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Più che un tetto, una casa Comune!
-------------------------------------------------------------------------------- Grazie di cuore nostra casa-Comune! Vi seguo e sostengo con affetto da anni e continuo a ritrovarmi così come dite – meno sola – sentendo di reggere a questa frana anche con il semplice leggere e condividere i vostri preziosi contributi. Sono nutrimento. [Patrizia Gallo] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Più che un tetto, una casa Comune! proviene da Comune-info.
September 15, 2026
Comune-info
Una mattina al picchetto
NEL 2025 L’AZIENDA ACCA È USCITA VITTORIOSA DALLA «GUERRA DELLE GRUCCE», COMBATTUTA A COLPI DI PACCHI INCENDIARI E SPRANGHE FRA LE AZIENDE CON SEDE A PRATO E FIRENZE PER ASSICURARSI LE COMMESSE DALLE MULTINAZIONALI DELLA MODA. NEGLI ULTIMI MESI ACCA È DIVENTATA NOTA PER L’IMPREVISTA RIBELLIONE DEI SUOI OPERAI, SOSTENUTA DA TANTI E TANTE, COSTRETTI A TURNI DI LAVORO MASSACRANTI E RICATTI. QUELLI CHE UNA VOLTA SI CHIAMAVANO PADRONI HANNO CERCATO DI REPRIMERE LA PROTESTA IN MOLTI MODI, ANCHE CON MAZZE E BASTONI. MA HANNO PERSO. UN RACCONTO DAI GAZEBO TIRATI SU DAVANTI AL MAGAZZINO ACCA DI CAMPI BISENZIO, PER BLOCCARE I CANCELLI E IMPEDIRE L’INGRESSO E L’USCITA DELLE CAPI D’ABBIGLIAMENTO DIRETTI IN TUTTA EUROPA -------------------------------------------------------------------------------- 28 agosto. Da un paio di giorni lo scirocco spinge le polveri del Sahara sulla nostra penisola e le temperature superano di nuovo i trentacinque gradi. Sempre meglio delle tormente che allagano l’asfalto, con l’acqua che da sotto entra nei gazebo e ammolla ogni cosa: materassi, coperte, provviste, vestiti, libri… Quando si sente arrivare la tempesta, bisogna correre, subito: ficcare tutto ciò che si può in macchina, chiudersi dentro e aspettare che passi. Poi uscire e lentamente smontare, stendere sotto al sole quel che rimane e aspettare. Aspettare davanti al magazzino Acca di Campi Bisenzio (Fi), per bloccare i cancelli e impedire l’ingresso e l’uscita delle capi d’abbigliamento che da lì vanno in tutta Europa. È così che va avanti dal 21 giugno: ogni giorno, ogni notte, in ogni momento, quei due gazebo sono abitati da attivisti, attiviste e operai che sorvegliano chi entra e chi esce. È così che troviamo, sdraiati sulle brandine e sui materassi, le attiviste e gli operai iscritti al Sudd (Sindacato Unione Democrazia Dignità) Cobas. Sono qua per difendere il loro lavoro, minacciato dalle continue manovre illegali dei vertici di Acca, azienda a conduzione cinese che, da anni, sfrutta, minaccia e percuote i novanta operai dipendenti, la maggior parte di origine pakistana e bangladese. I picchetti ai cancelli di Acca vanno avanti a oltranza da settanta giorni in quattro località della piana fiorentina: Seano, Agliana, Osmannoro e Campi Bisenzio. La resistenza alla violenza dei «padroni» dell’azienda ha avuto inizio nel 2023, quando gli operai hanno cominciato a sindacalizzarsi e a chiedere un contratto di lavoro legale, che rispettasse i turni di otto ore per cinque giorni a settimana contro le dodici ore sottopagate sette giorni su sette, regime di lavoro a cui erano fino ad allora sottoposti. I capi non ci stavano, li hanno seguiti sotto casa alla sera; con le mazze hanno spaccato le auto, le bici, li hanno intimiditi. Il sindacato ha risposto così: attiviste e attivisti si sono organizzate per accompagnare personalmente gli operai in macchina. I padroni, vedendo le macchine con gli italiani, hanno fatto cessare gli attacchi; poco dopo, i lavoratori hanno ottenuto il contratto “otto per cinque”. Grande vittoria. Nel 2025 l’azienda è uscita vittoriosa dalla «guerra delle grucce», il conflitto dal carattere mafioso combattuto a colpi di pacchi incendiari e spranghe fra le aziende del territorio per assicurarsi le commesse dalle grandi aziende di moda. In tutto ciò, Acca si trovava sotto custodia giudiziaria per presunta frode fiscale ai danni dello Stato per tasse e contributi non pagati pari a 71 milioni di euro. È in questo clima che, in giugno, sindacato e operai hanno fiutato la manovra decisiva: l’azienda stava progettando di chiudere il magazzino per riaprire altrove sotto un altro nome, licenziare gli iscritti al sindacato e assumere lavoratori nuovi, ripartendo da zero. È per bloccare questa manovra che il 21 giugno è scattato lo sciopero. Due giorni dopo, i padroni hanno assaltato il picchetto di Seano. La mattina avevano già investito un operaio, finito in pronto soccorso. Nel pomeriggio sono arrivati davanti al magazzino di Seano (PO), sono scese duecento persone dai furgoni bianchi, alcune armate di mazze e bastoni, per rompere il blocco dei manifestanti e riaprire il lavoro. Se ne sono andati solo dopo aver distrutto i gazebo. Sono stati presi alla sprovvista anche i pochi agenti delle forze dell’ordine che si trovavano già là. Ancora: all’alba del 3 luglio le forze dell’ordine si sono presentate al picchetto di Seano con ordine di sgombero e sequestro preventivo della merce bloccata nel magazzino. L’abbigliamento doveva immediatamente partire: stavano iniziando i saldi. Il giorno dopo gli agenti si sono ripresentati davanti ai gazebo prontamente rimessi in piedi: «Ragazzi, tutto bene?». A raccontarci questa storia è E., una ragazza poco più che ventenne. Ci accoglie con un sorriso e una stretta di mano dalla brandina piazzata all’ombra, fuori dal gazebo bianco. Le spalle arrossate dal sole, fuma un drum (tabacco sfuso, il nome purtroppo deriva da una nota marca, ndr). Fumano tutti il drum, uno dopo l’altro: «Che vuoi fare se no?». «È difficile non pensare che sarebbe meglio che chiudesse, questa fabbrica», ci confessa. Ma se andasse così, gli operai perderebbero il lavoro. Bisogna quindi che i tavoli delle trattative, promossi dalla Provincia di Prato e avviati proprio qualche giorno prima dopo una inaspettata chiamata della dirigente, vadano bene. Proprio mentre stiamo parlando avviene l’incontro, sono tutti ottimisti. E., da due anni e mezzo attivista nel Sudd, si è fatta tutto lo sciopero contro Acca. Questo significa dormire in strada nel gazebo, una notte sì e una no. Tornare a casa, farsi la doccia, mangiare, rientrare nel gazebo. Significa attuare quello che ormai è il motto del sindacato: «devi durare un secondo in più di loro». Le abbiamo chiesto se non sia difficile fare questo tipo di vita. Lo è, a volte lo stress è molto forte, «ma per me il sindacato sta qua», ha risposto alzando la mano sopra la testa. Dopo l’assalto e lo sgombero la reazione è stata immediata. Attiviste/i e operai hanno fatto leva sulla «rabbia buona e sana» e «gli hanno fatto il culo, iniziando a dargliene secche a diritto, trovando i carichi illegali e i magazzini dove spostavano il lavoro, come questo». Queste parole sono di S., poco più grande di E., da due anni nel sindacato, si barcamena fra l’attivismo e il lavoro come assistente ad una persona con disabilità. Le chiediamo se occupa una posizione particolare nel sindacato. «No, non esistono posizioni particolari – risponde – o una organizzazione verticale, siamo tutti sullo stesso piano, tutti con le stesse responsabilità». Ci sono però quattro persone che sono dentro da più di tutti, e che sono un po’ la faccia del sindacato, oltre a seguire in prima persona le trattative. Sono proteste che non potrebbero avvenire in Pakistan, ci ha spiegato Sa., che ha vissuto in altri cinque Paesi ma in Italia si trova bene. È qui da giugno, torna quando può a casa a lavarsi e a prendere acqua e ghiaccio, come gli altri. «Loro sono la nostra forza», ci hanno spiegato le attiviste. Il sostegno reciproco è evidente. Attivisti e attiviste ricevono qualcosa di molto prezioso, una comunità e qualcosa che dà valore alla vita, qualcosa per cui lottare, un significato. L’ottimismo che si respira si rivela ben riposto. Il 29 agosto, nell’assemblea promossa insieme dal movimento Insorgiamo, che da cinque anni occupa e promuove la riconversione ecologica della fabbrica GKN a Campi Bisenzio, e Sudd Cobas arriva la notizia attesa: l’accordo per il reintegro di sessanta operai (tutti gli iscritti al sindacato più un’altra ventina), con la promessa di assumere i restanti trenta alla prima occasione, è stato firmato dall’azienda. Molti hanno cominciato a ballare e, come sempre, a fumare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una mattina al picchetto proviene da Comune-info.
September 15, 2026
Comune-info
Per portare gli sguardi oltre
-------------------------------------------------------------------------------- Aderisco perché il “Tetto Comune” è una casa aperta che si sa che c’è e da cui si entra, si esce ma ci si ritorna dopo le escursioni in giro… Un tetto sotto cui riflettere e sotto cui tenersi insieme per portare gli sguardi oltre, per riprendersi dagli scoramenti e ritrovare quella fiducia solidale che aiuta a cambiare e scansare le nubi di soprusi e violenza. Vi abbraccio tutte e tutti, un plauso al tuo meticoloso lavoro di costruzione della rete di Comune. [Giuditta Peliti] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per portare gli sguardi oltre proviene da Comune-info.
September 14, 2026
Comune-info
I Cpr sono una malattia sociale
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- R. ha ventisette anni, è nato in Marocco ed è finito in un Centro di permanenza per rimpatri (Cpr): “Sembravano tutti zombie. Avevano gli occhi aperti ma non guardavano nulla. Ogni giorno passavano a darci un bicchierino a testa di rivotril (sedativo, i cui effetti durano per molte ore). Quasi ogni giorno, c’era qualcuno che provava a uccidersi o che si faceva del male. C’erano tanti ragazzi che come me non sapevano se e quando sarebbero usciti da lì. Le persone venivano stordite dai farmaci, così non si lamentavano, non protestavano. Quando eri sotto rivotril – aggiunge – perdevi il senso del tempo e provavi meno angoscia. L’avvocato d’ufficio l’ho visto una volta e poi è sparito. Io vivo in Italia da quando ho cinque anni. Sono finito in CPR perché quando ho compiuto diciotto anni, la comunità mi ha lasciato in strada. Senza documenti. Mi hanno buttato in una cella dove il bagno non veniva mai pulito. Era disumano. Quando qualcuno stava male e gridava aiuto nessuno interveniva. Eravamo carne umana gettata in un angolo…“. Quest’estate è morto un altro ragazzo al Cpr di Palazzo San Gervasio, a Potenza (La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere). R. ne parla perché negli stessi giorni gli veniva riconosciuta la protezione speciale e il gioco dei destini è atroce. Ne parla perché “li è normale morire“. Quel ragazzo si chiamava Lassoued e la sua morte è arrivata dopo sessantasette eventi critici (ovvero atti di autolesionismo e tentativi di suic registrati in soli sei mesi). I Cpr sono una malattia sociale. -------------------------------------------------------------------------------- [Baobab experience] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I Cpr sono una malattia sociale proviene da Comune-info.
September 14, 2026
Comune-info
Per non perdere la bussola
-------------------------------------------------------------------------------- Aderisco, perché mai come oggi, in questo momento storico tanto difficile, complesso e contraddittorio, abbiamo bisogno di un tetto comune. Dì riscoprire pratiche e teorie di comunità. Di avere uno specchio col quale confrontarci, per non perdere la bussola. Abbiamo bisogno di tante cassette per gli attrezzi, soprattutto noi adulti, educatori, persone che hanno a cuore questa società che cambia. Comune riesce a fare e essere tutto questo. [Sara Rossetti] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per non perdere la bussola proviene da Comune-info.
September 14, 2026
Comune-info
Facciamo presto
-------------------------------------------------------------------------------- Aderisco con molto piacere e con un senso di grande urgenza. Grazie. [Angelo Loy] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Facciamo presto proviene da Comune-info.
September 14, 2026
Comune-info
Uno spazio per comunità che si aiutano e confrontano
-------------------------------------------------------------------------------- Aderisco alla campagna. Sarebbe bello si creasse uno spazio per ricreare vere e proprie comunità che si aiutano, sostengano, confrontano…. Ci aspettano tempi duri. [Maddalena Sala] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Uno spazio per comunità che si aiutano e confrontano proviene da Comune-info.
September 14, 2026
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Per restare umani
-------------------------------------------------------------------------------- Un tetto comune per restare umani. [Cristina Metto] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per restare umani proviene da Comune-info.
September 13, 2026
Comune-info
Farsi spazio
-------------------------------------------------------------------------------- Siccità e guerre spingono sempre più persone a spostarsi. Migrano per cercare le risorse necessarie a farsi una casa. Ottenere una casa vuol dire esistere, diventare visibili e essere riconosciuti. Farsi spazio, conquistare diritti e essere parte di una comunità vanno di pari passo. I percorsi di ognuno sono però diversi, non lineari, faticosi e non tutti sono destinati ad avere successo. Il mondo ricco fa di tutto per rendere i migranti invisibili, ignora le loro strategie di sopravvivenza, vuole usare il loro lavoro, ma non riconoscerli come soggetti dotati di diritti.  È una storia vecchia che si ripete in modo tragico. Riconoscerla è un primo passo per affrontarla assieme. [Marco Buttino] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Farsi spazio proviene da Comune-info.
September 13, 2026
Comune-info
Parole per costruire relazioni
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Non solo imparare una lingua, ma trovare parole nuove per orientarsi, comunicare, costruire relazioni e sentirsi più autonomi nella vita quotidiana. Da lunedì 28 settembre 2026 ripartono i corsi della Scuola di italiano del Centro Ascolto per Migranti e Rifugiati della Caritas di Roma, con sede in via delle Zoccolette 19. La nuova edizione propone percorsi dal livello di pre-alfabetizzazione fino all’A2, con lezioni sia in presenza sia online. Saranno attivati complessivamente sei corsi, pensati per rispondere a bisogni diversi: dal livello di pre-alfabetizzazione (per analfabeti totali) al corso A2, sia con classi in presenza che on-line. Le lezioni si svolgeranno dal lunedì al giovedì secondo questi orari: Pre-alfabetizzazione, Alfabetizzazione e Pre A1: dalle 10 alle 12; A1 e A2: dalle 14 alle 16; corso online A1/A2: dalle 14 alle 16. Le iscrizioni resteranno aperte fino a esaurimento dei posti. La scuola è uno spazio di apprendimento e incontro, in cui la conoscenza dell’italiano diventa uno strumento concreto per favorire autonomia, accesso ai servizi, relazioni e partecipazione alla vita della città. Per informazioni e iscrizioni è possibile telefonare al numero 06 88815300, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16, oppure scrivere a scuola.stranieri@caritasroma.it. È inoltre possibile rivolgersi allo sportello di via delle Zoccolette 19 il lunedì, martedì, giovedì e venerdì, dalle 9 alle 13. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Caritasroma.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Parole per costruire relazioni proviene da Comune-info.
September 13, 2026
Comune-info
Condividere il calice, custodire l’umano
L’IA COME BENE COMUNE E TEOLOGIA ALGORITMICA. IN DIALOGO CON STEFANO LENA Foto di BoliviaInteligente su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Trovo molto interessante l’articolo di Stefano Lena – Il calice condiviso. Per un’AI come bene comune? – che contesta a Bifo – L’amaro calice – la trasformazione della contingenza in destino tecnologico inevitabile. L’Intelligenza artificiale oggi è sì, concentrata, proprietaria, militarizzata e capace di produrre delega cognitiva, ma da ciò non segue che debba esserlo per essenza. Il rischio esiste precisamente perché la traiettoria non è ancora completamente decisa ma proprio questa sospensione apre alla ragione della speranza di ancora possibili alternative. Se il problema – si domanda Stefano Lena – è una particolare concentrazione di potere economico, tecnologico e politico, perché ciò che è politicamente costruito non può almeno in linea di principio essere politicamente trasformato? Il testo compie inoltre un secondo passaggio, non si limita a invocare astrattamente un’altra IA, ma indica alcune possibili forme istituenti: infrastrutture pubbliche, accesso universale, partecipazione alla governance, audit indipendenti, limiti alla concentrazione. Dove Bifo tende a vedere nell’IA un destino, Lena una tecnologia politicamente ridirigibile. Tuttavia l’articolo, proprio nella sua giusta opposizione al determinismo di Bifo, rischia di inclinare verso il polo opposto: una separazione molto netta fra tecnologia e regime politico della tecnologia. La mia persuasione è che se l’IA è una tecnica storicamente configurata e pertanto suscettibile di trasformazione, non è neutrale nei suoi effetti, né infinitamente plastica. Le sue architetture incorporano orientamenti verso il calcolo, la previsione, la standardizzazione, la sostituzione, la concentrazione. Governarla democraticamente significa quindi intervenire non soltanto sulla proprietà e sull’accesso, ma anche sulla forma tecnica, sulla scala, sui fini, sui limiti della delega e sugli ambiti nei quali deve essere possibile decidere di non utilizzarla. Una IA pubblica, aperta e democraticamente governata, potrebbe impoverire la capacità di giudizio, uniformare il linguaggio, come trasformare ogni esperienza in dato calcolabile. Come dire, la proprietà comune è una condizione importante, ma non sufficiente, perché anche un apparato pubblico può diventare tecnocratico come una tecnologia universalmente accessibile può produrre dipendenza generalizzata. Allora il problema dell’IA si sposta altrove. Lena affronta soprattutto la questione politico-economica: chi possiede l’IA, chi vi accede, chi governa gli scopi. Ma emerge una domanda ontologico-antropologica che non può essere evasa: quale forma dell’umano e della relazione viene istituita da questa infrastruttura cognitiva? Quale temporalità produce? Quale spazio lascia alla domanda, all’alterità. all’opacità, alla sofferenza, alla decisione responsabile? (cfr. Luca Taddio, Il Tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era digitale, il melangolo 2026) La democratizzazione dell’IA è dunque necessaria, ma non dissolve automaticamente ciò che, in altro luogo, chiamo teologia algoritmica: la forma in cui l’infrastruttura digitale globale e i dispositivi di calcolo assumono funzioni analoghe a quelle tradizionalmente attribuite al divino. Bisognerebbe allora riflettere sul fatto se vi è una logica asintotica di sostituzione dell’umano da parte dell’IA, distinta dal determinismo tecnologico, ma inscritta come tendenza immanente nell’intreccio fra capacità computazionale, razionalità economica, competizione geopolitica e desiderio umano di sottrarsi alla fatica del pensare, all’errore e al rischio. Certo, l’asintoto della sostituzione potrebbe non essere mai raggiunto integralmente e, tuttavia, orientare il presente, dove la sostituzione estrema non richiede necessariamente la scomparsa biologica dell’uomo, ma può ben compiersi quando l’essere umano rimane nel circuito come destinatario, consumatore, o esecutore, cessando di essere responsabile della decisione. Quella che abbiamo denominato teologia algoritmica (la “trascendenza immanente dell’IA) consiste allora nel fatto che un prodotto interamente interno alla storia assume progressivamente funzioni un tempo appartenenti al trascendente: onniscienza, previsione, giudizio, orientamento, confessione, produzione del senso. Essa non elimina semplicemente il possibile: lo preseleziona, fino a far coincidere ciò che può accadere con ciò che il sistema riesce a calcolare. La domanda essenziale è allora: a quali condizioni l’IA può diventare un bene comune senza rendere algoritmico il comune? Non è sufficiente distribuire più equamente l’accesso alla medesima potenza tecnica, se la sua forma continua a sottrarre agli esseri umani la capacità di interrogare, giudicare e decidere. La democratizzazione riguarda la proprietà e il governo dell’infrastruttura; la custodia dell’umano esige qualcosa di ulteriore. Il bene comune originario non è, infatti, l’intelligenza artificiale. È la possibilità che il mondo continui a essere abitato da esistenti distinti, capaci di iniziare qualcosa che non sia già contenuto nei dati e anticipato dal calcolo. L’IA può divenire uno strumento comune soltanto se rimane subordinata a questo comune più radicale: la facoltà degli esseri umani presenti e futuri di pensare, dissentire, assumere responsabilità e trasformare il mondo senza trovarlo già interamente preselezionato dagli apparati. Il bene comune più originario è,quindi, la possibilità che il mondo continui a produrre altri inizi. Fra il fatalismo tecnologico e la fiducia nella piena plasticità politica dell’IA si apre pertanto una terza posizione. La tecnologia non è un destino, ma neppure una materia indifferente alla quale il potere possa imprimere qualsiasi forma. È un phármakon storicamente configurato, attraversato da tendenze che possono essere contrastate, rallentate e diversamente orientate. La politica comincia nel riconoscimento di questa ambivalenza: non quando sceglie semplicemente fra accettazione e rifiuto, ma quando istituisce soglie, conserva alternative e impedisce che una traiettoria contingente diventi irreversibile. Il calice può dunque essere condiviso, purché la condivisione non riguardi soltanto l’accesso al suo contenuto, ma anche il potere di determinarlo, limitarlo e, quando necessario, rifiutarlo. Condividere l’IA dovrebbe significare conservare collettivamente la facoltà di decidere che cosa non delegarle. Solo allora essa potrebbe servire il comune senza appropriarsene, potenziare l’umano senza sostituirlo e aprire possibilità senza far coincidere il possibile con il calcolabile. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Condividere il calice, custodire l’umano proviene da Comune-info.
September 12, 2026
Comune-info
Abbiamo perso la possibilità di autonomia della mente
NEGLI ULTIMI GIORNI SONO APPARSI SU COMUNE TRE STIMOLANTI ARTICOLI SULLA COSIDDETTA INTELLIGENZA ARTIFICIALE: L’AMARO CALICE (FRANCO BERARDI BIFO), IL CALICE CONDIVISO. PER UN’AI COME BENE COMUNE? (STEFANO LENA) E UMANITÀ E NUOVE TECNOLOGIE (RINO MALINCONICO). QUI UNA NUOVA NOTA DI BIFO -------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Ho letto i due testi – Il calice condiviso. Per un’AI come bene comune? (Stefano Lena) e Umanità e nuove tecnologie (Rino Malinconico) – e ringrazio Stefano e Rino per averli scritti. Sembra che io mi sia messo nell’antipatica posizione del cattivo e che devo avere per forza un piglio un po’ severo, e ribadire malefiche profezie (posizione imbarazzante, lo ammetto, ma me la sono andato a cercare e me lo merito). La risposta di Stefano è molto interessante, e su molti punti credo che abbia più ragioni lui che Doctorow.  L’automa cognitivo (quella che abitualmente si chiama Intelligenza artificiale è in ultima analisi l’automa capace di simulare e sostituire l’intelligenza umana) potrebbe avere funzioni utili piuttosto che funzioni distruttive. Ma perché questo accada occorre una cosa molto semplice ma in verità molto complicata: l’autonomia della soggettività sociale dall’interesse del Capitale. Questa autonomia, a mio (meditato) parere, non è più nell’ordine del possibile per ragioni politiche, strutturali, tecniche, e soprattutto cognitive. Il secolo ventuno non conosce più l’alternativa sociale al capitalismo perché non conosce più la possibilità di autonomia della mente. La sconfitta del movimento operaio (avvenuta nel ventesimo secolo) non è stata un incidente di percorso… è stata l’ultima possibilità di emancipazione della razza umana dalla tanatopolitica del capitale. Quell’ultima possibilità è andata a finire come sappiamo, per ragioni che andrebbero approfondite (se ne avessimo il tempo): tradimento strategico della sinistra, precarizzazione del lavoro, decomposizione sociale prodotta dalla grande migrazione… In assenza di una soggettivazione autonoma, la tecnologia è nelle mani del profitto e della guerra. Quando dico “soggettività” intendo prima di tutto: che ne è della mente collettiva? Anche qui la mia risposta è antipatica, la mente collettiva è già stata riformattata: siamo di fronte alla disintegrazione dell’attenzione per effetto dell’accelerazione del flusso, alla cancellazione della memoria vivente per effetto della frammentazione del tempo e dell’appiattimento sull’istante. Non si tratta di minacce per il futuro, si tratta di quel che è già accaduto negli ultimi due decenni, e le conseguenze sono già in via di dispiegamento. Il lavoro vivo della mente è sottomesso al capitale tecnologico. Il cervello umano è per gran parte (nella generazione emergente) dipendente dall’automa. Probabilmente è tutta colpa mia: non sono più in grado di immaginare un futuro perché è svanita in me la simpatia per il genere umano. L’ho detta grossa, no? Ma è così. Dopo Auschwitz era possibile pensare che il genere umano sarebbe divenuto umano, e che il femminile avrebbe prevalso sull’istinto di dominazione. Dopo Gaza non è più possibile. E mi pare che questa antipatia per il genere umano ormai sia quel che di meglio c’è in circolazione. L’evidente intenzione maggioritaria di non riprodurre il genere umano ne è la prova. E i bambini mi chiederà qualcuno? Per i bambini provo compassione perché sono vittime dell’egoismo riproduttivo (che per fortuna regredisce), e futuri carnefici per vendetta. Mi pare che l’inconscio femminile stia maturando una intenzione: piuttosto che così, meglio niente. Simpatia per il nulla? Lo confesso, anche se so che sarò accusato di nichilismo. Ma non ho più paura di quell’accusa, forse perché il nulla è il mio prossimo futuro. [Franco Berardi Bifo] [Forse con questa nota alcuni lettori di Comune, cui sto già abbastanza antipatico, finiranno per detestarmi. Ma io gli voglio bene lo stesso] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: Pensiero e immaginazione [Giorgio Agamben] Quella nuova morte in vita toccata alla donna [Lea Melandri] Della creazione e dell’Ai nel tempo della fine dell’umano [Paolo Mottana] Gli algoritmi non hanno vita propria [Raúl Zibechi] Alexa e le altre [Stefano Rota] La retorica dell’innovazione [Sara Gandini e Paolo Bartolini] Decrescita digitale nell’era dell’intelligenza artificiale Big Tech [SP e DL] -------------------------------------------------------------------------------- Franco Berardi Bifo ha aderito alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- . . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Abbiamo perso la possibilità di autonomia della mente proviene da Comune-info.
September 12, 2026
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