“Non sono più un medico. Sono un testimone”“Diario di un giovane medico” di Ezzideen Shehab, non è la narrazione di un
dottore che cerca di salvare vite, ma il racconto degli occhi di un uomo che
vede l’orrore, lo tocca, giorno dopo giorno, finendo per mettere in dubbio anche
se stesso. La devastazione è troppo grande per essere contenuta.
Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.
[Fabrizio De André, Canzone del maggio]
EZZISEEN SHEHAB, DIARIO DI UN GIOVANE MEDICO. PREFAZIONE DI PAOLA CARIDI,
MIMESIS (PP. 162, EURO 16).
Questo è un libro che dovrebbero leggere tutti. Nessun escluso. Non è la
narrazione di un medico che cerca di salvare vite, ma il racconto degli occhi di
un uomo che vede l’orrore, lo tocca, giorno dopo giorno, finendo per mettere in
dubbio anche se stesso. La devastazione è troppo grande per essere contenuta.
Shehab è cresciuto a Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza. Il suo diario
inizia esattamente il 28 giugno 2024. Racconta di avere studiato nove anni
all’estero e che il 2 ottobre 2023 era tornato a casa per festeggiare la laurea
con la famiglia. Lo avevano accolto con una grande tavolata preparata dal padre,
tra risate, abbracci e una grande voglia di ritrovarsi. Poi, il 7 ottobre,
l’inizio della fine. Quattro giorni dopo, più di quaranta suoi parenti muoiono
sotto le bombe israeliane.
Una distruzione sistematica, prima con i missili, i cecchini, i droni e poi con
la fame e la sete. Scrive: «La sofferenza esige di essere testimoniata».
Carestia, bambini che hanno gli occhi di vecchi, case che non esistono più.
Malnutrizione che porta alla morte. E gli ordini israeliani di evacuazione, gli
spostamenti continui, prima verso un luogo, poi verso un altro, infine verso il
nulla. Trenta minuti e non esiste più niente. Solo cenere. Cenere negli occhi,
sui vestiti, a infettare le ferite. Amputazioni, assenza di medicine, persino di
soluzione fisiologica. Mancanza di tutto, anche del minimo indispensabile per
non cadere a terra.
Nel dicembre del 2024, insieme ad altri medici, Shehab dà vita alla clinica
Al-Rahma, un luogo in cui offrire assistenza sanitaria gratuita alla popolazione
del nord della Striscia. Tra un’emergenza e l’altra cerca il tempo per scrivere,
per sottrarre all’oblio ciò che vede. Racconta la fame che consuma lentamente i
corpi, la malnutrizione che diventa condanna a morte, l’arrivo incessante di
feriti negli ospedali. Corpi mutilati, ustioni profonde, vite sospese tra la
possibilità di essere salvate e la mancanza persino dei mezzi più elementari per
farlo. Ogni giorno aggiunge immagini a una memoria che non potrà più
liberarsene. Un orrore che non si esaurisce quando termina il turno di un
medico, perché continua a vivere dentro chi ne è stato testimone.
Scuole e università bombardate dall’esercito israeliano. Ragazze e ragazzi che
non possono più proseguire nel loro percorso educativo. La guerra non sottrae
soltanto il presente. Cancella progressivamente anche la possibilità di
immaginare un futuro.
C’è una pagina nella quale una ragazza distribuisce dei fogli ai più piccoli,
chiedendo loro di scrivere i propri sogni. Le risposte sono disarmanti. C’è chi
vorrebbe semplicemente tornare a dormire nel proprio letto, chi desidera
ritrovare la propria casa, chi sogna che la guerra finisca per poter diventare
medico.
Non chiedono giocattoli, viaggi o ricchezze. Chiedono una vita normale. Ciò che
per milioni di loro rappresenta la quotidianità, a Gaza è diventato un sogno.
È forse qui che il racconto raggiunge una delle sue dimensioni più dolorose.
L’infanzia dovrebbe essere il tempo nel quale tutto appare possibile. A Gaza,
persino il desiderio è costretto a misurarsi con la sopravvivenza. L’innocenza
non è soltanto ciò che la guerra uccide. È ciò che la guerra priva del diritto
di diventare futuro.
Ma il diario contiene anche un passaggio che merita una particolare attenzione,
perché ci conduce oltre la descrizione dell’orrore, dentro la responsabilità
etica di chi osserva. Il 30 marzo 2025 Shehab racconta di ricevere messaggi nei
quali gli viene chiesto dove siano gli ostaggi israeliani, perché non ne parli,
perché non condanni quanto è accaduto il 7 ottobre.
La sua risposta non lascia spazio ad ambiguità. È contrario all’uccisione dei
civili, alla presa di ostaggi, alla violenza contro gli innocenti. Ma perché
questa condanna dovrebbe costringerlo a tacere sull’inferno che sta vivendo?
Perché, per poter raccontare i più piccoli morti sotto le bombe, dovrebbe prima
dimostrare di avere il diritto di farlo?
Shehab non chiede di scegliere quali vittime meritino compassione. Rifiuta che
la sofferenza umana debba sottostare a una gerarchia, che la condanna di un
crimine diventi il prezzo da pagare per poter denunciare un altro.
Ed è proprio questa una delle contraddizioni più insopportabili che emergono dal
libro: un uomo che vive quotidianamente l’orrore, che cerca di curare corpi
devastati, che vede morire bambini per fame, si trova persino nella condizione
di dover giustificare il proprio diritto di raccontare. Come se la testimonianza
avesse bisogno di un’autorizzazione. Come se il dolore dovesse dimostrare la
propria legittimità.
Intanto, fuori dalle pagine del diario, il mondo continua a osservare. Le
immagini arrivano ovunque, le notizie attraversano i continenti, le fotografie
dei giovani feriti si sovrappongono ad altre fotografie. E ciò che un tempo
avrebbe sconvolto la coscienza collettiva rischia di diventare parte del
paesaggio quotidiano dell’informazione.
Non possiamo dire di non sapere. Ed è forse questa la ragione per cui, accanto
al dolore, durante la lettura cresce una rabbia difficile da contenere. Non
soltanto per ciò che accade, ma per il fatto che possa continuare ad accadere
sotto gli occhi di tutti.
C’è una differenza profonda tra assistere a una tragedia inevitabile e assistere
a una sofferenza che gli uomini potrebbero impedire. Shehab racconta di bambini
morti di fame. Non per una malattia sconosciuta, non per un evento naturale
contro il quale l’umanità non possiede strumenti. Morti perché non avevano cibo.
La fame consuma lentamente, senza il fragore delle esplosioni. Riduce il corpo,
spegne lo sguardo, sottrae le forze. E alla fine uccide.
Un bambino morto di fame non è una lezione per l’umanità. È un bambino morto di
fame. Esistono sofferenze alle quali non dobbiamo attribuire un significato per
renderle sopportabili. Dobbiamo soltanto riconoscere che non sarebbero mai
dovute esistere. Trasformare la tragedia in un insegnamento rischia persino di
sottrarre qualcosa alle vittime, utilizzando la loro sofferenza per costruire
una consolazione destinata a chi è rimasto vivo.
Il diario racconta anche una nascita drammatica, quella di una bambina venuta al
mondo con una gravissima malformazione, priva del cervello. Il medico assiste
impotente a una vita che non può essere salvata. È una pagina nella quale la
morte sembra precedere persino la possibilità di vivere.
Shehab denuncia il timore che le conseguenze della guerra possano raggiungere
anche le generazioni future. Il suo racconto non è un’indagine scientifica sulle
cause di quella malformazione, ma la testimonianza di un medico che vede
incrinarsi persino la promessa della nascita. E mentre tutto questo accade, lui
continua a scrivere.
Lo fa nei momenti sottratti al lavoro, alla ricerca di cibo, agli spostamenti,
alla paura. Scrive per ricordare i volti, i nomi, le storie. Per impedire che
gli esseri umani diventino soltanto numeri, che la morte si dissolva dentro una
statistica.
Ma anche la scrittura comincia a diventare difficile. La fame indebolisce il
corpo, la stanchezza consuma la concentrazione, le parole sfuggono. La guerra
gli sottrae progressivamente perfino gli strumenti necessari per raccontarla.
Eppure, continua. Non perché la scrittura possa salvarlo, né perché possa
restituire la vita a chi l’ha perduta. Continua perché la testimonianza è ciò
che rimane quando ogni altra possibilità sembra essere stata distrutta.
Ho terminato «Diario di un giovane medico» con due sentimenti che non riesco a
separare. Il dolore per l’innocenza violata. Per quei bambini, quelle donne,
quei giovani uomini che non hanno scelto nulla e ai quali è stato sottratto
quasi tutto, persino il diritto di immaginare il domani. E la rabbia. Una rabbia
che non nasce dal desiderio di vendetta, ma dall’incapacità di accettare che una
simile devastazione possa consumarsi davanti agli occhi del mondo.
Non credo che leggere questo libro ci renda automaticamente migliori. Sarebbe
una conclusione troppo facile. E non credo neppure che il dolore raccontato da
Shehab debba servire a qualcosa, quasi fosse necessario trovare un’utilità anche
nell’orrore.
Il dolore di quel popolo non deve insegnarci nulla per meritare la nostra
attenzione. Le loro vite avevano valore prima della sofferenza,
indipendentemente da ciò che noi potremo imparare dalla loro morte.
Dopo aver letto queste pagine non possiamo più rifugiarci nell’ignoranza e
nemmeno nella comoda convinzione che ciò che accade lontano da noi non ci
riguardi.
Il libro finisce. L’orrore raccontato, no. E io, ricondotto da questo libro alla
misura della mia piccolezza, non posso che ripeterlo in una reiterata cantilena
sacrilega: genocidio, genocidio, genocidio.
Redazione Italia