si affianca la proposta di applicare una Tobin Tax profondamente rivista e applicata in modo rigido e punitivo su tutte le transazioni di High-Frequency Trading. Una micro-tassazione anche solo dello 0,5% applicata a livello informatico su ogni singolo ordine immesso e cancellato in nanosecondi non intaccherebbe minimamente gli investitori tradizionali a lungo termine, ma renderebbe economicamente insostenibili e inefficienti le strategie di arbitraggio predatorio delle macchine di Wall Street, generando al contempo un gettito miliardario immediato da destinare alla spesa sociale. In secondo luogo, si rende necessaria l’introduzione di un’imposta patrimoniale progressiva sui grandi patrimoni: preso atto che l’1% più ricco della popolazione italiana detiene ormai oltre il 25% della ricchezza nazionale complessiva, viene teorizzata l’istituzione di un contributo di solidarietà annuale, fortemente progressivo, mirato specificamente ai patrimoni netti superiori ai 50 milioni di euro. Questa misura non intacca in alcun modo il risparmio medio delle famiglie, la media proprietà o la prima casa, ma punta all’erosione controllata delle grandi sacche di accumulazione improduttiva e parassitaria delle grandi fortune. Infine, emerge la necessità di un’istituzione di una Exit Tax strutturale sui capitali in fuga: per prevenire il sistematico ricatto occupazionale, le minacce di delocalizzazione finanziaria e lo svuotamento degli asset industriali messi in atto dai grandi gestori di fondi speculativi come i Big Three, si propone un meccanismo rigido di tassazione di sbarramento. Qualora i grandi gruppi o i fondi d’investimento decidano di abbandonare i confini nazionali, chiudere stabilimenti produttivi o trasferire gli asset e le sedi legali in regimi di neutralità fiscale e veri e propri paradisi societari all’interno o all’esterno dell’Unione Europea, lo Stato deve applicare una tassa proporzionale al valore economico estratto dal Paese fino a quel momento, proteggendo il lavoro, l’occupazione e il patrimonio industriale nazionale. La risoluzione strutturale di queste asimmetrie generate dai paradisi societari interni richiede un superamento radicale dell’attuale principio dell’unanimità in materia tributaria in sede europea, che di fatto concede un diritto di veto ai paesi beneficiari di questi flussi elusivi. Una prima soluzione, parzialmente avviata ma ampiamente depotenziata nei suoi parametri applicativi, è l’armonizzazione della base imponibile attraverso la direttiva sulla tassazione minima globale (Pillar 2 dell’OCSE/UE), che impone un’aliquota minima d’imposta sulle società del 15% per i gruppi multinazionali. Tuttavia, per azzerare l’elusione, l’Unione Europea deve implementare in modo vincolante il progetto BEFIT (Business in Europe: Framework for Income Taxation), che mira a introdurre un unico set di regole per calcolare la base imponibile delle imprese nell’UE, ripartendo poi i profitti tra gli Stati membri sulla base di indicatori reali e tangibili — quali il numero di dipendenti, la localizzazione degli impianti produttivi e le vendite effettive sul territorio — anziché sulla fittizia allocazione di asset intangibili o holding cartolari. A questa misura deve affiancarsi una riforma stringente dei regimi di withholding tax (ritenute alla fonte) sui flussi in uscita di dividendi, interessi e royalties diretti verso giurisdizioni a fiscalità privilegiata, eliminando le scappatoie permesse dalla Direttiva Madre-Figlia e dalla Direttiva Interessi e Royalties quando utilizzate per scopi puramente elusivi. Inoltre, il contrasto alle “società fantasma” (shell companies) necessita dell’approvazione e dell’inasprimento della direttiva Unshell (Atad 3), la quale stabilisce requisiti minimi di sostanza economica — come la presenza fisica di uffici, direttori residenti e conti bancari locali reali — per poter accedere ai benefici dei trattati contro le doppie imposizioni. Solo attraverso la transizione verso il voto a maggioranza qualificata in sede di Consiglio UE sui temi fiscali, l’introduzione di una vera formula di ripartizione dei profitti basata sull’economia reale e il monitoraggio centralizzato dei flussi di capitale transfrontalieri sarà possibile disinnescare la concorrenza sleale interna, restituendo agli Stati membri la capacità fiscale necessaria per finanziare i diritti sociali e arginare il potere estrattivo dei grandi fondi speculativi. La fuoriuscita da questa simile, asfissiante condizione imposta dal capitalismo estrattivo e oligarchico non è un’utopia, ma una necessità storica impellente che richiede l’esatto capovolgimento dei rapporti di forza odierni. È giunto il momento di denunciare le straordinarie responsabilità della finanza e di attuare una limitazione drastica del potere di cartello dei colossi come BlackRock tramite sanzioni antitrust severe, divieti assoluti di partecipazioni incrociate nello stesso settore e l’approvazione immediata di piani di giustizia fiscale progressiva. Solo riaffermando con forza e coraggio il primato della democrazia rappresentativa, della sovranità politica e della fiscalità equa sulla speculazione d’assalto, algoritmica ed elusiva sarà possibile tutelare il risparmio nazionale, rimettere al centro la dignità umana e la giustizia distributiva teorizzata da Rawls e Sen, e restituire stabilità, tutele e futuro ai diritti sociali fondamentali dei cittadini. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’ecosistema estrattivo della finanza globale proviene da Comune-info.
October 29, 2026
Comune-info
Guardare l’orrore e non farsene sopraffare è possibile
-------------------------------------------------------------------------------- Perché Comune ci piace? Cosa rende l’esistenza di Comune così importante e la collaborazione fraterna con Comune un fondamentale anche per Camminardomandando? Ci siamo poste e posti queste domande: non possiamo non partire dal ricordo di Aldo Zanchetta 1 che insieme a Adele Cozzi, Claudio Orru e altre/i amici ha fondato Camminardomandando pagine di autonomia. 2 Aldo è stato un ponte, un crocevia e anche un tetto. Avrebbe aderito personalmente con entusiasmo e lucidità alla campagna Un tetto Comune e, insieme a Camminar domandando, avrebbe analizzato e riflettuto collettivamente sul senso di “essere tetto comune” oggi, durante la tormenta. Proviamo a farlo senza di lui, sentendolo comunque vicino nell’impegno e nel confronto aperto, rigoroso e colmo di amicizia, che hanno sempre caratterizzato i nostri incontri con lui sia per il blog sia in altri contesti. C’è bisogno di dare vita a relazioni, incontri, luoghi dove trovare sollecitazioni al pensiero critico individuale e spazio di elaborazione collettiva, dove le condizioni facilitino un passaggio creativo e fattivo dall’io al noi e viceversa. Un luogo comune, un tetto che accoglie e offre riparo tramite incontri sia virtuali, sia con i nostri corpi veri e materiali: abbiamo seguito con attenzione le varie iniziative e, seppur geograficamente da lontano, le redazioni aperte di Comune come un momento importante di un essere e un fare comunità in questo periodo teso sempre più a dividere, frammentare, indebolire le istanze che vengono dal mondo de abajo. Sotto un tetto comune è più facile condividere la necessità di vedere e riconoscere “l’insurrezione in corso”, come già ci insegnava un amico di Aldo, Gustavo Esteva diversi anni fa3. Allora si guardava a Occupy Wall Street, agli indignati spagnoli, alle sempre attuali lotte dei nativi americani, passando attraverso esperienze radicate nei territori nella direzione della costituzione di ambiti di comunità. Oggi ci sono il movimento giovanile e studentesco, la mobilitazione internazionale dei portuali contro la militarizzazione, la solidarietà alla Palestina martoriata da un genocidio feroce e mediatizzato, la lotta a un sistema di dominio basato sul controllo tecnologico, la decretazione di urgenza per una sicurezza a senso unico: quella del sistema stesso, la guerra mondiale… Guardare l’orrore e non farsene sopraffare è possibile sotto un tetto comune, perché nessuno/a si sente solo/a e impotente e il tetto definisce uno spazio dove troviamo anche esperienze che alimentano una speranza radicata nel collettivo, nella forza sociale4 che si esprime in tanti modi: sia nelle mobilitazioni e nelle manifestazioni sia nelle iniziative di ricostruzione di relazioni e comunità. Pensiamo, come esempio per tutte, alle esperienze di Territori Educativi e ai vari contributi di tante persone che scrivono su Comune e condividono analisi, riflessioni, saperi, pratiche ed esperienze concrete. -------------------------------------------------------------------------------- 1 https://camminardomandando.com/2026/01/30/no-alla-paura-si-alla-speranza/ 2 https://camminardomandando.com/ 3 G. Esteva, Antistasis, L’insurrezione in corso, Asterios Editore, Trieste 2012 4 https://camminardomandando.com/2026/03/02/la-speranza-di-cui-abbiamo-bisogno/ -------------------------------------------------------------------------------- [Camminaredomandando] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guardare l’orrore e non farsene sopraffare è possibile proviene da Comune-info.
October 29, 2026
Comune-info
Se la sicurezza limita la libertà
I GIOVANI DEL COLLETTIVO ARTISTICO RABBIA DAL BASSO DI ROMA, PROTAGONISTI DI UN’INIZIATIVA DI SOLIDARIETÀ AL POLO CIVICO ESQUILINO, SONO STATI IDENTIFICATI E TRATTENUTI PER DIVERSE ORE NELLA CASERMA DEI CARABINIERI DI VIA TASSO. UN INTERVENTO CHE HA IMPEDITO LORO DI PARTECIPARE ALLA MANIFESTAZIONE DEL 24 OTTOBRE E CHE SOLLEVA INTERROGATIVI SULLE MODALITÀ DEI CONTROLLI PREVENTIVI, SUL RISPETTO DELLE LIBERTÀ FONDAMENTALI E SUL RAPPORTO TRA ISTITUZIONI E GIOVANI IMPEGNATI NELLA PARTECIPAZIONE SOCIALE. UN EPISODIO CHE, INSIEME A QUANTO DENUNCIATO DA ALTRI STUDENTI DI ALCUNE SCUOLE ROMANE PONE UNA QUESTIONE CHE VA OLTRE I SINGOLI FATTI: QUALE SPAZIO RESTA ALLA PARTECIPAZIONE E AL DISSENSO QUANDO LA SICUREZZA RISCHIA DI TRASFORMARSI IN CONTROLLO? Sabato 24 ottobre, a Roma, alcuni giovani del collettivo artistico Rabbia dal Basso sono stati fermati per strada dai Carabinieri, accompagnati nella caserma di via Tasso e trattenuti per diverse ore, senza poter partecipare alla manifestazione che intendevano raggiungere. A raccontare l’accaduto sono gli stessi ragazzi e ragazze del collettivo. Secondo la loro testimonianza, al momento dell’intervento le forze dell’ordine non erano neppure a conoscenza della loro intenzione di partecipare al corteo. Restano dunque da chiarire le ragioni e le modalità di un intervento che si è protratto per ore. Perché fermare per strada un gruppo di giovani e trattenerlo per diverse ore in caserma? Sulla base di quali elementi concreti è stata disposta una misura che ha inciso sulla loro libertà personale? La vicenda assume un rilievo ulteriore alla luce dell’impegno sociale dei giovani coinvolti. Poco tempo prima, gli stessi ragazzi avevano organizzato al Polo Civico Esquilino il brunch solidale “Un Futuro per Rama”, un’iniziativa per sostenere una loro coetanea palestinese in attesa di poter lasciare Gaza e raggiungere Roma per studiare all’università. Un’attività pubblica di solidarietà che rende ancora più importante comprendere le circostanze e le motivazioni dell’intervento, senza presumere un collegamento tra i due episodi. Per contribuire alla raccolta fondi, i giovani del collettivo avevano realizzato opere artistiche appositamente dedicate al progetto, coinvolgendo gli studenti internazionali del corso di laurea in Global Humanities e la Comunità Afghana di Roma, che aveva partecipato preparando piatti della propria tradizione. Un’esperienza di solidarietà concreta, nella quale arte, cultura e partecipazione giovanile si erano incontrate per sostenere il diritto allo studio e costruire relazioni tra comunità diverse. È proprio questo contrasto a colpire: da una parte giovani impegnati in attività di cittadinanza attiva, dall’altra un intervento delle forze dell’ordine che li ha portati a trascorrere diverse ore in caserma. Il confine tra sicurezza e libertà Durante la giornata del 24 ottobre, Roma è stata assediata da un ampio dispositivo di sicurezza, con controlli predisposti in occasione delle manifestazioni. Ma la tutela della sicurezza pubblica non può prescindere dal rispetto delle libertà fondamentali. L’articolo 13 della Costituzione stabilisce che la libertà personale è inviolabile e disciplina rigorosamente le possibili restrizioni. L’articolo 17 riconosce il diritto dei cittadini di riunirsi pacificamente e senz’armi. Sono principi che impongono di valutare con attenzione il fondamento giuridico, la necessità e la proporzionalità di qualsiasi intervento che limiti concretamente la libertà delle persone. Le forze dell’ordine dispongono di poteri di identificazione e, nei casi previsti dalla legge, di accompagnamento presso i propri uffici e come ben sappiamo i recenti decreti sicurezza danno ulteriore copertura a queste operazioni di polizia. Ma questi poteri dovrebbero avere dei presupposti, finalità e limiti. Non possono diventare strumenti generalizzati di controllo preventivo, svincolati da circostanze specifiche e verificabili. Nel caso dei giovani di Rabbia dal Basso, la durata del trattenimento e le circostanze dell’intervento rendono indispensabile una spiegazione puntuale. Non basta richiamare genericamente la necessità di prevenire eventuali disordini. Occorre chiarire quali elementi concreti abbiano giustificato l’accompagnamento in caserma di ciascuno dei ragazzi e perché sia stato necessario trattenerli per diverse ore. La distinzione è fondamentale. Qualsiasi misura restrittiva deve avere un fondamento previsto dalla legge e rispettare le garanzie individuali. La semplice appartenenza a un collettivo o la presunta intenzione di partecipare a una manifestazione non possono, da sole, essere considerate una giustificazione sufficiente per limitare la libertà personale. La mancanza di spiegazioni pubbliche non dimostra automaticamente l’illegittimità dell’intervento. Ma rende indispensabile conoscere i presupposti effettivi della decisione, le procedure adottate e le ragioni della sua durata. Non è soltanto una questione giuridica. È anche una questione democratica, perché riguarda il rapporto tra cittadini e istituzioni e la possibilità di esercitare i propri diritti senza temere limitazioni arbitrarie o insensate. Quale spazio lasciamo ai giovani? C’è un’altra questione, forse meno immediata, che questa vicenda porta alla luce. Riguarda il rapporto che questo modello di sicurezza sta costruendo con le nuove generazioni. Oggi chiediamo continuamente ai giovani di impegnarsi, di non isolarsi, di partecipare alla vita collettiva, di assumersi responsabilità. Ci interroghiamo sulla loro solitudine, sulla difficoltà di costruire relazioni, sulla distanza dalla politica e sulla crescente sfiducia verso le istituzioni. Eppure, quando alcuni ragazzi decidono di organizzarsi davvero, di sostenere cause politiche e sociali attraverso modalità pacifiche e nonviolente, di mettere la propria creatività al servizio della solidarietà, non sempre trovano il riconoscimento e l’attenzione che queste esperienze meriterebbero. I ragazzi e le ragazze di Rabbia dal Basso hanno scelto di incontrarsi, costruire un collettivo artistico, confrontarsi su ciò che accade nel mondo, prendere posizione e impegnarsi concretamente. Lo hanno fatto anche attraverso il Polo Civico Esquilino, uno spazio sociale che rende possibili relazioni tra generazioni, culture e comunità differenti. Sono esperienze preziose, soprattutto in una società nella quale trovare luoghi accessibili di incontro, aggregazione e socialità non è sempre facile. Spazi nei quali non sia necessario consumare qualcosa per stare insieme, dove sia possibile costruire idee, confrontarsi, esprimere dissenso e sperimentare forme di partecipazione collettiva. I ragazzi hanno sempre più bisogno di ritrovarsi in luoghi dove senza paternalismo , possono sentirsi accolti, ascoltati, riconosciuti e dove possano vivere un loro spazio di autonomia. Possono sperimentare responsabilità, elaborare idee, confrontarsi con punti di vista differenti, imparare a gestire le divergenze e trovare forme collettive di espressione. Il compito di una comunità responsabile dovrebbe essere anche quello di favorire le condizioni perché il dissenso, anche quando è scomodo, possa esprimersi attraverso il confronto, la responsabilità e la partecipazione no violenta. È qui che quanto accaduto il 24 ottobre solleva una domanda aperta. Quale messaggio arriva a questi ragazzi quando, dopo essersi impegnati in attività sociali e culturali, vengono accompagnati in caserma e trattenuti per diverse ore, senza che siano state pubblicamente chiarite le ragioni specifiche dell’intervento? Non si tratta soltanto del fatto che, a causa del trattenimento, non abbiano potuto partecipare alla manifestazione. Si tratta dell’esperienza di una limitazione della propria libertà, delle modalità con cui viene esercitato il potere e delle conseguenze che questo può produrre sul rapporto tra giovani, istituzioni e società. Non rischiamo, attraverso interventi di cui non si comprendono le ragioni, di alimentare proprio quella distanza, quella sfiducia e quelle tensioni che il lavoro quotidiano delle realtà sociali cerca di ridurre? È una domanda che merita attenzione. Perché costruire fiducia richiede tempo, ascolto, cura e presenza. Richiede adulti, associazioni, educatori, istituzioni e comunità disponibili a riconoscere i giovani come interlocutori, non soltanto come destinatari di interventi o potenziali problemi da gestire. Chi opera nei territori conosce la fatica di questo lavoro. Il ruolo delicato che hanno le comunità educanti è quello di creare continuità nelle relazioni, coinvolgere i ragazzi, accompagnare esperienze di autorganizzazione e trasformare energie, inquietudini e domande di cambiamento in percorsi collettivi. Sa anche quanto facilmente la fiducia possa essere compromessa da episodi vissuti come ingiusti o incomprensibili. La sicurezza non si costruisce attraverso il controllo. Si costruisce attraverso la qualità delle relazioni sociali, la possibilità di partecipare, il riconoscimento reciproco e la presenza di luoghi nei quali i conflitti possano essere espressi ed elaborati senza trasformarsi in violenza. La domanda allora diventa anche un’altra: che senso ha investire nella costruzione di spazi di aggregazione, nella partecipazione giovanile, nella prevenzione del disagio e nella coesione sociale, se poi non prestiamo sufficiente attenzione agli effetti che determinate pratiche di controllo possono avere proprio su questi percorsi? Non possiamo chiedere ai giovani di impegnarsi, di non isolarsi, di partecipare alla vita collettiva e poi sottovalutare ciò che accade quando incontrano forme di esercizio dell’autorità che non vengono adeguatamente spiegate. È una contraddizione sulla quale occorre interrogarsi, senza semplificazioni. Perché il bisogno di sicurezza dei cittadini e il bisogno dei giovani di essere ascoltati, riconosciuti e liberi di partecipare non dovrebbero essere considerati esigenze contrapposte. Quando la prevenzione rischia di scoraggiare la partecipazione In assenza di motivazioni chiare e verificabili, episodi come questo rischiano di alimentare la sfiducia tra giovani e istituzioni e di scoraggiare la partecipazione pubblica. Un rischio ancora più significativo quando riguarda ragazzi e ragazze che si organizzano e si impegnano in iniziative sociali, culturali e umanitarie. Se l’appartenenza a un gruppo, la presenza in un luogo o la presunta intenzione di partecipare a una manifestazione diventassero elementi sufficienti a giustificare trattenimenti prolungati, il confine tra prevenzione e limitazione delle libertà fondamentali rischierebbe di assottigliarsi. La questione va oltre il diritto di manifestare: riguarda la libertà di movimento e il rischio che il timore di essere fermati finisca per scoraggiare l’esercizio di un diritto, senza bisogno di vietarlo formalmente. Il Polo Civico Esquilino, dove il collettivo ha organizzato l’iniziativa solidale per Rama, rappresenta uno di quei luoghi in cui la partecipazione diventa concreta: associazioni, studenti e comunità diverse si incontrano per costruire progetti condivisi. Difendere questi spazi significa riconoscere il valore sociale dell’impegno collettivo e del dissenso pacifico. Non perché chi vi partecipa debba godere di maggiori diritti, ma perché una società democratica dovrebbe considerare la partecipazione giovanile una risorsa, non un motivo di sospetto. Non possiamo restare a guardare Quanto accaduto ai giovani di Rabbia dal Basso non può lasciarci indifferenti. Certo, servono risposte. Dobbiamo sapere perché quei ragazzi e quelle ragazze sono stati portati in caserma e trattenuti per ore. Ma c’è una domanda ancora più grande che riguarda tutti e tutte noi: che società stiamo diventando se incontrarsi, organizzarsi e partecipare rischia di trasformarsi in un motivo di sospetto? Non possiamo abituarci all’idea che la sicurezza significhi sempre più controlli, più paura, meno libertà. Non possiamo accettare come normale che dei giovani che costruiscono relazioni, fanno arte, organizzano iniziative di solidarietà e vogliono far sentire la propria voce possano ritrovarsi a dover giustificare la loro presenza nello spazio pubblico. La vicenda di Rabbia dal Basso non è isolata. Nella stessa giornata del 24 ottobre, anche alcuni studenti minorenni del liceo Pilo Albertelli e di altre scuole romane sarebbero stati fermati e identificati mentre si recavano a una manifestazione. Un gruppo di genitori ha denunciato, attraverso una lettera aperta, trattenimenti prolungati e modalità ritenute intimidatorie, esprimendo preoccupazione per le conseguenze sulla fiducia dei ragazzi nelle istituzioni e sulla loro libertà di partecipazione. Episodi che, pur nelle loro differenze, sollevano una questione comune e chiamano in causa anche la responsabilità della società civile, delle associazioni e della cittadinanza: non lasciare che un modello di sicurezza fondato sul controllo e sul sospetto finisca per restringere gli spazi di libertà e di partecipazione, soprattutto delle nuove generazioni. Perché è proprio questo il rischio di un modello securitario che mette il controllo davanti alle persone: che poco alla volta ci abituiamo, che smettiamo di farci domande, che ciò che oggi ci indigna domani ci sembri normale. E invece non deve diventare normale. Non deve diventare normale che dei giovani vengano trattenuti per ore senza che siano chiarite pubblicamente le ragioni. Non deve diventare normale guardare con sospetto chi si organizza, chi pratica solidarietà, chi prova a cambiare le cose. La vicenda di Rabbia dal Basso ci riguarda tutti e tutte. Perché oggi sono quei ragazzi, domani potrebbe essere chiunque scelga di partecipare, manifestare o semplicemente occupare uno spazio pubblico insieme ad altri. La democrazia non si difende soltanto chiedendo conto di ciò che accade. Si difende non restando in silenzio, prendendosi cura degli spazi comuni, costruendo legami e rifiutando di considerare inevitabile una società in cui la paura prende il posto della libertà. È da qui che dobbiamo ripartire. Insieme. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE. > Sono contro la violenza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Se la sicurezza limita la libertà proviene da Comune-info.
October 29, 2026
Comune-info
Quale società stiamo costruendo
NON BASTA DOMANDARSI COME FERMARE LE DESTRE, DOBBIAMO DOMANDARCI QUALE SOCIETÀ STIAMO COSTRUENDO, DOBBIAMO PARTIRE DALLA CAPACITÀ DI NON RINUNCIARE ALLE DOMANDE. LA DEMOCRAZIA NON È QUALCOSA CHE, UNA VOLTA CONQUISTATO, CI APPARTIENE PER SEMPRE. È UNA PRATICA DA RICOSTRUIRE, OGNI VOLTA, NELLE RELAZIONI E NELLE ISTITUZIONI, MOLTO OLTRE LE VITTORIE ELETTORALI. SI TRATTA DI UN MODO DIVERSO DI ABITARE LA SOCIETÀ -------------------------------------------------------------------------------- Napoli 24 ottobre 2026, manifestazione contro il carovita. Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- Ci sono momenti in cui quello che accade in un paese lontano ci riguarda più di quanto immaginiamo. Non perché le situazioni siano uguali, né perché le storie possano essere sovrapposte, ma perché ci costringono a porci domande che attraversano tutte le nostre democrazie. In Brasile, Lula ha vinto le elezioni del 25 ottobre, battendo Flávio Bolsonaro al ballottaggio. Poche settimane fa il ritorno al potere della famiglia Bolsonaro appariva una possibilità concreta; tuttavia, la campagna elettorale, la mobilitazione nelle piazze e la partecipazione sui social hanno contribuito a una rimonta che ha portato alla riconferma di Lula. In Serbia, dopo quasi due anni di proteste contro la corruzione e il crescente autoritarismo, gli studenti hanno portato la loro sfida fino alle urne, sconfiggendo il blocco politico che faceva capo ad Aleksandar Vučić. Una protesta nata dalla richiesta di responsabilità per la morte di sedici persone nel crollo della pensilina della stazione di Novi Sad è così diventata una domanda più ampia: quale paese vogliamo essere? Quali istituzioni vogliamo? Sono vicende diverse, ma in entrambe c’è qualcosa che merita attenzione: persone che non si sono rassegnate all’idea che la politica fosse ormai una questione riservata a chi detiene il potere si sono fatte sentire, sono scese in piazza, hanno chiamato tutti alla lotta per la democrazia e hanno provato a riaprire uno spazio, a dire che il futuro non è già deciso. Non significa che una vittoria elettorale risolva d’incanto i problemi di un paese: Lula dovrà governare con un Parlamento in cui le forze conservatrici mantengono un peso importante, e in Serbia la vittoria degli studenti apre una fase nuova ma non cancella le difficoltà che hanno generato la protesta. Eppure, queste vicende ci restituiscono una possibilità che troppo spesso dimentichiamo: le cose possono cambiare anche quando sembrano destinate a restare come sono. Il consenso e le sue contraddizioni Ma è proprio qui che occorre fermarsi. Perché, accanto alla domanda su come si possa costruire un’alternativa, ce n’è un’altra, forse più difficile: come può una società continuare, invece, a sostenere un potere che produce sofferenza, restringe i diritti o mette in discussione i principi democratici che dovrebbero proteggerla? Dopo la Seconda guerra mondiale, i processi di Norimberga e Tokyo posero una questione che non poteva esaurirsi con la condanna dei responsabili dei crimini: quale rapporto era esistito tra quei regimi e le società che li avevano sostenuti? Quale responsabilità avevano avuto le popolazioni, al di là di quella dei governanti e degli esecutori materiali? È una domanda che non appartiene soltanto alla storia. Oggi ci troviamo di fronte a società nelle quali governi contestati per le loro politiche, per le violazioni dei diritti o per l’indebolimento delle istituzioni democratiche continuano a raccogliere un consenso significativo. Occorre comprendere perché una parte della popolazione continui a riconoscersi in quel potere, anche quando le conseguenze delle scelte sembrano contraddire gli interessi e i valori che dichiara di difendere. Perché una persona può trovarsi in difficoltà economica e continuare a votare per chi non migliora le sue condizioni? Perché può subire gli effetti di politiche ingiuste e considerarle comunque necessarie? Perché può riconoscere la sofferenza del proprio gruppo e diventare indifferente a quella degli altri? Non credo che esista una sola risposta. Ci sono la paura, il bisogno di sicurezza, l’appartenenza, la ricerca di un’identità, il risentimento, la sfiducia nelle alternative. C’è il desiderio di trovare qualcuno che sappia indicare con chiarezza chi è dalla nostra parte e chi è il nemico, e c’è la difficoltà di vivere dentro una realtà complessa, nella quale le responsabilità sono distribuite, le cause si intrecciano e le soluzioni richiedono tempo. Una risposta autoritaria offre una rassicurazione immediata: promette ordine, indica un colpevole, separa il mondo in amici e nemici, pur rischiando di aggravare i problemi che dichiara di voler risolvere. Ma c’è un aspetto ancora più inquietante: non sempre il consenso nasce dall’ignoranza di ciò che accade. A volte nasce dalla disponibilità ad accettare ciò che accade agli altri, purché si ritenga che serva a proteggere noi stessi. È una differenza sostanziale, che ci obbliga a interrogarci non soltanto sulla manipolazione del potere, ma sui confini della nostra responsabilità morale. Naturalmente le responsabilità non sono tutte uguali – non possiamo mettere sullo stesso piano chi decide una guerra, chi commette un crimine, chi lo sostiene consapevolmente e chi vive nella paura o nella disinformazione –, ma comprendere le condizioni che producono il consenso non significa cancellare la capacità delle persone di giudicare e scegliere. E in Israele? Le elezioni israeliane del 27 ottobre hanno restituito un paese profondamente diviso, senza una maggioranza parlamentare chiaramente definita. Ma il dramma di fondo va ben oltre la contrapposizione tra questo o quel partito, o la figura di Netanyahu: il vero nodo è che, a prescindere da chi vinca o da quale governo si formerà, la prospettiva per la Palestina rischia di non cambiare in modo sostanziale, schiacciata com’è dal dominio incontrastato di un’idea di sicurezza perseguita a qualsiasi costo. Come si spiega che, dopo la devastazione di Gaza, l’estensione dei conflitti e le contestazioni rivolte al governo, una parte così significativa della società israeliana continui a sostenere forze oltranziste, mentre anche gran parte dell’opposizione fatica a mettere in discussione i fondamenti di quella stessa politica? E come si spiega, nello stesso tempo, che tanti cittadini israeliani chiedano un cambiamento e contestino le scelte del governo? Non possiamo rispondere ignorando il trauma del 7 ottobre, le vittime, i rapimenti, la paura e il bisogno di sicurezza. Ma non possiamo neppure considerare il dolore subito una ragione sufficiente per accettare qualsiasi conseguenza delle politiche intraprese in nome di quella stessa sicurezza. Il dolore può aprire alla comprensione della sofferenza altrui oppure chiudere in una convinzione tragica: che soltanto la nostra vita conti, che soltanto la nostra paura sia legittima, che i diritti degli altri possano essere sospesi, fino a smarrire la propria umanità e “diventare simili ai loro carnefici”. È qui che una società si trova davanti a una scelta profonda, che non riguarda soltanto il governo da eleggere, ma l’idea stessa di convivenza che vuole difendere. La democrazia non si misura soltanto dalla possibilità di votare, ma dal riconoscimento dei diritti di chi appartiene a un’altra comunità, di chi è minoranza, di chi non può difendersi con la stessa forza. E il rispetto della dignità umana non può dipendere dall’appartenenza nazionale o dalla possibilità di ricambiare il male subito. L’Italia e l’Europa Anche noi dobbiamo porci queste stesse domande. In Italia, il governo Meloni conserva un consenso consistente, mentre le difficoltà economiche e sociali, la precarietà, le disuguaglianze e le preoccupazioni per il futuro attraversano la vita di molte persone. In Europa, forze nazionaliste e di destra radicale continuano a raccogliere sostegno in paesi diversi, facendo leva sulla paura, sulla sicurezza e sulla promessa di ristabilire un ordine perduto. In questo scenario, si confermano spesso tendenze profondamente disumane nei confronti dei migranti, accompagnate da un’incapacità strutturale di ascoltare i giovani e di dare valore alle istanze di cambiamento che esprimono. Non basta allora denunciare le contraddizioni di chi governa. Se vogliamo comprendere ciò che accade, dobbiamo chiederci che cosa renda quelle proposte convincenti per una parte della società: quali bisogni intercettano, quali paure interpretano, quali domande lasciamo senza risposta. Non possiamo attribuire tutto alla propaganda, come se le persone fossero soltanto vittime passive di ciò che viene raccontato. Il consenso nasce anche da convinzioni profonde, interessi, identità, esperienze personali e delusioni accumulate. Per questo contrastarlo richiede più della semplice denuncia: richiede di ricostruire legami, offrire risposte credibili, rendere visibili alternative capaci di incidere nella vita concreta delle persone. Accanto a ciò c’è l’astensione, che non sempre significa disinteresse. Può esprimere la sensazione che nessuno rappresenti davvero le proprie domande, che le decisioni importanti siano già prese altrove, che votare non serva a modificare ciò che conta. Quando questa convinzione si diffonde, la democrazia rischia di perdere proprio ciò di cui ha più bisogno: la partecipazione di chi non si sente ascoltato. Forse dovremmo smettere di considerare il consenso un dato immobile e chiederci come si forma, come si trasforma, quali condizioni permettono alle persone di sottrarsi alla rassegnazione. Il Brasile e la Serbia ci ricordano che la mobilitazione può riaprire possibilità che sembravano chiuse. Israele ci mostra quanto sia difficile trasformare una società attraversata dalla paura e dalla guerra. L’Italia e l’Europa ci pongono davanti alla necessità di comprendere perché la promessa di ordine e protezione continui a risultare convincente, anche quando entra in conflitto con i diritti e con la giustizia sociale. Non ci sono percorsi uguali, né risultati garantiti, ma c’è una domanda che attraversa tutte queste esperienze: che cosa permette alle persone di riconoscersi come parte di una comunità democratica, anziché come individui impauriti che cercano protezione a qualsiasi prezzo? Una democrazia ha bisogno di cittadini capaci di formarsi un giudizio, di confrontarsi con le ragioni degli altri, di riconoscere i limiti del proprio gruppo. Ha bisogno di una società nella quale la sicurezza non sia contrapposta alla libertà, e la dignità di alcuni non venga difesa sacrificando quella di altri. Ma questa capacità non nasce nel vuoto: si costruisce attraverso l’educazione, le relazioni, la partecipazione, la possibilità di vivere con dignità. Si costruisce anche quando le istituzioni dimostrano che le persone contano, che la loro voce può incidere, che la politica non è soltanto una competizione tra gruppi di potere. Per questo non credo che basti domandarsi come fermare la destra o come vincere le prossime elezioni. Dobbiamo domandarci quale società stiamo costruendo, quali bisogni lasciamo senza risposta, quali disuguaglianze rendiamo normali, quale idea di umanità trasmettiamo. E dobbiamo continuare a chiederci che cosa accade quando la sofferenza degli altri smette di rappresentare un limite alle nostre scelte politiche. Forse è proprio da qui che occorre ripartire: non dalla certezza di possedere tutte le risposte, ma dalla capacità di non rinunciare alle domande. Perché la democrazia non è qualcosa che, una volta conquistato, ci appartiene per sempre. È una pratica da ricostruire, ogni volta, nelle istituzioni e nelle relazioni, nella possibilità di dissentire e in quella di riconoscere nell’altro qualcuno i cui diritti non dipendono dal fatto che ci somigli. Le piazze brasiliane e quelle serbe ci dicono che le persone possono tornare protagoniste. La domanda è se sapremo creare le condizioni perché questa possibilità non si esaurisca in una vittoria elettorale, ma diventi un modo diverso di abitare la società. E se sapremo farlo anche noi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quale società stiamo costruendo proviene da Comune-info.
October 29, 2026
Comune-info
Una generazione sotto sorveglianza
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- A settembre studenti e studentesse francesi hanno cominciato a riempire le piazze contro classi sovraffollate, tagli e austerità. Il 6 ottobre erano più di 260 mila in tutto il Paese. Da lì l’onda si è allargata. In Spagna contro un’emergenza abitativa che i manifestanti chiamano «un furto legalizzato», in Belgio e in Portogallo contro il costo della vita. In Albania la rivolta è nata contro la svendita della costa protetta di Zvërnec a un progetto di resort di lusso legato a investitori vicini alla Casa Bianca, in un Paese che ha già affittato il proprio territorio all’Italia per rinchiudere persone migranti nei CPR. Lingue diverse e parole d’ordine che fino a poche settimane fa sembravano indecifrabili per il mondo adulto ci consegnano ora la chiave d’accesso a una generazione cresciuta dentro crisi permanenti, a cui si chiede di essere flessibile e produttiva senza offrirle un futuro. E a cui, mentre si tagliano scuola e welfare, si prospetta come orizzonte il riarmo e la guerra: in Germania è tornata la leva, e migliaia di ragazze e ragazzi sono scesi in piazza per dire che non vogliono diventare «carne da cannone». Sono le nuove generazioni a guidare le piazze, contro una violenza economica di guerra. Ad ottobre l’onda è arrivata in Italia. Già venerdì 16 ottobre migliaia di studenti e studentesse avevano scioperato in tutta Italia contro guerra, razzismo e «scuola-caserma». La mobilitazione è proseguita sabato e domenica alzando il livello del conflitto e la risposta è stata ovunque la stessa: misure di prevenzione contro minorenni disposte prima ancora che i cortei partissero, centinaia di ragazzi identificati, fermi e denunce di un uso sproporzionato della forza. A Milano, nel cuore della città del lusso e della finanza, ci sono stati scontri con la polizia, vetrine rotte, negozi svuotati. Sono le immagini che hanno fatto il giro dei telegiornali e su cui il governo ha costruito il nuovo decreto, come se fossero l’unica cosa da vedere. Ma quei gesti non nascono nel vuoto. Avvengono dentro una violenza quotidiana, che non finisce mai in prima pagina: quella di chi cresce senza casa e senza reddito, viene fermato per il proprio aspetto, vede la propria scuola cadere a pezzi mentre si finanzia il riarmo, e sa che il futuro promesso ai propri genitori non arriverà. Chi chiede di guardare solo i vetri infranti delle vetrine chiede di non guardare tutto il resto.  Tre giorni dopo il Consiglio dei ministri ha approvato l’ottavo decreto sicurezza di questo governo: un nuovo reato di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche», da due a cinque anni di carcere; il fermo preventivo esteso ai minorenni; multe ai genitori, anche di ragazzi non imputabili; 500 militari in più a Milano fino a fine anno. Non è una risposta all’emergenza. È un metodo. Secondo un conteggio approssimativo, dall’inizio della legislatura il governo ha introdotto circa sessanta nuovi reati o inasprimenti di pena. Il copione è già scritto. Nel settembre 2023, dopo i fatti di Caivano, un altro decreto abbassava le soglie per la custodia cautelare dei minorenni, estendeva il Daspo urbano ai quattordicenni e l’ammonimento del questore ai dodicenni, e puniva i genitori per l’abbandono scolastico dei figli. Il risultato più misurabile?  Gli istituti penali per minorenni sono passati da 381 ragazzi a fine 2022 a 572 a fine 2025: più 50 per cento e, per la prima volta, sovraffollamento negli istituti minorili. Ogni volta che una contraddizione sociale esplode, la dose aumenta. Come scrive l’Osservatorio Repressione, l’ordine pubblico è diventato «la droga preferita di un potere che non sa più cosa inventarsi». E così ogni crepa sociale diventa un capitolo del codice penale: chi resta indietro trova una divisa, chi resta solo trova una cella, chi protesta trova un nuovo reato. A chi parla, davvero, questo decreto? Noi lo sappiamo, perché quelle ragazze e quei ragazzi li incontriamo ogni giorno: sono figli e figlie delle nostre comunità, figli e figlie di famiglie arrivate da altrove, le seconde generazioni che crescono nelle periferie, i minori soli che hanno già attraversato confini e centri d’accoglienza. Sono quelli che vengono fermati e identificati più spesso degli altri, per il colore della pelle o per il quartiere in cui vivono. Un fermo preventivo applicato ai minorenni, in luoghi «affollati», sulla base di una presunta pericolosità, rischia di trasformare un gruppo di adolescenti in piazza in un fatto sospetto.  E una multa ai genitori colpisce soprattutto chi già fa fatica ad arrivare a fine mese: per molte famiglie migranti è una punizione che pesa su tutto il nucleo, sul permesso, sulla casa. Lo vediamo anche nelle nostre città, dove affitti brevi e turistificazione espellono chi le abita e i quartieri vengono presidiati dai militari: la militarizzazione non risolve i problemi, li sposta in un vicolo più buio o in una periferia più lontana, fuori dalla vista di turisti ed elettori. Noi sappiamo da che parte stare. Stiamo dalla parte delle famiglie raggiunte nel cuore della notte da una telefonata della questura: vostro figlio è qui da noi. Madri e padri che hanno attraversato la città senza sapere cosa li aspettava, spesso dovendo capire in una lingua che non è la loro cosa stesse succedendo. Famiglie a cui nessuno ha mai chiesto come vivono, quanto guadagnano, che futuro vedono per i propri figli, ma a cui adesso, in condizioni già precarie quando non di vero e proprio sfruttamento, si chiede anche di pagare. Stiamo dalla parte di chi ogni giorno, nei quartieri, costruisce legami che nessun decreto può sostituire. Per noi la sicurezza è avere qualcuno che ti conosca per nome, una casa, un reddito dignitoso, una scuola che funziona. È sapere che, se arrivi in un luogo e sei solo, c’è una comunità che ti vede. È quello che proviamo a costruire ogni giorno, aprendo le nostre case e condividendo tavolate, lingua, tempo: non assistenza, ma reciprocità. L’esatto contrario di un decreto che guarda a un’intera generazione, come abbiamo scritto raccontando Ceuta, «come un problema di ordine pubblico invece che come una questione di dignità umana». La sicurezza che ci serve passa di mano in mano. E anche qui, come ovunque, oltremanizzare vuol dire riconoscersi nell’altro e agire insieme. -------------------------------------------------------------------------------- Oltremani è una rete nazionale (con sede a Napoli) di associazioni, gruppi e persone. “Superiamo le etichette, per costruire comunità vive, reciproche e solidali…”, per trasformare i territori -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una generazione sotto sorveglianza proviene da Comune-info.
October 29, 2026
Comune-info
La generazione che si ribella e spacca le vetrine
L’INIZIO DEL CICLO DI PROTESTE DI GIOVANI E GIOVANISSIMI PUÒ ESSERE RICONDOTTO AL 2020 IN ASIA E ALLE SUE NUMEROSE MANIFESTAZIONI, CHE OGGI SI ESTENDONO ALL’INDIA CON LE “PROTESTE DEGLI SCARAFAGGI”. ORA SEMBRA L’EUROPA L’EPICENTRO DEL MALCONTENTO GIOVANILE: LO SCORSO FINE SETTIMANA, CI SONO STATE GRANDI MANIFESTAZIONI IN GRECIA, BELGIO, ALBANIA, ITALIA, FRANCIA, PORTOGALLO, SPAGNA. INTANTO IN SERBIA, UN’OPZIONE ELETTORALE GUIDATA DA STUDENTI E STUDENTESSE HA VINTO LE ELEZIONI PARLAMENTARI. IN SPAGNA, COME IN ITALIA, SONO STATI FERMATI E ARRESTATI DECINE DI MINORENNI. “STA FORSE EMERGENDO IN POLITICA UNA NUOVA GENERAZIONE CON UN PROPRIO STILE, CHE REAGISCE ALLE PROPRIE ESPERIENZE?”, SI CHIEDE NURIA ALABAO. A PROPOSITO DEI SACCHEGGI RICORDA COME UN PRECEDENTE PER LE RECENTI ESPLOSIONI SI PUÒ TROVARE NEGLI STATI UNITI, DOVE DA ALCUNI ANNI, GRUPPI DI RAGAZZI E RAGAZZE SI ORGANIZZANO TRAMITE I SOCIAL MEDIA PER INCONTRARSI IN MASSA, BALLARE O SACCHEGGIARE CENTRI COMMERCIALI PER METTERE LE MANI SU ARTICOLI DI LUSSO. VENGONO CHIAMATI “FLASH RAPINE”. QUALCOSA TRA SVAGO E PROTESTA, SENZA UN ESPLICITO DISCORSO POLITICO. DI CERTO, LA SPAGNA E L’ITALIA NON SONO LA FRANCIA. MA IN TUTTI E TRE I PAESI SEMBRA EMERGERE LA PROTESTA DI GIOVANI A CUI VIENE NEGATO UN FUTURO DIGNITOSO E QUELLA DI GIOVANI DELLE PERIFERIE O DI ORIGINE MIGRANTE PER I QUALI LE PROMESSE DI MIGLIORARE LE PROPRIE CONDIZIONI DI VITA NON SI REALIZZERANNO MAI, A PRESCINDERE DA CIÒ CHE FARANNO. AGGIUNGE ALABAO: “UN PUNTO DI CONTATTO TRA LE DUE FORME DI LOTTA RISIEDE NEI NUOVI DESIDERI CHE EMERGONO QUANDO CI SI ORGANIZZA, PERMETTENDO DI INTRAVEDERE UNA VITA DIVERSA… PROIETTARE ORIZZONTI COLLETTIVI: QUESTA È LA TERAPIA NECESSARIA…” Foto Milano in movimento -------------------------------------------------------------------------------- I media hanno sfornato innumerevoli frasi sui giovani, etichettandoli come fragili, pigri o consumisti: una generazione egocentrica che si consuma tra TikTok, videogiochi, shopping online e lorazepam. La giovinezza è solo una fase della vita, eppure i giovani vengono incolpati di rivolte, crimini o stupri, soprattutto se sono migranti, persone razzializzate o vivono nelle periferie o nelle baraccopoli del mondo. Non sappiamo esattamente cosa siano i giovani, se siano qualcosa, ma quel che è certo è che in molte parti del mondo si stanno sollevando in proteste massicce e spettacolari. Abbiamo definito questo ciclo politico le rivolte della Generazione Z. Se l’estrema destra e la sua visione del mondo guidata dagli algoritmi cercano di impedire ai giovani di organizzarsi e tentano di deviare la loro rabbia verso nemici designati, queste lotte raccontano una storia diversa. Ma dobbiamo ascoltare. L’inizio di questo ciclo può essere ricondotto al 2020 in Asia e alle sue numerose manifestazioni, che oggi si estendono all’India con le “proteste degli scarafaggi”. Oggi, l’Europa sembra essere l’epicentro del malcontento giovanile, con un livello simile a quello osservato dopo la crisi finanziaria del 2008, sebbene le rivendicazioni siano più varie. Lo scorso fine settimana, le proteste si sono diffuse dalla Grecia al Belgio, passando per Albania, Francia, Portogallo e Spagna. In Serbia, un’opzione elettorale guidata dagli studenti ha vinto le elezioni parlamentari di domenica scorsa, 25 ottobre. Questo è stato il risultato inatteso di quasi due anni di mobilitazioni che hanno portato alle dimissioni del Primo Ministro Miloš Vučević lo scorso anno. Alcune di queste rivolte hanno assunto la forma di sommosse. Le immagini più eclatanti provengono dall’Albania, dove si sta combattendo una guerriglia urbana a colpi di fuochi d’artificio. Anche dalla Francia, dove gli studenti delle scuole superiori hanno dato vita a una protesta ormai diffusa contro Macron. Blocchi di scuole e poi di università, manifestazioni di massa, incendi di edifici e saccheggi stanno sconvolgendo la narrazione mediatica e alimentando il panico per il disordine e l’illegalità sia tra i conservatori che tra i progressisti. Alcune città italiane, come Milano, sembrano rispecchiare questa situazione, seppur con motivazioni specifiche. In Spagna, i giovani si accampano nelle piazze e manifestano per il diritto all’alloggio, ma alcuni hanno anche fatto ricorso alla disobbedienza civile per fermare gli sfratti quotidiani attraverso organizzazioni come l’Unione degli Inquilini e la PAH (Piattaforma delle Persone Colpite da Mutui). Sebbene la sinistra sembri contendersi la rappresentanza delle proteste, è importante ricordare che la legittimità di questa disobbedienza è appesa a un filo e può essere contrastata con tutta la forza delle leggi bavaglio e della repressione poliziesca, soprattutto dopo le elezioni. Scontri Questo fine settimana, gli appelli all’azione sui social media hanno scatenato disordini e saccheggi a Barcellona e in altre città catalane come Manresa. Queste proteste si sono svolte al di fuori dei canali più convenzionali e sono state guidate da minorenni: la maggior parte dei 128 arrestati erano minorenni. Sono fraintese e quindi facilmente attribuite alla guerra ibrida o all’offensiva di Netanyahu, oppure viste con sospetto perché non promsse da organizzazioni note. Tuttavia, molte delle rivolte di questa generazione sono state lanciate principalmente attraverso TikTok e Discord, spesso senza il supporto di partiti politici o istituzioni di mediazione. Gli scontri di strada, che troviamo comprensibili in Asia o nei paesi arabi – tanto più comprensibili quanto più sono lontani – qui ci sembrano orribili (forse potremmo riconoscere che le fiamme hanno un certo fascino estetico, così come le vetrine rotte e i saccheggi dei negozi di lusso, a patto di nutrire un certo odio per questo mondo, come molti giovani). Per i media e i politici, o forse per i vincitori, le rivolte sono brutte, quindi ne attribuiscono la colpa ad altri. Vox dice che sono colpa dei protetti di Pedro Sánchez, tutti immigrati, Le Pen fa un’affermazione simile riguardo alle rivolte in Francia, che attribuisce a Mélenchon e ai figli delle banlieue. Per alcuni politici di sinistra, i disordini sono il risultato di una cospirazione israeliana. Bisogna esorcizzare la possibilità che lo sciopero generale indetto in Spagna si trasformi in una protesta sconveniente, una trovata pre-elettorale. E quanto sono rassicuranti le teorie del complotto, perché così non c’è più niente a cui pensare! Il destino di questi giovani è lasciato al caso, perché sono strumenti del male. Si dice che sia facile criminalizzare tutte le proteste dopo queste rivolte, ma è proprio la preventiva delegittimazione di queste forme di rivolta che permette di perseguitarle poi senza freni. Che siano spontanee o istigate da interessi oscuri, nulla di tutto ciò spiega perché i giovani vadano a distruggere tutto. Né la loro rabbia, né il loro divertimento. Sta forse emergendo in politica una nuova generazione con un proprio stile, che reagisce alle proprie esperienze? Che c’entra la classe sociale? La cosa più sconcertante è che questi giovani non sembrano avanzare rivendicazioni di alcun tipo, almeno non nel quadro a cui siamo abituati: un insieme di richieste concrete e realizzabili, più o meno coerenti, che possono o meno essere soddisfatte dallo Stato. In una Spagna apparentemente prospera, dove l’economia “va bene”, non ci aspetteremmo che i giovani si ribellino saccheggiando o distruggendo tutto. Non ci aspettiamo di vederlo nelle vetrine illuminate a giorno di Passeig de Gràcia, dove i turisti passeggiano con orologi da un milione di euro al polso. Perché mai coloro che dovrebbero essergli grati per essere i loro baristi, i loro autisti, i loro croupier, le loro cameriere, dovrebbero ribellarsi? Non dovremmo sorprenderci, perché il conto alla rovescia è iniziato da tempo. Piuttosto, dovremmo chiederci a quale classe sociale appartengono questi giovani e quali sono le loro aspettative di vita. Nella scintillante Barcellona degli affitti insostenibili, la disuguaglianza è una vetrina, uno stile di vita consumistico che funge da modello, da ideale, ma che, allo stesso tempo, rimane irraggiungibile, soprattutto per questi ragazzi provenienti dalle periferie. Alcuni rompono vetrine, altri, come quelli dei quartieri operai della Grande Buenos Aires, votano per Milei. Forse un precedente per queste esplosioni si può trovare in tutta una serie di eventi emersi nell’ultimo decennio. Negli Stati Uniti, ragazzi e ragazze molto giovani si organizzano tramite i social media per incontrarsi in massa, ballare o saccheggiare centri commerciali per mettere le mani su articoli di lusso. Vengono chiamati “flash rapine” o “takeover adolescenziali”, come quelli di Filadelfia. Tra svago e protesta, questi episodi mancano per lo più di un esplicito discorso politico, al di là del fatto che questi giovani, molti dei quali poveri e appartenenti a minoranze etniche, non sembrano farsi scrupoli a rubare a grandi aziende con profitti milionari. Alla base di tutto ciò c’è il tentativo di sfuggire al disprezzo sociale attraverso il consumo di marchi (con tutte le sue ambiguità intrinseche). Forse le rivolte di Barcellona sono più simili a questi eventi che a quelli che accompagnarono la Rivolta francese, o forse mancano di un movimento più ampio che le sostenga e le legittimi. Ma questo non significa che non ci sia una ragione dietro di esse. Possibilità Molti giovani aspirano alla vita dei loro genitori. A Sol, gli striscioni recitano: “Una famiglia, una casa” o “Alla mia età, i miei genitori potevano lavorare e comprarsi una casa”. In questi slogan, lontanissimi dai desideri espressi nelle rivolte del 1968 – anzi, il loro esatto opposto – si può leggere l’anelito all’emancipazione giovanile. Lasciare la casa dei genitori, essere indipendenti. Questi giovani della classe media, che, secondo gli studi, escono meno la sera e consumano meno alcol e droghe rispetto ai loro genitori, equiparano una bella vita a vivere come i loro genitori. Ottenere un buon lavoro, avere stabilità economica, fare carriera – se possibile, diventare funzionari pubblici o influencer, o magari vivere senza lavorare come investitore. E poi, poter consumare, crearsi una famiglia e raggiungere un certo grado di riconoscimento sociale. Sono loro quelli integrati. Non c’è disperazione nella loro posizione, ma hanno alle spalle cinquant’anni di neoliberismo e davanti a sé una maggiore incertezza. Questa posizione si esprime in rivendicazioni concrete, come quelle contenute nei decreti sugli affitti o quelle degli studenti francesi: più investimenti, più professori, la fine del sistema di selezione universitaria. Queste sono soluzioni possibili e concrete. Ma quali potrebbero essere le rivendicazioni di coloro per i quali le promesse di mobilità sociale non si realizzeranno mai, a prescindere da ciò che faranno? Che dire dei giovani delle banlieue, dei giovani migranti nordafricani, o di coloro che sono nati qui ma non saranno mai trattati come spagnoli, gli abitanti dei quartieri operai dove la discriminazione e la violenza quotidiana sono la norma? Per loro, anche se gli affitti diminuissero e l’istruzione migliorasse, le loro vite rimarrebbero immutate, i loro lavori nel settore dei servizi i più sfruttatori e degradanti, così come è degradante subire il razzismo. Ciò che questi giovani vogliono non è essere come i loro genitori, non vivere come loro, non lavorare come loro. Sono popolazione in eccesso. Dobbiamo riconoscere le differenze perché la Spagna non è la Francia; Non esiste nulla di paragonabile ai suoi grandi quartieri segregati, dove il risentimento e la disperazione covano tra le cosiddette “seconde generazioni”, che bruciano auto ogni settimana e arrivano persino a danneggiare i servizi pubblici nei loro quartieri. Quale atto di nichilismo più grande c’è che incendiare una biblioteca in un quartiere povero? Ma dobbiamo prestare attenzione ai parallelismi e alle somiglianze, perché nulla suggerisce che fenomeni simili non possano verificarsi anche qui, seppur su scala diversa. In ogni caso, se queste sono le loro esperienze di vita, non possiamo aspettarci che manifestino attraverso i canali tradizionali, che a quanto pare non funzionano in una Francia governata da un regime autoritario alla Macron e soggetta a una feroce repressione. E in Spagna, quanto tempo ci vorrà perché queste lotte portino a un drastico calo dei prezzi delle case? Raggiungeranno tutti? “Lo studente che manifesta per riaprire le porte al proprio futuro e il piccolo criminale che saccheggia per festeggiare ‘il miglior compleanno della sua vita’ non condividono lo stesso orizzonte temporale”, dice Gigi Roggero a proposito delle rivolte di Milano (Benvenuti nel deserto del globale). La differenza sta nell’accesso al futuro: se esso si cela dietro barriere che possono essere rimosse o se semplicemente non esisterà. Nello stesso articolo, Roggero sottolinea che “le forme caotiche di violenza e conflitto sono parte integrante della storia della lotta di classe”. In passato, le forme di lotta più organizzate – come quelle del movimento operaio – fungevano da ponte verso le agitazioni nichiliste o reattive. Costruivano un soggetto politico capace di dare significato a rivolte spontanee e disorganizzate, integrandole nel proprio quadro. Oggi non esiste più nulla di simile e dobbiamo iniziare a pensarle in modo diverso. Molte di queste proteste, infatti, hanno una durata brevissima, paragonabile ai cicli mediatici ormai accelerati o alle mode effimere dei social media. Un punto di contatto tra le due forme di lotta – quella degli integrati (o di coloro che sono in procinto di integrarsi) e quella della popolazione in eccesso – risiede nei nuovi desideri che emergono quando ci si organizza e si lotta, permettendo di intravedere una vita diversa, impossibile da trovare in un impiego regolamentato, nella proprietà privata e nella famiglia. Questi desideri si ritrovano anche nelle proteste o vengono scoperti partecipandovi. Organizzarsi, connettersi con gli altri nelle manifestazioni, smettere di essere così soli e uscire dall’onnipresente “io” che occupa tanto spazio sui social media, proiettare orizzonti collettivi: questa è la terapia necessaria. Quando si lotta, si può scoprire, dietro la rabbia e la furia, il desiderio di vivere al di là dei canali stabiliti, al di là dei ruoli sociali predeterminati. Non essere come i propri genitori, ma qualcosa di diverso ancora da inventare. “Tornare a vivere. Ritrovare la capacità di godere, desiderare, creare e vivere la vita al di là degli obblighi economici e sociali”, ha detto il Comitato Invisibile a proposito delle rivolte in Francia. Questo apre la strada a nuove lotte che indubbiamente arriveranno, che le comprendiamo o meno. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su ctxt.es -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PAOLO CACCIARI: > Vetrine -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La generazione che si ribella e spacca le vetrine proviene da Comune-info.
October 28, 2026
Comune-info
Aderire a questa campagna non è per nulla una scelta di comodo
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Aderire a questo spazio Comune non è una scelta di comodo, ma un atto di resistenza vitale. Lo spazio che ci circonda si è fatto smisurato e schiacciante: da un lato è saturo del frastuono assordante di guerre, violenze e sopraffazioni; dall’altro è devastato da un silenzio gelido, da quell’assenza di parola che si genera dove la comunità si spegne. In un’epoca dominata dall’ossessione per l’efficienza e dalle “istituzioni disattivanti” che frammentano l’esistenza e trasformano la vita in consumo, la nostra società si riscopre drammaticamente atomizzata. Ci ritroviamo isolati, ciascuno rinchiuso nella propria solitudine funzionale. È proprio contro questa solitudine che il nostro tetto Comune si erge come luogo di salvezza e di convivialità, nel senso più profondo (e illichiano) del termine. Ritrovarsi in un bene Comune significa riappropriarsi della capacità di generare senso insieme. Significa spezzare la dipendenza dagli schemi imposti e restituire al pensiero la forza del confronto, della parola condivisa, dell’azione comunitaria. Ricostruire legami, riabitandoli con passione e presenza, è la nostra sola possibilità per tornare a essere umani tra gli umani, sottratti all’isolamento e restituiti a una ricerca di senso collettiva e pulsante. [Gianni Palumbo] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Aderire a questa campagna non è per nulla una scelta di comodo proviene da Comune-info.
October 28, 2026
Comune-info
Un giornale, una comunità, uno sguardo collettivo
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Aderisco alla campagna con molto piacere. Dal 2012 leggo e ogni tanto partecipo attivamente ai progetti di Comune: un giornale, una comunità, uno sguardo collettivo e sensato sul mondo, che co-crea la realtà in continuo mutamento. È meraviglioso crescere insieme e sentirsi accompagnati in ogni tentativo di sovvertimento dell’esistente, in ogni tentativo di cura delle comunità, del pianeta, e delle relazioni di mutuo aiuto con chi, ostinatamente e creativamente, prende spazio nella narrazione del presente. Grazie di esserci! [Giulia Giordano] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un giornale, una comunità, uno sguardo collettivo proviene da Comune-info.
October 28, 2026
Comune-info
La vittoria di Lula tra democrazia e resistenza
LA RIELEZIONE DI LULA ALLA PRESIDENZA DEL BRASILE SI È SVOLTA IN UN CLIMA DI FORTI TENSIONI POLITICHE, SEGNATO DA DENUNCE DI IRREGOLARITÀ ELETTORALI, OSTACOLI AI TRASPORTI, EPISODI DI VIOLENZA E DIFFICOLTÀ NELL’ACCESSO AL VOTO, SOPRATTUTTO PER LE POPOLAZIONI INDIGENE E LE COMUNITÀ DEI TERRITORI PIÙ ISOLATI. NONOSTANTE QUESTE CRITICITÀ, LA MOBILITAZIONE DELLA SOCIETÀ CIVILE, DELLE RETI DI SOLIDARIETÀ, DEGLI STUDENTI E DEGLI ELETTORI DI DIVERSE GENERAZIONI HA CONTRIBUITO A UNA VITTORIA DAL FORTE SIGNIFICATO POLITICO E GEOPOLITICO. UN RISULTATO CHE EVIDENZIA IL RUOLO DELL’AZIONE COLLETTIVA NELLA DIFESA DEI DIRITTI COSTITUZIONALI E DELLA DEMOCRAZIA BRASILIANA Foto: Ricardo Stuckert / Lula Oficial – Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0 Se nel 2022 il clan dei miliziani aveva tentato di commettere brogli, quest’anno si è registrato un numero record di tentativi di frode: denaro proveniente dagli Stati Uniti, interferenze da parte di Meta, interferenze del TSE (Tribunale superiore elettorale), di aziende di destra come Zona Sul e TIM Brasil, di società di trasporto (compagnie aeree, autobus e metropolitana) e di sindaci che non rispettano le decisioni del TRE (Tribunale regionale elettorale). Ciò a cui abbiamo assistito domenica scorsa è criminale e configura un tentativo di colpo di Stato. Fino alla chiusura delle urne hanno continuato ad arrivare segnalazioni di elettori ai quali era stato impedito di esercitare il proprio diritto di voto a causa delle carenze dei trasporti. Kassio Nunes, presidente del TSE, la persona che dovrebbe garantire il rispetto del diritto costituzionale di voto dei cittadini e delle cittadine brasiliane, ha dimostrato apertamente di essere a favore del figlio di colui che lo aveva nominato nel tribunale che ora presiede. Non vi sono dubbi che si sia assistito a un reato di abuso di potere e a una violazione del principio costituzionale di imparzialità giudiziaria. A partire da sabato, le due maggiori compagnie aeree brasiliane low cost — Gol e Azul —, così come LATAM, hanno cancellato voli, configurando un possibile tentativo di colpo di Stato. Le motivazioni addotte sono state la necessità di manutenzione e problemi tecnici. La maggior parte dei voli era diretta verso il Nordest del Paese, regione d’origine di Lula e, da sempre, principale roccaforte elettorale del PT. In seguito alle segnalazioni, Gol ha emesso un comunicato ufficiale affermando che era stato cancellato soltanto un volo nella giornata di sabato e che i passeggeri erano stati riprotetti su voli previsti per domenica mattina. Nonostante ciò, nel corso della giornata di domenica hanno continuato a moltiplicarsi sui social network i video di persone bloccate negli aeroporti. L’Agenzia nazionale per l’aviazione civile (ANAC) ha dichiarato che durante il secondo turno delle elezioni non si erano verificate anomalie nei voli e che «i ritardi e le cancellazioni dei voli fanno parte della normale routine dell’aviazione commerciale». La stessa situazione si è verificata nello Stato di Bahia, dove il sindaco di Salvador, alleato di Bolsonaro, ha ordinato di lasciare fermi nei depositi 75 autobus, privando la popolazione dei mezzi pubblici necessari per raggiungere i seggi elettorali. La risposta del sindaco, secondo il quotidiano Folha, è stata che «il ritardo nell’uscita dei veicoli dal deposito è stato causato da membri del sindacato, che volevano applicare adesivi del PT sui finestrini». In seguito alla denuncia presentata dalla Federazione Brasile della Speranza (PT/PCdoB/PV), che accusava una riduzione superiore al 50% della flotta di autobus normalmente disponibile nei giorni feriali, nonostante fosse stata annunciata la gratuità dei trasporti nel giorno delle elezioni, il Tribunale regionale elettorale di Bahia (TRE-BA) ha ordinato il ripristino immediato dell’intera flotta e ha emesso un mandato di arresto nei confronti del segretario alla Mobilità di Salvador, che risulta latitante. Il giorno successivo sono stati segnalati casi di licenziamento, da parte delle società di trasporto, di dipendenti che avevano sostenuto la rielezione del presidente Lula. La stessa carenza di trasporti si è verificata a San Paolo, dove il sindaco Ricardo Nunes — recentemente invitato a passare dall’MDB al PL — avrebbe promosso riduzioni del numero di autobus e un aumento dei controlli stradali. Il PT di San Paolo chiederà l’arresto del segretario municipale alla Mobilità urbana e ai Trasporti, Celso Jorge Caldeira, per inosservanza della decisione del TRE-SP, che imponeva la circolazione del 100% della flotta di autobus nella capitale, con tariffe gratuite. Secondo Kiko Celeguim, presidente del PT di San Paolo, era in circolazione soltanto il 60% della flotta, nonostante fosse stata richiesta fin dalle prime ore del mattino del giorno delle votazioni la rimessa in servizio di tutti gli autobus. Il Comune non aveva risposto alla richiesta. Per questo motivo, con l’accordo dei due candidati alla presidenza (che ora il candidato perdente cerca di negare), è stata presentata al TSE una richiesta di proroga dell’orario di voto negli Stati di San Paolo e Bahia. La risposta cinica del presidente del TSE, Nunes, è stata la seguente: «È già stata presentata al TSE una richiesta in tal senso, che sarà esaminata a tempo debito». L’insolenza di Nunes ha contrastato con la decisione del giudice della Corte suprema federale Cristiano Zanin di prolungare l’orario di voto fino alle 19:00. Le elezioni del 2026 si sono svolte secondo un calendario unificato in tutto il Paese, con i seggi aperti dalle 8:00 alle 17:00, ora di Brasilia. Tuttavia, ogni Stato seguiva i propri orari, con una differenza di circa due ore. Chiunque fosse arrivato al seggio entro l’orario di chiusura previsto avrebbe avuto garantito il diritto di voto. Il problema è stato che molti seggi elettorali sono stati trasferiti senza preavviso. Secondo CNN Brasil, il TSE ha registrato cambiamenti in oltre 400 seggi. Il Pará è stato lo Stato con il maggior numero di modifiche, seguito da Minas Gerais, Ceará, Piauí e San Paolo. I maggiori problemi di trasporto sono stati invece registrati in Pará, Bahia, San Paolo, Rio de Janeiro, Sergipe e Alagoas. Come se tutto questo non bastasse, sono stati registrati anche numerosi casi di manipolazione delle urne elettorali. Nel Mato Grosso do Sul è stato scoperto che i tasti corrispondenti ai numeri 1 e 3 di una macchina per il voto elettronico erano incollati. La violenza dilagava. A Rio de Janeiro una persona senza fissa dimora è stata aggredita, mentre un uomo nero è stato visto camminare in catene, condotto al guinzaglio da un uomo vestito di giallo e verde durante un evento a sostegno di Bolsonaro. Secondo il quotidiano Globo, l’uomo ha negato che il gesto avesse carattere razzista e lo ha giustificato come una forma di «satira», concludendo: «Se ho offeso qualche brasiliano, non era mia intenzione». Quattro sono morti tra gli elettori di Lula, uccisi da sostenitori di Bolsonaro. Una delle vittime è stata colpita da tre proiettili dopo una lite provocata da sostenitori di Bolsonaro. Foto: Ricardo Stuckert / Lula Oficial – Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0 L’avvocato Marco Aurélio Carvalho, coordinatore della campagna elettorale di Lula, ha denunciato l’avanzata della violenza politica dell’estrema destra nel Paese. A dimostrazione della veridicità del detto «i brasiliani non si arrendono mai», sono sorti gruppi di mutuo aiuto per garantire passaggi in auto e soluzioni di trasporto alternative, sia all’interno delle città sia tra i diversi Stati. Tuttavia, le distanze di un Paese dalle dimensioni continentali non hanno sempre consentito di trovare soluzioni, soprattutto perché tutto doveva essere organizzato all’ultimo momento. Tra queste iniziative si distingue la mobilitazione discreta di persone che lavorano con le popolazioni indigene della regione amazzonica brasiliana. Attraverso reti di solidarietà, hanno organizzato con diversi giorni di anticipo una raccolta fondi per garantire che il diritto costituzionale di voto dei cittadini indigeni brasiliani fosse rispettato, nel caso in cui le autorità pubbliche responsabili fossero arrivate in ritardo o non fossero intervenute. La Costituzione del 1988 ha garantito la piena cittadinanza e i diritti politici dei popoli indigeni, consentendo loro di votare e candidarsi alle elezioni. Prima di quella data, la legislazione brasiliana considerava gli indigeni persone sottoposte alla «tutela» dello Stato e tendeva a escluderli dalla vita politica nazionale. La gravità del tentativo di violare questo diritto è ancora maggiore rispetto alla violazione dello stesso diritto nei confronti delle persone non indigene, perché conferma l’intenzione, già manifestata dal padre durante il mandato 2018-2022, di ripristinare la politica di assimilazione della dittatura, con l’obiettivo di far scomparire i popoli indigeni in quanto gruppi etnici dotati di identità proprie e di integrarli nella società come lavoratori e cittadini comuni. La ministra Guajajara ha denunciato il rifiuto del Tribunale superiore elettorale (TSE) di concedere un’autorizzazione generale alla Fondazione nazionale dei popoli indigeni (Funai), alla Segreteria speciale per la salute indigena (Sesai) e al Ministero dei Popoli indigeni per utilizzare le rispettive strutture allo scopo di garantire il trasporto degli elettori indigeni. Nonostante il decreto ufficiale che prevede la gratuità dei trasporti interurbani, anche le compagnie di navigazione responsabili dei servizi di traghetto verso l’arcipelago di Marajó hanno continuato a far pagare il servizio. Ai sensi della legge n. 6.091/1974, costituisce reato «fornire mezzi di trasporto a fini elettorali a candidati, partiti, federazioni, coalizioni o a qualsiasi altra persona», nel contesto della pratica diffusa della compravendita di voti. Proprio per contrastare questa pratica criminale, i tribunali elettorali hanno il dovere di mettere a disposizione veicoli per gli elettori delle zone rurali. Nella regione amazzonica, le persone hanno dovuto spostarsi per ore, a volte per giorni, per raggiungere il proprio seggio ed esercitare il proprio diritto di voto. La precarietà dei trasporti marittimi non è soltanto un problema di mobilità. È una questione di diritti, di disuguaglianza territoriale e di razzismo ambientale. La ministra dei Popoli indigeni, Sonia Guajajara, ha dichiarato che, indipendentemente dal risultato elettorale, presenterà una richiesta per istituire una sottocommissione incaricata di vigilare sulle irregolarità relative all’accesso delle popolazioni indigene al diritto di voto. Anche il presidente Lula ha dichiarato di voler chiedere l’arresto dei sindaci responsabili di reati elettorali derivanti dall’ostruzione del trasporto degli elettori. Lula ha definito la situazione «abominevole». Al momento si sta procedendo con l’allontanamento dei sindaci complici del disservizio dei trasporti e denunciando le compagnie private competenti. Nonostante tutto questo, il Brasile è riuscito a compiere un’impresa storica rieleggendo Lula per un quarto e ultimo mandato come presidente del Brasile. Si tratta di una vittoria geopolitica. La principale vittoria del Sud America viene dalla sinistra e assume un significato globale, dimostrando che è possibile sconfiggere l’estrema destra, nonostante tutte le azioni criminali che la caratterizzano e che hanno contraddistinto in particolare questo secondo turno. È diventato chiaro che questa vittoria è possibile attraverso un’alleanza tra destra e sinistra, come è avvenuto con il vicepresidente Alckmin, storico rivale di Lula. Ciò mette in evidenza la differenza tra partiti che sono avversari politici e partiti che sono fanatici ed estremisti. Si è trattato anche di un’alleanza tra azioni condotte nelle strade e sui social network. Se i social network, grazie all’«esercito di Lula», sono riusciti a contrastare l’algoritmo sfavorevole di Meta, si è verificata una combinazione esplosiva tra rete e strada. Da una parte, un esercito di utenti di Internet ripubblicava compulsivamente le informazioni provenienti dal centro operativo di André Janones, deputato federale del partito Rede Sustentabilidade, alleato strategico del PT e sostenitore di Lula. Dall’altra, migliaia di elettori che si erano astenuti al primo turno sono tornati alle urne: soprattutto anziani, che in tutto il Paese sono stati accompagnati da familiari e amici per esprimere il proprio voto a sostegno della democrazia e contro la dittatura. È stato uno splendido lavoro di squadra tra mezzi di comunicazione e generazioni, tra Internet e manifestazioni di piazza, tra anziani — tra cui lo stesso presidente, che ha 81 anni — e giovani, che hanno contribuito in modo significativo a queste elezioni. La mattina del 5 ottobre, in seguito alla sconfitta al primo turno, 2.000 studenti dell’Università federale Fluminense di Rio de Janeiro hanno occupato le strade di Niterói, nello Stato di Rio de Janeiro. Il giorno successivo si sono uniti a loro i colleghi dell’Università federale di Pernambuco (UFPE), a Recife, seguiti da molti altri. L’UNE, l’Unione nazionale degli studenti, che nel 1992 aveva portato migliaia di studenti in strada con il volto dipinto dei colori della bandiera brasiliana per chiedere al Congresso l’impeachment del presidente Fernando Collor de Mello e protestare contro la corruzione, è tornata nelle piazze nel 2026 per sostenere Lula. L’organizzazione potrebbe inoltre mobilitarsi per chiedere l’annullamento della candidatura di un membro di una milizia e denunciare la censura e la violazione del principio costituzionale di imparzialità giudiziaria. Come accade nelle strade delle città europee, i giovani stanno dimostrando che il sistema potrebbe essere arrivato a un punto di svolta. L'articolo La vittoria di Lula tra democrazia e resistenza proviene da Comune-info.
October 28, 2026
Comune-info
Verso il Rosarno film festival
-------------------------------------------------------------------------------- La Piana di Gioia Tauro (Reggio Calabria) si prepara ad accogliere il Rosarno film festival 2026, in programma tra novembre e dicembre tra i comuni di Rosarno, San Ferdinando e Palmi (presto il programma completo definitivo della quinta edizione su rosarnofilmfest.it). Promosso da Mediterranea Hope-Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Rete Comunità Solidali e S.O.S. Rosarno (con molte adesioni, tra cui la redazione di Comune-info/Benvenuti ovunque), il festival ha come tema centrale lo sfruttamento del lavoro. Anche quest’anno nelle vesti dei giurati i migranti impiegati negli agrumeti della Piana. “Insieme possiamo cambiare visioni sul mondo migrante e bracciantile, grazie alla forza del cinema”, scrivono i promotori. Ma anche grazie alla forza di illustrazioni, come quelle di Francesco Piobbichi che raccontano bene la visione del Rosarno Film Festival. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Verso il Rosarno film festival proviene da Comune-info.
October 28, 2026
Comune-info