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Guardando il cielo negli occhi
“MENTRE LA MAMMA GIULIA STRAPPA CON MAESTRIA LE LENZUOLA, I FIGLIOLI INIZIANO A SCRIVERE I NOMI… NUR, LA LUCE, TRE ANNI… ZAMZAM COME LE ACQUE PRIMORDIALI… SABR, DUE ANNI, LA PAZIENZA… MI FERMO OGNI TANTO PER PARLARE CON IL FIGLIOLO CHE MI CHIEDE SE L’ARABO SIA DIFFICILE, O CON LA MAMMA CHE RACCONTA DI COME HA SCOPERTO IL NOSTRO GIARDINO… O CON GLI INSEGNANTI E I BABBI CHE HANNO RESO POSSIBILE LA VITA DI QUESTO LUOGO – SCRIVE MIGUEL MARTINEZ – E CIASCUNO DI LORO È UNA STORIA, COME LO SONO LE BAMBINE E I BAMBINI CHE STIAMO COMMEMORANDO. E TRA I MORTI E I VIVI, MI VIEN QUASI DA PIANGERE…”. A FIRENZE C’È UN GIARDINO COMUNITARIO GESTITO DAGLI ABITANTI DEL RIONE CHE NON SMETTE DI ACCOGLIERE IL MONDO: QUALCHE GIORNO FA, ISPIRANDOSI A UNA POESIA MERAVIGLIOSA, CHE PARLA DEGLI AQUILONI DI GAZA, HANNO TROVATO IL MODO PER ABBRACCIARE LE BAMBINE E I BAMBINI UCCISI IN PALESTINA Nel 2011, ben prima del 7 ottobre 2023 che si inventa come “inizio di tutto”, un poeta di Gaza, il cui nome viene trascritto anglicamente come Refaat Alareer, scrisse un poema breve e semplice, in arabo classico, Se io devo morire (إذا كان لا بدّ أن أموت). Se io devo morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia, per vendere le mie cose, per comprare un pezzo di stoffa e qualche cordicella, (che sia bianca con una lunga coda) così che un bambino, da qualche parte a Gaza, guardando il cielo negli occhi, aspettando suo padre che se n’è andato in un incendio – senza dire addio a nessuno, nemmeno alla sua carne nemmeno a se stesso – veda l’aquilone, il mio aquilone che hai costruito, volare in alto e pensi per un attimo che ci sia un angelo che riporta l’amore. Se devo morire che porti speranza che sia una favola. Non possiamo raccontare la storia di tutti gli sterminati di Gaza, solo quella dei bambini, diciamo dagli zero ai quindici anni. Ci sono 12.000 nomi di bambine e di bambini, scritti in lettere latine, ma messi alla araba. Cioè il nome, quello del padre, del nonno e quello del bisnonno, senza cognome: un arabo che si fa i documenti in Italia mette di solito come “cognome” il nome del bisnonno. Ma uno di loro si chiama solo طفل , “bambino”, numero 228. Mentre la mamma Giulia strappa con maestria le lenzuola, i figlioli iniziano a scrivere i nomi. Solo il primissimo nome. Io mi offro per scrivere in lettere arabe, i nomi che riesco a riconoscere. Mohammed, Fatima, Nur, Mahmoud… e poi il bellissimo Muhannad, che la prima volta che l’ho incontrato anni fa, pensavo fosse un errore per Muhammad. Ricordiamo che gli arabi che conquistarono in pochi anni mezzo mondo, avevano avuto la rivelazione divina, a loro dire, per un solo motivo: erano analfabeti, erano la popolazione più ignorante del mondo: e proprio per questo possedevano la lingua perfetta, quella che Dio scelse per dettare, tramite l’arcangelo Gabriele, il Corano. E quindi il mondo islamico coglieva la superiorità degli altri, in altre cose, come una prova della verità del Corano. Ecco che Hind, la mitica India, era patria della perfezione insieme matematica e artigiana, e infatti i numeri che noi chiamiamo “arabi”, gli arabi stessi modestamente li chiamano “indiani”. Muhannad vuol dire proprio, fatto all’indiana, noi diremmo, a regola d’arte. Io scrivo questi nomi, per quelli che capisco… Msk o Nghm non mi significano niente, ma c’è la bambina Nur, la luce, tre anni… Maryam come la madre vergine del profeta Isa (sarà stata poco più grande delle bimbette delle medie) che tenera tacque con il bimbo in mano davanti a chi la accusava, e il bimbetto appena nato parlò… Zamzam come le acque primordiali… Sabr, due anni, che è la pazienza… Un paio di anni fa, mi arrabbiai moltissimo con una piccola donna, curva, con il hijab in testa, che evidentemente faceva le pulizie per qualche sfruttatore proprietario di B&B del nostro condominio, perché buttava i rifiuti nel luogo sbagliato… mi sono sentito un mostro dopo… e poi un giorno ho incontrato di nuovo lei, e le ho chiesto scusa, e le ho detto , al-sabru min al-Llahi wa l’ajlu min al-Shaytan, “la pazienza viene da Dio e la fretta viene da Satana”. E lei mi rispose, che davvero è così. E mentre scrivo in arabo, mi fermo ogni tanto per parlare con il figliolo che mi chiede se l’arabo sia difficile, o con la mamma che racconta di come ha scoperto il nostro Giardino, o con il Calciante di Parte Bianca, e con gli insegnanti e i babbi e tutti gli esseri umani che hanno reso possibile la vita di questo luogo. E ciascuno di loro è una storia, come lo sono i bambini che stiamo commemorando. E tra i morti e i vivi, mi vien quasi da piangere, tra lutto e gioia. Qui, in arabo e in inglese, la poesia che ci ha ispirati. -------------------------------------------------------------------------------- * Miguel Martínez è nato a Città del Messico, è cresciuto in giro per l’Europa e soprattutto in Italia, ed è laureato in lingue orientali (arabo e persiano). Di mestiere fa il traduttore e trascorre molto tempo in un giardino comunitario del borgo San Frediano Oltrarno di Firenze. Questo il suo prezioso blog, dove questo articolo è apparso con il titolo Dodicimila cadaveri in un giardino -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Se un bambino smette di disegnare -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guardando il cielo negli occhi proviene da Comune-info.
Il ddl che normalizza la repressione prima ancora di essere votato
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Bruno Santoro -------------------------------------------------------------------------------- “Prima vennero per i socialisti, e io non dissi niente, perché non ero socialista. Poi vennero per i sindacalisti, e io non dissi niente, perché non ero un sindacalista. Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi niente, perché non ero ebreo. Poi vennero a prendere me, e non c’era più nessuno a protestare per me” (sermone del pastore Martin Niemöller) Negli ultimi anni le mobilitazioni in solidarietà con la Palestina e in difesa dell’ambiente sono state sempre più represse e criminalizzate. Arresti, denunce, fermi e procedimenti giudiziari hanno colpito studenti e cittadini, mentre alcuni palestinesi — come l’imam Mohamed Shahin, trattenuto in un CPR e poi rilasciato — sono detenuti nelle carceri italiane per ordine di Israele, senza aver commesso reati, solo per aver espresso la loro libertà di parola denunciando il genocidio in corso. La recente condanna di Anan Yaeesh a cinque anni e sei mesi segna un punto di rottura: tribunali italiani che chiamano funzionari israeliani a testimoniare¹. La violenza e la discriminazione colpiscono stranieri, seconde generazioni e cittadini italiani. Dalla scuola alle piazze fino ai tribunali, la repressione si normalizza attraverso razzismo sistemico e doppio standard. La rilevazione sugli studenti palestinesi nelle scuole, definita dal ministro Valditara un “piano per l’integrazione”, rimane sotto vigile osservazione: sarà davvero accoglienza o un precedente ambiguo di controllo? Siamo tornati alle leggi razziali fasciste antisemite del 1938?² Episodi come quelli di Extinction Rebellion a Brescia e Bologna³, con spogliamento forzato delle ragazze, fermi arbitrari e fogli di via, mostrano la sistematicità di questa logica repressiva. Ribaltare il concetto di “sicurezza” Il linguaggio non è neutro. Chiamare ambientalisti o persone impegnate nella solidarietà “terroristi” e accusarli di “associazione a delinquere” prepara uno stato d’eccezione a disposizione di lobby economiche e interessi politici. Non è un fenomeno nuovo: già nel 2023, tra Riace, Piacenza e Padova, questa pratica si stava diffondendo⁴. In questa direzione si colloca anche il dibattito parlamentare in corso su diversi disegni di legge che, adottando la definizione di antisemitismo proposta dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), rischiano di equiparare le critiche allo Stato di Israele all’antisemitismo, arrivando a ipotizzare conseguenze penali. Non è ancora chiaro se tali disegni di legge verranno unificati, ma la discussione è imminente e il rischio di approvazione concreto. Una simile estensione del perimetro penale solleva interrogativi seri sulla libertà di espressione e sul diritto di critica politica, soprattutto in un contesto in cui la solidarietà con la popolazione palestinese viene sempre più spesso criminalizzata. Tutto questo sotto lo slogan “ordine e sicurezza”, ma la vera sicurezza nasce da istruzione, sanità, welfare comunitario e giustizia sociale, non dalla repressione. Quando i lauti stipendi dei politici finanziano leggi che tutelano interessi stranieri o lobby economiche a scapito della salute e del benessere della popolazione, dobbiamo chiederci: quali interessi vogliamo davvero proteggere? Una democrazia svuotata dall’alto L’esperienza delle assemblee cittadine di Bologna⁵ dimostra che pratiche di coinvolgimento dal basso possono funzionare, ma anche quanto possano essere soffocate quando producono decisioni scomode a chi non vuole perdere i propri privilegi. Lo abbiamo già visto con il referendum sull’acqua del 2011: più di 25 milioni di cittadini hanno votato e le istituzioni tuttora ne ignorano l’esito⁶. A questo quadro si aggiungono situazioni locali che mostrano come la crisi democratica non sia astratta, ma concreta. A Ravenna, a differenza di quanto avvenuto in altre città, la democrazia appare oggi arenata: la Procura non ha ancora aperto le indagini relative alla denuncia presentata dall’avvocato Andrea Maestri e dalla giornalista Linda Maggiori in merito alle armi che circolano nel Porto. Un silenzio istituzionale che solleva interrogativi sulla tenuta delle garanzie democratiche e sull’effettivo accesso alla giustizia. Come scrive Luciano Nicolini su Cenerentola, la differenza cruciale è nel potere decisionale: partecipare non basta, conta decidere davvero. A cosa serve votare, a cosa servono gli strumenti democratici se chi governa è il primo a non rispettarli?⁷ Viviamo in una democrazia svuotata dall’alto, mentre la distanza tra istituzioni e società cresce, così come le diseguaglianze economiche, aumentando disagio e povertà. La classe dirigente italiana, segnata da una forte gerontocrazia — da destra a sinistra — concentra sempre più potere e privilegi. In questo contesto, frantumazione dei movimenti e polarizzazione sociale distraggono la società come durante il lockdown: molti, invece di guardare all’operato dei politici, si sono divisi e odiati, tra chi si vaccinava e chi no. Come i quattro capponi di Renzo nei Promessi Sposi di Manzoni: pur nella loro condizione disperata, si beccano l’un l’altro e fanno tutti la stessa fine, incapaci di guardare oltre. Dall’altra parte, durante il lockdown erano nate reti di vaccinati e non contro il greenpass⁸, denunciando malapolitica, violazioni dei diritti e la necessità di tutelare il benessere psicofisico⁹. Oggi serve la stessa capacità di analisi e riflessione a tutti i livelli: chi è pro o contro Venezuela, chi è credente o ateo, chi è pro o contro Iran, tutti noi dobbiamo capire il gioco che i politicanti di mestiere stanno facendo. A chi deride i “gretini” sarebbe utile chiedere di ascoltare il messaggio degli ambientalisti che propongono di “tassare i ricchi, fermare il collasso climatico” o che bloccano il traffico per dare voce alle vittime della crisi climatica¹⁰, come le vittime dell’alluvione o la biodiversità e le specie in via d’estinzione, perché stiamo lasciando alle future generazioni un paese e un pianeta sempre più inquinato e insalubre. Necessità di vigilanza e dissenso attivo Un popolo che ogni anno va sempre meno alle urne non può continuare a pagare le tasse e restare inerme mentre vengono tagliati servizi pubblici essenziali come ospedali, scuole e welfare. Libertà di parola e protesta nonviolenta devono rimanere legittime, anche per chi non la pensa come noi, soprattutto per chi lotta per giustizia climatica, sociale e per i diritti. Mentre le forze dell’ordine e i tribunali diventano sempre più braccio armato di una minoranza che non tutela i diritti né il territorio, difendere il dissenso e la solidarietà non è più un’opzione: è una necessità urgente. La democrazia non si salva da sola, è il momento di agire, prima che sia troppo tardi. È possibile andare d’amore e non d’accordo, è possibile creare confluenze, anche se è difficile, ricordando quale è il vero pericolo. Prima che norme emergenziali diventino permanenti e il ddl venga votato, è fondamentale aprire un dibattito pubblico reale, nei movimenti, nelle reti, nelle associazioni, e agire insieme. -------------------------------------------------------------------------------- Note 1. Palestina, resistenza e repressione: come lo Stato italiano criminalizza la solidarietà: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-palestina_resistenza_e_repressione_come_lo_stato_italiano_criminalizza_la_solidariet/45289_64804 2. (v. Link sopra) 3. SPOGLIATA IN QUESTURA: Bologna come Brescia, Extinction Rebellion si oppone all’archiviazione https://extinctionrebellion.it/press/2025/01/17/opposizione-archiviazione-bologna/ 4. Riace, Piacenza, Padova. Associazioni a delinquere ovunque? https://www.questionegiustizia.it/articolo/riace-piacenza-padova-associazioni-a-delinquere-ovunque 5. Assemblea cittadina per il Clima di Bologna 2023: Rapporto Finale consegnato al Consiglio comunale: https://www.comune.bologna.it/myportal/C_A944/api/content/download?id=6564c859e8dbf0009a1a5170 6. Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua: https://www.acquabenecomune.org/ – Il referendum tradito: otto anni dopo, l’acqua è ancora una fonte di profitto. Ecco perché https://altreconomia.it/inchiesta-acqua-pubblica/ Articolo 10 anni dopo il referendum: https://economiacircolare.com/10-anni-fa-il-referendum-che-ha-fermato-finora-il-nucleare-e-provato-ad-estromettere-privati-e-profitti-dalla-gestione-dellacqua/ 7. Democrazia partecipativa  o democrazia diretta?, di Luciano Nicolini, Cenerentola: https://www.pressenza.com/it/2026/01/democrazia-partecipativa-o-democrazia-diretta/ 8. Per un cammino ecopacifista, Quanto è libera una stampa non indipendente?: https://peruncamminoecopax.blogspot.com/search?q=stampa 9. Brigata Basaglia: Assistenza psicologica dal basso durante il lockdown: «La salute mentale è una questione politica»: https://www.dinamopress.it/news/assistenza-psicologica-dal-basso-lockdown-la-salute-mentale-questione-politica/ – La Q di Qomplotto, di Wu Ming 1, https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/12/la-q-di-qomplotto/ 10. Intervista realizzata da Lucio Maniscalco per Pressenza con la portavoce di Ultima generazione Miriam Falco: https://www.youtube.com/watch?v=eC2TK85ZLf8 Altre fonti di approfondimento * I costi della politica. Perché gli stipendi dei deputati italiani sono i più alti d’Europa: https://europa.today.it/fake-fact/perche-stipendi-deputati-italiani-piu-alti-europa.html * La solidarietà non è un reato – sugli arresti di Genova, BDS Italia: https://bdsitalia.org/index.php/comunicati-sul-bds/2987-la-solidarieta-non-e-un-reato-sugli-arresti-di-genova – Comunicato BDS Italia: No alla criminalizzazione della solidarietà con la Palestina: https://www.facebook.com/BDSItalia/posts/pfbid02hsfnDPjkk7tH3LEukrqZDhWJmF8dALa5h5To4EYrKnaSYhoFrPyKf34zBH5yDthyl * Con il DDL sicurezza il governo reprime il dissenso e la resistenza passiva, di Greenpeace: https://www.greenpeace.org/italy/storia/24892/con-il-ddl-sicurezza-il-governo-reprime-il-dissenso-e-la-resistenza-passiva/ * Inneschi di pace in un tempo di guerra. Nonviolenza, diritti umani ed educazione al conflitto: https://www.pressenza.com/it/2025/12/inneschi-di-pace-in-un-tempo-di-guerra/ * Corpi estranei: il razzismo rimosso in Italia, del festival internazionale del giornalismo. Perugia 2026: https://www.festivaldelgiornalismo.com/programme/2022/foreign-bodies-racism-removed-in-italy * La «Generazione Palestina» tra razza, classe e protagonismo conflittuale di Kamo Modena: https://infoaut.org/conflitti-globali/la-generazione-palestina-tra-razza-classe-e-protagonismo-conflittuale -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > C’è una parola per tutto questo, autoritarismo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il ddl che normalizza la repressione prima ancora di essere votato proviene da Comune-info.
Il mondo in un parco
IN QUALSIASI ANGOLO DEL MONDO, ANCHE IN UN PARCO DI UNA PERIFERIA URBANA, È POSSIBILE RITROVARE BUONA PARTE DEI TEMI DEL CONFLITTO SOCIO-AMBIENTALE DI QUESTA NOSTRA EPOCA, MA ANCHE RICONOSCERE COME PERSONE COMUNI, REALTÀ SOCIALI, PERFINO POPOLI, HANNO SMESSO DI ESSERE SPETTATORI IMPOTENTI DELLE DEVASTAZIONI IN CORSO. IL BISOGNO DI UNA SOLIDA VISIONE AL TEMPO STESSO SCIENTIFICA E OLISTICA IN GRADO DI ASSECONDARE LA NATURA COMPLESSA DELL’ECOLOGIA PUÒ PRENDERE FORMA IN DIVERSI MODI. UN PREZIOSO APPUNTAMENTO NEL PARCO DI AGUZZANO DI ROMA, LABORATORIO DI BIODIVERSITÀ Chi ha memoria dei grandi movimenti ambientalisti di massa degli anni Settanta-Ottanta del Novecento in Europa e in tutto il mondo, ricorderà la potenza evocativa del concetto di “energie alternative”. Erano anni in cui i temi ambientali si legavano in maniera indissolubile al pacifismo, all’antimperialismo, all’antinuclearismo e ai movimenti di liberazione delle donne. Dietro l’idea-forza delle energie alternative si prefigurava un mondo alternativo allo “stato presente delle cose”, con un diverso modo di produzione, di consumo, di scambio, di mobilità, di istruzione, di salute, di gestione del riciclo/rifiuto, di organizzazione urbanistica, di rapporti tra le persone, di rapporto con la natura, ecc. Una società basata su funzioni, principi e valori radicalmente alternativi, che sarebbe stata la condizione necessaria per adottare un modo di produrre energia anch’esso propriamente alternativo alle fonti fossili. Era una bella visione utopica e rivoluzionaria, quella dell’ambientalismo politico e sociale del secolo scorso, che preparava la strada all’immaginazione di un mondo desiderabile e vivibile, altro dal futuro inquinato, avvelenato, surriscaldato, supersfruttato e depauperato che le grandi multinazionali prospettavano alle generazioni future. Dominava anche l’idea che il tempo fosse “dalla nostra parte” e che le istanze di cambiamento si sarebbero diffuse nella società ben prima che il capitale, trasformata in merce ogni risorsa, materiale e immateriale, del pianeta, entrasse in una fase autodistruttiva trascinando con sé in una rovinosa caduta ogni forma di vita. Oggi ben poco è rimasto di quell’immaginario. Il concetto di energie alternative è stato spazzato via dal concetto rassicurante e moderno di “energie rinnovabili”: non più solare in alternativa al fossile, ma solare in aggiunta al fossile e presto al nucleare. Non più un mondo sostenibile basato sulla parsimonia e sul rispetto degli equilibri della natura, ma la corsa sfrenata per depauperare le risorse naturali e gli ecosistemi, impoverire e annichilire l’umanità e portare il pianeta verso un punto di non ritorno oltre il quale gli equilibri climatici e ambientali saranno irreversibilmente compromessi. In questo quadro gli scenari di guerra e la corsa al riarmo sembrano sancire in maniera sprezzante questa tragica tendenza. Anche il tempo non gioca più “a nostro favore” perché in un sistema globale ormai squilibrato, innumerevoli fattori di natura fisica, economica e sociale agiscono in maniera sinergica fra loro e concorrono a rendere estremamente rapidi e profondi i processi di trasformazione e degrado degli equilibri ambientali, sociali e geopolitici determinando scenari di estrema complessità. Il collasso climatico, già pienamente operante in questo nostro tempo, si presta ad essere un ottimo esempio di come un sistema altamente complesso e altamente perturbato che evolve con crescente velocità non possa essere governato con risposte semplici o strategie dilatorie che rinviano sine die la necessaria, radicale trasformazione dei sistemi economico-sociali globali. Tuttavia non sarebbe corretto affermare che i popoli della Terra e le nuove generazioni del terzo millennio siano solo spettatori impotenti dello scempio. Le forme possibili di resistenza con le quali affrontare l’era difficile nella quale l’umanità è ormai entrata si manifestano ad esempio nel protagonismo dei popoli nativi che sperimentano pratiche di adattamento basate sulla natura, infinitamente più efficaci del nulla che accompagna le conferenze dell’ONU sul clima. O ancora, con la radicalità dei movimenti giovanili che affermano la centralità e l’urgenza dei temi ambientali e denunciano l’inazione dei governi e per questo spesso subiscono pesanti forme di repressione. In questo contesto è importante sottolineare anche il ruolo della società civile, sempre più confusa e impaurita dai molti fattori di crisi globale ma talvolta capace di tutelare i frammenti di natura presenti nelle città e di creare reti di solidarietà sociale per contrapporsi alle opere di sfruttamento e devastazione del territorio. La strada che, generazione dopo generazione, l’umanità dovrà percorrere per evolvere in equilibrio con i sistemi naturali dovrà essere ispirata da una solida visione scientifica e olistica per comprendere e assecondare la natura non lineare e complessa dell’ecologia. Diversamente, tutte le semplificazioni e i riduzionismi che hanno caratterizzato la nascita e la crisi delle società moderne continueranno a spingere verso la catastrofe. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: la presunzione che l’Uomo si possa erigere al di sopra della natura, dominarla e piegarla alle proprie ambizioni e ai propri interessi; la convinzione che la tecnologia sia in grado di arginare gli squilibri ambientali e, insieme alla repressione e alla guerra, le emergenze sociali; l’illusione che l’energia nucleare sia la risposta, semplice e pulita, ai problemi energetici, senza considerare che non è di più energia che l’umanità ha bisogno ma di parsimonia, sostenibilità e distribuzione equa delle risorse. Sono esempi di quanto sia devastante una cultura di potere, riduzionista e pseudo scientifica, che non ammette che in ogni suo aspetto il mondo sia regolato in definitiva dalle leggi della complessità e dell’ecologia. È con queste convinzioni che abbiamo iniziato un viaggio per conoscere la biodiversità di una piccola area naturale protetta, perché anche in un avamposto periferico come il parco di Aguzzano di Roma è possibile ritrovare tutti i temi del conflitto socio-ambientale di questa nostra epoca. Tutelare gli ecosistemi è una precisa e forte presa di posizione politica che si unisce alle istanze solidaristiche, ai diritti dei popoli, al ripudio della guerra e del riarmo, alla necessità di redistribuire equamente le risorse. In definitiva al lungo, incessante e travagliato cammino verso una società equa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mondo in un parco proviene da Comune-info.
La radicalità del sentimento amoroso per Horvat
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Nel saggio La radicalità dell’amore. Desiderio e rivoluzione (DeriveApprodi, 2016) il filosofo croato Srećko Horvat analizza la vicendevole influenza tra il potere statuale ed economico e le pulsioni erotiche: quali ripercussioni produce nella vita di un popolo la repressione dei costumi sessuali? Perché la rivendicazione della libertà sessuale si presta a essere sussunta dal capitale, cioè a diventare terreno fertile da cui estrarre profitto? E che ruolo gioca l’amore nella costruzione di una comunità politica? È possibile dedicare se stessi tanto alla persona amata quanto a una causa rivoluzionaria oppure la sfera affettiva esclude quella politica (e viceversa)? Prima ancora, quali connessioni intercorrono tra desiderio e rivoluzione? Horvat muove dalla constatazione che la controrivoluzione iraniana, come la Russia successiva alla Rivoluzione d’ottobre, tengono un analogo atteggiamento nei confronti del desiderio: entrambe si propongono di metterlo al bando. Il filosofo narra di un suo viaggio nel 2015 in Iran: la sera i luoghi di aggregazione sono chiusi e la sola vita sociale ammessa sembra essere quella che si svolge dentro le case; d’altronde, piscine, sale da ballo e da biliardo sono state chiuse a seguito della controrivoluzione. Anche l’arte di strada gioca un preciso ruolo quale dispositivo che disciplina il desiderio della popolazione: la proliferazione di murales che ritraggono l’Ayatollah Khomeini e i martiri instilla lo spirito di sacrificio, che equivale alla fuga dalla vita quotidiana e, a maggior ragione, dall’agone politico. Il nemico più temuto dal regime è proprio il desiderio: oltre alla danza, sono stati vietati anche i siti internet dedicati alla moda e, ovviamente, al sesso. Ciò non toglie che le élite economiche e i ceti benestanti riescono comunque ad avere accesso ai piaceri proibiti: nel corso del suo soggiorno, Horvat è ospite di una famiglia che consuma alcool pregiato, indossa abiti sexy, parla in lingua inglese e fuma sigarette occidentali. A ogni modo, la loro libertà di essere diversi da come li vuole il regime “si traduce in libertà di consumare” (p. 56), che incide solo sulle modalità della loro vita privata e non anche di quella pubblica. In altre parole, “non si oppongono affatto al regime teocratico e alle sue limitazioni delle libertà personali” (p. 59), perché non lottano in alcun modo per la libertà: semplicemente, la comprano con il denaro. Un bazarì – cioè un mercante – intervistato da Horvat conferma le sue deduzioni, confessandogli che gli iraniani agiati sono soliti condurre una doppia vita e che però la possibilità di scegliere questa seconda vita non è sinonimo di libertà: equivale semplicemente a un diritto garantito dalla ricchezza. Pure la rivoluzione dell’ottobre ’17 in Russia conduce a un esito analogo a quello della controrivoluzione iraniana: “una società totalitaria volta alla repressione delle emozioni” (p. 65). In verità, la rivoluzione russa si era aperta sotto tutti altri auspici, con la legalizzazione dell’aborto, il riconoscimento del divorzio e la parificazione giuridica delle donne agli uomini. Horvat si domanda come si sia potuto arrivare nel 1934 a vietare aborto e divorzio e a criminalizzare l’omosessualità. L’argomento principale di questa svolta reazionaria è il risparmio energetico: la sessualità implicherebbe “un eccessivo dispendio di energia, che impedisce all’individuo di contribuire alla società” (p. 73), cioè alla costruzione del socialismo. Già negli anni ’20 venivano inscenati spettacoli teatrali tendenziosi che esaltavano la moralità di personaggi maschili i quali dichiaravano di non coltivare l’intimità con l’altro sesso per dedicare le proprie forze al partito, o che simulavano processi a prostitute o a persone che, conducendo una vita sessuale promiscua, favorivano la diffusione di malattie veneree (Processo al cittadino Kiselev accusato di aver infettato la moglie con la gonorrea e averla indotta al suicidio è il titolo di uno di questi spettacoli didattici). Invece della “«libertà di amare» servivano autocontrollo e disciplina, perché la battaglia per rafforzare il potere sovietico doveva ancora terminare” (p. 82). In questo scenario, è interessante la ricostruzione operata da Horvat del dibattito tra Lenin e le rivoluzionarie femministe: il primo credeva che il concetto di amore libero avrebbe potuto essere inteso come negazione della serietà nei rapporti sentimentali, esenzione dalla procreazione e libertà di adulterio, così risolvendosi in una conquista borghese, e che le donne proletarie, piuttosto che impegnarsi in discussioni su sesso, matrimonio e prostituzione, avrebbero dovuto pensare alla rivoluzione. Queste ultime ritenevano però inscindibili dalla rivoluzione il riguardo e la considerazione per la vita intima dei rivoluzionari, persone in carne e ossa i cui desideri non possono essere ignorati: simile dimenticanza sarebbe stata fatale per la rivoluzione. Il pericolo temuto da Lenin si concretizza poi nell’esperienza della Kommune 1, comune berlinese fondata dalla sinistra studentesca più radicale e assurta a protagonista del ʼ68 tedesco. I suoi membri, che vedevano nella famiglia una cellula dello Stato e del suo apparato repressivo, interpretavano strenuamente l’ideale di amore libero, sperimentando le più svariate sostanze psicotrope e pratiche sessuali. Non passò molto tempo prima che celebrità come Jimi Hendrix fecero visita alla comune e intrattennero rapporti con Uschi Obermaier, ritenuta la più avvenente delle comunarde; foto e pettegolezzi riguardanti queste liaison finirono su tutti i rotocalchi, a riprova del fatto che il sesso vende; la trasgressiva vita privata dei comunardi veniva così estetizzata e svuotata di qualunque potenziale sovversivo per essere sussunta nella debordiana società dello spettacolo, la quale ottenebra lo spettatore con la rappresentazione di bisogni (anche sessuali) che lo alienano dalla vita politica, di modo che “più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio” (Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini&Castoldi, 2019, pag. 75 s.). La rappresentazione mediatica dei disinibiti costumi sessuali dei membri della Kommune 1 sanciva così la primazia del diritto alla scelta dello stile di vita su quello alla resistenza nei confronti dell’ordine dominante, teorizzato per ironia della sorte proprio da Herbert Marcuse, il cui Eros e civiltà tanto influenzò la stagione del ’68. L’esperienza della Kommune 1 non deve lasciar credere che la demonizzazione del desiderio o comunque l’ascetismo sia il giusto presupposto per condurre lotte sociali; Horvat reputa che amore e rivoluzione non si escludano a vicenda, anzi: paradigmatica a tal proposito è l’esperienza di Ernesto Che Guevara. Anche nel corso delle missioni più impegnative e rischiose il Che non dimenticò mai gli affetti familiari: per esempio, definì la notizia della morte della madre, giuntagli mentre si trovava in Congo, la più triste di quella guerra. Per incontrare i suoi figli era costretto a travestirsi: doveva evitare che loro, bambini, lo riconoscessero e ingenuamente potessero dire a qualcuno di averlo incontrato. Indubbiamente il Che si è trovato lontano dagli affetti per gran parte della sua vita, ma questo non gli ha impedito di tenerli stretti a sé e di continuare a nutrirli tanto in cuor proprio quanto nelle occasioni che la vocazione rivoluzionaria gli concedeva. In una lettera chiedeva ad Aleida, sua seconda moglie e madre di quattro dei suoi cinque figli, di “sacrificare gli affetti per ideali più alti” (p. 98) e di amarlo pur sapendo che niente lo avrebbe fermato se non la morte. La famiglia del Che prendeva così, almeno indirettamente, parte al sacrificio generale per il bene della Rivoluzione, ma ciò non toglie che il Che sia stato guidato da sentimenti d’amore verso i propri familiari. La radicalità dell’esperienza del rivoluzionario argentino mostra come azione e rivoluzione ben possano coesistere; d’altronde, nessuno dei due può darsi senza rischi: è solo rischiando che il rivoluzionario-innamorato può spingersi a dispiegare i propri tratti personali e le proprie capacità umane anche nelle prove più pericolose, così da dare luogo a eventi e gesti incredibili. L’ipersessualizzazione contemporanea intende rimuovere proprio i rischi impliciti nell’amore, facendo di noi dei “corpi seriali da scopare” (p. 35): le app di dating abbattono le barriere tra gli utenti per permettere loro di scoprire rapidamente eventuali corrispondenze, degradando l’esperienza dell’incontro all’andare a fare la spesa; esse concorrono così a far perdere al sesso il suo significato di atto politico basilare, che gli spetta a pieno titolo in quanto capace di determinare “l’impensabile, l’innaturale: nel momento in cui sono tutto preso dal mio godimento posso relazionarmi all’altro prendendomi cura anche del suo” (Davide Navarria, Benvenuti nel Pornocene, Rogas, 2020, p. 122). In questo scenario l’innamorato è un marginale e il suo discorso dolente e solitario, come quello dell’impersonale amante romantico cui dà voce Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso (Einaudi, 2014): in un’intervista ricompresa nell’edizione italiana del libro il semiologo nota che la cultura di massa è solita rappresentare non tanto il sentimento amoroso in sé, quanto la storia d’amore, che riconcilia l’innamorato con la società e lo ammansisce. L’innamorato custodisce infatti in sé una potenzialità anti-sociale e per questo Horvat ritiene che l’amore non costituisca un pericolo per la rivoluzione e che anzi sia proprio la repressione dell’amore, o comunque l’ambizione di disciplinare gli ambiti più intimi della vita umana, a rischiare di condurre a esiti nefasti, come accaduto nella controrivoluzione iraniana e nella rivoluzione d’ottobre. Al contempo, l’odierno permissivismo liberale ha sublimato l’ambizione a cambiare la vita (propria e degli altri), dunque alla rivoluzione, nella libertà di scelta tra i vari stili di vita post-moderni (l’hipster, il creativo, il vintage lover ecc.), tutti mercificati e individualisti, e perciò spogliati di potenziale sovversivo. Il filosofo avverte l’urgenza di reinventare l’amore e, a tal proposito, nelle ultime battute del saggio immagina un triangolo tra i due amanti e una terza istanza, la rivoluzione: in questo reciproco influsso tra forze quel che conta non è tanto la complementarità o compatibilità tra gli amanti, quanto che entrambi si riconoscano come attratti verso un orizzonte politico ancora da venire e si comprendano come soggetti attivamente impegnati nel cammino verso questo orizzonte, cammino che non può escludere la restante collettività. La soluzione è, in definitiva, la “dedizione alla persona amata e alla rivoluzione” (p. 132, corsivo dell’Autore), senza esclusioni. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La radicalità del sentimento amoroso per Horvat proviene da Comune-info.
Psiche e migrazione: quando il gruppo cura (parte I)
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Bisognerebbe avvicinarsi ai migranti non solamente come ”problema”, ma anche come occasione di conoscenza del loro mondo, dei loro saperi, tradizioni, religioni che meriterebbero un maggiore approfondimento. Un approccio diverso potrebbe arricchire la nostra cultura , talvolta chiusa e direzionata verso un pensiero unico. In particolare, chiediamoci che accade quando le problematiche migratorie diventano causa di disagi psichici ai quali si risponde con interventi non sempre adeguati alla richiesta. Talvolta è difficile riuscire ad analizzare la domanda e comprendere come dietro la presentazione di un dolore fisico spesso ci sia una modalità culturale di esprimere un disagio psichico. Infatti, noi siamo abituati ad una concezione del corpo diviso dalla psiche. La nostra cultura è basata sulla separazione: inizio o fine, vita o morte, mente o corpo… È abbastanza difficile infatti passare dal “o/o“ (di tipo lineare) al “e/e” (di tipo circolare) come ci insegna Culiano1nel suo testo sui “dualismi occidentali“ e cogliere le relazioni, il “fra”, l’unità, non la divisione. Quest’ultima crea difficoltà nel passare da una dimensione individuale a quella di gruppo nell’ambito terapeutico. Qui viene descritta succintamente l’esperienza comune a utenti italiani e stranieri nel ‘ambito di un servizio pubblico di Salute Mentale. L’idea di un gruppo che cura è nata per offrire un luogo dove poter finalmente raccontare la propria sofferenza, ricomporre “pezzi” di storia “vissuti in maniera drammatica, senza il tempo di poterli ricomporre. Perché il gruppo transculturale? Primo perché “la dimensione gruppo” è molto frequente in diverse culture in cui l’individuo non è considerato se non per sua appartenenza al gruppo, tanto che si parla addirittura di io gruppale per connotarne la sua identità. Inoltre rappresenta una possibilità di essere ascoltati – finalmente – dopo esperienze di violenza e fuga che hanno consentito solo ”tempi traumatici“: il luogo di incontro diventa un modo per condividere il proprio vissuto con tempi diversi in cui “gli altri” sono un’occasione di confronto per scoprire somiglianze e differenze con la propria sofferenza psichica. In tal senso si crea un gruppo con storia composto all’inizio da persone sconosciute e per certi versi non riconosciute fino ad allora, e che in seguito possono riprendere i fili del loro percorso contribuendo col proprio racconto “alla storia di gruppo”. Abbiamo definito questo gruppo trasculturale2 per delinearne il suo divenire, la sua processualista, il suo attraversamento fra culture di pari dignità, come un fiume – anzi meglio – come il corso di un fiume che procedendo nel suo percorso si arricchisce sempre di più con l’acqua dei vari affluenti . L’incontro di gruppo diventa luogo di ascolto, di cambiamento, di apprendimento, di deuteroappredimento (apprendere ad apprendere, G.Bateson ,1972)3, per tutti i partecipanti, operatori compresi. Gli incontri fra rappresentanti di differenti culture provenienti da varie parti del mondo e dal Sud d’Italia che sono migrati a Roma, hanno permesso la costruzione di realtà di cambiamento e nuove modalità relazionali, mediante un viaggio geografico-emotivo in cui tutti sono stati coinvolti (il gruppo è composto da utenti e operatori). Durante gli anni della sua esistenza tale lavoro ha suscitato alcune riflessioni, fra le quali la più frequente era questa: in che modo si conosce ciò che si crede di conoscere? Si è abituati a pensare che la realtà può essere “scoperta”. Al contrario, la realtà è un’interpretazione personale, un modo particolare di osservare e spiegare il mondo che viene costruito attraverso la comunicazione e l’esperienza. Applicando tale osservazione al gruppo si è potuto vedere che ogni partecipante credeva di dover scoprire l’altro per poi accorgersi che era frutto del modo con cui ci si era rapportati e di quale relazione si volesse instaurare secondo le proprie modalità culturali. Certamente la civiltà occidentale sembrerebbe più propensa in questo momento a chiudersi e difendersi più che a conoscere “l’ altro”! La rappresentazione fisica di tale visione era riconoscibile nel comportamento degli utenti italiani più restii agli “avvicinamenti” ed alla ”comunicazione non verbale”. Infine, il viaggio insieme diventa per il gruppo un momento di confronto vero e non “inventato”, un momento trasformativo, un’occasione per superare rispettive diffidenze e stereotipi. Una possibilità modo di esporre davanti a tutti il modo di come ognuno pensa di conoscere l’altro e allo stesso di conoscersi. -------------------------------------------------------------------------------- Alfredo Ancora, psichiatra e psicoterapeuta transculturale. -------------------------------------------------------------------------------- Note 1 Cfr Culiano J. P. I miti dei dualismi occidentali Jaka BooK Milano 2018 2 Cfr Ancora A. Il viaggio transculturale introduzione a F. Ortiz Contrappunto cubano del tabacco e dello zucchero, le origini del pensiero transculturale Borla editore Roma, 2025 3 Cfr Bateson G. Verso una ecologia della mente Adelphi Milano, 1972 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Psiche e migrazione: quando il gruppo cura (parte I) proviene da Comune-info.
La lunga marcia del movimento-flotilla
-------------------------------------------------------------------------------- Milano, 10 gennaio 2026. Foto di Milano in movimento -------------------------------------------------------------------------------- Il movimento-flotilla, sempre più esteso e sempre più forte perché inizia il suo radicarsi, più o meno lungo, più o meno difficile, nei territori, dopo le mobilitazioni che hanno scandito il no alla guerra e al genocidio dell’anno scorso, si rimette in navigazione. Questo è il punto di attacco che l’assemblea degli “equipaggi di terra” ha sancito a Roma, a Esc Atelier, giovedì 15 febbraio. Il primo incontro dell’anno nella disastrosa accelerazione delle politiche imperiali di guerra, rapina, guerra civile inter e intra-statale e repressione, ha visto una partecipazione grande e plurale che continua nello spazio cittadino di San Lorenzo, esperienza unica di costruzione di “qualcosa di diverso”; qualcosa che ha in buona parte determinato, con l’adesione libera di reti, spazi, singoli e associazioni, il “blocchiamo tutto!” di ottobre-novembre 2025. Spazio non-identitario da curare e salvaguardare dunque, così come è stato rilevato nel ragionamento collettivo. La bella invenzione degli “equipaggi di terra” è infatti stata riconosciuta come un modo di mettersi contro la guerra. É stato ed è importante il metodo: fare coordinamento e alimentare connessioni mantenendo aperto lo spazio dell’assemblea; e magari (piccola proposta) passare dall’intersezionalità a pronunciare di nuovo la parola “comune”… Dal contrasto al capitalismo che distrugge la vita è urgente ripartire. Le flotille si preparano, gli eventi cruciali arrivano: l’assemblea “No Kings” al TPO di Bologna, il 24 e 25 gennaio. L’incontro a Colonia il 28 febbraio della Transnational Social Strike con un lucido invito (su Connessioni Precarie la traduzione) di apertura delle analisi e delle pratiche dei mesi scorsi. Contro l’economia di guerra, razzista e sessista, contro l’aggressione ai movimenti di protesta in Iran, e contro il neocolonialismo omicida statunitense, servono nei diversi luoghi, terre e paesi, strumenti di informazione, di connessione e di formazione. Agire le piazze si può, con una lingua semplice, coordinando le 1.000 iniziative davanti ai supermercati, nei presidi e nei banchetti e ovunque si esprime un gigantesco No alla guerra, al suprematismo, al sovranismo e alla repressione, sempre più intensa nella provincia italiana con i nuovi decreti sicurezza perché qui forse più che altrove si teme l’intensificarsi del “laboratorio” sociale e collettivo, indotto dalla distruzione finale dello stato sociale e dall’intensificarsi delle povertà, dell’esclusione e della desertificazione dei territori, prede della grande speculazione immobiliare. Per questo è necessario dotarsi di strumenti di informazione organizzati. Il regime di guerra esteso al Venezuela, all’Iran, alla Siria, dove Stati Uniti, Israele, Turchia e governo di Al-Shara stanno distruggendo il Rojava, e alla Groenlandia, produce la spartizione della terra in zone di influenza in cui si avvierà il controllo capillare e la repressione delle popolazioni. La gestione del territorio sempre più soffocante, la compressione del dissenso nei luoghi pubblici e di lavoro, oltre che nelle piazze, impone l’organizzazione di strumenti strutturati di comunicazione social, cartacea e in qualunque formato che demoliscano l’infame discorso del riarmo. Valga per tutti la testimonianza iraniana di chi è oggi in Italia e ha vissuto le proteste del 2009 e la costituzione di “donna, vita, libertà”, e oggi denuncia le fetide manovre di infiltrazione che Stati Uniti e Israele stanno facendo con l’eventuale ritorno dello Scià a cui si oppone la maggioranza della popolazione e che invece un’informazione complice propone come possibile alternativa all’autodeterminazione. Continuare a promuovere e a mantenere aperta la connessione tra le miriadi di spazi sociali, sindacati, associazioni, Ong, è essenziale per “fare” movimento, per creare e ricreare immaginario, discorso e convivialità che non è secondaria se si crede che solo una soggettività plurale, non identitaria e intergenerazionale è in grado di penetrare all’esterno, in società sempre più impoverite ma consapevoli delle conseguenze del riarmo e dei poteri di guerra (spacciati per “difesa” degli stati). Demolire il discorso della guerra e produrre invece la sollevazione per il disarmo, per la “buona vita”, per i conflitti ambientali e per la ricrescita dell’intero mondo, oggi in transizione brutale verso l’uso di idrocarburi fossili, gas e petrolio che sono più facili da estrarre se in Groenlandia si sciolgono i ghiacci; questa è la prospettiva da considerare e da praticare nei prossimi mesi. Augurando che sia buona la navigazione! -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Siamo dentro una lunga tempesta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La lunga marcia del movimento-flotilla proviene da Comune-info.
Compravendite
C’È CHI VUOLE COMPRARE LA GROENLANDIA. C’È CHI VENDE AL MIGLIOR OFFERENTE, NATURALMENTE UN POTENTE, IL PROPRIO PREMIO NOBEL. C’È ANCHE CHI FA SELFIE CON LA PARI GRADO GIAPPONESE ILLUDENDOSI DI POTER MASCHERARE LA RECIPROCA COMPRAVENDITA IN NOME DI UN FANTOMATICO “ORDINE MONDIALE GIUSTO, LIBERO E APERTO”. E POI C’È CHI DA TEMPO SI ARRICCHISCE VENDENDO TRAGEDIE SUI MEDIA, DISSEZIONANDOLE PEZZO A PEZZO, E CHI LE COMPRA SEGUENDOLE COME SE FOSSERO SERIE TV. E SE SMETTESSIMO DI COMPRARE E VENDERE QUALSIASI COSA? Leggi anche: Vita contro denaro. Elogio delle follie necessarie [J.H.] unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Troppe persone spendono i soldi guadagnati per comprare cose che non vogliono e per impressionare persone che non gli piacciono. Will Rogers C’era una volta il pianeta chiamato Mercato. Dove si compra e si vende. Tutto. O quasi. C’è ovviamente chi vorrebbe comprare la Groenlandia, e con essa arricchire il presente e il futuro della nazione che governa, ovvero possiede nei fatti, la quale fa tutto ciò da 250 anni in ogni luogo raggiungibile dalle sue armi, qualora non decida di prenderselo giustappunto con la forza. Eppure, c’è ancora qualcuno che si sorprende come se fosse una novità. Una persona saggia dovrebbe avere i soldi nella testa, ma non nel cuore. (Jonathan Swift) C’è invece chi come María Corina Machado vende al miglior offerente, ovvero potente, il proprio premio Nobel, e al contempo fa lo stesso con la dignità di un riconoscimento ormai svilito dall’evidenza e con il presente e il futuro del popolo che vorrebbe governare, o meglio possedere per conto di qualcun altro, Tu sai chi come in Harry Potter. La ricchezza non consiste nell’avere grandi beni, ma nell’avere pochi bisogni (Epitteto) C’è chi a Gaza ha addirittura acquistato e chi a sua volta ha svenduto una guerra lunga secoli come se fosse una terra fertile da coltivare, resa tale in modo perverso quanto orribile dal sangue di migliaia di vite innocenti. E ora che il rumore degli spari e delle urla di costoro è stato temporaneamente allontanato dalle prime pagine – giammai cancellato -, si può tranquillamente cominciare a seminare. Vi svelerò il segreto per diventare ricchi a Wall Street. Cerchi di essere avido quando gli altri hanno paura. E cerchi di avere paura quando gli altri sono avidi (Warren Buffett) E c’è chi come la Ford che conta di comprarsi la benevolenza del tiranno punendo il solito dipendente – chiamalo pure operaio se ne possiedi la memoria e non l’hai ancora venduta alla stregua di tanti – che ha osato chiamarlo “protettore di pedofili” sulla pubblica piazza, malgrado sia la logica dei fatti a produrre tale definizione. Reddito annuo venti sterline, spesa annua diciannove e sei, risultato felicità. Reddito annuo venti sterline, spesa annua venti sterline e sei, risultato miseria (Charles Dickens) C’è chi come Giorgia Meloni che fa selfie con la pari grado giapponese illudendosi di poter mascherare la reciproca compravendita con la fantomatica difesa di “un ordine mondiale giusto, libero e aperto”. Mentre senza alcuna sorpresa anche stavolta, alle spalle dei fantocci governativi, ovvero a tirarne i fili, ci sono ancora le multinazionali come l’Eni, la quale al momento opportuno piazzerà alla luce del Sol levante il gas naturale che continua imperterrito a rubare in Africa. Ovvero, ai suoi abitanti. L’Italia ai nostrani e l’Africa a tutti tranne gli africani, la monotona quanto amara strofa con rima. Il denaro non ha mai reso felice un uomo, né lo farà. Più un uomo ha, più desidera. Invece di riempire un vuoto, lo crea (Benjamin Franklin) E c’è chi come il Garante della privacy finito nel fango dell’ennesimo scandalo per le solite accuse: l’aver speso e comprato a destra e a manca, tra case in affitto, macellerie e parrucchieri con denaro dello Stato. Dei contribuenti. Di te che leggi e del sottoscritto, se sei tra coloro che in questo strano Paese si ostinano a pagare le tasse dovute. La ricchezza è la capacità di vivere appieno la vita (Henry David Thoreau) C’è chi – lo ripeto da un pezzo – si arricchisce vendendo tragedie sui giornali, dissezionandole pezzo a pezzo ogni giorno, e chi le compra in ogni istante seguendole come se fossero sceneggiati, serie tv, ovvero reality show. Un mercimonio di tristi disgrazie e dolore di chi resta, macellati e divorati nei monitor dei molti che guardano e dei pochi che alla fine dell’ennesima abbuffata contano i proventi dei click. Il mercato azionario è pieno di individui che conoscono il prezzo di tutto, ma il valore di niente (Phillip Fisher) C’è chi al timone dell’Italia si accinge a vendere una ulteriore versione deteriorata e abusata di un concetto da tempo immemore caro ai dittatori – la famigerata sicurezza – togliendo ulteriori occasioni e diritti di dissenso alla popolazione, al netto di altrettanti alibi e protezioni per le forze dell’ordine, le quali vanno interpretate sempre all’opposto. L’ordine della e con la forza al servizio del potere, già. E nel mentre, Casapound sta ancora lì, illegalmente, nel cuore della capitale. Non tutto ciò che può essere contato conta, e non tutto ciò che conta può essere contato (Albert Einstein) E c’è chi come l’ennesimo Agnelli che ha comprato tanto, troppo, non solo un giornale come Repubblica, che è solo l’ultimo degli affari andati in porto. C’è un intero Paese nelle tasche della sua famiglia ormai da un secolo. Una dinastia degli acquisti e delle svendite più o meno alla luce di ‘O sole mio, stavolta. Con la complicità di almeno due, se non tre, generazioni di governi e istituzioni, faccendieri e portaborse, e il silenzio assenso di una moltitudine di gente colpevolmente distratta o indifferente. Vorrei vivere come un uomo povero con un sacco di soldi (Pablo Picasso) C’era quindi una volta e c’è ancora un pianeta di nome Mercato. Dove si può smerciare in ogni luogo e istante. Qualsiasi cosa. O quasi, esatto. E se ciò che hai, a cui tieni maggiormente – compreso te stesso -, appartiene a quest’ultima minoritaria categoria, ti prego, uniamoci e lottiamo assieme per difenderla con le nostre unghie e i nostri sogni. -------------------------------------------------------------------------------- Per ricevere la Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Vita contro denaro. Elogio delle follie necessarie -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Compravendite proviene da Comune-info.
Aventure
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Baobab experience -------------------------------------------------------------------------------- Migrante/immigrato è ormai una parola abusata nel linguaggio mainstream – sia quello accademico sia quello comune – ed è carica di controindicazioni: pietrifica una condizione, la rende eredità, attraverso un participio passato, o inchioda in un presente continuo che non lascia scampo al cambiamento, a risoggettivarsi sotto un’altra luce che non sia quella del movimento passato o del movimento perpetuo. Raramente abbiamo ascoltato la parola migrante/immigrato facendo ricerca fra coloro che provano ad attraversare il Mediterraneo centrale. I nostri interlocutori provenienti dall’Africa Occidentale e che abbiamo imparato a conoscere nelle loro peripezie fra Marocco, Algeria, Libia, Tunisia, ne privilegiano altre. Una fra tutte è aventure («avventura»), e il modo soggettivo di definirsi è quindi quello di aventurier. Con questo termine si allude a un campo di situazioni e significati che eccede il movimento in sé e mette in rilievo la dimensione del rischio, la sua assunzione volontaria, l’investimento personale, la gioia della scoperta e la trasformazione dello sguardo attraverso il viaggio e gli incontri, la costruzione di un sapere utile a destreggiarsi, l’aleatorietà e imprevedibilità delle situazioni. La parola aventure restituisce quindi, nei molti casi in cui viene citata, l’idea del movimento nello spazio come principale dinamica della mobilità esistenziale e sociale, principale concreto strumento di sottrazione all’inedia e allo sfruttamento, dimensione necessaria alla sopravvivenza ancor prima psichica e culturale che materiale per chi nasce e cresce in contesti dove la precarietà è tanta e il contesto aleatorio (in Africa come in tutto il mondo, verrebbe da dire). Ma in questo contesto la violenza è sempre dietro l’angolo (e maggiore è la necessità di nascondersi maggiore sarà la violenza derivante dalla non visibilità forzata), e diventa spesso violenza sessuale quando l’avventura è quella delle donne. Si tratta quindi di conservare tutta la portata semantica del termine avventura nel senso di «ingiunzione alla vita» (provare a vivere è un dovere), mettendo in secondo piano invece la dimensione romantica ed esotica che spesso viene evocata da questa parola, che in questo contesto non ha nulla della eccezionalità di eroismi individuali e si pone invece come epopea collettiva, come forza vitale dell’uomo e della donna comune davanti all’insufficiente e all’avverso. In tal senso altri sostantivi attraverso i quali le persone interdette al movimento identificano il proprio gruppo sociale (si veda Soldat) non sono (sol)tanto alternativi a quello di aventurier, quanto piuttosto integrati a esso, come due facce della stessa medaglia. Da un lato l’aventurier cerca di aprirsi una via di vita, cerca di darsi una vita altrimenti impossibile in contesti di origine fortissimamente disuguali, dall’altro il soldat è la figura di una base piramidale in cui il singolo aventurier vale poco o niente se non si unisce ad altri, non potrà sopravvivere se non ubbidisce, sa di avere poche speranze di riuscita. Se boza si riferisce all’atto di sfidare la frontiera, di tirare i dadi in una partita che si vince o si perde (si veda Boza), l’aventure inizia quando si lascia casa e ci si mette in una situazione di ricerca, senza una destinazione fissa, predeterminata. Il termine opera come un fattore distintivo che rimanda a due elementi: la dimensione generazionale, perché la popolazione degli aventuriers è composta nella stragrande maggioranza da persone giovani dotate di una cospicua dotazione di capitale corporeo (forza fisica, resistenza, agilità, ecc.); e la classe sociale di appartenenza. Così da un lato troviamo gli aventuriers (a volte anche designati come «quelli del deserto»), dall’altro gli studenti, quelli che si muovono con i visti e gli aerei. Una composizione sociale che ci permette di capire come le condizioni di mobility injustice configurino percorsi geografici e condizioni sociali di movimento radicalmente differenti già a partire dal paese di origine. Questa distinzione, se riafferma a volte un orgoglio subalterno, dall’altro offusca gli spazi di scambio e solidarietà che si danno in un contesto come quello tunisino in cui il razzismo di stato contro la popolazione black (si veda Black) non fa molti sconti in relazione ai documenti che si hanno in tasca. Sono tutti «oro nero» e in quanto tali vittime di deportazioni e tratta di stato verso la Libia (si veda Or noir). Capita allora che gli studenti e i loro spazi quotidiani divengano a volte un rifugio provvisorio per i loro fratelli più poveri, mettendo a disposizione abitazioni e relazioni. Gli stessi studenti quando prendono il mare divengono aventuriers e bozayeurs (si veda Boza). Aventure infine è riaffermare una sete di conoscenza e una forza dello spirito che spinge soggetti subalterni e razzializzati in una sfida continua al fine di cambiare la propria vita e quella delle proprie famiglie. Il termine, diffuso lungo tutte le rotte terrestri e marine nel Maghreb e in Africa subsahariana, è stato registrato dalla letteratura socio-antropologica più attenta sin dai primi anni 2000. -------------------------------------------------------------------------------- Tratti dal libro Controdizionario del confine. Parole alla derive nel Mediterraneo centrale dell’Equipaggio della Tanimar (a cura di Filippo Torre, per Tami ed.). Il libro raccoglie 42 parole (tra cui black, cachette, boza, clandestino, fakop, soldat, tobà…) legate a chi cerca di attraversare il confine italo-tunisino, soprattutto persone dell’Africa francofona: sono termini spesso inventati, di un vocabolario precario e fluido ma straordinariamente vivo, che circolano nei campi informali e nei centri di accoglienza, parole che raccontano rapporti di potere, domini coloniali ma anche gesti ribelli di storpiatura, e ancora strategie di sopravvivenza e relazioni di solidarietà. È evidente: non si tratta solo di parole, “si tratta di vite – scrive nella prefazione Georges Kougang – che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle ascoltare”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Aventure proviene da Comune-info.
C’è una parola per tutto questo, autoritarismo
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- «Quando la sicurezza diventa il valore supremo, lo Stato di diritto è già in crisi» (Luigi Ferrajoli) C’è un momento, nelle democrazie, in cui la paura smette di essere un’emozione e diventa un metodo di governo. Quel momento è arrivato anche in Italia. Le bozze del nuovo pacchetto sicurezza del governo Meloni parlano chiaro: fino a 20mila euro di multa per chi devia dal percorso di una manifestazione. Dodici ore di fermo preventivo per chi è solo sospettato di poter disturbare un corteo. Nessun reato commesso, nessun giudice interpellato: basta il sospetto. È la deriva di un potere che, come scriveva Michel Foucault, non punisce tanto ciò che è stato fatto, quanto ciò che potrebbe accadere. L’auto confiscata per chi ha “qualche canna in tasca”. Ragazzi stranieri buttati fuori dall’accoglienza a 19 anni invece che a 21. Il gratuito patrocinio negato ai migranti che vogliono opporsi all’espulsione. Non sono misure contro il crimine. Sono misure contro la precarietà, contro la giovinezza, contro il dissenso. Contro chi non ha i soldi per un avvocato, contro chi manifesta, contro chi è nato altrove. Il governo lo chiama sicurezza. Ma di quale sicurezza parliamo? Quella di una ragazza che torna a casa la sera? Quella di un anziano che vive solo? O quella di uno Stato che non vuole più essere disturbato, che considera ogni forma di protesta una minaccia? La verità è semplice e nota quanto scomoda: non esiste sicurezza senza giustizia sociale. Puoi riempire le strade di telecamere e moltiplicare i divieti, ma se un ragazzo non ha futuro, la repressione non risolve nulla. Sposta soltanto il problema, lo nasconde, lo incattivisce. E intanto si normalizza l’inaccettabile. Le zone rosse non sono più un’emergenza, ma una prassi. Il questore può ammonire bambini di 12 anni. Gli agenti non finiscono più automaticamente nel registro degli indagati quando sparano. Due pesi, due misure: protezione per chi ha la divisa, punizione preventiva per chi scende in piazza. Questo non è uno Stato che si difende. È uno Stato che ha paura dei suoi cittadini. C’è una parola per tutto questo, ed è autoritarismo. Non quello dei colpi di stato, ma quello strisciante, fatto di diritti compressi un pezzetto alla volta, di una democrazia che si svuota mentre tutti guardano altrove. Dovremmo ricordarcene ora, prima che sia tardi: perché, come ci ha insegnato Walter Benjamin, «lo stato di emergenza in cui viviamo non è l’eccezione, ma la regola». -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo C’è una parola per tutto questo, autoritarismo proviene da Comune-info.
Il territorio, filo dopo filo
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Cooperativa sociale Magliana Solidale di Roma -------------------------------------------------------------------------------- Afferra il filo con una mano e, con l’altra, l’uncinetto. L’uno sembra chiamare l’altro, e senza sapere bene come ti ritrovi presto a intrecciare non solo fili colorati, ma anche le storie delle persone che li attraversano. “Fili e Trame – per una maglia solidale di comunità nel Municipio XI di Roma” è un progetto che si svolge nei quartieri Marconi (presso il centro anziani di quartiere Amici del Sorriso), Magliana (nella sede della cooperativa Magliana Solidale) e a Colle del Sole (presso l’IC Santa Beatrice, il Bar 39 ed altre sedi del territorio) del Municipio XI. Pensato come un’occasione per rompere la solitudine degli over 60 e imparare cose nuove, è diventato per molte persone un momento atteso con cui ri-cominciare a intrecciare la propria vita con quella di altri. Fili & Trame è centrato sulla pratica benefica e socializzante del lavoro a maglia, dove ogni partecipante (chiamato Magliante) ritrova un proprio spazio di attività unito al piacere di contribuire per uno scopo sociale, perché può conoscere da vicino alcune realtà che si occupano di persone fragili e perché un pomeriggio a settimana può donare ai loro ospiti i prodotti del laboratorio di maglia. Le diverse realtà territoriali che partecipano (come l’associazione “La lampada dei desideri” e “Salvamemme”), dopo la firma di un Patto di Collaborazione, raccontano ai Maglianti la loro attività e capiscono insieme quali manufatti potranno essere lavorati e donati per l’utilità degli ospiti. Comincia poi il lavoro vero e proprio dedicato all’immaginazione, ai colori, alle forme, alle idee e alla magia delle mani che trasformano gomitoli in opere d’arte. Inevitabilmente il lavoro a maglia è un momento per raccogliere vissuti diversi e per favorire la conoscenza tra persone dello stesso territorio. A volte è come salire su un sentiero di montagna: senti lo sforzo, i pensieri che si fanno strada, vogliono essere ascoltati e considerati. Del resto non siamo abituati a incontrare la fragilità, o meglio non tutti abbiamo modo di conoscerla e di viverla da vicino e come occasione di crescita, di vicinanza affettiva ed emotiva. Nel lento procedere ciascuno prende spazio. In un messaggio diffuso sul gruppo WhatsApp qualcuno scrive: “Quanto mi manca lo spazio del laboratori. Ero partita così bene, volevo conoscere C. e le altre signore per allontanare un po’ la solitudine e ritrovare la gioia, scambiarci lavori, parole, confidenze, stare in compagnia ma, purtroppo, mi sono dovuta fermare. Ora sto facendo controlli, visite e non so che altro mi aspetta… Speravo tanto di passare il mio compleanno in vostra compagnia, lo avevo detto anche ad A., c’è tempo ancora, vedremo. Vi abbraccio tutte”. Di certo bastano un paio di incontri per muovere le prime relazioni: chiedere un passaggio, scambiarsi un’idea, cercare un consiglio, darsi appuntamento per il giorno del laboratorio… Abbiamo tutti bisogno di un comunità di quartiere. Lo dimostrano anche i diversi giovani che si sono avvicinati al progetto (finanziato con l’Otto per Mille della Tavola Valdese). Accogliere gli imprevisti è un passaggio automatico di questo tipo di percorsi. Michele, ad esempio, ha sempre accompagnato la moglie, fotografando gli incontri del lavoro a maglia con il suo smartphone. Un giorno qualcuno gli ha chiesto: “Ma tu che facevi prima di andare in pensione?” “Il meccanico”. “Ma allora sai smontare e rimontare le cose?” “Certo”. “E vorresti farlo per gli altri?” “Perché no?”. È nato così la figura del “Sostenitore” e i primi sono già attivi: si tratta di persone con diverse capacità che sostengono il percorso mettendo in comune tempi e saperi, come a Colle del Sole dove è stato avviato uno Spazio Repair Cafè grazie alla disponibilità di un primo volontario che si è reso disponibile ad aggiustare oggetti e giochi per l’associazione “Salvamamme”. C’è chi decreta che senza la bussola del profitto i legami sociali siano destinati a perdersi. Ma questo lembo di periferia romana smentisce l’oracolo. Qui basta un gesto minimo, un punto d’uncinetto scelto come principio — catenella, maglia bassa, mezza maglia, maglia alta — e il futuro comincia a tessersi da sé. Il resto lo rivela il territorio, filo dopo filo. -------------------------------------------------------------------------------- È possibile seguire il progetto Fili & Trame su https://www.facebook.com/magliana.solidale (tel. 347 2880514 oppure e-mail filietrame.magliasolidalecom.@gmail.com). -------------------------------------------------------------------------------- Chiara Cammarata è educatrice professionale e coordinatrice del progetto Fili & Trame. Franco Violante, sociologo, è progettista per la Cooperativa Magliana Solidale -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI DANIELA DEGAN: > Alfabeti per mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il territorio, filo dopo filo proviene da Comune-info.
Che succede in Iran?
PERCHÉ LA SITUAZIONE IN IRAN È DIFFICILE DA COMPRENDERE E COMPLETAMENTE IMPREVEDIBILE? IL REGIME HA ANCORA UNA BASE SOCIALE? COSA HA SCATENATO L’ATTUALE CRISI? UN ARTICOLO DI FARIBA ADELKHAH, ANTROPOLOGA FRANCO-IRANIANA, CHE OGGI VIVE A PARIGI E CHE 2019 ERA STATA ARRESTATA IN IRAN PER «ATTENTATO ALLA SICUREZZA NAZIONALE DELLA REPUBBLICA ISLAMICA» Tehran. Foto unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Dietro l’intensificarsi delle proteste e la loro repressione si celano dinamiche complesse che intrecciano rivendicazioni popolari, lotte per interessi economici, divisioni interne al governo e incertezze sulle alternative politiche. Pertanto, il rapporto tra Stato e società appare profondamente conflittuale e il futuro del regime altamente incerto. Articolo pubblicato in francese sul sito AOC (Analyse Opinion Critique). Traduzione di Salvatore Palidda per Effimera  -------------------------------------------------------------------------------- La Repubblica Islamica dell’Iran torna a far notizia, tra proteste, repressione e minacce da parte di Stati Uniti e Israele. La situazione è ancora più difficile da comprendere e imprevedibile dato che le autorità hanno imposto un blackout informativo: internet è bloccato, tranne presumibilmente per i membri privilegiati del regime (o, curiosamente, per alcuni dei suoi dissidenti in possesso di una cosiddetta SIM “white card”). Inoltre, l’opposizione in esilio satura i media con annunci dell’imminente caduta del presidente – sebbene lo faccia da quarantaquattro anni – e dell’imminente ritorno dell’erede della dinastia Pahlavi, una previsione che si ripete da circa quindici anni. La proliferazione di fake news e video palesemente prodotti dall’intelligenza artificiale, o diffusi senza alcuna contestualizzazione, non fa che aumentare la confusione. Pertanto, dobbiamo affrontare le immagini e i dati che circolano senza alcuna possibilità di verifica o controllo incrociato con la massima cautela giornalistica e scientifica. In breve, li riceviamo da due fonti ugualmente inaffidabili e poco trasparenti: da un lato, il regime stesso; dall’altro, i social media, i cui padroni e meccanismi interni non si sa a cosa mirano. La rabbia nelle strade è innegabile. È alimentata dall’inflazione, che rende la vita quotidiana semplicemente impossibile. Gli iraniani non possono più permettersi beni alimentari di base, figuriamoci qualsiasi altra cosa. A questo si aggiungono le ormai frequenti interruzioni di acqua ed elettricità dovute allo spreco di risorse idriche dovuto all’invecchiamento delle infrastrutture, alla proliferazione di trivellazioni illegali nelle aree rurali e al cambiamento climatico. Sembra che questa rabbia stia ora portando con sé richieste politiche ostili alla Guida Suprema, o persino alla stessa Repubblica Islamica, e, alcuni ci assicurano, favorevoli all’erede di Mohammed Reza Shah, senza alcuna chiara indicazione dell’entità del suo effettivo sostegno popolare nel Paese. Per comprendere meglio la rappresentatività e l’importanza delle proteste, può essere utile guardare all’Iran da una prospettiva diversa. Diversi indicatori suggeriscono che la Repubblica Islamica, o almeno lo Stato, gode ancora di un certo grado di fiducia all’interno della società, o che quest’ultima dimostra una flessibilità e un’adattabilità alle politiche pubbliche che non pregiudicano in alcun modo i suoi sentimenti più profondi o le sue divisioni interne. Ad esempio, Mohammad Reza Ashtari, direttore di Pedal, la piattaforma di vendita di automobili più popolare in Iran, ha annunciato alla fine dell’anno, prima dello scoppio delle proteste, che tra i dieci e gli undici milioni di iraniani si erano iscritti a una lotteria che consentiva loro di pagare in anticipo le auto in vendita e di riceverle entro 30 giorni o entro quattro-otto mesi. L’esperienza ha dimostrato che, in pratica, questo lasso di tempo potrebbe essere esteso di due o tre volte. A novembre, più di tre milioni di iraniani si erano registrati come acquirenti; a settembre, sei milioni. Analogamente, a marzo 2025, la Banca Centrale ha venduto 339.138 monete d’oro a 91.100 persone utilizzando lo stesso metodo di vendita differito. Questo metodo di vendita è molto comune in Iran dalla rivoluzione del 1979. Le persone acquistano volentieri case su progetto, pagando a credito: una parte consistente alla firma e il saldo alla consegna. Persino il petrolio, nel contesto delle sanzioni internazionali, viene venduto in questo modo. Gli intermediari pagano una parte in contanti, con la promessa di una consegna successiva, per il carico di una petroliera, che viene poi trasferito su una nave nel Golfo. Questa pratica commerciale del salaf (letteralmente: “pagamento anticipato”) è comune in agricoltura. Gli intermediari acquistano la frutta dall’albero, prima che sia matura e raccolta, a un prezzo inferiore, assumendosi il rischio di condizioni meteorologiche avverse o altri eventi. L’agricoltore ci rimette in termini di reddito, ma può trarne vantaggio in termini di flusso di cassa. Si suppone che tutti ne traggano vantaggio, anche se, in realtà, questo tipo di transazione rivela l’asimmetria del rapporto tra produttori e commercianti o trasportatori, e favorisce una sola categoria sociale: gli intermediari, sulle cui spalle grava il grosso dell’onere economico. Il fattore importante, in questo caso, per le transazioni di oro o automobili, è la fiducia continua che il pubblico ripone nella firma dello Stato, o delle sue istituzioni finanziarie ed economiche, a cui affida il proprio denaro per diversi mesi, e spesso diversi anni, senza un ritorno immediato. E questo nonostante il susseguirsi di movimenti di protesta e manifestazioni dal 2009. Il legame tra Stato e società non sembra essersi completamente spezzato, sebbene gli eventi attuali avvalgano l’ipotesi di una vera e propria crisi di regime – un’ipotesi che non considera la fascia della popolazione che non ha ancora espresso le proprie opinioni. Prima di tentare di decifrare la crisi politica, ricordiamo alcune ragioni che spiegano la persistenza di questa fiducia, o almeno i possibili limiti della richiesta di un cambiamento politico (o di policy) più o meno radicale, che, in fondo, è la logica stessa del principio di protesta. Da parte mia, ne vedo almeno quattro: il timore di vedere compromessi gli interessi accumulati in oltre quarant’anni di Repubblica, e spesso grazie ad essa, in vari settori economici, in particolare nel settore fondiario e immobiliare, ma anche nel commercio, attività centrale del Paese; il ricordo ossessivo dei conflitti sepolti, dei regolamenti di conti e della condotta della guerra tra Iraq e Iran, tutti episodi dolorosi che hanno lacerato la società e le famiglie stesse; il timore di una guerra civile del tipo che sta devastando i Paesi vicini (Afghanistan, Iraq, Siria, Libano, Yemen); e il rifiuto dell’ingerenza straniera. Il regime ha ancora una base sociale? In breve, regime e società sono troppo strettamente intrecciati per una rottura improvvisa, almeno fino a prova contraria. In particolare, il livello locale non deve essere trascurato quando si valuta la forza della Repubblica Islamica e la natura dell’attuale conflitto, che non può essere ridotto alla domanda piuttosto ingenua se un Pahlavi tornerà o meno al potere. Le elezioni municipali e persino parlamentari a questo livello sono autenticamente competitive. Sono intrecciate con le dinamiche locali e quindi possiedono una propria dimensione distinta, relativamente indipendente dal regime, pur essendo in grado di innestarsi nelle istituzioni esistenti, in particolare a livello di interessi agrari, che la rivoluzione del 1979 ha infine riprodotto in larga misura, a causa della mancanza della promessa riforma agraria, definitivamente abbandonata negli anni Ottanta. Oggi, molti iraniani, sebbene non “tutti” gli iraniani, sono in piazza, in ranghi più compatti e apparentemente più diversificati socialmente rispetto al movimento “Donne, Vita, Libertà”, e con richieste più radicali, o almeno più generali e politiche, rispetto a quel movimento. Dalla fine della guerra contro l’Iraq nel 1988, i movimenti di protesta si sono susseguiti. Pur essendo spesso categoriali, queste crisi hanno comunque teso a ruotare attorno a tre o quattro questioni principali: l’economia, le libertà, la giustizia e, sempre più a partire dalla “Guerra dei Dodici Giorni” tra giugno e luglio 2025, la sicurezza. Cosa ha scatenato l’attuale crisi? Il malcontento dei commercianti, le cui attività e profitti sono stati ostacolati dalle incessanti fluttuazioni del dollaro. I commercianti sono, di per sé, i principali beneficiari di un dollaro in rialzo, che consente loro di speculare. Tuttavia, fluttuazioni eccessivamente rapide o significative sul mercato dei cambi non devono paralizzare le transazioni quotidiane, scoraggiandole o semplicemente rendendole impossibili, il che diventa rapidamente catastrofico in un’economia dollarizzata, dove persino il prezzo delle angurie è ancorato al dollaro. È il dollaro a dettare il ritmo, molto più dell’oro, del petrolio o del mercato immobiliare. Ma un altro fattore è entrato in gioco: un nuovo tentativo di unificare i tassi di cambio – un tema ricorrente nell’aggiustamento strutturale dell’economia iraniana dall’inizio degli anni Novanta – la cui attuazione vieta (o vieterebbe) le transazioni speculative tra il tasso preferenziale concesso alle istituzioni statali e ad alcuni attori o intermediari del mondo imprenditoriale legati a queste istituzioni, e ai tassi di libero mercato applicati all’intera popolazione. Alcuni importanti intermediari legati al sistema corporativo e ad alcune istituzioni di regime, il cui potere è stato rafforzato grazie, in particolare, alle sanzioni internazionali, avrebbero molto da perdere da una simile riforma monetaria, che, fino ad ora, è sempre stata rinviata sotto la pressione delle lobby e, naturalmente, in nome delle sofferenze di un popolo che rappresenta sempre un comodo capro espiatorio quando si tratta di proteggere questi interessi particolari. Quest’anno, le proteste sono iniziate ad Alaeddine, il bazar di telefoni cellulari e accessori, il prodotto di contrabbando per eccellenza, che viene importato al tasso di cambio preferenziale, teoricamente riservato ai beni essenziali, e poi rivenduto al tasso di libero mercato. Tutto ciò avviene sullo sfondo di numerose cause legali intentate contro alcuni dei suoi commercianti, in rappresentanza di importanti aziende internazionali come Nokia, Samsung e LG, accusati di non aver fornito i servizi contrattuali, a danno dei loro clienti e a vantaggio dei loro portafogli. I commercianti di Alaeddine hanno vetrine, ma sono noti per lavorare a stretto contatto con reti commerciali illecite che, tuttavia, non sono necessariamente separate da quelle dello Stato. Si potrebbe quasi parlare di una guerra tra due reti di contrabbando, o almeno due reti economiche informali: quella del bazar e quella del regime, con i suoi partner opportunisti, come banche e varie aziende. Da un lato, probabilmente non dovremmo attribuire al bazar di Alaeddine più importanza di quanto meriti, ad esempio ricordando astoricamente che il bazar ha avuto un ruolo fondamentale in tutti i grandi movimenti rivoluzionari, in particolare nella Rivoluzione Costituzionale del 1906-1909 e nella cosiddetta Rivoluzione Islamica del 1979, quasi a voler annunciare meglio l’inevitabile rovesciamento del regime – un elemento su cui l’opposizione in esilio si aggrappa prontamente. Il vero motore della mobilitazione delle ultime settimane è la crescente frustrazione della popolazione per il deterioramento della situazione economica e l’incapacità delle autorità di controllarla. Questa esasperazione è alimentata dalle preoccupazioni per la sicurezza del Paese, dovute alle minacce israeliane e statunitensi, e dalle violazioni sempre più intollerabili delle libertà individuali. L’elemento decisivo della situazione è l’autonomia della piazza, riconquistata con la contestazione dei risultati delle elezioni presidenziali del 2009 e le successive proteste del Movimento Verde. Una parte dei leader del movimento, incarcerati o agli arresti domiciliari, continua a esercitare influenza politica e a rappresentare una sorta di potenziale opposizione, più o meno in sintonia con le mobilitazioni popolari. D’altra parte, è vero che il bazar è sempre stato in grado di mobilitare la strada impiegando vari “colli grossi” (gardan koloft). Il più famoso in epoca moderna fu Teyyeb Haj Rezai (1912-1963), a cui in passato ho dedicato una ricerca. La sua roccaforte era il mercato ortofrutticolo nel sud di Teheran. Non si può escludere che i “colli grossi” contemporanei, traendo profitto dai guadagni inaspettati delle sanzioni internazionali, abbiano altre roccaforti, meglio collegate all’economia globalizzata. Il movimento di protesta, persino le rivolte, potrebbero allora assumere la forma di una “guerra dei gioiellieri”, come si dice comunemente in Iran, in cui l’unico perdente è il cliente. La storia iraniana è piena di episodi di questo tipo, ricchi di violenza, tradimenti e drammatici capovolgimenti di fronte. Una “guerra dei gioiellieri”? In breve, non si può fare a meno di interrogarsi su potenziali protagonisti diversi dai manifestanti che scendono in piazza a proprio rischio e pericolo, e su possibili programmi diversi dalla condanna dell’alto costo della vita, dalla denuncia della corruzione, dalla richiesta di giustizia e libertà, o persino da un cambio di regime. Non è cospirazionismo mettere in discussione, negli eventi attuali, il ruolo delle Guardie Rivoluzionarie, di attori di un mercato finanziario fiorente – che non hanno mai nascosto la loro gioia nel vedere il dollaro impennarsi e aumentare i loro profitti marginali, al punto da temere l’unificazione dei tassi di cambio e la stabilizzazione monetaria – o persino dei principali santuari di Qom e Mashhad, vere e proprie potenze economiche, e delle reti di contrabbando nelle province di confine. Senza dimenticare gli attori stranieri i cui omicidi mirati e attentati del 2025 hanno dimostrato di avere legami con l’Iran stesso. Nel frattempo, i manifestanti hanno adottato lo slogan, ripetuto fino alla nausea, “Povertà, corruzione, alto costo della vita. Stiamo andando verso il rovesciamento [della Repubblica Islamica]” (faqhr fesad gerouni, mirim ta sar negouni). Da quanto sento quotidianamente sui social media, in particolare su Clubhouse, che ha un seguito enorme, la soluzione politica sembra semplice, almeno in teoria, ma i problemi rimangono senza soluzioni concrete: la sicurezza, in un Paese assediato da nemici stranieri e traumatizzato dalla “Guerra dei Dodici Giorni”; la ripresa economica; la giustizia; e le libertà. Finché l’opposizione rimarrà divisa su tre punti di contesa – il posto dell’Islam nel sistema politico, il rapporto con gli Stati Uniti e la questione costituzionale, in altre parole, la questione della Guida Suprema – lo Stato dovrà mantenere il controllo, per quanto sanguinoso, sul corso degli eventi e ricevere l’approvazione o l’accettazione di una parte della popolazione, anche se quella parte è pienamente consapevole della propria incompetenza o corruzione. Il movimento “Donne, Vita, Libertà” ha fatto capire al regime che non ha altra scelta che allentare il controllo sulla vita privata dei cittadini. Almeno nelle grandi città, indossare il velo non è più obbligatorio, di fatto, sebbene non sia stata approvata alcuna legge in tal senso (e tanto più che non è mai esistita una legge esplicita che lo rendesse obbligatorio). In parole povere, la polizia si è arresa. Il profilo delle donne con account Clubhouse è rivelatore. Molto spesso mostrano ritratti di se stesse senza velo, anche quando si trovano in gruppi vicini al governo. Nelle zone franche del Golfo, in particolare sull’isola di Kish, le donne vestono in modo meno conservativo che a Dubai. In ogni caso, la questione del velo è stata senza dubbio sempre sopravvalutata all’estero, poiché il suo obbligo non ha impedito, e potrebbe anzi aver incoraggiato, la partecipazione delle donne alla sfera pubblica. In risposta a questa protesta aperta, la repressione è diventata molto dura, come dimostra l’elevatissimo numero di morti degli ultimi giorni. I servizi di sicurezza si preparano a questo scontro da molti anni e sono esperti di violenza. Ma, allo stesso tempo, forse mai prima d’ora il dibattito è stato così aperto all’interno della Repubblica Islamica e con la sua opposizione, almeno fino al blocco di internet. Su Clubhouse, si possono esprimere opinioni altamente provocatorie su temi scottanti, nonostante molte delle stanze della piattaforma siano controllate da attori del regime. Gli iraniani, sia quelli all’interno del Paese che quelli della diaspora, “esperti” così come gente comune e politici, giovani e anziani di entrambi i sessi, vi dedicano molto tempo. Idee, e soprattutto invettive, circolano e permeano le onde radio, senza che nessuno sappia cosa emergerebbe in caso di una vera e propria rottura politica. Bisogna riconoscere che, nonostante la violenza del discorso scambiato, Clubhouse funge da sostituto della società civile e ne compensa le carenze. La prigione stessa contribuisce a questo fermento. Detenuti noti, come Tadjazadeh, Mirhossein Moussavi e Bahareh Ranameh, inviano regolarmente le loro dichiarazioni al mondo esterno, che gli ambienti politici si prendono poi il tempo di discutere sui social media. Una delle caratteristiche degne di nota di questo fermento intellettuale è che non rifiuta necessariamente il quadro normativo islamico. Spesso, la Repubblica Islamica non viene criticata per la sua esistenza in quanto tale, ma per la sua esistenza inadeguata, errata o addirittura per aver tradito il “vero” Islam, in particolare dal punto di vista della politica economica, della giustizia e delle libertà pubbliche e private. Si invoca un Islam migliore, che rimane il “problema legittimo della politica” (Pierre Bourdieu) per molti protagonisti – un fatto che parte dell’opposizione esterna non riesce a comprendere – le autorità iraniane non sono semplicemente composte da cattivi leader, ma anche da cattivi musulmani. Vengono quotidianamente redarguiti facendo riferimento alla tradizione del Profeta, ai suoi detti (hadith), al Nahj al-Balagheh (i detti e i sermoni dell’Imam Ali) – un repertorio che il presidente Pezeshkian ha citato frequentemente durante la sua campagna elettorale del 2024 – e anche ricorrendo al fiqh, la legge islamica. Questa invocazione del “vero” Islam, quello di Ali ibn Abi Talib, cugino di primo grado del Profeta, e non quello di Ali Khamenei, lascia la porta spalancata a un dibattito che non risparmia più la persona e la funzione della Guida Suprema. La sua dipartita è, in ogni caso, imminente e inevitabile data la sua età, anche a prescindere dall’attuale movimento di protesta. Inoltre, non c’è dubbio che l’imminenza di questa scadenza sia alla base degli sconvolgimenti nella vita politica iraniana degli ultimi anni. In effetti, all’interno del clero e negli ambienti di filosofia politica, il dibattito è in corso dagli anni ’90 e 2000, in particolare per quanto riguarda la natura personale o collegiale del velayat-faqih (ufficio del giudice). Le questioni relative al suo status, alle sue prerogative costituzionali e alla sua successione non sono più un tabù, nemmeno su Clubhouse. Uno degli effetti paradossali della Repubblica Islamica è il silenzio imposto all’alto clero riguardo agli affari politici, un fatto trascurato da coloro che attribuiscono grande importanza alle dichiarazioni di alcuni membri di medio o basso rango, fortemente ideologicamente motivati, e che li scambiano per portavoce del regime. Imprevedibilità rivoluzionaria Una delle difficoltà nel comprendere gli eventi attuali è che sappiamo molto poco dell’effettivo sostegno ai monarchici e ai Mujaheddin del Popolo all’interno dell’Iran stesso. All’estero, l’opposizione rimane molto vaga sui suoi programmi. Inoltre, la diaspora è ora in parte popolata da dissidenti del regime, generalmente descritti come riformatori, ma che, in realtà, sembrano rimanere strettamente legati alle sue reti. Tanto che non sappiamo nulla della posizione che i potenziali successori della Repubblica Islamica assumerebbero su questioni cruciali come la ripresa economica, i rapporti con gli Stati Uniti (e soprattutto con Trump) e il ruolo dell’Islam e del clero – che non sono necessariamente la stessa cosa – in un nuovo regime. È possibile che la Repubblica Islamica sia indebolita e minacciata dall’esterno. È anche probabile che gli iraniani ci penseranno due volte prima di sprofondare nell’abisso, soprattutto se a spingerli in quella direzione è l’intervento straniero. Non dimentichiamo che la rivoluzione del 1979 era nazionale, persino nazionalista, prima di diventare islamica, e che questa fonte di legittimità non è affatto esaurita. Non possiamo quindi escludere la possibilità che una forza interna al regime costituito possa prendere il controllo sfruttando questa vena, anche se ciò significa trovare un compromesso con il “Grande Satana”. Le Guardie Rivoluzionarie sono, ovviamente, le prime che vengono in mente in questa situazione, data la loro ascesa economica durata almeno due decenni. Ma non c’è alcuna garanzia che vogliano prendere apertamente il potere che già controllano dietro le quinte. Questo è particolarmente vero perché sono esse stesse divise, soprattutto lungo linee generazionali. Infine, per definizione, una vera rivoluzione non può essere pianificata. Nasce da un’alchimia che le scienze sociali non comprendono facilmente, come hanno dimostrato le previsioni in gran parte errate dei migliori specialisti del 1977-1979. Emerge sempre in modo contingente, senza preavviso, dalle profondità di una società, a volte dando legittimità a idee o pratiche prima impensabili. Il panorama è senza dubbio più cupo, oggi. Non ci si può che chiedere come siamo arrivati a questo punto! Una domanda difficile, data la complessità della situazione e le responsabilità coinvolte. Quindi, poniamo un’altra domanda. Il cambiamento politico, da solo, in una società così polarizzata, può produrre un miracolo diverso da una sanguinosa purificazione? Per la mia generazione, che ha partecipato alla rivoluzione e ne è stata orgogliosa, senza sottoscrivere il regime che ne è emerso, la speranza è che le attuali forze politiche possano dialogare senza ricorrere alla violenza, portando alle profonde trasformazioni necessarie. L’Iran appartiene a tutti gli iraniani che hanno vissuto le sue crisi, le sue divisioni, la guerra, le sanzioni internazionali e che hanno lottato per la sua integrità. -------------------------------------------------------------------------------- Fariba Adelkhah è un’antropologa franco-iraniana. Nata a Teheran nel 1959, è una ricercatrice del Centre de recherches internationales a Sciences Po di Parigi. Arrestata in Iran nel giugno del 2019, e accusata di «attentato alla sicurezza nazionale della Repubblica islamica» è stata imprigionata per più di un anno e poi rilasciata con un braccialetto elettronico e quindi nuovamente detenuta nella prigione di Evin dal gennaio 2022 al febbraio 2023. È rientrata in Francia solo nell’ottobre del 2023. A questa terribile esperienza ha dedicato il libro «Prisonnière a Teheran» (Seuil, 2024) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che succede in Iran? proviene da Comune-info.
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PENSARE E PRATICARE IL COMUNE, CON TENTATIVI ED ERRORI, OGGI VUOL DIRE RESISTERE ALLA GUERRA CHE OVUNQUE DISTRUGGE LA VITA. PENSARE E PRATICARE IL COMUNE, CON TENTATIVI ED ERRORI, SIGNIFICA RESISTERE ALLO STROMBAZZATO PROGRESSO/SVILUPPO, CHE SI È SEMPRE TRADOTTO IN VIVERE BENE PER UNA MINORANZA DI PERSONE DEL MONDO. VUOL DIRE SMETTERE DI SACCHEGGIARE MADRE TERRA, MA ANCHE COSTRUIRE SPAZI COLLETTIVI PER DIALOGARE E ORGANIZZARCI E ROMPERE COSÌ L’APATIA E L’INDIFFERENZA. PENSARE E PRATICARE IL COMUNE, CON TENTATIVI ED ERRORI, PER LE COMUNITÀ INDIGENE È PRIMA DI TUTTO MEMORIA DELLE LOTTA DI RESISTENZA E DI AMORE PER LA VITA CHE PER SECOLI I POPOLI HANNO PROTETTO. “PERCHÉ CON TENTATIVI ED ERRORI? PERCHÉ TUTTI PORTIAMO CHIP DI PRATICHE PATRIARCALI E INDIVIDUALISTE… NON POSSIAMO RINUNCIARE A PROTEGGERE E GUARIRE LA CASA DI TUTTE E DI TUTTI CHE È MADRE TERRA – SCRIVE MARÍA ELENA AGUAYO HERNÁNDEZ – SENZA DI ESSA NON POSSIAMO ESSERE. COME NON POSSIAMO ESSERE, SE NON SIAMO IN COMUNE…” -------------------------------------------------------------------------------- Foto El Tekpatl -------------------------------------------------------------------------------- Il comune. Che significa? Quali radici remote collegano queste due parole? Come capirle e ri-significare nella geografia in cui abito? Chi, chi rende possibile il comune? Perché è necessario capirlo e praticarlo? Chi si oppone al comune e perché? Mi colpisce o mi giova il comune? Guerre e ancora guerre è la storia dell’umanità. Guerra che distrugge la vita. Guerra che trasforma il paesaggio. Guerra che distrugge la comunità. Guerra che lascia conseguenze irreparabili sia fisiche che psicologiche nell’individuo. Guerra che rompe il tessuto sociale. Guerra che schiavizza. Guerra che cancella l’identità degli individui. Guerra che avvelena. Guerra che sottomette, impone e costruisce esseri sottomessi, obbedienti e paurosi. Guerra che giova a un piccolo gruppo di umanità; coloro che vivono nell’opulenza, in modo lussurioso, volgare, immorale e decadente. Guerra che nonostante tutta la sua crudeltà non ha potuto cancellare il comune; perché è memoria di lotta di resistenza di Amore per la Vita. Memoria dei popoli originari che lo hanno saputo conservare com’era; prima della guerra che ha spogliato, saccheggiato, ucciso e in nome del dio della guerra ha imposto un prepotente. Il comune non è stato cancellato; i popoli millenari lo hanno saputo curare e preservare come un seme. L’hanno depositato attraverso il baratto, la tequio (il lavoro collettivo gratuito diffuso nelle comunità zapatiste, ndr); affinché donne e uomini lo proteggano; lo risignifichino, lo nutrino con nuove conoscenze e pratiche. Perché il comune sarà diverso ma uguale a quello che hanno vissuto i nostri antenate e antenati che hanno camminato, resistito e difeso la vita. C’è stato un tempo lontano in cui la casa era di tutte e di tutti; perché l’umanità viveva in piccole comunità dove il comune portava beneficio a queste perché tutte e tutti lavoravano per garantire ciò che la comunità richiedeva. Ma un piccolo gruppo, che invidiava e bramava, voleva possedere più degli altri e attraverso la menzogna e l’inganno, ha convinto gli altri che il piccolo gruppo era stato scelto da presunti dei per essere i privilegiati. Non tutti sono stati convinti da questa farsa ed è stato allora che sono stati aggrediti con la violenza, gli aggressori hanno portato i frutti del lavoro di donne e uomini a proprio vantaggio. Il comune è stato vietato, per dare posto alla proprietà privata che favoriva i presunti scelti dagli dei. Così la religione e la guerra si sono imposte nella società. C’è stato allora chi ha stabilito le regole, poi le leggi che imponevano la proprietà privata come il diritto di pochi e l’obbedienza e l’obbligo del lavoro per molti. In un tempo il dio della guerra e il suo rappresentante sulla terra come sovrano hanno espanso la guerra in tutto il pianeta Terra; così come oggi gli stati più potenti. Leggi, accordi e trattati sono serviti a garantire lo spoglio dei popoli originari che non hanno smesso di resistere e difendere il loro territorio ancestrale come la Palestina, come i popoli originari di Aya Yala. Viviamo forme patriarcali sistemiche come il capitalismo che depreda i corpi umani; per generare ricchezze, corpi che una volta spremuti ed esausti vengono gettati via. Proprio come depreda la casa di tutte e tutti; cioè Madre Terra; quella che è stata voracemente sfruttata, saccheggiata per costruire progetti, per fabbricare armi per la guerra; per l’industria che genera prodotti che sono merci che hanno inondato il pianeta con migliaia di tonnellate di spazzatura che inquinano; terra, aria e acqua. E tutto questo per cosa? Per mantenere i lussi estremi di una minoranza della società che non può soddisfare il suo bisogno di possedere di più; per avere una vita sterile, vana, lussuriosa e immorale. Perché ha un vuoto profondo che rafforza la sua individualità, il suo egocentrismo; perché non capisce cosa significa la Vita e la sua enorme diversità. Per questo pensare il comune, praticarlo con tentativi ed errori significa resistere allo strombazzato “progresso” e/o “sviluppo” che non è altro che la morte. Perché praticare il comune con tentativi ed errori? Perché siamo stati costruiti per servire il sistema; e in noi e noi portiamo chip di pratiche patriarcali, misogine, individualiste, sessiste… e altre taras sistemiche. Così anche la tv e i social network sono serviti a massificare la popolazione. Il sovraccarico di informazioni è così opprimente che le persone si scoraggiano e l’apatia e l’indifferenza permeano la popolazione. Una consapevolezza critica, riflessiva e costruttiva è essenziale. Dobbiamo costruire spazi collettivi per organizzarci, dialogare, raggiungere accordi e agire. Non possiamo accettare la guerra come una via d’uscita; non possiamo accettare più pandemie di quelle che già abbiamo; non possiamo accettare di normalizzare il traffico di droga e l’arruolamento di centinaia di giovani come opzione di fronte alla mancanza di opportunità; non possiamo normalizzare le sparizioni e le centinaia di fosse clandestine; non possiamo accettare un’ulteriore distruzione della natura a vantaggio delle imprese; non possiamo rinunciare al diritto di Verità e Giustizia né alla difesa del territorio-acqua; non possiamo rinunciare al diritto di vivere bene; né alla costruzione di autonomia. Non possiamo rinunciare a difendere, proteggere e guarire la casa di tutte e di tutti che è Madre Terra; quella che ci accoglie, quella che ci nutre e quella che ci allevia. Senza di essa non possiamo essere; come non possiamo essere, se non siamo noi in comune. -------------------------------------------------------------------------------- Maria Elena Aguayo Hernández, Città del Messico -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato in rete da El Tekpatl, spazio di comunicazione indipendente (e qui con l’autorizzazione di El Tekpatl e dell’autrice) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Cinque giorni di piramidi, storia, amore e anche disamore -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS: > Fare in comune -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Mettiamo in comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Común proviene da Comune-info.