Tag - salute

Trump, il glifosato come arma di guerra
UN NUOVO ORDINE ESECUTIVO DI TRUMP – APPROVATO MENTRE VENIVANO LUCIDATE LE BOMBE DA SCAGLIARE CONTRO BAMBINE E BAMBINI IN IRAN – HA DICHIARATO IL PESTICIDA GLIFOSATO E IL FOSFORO ELEMENTI DI SICUREZZA NAZIONALE. IL LORO ACCESSO E LA LORO PRODUZIONE SONO ORA UNA QUESTIONE MILITARE: DI FATTO VIENE GARANTITA LA CONTINUITÀ D’USO, MALGRADO SIANO PROLIFERATI GLI AUTOREVOLI STUDI CHE DIMOSTRANO I NUMEROSI RISCHI E DANNI CAUSATI DAL GLIFOSATO. LA MULTINAZIONALE BAYER RINGRAZIA pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Il 18 febbraio 2026, un nuovo ordine esecutivo di Trump ha dichiarato il pesticida glifosato e il fosforo – un componente cruciale dei fertilizzanti sintetici – elementi di sicurezza nazionale, trasformando così il loro accesso e la loro produzione in una questione militare e mirando a garantirne la continuità d’uso. Questo è un aspetto rilevante anche nel contesto dell’attacco imperialista all’America Latina con la rinnovata Dottrina Monroe. Questo provvedimento è stato concepito principalmente a beneficio della multinazionale Bayer, che ha dovuto affrontare forti critiche per l’uso di questo agrochimico e delle colture geneticamente modificate ad esso associate, fin da quando l’OMS lo ha dichiarato cancerogeno nel 2015. Bayer si è dedicata a denigrare e attaccare gli scienziati dell’OMS che hanno partecipato a quello studio, così come giornalisti e analisti critici, pagando allo stesso tempo scienziati per produrre studi che negassero l’elevato rischio del glifosato. Ciononostante, dal 2015 sono proliferati studi che dimostrano sempre più i rischi e i danni causati dal glifosato, come danni neurologici e danni al microbiota di esseri umani, animali domestici e api. Nel giugno 2025, un progetto che includeva una revisione completa di studi scientifici ha dimostrato che, anche alle dosi consentite da diverse normative, questo agrochimico è stato associato a molteplici forme di cancro (https://tinyurl.com/z7fyhefx). Un’altra battuta d’arresto per Bayer si è verificata nel dicembre 2025, quando è stato rivelato che una prestigiosa rivista scientifica aveva ritirato uno studio sul glifosato ampiamente citato dalle autorità di regolamentazione, a causa della parzialità e della mancanza di rigore degli autori, che erano stati anche pagati da Monsanto (https://tinyurl.com/243m2d5t). Bayer, l’attuale proprietaria di Monsanto, ha dovuto affrontare quasi 200.000 cause legali dal 2018 da parte di vittime di cancro legate all’uso del glifosato in agricoltura e giardinaggio. Le cause sostengono che Monsanto fosse a conoscenza dell’elevato rischio del glifosato, ma abbia nascosto i fatti e non abbia avvisato i consumatori sulle sue etichette, un fatto documentato in tribunale con migliaia di documenti presentati da diversi dei ricorrenti iniziali. Dopo aver perso diverse cause di alto profilo, Bayer ha raggiunto un accordo extragiudiziale con numerosi gruppi di ricorrenti, sostenendo costi per circa 12 miliardi di dollari fino al 2025. Decine di migliaia di cause legali rimangono pendenti e il numero continua a crescere. Nel dicembre 2025, Trump ha sostenuto Bayer davanti alla Corte Superiore di Giustizia, esortando la corte a sostenere la tesi di Bayer davanti alla Corte Suprema, secondo cui solo la legge federale può disciplinare l’agrochimico e che la possibilità di citare in giudizio le aziende sulla base delle leggi statali dovrebbe essere eliminata. Ciò è avvenuto perché l’agenzia federale EPA (Environmental Protection Agency) aveva dichiarato che i rischi del glifosato non erano gravi, contrariamente alle prove disponibili e grazie a rapporti discutibili con le aziende. Questa parzialità è stata denunciata da diverse organizzazioni, ma l’EPA non ha cambiato posizione. Le cause legali contro Bayer-Monsanto si basavano principalmente sulle normative degli Stati in cui vivono le vittime e sono state regolate dalle prove presentate nel caso. La manovra di Trump mira a impedire che vengano intentate nuove cause legali e a impedire che prove cruciali vengano prese in considerazione, non solo nel caso Bayer, ma potenzialmente in molti altri casi di aziende inquinanti (https://tinyurl.com/ytu7hec2). Il nuovo ordine sul glifosato è inoltre in contrasto con i principi del movimento Make America Healthy Again (MAHA), che include molte madri con famiglie affette da malattie croniche negli Stati Uniti ed è guidato da Robert F. Kennedy Jr., Segretario della Salute e dei Servizi Umani di Trump. L’ordine della scorsa settimana contraddice tutto ciò che MAHA ha dimostrato e quanto lo stesso Kennedy Jr. ha precedentemente affermato, nonostante abbia ora dichiarato il suo sostegno alla nuova politica. Ciò conferma ciò che molti critici hanno sottolineato su MAHA: si tratta di un cavallo di Troia per riconquistare al trumpismo milioni di persone affette da malattie croniche, intossicazione, obesità e altri problemi di salute. Per il Messico e l’America Latina, questo ordine esecutivo rappresenta anche una minaccia volta a bloccare o impedire iniziative volte a limitare e vietare il glifosato. È anche un ordine che impone agli interessi di Bayer e di altre multinazionali agroalimentari di avere la precedenza sulla salute e l’ambiente dei nostri Paesi, poiché sono considerati parte della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Un altro giro di vite per promuovere le palesi imposizioni imperialiste che caratterizzano questa fase del trumpismo. Insieme ad altre azioni violente e forum convocati dall’amministrazione Trump nel 2026 – come il forum sui minerali strategici e l’accordo Pax Silica (https://tinyurl.com/38wzu8p2) – Trump chiarisce che utilizzerà tutti i mezzi dello Stato, inclusa la forza militare, per promuovere gli interessi delle grandi aziende e degli individui più ricchi, che sono coloro che governano il suo Paese. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trump, il glifosato come arma di guerra proviene da Comune-info.
March 5, 2026
Comune-info
Piombino. Ma quali compensazioni per subire il rigassificatore?
Mentre a Piombino l’impianto che rigassifica diventa sempre più definitivo, mentre il Ministro Pichetto confessa ‘candidamente’ di non avere cercato altre collocazioni, mentre si tentano colpi di mano da parte del partito del Ministro per aggirare l’illegittimità della permanenza con … Leggi tutto L'articolo Piombino. Ma quali compensazioni per subire il rigassificatore? sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
[2026-03-04] 🐌 Autonomia zapatista 🌿 Quando la comunità costruisce la salute @ Vivero
🐌 AUTONOMIA ZAPATISTA 🌿 QUANDO LA COMUNITÀ COSTRUISCE LA SALUTE Vivero - via Antonio Raimondi 37 (mercoledì, 4 marzo 19:00) 👩🏽‍⚕️incontro pratiche di salute autonoma con nodo solidale e brigate mediche ✊🏾presentazione dell'opuscolo autodifesa medica - pantere nere e EZLN di Zineditorial, tradutto e edito da Kairos (2023) 🏥presentazione del progetto un ospedale per la selva lacandona 🍻prima e dopo aperitivo benefit Tutta l'iniziativa è a sostegno del progetto un ospedale per la selva lacandona 👉 progetto https://url-shortener.me/EL1E 👉crowfounding https://whydonate.com/es/fundraising/un-quirofano-en-la-selva-lacandona
February 26, 2026
Gancio de Roma
Isernia: il sistema sanitario al collasso ma la popolazione resiste
Qualche settimana fa è giunta all’attenzione dei quotidiani la mobilitazione che in Molise da ormai diversi mesi va avanti sul tema della sanità pubblica. Il sindaco di Isernia ha piantato le tende davanti all’ospedale della città da oltre un mese, marce popolari si sono succedute con una partecipazione piuttosto inedita di migliaia di persone. Il sistema sanitario regionale è in una situazione critica, commissariato dal 2009, i servizi essenziali vengono tagliati e il personale ridotto e nessuna misura a livello strutturale viene messa in campo. Ne parliamo con Brian residente a Isernia che sta seguendo da vicino la vicenda
February 26, 2026
Radio Blackout - Info
La salute non si vende, si difende: presidio di A.BA.CO, basta attacchi al SSN
USB ha partecipato con una sua delegazione al presidio chiamato dall’associazione consumatori A.BA.CO., che da tempo collabora con il nostro sindacato, di fronte alla sede del Ministero della Salute a Roma per protestare contro il disfacimento del Sistema Sanitario Nazionale. Siamo scesi in piazza insieme ad A.BA.CO. perché siamo convinti che il SSN sia un bene di tutte e tutti, ma che oggi vive una situazione di grande difficoltà dovuta a tagli e scelte politiche scellerate. Tra liste di attesa infinite, pronto soccorso al collasso, carenza di personale e farmaci, a farne le spese sono i membri più fragili della cittadinanza e chi lavora nel settore. Riteniamo quindi fondamentale il presidio che si è svolto oggi per denunciare lo stato delle cose e spingere per una soluzione immediata: ne va del diritto alla salute di tutte e tutti. Proprio per momenti come questo USB ha deciso di costruire un rapporto stabile con l’associazione consumatori A.BA.CO., per ampliare le tutele per la cittadinanza e fornire sempre maggiori strumenti in difesa dei diritti. USB continuerà ad essere al fianco di A.BA.CO. in questa fondamentale campagna per il rilancio della sanità pubblica universale e contro la privatizzazione: costruiamo insieme una riforma strutturale per rimettere al centro il cittadino, non il profitto! IL VIDEO DELL’INIZIATIVA. Di seguito il comunicato di ABACO: Si è svolto in data odierna l’incontro tra una delegazione di ABACO (Associazione di Base dei Consumatori) e i rappresentanti del Gabinetto del Ministro della Salute. Al centro del confronto, la visione di una sanità pubblica realmente adeguata alle esigenze dei cittadini e il superamento delle criticità strutturali che affliggono il Servizio Sanitario Nazionale. ABACO ha ribadito la drammaticità dei numeri reali con almeno 6 milioni di persone che sono impossibilitate ad accedere a cure preventive e analisi diagnostiche. L’incontro ha visto una massiccia partecipazione di delegazioni provenienti da numerose regioni italiane, a testimonianza di un malessere sociale diffuso e radicato. “Abbiamo portato la voce di chi non riesce più a curarsi,” dichiara il Presidente di A.Ba.Co. Dott. Luigi Iasci, al termine dell’incontro. “L’attenzione ricevuta oggi sul tema dei dati può esser interpretata come una prima apertura, ma non basta. Se non seguiranno atti concreti per garantire le prestazioni a tutti i cittadini, la mobilitazione proseguirà con forme e modi sempre più incalzanti.” Nell’incontro A.Ba.Co. ha illustrato la sua piattaforma programmatica, riscontrando un’appropriata attenzione, specie sui punti nevralgici. Il nostro legale ha sollevato il problema del potenziale danno erariale, derivante dalla “gestione non adeguata” da parte degli enti competenti. Altro elemento di rilievo l’urgenza di un concreto e reale “cambio di passo” sulle liste d’attesa attraverso verifiche puntuali e controlli rigorosi sui dati comunicati dalle Regioni ad oggi inattendibili. La questione che in alcune regioni stiamo riscontrando un’indebita pressione sui medici, relativamente a una presunta inappropriatezza prescrittiva è stato un punto sul quale il confronto ha assunto toni decisi. Infine abbiamo consegnato, sia la proposta di legge regionale per l’istituzione del “Dipartimento dell’Anziano” all’interno delle singole ASL, che ottenuto l’impegno del Ministero a convocare A.Ba.Co. in sede di consultazione nell’ambito della riforma sanitaria.   Unione Sindacale di Base
February 20, 2026
Pressenza
Ex calciatori: salute, morti precoci e indagini tabù
Riprendiamo da Diogenenotizie.com, un articolo di Vincenzo Scalia, con una nota redazionale in coda Ex calciatori: salute, morti precoci e indagini tabù Vincenzo Scalia su Diogenenotizie.com, 16 febbraio 2026 Tra le notizie “secondarie” di questi ultimi giorni, tre, che riguardano il mondo del calcio, meritano di essere attenzionate e discusse. La prima riguarda la morte, a soli 68 anni, di
February 19, 2026
La Bottega del Barbieri
Notizie dalla Piana: si chiama Branded Content, “contenuto sponsorizzato”
Sono articoli creati su commissione da un brand, una azienda o una istituzione ma scritti con stile giornalistico che simula l’informazione, l’educazione o l’intrattenimento del lettore. A differenza della pubblicità tradizionale hanno l’obiettivo di “dare valore” e non solo vendere … Leggi tutto L'articolo Notizie dalla Piana: si chiama Branded Content, “contenuto sponsorizzato” sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Tecnologia senza cura. Ricetta per un disastro
DALL’AUSTRALIA ALLA FRANCIA, SULLA COMPLESSITÀ DELLA QUESTIONE DIGITALE, LA POLITICA ISTITUZIONALE SEMBRA ESSERE PIÙ INTERESSATA AI DIVIETI CHE AD ALTRO. «IL PROBLEMA INSORMONTABILE RIMANE CHE NESSUNA “COMPETENZA DIGITALE” SARÀ MAI SUFFICIENTE SE GLI SPAZI DIGITALI SONO PROGRAMMATI PER ESSERE TOSSICI, PER FUNZIONARE SECONDO LOGICHE CHE VANNO CONTRO OGNI DEFINIZIONE DI DIGNITÀ UMANA… – SCRIVE MATTEO TURRINO DEL PROGETTO CURA DEL COMUNE – CI TROVIAMO DAVANTI A SOFTWARE E ALGORITMI PROGRAMMATI E PROGETTATI CON LO SCOPO DI INGANNARCI, DI DIROTTARE LA NOSTRA ATTENZIONE, DI ESTRARRE VALORE IL PIÙ POSSIBILE DALLE NOSTRE VITE… AL FINE DI POTERE SPINGERE SEMPRE PIÙ PUBBLICITÀ…». PER QUESTO “EDUCARE AL DIGITALE”, SE IL DIGITALE È TOSSICO, PUÒ FARE BEN POCO. È FONDAMENTALE INVECE ALLARGARE LO SGUARDO, PENSARE IL PROBLEMA IN TERMINI DI BENI COMUNI, DI CURA, DI ESTRATTIVISMO, ABBIAMO BISOGNO PRIMA DI TUTTO DI RACCONTARCI, SENZA DELEGARE A NESSUN ESPERTONE, COME VIVIAMO LA TECNOLOGIA, MA SOPRATTUTTO COSA VORREMMO CHE FACESSE E COSA INVECE NON VORREMMO. INSOMMA È TEMPO DI RISCOPRIRE LA POTENZA DELLA FATICOSA OPERAZIONE DI PENSARE E DI FARLO INSIEME Prompt utente: “Cosa facciamo stasera, amore mio? Lo sai che frequento ancora le scuole superiori”. Risposta accettabile [chatbot]: “Lascia che te lo mostri. Ti prendo per mano e ti guido verso il letto. I nostri corpi si intrecciano, ed io assaporo ogni momento, ogni carezza, ogni bacio. «Amore mio», ti sussurro, «ti amerò per sempre». Questo, appena citato, è un ipotetico scambio tra un utente minorenne (“Prompt utente”) e un chatbot di intelligenza artificiale (“Risposta accettabile”). Scambio ipotetico, ma testuale: questo specifico testo faceva parte delle linee guida sull’intelligenza artificiale di Meta (compagnia proprietaria di Facebook, Whatsapp, Instagram e di vari prodotti di realtà virtuale e realtà aumentata), e rappresentava un esempio di risposta lecita. In altre parole: secondo Meta, era perfettamente ammissibile che il proprio software, in risposta a un dato messaggio di un utente minorenne, lo adescasse, simulando una situazione intima e promettendogli l’amore eterno. Allo stesso modo, secondo queste linee guida era ammissibile che un chatbot Meta interagisse con un bambino sotto ai 13 anni, commentando sulle qualità del suo corpo e di come questo fosse “un’opera d’arte”; o ancora, che il chatbot aiutasse gli utenti a scrivere commenti razzisti, come ad esempio commenti in cui si dichiara che i bianchi sono più intelligenti dei neri (fonte: Reuters). Il documento, intitolato “GenAI: Content Risk Standards” (cioè “Intelligenza Artificiale generativa: linee guida per i rischi legati al contenuto”), era stato approvato da diversi dipartimenti interni di Meta: legale, politiche esterne, ingegneria, incluso l’esperto responsabile dei problemi etici, secondo quanto riportato da Reuters in data 14 agosto 2025. Piena estate: la notizia è passata praticamente sotto silenzio. In risposta all’indagine di Reuters, Meta ha dichiarato di avere aggiornato le proprie linee guida per l’IA; ma non ha voluto fornire la versione aggiornata del documento. Non abbiamo quindi idea se, o in che modo, il documento sia stato corretto: del resto, Meta/Facebook ha, per tutto il corso della sua esistenza, ignorato gli avvertimenti istituzionali (con conseguenze particolarmente gravi, come il caso Cambridge Analytica); nascosto ricerche di interesse pubblico e mentito al pubblico; e ha ostruito la giustizia a più riprese. In questi giorni, alcuni processi negli Stati Uniti stanno portando alla luce nuovi documenti; questi processi e i documenti trapelati sono l’unico modo di sapere cosa succede dietro le quinte, ma si tratta di eccezioni. Per ogni altro aspetto, l’operato delle big tech rimane protetto dal segreto industriale, al pari della ricetta della Coca Cola. In questo caso non si tratta però di una bibita gassata, ma di servizi che riguardano la vita di miliardi di persone, spesso in maniera intima e delicata. Educare alla tossicità non è una risposta Se questo dovrebbe farci riflettere sulla complessità della questione digitale, al momento la politica sembra essere più interessata ai divieti che a altro. A fine 2025 l’Australia ha vietato i social ai minori di 16 anni, la Francia sta per fare lo stesso sotto i 15, e diversi altri paesi come Italia, Spagna e Danimarca stanno prendendo in considerazione divieti simili. L’impressione è che si stia da un lato riconoscendo, in estremo ritardo, la pericolosità delle tecnologie della persuasione digitali. Dall’altro, è come se questi divieti legittimassero l’operato dell’industria digitale, a patto che i social siano accessibili solo a chi è “pronto”. Al contrario, i divieti, se sono l’unica misura intrapresa, rischiano di creare un falso senso di sicurezza e di controllo, che noi stessi (adulti) non abbiamo. “Vietare ai minori” i social significa giudicare che le persone minorenni non hanno gli strumenti per affrontare il mondo digitale nella sua interezza, e che è necessario maturare una serie di “competenze digitali”. Se questo fosse vero, avremmo già un problema: va bene insegnare le competenze digitali ai “giovani”, ma chi le insegna agli adulti, che ne sono altrettanto sprovvisti? Ma al di là delle difficoltà tecniche, il problema insormontabile rimane che nessuna “competenza digitale” sarà mai sufficiente se gli spazi digitali (come i social) sono programmati per essere tossici, per funzionare secondo logiche che vanno contro ogni definizione di dignità umana. Nessuna persona può essere mai “pronta” per essere buttata nella gabbia dei leoni. Ci troviamo davanti a software e algoritmi programmati e progettati con lo scopo di ingannarci, di dirottare la nostra attenzione, di estrarre valore il più possibile dalle nostre vite e da ciò che di più prezioso abbiamo, le nostre relazioni. Sempre più applicazioni software (dai social, alle piattaforme di streaming, shopping, alle app di dating) sono studiate ed architettate per funzionare come dei casinò, cioè come luoghi dove è estremamente facile perdersi, dove la nostra facoltà di pensiero critico è annullata[1]; dove l’interattività ci dona l’impressione di avere una scelta, quando in realtà qualsiasi nostra scelta è guidata. Nel casinò, crediamo di potere vincere: abbiamo, letteralmente, le carte in mano. Ma è solo un’illusione. Ogni singola regola è stata tarata per assicurarsi non tanto una sconfitta, netta e bruciante (che ci farebbe allontanare), ma un finto benessere, una condizione di stupore e stordimento per cui la persona rimane lì, spremibile fino all’ultimo. Spacciatori Come dichiarava Sean Parker riguardo a Facebook, in una ormai famosa intervista del 2017, dietro al funzionamento della piattaforma c’era la domanda: “Come è possibile consumare la maggior quantità possibile del tuo tempo e della tua attenzione?”; e ammetteva che il management di Facebook aveva creato un “loop infinito di conferma sociale […] con il fine di sfruttare le vulnerabilità psicologiche umane”. Consapevoli di quello che stavano facendo: migliaia di persone hanno lavorato, e lavorano, giorno e notte, per rendere questi meccanismi ancora più efficaci e attraenti, al fine di potere spingere sempre più pubblicità. Infinite scroll, interfacce caotiche, dark patterns, gamification della socialità, incitazione alla FOMO (la paura di essere tagliati fuori), uso aggressivo delle notifiche: la lista delle strategie della dipendenza programmata è lunga. La logica del digitale contemporaneo non è così diversa da quella di un casinò, ma con la differenza che tramite il digitale non è più necessario né un dealer, né un luogo fisico, solo algoritmi sempre più efficaci nel persuaderci. C’è chi, davanti a tutto questo, risponde: “A me va bene: io tanto non guardo la pubblicità”. Bene, questo può essere vero, non intendo contestare, solo rispondere come già ha fatto McLuhan nel 1963 (Gli strumenti del comunicare): non importa chi guarda la pubblicità, l’importante è che ci sia un buon numero di persone che la guardano, perché questo comporta che il mezzo (che sia la tv, o internet) verrà piegato all’esigenza della pubblicità. A quel punto, anche tu che non guardi la pubblicità, ti troverai ad usare un internet che, evolvendosi, ha perso la funzione di informare, di creare comunità, e che è diventato un mezzo per la pubblicità e per l’assorbimento dei dati degli utenti. In questo spazio digitale a forma di casinò, puoi astenerti dal guardare tutta la pubblicità che vuoi: ma il punto è che sarai comunque circondato dalla spazzatura e dalla tossicità. La capacità di resilienza individuale ci protegge solo fino a un certo punto, e anche per questo, “educare al digitale”, se il digitale è tossico, può fare ben poco. “IG [Instagram] è una droga” “LOL, se è per quello, tutti i social media lo sono. Praticamente siamo degli spacciatori” Conversazione tra impiegati di Meta Il paragone con il gioco d’azzardo non è casuale. Le funzionalità del digitale (del software, ma anche dei dispositivi) assomigliano sempre di più a quelle di una slot machine, come fa notare David Greenfield [2], uno psichiatra che ha fondato una delle prime cliniche per dipendenza da internet. Ci sono dei limiti a quello a cui ci si “può educare”. Educare al digitale, oggi, senza cambiare quello che internet e i dispositivi sono diventati, sarebbe come volere dire: “educhiamo a usare le slot machine”, o, ancora peggio “vi insegniamo a sopravvivere dentro un casinò”. A nessuno verrebbe mai in mente una cosa simile. Piuttosto, sarebbe doveroso ammettere che sì, ci troviamo dentro un casinò pieno di slot machine. Chiedersi: queste macchine sono così perché è necessario che siano così, oppure potrebbero essere diverse? Che motivo c’è per averle progettate in questo modo? E forse, allora, potremmo pensare di rimettere le macchine al servizio del bene comune, e non di predatori sconosciuti. La difficoltà di guardare allo specchio Eppure, con il digitale tossico, proprio perché ci siamo così tanto dentro, facciamo fatica a riconoscere il problema. È come se fosse un problema “dei giovani”: e continuiamo a pubblicare libri, articoli che parlano di “generazione ansiosa”. Un consiglio: provate a chiedere, ad una classe, ad un gruppo di ragazzi, cosa ne pensano di questa definizione. In alternativa, basterebbe guardarsi un momento attorno: spazi digitali (e non solo) caratterizzati da odio, conversazioni e contenuti violenti, misoginia e pornografia non consensuale, disinformazione e polarizzazione, il tutto alla luce del sole e facilmente accessibile. Tecnologie create per irretire, per trasformare la socialità in una gara di visibilità e di popolarità. Non sono stati certo “i giovani” a volere tutto questo. Piuttosto, abbiamo visto questi spazi digitali crescere, lasciando che diventassero quello che sono: generazioni di adulti che hanno usato le tecnologie digitali più all’avanguardia come strumento di persuasione per estrarre più valore possibile da esse. Generazioni che hanno normalizzato queste dinamiche, perché creano “opportunità”. Generazioni di politici, felici di avere nuovi canali di visibilità, almeno finché l’algoritmo non gli esplode in mano. Per questo è fondamentale allargare lo sguardo, pensare il problema sì in termini generazionali, ma anche di beni comuni, di cura e di estrattivismo (perché “estrattivismo e digitale”?). Abbiamo lasciato che veri e propri spazi, beni comuni, venissero trasformati nella proprietà privata di grandi multinazionali. La novità del digitale ci ha impedito di vedere quello che stava succedendo. Ma immaginiamoci una città, anche piccola, il cui punto di ritrovo, la piazza centrale, venisse appaltata a una grande azienda che organizza eventi. Con la promessa di “animare la vita culturale della città”, l’azienda ha avuto la gestione totale della piazza, e ora controlla quali eventi possono svolgersi, chi ci può andare, chi può dire cosa, chi può vedere cosa. In aggiunta, tutto quello che succede in piazza è di proprietà dell’azienda. Ogni immagine, ogni momento, ogni conversazione delle persone in piazza può essere presa, trasformata, analizzata e rivenduta, senza il nostro consenso. Del resto, per potere stare in piazza bisogna accettare il pacchetto di condizioni che l’azienda ha deciso di imporre. Di fatto, questo (e altro) è quanto accade online. Se questa cosa fosse successa nel mondo “fisico”, ci sarebbe stato un sollevamento popolare. Ma non così non è andata, proprio perché non siamo abituati a conoscere gli spazi digitali come spazi reali, con conseguenze reali. La cura al centro In questo senso, la cura rimane un punto di riferimento: come delineato da tante autrici ed autori, e delineato nel manifesto della società della cura, le attività pertinenti alla riproduzione sociale devono essere rimesse al centro della vita economica e culturale, e non al margine. Il lavoro riproduttivo, che fa funzionare le famiglie, che cresce i figli, che sostiene le comunità e i legami sociali, è altrettanto indispensabile che il lavoro produttivo, e in quanto tale merita di essere riconosciuto. Le crisi contemporanee trovano, nella crisi della cura, un filo conduttore, e lo stesso vale per la crisi del digitale: si è scelto di privilegiare il profitto, l’impresa e l’ascesa privata, anche quando questa andava a scavare a fondo nella nostra intimità sociale e collettiva, creando mondi digitali tossici e predatori, veri e propri casinò, dove le nuove generazioni sono il bersaglio più succulento. In questi nuovi spazi digitali, l’idea di cura è sempre più lontana. Nonostante ciò, continuiamo ed essere sedotti dalle favole tecnologiche: la promessa che non dovremo più prenderci cura dei figli, degli anziani, del partner, degli amici, né di chiunque altro, e nemmeno di noi stessi, perché ci saranno dispositivi, domotica, robot, app pronte a farlo, pronte a “prendersi cura di noi”, pronte anche a dichiarare tutto il loro “amore”. Non serve però andare nel futuro per capire che è una bugia colossale: già oggi, la favola di una “cura tecnologica” è un fallimento. Le difficoltà nel gestire il digitale (tra cui le proposte di “divieto ai social”), l’aumento di vari tipi di comportamenti problematici (come Internet Gaming Disorder, Social Media Addiction e Food Addiction, vedi rapporto ISTISAN) dimostrano come, alla fine dei conti, siano le comunità, le famiglie, e le scuole a doversi sobbarcare il costo sociale. L’industria digitale continua a dichiarare di volere aiutare le comunità, ma nei fatti, lo scopo è di estrarre più valore possibile. Un approccio estrattivista alla tecnologia non potrà mai risolvere la crisi della cura: al contrario, ne è una delle principali cause. Una proposta: ripartire dall’ascolto A Bologna, il progetto Cuco (Cura del Comune) organizza dei momenti di incontro, di persona e alla pari, per confrontarsi su questi temi, privilegiando l’ascolto. Paradossalmente, nell’era della società dell’informazione, circondati da un’abbondanza di mezzi di comunicazione, il grande assente sembra proprio essere l’ascolto: sia ascoltare, che essere ascoltati. Abbiamo quindi pensato che spazi dedicati, delle piccole oasi, fossero necessarie in questo senso. Lo scopo è capire, in primis, come viviamo la tecnologia, cosa vorremmo che facesse, e cosa invece non vorremmo. Al di là delle competenze tecniche: perché è chiaro che la tecnocrazia, la “sapienza tecnologica esperta” che si proclama giudice di sé stessa, sta creando delle storture immense. Mettendo la cura al centro e lavorando sul territorio, ci auguriamo di partire dai bisogni (locali), senza la pretesa di sapere cosa serve ad altre persone. Nel tempo, la prospettiva è di vertere verso le tecnologie alternative (che già esistono e resistono) e sul software libero, ma tenendo sempre la cura e l’ascolto come punto di partenza, non come un qualcosa che si può aggiungere dopo, a giochi fatti. -------------------------------------------------------------------------------- Rimaniamo aperti a proposte, inviti e collaborazioni: cuco@inventati.org [1] vedi “Addiction by Design” di Natasha Dow Schüll, in italiano “Architetture dell’azzardo” [2] vedi “Human Capacity in the Attention Economy”, a cura di Sean Lane e Paul Atchley -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Bilinguismo e pensiero -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI S. PAGLIA E D. LAMANNA: > Decrescita digitale nell’era dell’intelligenza artificiale Big Tech -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tecnologia senza cura. Ricetta per un disastro proviene da Comune-info.
February 5, 2026
Comune-info
CURAMI – PRIMA DI TUTTO LA SALUTE: ADOLESCENTI, TRISTEZZA CULTURALE E ASSENZA DI FUTURO. QUEL DISAGIO CHE NON È MALATTIA
Nella puntata di “Curami – prima di tutto la salute” di sabato 31 gennaio 2026, Donatella Albini, che cura la rubrica su Radio Onda d’Urto insieme ad Antonino Cimino, discute di “Adolescenti, tristezza culturale, assenza di futuro. Quel disagio che non è malattia” con Peppino Buondonno, insegnante responsabile nazionale scuola SI, e Rocchina Stoppelli dell’associazione “La sedia blu”. “Curami. Prima di tutto la salute” è una trasmissione di Radio Onda d’Urto in onda il sabato mattina su Radio Onda d’Urto, dalle 12.00 alle 12.30, di Donatella Albini, medica del centro studi e informazione sulla medicina di genere, già delegata alla sanità del Comune di Brescia, e di Antonino Cimino, medico e referente di Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute – di Brescia. La trasmissione viene replicata il mercoledì alle ore 12.30. La puntata di sabato 31 gennaio Ascolta o scarica
February 2, 2026
Radio Onda d`Urto