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Il campione di Ferrara. Il campione di Jenin
Ahmed Obaid è il nuovo campione italiano dei pesi mosca (51 kg). È di Ferrara. Ma è anche di Jenin. Perché l’identità è un processo in divenire, in continua costruzione. È dove siamo nati, è dove viviamo. Identità insomma è cultura nel senso antropologico, materiale, del termine. È più di un pezzo di carta. È più di un documento. Ahmed Obaid italiano e palestinese, palestinese e italiano, ha conquistato la cintura vacante dei mosca il 6 dicembre al Palasport di Ferrara, nella sua città, davanti al suo pubblico, dopo dieci round combattuti con intensità contro Vincenzo Rossi, brianzolo di 34 anni, imbattuto fino alla sfida iridata con 6 vittore di cui 4 prima del limite. Un boxeur potente Rossi, roccioso, che ha saputo combattere fino all’ultimo con orgoglio e tenacia, sospinto da un gruppo di tifosi che non lo ha mai abbandonato, neanche nei momenti critici del combattimento. Durante le dieci riprese il pugile estense ha controllato sempre con il jab, si è mosso tanto – mostrando per altro un’ottima tenuta atletica – è uscito con grazia dai tentativi di Rossi di chiudere la distanza, con un fuoco di sbarramento costante che ha reso difficile la realizzazione dell’unico game plan possibile per il brianzolo – più basso e potente – che non aveva altra strada se non quella di portare il combattimento sul testa a testa. Il risultato è stato tanto evidente che i giudici hanno assegnato tutte le riprese al pugile di casa con verdetto unanime.
Dal basso verso l’alto. Come un montante
Il pugilato come riscatto. Come rivincita. Forse la favola più bella che il ring possa raccontare. Ma anche la più semplice da “vendere”, ottima per il grande schermo, per una certa retorica sempreverde in un paese profondamente cattolico come il nostro, bramoso di lieto fine e avaro di indulgenze e autoassoluzioni. Perfetta per ripulire la coscienza. Nel weekend scorso invece al PalaDozza a Bologna due meravigliose storie di pugilato, autentiche, vere, che sanno di riscatto ma non sono però per le anime belle. Storie di resistenza. Di fatica. Di sudore. Di sacrifici e di difficoltà.  Due capolavori sportivi ma soprattutto umani: Pamela Malvina Noutcho Sawa campione mondiale International Boxing Organization (IBO) dei leggeri e Ghaith Weslati campione italiano dei piuma. Perché in tanti oggi si profondono in applausi, parlando il linguaggio educato dell’integrazione, del volemose bene, celebrando queste due vittorie come esempio virtuoso dei cosiddetti “nuovi italiani”, ma si dimenticano il trattamento e le ingiustizie che questi due atleti hanno subito.
Compagni che menano
Abner Lloveras compie oggi 43 anni, un’età “considerevole” per chi si cimenta negli sport da combattimento. Ha gli zigomi sporgenti e il volto segnato dalle asprezze della lotta, eppure dopo circa 200 incontri disputati in varie discipline – kick boxing, boxe, mma, bjj, muay thai – si allena ancora con dedizione, senza fare un passo indietro, divertendosi come un bambino che indossa per la prima volta i guantoni. Lloveras è un tipo schietto, uno che non si nasconde dietro un dito: si dichiara apertamente catalano, indipendentista e antifascista. Ha in passato espresso sostegno per la CUP (Candidatura d’Unitat Popular), organizzazione ombrello anticapitalista catalana, firmando un appello-manifesto che incita alla lotta. E questo, più di qualche volta, gli ha procurato qualche problema a livello mediatico.
Un prete del popolo a San Lorenzo
Poche settimane fa in Italia si è festeggiato l’ottantesimo anniversario della Liberazione del Belpaese dall’occupazione nazi-fascista. È stato un 25 aprile molto sentito e partecipato che ha portato in piazza migliaia di persone di ogni età ed estrazione sociale nonostante la richiesta di festeggiare con sobrietà tale avvenimento, vista la scomparsa di papa Bergoglio e i 5 giorni di lutto nazionale imposti dal governo (questo lungo periodo di lutto non era mai stato concesso finora tenendo conto della laicità garantita dalla nostra Costituzione ma questo è un altro paio di maniche”). Oltre alla rotondità dell’anniversario sono state molte le iniziative in gran parte dello Stivale che non hanno mancato di citare anche un’altra situazione che, per molti, rappresenta un vero e proprio caso di Resistenza dell’epoca attuale: quella del popolo palestinese della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, contro il genocidio messo in atto dal governo sionista di Tel Aviv. La Resistenza partigiana in Italia infatti, nonostante si provi a descriverla come un qualcosa messa in atto dai soli comunisti, è un movimento che interessò e distrusse la vita di moltissimi ceti sociali che, in alcuni casi temevano assai la falce e martello sulla bandiera rossa.
Un giorno di gloria per l’Osasuna
Un successo inaspettato negli ottavi di finale di Copa del Rey ha regalato all’Osasuna il primo giorno di gloria del 2025. Una vittoria inebriante, inutile negarlo, amplificata dalla sublime condizione di partire sfavoriti nel pronostico. Un booster tutto particolare dal sapore intenso di rivalsa. Sconfiggere 2-3 i campioni uscenti dell’Athletic Bilbao in casa, nel tempio del San Mamés, in una partita tirata con tentativi di rimonta e capovolgimenti di fronte – impreziosita dalla rivalità del derby basco contro la squadra più titolata di Euskadi – è un’impresa che restituisce ai tifosi navarri una gioia rumorosa culminata in una nottata spensierata di festeggiamenti. Il trionfo dei gorritxoakm, i “rossi”, la squadra di Pamplona, è avvenuto però in un giorno speciale che lega con un filo ancora più rosso l’Osasuna alla storia del popolo basco. Ironia della sorte infatti proprio il 16 gennaio, giorno della vittoria contro l’Athletic, ricorreva l’anniversario della fucilazione di Eladio Zilbeti Azparren, avvenuta nel 1937, per mano dei franchisti.
Sono state le mani di Duckadam
Immaginate di ritrovarvi a essere il portiere di una squadra che quasi inaspettatamente è arrivata in finale di Coppa dei Campioni, di affrontare una squadra del Paese che ospita il match e di essere ampiamente sfavoriti, per di più in uno stadio pieno quasi nella sua totalità di tifosi avversari che si sentono già il titolo in tasca. Adesso immaginate di resistere per ben centoventi minuti e – come se non bastasse – successivamente di parare quattro rigori su quattro, regalando il primo trofeo di prestigio non solo al proprio club e neanche alla propria nazione, ma a tutto un universo concettuale e a un modo differente di vedere il calcio, ma anche e soprattutto la vita.