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«L’industria della salute»
Sergio Sinigaglia su un libro importante (anzi: indispensabile) di Vittorio Agnoletto. La nascita, nel 1978, del Servizio Sanitario Nazionale con la legge 833, nell’interrompere il criticabile e selettivo sistema delle mutue, sancì che il diritto alla salute per tutti e tutte era un diritto basilare. Fu il frutto della nascita dei movimenti di allora, nel ciclo di lotte iniziato alla
October 22, 2026
La Bottega del Barbieri
Emergency alla manifestazione contro i CPR a Castel Volturno: “Chiediamo l’abolizione di questo sistema”
EMERGENCY promuove e aderisce alla manifestazione nazionale “NO AI CPR, NÉ A CASTEL VOLTURNO NÉ ALTROVE” che si terrà il 24 ottobre a Castel Volturno, per dire che la comunità non ha bisogno di un Centro di Permanenza per il rimpatrio (CPR) sul proprio territorio e, nello stesso tempo, chiedere la chiusura di tutti i CPR, ribadendo la necessità del superamento dell’intero sistema della detenzione amministrativa. EMERGENCY denuncia da anni come la detenzione amministrativa all’interno dei CPR non solo non offra alcuna risposta alla gestione dei fenomeni migratori, ma continui a produrre esclusione, sofferenza, ulteriore marginalità e in alcuni casi morte. Attraverso il lavoro dell’ONG, con visite degli operatori all’interno dei CPR, insieme al TAI (Tavolo Asilo e Immigrazione), e il contatto diretto negli ambulatori in Italia con le persone che hanno vissuto l’esperienza della detenzione, EMERGENCY ha potuto constatare l’impatto psicofisico che la detenzione nei Centri per i Rimpatri ha sulle persone. Queste ultime, pur in assenza di reati, vengono private della libertà personale, con una gravissima limitazione di diritti e garanzie fondamentali, tra cui quello alla salute.  “I CPR sono assimilabili ai vecchi manicomi per le logiche di segregazione e violenza istituzionale; per questo andrebbero anch’essi aboliti” dichiara Sergio Serraino, coordinatore EMERGENCY Campania. “Dopo 28 anni di esistenza del sistema dei CPR, possiamo affermare che il problema non sia solo nella gestione dei luoghi, ma nell’obiettivo per cui sono nati: il rimpatrio forzato di uomini e donne che, migrando, esercitano e rivendicano il proprio diritto di sottrarsi a condizioni di vita inaccettabili e pericolose.” Nel secondo rapporto di monitoraggio sui CPR pubblicato dal Tavolo Asilo e Immigrazione[1] , emerge ancora più chiaramente come questi luoghi di detenzione, di fatto, abbiano conseguenze importanti sia sulla salute fisica che su quella mentale delle persone trattenute. “Il diritto alla salute all’interno di questi centri risulta sistematicamente compromesso a causa della natura stessa della detenzione amministrativa. Sono luoghi patogeni, cioè in grado di generare o deteriorare gravemente la salute psicofisica delle persone” dichiara Emanuele Longo, responsabile medici Programma Italia EMERGENCY. “All’interno dei CPR è stata più volte denunciata una massiccia e spesso incontrollata somministrazione di terapie sedative e psicofarmaci, che sembrano utilizzati in modo improprio come strumento di gestione dell’ordine pubblico e di contenimento della tensione interna, anziché per reali finalità terapeutiche. A questo si aggiunge un numero allarmante di atti di autolesionismo, continui tentativi di suicidio e anche di morti tragiche, specchio di una profonda e disperata sofferenza psicologica.” Nei CPR, anche l’assistenza sanitaria di base, a gestione privata, è spesso fortemente limitata, senza un adeguato percorso di cura e continuità terapeutica. A incidere sul benessere delle persone trattenute sono soprattutto le condizioni stesse della detenzione: isolamento, carenze strutturali e limitazioni della libertà personale producono un impatto significativo su chi vive in questi centri, con il rischio concreto di ri-traumatizzazione o di sviluppare disturbi post – traumatici da stress. “Un nostro paziente in Sicilia è stato rinchiuso per diverso tempo in un CPR” racconta Ahmed Echi, responsabile del progetto Sicilia di EMERGENCY. “Quando lo abbiamo rivisto era un altro: a malapena camminava, sembrava addormentato, non rispondeva. Non era più la stessa persona che conoscevamo.”  EMERGENCY sarà presente il 24 ottobre alle ore 13.00 davanti il Centro Fernandes di Castel Volturno per chiedere la chiusura di tutti i CPR presenti in Italia, di non investire nell’apertura di altri Centri di Rimpatrio e concentrarsi su politiche fondate sulla tutela dei diritti, dell’accoglienza e della salute. Emergency
October 22, 2026
Pressenza
Rep. Dem. Congo: le comunità locali di fronte all’epidemia di Ebola
> Negli ultimi mesi, l’epidemia di Ebola si è diffusa nella Repubblica > Democratica del Congo. L’epidemia è causata dal virus Bundibugyo, contro il > quale non esiste ancora un vaccino. Il Paese ha ricevuto dosi limitate di un > vaccino sviluppato per un altro ceppo di Ebola, con scarsa efficacia contro > Bundibugyo. Come spiegato in un precedente articolo di Pressenza sulla crisi dell’Ebola, la Repubblica Democratica del Congo ha una notevole esperienza nella lotta contro questa malattia. Nel corso degli anni, le autorità sanitarie e i partner internazionali hanno sviluppato competenze importanti in materia di sorveglianza, laboratorio, vaccinazione, trattamento e mobilitazione della comunità. Allora, come si spiega questa nuova epidemia, con una diffusione che sembra fuori controllo? Come si evince da uno studio (1) recentemente pubblicato sulla rivista African Journal of Reproductive Health, la comprensione di questa epidemia, come delle precedenti, non può essere ridotta a una questione sanitaria: «Ci ricorda che le epidemie non sono causate solo da agenti patogeni biologici, ma anche da disuguaglianze sociali, sconvolgimenti ambientali, sistemi sanitari fragili e conflitti armati persistenti. Se Ebola fa notizia per i suoi terribili sintomi e la sua elevata mortalità, molto meno studiate sono le condizioni che ne favoriscono la diffusione.» Gli autori aggiungono: «Molte delle comunità colpite nella parte orientale della RDC soffrono di carenza cronica di acqua potabile, servizi igienico-sanitari, elettricità, trasporti e accesso all’assistenza sanitaria.» Ciò comporta ritardi nella diagnosi, e di fatto aumenta il rischio di trasmissione all’interno del nucleo familiare e della comunità. Un altro fattore di ritardo nella diagnosi può essere la povertà estrema del nucleo familiare, perché una diagnosi di infezione comporta l’interruzione di un’attività e la perdita di reddito. Concludono: «Una prevenzione sostenibile richiede che siano affrontate le condizioni sociali e ambientali che favoriscono la proliferazione degli agenti patogeni. Se l’origine dell’Ebola è un virus, le epidemie sono alla fine alimentate da vulnerabilità che le società non riescono a gestire.» I CONSIGLI DEGLI OPERATORI SANITARI SUL CAMPO Pressenza ha intervistato Byenigulu Deidei Pacifico, animatore comunitario della zona sanitaria di Uvira, in RD Congo, Sud Kivu. Pressenza: Quali sono i timori della popolazione riguardo alla malattia da virus Ebola? BDP: Da noi, a Uvira, siamo nella zona vicino al confine tra il Burundi e il Congo. La gente teme di essere contaminata nel passaggio fra Uvira e Bujumbura, visti questi movimenti della popolazione. Pressenza: Quali sono le difficoltà della popolazione ad andare in un centro sanitario per fare un test? BDP: Innanzitutto le persone hanno timore della diagnosi e anche di conoscere il loro stato di salute generale. Il secondo problema è la distanza, che impedisce alle persone di accedere al centro sanitario. E il terzo punto è la mancanza di informazioni: le persone non sanno dove sono i laboratori per lo screening del virus Ebola. Pressenza: Qual è il suo messaggio alla popolazione sulle misure preventive? BDP: La chiave è lavarsi le mani con acqua corrente e sapone. Se non c’è il sapone, allora una soluzione idroalcolica. Altrimenti la cenere, da noi spesso utilizzata. Se non ci sono questi tre elementi, allora si può usare l’acqua contenente cloro allo 0,05%. Secondo messaggio: chiedo alla popolazione di Uvira di non stigmatizzare le persone che hanno un contatto con questa malattia. Chiederei anche alla popolazione di Uvira di avere il coraggio di andare a farsi testare. Pressenza: Ha un messaggio per le organizzazioni partner? BDP: Sì, raccomando ai partner di aiutare la popolazione nell’accesso ai servizi di cura: poiché c’è la paura, la mancanza di informazioni e anche la distanza, chiederei ai partner di sostenere i centri sanitari in materia di test, di materiale, in modo che le persone possano sapere dove andare per essere testate e avere altre informazioni sulla prevenzione. TENERE CONTO DELLE NORME E DELLE PRATICHE SOCIALI E CULTURALI La lotta contro un virus deve essere globale. Lo abbiamo visto in tutto il mondo al tempo della crisi da Covid-19, ora lo vediamo nell’Africa centrale con Ebola: le popolazioni esitano a fidarsi dei governi e delle agenzie pubbliche. Nell’est della RDC, ci sono state troppe violenze dovute ai conflitti armati, troppa violenza economica con la povertà legata allo sfruttamento delle ricchezze minerarie. Di fronte a Ebola, la popolazione si sente ancora una volta abbandonata a se stessa. In un articolo (2) apparso sulla rivista medica The Lancet, gli autori insistono sul fatto che questa lotta non potrà essere efficace se non si fonda sulle comunità locali. > «Le misure di intervento devono tenere conto delle norme e delle pratiche > sociali e culturali delle comunità colpite”, ma riconoscono che nella pratica > il coinvolgimento della comunità viene generalmente considerato solo dopo le > decisioni tecniche. Riconoscono anche che le comunità sono fonti di > informazione, data la conoscenza che apportano circa le norme sociali e i temi > delicati.  > > «Pertanto, una risposta incentrata sulla comunità deve includere leader > autorevoli a livello locale e affrontare gli ostacoli concreti che determinano > se le persone segnalano i sintomi o nascondono la malattia: costi di > trasporto, timore dell’isolamento, perdita di salario, presa in carico dei > bambini, accesso a cure di supporto gratuite, trattamento rispettoso delle > famiglie e procedure trasparenti per sepolture sicure e dignitose.» > > Si fa anche notare l’importanza delle persone che sono state infettate dal > virus e ne sono sopravvissute. «I sopravvissuti sono tra le risorse > comunitarie più potenti in qualsiasi risposta a Ebola, fornendo un supporto > tra pari, dimostrando che la sopravvivenza è possibile e contribuendo a > ridurre la dissimulazione della malattia spinta dalla paura, che ne ritarda > l’individuazione e ne amplifica la diffusione.» Per la redazione francofona, Roger Seko Raphaël e Jean-Marc Dunet -------------------------------------------------------------------------------- NOTE: (1) Anne Baber Wallis e Friday Okonofua – Il ne s’agit pas seulement de virologie : l’épidémie d’Ebola de Bundibugyo, en RD Congo et en Ouganda, exige une réponse de santé publique plus large – African Journal of Reproductive Health, 2026, DOI 10.29063/ajrh2026/v30i13.1 (2) Placide Mbala-Kingebeni, Yap Boum, Mosoka P Fallah, Barthalomew Wilson, Marie-Roseline Belizaire, Nicole A Hoff, Armand Sprecher, Lisa E Hensley, Jason Kindrachuk, Anne W Rimoin – Bundibugyo Ebola in DR Congo and Uganda: community-centred response must be operational, not rhetorical – 23/06/2026 – https://doi.org/10.1016/S1473-3099(26)00322-1 -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI MARINELLA CORREGGIA. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza IPA
October 21, 2026
Pressenza
Yemen: a Taiz l’escalation bellica aggrava l’emergenza
ACCESSO ALL’ACQUA A RISCHIO PER 1,6 MILIONI DI BAMBINI, DI CUI 52.000 COLPITI DA MALNUTRIZIONE ACUTA. I CASI SOSPETTI DI COLERA SONO GIÀ TRIPLICATI IN SOLE TRE SETTIMANE. Oggi – 20 ottobre 2026 – il rappresentante dell’UNICEF in Yemen, Akhil Iyer, ha dichiarato: > A Taiz l’escalation dei combattimenti e la mancanza di carburante stanno > minacciando i sistemi idrici dell’UNICEF che servono circa 3 milioni di > persone, di cui almeno 1,6 milioni bambini. > Lo Yemen è già una delle aree con maggiore scarsità d’acqua e Taiz sta > affrontando nuovamente pressioni sui servizi essenziali per migliaia di > famiglie sfollate. > Dall’ultima escalation a settembre, si stima che 120.000 persone – più della > metà di tutte le persone sfollate di recente in Yemen – sono state sfollate a > Taiz. > Molti sono fuggiti più volte, arrivando in comunità sovraffollate dove il cibo > scarseggia, l’acqua potabile è limitata e non hanno quasi più nulla per > sopravvivere. > I combattimenti hanno interrotto le principali vie di rifornimento, compreso > il corridoio Taiz–Aden. > Il cibo e il carburante scarseggiano sempre di più, i prezzi stanno aumentando > e i servizi essenziali rischiano di essere sospesi. >  Il Programma Alimentare Mondiale ha avvertito che le scorte di farina di > grano nelle zone colpite di Taiz sono quasi esaurite – uno sviluppo allarmante > in una provincia che già registra alcuni dei livelli più elevati di > insicurezza alimentare dello Yemen, con dieci dei suoi 16 distretti > precedentemente classificati a livelli di emergenza (Fase 4 dell’IPC). > Per le famiglie che faticano a sfamare i propri figli, questo è un altro colpo > devastante – in particolare per quelle che già soffrono di malnutrizione. > Quest’anno l’UNICEF ha sottoposto a screening oltre 168.000 bambini a Taiz, > riscontrando che più di 52.000 di loro erano colpiti da malnutrizione acuta, > quasi un bambino su tre tra quelli esaminati. > Ora, la carenza di gasolio minaccia di bloccare le pompe idriche, mentre il > costo dell’acqua trasportata su camion è triplicato dall’ultima escalation. > Per le famiglie che già faticano a procurarsi il cibo, l’acqua potabile sta > diventando sempre più inaccessibile. > L’UNICEF sta contribuendo a mantenere operativi i sistemi di pompaggio > dell’acqua che servono circa tre milioni di persone a Taiz, fornendo gasolio, > e sta al contempo garantendo servizi idrici e igienico-sanitari di emergenza a > oltre 300.000 persone. > Tuttavia, le conseguenze della carenza idrica vanno ben oltre la sete. L’acqua > non potabile e le condizioni igienico-sanitarie precarie aumentano il rischio > di malattie diarroiche e colera. > Queste malattie possono aggravare la malnutrizione impedendo ai bambini di > assorbire le sostanze nutritive di cui hanno disperatamente bisogno, > rendendoli più deboli e più vulnerabili a ulteriori infezioni. > In tutto lo Yemen, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità i casi > sospetti di colera sono già triplicati in sole tre settimane. > Per i bambini di Taiz, la fame, l’acqua non potabile e le malattie stanno > diventando una combinazione sempre più pericolosa. > L’UNICEF ha preposizionato quasi 8.000 cartoni di alimenti terapeutici pronti > all’uso per sostenere il trattamento dei bambini di Taiz affetti da > malnutrizione acuta grave. > Continuiamo a sostenere le strutture sanitarie, i trattamenti nutrizionali e i > servizi idrici essenziali. > Un bambino che soffre di malnutrizione non può permettersi di rinunciare alle > cure, non può permettersi di ammalarsi a causa dell’acqua non potabile. > Chiediamo a tutte le parti di proteggere i bambini e i civili, di > salvaguardare le reti idriche e le strutture sanitarie e di rispettare gli > obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario. > I bambini di Taiz hanno già sopportato anni di conflitto e privazioni. Non > possono permettersi di perdere i servizi che li tengono in vita. UNICEF
October 20, 2026
Pressenza
Health Systems under Attack: a Napoli il Convegno Nazionale dei Sanitari per Gaza e Zone Onlus
Il prossimo 23 ottobre 2026, l’Auditorium della Regione Campania ospiterà un evento di straordinaria rilevanza scientifica, politica e umanitaria: il Convegno Nazionale intitolato “Health Systems under Attack: la salute sotto attacco“. Promosso e organizzato da Zone Onlus e dal coordinamento Sanitari per Gaza Napoli, l’evento si propone come uno spazio di analisi rigorosa e di denuncia contro la sistematica distruzione dei sistemi sanitari nei contesti di guerra, occupazione e sanzioni economiche. Con il prestigioso patrocinio della FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri), l’iniziativa intende richiamare l’attenzione delle istituzioni, della comunità scientifica e della società civile sulla necessità imperativa di difendere il diritto alla salute come pilastro universale e inalienabile dell’umanità. Il razionale scientifico del convegno muove da una profonda riflessione sulla definizione stessa di salute fornita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, intesa non semplicemente come assenza di malattia, ma come uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale. Questa condizione ottimale, tuttavia, dipende strettamente da determinanti geopolitici, economici e sociali che oggi appaiono drammaticamente compromessi su scala globale. Le guerre contemporanee, le occupazioni militari e l’imposizione di blocchi economici non colpiscono più soltanto gli apparati militari, ma si accaniscono direttamente sulle strutture civili e, in particolar modo, sulle reti di assistenza medica. Colpire intenzionalmente un sistema sanitario significa non solo violare in modo flagrante il diritto internazionale umanitario, ma anche compromettere irrimediabilmente il futuro intero di una popolazione, riducendone drasticamente l’aspettativa di vita e determinando un incremento intollerabile della mortalità materna e infantile. L’evento si articolerà in tre sessioni tematiche principali e si concluderà con una tavola rotonda istituzionale. L’apertura dei lavori, prevista per le ore 9:00, vedrà l’introduzione di Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati. Seguirà la proiezione di un docu-video d’impatto curato dal fotografo documentarista palestinese Mohammed N.A. Althalathini, vincitore del prestigioso premio Picture of the Year 2021, volto a mostrare visivamente il livello di devastazione subito dalle strutture sanitarie all’interno della Striscia di Gaza. La prima sessione, dal titolo “La salute come diritto umano: quando la guerra attacca i sistemi sanitari”, esplorerà i meccanismi attraverso cui i conflitti armati moderni si trasformano in veri e propri attacchi strutturali alla sopravvivenza biologica delle comunità. Tra i relatori di spicco figurerà lo storico Ilan Pappé, direttore del Centro Europeo di Studi sulla Palestina dell’Università di Exeter, che traccerà una panoramica storica dell’assedio e dell’evoluzione del conflitto israelo-palestinese. Luigi Daniele, docente di Diritto Internazionale, affronterà il delicato concetto giuridico di “medicidio” e la sua correlazione con le dinamiche genocidarie, mentre il cardiochirurgo Giorgio Noera analizzerà gli obiettivi strategici delle odierne guerre asimmetriche, incentrate sul sistematico smantellamento delle infrastrutture civili critiche. Gavino Maciocco esaminerà l’impatto complessivo di questi attacchi sulla Primary Health Care globale, e infine i medici e infermieri volontari di PCRF Italia, Fabio Panetta e Giada Boggi, porteranno le loro dirette testimonianze operative dal campo, raccontando la drammatica quotidianità di quando curare i pazienti diventa un atto quasi impossibile. La seconda sessione sposterà l’attenzione sulle ferite invisibili ma devastanti del trauma prolungato, intitolandosi “Trauma, nutrizione e salute mentale nei contesti di oppressione”. Gli interventi vedranno la partecipazione di Yasser Abu Jamei, psichiatra e direttore del Gaza Community Mental Health Programme, il quale approfondirà il concetto di “psiche sotto assedio” legato al trauma coloniale e ai percorsi di cura comunitari. Il professor Guido Veronese si concentrerà sulle gravi implicazioni cliniche del trauma cronico nell’infanzia sotto occupazione, mentre Ciro Fiorillo, ex funzionario FAO, illustrerà le conseguenze catastrofiche della deliberata distruzione del sistema agroalimentare a Gaza e il conseguente impatto sullo stato nutrizionale della popolazione. A completare la sessione sarà l’intervento di Islam Said Barakat, incentrato sulle enormi sfide legate alla salute mentale e alla presa in carico dei disturbi del neurosviluppo in contesti di assedio estremo. Nel pomeriggio, la terza sessione, denominata “Sistemi sanitari strangolati: Dall’embargo di Cuba alla marginalità delle periferie globali della salute”, allargherà lo sguardo alle violenze strutturali indotte dall’isolamento economico e dalle politiche di esclusione. Il ricercatore del CNR Fabrizio Chiodo racconterà la straordinaria e resiliente lotta scientifica di Cuba per sviluppare e produrre autonomamente i propri vaccini nonostante il decennale blocco economico-finanziario. Il professor Osvaldo Costantini analizzerà criticamente l’imperialismo della medicina, i monopoli sui brevetti e le disuguaglianze farmaceutiche globali, mentre Sergio Serraino riporterà l’analisi sul piano locale illustrando l’esperienza sul campo di Emergency a Castel Volturno nell’assistenza alla salute negata nelle periferie marginalizzate. Infine, la psichiatra Federica Kusmann solleverà un interrogativo cruciale sul ruolo etico del personale medico, stretto tra il dovere di curare e la deriva securitaria imposta dalle attuali politiche migratorie. I lavori si chiuderanno con una tavola rotonda intitolata “Dalle evidenze alle proposte: un confronto con le istituzioni”, mirata a tradurre i dati scientifici e le testimonianze raccolte in istanze politiche concrete, chiedendo impegni precisi per la protezione internazionale degli operatori sanitari e la neutralità degli ospedali nei teatri di crisi. Il convegno, coordinato dai dottori Emanuela Morelli, Giansandro Morelli e Andrea Pomicino, e supportato dal board scientifico composto da Maria Vittoria Barone, Margot De Marco e Luigi Mansi, rappresenta anche un importante momento di aggiornamento professionale. L’evento è infatti accreditato ECM con l’erogazione di 7 crediti per tutte le professioni sanitarie, garantiti ai primi 100 iscritti attraverso il provider Accademia Nazionale della Sanità. Al di là del valore formativo, l’iniziativa si caratterizza per una profonda impronta di solidarietà militante: l’intero ricavato delle quote di partecipazione e delle donazioni collegate all’evento sarà integralmente devoluto al finanziamento di progetti sanitari e di assistenza diretta nella Striscia di Gaza, gestiti sul territorio dall’Associazione SANABEL. Partecipare a questo convegno a Napoli significa dunque non soltanto comprendere a fondo le dinamiche geopolitiche che minacciano la medicina contemporanea, ma contribuire materialmente a sostenere la resistenza dei presidi di cura e la sopravvivenza di chi, sotto le bombe, continua a difendere il diritto alla vita. Scarica l’intero dépliant, qui Redazione Napoli
October 20, 2026
Pressenza
Oltre 25.000 tarantini in corteo dicono No alla produzione inquinante di acciaio
Abbiamo pianto. Abbiamo pianto tutti, probabilmente in momenti diversi, durante i tre chilometri di corteo che separano Piazzale Democrate da Piazza Maria Immacolata. Lacrime di commozione, talune di gioia, altre di dolore. Sabato 17 ottobre Taranto era in strada, dietro uno striscione che dice tanto della nostra lotta: “Ci avete tolto tanto, ci riprenderemo tutto!” Tra le altre cose tolte, la visibilità: nel silenzio dei media nazionali (tranne due eccezioni), abbiamo gridato, una volta ancora, il nostro desiderio di voltare pagina rispetto a quel catorcio inquinante che continuano a chiamare fabbrica, con una spropositata dose di spudoratezza. Non sappiamo cosa ci sia dietro l’accanimento terapeutico a tenere in vita un siderurgico cerebralmente morto già alcuni anni fa, che ha generato dolore, malattie e morti: dati sconvolgenti se messi a confronto con l’incidenza di tutte le patologie da fonti inquinanti della regione. Quello che sappiamo è che a Genova non andò così nel 2005 e le “mamme di Cornigliano” trovarono il sostegno dei sindacati e delle istituzioni locali per far chiudere l’area a caldo che fu spostata a Taranto, raddoppiando inquinamento e capacità produttiva del polo siderurgico jonico. Sui sindacati confederali (+Usb) tarantini ci sarà modo e tempo di commissionare uno studio socio-antropologico approfondito che aiuterà a comprenderne obiettivi e valori di base, se la vita dei propri iscritti non vale il lavoro che difendono, ma la manifestazione di sabato è stata un momento di luce. Abbiamo l’obbligo di portare la lente sulla pacifica, coreografica, gioiosa onda del futuro che ha sommerso e continuerà a sommergere il buio che pure ha provato ad avvolgerci, per qualche periodo. La pressione della società civile, che prima d’ora aveva raggiunto punte altissime nel 2012, qui in Puglia non era riuscita a far chiudere i cancelli del “mostro”, come usiamo chiamare uno dei più grandi sterminatori di esseri viventi costruito da mano umana. Tra le 25 e le 30mila persone hanno camminato lente ed è stato bello rivedere volti cari con accanto figlie e figli adolescenti che il 15 dicembre del 2012 avevamo nei passeggini o tenuti stretti per mano; ragazze e ragazzi con il volto colorato con le tinte dell’arcobaleno o d’azzurro, com’è il nostro cielo anche ora che il catorcio è semispento. Alcune ragazze hanno scritto con il rossetto su una guancia ‘Ilva is’ e sull’altra ‘a KILLER’: uno dei due slogan più urlati dalla fiumana umana, che prima ancora che partisse il corteo aveva dovuto riversarsi sul “ponte di pietra”, uno dei due passaggi per la città vecchia di Taranto, che vive su un’isola. La città continuava a scendere in strada e Piazzale Democrate non bastava più: occorreva occupare la prima parte del percorso della manifestazione. Decine di croci bianche erano visibili da lontano, perché erano sul punto più alto del ponte: avevano nomi al posto di INRI e foto di bambini al posto del Cristo. Tutti bambine e bambini morti: i morti nostri! I loro nomi, quelli di coloro che avrebbero potuto fare e non hanno fatto – come recita un’iscrizione su marmo sotto la finestra di Peppino Corisi, morto di cancro ai Tamburi – sono stati abbondantemente ricordati durante il corteo. Il furgoncino apripista, su cui erano posizionate due grosse casse acustiche, era appena sceso dal ponte di pietra sulle note di “Live is life” svoltando a destra per il litorale alto dell’isola – che a Taranto chiamiamo “la ringhiera” – quando ha dovuto silenziare la musica: dal corteo si è alzato impetuoso l’inno di lotta di questi quattordici anni, “Taranto libera.” Braccia al cielo e cuori palpitanti: ognuno ha trovato vicino un compagno di lotta da abbracciare, sussurrando nell’orecchio “Ci siamo! È arrivato il nostro momento”. I ragazzi hanno pianto di gioia, perché a loro tocca salire sull’altare senza i tormenti e le ferite delle battaglie perse; le mamme con le croci in mano hanno pianto il destino infame, perché a loro hanno squartato il cuore in due; tutti gli altri hanno pianto di commozione per tutte le pietre su cui abbiamo inciampato, perché la strada è stata lunga e vigliacca. Tanti anziani erano alle finestre, agitavano fazzoletti bianchi, salutavano o mandavano baci ai nipoti in corteo. Un uomo sugli ottanta ha urlato: “Siamo vecchi, ma camminiamo sulle vostre gambe: portateci lontano!” Dalla marea di umanità si è staccata una ragazza che gli ha fatto un inchino e poi con un megafono in miniatura, tirato fuori chissà da dove, gli ha risposto: “Se siamo qui è perché ci avete insegnato come si combatte per il bene di tutti: grazie, nonno di tutti noi!” La città vecchia era oramai alle spalle e con lei il ponte girevole, buono per farci gonfiare il petto: i droni dei cineoperatori hanno ripreso per più di venti minuti il serpentone umano che entrava nel Borgo di Taranto. Il furgoncino capofila sparava con tutti i decibel concessi dalle casse “La mia terra” di Antonio Diodato, che era tra i manifestanti e si destreggiava tra un’intervista e l’altra. Si è cantato con una sola voce: “Per questa terra faremo la guerra e questa terra non avrà più pace se non nella guerra (…) Non si è mai spezzato questo sogno fatato che ci tiene legati con tutto l’amore alla terra che non abbiamo difeso e ora è un campo minato su cui crescono fiori bellissimi”. A poche ore dal pronunciamento finale della Corte di Cassazione sulla chiusura definitiva dell’area a caldo dell’ex-Ilva, quello che un’intera città ha voluto raccontare è che il futuro, dopo essere stata zona di sacrificio – come la definì David Boyd, relatore delle Nazioni Unite – non può essere deciso sui tavoli della politica, che già farnetica di navi rigassificatrici, dri, aree a caldo 2.0, ma va deciso dal basso, nelle strade della città, nei comitati, nelle piazze partecipate. E quindi stavolta il futuro lo decidiamo noi!   Mimmo Laghezza
October 20, 2026
Pressenza
CURAMI – PRIMA DI TUTTO LA SALUTE: OSPEDALI DI COMUNITÀ. UN’OCCASIONE DI CURA O UNA NUOVA OPPORTUNITÀ PER PRIVATIZZARE LA SANITÀ?
CURAMI – Prima di tutto la salute è la trasmissione a cura di Donatella Albini, medica del Centro studi e informazione sulla medicina di genere, già delegata alla sanità del Comune di Brescia, e Antonino Cimino, medico e referente di Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute di Brescia. La trasmissione va in onda il sabato mattina dalle 12.00 e, in replica, il mercoledì alle ore 12.30. Ospiti della puntata di sabato 17 ottobre – dal titolo “Ospedali di comunità”: occasione di cura, sollievo, accoglienza, o solo una nuova occasione per privatizzare la Sanità?” – sono Nadia Lazzaroni, segretaria Funzione Pubblica CGIL Brescia, e Paola Sabatini, CUB Sanità Firenze. Ascolta o scarica
October 20, 2026
Radio Onda d`Urto
“Non sono più un medico. Sono un testimone”
“Diario di un giovane medico” di Ezzideen Shehab, non è la narrazione di un dottore che cerca di salvare vite, ma il racconto degli occhi di un uomo che vede l’orrore, lo tocca, giorno dopo giorno, finendo per mettere in dubbio anche se stesso. La devastazione è troppo grande per essere contenuta. Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti. [Fabrizio De André, Canzone del maggio] EZZISEEN SHEHAB, DIARIO DI UN GIOVANE MEDICO. PREFAZIONE DI PAOLA CARIDI, MIMESIS (PP. 162, EURO 16). Questo è un libro che dovrebbero leggere tutti. Nessun escluso. Non è la narrazione di un medico che cerca di salvare vite, ma il racconto degli occhi di un uomo che vede l’orrore, lo tocca, giorno dopo giorno, finendo per mettere in dubbio anche se stesso. La devastazione è troppo grande per essere contenuta. Shehab è cresciuto a Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza. Il suo diario inizia esattamente il 28 giugno 2024. Racconta di avere studiato nove anni all’estero e che il 2 ottobre 2023 era tornato a casa per festeggiare la laurea con la famiglia. Lo avevano accolto con una grande tavolata preparata dal padre, tra risate, abbracci e una grande voglia di ritrovarsi. Poi, il 7 ottobre, l’inizio della fine. Quattro giorni dopo, più di quaranta suoi parenti muoiono sotto le bombe israeliane. Una distruzione sistematica, prima con i missili, i cecchini, i droni e poi con la fame e la sete. Scrive: «La sofferenza esige di essere testimoniata». Carestia, bambini che hanno gli occhi di vecchi, case che non esistono più. Malnutrizione che porta alla morte. E gli ordini israeliani di evacuazione, gli spostamenti continui, prima verso un luogo, poi verso un altro, infine verso il nulla. Trenta minuti e non esiste più niente. Solo cenere. Cenere negli occhi, sui vestiti, a infettare le ferite. Amputazioni, assenza di medicine, persino di soluzione fisiologica. Mancanza di tutto, anche del minimo indispensabile per non cadere a terra. Nel dicembre del 2024, insieme ad altri medici, Shehab dà vita alla clinica Al-Rahma, un luogo in cui offrire assistenza sanitaria gratuita alla popolazione del nord della Striscia. Tra un’emergenza e l’altra cerca il tempo per scrivere, per sottrarre all’oblio ciò che vede. Racconta la fame che consuma lentamente i corpi, la malnutrizione che diventa condanna a morte, l’arrivo incessante di feriti negli ospedali. Corpi mutilati, ustioni profonde, vite sospese tra la possibilità di essere salvate e la mancanza persino dei mezzi più elementari per farlo. Ogni giorno aggiunge immagini a una memoria che non potrà più liberarsene. Un orrore che non si esaurisce quando termina il turno di un medico, perché continua a vivere dentro chi ne è stato testimone. Scuole e università bombardate dall’esercito israeliano. Ragazze e ragazzi che non possono più proseguire nel loro percorso educativo. La guerra non sottrae soltanto il presente. Cancella progressivamente anche la possibilità di immaginare un futuro. C’è una pagina nella quale una ragazza distribuisce dei fogli ai più piccoli, chiedendo loro di scrivere i propri sogni. Le risposte sono disarmanti. C’è chi vorrebbe semplicemente tornare a dormire nel proprio letto, chi desidera ritrovare la propria casa, chi sogna che la guerra finisca per poter diventare medico. Non chiedono giocattoli, viaggi o ricchezze. Chiedono una vita normale. Ciò che per milioni di loro rappresenta la quotidianità, a Gaza è diventato un sogno. È forse qui che il racconto raggiunge una delle sue dimensioni più dolorose. L’infanzia dovrebbe essere il tempo nel quale tutto appare possibile. A Gaza, persino il desiderio è costretto a misurarsi con la sopravvivenza. L’innocenza non è soltanto ciò che la guerra uccide. È ciò che la guerra priva del diritto di diventare futuro. Ma il diario contiene anche un passaggio che merita una particolare attenzione, perché ci conduce oltre la descrizione dell’orrore, dentro la responsabilità etica di chi osserva. Il 30 marzo 2025 Shehab racconta di ricevere messaggi nei quali gli viene chiesto dove siano gli ostaggi israeliani, perché non ne parli, perché non condanni quanto è accaduto il 7 ottobre. La sua risposta non lascia spazio ad ambiguità. È contrario all’uccisione dei civili, alla presa di ostaggi, alla violenza contro gli innocenti. Ma perché questa condanna dovrebbe costringerlo a tacere sull’inferno che sta vivendo? Perché, per poter raccontare i più piccoli morti sotto le bombe, dovrebbe prima dimostrare di avere il diritto di farlo? Shehab non chiede di scegliere quali vittime meritino compassione. Rifiuta che la sofferenza umana debba sottostare a una gerarchia, che la condanna di un crimine diventi il prezzo da pagare per poter denunciare un altro. Ed è proprio questa una delle contraddizioni più insopportabili che emergono dal libro: un uomo che vive quotidianamente l’orrore, che cerca di curare corpi devastati, che vede morire bambini per fame, si trova persino nella condizione di dover giustificare il proprio diritto di raccontare. Come se la testimonianza avesse bisogno di un’autorizzazione. Come se il dolore dovesse dimostrare la propria legittimità. Intanto, fuori dalle pagine del diario, il mondo continua a osservare. Le immagini arrivano ovunque, le notizie attraversano i continenti, le fotografie dei giovani feriti si sovrappongono ad altre fotografie. E ciò che un tempo avrebbe sconvolto la coscienza collettiva rischia di diventare parte del paesaggio quotidiano dell’informazione. Non possiamo dire di non sapere. Ed è forse questa la ragione per cui, accanto al dolore, durante la lettura cresce una rabbia difficile da contenere. Non soltanto per ciò che accade, ma per il fatto che possa continuare ad accadere sotto gli occhi di tutti. C’è una differenza profonda tra assistere a una tragedia inevitabile e assistere a una sofferenza che gli uomini potrebbero impedire. Shehab racconta di bambini morti di fame. Non per una malattia sconosciuta, non per un evento naturale contro il quale l’umanità non possiede strumenti. Morti perché non avevano cibo. La fame consuma lentamente, senza il fragore delle esplosioni. Riduce il corpo, spegne lo sguardo, sottrae le forze. E alla fine uccide. Un bambino morto di fame non è una lezione per l’umanità. È un bambino morto di fame. Esistono sofferenze alle quali non dobbiamo attribuire un significato per renderle sopportabili. Dobbiamo soltanto riconoscere che non sarebbero mai dovute esistere. Trasformare la tragedia in un insegnamento rischia persino di sottrarre qualcosa alle vittime, utilizzando la loro sofferenza per costruire una consolazione destinata a chi è rimasto vivo. Il diario racconta anche una nascita drammatica, quella di una bambina venuta al mondo con una gravissima malformazione, priva del cervello. Il medico assiste impotente a una vita che non può essere salvata. È una pagina nella quale la morte sembra precedere persino la possibilità di vivere. Shehab denuncia il timore che le conseguenze della guerra possano raggiungere anche le generazioni future. Il suo racconto non è un’indagine scientifica sulle cause di quella malformazione, ma la testimonianza di un medico che vede incrinarsi persino la promessa della nascita. E mentre tutto questo accade, lui continua a scrivere. Lo fa nei momenti sottratti al lavoro, alla ricerca di cibo, agli spostamenti, alla paura. Scrive per ricordare i volti, i nomi, le storie. Per impedire che gli esseri umani diventino soltanto numeri, che la morte si dissolva dentro una statistica. Ma anche la scrittura comincia a diventare difficile. La fame indebolisce il corpo, la stanchezza consuma la concentrazione, le parole sfuggono. La guerra gli sottrae progressivamente perfino gli strumenti necessari per raccontarla. Eppure, continua. Non perché la scrittura possa salvarlo, né perché possa restituire la vita a chi l’ha perduta. Continua perché la testimonianza è ciò che rimane quando ogni altra possibilità sembra essere stata distrutta. Ho terminato «Diario di un giovane medico» con due sentimenti che non riesco a separare. Il dolore per l’innocenza violata. Per quei bambini, quelle donne, quei giovani uomini che non hanno scelto nulla e ai quali è stato sottratto quasi tutto, persino il diritto di immaginare il domani. E la rabbia. Una rabbia che non nasce dal desiderio di vendetta, ma dall’incapacità di accettare che una simile devastazione possa consumarsi davanti agli occhi del mondo. Non credo che leggere questo libro ci renda automaticamente migliori. Sarebbe una conclusione troppo facile. E non credo neppure che il dolore raccontato da Shehab debba servire a qualcosa, quasi fosse necessario trovare un’utilità anche nell’orrore. Il dolore di quel popolo non deve insegnarci nulla per meritare la nostra attenzione. Le loro vite avevano valore prima della sofferenza, indipendentemente da ciò che noi potremo imparare dalla loro morte. Dopo aver letto queste pagine non possiamo più rifugiarci nell’ignoranza e nemmeno nella comoda convinzione che ciò che accade lontano da noi non ci riguardi. Il libro finisce. L’orrore raccontato, no. E io, ricondotto da questo libro alla misura della mia piccolezza, non posso che ripeterlo in una reiterata cantilena sacrilega: genocidio, genocidio, genocidio.   Redazione Italia
October 19, 2026
Pressenza
Il genocidio visto da un ospedale: il racconto di Elyas Abu Safiya
“La vita umana ha lo stesso valore identico valore ovunque sia…”, Moreno Festuccia, del Coordinamento Nazionale della Rete #DigiunoGaza Venerdì pomeriggio alle ore 18 all’Università degli Studi di Torino nell’Aula 101 dell’edificio ex La Stampa in via Chiabrera 27 è intervenuto Elyas Abu Safiya, medico palestinese, figlio di Hussam Abu Safiya, pediatra, direttore dell’ospedale Kamal Adwan detenuto nelle carceri israeliane dal 2024. Curare i bambini non è un crimine è il titolo dell’iniziativa promossa dalla Rete #DigiunoGaza, Amnesty International, NUR – Narrazioni Umane di Resilienza e dal collettivo Oltre la Cura. La testimonianza di Elyas è stata toccante ma amara. Anche il figlio di Hussam è un medico, specializzato in medicina d’urgenza. Suo fratello minore, ancor prima dell’arresto del padre, venne ucciso durante un’attacco all’ospedale e lì, nel cortile interno, è stato sepolto. Elyas ha raccontato la situazione dell’ospedale prima dell’arresto di Hussam avvenuto il 27 dicembre 2024 e spezzoni video hanno reso con durezza ciò che le sue parole descrivevano: una tragedia disumana, un dolore soffocante ma insieme la decisione di non abbandonare l’unica possibilità di una qualche pur limitata cura, l’unica accessibile per migliaia di persone. Un giorno si sono ritrovati con 127 bambini in rianimazione, non sappiamo quanti ne siano sopravvissuti, ma senza la decisione di Hussam Abu Safiya e di tutto il personale sanitario dell’ospedale sarebbero sicuramente morti tutti. I morti quasi non si potevano contare, spesso in condizioni così terribili che era quasi impossibile riconoscerli con certezza. Le salme erano ammassate, alle famiglie che ne richiedevano il corpo del proprio caro venivano consegnate chiuse nel nylon, l’identificazione fatta in modo approssimativo valutandone peso e dimensioni. Ancor prima dell’arresto del padre, anche suo fratello minore venne ucciso durante un’attacco all’ospedale e lì, nel cortile interno, è stato sepolto. Le ultime notizie dirette di Hussam Abu Safiya risalgono a qualche mese fa, quando il suo avvocato ebbe il permesso d’incontrarlo. Le sue parole, in quel momento furono: “Mi hanno portato qui per uccidermi”. Da quell’incontro sappiamo che Hussam, detenuto in isolamento, viveva in una cella di 2 metri per due, poteva fare una doccia di due minuti ogni dieci giorni e necessitava di cure mediche. Molti palestinesi preferiscono la morte alla detenzione. Inevitabili le domande di Elyas: “Perchè un medico può essere ucciso davanti ai nostri occhi, perchè un medico può subire tutto questo mentre il mondo resta silente, dov’è la comunità internazionale? Dov’è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo?” Cosa possiamo fare noi in questa situazione? Elyas lo chiede a tutti e tutte noi in modo schietto e diretto. Non lasciamo calare il silenzio su Gaza, come Elyas sta portando la sua testimonianza fatta di ricordi, dolore ma anche speranza, anche noi possiamo tenete alta l’attenzione, parlare del genocidio in atto e fare pressione. E adesso? E adesso la guerra continua, i bombardamenti non sono più a tappeto ma ci sono ancora e, spiega Elyas “l‘inverno sta arrivando e migliaia di bambini moriranno, non solo per le bombe, anche per il freddo, non hanno un tetto, non hanno una coperta”. E moriranno anche perchè il cibo è poco, l’acqua non è pulita e farmaci e medici non ci sono. Attualmente sono 81 i sanitari che condividono la situazione di Abu Safiya padre. La distruzione del sistema sanitario è un modo calcolato di continuare il genocidio, dove non arrivano le bombe arrivano malattie e mancanza di cure. Un medico in meno oggi significa più morti domani e per tanti altri giorni a venire.  Al proposito Martina Marchiò, infermiera e vicepresidente di Medici Senza Frontiere Italia, più volte a Gaza come volontaria, ha ricordato che la sua organizzazione non ha più personale internazionale nel territorio della Striscia. Continua a operare come ente ma l’attività è tutta a carico di personale sanitario palestinese che però è allo stremo delle forze. Tutti hanno subito continui sfollamenti, lutti, orari esasperanti, “gli internazionali” sarebbero ora più necessari che mai. Oltre Martina Marchiò sono intervenuti all’incontro anche Guido Giustetto, presidente dell’Ordine dei Medici di Torino; Antonio Scordia di Amnesty International Italia; Moreno Festuccia, ematologo e rappresentante del Coordinamento Nazionale della Rete #DigiunoGaza. Moderatore dell’evento è stato Brahim Baya, fondatore di NUR – Narrazioni Umane di Resilienza. Per il dottor Hussam Abu Safiya Amnesty International ha attivato la raccolta firme per richiedere la liberazione immediata e incondizionata del medico palestinese. Il figlio è in Italia dal 14 ottobre per una serie d’incontri tra cui quello torinese. Il 15 è stato a Roma presso il Ministero degli Esteri dove ha consegnato le 100.500 firme raccolte grazie all’appello di Amnesty International Italia. Sempre il 15 ma nel pomeriggio, ha ritirato il Premio Gianni Rufini 2026, conferito al padre Hussam Abu Safiya. Peccato però che il desiderio principale di Elyas sia poter tornare a sentire la sua voce, potersene prendere cura e riabbracciarlo. Tutto l’incontro è disponibile qui:         Sara Panarella
October 19, 2026
Pressenza
Palermo, legionella dai rubinetti di scuola. Il Comune fa scaricabarile…
Riceviamo e volentieri diffondiamo COMUNICATO E NOTA DEI/DELLE DIRIGENTI SCOLASTICHE/CI Caso contaminazione idrica all’I.C. “Marone – Tomaselli”: piena solidarietà alla Dirigente Serena Roccaro «Basta scaricabarile sulla scuola: la sicurezza strutturale e degli impianti è dovere inderogabile dell’Ente locale» In riferimento al clamore mediatico relativo alla situazione capitata alla Dirigente scolastica Serena Roccaro, anche a seguito di una nota formale inviata dal sindaco Roberto Lagalla all’ASP 6, agli uffici comunali e, per conoscenza, alla stessa dirigente, si fa presente quanto segue. I/Le Dirigenti Scolastiche/ci esprimono la più sentita e incondizionata vicinanza e solidarietà alla collega Serena Roccaro, Dirigente Scolastica dell’Istituto Comprensivo “Publio Virgilio Marone – Tomaselli” di Palermo, ingiustamente investita da polemiche e rilievi che respingiamo con fermezza. La presa di posizione del Comune e le relative ricostruzioni giornalistiche configurano una narrazione volta ad attribuire alla scuola una parte rilevante delle responsabilità. Riteniamo inaccettabile il tentativo di trasformare il Dirigente Scolastico nel capro espiatorio di criticità che appartengono a tutt’altra sfera di competenza: • Documentazione tecnica e conformità degli edifici: le accuse relative a presunte segnalazioni tardive, controlli non tempestivi, criticità non segnalate o all’assenza di documentazioni amministrative omettono un dato fondamentale: la scuola non possiede né deve possedere tali atti. Fascicoli di conformità, schemi delle reti idriche, cisterne e autoclavi sono di esclusiva pertinenza e conservazione degli uffici tecnici comunali dell’Edilizia Scolastica. Chiederli al Dirigente equivale a pretendere che la scuola certifichi la conformità di un immobile non suo. • Discrepanze analitiche e bonifiche strutturali: i dubbi sollevati dall’Amministrazione comunale su una presunta “discrepanza” tra la prima sanificazione (svolta il 6-7 ottobre dalla ditta incaricata) e gli esiti dei campionamenti successivi — che hanno rilevato valori altissimi di legionella (fino a 52.000 unità/litro al plesso Trinacria) e batteri coliformi — mirano a screditare l’efficacia delle misure adottate dalla scuola. Si omette, tuttavia, che le condutture e le autoclavi comunali richiedono bonifiche radicali e strutturali, non semplici trattamenti di facciata. • Procedure e tempistiche di avvio anno scolastico: entrare nel merito del “poteva essere fatto prima” senza adeguati riferimenti denota una scarsa conoscenza delle procedure in capo alla dirigente scolastica, la quale ha comunque operato nel mese di settembre. Tale arco temporale è del tutto congruo e necessario per far fronte ai molteplici adempimenti amministrativi, gestionali e organizzativi tipici dell’avvio di ogni nuovo anno scolastico. • Tutela della salute pubblica vs emergenza logistica: Porre l’accento unicamente sui disagi provocati da dieci giorni di sospensione didattica per circa 1.190 studenti e studentesse significa trattare una chiusura cautelativa come un mero danno organizzativo imputabile alla gestione scolastica, anziché riconoscerla per ciò che è: un atto obbligato e doveroso a tutela della salute pubblica e dell’incolumità della comunità educante. Questi elementi documentano come il tentativo di riversare l’onere della vicenda sulla dirigente sia già in atto: la dirigenza viene chiamata a rispondere dello stato igienico-sanitario e impiantistico degli stabili, eludendo il dato normativo cardine (Legge 23/1996 e art. 18, co. 3, D.Lgs. 81/2008) che attribuisce la totale e inderogabile responsabilità degli edifici e degli impianti all’Ente proprietario. Tutto ciò costringe spesso le scuole ad attivare procedure in autotutela, senza la necessaria collaborazione dell’Ente locale. Quello che è accaduto alla Dirigente Roccaro potrebbe capitare a ciascuna/o di noi, chiamate/i quotidianamente a sobbarcarci oneri impropri nell’ottica della collaborazione istituzionale. All’interno di una scuola autonoma, il Dirigente regge un carico smisurato: la conduzione didattica, la gestione del personale, l’inclusione, gli adempimenti contabili e la tenuta della comunità scolastica. Non si può pretendere che risponda anche dello stato di conservazione delle reti idriche cittadine. Sarebbe auspicabile avere maggiore attenzione e rispetto per chi gestisce in prima linea situazioni di emergenza non imputabili alla scuola. Chiediamo con forza maggiore collaborazione e reale sostegno, non attacchi mediatici e istituzionali. Chiediamo con urgenza all’Amministrazione comunale: 1. Di garantire interventi di bonifica, manutenzione straordinaria e ripristino radicali, efficaci e certificati. 2. Di individuare soluzioni logistiche dignitose e immediate per assicurare il diritto allo studio degli alunni e delle alunne, senza scaricare disagi su famiglie e personale scolastico. 3. Di ristabilire un clima di leale cooperazione istituzionale, fondato sul rispetto dei reciproci ruoli e sul riconoscimento che la sicurezza degli edifici si garantisce con investimenti e interventi strutturali, non con le accuse a mezzo stampa. I/Le Dirigenti Scolastiche/ci restano compatti e vigili a fianco della collega Serena Roccaro e dell’intera comunità scolastica dell’I.C. “Marone – Tomaselli”. Seguono firme di dirigenti di 109 scuole della provincia di Palermo e oltre Redazione Palermo
October 18, 2026
Pressenza