Tag - salute

Anche alle Presenze di Pace diciamo, Teva: no grazie!
Le Presenze di Pace del sabato mattina sono momenti collettivi. Si riuniscono padri, madri, associazioni, gruppi, tutti accomunati dalla volontà di dire no alle guerre, un’affermazione che detta tutti insieme diventa più visibile, più efficace. Cos’altro possiamo fare per affermare questa volontà e opporsi a questa violenza? Sanitari per Gaza insieme a BDS Italia propongono un’ulteriore modalità per “far sentire la propria voce”, in questo caso specifico riferito ai farmaci. Come? Boicottando, ovvero comunicando con le aziende che producono beni più o meno essenziali grazie agli acquisti che non facciamo più, un’azione non violenta per far sentire la propria voce. I farmaci in questione sono quelli prodotti dall’azienda farmaceutica israeliana Teva, leader mondiale nella produzione di farmaci generici ma produttrice anche di farmaci specialistici nei settori dell’immunologia, dell’immuno-oncologia e delle patologie del sistema nervoso centrale. È proprietaria anche dei marchi Ratiopharm, Dorom e Cephalon. L’azienda risulta in crescita: i bilanci indicano che il suo fatturato è salito da 14,9 miliardi di dollari nel 2022, a 15,8 miliardi di dollari nel 2023 con un aumento del 7% e a 16,5 miliardi di dollari nel 2024 con un aumento del 6%. Nonostante un’immagine attenta e sensibile alle necessità di cura, l’azienda ha potuto sfruttare i benefici della situazione palestinese ben prima del genocidio conseguente ai fatti del 7 ottobre. Fin dalla prima metà degli anni 90 ha potuto lavorare nella situazione di indubbio vantaggio commerciale conseguente agli Accordi di Oslo. Il primo, la Dichiarazione dei Principi di Oslo fu firmata il 20 agosto 1993 e ratificata settembre con la famosissima foto di Arafat che stringe la mano di Rabin accompagnati dalle braccia aperte di Clinton. Le relazioni commerciali ed economiche fra Israele e Territori Occupati vengono definite qualche mese dopo con il Protocollo di Parigi dell’aprile del 1994. Con quest’accordo di stabilisce a livello commerciale la totale dipendenza dei Territori Palestinesi Occupati e della Striscia di Gaza da Israele. Tutte le risorse economiche chiave come terra, acqua, forza lavoro e capitali, vengono legate alla giurisdizione israeliana così come il controllo delle frontiere, la gestione dei flussi di merci, la riscossione delle tasse per conto dell’Autorità Nazionale Palestinese fino all’uso della moneta israeliana, lo shekel. Secondo il dossier curato da BDS Italia sono stati tre i fattori che hanno caratterizzato il settore farmaceutico israeliano e palestinese: * L’industria farmaceutica palestinese ha dovuto affrontare un forte aumento dei costi di produzione dovuto alle tasse imposte sulle materie prime importate, oneri che non gravano sui prodotti israeliani che riuscivano così a mantenere prezzi più bassi. * I farmaci non potevano transitare dall’aeroporto Ben Gurion per presunte ragioni di sicurezza dovendo essere esportati via mare attraverso la Giordania, con il risultato di un aumento dei prezzi. * I prodotti palestinesi erano proibiti negli ospedali, nelle farmacie di Gerusalemme Est così come vietata era la somministrazione di vaccini nelle scuole per la presunta bassa qualità dei farmaci di produzione palestinese. Teva ha potuto quindi sfruttare i vantaggi di una situazione genericamente a favore dell’economia israeliana. Ma il boicottaggio nasce da considerazioni più recenti. L’azienda ha sempre agito in maniera diretta a favore dell’esercito israeliano, l’Israel Defense Forces (IDF). Nel periodo 2014-2016, ad esempio, donò circa 27.000 dollari all’anno per il programma “Adopt a Battalion” con l’obiettivo di dare l’opportunità di sviluppare “relazioni profonde e durature con i soldati dell’IDF” attraverso la partecipazione alle cerimonie di adozione e l’incontro con i soldati nelle basi militari. Dall’ottobre del 2023 in poi, nessuno ai vertici dell’azienda ha mai espresso contrarietà rispetto a quanto avveniva nella Striscia di Gaza. Nonostante gli impegni umanitari di Teva vogliano trasmettere la rassicurante immagine di un’azienda attenta alle esigenze di benessere fisico e psichico, di cura e salute, non si è registrata nessuna azione di aiuto e sostegno ai civili gazawi ridotti allo stremo e con un sistema sanitario al collasso. Questo vale ancora oggi. Dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 morti e feriti sono solo diminuiti ma la situazione non può dirsi in alcun modo pacificata: dalla dichiarazione della tregua sono stati uccisi 591 palestinesi e 1.591 sono rimasti feriti. Malattie che qui in Europa curiamo facilmente diventano terribili se non si hanno pulizia e cure mediche adeguate, per un aggiornamento recentissimo è molto utile leggere questo articolo de Il Manifesto. E queste cure nella Striscia non ci sono. I farmaci mancano, Teva li produce ma nessun aiuto è arrivato in quelle terre martoriate. Ecco perché il boicottaggio dei farmaci Teva, come di altri prodotti legati all’economia israeliana, è quanto mai necessario e utile visto che ci mette in condizione di mandare un segnale chiaro e inequivocabile, in maniera capitalisticamente significativa. Il boicottaggio dei prodotti Teva è proposto da BDS Italia insieme ai Sanitari per Gaza e sostenuto dalla rete #DigiunoGaza.   Sara Panarella
April 23, 2026
Pressenza
La ricerca scientifica
Ieri, 22 aprile, nel ‘calendario’ di iniziative svolte in concomitanza della Giornata mondiale delle vittime dell’amianto, che viene celebrata il 28 aprile, a Casale Monferrato è stato presentato il “Progetto Mesotelioma”, un programma di ricerche medico-scientifiche per la cura della malattia letale provocata dall’esposizione all’amianto. Lo studio è promosso da AFeVA (Associazione Familiari e Vittime dell’Amianto) di Casale Monferrato insieme alla Rete Oncologica Regionale piemontese. Le sue metodologie sono state illustrate dal professor Massimo Aglietta, responsabile della Rete Oncologica Regionale e coordinatore del progetto, la professoressa Irma Dianzani, docente di patologia genetica all’UPO (Università del Piemonte Orientale), e la dottoressa Federica Grosso, coordinatrice della struttura dell’ASO di Alessandria dedicata al mesotelioma. Al convegno hanno partecipato numerosi studenti delle scuole cittadine. A nome di AFeVA è intervenuto Bruno Pesce, che nel proprio discorso ha evidenziato l’importanza degli investimenti che incentivano la ricerca medico-scientifica per la cura del mesotelioma e la bonifica di città e territori dall’amianto e, rammentando il coraggio e l’impegno di Romana Blasotti Pavesi per la sua rivendicazione, ha ricordato lo scopo della giustizia richiesta dai pubblici ministeri al processo Eternit bis e dalle parti civili coinvolte nella class action: > Il professor Massimo Aglietta e i suoi collaboratori hanno prima valutato i > risultati del progetto che ha preceduto l’attuale e che aveva visto i lavori > su quattro indirizzi di ricerca mediante, oltre all’UPO con la professoressa > Dianzani e alla S.S.D. con la dottoressa Grosso, altri istituti di ricerca. Da > tali valutazioni sono derivati gli indirizzi dell’attuale progetto. > > Oltre agli obiettivi scientifici posti a capo del progetto, occorre mantenere > e sviluppare le necessarie ottimizzazioni delle varie attività che concorrono > a tutto il percorso rivolto al mesotelioma. Questo è ancor più necessario a > livello nazionale. Sono previste riunioni con cadenza semestrale per valutare > lo stato di avanzamento, con i vari soggetti coinvolti e due convegni di > carattere divulgativo, ai quali naturalmente parteciperemo anche noi. La rete > oncologica valuterà annualmente i risultati scientifici. > > La ricerca sul mesotelioma è un obiettivo primario, con la giustizia e la > bonifica, della lunga vertenza territoriale che ha visto partecipare > attivamente la nostra associazione, prima ancora il sindacato e i pochissimi > ambientalisti dell’epoca, dalla fine degli anni ’70. > > Successivamente si sviluppò il ruolo assolutamente indispensabile delle > istituzioni ai vari livelli con le molteplici competenze. > > Ci teniamo a sottolineare la partecipazione straordinaria della nostra > comunità, degli ammalti dei familiari dei cittadini singolarmente o mediante > le scuole – tutte – e le varie associazioni articolate nella società. Questo è > ciò che amo definire esercizio della democrazia, decisivo per l’affermazione > di una resilienza attiva e sempre propositiva, garantendo la continuità di > questa battaglia di civiltà. > > Con le istituzioni si sono caratterizzate le attività nel SIN – Sito di > Interesse Nazionale – di Casale Monferrato sui tre obiettivi diventando un > esempio a livello ben più generale. Si è consolidata una strategia e > consapevolezza dell’andare avanti un passo alla volta nella giusta direzione, > creandone le condizioni – sensibilizzazione e aggiornamento continuo degli > obiettivi – e reagendo alle delusioni e difficoltà. Questo ci è stato imposto > dalla complessità dei problemi e dal ritardo della politica a livello > nazionale e internazionale nell’esser consapevoli e impegnati ad affrontare > concretamente situazioni drammatiche come questa, caratterizzate da enormi > problematiche ambientali, sanitarie e occupazionali, causate altresì da > condotte criminali da parte di potenti multinazionali. > > Come è stato illustrato in precedenza, il fondo per queste attività di ricerca > deriva dagli accantonamenti effettuati dai legali di Schmidheiny fino al 2015, > previsti nell’offerta unilaterale con le transazioni, diciamo “risarcitorie”, > dei cittadini casalesi vittime dell’amianto, di cui noi unitamente all’ASL, > avremmo potuto indicare la destinazione agli istituti qualificati di ricerca. > > In base alle decisioni allora assunte unanimemente in una grande assemblea > pubblica una ventina di anni orsono con la presenza delle autorità locali e > una lunga discussione precisammo che noi avremmo potuto intervenire in tal > senso esclusivamente a queste condizioni: coinvolgere le istituzioni sanitarie > pubbliche e garantire una ricaduta positiva sul territorio, nelle nostre > strutture sanitarie e quindi sui pazienti, possibilmente anche su quelli > provenienti da altri territori. > > Dunque, prima di tutto per la costituzione dell’UFIM – Unità Funzionale > Interaziendale Mesotelioma, a scavalco degli Ospedali di Casale e di > Alessandria, con personale dedicato alla ricerca, che vide il prezioso > trasferimento della dottoressa Grosso dall’Istituto Tumori Rari di Milano. > L’ottima equipe dell’UFIM ha caratterizzato questa struttura quale centro > estremamente qualificato per la cura e per la totale presa in carico del > paziente, anche dal punto di vista psicologico rivolto a malati e familiari. > > L’attuale Struttura Semplice Dipartimentale Mesotelioma, costituita dalla > Regione mediante l’impegno assunto nel Comitato Strategico Regionale amianto > nel 2019, rappresenta la continuità e la stabilizzazione dell’UFIM, che > terminò il proprio finanziamento costitutivo dal “fondo” al termine dello > stesso anno. > > L’attuale progetto di ricerca prevede anche il potenziamento del fronte > rivolto al mesotelioma anche in direzione regionale, naturalmente con la > partecipazione delle relative strutture sanitarie. > > Questo percorso è stato molto laborioso: ha visto varie fasi di ottimo impegno > e collaborazione da parte delle istituzioni locali e regionali ma anche > difficoltà e rallentamenti. > > In questi lunghi anni siamo riusciti tutti insieme a tenere la barra dritta > sui due punti iniziali: ruolo della sanità pubblica e ricaduta positiva sul > territorio e sui pazienti. > > Per quanto riguarda la bonifica, occorre completarla in tutto il Sito di > Interesse Nazionale – 48 comuni, unico caso in Italia e non solo – dandoci dei > tempi per intervenire a breve nei casi prioritari, con l’obiettivo finale: “il > Monferrato, territorio de-amiantizzato”. Teniamo presente che i relativi e > ulteriori fondi stanziati dal Governo nel 2015 sono ancora disponibili in > parecchi milioni di euro. > > Per la giustizia, dopo la sentenza della Cassazione che, contrariamente ai due > gradi di giudizio precedenti, dichiarò prescritto il disastro ambientale, sia > pur ancora in pieno svolgimento, siamo in attesa finalmente della sentenza > della Suprema Corte relativa all’attuale processo. > > Auspichiamo con forza che la giustizia possa davvero vedersi affermata, in > considerazione del fatto che il primo processo penale si svolse a Casale nel > lontano 1993! Ciò mette in luce la necessità di dotare la Magistratura dei > mezzi necessari e di normative adeguate a velocizzare i processi e a tutelare > concretamente il diritto delle vittime a ottenere giustizia. > > A proposito di ricerca, mi corre l’obbligo di ribadire la necessità di > recuperare quanto deciso dalla Conferenza Nazionale Governativa sull’amianto > del 2012, organizzata dall’allora Ministro Balduzzi: un coordinamento > nazionale ed europeo, sotto l’egida dell’Italia, con lo scopo di rafforzare e > coordinare la ricerca scientifica sul mesotelioma. > > Questa lunga lotta non è ancora finita: ce lo ricorda quasi tutte le settimane > una nuova vittima. “Andiamo avanti, non molliamo!” come ci ricordava sempre la > nostra Romana. La nostra comunità, e non solo, si aspetta da tutti una > doverosa assunzione di responsabilità per concretizzare le risposte necessarie > richieste da un dramma così ampiamente sofferto. Redazione Piemonte Orientale
April 22, 2026
Pressenza
Contro l’economia di guerra, per il diritto alla salute
Direttamente dal Congresso di medicina democratica, che quest’anno “festeggia” i suoi 50 anni dalla fondazione, tre testimoni da tre territori differenti, per narrare e promuovere la convergenza di lotte a difesa della salute, quale costrutto non solo sanitario ma anche … Leggi tutto L'articolo Contro l’economia di guerra, per il diritto alla salute sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Provincia di Brescia, progetto di integrazione socio-sanitaria ASST Garda e Ambito9 considerato tra i più avanzati del territorio
Sala gremita questa mattina, 17 aprile, presso la Casa di Comunità di Leno, dove si è svolto l’incontro pubblico promosso da Ambito 9 Bassa Bresciana Centrale e Distretto Bassa Bresciana Centrale di ASST Garda dedicato a un progetto di integrazione socio-sanitaria considerato tra i più avanzati del territorio: unico nella provincia di Brescia. Presenti tutti i Sindaci dei venti Comuni dell’Ambito 9, insieme a rappresentanti istituzionali, tecnici, staff e associazioni del territorio. Al centro dell’iniziativa una visione condivisa: il bisogno della persona non è mai esclusivamente sanitario, sociale o economico, ma complesso e multidimensionale. Da qui la scelta di costruire risposte integrate, coerenti con gli indirizzi del PNRR, del DM 77 e della programmazione regionale. Determinante il lavoro delle direttrici Rossella Goglioni, Direttore Distretto Bassa Bresciana Centrale di ASST Garda, e Claudia Pedercini, Direttore e Responsabile Ufficio di Piano di Ambito 9, che hanno creduto fin dall’inizio nel progetto. “Il passaggio decisivo – hanno evidenziato – è stato smettere di pensare in maniera individuale, e intraprendere una visione corale”. Nel giugno 2025 è stata sottoscritta la convenzione tra i due enti per il trasferimento di una prima parte dei servizi dell’Ambito presso il distretto Bassa Bresciana Centrale di Leno. Come ricordato dal Presidente del Consiglio di Amministrazione di Ambito9 Ferdinando Albino, sono già operativi negli spazi condivisi uffici amministrativi e servizi strategici quali disabilità, protezione giuridica, PUA e sportello assistenti familiari. Tra i principali interventi istituzionali quelli di Carlotta Bragandina, Presidente dell’Assemblea dei Sindaci di Ambito9, che ha sottolineato il forte senso di appartenenza dei Comuni e la volontà condivisa di far crescere il territorio; Cristina Tedaldi, Sindaco di Leno; Roberta Chiesa, Direttore Generale ASST Garda, che ha ringraziato i team coinvolti; Claudio Vito Sileo, Direttore Generale ATS Brescia; il videomessaggio dell’Europarlamentare Mariateresa Vivaldini; On. Cristina Almici e Simona Tironi, Assessore regionale all’Istruzione, Formazione e Lavoro. Nel focus tecnico, il Direttore Sociosanitario Paolo Schiavini ha evidenziato come il valore della visione emerga quando si traduce in azioni concrete, valorizzando risorse, competenze e collaborazione. Momento conclusivo di particolare rilievo la firma simbolica con Nicola Stilla, Presidente UICI Brescia, e Cav. Uff. Franco Pedrali, Presidente ENS Brescia, che sancisce l’avvio di un modello di comunicazione pienamente accessibile: contenuti in LIS, materiali semplificati, font ad alta leggibilità, oltre a strumenti multilingue (Arabo, Francese, Hindi, Inglese, Russo, Urdu), supporti digitali e social inclusivi. Un passo concreto verso servizi più vicini ai cittadini, capaci di coniugare innovazione organizzativa, prossimità e diritto universale all’accesso. Dichiarazioni Rossella Goglioni e Claudia Pedercini: “Il bisogno della persona non può essere suddiviso in compartimenti separati. Salute, fragilità sociale, condizioni economiche e relazioni si intrecciano costantemente. Per questo il cambio di passo è stato riconoscere che non esistono problemi dell’uno o dell’altro ente, ma responsabilità condivise da affrontare insieme”. Carlotta Bragandina, Presidente Assemblea dei Sindaci Ambito 9: “Questo risultato nasce da una forte coesione istituzionale. I venti Comuni dell’Ambito hanno dimostrato senso di appartenenza e capacità di visione. Era un traguardo atteso da tempo e oggi possiamo dire di aver avviato un percorso concreto e credibile”. Roberta Chiesa, Direttore Generale ASST Garda: “L’integrazione tra servizi è la strada che abbiamo intrapreso per rendere le risposte più efficaci, tempestive e vicine ai cittadini. Ringrazio le direzioni e tutti i professionisti coinvolti che hanno sostenuto con determinazione questo progetto”. On. Cristina Almici: “Collaborazione tra istituzioni e continuità dei servizi rappresentano condizioni indispensabili, soprattutto nei confronti delle persone più fragili. Fare rete significa dare stabilità e qualità alle risposte del territorio”. Paolo Schiavini, Direttore Sociosanitario ASST Garda: “La visione acquista valore quando viene realizzata. In un contesto che spesso guarda solo a ciò che manca, questo progetto dimostra che è possibile partire da ciò che c’è: competenze, passione, risorse disponibili e volontà di costruire risposte nuove”. Simona Tironi, Assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro di Regione Lombardia: “L’integrazione tra sociale, sanitario, formazione e lavoro è decisiva per costruire percorsi di autonomia delle persone. Questo progetto interpreta al meglio la visione regionale di prossimità, inclusione e valorizzazione del capitale umano”. Claudio Vito Sileo, Direttore Generale ATS Brescia: “I dati e l’evoluzione dei bisogni confermano la necessità di modelli organizzativi sempre più integrati. Esperienze come questa rappresentano una risposta moderna e concreta alle nuove fragilità sociali e sanitarie del territorio”. Cristina Tedaldi, Sindaco di Leno: “Per Leno questo momento ha un valore particolare, perché abbiamo visto crescere questo progetto sin dalle prime fasi di sviluppo della struttura sanitaria, accompagnandone passo dopo passo l’evoluzione fino a oggi. Vedere la Casa di Comunità diventare luogo reale di integrazione tra servizi e punto di riferimento per l’intera Bassa Bresciana significa dare concretezza a una visione costruita nel tempo, con impegno istituzionale e attenzione ai bisogni delle persone”. Redazione Sebino Franciacorta
April 22, 2026
Pressenza
Emilia-Romagna: in carovana fino al 14 giugno
Mentre a Ravenna la mobilitazione continua (ne scrive Manuela Foschi con un bel dossier fotografico) gli appuntamenti per ragionare su «diritti e rovesci» attraversano tutta la regione Per liberare Ravenna da armi e industria fossile  di Manuela Foschi Extinction Rebellion due giorni fa a Punta Marina ha detto «No alle armi a Ravenna e No alla industria fossile» di cui
Lombardia, no all’invasione delle assicurazioni nella sanità: subito incontro con Bertolaso
C’è un’emergenza in sanità lombarda che richiede scelte immediate, prima che la situazione diventi ingestibile: nessuna proroga della delibera regione Lombardia 4896/ 15 settembre 2025, che autorizza convenzioni privatistiche in sanità fra ASST/IRCCS e Fondi, Mutue ed Assicurazioni: il Congresso di Medicina Democratica lancia al Coordinamento di La Lombardia SiCura, di cui fa parte, la proposta di incontro urgente con l’assessore al Welfare Guido Bertolaso: “La proroga di questa delibera, prevista a 6 mesi dalla sua approvazione, sarebbe una grave iattura per le possibilità di accesso ai servizi sanitari essenziali per i cittadini lombardi”, ha dichiarato Marco Caldiroli, presidente rieletto all’unanimità a conclusione dei lavori congressuali, che hanno visto tre giornate di intenso dibattito, dal 17 al 19 aprile, a Milano, all’Auditorium Teresa Sarti Strada e con il patrocinio del Municipio 9 e del Comune di Milano. “Di fatto la regione con questa delibera chiedeva a tutte le ASST di firmare dei contratti con assicurazioni, mutue e fondi finanziari per garantire ai loro clienti un accesso prioritario a visite, esami diagnostici e ricoveri nelle strutture del SSN”. “Tale delibera – ha sottolineato Vittorio Agnoletto, che al congresso ha portato l’esperienza di iniziative e lotte di La Lombardia SiCura, a cui Medicina Democratica aderisce – ha nei fatti istituito una superintramoenia,  che spinge i medici del Servizio Sanitario Nazionale ad aumentare ulteriormente le ore di attività privata dentro le strutture pubbliche. Richiesta non solo inaccettabile in via di principio, ma irrealizzabile anche concretamente e legalmente, considerato che i Nas e Agenas hanno già documentato come la quantità di attività  privata svolta in intramoenia ha già superato la quantità consentita dalla legge in molte strutture del SSN ”. In questa situazione aumenteranno ulteriormente e diventeranno letteralmente impossibili i tempi di attesa per i cittadini privi di assicurazione, che vedranno negato il diritto alle cura e quindi alla salute garantito dall’art.32 della Costituzione e alla legge 833 del 1978 che ha istituito il SSN. “Ma c’è un altro grave pericolo – sottolinea Agnoletto – Le assicurazioni private, attraverso i contratti con le strutture pubbliche, cercheranno di incidere sulle scelte di sviluppo e investimenti di questi ospedali dei quali, negli anni, diventeranno importanti partner economici in grado di condizionarne le scelte.” MD ritiene opportuno che nell’incontro con l’assessore vengano presentate tutte le richieste che sono state al centro della grande manifestazione unitaria dell’11 aprile, tra le quali l’immediato adeguamento della percentuale delle rette per i ricoveri in RSA a carico della regione, che dovrebbe essere almeno del 50% e invece in Lombardia è del 43%; inoltre, per i malati gravi di Alzheimer la retta dovrebbe essere pagata al 100% dal servizio sanitario regionale e questo non avviene. MD ha annunciato che in proseguimento della manifestazione dell’11 aprile, la Lombardia SiCura organizzerà un convegno regionale per proporre i cambiamenti necessari per un SSN efficiente e al servizio della popolazione. Se questa è una questione cruciale nell’immediato per la Lombardia, innumerevoli sono state le questioni affrontate nel dibattito congressuale, in cui, dopo i saluti di Anita Pirovano, presidente del Municipio 9 e di Lamberto Bertolè, Assessore al Welfare di Milano, sono intervenuti oltre 40 relatori ed esperti, di cui è impossibile dar conto e che verranno pubblicati agli atti. Tre le grandi tematiche affrontate la sicurezza e la democrazia nei luoghi di lavoro; salute, guerra e ambiente; sanità e salute, difesa e rafforzamento del SSN e del diritto alla salute. Della necessità di una rivoluzione culturale in medicina ha parlato Silvio Garattini, che metta al centro la prevenzione, contro la preponderanza del mercato sulla ricerca farmaceutica che sforna in continuazione nuovi farmaci, spesso inutili, e che “ignora” nella sperimentazione le donne, i bambini e gli anziani, con pesanti conseguenze sulla salute. Dei diritti ignorati delle vittime di reato ha parlato Felice Casson, a proposito del ddl di riforma dell’art. 24 della Costituzione, approvato in Senato all’unanimità il 14 gennaio 2025 e fermo alla Camera da oltre un anno. Tantissimi gli interventi sulle diverse realtà e vertenze territoriali, fra cui le Fonderie Pisano e Bagnoli in Campania, le sostanze PFAS in Veneto, la GKN in Toscana, la Val Bormida in Liguria, o tematiche specifiche come la salute di genere. Particolarmente toccante la testimonianza di Maria Antonietta Cuomo, vedova di un operaio ucciso dal lavoro e madre di tre figli che da 16 anni attende giustizia, drammatico esempio di una strage e di un’ingiustizia che colpisce migliaia di lavoratori e di familiari. Il congresso si è trasferito per l’ultima giornata di lavori nella nuova sede di Via Carlo Imbonati 23, locali confiscati alla criminalità organizzata e assegnati in base a un bando dal Comune di Milano a Medicina Democratica. Eletti altre a Marco Caldiroli presidente, i due vicepresidenti Paolo Fierro,  Napoli e Gina De Angeli,  Firenze. 31 complessivamente i componenti del Direttivo, largamente rappresentativo dell’ampia articolazione territoriale in cui è presente Medicina Democratica, dalla Liguria, a Lombardia, Piemonte, Veneto, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Puglia e Sardegna.   Medicina Democratica
April 20, 2026
Pressenza
Istituto Superiore di Sanità: nel 2024 8 milioni e 200mila consumatori a rischio in Italia
Da qualche giorno ha chiuso i battenti un’altra edizione del Vinitaly, la fiera internazionale dedicata al mondo del vino e dei distillati, tra tante presenze governative e non poche euforie. Chissà se qualcuno dei tanti che sono accorsi a Verona ha avuto la possibilità di leggere che in Italia nel 2024 8 milioni e 200mila persone sono consumatori di alcol a rischio, 4 milioni e 450mila ricorrono all’“abbuffata alcolica” (binge drinker), 730mila sono consumatori “dannosi” con necessità di un trattamento clinico e tra questi, solo l’8,3% sono intercettati dal SSN e in carico ai servizi. È quanto riportano i dati dell’Osservatorio Nazionale Alcol (ONA) dell’Istituto Superiore di Sanità – ISS, presentati il 16 aprile scorso in occasione dell’Alcohol Prevention Day 2026 (APD). Secondo il Rapporto 2026 “Epidemiologia e monitoraggio alcol-correlato in Italia e nelle Regioni”, a cura di E. Scafato, S. Ghirini, C. Gandin, A. Matone, V. Manno e il Gruppo di Lavoro CSDA (Centro Servizi Documentazione Alcol), l’Italia costituisce un’eccezione nel panorama europeo, risultando l’unico grande Paese produttore di vino a mostrare un incremento significativo del consumo complessivo pro-capite negli ultimi 6 anni. Inoltre negli ultimi 10 anni si conferma una tendenza in crescita del consumo di alcol tra i maschi minorenni, +6,4% rispetto al 2014. “Sebbene l’Italia sia un Paese in cui è tradizionalmente abitudine il consumo di bevande alcoliche durante i pasti, soprattutto del vino, da molti anni ormai è avvenuto, si legge nel Rapporto, un graduale cambiamento delle abitudini di consumo alcolico, che ha portato alla diffusione di comportamenti a rischio come il bere a stomaco vuoto. Numerose evidenze mostrano che il consumo fuori pasto è correlato a esiti negativi per la salute, indipendentemente dalla quantità consumata, tra cui la mortalità per tutte le cause, per malattie cardiovascolari e per cancro. Inoltre, cominciano ad accumularsi evidenze sul consumo fuori pasto e l’aumentato rischio di cancro del tratto aero-digestivo superiore, l’epatocarcinoma e ancor più recentemente il cancro gastrico e il cancro del retto”. Nel 2024 i consumatori di vino o alcolici fuori pasto in Italia sono stati il 42,1% degli uomini e il 24,6% delle donne, pari a 17 milioni e 800 mila persone di età superiore a 11 anni, di cui 11 milioni uomini e 6 milioni e 800 mila donne. L’analisi per classi di età mostra che la prevalenza aumenta dalla classe di età 11-15 anni (M=2,2%; F=1,9%) fino a raggiungere i valori massimi tra gli uomini nella fascia di età 25-44 anni, con il 57,4% degli uomini che dichiara di consumare bevande alcoliche lontano dai pasti e tra le donne nella fascia di età 18-44 anni, con oltre il 40% delle consumatrici fuori pasto; oltre tali fasce d’età, per entrambi i sessi, le percentuali diminuiscono nuovamente arrivando tra gli ultra 75enni al 25,1% degli anziani e all’8,1% delle anziane. La prevalenza dei bevitori fuori pasto di sesso maschile è sempre superiore rispetto alle femmine tranne per i giovani di 16-17 anni, in cui non si osservano differenze significative fra i sessi. Il “consumo abituale eccedentario” si riferisce a un’assunzione di bevande alcoliche che supera, sia in termini di frequenza che di quantità, i limiti di consumo stabiliti oltre i quali si può incorrere in rischi per la salute, tenendo conto del sesso e dell’età dell’individuo. Nel 2024 l’11,9% degli uomini e il 5,2% delle donne di età superiore a 11 anni hanno dichiarato di aver abitualmente ecceduto nel consumare bevande alcoliche per un totale di circa 4.500.000 persone (3.100.000 uomini, 1.400.000 donne). Tra gli adolescenti di 16-17 anni si osserva la percentuale più elevata di consumatori abituali eccedentari (M=34,5%; F=29,7%) seguita dagli anziani con più di 65anni. La percentuale più bassa si registra invece nella fascia di età 18-24 anni (M=2,0%; F=1,6%) e anche per l’anno 2024 si conferma nella popolazione di età superiore ai 25 anni, una differenza di sesso statisticamente significativa. “Nel 2024 la prevalenza dei consumatori a rischio, si legge nel Rapporto, è stata del 21,8% per i maschi e del 9,1% per le femmine di età superiore agli 11 anni, pari ad oltre 8 milioni di persone (M=5.700.000, F=2.500.000) che non si sono attenute alle raccomandazioni di salute pubblica. L’analisi per classi di età mostra che anche per questo anno la fascia di popolazione più a rischio è quella dei 16-17enni per entrambi i sessi (M=34,5%; F=29,7%) seguita dagli anziani ultra 65enni per i maschi (65-74 anni=29,4%; 75+ anni= 29,2%) e dalle 18-24enni per le femmine (12,9%). Nei minorenni non vi è una differenza statisticamente significativa fra maschi e femmine nella prevalenza dei consumatori a rischio, mentre per tutte le altre fasce d’età il consumo a rischio è sempre più elevato nei maschi”. Il Rapporto evidenzia anche la mortalità totalmente alcol-attribuibile per età e genere: nell’anno 2022 il numero di decessi tra i residenti in Italia di 15 anni e più per patologie totalmente alcol-attribuibili è stato pari a 1.306, di cui l’82,5% maschi e il 17,5% femmine, che corrispondono a circa 43 decessi per milione di abitanti tra i maschi e circa 9 decessi per milione tra le femmine. Le due patologie che causano il numero maggiore di decessi, sia tra gli uomini che tra le donne, sono le epatopatie alcoliche (M=765; F=172) e i disturbi psichici e comportamentali dovuti all’uso di alcol (M=247; F=43) che, sommate, causano il 94,0% dei decessi alcol-attribuibili tra i maschi e il 94,0% tra le femmine. Qui il Rapporto completo: https://www.epicentro.iss.it/alcol/apd2026/26-4%20web%20FINALE.pdf.   Giovanni Caprio
April 20, 2026
Pressenza
CURAMI – PRIMA DI TUTTO LA SALUTE: XI CONGRESSO DI MEDICINA DEMOCRATICA. 50 ANNI DI LOTTA PER LA SALUTE
“Curami – Prima di tutto la salute” è la rubrica settimanale di Radio Onda d’Urto dedicata ai temi della sanità, curata da Antonino Cimino, medico di Medicina Democratica, e Donatella Albini, medica del Centro studi e informazione sulla Medicina di genere. Curami va in onda il sabato alle 12 e il mercoledì alle 12.30. Nella puntata di sabato 18 aprile abbiamo parlato dell’XI Congresso di Medicina Democratica, previsto in questi giorni a Milano (17-19 aprile 2026). Ospiti della trasmissione, Elisabetta Papini, infermiera, portavoce del forum per il diritto alla salute e attivista di Medicina democratica, femminista e transfemminista, e Vittorio Agnoletto, medico, attivista di Medicina Democratica e docente all’Università degli studi di Milano. La puntata di “Curami – prima di tutto la salute” di sabato 18 aprile 2026 su Radio Onda d’Urto Ascolta o scarica
April 18, 2026
Radio Onda d`Urto
Circa 7.000 infermieri ogni anno lasciano l’Italia, con una perdita pubblica di oltre 200 milioni di €
Lo Stato si fa carico del futuro dei militari, ma abbandona a oneri pesantissimi tutti i professionisti che lavorano nel pubblico, a partire dai professionisti della salute. E’ la denuncia del Sindacato Infermieri Italiani NURSING UP. Il panorama previdenziale italiano si trova, infatti, di fronte ad una palesa contraddizione che ferisce profondamente. Con la Circolare n. 109/2025, l’INPS ha formalizzato le istruzioni operative per il riconoscimento del computo gratuito dei periodi di studio universitario, ai sensi dell’articolo 32 del D.P.R. 1092/1973, a favore degli ufficiali delle Forze Armate e dei Corpi equiparati. Ma mentre per chi indossa la divisa militare, lo Stato ha deciso che gli anni di laurea debbano entrare nel conto previdenziale senza alcun esborso, infermieri, ostetriche e gli altri professionisti del Servizio Sanitario Nazionale (e non solo) restano clamorosamente esclusi. Insomma, di questi tempi, per ottenere lo stesso riconoscimento di chi indossa una divisa militare, chi lavora nella pubblica amministrazione e, in particolare, chi salva vite è costretto a pagare di tasca propria cifre esorbitanti per il riscatto oneroso. “Plaudiamo, beninteso, al riconoscimento giunto nei confronti dei tanti militari, che ogni giorno, con abnegazione e dedizione, operano in favore dello Stato, ma se si parla di settori critici non si può limitare il campo di azione solo a questi ultimi, ha sottolineato Antonio De Palma, presidente Nazionale del Nursing Up. È un’asimmetria di diritti intollerabile! Lo Stato si fa carico del futuro dei militari, ma abbandona a oneri pesantissimi i professionisti della salute, che arrivano a percepire retribuzioni che i dati ARAN inchiodano ancora tra i 1.412 e i 1.900 euro lordi. Stipendi ben lontani dal mutato costo della vita e certo non in linea con la recente crisi energetica”. Il Sindacato Infermieri Italiani NURSING UP ritorna sull’<<abisso retribuito>>, che ormai supera il +250%. Questa sperequazione interna si scontra con un mercato del lavoro internazionale che ha ormai trasformato l’infermiere italiano in una preda ambitissima. Il divario economico non è più un semplice scarto, ma un abisso: i dati ufficiali dell’Ufficio Federale di Statistica svizzero (UST) descrivono una realtà in cui il salario mediano per le professioni infermieristiche supera i 7.000 franchi lordi (oltre 7.200 euro mensili). In Italia, la stagnazione sotto i 2.000 euro genera un differenziale superiore al +250%. Oltre confine, un professionista percepisce ogni mese quanto un collega italiano guadagna in oltre tre mesi di lavoro! Ancora più aggressiva è la spinta che arriva dal Nord America. Attraverso la Rete Eures, il Québec ha lanciato nuove selezioni mirate esclusivamente a infermieri laureati o diplomati in Italia per strutture di prestigio come l’Ospedale Santa Cabrini di Montréal. Le condizioni offerte rappresentano una sfida alla precarietà italiana: retribuzioni mensili lorde tra 4.380 e 8.140 dollari canadesi (circa 2.400 – 5.100 euro), accompagnate da supporto gratuito per tutte le procedure di immigrazione, biglietti aerei pagati e corsi di lingua finanziati dal governo canadese. A sancire il fallimento del sistema è il superamento della tradizionale “fuga”: siamo passati a una vera e propria sottrazione alla fonte. Inchieste di testate internazionali documentano un fenomeno inquietante: i recruiter stranieri non attendono più la laurea, ma intercettano gli studenti prima che diventino infermieri, direttamente nelle aule universitarie, da ultimo nei poli d’eccellenza della Lombardia e delle zone di confine. Attraverso proposte di pre-assunzione vincolate al raggiungimento del titolo di studio, i talenti sanitari vengono “prenotati” prima ancora di poter partecipare a un concorso pubblico nel proprio Paese. Secondo i dati di Hunters Group incrociati con le indagini nazionali, circa 7.000 infermieri varcano i confini ogni anno. Poiché formare un singolo infermiere costa allo Stato italiano circa 30.000 euro — una stima basata sui dati CREA Sanità che includono i costi vivi della formazione universitaria e dei tirocini — regalare queste competenze all’estero significa bruciare ogni anno oltre 200 milioni di euro di soldi pubblici. “Siamo davanti a un vero e proprio scippo, denuncia con fermezza De Palma. L’Italia si è ridotta a fare da vivaio gratuito per il resto del mondo: spendiamo risorse pubbliche per formare eccellenze e poi le consegniamo, chiavi in mano, a chi sa valorizzarle. È un paradosso che grida vendetta: l’INPS, come detto in base ad una recente normativa, gestisce il computo gratuito per i laureati in divisa, ma per gli infermieri, le ostetriche e gli altri professionisti sanitari del SSN la porta resta sbarrata. Si trovano le coperture per i militari, ma si volta lo sguardo dall’altra parte quando si parla di chi sostiene l’ossatura della salute pubblica. Non chiamatela fuga di cervelli, questa è una desertificazione programmata. Senza un adeguamento radicale degli stipendi e senza estendere anche al personale sanitario il computo gratuito dei periodi universitari, il Servizio Sanitario Nazionale è destinato a implodere. Chi curerà gli italiani domani, quando l’ultimo infermiere avrà scelto la dignità che l’Europa e il Canada gli offrono e che l’Italia gli continua a negare?”. Qui per approfondire: https://www.nursingup.it/.    Giovanni Caprio
April 18, 2026
Pressenza
GIMBE denuncia: l’assistenza territoriale, pilastro del PNRR Missione Salute, verso il fallimento
La riforma che doveva avvicinare la sanità ai cittadini è ancora ben lontana dall’essere realmente operativa. Al 31 dicembre 2025 solo 66 (3,9%) Case di Comunità risultano pienamente funzionanti e solo 163 (27,4%) Ospedali di Comunità hanno attivato almeno un servizio, ma nessuno risulta pienamente funzionante, e per il mancato consenso all’utilizzo dei dati, in particolare nel Mezzogiorno, il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) rimane ancora incompleto e poco utilizzato. È quanto denuncia l’Osservatorio GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN), che ha elaborato dati estratti dal report Agenas. Alla fine dello scorso anno, per 649 (37,8%) di 1˙715 CdC programmate le Regioni non hanno dichiarato attivo alcun servizio previsto dal DM 77: presenza di équipe multi-professionali, punto unico di accesso, assistenza domiciliare, specialistica ambulatoriale, servizi infermieristici, sistema di prenotazione collegato al CUP, integrazione con i servizi sociali, partecipazione della comunità, oltre a servizi diagnostici di base, continuità assistenziale e punto prelievi solo nelle CdC principali (hub). La media nazionale del 45,5% delle CdC con almeno un servizio dichiarato attivo è superata da 10 Regioni: dal 49,7% della Toscana al 100% della Valle d’Aosta. Le rimanenti 11 si collocano al di sotto del valore nazionale: dal 38,5% della Provincia autonoma di Trento sino alla Basilicata e alla Provincia autonoma di Bolzano, dove non risulta attiva alcuna CdC. Limitando l’analisi alle CdC con tutti i servizi dichiarati attivi, la media nazionale scende al 12,8% per quelle prive di personale medico e infermieristico e al 3,9% per quelle pienamente funzionanti, di cui oltre la metà si concentra in Lombardia (n. 22) ed Emilia-Romagna (n. 15). Le differenze regionali non dipendono solo dal completamento delle strutture, ma soprattutto dalla disponibilità di personale: in tutte le Regioni, ad eccezione di Valle d’Aosta, Molise e Abruzzo, la quota di CdC pienamente operative è sempre inferiore rispetto a quelle con tutti i servizi attivi. Per quanto riguarda gli Ospedali di comunità, al 31 dicembre 2025, solo 163 (27,4%) dei 594 programmati risultano avere almeno un servizio attivo, per un totale di oltre 2˙900 posti letto. In valori assoluti, i numeri più alti si registrano in Veneto (n. 47), Lombardia (n. 30), Emilia-Romagna (n. 24) e Toscana (n. 17). Altre 13 Regioni hanno attivato almeno un OdC: dagli 8 dell’Umbria a 1 in Calabria, Campania e Piemonte. Quattro Regioni restano invece ferme a quota zero: Basilicata, Marche, Provincia autonoma di Bolzano e Valle d’Aosta. A fronte di una media nazionale del 27%, le differenze territoriali sono marcate: il Molise, con soli 2 OdC programmati, raggiunge il 100%, mentre all’estremo opposto quattro Regioni non ne hanno attivato alcuno; le altre si collocano in un intervallo molto ampio, dal 2% della Campania al 75% della Provincia autonoma di Trento. Le Centrali Operative Territoriali (COT), strutture chiave per coordinare la presa in carico dei pazienti e integrare l’assistenza sanitaria e sociosanitaria, risultano invece attivate in tutte le Regioni e il target europeo di 480 è già stato raggiunto. Al 31 dicembre 2025, su 657 COT programmate, 625 risultano pienamente funzionanti. Quanto al Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), pilastro della trasformazione digitale del SSN, come si ricorderà, il PNRR destinava un investimento di € 1,38 miliardi per creare un ecosistema digitale interoperabile di dati sanitari su scala nazionale. Al 30 settembre 2025, secondo i dati del portale Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, nessuna Regione rende disponibili tutte le 20 tipologie di documenti previste dal DM 7 settembre 2023. Il livello di completezza varia dai 17 documenti dell’Emilia-Romagna agli 11 della Puglia. E al 30 settembre 2025, solo il 44% dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione del FSE da parte di medici e operatori del SSN, con forti disomogeneità regionali: dal 2% in Abruzzo e Campania al 92% in Emilia-Romagna. Tra le Regioni del Mezzogiorno, solo la Puglia supera la media nazionale (44%), raggiungendo il 75% . “A soli tre mesi dalla rendicontazione finale della Missione Salute del PNRR l’obiettivo di rendere Case e Ospedali di Comunità pienamente funzionanti, requisito indispensabile per raggiungere i target, resta ancora molto lontano, con avanzamenti lenti e inaccettabili diseguaglianze regionali – sottolinea il presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta – Pesano i ritardi strutturali, l’attivazione parziale dei servizi e la carenza di personale sanitario, in particolare infermieristico; per le Case della Comunità anche il ritardo nel coinvolgimento dei medici di famiglia, figura chiave dell’assistenza territoriale. Ecco perché, a tre mesi dalla scadenza Governo e Regioni, oltre ad accelerare, devono prendere seriamente atto dei rischi che accompagnano la rendicontazione finale del PNRR, che al momento non prevede alcuno slittamento temporale. Il primo rischio, da evitare ad ogni costo, è di non raggiungere i target europei e dover restituire il contributo a fondo perduto. Il secondo è centrare il target nazionale grazie ai risultati di alcune Regioni, senza ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali, che rischiano anzi di ampliarsi. Il terzo, il più grave, è di completare l’incasso delle rate senza produrre benefici concreti per i cittadini, lasciando in eredità solo scatole vuote e una digitalizzazione frammentata e incompleta, a fronte di un indebitamento scaricato sulle generazioni future. E sprecando, di fatto, la più grande occasione per il SSN di costruire una sanità territoriale efficiente e accessibile per i cittadini”. Intanto, di recente il Presidente della Fondazione GIMBE nel corso di un’audizione presso la 10a Commissione del Senato nell’ambito dell’esame del Disegno di Legge delega di riforma del Servizio Sanitario Nazionale ha parlato di un Ddl delega senza risorse, con numerose criticità, che apre spazi al privato e che rischia di aumentare le diseguaglianze, chiedendo il ritiro del testo e un ampio confronto sulla riforma: “Il DdL sulla riforma del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) prevede una delega troppo ampia e, senza mettere sul piatto risorse aggiuntive, ambisce a potenziare sia l’ospedale che il territorio, senza alcun cenno alla prevenzione. Non rafforza l’esigibilità dei diritti e apre spazi alla sanità privata. Le numerose criticità e la clausola di invarianza finanziaria non permettono di migliorare il testo senza modificarne profondamente l’impianto. Se l’obiettivo dichiarato è davvero <<garantire effettività nella tutela della salute>>, la Fondazione GIMBE chiede di ritirare il DdL delega e di aprire un confronto ampio su come riformare il SSN, nel perimetro dell’articolo 32 della Costituzione e dei princìpi fondanti della L. 833/78: universalità, uguaglianza, equità”. Giovanni Caprio
April 17, 2026
Pressenza