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La pervasività dell’ideologia della guerra
-------------------------------------------------------------------------------- Perugia-Assisi 2025. Foto di Oliviero Bettinelli -------------------------------------------------------------------------------- Il 17 aprile 2026 si è svolto a Torino il terzo convegno (precedenti 2024, 2025 a Roma) dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, in collaborazione con l’Associazione Scuola e Società (Grande successo con circa 600 partecipanti al Convegno nazionale dell’Osservatorio “Il Trauma della guerra” a Torino) titolato “Il trauma della guerra”. Come si evince dal sito, ha visto la presenza di 400 persone in remoto e 200 in sala. Dopo la censura del ministro Giuseppe Valditara che ha bloccato l’esonero per gli insegnanti che si erano iscritti all’Assemblea convocata il 4 novembre 2025, in quanto i fini non sono stati ritenuti congruenti con la funzione docente, stavolta tutto tace e cammina sottotraccia. Non mancano, infatti, continue intimidazioni alle scuole che organizzano attività e incontri non in linea con i decreti del trio ministeriale Valditara-Crosetto-Piantedosi, nel combinato congiunto di provvedimenti del MIM, della Difesa, degli Interni. Le cinque relazioni hanno avuto, se considerate trasversalmente, un carattere di complessità e una qualità emergente pregnanti: ogni intervento ha chiamato a sé, in una sorta di dialogo, il contributo di tutti gli altri, pur nella differenza degli sguardi legati alle discipline e alla formazione personali. Si è avvertito il tessuto politico di fondo, la trama del rifiuto della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti e la conseguente necessità di denunciare la pervasività dell’ideologia della guerra totale, diffusa attraverso la propaganda nelle scuole di ogni ordine e grado (scopo che orienta le attività dell’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e nelle università richiamato in apertura dalla presidente Roberta Leoni). L’incontro ha costituito una sorta di modello transdisciplinare, non semplicemente un incrocio interdisciplinare. La differenza fra le due accezioni è importante. Come sottolineano gli articoli della Carta Internazionale della Transdisciplinarità (International Center for Transdisciplinary Research CIRET, 08/07/2020) e i lavori del matematico colombiano Fernando Zalamea (Dip. Di Matematica Universidad Nacional de Bolivia, presentati anche a un convegno presso il Liceo “Ettore Majorana (Desio, MI 17/02/2022, reperibili sul sito della scuola), le conoscenze, le discipline classiche non sono competenze, ma saperi sui quali si possono operare forme di destrutturazione. I paradigmi classici, epistemologici devono essere attaccati da un più ampio grafo di evidenze che pongano in luce la protervia che nel mondo occidentale, bianco, li innerva orientando la ricerca accademica e la pratica didattica. Il titolo centrato sulla parola trauma ha trovato, nelle relazioni presentate, il suo ampio significato di ferita, di colpo, di sconvolgimento. Credo con una certa parentela con il concetto greco thaumazein, la meraviglia che stordisce, che colpisce lasciandoci attoniti, senza parola, ma spesso anche illuminati, più consapevoli. I danni diretti e collaterali della guerra sulle popolazioni, i segni lasciati nel profondo di ogni persona anche non direttamente coinvolta, diventano attacco biopolitico quando, afferma Judith Butler, sono diretti a provocare “la fame, la sete, la mancanza di ogni riparo” (anche in senso metaforico), sia come effetti contingenti che eventualità future, temute. Segni difficili da elaborare senza il sostegno di una comunità che soccorra e curi. L’intervento di Maurizio Bonati, medico attivo in ambito di tutela della salute materna e infantile (Istituto Mario Negri di Milano), ha evidenziato tematiche che interrogano il dibattito odierno sulle strutture di salute pubblica, come organismi di prevenzione, di necessità immediata di benessere psico-fisico, di cura medica. Temi che diventano anche un asse importante di critica delle cosiddette transizione ecologica e sostenibilità ambientale. Il danno ecologico, segnalato da Bonati, va visto nel significato più ampio dell’aggettivo, attacco alla Terra, al complesso organismo di tutti gli esseri viventi e non. L’aumento esponenziale delle sostanze inquinanti, la distruzione del patrimonio edilizio e storico-archeologico, l’eliminazione di intere etnie e culture, delle lingue locali e delle tradizioni religiose e spirituali, la progressiva sparizione della biodiversità vegetale e animale, ne sono effetti. Alla distruzione dell’óikos, la casa di tutti, seguono deliranti, infauste prospettive di ricostruzione che elimineranno ogni tradizione locale, verso una omologazione ai modelli culturali neoliberisti. Il grido di guerra del presidente Trump è efficace: “riportare all’età della pietra” interi paesi e territori di millenaria tradizione. La risposta sanitaria agli effetti fisici e psicologici delle guerre, anche quelle interne nelle forme della repressione, non ha, nemmeno nei paesi del primo mondo, strutture che siano in grado di contenerli. Lo smantellamento progressivo dei Servizi Sanitari pubblici è ormai un disastro europeo di vaste dimensioni, e quasi non esiste, o è in profonda crisi, nei paesi colpiti dalle guerre, anche quelle cosiddette umanitarie. Uno degli obiettivi delle guerre in corso sono proprio i servizi sanitari (i 7 fronti aperti da Israele, in Iran dagli Usa, il prolungarsi della guerra russo-ucraina, i conflitti locali africani, hanno avuto come obiettivi ospedali e centri di ricerca). In Italia, occorre analizzare a fondo gli innumerevoli cambiamenti subiti dalla Legge 23 dicembre n. 833 del 1978 che realizzava il mandato costituzionale (art.32 e il complesso dei Principi) e l’universalità delle prestazioni sanitarie. Elenco alcune criticità: l’incremento della spesa privata, il dislocamento di risorse pubbliche al settore privato o convenzionato; l’aziendalizzazione realizzata dal 1992 al 1999 che ha aumentato la burocratizzazione delle pratiche e creato una elefantiaca estensione delle aziende (ASL), vasti territori con poche strutture, spesso dislocate lontano dai piccoli centri abitati; le lotte per rinnovo dei contratti di lavoro del personale sanitario pubblico (salari miserabili, turni di lavoro massacranti) abbandonate dalle organizzazioni sindacali maggioritarie; la ricerca medica nelle università sotto la pressione delle grandi aziende del farmaco che la finanziano. La sanità regionalizzata, prevista dalle pre-intese già siglate in correlato alla legge 2024 n. 86/ Calderoli, aumenterà il divario fra le Regioni del Nord, il Centro e il Sud del paese, peggiorerà la situazione del SSN nella difforme definizione dei livelli di prestazione (LEP; LEA). La classificazione delle guerre sulla base del numero di morti – citata da Bonati – induce a scomporre il dato statistico, rilevando che bambini rappresentano una parte cospicua di quel numero. Mentre in Italia e nei paesi del primo mondo vige la retorica dell’infanzia al centro della vita famigliare (ed economica per spese di allevamento delle creature piccole), si manifesta nei bambini una profonda incertezza, la diffusa sensazione di non poter ricevere protezione nemmeno dagli adulti di riferimento, nel momento in cui la guerra, di cui sentono parlare, si fa più presente. Anche la dimensione del gioco assume l’aspetto inquietante della naturalizzazione dell’offesa verso il nemico, dell’addestramento all’uso delle armi. In proposito, l’intervento di Nando Capovilla, parroco di Mestre sullo scolasticidio e i danni della guerra sui più piccoli, nelle diverse dimensioni e forme, ha costruito una testimonianza importante. Alle questioni legate alla storia (ricerca accademica e disciplina di studio nelle scuole) di cui ha parlato lo storico Carlo Greppi, aggiungo qualche riferimento laterale. La questione manuali scolastici, che ha investito anche lo storico e la casa editrice Laterza, con il tentativo di censura di matrice ministeriale, diventa cruciale. Il ministro del Merito non gradisce che argomenti di attualità, radicati nel passato coloniale delle nazioni (nel suo piccolo, il feroce tentativo di Impero Fascista, anche per l’Italia), quelli relativi agli aspetti geopolitici e agli squilibri emergenti, siano studiati a scuola. Se alcuni autori sono in grado di sottrarsi, con l’appoggio del proprio editore (il caso di Greppi per il testo pubblicato dalla Laterza), questo non intacca la filiera che lega le principali case editrici alle indicazioni provenienti dal MIM. È sempre più importante che possa continuare a essere oggetto di ricerca e di studio nelle scuole, la memoria, la microstoria, la raccolta dei materiali dal basso, perché rimanga viva la voce dei senza fama, di coloro che la Storia maiuscola l’hanno subita e la subiscono. Il testo segnalato dal relatore, memoria della crisi vissuta da soldati tedeschi durante l’occupazione (“Il buon tedesco”, 2023), rende ragione e dovuto rispetto alla diserzione, al tradimento del giuramento alla propria stessa patria quando chiama a imprese immorali. Sulla guerriglia, come risposta al terrorismo di stato, importante è la ricerca svolta da Greppi sull’Argentina del dopo golpe di Videla. Il suo testo Figlia mia. Vita di Franca Jarach, giovane donna montonera, può dialogare con la lunga intervista a Silvia Labayru, prigioniera dell’Escuela Superior de Mecanica de la Armada (ESMA) per oltre due anni, realizzata dalla giornalista Leira Guerrero, “La chiamata. Storia di una donna argentina” (2025). Le donne in guerra e nelle formazioni clandestine non sono state e non sono solo vittime, ma protagoniste, capaci di resistenza attiva, ruolo spesso dimenticato. Il collasso della democrazia, non solo nello stato di eccezione rappresentato dalla guerra, ma anche nell’uso che se ne fa nei contesti di repressione dei movimenti di protesta sociale e politica, è stato oggetto della relazione di Luigi Daniele, esperto di diritto internazionale. Emblematico il caso della feroce repressione durante le proteste nella città di Minneapolis (gennaio 2026), del resto analogo a quanto accaduto a Genova nel 2001. I corpi della polizia di stato colpiscono la stessa popolazione di cui sono parte, lo Stato se ne serve contro i suoi stessi cittadini. Le proteste di strada, legittimate dalla nostra Costituzione, in altri paesi democratici da testi di diritto pubblico, non vengono accompagnate nell’ottica del contenimento di eventuali danni alle persone che vi partecipano. Ogni manifestazione di dissenso aperto alle politiche dei governi viene considerata alla stregua di azioni di guerra contro gli assetti istituzionali. Durante le proteste in Francia dei gilets jaunes, nel 2018, la polizia in borghese era stata direttamente autorizzata dal Governo a salvare, ad ogni costo, la Repubblica (si veda il film di Dominik Moll “Il caso 137”, Francia 2925). Ma la democrazia perde senso, significato storico-giuridico, anche nella feroce difesa dei confini della nazione perpetrati dal nostro governo e, in forme diverse, da altri stati. Il governo italiano afferma essere oggetto di manipolazione ogni flusso migratorio, nella paranoica interpretazione di tali spostamenti come frutto di interessi di organizzazioni non governative, in combutta con i trafficanti di esseri umani. Insomma, un tentativo di destabilizzazione della governance del paese. Da anni, dal punto di vista ideologico, si applica verso esuli politici, profughi, stranieri in fuga dai disastri ecologici, dalla fame e dai conflitti armati, la logica amico-nemico. Il soggetto in questione perde ogni diritto, diventa il sacer che gli antichi codici consideravano un intoccabile a cui però chiunque poteva arrecare danno. Esiste un’ampia letteratura in merito. Grégoire Chamayou in Cacce all’uomo (2010) scrive della caccia al nemico di ogni tipo come necessità di demarcazione immunizzante per la comunità del cacciatore. Un ottimo manuale anche per la scuola superiore è quello scritto da Rita Coco e Roberta Ferruti, Una storia scritta con i piedi. Migrazioni, asilo, accoglienza (2020), di cui è in corso un aggiornamento dovuto ai continui cambiamenti normativi. Ne è un vergognoso esempio il recente emendamento applicato al Decreto Sicurezza sul rimpatrio volontario assistito, in cui le re-migrazione avverrebbe a cura dell’avvocato della difesa. La guerra come risoluzione delle strutturali crisi del capitalismo sta affrontando una nuova fase secondo l’economista Francesco Schettino. Nella sua chiarezza espositiva il relatore ha sottolineato le implicazioni macro-economiche degli attuali processi di centralizzazione del capitale. Sulla relazione fra industria degli armamenti e decadenza del grande impero del dollaro Usa, importante la citata analisi di Brancaccio et alii (Emiliano Brancaccio; Raffaele Giammetti; Stefano Lucarelli “La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista” 2022). Vi si legge: “[…] la nostra tesi centrale: la tendenza verso la centralizzazione del capitale in sempre meno mani, disgrega l’ordine liberaldemocratico e alimenta la guerra tra le nazioni” (p 9). Collegando questa analisi a quella di Bonati, si tratta di accaparramento e centralizzazione dell’uso di risorse, non solo per produrre beni tecnologici, ma anche alimentari, beni primari, d’uso, quelli della cosiddetta economia fondamentale, inappropriabili per il mercato, per la catena della valorizzazione speculativa: cibo, acqua, servizi sanitari, istruzione, tempo libero, edilizia abitativa, ecc. (Collettivo Manchester University, a cura di Angelo Salento “Economia fondamentale. L’infrastruttura della vita quotidiana” 2013/2018). Serena Tusini, insegnante e attivista, ha richiamato le norme vigenti, e in via di applicazione, sul servizio di leva nei diversi paesi d’Europa, con il rischio che – anche nella proposta del nostro governo – il servizio civile universale venga sussunto dal cosiddetto modello di difesa globale. Le competenze richieste alle giovani leve, fin dall’infanzia, perché non le colga impreparate anche il compito di sostegno civile in caso di guerra, sono: prontezza, reattività, spirito di gruppo orientato all’obiettivo, competitività. Immediato appare il collegamento con le soft skills a cui si devono addestrare gli alunni mediante la valutazione standardizzata. Tali competenze sono caratteristiche della resilienza, una delle parole chiave del PNRR, il piano nato a ridosso dell’Era Covid. La sindemia ha infatti rappresentato una sorta di prova generale di ingegneria sociale. Il patto sociale è in realtà piovuto dall’alto con i provvedimenti decretizi di sospensione della libertà personale, sotto il pretesto del contenimento della, effettiva, gravità della sindrome. Del resto, il concetto di difesa totale è ampiamente delineato nel recente testo del Ministro della Difesa Guido Crosetto “Non-Paper. Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva”, citato in apertura dei lavori da Roberta Leoni. Particolarmente inquietante l’elenco dei paesi canaglia, minacciosi (Cina, Russia, Iran Corea del Nord) e quello delle azioni di disinformazione malevola capaci di colpire i centri di gravità della governance. Un testo la cui forma è il contenuto. In parte scritto da algoritmi, mescola parole di suo colloquiale a dati e a tabelle di non facile comprensione, a immagini di riunioni di ministri, di militari, alle illustrazioni di armi. Insomma, nessun dorma, la paura è un efficace sentimento per allevare soggetti obbedienti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La pervasività dell’ideologia della guerra proviene da Comune-info.
April 22, 2026
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Il tallone d’Achille del Medio Oriente
-------------------------------------------------------------------------------- Sharq, Kuwait City, Kuwait. Foto di Azhar Munir Din su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Nello scenario in ebollizione concentriamo l’attenzione sul petrolio, dimentichiamo l’acqua e il suo ruolo essenziale per i paesi del Golfo. Dove le metropoli fondate su petrodollari, business finanziari, turismo internazionale e immaginario dell’opulenza concentrano milioni di abitanti in terre aride, desertiche, e debbono la propria sopravvivenza ai dissalatori. Una vulnerabilità insidiosa, nel mezzo di un conflitto irresponsabile e dell’ambigua partnership con gli Usa. Ma anche prefigurazione dei rischi dell’adattamento tecnologico al surriscaldamento oltre che conferma delle fosche previsioni che indicano l’acqua come l’obiettivo bellico del futuro. I dissalatori, in gran parte integrati alle centrali elettriche di frequente minacciate e in alcuni casi lesionate, sono installazioni enormi, vistose, distribuite lungo le coste. Anche se formalmente protetti come infrastrutture civili, di fatto sono esposti a violazioni come mostrano gli episodi di danneggiamento. Se il petrolio è l’arma economica, l’acqua è il tallone d’Achille del Medio Oriente. Dalla metà del Novecento la popolazione della penisola arabica è passata da pochi milioni a oltre 80 milioni di abitanti concentrati in grandi aree urbane. Una crescita consentita dall’installazione dei dissalatori a partire dagli anni ’60-70. Attualmente a Riad si addensano 7 milioni di abitanti, a Dubai tra 3,5 milioni a oltre 4 nelle ore diurne. Il Kuwait, che non ha fiumi né laghi, poche falde in prevalenza salmastre, dipende per il 90% da acqua dissalata. L’Oman per l’86%. Il Bahrain, che sconta anche l’insularità, ha una dipendenza quasi assoluta. Riad, lontana dal mare a un’altitudine di 600 metri nell’altopiano desertico del Najd, riceve acqua dal Golfo, attraverso reti di pompaggio ad altra pressione lunghe più di 500 chilometri in grado di superare il dislivello. Si è anche dotata di giganteschi serbatoi che però garantiscono acqua per soli due giorni e sta lavorando per arrivare a 7 nel 2030. Il Qatar, quasi privo di risorse idriche, ha costruito enormi serbatoi che portano l’autosufficienza fino a 14 giorni. Abu Dhabi inietta acqua in una vecchia falda sotterranea a 160 chilometri nel deserto, nella Liwa Oasis, e promette 90 giorni per 1 milione di persone. Soluzioni diverse che in ogni modo garantiscono autonomie limitate rendendo i sistemi urbani sauditi altamente vulnerabili. Anche Israele ha il problema dell’acqua, lo ha affrontato con riuso delle acque reflue e irrigazione a goccia, con cui ha messo a coltura parte del deserto del Negev. La dissalazione su larga scala è partita dal 2000 con cinque grandi impianti sulla costa mediterranea e dallo scorso anno con una pipeline che porta acqua dissalata verso l’entroterra fino al Lago Kinneret (Mare di Galilea), eroso dall’utilizzo e dal surriscaldamento, che potrà ora fungere da serbatoio. Mentre la guerra con Beirut apre prospettive implicite di controllo delle acque del fiume Litani, perno del conflitto, che irriga le aree rurali del Libano meridionale. L’Iran, paese in gran parte montuoso, è meno dipendente dalla dissalazione, continua a sfruttare falde, fiumi e vecchie dighe, ma ha infrastrutture datate e malridotte e si trova in una crisi idrica strutturale legata a sovrasfruttamento delle falde e cambiamento climatico. Sotto il profilo geopolitico e ecologico il caso più emblematico è quello dell’Iraq, antica Mesopotamia, le cui famose paludi, il “Giardino dell’Eden” patrimonio Unesco, si sono trasformate in distese di fango secco e deserti salini. A monte, grandi dighe costruite in Turchia e in Iran hanno ridotto la portata del Tigri e dell’Eufrate e causato l’abbassamento del flusso alla foce dello Shatt al-Arab, il corso d’acqua formato dall’unione dei due fiumi. Associato al surriscaldamento, ciò ha provocato l’estensione del cuneo salino, che ora entra per decine di chilometri e ha portato a rovina i territori invasi dal mare, espulso il vivente, popolazioni e fauna, decimato la biodiversità. Esempio drammatico del combinato di contrapposizioni per l’accaparramento delle risorse idriche e cecità ecosistemica. Non a caso la geopolitica dell’acqua è uno dei temi centrali del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), a cui aderiscono i paesi della penisola arabica che, pensando soprattutto alle emergenze belliche, intendono unificare, come hanno già fatto per l’elettricità, la rete idrica per scambiarsi acqua in caso di necessità. I dissalatori sono infrastrutture imponenti in cui realizzazione, funzionamento, manutenzione assorbono quantità di danaro ingentissime che poggiano sulle ricchezze del petrolio. E sono perno di un contratto sociale in cui gli stati forniscono acqua e energia a prezzi (per ora) irrisori in cambio del consenso. L’acqua è dunque un bene politico su cui si regge il patto tra monarchie, investitori e cittadini. Non a caso fino all’inizio degli anni Novanta gli impianti appartenevano a organismi nazionali mentre quelli recenti sono realizzati in project financing, un passaggio per attrarre capitali e scaricare il rischio finanziario sui mercati globali. Quote di maggioranza e supervisione rimangono in ogni modo in mano governativa, come le reti di distribuzione, gestite da enti statali o municipali. Un controllo biopolitico ben saldo. Per i nuovi complessi è intensa la ricerca per l’efficientamento energetico attraverso tecnologie a osmosi inversa, che riducono fabbisogno energetico e costi, integrazione con energia solare, riutilizzo delle acque reflue, abbassamento dei sussidi ai consumi a fronte di uno spreco sfarzoso. Innovazioni che inducono a ritenere che in futuro i paesi del Golfo non venderanno solo petrolio, ma know-how su come sopravvivere in un mondo surriscaldato. Rinnovando in certo qual modo il primato su estrazione e distribuzione dell’acqua che, nel medioevo, la dominanza araba aveva trasferito ai paesi mediterranei. Alla fine le petromonarchie del Golfo possano essere assunte come reificazione del paradigma economico e politico in corso, oltre che presagio del suo destino climatico. Rendite (petrolifere) che alimentano regimi di accumulazione assoggettati a asset finanziari dall’influenza globale e faraoniche rendite immobiliari in metropoli che esistono sotto il perenne ricatto delle risorse vitali. Estremizzando le condizioni del rentier capitalism e liberandolo da vecchie ubbie come quella della democrazia. Coronazione insomma dei sogni del neoliberismo redditiere. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il tallone d’Achille del Medio Oriente proviene da Comune-info.
April 22, 2026
Comune-info
Una conferenza sul clima senza lobbisti del petrolio
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Ehimetalor Akhere Unuabona su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Della conferenza internazionale sul clima in corso a Santa Marta, città porto carbonifero colombiano, dal 24 al 28 aprile, se ne parla poco, ma è un vero peccato perché rappresenta qualche cosa di nuovo nella lotta alla catastrofe climatica. Nel metodo e nel merito. Guidati da un significativo gruppo di governi dei paesi del sud globale – i più colpiti dagli effetti devastanti del surriscaldamento globale – decine di delegazioni ufficiali (oltre a Colombia, Brasile, Filippine, Messico, Senegal, Camerun, Figi, Turchia, Vietnam e molti altri stati ci sarà il Belgio e non pochi governi europei) e organizzazioni della società civile si riuniscono per la prima volta autonomamente, per autoconvocazione fuori dalle estenuanti liturgie onuiste. Dopo cinquant’anni di Cop (conferenze intergovernative), tanto spettacolari, quanto inconcludenti, l’uscita dagli accordi sul clima del maggiore inquinatore storico planetario (gli Stati Uniti) ha finalmente reso evidente che non vi possono essere soluzioni consensuali senza fuoriuscita dall’era dei fossili. E qui sta la novità di contenuto rispetto ai passati accordi stipulati in sede Onu: l’obiettivo è la phase-out dalle fonti fossili. In discussione è il percorso su come raggiungere la fuoriuscita dai sistemi energetici inquinanti, non la meta. Rimarranno fuori dalla porta della conferenza di Santa Marta i lobbisti delle compagnie petrolifere. Sono invece chiamati ad assumersi le loro responsabilità i decisori politici di ogni singolo stato, di ogni singolo parlamento. Con la conferenza di Santa Marta non sarà loro più consentito nascondersi dietro trattative infinite e mediazioni paralizzanti. Chi non farà la propria parte, anche unilateralmente, per libera scelta e per quel che serve, non sarà meno complice di quegli stati che si arricchiscono continuando ad estrarre, raffinare, vendere e consumare combustibili fossili. Ora lo scontro è chiaro. Da una parte i grandi inquinatori, dall’altra i popoli indigeni, i contadini, le comunità locali che si prendono cura dei loro territori. Da una parte le industrie estrattive e gli accaparratori delle risorse naturali, dall’altra le attività economiche che condividono equamente e preservano i beni comuni naturali. Da una parte i mercanti dei permessi di inquinamento (crediti di emissione), dall’altra vere politiche di transizione energetica orientate alla sostenibilità ecologica e all’equità sociale. Ci rimane un mistero da chiarire: cosa andrà a fare a Santa Marta la delegazione che il governo italiano sembra abbia deciso di inviare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una conferenza sul clima senza lobbisti del petrolio proviene da Comune-info.
April 22, 2026
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Pensare il futuro mentre il presente crolla
-------------------------------------------------------------------------------- Iftar, il pasto che rompe il digiuno durante il Ramadan, preparato a Casa Acmos, Torino, un luogo che da oltre vent’anni apre le porte a giovani che vogliono condividere la sobrietà nei consumi, l’accoglienza, l’approccio nonviolento ai conflitti e la formazione permanente -------------------------------------------------------------------------------- Era il 1942 e il 1943 quando Simone Weil, nel pieno della tragedia della guerra e poco prima di perdere la vita, dedicava tutte le sue energie a pensare una costituente per l’Europa. Un anno prima Altiero Spinelli e gli altri antifascisti confinati a Ventotene immaginavano il loro Manifesto, a cui ancora oggi continuiamo a guardare. Perché tornare a questi esempi, così noti? Perché in entrambi c’è qualcosa che oggi sembra smarrito: la capacità di pensare il futuro mentre il presente crolla. Non dopo, non quando tutto sarà finito. Ma dentro la crisi, dentro la ferita della storia. È una lucidità che non consola. Non promette ritorni. Sa, piuttosto, che nulla di ciò che verrà potrà essere semplicemente una restaurazione di ciò che è stato. Eppure oggi, anche quando arrivano segnali che sembrano incrinare equilibri dati per intoccabili, la tentazione è quella di accontentarsi. Di leggere ogni cambiamento come un possibile ritorno alla normalità. Come se bastasse che qualcosa finisca perché tutto possa ricominciare come prima. È questa, forse, la forma più sottile di rinuncia: la nostalgia. Affidarsi al passato per difendersi dall’inquietudine del presente. Immaginare che la storia possa riavvolgersi, che le democrazie possano semplicemente essere ripristinate, che le categorie di ieri bastino ancora a leggere il mondo. Ma ciò che Weil e Spinelli avevano compreso è esattamente il contrario: il “dopo” non esiste se non viene pensato a partire da ciò che accade. Non si esce indenni da una frattura storica. La si attraversa, e da lì si prova a immaginare. Per questo oggi il problema non è solo politico, nel senso più ristretto del termine. È più profondo: riguarda la nostra incapacità di sottrarci a un presente che si impone come unico orizzonte possibile. Una sorta di presentismo che soffoca l’immaginazione e riduce la politica a gestione dell’esistente. E tuttavia, proprio qui si apre una domanda decisiva: chi è chiamato a pensare — e a costruire — il futuro? Se restiamo dentro l’idea che la politica sia solo ciò che accade nelle istituzioni, nei partiti, nelle leadership, allora la risposta sarà sempre delegata. Qualcuno dovrà farlo al posto nostro. Ma forse è proprio questo il limite da superare. Perché il futuro non nasce prima nei programmi, ma nelle pratiche. Non prende forma solo nelle decisioni ufficiali, ma nei modi in cui viviamo, lavoriamo, insegniamo, costruiamo relazioni. Lo si intravede ogni volta che la partecipazione rompe la passività. Non come gesto improvviso, ma come esito di un lavoro lento, spesso invisibile. Anche i referendum, quando accadono davvero, non nascono all’improvviso. Sono lo sbocco di una trama di rifiuti disseminati nel tempo e nello spazio: tanti “no” che prendono forma nei territori, nelle esperienze quotidiane, nei conflitti locali, nelle parole che circolano e resistono. È lì che qualcosa comincia a muoversi. Quando ciò che sembrava frammentato trova un punto di convergenza. Quando una somma di voci isolate diventa, per un momento, voce collettiva. Ma proprio per questo il referendum non è un punto di arrivo. È un passaggio. Perché senza quel lavoro diffuso, la politica ufficiale resta vuota. Resta forma senza vita, linguaggio senza esperienza, promessa senza radicamento. Al contrario, quando nei territori si moltiplicano pratiche democratiche partecipate, quando le persone tornano a esercitare una responsabilità condivisa, allora anche ciò che sembra impensabile può accadere. È in questi momenti che un “No King” può emergere — non come esplosione improvvisa, ma come rivelazione di qualcosa che era già in atto. Un rifiuto che si è costruito nel tempo, fino a diventare visibile, fino a trovare la forza di nominarsi. E forse è proprio qui che possiamo tornare a Weil, a Spinelli, a Zambrano. Perché ciò che li accomuna non è solo la capacità di immaginare il futuro dentro la crisi, ma il modo in cui questo immaginare non è mai separato dalla vita. In Weil è attenzione radicale al reale, fino a farsi responsabilità. In Spinelli è progetto che nasce anche nelle condizioni più estreme e non rinuncia a incidere nella storia. In Zambrano è una ragione che non si chiude nella tecnica o nel calcolo, ma si lascia attraversare dall’esperienza, diventando capace di generare senso. Tre modi diversi di dire la stessa cosa: il futuro non si attende, non si delega, non si eredita. Si pensa, certo. Ma soprattutto si comincia a vivere. E comincia sempre da qui. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Pensare il futuro mentre il presente crolla proviene da Comune-info.
April 21, 2026
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La grammatica dell’Occidente
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Karol Smoczynski su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- In un saggio del 1942 Louis Renou poteva affermare che «alla base del pensiero indiano stanno dei ragionamenti di ordine grammaticale». Le tre categorie in cui secondo la filosofia indiana si articola tutta la realtà – sostanza, qualità, azione – derivano indiscutibilmente dall’analisi grammaticale del linguaggio: nome, aggettivo, verbo. La grammatica della lingua sanscrita di Panini e il commento di Patañjali precedono infatti la maggior parte dei testi filosofici indiani. Ci si può chiedere in che misura ciò valga anche per la filosofia greca che sta alla base della nostra cultura. A questa ipotesi sembra contrastare la tradizione che attribuiva a Platone e Aristotele la scoperta delle parti del discorso e, conseguentemente, l’invenzione della grammatica. Il contrasto sfuma e scompare non appena si intende che ciò che in questo modo si suggeriva era che, per poter essere filosofi, Platone e Aristotele avevano prima dovuto essere grammatici. L’Occidente è dal principio alla fine una civiltà grammaticale, che ha fatto dell’analisi del linguaggio e della sua costruzione in una grammatica la base della sua conoscenza del mondo e del suo dominio sulla natura. La scienza, che è diventata la religione dell’Occidente, presuppone infatti, come ogni religione, un mondo nominato, in cui l’ontologia – cioè il fatto che l’essere si dica e si ordini nel linguaggio – si compartisce in regioni, ciascuna delle quali è presa in carico da una scienza particolare. Il destino dell’Occidente è, cioè, iscritto nella grammatica indoeuropea, con i sui casi e le connessioni logico-sintattiche di dipendenza gerarchica in cui, insieme alla sua lingua, articola il suo pensiero. Per questo è, forse, guardando alla Cina, cioè a una cultura che non ha analizzato e costruito la propria lingua in una grammatica, ma vede in essa dei monosillabi senza alcuna articolazione grammaticale, che potrà nascere se non un nuovo pensiero, almeno una via d’uscita dalle cupe sorti che, senza che ce ne avvedessimo, l’analisi logica del linguaggio, che non a caso ci viene insegnata alle scuole elementari, ci ha fatalmente assegnato. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (con il titolo L’infanzia di Adamo e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARCO AIME: > Sull’eccezionalismo occidentale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La grammatica dell’Occidente proviene da Comune-info.
April 20, 2026
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Opposizione sociale o moralismo giudiziario?
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- La discussione nata attorno a Il No non basta ha confermato quanto il tema tocchi un nervo scoperto della politica italiana: il rapporto tra giustizia, conflitto sociale e opposizione. Bene che se ne discuta. Perché il punto non è difendere i potenti, né negare reati o responsabilità individuali. Il punto è un altro: capire se la trasformazione della società passi dalla costruzione di rapporti di forza dal basso o dalla delega salvifica al potere penale. È una questione decisiva. C’è una scorciatoia che da oltre trent’anni attraversa la politica italiana e che continua a riemergere ogni volta che l’opposizione appare debole, priva di radicamento sociale e incapace di parlare al Paese reale. È l’idea che il cambiamento possa arrivare non dal conflitto democratico, dalla mobilitazione collettiva, dalla costruzione di alternative sociali e politiche, ma dall’intervento della magistratura e dalla spettacolarizzazione giudiziaria. Quando manca la politica, entra in scena il moralismo giudiziario. È un meccanismo noto. Le inchieste diventano surrogato dell’opposizione, gli avvisi di garanzia prendono il posto del programma, le intercettazioni sostituiscono l’analisi sociale, il provvedimento cautelare diventa titolo politico. Il dibattito pubblico smette di interrogarsi su salari, precarietà, guerra, sanità, scuola, devastazione ambientale, repressione del dissenso, e si concentra sullo scandalo del giorno. La giustizia penale viene caricata di una funzione impropria: supplire alla crisi della rappresentanza. Ma la magistratura non può sostituire la politica. E quando ci prova, o quando altri pretendono che lo facciano procure e tribunali, il risultato non è la rigenerazione democratica: è l’impoverimento della democrazia. Il moralismo giudiziario produce almeno tre effetti perversi. Il primo è la sacralizzazione del potere giudiziario. I magistrati vengono rappresentati come custodi della moralità pubblica, arbitri supremi della qualità della classe dirigente, soggetti sottratti a ogni critica democratica. Le sentenze diventano verità politiche, i procedimenti simboli morali. Chi mette in discussione errori, eccessi, abusi o limiti dell’azione giudiziaria viene spesso trattato come complice del malaffare. Ma in uno Stato di diritto nessun potere è sacro. Nemmeno quello giudiziario. Il secondo è la trasformazione della pena in vendetta civile. La condanna non viene pensata come risposta limitata e regolata dell’ordinamento, né tanto meno come percorso orientato alla rieducazione, come prevede la Costituzione. Diventa marchio permanente, espulsione morale, interdizione perpetua. Chi sbaglia paga, si dice. Ma spesso il sottotesto è un altro: chi cade deve restare a terra. Così si delegittimano misure alternative, liberazione anticipata, grazia, reinserimento sociale. Tutto ciò che contraddice l’idea della pena infinita viene bollato come cedimento. La sofferenza inflitta diventa criterio di giustizia. Il terzo effetto, forse il più grave, è la rimozione del conflitto sociale reale. Mentre il discorso pubblico si eccita su casi giudiziari spesso secondari, restano sullo sfondo i veri nodi del Paese: il lavoro povero, l’aumento delle disuguaglianze, il collasso del welfare, il riarmo, i decreti sicurezza, la criminalizzazione dei movimenti, la violenza ai confini, la devastazione ambientale, i morti sul lavoro. Materiale per un’opposizione vera ce ne sarebbe in abbondanza. Eppure troppo spesso si preferisce l’“usato sicuro”: lo scandalo individuale, il personaggio screditato, la polemica penale che garantisce clic, indignazione immediata e rendita simbolica. È più facile inseguire una grazia presidenziale o un’indagine rumorosa che organizzare una battaglia sociale sui salari o contro la guerra, sulle carceri o contro la precarietà. Ma così l’opposizione smette di essere sociale e diventa notarile. Il paradosso è evidente: mentre si invoca il pugno duro contro i singoli, si lasciano intatti i meccanismi strutturali che producono ingiustizia. Si punisce il sintomo e si protegge la causa. In questo senso il giustizialismo non è l’opposto dell’ingiustizia sociale. Ne è il complemento. Offre una soddisfazione simbolica senza redistribuzione reale. Concede il capro espiatorio al posto del cambiamento. Per questo opposizione sociale e moralismo giudiziario sono due strade divergenti. La prima parte dai bisogni materiali, organizza conflitto, costruisce solidarietà, mette in discussione rapporti di potere concreti. Parla di casa, salario, diritti, sanità, pace, ambiente, libertà democratiche. Costruisce presenza nei territori, mutualismo, sindacalismo, mobilitazione collettiva. Sa anche che molte conquiste sociali e democratiche non sono nate dall’obbedienza passiva, ma dal conflitto con l’ordine esistente: scioperi, occupazioni, blocchi, pratiche di disobbedienza che hanno infranto leggi ingiuste e norme costruite per difendere privilegi. Perché quando la legalità diventa strumento di disuguaglianza e chiusura degli spazi politici – come accade con i decreti sicurezza e con la criminalizzazione del dissenso – difendere la giustizia può significare contestare la legge. La seconda parte dall’indignazione selettiva, personalizza i problemi, riduce la politica a tribunale permanente e consegna alla repressione compiti che spettano alla trasformazione sociale. Naturalmente questo non significa negare i reati, né pretendere impunità per i potenti. Significa una cosa più semplice e più seria: il processo penale deve accertare responsabilità individuali secondo garanzie rigorose, non diventare il motore della storia né il surrogato della lotta politica. Anche perché la magistratura, essendo composta da esseri umani e istituzioni concrete, sbaglia. Esistono errori giudiziari, teoremi accusatori, processi mediatici, arresti smentiti, castelli narrativi crollati in appello o in Cassazione. E ogni volta, in gioco non ci sono solo procedure astratte, ma vita, libertà, reputazione delle persone. Per questo lo scetticismo democratico verso ogni potere è una virtù, non un delitto. Oggi più che mai serve uscire dalla dipendenza penale della politica italiana. Non c’è alternativa possibile se ogni crisi viene tradotta in emergenza giudiziaria. Non c’è rinascita democratica se il conflitto sociale viene sostituito dal tifo per procure contrapposte. Perché una società cambia quando rimuove le cause dell’ingiustizia, non quando punisce i suoi effetti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Opposizione sociale o moralismo giudiziario? proviene da Comune-info.
April 20, 2026
Comune-info
Non possono essere gli stati a contrastare il neofascismo globale
COME HA DIMOSTRATO L’IMPRESA DELLA FLOTILLA E COME DIMOSTRANO LE MOBILITAZIONI NO KINGS, LE NUOVE FORME DI FASCISMO PLANETARIO OGGI SI CONTRASTANO MEGLIO ESTENDENDO UNA PRATICA TEORICO-POLITICA DIVERSA DALLA RAGION DI STATO. SECONDO PAOLO VERNAGLIONE BERARDI QUESTO APPROCCIO PUÒ AIUTARE ANCHE A IMMAGINARE E CREARE FORME NUOVE PER DIFENDERSI DAL DOMINIO TECNOLOGICO, NEL TEMPO IN CUI L’INDUSTRIA DIGITALE È VIRATA DALLA COMUNICAZIONE, L’INTRATTENIMENTO E LA PUBBLICITÀ VERSO LA SORVEGLIANZA E SOPRATTUTTO LE APPLICAZIONI MILITARI. DEL RESTO SI TRATTA DI UN PROCESSO CHE HA FAVORITO UNA CONCENTRAZIONE DI POTERE ECONOMICO SENZA PRECEDENTI, ALIMENTATO NON SOLO DALL’ENORME CAPITALIZZAZIONE DI BORSA, MA ANCHE DALL’UTILIZZO INDIVIDUALE QUOTIDIANO DELLE PIATTAFORME CHE CATTURANO ATTIVITÀ ECONOMICHE E SOCIALI, PENSIERI, EMOZIONI, CONVERSAZIONI E RELAZIONI Foto di Jimi Malmberg su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il 13 febbraio 2016 il “Wall Street Journal” riporta la notizia di ‘Claude’, l’Intelligenza Artificiale di Anthropic, l’infrastruttura di Intelligenza Artificiale di Amazon, che sarebbe stata impiegata dall’esercito statunitense, nel rapimento dell’ex-presidente venezuelano Maduro, tramite l’infrastruttura di Palantir. Palantir, partner tecnologico del Dipartimento della Difesa, è una piattaforma d IA creata da Peter Thiel, co-fondatore di Paypal. Thiel è l’artefice di una neofilosofia reazionaria, che afferma un cristo-nazionalismo tecnoautoritario, veicolato dal vice di Trump, JD Vance, in previsione dell’ascesa, ha scritto Luca Celada (“Il manifesto”, 15/03/2026), di “un sovrano/Ceo che governi la società con efficienza e un consiglio di sacerdoti-filosofi, custodi della saggezza – il software operativo di una società eugenetica”. Nelle settimane successive, Dario Andrei, Ad di Anthropic, in un confronto con il segretario alla Difesa Hegseth, avrebbe invocato limiti contrattuali e linee rosse etiche all’impiego di ‘Claude’ in azioni di guerra, dal momento che gli attuali sistemi di IA non sarebbero affidabili per alimentare armi robotiche che aumentano il rischio per truppe e civili e sorveglianza di massa della popolazione. Il Pentagono ha lanciato un ultimatum ad Anthropic: o autorizza l’uso militare di ‘Claude’ senza restrizioni, o perde un contratto federale da 200 miliardi di dollari. Le grandi piattaforme statunitensi, OpenAI, Google Gemini, xAI di Elon Musk già da tempo hanno portato le loro tecnologie nei sistemi militari classificati. L’uso dell’IA con finalità di genocidio è stato sperimentato da Israele nei bombardamenti su Gaza con Lavender, sistema di analisi ed elaborazione dati utilizzato per individuare obiettivi da colpire all’interno della Striscia; a seconda dell’importanza del presunto combattente di Hamas, Lavender gradua gli effetti collaterali, cioè il numero di vittime da fare. Al contrario di quanto millantano imprese come Palantir, i sistemi militari di IA non operano attacchi “chirurgici”. Il 17 settembre 2024 in Libano sono esplosi simultaneamente centinaia di cercapersone in dotazione ai dirigenti del partito sciita Hezbollah, compresi i vertici dell’ala militare. Tra le persone coinvolte, l’ambasciatore iraniano in Libano, che è stato ucciso a causa dell’attacco. Due giorni dopo, walkie-talkie utilizzati da Hezbollah per evitare intercettazioni e cyberattacchi sono stati fatti esplodere a distanza. L’azione ha provocato 42 vittime e circa 4.000 feriti. In Imperialismo digitale, frutto di dieci anni di lavoro, Dario Guarascio, docente di Politica Economica all’Università di Roma “Sapienza”, raccoglie e sistema la storia dell’insieme delle trasformazioni dell’attuale dispositivo digitale planetario che dalla metà degli anni ’80 e con l’avvento di Internet produce la superficie di applicazione delle tecnologie in campo militare. Le strategie delle grandi piattaforme si generano infatti in alcune soglie storiche che una ampia letteratura ha documentato in questi anni. Le applicazioni informatiche mutano ruolo, funzione, finalità e obiettivi nella rotazione quotidiana da mezzo di sorveglianza e di controllo a mezzo operativo dei sistemi d’arma. Questa dinamica, innescata negli Stati Uniti con l’apporto di ingenti risorse investite in tecnologie di frontiera e seguita dalla Cina nei primi anni ’80 con il rafforzamento tecnologico finalizzato all’autosufficienza, volge nel passaggio dalla progettazione e dall’applicazione di sistemi di rete e di software per PC alla progettazione di piattaforme digitali commerciali e per l’entertainment, e quindi a sistemi di profilazione, sorveglianza e raccolta di Big Data. Negli ultimi 25 anni circa, la rapida mutazione tecno-imprenditoriale dell’infrastruttura digitale si è realizzata in una doppia superficie di estensione, indagata di recente da Shoshana Zuboff in Il capitalismo delle piattaforme. La pervasiva superficie connettiva ha generato un duplice effetto: la soggettivazione di controllo, sorveglianza e profilazione nell’uso quotidiano di devices digitali e la digitalizzazione dei sistemi di difesa e sicurezza. Scrive Guarascio che la vita in cui siamo continuamente connessi è disponibile ad accettare un sistema di perenne sorveglianza da parte di oligopolitsti, agenzie di intelligence e apparato militare. L’industria digitale è virata dalla comunicazione, l’intrattenimento e la pubblicità verso la sorveglianza e le applicazioni militari, mentre le istituzioni statali si militarizzano: Trump ha cambiato nome al Dipartimento della Difesa trasformandolo nel Department of War. La militarizzazione del digitale espande la guerra, come dimostra l’uso da parte dei governi di applicazioni di spionaggio, come l’israeliana Paragon. D’altra parte la digitalizzazione ha favorito una concentrazione di potere economico e tecnologico senza precedenti. I fondi per la ricerca militare crescono per implementare sistemi di comando e controllo automatizzati e per testare e raffinare nuove applicazioni in contesti privi di vincoli e controlli come a Gaza. La corsa agli armamenti è funzionale al consolidamento dei profitti monopolitistici delle Big Tech e delle aziende che producono sistemi d’arma e, come dimostra il progetto di riarmo dell’Unione Europea, Readiness 2030, distrae risorse e ricerca da impieghi che potrebbero favorire la cooperazione, ridurre le disuguaglianze e disegnare una nuova forma di stato sociale, di servizi pubblici e di transizione ecologica. Nella ricostruzione storica fatta da Guarascio è importante considerare il movimento pendolare dei rapporti tra imprese tecnologiche, complesso militare, risorse e investimenti impiegati a partire dai primi anni ’90. Ad una prima fase storica negli anni ’60 e ’70 in cui negli Stati Uniti le tecnologie informatiche e la ricerca avanzata orientata all’innovazione procedevano in direzione contraria e parallela al complesso militare industriale che realizzava pesanti sistemi d’arma “barocchi”, succede, nel periodo tra le guerre stellari di Reagan e gli inizi degli anni ’90, la prima ingente mutazione dell’insieme dell’infrastruttura informatica. Con la nascita di Internet, l’amministrazione Clinton elimina le restrizioni all’uso commerciale della rete. Da allora tutti i governi promuovono la rimozione dei vincoli normativi, regolatori e tariffari che ancora limitavano la circolazione di merci e capitali. Gli anni 2000 sono quelli della costituzione delle piattaforme di servizi di rete che assumono sempre più un profilo monopolista. Google acquisisce il dominio dei sistemi di ricerca online e del ricco mercato della pubblicità digitale. Amazon si trasforma nel mercato stesso. Dal 2004 Facebook acquisisce il controllo dei principali strumenti di comunicazione, aprendo la via ai social media e alla realtà virtuale. Apple inventa lo smartphone e crea un ecosistema che vincola utenti e fornitori di applicazioni al suo sistema operativo. Microsoft rafforza il suo monopolio nel settore software, con Windows che detiene circa il 70% del mercato globale dei sistemi operativi e condivide con Alphabet e Amazon il ruolo di oligopolista nei sistemi cloud. Negli ultimi anni la competizione tra le grandi piattaforme si concentra sull’IA; nascono le IA generative: ChatGPT, Titan, Gemini, Apple Intelligence, Llama2, Copilot. Microsoft detiene anche un quota di controllo in Open AI che ha lanciato ChatGPT. Inizia anche la guerra tra le Big Tech. Le vecchie imprese digitali, AMD, Cisco, Intel, Nvidia, Twitter, acquistata da Eilon Musk nel 2022, oggi X, sono interne alla filiera produttiva delle grandi piattaforme che costruiscono e gestiscono infrastrutture di rete, data center, cavi sottomarini, logistica, droni e sistemi di guida autonoma, robotica e tecnologie aerospaziali. Questa immensa concentrazione di potere tecnologico proviene dall’eccezionale capitalizzazione di borsa: Alphabet, Apple, Amazon, Meta e Microsoft nel 2024 raggiungono un valore che è il quadruplo del PIL di Germania e Giappone ed è quasi eguale a quello dell’Unione Europea. Ma proviene a sua volta dall’utilizzo individuale quotidiano delle piattaforme che catturano attività economiche e sociali, pensieri, emozioni, conversazioni e relazioni, nonché creatività, gioco, informazione e intrattenimento. La cessione gratuita di valore da parte degli utenti, svolgendo in connessione continua gran parte della vita quotidiana, deriva dall’insieme delle attività online e costituisce il patrimonio sempre più ingente di dati derivante da profilazione. D’altra parte, la produzione di spazi pubblici ove si è liberi di esprimere la propria opinione, Facebook, Instagram, X, TikTok, con relativa moderazione dei contenuti offensivi e discriminatori, è applicata in maniera arbitraria dalle piattaforme e implica la sorveglianza continua e la cattura di informazioni e comportamenti che vincolano gli utenti e accrescono il valore dei servizi pubblicitari. In breve tempo le piattaforme social si sono trasformate nel principale strumento per la comunicazione politica e aziendale. Le Big Tech controllano e definiscono le regole degli spazi dove viene plasmato il consenso politico. L’informazione si è quasi del tutto trasformata in fabbrica del consenso e della censura. L’uso militarizzato dei media per creare contenuti e notizie si è esteso fino al punto di sorvegliare la differenza tra notizia vera e falsa. Aon D’Souza ha lanciato mesi fa una startup, ‘Objection’, che utilizza l’IA per giudicare la veridicità delle notizie, ricevendo finanziamenti iniziali di milioni di dollari. Il progetto è sostenuto tra gli altri da Peter Thiel e si basa su un indice numerico, Honor Index, che assegna un punteggio ai reporter in base alla loro integrità e precisione. Il software assegna il massimo peso ai documenti primari, file regolamentari e comunicazioni ufficiali via mail e il punteggio più basso a dichiarazioni di fonti anonime. Per attivare un’indagine pubblica sulle affermazioni contenute in un articolo chiunque può pagare 2000 dollari. In pratica, l’algoritmo scoraggia le inchieste e impone la rivelazioni di fonti e dati sensibili, screditando il lavoro giornalistico e censurando la segnalazione di illeciti da parte di persone che corrono rischi professionali o personali per condividere informazioni riservate. Le Big Tech valutano così ciò che serve l’interesse pubblico, spostando la prova di verità dalla validazione del lavoro redazionale alla validazione basata sui dati. La veridizione algoritmica diviene l’indice di un mercato della verità prodotto all’interno steso della realtà comunicativa. Simile procedura è impiegata nei sistemi che aumentano la capacità strategica militare. Nei Sistemi di Supporto delle decisioni (SSD) l’essere umano diviene marginale. L’IA di Palantir integra un insieme di funzioni rilevanti che provengono dalle informazioni ottenute da satelliti, droni, celle telefoniche, archivi di intelligence. Il campo di battaglia si trasforma in un videogioco, come già aveva dimostrato il sociologo Grégoire Chamaioux in Teoria del drone. Nel marzo 2021 Alphabet e Amazon hanno sottoscritto un contratto da un miliardo e duecento milioni di dollari con il governo israeliano per fornire servizi cloud e IA all’apparato militare. Nel gennaio 2024 i patron di Palantir si sono recati a Tel Aviv per firmare un’alleanza strategica con le forze armate israeliane per la fornitura di IA e tecnologie di supporto alle decisioni. Nell’aprile 2024 “Time” ha documentato come dopo il 7 ottobre vi sia stata un’espansione del contratto che lega Alphabet al governo israeliano, dandogli supporto anche nella comunicazione e nella propaganda. Nel giugno 2025 Alphabet avrebbe siglato un contratto da 45 milioni di dollari per una campagna online che diffondeva la tesi che la carestia a Gaza era un’invenzione… Dunque, proviamo a fare un insieme di considerazioni che cercano di restituire un senso al mondo in cui viviamo, fino a che sarà possibile la vita sulla terra. Anzitutto, lo scontro commerciale, economico, tecnologico e strategico tra Cina e Stati Uniti non è uno scontro tra blocchi imperialisti come all’epoca della guerra fredda, ma un confronto in un complicato sistema di interdipendenze. A differenza di ciò che l’informazione euroccidentale, con rare eccezioni, afferma, lo scontro tra i complessi militari-digitali cinese e statunitense è un confronto su più piani in cui c’è da considerare il fatto storico che “la Repubblica popolare non ha mai cominciato una guerra”. La Cina non è interessata a combattere nessuna guerra, ma a dominare le ‘tecnologie duali’ per tutelare la sovranità nazionale e per preservare il sistema di libero scambio internazionale che le ha consentito di trasformarsi in una potenza economica e tecnologica globale che gli Stati Uniti continuano a inseguire. Ciò non significa che la Cina non è in guerra; lo è, con gli stesi mezzi con cui gli Stati Uniti hanno ingaggiato guerra alla Cina. In secondo luogo, l’Europa si è resa subalterna alle Big Tech americane all’epoca della prima diffusione di Internet. L’Unione Europea appena nata ha intrapreso la “svolta neoliberale più di qualsiasi altra area del mondo” privandosi dei mezzi con cui avrebbe potuto sviluppare un’infrastruttura tecnologica autonoma. Quando Edward Snowden ha rivelato che la NSA ha utilizzato Google e Yahoo! Per spiare cittadini stranieri e capi di stato europei, la risposta europea è stata timida: le sanzioni alle grandi piattaforme e il tentativo di costruire un’infrastruttura digitale autonoma falliscono. Nel 2009 viene avviato il progetto GaiaX, che da subito “ha dovuto ammettere il coinvolgimento delle imprese statunitensi”. Il 28 agosto 2025 la commissaria alla concorrenza Teresa Ribeiro ha esortato l’Unione ad abbandonare il negoziato sui dazi imposti da Trump; una settimana dopo la Commissione ha sanzionato Alphabet con una multa di 2,98 miliardi di euro. Il giorno seguente Trump ha minacciato di avviare un procedimento contro l’UE, la ‘Section 301’, che consente al presidente di adottare qualunque azione (dazi, blocco dell’esportazione di beni critici) nei confronti di paesi responsabili di “azioni discriminatorie e lesive degli interessi degli Stati Uniti”. La ‘Section 301’ ad oggi è stata adottata per Brasile, Cina e Nicaragua. Per questo, invece di riarmarsi, l’Europa oggi più di ieri deve coltivare una posizione autonoma. Ma questo potrebbe succedere se l’Unione Europea, da tempo disfatta, divenisse un’Europa delle popolazioni. Se impegnasse un’immaginazione politica che non ottenga più dal libero mercato le imposizioni del debito e del profitto. E se potesse essere questa la prospettiva, rivoluzionaria o federalista, libertaria o delle autonomie, sarebbe almeno opportuno, prima che giusto, che si chiedesse alla ragione di non seguire la follia della guerra in cui siamo, di ridurla alla potenza del disarmo, all’attivazione di corpi popolari di pace che sarebbero corpi di resistenza contro difesa e sicurezza in cui oggi consiste la ragione degli stati. Come ha dimostrato l’impresa della Flotilla e come dimostrano le mobilitazioni contro i re, il terrore, il genocidio, le nuove forme di fascismo planetario si contrastano estendendo una pratica teorico-politica diversa dalla ragion di stato. Nei primi 25 anni di questo secolo, molte sono state le insurrezioni e le insorgenze nel mondo. Forse, da oggi o da domani, bisogna considerarne l’ampiezza e la durata, dal momento che ognuno di quegli eventi può essere considerato un passo di liberazione. L’uso critico della memoria e delle tecnologie potrebbe essere questo. La risorsa potrebbe ribaltare il futuro alle spalle in memoria dell’avvenire. Perché ciò che va promesso alle generazioni è poter vivere un’altra vita in questa vita, un altro mondo in questo mondo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non possono essere gli stati a contrastare il neofascismo globale proviene da Comune-info.
April 19, 2026
Comune-info
La superiorità delle università cinesi
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- A volte non riusciamo a cogliere la portata dei cambiamenti in atto. Un buon modo per osservarli è concentrarsi su casi specifici, persino esemplari. Un esempio è offerto dalle nuove classifiche universitarie mondiali, da sempre dominate dall’Occidente. Solo vent’anni fa, la classifica universitaria globale basata sulla produzione scientifica e sugli articoli pubblicati su riviste specializzate mostrava sette università statunitensi tra le prime 10 al mondo. Ovviamente, la prima era l’Università di Harvard. In quegli anni, c’era solo un’istituzione cinese, l’Università di Zhejiang, che riusciva a classificarsi tra le prime 25 (The New York Times, 15 gennaio 2026). In un brevissimo lasso di tempo, appena un quarto di secolo, abbiamo assistito a un vero e proprio tsunami, uno sconvolgimento totale che non ha lasciato nulla al suo posto. Oggi, tra le prime 10 università al mondo, otto sono cinesi, una è canadese e una è statunitense. L’iconica Harvard è stata scalzata al terzo posto, mentre Zhejiang ora occupa il primo. Indubbiamente, le università americane continuano a produrre una grande quantità di ricerca, ma la novità è che le università cinesi lo stanno facendo a un ritmo molto più rapido. Le sei università americane che erano tra le più importanti negli anni 2000 (Università del Michigan, Università della California, Los Angeles, Johns Hopkins, Università di Washington-Seattle, Università della Pennsylvania e Università di Stanford) producono più ricerca di quanta ne producessero vent’anni fa, eppure sono state superate dalle università cinesi. Secondo tutti gli analisti, una quantità e una qualità eccezionali di articoli accademici stanno arrivando dal paese asiatico, superando la produzione degli Stati Uniti. Una delle ragioni principali di questo cambiamento è che la Cina ha investito miliardi di dollari nelle sue università e si sta impegnando per renderle attraenti per i ricercatori stranieri. Al contrario, l’amministrazione di Donald Trump ha tagliato milioni di dollari di sussidi alla ricerca universitaria per ridurre il considerevole deficit pubblico. Inoltre, la stretta sull’immigrazione ha spinto molti stranieri, così come americani, a lasciare il paese, dirigendosi principalmente verso l’Europa. Quest’anno, l’arrivo di studenti internazionali negli Stati Uniti è diminuito del 19%, spingendo alcune università in crisi. Secondo Bloomberg, il calo dei potenziali studenti porterà alla chiusura o alla fusione di 370 università private nel prossimo decennio. Altre 430 istituzioni, con 1,2 milioni di studenti, si trovano ad affrontare “minacce esistenziali moderate”. A ciò si aggiunge la chiusura di 114 università private senza scopo di lucro tra il 2010 e il 2020, quasi il doppio rispetto al decennio precedente. Gli studenti terminano gli studi indebitati e le loro famiglie sono costrette a contrarre debiti per aiutarli. La retta, l’alloggio e il vitto per quattro anni in un’università privata ammontavano in media a 56.000 dollari nell’anno accademico 2023-2024, mentre nelle università pubbliche statali erano di soli 24.000 dollari. Ciononostante, la classe media trova sempre più difficile sostenere queste spese, soprattutto a causa della stagnazione dei salari nel mercato del lavoro. Questo è uno dei motivi per cui il 26% degli studenti universitari ha seriamente preso in considerazione l’idea di abbandonare gli studi o rischia di farlo. Siamo entrati in una sorta di nuovo ordine mondiale nell’istruzione. Ora, i migliori scienziati si stanno trasferendo in Cina, proprio come un tempo facevano negli Stati Uniti. Gli esempi sono numerosi. Jiang Jian-feng, uno degli scienziati più importanti, a soli 30 anni, ha lasciato il rinomato Massachusetts Institute of Technology per tornare all’Università di Pechino come ricercatore senior e supervisore di dottorato. Il genio della matematica Wan Daqing, vincitore del più prestigioso premio di matematica cinese, si è ritirato dall’Università della California a luglio ed è tornato in Cina per assumere il suo nuovo incarico. Casi come questi sono molto comuni, anche tra gli scienziati occidentali che decidono di trasferirsi in Cina o in altri Paesi. Dal 2018, tra i 70 e i 100 scienziati cinesi e sino-americani di fama internazionale lasciano gli Stati Uniti ogni anno. In generale, l’aumento storico degli americani che si trasferiscono all’estero è dovuto a motivi di sicurezza, costo della vita, istruzione e assistenza sanitaria. Il mondo è cambiato e queste cifre rappresentano solo un piccolo campione. Tuttavia, chi tra noi non crede che i cambiamenti di cui abbiamo bisogno debbano provenire dall’alto, dal governo, non può ignorare la portata di queste trasformazioni, perché ci stanno influenzando in un modo o nell’altro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La superiorità delle università cinesi proviene da Comune-info.
April 19, 2026
Comune-info
Le piccole scene della vita
C’È UN PICCOLO LUOGO, IN UNA CITTÀ CIRCONDATA DALLE ALPI, DOVE CHIUNQUE PUÒ RITORNARE A ESSERE QUALCUNO CHE RACCONTA E QUALCUNO CHE VIENE ASCOLTATO. UNA SALA PER NON PIÙ DI CINQUANTA PERSONE NELLA QUALE L’ARTE (TEATRO, DANZA, SPETTACOLI DI STRADA IN SALA PERCHÉ QUI LA STRADA LA CONOSCONO MOLTO BENE, ARTI CIRCENSI E MIMO, MARIONETTE, PERFINO OPERA E PICCOLA MUSICA DAL VIVO, MA ANCHE POESIA E RACCONTI) SERVE A RICUCIRE LE LACERAZIONI INVISIBILI. IN QUESTA SALA, I SENZATETTO, I VICINI, I VOLONTARI, GLI ASSISTENTI SOCIALI, GLI ARTISTI E I SOGNATORI SI SIEDONO FIANCO A FIANCO. NON SI SA PIÙ CHI È CHI -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Nella cantina della sede centrale della Fondazione Carrefour-Rue & Coulou, a Ginevra, sta avvenendo un piccolo miracolo sotterraneo. Un luogo giaceva lì in letargo, come un vecchio gatto che avesse deciso di fare un pisolino lungo diversi anni. E poi, senza preavviso, si è stirato, ha aperto un occhio, poi due, e ha deciso che il mondo meritava ancora un po’ di luce. Questo luogo è CodeBar – Les petites scènes, una sala da una cinquantina di posti, minuscola come un segreto, ma vasta come un cuore che ricomincia a battere. Un luogo dove si scende per rialzarsi meglio. Da quasi sessant’anni, la Fondazione accoglie chi è stato troppo battuto dalla vita, in particolare le persone senza dimora. Offre pasti, letti, spazi di riposo – ma anche, e forse è questo l’aspetto più rivoluzionario, spazi dove si può ritornare a essere qualcuno che racconta e qualcuno che viene ascoltato. La rinascita di CodeBar si inserisce in questa tradizione di gesti semplici e radicali. Un luogo per la cultura viva, non per lo spettacolo Qui non ci sono concerti fragorosi né spettacoli calibrati. CodeBar è uno strumento di equilibrio mentale, un piccolo laboratorio dove l’arte serve a ricucire le lacerazioni invisibili, a ridare un po’ di colore ai pensieri, a riscaldare le anime congelate. Vi si accolgono forme artistiche che hanno in comune l’essere vive, incarnate, un po’ fragili, un po’ folli, sempre umane: teatro (stand-up, burlesque con qualche risata che a volte scappa senza preavviso); danza (dal gesto minuscolo al vortice che scompiglia i capelli); spettacoli di strada in sala (perché la strada, qui, la conosciamo bene); arti circensi e mimo (l’arte di restare in piedi anche quando tutto vacilla); marionette (quei piccoli esseri che spesso dicono ciò che noi non osiamo più dire); opera in versione tascabile (fa vibrare le pareti); piccola musica dal vivo (non per fare rumore, ma per fare del bene); poesia (la vitamina C dello spirito); racconti e narrazioni (l’arte di raccontare se stessi, di raccontare gli altri, di tessere storie che ci tengono uniti). Qui, ogni disciplina diventa uno strumento di riparazione, un pretesto per l’incontro, un respiro condiviso. Perché una sala spettacoli in una fondazione sociale? Perché la cultura non è un supplemento. Perché l’equilibrio mentale non si cura solo con le pillole. Perché la dignità passa anche attraverso la bellezza, la sorpresa, la risata, il pensiero, la possibilità di dire: «Anch’io ho una storia». In questa piccola sala, i senzatetto, i vicini, i volontari, gli assistenti sociali, gli artisti e i sognatori si siedono fianco a fianco. Non si sa più chi è chi – ed è proprio così che deve essere. Si diventa un pubblico, un coro, una piccola comunità effimera. La rinascita di CodeBar è la rinascita di un noi. Un luogo modesto, un gesto audace Riaprire questa sala significa affermare che la cultura cura, la creazione ripara, l’arte unisce, la bellezza è un diritto… e che anche una cantina può diventare un faro (certamente un piccolo faro, ma pur sempre un faro). È anche offrire agli artisti uno spazio raro: un luogo dove si suona per persone che non sempre hanno accesso alla cultura, ma che spesso ne hanno più bisogno, e il miglior senso dell’umorismo. Un piccolo palcoscenico per grandi storie CodeBar – Les petites scènes non è solo un luogo di spettacolo. È un luogo dove si racconta, dove si ascolta, dove ci si riconosce. Un luogo dove le fragilità diventano punti di forza, dove i silenzi diventano respiri, dove le storie – piccole o grandi – diventano ponti. La sua rinascita è un atto di fiducia: fiducia nell’arte, negli artisti, nel pubblico, nella capacità di ciascuno di essere ancora più vivo. Un luogo minuscolo, sì. Ma un luogo dove si può, per una sera, sentirsi un po’ più vivi. -------------------------------------------------------------------------------- *Fin dai suoi primi passi, ben prima che il suo nome figurasse in un registro, la Fondazione Carrefour-Rue & Coulou, con sede in Rue Élisabeth-Baulacre 10, 1202 Ginevra/Svizzera, non è mai stata una semplice entità. È una forza viva, una resistenza all’inaccettabile, una mano che rifiuta di mollare. All’inizio non c’era un progetto, ma una certezza: «Nessuno dovrebbe dover giustificare il proprio diritto di esistere». Noël Constant, presidente e fondatore, non ha espresso questi principi a parole. Li ha tradotti in azione, nella realtà. Lì dove troppo spesso le voci si spengono sotto il silenzio assordante dell’indifferenza. Non siamo un’istituzione che osserva. Noi agiamo. Qui nessuno deve dimostrare di meritare aiuto. Nessuna casella da spuntare. Nessun modulo da compilare. Solo una mano tesa. Rifiutiamo le soluzioni affrettate, dettate dall’urgenza. Crediamo nella ricostruzione paziente, umana, rispettosa del ritmo di ciascuno. All’altezza di donne e uomini. I margini fanno parte del libro. Ma dobbiamo accettare che delle vite vacillino e scompaiano tra le righe? No. Costruiamo ponti, non barriere. Creiamo legami, mai confini. Perché aiutare non deve essere una posizione di potere, ma un atto di condivisione, un movimento del cuore. Si tratta di ricostruirsi ma anche di nutrirsi: di accedere alle cure, alle docce, al bucato, al parrucchiere, al podologo, alle cure dentistiche, alla medicina d’urgenza, ai contributi per occhiali e apparecchi acustici e persino alle protesi gratuite; di ritrovare l’autonomia attraverso attività adeguate; di ricostituire la propria autostima con vestiti, mobili, stoviglie; di sentire le risate dei bambini, che ricevono i loro giocattoli senza condizioni, senza contropartita. Il rifugio per senzatetto «La Coulou» accoglie senza fare domande. Ma qui l’urgenza non si limita all’immediato. Insieme alle persone disegniamo prospettive: monolocali mobili, rifugi dedicati a donne e bambini, case in attesa di permesso. Laddove si estendono le ombre, costruiamo vie di fuga. E poiché sopravvivere non basta, vogliamo offrire la possibilità di respirare, di sognare, di ritrovare il gusto della vita. Un villaggio di vacanza, un vecchio autobus londinese trasformato in centro di attività, uno spazio di condivisione dietro la stazione Cornavin, un luogo dove la porta non si chiude mai, una sala spettacoli, una galleria d’arte, un giornale di strada, una radio partecipativa, ecc. Camminiamo insieme, scriviamo insieme, ripariamo ciò che può essere riparato.Rifiutiamo che la fiducia sia un lusso. Perché, al di là dei numeri e delle azioni, Carrefour-Rue & Coulou è una protesta: «Dare il meglio a chi non ha più nulla» non è un’utopia. È una promessa. Una parola data, una parola mantenuta. (Noël Constant e il suo team) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le piccole scene della vita proviene da Comune-info.
April 18, 2026
Comune-info
Capracotta accoglie
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ad inizio di aprile i grandi media hanno raccontato l’intensa nevicata di Capracotta, anche se in questo splendido paese dell’Appennino molisano (il più alto comune dell’Appennino del Sud) non è certo una novità. Qualcosa di nuovo e importante è avvenuto invece qualche giorno dopo, quando per la prima volta questa località, ha accolto una famiglia nell’ambito di un progetto di accoglienza diffusa. Si tratta di un nucleo familiare di origine turca, arrivato con il programma nazionale SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione) promosso dal ministero dell’Interno, coordinato in questo caso dal Comune di Agnone, ente capofila del progetto sul territorio. Il SAI, come noto ai lettori di Benvenuti Ovunque, rappresenta una rete pubblica che, malgrado i tagli e i tentativi di smantellarla, va oltre la semplice ospitalità, offrendo percorsi strutturati per l’autonomia di richiedenti asilo e rifugiati. Dall’assistenza sanitaria e psicologica all’apprendimento della lingua italiana, fino all’inserimento lavorativo e sociale, ogni fase è orientata a favorire una relazione vera e complessa tra rifugiati e società. La famiglia, racconta l’associazione locale Amici di Capracotta, è stata accolta in una struttura del comune situata nei pressi del Santuario della Madonna di Loreto, recentemente riqualificata grazie al progetto “Montagna accogliente”, iniziativa pensata per rendere il territorio sempre più inclusivo e aperto. «Crediamo profondamente che l’accoglienza sia un valore fondamentale, oltre che un’opportunità di crescita per tutta la comunità – ha detto il sindaco Candido Paglione- L’arrivo di questa famiglia rappresenta per noi un momento importante: un’occasione di grande umanità e di arricchimento reciproco, nel segno della solidarietà e della condivisione. A loro rivolgiamo il più sincero benvenuto: Capracotta è anche casa vostra». Del resto qui l’accoglienza ha una lunga storia: c’è prima di tutto l’accoglienza vissuta dai capracottesi da emigranti in tanti paesi del mondo (in primis Argentina e Usa, ma anche Germania e Francia) e in molte città italiane (da Roma a Milano passando per Torino); c’è l’accoglienza dei tanti originali che tornano l’estate triplicando, insieme ai turisti in cerca di fresco, il numero dei residenti; c’è ora, finalmente, anche l’accoglienza di migranti. In realtà, basta percorrere un chilometro della strada che porta da Capracotta a San Pietro Avellana per conoscere un’altra storia importante di accoglienza. Subito dopo l’Armistizio dell’8 settembre, numerosi prigionieri di guerra alleati fuggirono dal campo di concentramento di Sulmona nascondendosi tra i boschi abruzzesi e molisani. Nel loro vagabondare furono spesso aiutati e sfamati da tanti contadini italiani che divisero con loro il poco che avevano nonostante fossero minacciati di morte dalle ordinanze tedesche. A Capracotta, comune situato all’interno della linea Gustav e per questo completamente distrutto dai tedeschi (citato anche da Ernest Hemingway in Addio alle armi) il 4 novembre 1943 i fratelli Rodolfo e Gasperino Fiadino furono portati sulla strada verso San Pietro Avellana e fucilati per aver accolto, nascosto e sfamato alcuni prigionieri. Accogliere, spezzare il pane con chi non ne ha, resistere alla violenza della guerra restano parte della memoria di questa gente di montagna. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Capracotta accoglie proviene da Comune-info.
April 18, 2026
Comune-info
Insegnare la lingua italiana tra diritti e cittadinanza
Il laboratorio di serigrafia della Scuola di Cittadinanza fa parte della Scuola di italiano, in stile educazione diffusa, promossa da Ciac Parma. Precisione e collaborazione, parola dopo parola, colore dopo colore: si può apprendere anche fuori dalla aule scolastiche e senza banchi, si può costruire una società diversa e antirazzista in tanti modi diversi -------------------------------------------------------------------------------- Entrando nelle aule della scuola d’italiano del CIAC, la prima cosa che colpisce non è il silenzio dello studio, ma il suono di una risata collettiva. Siamo nel cuore di una struttura che ogni giorno accoglie circa 120 studenti, suddivisi in dieci classi che coprono l’intero spettro dell’apprendimento, dal primo approccio all’alfabetizzazione fino al livello A2 avanzato. In via Bandini a Parma, sede della scuola di italiano di Ciac, l’apprendimento della lingua italiana non è considerato un traguardo puramente scolastico, ma un prerequisito fondamentale per l’esercizio dei diritti di cittadinanza.  Lucia, la coordinatrice, spiega come la scuola sia un organismo in costante movimento. “Siamo organizzati su tre sessioni annuali di circa tre mesi e mezzo ciascuna ma manteniamo una flessibilità d’ingresso a ciclo continuo”. Ogni venerdì pomeriggio, i nuovi candidati vengono sottoposti a un colloquio e a un test di livello per garantire un inserimento mirato. Ma la vera notizia è il cambiamento demografico tra i banchi: sebbene gli uomini siano ancora la maggioranza, il numero delle donne è letteralmente esploso negli ultimi due anni. Il segreto? Un’intuizione pratica: lo “Spazio bimbi”. “Abbiamo creato un’area dove le mamme possono lasciare i propri figli durante le lezioni”, mi racconta Lucia. Un piccolo servizio che ha rimosso un ostacolo enorme per l’integrazione femminile. “La mia paura più grande – dice Mariagrazia, una delle “maestre” – è non riuscire a dare abbastanza attenzione a tutti, non cogliere l’esperienza individuale di chi ho davanti”. L’approccio scelto mira a creare un ambiente di apprendimento orizzontale, dove l’errore linguistico diventa un elemento di coesione: “Ridere insieme dei propri sbagli – conclude Mariagrazia – sia quelli degli studenti che quelli della maestra, trasforma l’aula in un gruppo unito”. Il pilastro dell’offerta formativa è la “Scuola di Cittadinanza”, un percorso che si affianca ai corsi mattutini per adulti e pomeridiani per minori. Non è una scuola comune. Si tiene il martedì, mercoledì e giovedì mattina, in orario complementare alle lezioni di lingua. L’obiettivo è trasferire la lingua fuori dalle mura scolastiche attraverso laboratori di arte, musica, serigrafia e giardinaggio, oltre a visite guidate ai musei e alle istituzioni del territorio. Timothy, uno degli studenti della scuola, sottolinea la necessità di questo pragmatismo: “Saper scrivere è importante, ma se non sai rispondere a una domanda semplice come ‘Come stai?’, non puoi dire di conoscere davvero la lingua. La pratica ti permette di parlare con le persone, ed è questa la cosa più utile”. In questo contesto, l’italiano smette di essere una barriera per diventare uno strumento di autonomia. L’obiettivo finale, come emerge dalle diverse voci della scuola, non è solo l’alfabetizzazione, ma la costruzione di una rete di relazioni che permetta a ogni individuo di abitare consapevolmente lo spazio pubblico della città. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Ciaconlus.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Insegnare la lingua italiana tra diritti e cittadinanza proviene da Comune-info.
April 18, 2026
Comune-info
La vittoria della crudeltà nell’ombra della tregua
DA BARCELLONA A MARSIGLIA, DA NAPOLI A VENEZIA E DA DIVERSI ALTRI PORTI DI TUTTO IL MEDITERRANEO, LE FLOTTILLE PRENDONO IL MARE DIRETTE VERSO GAZA. BISOGNA AGIRE, BISOGNA FAR PRESTO. INTANTO, NELLE PRIGIONI DELLA PALESTINA MA ANCHE CORTILI DEGLI OSPEDALI TRASFORMATI IN CENTRI DI DETENZIONE, LA DIGNITÀ UMANA VIENE OGNI GIORNO SPOGLIATA E BENDATA. LA FAME, CON I FORNI CHE NON SONO IN GRADO DI PRODURRE PANE, È STRUTTURALE MENTRE OLTRE IL SESSANTA PER CENTO DEI FARMACI ONCOLOGICI È ESAURITO. C’È POI LA GAZA CHE NESSUNO RACCONTA, QUELLA DEI TANTI BAMBINI E BAMBINE, RAGAZZI E RAGAZZE RIMASTI SENZA CASA, SPESSO SENZA GENITORI. LA TREGUA, ORMAI LO SAPPIAMO, ESISTE SOLO SULLA CARTA. LA PREPOTENZA HA SMESSO DA TEMPO DI AVERE BISOGNO DI QUALCHE MASCHERA Le bambine e i bambini di Gaza della Adam Model Kindergarten and School e le bambine e i bambini di Roma della scuola Pisacane augurano “buon vento” e tanta “Sumud” alle coraggiose imbarcazioni della Flotilla. Gemellaggi contro l’orrore. Foto R.P.D. -------------------------------------------------------------------------------- La tregua in Palestina, ormai lo sappiamo, esiste solo sulla carta. La realtà palestinese di si rivela, infatti, come un organismo che viene lentamente privato dell’ossigeno, basta seguire il filo rosso che unisce le celle gelide delle prigioni alle strade polverose di Gaza, dove il pane è diventato un miraggio e la cura una cosa impossibile. Quello che emerge dalle testimonianze raccolte, tra gli altri, da il manifesto e dai rapporti di agenzie come Save the Children e Oxfam non è una crisi passeggera, ma un sistema di sofferenza metodica che ha smesso persino di cercare giustificazioni. Il “vortice nero” delle carceri inghiotte vite come quella di Issa Al-Qarnawi, un fotografo che ha visto la propria esistenza ridursi a mesi di oscurità e privazioni, o quella di Mahmoud Al-Halabi, che a soli sedici anni è stato strappato alla sua famiglia mentre cercava semplicemente di rimediare del cibo durante la carestia. Nelle stanze degli interrogatori e nei cortili degli ospedali trasformati in centri di detenzione, la dignità umana viene spogliata e bendata, lasciando padri come quello di Hassan Badi a cercare tracce dei propri figli tra i resti senza nome dell’ospedale Nasser. È un dolore che la madre di Mohammed definisce “un vuoto infinito”, una nostalgia che uccide lentamente nell’attesa di una notizia che il sistema di occultamento israeliano nega con deliberata crudeltà. Fuori dalle mura delle prigioni, la violenza cambia forma ma non intensità. La fame a Gaza è diventata una minaccia strutturale: il World Food Programme documenta come la stragrande maggioranza della popolazione viva in un’insicurezza alimentare acuta, aggravata da un blocco che impedisce persino l’ingresso dei pezzi di ricambio per i generatori dei panifici. E mentre si smette di produrre pane, si smette anche di curare. I dati di “Physicians for Human Rights” ci dicono che oltre il sessanta per cento dei farmaci oncologici è esaurito; a Gaza, avere un tumore nel 2026 significa affrontare una condanna silenziosa scritta dall’assenza di chemioterapia. Intanto, in Cisgiordania, la tragedia si espande nell’indifferenza generale, con un numero di minori rimasti senza casa che è aumentato del mille per cento, delineando i contorni di una “seconda Gaza” che nessuno sembra voler vedere. Siamo ormai immersi in un tempo in cui la prepotenza e la forza non hanno più bisogno di maschere. La cronaca di questi giorni non è che la conferma di un mondo in cui la crudeltà vince e resta impunita, sovrana su un’umanità che ha imparato a restare indifferente a tutto. La Palestina è lasciata sola, non per una tragica fatalità, ma perché il potere ha deciso che la sofferenza dei suoi figli non ha più alcun peso sulla bilancia della storia. Davanti a questo naufragio della coscienza, resta un’unica, terribile questione aperta: “come rimanere umani?” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La vittoria della crudeltà nell’ombra della tregua proviene da Comune-info.
April 18, 2026
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