Sudan: l’ONU mette nero su bianco chi finanzia le RSF
Individui ed entità che operano dagli Emirati Arabi Uniti, o che lì risultano
registrati, hanno avuto un ruolo significativo nel reclutamento, nel
finanziamento, nel trasporto e nel dispiegamento di almeno duemila ex mercenari
colombiani in Sudan, a cui si aggiungono droni e armi. È la conclusione del
rapporto Alimentare il conflitto in Sudan: armi, combattenti e reti di sostegno
esterne, della Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti
delle Nazioni Unite per il Sudan, secondo cui i contractor hanno operato droni
da combattimento, artiglieria e armi avanzate in supporto ai ribelli delle Forze
di Supporto Rapido (RSF) nel Darfur e nel Kordofan. Sul terreno sudanese sono
arrivati attraverso luoghi di transito in Ciad, nella Libia sudorientale e a
Bosaso, in Somalia. Due di quei tre luoghi di transito sono gli stessi lungo cui
gli analisti collocano da anni le forniture emiratine alle RFS del generale
Mohamed Hamdan Dagalo. Sono la Libia controllata da Khalifa Haftar e il Ciad,
che tra il 2023 e il 2024 ha ricevuto due miliardi di dollari da Abu Dhabi
nell’ambito di un accordo di cooperazione militare. La novità è che a metterli
in fila, con rotte e responsabilità, sia oggi un organismo delle Nazioni Unite.
Perché gli Emirati abbiano interesse a tenere in piedi una milizia a migliaia di
chilometri dai propri confini lo spiega la mappa delle risorse sudanesi. Il
Sudan è il terzo produttore d’oro del continente, con almeno novanta tonnellate
estratte ogni anno. Le miniere del Darfur sono in larga parte in mano alle RSF e
Abu Dhabi ne è il principale acquirente. A questo si somma la partita per il Mar
Rosso, dove gli Emirati competono con l’Arabia Saudita per l’influenza sulla
sponda africana e sui suoi porti, e dove Riyad sostiene invece il generale Abdel
Fattah al-Burhan insieme a Egitto, Iran e Turchia (quest’ultima fornitrice dei
droni che diversi analisti considerano decisivi per le offensive dell’esercito
regolare sudanese).
La Missione mette nero su bianco e inquadra a livello ufficialmente
internazionale quello che Amnesty International rilevava già nel rapporto sul
Darfur Settentrionale presentato lo scorso luglio, dove condannava gli Emirati
Arabi Uniti come principali sostenitori militari, diplomatici e politici delle
RSF. Amnesty sostiene inoltre che Abu Dhabi abbia protetto la milizia dalle
sanzioni, e che a sua volta sia stata protetta dai propri alleati. Le richieste
che Amnesty avanza nel rapporto toccano direttamente gli Emirati. Tra queste ci
sono la sospensione delle forniture di armi ad Abu Dhabi finché non rispetta
l’embargo, estensione dell’embargo dal solo Darfur a tutto il Sudan, condanna
esplicita degli Emirati da parte del Consiglio di Sicurezza e del Consiglio per
i diritti umani.
Dal 2023, il Sudan è al centro di una guerra civile che ha provocato almeno
59.000 morti e lo sfollamento di circa 13 milioni di persone, in quella che le
agenzie umanitarie considerano la peggiore emergenza del pianeta, con quasi metà
della popolazione in condizione di insicurezza alimentare. E oppone due
comandanti che fino a poco prima sedevano insieme nel Consiglio sovrano, il
principale organo esecutivo del Paese. Da una parte le Forze armate sudanesi del
generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, dall’altra le Forze di Supporto
Rapido, formazione paramilitare guidata da Mohamed Hamdan Dagalo. All’origine
dello scontro ci sono una crisi economica pesante e una transizione politica
finita male. Dopo il colpo di Stato del 2019 e quello del 2021, l’accordo che
doveva riportare il Sudan a un governo civile prevedeva lo scioglimento delle
RSF e l’assorbimento dei loro uomini nell’esercito regolare. Sui tempi e sui
modi di quell’integrazione Burhan e Dagalo non trovarono un’intesa, e il
disaccordo fu tra le cause immediate della guerra.
Tre anni e mezzo dopo, quella milizia, che avrebbe dovuto sciogliersi, controlla
una buona parte dei territori nel sud-ovest del Paese e opera droni da attacco
pilotati da contractor stranieri. Nel frattempo le RFS hanno smesso di
comportarsi come una milizia. Nel 2025 hanno costituito con altri gruppi armati
l’Alleanza Fondatrice del Sudan, nota come Tasis, si è dotata di una carta
fondativa e di un’amministrazione parallela e dallo scorso maggio paga
funzionari e combattenti con sterline sudanesi di nuovo conio. È il punto di
arrivo del sostegno esterno che la Missione documenta. Una guerra che si allunga
e, insieme, un secondo Stato che si costruisce sui giacimenti d’oro del Darfur e
su chi quell’oro lo compra.
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