In Italia ci sono quasi sei milioni di case vuote
Nel bel mezzo del fermento sociale che sta attraversando l’Europa per il diritto
alla casa, l’Agenzia delle Entrate e il Dipartimento delle Finanze hanno
pubblicato un rapporto che fotografa lo stato del mercato immobiliare in Italia,
aggiornato al 2023. L’obiettivo è quello di restituire «una lettura coerente e
articolata dello stock immobiliare, della distribuzione della ricchezza e dei
redditi dei proprietari, della fiscalità, del mercato e della qualità del
patrimonio». Uno dei dati che subito salta all’occhio è quello relativo alle
case vuote, pari a 5,85 milioni, in crescita rispetto all’ultima rilevazione del
2020, quando erano 3,79 milioni. Il fenomeno riguarda tanto i grandi centri
quanto le aree interne, inglobando le case vuote (comprese le seconde case),
allacciate alla rete dei servizi e sfitte. Alla proprietà privata si aggiunge
poi quella pubblica, restituendo un fenomeno complesso che apre a diverse
riflessioni sulla pianificazione urbana.
Il rapporto Gli immobili in Italia è la rilevazione periodica dell’Agenzia delle
Entrate sull’abitare, proposta alle istituzioni come «uno strumento di supporto
alle scelte pubbliche». Quest’anno giunge alla nona edizione, contando sul
contributo del Dipartimento delle Finanze. «In Italia, il patrimonio abitativo
supera i 6.000 miliardi di euro; circa tre famiglie su quattro risiedono in
un’abitazione di proprietà e il prelievo immobiliare genera oltre 40 miliardi di
euro di gettito annuo», scrivono Gianni Guerrieri e Maria Teresa Monteduro
nell’introduzione. Uno dei dati catastali riportati nel primo capitolo, dedicato
all’utilizzo dello stock immobiliare, riguarda la quota di case dichiarate “a
disposizione” dai proprietari, che non ricoprono il ruolo di abitazione
principale. Tra queste quasi 6 milioni di case vuote (pari al 17,7% dell’intero
parco immobiliare) risultano anche le “seconde case” e quelle presenti sul
mercato locativo ma senza affittuari mentre — precisano gli autori — «le unità
immobiliari prive di allacciamento alle reti dell’energia elettrica, acqua, gas,
e di fatto non utilizzate, a condizione che tali circostanze risultino da
apposita dichiarazione sostitutiva di atto notorio, non rientrano negli
“immobili a disposizione” ma nella categoria degli “altri utilizzi”».
Questa particolare fattispecie di case a disposizione si aggiunge agli «immobili
tenuti a disposizione in Italia da contribuenti che dimorano temporaneamente
all’estero»; «agli immobili di proprietà condominiale (locali per la portineria,
alloggio del portiere, autorimesse collettive, ecc)» e alle «abitazioni o
pertinenze date in uso gratuito a un terzo e da questo locate con il regime
delle locazioni brevi». Nel complesso, la categoria degli “altri utilizzi” conta
1,387 milioni di abitazioni. Sia in questo caso sia in quello relativo alle case
“a disposizione”, lo studio non quantifica le diverse voci interne. Per questo
motivo non è possibile sbilanciarsi sull’impatto che avrebbe la destinazione
abitativa degli immobili vuoti, non rientranti tra le seconde case. Potrebbe
mitigare l’attuale crisi delle grandi città e relativi hinterland, segnati da
un’alta tensione abitativa (ATA), e quindi da squilibri tra i prezzi degli
affitti e i redditi medi, elevata densità demografica e incidenza di non
residenti, come pendolari o turisti. Nei comuni ATA, in termini percentuali, le
case non immesse sul mercato locativo sono l’11,5%, sotto la media nazionale.
Tuttavia in termini assoluti parliamo di oltre 2 milioni di immobili distribuiti
tra poco più di 700 comuni.
Stato ed enti locali potrebbero favorire l’incontro tra domanda e offerta,
sebbene una soluzione a lungo termine necessiti di un approccio
multidimensionale, che passa ad esempio per gli interventi di edilizia popolare,
cui aggiungere l’utilizzo degli immobili pubblici (esclusi dal conteggio) o per
un rapporto tra reddito e costo dell’abitare più sostenibile. Nella rilevazione
dell’Agenzia delle Entrate emerge un grave problema generazionale: nel 2023 gli
acquirenti di immobili sono stati circa 817mila. Di questi, gli under 36 sono
appena 259mila, neanche un terzo del totale.
Per quanto riguarda, invece, i comuni non segnati da un’alta tensione abitativa
la quota di case sfitte sale al 21,4%, saldandosi con un altro fenomeno: lo
spopolamento. In questa categoria rientrano infatti le famose aree interne,
segnate da una progressiva perdita di servizi, tra disinteresse istituzionale e
interventi inefficaci. Vi si aggiungono l’invecchiamento della popolazione,
mediamente più alto rispetto a quello nazionale, e una generale carenza di
opportunità lavorative. 425 Comuni italiani, dove in totale abitano 170mila
persone, non hanno alcun negozio di generi alimentari sul proprio
territorio. 206 Comuni sono invece privi di qualsiasi attività di commercio al
dettaglio. Soltanto il 44% della popolazione italiana può accedere a un
panificio entro 15 minuti, il 35% a una pescheria, il 60% a un fruttivendolo.
Intanto le proteste europee contro carovita e caroaffitti vanno avanti, trovando
un epicentro in Spagna, che l’11 novembre vivrà il suo primo sciopero generale
in 14 anni. In Italia, dopo le proteste del fine settimana, l’Unione degli
Inquilini ha lanciato un appello alla CGIL, per chiedere che il sindacato si
faccia promotore di uno sciopero diffuso a livello europeo «che metta al centro
il lavoro, il diritto all’abitare, il diritto allo studio e il welfare». Nel
frattempo la CGIL ha deciso di non unirsi allo sciopero generale del 30 ottobre,
lanciato dall’Unione Sindacale di Base, e ha convocato per il 20 novembre la
propria mobilitazione.
The post In Italia ci sono quasi sei milioni di case vuote appeared first on
L'Indipendente.