Source - L'INDIPENDENTE

Sudan: l’ONU mette nero su bianco chi finanzia le RSF
Individui ed entità che operano dagli Emirati Arabi Uniti, o che lì risultano registrati, hanno avuto un ruolo significativo nel reclutamento, nel finanziamento, nel trasporto e nel dispiegamento di almeno duemila ex mercenari colombiani in Sudan, a cui si aggiungono droni e armi. È la conclusione del rapporto Alimentare il conflitto in Sudan: armi, combattenti e reti di sostegno esterne, della Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite per il Sudan, secondo cui i contractor hanno operato droni da combattimento, artiglieria e armi avanzate in supporto ai ribelli delle Forze di Supporto Rapido (RSF) nel Darfur e nel Kordofan. Sul terreno sudanese sono arrivati attraverso luoghi di transito in Ciad, nella Libia sudorientale e a Bosaso, in Somalia. Due di quei tre luoghi di transito sono gli stessi lungo cui gli analisti collocano da anni le forniture emiratine alle RFS del generale Mohamed Hamdan Dagalo. Sono la Libia controllata da Khalifa Haftar e il Ciad, che tra il 2023 e il 2024 ha ricevuto due miliardi di dollari da Abu Dhabi nell’ambito di un accordo di cooperazione militare. La novità è che a metterli in fila, con rotte e responsabilità, sia oggi un organismo delle Nazioni Unite.  Perché gli Emirati abbiano interesse a tenere in piedi una milizia a migliaia di chilometri dai propri confini lo spiega la mappa delle risorse sudanesi. Il Sudan è il terzo produttore d’oro del continente, con almeno novanta tonnellate estratte ogni anno. Le miniere del Darfur sono in larga parte in mano alle RSF e Abu Dhabi ne è il principale acquirente. A questo si somma la partita per il Mar Rosso, dove gli Emirati competono con l’Arabia Saudita per l’influenza sulla sponda africana e sui suoi porti, e dove Riyad sostiene invece il generale Abdel Fattah al-Burhan insieme a Egitto, Iran e Turchia (quest’ultima fornitrice dei droni che diversi analisti considerano decisivi per le offensive dell’esercito regolare sudanese). La Missione mette nero su bianco e inquadra a livello ufficialmente internazionale quello che Amnesty International rilevava già nel rapporto sul Darfur Settentrionale presentato lo scorso luglio, dove condannava gli Emirati Arabi Uniti come principali sostenitori militari, diplomatici e politici delle RSF. Amnesty sostiene inoltre che Abu Dhabi abbia protetto la milizia dalle sanzioni, e che a sua volta sia stata protetta dai propri alleati. Le richieste che Amnesty avanza nel rapporto toccano direttamente gli Emirati. Tra queste ci sono la sospensione delle forniture di armi ad Abu Dhabi finché non rispetta l’embargo, estensione dell’embargo dal solo Darfur a tutto il Sudan, condanna esplicita degli Emirati da parte del Consiglio di Sicurezza e del Consiglio per i diritti umani. Dal 2023, il Sudan è al centro di una guerra civile che ha provocato almeno 59.000 morti e lo sfollamento di circa 13 milioni di persone, in quella che le agenzie umanitarie considerano la peggiore emergenza del pianeta, con quasi metà della popolazione in condizione di insicurezza alimentare. E oppone due comandanti che fino a poco prima sedevano insieme nel Consiglio sovrano, il principale organo esecutivo del Paese. Da una parte le Forze armate sudanesi del generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, dall’altra le Forze di Supporto Rapido, formazione paramilitare guidata da Mohamed Hamdan Dagalo. All’origine dello scontro ci sono una crisi economica pesante e una transizione politica finita male. Dopo il colpo di Stato del 2019 e quello del 2021, l’accordo che doveva riportare il Sudan a un governo civile prevedeva lo scioglimento delle RSF e l’assorbimento dei loro uomini nell’esercito regolare. Sui tempi e sui modi di quell’integrazione Burhan e Dagalo non trovarono un’intesa, e il disaccordo fu tra le cause immediate della guerra.  Tre anni e mezzo dopo, quella milizia, che avrebbe dovuto sciogliersi, controlla una buona parte dei territori nel sud-ovest del Paese e opera droni da attacco pilotati da contractor stranieri. Nel frattempo le RFS hanno smesso di comportarsi come una milizia. Nel 2025 hanno costituito con altri gruppi armati l’Alleanza Fondatrice del Sudan, nota come Tasis, si è dotata di una carta fondativa e di un’amministrazione parallela e dallo scorso maggio paga funzionari e combattenti con sterline sudanesi di nuovo conio. È il punto di arrivo del sostegno esterno che la Missione documenta. Una guerra che si allunga e, insieme, un secondo Stato che si costruisce sui giacimenti d’oro del Darfur e su chi quell’oro lo compra. The post Sudan: l’ONU mette nero su bianco chi finanzia le RSF appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 12, 2026
L'INDIPENDENTE
Germania, il sottile filo rosso che lega la crisi Volkswagen alla vittoria di AfD
In Bassa Sassonia, cuore industriale di Volkswagen e istituzione che detiene il 20% dei diritti di voto del colosso automobilistico, la crisi dell’auto si è trasformata anche in una questione politica. Mentre il gruppo di Wolfsburg porta avanti una pesante ristrutturazione, tra tagli all’occupazione e riconversioni industriali, il governo regionale guidato dal socialdemocratico Olaf Lies si trova stretto nel doppio ruolo di azionista e decisore politico. Un cortocircuito che AfD ha sfruttato attaccando la gestione della crisi e che, sullo sfondo delle recenti elezioni, contribuisce a spiegare il legame tra il terremoto Volkswagen e l’avanzata dell’estrema destra. Da una parte c’è il gruppo industriale che era il secondo costruttore di automobili al mondo per vendite, il primo per fatturato (in Europa primo in tutto), e che da un po’ ha lanciato un piano da 100.000 licenziamenti che hanno traumatizzato la Germania, oltre che il mondo dell’economia e della finanza. Dall’altra parte la formazione politica di estrema destra che ha vinto in maniera roboante le elezioni regionali, ottenendo quasi il 45% dei consensi. La strana coppia è tenuta insieme dalla natura “mista” pubblico-privata dell’ormai ex colosso industriale di Wolfsburg, la città creata nel 1938 per ospitare i lavoratori della fabbrica. Per scelte fatte in altre epoche, la Bassa Sassonia, lo Stato federale in cui si trova la città, detiene una quota azionaria dell’azienda pari al 20%, con diritti di voto pari al 20%. Questa partecipazione è stata introdotta nel 1960 con una legge speciale che porta il nome del marchio automobilistico, Legge Volkswagen (Vw Gesetz). Proprio questa norma ha contribuito a garantire nel tempo allo Stato un peso strategico all’interno dell’azienda ben superiore alla sua quota azionaria detenuta. Per lo statuto speciale Vw, confermato e blindato dalla legge del 1960, ogni decisione straordinaria dell’assemblea dei soci va presa con maggioranza superiore all’80% dei voti: avendo lo Stato il 20% dei voti stessi, è evidente il ruolo strategico che ha sempre avuto. Inoltre, l’istituzione ha diritto a due posti (su 20) nel Consiglio di sorveglianza dell’azienda e uno è assegnato proprio al primo ministro dello Stato federale, l’altro al ministro dell’Economia. Il premier della Bassa Sassonia, il socialdemocratico Olaf Lies – e qui si arriva al punto della questione – nella sua posizione è talmente “aziendalista” che nelle scorse settimane ha sostanzialmente approvato il piano di licenziamenti “lacrime e sangue” programmati dall’azienda, per tenere il passo della concorrenza cinese e dei dazi americani. Secondo Lies, un mancanto accordo tra i vertici del gruppo avrebbe potuto arrecare più danno degli stessi tagli. Il problema è che la Bassa Sassonia era una delle poche regioni tedesche dove AfD non avesse ancora superato SPD (il partito di Lies) nei sondaggi e nei gradimenti degli elettori. Va anche ricordato che proprio la crisi automotive, un tempo una delle locomotive dell’economia tedesca, ha spinto gli esponenti di AfD ad accusare le ingerenze e interferenze della politica nelle vicende del gruppo, oltre alle critiche al Green Deal e all’elettrificazione. Come noto, Volkswagen (che in quella regione chiave, oltre alla sede centrale, ha anche sei stabilimenti) ha deciso di passare la mano per lo stabilimento di Osnabruck, che produce modelli cabriolet (T-Cross) e per il quale era già stata decisa la chiusura nel 2027. La fabbrica sarà rilevata da un fondo israeliano, Aurelius Capital – oltre che dallo Stato, che fa valere la sua quota di partecipazione – e sarà riconvertita per usi bellici: la prima commessa sarà la fornitura di componenti per il sistema di difesa aerea Rafael Advanced Defense Systems, compagnia controllata e gestita direttamente dal governo di Tel Aviv, per lo scudo Iron Dome. La conversione non sarà ovviamente indolore: dei 2300 addetti attualmente allo stabilimento, solo la metà ha la garanzia di conservare il posto di lavoro. Si annuncia e si prepara una crisi sociale e politica che AfD ha già anticipato, criticando l’operazione e accusando la politica, ossia la gestione del Land. A questo punto, per il primo ministro Olaf Lies la situazione è diventata molto complicata. Da un lato il suo ruolo di socio e dirigente in Volkswagen, dall’altro il suo incarico politico che gli impone – o imponeva – di cercare di contrastare AfD e la sua ascesa politica. Un doppio ruolo, il suo, che in Italia sarebbe probabilmente definito conflitto di interessi. «Dobbiamo trasmettere la certezza di poter risolvere questi problemi. In caso contrario, le forze estremiste riceveranno una spinta», ha dichiarato Lies prima della consultazione elettorale che ha premiato in modo netto AfD, il quale ha conquistato una vittoria perentoria (44.2%): SPD, la sigla a cui appartiene il primo ministro, si è fermata a 9.2%. «C’è il timore che questa incertezza tra i dipendenti favorisca l’AfD nelle elezioni locali, in particolare nelle sedi Volkswagen»: il ruolo di Cassandra, col senno di poi, nelle parole ha dichiarato a Reuters Sebastian Lechner, leader statale del partito conservatore di opposizione CDU – che governava e che si è fermata al 18%, la metà dei voti presi nella precedente tornata elettorale. Lies (e con lui le forze che si opponevano ad AfD) è rimasto probabilmente schiacciato nel suo doppio ruolo tra accompagnare la ristrutturazione Vw – in un primo momento si era opposto ai tagli, poi ha dato il via libera al piano che ne prevede altri 50mila per tenere i costi in equilibrio – e convicere la popolazione dell’efficacia di questa operazione, in sostanza fare digerire ai concittadini i licenziamenti su cui la stessa AfD soffiava come sul fuoco. «I piani per tagliare i posti di lavoro e rivedere la struttura di Volkswagen sono una catastrofe per migliaia di famiglie» ha dichiarato a Reuters uno dei leader di AfD, Ansgar Schledde. Quella che insomma sembrava una “semplice” operazione di riconversione a usi bellici di uno stabilimento, pur con tutte le critiche e le zone d’ombra legate agli acquirenti israeliani e nell’ottica della direzione di marcia presa dall’Europa che ha posto al 2035 il termine per la graduale eliminazione dei motori a combustione (anche negli Stati Uniti il Pentagono sta trattando coi colossi dell’auto Ford e General Motors per una loro parziale trasformazione a fabbriche di armi), pare proprio sia diventata una colossale buccia di banana per l’establishment di governo della Bassa Sassonia. Olaf Lies ha dichiarato che l’accordo con il fondo Aurelius Capital per il trasferimento dello stabilimento di Emden permette di prendere tempo per risolvere la situazione di altri quattro stabilimenti a rischio, da qui al 2030, ma a giudicare dai risultati delle elezioni, pare non sia andato benissimo il suo tentativo di giocare su due tavoli e ci sarebbe da chiedersi, forse, se lui avrà altrettanto futuro, politicamente parlando. The post Germania, il sottile filo rosso che lega la crisi Volkswagen alla vittoria di AfD appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 12, 2026
L'INDIPENDENTE
In Lombardia le proteste dal basso frenano la costruzione di due data center
La corsa alla costruzione di data center in Lombardia, alimentata dalla crescita dell’intelligenza artificiale, del cloud e dello streaming, sta incontrando una resistenza crescente da parte dei cittadini, con effetti concreti sull’avanzamento di alcuni degli interventi più contestati. Grazie all’intensificarsi delle mobilitazioni dal basso, infatti, a Rozzano e a Travagliato due dei principali progetti di poli energivori per lo stoccaggio dei dati hanno subito una frenata: nel primo caso è stata riaperta la consultazione pubblica nell’ambito della valutazione di impatto ambientale, nel secondo l’azienda proponente ha ritirato il piano attuativo. Le proteste, coordinate dalla neonata Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center, si sono tradotte oggi in una giornata di mobilitazione diffusa in diverse province lombarde, con un folto calendario di appuntamenti e incontri che si protrarrà anche nelle prossime settimane. A Rozzano, alle porte di Milano, nell’ambito della procedura di valutazione di impatto ambientale relativa all’ampliamento del data center Noovle è stata avviata una nuova consultazione pubblica sull’intera documentazione. Dal 4 settembre i cittadini possono quindi presentare nuove osservazioni, con una finestra aperta fino al prossimo 3 novembre. Secondo i comitati, la riapertura è arrivata anche in seguito alle pressioni esercitate dal territorio, dopo che la popolazione non sarebbe stata adeguatamente informata né consultata. Un procedimento è stato riaperto anche a Siziano, nella zona sud di Milano, ove era in corso una valutazione per l’ampliamento di un altro impianto: anche qui sarà possibile presentare nuove osservazioni. «Il fronte della mobilitazione aumenta e si comincia a dare fastidio a impianti che hanno cercato di calare dall’alto», ha commentato Enrico Duranti della Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center. Risultati analoghi si registrano a Travagliato, in provincia di Brescia, dove dallo scorso luglio la mobilitazione popolare contro un maxi data center da circa 120 megawatt non si è mai fermata. Ad agosto la Provincia aveva rilevato motivi ostativi alla richiesta relativa alla connessione alla rete elettrica da 300 megawatt; nei giorni scorsi la società proponente ha ritirato il piano attuativo depositato in Comune. Rimane ora da capire se il progetto verrà ripresentato secondo le nuove norme regionali. Ad annunciare il ritiro è stato Alberto Trainini, capogruppo di minoranza della lista Travagliato Bene Comune, che a Radio Onda D’Urto ha spiegato: «Abbiamo appreso del ritiro del piano attuativo dopo il rilievo di motivi ostativi da parte della provincia, che ad agosto era stata netta sull’impossibilità a procedere sulla procedura di connessione». Le minoranze hanno presentato un atto di indirizzo contro «progetti così ambigui e impattanti», chiedendo un impegno ad aprire una fase di valutazione sugli strumenti urbanistici per introdurre limiti e vincoli agli impianti energivori. Le due vicende si inseriscono in un fronte di protesta che si sta allargando a macchia d’olio in tutta la regione. Comitati di cittadini sono nati anche a Vimercate, Agrate, Ornago, Carnate, Bernareggio, Burago Molgora, Limbiate, Macherio e Sulbiate, oltre che a Rho, Cornaredo, Lacchiarella e Magenta, e si stanno progressivamente coordinando tra loro. A farsi portavoce delle preoccupazioni della Brianza è l’associazione HQMonza, che in un documento inviato alle istituzioni ha definito gli impianti di superficie dei «parallelepipedi di cemento che occupano molto suolo e consumano risorse in misura considerevole». L’associazione non chiede di fermare lo sviluppo digitale, ma propone di costruire i data center sottoterra, lasciando in superficie dei parchi pubblici, in modo da azzerare l’impatto paesaggistico e ridurre drasticamente i consumi energetici e idrici legati al raffreddamento. Nella giornata di oggi, sotto lo slogan “Vieni a trovarci”, più di una decina di comitati locali hanno organizzato banchetti informativi, raccolte firme, volantinaggi e presìdi in molti comuni lombardi. A Lacchiarella e a Trezzano sul Naviglio i cittadini stanno raccogliendo adesioni in piazza, mentre a Rho si terrà nel pomeriggio un’assemblea pubblica nei locali della parrocchia di San Michele Arcangelo. Banchetti e raccolte firme hanno animato anche Opera, Borgarello, Certosa di Pavia, Magenta, Peschiera Borromeo (nella frazione di San Bovio), Casalpusterlengo, Sedriano e Vittuone; a Pozzaglio, nel Cremonese, il Comitato Salviamo il paesaggio cremonese, cremasco e casalasco ha organizzato un presidio davanti al municipio. La mobilitazione proseguirà anche domani, domenica 13 settembre, con nuove raccolte firme a Lacchiarella e a Siziano e con la partecipazione dei comitati alla Festa della Roveda di Sedriano e a un nuovo banchetto informativo a Vittuone. Il movimento ha già fissato le prossime tappe dopo questo weekend di mobilitazioni: sabato 26 settembre è in programma un convegno regionale di approfondimento alla Sala Convegni dell’Arci di Milano, mentre sabato 10 ottobre è prevista una manifestazione regionale, sempre nel capoluogo lombardo. The post In Lombardia le proteste dal basso frenano la costruzione di due data center appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 12, 2026
L'INDIPENDENTE
Francia, deraglia treno regionale: 44 feriti, si indaga per sabotaggio
Un treno regionale Ter è deragliato nella serata di venerdì tra Tourville ed Elbeuf-Saint-Aubin, nel dipartimento francese della Seine-Maritime, provocando 44 feriti, tra cui una donna in gravissime condizioni. A bordo viaggiavano 186 passeggeri. Gli inquirenti stanno valutando l’ipotesi di un possibile sabotaggio dopo il ritrovamento di un pezzo di rotaia sui binari, secondo quanto riferito dall’Afp citando fonti di polizia. Sul deragliamento indaga la Procura di Rouen, mentre anche la compagnia ferroviaria Sncf ha aperto un’inchiesta interna per accertare le cause dell’incidente. The post Francia, deraglia treno regionale: 44 feriti, si indaga per sabotaggio appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 12, 2026
L'INDIPENDENTE
Complice la poesia
Forse non bastano più le parole di un linguaggio ordinario per dire i sentimenti di oggi. Per reagire agli orrori venduti come giusta vendetta, e all’opposto per celebrare la gioia di un silenzioso incantesimo della natura. Che parole scegliere, da quale vocabolario, per far comprendere realmente quel che proviamo e pensiamo, sfuggendo all’ inesorabile sentenziosità dei commenti online, per superare le barriere dell’ovvietà del male. Come restare veri e giusti in quel che diciamo senza insultare chi ogni giorno ci insulta nei fatti preparandoci al peggio, ostacolando soluzioni ragionevoli dei conflitti, forzando la realtà a essere quel che non è. Troppi politici sono sempre più indegni di rappresentarci, obbedienti all’oscuro, imprigionati nel carcere dell’inevitabile. Resta comunque una speciale libertà di parola, quella che sfiora l’incomprensione, che si alimenta di piccole mitologie personali oppure di visioni metafisiche, di ribellione e di anacronismi, di utopia e di fedi, di sorrisi e di sogni. Una parola che renda degni, che lasci buoni segni, e semi, di futuro. In te, poesia ho creduto come in una amica che silenziosa comprende e accoglie, che canta miti, sentimenti e passioni rivoluzionarie, che odia le banalità, che vuole farsi accompagnare da una sana follia e da amore inatteso. Oggi forse soltanto la poesia, come hanno dimostrato ad esempio le donne poeta in Iran e in Nepal , è capace di cantare autenticamente la ribellione, di mettere in canzone bisogni, fantasie e desideri, di rimarcare le disuguaglianze e insieme i meriti di chi viene trascurato. Due anni fa stavo lavorando in questi giorni al libro Complice la poesia, pubblicato poi da L’ Indipendente, per dare voce alle passioni che la poesia ha incarnato. I tempi sono ancora cambiati ma la poesia resta comunque attuale, sopravvive alle follie distruttive, ai governanti senza scrupoli, all’ ignoranza colpevole di chi decide per tutti. E vuole proclamare che ci sono ancora centinaia, migliaia, milioni di piccole voci che chiamano, che piangono, che ci chiedono perché succede tutto questo. C’è una poesia preghiera che va salvata, ci sono sorrisi e lievi pensieri di gioia che non vanno spenti. La poesia non si ritira, senza tregua impone la sua difficile logica, si ostina a esternare contraddizioni, utopie e  incantesimi, orizzonti di pace e di lotte senza rancore, la poesia canta il suo ruolo di libertà, di fanciulla in fiore, di passione sulle barricate, di verità stupefatta, di sfida all’ovvio, di tentazione invincibile verso l’indicibile. The post Complice la poesia appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 12, 2026
L'INDIPENDENTE
Di Battista atterrato in Italia: ora è ricoverato al Gemelli
Alessandro Di Battista è atterrato con un’aeroambulanza all’aeroporto di Ciampino ed è ora ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma, dove è stato subito trasferito. L’ex deputato M5S era partito ieri sera da Cuba, con ultimo scalo in Lussemburgo. Sull’isola per un reportage, il 28 agosto era stato ricoverato per forti mal di testa, prima a Santa Clara e poi all’Avana. Le condizioni erano subito apparse gravi. Dopo un tentativo di rientro il 4 settembre, un peggioramento aveva reso necessario un intervento chirurgico. Due giorni fa l’associazione Schierarsi ne aveva comunicato la permanenza in terapia intensiva, senza fornire dettagli su diagnosi e prognosi. The post Di Battista atterrato in Italia: ora è ricoverato al Gemelli appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 12, 2026
L'INDIPENDENTE
Innovazione, sostenibilità e nuove rotte commerciali: al via il vertice dei BRICS in India
Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, insieme agli altri Paesi membri aggiuntisi più recentemente all’alleanza dei BRICS e ai rappresentanti delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali, si ritroveranno oggi nella capitale indiana di Nuova Delhi per dare il via al 18° summit del gruppo. Quest’anno sarà presente anche il presidente russo Vladimir Putin, che l’anno scorso non ha potuto presenziare per via del mandato d’arresto internazionale. Presente anche il presidente cinese Xi Jinping, nella sua prima visita in India da sette anni, insieme a diversi alti rappresentanti dei Paesi del blocco. Quest’anno l’incontro, che si svolge nel pieno della crisi energetica globale dovuta alla guerra in Iran, si concentrerà sui temi della «resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità», riflettendo «un approccio incentrato sulle persone che mette al primo posto l’umanità». Ai due giorni di summit dovrebbero presenziare per la maggior parte i presidenti o i primi ministri degli 11 Paesi membri – ovvero, oltre ai cinque già citati, Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti. Tra le eccezioni vi saranno il Brasile, dove al posto del presidente Lula prederà parte al summit il ministro degli Esteri Mauro Vieira, e Cuba, per la quale presenzierà il ministro degli Esteri Bruno Rodriguez Parrilla. Presenti anche Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e Ngozi Okonjo-Iweala, direttrice generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Attualmente, i BRICS rappresentano il 40% del PIL globale e il 49% della popolazione mondiale. Dal canto loro, i Paesi del G7 si fermano, rispettivamente, al 29 e al 18%. L’incontro avviene in un momento delicato per il blocco, in quanto le crisi geopolitiche in corso coinvolgono parte dei suoi Paesi membri, mettendoli in posizioni contrapposte. È il caso, per esempio, di Iran ed Emirati: nei mesi scorsi, Teheran ha infatti attaccato alcune postazioni militari negli Emirati Arabi Uniti, mentre Abu Dhabi ha imposto contro l’Iran un embargo commerciale di durata indefinita a partire dallo scorso agosto. E uno dei punti centrali di questo summit dovrebbe essere proprio la possibilità di creare rotte commerciali alternative sicure, dopo che la guerra all’Iran scatenata da USA e Israele ha dimostrato la fragilità di quelle attuali. Alcune di queste «rotte globali affidabili», ha suggerito il presidente russo Putin, in un discorso a margine dell’evento, potrebbero essere il Corridoio di trasporto transartico o il Corridoio internazionale Nord-Sud. Il presidente ha inoltre ricordato come l’obiettivo del blocco sia continuare a costruire alternative al modello economico imposto dall’Occidente. «Da tempo ci viene detto che la concorrenza è un principio inviolabile, eppure oggi oggi i concorrenti occidentali ricorrono a ogni mezzo immaginabile per riconquistare il loro dominio di un tempo» ha dichiarato. Le sanzioni occidentali, ha sottolineato Putin, hanno portato la Russia a una riorganizzazione strutturale della sua economia che l’avrebbe rafforzata, portandola a tassi di crescita «superiori alla media globale» tra il 2023 e il 2025 e alla crescita del PIL del 10,3%, la disoccupazione sarebbe scesa al minimo. Dall’altra parte, dice, le grandi economie dell’Eurozona hanno visto un calo della produzione industriale dell’8% negli ultimi anni. The post Innovazione, sostenibilità e nuove rotte commerciali: al via il vertice dei BRICS in India appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 12, 2026
L'INDIPENDENTE
Yemen, forze governative rivendicano raid contro gli Houthi
Le forze armate governative yemenite hanno dichiarato di aver condotto raid contro uomini, mezzi e armi degli Houthi a Mokha e lungo la strada verso Dhubab, sulla costa occidentale del Paese. Secondo l’esercito, i bombardamenti hanno distrutto veicoli e armamenti e ucciso un numero imprecisato di combattenti. Fonti dell’emittente saudita Al Arabiya riferiscono dell’arrivo di 43 salme di miliziani all’ospedale di Bajil, collegando i decessi ai bombardamenti di ieri. Sono cinque gli obiettivi indicati, anche nei pressi del porto. I civili sono stati invitati a evitare alcune strade. I raid seguono l’avanzata Houthi lungo il Mar Rosso. The post Yemen, forze governative rivendicano raid contro gli Houthi appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 12, 2026
L'INDIPENDENTE
Regno Unito, respinta legge sul suicidio assistito
La Camera dei Comuni del Regno Unito ha respinto, con 286 voti contrari e 270 favorevoli, il disegno di legge sul suicidio assistito. La proposta era limitata ai territori di Inghilterra e Galles e riguardava gli adulti affetti da una malattia terminale, con un’aspettativa di vita inferiore ai sei mesi. Venivano previste delle specifiche garanzie per accertare la capacità del paziente e l’assenza di coercizione.   The post Regno Unito, respinta legge sul suicidio assistito appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 11, 2026
L'INDIPENDENTE
Una nuova sentenza condanna lo sfruttamento dei fattorini da parte di Glovo
Non finiscono i guai giudiziari per Foodinho, la società con cui Glovo opera in Italia. Il Tribunale del Lavoro di Torino ha infatti riconosciuto la natura subordinata della prestazione di un rider assistito dall’Unione Sindacale di Base (USB), ordinandone la reintegrazione dopo un licenziamento giudicato illegittimo. Il lavoratore, inquadrato al sesto livello del contratto collettivo del commercio, sarà così retribuito per tutte le consegne della giornata. Verrà incluso anche il tempo delle attese tra un ordine e l’altro, escludendo i periodi di inattività superiori ai 60 minuti. È una sentenza storica, destinata a fare scuola tra le vertenze e le aule di tribunale. Nel giustificare il controllo giudiziario a cui Foodinho-Glovo è sottoposto da febbraio, la Procura di Milano aveva puntato il dito proprio contro l’opaca gestione delle consegne. La decisione del Tribunale di Torino torna sui falsi lavoratori autonomi riconoscendo, a partire dal 1° ottobre 2024, un rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno per un rider inquadrato come collaboratore occasionale. A convincere i giudici è stato soprattutto il sistema di assegnazione delle consegne (abolito da Foodinho-Glovo nel maggio del 2025) di natura premiale, giudicato espressione di un certo potere direttivo dell’azienda. Il nuovo algoritmo adottato dal colosso spagnolo del delivery non ha migliorato di molto la situazione — che da febbraio è quella del controllo giudiziario. Per uscirne, Foodinho-Glovo aveva sbandierato dei presunti aumenti salariali per i lavoratori. Tuttavia, le indagini dei magistrati hanno dimostrato che si trattasse di un aumento fittizio: facendo affidamento su un nuovo algoritmo basato sul “tempo effettivo calmierato”, Foodinho-Glovo sarebbe riuscita a tagliare, in media, 3 ore di retribuzione per ogni 10 ore di tempo effettivamente impegnate dal rider. In altre parole, sulla base di non meglio specificati criteri statistici, l’algoritmo calcola il tempo che il fattorino dovrebbe impiegare per effettuare una consegna. Gli eventuali minuti eccedenti non vengono conteggiati e lasciati dunque fuori dal compenso. Il Tribunale del Lavoro di Torino ha contestato a Foodinho-Glovo anche il licenziamento illegittimo, definendo carenti e contraddittorie le prove presentate per giustificare la cessazione del rapporto lavorativo. «Ma c’è di più: il Tribunale riconosce che il tempo trascorso dal rider loggato e a disposizione della piattaforma, compresa l’attesa dell’ordine, è tempo di lavoro e deve essere retribuito». Commenta così l’USB, che ha affiancato il lavoratore in quest’anno e mezzo di battaglia legale, inserita in una più ampia mobilitazione a tutela dei diritti dei rider. Il nodo principale — sostenuto da diverse sentenze — è quello del superamento del sistema dei falsi lavoratori autonomi, riconoscendo invece la subordinazione. L’USB ha manifestato l’intenzione di portare l’ultima sentenza torinese all’audizione della Commissione Lavoro della Camera sul recepimento della direttiva UE 2024/2831, meglio nota come direttiva rider. L’atto europeo disciplina il lavoro legato alle piattaforme digitali, imponendo maggiore trasparenza degli algoritmi e soprattutto la corretta qualificazione professionale. The post Una nuova sentenza condanna lo sfruttamento dei fattorini da parte di Glovo appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 11, 2026
L'INDIPENDENTE
La poderosa avanzata delle milizie Houthi in Yemen
Da giorni ormai imperversa la guerra in Yemen, con le forze filosaudite del governo internazionalmente riconosciuto da una parte e il gruppo Ansar Allah, meglio noto come Houthi, dall’altra. Ieri, Ansar Allah ha lanciato una vasta offensiva lungo la costa del Mar Rosso, conquistando la città portuale di Mocha, uno dei principali centri portuali del Paese. La città si trova a circa 50 chilometri dallo Stretto di Bab el-Mandeb e la sua conquista rafforza significativamente la posizione degli Houthi lungo una delle principali rotte marittime mondiali. Nella notte, il gruppo ha continuato la propria offensiva verso sud, tanto che, secondo fonti non ufficiali, avrebbe catturato l’intera costa yemenita che affaccia sul Mar Rosso. Il controllo del litorale occidentale è particolarmente strategico per Ansar Allah, che dal luglio scorso ha imposto un blocco navale contro l’Arabia Saudita. L’avanzata verso Bab el-Mandeb potrebbe consentire agli Houthi di esercitare una pressione ancora maggiore sul traffico marittimo e sulle esportazioni di petrolio saudite attraverso il Mar Rosso; metterebbe inoltre sotto scacco il commercio internazionale, specie alla luce del blocco iraniano sullo Stretto di Hormuz. Gli scontri in Yemen sono riesplosi oltre una settimana fa, ma in un saliscendi di intensità proseguono dalla seconda metà di luglio, quando in risposta agli attacchi delle forze filosaudite contro Sana’a Ansar Allah ha annunciato l’avvio di un blocco marittimo contro l’Arabia Saudita. La notte tra il 2 e il 3 settembre, le Brigate Tihamah, fedeli al governo internazionalmente riconosciuto del Consiglio Presidenziale (PLC), hanno lanciato pesanti attacchi di artiglieria contro le postazioni di Ansar Allah, dando il via a una nuova escalation: gli Houthi hanno risposto colpendo, tra le varie località, la stessa Mocha, mentre il PLC ha scagliato nuovi attacchi contro al-Bakrah. Il fuoco incrociato ha portato a scontri terrestri nelle alture di Shar’ab, tra i governatorati di Ibb e Ta’izz; nel giro di poche ore si è aperto un vero e proprio fronte di conflitto, coinvolgendo tutta la porzione di Paese a sud di Hays e a ovest della stessa Ta’izz. Gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb si trovano rispettivamente all’ingresso del Golfo Persico e del Mar Rosso, due aree strategiche per le principali rotte marittime mondiali Nell’arco della giornata, le forze terrestri di Ansar Allah hanno avanzato a ritmo sostenuto, portando gli scontri nelle due principali città coinvolte. Sabato 5 settembre, dopo 48 ore di confusione, sono arrivate le prime conferme dell’avanzata: gli Houthi hanno conquistato l’area di Bani Bakari, in direzione di Ta’izz, e, nella medesima zona, Sherajah, dove hanno installato un checkpoint. Le due località si trovano lungo l’asse che collega Ta’izz a Mocha e la loro conquista ha spianato la strada all’avanzata di Ansar Allah verso la costa. Nel fine settimana, il contrattacco del PLC è riuscito a contenere l’avanzata degli Houthi e lunedì sono intervenute anche le forze aeree saudite, che hanno sostenuto il governo internazionalmente riconosciuto nella controffensiva. In serata è arrivato l’annuncio: «È stata presa la decisione di riconquistare Sana’a da Ansar Allah», ha comunicato il viceministro della Difesa dello Yemen, Sameer Al-Sabri. L’escalation ha così riacceso definitivamente la guerra civile. Nei giorni seguenti, l’offensiva terrestre è continuata, mentre la campagna aerea si è allargata pienamente anche all’Arabia Saudita. Ansar Allah ha lanciato attacchi contro basi e postazioni militari di Riyad, suscitando condanne a livello internazionale. Nonostante i tentativi di contenimento, nella notte tra mercoledì e giovedì gli Houthi hanno preso il controllo dell’intero distretto di Hays e si sono spinti fino alla costa, portando i combattimenti alle porte di Mocha. La città è caduta poco prima dell’alba. Da lì, le forze di Ansar Allah hanno proseguito verso sud, raggiungendo le isole Hanish e conquistando almeno l’isola di Zuqar, mentre sono avanzate fino alla città di Dhubab, sullo Stretto di Bab el-Mandeb. Nelle ultime ore, secondo una fonte del PLC citata dall’agenzia di stampa AFP, Ansar Allah avrebbe conquistato l’intera costa yemenita che affaccia sul Mar Rosso e avrebbe preso il controllo dell’isola meridionale di Perim, strappando definitivamente il controllo dell’intero Stretto di Bab el-Mandeb alle forze presidenziali. Alle 15 di oggi, il portavoce di Ansar Allah, Yahya Saree ha rilasciato una dichiarazione in cui annuncia «l’espulsione dei contingenti e delle truppe del nemico saudita da sei distretti nei governatorati di Ta’izz e Hodeidah, per un’area complessiva di 5.400 chilometri quadrati», senza tuttavia specificare quali aree sarebbero state conquistate». È ancora troppo presto per sapere fino a dove si sia realmente spinta – e fino a quanto possa tenere – l’avanzata di Ansar Allah nel sud dello Yemen. Quello che è certo è che l’Arabia Saudita pare essere in netta difficoltà. Secondo il sito di informazione Axios, Riyad avrebbe chiesto l’intervento degli Stati Uniti, che tuttavia si sarebbero rifiutati di intervenire. Da quanto riportato dall’agenzia di stampa internazionale Reuters, anche il Pakistan, le cui truppe sono schierate vicino al confine con lo Yemen, ha affermato che, nonostante l’avanzata degli Houthi sia al momento al centro di serrate discussioni, l’ipotesi di un intervento militare non sarebbe ancora finita sul tavolo. La questione è delicata: se Ansar Allah avesse effettivamente conquistato l’intera costa yemenita affacciata sul Mar Rosso, riuscirebbe a esercitare un controllo pressoché totale sullo Stretto di Bab el-Mandeb, che in passato aveva già messo sotto pressione dalle aree sotto il proprio controllo; un blocco simultaneo di Bab el-Mandeb e dello Stretto di Hormuz ridurrebbe ulteriormente il traffico di idrocarburi ed estenderebbe le difficoltà nell’approvvigionamento energetico anche al commercio internazionale di beni. The post La poderosa avanzata delle milizie Houthi in Yemen appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 11, 2026
L'INDIPENDENTE
Slovenia, migliaia in piazza contro l’apertura dell’ambasciata israeliana
«Nessuna ambasciata per il genocidio». Con questo slogan, migliaia di manifestanti hanno contestato l’apertura della prima ambasciata israeliana in Slovenia, inaugurata a Lubiana alla presenza del ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar. In occasione dell’inaugurazione, i manifestanti hanno marciato nella capitale slovena esprimendo sostegno alla Palestina e contestando la presenza di Saar nel Paese. L’apertura dell’ambasciata arriva dopo il cambio di governo dello scorso giugno, quando Janez Janša, esponente della destra slovena, è diventato primo ministro e ha rapidamente ribaltato la politica del precedente esecutivo nei confronti di Israele. The post Slovenia, migliaia in piazza contro l’apertura dell’ambasciata israeliana appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 11, 2026
L'INDIPENDENTE