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Gli umani di Riace
A RIACE, VINCERE È L’ULTIMA DELLE PREOCCUPAZIONI. I GIOCHI ANTIRAZZISTI CELEBRANO DA QUASI TRENT’ANNI LO SPORT COME SPAZIO DI INCONTRO, MEMORIA E RESISTENZA COLLETTIVA. UN RACCONTO DI PERSONE, SQUADRE E COMUNITÀ CHE CONTINUANO A OPPORSI AL RAZZISMO, DENTRO E FUORI DAGLI STADI. Foto di Ci sono premi ai quali, in questo speciale torneo che va avanti da trent’anni, tutti tengono meno. Ma alla fine, proprio alla fine della manifestazione, in un tripudio di bandiere, torce e striscioni, mentre le casse fraternamente messe a disposizione dai palermitani del “Mediterraneo antirazzista” continuano a sparare a ruota la celebre “K’mon, k’mon, antifa hooligan” del gruppo street punk veronese Los Fastidios, arriva il momento di attribuire anche quelli. Se nel mondo dello sport, a tutti i livelli, ormai l’unica cosa che conta è vincere, ai “Giochi antirazzisti” di Riace vincere è proprio l’ultima delle preoccupazioni. Qui. Perché quasi ovunque, invece, avviene il contrario. Chi può negare, infatti, che il desiderio di vincere sia ormai diventato talmente pervasivo e ossessivo da aver emarginato, in piscine, campi e palestre, qualsiasi approccio diverso? Chi non ritiene ormai grottesche le ipocrite frasi di convenienza che, quasi settimanalmente, citano De Coubertin presentandolo come un modello, per poi calpestarne i valori un minuto dopo, liberando le peggiori pulsioni narcisistiche? Qui l’aria che si respira è tutta un’altra. Ma alla fine, visto che si è giocato, vengono attribuiti anche quei premi. Ai bolognesi di “Progetto Ultrà”, quindi, che hanno affrontato in finale, ai rigori, i ragazzi degli “O Boy Squad”, e alla storica società di pallavolo romana “Polisportiva Città Futura”, che ha battuto la celebre e sempre presente ai Giochi “Palestra Popolare Gino Milli” di Bologna. Ma gli applausi ricevuti dai vincitori non sono stati maggiori di quelli riservati a tutti gli altri. Premiata “Lazionet” per il suo impegno e per la costanza con la quale, da tantissimi anni, si batte contro il razzismo. Oggi la curva della Lazio non è né più né meno schierata a destra di tante altre, ma, all’inizio del percorso di conquista degli spalti attraverso slogan e parole d’ordine xenofobe e violente, contrastarla era un gesto a dir poco eroico. Aver continuato a farlo senza cedere a intimidazioni e minacce è ammirevole. Premiato “Esquilino Football Club” per aver portato il maggior numero di giovani atleti e aver dimostrato che si possono coniugare attività sportiva e politica anche nelle scuole calcio, se lo si vuole. Il riconoscimento “Primavera antifascista” è quindi andato alla squadra di questo complesso, ma altrettanto bel rione romano. Alla coloratissima e divertente compagine delle “Silvia’s Sixteen” è andato il premio “Presa a bene per Claudia”, messo in palio proprio da “Lazionet”, che ha voluto così ricordare la figura di una loro carissima compagna di strada, prematuramente scomparsa l’anno scorso in un incidente di moto. Maria Claudia Benincà, oltre a essere un’attivista conosciutissima a Roma, specialmente nel quadrante sud, era infatti molto legata a questo gruppo di storici frequentatori dei “Giochi antirazzisti” e con loro, l’anno scorso, era scesa a Riace. Di tutta la cerimonia è stato sicuramente il momento più toccante: tanti gli occhi lucidi e inevitabile qualche lacrima, perché il suo ricordo è ancora vivido. Un titolo speciale, poi, inedito — il “premio drone” — è andato alla performer messicana Ana Teresa Fernández, che, per denunciare la deriva disumana tipica del nostro tempo, ha fatto disporre i partecipanti sulla spiaggia, riprendendoli poi dall’alto mentre componevano la scritta S.O.S. in codice Morse. Le immagini, riprese con un drone finalmente usato per ragioni di carattere estetico, artistico e politico, e non militare, come purtroppo molto più spesso ci capita di sentire, vogliono davvero contribuire a lanciare un grido d’allarme. Ed è davvero un S.O.S. quello che si cerca di inviare con quanta più forza possibile attraverso i “Giochi antirazzisti”: uniamoci! Stiamo vicini! Resistiamo! Avanti, avanti! Sono fatte così le persone, i compagni, le compagne e i militanti che, insieme a “Progetto Ultrà” e a Carlo Balestri, continuano, spesso contro ostacoli molto grandi — non insormontabili, ma molto grandi —, a promuovere questa iniziativa ormai giunta quasi al trentennale. Non tutti, soprattutto i più giovani, quelli che oggi portano avanti progetti importantissimi come la “Scuola di italiano per migranti di Bolognina”, o le ragazze e i ragazzi di “Mediterranea”, ricordano infatti quanto violenta e offensiva fosse diventata, intorno alla metà degli anni Novanta, molta parte del movimento ultras alle nostre latitudini. Pochi, forse, sanno quanto fossero diventate quotidiane le offese contro i giocatori di pelle nera quando Carlo Balestri ebbe l’idea di organizzare un festival di sport e cultura antirazzista che facesse da cassa di risonanza per quella parte delle tifoserie e della società italiana che non sopportava i “buuu”, gli “scimmia”, i “negro de m…”. Dall’olandese Aaron Winter al camerunense François Omam-Biyik, quanti episodi odiosi ci ritornano in mente andando indietro con la memoria a quel periodo. Quanto furono ipocrite e accondiscendenti le istituzioni sportive nel tollerare il fenomeno, prima di prendere seri provvedimenti e arrivare a chiudere le curve e a sospendere le partite. Oggi affrontiamo un momento diverso, nel quale proprio le incertezze e le timidezze di chi ha governato, a destra o a sinistra, hanno contribuito a determinare uno slittamento. Affrontare il razzismo, istituzionale e sociale, è una sfida complessa, che ha bisogno, dentro e fuori dagli stadi, di molti nuovi contributi. E non è certo a iniziative come queste che possiamo immaginare di delegare una responsabilità enorme come quella di arginare fenomeni ai quali neanche i più pessimisti pensavano di dover assistere. Perché, se è vero che la violenza contro l’alterità culturale ha raggiunto, anche in altri momenti della storia del nostro Paese, vertici di gravità che non dobbiamo dimenticare, oggi inquieta e allarma l’idea che possa farsi largo tra le persone un progetto di “remigrazione” violenta. Se, quindi, manifestazioni come i “Giochi antirazzisti” non possono costituire il solo antidoto, possono però assolvere a quella importantissima funzione di raccordo e condivisione delle esperienze che, almeno una volta l’anno, riempie il cuore: vedere persone e realtà diverse avvicinarsi e conoscersi un po’ di più. L'articolo Gli umani di Riace proviene da Comune-info.
July 16, 2026
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Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale
LE GUERRE NEI TERRITORI AFRICANI, CONTRARIAMENTE ALLE NARRAZIONI RAZZISTE OCCIDENTALI, NON SONO UN RESIDUO DI ARRETRATEZZA: RAPPRESENTANO SEMMAI UNA DELLE FORME PIÙ AVANZATE DEL CAPITALISMO ESTRATTIVO CONTEMPORANEO. DEL RESTO, IL CAPITALISMO POGGIA SEMPRE PIÙ SU DUE PILASTRI ESTRATTIVI TRA LORO INTRECCIATI: I COMBUSTIBILI FOSSILI E I COSIDDETTI MINERALI CRITICI, INDISPENSABILI PER LA DIFESA, I SEMICONDUTTORI, LE TECNOLOGIE DIGITALI E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE -------------------------------------------------------------------------------- Sudan: foto di Randy Fath su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1. Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile. Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2. La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione. L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali. La guerra non è dunque un’eccezione: è la condizione ordinaria del sistema internazionale contemporaneo e del modo di produzione capitalistico. Guerra e accumulazione del capitale Come Karl Marx aveva ben compreso e spiegato, il modo di produzione capitalistico non è semplicemente un sistema economico basato sullo scambio e sul mercato: è un modo di produzione fondato sulla valorizzazione del capitale attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’appropriazione della natura. Esso abbisogna dunque di certi particolari rapporti sociali, prerequisiti fondamentali perché possa funzionare, e questi rapporti sono spesso generati, e riprodotti, attraverso la violenza5. Poiché la sua logica fondamentale è l’accumulazione — non come scelta, ma come necessità strutturale: un capitale che non si espande si dissolve — questa continua riproduzione non avviene spontaneamente: richiede territori, risorse, forza lavoro, e — ogni qual volta necessario — violenza. Non a caso Marx stesso, ma anche Rosa Luxemburg6, Hosea Jaffe7 o Ranabir Samaddar8, solo per citare alcuni studiosi molto importanti, hanno sottolineato il nesso originario tra colonialismo e modo di produzione capitalistico. In particolare nel capitolo XXIV de Il capitale, che Marx dedica all’accumulazione originaria, questo nesso tra espropriazione e violenza è descritto sia storicamente che teoricamente come momento fondativo del capitalismo: la separazione violenta dei produttori diretti dai loro mezzi di produzione, terre comuni recintate, comunità dispossessate, corpi messi al lavoro coercitivamente. Di conseguenza ogni volta che il capitalismo apre un nuovo fronte estrattivo o affronta una delle sue crisi cicliche o compete con altri capitalismi, ricomincia da capo questo processo. Rosa Luxemburg dimostra che il capitale non può riprodursi in un sistema chiuso: ha bisogno strutturale di un esterno — territori non ancora mercificati, economie non ancora integrate — da cui estrarre risorse e in cui scaricare le proprie contraddizioni. Vladimir I. Lenin radicalizza questa analisi: l’imperialismo non è un’aberrazione morale, ma la fase necessaria e matura del capitalismo monopolistico, in cui la competizione tra capitali diventa competizione tra Stati per il controllo dei mercati e delle materie prime. La guerra imperialista non è un incidente: è l’esito logico di questo processo. David Harvey9, riprendendo e attualizzando Marx, sostiene che l’accumulazione per espropriazione (accumulation by dispossession) non appartiene al passato coloniale — è una logica operante oggi, nelle forme del land grabbing (appropriazione della terra), della privatizzazione dei beni comuni, della finanziarizzazione delle risorse naturali. Il capitalismo contemporaneo non ha superato la violenza originaria dell’accumulazione di cui parlava Marx: l’ha istituzionalizzata, globalizzata, resa norma giuridica e geopolitica. Ranabir Samaddar sostiene che il colonialismo non è un capitolo chiuso della storia: è una struttura persistente, adattiva, che si riproduce nelle forme contemporanee del controllo delle risorse, come della gestione delle popolazioni in eccesso e della militarizzazione delle frontiere10. In una prospettiva complementare, Sandro Mezzadra e Brett Neilson mostrano come il capitalismo contemporaneo si organizzi sempre più attraverso una pluralità di “operazioni del capitale”, nelle quali estrazione, logistica, finanza, infrastrutture e controllo delle frontiere agiscono come dispositivi integrati della valorizzazione. L’estrattivismo non riguarda quindi soltanto l’appropriazione di risorse naturali, ma si inserisce in una più ampia architettura operativa che connette territori, lavoro, circolazione delle merci e potere geopolitico11. Ognuna di queste tesi andrebbe ulteriormente approfondita e declinata, anche empiricamente, per poterne comprendere l’importanza euristica nei confronti delle trasformazioni attuali del modo di produzione capitalistico, ma non abbiamo qui lo spazio per farlo. Quello che ci preme sottolineare qui invece, è che, anche alla luce di queste tesi, negli ultimi venti anni il concetto di estrattivismo — sistematizzato in particolare da Eduardo Gudynas12 — è divenuto una delle chiavi di lettura importanti dei fenomeni trasformativi del modo di produzione capitalistico e dei suoi riflessi in quella che chiamiamo geopolitica. Esso infatti designa uno dei movimenti principali delle nuove forme del processo continuo di accumulazione, oggi che alcune risorse classiche e nuove sono fondamentali per la difesa, l’industria e il continuo e crescente fabbisogno energetico dei settori più avanzati del capitalismo. Non designa infatti solo l’industria mineraria o petrolifera in senso stretto. Comprende qualsiasi pratica di estrazione di risorse naturali caratterizzata da grande volume e intensità, orientata all’esportazione come materia prima greggia o minimamente lavorata13. Vi rientrano le monoculture di esportazione e tutte le forme di land grabbing a uso industriale intensivo: pratiche che producono sistematicamente espropriazione della terra, espulsione delle comunità e distruzione della forza lavoro locale, oppure l’estrazione dei fossili, dei minerali critici o delle cosiddette terre rare, alla base di molte guerre contemporanee. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Stiamo sprofondando nella tormenta -------------------------------------------------------------------------------- Il capitalismo contemporaneo poggia su due pilastri estrattivi tra loro intrecciati: i combustibili fossili — ancora oggi cuore energetico dell’industria globale — e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale (IA). Quest’ultima, in particolare, richiede quantità enormi di energia e di acqua per il raffreddamento dei propri sistemi, rappresentando così una nuova domanda di estrattivismo. Emerge qui una contraddizione strutturale: i minerali critici necessari alla cosiddetta transizione energetica vengono estratti mediante processi industriali che consumano combustibili fossili. La “soluzione” riproduce il problema. La transizione non è una fuoriuscita dall’estrattivismo — è la sua ultima frontiera. A legare insieme tutto questo vi è la logistica: infrastruttura materiale del modo di produzione capitalistico, condizione di possibilità del commercio globale di materie prime e terreno privilegiato dei conflitti contemporanei. Le guerre si combattono intorno a porti, choke points (punti di strozzatura), corridoi, rotte, gasdotti. Il controllo dello spazio estrattivo è ormai inseparabile dal controllo dello spazio logistico e militare. Quanto sta avvenendo nello Stretto di Hormuz, uno dei principali choke points attraverso cui transita una quota rilevantissima del petrolio mondiale, ne costituisce un esempio paradigmatico. Tutto questo non avviene senza conflitti, o come forma di resistenza contro la devastazione comunitaria e ambientale, o per interessi che si contrappongono al grande capitale che sfrutta o tenta di sfruttare queste risorse. Le comunità espulse dai territori estrattivi non scompaiono in silenzio: resistono. Ed è precisamente questa resistenza — dei movimenti locali, delle popolazioni indigene, delle forze armate irregolari come l’M23 in Congo — che rende necessaria la militarizzazione delle zone di estrazione. La guerra non arriva dopo l’estrattivismo: lo accompagna, lo protegge, lo rende possibile. Guerre invisibili e dimenticate: Sudan e Congo È dentro questo contesto che due guerre molto importanti, ma non fra bianchi, sono invisibili nonostante la tragica conta dei morti, di gran lunga superiore ad alcune delle guerre tra bianchi — ammesso che abbia senso fare una classifica delle guerre, per me è solo un artificio retorico funzionale a svelare la nostra ipocrita retorica —, sia per i sistematici crimini di guerra che per le crisi umanitarie che ne derivano, oltre alla devastazione ambientale: la guerra in Sudan e quella nel Congo. Entrambe rappresentano laboratori drammaticamente interessanti per il nesso tra guerra, accumulazione del capitale ed estrattivismo. In Sudan, dietro il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi e le Rapid Support Forces (RSF), non vi è soltanto una lotta per il potere politico, ma per il controllo di risorse strategiche decisive: l’oro del Darfur, i giacimenti petroliferi e le rotte commerciali che collegano il Corno d’Africa al Mar Rosso. In questo conflitto si intrecciano interessi locali, regionali e globali: Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia, Iran e altre potenze sostengono direttamente o indirettamente le parti in guerra per garantirsi accesso alle risorse e influenza geopolitica. In particolare la Russia gioca su entrambi i tavoli: mentre il Cremlino consolida i rapporti con le Forze Armate Sudanesi — fino al progetto di una base navale sul Mar Rosso, a Port Sudan, in cambio di forniture militari — il gruppo Wagner (oggi Africa Corps) ha sostenuto le RSF, che controllano gran parte delle miniere d’oro del Darfur. Attraverso società collegate come Meroe Gold, secondo i dati della banca centrale sudanese, tra il febbraio 2022 e il febbraio 2023 sono stati contrabbandati circa 1,9 miliardi di dollari in oro: risorse che hanno contribuito a finanziare lo sforzo bellico russo in Ucraina aggirando le sanzioni contro la Russia. Non è privo di significato che il 24 febbraio 2022, lo stesso giorno dell’invasione dell’Ucraina, il capo delle RSF Hemedti si trovasse a Mosca, ospite di Wagner. L’oro occupa una posizione centrale. Le miniere del Darfur, spesso sfruttate attraverso lavoro coercitivo, devastazione ambientale e sfollamento delle popolazioni locali, alimentano reti di contrabbando che raggiungono i mercati internazionali. Non è un caso che numerosi osservatori abbiano individuato proprio nel controllo di queste aree estrattive uno degli obiettivi strategici delle forze armate che si contendono il territorio. La guerra non distrugge soltanto: ridisegna i rapporti di proprietà, disciplina la forza lavoro, espelle comunità intere e rende disponibili nuove risorse ai circuiti globali dell’accumulazione. Il costo umano è immenso. Secondo diverse stime, il conflitto ha già provocato centinaia di migliaia di vittime dirette e indirette, milioni di sfollati interni e rifugiati, la distruzione sistematica di infrastrutture civili, ospedali e reti di approvvigionamento alimentare. Le Nazioni Unite parlano della più grave crisi umanitaria contemporanea: decine di milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari per sopravvivere e vaste aree del Paese sono esposte al rischio di carestia. A ciò si aggiungono crimini di guerra, pulizie etniche, stupri sistematici e massacri di civili, in particolare nel Darfur, che numerosi osservatori internazionali descrivono come pratiche riconducibili a una logica genocidaria. Eppure il Sudan occupa uno spazio marginale nell’immaginario mediatico occidentale. Non perché il numero delle vittime sia inferiore a quello di altre guerre, ma perché la gerarchia implicita delle vite umane continua a operare anche nella produzione dell’informazione. Se l’Ucraina ha mostrato quanto l’Europa sia sensibile alla sofferenza quando essa colpisce popolazioni percepite come vicine, il Sudan rivela il rovescio di questa stessa logica: milioni di africani possono essere travolti dalla guerra, dalla fame e dalle migrazioni forzate senza che ciò produca una mobilitazione politica e simbolica comparabile. Anche in questo caso la razza non è un residuo del passato, ma un principio attivo di organizzazione dello sguardo globale. Il Sudan ci ricorda che il problema non è soltanto chi muore, ma chi viene considerato degno di lutto. Anche la morte, il dolore, la sofferenza, nel capitalismo globale contemporaneo, continuano a essere organizzate secondo linee di colore, posizione geopolitica e utilità economica. Un secondo importante laboratorio riguarda la Repubblica Democratica del Congo, tra i maggiori produttori mondiali di coltan, il minerale da cui si ricava il tantalio, componente essenziale di smartphone, laptop, sistemi d’arma e semiconduttori. Secondo l’USGS la RDC ha fornito circa il 40% della produzione mondiale di coltan nel 2023; la sola miniera di Rubaya, nel Nord Kivu, vale attorno al 15% dell’offerta globale. Il coltan congolese è dunque un nodo decisivo della filiera digitale e militare mondiale. Proprio per questo motivo il Congo orientale è teatro ininterrotto di conflitti armati da oltre trent’anni. Il gruppo M23 — sostenuto dal Ruanda e con documentati legami con interessi estrattivi internazionali — controlla militarmente alcune delle aree minerarie più ricche del Kivu, inclusa proprio Rubaya. Ed anche in questo caso la confluenza di interessi locali, regionali e globali è altissima: il Ruanda come attore regionale diretto, la Cina che domina l’estrazione mineraria congolese e gli Stati Uniti, che nel 2025 hanno mediato un accordo tra RDC e Ruanda legato proprio all’accesso ai minerali. L’obiettivo non è la conquista territoriale in senso classico: è il controllo della filiera estrattiva e delle catene del valore. Le comunità locali vengono espulse, le miniere artigianali smantellate o subordinate, la forza lavoro disciplinata attraverso la violenza. Ciò che appare come “conflitto etnico” o “instabilità regionale” è, nella sua struttura profonda, una forma di accumulazione per espropriazione, nel senso che prima Marx e poi Harvey hanno dato a questo concetto. Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo. Le zone di sacrificio non producono inoltre solo devastazione ambientale: producono popolazioni in eccesso. Comunità private della terra, della sussistenza, della possibilità stessa di riprodurre la propria vita, costrette a muoversi non per scelta ma per sopravvivenza. Le migrazioni contemporanee dal Sud globale verso l’Europa e il Nord America non sono un fenomeno umanitario separato dalla questione estrattiva: ne sono l’effetto diretto. Chi fugge dal Congo, dal Sahel, dallo Yemen, dall’Honduras non fugge dalla povertà in astratto (peraltro la correlazione migrazione uguale povertà non regge): fugge dalla spoliazione concreta di territori che il capitalismo globale ha deciso di trasformare in riserve di materie prime. Al nesso tra guerra, accumulazione e capitalismo bisognerebbe dunque aggiungere anche quello tra gli stessi e le migrazioni, interne e internazionali, anche se le cifre sono molto meno grandi di quelle spiattellate dalla retorica securitaria contro la mobilità umana. La guerra e la militarizzazione di questi territori sono dunque anche il modo attraverso cui si stabilisce chi presidia le zone di estrazione e i corridoi di transito, come nel caso dello Stretto di Hormuz, da cui passa una quota decisiva del greggio mondiale. Quella geografia militare e bellica non è casuale. Le guerre non proteggono le democrazie: presidiano le risorse, le rotte, i corridoi estrattivi. Là dove ci sono minerali critici, idrocarburi, terre rare ci sono basi militari, gruppi armati, frontiere militarizzate. Ed anche l’industria della frontiera non è separata dall’industria estrattiva: è la stessa logica, le stesse aziende, lo stesso capitalismo che estrae risorse nel Sud e governa i corpi alle porte del Nord. La posta in gioco non è più solo lo sfruttamento del Sud globale: è il controllo delle catene di approvvigionamento dei minerali critici che rendono possibile l’economia digitale, la difesa avanzata, l’intelligenza artificiale. Litio, coltan, cobalto, terre rare: sono la nuova geografia del potere mondiale. Chi li controlla — dove si estraggono, come si lavorano, chi li trasforma — tenta di controllare e governare il capitalismo del XXI secolo. Questa competizione alimenta conflitti che non sono più solo tra centro e periferia, ma tra i centri stessi: tra gli Stati Uniti e la Cina, tra blocchi imperiali rivali che si contendono l’accesso alle risorse estrattive, ai mercati, alle rotte logistiche. Come aveva intuito Lenin, la competizione tra capitalismi nazionali produce inevitabilmente guerra. La novità è l’intensità: la compressione simultanea di crisi energetica, corsa ai minerali critici, riarmo generalizzato e destabilizzazione climatica rende questa fase particolarmente esplosiva. È anche per queste ragioni che la lotta contro ogni guerra, insieme a un nuovo internazionalismo delle popolazioni oppresse, dovrebbe essere un pilastro di una autentica sinistra e dei movimenti anticapitalisti. -------------------------------------------------------------------------------- 1 N. Chomsky, «Outdated US Cold War Policy Worsens Ongoing Russia-Ukraine Conflict», intervista di C. J. Polychroniou, Truthout, 23 dicembre 2021. truthout.org 2 Vale la pena ricordare che la stessa NATO ha condotto in Europa, contro un Paese europeo, la prima grande operazione offensiva della sua storia: l’operazione Allied Force, 78 giorni di bombardamenti sulla Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro), dal 24 marzo al 10 giugno 1999, senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e legittimati con la retorica dell’«intervento umanitario». La stessa Independent International Commission on Kosovo avrebbe poi definito quell’azione «illegal but legitimate» (The Kosovo Report, Oxford University Press, Oxford, 2000): formula che condensa l’operazione ideologica di trasformazione della guerra in dovere morale. Sul suo rovescio critico si vedano D. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Einaudi, Torino, 2000, e N. Chomsky, The New Military Humanism: Lessons from Kosovo, Common Courage Press, Monroe (ME), 1999 3 H. Lefebvre, Lo Stato nel mondo moderno, Dedalo, Bari, 1977, p. 80 (vol. I di De l’État, 4 voll., 1976-1978) 4 Associazione 46° Parallelo E.T.S. (a cura di), Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, 14ª ed., Terra Nuova Edizioni, Firenze, 2026 5 Sul nesso tra accumulazione capitalistica, violenza di Stato e coercizione si veda A. Bihr, La préhistoire du capital. Le devenir-monde du capitalisme. Tome I, Éditions Page deux, Lausanne, 2006 6 R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale. Contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo e Ciò che gli epigoni hanno fatto della teoria marxista. Una anticritica, introduzione di P. M. Sweezy, trad. di B. Maffi, Einaudi, Torino, 1968 7 H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book, Milano, 1976, p. 9. Dello stesso autore si veda anche Il colonialismo oggi. Economia e ideologia, Jaca Book, Milano, 1970, in particolare le pp. 37-54 8 R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York, 2020; I. K. Mitra, R. Samaddar e S. Sen (a cura di), Accumulation in Post-Colonial Capitalism, Springer, Singapore, 2017 9 D. Harvey, The New Imperialism, Oxford University Press, Oxford, 2003 10 Sul rapporto tra migrazioni, accumulazione e capitalismo postcoloniale si veda R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York, 2020 11 Sul nesso tra estrattivismo, logistica, infrastrutture, frontiere e nuove forme di valorizzazione del capitale si veda S. Mezzadra e B. Neilson, Operazioni del capitale. Capitalismo contemporaneo tra sfruttamento ed estrazione, Manifestolibri, Roma, 2021 12 E. Gudynas, Extractivismos. Ecología, economía y política de un modo de entender el desarrollo y la Naturaleza, Centro Latino Americano de Ecología Social (CLAES) – Centro de Documentación e Información Bolivia (CEDIB), Cochabamba, 2015 13 Su questi aspetti si veda anche A. Bednik, Estrattivismo, a cura di R. Cantoni, Orthotes, Napoli-Salerno, 2025 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale proviene da Comune-info.
July 12, 2026
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C’era un ragazzo sull’asfalto
A NOI SONO BASTATI I PRIMI DUE CAPOVERSI DI QUESTO SCRITTO DI HAIDI GIULIANI PER STRAPPARCI DIVERSE LACRIME. GENOVA 2001, IL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI, HAIDI ED ELENA GIULIANI ABITANO LA NOSTRA MEMORIA BEN PRIMA CHE NASCESSE COMUNE. IL VOLUME ALIMONDA – CHI HA UCCISO CARLO GIULIANI? (CRONACHE RIBELLI) DI CARLO A. BACHSCHMIDT CI COSTRINGE A GUARDARE AL LUGLIO 2001 COME A UN TRAUMA MAI RIMARGINATO: CURARE QUESTA E ALTRE FERITE È IL PRESUPPOSTO IMPRESCINDIBILE PER CREARE OGGI UN MONDO DIVERSO. COME HAIDI RICORDA NELLA PREFAZIONE, LE MADRES DI PLAZA DE MAYO HANNO INSEGNATO AL MONDO A SOCIALIZZARE IL DOLORE. TANTI E TANTE HANNO FATTO PROPRIA QUESTA LEZIONE GRAZIE A LEI. HANNO ANCHE SCOPERTO CHE È POSSIBILE TRASFORMARE UNA VORAGINE DI LUTTO NELL’INESAURIBILE ENERGIA DI UNA LOTTA OSTINATA RICCA DI TENEREZZA E RABBIA Foto di Marica Traverso (dalla pag. fb di Elena Giuliani) Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”. È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi. “Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente. Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura. Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo vedere qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì. Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di quello che avevano vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo. Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum. In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e controllare la situazione durante le proteste. Per assistere i manifestanti, spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e consigli. Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro, quando ho saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo alle giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze. Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e sono partita a cercarle. Intanto Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi e un regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con noi familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente: il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da dare”. Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4 dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue parti. Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media italiani. Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per tanti anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato, Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a diversi contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro, il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo 25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà parte Edo, caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2 gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una manifestazione. Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per imparare. Per imparare vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi parla del suo Peppino. A Milano c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è Licia, moglie di Pino Pinelli, ma in quel momento non passo al suo esame severo. Ci sono Danila e Maria, madre di Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci. Ci sono le Mamme del Leoncavallo. C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa c’è Franco Serantini, un “figlio di nessuno”, e Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, la Madre costituente che ne fa memoria. A Brescia ricordiamo i colleghi e le colleghe uccisi in Piazza della Loggia. A Bologna il 2 agosto non si può mancare perché la strage fascista alla stazione non ha ancora detto tutta la verità. E a marzo ci sono gli amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito alla schiena vicino alla sua Università. La mia Università si trova a Casa Cervi, e a Reggio Emilia, con i cinque martiri della canzone che cantavo ai miei figli bambini. Roma mi regala una nuova grande amica, già amica, quando era ragazza, di mia sorella Anna, della libreria Uscita: “memoria è lotta!” mi insegna Paola Staccioli con i suoi libri, mentre lotta contro il tumore. Conosco Carla Verbano, madre di Valerio, la sorella di Piero Bruno, i compagni di Walter Rossi, tutto il quartiere di Ciro Principessa… Le Madres argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile socializzare il dolore. Hebe De Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco con la scritta Aparición con vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo ripetiamo anche noi, ai convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente tento di mettere insieme tutte le vittime della violenza di Stato, di creare una rete che unisca comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine di alcuni incontri – a Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo su un sito comune. Nasce così, grazie alla generosità e all’impegno costante di Francesco “baro” Barilli, Reti-Invisibili, un portale internet con cui si intende rendere visibili le nostre attività. Una Banca dati della memoria dove inserire il profilo di ciascuna associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei principali fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise dalle forze dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle organizzazioni mafiose? Fatti diversi tra loro però uniti da un’unica strategia: la negazione della verità da parte degli apparati dello Stato, conseguenza di insabbiamenti, sottrazione di documenti processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di tutti i procedimenti in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari delle vittime di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli anniversari con cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”. Un’altra rete nel frattempo conquista le prime pagine di certa stampa: dopo un’articolata indagine, i reparti speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un reparto speciale della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti della “rete meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri cinque. Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone d’inchiesta. Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stato forse il passaggio più inquietante di quell’involuzione autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova. Nel novembre 2002 venti militanti furono arrestati (e alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza vicino a mafiosi e terroristi) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti nel codice negli anni Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato” […] L’accusa – e questo è il punto grave – non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fra le imputazioni, per alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”. Nel 2008, infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13 imputati rimasti “perché il fatto non sussiste”. Il sito ProcessiG8 spiega che la segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un centinaio di avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti ingiustamente incarcerati, di coloro che avevano subito la brutalità poliziesca, che non avevano potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si sono così costituiti alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui l’assistenza legale si è articolata: la tutela delle persone indagate, l’assalto alla Scuola Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i pestaggi durante le manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni immotivate e il divieto di rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e piazza Alimonda culminati con l’uccisione di Carlo Giuliani”. Come Bachschmidt racconta in questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal contesto di via Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a carico di venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel 2004, perquisiti, fotografati e schedati, abbiamo potuto assistere alle udienze. Vedevamo sfilare i testi chiave dell’accusa: i poliziotti e i carabinieri che comandavano i vari contingenti schierati per le strade della città, tra questi i responsabili delle cariche immotivate e dei pestaggi. A fianco degli avvocati della difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria Legale. All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai era Arnaldo Cestaro, sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della scuola Diaz, era stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite permanenti. Nel 2011 porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i suoi diritti fondamentali durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva fornito adeguate misure per punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia. In realtà sarà una vittoria per i diritti umani, non solo per le vittime degli abusi di Genova, ma anche per il sistema giuridico italiano, considerato l’impatto che ha avuto per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. “Era una persona speciale” scriverà vent’anni dopo Lorenzo Guadagnucci, suo compagno di sventura: “Era un militante politico, orgogliosamente comunista, pieno di umanità e di gentilezza. Era arrivato a Genova per il G8 da Vicenza, con un pullman organizzato da Rifondazione Comunista, il suo partito, ma non era rientrato col resto del gruppo. Si era fermato a Genova con l’intenzione di portare un mazzo di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba della figlia di una compaesana, una ragazza morta in un incidente stradale. Arnaldo era così, un uomo gentile, fedele alle amicizie, attento alle persone che aveva vicino. Quel sabato 21 luglio aveva chiesto consiglio per un luogo in cui passare la notte, e una signora genovese gli aveva indicato la scuola Diaz di via Battisti. Arnaldo si era sistemato con le sue borse proprio vicino al portone d’ingresso della scuola. Fu uno dei primi a essere travolto. “Pensavo fossero quelli del Blocco nero – avrebbe poi raccontato – e invece era la nostra polizia. Nei mesi successivi, con altre persone, fummo tra i fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Arnaldo ne era un simbolo”. La presidente era la madre di una ragazza di Lecco ferita alla Diaz, dove era tornata la sera del sabato dopo la manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da quel momento noi l’abbiamo persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo riabbracciata all’uscita dal carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi, “nel frattempo, in quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo innumerevoli telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata senza sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere quale… Mi è sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese, in un’altra epoca, non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel Cile ai tempi di Pinochet o nell’Argentina dei colonnelli, da noi – pensavo – non ti spariscono i figli nel nulla, feriti e sequestrati dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni a testimoniare e cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua figlia e per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista inglese Mark Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo assistito a testimonianze di grande valore. Ricordo in particolare la compostezza e la determinazione con cui Lena Zühlke rispondeva alle domande, a volte volgarmente allusive e provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha trovato la forza di venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il disgusto del ricordo, ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe dovuto coprire di vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata irruzione. Se ne fossero stati capaci. All’interno di Reti-Invisibili, e con il supporto prezioso dell’Osservatorio Repressione organizzato e coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un rapporto di collaborazione e sostegno reciproco, soprattutto tra le associazioni di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli anni abbiamo dovuto purtroppo aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro dolore, altra ingiustizia. 2003, Milano: Davide Cesare, il nostro Dax, pugnalato per strada con un amico da due fascisti. Le forze dell’ordine, subito intervenute, hanno ostacolato l’arrivo delle ambulanze, poi hanno inseguito, manganellato, arrestato i compagni dei due giovani fino all’interno del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo. 2003, Livorno: Marcello Lonzi, trovato morto nel carcere delle Sughere. 2005, Ferrara: Federico Aldrovandi, diciotto anni, che ritornando a casa una notte incontrava quattro poliziotti. 2006, Cagliari: Giuseppe Casu, sessantenne pensionato di Quartu Sant’ Elena, di tanto in tanto vendeva frutta e verdura senza la regolare licenza. 2006, Roma: Renato Biagetti, laureato in ingegneria, accoltellato all’uscita di una festa reggae sulla spiaggia di Focene da fascisti. Gli assassini pronti per volare all’estero, uno dei due ha il padre carabiniere. 2006, Trieste: Riccardo Rasman, trentaquattrenne disabile psichico, “arrestato” nella sua abitazione da tre agenti di polizia perché disturbava i vicini. 2007, Arezzo: Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente durante una sosta in un’area di servizio. 2007, Perugia: Aldo Bianzino, falegname, trovato morto nel carcere due giorni dopo il suo arresto per coltivazione di alcune piante di cannabis. 2008, Varese: Giuseppe Uva, fermato da due carabinieri perché ubriaco. 2009, Vallo della Lucania: Francesco Mastrogiovanni, “il maestro più alto del mondo”, morto durante un trattamento di contenzione meccanica (legato per 87 ore senza acqua né cibo): era stato fermato dai carabinieri a seguito di un ordine di TSO del sindaco. 2009, Roma: Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri, morto dopo pochi giorni durante la custodia cautelare. 2010, Milano: Michele Ferrulli, morto durante l’arresto, le forze dell’ordine erano state chiamate per “molestie”. 2014, Firenze: Riccardo Magherini, morto durante un fermo ad opera dei carabinieri. L’intento del nostro gruppo era quello di rendere visibile, con le vittime, la repressione che le aveva uccise. Gli abusi, i depistaggi, gli insabbiamenti. Le promozioni dei responsabili di interventi sciagurati. L’involuzione delle forze dell’ordine che invece di garantire il diritto di manifestare, difendere le realtà più deboli e minoritarie e contrastare tutti gli abusi, aggredisce come nemica ogni diversità: chi dissente, chi occupa case, migranti, rom… L’arrivo di Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, e più ancora di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha cambiato l’indirizzo da seguire: bisognava togliere le “mele marce” da un paniere sano, condannando gli esecutori materiali. [Mi scrive Baro a questo proposito: una cosa del genere l’abbiamo vista anche nel caso del poliziotto assassino di Rogoredo (una vicenda che davvero, se indagata sul serio, è la punta dell’iceberg di un sistema) o anche nel caso (meno noto ma persino più grave) della caserma dei CC chiusa a Piacenza. Parlo di un fatto di 5 o 6 anni fa: un’intera caserma nel centro di Piacenza fu posta sotto sequestro e diversi militari arrestati. I reati contestati erano agghiaccianti; vado a memoria: traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio… Tutto questo per dire che altro che mele marce: abbiamo un problema col frutteto]. Naturalmente la nuova linea di condotta è stata subito accolta ai piani alti ma è piaciuta anche all’opinione pubblica: è più rassicurante poter dare la colpa a dei singoli invece di mettere in discussione un intero sistema. Sarà la fine di Reti-Invisibili. Ho viaggiato da un treno all’altro, da un dibattito organizzato da un Social forum all’assemblea di un circolo Arci, da una festa di Liberazione a una di Legambiente, passando da scuole e centri sociali. Ho ricevuto un’accoglienza calda e solidale da chi non si limitava alla prima impressione, alla prima immagine, ma cercava di capire. Ho conosciuto persone bellissime, “belle dentro” come diceva mio figlio. Tra quelle che incontravo spesso, alle diverse iniziative, Vittorio Agnoletto era infaticabile nel denunciare ingiustizie e soprusi, assumendosi con coraggio le responsabilità anche a costo di subirne le conseguenze. Instancabile, ancora oggi. A Genova, Bachschmidt e la Segreteria Legale continuavano a lavorare intensamente per assistere gli avvocati nei diversi processi: quello a carico dei 25 manifestanti, quelli relativi ai fatti della scuola Diaz, della caserma Bolzaneto, ai vari episodi di strada. Penso sia utile sottolineare il grande lavoro svolto in via San Luca, perché non sono molte le persone che ne sono venute a conoscenza. Per la prima volta le foto e le riprese video, acquisite come prove documentali, sono state determinanti in un processo penale: hanno di- mostrato la brutalità dell’irruzione nella scuola; hanno smontato la versione delle forze dell’ordine per quanto riguarda le due bottiglie molotov; hanno permesso di identificare alcuni degli agenti responsabili delle violenze. La giurisprudenza ha poi consolidato l’uso delle registrazioni video come prove documentali legittime, a patto che sia garantita la loro genuinità e integrità. Sono sempre convinta che, con le immagini raccolte in piazza Alimonda il mio nuovo avvocato, compagno e amico fraterno, Gilberto Pagani, in un pubblico dibattimento avrebbe potuto smentire le deduzioni che hanno portato all’archiviazione dell’uccisione di Carlo… Ora, però, devo fare un passo indietro e tornare al 2005 quando i comitati Verità e Giustizia per Genova e Piazza Carlo Giuliani raccoglievano le firme a sostegno di una petizione popolare, a norma dell’art. 50 della Costituzione, firme in seguito consegnate, inutilmente, nelle mani del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. Nel testo dell’istanza chiedevamo “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di principi ed indirizzi finalizzati ad una moderna formazione non violenta e ad un costante aggiornamento professionale delle Forze di polizia” e “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di messa in atto di norme in materia di identificazione, mediante codice alfanumerico, del personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile o militare comunque impiegato in servizio di ordine pubblico”. Si può leggere nel web che l’introduzione di un codice identificativo per il personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato, Polizia penitenziaria) e militare (Carabinieri, Guardia di Finanza) impegnato in attività di ordine pubblico è un tema dibattuto da anni in Italia. Nonostante le raccomandazioni del Consiglio d’Europa e le richieste di organizzazioni come Amnesty International, ad oggi non esiste un obbligo di legge che imponga l’apposizione di tali codici sulle divise o sui caschi, rafforzando l’impunibilità degli agenti e rendendo l’Italia un’eccezione rispetto alla maggior parte dei Paesi europei. Anche gli abitanti della Val di Susa, dove salivo per la prima volta quell’anno, ne trarrebbero un beneficio. Da molto tempo uomini e donne che cercano di difendere il loro territorio dalle distruzioni e dai veleni prodotti dagli scavi per l’Alta Velocità vengono controllati, fermati, feriti, bombardati di gas CS (usato anche a Genova ma proibito in guerra dalla Convenzione di Ginevra). Vengono accusati di pesanti reati dai PM di Torino, come resistenza aggravata a pubblico ufficiale o devastazione e saccheggio. Ricevono fogli di via e dure – quanto assurde – misure cautelari. Non succede solo ai ragazzi: Nicoletta Dosio, docente di lettere antiche in pensione, mia cara amica, ha avuto tutto questo: le hanno rotto il naso, è stata incarcerata, messa agli arresti domiciliari per via del covid, impossibilitata a ricevere cure e amicizie mentre il marito era gravemente ammalato. Non mi si dica che questa è giustizia. È stupida vendetta, è crudeltà. Mi sono sentita subito a casa in quella valle, subito compresa e accolta con generosità, e da allora sono ritornata molte volte, trovando nuove sorelle quando, alcuni anni più tardi, si è costituito il fantastico gruppo delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso. È un’associazione di mamme delle ragazze e dei ragazzi di Torino sottoposti a pesanti misure cautelari e processi per aver partecipato a manifestazioni e iniziative antirazziste, antifasciste e in difesa del territorio. Si sono riunite in gruppo per sostenere tutti e tutte i giovani attivisti, e per denunciare la situazione di ingiustizia e di repressione che nega il diritto al dissenso e alla protesta. A Genova il nostro Comitato era formato inizialmente da sedici persone che si erano avvicendate nei diversi ruoli. Il primo presidente è stato il caro Giuseppe Coscione, professore di Carlo al liceo, che continua a sostenerci. Tra gli altri voglio ricordare Pietro Ugo Bertolino, uno degli amici più costanti che purtroppo ci ha lasciato contro la sua volontà a causa di una sofferta malattia. È soprattutto merito suo se, dopo varie domande e altrettanti rifiuti, abbiamo deciso di raccogliere e presentare le firme necessarie per posizionare il cippo al centro dell’aiuola. Ha scritto Lorenzo Guadagnucci: “L’altare abusivo finora ha fatto comodo a tutti. Ha permesso di ricordare Carlo e attraverso di lui tutte le vittime di quelle giornate torride di luglio, senza cambiare la toponomastica cittadina e senza disturbare nessuno. Il Comune ha potuto limitarsi ad osservare. Non c’è stato bisogno di una discussione pubblica sulla memoria cittadina: l’altare c’era, ma era ufficioso, svolgeva la sua funzione e consentiva a tutti di stare al coperto. Ora è tempo di prendere posizione. Il Comitato Piazza Carlo Giuliani ha avviato una raccolta di firme per mettere un cippo in marmo nell’aiuola al centro della piazza. Sul cippo saranno incisi solo nome, cognome e data: non serve nulla di più. Non ci sono intenti celebrativi, e tanto meno di rivincita: si tratta di dare forma materiale, concreta a un tratto di memoria che la città di Genova non ha ancora assimilato. Quel cippo poteva essere lì già da tempo. In altri momenti, con uomini più coraggiosi, non ci sarebbe voluta una raccolta di firme, promossa da un Comitato animato dai familiari e dagli amici della vittima, per fermare con una targa nel ricordo della città e dei cittadini un episodio così grave e così importante per la vita democratica e civile di Genova e dell’intero paese. Ma oggi, nei luoghi del potere, il coraggio è un bene raro”. La richiesta è stata formalmente presentata all’allora sindaco di Genova, accompagnata dal progetto, e si è giunti in seguito alla discussione in Consiglio comunale, sostenuta da una mozione e appoggiata dal centrosinistra con qualche defezione. E Tursi ha autorizzato. Perché un cippo? Una targa posta in precedenza con incisa una frase di Gandhi era stata giudicata “pericolosa”, in seguito lordata di vernice nera, infine spaccata. Un sasso è per natura “resistente”: resiste alle calamità del tempo come ad altre, di altra origine. Inoltre, una cooperativa di cavatori di Massa Carrara aveva fatto sapere a Pierugo di voler donare a Carlo un blocco di marmo, cioè il più bel “sasso” che perfino un ragazzo come lui, naturalmente poco incline a monumenti, avrebbe apprezzato. Nel 2006 Stefania Zuccari, mamma di Renato Biagetti, aveva iniziato a raccogliere attorno a sé un gruppo antifascista tutto al femminile: le Madri per Roma Città Aperta. Ha aderito subito Rosa Piro, mamma di Dax, e io che nel frattempo stavo diventando romana. Infatti, nell’illusione di poter seguire da vicino i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sul G8 prevista dal governo Prodi, avevo accettato la candidatura di Rifondazione Comunista. Ero entrata in Senato a ottobre, in tempo per vedere bocciata la proposta di commissione. Mi sentivo inadatta al ruolo, prigioniera in quella gabbia dorata che si era rivelata presto un votificio. Mi mancavano l’esperienza e il rapporto con il territorio. Così usavo il mio tesserino magico nel tempo libero, dal venerdì pomeriggio al martedì mattina, per continuare a imparare. Ho viaggiato da un lager per immigrati a una prigione, da una casa circondariale a un carcere con 41 bis (fine pena mai), da un campo sinti o rom ancora a un istituto di pena, con la collaborazione di compagni delle diverse regioni. Dopo un anno e mezzo il governo è caduto per un cambio di casacca, tanto era risicata la nostra maggioranza, e ho dovuto interrompere quelle terribili lezioni. Non sono stata davvero utile a nessuno, ho solo allacciato alcuni forti legami di amicizia che durano ancora oggi. Tra il 2008 e il 2012 Bach – come mi piace chiamarlo data la mia difficoltà ad usare il nome di mio figlio – era ancora impegnato come perito nei processi giunti al secondo grado di giudizio. Oltre alle consulenze acquisite durante i processi, ha curato la produzione di video indipendenti, tra cui Blocco nero, presentato a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. Nello stesso anno ha portato al Festival di Internazionale, a Ferrara, I giorni di Genova, racconto civile dei fatti del G8, e mi ha chiamato a partecipare. Era la prima volta che ci trovavamo insieme fuori dalle stanze di via San Luca. Il 5 luglio 2012 viene scritta la sentenza definitiva sul blitz alla scuola Diaz. Mentre in Italia grandi industriali, mafie e perfino amministratori devastano e saccheggiano liberamente interi territori avvelenando e ammalando le popolazioni. Mentre si confermano lievi condanne per i vertici della polizia e i torturatori Diaz e Bolzaneto. Mentre qualche super poliziotto della “macelleria messicana” viene premiato e fa carriera. Mentre gli assassini di Aldrovandi vengono applauditi dai colleghi… il 13 luglio 2012 si tiene l’ultima udienza in corte di Cassazione con cui dieci manifestanti che non avevano ucciso né danneggiato persone, al più qualche vetrina, vengono riconosciuti responsabili del disastro G8. La corte infatti li dichiara colpevoli del reato di devastazione e saccheggio e li condanna a pene che vanno da un minimo di 6 anni e 6 mesi a 15 anni. Bach vuota le stanze della Segreteria Legale, consegna tutto al Centro Documentazione Lorusso-Giuliani presso il Vag di Bologna e sale in Val di Susa per raccontare in un documentario i monti, i boschi e la lotta del popolo No Tav. L’anno seguente la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà il nostro paese, definendo tortura quanto avvenuto nella scuola Diaz, e evidenziando la mancanza di leggi adeguate. Poi abbiamo perso la voce. Non riuscivamo più a parlare dei nostri figli indagati, carcerati, uccisi. Ai confini, che noi vorremmo sempre aperti, morivano a centinaia – anzi a migliaia – i figli e le figlie di altri paesi. Uccisi dal freddo sulle montagne, schiacciati aggrappati sotto i camion, annegati nel nostro mare. Uccisi dall’egoismo di una società predatoria che si fa assassina per mantenere i propri privilegi. Il proprio dannato “stile di vita”. E le guerre, e lo sterminio della Palestina… Eppure. Eppure è questo che ci insegnano Paola e Claudio Regeni con la loro lotta tenace: riuscire a rendere un po’ più giusto il nostro orticello serve alla giustizia di tutto il mondo. Scrive Giorgia Mazzucato in Stomaco: “Perché il G8 di Genova, perché io? Perché parla anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso senza saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi nel mezzo del mondo. Nel mezzo di questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro”. Perciò, per il tuo lavoro, grazie Bach! -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo C’era un ragazzo sull’asfalto proviene da Comune-info.
July 12, 2026
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Ridisegnare un’altra città
IL DIRITTO ALLA CITTÀ, DICONO TANTI SPAZI SOCIALI E OCCUPAZIONI ABITATIVE DI ROMA, PRENDE FORMA E SI ESPANDE QUANTO PIÙ BENI E RELAZIONI SONO SOTTRATTE AL PROFITTO. PER QUESTO C’È CHI NEGA IN TUTTI I MODI QUEL DIRITTO. IN QUESTO CONTESTO DALL’ANGELO MAI E LUCHA Y SIESTA, DA ACROBAX A CASALE GARIBALDI, PASSANDO PER CASALE FALCHETTI, ESC ATELIER, PALESTRA POPOLARE SAN LORENZO, CASETTA ROSSA, ARARAT, LSA100CELLE, BRANCALEONE, SPIN TIME NON SMETTONO DI IMMAGINARE, RIDISEGNARE E CREARE IN BASSO, LÌ DOVE È ANCORA POSSIBILE CAMBIARE IN PROFONDITÀ LE RELAZIONI SOCIALI, UN’ALTRA CITTÀ, DA SOTTRARRE AI PRIVATI CHE SPECULANO SU BENI E TERRITORI PER RESTITUIRLA A CHI LA VIVE E LA ABITA: IN QUESTE SETTIMANE, PER QUEL GRANDE “DISEGNO” COLLETTIVO, HANNO INDIVIDUATO ANCHE UNA LORO AGENDA Foto Andrea Valeri (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- La città che vogliamo? L’eccedenza di fa programma, si potrebbe dire, in un sistema che ormai mette a profitto anche l’aria. Si scherza su ciò che di base è la verità, all’assemblea sit-in indetta nel parco San Sebastiano da3 protagonist3 della vita artistica e culturale dell’Angelo Mai dopo i sigilli apposti dalla questura la notte tra il 27 e il 28 giugno. L’ennesimo atto proditorio che è diventato l’occasione per ricomporre i percorsi dei tanti spazi sociali così come delle occupazioni abitative, e fare fronte comune per rivendicare il diritto alla città a misura della vita delle persone. La chiamata è stata immediata, e la risposta è stata generale. Tantissim3, furios3, determinat3. Perché l’Angelo Mai sconta dalla sua prima occupazione nel 2004 a Monti un atteggiamento persecutorio fatto di sgomberi, sigilli, labirinti burocratici per non arrivare mai all’assegnazione, perché questa è la modalità fotocopia che tutti gli spazi subiscono, a cominciare da quelli ormai sgomberati, perché questa volta si è attivata la questura, brandendo l’obbligo del certificato di prevenzione incendi (CPI) stringente dopo la tragedia di Crans Montana. Lecito, se non avessero chiuso il teatro (non soggetto al provvedimento) ma solo la parte dove la messa a norma deve essere ultimata. Continuiamo l’elenco? Eccolo: perché che intervenga la questura sa di scelta politica e non amministrativa, perché infilarsi nel labirinto kafkiano delle norme amministrative vuol dire rimanere impantanati a produrre documenti, un tempo rubato alle attività, alle iniziative, all’organizzazione, alla sistemazione, alla vita degli spazi sociali della città. E sono tanti, va detto (lo avevamo raccontato nell’AmMappa! prodotta durante l’occupazione del Globe nel 2021, una preziosissima mappa di tutti gli spazi sociali, e delle diverse condizioni in cui si trovavano). Un tema su cui in tant3, a cominciare da Lucha y Siesta, hanno posto l’accento: la solitudine – e quindi gli ostacoli decuplicati – dei percorsi che ciascuno ha fatto, una conseguenza della delibera 104 approvata poi nel 2022, ma fondamentalmente disapplicata nella sua sostanza: essere uno strumento per legittimare queste esperienze, rovesciando il valore di mercato misura di tutte le cose con il valore dell’attività umana di servizio. La cura contro lo sfruttamento. Ecco l’eccedenza, tutto ciò che non può essere messo a profitto. Ed è esattamente il perno dell’inclusione di tutte le esperienze presenti, comprese quelle come LOA Acrobax che hanno scelto di non misurarsi con la delibera. Ma che sono a tutti gli effetti determinanti per la vita sociale di questa città. E che insieme agli altri, Casale Garibaldi, Casale Falchetti, Esc Atelier, Palestra Popolare San Lorenzo, Casetta Rossa, Ararat, LSA100celle, Brancaleone, tanto per elencarne alcuni fra gli altri, comprese le occupazioni abitative come Spin Time, pretendono di ridefinire le regole. A cominciare dall’inosservanza della delibera 104: dalla sostenibilità dei canoni in termini di economia sociale alla questione bandi inesistente mentre è prevista l’assegnazione e persino la condivisione se c’è più di una richiesta sullo stesso spazio, previa accordo fra le parti; quel “comma 22” che è l’imputazione di lavori e costi “senza titolo di possesso” neanche fossero vuoti a perdere; il “diritto di prelazione” di chi è già occupante; l’assegnazione gratuita di tutti gli spazi, occupati e liberi, seguendo la stessa procedura messa in atto per l’ex Rialto. Questi i punti messi a fuoco nelle successive due assemblee tenute a Spin Time, che hanno prodotto la necessità di stilare un documento comune che metta insieme tutte le esigenze, sociali, culturali e abitative per ridisegnare un’altra città, da sottrarre ai privati che speculano su beni e territori per restituirla a chi la vive e la abita. Un programma comune, che consenta di restituire tempo alla cura e all’immaginario, al gioco e alla condivisione, ora così compresso e sottratto alle tantissime attività e alle altrettante potenzialità da mettere in campo. La prima tappa di questo percorso sarà il 30 luglio, quando a Casale Garibaldi la direzione tecnica del Municipio V si presenterà “per un sopralluogo” indipendentemente dalla presenza dell3 attivitst3. Una vera provocazione, non solo perché di sopralluoghi ne sono stati fatti a iosa, ma perché vuol dire ritenere di poter agire impunemente solo per il fatto di avere un ruolo. Qui sta un nodo determinante, che la stessa delibera 104 contiene: parlare di “Roma Capitale proprietaria” degli spazi come se quest’ente non fosse incarnato da tutt3 3 cittadin3, ma una superfetazione del potere chissà come determinato dal voto. Una dinamica patriarcale che deve finire, per fare posto ad un’autentica condivisione ben più orizzontale. Di questo anche si parlerà a settembre, per il ventennale di Renoize, il festival organizzato da Acrobax nel nome di Renato Biagetti, ucciso dai fascisti il 27 agosto 2006 a Focene. “Colpire uno vuol dire colpire tutt3”: è il segnale che arriva da questo essersi ritrovat3, vale per 3 compagn3 come per gli spazi. Ed è chiaro a tutt3 che l’intervento della questura è il segnale d’allarme di una fase politica su un brutto crinale. Forse lo sanno anche dall’amministrazione comunale, dal momento che pochi giorni dopo la mobilitazione un comunicato stampa dell’assessorato al patrimonio fa sapere di aver istituito una “task force” (e già la definizione è insopportabile, se il linguaggio è importante) per gli spazi sociali e culturali, a cui segue una telefonata all’Angelo Mai per informare che è stata fatta domanda per il dissequestro dello spazio. Che queste prese di posizione siano la conseguenza della mobilitazione? O magari della denuncia ormai generalizzata dello scandalo dell’assegnazione gratuita dell’ex Rialto S. Ambrogio? Se non è un gioco delle parti seguiranno sicuramente atti concreti, a cominciare dall’ascolto finalizzato ad un radicale cambiamento nella gestione della città. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ridisegnare un’altra città proviene da Comune-info.
July 12, 2026
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L’appuntamento a Samarcanda: Genova, venticinque anni dopo
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ho appena finito di leggere il nuovo libro di Lorenzo Guadagnucci, Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova (Altreconomia), e mi ritrovo a fare i conti con un groppo alla gola e un nodo allo stomaco asfissiante. Ogni giorno che passa si avvicina sempre di più la data sul calendario che ci ricorda che saranno trascorsi 25 anni dal G8 di Genova 2001. In tutti questi anni Genova mi ha perseguitato, mi ha tolto il sonno, ha scandito la mia vita da militante, mi ha ricordato, ogni volta che ho messo piede in una piazza per rivendicare un mondo migliore per me stesso e per chi mi succederà dopo, che quei tre giorni del 2001 continuano a presentarsi al banco della storia a chiedere il conto di quello che siamo stati e non siamo stati in questi venticinque anni. Ho cercato a lungo di fare pace con quella stagione, l’ho vissuta, l’ho studiata e ristudiata, l’ho approfondita, ne ho divorato ogni aspetto dell’analisi, me la sono portata finanche davanti a una commissione di laurea, ha innervato la mia formazione politica e alimentato la linfa della mia militanza nei partiti. Non ci sono riuscito e non ci riesco, come non ci riescono tanti compagni e tante compagne, perché tutto ciò che si sta verificando oggi, nel terribile e orribile mondo di oggi, è figlio della vittoria militare del potere costituito contro il movimento dei movimenti che espresse la più feroce, articolata e scientifica critica della globalizzazione neoliberista. E spesso, durante questi venticinque anni, ho parlato di Genova e di cosa fosse quel movimento, chiedendo scusa se ogni ragionamento partisse da lì, come se ne fossi ossessionato. Lorenzo Guadagnucci ha ricomposto i miei pensieri e, con questo bellissimo libro, mi sento meno solo nel chiedere scusa se parlo ancora del G8 di Genova 2001. Scorrendo le pagine, la sensazione che ne ricavo è che Genova è stata un segnalibro che abbiamo apposto all’interno delle nostre vite, e che abbiamo perso e mai più ritrovato, il punto in cui una generazione aveva collocato la propria narrazione prima di smarrirne la direzione. Ma quella direzione va ripresa, perché oggi paghiamo il prezzo di quello smarrimento. Genova 2001 è stata lo spartiacque storico, culturale e politico più importante del lungo Novecento, seconda, io dico, solo al crollo dell’Unione Sovietica dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. In quelle strade si incontrarono due secoli: il Novecento dei partiti e dei sindacati organizzati, con la sua grammatica di rappresentanza e conflitto, e il Duemila delle lotte in un campo nuovo, transnazionale, senza confini, privo di un centro e proprio per questo difficilmente addomesticabile. Il cosiddetto movimento dei movimenti non fu un soggetto unitario, e la sua coesione era in parte negativa, costruita più contro un avversario riconosciuto che attorno a un progetto condiviso. Ma la sua diagnosi fu lucida quanto anticipatrice. La generazione di Genova contestò il deficit democratico di una governance transnazionale che deliberava sulle vite di miliardi di persone sottraendosi a ogni forma di responsabilità pubblica. I ragazzi di Genova denunciarono la finanziarizzazione dei mercati come dispositivo di espropriazione. Le ragazze di Genova nominarono la mercificazione dei beni comuni e l’erosione della sovranità democratica prima che tali processi diventassero senso comune. Certo, è difficile parlare di Genova senza parlare di quella che fu la risposta dello Stato come misura esatta di quanto quelle diagnosi fossero pericolose per il capitalismo. Carlo Giuliani cadde in piazza Alimonda il 20 luglio, e con lui cadde l’illusione che il conflitto potesse restare simbolico. La notte tra il 21 e il 22, l’irruzione alla scuola Diaz-Pertini contro persone disarmate, addormentate, sedute con le mani alzate, e poi le sevizie sistematiche nella caserma di Bolzaneto, non possono che essere definite macelleria messicana. Le forze dell’ordine in assetto di guerra producevano un messaggio disciplinare. La macelleria prese il sopravvento storico sulle istanze e sulle idee di quella generazione, sostituendo l’immagine del corteo con quella del corpo martoriato. Poi, appena due mesi dopo, l’11 settembre. La torsione securitaria e la militarizzazione del discorso che ne seguirono riorganizzarono l’intera agenda globale attorno alla dialettica sicurezza-minaccia, spostando il baricentro del discorso pubblico dalla giustizia sociale alla difesa dell’ordine, dalla critica del capitale alla guerra al terrore. Il vocabolario dell’emergenza fece carta straccia del vocabolario dell’alternativa. È qui, in questa sovrapposizione temporale quasi crudele, che si consuma la ragione per cui Genova è diventata il segnalibro perduto. Il libro di Lorenzo Guadagnucci impone però un bilancio che rifiuta tanto l’autocelebrazione quanto la nostalgia, perché entrambe sono forme di resa. Quelle diagnosi sono state confermate dai fatti: la crisi del 2008 ha mostrato la finanziarizzazione come macchina di socializzazione delle perdite, l’austerità ha esibito il carattere post-democratico della governance economica europea, la deriva dei meccanismi neoliberisti ha prodotto esattamente le fratture sociali che erano state annunciate. E tuttavia la profezia si è avverata contro i suoi profeti. Quella capacità di denuncia non si è convertita in capacità di costruzione: il movimento seppe nominare la catastrofe assai meglio di quanto sapesse edificare l’ordine che avrebbe dovuto sostituirla. Il vuoto lasciato da quella incompiutezza lo hanno riempito i fascismi e i nazionalismi che oggi imperversano nel nostro paese, offrendo alla rabbia sociale una risposta identitaria e regressiva laddove mancava una risposta emancipatrice. La sovranità che Genova rivendicava come democratica e redistributiva è stata riscritta come sovranità etnica e securitaria. C’è di più, e riguarda il presente più stretto. Il potere che a Genova si annidava nelle istituzioni finanziarie transnazionali si è concentrato in un pugno di attori privati che controllano le infrastrutture stesse dell’esistenza collettiva: i dati, il calcolo, le reti, i sistemi di pagamento, l’intelligenza artificiale. Quegli stessi attori oggi, che oggi chiamiamo Musk, Thiel, Trump…, estraggono valore dalla sorveglianza sistematica del comportamento umano, trasformato in materia prima dell’accumulazione. I tecno-monarchi che oggi negoziano con gli Stati da pari, dettano le regole del discorso pubblico e arrogano a sé prerogative quasi-sovrane sono la forma matura di quel potere privato irresponsabile che il movimento di Genova aveva individuato quando ancora indossava la maschera più anonima della governance. La critica di allora era diretta verso un potere che decide senza rispondere, che dispone dei beni comuni sottraendoli al controllo democratico, ed è oggi più letterale di quanto lo fosse allora. Il monopolio non è più soltanto economico, è infrastrutturale e cognitivo. E la posta in gioco che la nostra generazione urlò ai quattro venti, la sovranità, la redistribuzione della ricchezza, il controllo democratico sui poteri privati, non è affatto invecchiata. È diventata la questione centrale del nostro tempo. Ecco perché Genova è il nostro appuntamento a Samarcanda. Nella favola messa in musica da Vecchioni il fuggitivo galoppa lontano dalla morte proprio verso il luogo in cui l’appuntamento era fissato. In questi venticinque anni hanno tentato di farci credere di aver chiuso i conti con quei giorni, di aver eluso la responsabilità che grava sulle scelte di un’intera classe politica, e invece ogni volta ci ritroviamo là dove pensavamo di non dover più tornare. Genova ci presenterà il conto finché non capiremo che quella stagione non è un ricordo da onorare ma un lavoro da riprendere: la sua diagnosi va portata a compimento, la sua incompiutezza va colmata, la sua sconfitta va rovesciata in punto di partenza. Riprendere Genova per scacciare i fantasmi della storia è l’unico esercizio di memoria e di coscienza collettiva che può rischiarare tempi che prestano voce a rancori sordidi e fobici, che danno forma agli istinti più bassi e feroci. A Genova avevamo ragione. Ma dirlo così è dire ancora troppo poco, e per venticinque anni ci siamo accontentati di troppo poco, quasi ci vergognassimo di rivendicare persino quella. Non avevamo semplicemente ragione noi: avevano torto loro, avevano torto allora e hanno torto adesso. “Voi G8, Noi 6.000.000.000”: otto giganti della terra deliberavano sulla vita di sei miliardi di persone senza mandato, senza doverne rispondere, arrogandosi il diritto di decidere del bene di tutti come cosa propria. E poiché di quell’arrogazione non hanno mai risposto, il loro torto resta la sostanza di questo presente. A Genova avevamo ragione. L’abbiamo ancora. E finché quella ragione resterà inevasa, l’appuntamento resterà fissato. Genova non è mai finita, e il libro di Lorenzo Guadagnucci testimonia che la fatica che ci portiamo appresso da venticinque anni per costruire un mondo migliore, un altro mondo possibile, non sarà fatica sprecata. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’appuntamento a Samarcanda: Genova, venticinque anni dopo proviene da Comune-info.
July 12, 2026
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Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei
-------------------------------------------------------------------------------- Vignetta di Mauro Biani -------------------------------------------------------------------------------- Su un pilastro metallico poco lontano dall’edificio che segnala il Porto Antico a Genova, giusto di fronte a Palazzo San Giorgio, si trova questa frase: “Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”. Siamo nella zona chiamata “Caricamento”, spazio ambito e mitico che conduce all’Acquario. Don Andrea Gallo, prete genovese impegnato coi giovani “sulla strada”, aveva fatto sua questa frase coniata in realtà da don Luigi di Liegro. Quest’ultimo, fondatore della Caritas di Roma, menzionava il proverbio che dice “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” e lo trasformò in “dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”. Questa frase, titolo del concerto di maggio a Genova in memoria della morte di don Gallo, resta l’ispirazione della comunità di San Benedetto al Porto, da lui fondata. La verità della frase citata è stata messa in scena in grandezza naturale durante i fatti del G8 a Genova. A 25 anni esatti di distanza dall’evento di luglio del 2001. Chi scrive era partito l’anno prima in Liberia e per la prima volta nella sua vita aveva visto e toccato i segni e sintomi del ritorno della guerra civile nel Paese. Con occhi feriti da quello che stava accadendo in quel Paese dell’Africa occidentale ho preso parte ad alcuni degli avvenimenti che avrebbero caratterizzato il citato G8. Il clima di quel mese di luglio era quello che Genova conosce e la valorizza di mare e di colori. Anche le piazze e le strade erano rese nuove da decine di associazioni variopinte e da centinaia e poi migliaia di giovani che credevano, praticavano e sognavano “un altro mondo possibile”. Questo era infatti il tema di fondo che continuava il processo dei forum alternativi a quello di Davos in Svizzera, emblema della globalizzazione genocida. C’è stato Seattle negli Stati Uniti, Porto Alegre in Brasile e Genova, che avrebbe potuto e dovuto essere un’ulteriore porta al futuro. Ho visto, in realtà e contesti differenti, la stessa guerra civile che avevo lasciato, provvisoriamente, sulla sponda dell’Atlantico, in Liberia. Altre le modalità ma il resto c’era tutto. Bande di mercenari delle parole e delle promesse, militari armati, elicotteri, camionette d’assalto, lacrimogeni, bombe carta, pestaggi e torture in luoghi al riparo da sguardi indiscreti… Una guerra civile tra visioni contrapposte del mondo, della vita, del futuro e soprattutto del presente. Lo ricordava bene l’amico Enrico Euli, docente a Cagliari, nei suoi scritti: “La guerra è l’ultimo collante di una élite che si è impossessata degli Stati… quando agli inizi del XXI secolo, i cosiddetti ‘no global’ avevano posto le basi per una critica ecologica e pro-sociale della mondializzazione sfrenata a cui eravamo sottoposti, sono stati militarmente repressi, politicamente marginalizzati, culturalmente omessi…”. Ancora Euli, in uno degli articoli raccolti nel libro Punture di vista, ricorda che “l’uscita dal mito global ora avverrà ma per mano dello stesso G8 (Russia inclusa) che faceva trincee intorno ad esso, barricandosi allora in zone rosse e reticolati di guerra contro di noi e oggi attraverso un conflitto armato che li separa tra loro… la guerra globalizzata sta prendendo quindi il posto della globalizzazione economica…i l dominio borghese si è stancato anche di essere liberale…”. Certo, durante il Genoa Social Forum ho avuto il privilegio di conoscere Ivan Illich, uno dei massimi pensatori della crisi dell’Occidente del ‘900, Susan George alla scuola Diaz, prima dei massacri, e Riccardo Petrella. Le guerre civili sono, appunto, il drammatico tentativo di messa in azione della frase scritta sulla struttura metallica della sopraelevata di Genova. “Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”’. L’etnia, la classe sociale, lo straniero e il barbaro sono tutti un nemico potenziale. Le categorie più vulnerabili ne costituiscono il bersaglio favorito. Ci troviamo in una guerra civile e i politici lo sanno molto bene. Non casualmente i cittadini comuni sono il nemico principale da controllare. Venticinque anni dopo siamo qui per dire che un’altra storia è possibile a condizione di opporsi alla confisca del futuro dei poveri. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei proviene da Comune-info.
July 11, 2026
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Dafne. Un racconto
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Elena Giuliani -------------------------------------------------------------------------------- “Dafne. Un racconto di fantasia molto reale” è un testo di Alessandro Meo “Sante” apparso in Genova 2001-2021. Cerchi della memoria (Edizione Elementi Kairos), un libro curato da Ilaria Bracaglia, Gabriele Salvatori e Maddalena Tiburzio. Raccontare non è solo fare memoria ma connetterci agli altri. Siamo fatti di atomi, ma anche di storie, ricordava Eduardo Galeano. -------------------------------------------------------------------------------- Mi chiamo Dafne, ho ventisette anni e vivo a Genova praticamente da sempre. Seguo con attenzione i movimenti della città da quando ho più o meno 17 anni, dalla scuola ai collettivi dei centri sociali e ora, da qualche anno, frequento le assemblee di Non una di meno che è lo spazio nel quale mi sento veramente a casa. Ma questa è una storia a parte. Questo racconto invece ha a che fare con l’esperienza di una bimba in quelle giornate di luglio di 20 anni fa. Un bimba di soli 7 anni, è vero, ma che ne conserva un ricordo importante, a volte confuso, a volte lucido. Sicuramente un ricordo che per la mia famiglia ha significato tanto. In quegli anni vivevamo in un piccolo appartamento in affitto nel centro storico di Genova. Diciamo, per chi non lo conosce, che abitavamo in una parallela di via del Campo, luogo storico che il grande Faber ha fatto conoscere ai più. Mia mamma e mio papà, lei zeneize doc, lui genovese di adozione e romano di origine, lavoravano nella scuola. Mio padre insegnava italiano alle medie, mia mamma matematica in un liceo scientifico di Quarto, poco fuori della città. L’aria di Genova in quei giorni me la ricordo bene: le inferriate, le barriere metalliche, i controlli dei documenti, e mio padre che sbuffava. Non capivo praticamente nulla e poco mi veniva raccontato, tanta forse era l’incertezza o l’incredulità di fronte a quella situazione. Il primo ricordo nitido è mia nonna che si presenta a casa il martedì di quella settimana, valigia alla mano. Avrebbe passato un po’ di giorni a casa con noi, in vacanza, percepivo io. E sinceramente mi faceva piacere, la nonna mi riempiva di attenzioni e di regali, insomma un po’ come tutte le nonne. Mi ricordo un gran caldo, come sempre a luglio. E il giorno dopo il suo arrivo una serata magica, una gran festa vicino al mare. I miei mi avevano portato con loro, anche se mamma non era poi così d’accordo. Comunque io mi ero divertita un sacco e mamma mi ha confessato anni dopo che quella sera era ubriaca da far schifo. Anni dopo mi sono resa conto da sola che quel folletto che saltava e faceva ballare tutti, e lo fa tutt’ora, era Manu Chao. Ha un grande successo. A me sinceramente non ha mai convinto, grande idolo dei frikkettoni, mentre insomma io ho sempre prediletto il punk, magari anche grezzo da garage. Ma anche questa è un’altra storia. Ero felice. Mia nonna in quei giorni stava infrangendo tutte le regole educative della casa. I miei erano genitori erano super-progressisti, ma insomma le regole non mancavano soprattutto per quel riguardava tv e affini. E in quei giorni, in barba alle regole venne spostata la televisione che stava in salotto nella mia stanzetta e nonna si portò una piccola tv, apposta per lei, da mettere in cucina. Insomma un paradiso, incredibile. Cartoni come se non ci fosse un domani e io di certo non facevo domande per paura che quel sogno potesse finire. Il giorno dopo la grande festa i miei uscirono presto di casa, che ancora dormivo. Da anni frequentavano i movimenti della città. Tante volte mi avevano portato a visitare la comunità di San Benedetto al Porto. Erano amici di Don Gallo, l’unico prete che ha mai messo piede nella nostra piccola casa e di certo non per benedirla. Entrambi facevano parte del sindacato di base della scuola. Quel giorno era un altro giorno di musica e di balli. O almeno così avevo intuito per quelle volte che mia nonna mi aveva permesso di uscire sul balcone. Avevo passato tutta la giornata a vedere i cartoni animati ma quando il corteo dei migranti stava passando nelle vicinanze del centro, mia nonna mi aveva preso in braccio per farmi vedere quell’enorme massa di gente che saltava e ballava, un’altra grande festa dopo quella col folletto spagnolo della sera prima. A quel punto, questo me lo ricordo benissimo, avevo chiesto a mia nonna per la prima volta cosa stesse succedendo in città. La sua risposta era stata che in città c’era una grande riunione fra i presidenti del mondo e si stava organizzando una grande festa di accoglienza. Ma poi aveva concluso: ”Non dire che te l’ho detto, che è una sorpresa e i tuoi poi mi sgridano!” Ti credo. Pensa se mia madre avesse saputo di questa spiegazione a dir poco fantasiosa quanto si sarebbe incazzata, mio padre nemmeno a dirlo che la sopportava a stento, la nonna, che poi era la suocera. Mi ero tenuta il segreto ovviamente, forse per paura che sparisse il televisore che era magicamente piazzato davanti al mio letto. Quella sera i miei sono tornati a casa tardi, inebriati da quell’aria di festa, raccontavano alla nonna, ridendo, della bellezza di quella giornata, delle migliaia di persone, dei sans papier. Hanno giocato con me fino alle ore piccole, mi hanno strapazzato con allegria, insomma c’era un’aria che non si respirava da tempo in casa. E se ne sono andati a dormire prendendosi per mano, bellissimi, come se si fossero conosciuti quella sera stessa. Il giorno seguente il clima era cambiato… I suoni della festa erano scomparsi nella mia percezione, dalla mia cameretta non si udivano più la musica e i balli delle grandi adunate dei giorni precedenti. Faceva un gran caldo e nonostante questo nonna aveva deciso di tenere chiusa la finestra del balcone e di accendere il ventilatore mentre passava quella giornata lunghissima incollata al suo piccolo televisore in cucina. Non parlava e il suo volto preoccupato mi inibiva dal farle domande. Perché se è una festa non posso partecipare? Perché quell’espressione triste sul suo viso? A 7 anni è difficile dare risposte a domande così. Sentivo sirene in lontananza e non capivo, ricordo che il perenne rumore dell’elicottero sopra le nostre teste iniziava a spaventarmi. Ero rinchiusa nel mio piccolo mondo protetto, attendendo con trepidazione il rumore delle due mandate della porta di casa che significava il ritorno dei miei genitori a casa, finalmente. Questo sarebbe avvenuto più tardi, molto più tardi. Era già ora di dormire per me, quando li avevo sentiti entrare, vociare, discutere, litigare fra di loro. Era terribile e quando li ho sentiti piangere non sono riuscita più a trattenermi in quella veglia nel letto e sono scappata fuori. Mi sono gettata d’istinto fra le braccia di mia mamma, e loro due sforzandosi di sorridere, ma ancora singhiozzando, sono riusciti all’unisono, in coro, a pronunciare solo una parola: “Amore!”. C’è voluto parecchio tempo prima che capissi che quel giorno i carabinieri avevano ammazzato un ragazzo. All’inizio pensavo fosse un loro amico, perché in genere si piange la morte di qualcuno che si conosce, pensavo allora. Invece non si erano mai conosciuti ma molti anni dopo, ancora nelle loro parole e nei loro racconti, sono riuscita a percepire il sentimento che univa mia mamma e mio papà a quel ragazzo, diventato poi un simbolo. Comunque sia, in quel momento, ovviamente credendo ancora alle bugie di mia nonna, continuavo solo a chiedermi quale diamine di festa fosse quella dove si finisce piangendo. Mi avevano riportato coccolandomi nel mio letto, impegnandosi goffamente a farmi sorridere e finalmente mi ero addormentata, anche un po’ cullata dalla loro voci che continuavo ad ascoltare. Il giorno seguente, lo stesso copione: avevo sentito il rumore della porta aprirsi e chiudersi e i passi allontanarsi, ma con mio grande stupore avevo trovato mio papà a preparare la colazione. Solo mia mamma mancava all’appello, l’avrei riabbracciata a sera. La tavola era imbandita come fosse festa. Succo d’arancia, merendine, cioccolata. E mio papà che con una dolcezza infinita si sforzava, nervoso, a scherzare. Era un grande bluff chiaramente, una commedia amorosa, ma a 7 anni non lo potevo comprendere, ero solo felice di quel risveglio. Abbiamo passato una giornata meravigliosa, giocato assieme, guardato i cartoni, mentre nell’altra stanza andava senza sosta la diretta sul piccolo televisore della nonna. E ovviamente l’attenzione di mio padre andava e veniva. Quando a sera si è aperta la porta ed è entrata mia mamma siamo corsi ad abbracciarla tutti e due, e mio padre probabilmente aveva un espressione ancora più infantile della mia nell’accoglierla a casa. L’ultima cosa che vi posso raccontare rappresenta uno dei ricordi più forti che ho della mia infanzia. Uno di quei ricordi che una si porta appresso per tutta la vita e che di certo ha segnato una svolta nella vita dei miei genitori. La mattina dopo, la domenica, ultimo giorno di quella assurda settimana, svegliandomi avevo trovato i miei imbambolati, in silenzio di fronte al televisore spento. Non dicevano una parola, guardavano il vuoto, sembravano totalmente assenti dalla realtà. Prosciugati, probabilmente, da un dolore che ovviamente io non potevo comprendere in quel momento. Nemmeno io ebbi la forza di fiatare, e da lì iniziò una settimana di silenzi che terminò solo quando decisero di portami a casa della nonna, a Sestri. Era estate, avevo voglia di spiaggia, di bagni e con la nonna ci stavo bene. Mi ricordo che però provavo tristezza per loro. Non capivo gli avvenimenti e probabilmente avevo paura che non si volessero più bene come una volta. Sette anni dopo sono andata per la prima volta con loro, il 20 luglio, a piazza Alimonda. Mi hanno fatto conoscere Haidi, la mamma di Carlo Giuliani e mi hanno raccontato per bene la storia della scuola Diaz. Quella storia un po’ già la conoscevo, ma ascoltarla da loro mi ha aperto la porta di quel ricordo indelebile. Per la prima volta ho capito cosa era successo quella domenica mattina di fine luglio. I miei genitori erano – ora sono in pensione – insegnanti per passione. Ci anno sempre creduto. Quell’ultima notte, il luogo più importante delle loro vite era stato trasformato in una “macelleria messicana”, nello stadio di Santiago del Cile. Avevano trasformato il futuro in un inferno. Le macchie di sangue su quei banchi se le portano ancora appresso, ne sono sicura. Era una scuola. Praticamente un tempio, un luogo sacro per loro. Ma badate bene, non il sacro dei bigotti. Il sacro che era amore per un altro mondo possibile. Sacro che era Giusto. Quel sacro che avevano imparato da quel prete con il sorriso dolce che avevo visto nella nostra piccola casa accanto a via del Campo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dafne. Un racconto proviene da Comune-info.
July 11, 2026
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Sostenere chi racconta le rotte
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- The Routes Journal – Il giornale delle rotte – è un progetto di comunicazione alternativa sulla mobilità impedita: racconta la criminalizzazione delle rotte migratorie e le conseguenze che questa produce sulla vita delle persone che le percorrono. Nasce dal desiderio di un gruppo di ricercatori, artisti, migranti e attivisti di offrire uno sguardo diverso sul fenomeno migratorio. A partire dai materiali informativi che le persone in movimento producono sulle proprie condizioni materiali e sociali lungo le rotte, una newsroom cooperativa lavora per trasformare fotografie, audio e video in storie accessibili a un pubblico non specialistico. Può essere definito un progetto informativo sul “movimento interrotto”. Non ha una sede fissa: la sua sede è ovunque vivano i suoi corrispondenti, perché The Routes Journal racconta i luoghi e le storie di chi è in movimento. Il progetto ambisce a connettere mondi diversi e lontani. Lo fa su Instagram, provando a descrivere ciò che accade al di là delle frontiere dell’Europa, ovvero l’esperienza quotidiana delle persone migranti che parlano dalle coste tunisine, dagli hangar libici, dalle barche, solo per fare qualche esempio. Parla di rotte migratorie, oggi quella del Mediterraneo centrale, quella dell’Oceano Indiano, quella Canaria; domani, chissà. Lo scopo è evidenziare la traccia silenziosa di quelle rotte: non indicazioni su dove andare, ma racconti di come si vive nel passaggio e nell’attesa. Narra la violenza dei confini, l’abbandono, la paura, ma anche le pratiche quotidiane di resistenza e di solidarietà. Restituisce il quotidiano di chi abita le rotte, componendo una topografia dell’assenza, della precarietà, della necropolitica. The Routes Journal è una newsroom all’interno della cosiddetta underground railroad, animata da corrispondenti: uomini e donne dall’altra parte del mare, dall’altra parte del confine della “fortezza Europa”. Alcuni partecipano regolarmente, altri solo sporadicamente. Sono persone che hanno tentato più volte di raggiungere l’Europa e che ora sono confinati in una “terra di mezzo”. Inviano scatti dalle loro case, filmano gli accampamenti in cui vivono, scrivono poesie; tra un movimento e l’altro. Tra arresti e sequestri. Prima di attraversare, di fare boza. Tra cokseurs, arabes, barnamiche, acque blu, bussolier e capitani. The Routes Journal trasforma la loro esperienza in testimonianza pubblica. Abou è uno di loro. Ha appena sedici anni ed è stato detenuto in una prigione libica, torturato a scopo di estorsione. Marine racconta la disperazione di avere una figlia malata senza sapere dove portarla per farla curare, perché nera: arrivata in ospedale, l’hanno cacciata. Farhan ha invece voluto pubblicare il corpo esanime dell’amico, ucciso senza ragione alla fine del Ramadan del 2026. Poi c’è Aissatou, Lamine, Xavier e molti altri. Le loro storie si intrecciano e insieme, come nella reazione chimica che dal negativo porta alla fotografia, ci restituiscono un’immagine che in molti vorrebbero tenere nascosta o rendere invisibile. La loro partecipazione a The Routes Journal è gratuita e volontaria. Ma hanno bisogno di medicinali, cibo, cure ospedaliere, telefoni. Vorremmo poterli sostenere. Vi chiediamo di aiutarci con una raccolta fondi, perché possano continuare a raccontare di che materia è fatta l’esternalizzazione dei confini dell’Unione Europea. Potete donare con queste due modalità: * IBAN: IT87N0830401804000003424187 intestato all’Associazione Melting Pot Odv, causale: The Routes Journal * Tramite la raccolta fondi su Paypal -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Meltingpot.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sostenere chi racconta le rotte proviene da Comune-info.
July 11, 2026
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Crisi climatica. Cominciamo da noi
-------------------------------------------------------------------------------- Il documentario “Crisi Climatica. La risposta siamo noi” (Italia 2026, 20′) raccoglie alcuni dei principali temi affrontati Belem do Parà, nell’Amazzonia brasiliana, dove a lato della COP 30, qualche mese fa i movimenti sociali internazionali hanno organizzato la “Cupola dos Povos e Embaixada dos Povos” come risposta agli incontri ufficiali. I protagonisti sono gli indigeni amazzonici come le popolazioni che vivono nel bacino del Rio Tapajos, i contadini dei movimenti di massa come La Via Campesina e MST il Movimento dei Lavoratori Senza Terra, persone impegnate con associazioni, ong e movimenti per il clima, tra cui Sila Mesquita del Povos Apurinà presidente della Rete GTA (Grupo do Trabalho Amazônico) che conta circa 400 associazioni ed è stata una degli organizzatori dell’Embaxiada dos Povos. Per qualità, quantità e chiarezza dei contenuti dedicati alla questione climatica è davvero un filmato fondamentale. Il documentario è stato realizzato da Antonio Pocar (con il supporto della parlamentare europea Cristina Guarda del Gruppo Verdi, AVS Lombardia e Europa Verde Milano). -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Crisi climatica. Cominciamo da noi proviene da Comune-info.
July 11, 2026
Comune-info
Dispositivi della frontiera diffusa
I NUOVI CENTRI PER EFFETTUARE LE PROCEDURE DI FRONTIERA DELLE RICHIESTE D’ASILO SARANNO LA BASE LOGISTICA DEL MODELLO DI SFRUTTAMENTO SPERIMENTATO A PARTIRE DAGLI ANNI NOVANTA NEL SUD ITALIA PER L’AGRICOLTURA -------------------------------------------------------------------------------- Trieste, migranti della Rotta Balcanica. Foto di Lorena Fornasir -------------------------------------------------------------------------------- In maggio il Dipartimento Libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno ha pubblicato una circolare che illustra in maniera estremamente chiara gli orientamenti politici del Governo Meloni in merito alla gestione delle frontiere, a seguito dell’applicazione del Patto Europeo su migrazione e asilo. Questo documento, passato in sordina rispetto al dibattito pubblico sul tema, ridefinisce in maniera radicale il ruolo delle frontiere, stravolgendo le prassi e le garanzie democratiche effettive per l’esercizio del diritto d’asilo. In realtà, la circolare non è altro che l’esposizione degli orientamenti decisi dal Governo per recepire il nuovo regolamento procedure n° 1348 del 2024[1], in particolare l’art. 54, che definisce i criteri generali dei luoghi per l’espletamento delle procedure di frontiera per le richieste d’asilo. Dunque, il radicamento normativo espresso dalla circolare è il nuovo regolamento procedure, che consente di creare questi nuovi criteri che portano a un modello di frontiera diffusa. Tuttavia, è il Governo a decidere quali luoghi utilizzare per le procedure di frontiera, il profilo che devono assumere e la loro ubicazione. Proviamo a formulare delle ipotesi di lettura e interpretazione politica di questi documenti: in ragione di una presunta e non meglio specificata “particolare connotazione geografica nazionale”, non si esclude alcun sito in cui effettuare le procedure di frontiera e si introduce la possibilità di utilizzare unità operative itineranti; tutti i luoghi classificati come “frontiera” fanno parte di una “rete nazionale a supporto della frontiera esterna dell’Unione”. Questa definizione chiarisce l’obiettivo politico, ma non spiega le procedure da applicare per evitare il rischio di una compressione o addirittura di una sospensione del diritto d’asilo e della mancata applicazione della Convenzione di Ginevra. In pratica, si assiste a uno spostamento verso l’interno del concetto di frontiera, trasformando ogni luogo in un valico di frontiera. Per rendere concreta questa bizzarra interpretazione del concetto di frontiera, imposta dal Regolamento procedure, il Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione ha redatto un elenco dei valichi di frontiera, suddividendoli in 52 zone aeree e 111 zone marittime, e ha assegnato a ciascuna di queste zone un’area di competenza. Naturalmente, le frontiere terrestri non sono contemplate nell’elenco, in quanto l’Italia non ha frontiere terrestri con paesi esterni all’Unione Europea e le procedure di frontiera si applicano alle frontiere esterne, ovvero quelle che dividono un paese membro dell’UE da un paese non membro. Fa eccezione solo la Svizzera, che non è membro dell’UE, ma applica le norme del Patto di Schengen, tra cui l’applicazione del nuovo regolamento RAM che sostituisce il regolamento di Dublino. Le zone di terra di pertinenza della Rotta Balcanica, uno dei canali di ingresso più importanti del Paese, ad esempio, non dovrebbero avere luoghi dedicati alla gestione delle procedure di frontiera terrestri. I posti individuati per la zona di frontiera orientale, il Friuli Venezia Giulia, dovrebbero infatti essere dedicati esclusivamente  agli ingressi nella zona del porto di Trieste e dell’aeroporto di Ronchi dei Legionari, dove potrebbero avvenire gli arrivi  dalla frontiera esterna. Sappiamo già che le fantasie del governo non vanno in questa direzione. Quando queste ridicole procedure verranno applicate, sarà necessario monitorare molto bene cosa accadrà in quell’area del Paese, già tristemente nota per i respingimenti illegali avvenuti durante il periodo della pandemia[2]. La circolare, pur affermando in modo assertivo che sono già stati individuati i luoghi in cui in via prioritaria verranno svolte le procedure di frontiera,  quelli attivati dalla cosiddetta Legge Puglia (563/95) prodotta dal Governo Dini e mai più smantellati per un totale di 3132 posti, ci fa sapere anche che verrà recuperato l’utilizzo degli hotspot attivi e non[3], per un totale di 3519 posti, che attiverà 3804 nuovi posti[4] e che in caso di necessità si potranno utilizzare anche i posti disponibili nel sistema dei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), che in questi anni hanno sopperito all’inadeguato allargamento del Sistema SAI, dunque una funzione completamente diversa rispetto a quella che si vuole attribuire con l’indirizzo ministeriale introdotto dalla circolare. Inoltre sono stati individuati 489 posti dedicati al trattenimento per le procedure di frontiera[5]. Tutti questi posti sono attivati per concorrere a raggiungere la “capacità adeguata” stabilita dagli accordi europei e tuttavia si precisa che nonostante l’avvio dei posti è contemplata l’ipotesi di non vincolare le procedure di frontiera a luoghi deputati solo a questa mansione. Questo comporta che i luoghi attivi potranno essere utilizzati in modo flessibile in base alle esigenze procedurali. È del tutto evidente che tale promiscuità produrrà una riduzione e una compressione delle attività dedicate alla tutela dei richiedenti, come già avviene nei luoghi promiscui allestiti negli anni, vedi i casi di Brindisi Restinco e Gradisca D’Isonzo (Gorizia) dove nella stessa area sono attivi spazi dedicati ai richiedenti asilo e spazi dedicati alle persone trattenute nel CPR e dove l’accesso ad enti di tutela è ridotto e ampiamente osteggiato. Questi stessi centri dedicati ai richiedenti asilo oggi diventano anche luoghi dove possono essere svolte le procedure di frontiera. Insomma, la chiarezza di questa circolare è data dalla esplicitazione politica della volontà di rendere flessibile e discrezionali i diritti e creare sovrapposizione procedurale allo scopo di tenere in un limbo giuridico ed esistenziale le persone che arrivano per chiedere protezione internazionale. All’interno delle modifiche legislative realizzate dall’introduzione del Patto migrazione e asilo UE, tra le quali la finta revisione del vituperato Regolamento Dublino, che prende il nome di RAM e lascia inalterato il principio che a valutare la procedura d’asilo sia il primo paese Ue nel quale avviene l’ingresso del richiedente asilo, l’Italia sta riproponendo la funzione che ha tenuto negli ultimi trenta anni: precarizza  gli ingressi, costruisce o allestisce grandi strutture per contenere le persone in procedura di asilo, non agevola percorsi di accoglienza e integrazione tali da consentire una vita degna e incanala i richiedenti dentro i circuiti del lavoro, creando un filo diretto fra il regime di frontiera e i canali dello sfruttamento[6]. Abbiamo verificato negli anni che le procedure di frontiera accelerate, quelle che il regolamento procedure sistematizza, comprimono i diritti delle persone perché rispondono ad esigenze di propaganda di emergenza e non alla effettiva verifica delle condizioni delle persone. Inoltre i tempi annunciati dalle norme quasi mai vengono realmente mantenuti. Le procedure di frontiera, sistematizzate dal regolamento procedure già citato, prevedono anche una estensione da 60 a 90 giorni per accedere al mercato del lavoro. Come illustrato altrove, questa modifica, questa modifica legislativa non incide sui processi reali, anzi contribuisce a precarizzare e a modellare il mercato del lavoro dove sorgeranno i centri. Questa scelta politica si rende palese oggi, perché rompe una prassi consolidata negli anni di allestire grandi centri nelle aree del Sud e della Sicilia con alta capacità di assorbimento lavorativo, di manodopera poco qualificata, per ampliare anche al nord le zone di utilizzo dei grandi centri  così da coprire la domanda di manodopera inevasa derivante dalla caotica e volutamente inefficiente procedura del decreto flussi. A questo proposito, è sufficiente comparare i dati relativi al numero di richieste pervenute nel decreto flussi dalle varie regioni italiane e ai tassi di successo delle procedure di rilascio dei permessi di soggiorno per comprendere che il mondo produttivo spinge a richiedere manodopera a basso costo anche per effetto della crisi del manifatturiero del nord, in particolare quello che dipende dalle relazioni economiche con la Germania. I dati prodotti dalla campagna “Ero straniero”[7]  ci offrono un’opportunità per approfondire questa analisi. Si evidenzia che le domande pervenute presso le prefetture sono 720.467, su una disponibilità di quote di 119.836. Solo 24.858, il 20,7%, sono le pratiche concluse con successo. In termini numerici assoluti, la classifica delle cinque regioni con il maggior numero di domande presentate è la seguente: Campania (40.116), Lombardia (36.222), Lazio (24.120), Veneto (23.596), Emilia-Romagna (15.489). Analizzando i dati, emerge una corrispondenza geografica tra l’apertura dei nuovi centri governativi per le procedure di frontiera menzionati e le richieste di nulla osta lavorativo del decreto flussi. I numeri attribuiti ai singoli centri non sono essenziali, sebbene non siano metodologicamente privi di connessione. Come dimostrato dalla nostra analisi nel tempo, i grandi centri si rivelano strumenti logistici ad alta rotazione, fungendo da collettore per la creazione di zone franche destinate a fungere da bacini di manodopera just in time. Dunque, ciò che intravediamo sul piano politico è che il Patto Ue su migrazione e asilo si sta assestando come un grande strumento di propaganda liberista e sta attuando un cedimento dall’interno di un complesso quadro normativo che ha come scopo la garanzia di diritti soggettivi inalienabili. Il composito pacchetto legislativo e culturale sul quale il Patto Ue  sta agendo avrà effetti sul quadro generale delle politiche continentali in termini di divisione internazionale del lavoro sia rispetto al bacino del mediterraneo sia rispetto ai singoli stati nella articolata gerarchia interna alla UE. La linea del Governo Meloni  ancora l’Italia a un settore manifatturiero che tiene i suoi equilibri sulla manodopera non qualificata e su settori produttivi a basso contenuto tecnologico. In ragione di ciò lo sfruttamento della manodopera straniera è in linea con il modello produttivo ricercato dal Governo e le scelte logistiche in tema di procedura di frontiera si legano in maniera stretta con le esigenze del mercato del lavoro che abbiamo adottato. Queste procedure, in sintesi, operano simultaneamente a decostruire il diritto d’asilo e cercano di superare anche i pochi e irrealistici vincoli imposti dallo strumento giuridico del Decreto Flussi. Un tentativo maldestro. -------------------------------------------------------------------------------- [Gianluca Nigro, Associazione Finis Terrae] -------------------------------------------------------------------------------- [1] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:L_202401348 [2] https://altreconomia.it/la-feroce-normalita-dei-respingimenti-illegali-ai-confini-dellunione-europea/ https://altreconomia.it/i-respingimenti-italiani-in-slovenia-sono-illegittimi-condannato-il-ministero-dellinterno/; [3] Isola Capo Rizzuto, Roccella Jonica, Reggio Calabria, Vibo Valentia, Taranto, Lampedusa, Porto Empedocle, Catania, Messina, Pozzallo, Augusta, Pantelleria [4] In Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte Sardegna, Sicilia, Toscana, Veneto [5] Modica (Ragusa), Porto Empedocle (Agrigento) Gjader (Albania) [6] https://www.osservatoriorepressione.info/patto-per-chi-il-regime-di-frontiera-e-lo-sfruttamento/ [7]https://erostraniero.it/territori/ -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Osservatorio repressione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dispositivi della frontiera diffusa proviene da Comune-info.
July 10, 2026
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Che cos’è, oggi, la cittadinanza?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Può sembrare una domanda astratta, ma non lo è affatto: cos’è, oggi, la cittadinanza? È una domanda che riguarda il futuro della nostra democrazia. L’8 luglio la Camera ha approvato, con 148 voti favorevoli e 99 contrari, l’iter d’urgenza per una proposta di legge che introduce nuove ipotesi di revoca della cittadinanza e nuovi ostacoli per chi la sta acquisendo. Non si tratta di un episodio isolato. Negli ultimi mesi si sono susseguiti interventi che rendono più restrittivi i requisiti per ottenere la cittadinanza, ampliano i casi in cui può essere revocata e, più in generale, ridefiniscono il rapporto tra appartenenza, identità nazionale e sicurezza. Temi diversi, che sembrano però muoversi nella stessa direzione. Non è soltanto una questione di immigrazione. È il modo stesso di concepire la cittadinanza che sembra cambiare. Nella nostra Costituzione e nella tradizione delle democrazie costituzionali, la cittadinanza non è un privilegio né una ricompensa. È il fondamento dell’uguaglianza giuridica. Una volta cittadini, tutti sono uguali davanti alla legge. Lo Stato giudica le azioni delle persone, non la loro origine, la religione che professano o la storia della loro famiglia. Oggi, invece, sembra affermarsi un’altra idea. Un ragazzo nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri, che oggi può diventare cittadino dichiarando la propria volontà entro un anno dal compimento della maggiore età, con la nuova legge dovrebbe superare anche un esame di integrazione. Una richiesta che nessun suo coetaneo nato da genitori italiani dovrà mai affrontare. La cittadinanza non appare più come il luogo dell’uguaglianza, ma come un confine da presidiare: un bene da concedere con maggiore cautela, da limitare o rendere più fragile per alcuni. Matteo Salvini lo ha espresso con un’immagine molto esplicita: la cittadinanza dovrebbe funzionare come una “patente a punti”, e chi delinque dopo aver ricevuto le chiavi di casa dovrebbe vedersi ritirare quelle chiavi. È una metafora che dice molto più di quanto sembri. La cittadinanza non viene più pensata come uno status che garantisce uguali diritti e uguali doveri, ma come una licenza sempre revocabile, un’appartenenza che deve essere continuamente dimostrata. Non è tanto il singolo provvedimento a colpire. È il quadro complessivo che emerge. La domanda sembra non essere più: quali diritti spettano a ogni cittadino? Ma piuttosto: chi appartiene davvero alla comunità nazionale? Questa trasformazione riflette anche un’idea di identità nazionale come qualcosa di fisso, omogeneo, da preservare nella sua presunta purezza. Un’identità che guarda al passato con nostalgia e considera ogni cambiamento come una minaccia. Eppure le società non sono mai rimaste immobili. L’Italia, come tutta l’Europa, sta diventando una realtà sempre più plurale. Le migrazioni, i cambiamenti demografici, la mobilità delle persone, le guerre e la crisi climatica stanno trasformando il volto delle nostre comunità. È un processo complesso, che pone problemi reali e richiede politiche serie. Ma è difficile immaginare che possa essere fermato. La storia non procede all’indietro. La vera sfida, allora, non è impedire il cambiamento, ma governarlo senza rinunciare ai principi che rendono democratica una società. Significa passare da un “noi” costruito sull’esclusione a un “noi” fondato sulla condivisione dei diritti e delle responsabilità; da un’identità che si difende alzando confini a una comunità che si riconosce nella forza delle proprie istituzioni e dei propri valori costituzionali. Perché una società diventa davvero più sicura restringendo continuamente il significato della cittadinanza? Oppure rischia di ottenere il risultato opposto? Quando una parte della popolazione viene rappresentata come un problema permanente, quando ragazze e ragazzi nati o cresciuti nel nostro Paese continuano a sentirsi cittadini “con riserva”, il rischio è quello di alimentare proprio quella frattura che si dice di voler combattere. La sicurezza è un bene fondamentale. Ma non nasce soltanto dal controllo e dalla punizione. Nasce anche dalla fiducia reciproca, dal riconoscimento, dalla possibilità di sentirsi parte della stessa comunità politica. Ogni Stato ha il diritto di stabilire le regole per l’acquisizione della cittadinanza e di pretendere il rispetto delle proprie leggi. Ma un conto è definire criteri di accesso; un altro è trasformare la cittadinanza in uno strumento che distingue continuamente tra chi appartiene pienamente alla comunità e chi deve dimostrare, ogni volta, di meritarne l’appartenenza. Forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci. Perché il futuro delle nostre società sarà inevitabilmente plurale. Possiamo scegliere se affrontare questa trasformazione alimentando paure e contrapposizioni oppure costruendo una convivenza fondata sul diritto, sulla responsabilità e sull’uguaglianza. La cittadinanza, in fondo, non serve a tracciare nuovi confini tra le persone. Serve a garantire che, una volta riconosciuti come membri della stessa comunità politica, nessuno sia meno cittadino di un altro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che cos’è, oggi, la cittadinanza? proviene da Comune-info.
July 10, 2026
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Sotto il cielo di Cerignola
NELLE CAMPAGNE DI CERIGNOLA, NELLA CAPITANATA, IL PIÙ GRANDE BACINO DI PRODUZIONE DI POMODORO DA INDUSTRIA IN EUROPA, VIVE ALÌ: È DA DODICI ANNI IN ITALIA MA ORA NON PUÒ PIÙ ANDARE AL LAVORO PERCHÉ I SUOI OCCHI SONO STATI ACCECATI DAL SOLE, DA ANNI DI SCHIAVITÙ. NELLE CAMPAGNE DI CERIGNOLA MIGLIAIA DI NESSUNO DI ORIGINE AFRICANA SOPRAVVIVONO IN TUGURI SENZA BAGNI E SERVIZI, MOLTE SONO FATISCENTI CASE RIFUGIO DELL’ENTE RIFORMA COSTRUITE NEGLI ANNI CINQUANTA. A CERIGNOLA C’È ANCHE UN PEZZO DI CIMITERO DEI SENZA NOME, SONO PER LO PIÙ QUELLI CHE IL SISTEMA CHIAMA BRACCIANTI. SCRIVE ANTONIO DE LELLIS IN UN REPORTAGE DEDICATO A QUESTO PEZZO DI TERRA DEL TAVOLIERE DELLE PUGLIE: “LE PERSONE INCONTRATE IN QUESTO LAGER A CIELO APERTO SONO VITTIME DEL CAPORALATO? CERTO, MA ANCHE DI UN SISTEMA CHE NON USA SOLO ARMI DA FUOCO, MA QUELLE DELLO SFRUTTAMENTO, DELLA SCHIAVITÙ, DELLA NORMALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA ECONOMICA E SOCIALE…”. UNA DOMANDA: MA I LIBRI DI STORIA E I GRANDI MEDIA NON DICONO CHE LA FINE DELLA SCHIAVITÙ È AVVENUTA NEL CORSO DEL XIX SECOLO? -------------------------------------------------------------------------------- Quello che abbiamo visto sotto il sole di luglio, a Tre Titoli e a Pozzo Terraneo nel comune di Cerignola (Foggia), insieme agli operatori della cooperativa Oasi 2 di Trani, è qualcosa di drammaticamente incredibile, che forse non si può raccontare appieno, tanto è profonda la ferita e il dolore per l’indignazione che lasciano nell’anima. Dinanzi a noi migliaia di persone segregate in una campagna estesa senza orizzonte e senza riferimenti, vivono in ripari disperati, in tuguri, senza bagni e servizi, con grandi cisterne di acqua, offerte dal comune, in parte bucate, o in tende peggiori dei Pollai. Le case “rifugio” sono quelle dell’Ente Riforma, costruite a metà degli anni cinquanta del secolo scorso. Sono case ormai abbandonate dagli italiani fin dagli anni Settanta, fatiscenti, pericolose. Alcune con tetti crollati, altre bruciate. Sono circondate da rifiuti di plastica, ma anche da bidoni metallici che fanno gola a raccoglitori di ferro locali che con i loro furgoni lucrano sugli schiavi neri senza chiedersi il perché di una simile condizione. Le persone schiave, per lo più africane, del Ghana, del Burkina Faso e della Nigeria, tornano dal lavoro verso le ore 12, altri continuano a lavorare sotto il sole implacabile. Hanno attraversato la Libia e si considerano fortunati per essere sfuggiti alle angherie, sevizie, torture, e poi il mare, padre e patrigno, che li separava dal nostro mondo. Sono arrivati in Italia, sperando in una vita che sapevano dura, ma non così. E oggi vivono in un carcere a cielo aperto, obbligati a spaccarsi la schiena sotto il cielo, per coltivare la terra e raccogliere i frutti che arrivano sulle nostre tavole. Alì, da dodici anni in Italia, non può più andare al lavoro perché i suoi occhi sono accecati dal sole, da anni di schiavitù. Ma Alì ride ascoltando il nostro inatteso slang nigeriano e ci racconta la sua vita in quel dolore. Ci fa vedere come vivono in una casa di muratura annerita da abbandono, incuria e umidità. Ci dice di quante persone ci vivono e proprio in quel momento i suoi amici tornano dal lavoro, cotti dal caldo, sporchi e sudati e tristemente sorridenti, mentre il sole si fa nemico. Abbiamo vissuto ore di accoglienza, ascoltato storie drammatiche, di persone accecate dal sole, dalle ore di duro lavoro in aperta campagna, senza alcuna protezione. Ma vi sono storie che non avremmo mai voluto raccontare, come quella di ragazze minorenni, in compagnia di una giovane donna che si dichiarava la loro madre. Le ragazze non vanno a scuola e una di loro è molto truccata. Vivono in una casa adibita solitamente a persone bulgare e anche loro dichiarano di esserlo. Perché quell’immagine ci resta nel cuore e ci apre ad abissi inconfessabili? Nei racconti degli operatori storie coraggiose di denuncia di schiavi che però sono stati prontamente rimpiazzati da altri, di morti nei campi o sul ciglio della strada impraticabile e sconnessa come la realtà. La storia di un cimitero dei senza nomi a Cerignola, ci lascia come un sinistro e amaro presagio dell’esito probabile di molti di loro. Abbiamo visto come sia drammaticamente vero che il sistema economico sfrutta questi lavoratori al di fuori di ogni diritto e senza alcun rispetto per la dignità umana. Le persone incontrate sono oppresse dalla nostra economia di guerra, perché di questo si tratta, di una vera economia di guerra. La loro condizione disumana ci interroga e ci pone dinanzi a un bivio. Come scrive Francesca Albanese nel suo libro intitolato La luce del risveglio, riprendendo Jason Hickel, “il capitalismo ha bisogno di un assetto imperiale per esistere: lavoro a basso costo e risorse naturali a buon mercato, che si possono ottenere in casa fino a un certo punto, prima che le contraddizioni esplodano. Per questo il capitale ha sempre avuto bisogno di cercare anche una parte esterna da sfruttare, ed è qui che entra in gioco il colonialismo. Ogni Paese del Sud globale che prova a organizzare le sue risorse attorno ai bisogni della propria popolazione viene attaccato, perché la sua sovranità è un ostacolo per i profitti dei potenti del mondo. Lo si bombarda, se ne distrugge l’infrastruttura, lo si rende di nuovo a buon mercato”. Si generano così esodi epocali forzati che sostengono le stesse economie capitaliste/criminali/mafiose. Sì, perché dietro questo sistema c’è la mafia locale parassitaria, pronta a lucrare sul mercato della schiavitù. Questo è il contesto nel quale maturano le migrazioni illegali e programmate che alimentano la fabbrica del consenso della re-migrazione. Come si può parlare di sicurezza se non ci sono le sicurezze? Come si può parlare di sicurezza se non ci sono le sicurezze di un lavoro dignitoso, se non ci sono sicurezze sui luoghi di lavoro, se non ci sono le sicurezze dell’istruzione, della sanità? Siamo andati lì pensando di affrontare in modo diverso il tema della pace e per capire se legata ai temi del lavoro e delle sicurezze e non della sicurezza propaganda e rassicurante, falsa e omicida su cui alcuni lucrano politicamente con il rischio di una egemonia culturale del rifiuto del diverso. E abbiamo notato come i tre temi siano intimamente legati. Come si può parlare di pace se queste sono le condizioni di lavoro e di vita? Le sicurezze, invece non sono mai “contro”, ma “per”, sono quelle fondamentali, quelle che ci aiutano a vivere una vita dignitosa. Ma ritornando ad una apparente realtà, ci chiediamo: le persone incontrate in quel lager a cielo aperto sono vittime del caporalato? Certo, ma anche di un sistema che non usa solo armi da fuoco, ma quelle dello sfruttamento, della schiavitù, della normalizzazione della violenza economica e sociale. Leone XIV, durante la sua visita a Lampedusa, ha sottolineato l’importanza di non “passare oltre” e di prendere decisioni per aiutare i migranti. Ha detto che “i morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate”. Ha anche chiesto all’Europa di affrontare la crisi migratoria con politiche condivise e organiche, evitando la logica della forza e promuovendo la pace e la compassione. L’avere introdotto leggi ancora più restrittive e oppressive peggiora e perpetua questa schiavitù senza un’apparente uscita, che non sia quella di abolire di nuovo questo insopportabile sistema della schiavitù che ancora oggi esiste e persiste. La schiavitù è una guerra all’umanità, ed è qui sotto i nostri occhi, e sotto il cielo non solo di Cerignola. Mentre scriviamo queste drammatiche righe, e guardiano il mare bello sotto il sole amico, ci tornano alla mente quei racconti in cui il mare e il sole diventano nemici. Non vogliamo dimenticare quello che abbiamo visto e desideriamo che ne abbiate memoria perché anche voi proviate il pianto in gola e il coraggio di lottare nella speranza che sia abolita la schiavitù oggi in Italia. -------------------------------------------------------------------------------- Antonio De Lellis (Pax Christi e Attac) (con il contributo di idee di Fabrizio Aroldi, Luigi Muzio e Rosetta Placido, Pigi, Alessandra e Luisa) -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola di Bari -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sotto il cielo di Cerignola proviene da Comune-info.
July 10, 2026
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