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Val Susa, violenza strutturale e violenza contro le cose
CI SONO PUNTI DI VISTA CHE NON ANDREBBERO MAI DIMENTICATI QUANDO SI PARLA DELLA VAL SUSA. AD ESEMPIO CHE LA VIOLENZA NON HA ORIGINE DALLA CONTESTAZIONE, MA DAL SISTEMA SOCIOECONOMICO DOMINANTE CHE CONSIDERA LE MONTAGNE RISORSE SFRUTTABILI NEL GIOCO DELLA COMPETIZIONE/GUERRA ECONOMICA. CHE LA LOTTA DEL MOVIMENTO NO TAV, COME QUELLA DI ALTRI MOVIMENTI, DIMOSTRA QUANTO OGGI SIANO NECESSARIE SIA LE FORME DI LOTTA LEGALI CHE QUELLE NON LEGALI, ANCHE SE NON PER CIÒ ILLEGITTIME, DATA LA VIOLENZA STRUTTURALE. E ANCORA: CHE L’EVENTUALE RICORSO ALLA VIOLENZA VERSO LE COSE DEVE ESSERE ACCOMPAGNATA DA UN INCREMENTO DI RESPONSABILITÀ E DI PENSIERO, “PERCHÉ OGNI VIOLENZA CHE NON SIA SINCERA E TRASPARENTE NELL’ARGOMENTARE E NEL FONDARE LE RAGIONI DELLA PROPRIA LEGITTIMITÀ – SCRIVE FRANCESCO ZEVIO – È PER CIÒ STESSO ILLEGITTIMA, PRIMA ANCORA CHE ILLEGALE…” 24 luglio 2026. Un momento del concerto degli Assalti frontali al Festival Alta felicità. Foto di Luca Perino (qui il servizio completo) -------------------------------------------------------------------------------- I recenti fatti di Val Susa offrono l’occasione per ricordare due ordini di cose. Il primo è innanzitutto rivolto all’esterno, ovvero a quella parte di popolazione che “subisce” le notizie riguardanti questi fatti senza averne una conoscenza personale e di prima mano, senza aver disposto della possibilità di considerare autonomamente e criticamente la storia (oltre trentennale) della contestazione al cantiere per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Il secondo ordine di cose si rivolge innanzitutto a quanti, per un motivo o per l’altro, hanno una maggiore cognizione del progetto di cui sopra e, più in generale, una qualche forma di partecipazione a questo o ad altri movimenti contestatari. Nulla di originale: ma penso valga la pena ricordare, anche solo fare il punto, circa ovvietà che restano essenziali. Primo ordine di cose. Lo Stato, e più in generale i gruppi d’interesse che pesano maggiormente nel definire il tenore della propaganda (in termini etimologici: “cose che vanno fatte circolare”, notizie che per la loro pervasività definiscono il tono e la cornice in cui sarà tenuto a muoversi il discorso pubblico) mediatica, tendono a presentare la violenza contestataria come origine prima della violenza stessa. Nel nostro caso, parliamo della violenza che ha portato a due camionette in fiamme, al ferimento di agenti di polizia e a danni a qualche tratto di cantiere. Questa violenza contestataria viene posta sotto i riflettori per legittimare la violenza repressiva, nonché le politiche di rafforzamento degli aspetti repressivi (decreti sicurezza e simili) dello Stato. La narrazione può riassumersi così: la violenza ha origine nella contestazione e deriva da essa, a questa violenza lo Stato è tenuto a rispondere con la violenza repressiva, nonché a premunirsi per via legislativa accrescendo le proprie capacità repressive. Questa narrazione ignora, volutamente, un’altra realtà: ovvero che la violenza non ha la sua origine nella contestazione, bensì nello stato di cose dovuto all’ordine del sistema socioeconomico in vigore. Questa realtà è ben chiara a quanti conoscano meglio la storia di questo cantiere [https://www.controsservatoriovalsusa.org/tracce-no-tav/home] in particolare e, in generale, la storia del connubio fra entità statali ed entità economiche le quali, attraverso la pianificazione territoriale e il monopolio istituzionale della definizione delle opere d’interesse generale, portano a quella che Ivan Illich definì “guerra alla sussistenza”. Una guerra – una violenza – perpetrata nei confronti di quei gruppi, di quelle culture decise a vivere una relazione col territorio che non sia quella canonica del sistema imperante, la quale considera una montagna, ogni centimetro di suolo e ogni goccia d’acqua, ogni cellula animale o vegetale in quanto risorsa sfruttabile nel gioco della competizione/guerra economica mondiale. La pax œconomica liberale – ricordava appunto Illich, lettore di Karl Polanyi – è maschera di questa guerra alla sussistenza: cioè violenza sistemica verso qualsiasi tentativo di fare comunità a partire da forme di vita e da rapporti col territorio che tendano a sottrarsi all’ortodossia consumistico-produttivista la quale, pur presentandosi come neutra e sottratta a qualsiasi cornice metafisica, risponde a un imperativo che può ben considerarsi tale: ogni cosa è potenzialmente sfruttabile, ogni cosa divenuta sfruttabile deve essere sfruttata. Contrariamente a quanto viene propagandato, la violenza contestataria si manifesta come reazione alla violenza sistemica di un ordine socioeconomico – il nostro – fondato su questo imperativo. Secondo ordine di cose, piuttosto un memento ad uso “interno”. Il problema non sono i Black Bloc, proprio come non lo sono quanti decidono di manifestare pacificamente. Il problema non sono quanti disarmano un bulldozer o rovesciano recinzioni e jersey o tranciano concertina per ostacolare materialmente l’avanzamento di un cantiere e dimostrarne la meravigliosa vulnerabilità a un’azione risoluta e organizzata, proprio come non lo sono quanti prendono le vie dei ricorsi legali, delle petizioni, delle vie istituzionali. Il problema da porsi – qui e altrove, a monte e a valle di qualsiasi evento o azione – mi sembra traducibile in questi termini: ciò che facciamo, come e nei modi in cui intendiamo farlo, giova o nuoce alla nostra causa? Se non credo possa darsi una risposta univoca e recisa a questa domanda, tuttavia penso si possano desumere alcuni elementi di risposta suddividendola in tre ordini di domande più precise e circoscritte. Primo: come è stato percepito (a valle) l’evento da quanti vi hanno partecipato? ha rafforzato la risoluzione dei partecipanti a ritrovarsi e andare avanti, o ha contribuito a creare frustrazione e a diminuirne la motivazione? (da cui l’importanza di riunioni e riscontri a caldo fra tutte le componenti che hanno partecipato alla concretizzazione dell’evento). Secondo: come possiamo immaginare (a monte) che questo evento sarà percepito dai nostri simpatizzanti non direttamente coinvolti nell’evento o nella contestazione? il tipo d’azione e il modo d’azione contribuiranno ad aumentare questa simpatia, magari ad approfondirla, o non rischiano piuttosto di alienarcela? Terzo: come possiamo aspettarci che ciò che faremo sia narrato, strumentalizzato e rigiratoci contro dai nostri antagonisti? come possiamo immaginare che risponderà l’opinione pubblica ignara della nostra lotta, quali saranno i vantaggi che i nostri antagonisti possono sperare raccogliere dalla nostra azione? quale sarà l’entità della repressione e quali sono le nostre forze? Il problema mi sembra consistere in questo groviglio di considerazioni (non esaustive). Ed è un problema che non può essere sciolto da una soluzione, ma solo dalla risoluzione a un costante lavoro pratico e di pensiero che ci permetta di organizzare le forze per agire nel senso del futuro che desideriamo e di prepararci in seguito a reagire a quanto resta d’imprevedibile nelle conseguenze della nostra azione. In ogni caso, non credo ci sia possibile compiere passi in avanti se non ricorrendo a una pluralità di strategie. Sono necessarie tanto le vie legali messe (ancora) a nostra disposizione dallo stato di diritto, quanto quelle non legali – anche se non per ciò illegittime, data la violenza strutturale evocata sopra – del disarmo. Ma quando forme di ricorso alla violenza – come quella verso le cose e la proprietà – vengono integrate in chiave contestataria, essa deve essere assunta. E ciò che di essa deve essere assunto sono prima di tutto le sue implicazioni: la visione politica che sottende, l’ordine e i rapporti socioeconomici che intende indebolire o smantellare, la società e il mondo che delinea. Ad ogni incremento di violenza, insomma, deve corrispondere un incremento di responsabilità e di pensiero – perché ogni violenza che non sia sincera e trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità è per ciò stesso illegittima, prima (e peggio) ancora che illegale. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE C’eravamo, ci siamo e ci saremo. Sempre [Notav.info] Cosa si può ancora fare? [Chiara Sasso] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Val Susa, violenza strutturale e violenza contro le cose proviene da Comune-info.
July 29, 2026
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Piano Casa e finanziarizzazione del dramma dell’abitare
Foto Social Forum Abitare -------------------------------------------------------------------------------- Il governo ha da poco varato un Piano Casa, un dispositivo complesso e astuto che si appropria della questione drammatica dell’abitare e la piega alla finanziarizzazione. Una cornice giuridica di esclusivo orientamento economico e di esplicita e strumentale deregolazione urbanistica, espressione di ultraliberismo mascherato da provvedimento sociale. In tema di edilizia residenziale popolare (Erp), che dovrebbe essere preminente nel disastroso quadro attuale, il Piano si basa su previsioni di spesa insufficienti e ingarbugliate, da cui emerge il disinteresse nei confronti dell’edilizia pubblica e delle sue tante abitazioni inagibili per la cui ristrutturazione vengono stanziate briciole o spostati con il gioco delle tre carte finanziamenti già assegnati a altri programmi, mandando al macero il resto e le migliaia di famiglie in lista d’attesa. In più vendendo le abitabili o le appena ristrutturate agli inquilini meritevoli – e sfratto senza scrupoli agli inadempienti. Il già esiguo patrimonio Erp si riduce ulteriormente, lo stato non ne vuole sapere di case popolari, meglio liberarsene, chi non ha casa vada sotto i ponti. Grimaldello dell’intera impalcatura sono i “Programmi infrastrutturali di edilizia integrata”, realizzati con attrazione di investimenti privati. I requisiti richiesti sono che il 70% delle abitazioni venga costruito per l’housing sociale e venduto o affittato a un prezzo del 33% inferiore a quelli correnti. Rivolte alla fascia “grigia” di popolazione a reddito mediano, che non può accedere all’edilizia popolare ma neppure affrontare il mercato. A cui possono aspirare, dettaglia il testo, anche studenti universitari fuori sede (forza genitori, acquistate!), lavoratori – anche stagionali! – la cui abitazione sia a carico del datore di lavoro (ma a chi la intestano, allə stagionale?), ai separati, agli anziani desiderosi di convivialità, eccetera. Insomma una platea ampia di possibili clienti attirati dallo sconto come al supermarket, impegnati a mantenere quella destinazione d’uso per un trentennio. Con immaginabile gioia delle banche, guarda caso la durata è la medesima dei mutui più frequenti per questa fascia di reddito. Il restante 30% dell’investimento resta libero e qui cominciano i trucchi, nascosti come sempre nei dettagli. Un breve inciso aggiunge che i programmi possono svolgersi “anche in aree urbane diverse…”. Sicché c’è da aspettarsi tetragoni scatoloni convenzionati nelle periferie e luccicanti 30% elitari nelle zone a maggior valorizzazione purché facciano parte dello stesso progetto economico-finanziario. Frazionando e gerarchizzando il territorio, in barba alla mixité funzionale e sociale, secondo una concezione derivata dai portfolio development dei piani finanziari immobiliari, e qui si leggono linguaggio e competenze di Invitalia, protagonista dell’operazione. Un Piano che trasforma dunque il problema della casa in meccanismo di investimento in cui l’housing sociale diventa asset di redditività immobiliare. Le premialità previste rappresentano la quota pubblica del patto finanziario, in cui lo stato mercifica autorizzazione edificatoria, accelerazione procedurale, riduzione del rischio e dei costi amministrativi e fiscali, mentre il privato mette le risorse. Ottimale per fondi di housing e investitori istituzionali, i cosiddetti capitali pazienti, che accettano rendimenti più bassi ma stabili, rischio contenuto, forte occupazione degli immobili, ovvero una rendita ricorrente costante nel tempo, garantita dai trent’anni di mantenimento dell’impegno. Ma non basta. Sono privilegiati gli investimenti esteri di almeno un miliardo di euro, in base al quale il progetto diventa di “preminente interesse strategico nazionale”. Il tutto affidato a un commissario plenipotenziario che in deroga a ogni disposizione di legge, in modalità sovraordinata sui previgenti regolamenti, potrà decidere anche su densità edilizia, altezza, distanza tra fabbricati. Una liberalizzazione estrema, il via libera insomma alla deregolazione totale, contro i detestati criteri ordinatori della legge vigente. Il “modello Milano” ha creato l’atmosfera e fatto scuola. Un Piano, inoltre, che non sfiora in alcun modo la dimensione spaziale, ignora e travolge i principi dell’urbanistica, oltre che i diritti universali alla casa e a un territorio equilibrato. Il criterio fondante ribadito a ogni piè sospinto è la sostenibilità economica. Non mancano gli orpelli decorativi oggi cari alla retorica politica, il contenimento del consumo di suolo, la tutela dell’ambiente, l’ecosistema, il paesaggio, e via discorrendo tutto il repertorio narrativo della rigenerazione. Peccato che al di là di generiche formule esornative non vi siano disposizioni in merito. Si può anche ammettere che in assenza di risorse pubbliche, per nostra negligenza impegnate in armi e altre spese incongrue, gli investimenti privati diventino necessari per rispondere all’emergenza abitativa, ma la logica del Piano è impostata su una esclusiva visione real estate economics. Alla fine si tradurrà in un’alluvione di nuove costruzioni e di occupazione di suolo, con le calamità climatiche e idrogeologiche connaturate. Nessuno considera gli 8-9 milioni di abitazioni private inutilizzate. Una sorta di mastodontico “rifiuto solido urbano” che in alcun modo vogliamo riciclare. Mentre all’estero la situazione sta mutando con misure pensate per incentivare la reimmissione degli immobili vuoti nel mercato. La legge di bilancio francese 2026, ad esempio, autorizza i comuni a aumentare nelle aree a alta tensione abitativa la tassa annuale dal 17 al 30% dopo un anno di sfitto, dopo due anni l’aliquota può salire fino al 60%, gli introiti destinati alle casse comunali. Anche a Bruxelles mantenere una casa sfitta per più di 12 mesi costituisce una violazione punita da una sanzione amministrativa che aumenta negli anni. Non sarebbe forse opportuno in Italia cercare risorse, anche private, per rimediare all’assurda contraddizione di nuove costruzioni invece del ripristino delle tante inutilizzate, la creazione di garanzie per i locatori e di contributi agli inquilini in difficoltà? Il problema è prima di tutto culturale: siamo vittime della smania edificatoria, insensibili ai problemi ambientali, indifferenti alle ingiustizie. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI C. DAVOLI E S. PORTELLI: > Ribellarsi all’estrattivismo immobiliare -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Piano Casa e finanziarizzazione del dramma dell’abitare proviene da Comune-info.
July 29, 2026
Comune-info
Stato e anomia
IL POTERE È OGGI DOVUNQUE IN CRISI E LASCIA SPAZIO ALL’ANOMOS, UN POTERE SENZA PIÙ LEGGE, DOVE LO STATO DI ECCEZIONE DIVENTA PERMANENTE, MA CHE IN REALTÀ È L’ALTRA FACCIA DELLO STESSO POTERE. TRUMP E NETANYAHU, RICORDA GIORGIO AGAMBEN, NON VENGONO DA FUORI. È QUESTA CONDIZIONE CHE DOBBIAMO SMASCHERARE, PER FAVORIRE L’EMERSIONE DI UNA COMUNITÀ UMANA CHE SI SOTTRAGGA A ENTRAMBE LE FACCE DEL POTERE A proposito di comunità lontane da ogni potere: nella foto di Gian Andrea Franchi qualche giorno fa, la “Piazza del mondo” di Trieste che ogni giorno prende forma intorno all’associazione Linea d’ombra, i migranti della Rotta Balcanica appena arrivati in città, alcune cucine autogestite solidali (negli ultimi giorni Fornello resistente di Calvene-Vicenza, Fornello resistente di Rovigo…), molti scout e tante persone comuni -------------------------------------------------------------------------------- Se ci riferiamo alla dottrina contenuta nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi, possiamo allora dire che il catechon, il potere che trattiene e ritarda la fine, che i padri identificavano con le istituzioni (l’Impero romano e la stessa chiesa), è oggi dovunque in crisi e assistiamo pertanto all’avvento dell’anomos, di un potere senza più legge, che produce rovina e proclama di essere Dio (per questo i padri lo identificavano con l’Anticristo). Ciò è evidente negli Stati Uniti, in cui le istituzioni non sembrano più funzionare e tutto il potere è nelle mani di un uomo che parla e agisce senza più alcuna legge (lo stesso si può dire per Israele) e si traveste da Dio. È bene riflettere su questa situazione epocale, che coinvolge tutto l’Occidente. Dal momento che le istituzioni (lo Stato e le sue articolazioni storiche) hanno perso ogni credibilità, è vano fondare su di esse il potere che trattiene l’evento escatologico. E questo è tanto più vero, in quanto l’anomos, il senza legge, non è un principio esterno, ma la figura che la stessa istituzione assume nel suo disfacimento. Trump e Netanyahu non vengono da fuori: è lo Stato stesso, il potere che dovrebbe trattenere e ritardare la fine, che diventa l’agente che l’affretta e precipita nelle sue forme più rovinose. -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è la seconda parte di Il mistero del potere, pubblicato in gennaio. Sullo stesso tema Agamben aveva scritto nell’ottobre 2022 Stato e anomia. Considerazioni sull’anticristo, nella cui parte finale si legge: “Il potere statale fondato sulle leggi e le costituzioni cosiddette democratiche si è andato trasformando… in una condizione anomica, in cui la legge è sostituita da decreti e misure del potere esecutivo e lo stato di emergenza diventa la forma normale di governo. Resta… che la lettera afferma che una volta che il potere del «senza legge» è stato svelato, «il Signore lo sopprimerà col fiato della sua bocca e lo disattiverà con l’apparizione della sua presenza». Il che significa che quel che ci resta da pensare nella condizione apparentemente senza uscita che stiamo attraversando è la forma di una comunità umana che si sottragga tanto al «potere che trattiene» con la sua apparente stabilità istituzionale che all’anomia emergenziale in cui esso fatalmente si converte…”. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Stato e anomia proviene da Comune-info.
July 27, 2026
Comune-info
Restituire ruolo e valore ai migranti
-------------------------------------------------------------------------------- Tra le attività di Edicola Equa, gestita nel quartiere Oltretorrente di Parma dal Ciac (centro noto per il suo impegno sui temi dell’accoglienza diffusa), c’è anche la cura di un’aiuola -------------------------------------------------------------------------------- Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti, a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà – spesso solo di facciata – per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società. Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava. Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati. Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica… Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora. Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere. Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia, ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Restituire ruolo e valore ai migranti proviene da Comune-info.
July 25, 2026
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Ondate di calore, alluvioni; incendi e siccità. Chi allenerà la nazionale?
-------------------------------------------------------------------------------- Da Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- È uscito il primo report sul rischio climatico in Italia. Sono 128 pagine che farebbero passare notti insonni a chiunque e che invece sono passate nel silenzio più assoluto. 128 pagine che raccontano le conseguenze economiche e sociali degli eventi che nascondiamo giornalmente e che la politica, in malafede, cerca di silenziare. Quello che c’è scritto sopra è, fondamentalmente, uno scenario preoccupante. Peggio, mille volte peggio dei commenti ad ogni sentenza che non ci piace, mille volte peggio di quella cazzata di video fatto con l’AI del nuovo eroe dei subumani, mille volte peggio di tutti quei talk show tv dove giornalisti e politici indecenti generano distrazione per idioti. Peggio pure di quell’omicidio di Bologna. Perché qui parliamo della sopravvivenza di una intera collettività. Qui si parla di noi. Delle perdite e del declino di un sistema che potrebbe collassare. Si intitola “Rischio Climatico in Italia: Scenari, Costi e Opzioni di Risposta” (disponibile in licenza creative commons: Calcaterra, M., Cammeo, J., Borghesi, S., Carraro, C.& Tavoni), è uscito a maggio ma ne ho letto qualcosa grazie al professor Antonello Pasini. Me lo sono andato a leggere, ci ho messo un paio di giorni per raccogliere le idee. E così, mentre centinaia di auto venivano letteralmente massacrate da grandinate di palle da tennis, leggevo quelle cassandre degli autori, tutti appartenenti ad istituzioni di primo piano nel campo dell’economia del clima e delle politiche ambientali quali l’università di Siena, la Ca’ Foscari di Venezia, il Politecnico di Milano e vari istituti t fondazioni, che avevano già raccontato di questi possibili impatti. L’obiettivo del lavoro è stimare quanto potrebbe costare il cambiamento climatico all’Italia nel corso del XXI secolo e valutare quali politiche di adattamento possano ridurre tali costi. Gli autori hanno combinato scenari climatici, modelli economici, dati territoriali italiani e stime sui danni ai diversi settori economici. Il messaggio centrale e lo dico senza tanti giri di parole è che non fare nulla, come stiamo facendo (loro lo chiamano “inazione”) ha un costo molto superiore rispetto agli investimenti necessari per adattarsi. Noi siamo un hotspot climatico e questo cagionerà aree di grande sofferenza (la Pianura Padana ad esempio) e perdite di PIL che potrebbero variare fra il 1,6% al 6%. Quindi continuiamo pure a farci fomentare dalle gare di nuoto e di mezza maratona di politici, continuiamo ad indignarci per temptesciòn ailand, ma poi i cetrioli saranno di tutti. Questo perché i danni economici cresceranno progressivamente colpendo i i settori più vulnerabili che sono agricoltura, salute pubblica, infrastrutture, disponibilità idrica, energia, turismo. Il Sud Italia è l’area più esposta a causa di temperature più elevate, maggiore frequenza delle siccità, minore disponibilità d’acqua (e se continua così ce ne accorgeremo presto) che porterà ad un calo radicale della produttività agricola. Inutile raccontare che crescono gli eventi estremi, nonostante i divoratori di pattume coccolati dalla politica continuino a fare rumore anche di fronte alle peggiori evidenze. Il rapporto evidenzia un aumento di quei 4 fattori che io chiamo “i 4 cavalieri dell’apocalisse” (aiutati dal 5° fattore che è la disinformazione). Ve li ricordo: ondate di calore; alluvioni; incendi; siccità. Questi eventi comportano costi diretti (danni materiali) e indiretti (perdita di produzione, aumento della spesa sanitaria, riduzione della produttività). Ma dai, vuoi mettere con chi guiderà la nazionale? L’adattamento, nonostante i subumani di cui sopra, conviene economicamente a tutti. Uno dei messaggi più forti del documento infatti, è che investire oggi in adattamento produce benefici economici futuri. Tra gli interventi più importanti sono ricordati la gestione della risorsa idrica, la protezione del territorio, le infrastrutture resilienti, i sistemi di allerta, la pianificazione urbana (andatevi a vedere come hanno fatto il piazzale di fronte a Termini) e la protezione delle aree costiere. Gli autori sottolineano che l’adattamento, da solo, non è sufficiente. Se il riscaldamento globale continuerà ad aumentare, alcuni danni diventeranno impossibili da evitare. Per questo ribadiscono l’importanza della riduzione delle emissioni. Ecco. Provate a dirlo alla politica. E le supercazzole fioccheranno come la grandine a San Benedetto di due giorni fa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ondate di calore, alluvioni; incendi e siccità. Chi allenerà la nazionale? proviene da Comune-info.
July 24, 2026
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La pace che non si equilibra
-------------------------------------------------------------------------------- Protesta del movimento israeliano Mesarvot fuori da un carcere militare a sostegno dei refusnekis, i giovani che rifiutano il servizio militare (Photo by jessflom, dalla pag. Instagram di Mesarvot) -------------------------------------------------------------------------------- Nel suo intervento su La Stampa (Perché serve anche la forza per salvare la pace), Vito Mancuso costruisce un’architettura argomentativa elegante e, in apparenza, ineccepibile: l’etica sarebbe sempre somma di due addendi, valori e situazione reale, e ogni discorso sulla pace che non tenga conto del secondo termine scadrebbe in “utopico idealismo”. Da qui discende la tesi centrale: il disarmo unilaterale è pericoloso, la pace vera è necessariamente “armata”, e il titolo del libro di Leone XIV – Disarmata e disarmante – esprimerebbe un’aspirazione bella ma insostenibile. I miei maestri mi hanno regalato degli occhiali che faticano a vedere le cose come le vede Mancuso. Mi mostrano che l’intera sua costruzione non regge – non perché si ignori la realtà storica, ma perché la si legge diversamente: il “realismo” di Mancuso non è affatto neutrale, è una precisa scelta ideologica travestita da dato di fatto. La formula stessa è il problema Mancuso parte da un’equazione: etica uguale valori più situazione reale. È una formula seducente perché sembra equilibrata, sembra dire “né moralismo né cinismo”. Ma è proprio questo bilanciamento a essere sospetto. Il valore – la vita umana, il rifiuto di uccidere – non può essere mediato da un secondo termine, per quanto “reale”: la coscienza ha un primato che non si negozia con le circostanze. Se il valore è vero, resta vero anche quando il mondo intorno non lo rispetta. Diversamente, ogni potere della storia, compresi i più sanguinari, ha sempre giustificato le proprie guerre proprio invocando “la situazione reale”, “la necessità”, “la minaccia concreta”. Il realismo etico di Mancuso, visto così, non è un correttivo dell’idealismo: è la struttura logica con cui la ragion di Stato ha sempre zittito la coscienza. Un realismo vecchio Bisogna spostare l’attacco su un altro piano. Con l’arrivo dell’arma nucleare e con l’interdipendenza globale, la vecchia opposizione fra “idealisti disarmati” e “realisti armati” è diventata essa stessa irreale. Chi continua a pensare per Stati-nazione che si armano gli uni contro gli altri non sta descrivendo la realtà con più accuratezza: sta semplicemente applicando categorie ottocentesche a un mondo che quelle categorie ha già superato. La vera analisi realistica della situazione contemporanea – pandemie, crisi climatica, interconnessione economica, armamenti capaci di autodistruzione reciproca – mostra che la corsa al riarmo non produce sicurezza ma escalation. In questo senso l’accusa di Mancuso si capovolge: non è il papa l’idealista e Mancuso il realista, ma il contrario. L’utopia della pace non è un supplemento nobile da “nutrire” accanto al realismo, come scrive Mancuso in chiusura, quasi fosse un abbellimento: è essa stessa, oggi, l’unica forma corretta di realismo. L’errore di categoria: pace “armata” contro pace “disarmata” C’è qualcosa da dire sulla stessa architettura concettuale dell’articolo. Mancuso costruisce una polarità: da una parte la pace disarmata (bella ma velleitaria), dall’altra la pace armata (concreta e responsabile), e nel finale le fonde in un ossimoro – “pace armata, e proprio per questo disarmante”. Questa polarità è già un errore categoriale. La nonviolenza non è l’assenza di forza: è una forza di segno diverso, positiva, che agisce attraverso l’obiezione, la disobbedienza civile, l’organizzazione dal basso, la pressione morale e politica. Non si tratta quindi di scegliere fra “avere armi” e “non avere nulla”, come suggerisce implicitamente lo schema di Mancuso. C’è una terza via che l’articolo non contempla nemmeno come ipotesi. Anche gli esempi storici usati da Mancuso – la Svezia che si arma dopo due secoli di pace, la Svizzera mai invasa da Hitler per timore della guerriglia popolare – dimostrano al massimo l’efficacia della deterrenza, non la costruzione della pace. Sono casi di guerra evitata, non di pace edificata. Confondere le due cose è precisamente l’operazione retorica che permette a Mancuso di trasformare due eccezioni fortunate in una legge generale. La realtà come “dato di natura”: l’obiezione più radicale Il punto più profondo riguarda una frase quasi di passaggio nell’articolo: la guerra sarebbe “condizione permanente dell’umanità”, “verità scomoda, purtroppo innegabile”. È qui che si annida l’errore decisivo. Presentare la guerra come dato antropologico stabile – come se fosse iscritta nella natura umana quanto la fame o il sonno – è un’operazione retorica, non una constatazione. Serve a rendere immodificabile ciò che in realtà è un ordine storico, costruito da rapporti di potere, economie degli armamenti, culture nazionali: e proprio perché costruito, è trasformabile. Chiamare “natura” ciò che è “storia” è il modo classico con cui si disinnesca ogni tentativo di cambiamento: se la guerra è natura, resta solo da gestirla meglio (pace armata); se la guerra è storia, va invece rifiutata radicalmente e sostituita con pratiche costruttive di pace. Sull’uso dei testimoni e delle figure citate Mancuso cita Teresio Olivelli, ucciso per la resistenza armata, accanto ai testimoni di pace ricordati dal papa, quasi a suggerire un’equivalenza morale fra chi ha impugnato le armi e chi ha scelto la nonviolenza. Ma il gesto del singolo che rischia la vita per un ideale e la pretesa che lo Stato debba armarsi in nome di quello stesso ideale sono piani diversi, e confonderli – trasformare l’eroismo individuale in giustificazione della politica di riarmo nazionale – è un salto logico non innocente. Il vero bersaglio polemico di questa riflessione non è l’affermazione che le armi esistano, servano, a volte proteggano: nessuno lo negherebbe ingenuamente. Il bersaglio è l’idea che il “realismo” sia una posizione neutra, tecnica, priva di ideologia, mentre chi parla di disarmo starebbe semplicemente sognando. Bisogna rovesciare l’accusa: è ingenuo credere che l’equilibrio del terrore sia pace; è ingenuo scambiare la deterrenza riuscita per un modello universale; è ingenuo, soprattutto, presentare come legge di natura un ordine che è invece frutto di scelte storiche precise, e dunque reversibili. La vera “pace disarmante” non è un ossimoro sofisticato da riservare al finale di un editoriale, ma il nome della sola strada che vale la pena percorrere per intero – non come supplemento estetico al realismo delle armi, ma come sua alternativa reale -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PAOLO CACCIARI: > Rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La pace che non si equilibra proviene da Comune-info.
July 24, 2026
Comune-info
Ogni istante
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Leonardo Basso su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Ho imparato una nuova parola araba: “Tahrir” l’ho sentita molte volte sempre in riferimento alla nota piazza del Cairo in Egitto, teatro delle primavere arabe tristemente represse. La parola significa “Liberazione” ma il suo secondo significato me lo ha spiegato bene la curatrice di un bel libro: Ogni istante è una vita uscito nel mese di giugno 2026 per Fazi. L’editor del libro Huzama Abahieb a pagina 29 scrive: “La parola Tahrir (liberazione) è un termine sorprendente: racchiude due significati ugualmente inspiranti. Il primo riguarda la libertà e la liberazione: l’emancipazione, lo scioglimento, l’emancipazione, la scarcerazione, la rottura delle catene in senso materiale e simbolico. Il secondo riguarda l’editing dei testi scritti in tutte le loro forme, a partire dall’ambito letterario: la correzione degli errori linguistici, grammaticali e strutturali, il miglioramento della prosa e della sua forza narrativa. I due significati si incontrano. Liberare un testo è una forma di liberazione dalle costrizioni che impediscono al pensiero e al senso di arrivare, affinché possano spiccare il volo in spazi espressivi più ampi…”. Ogni istante è una vita è un libro di racconti che affidano alla parola scritta la testimonianza del genocidio. Sono vite attraversate da una quotidianità di dolore che scuote corpi e menti. Il libro è nato dal progetto della scrittrice palestinese Susan Abulhawa, conosciuta per il suo Un giorno a Jenin, che nel 2024 si è recata a Gaza due volte e ha organizzato un corso di scrittura da cui sono stati estratti 18 racconti a opera dei partecipanti. Il libro riporta le fotografie e le biografie delle autrici e degli autori ed è impressionante leggere il loro grado di scolarizzazione universitaria e le loro professioni. Bella anche la copertina con la stilizzazione di un pennino per scrivere che diventa aquilone. La scrittrice Susan Abulhawa vive a New York, e le sue prese di posizione appaiono radicali e suscitano dibatti molto accesi. Tra questi le sue critiche al libro di grande successo Apeirogon, opera di Colum Mc Cann, un romanzo in cui si racconta di due genitori, uno arabo e l’altro palestinese, che decidono di usare “la potenza del loro dolore come arma” incontrandosi e dialogando per creare poi l’associazione Parents Circle Family Forum. Si tratta di di Rami Elhanan, il padre di Smadar e Bassam Aramim, il padre di Abir che girano il mondo portando la loro storia. Su Doppiozero Daniela Gross ne scrive così: “Apeirogon è il genere di libro che si ama o si detesta. La critica si è divisa fra chi lo considera un libro destinato a cambiare il mondo; chi lo accusa di oscurità, lentezza e sentenziosità; chi nella costruzione per frammenti ravvisa la morte del romanzo e chi, viceversa, il suo futuro. Il New York Times l’ha distrutto in una recensione e in un’altra l’ha incensato. Quanto a me, l’ho letto un anno fa in inglese e da allora non ha smesso di lavorarmi dentro“ (fonte). Anche io ho letto il libro e mi era piaciuto molto, non solo per la tematica della riconciliazione ma anche per la forma della scrittura. Susan Abulhawa affida a Al Jazeera la sua critica, poi ripresa dal sito Zeitun. Stronca il libro definendolo colonialista perché mette in scena un “dialogo tra pari” quando invece la disparità tra l’aggressore e l’aggredito è abissale. La sua critica partì dalla preoccupazione suscitata dal fatto che il regista Steven Spielberg ne comprò subito i diritti per farne un film. La stroncatura di Susan inizia proprio con la preoccupazione che il film diventi un nuovo colossal tipo “Exodus” che mistificò la questione ebraica. Così le sue parole: “Il risultato fu Exodus, un best seller che diventò un blockbuster nelle sale. Narra una storia vera (una nave che trasportava rifugiati ebrei diretta in Palestina) che fu all’origine di un mito costruito ad arte – una terra senza popolo per un popolo senza terra – che serviva a metter in ombra i custodi indigeni di quella terra. Era il romantico lieto fine di cui l’Europa aveva bisogno dopo il genocidio della propria popolazione ebrea. Milioni di persone se lo sono bevuto e l’hanno accettato come verità assoluta, per giunta con l’autorità della Bibbia. Ma era una bugia, come adesso tutti sanno”. Conclude dicendo: “Io non conosco McCann, anche se sospetto che abbia scritto il suo libro con un senso di solidarietà e il desiderio di promuovere il “dialogo”. Ma è possibile fare grandi danni avendo le più nobili intenzioni. La retorica del dialogo può essere attraente, l’idea che parlare per trovare un’umanità comune sia tutto quello che ci vuole per smantellare il razzismo strutturale e le nozioni di supremazia etnocentrica. Può trasformare ogni tipo di persona, persino le vittime stesse, in persone che contribuiscono a diffondere l’ingiustizia. Come ben sanno i palestinesi, avendo fatto proprio questo per quasi trent’anni, dialogo e negoziati hanno sempre favorito i potenti”. Dopo avere letto la sua critica mi sono posto innumerevoli domande e ora ho molti dubbi nella mia testa e per questi ringrazio Susan. Questo il link all’intervista completa. > Apeirogon: un altro passo falso colonialista dell’editoria commerciale Anche questo suo ultimo libro: Ogni istante è una vita, pubblicato ora in Italia ha suscitato polemiche aspre. La più famosa è quella col neosindaco di New York Zohran Mandani che a seguito dell’attacco mediatico alla moglie Rama Duwaji accusa Susan Abulhawa di antisemitismo. Ecco l’inizio dell’articolo: “La storia è andata più o meno così. Rama ha illustrato un saggio che ho scritto, e quindi deve essere un’antisemita semplicemente per questa vicinanza professionale a me, pur essendoci almeno tre gradi di separazione tra noi. Il sindaco Mamdani ha poi tenuto una conferenza stampa in cui mi ha accusata usando aggettivi come “riprovevole”…”. Ne parla dettagliatamente l’articolo di Invictapalestina del marzo 2026 che traduce il video allegato. Il racconto che ha causato il dibattito incriminato è il quarto del libro, quello scritto da Diana Sleih, giovane studentessa universitaria. Un racconto che in italiano porta il titolo “La schiuma della strada” narra in maniera toccante la questione dei servizi igienici nelle tendopoli di Gaza. L’ho trovato bellissimo. La difesa di Susan, del suo lavoro, è come sempre radicale, lucida e determinata (vi invito a leggere il link e vedere il video su invictapalestina.org). Queste le parole conclusive e cordiali, non senza moniti, restituite a Mandani: “Infine, e a parte, voglio congratularmi con lei per il lavoro svolto e che continua a portare avanti per le famiglie lavoratrici di New York. Ho osservato con ammirazione come ha messo in evidenza il ruolo dei lavoratori municipali come eroi di ogni tempesta di neve. Come ha ripensato l’assistenza all’infanzia come un diritto per ogni famiglia che lavora e come una responsabilità sociale per tutti. Queste sono cose degne di rispetto e ammirazione. Ma nel caso che mi riguarda, lei ha sbagliato. Ha ceduto alle forze che cercano di indebolirla, di denigrare la sua talentuosa e bellissima moglie e il suo lavoro, affondando sempre di più i loro artigli ad ogni sua scusa o concessione. Se non sta attento, le svuoteranno l’anima prima ancora che se ne renda conto. Le auguro ogni bene, signor Mamdani”. Comune ospita ogni giorno diversi articoli: c’è da augurare a tutti gli scrittori e giornalisti che collaborano di continuare a cercare, come fa Susan Abulhawa, le parole giuste per arricchire e liberare il pensiero. Ogni istante è una vita, quindi buon Tahrir a tutte e tutti. -------------------------------------------------------------------------------- Qui una presentazione del libro Ogni istante è una vita. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ogni istante proviene da Comune-info.
July 23, 2026
Comune-info
Liberi di muoversi
-------------------------------------------------------------------------------- Una striscia del fumetto Indomabile dedicata alla Piazza del mondo che nasce ogni giorno a Trieste -------------------------------------------------------------------------------- Non abituarsi alle politiche di controllo, paura e securitarismo e alla loro capacità di produrre violenza e esclusione richiede un grande e costante esercizio di lucida resistenza. Lo racconta a modo suo anche il fumetto Indomabile edito da Cronache ribelli – con testi e inchieste di Valerio Nicolosi, sceneggiatura e disegni di Maria Chiara Gianolla – in cui si intrecciano le vicende di una famiglia curdo-siriana in viaggio lungo la rotta balcanica e quelle di un orso ribelle. Abbiamo rivolto qualche domanda a Maria Chiara Gianolla. Possiamo dire che il tema di fondo di Indomabile è la libertà di movimento? In cosa consiste per te questa libertà? Si, sicuramente e questa libertà é prima di tutto una condizione interna: essere liberi di muoversi tra tutte le dimensioni di sé fino a riconoscere la propria natura per poi rivendicare il diritto di esistere e di vivere in conformità ad essa. In alcuni casi a questo movimento interno corrisponde un movimento esterno se il paese in cui si vive non consente di vivere nel pieno rispetto di sé e della qualità della propria vita.  Il fumetto affronta in modo originale i temi delle politiche securitarie ma suggerisce anche alcune vie di fuga. Puoi indicarcene alcune? Intanto già parlare e costruire occasioni di riflessione su questi temi mi pare già un atto rivoluzionario. Nello specifico, il fumetto suggerisce la fuga non come un atto vile, ma come la possibilità di aprire varchi e di immaginare nuove prospettive. Non sempre le fughe consentono di raggiungere fisicamente le mete ambite, ma di certo rappresentano delle possibilità e fino a che abbiamo delle possibilità non siamo sconfitti. Nessuna gabbia é tanto stretta da imprigionare l’immaginazione. La mia generazione è cresciuta con il motto di Genova 2001 “un altro mondo è possibile” e in quella possibilità c’è la più forte opposizione all’approccio securitario.  Nelle presentazioni del libro cosa emerge? Quali sono i temi di cui c’è voglia di discutere? Antispecismo, ecologia, biopolitica, diritti… e una forte critica verso quei sistemi di potere che, dal positivismo in poi, hanno cercato di sottomettere la dimensione naturale a una dimensione artificiale e politica di stampo coloniale e suprematista. Dal 2019 sulle pagine di Comune, Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir raccontano chi sono i migranti della cosiddetta Rotta Balcanica e cosa accade ogni giorno nella piazza di Trieste dove alcune persone li incontrano. Descrivono spesso un gesto di cura profondamente politico, la lavanda dei piedi di chi ha spesso percorso migliaia di chilometri, un gesto concreto ma anche simbolico. Per loro è l’apertura di un varco, qualcosa che mostra una possibilità nuova… Cosa ne pensi? Ho conosciuto quella realtà da vicino e ho colto immediatamente il forte valore simbolico del gesto a cui corrisponde il più concreto atto di coraggio e di cura, nella storia dell’umanità del resto i simboli sono sempre strettamente collegati al reale. Le polizie di frontiera, legali o illegali, sottraggono tutto ai migranti per impedire il loro cammino, non possono però sottrarre loro i piedi: curarli significa consentire a queste persone, ancora una volta, di rimettersi in viaggio e di sentire l’amore di un’umanità che, per fortuna, esiste ancora. È un’iniezione di forza e di fiducia, un antidoto contro la violenza che subiscono.  Il libro ha legato testi e inchieste di Valerio Nicolosi con sceneggiatura e disegni da te curati: come avete lavorato? Lo abbiamo costruito insieme, passo passo. L’idea di unire le due storie è stata di Valerio. Abbiamo messo in fila i fatti, costruito uno Storyboard accurato, lui mi ha fornito molto del suo materiale documentario e i testi, frutto delle sue inchieste e interviste sul campo, così ho potuto procedere autonomamente nella costruzione dello storytelling e dei disegni. L’escamotage narrativo della nonna e della nipote é invece mio: un omaggio alla mia nonna friulana che fin da piccola mi ha insegnato a rispettare il bosco e al mio cane, a cui ho dedicato il fumetto, che mi ha insegnato ad attraversarlo.  -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Liberi di muoversi proviene da Comune-info.
July 23, 2026
Comune-info
Che sia libero prima che sia troppo tardi
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 18 luglio. Foto Sanitari per Gaza -------------------------------------------------------------------------------- Il dottor Hussam Abu Safiya, arrestato il 27 dicembre 2024, dopo ripetuti attacchi all’ospedale Kamal Adwan, l’ultimo rimasto funzionante nel nord di Gaza prima della distruzione totale, dove lavorava come pediatra e direttore, è in pericolo di vita. Sabato 18 luglio a Roma si è svolto l’ultimo di una serie di presidi (e ce ne saranno ancora) promosso dalla rete dei Sanitari per Gaza, Assopace Palestina, Libere Cittadine per la Palestina e #Digiunogaza, che hanno dato seguito all’appello internazionale lanciato da Doctors against genocide e dalla Croce Rossa Internazionale che chiedono urgentemente, insieme alle numerose mobilitazioni di questi giorni, la liberazione del dottor Abu Safyia e di tutti i prigionieri palestinesi detenuti illegalmente nelle carceri israeliane. Come riferisce Amnesty International (qui) Il dottor Abu Safyia è detenuto senza incriminazione né processo in base alla cosiddetta “Legge sui combattenti illegali”, una normativa che autorizza l’esercito a emettere ordini di detenzione rinnovabili indefinitamente nei confronti di chiunque sia sospettato di costituire una minaccia per la sicurezza dello stato o di essere coinvolto in attività ostili, sulla base di prove segrete e senza l’obbligo di presentare un atto d’accusa. Abu Safiya è detenuto nel centro di detenzione di Rakevet, una sezione sotterranea situata sotto il complesso carcerario di Ayalon, dove i detenuti provenienti dalla Striscia di Gaza sono sottoposti a torture e a trattamenti disumani. Il centro è stato riaperto durante il genocidio, dopo essere stato chiuso nel 1985 proprio a causa delle sue condizioni disumane. Il 16 giugno 2026 la Corte suprema israeliana ha respinto il ricorso presentato dal dottor Safiya contro la sua detenzione, confermandola almeno fino a ottobre 2026. Israele impedisce al Comitato internazionale della Croce Rossa di visitare le persone palestinesi detenute e imprigionate dall’ottobre 2023. Il 2 luglio l’avvocato Nasser Odeh dell’associazione Physicians for Human Rights Israel ha visitato Abu Safyia e ha riferito di aver visto lividi recenti e segni di tortura sulla testa e su tutto il corpo del dottore al punto da renderlo quai irriconoscibile. Il medico si è presentato all’incontro con mani e piedi incatenati. Nella sua drammatica testimonianza l’avvocato lo ha descritto come estremamente debilitato e sul punto di perdere conoscenza. Come già hanno confermato i Sanitari per Gaza nell’incontro di cui abbiamo scritto (qui), l’avvocato Odeh ha riferito che il dottor Safiya gli ha detto: “Questa è l’ultima volta che mi vedrai… Mi hanno portato qui per uccidermi”. Secondo quanto riferito dall’avvocato, dopo il trasferimento nel famigerato centro di detenzione di Rakevet, il medico è stato sottoposto quotidianamente a percosse, minacce e ad altre forme di violenza, non ha accesso alle cure mediche e le quantità di cibo sono misere. Abu Safiya ha perso una significativa quantità di peso, circa 40 chili. Erika Guevara Rosas, direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty International. ha detto che “i dettagli che stanno emergendo sul peggioramento delle condizioni di detenzione del dottor Hussam Abu Safiya sono davvero agghiaccianti. È inaccettabile che un pediatra, che ha dedicato la propria vita a salvare quella degli altri nella Striscia di Gaza occupata, sia sottoposto a torture e maltrattamenti, compresi gravi abusi fisici e psicologici e un prolungato isolamento, mentre viene detenuto senza alcuna giustificazione… Queste condotte rientrano tra gli elementi che caratterizzano il genocidio in corso commesso da Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Le semplici espressioni di preoccupazione rappresentano ormai poco più di un cinico alibi per giustificare l’inazione degli stati di fronte alla sistematica distruzione dei diritti umani della popolazione palestinese” e, aggiungiamo, allo sterminio di giornalisti, reporter e di chiunque testimonia le atrocità compiute dall’IDF su ordine del governo di Netanyhau. Le più importanti organizzazioni sanitarie internazionali, come People Health Movement, Doctors for Gaza e Health Advisory Council of The Jewish Voice for Peace, chiedono che l’Israeli Medical Association (IMA) sia sospesa dalla World Medical Association (WMA) per non aver denunciato il genocidio dei palestinesi, la distruzione delle strutture sanitarie, le torture e le uccisioni degli operatori sanitari a Gaza. Un articolo del 16 giugno della prestigiosa rivista scientifica The Lancet, (qui) riporta le parole di Leslie London, professore emerito di Sanità Pubblica all’Università di Cape Town, secondo il quale “l’IMA è collusa negli indicibili trattamenti riservati ai palestinesi nel corso della guerra. Non c’è alcun riconoscimento dell’evidenza che i soccorsi e il personale sanitario a Gaza siano stati bersagli, né delle crudeli, inumane e degradanti condizioni dei detenuti palestinesi nelle prigioni israeliane. Mentre i gazawi sono affamati, privati dell’acqua e di cure mediche, l’IMA rimane silente”. Benchè l’IMA abbia sostenuto che le accuse contro di lei sono menzogne e che la petizione è un pericoloso precedente che confonde il governo del paese con le sue associazioni sanitarie, Derek Summerfield, ricercatore-senior al King’s College di Londra che l’ha firmata insieme ad altre 1150 associazioni e operatori sanitari dice che “l’IMA ha rotto ogni regola della World Medical Association”. Nell’ottobre 2025 South African Medical Association ha sospeso i legami con l’IMA e ne ha richiesto la sospensione dalla WMA per la sua condotta “nel contesto degli obblighi etico-sanitari e umanitari internazionali”. Come ha ribadito giorni fa a Radio Onda d’Urto Vittorio Infante, psichiatra e psicoterapeuta all’Università di Roma “Tor Vergata”, attivo nei Sanitari per Gaza, più di 1.700 operatori sanitari sono stati trucidati e la sanità a Gaza è al collasso, essendo stati distrutti tutti i 36 presidi sanitari nella Striscia. In Cisgiordania la situazione non è migliore. Paola Prestigiacomo (Sanitari per Gaza), coordinatrice infermieristica e strumentista di sala operatoria ci dice che “in Cisgiordania hanno paura che succeda quello che succede a Gaza, con la polizia israeliana che è complice dei coloni. L’arresto che c’è stato a novembre di Luisa Morgantini, Michael e Hassan Selmi ha dimostrato il clima di terrore in cui vivono i villaggi. Sono stati fermati a Masafer Yatta ed è stato detto loro che quella era una zona militare ma non lo era; uno dei coloni ha cominciato a insultarli. Hanno chiamato la polizia che ha intimato di andarsene e Luisa ha detto loro a brutto muso che quella non era zona militare. L’hanno presa – una persona di 85 anni – portata in commissariato e interrogata”. “Per questo – continua Paola- sono importanti le mobilitazioni di questi giorni, perché se uno stato riconosce che c’è genocidio, ci sono degli obblighi da parte di quello stato sia economici sia imperativi per impedire il genocidio, riparare e pagare i danni di guerra, invece i nostri governi sono complici. Israele è stato sanzionato 150 volte ma non ha firmato lo Statuto di Roma e non ha neanche confini delimitati”. Le azioni di sostegno e le mobilitazioni dei Sanitari per Gaza e di altre reti sono essenziali. “La nostra ‘mission’ per Gaza e per la Cisgiordania è che là c’è una violazione chiara dei diritti umani e dei diritti di salute delle persone. É questo che ci unisce. Noi lavoriamo h 24, ma a rotazione tu vedi turnisti in piazza, medici e operatori e operatrici che, dopo aver fatto turni massacranti, sono ai presidi sotto il sole a 40 gradi…E ci sono tante e tanti attivi nelle retrovie”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che sia libero prima che sia troppo tardi proviene da Comune-info.
July 23, 2026
Comune-info
Sabir, la lingua del mare oltre i confini
-------------------------------------------------------------------------------- Torre Faro, Messina. Foto di Luca N su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- “Il mare prende, il mare dà” è un antico proverbio marinaio e un modo di dire popolare che esprime la doppia natura del mare: una risorsa generosa che offre nutrimento, vita e lavoro, ma anche un elemento imprevedibile e crudele capace di reclamare vite e distruggere. Il nostro mare Mediterraneo ce lo ricorda ogni giorno con le salme dei migranti che emergono lungo le coste, con i naufragi che ormai non fanno più notizia. Oggi purtroppo questo mare sembra essere solo fonte di dolore e rabbia. Eppure il Mediterraneo ha una storia antica e complessa, resa ancora più straordinaria grazie all’incontro tra culture, storie e popoli diversi, che ne hanno solcato le acque nei secoli. In particolare, tra l’XI e il XIX secolo, da Marsiglia a Istanbul, Tunisi e Algeri, Genova e Palermo, il Mare nostrum è stato il perno dell’intensa attività commerciale di marinai e pescatori, provenienti dalle coste di Europa, Asia ed Africa. Tra di loro non c’erano barriere e la comunicazione era facilitata da un idioma, il sabir, parlato in tutti i porti e sulle navi del Mar Mediterraneo. Noto anche come lingua franca mediterranea, il nome deriva dal termine sabir – sapere – poiché spesso le conversazioni iniziavano con espressioni come “saber”, cioè “saper fare”. Altri autori sostengono che il termine “sabir” sia stato recuperato dall’opera “Il Borghese gentiluomo” di Moliére, uno dei più importanti autori del teatro classico francese del XVII secolo. Nell’opera satirica, portata in scena per la prima volta nel 1670 alla corte di Re Luigi XIV, Molière fa pronunciare al muftì, un alto ufficiale della legge religiosa nei paesi musulmani, le parole “Se ti sabir; Ti respondir; Se non sabir; Tazir, tazir” ovvero “Se tu sai, rispondi. Se non sai, rimani in silenzio”. Era una lingua nata per dare ordini o per trattare, come testimoniano le frasi giunte fino a noi nei diari di viaggio o in altre opere letterarie (come il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes). Un altro esempio tipico di frase in Sabir riportata dalla storia è: “Anda, anda canaglia, anda a palazzo” (Vai, vai canaglia, vai a casa/lavoro). Una lingua nata per comunicare dicevamo, farsi capire di cui restano poche testimonianze scritte. Soltanto nel 1830, in Francia, fu pubblicato il “Dizionario della lingua franca o piccolo moresco” che ha recuperato molti termini del sabir, dotato di un frasario per la vita quotidiana di chi volesse lavorare e vivere vicino al mare. Nell’Ottocento però il suo vocabolario si è disperso ed è stato assorbito dai dialetti dei pescatori ma molti termini sono usati ancora oggi in Italia per indicare pesci, venti, parti delle imbarcazioni o contrattazioni commerciali. Parole nate dalla fusione di radici arabe, greche e ispaniche sono diventate, a tutti gli effetti, parole dialettali locali. Era una lingua di contatto che non apparteneva a nessuno ma che permetteva a tutti di intendersi, una lingua del mare “mediterraneus”, ovvero “in mezzo alle terre”, che ha rappresentato la culla della civiltà occidentale. Secondo gli studiosi di glottologia e linguistica, il sabir rappresenta una tra le più antiche e longeve lingue pidgin oggi conosciute, ovvero quei lessici sviluppati a partire dall’unione di influenze linguistiche differenti,in seguito a fenomeni di migrazioni, colonizzazioni e relazioni commerciali, come per esempio il pidgin nigeriano, il chinglish (cinese – inglese ) o il fanalago sudafricano. Il sabir non aveva una grammatica complessa che si adattava al contesto, seguiva il ritmo dei gesti e dei suoni. Il suo vocabolario era un mix linguistico delle sponde del Mediterraneo: 65-70% italiano, con fortissime influenze dei dialetti marinai dell’epoca, in particolare genovese e veneziano, poi spagnolo (10%), altra grande lingua commerciale e imperiale dell’epoca. A queste si aggiungono contaminazioni da arabo, catalano, greco, occitano, sardo, siciliano e turco. Come le onde del mare il sabir andava e veniva e ogni volta si modificava e si arricchiva: i marinai di Genova e Venezia portavano i propri dialetti nel Mediterraneo e al contempo rientravano a casa introducendo parole “ibridate” nei dialetti costieri locali. Il veneziano e il ligure hanno infatti assorbito e stabilizzato nel proprio lessico marittimo termini alterati dal sabir, legati alle manovre delle barche, ai venti e alle merci. Il siciliano invece ha fatto da ponte grazie alla posizione strategica nel Mediterraneo dell’isola. La parola siciliana patruni (padrone/comandante), è entrata nel sabir e si è evoluta fino a radicarsi persino nelle varianti costiere di Algeri e Tunisi. Scirocco deriva dall’arabo šulūq (vento del sud-est) e il sabir lo ha standardizzato rendendolo universale per tutti i marinai del Mediterraneo, superando le varianti locali. Ghibli, un termine libico-arabo passato attraverso il sabir per indicare il vento caldo del deserto, oggi è usato in molti gerghi costieri del Sud Italia; oppure bonaccia, unione della radice romanza (buono) con la semplificazione tipica del sabir per indicare la totale assenza di vento e il mare calmo. Nei dialetti siciliano e sardo (specialmente legati alla pesca del tonno e alle tonnare), il termine Rais / Raisi si usa ancora oggi per indicare il capo assoluto della pesca. Deriva direttamente dall’arabo ra’īs (capo/comandante), parola cardine del sabir per indicare il capitano della nave. L’elenco di parole in uso derivanti dal sabir oggi è ancora molto ricco e testimonia di un’epoca durata diversi secoli in cui il nostro mare era il centro di scambi non solo commerciali ma culturali che hanno superato le barriere linguistiche inventando una comunicazione semplice e diretta. Un Mediterraneo ombelico del mondo, culla di civiltà e sapienze ben lontano dall’immagine che sempre più si sta radicando nell’immaginario collettivo delle persone del nostro tempo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sabir, la lingua del mare oltre i confini proviene da Comune-info.
July 23, 2026
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La scuola Diaz è un luogo del futuro
-------------------------------------------------------------------------------- 19 luglio 2026, Genova. Foto di Paolo Palazzo (che ringraziamo), tratta dalla pag. fb di Elena Giuliani -------------------------------------------------------------------------------- Venticinque anni fa sono uscito da questa scuola in barella, umiliato e offeso potrei dire, e dopo tanto tempo sono di nuovo qui, in piedi, ancora offeso, perché lo stato in questi anni non è stato all’altezza della situazione e non ha avuto nemmeno la dignità e il coraggio di chiedere scusa, ma ho superato l’umiliazione, che è diventata consapevolezza e soprattutto voglia di fare, di pensare, di non essere come mi e ci volevano loro, cioè atterriti, impotenti, ridotti all’inerzia. Questo luogo, la scuola Diaz, è oggi un luogo della memoria, come piazza Alimonda, come la caserma di Bolzaneto, come il G8 di Genova nel suo insieme: non è ancora nella memoria di tutti gli italiani, ma è nella memoria di tutte le persone che non si rassegnano al mondo così com’è, delle persone che vogliono cambiare il mondo nella direzione della giustizia climatica e sociale e quindi lo stanno immaginando e anche costruendo. Perché la memoria serve a questo: a capire il presente, a immaginare il futuro, e intanto agire, costruire reti e anche spezzoni della società di domani. La scuola Diaz, in questo senso, è un luogo del futuro. Se siamo qui è perché siamo coscienti della storia che abbiamo alle spalle, di che cos’è stato davvero il G8 di Genova, e perché sappiamo che il nostro compito è politicizzare i nostri desideri, trasformarli in un desiderio collettivo e su questa base lottare per un mondo nuovo, un mondo che farà tesoro delle idee portate in piazza 25 anni fa. Questo è anche un luogo del dolore e della consapevolezza: un luogo in cui le persone, noi che dormivamo nella scuola, sono state ridotte a oggetti, umiliate e offese appunto, ed è per questo che in tutti noi, noi che abbiamo subito le violenze ma anche chiunque abbia compreso che cos’è stata l’irruzione alla Diaz, tutti noi abbiamo acuito, non perduto, l’empatia e l’attenzione per tutti quei casi nei quali le vite umane sono squalificate, ridotte a non-persone, a vite di scarto. Per questo la memoria della Diaz ci porta a indignarci e a chiedere non solo giustizia – quella dovrà arrivare nei tribunali – per Abderrahim Fakir, morto nelle mani della polizia due giorni fa a Bologna, come Federco Aldrovandi, Riccardo Magherini, George Floyd e troppi altri in passato. Noi da qui chiediamo alla polizia spiegazioni, e le vogliamo adesso, perché nel 2001 e negli anni seguenti le forze di polizia hanno dimostrato, nei loro vertici, d’essere incapaci di assumersi le proprie responsabilità e di rendere conto ai cittadini del proprio operato. Ora devono farlo. Non possono pensare di normalizzare queste pratiche, queste morti, così come hanno tentato di normalizzare le violenze istituzionali del 2001. La memoria della Diaz – l’attenzione alle “vite di scarto” di questa società sempre più violenta – ci fa essere vicini alla popolazione della Striscia di Gaza sottoposta a genocidio con la complicità delle democrazie occidentali, alle persone migranti che vengono lasciate morire in mare e ai confini dell’Europa, umiliate e offese ben più di noi. Chi ha riempito le piazze contro il genocidio nell’autunno scorso, chi è salpato con la Flotilla, chi soccorre in mare, chi aiuta le persone migranti a esercitare il diritto a muoversi nel mondo porta in sé la memoria della Diaz, del G8, la memoria di un movimento che ha rivendicato la giustizia globale, il disarmo, il diritto alla vita, la libertà di movimento. La memoria è utile perché ci aiuta a capire il presente e poiché viviamo anche noi in un mondo fatto di leggi, di elezioni, di governi e parlamenti, chiediamo che la lezione di Genova sia fatta propria da chi si candida a governare in futuro al posto della destra e quindi diciamo loro – dalla scuola Diaz – che occorre cambiare le leggi e anche cambiare registro. Devono impegnarsi, queste forze politiche, ad abrogare gli ultimi decreti sicurezza del governo Meloni, e anche buona parte di quelli precedenti, che hanno inutilmente e scioccamente limitato libertà e diritti; devono impegnarsi a introdurre l’obbligo per gli agenti di avere un codice di riconoscimento sulle divise; devono fare in modo che le polizie abbiano regole di condotta ben chiare, trasparenti, note a tutti e pensate per garantire la salute e l’incolumità dei cittadini in qualsiasi situazione si trovino, anche al momento del fermo e dell’arresto; devono prevedere la formazione degli agenti alle tecniche della nonviolenza, come chiedemmo inascolati più di vent’anni fa; devono lavorare perché in futuro le polizie siano disarmate nei servizi di ordine pubblico: la memoria di piazza Alimonda ce lo impone. Serve anche cambiare registro e dare un nuovo senso, anzi il vero senso, alla nozione di sicurezza. Non è vero che la sicurezza non è né di destra né di sinistra; la sicurezza della quale si parla nel discorso pubblico, la sicurezza armata, repressiva, basata sulla paura e sulla percezione di insicurezza senza dati statistici che la confortino, è di destra, è sempre stata di destra, anche quando è stata ed è praticata dalla sinistra; la nostra sicurezza è la sicurezza sociale, la sicurezza sul posto di lavoro, la sicurezza di avere una vita almeno dignitosa: questa è la sicurezza che dobbiamo perseguire se vogliamo essere degni della Costituzione e di chi la scrisse. Un’ultima cosa, la più importante, con la quale vorrei non celebrare ma dare un senso ai miei 25 anni di sopravvissuto all’irruzione alla scuola Diaz, per usare la definizione di Mark Covell, “survivors”. In tutti questi anni Io non ho mai dimenticato, neanche per un minuto, che cosa facevo qui. Ero a Genova perché avevo letto i comunicati e i testi dell’Ezln e del subcomandante Marcos, perché ero stato al primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre, perché sentivo che un movimento pieno di competenza, di slancio, di creatività stava conquistando i pensieri e i desideri di tanta gente, di sempre più gente, e stava lavorando per rendere possibile la trasformazione di questo mondo verso la giustizia sociale. Se ne sono accorti anche nei palazzi del potere, si sono spaventati e hanno agito di conseguenza, con la violenza e con il preciso intento di criminalizzarci. Ma non mi hanno e non ci hanno cambiati: continuiamo a lottare per un mondo di giustizia, di conciliazione con Madre Terra, per un mondo disarmato e nel quale chiunque possa muoversi liberamente, perché il movimento fa parte della natura umana. Ci dicono che è impossibile, che è un’illusione, che nulla può essere davvero cambiato, ma noi sappiamo, perché conosciamo la storia e la memoria dei movimenti sociali, che questo non è vero. La storia è fatta di sorprese, di imprevisti e di rivoluzioni. Alla scuola Diaz ci hanno umiliati e offesi ma non ci hanno cambiati e perciò questa scuola è un luogo della memoria non solo per noi che abbiamo subito le violenze, o per chi partecipò alle giornate del luglio 2001, ma anche per chi è venuto dopo: è un luogo nel quale il dolore si è trasformato in desiderio e in azione. Non siamo qui per fare le vittime; siamo qui ma per riprendere il filo del discorso e condividere, più che passare, il testimone: un altro mondo era e continua a essere possibile. La scuola Diaz è un luogo della memoria e un luogo del futuro. -------------------------------------------------------------------------------- . Testo dell’intervento alla fiaccolata promossa a Genova il 21 luglio 2026. L’ultimo libro di Lorenzo Guadagnucci è Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova (Altreconomia) . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La scuola Diaz è un luogo del futuro proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
Città etica e costituzione di cittadinanza
POSSIAMO PENSARE ALLA CITTÀ ROMPENDO LA GABBIA CON CUI ISTITUZIONI E GRANDI MEDIA LA RACCONTANO TRA PIL, SERVIZI OFFERTI, INDICI DI CRIMINALITÀ, DIGITALIZZAZIONE DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE? POSSIAMO AD ESEMPIO INDAGARLA PER LA SUA CAPACITÀ DI ESSERE STORICAMENTE UN LABORATORIO DI RELAZIONI ALTERNATIVE TRA CITTADINI? QUANDO HA SENSO UTILIZZARE L’ESPRESSIONE CITTÀ ETICA? “CIÒ CHE È IN GIOCO, DALLA SECESSIONE DEI PLEBEI ROMANI SULL’AVENTINO FINO AI NOSTRI GIORNI, È IL DIRITTO DI ESSERE SOGGETTI POLITICI… – SCRIVE STEFANO ROTA IN QUESTO ARTICOLO CHE INVITA A IMMAGINARE OGNI CITTÀ PRIMA DI TUTTO COME UN SISTEMA CON UNA SUA PROPRIA SPECIFICITÀ – L’ETICITÀ DI UNA CITTÀ SI MISURA NELLA SUA CAPACITÀ DI PROMUOVERE LA RICHIESTA DI VISIBILITÀ DI COLORO CHE NON HANNO VOCE…” Ex Asilo Filangieri di Napoli: quinta edizione del torneo “O’ Monastero” (luglio 2026). Non un semplice torneo di calcio, scrivono i promotori, ma una pratica pedagogica dei beni comuni nata dal basso, nel centro storico della città -------------------------------------------------------------------------------- Per affrontare il tema della città etica è necessario metterci nella posizione che ci consenta di immaginare ogni città come un sistema con una sua propria specificità. Ciò significa abbandonare l’uso di variabili, di cui sia stata stabilita a priori la validità, per la produzione di grafici in cui appaia il grado di una eticità preconfezionata, da mettere in relazione ora con la città x, ora con la y. Riteniamo, di fatto, che la miglior maniera di abbordare l’argomento sia muoverci lungo alcuni assi, per cercare lì le chiavi di lettura di cui abbiamo bisogno. Il primo potrebbe essere quello dell’analisi genealogica e sociologica della formazione della città e delle sue funzioni. Il secondo ci aiuterebbe ad analizzare la costituzione di relazioni tra soggetti, potere e strutture dal punto di vista politico-filosofico. Il terzo, infine, ci conduce all’analisi delle specializzazioni economiche e produttive che definiscono la posizione di una città rispetto al contesto in cui si inserisce, qualsiasi sia il livello geopolitico che si voglia considerare. Questi sono alcuni degli ambiti epistemologici in cui gli studiosi interrogano lo sviluppo delle città – per quanto riguarda il mondo occidentale – dal sorgere della civiltà classica greco-romana, passando per i secoli del Medioevo e per la costituzione delle città-Stato, fino, in età moderna, alla relazione tra città e Stati-nazione. La crisi della forma-Stato, nei decenni finali del XX secolo, ha spostato l’analisi verso la funzione degli agglomerati urbani nell’era e nello spazio della globalizzazione. Esplosa negli anni Novanta del secolo scorso, quest’ultima ha modificato l’aspetto esteriore e funzionale delle città, come racconta molto bene Saskia Sassen, producendo nuove divisioni e specializzazioni a livello globale. La messa in discussione di quel modello nel corso del secondo decennio del XXI secolo – così come delle istituzioni sovranazionali che l’hanno sostenuto – ha condotto alla riscoperta di forme diverse di statualità e sovranità, con impatti variabili sugli assetti sia soft che hard delle metropoli nelle differenti aree del globo. In questo lungo percorso, la città ha sempre svolto una funzione importante come luogo di definizione di strategie e politiche. Queste, in molti casi, eccedono e si contrappongono alle strutture giuridico-politiche delle entità che le contengono. È lì dove prende corpo con maggior chiarezza la funzione del laboratorio-città, per la sperimentazione di relazioni alternative tra cittadini, cittadinanza e amministrazione. L’interesse per la città era già entrato in una fase molto produttiva nel passaggio tra XIX e XX secolo. Le trasformazioni epocali del periodo richiedevano una attenzione particolare all’impatto sugli spazi urbani e al significato che assumeva il vivere in città. Un aumento di produttività che, arricchendosi sempre di nuovi approcci, arriva fino ai nostri giorni. L’industrializzazione e la deindustrializzazione, il colonialismo e il postcolonialismo, lo Stato-nazione e il villaggio globale, lo Stato del Welfare e quello del Workfare: in queste, come in altre fasi storiche, la città occidentale cambia forma e funzione. Allo stesso tempo, è attraversata da conflitti e mediazioni che riflettono la composizione della sua popolazione, che dal secondo dopoguerra cambia con un ritmo fino ad allora sconosciuto: migrazioni, in entrata e in uscita, interne e da/verso l’estero; l’ascensore sociale per alcuni, le nuove marginalità per altri; e nuove soggettività che irrompono sulla scena sociale, nuove culture e forme aggregative che richiedono spazi. È la città il primo contenitore di queste tendenze, riconducibili diretta o indirettamente alle trasformazioni dei flussi nei processi di valorizzazione del capitale e alle nuove composizioni e divisioni che ne derivano. Queste impongono strategie di uso degli spazi che impattano sulla popolazione che ci vive, producendo nuove forme di conflittualità e nuove “costituzioni di cittadinanza”. L’emergere e il consolidarsi del capitalismo algoritmico nell’ultimo decennio, come nuova configurazione dei processi produttivi e riproduttivi, porta con sé specializzazioni che cambiano la fisionomia delle aree urbane, sia centrali sia periferiche. Si creano nuovi modelli abitativi, lavorativi, di consumo e di offerta di servizi: da quelli socio-sanitari, a quelli educativi e culturali. Il welfare tende a restringere sempre più le proprie maglie, mentre il workfare si impone come riferimento di una struttura sociale dove il fallimento e la marginalità sono da addebitare alla negligenza dell’individuo. Lo spazio fisico ed esistenziale viene ridisegnato e gestito su queste basi. Non ha più senso parlare di precariato del lavoro, non solo perché il suo contrario non esiste quasi più in ampi ambiti lavorativi, ma anche, o soprattutto, perché i giovani non ce l’hanno nel loro orizzonte di senso. Il futuro, per come lo hanno inteso le generazioni nate fino agli anni Ottanta, ha smesso di essere qualcosa di traguardabile, sulla base di ciò che è la vita oggi. La policrisi che ci accompagna dalla pandemia da Covid-19 ha prodotto una mutazione dalla quale non si tornerà indietro. La città, nell’affrontare questo nuovo scenario, ricorre a strategie per la produzione di forme innovative di conoscenza e interazione col tessuto socio-antropologico che la sostiene. Sono strategie in larga parte riconducibili ai modelli che stanno plasmando le relazioni tra gli individui e tra questi e le istituzioni. Negli ultimi quindici anni, la più in voga fra queste strategie ha previsto la transizione verso la smart city, dove la digitalizzazione è vista come la soluzione, o semplificazione, di tutti i problemi, dall’accesso ai servizi, alla comunicazione con i cittadini e loro valorizzazione. A volte lo è, molte altre no, ma soprattutto porta con sé un elevato rischio di controllo indiscriminato sulla vita quotidiana, senza un adeguato monitoraggio dei dati raccolti. Con l’ingresso in campo dell’IA, la smart city sta lasciando il posto alla Generative City. Qui l’uso della tecnologia non si limita a conoscere e monitorare l’esistente, ma a progettare. Come questo nuovo orizzonte modificherà le condizioni di vita, e a beneficio di chi, non dovrebbe essere difficile da intuire, visto che la regia di questi sistemi resta saldamente in mano alla classe “vettoriale”, di cui parla McKenzie Wark. Molto probabilmente avrà un impatto sulle tecniche di governo di una popolazione cittadina sempre più composita e, per certi aspetti, sconosciuta. Contribuirà a ridefinire le “politiche dell’identità”, storicamente una strategia di classificazione e normalizzazione. Per politiche dell’identità si intende la produzione di “coerenze identitarie” fondate su pratiche di cristallizzazione, imposizione e induzione, “prodotte da uno Stato che può solo assegnare riconoscimento e diritti a soggetti totalizzati dalla particolarità che costituisce il loro status di ‘parte lesa’”. Non ha a che vedere con la negazione dell’individuo a parlare in forma antagonista, ma con l’includere la rivendicazione identitaria nel sistema di norme che ha creato quella stessa identità rivendicata. “La nostra agentività [agency] politica attraverso l’identità – scrive Asad Haider in Mistaken Identity – è esattamente ciò che ci fissa nello Stato, ciò che assicura il nostro continuo assoggettamento”. Interpellandoci come individui, le politiche dell’identità tendono a misconoscere le condizioni storicamente determinate che hanno consentito il sorgere delle relazioni sociali che quell’identità hanno costituito. L’individualizzazione del soggetto questionante fa sì che, strategicamente, “le politiche dell’identità [si definiscano] come la neutralizzazione dei movimenti contro l’oppressione razziale”, ma lo stesso vale per ogni altra forma di oppressione, come sostiene Judith Butler in Questioni di genere. Le lotte condotte all’interno dei suoi spazi, riconducibili a istanze di classi e interessi specifici, sono una componente essenziale della fisionomia che la città acquisisce nel corso della sua vita. Il conflitto è immanente al processo di costituzione e istituzionalizzazione del potere nella città. Ciò che è in gioco – dalla secessione dei plebei romani sull’Aventino fino ai nostri giorni – è il diritto di essere soggetti politici, oltre e a prescindere dalle politiche dell’identità che ci definiscono. Nuovi municipalismi Nella nostra visione, l’idea di città etica rappresenta un elemento importante per pensare il politico a partire dalla dimensione cittadina. A tal fine, si intende mettere in evidenza lo stretto legame tra etica e costituzione della cittadinanza. Quest’ultima rappresenta il significato attribuito da Étienne Balibar a politeia, nel suo saggio Cittadinanza. La politeia è “un processo storico costituente, o una formazione sociale e istituzionale”. Ciò che fa, in sintesi, è “formare e configurare il cittadino, titolare di agire politico” (p. 24). La crisi del rapporto storico tra politeia e Stato, che risale all’applicazione su larga scala della dottrina neoliberale negli anni Ottanta, ha prodotto molte riflessioni su possibili e nuove forme di cittadinanza. È alla dimensione globale, esplosa nell’ultimo decennio del secolo scorso, che ci si è in larga parte rivolti per definire una nuova fase della politeia. Ma quella dimensione, parte integrante dei cicli vitali e di crisi del capitale, ha cominciato ormai da oltre un decennio a presentare molti limiti. È dello stesso periodo la valorizzazione della municipalità come ambito privilegiato per la sperimentazione di politiche basate sull’idea di uso degli spazi e di gestione dei beni pubblici fruibili come beni comuni. Nel corso del secondo decennio del nuovo secolo, si afferma a livello europeo un’esperienza che va sotto il nome di nuovo municipalismo. Vengono eletti in Spagna, Francia e Italia sindaci che rappresentano un’idea nuova di città che trova sostegno teorico in un saggio di David Harvey del 2013, Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution’ [Città ribelli: dal diritto alla città alla rivoluzione urbana]. Di questa esperienza fanno parte Barcellona di Ana Colau e Napoli di Luigi De Magistris, due amministrazioni che marcano un punto di svolta nella storia della gestione delle aree metropolitane. Si dovranno attendere oltre dieci anni per vedere nell’elezione di un sindaco un elemento di così forte impatto, con la vittoria di Mamdani a New York. Queste esperienze, al di qua e al di là dell’Atlantico, presentano un elemento che, pur declinato in modalità diverse, può essere definito come la produzione di una diversa “partizione del sensibile”. Con questo termine, preso in prestito dal pensiero di Jacques Rancière, si intende il modo in cui in un contesto si distingue chi ha voce, visibilità e diritto di parola da chi non ce l’ha. L’irrompere di nuove voci e visibilità impone la negoziazione per una nuova partizione. Questo processo, per Rancière, rappresenta il vero senso della politica. L’eticità di una città si misura nella sua capacità di fare propria una “partizione del sensibile” che promuova la richiesta di visibilità di coloro che non hanno voce, che non hanno nome. È lì che la costituzione della cittadinanza raggiunge il suo compimento più elevato. Diventare visibili, udibili, nominabili significa vedere i propri atti di rivendicazione di cittadinanza riconosciuti come momenti di agentività politica. Ciò accade anche nei casi in cui le rivendicazioni non vengano accolte nel sistema di norme che governa le vite: il riconoscimento si realizza anche tramite lo stigma o l’esclusione. Questa è la funzione che svolgono le politiche dell’identità: chiunque deve essere interpellabile per mezzo di una definizione identitaria, anche i casi con un elevato potere conflittuale. Si può fare, a questo punto, una provvisoria sintesi di cosa si intende basicamente per città etica. Uno. È lo spazio, l’ecosistema, dove si produce una cittadinanza attivista, nel senso pieno di un agire politico che tende a ridefinire le posizioni e le priorità di chi ci vive; l’attivismo è sempre l’elemento centrale, il punto di partenza per la costituzione di una città come spazio etico; l’agire di un’amministrazione è la conseguenza di quell’attivismo, è azione determinata, non determinante; le esperienze di Napoli, Barcellona e New York sono scaturite dall’attivismo che le ha precedute e che le ha fatte progredire. Due. La città etica vive immersa nel processo di costituzione di cittadinanza. Ciò significa che, nella città etica, la cittadinanza non è considerata come una condizione giuridica acquisita e cristallizzata, ma piuttosto come un processo che modifica costantemente la relazione cittadino-città. Questo può riguardare tanto le disuguaglianze e le forme di discriminazione relative a settori specifici della popolazione, quanto la persistenza di problematiche che hanno un impatto diretto o indiretto su alcuni aspetti della vita collettiva. In alcuni casi, la cittadinanza attivista muove soggetti interessati da una condizione di marginalità legata a pratiche discriminatorie intersezionali di varia natura. È il caso del movimento Vida Justa a Lisbona e in altre città portoghesi, che unisce rivendicazioni per il diritto a una vita libera da razzismo, repressione e da carenze strutturali abitative e di reddito. In altri, interessa soggetti i cui “atti di cittadinanza” riguardano la rivendicazione del diritto di parola in processi con un elevato impatto sulla vita dei cittadini di un’area. L’associazione di quartiere AMA a Genova, che lotta da anni per l’assegnazione di immobili sottratti alla criminalità ad attività di pubblico interesse, ne rappresenta un esempio paradigmatico. Si tratta di contesti molto differenti. Nel primo caso, abbiamo un collettivo composto in larga parte da cittadini originari delle ex-colonie (soprattutto Cabo Verde). Una presenza postcoloniale, nel senso che si dà a quel movimento di “ritorsione coloniale” sui vecchi centri metropolitani, nel cuore dell’Europa, a partire dalle “ex-periferie” (di questo parlano diffusamente sia Sandro Mezzadra, sia Miguel Mellino). Nel secondo, un’associazione di base di un’area molto difficile di Genova propone quella strategia per contrastare il degrado crescente del quartiere e favorirne una ripresa dal punto di vista culturale, abitativo, socio-produttivo. Ciò che li unisce è la trasformazione di un collettivo in un soggetto politico, la cui agentività irrompe nei processi decisionali, rivendicando il diritto di parola sulle condizioni di vita dei quartieri in cui operano. Non esiste un’universalità della città etica Proprio a partire da tale differenza, è possibile cogliere un altro elemento che contribuisce a delineare la specificità di ogni città. Ogni città è, a tutti gli effetti, due entità distinte, sebbene sempre compresenti. Richard Sennett distingue tra coscienza e forma, che in francese si traducono rispettivamente in cité e ville. La prima è l’ambiente fatto di abitudini, idiomi, valori e norme relazionali di varia natura tra gruppi e individui: è la coscienza sociale, culturale e politica della città, la sua bios, se vogliamo, riprendendo Agamben, tracciare questo parallelo con la vita biologica. La seconda – che, proseguendo sulla stessa linea, riconduciamo alla zoé – è invece la struttura, con le sue geografie urbane, le scelte e le leggi in ambito economico, politico e amministrativo. Ogni città è, o può essere, profondamente diversa dalle altre, configurando così un ecosistema specifico che scaturisce dalle relazioni asimmetriche tra cité e ville. Per continuare con l’esempio di Genova e Lisbona, la condivisione della forma-porto tra le due città non ha impedito che solo in una, la prima, si sviluppasse un movimento enorme contro i traffici portuali di armi. I lavoratori del porto di Genova hanno sviluppato nell’ultimo secolo una forte coscienza internazionalista, che sta alla base delle mobilitazioni iniziate nel 2018 dal Collettivo Autonomo dei Lavoratori del Porto. Un tratto che non si riscontra con la stessa forza tra i portuali di Lisbona. Per contro, la massiccia presenza di cittadini provenienti da paesi terzi in entrambe le città non presenta le stesse caratteristiche di coscienza. Il movimento Vida Justa è fortemente radicato nella storia coloniale del Portogallo. I tratti che marcano la composizione della migrazione a Lisbona, con i segni indelebili lasciati da quel periodo, sono molto diversi da quelli che contraddistinguono lo stesso fenomeno a Genova o nel resto d’Italia, anche a parità di condizioni di vita. Vivere le stesse forme di oppressione e di carenze, quindi, non conduce a rivendicazioni di pari entità da parte del soggetto migrante. La condivisione tra città di elementi strutturali e/o valoriali produce, quindi, forme di agentività e priorità diverse, a seconda del modo con cui quegli elementi si articolano tra di loro. In questo senso, ogni città è un ecosistema a sé stante, dove le forze in campo producono combinazioni vettoriali che spingono in una direzione o in un’altra, verso atti di cittadinanza di un tipo, o di un altro. Qui l’idea di città etica si fa progetto politico nel senso pieno del termine. Non esiste un’universalità della città etica. Se la si cercasse, si otterrebbe come risultato l’esclusione – perché questa è la caratteristica dell’universale – di ciò che, per le più disparate ragioni, non rientra in quella concettualizzazione. Molto più produttivo delle assolutizzazioni universali è la comprensione degli “scarti”, delle distanze tra realtà, e degli atti di cittadinanza che lì si costituiscono. Lo scarto, come spiega François Jullien, non rappresenta una differenza, ma uno spazio. In quanto spazio aperto e non saturo di posizioni identitarie, vive di connessioni mobili e intercambiabili, perché non appartiene a nessuna delle realtà in gioco. Inteso in questo senso, lo scarto, lo spazio, acquisisce una funzione importante. Abbandonata l’idea di produrre un universale come riferimento, lo scarto offre la possibilità di pensare il “comune”. È in quello spazio dove si possono creare le condizioni affinché un atto di cittadinanza, un agire politico, incontri punti di sutura con altri. Il comune non è dato a priori: è il prodotto, o, se vogliamo, il “dono” (munus) delle connessioni. Va costruito nelle reti tra i lavori (worknet), più che nel lavoro delle reti (network), per usare la bella distinzione data da Bruno Latour. Data la natura del comune – contestualizzato, non predefinito – le connessioni sono aperte a qualunque nuova emergenza, arricchendo così il corpo vivo della città etica, che non smette mai di aggiornare il suo “sensibile”. Possiamo aggiungere una terza definizione di città etica a quelle già trovate in precedenza. Tre. La città etica si costituisce a partire da una rete di lavori che operano nello spazio tra le specificità che emergono e che danno vita al comune delle connessioni. Così facendo, la città etica diviene un progetto politico pieno e riproducibile. Il comune che vive di e in quegli spazi è un esempio di “ecologia politica”, nel senso che Rodrigo Nunes dà a questo concetto. In una ecologia politica “le componenti co-evolvono in modo contingente”, le azioni sono “distribuite” all’interno di una logica “rizomatica”. Le connessioni, quando non sono visibili, agiscono sottoterra, si espandono parallelamente al suolo, facendo sbocciare nuove azioni. Problematizzare le strategie che vogliono una città ora smart, ora generative, senza per questo demonizzarla a priori, passa per la collocazione al centro della politeia, della costituzione della cittadinanza, come un processo coestensivo con l’evoluzione della città e di chi la abita. I cambiamenti – di qualunque natura – che impattano sulla vita della città presuppongono una attenzione costante sulle nuove, senza scordare le vecchie, necessità; hanno bisogno di azioni che diano vita a forme organizzative adeguate, abbandonando quelle che hanno già fallito. È nello spirito attivista dei cittadini che risiede la possibilità di fare di una città un ecosistema etico, un progetto politico di corto, medio e lungo periodo, che ci faccia vivere già adesso il nostro futuro. -------------------------------------------------------------------------------- * Stefano Rota è ricercatore indipendente. Gestisce il blog “Transglobal“. Le sue più recenti pubblicazioni collettive sono La fabbrica del soggetto. Ilva 1958-Amazon 2021 (Sensibili alle foglie, 2023), e in G. Ferraro (a cura di), Altraparola. La figura di sé (Efesto Edizioni, 2024). Collabora occasionalmente con riviste online italiane e lusofone -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI CARLO CELLAMARE: > La città possibile -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ENZO SCANDURRA: > Quale futuro per le città? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Città etica e costituzione di cittadinanza proviene da Comune-info.
July 22, 2026
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