La NBA minaccia l'Europa: la resistenza del basket popolare. Intervista alla Lokomotiv Prenestino“Uno spettro si aggira per l’Europa!” ma purtroppo non ci riferiamo a quello
preconizzato da Marx. Si tratta invece dell’NBAEU, il progetto che vorrebbe
importare tout court il modello della massima competizione cestistica
statunitense nel Vecchio continente.
Come se si trattasse del granchio azzurro, del pesce leone o di una qualsiasi
altra specie aliena invasiva, il rischio più che concreto è che calare dall’alto
questo modello significhi distruggere radicalmente l’ecosistema circostante,
costituito da un tessuto di relazioni sociali e sport di base che già vivono i
propri (atavici) problemi e che potrebbero essere ulteriormente colpiti a morte
da questa nuova trovata da padroni del vapori che – al di là degli slogan di
facciata – non hanno fatto molto per nascondere il vero intento di
quest’operazione che sta trovando diverse forme di resistenza a livelli, dai
principali club europei, all’Eurolega, passando ovviamente per i collettivi dei
tifosi.
Noi ne abbiamo parlato con la comunità della Lokomotiv Prenestino, una realtà di
basket popolare attiva a Roma Est che si è fatta tra le promotrici per di una
campagna di sensibilizzazione e boicottaggio contribuendo alla creazione di una
rete dal basso.
In cosa consiste esattamente il progetto NBA Europe?
NBA Europe è il progetto di una nuova lega professionistica di pallacanestro in
Europa, sviluppata congiuntamente dalla NBA (la principale lega professionistica
statunitense) e dalla FIBA (la federazione internazionale pallacanestro),
annunciata ufficialmente a marzo 2025 e attualmente in fase avanzata di
realizzazione.
Il lancio è previsto per ottobre 2027 e la lega dovrebbe contare 16 squadre
(10-12 membri permanenti e almeno altri 4 a rotazione), che includerebbero sia
club europei esistenti (come Real Madrid, Barcellona, Fenerbahçe) che nuove
franchigie create appositamente.
Le offerte per le franchigie sono state aperte nel primo trimestre 2026, la NBA
ha ricevuto oltre 300 manifestazioni di interesse, ridotte a diverse decine di
candidati seri. La decisione ufficiale sul lancio dovrebbe arrivare a
brevissimo. Gruppi finanziari come Blackstone, CVC Capital Partners, RedBird
Partners e General Atlantic stanno valutando investimenti.
L’obiettivo è espandere globalmente il mercato della pallacanestro e in
particolare il brand NBA sul modello già ampiamente affermato negli Stati Uniti
d’America.
Il progetto ha subito diviso l’opinione pubblica: da un lato c’è entusiasmo da
parte dei fan del basket NBA, dall’altro preoccupazione per il potenziale
impatto sulla già esistente Eurolega e sui campionati domestici.
Quale sarebbe il grosso cambiamento concettuale col basket che siamo abituati a
vedere in Europa?
Da decenni ormai stiamo assistendo, nella pallacanestro come in tanti altri
sport, a uno progressivo scollamento, sempre più ampio e profondo, tra le leghe
professionistiche e le categorie minori, le giovanili, la pratica sportiva
amatoriale. In questo sistema capitalista, il considerare l’evento sportivo un
prodotto che porti utili nelle casse dei proprietari delle squadre e in quelle
di sponsor e investitori, giocoforza ha spinto tutto il sistema in una precisa
direzione che privilegia alcuni aspetti piuttosto che altri, sia in campo che
fuori.
In questo la NBA rappresenta un caso limite un po’ da sempre, ma negli ultimi
10-15 anni c’è stata una grande accelerazione: chi gioca a basket si è sempre
sentito dire dai propri allenatori “guardi troppa NBA” quando provava a fare una
cosa strana o complicata, a rimarcare come la pallacanestro che si insegna e si
gioca nella base è sempre stata molto diversa da quella che giocano i fenomeni
della NBA. E se questo era vero 15, 20, 30 anni fa, adesso le differenze si sono
estremizzate: il basket NBA attuale è fatto ormai quasi solo di schiacciate e
tiri da 3 punti: fisici mostruosi, atletismo prodigioso, abilità individuali
estreme e approccio ossessivo. Non c’è più nessuno spazio per le divergenze:
giocatori con corpi più o meno normali c’erano in ogni squadra NBA fino agli
anni ’90 come anche giocatori con doti atletiche limitate che però in campo
usavano intelligenza o esperienza. Così come personaggi atipici o “romantici”
come Dennis Rodman per i quali ormai sembra non esserci più alcuno spazio. Certo
adesso la NBA è dominata dal serbo Nikola Jokic che (a parte i non trascurabili
211 cm di altezza) rappresenta un basket diverso fatto di intelligenza e abilità
tattiche, con poca attenzione alle doti atletiche e un approccio al basket che
certo non è ossessivo. Ma è la classica eccezione che conferma la regola.
Il basket professionistico che vediamo in Italia e in Europa non è che
rappresenti un modello molto migliore a nostro avviso. Di positivo c’è che un
punto di vista tecnico e tattico: indubbiamente le squadre europee mostrano una
maggiore diversità e si rapportano meglio con il basket della base (quantomeno
le regole sono le stesse a cui giochiamo tutti dalla under13 in su!), inoltre
nonostante l’evidente scollamento, le squadre che si esprimono ai massimi
livelli nel basket europeo fanno comunque parte dello stesso sistema di enti e
federazioni di cui fa parte anche una qualsiasi associazione sportiva come la
Lokomotiv Prenestino affiliata alla FIP che disputa un campionato U13 o fa corsi
di minibasket. È una montagna difficile da scalare, ma chi gioca o si impegna
nel mondo della pallacanestro sta alla base di una montagna il cui vertice sono
Eurolega e squadre nazionali.
La NBA invece è un mondo chiuso, separato, che ha come unico obiettivo quello
commerciale. E per motivi economici e finanziari è pronta a negare ai giocatori
di presentarsi ai raduni delle squadre nazionali, è pronta a spostare una
franchigia da una città a un’altra in barba alla tifoseria e alla comunità
locale, a cambiare le regole del gioco e a sottometterle a esigenze commerciali
(tutti gli appassionati sanno bene quanto siano frustranti i timeout della NBA
prolungati all’infinito per dare spazio ai blocchi pubblicitari televisivi).
Certo i campioni della NBA e le campionesse della WNBA sono quanto di meglio
esista al mondo e, ovunque, fanno sognare ragazze e ragazzi, ma a nostro avviso
quello che praticano è uno spettacolo, sempre meno avvincente a dire il vero,
più che uno sport.
Che differenza ci sarebbe con l’Eurolega?
Quale sarebbe esattamente il rapporto tra NBA Europe e Eurolega non è chiaro: si
tratta di un progetto che nasce anche dalla FIBA, organizzatrice dell’Eurolega,
quindi certamente in qualche modo le due leghe coesisterebbero ma non sappiamo
come i giocatori si potrebbero muovere tra una lega e l’altra e quali sarebbero
per le squadre delle città coinvolte i criteri di partecipazione a una o
all’altra. Per quanto negli ultimi anni anche l’Eurolega si stesse gradualmente
trasformando in una lega chiusa sul modello NBA, la differenza di fondo, a
nostro avviso, rimane che il sistema europeo della FIBA prevede che all’Eurolega
partecipino le migliori squadre dei campionati nazionali, che sono il vertice
della piramide di un sistema in cui le associazioni sportive, chi meglio e chi
peggio, sono radicate ognuna nel proprio territorio, creano dei movimenti che
coinvolgono migliaia di persone tra bambini e bambine che riempiono i gruppi di
minibasket e le categorie giovanili, le loro famiglie, i tifosi della prima
squadra, gli sponsor e gli addetti ai lavori. Associazioni che da decenni si
interfacciano con istituzioni e amministrazioni per portare avanti progetti
sportivi, culturali, sociali, per la realizzazione e la cura di strutture e
impianti, e che, se virtuose, veicolano valori e cultura sportiva e non solo a
tutta la loro comunità.
Quali sono i rischi concreti per i team? Quali invece per le città e i territori
che si ritroveranno a ospitare quest’evento itinerante?
La vicenda di quest’anno della squadra di Trapani nella lega A1 italiana mostra
al contempo sia lo stato di salute molto precario della scena cestistica
professionistica nel nostro paese, sia i rischi in un contesto sportivo in cui
al centro di tutto viene messo il denaro, come certamente sarebbe per NBA
Europe.
I giocatori sono semplicemente in cerca del miglior contratto, gli sponsor sono
in cerca di ritorni per i loro investimenti, la proprietà e la lega sono in
cerca di profitti. Rimangono le città e i tifosi che invece cercano passione,
spirito di comunità, modelli da seguire per i ragazzi e per la società in
generale. Questi sono obiettivi che nel migliore dei casi sono secondari per un
progetto come NBA Europe e il rischio invece è che se una città non funzionerà a
livello economico la NBA ci metterà poco a decidere di spostarsi su un’altra,
come tante volte a già fatto negli USA: citiamo ad esempio la città di Seattle
che circa 20 anni fa si è vista togliere la propria squadra, a cui era molto
legata e che ancora aspetta l’occasione di rivederla.
Pensate ci possano essere ricadute positive?
Il movimento cestistico italiano è a dir poco disastrato. A parte poche società
di serie A1, tutte le altre navigano a vista, con situazioni finanziarie
precarie. In questo contesto molti vedono la NBA Europe come un salvataggio, ma
è evidente che, come accade sempre quando si aspettano “i salvatori” con i
grandi capitali, solo in pochi potranno beneficiare davvero del capitale che la
nuova lega porterà.
Sappiamo bene che la NBA statunitense ha diversi progetti “sociali”, rivolti a
comunità che vivono, ad esempio, in città o quartieri più problematici. A volte
ristrutturano campetti di strada, altre volte danno borse di studio o
collaborano con scuole di periferia. Ma sappiamo anche che è marketing, una
sorta di “social-washing”, con cui ripulire l’immagine di una macchina da soldi
che monetizza tutto ciò che gravita intorno alla pallacanestro. Che crea
pressione sui giocatori e le giocatrici più giovani affinché siano competitivi e
performanti a scapito del loro divertimento e della loro crescita personale;
basti pensare al fatto che ormai sia prassi passare alla NBA dopo solo un anno
di college, cosa che una volta era un’eccezione.
Quindi no, non ci aspettiamo ricadute positive in generale e nel lungo termine,
ma sicuramente ci aspettiamo episodi spot dove i grandi ricchi buoni faranno
cadere dalle loro tasche gonfie qualche spicciolo a favore di telecamera, per
dimostrare che in fondo loro sono i buoni della storia.
Esiste un network di questa mobilitazione? Quali sono le principali realtà che
lo animano?
Abbiamo deciso di lanciare la campagna il prima possibile, sapendo che ancora
manca almeno un anno e mezzo alla potenziale prima partita di una eventuale NBA
Europe.
L’abbiamo fatto perché crediamo che sia necessario fare rete subito,
confrontarsi, capire quali sono gli strumenti migliori e coinvolgere più persone
possibili. Solo così possiamo farci sentire ed evitare di subire in maniera
passiva uno stravolgimento del nostro amato sport.
Siamo partiti da Roma, dove stiamo coinvolgendo anche le altre realtà di sport
popolare, come Atletico San Lorenzo e All Reds basket di Acrobax. I compagni e
le compagne dell’Aurora Vanchiglia di Torino hanno già risposto al nostro
appello e stiamo organizzandoci per diffondere la campagna nei prossimi eventi
primaverili ed estivi che ci attendono.
Chiunque voglia aderire, come singolo o come associazione, può riempire il
modulo (o contattarci) presente sui nostri canali social.
È possibile ripartire da un circuito popolare?
È possibile e soprattutto necessario. Solo con una partecipazione popolare il
basket può salvare se stesso e rimanere il fantastico gioco che è, punto di
incontro e socialità, di scambio e di crescita. Abbiamo visto nel calcio cosa
significa cedere un intero sistema al capitale: esclusione delle fasce più
povere della società, non solo come giocatori e giocatrici, ma anche come tifosi
e tifose. Miliardari che spostano soldi e rubano uno sport creando barriere
all’accesso a chi non è gradito, a chi non può portare nelle loro tasche altri
soldi. A eccezione, ovviamente, dei fenomeni su cui costruire una narrazione
fatta di “sogni”, “forza di volontà” e l’inganno che tutti possano farcela.
Sport popolare, invece, vuol dire pratiche quotidiane di collaborazione e
condivisione, accesso per tutti e tutte, muoversi ogni giorno tenendo a mente i
punti fermi del divertimento e della salute. Vuol dire, come dice il movimento
zapatista “camminare al passo del più lento”. Questi ideali finiscono per
strabordare dalle mura di una palestra o di un campetto, e portano benefici
sociali in tutto il territorio: nelle scuole, nelle strade, nelle singole
famiglie.
Quali pensate saranno gli sviluppi del basket in Italia?
Il basket in Italia vive un momento di grandi contraddizioni: da un lato i
tesserati alla federazione sono in calo, con un’emorragia preoccupante
soprattutto nella fascia di ragazzi e ragazze dai 13 ai 15 anni, un problema che
non ci sembra stia venendo adeguatamente discusso e affrontato da enti e
federazione. Dall’altro invece viviamo in un momento di grande fermento, con le
squadre nazionali giovanili e femminili che stanno ottenendo ottimi risultati,
grazie al lavoro sul territorio della FIP e all’arrivo e alla crescita di nuovi
talenti, molti dei quali ragazzi e ragazze immigrati di seconda generazione.
A frenare tutto il movimento in molti territori è la carenza di impianti
sportivi adeguati e in generale di risorse e attenzione dedicate al movimento di
base. Questo è quello che serve e chiediamo: risorse, cura, attenzione per lo
sport di base, non l’ennesimo circo succhia soldi.
Intervista a cura Giuseppe Ranieri