Source - Sport popolare

Lo sport popolare inteso come chiave di volta per interpretare il mondo attuale ed immaginarne uno migliore. Seguire da vicino i progetti di sport popolare e allo stesso tempo lanciare uno sguardo critico sul mondo dello sport mainstream. Il sito di Hellnation libri, powered by Red Star Press.

Il sangue di Aleppo bagna il ring
“Lunga vita al Kurdistan. Potere ai curdi. Libertà per il Rojava. Non accettiamo quello che sta accadendo nel Kurdistan occidentale. Lunga vita al Kurdistan”. Ha gridato così Agit Kabayel, dopo la vittoria del titolo mondiale ad interim dei pesi massimi del World Boxing Council (Wbc). In altri tempi sarebbe stato chiamato sfidante al titolo, contender, oggi si preferisce dargli una cintura “fittizia” in attesa della sfida iridata contro il vero campione dei massimi Oleksander Usyk. Stranezze della boxe contemporanea e del proliferare di cinture, ma poco importa. Non è questo l’argomento. C’è ben altro. Perché le dichiarazioni infuocate di fine incontro hanno surclassato e ridimensionato, in un certo senso, quanto accaduto durante il combattimento. Sul ring il polacco Damian Knyba, l’avversario, si è difeso come ha potuto cercando di arginare l’irruenza di Kabayel, l’incontro potrebbe essere riassunto così. Sul finire del terzo round l’intervento arbitrale ha decretato il ko tecnico, risparmiando al polacco una punizione troppo severa. Il dislivello fra i due era ormai evidente, con Knyba rigido, in piedi a fatica, pressato dai colpi potenti di Kabayel.
La spiritualità del pallone: lo sguardo di Carlo Miccio
L’incipit a questa recensione è lo stesso autore a suggerirmela, imbeccato a usa volta da un’ormai celebre definizione delle opere letterarie dei Wu-Ming, ossia “Un Oggetto Narrativo Non Identificato”. E sì perché Il Sutra del pallone di cuoio di Carlo Miccio edito da Rogas è proprio questo, una categoria letteraria a sé stante con elementi di narrativa, finzione e saggistica tutti mescolati a riferimenti spirituali e calcistici. Autofiction? Anche. Ma non come dicono giustamente i Baustelle in Spogliami: “Tuttavia è meglio il nucleare dell’autofiction scritta male”. Quindi leggendo Carlo Miccio si può star certi che il desiderio dell’olocausto nucleare è lontano e anzi il libro brama di essere letto.
Il romanzo del tabacciao
Ciro Romano l’autore del libro Jongobloed, il romanzo del tabaccaio edito da Garrincha Edizioni, l’ha detto in modo esplicito, è incredibile che nessuno prima di lui abbia pensato di scrivere qualcosa su una delle vite più romanzesche del calcio. Personalmente prima di lui ne avevo accennato la biografia nella serie di biografie di Estremi Difensori, ma io stesso sorpreso dell’esistenza della sua sola autobiografia in lingua olandese mi ero posto il quesito. Allorché si può dire che questo libro è il più accurato e organico nella descrizione del portierone olandese. E poco non è nonostante il format delle figurine di Garrincha posso limitare lo scrittore, ma oggettivamente il buon Ciro Romano riesce nell’impresa di contemplare la romanzesca vita insieme alle sue fortune di giocatore.
Il campione di Ferrara. Il campione di Jenin
Ahmed Obaid è il nuovo campione italiano dei pesi mosca (51 kg). È di Ferrara. Ma è anche di Jenin. Perché l’identità è un processo in divenire, in continua costruzione. È dove siamo nati, è dove viviamo. Identità insomma è cultura nel senso antropologico, materiale, del termine. È più di un pezzo di carta. È più di un documento. Ahmed Obaid italiano e palestinese, palestinese e italiano, ha conquistato la cintura vacante dei mosca il 6 dicembre al Palasport di Ferrara, nella sua città, davanti al suo pubblico, dopo dieci round combattuti con intensità contro Vincenzo Rossi, brianzolo di 34 anni, imbattuto fino alla sfida iridata con 6 vittore di cui 4 prima del limite. Un boxeur potente Rossi, roccioso, che ha saputo combattere fino all’ultimo con orgoglio e tenacia, sospinto da un gruppo di tifosi che non lo ha mai abbandonato, neanche nei momenti critici del combattimento. Durante le dieci riprese il pugile estense ha controllato sempre con il jab, si è mosso tanto – mostrando per altro un’ottima tenuta atletica – è uscito con grazia dai tentativi di Rossi di chiudere la distanza, con un fuoco di sbarramento costante che ha reso difficile la realizzazione dell’unico game plan possibile per il brianzolo – più basso e potente – che non aveva altra strada se non quella di portare il combattimento sul testa a testa. Il risultato è stato tanto evidente che i giudici hanno assegnato tutte le riprese al pugile di casa con verdetto unanime.
Dal basso verso l’alto. Come un montante
Il pugilato come riscatto. Come rivincita. Forse la favola più bella che il ring possa raccontare. Ma anche la più semplice da “vendere”, ottima per il grande schermo, per una certa retorica sempreverde in un paese profondamente cattolico come il nostro, bramoso di lieto fine e avaro di indulgenze e autoassoluzioni. Perfetta per ripulire la coscienza. Nel weekend scorso invece al PalaDozza a Bologna due meravigliose storie di pugilato, autentiche, vere, che sanno di riscatto ma non sono però per le anime belle. Storie di resistenza. Di fatica. Di sudore. Di sacrifici e di difficoltà.  Due capolavori sportivi ma soprattutto umani: Pamela Malvina Noutcho Sawa campione mondiale International Boxing Organization (IBO) dei leggeri e Ghaith Weslati campione italiano dei piuma. Perché in tanti oggi si profondono in applausi, parlando il linguaggio educato dell’integrazione, del volemose bene, celebrando queste due vittorie come esempio virtuoso dei cosiddetti “nuovi italiani”, ma si dimenticano il trattamento e le ingiustizie che questi due atleti hanno subito.
Anatomia di un grande sogno
Il quartiere di San Lorenzo, fin dalla sua fondazione alla fine del XIX secolo, ha rappresentato uno dei cuori pulsanti del mondo della militanza capitolina. Qui fin dai primi tempi vennero ad abitare differenti categorie di lavoratori, dai ferrovieri agli artigiani, che dovevano edificare la “capitale del Re”. Anche per questa ragione la zona tra la stazione Termini e porta Maggiore è stata caratterizzata da un’anima popolare che cercava di portare avanti i suoi diritti in ogni modo possibile. Poi purtroppo, col passare del tempo e della storia, anche qui è arrivata la gentrificazione capitalista che ha reso San Lorenzo uno dei numerosi luoghi famosi essenzialmente per la cosiddetta movida. La sua militanza però, anche se molto controllata e messa a tacere appena possibile, non ha mai smesso di farsi sentire sotto numerosi punti di vista. Tra questi, dall’estate del 2013, è arrivato anche quello sportivo. In quei giorni infatti un gruppo di amici decide di dar vita a una polisportiva di sport popolare e la ribattezza Atletico San Lorenzo.
Colpi e leggende: una storia italiana della boxe
Quello che manca oggi nell’editoria italiana è una sana storiografia sportiva. Qualcosa che vada oltre il tono dello storytelling, che racconti e sistematizzi i fatti, prima delle opinioni e delle narrazioni. Testi non necessariamente rivolti all’accademia – in grado quindi di parlare a tutti – capaci però di utilizzare il metodo storico come bussola e direzione. Colpi e leggende. Storia della boxe italiana di Marvin Trinca, edito dai tipi di Rogas Edizioni, si muove virtuosamente in questo solco e prova a riempire il vuoto. Non è un caso: Trinca, classe 1988, livornese, insegnante, è laureato in storia e ha collaborato con la Società Italiana di Storia dello Sport (SISS), maneggiando con sapienza tutto l’armamentario metodologico di questa disciplina. L’autore racconta la nascita e la diffusione del pugilato in Italia, ma la sovrappone e lega alla più generale storia d’Italia. Lo fa con garbo, senza forzature – quasi come sottotesto – e senza mai sentire il bisogno di costruirci intorno teorie o filosofie complesse. Per dirla con Braudel bilancia sapientemente storia evenemenziale e storia dei fatti che si svolgono in profondità, trasportando chi legge nei rivoli, nelle tragedie e nelle imprese delle sedici corde e dell’Italia novecentesca. Nei suoi momenti gloriosi e in quelli di infamia.
Vent'anni di Aldro
Nelle prime ore del mattino del 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi, giovane ragazzo ferrarese di appena 18 anni, sta tornando a casa dopo una serata passata in un locale bolognese con alcuni amici per una serata come molte altre. Purtroppo Aldro a casa non ci tornerà più perché verrà letteralmente massacrato di botte (le foto del corpo del giovane, in questo senso, lasciano ben pochi dubbi su quanto accaduto) da quattro agenti della Polizia di stato in un parco sito in viale Ippodromo nella città degli Estensi. La morte di Federico rientra a pieno titolo in quella categoria che si può riassumere con “morto per colpa dello stato” in cui l’operato delle forze dell’ordine è coperte da molte ombre. Federico Aldrovandi purtroppo non è la sola vittima di questa violenza: è lunga infatti la lista di giovani massacrati da chi, almeno sulla carta, dovrebbe proteggere i cittadini.
Storie di calcio e tifosi: viaggio nella Buenos Aires del pallone
Da sempre, quando parli del calcio argentino e di cosa rappresenta questo sport per il popolo del grande paese sud-americano, non riesci a trovare una definizione chiara e completa. Il mondo del pallone a quelle latitudini non è concepito come un semplice passatempo ma come una vera e propria religione social-popolare che viene descritta perfettamente da Osvaldo Bayer, nel suo libro intitolato Futbol. Una storia sociale del calcio argentino. In Argentina, questa forte passione per il mondo del pallone, viene messa in risalto in una città in particolare: Buenos Aires. Per le strade e i vicoli della capitale del paese, che molti non esistano a definire una delle megalopoli di quel continente visto che è abitata da 15 milioni di abitanti in totale (un terzo della popolazione complessiva), giocano ben 21 squadre professioniste nelle prime cinque divisioni del campionato calcistico nazionale.
Compagni che menano
Abner Lloveras compie oggi 43 anni, un’età “considerevole” per chi si cimenta negli sport da combattimento. Ha gli zigomi sporgenti e il volto segnato dalle asprezze della lotta, eppure dopo circa 200 incontri disputati in varie discipline – kick boxing, boxe, mma, bjj, muay thai – si allena ancora con dedizione, senza fare un passo indietro, divertendosi come un bambino che indossa per la prima volta i guantoni. Lloveras è un tipo schietto, uno che non si nasconde dietro un dito: si dichiara apertamente catalano, indipendentista e antifascista. Ha in passato espresso sostegno per la CUP (Candidatura d’Unitat Popular), organizzazione ombrello anticapitalista catalana, firmando un appello-manifesto che incita alla lotta. E questo, più di qualche volta, gli ha procurato qualche problema a livello mediatico.
Ultras in doppiopetto: dalla curva alla tribuna… politica
Che il calcio e la politica siano molto meno separati di quanto si pensi è ormai uno dei topoi narrativi di questo sito declinato un po’ in tutte le salse ma privilegiando sempre una sorta di “orizzontalità” del fenomeno. Dai gruppi ultras che prediligono un’azione dal basso – sia essa di mutualismo, come nella stragrande maggioranza dei casi che abbiamo affrontato, o di vera e propria costituzione di brigate militari contro eserciti nemici come il caso dell’Ucraina o quello dei paesi dell’Ex Jugoslavia – fino ai magnati che hanno usato una squadra di calcio come trampolino per le proprie ambizioni: Berlusconi col Milan è stato il capostipite, ma ha avuto diversi epigoni come ad esempio l’ex presidente argentino Claudio Macrì e il Boca Juniors, ma questi sono solo due esempi nel mucchio, perché le commistioni tra calcio e politica sono innumerevoli.
Letture estive: tre libri fra calcio e passione
  L’estate, di solito, rinnova un po’ in tutti quella voglia di leggere, un riavvicinamento trasversale alla gioia di sfogliare un bel libro. Eppure, l’Italia è tra gli ultimi paesi europei in fatto di lettori e percentuali di acquisto di libri (un milione di libri l’anno in meno) e chiudono non so quante libreria (mille negli ultimi 10 anni). In alcune regioni del sud molte librerie non hanno distribuzione e le librerie indipendenti soffrono. Il libro ha perso quella centralità come oggetto di svago e passione (come la fruizione è cambiata nel tempo con l’avvento degli ebook). In Italia si legge sempre meno e con sempre meno qualità, mentre leggono di più i lettori già accaniti e voraci. C’è una forbice enorme tra chi legge a malapena un libro e chi una ventina l’anno. Anche in questo ambito la società italiana si polarizza.