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L’arte e la cultura sono sempre state e sempre saranno la bandiera della pace
Yumac Ortiz è artista, antropologa e attivista. Ci siamo incontrati all’Assemblea dei Popoli per la Pace e la Sovranità, tenutasi a Caracas, capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, lo scorso dicembre. Abbiamo scambiato riflessioni non solo su politica e impegno civico, ma anche sul valore pubblico e sociale dell’arte, dell’estetica e del patrimonio culturale. Indubbiamente, due ispirazioni si sono intersecate. Il tema dell’arte per la pace è alla base del progetto in cui sono impegnato per Corpi Civili di Pace in Kosovo, e ha dato vita a una pubblicazione in uscita al gennaio 2026: “Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace” (Multimage, Firenze, 2026). Inoltre, questo stesso tema ispira iniziative istituzionali e lotte sociali, e il caso di Yumac Ortiz è esemplare in questo senso. È un’artista visiva, antropologa culturale, comunicatrice, difensora dei diritti umani e attivista ecuadoriana. Internazionalista, attualmente ricopre il ruolo di Direttore Esecutivo della Corporazione per la Promozione Culturale e Turistica (Procultur); Presidentessa del Coordinamento per la Pace, la Sovranità, l’Integrazione e la Non-Ingerenza (CPAZ), Movimento sociale per i diritti umani; e produttrice radiofonica del programma “Tracce della Nostra Identità”. Le abbiamo rivolto alcune domande e la ringraziamo per la sua disponibilità e attenzione. Nel tuo impegno pubblico, coniughi arte e attivismo. Come può l’arte rivitalizzare gli spazi pubblici e quale contributo può dare alla promozione dei valori autenticamente umani di dignità, libertà e giustizia?  Grazie per l’intervista, compagno Gianmarco Pisa. Un saluto fraterno, rivoluzionario e solidale a tutte le sorelle e i fratelli rivoluzionari da queste terre equatoriali dell’Ecuador, che difendono la pace, la vita e l’autodeterminazione dei popoli. Personalmente, credo che gli spazi pubblici siano spazi per l’arte e per la cultura. I paesaggi urbani sono in continua trasformazione attraverso graffiti e muralismo, che esprimono un’estetica alternativa con una narrazione controculturale e antisistema, in solidarietà con le lotte dei popoli del mondo contro i processi di alienazione e degrado culturale globalizzante, guidati dal decadente sistema capitalista e dall’egemonia che tenta di disumanizzare l’essenza stessa dell’essere e l’identità unica di ogni cultura. Due elementi spiccano nel tuo lavoro: la simmetria e il colore. Come definiresti la tua arte e quali sono i suoi contenuti, i suoi messaggi e, se possibile, le sue fonti di ispirazione? Il mio lavoro è intimamente legato alla geografia equatoriale in cui vivo, con mare, catene montuose e foreste pluviali in un territorio piccolo quale è l’Ecuador, un paese andino e amazzonico con una storia millenaria e una popolazione pluriculturale e multietnica. Questo ci offre diversità all’interno di un patrimonio culturale nutrito dal realismo ancestrale e magico delle sue antiche leggende e tradizioni. Il mio lavoro recupera l’iconografia dell’arte e dell’artigianato popolare ecuadoriano. Mi ispiro alla Madre Terra, o Pachamama, e ai suoi elementi costitutivi: acqua, vento, terra e fuoco, da cui traiamo forza e sostentamento. Dipingo la Madre Terra, nera nell’essenza, femminile e maschile, di cui siamo parte. Catturo i colori della natura con cui abbiamo smesso di entrare in contatto, di annusare, di vedere, di sentire, senza comprendere che ne siamo parte integrante e che i nostri antenati sapevano vivere a stretto contatto con essa, comprendendone il comportamento e misurando il tempo per continuare ad evolversi e ad esistere attraverso la filosofia del vivere bene, o “Sumak Kausay”, una pratica quotidiana di solidarietà e di rispetto tra gli esseri umani e con Madre Natura, tramandataci dai nostri antenati. Mi ispiro alle coraggiose donne guerriere, o “Sinchi Warmi Kuna” in quechua, alle nostre comunità e al mondo, che resistono e lottano per i diritti e per l’autodeterminazione. Che poi significa lottare per la vita e per la pace.  Quando parliamo di pace, non parliamo solo di assenza di guerra; la pace è la costruzione e la difesa dei nostri diritti, per la giustizia sociale e la dignità. Credo fermamente che Arte e Attivismo debbano essere strettamente legati e, nel mio caso, il mio lavoro riflette questo impegno raffigurando processi di recupero e decolonizzazione della nostra memoria storica, profondamente femminile nella sua visione di lotta. È stato un piacere e un onore incontrarti alla recente Assemblea dei Popoli per la Pace e la Sovranità, tenutasi lo scorso dicembre a Caracas. Di fronte all’aggressione statunitense e al rapimento del legittimo presidente, Nicolás Maduro, qual è la tua posizione come antropologa e artista e quale contributo ritieni che l’arte possa apportare alla lotta contro la guerra e alla costruzione della pace?  Come essere umano amante della pace, artista rivoluzionaria e comunista, antimperialista, antifascista, impegnata per la giustizia sociale, esprimo la mia più ferma condanna del vile attacco terroristico perpetrato dall’imperialismo statunitense nell’invasione della sovranità e nel rapimento del legittimo presidente costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, e di sua moglie e deputata, Cilia Flores.  Questo atto riprovevole crea un pericoloso precedente nelle relazioni e nel diritto internazionale e mette a repentaglio non solo la pace in Venezuela, ma anche nella regione, nel continente e nel mondo. In Ecuador, fin dall’inizio, ci siamo mobilitati con diverse organizzazioni sociali per respingere e condannare pubblicamente questa nuova aggressione dell’imperialismo statunitense contro i popoli del mondo. La cultura, l’arte e le loro diverse espressioni sono sempre state e sempre saranno la bandiera della pace, della resistenza dei popoli e un mezzo per preservare l’identità culturale. Oggi più che mai, l’arte deve essere un’arma per combattere la globalizzazione e il totalitarismo fascista. Per una seconda indipendenza, lottiamo insieme. Sempre in dignità e unità: con un solo cuore – SHUC SHUNGULLA, un solo pensiero – SHUC YUYAILLA, una sola mano – SHUC MAQUILLA, una sola voce – SHUC SHIMILLA. Gianmarco Pisa
Il terrorismo dei coloni parte integrante del genocidio israeliano
Da qualche giorno Leila (nome di fantasia) è rientrata dalla Cisgiordania, ma conta di tornare in Palestina al più presto. Incontrarla ci aiuta a capire come, spenti da qualche tempo i riflettori del mainstream sul genocidio di Gaza, la quotidianità dei palestinesi non cambia. Le violenze e i soprusi dei coloni e dei militari proseguono, così come a Gaza di continua a morire; sia di freddo e fame, sia per mano dell’IDF, mentre si prepara la spartizione affaristica della ‘fase 2’ post tregua affidata al board guidato da Tony Blair. Leila ci racconta la sua esperienza. “Insieme a una mia compagna – inizia a raccontarsi – ho trascorso tre mesi in Palestina come forma di solidarietà internazionale con il popolo palestinese. Utilizziamo nomi fittizi perché i confini dei territori palestinesi occupati, sono controllati dalle forze di occupazione israeliane, che attraverso ingressi negati, arresti e deportazioni cercano di impedire sistematicamente la presenza solidale internazionale sul territorio. Moltissim* attivist* ricevono ban di anni o permanenti, che impediscono loro di rientrare. Le persone palestinesi che attraversano i confini per entrare o uscire dalla propria terra sono sottoposte ad attese interminabili, interrogatori che possono durare ore, perquisizioni fisiche invasive e violenze fisiche e verbali. Siamo arrivate per la raccolta delle olive e per garantire una presenza di solidarietà nei villaggi minacciati di pulizia etnica da parte dei coloni israeliani illegali, che dal 1967 occupano ed espropriano la terra palestinese”. D: Conoscevi le attiviste aggredite a Gerico lo scorso 30 novembre? R: Sì. Le persone internazionali aggredite e le persone palestinesi che vivono nel villaggio, terrorizzate e minacciate quotidianamente dai coloni israeliani, sono mie amiche. La comunità di Ein al-Duyuk si trova nella valle di Gerico, sugli altopiani della Valle del Giordano, e conta circa 100 persone, tra cui molti anziani e bambini. È circondata da colonie, outpost e basi militari israeliane, tra le quali i coloni si muovono liberamente, terrorizzando le comunità beduine e i piccoli villaggi giorno e notte attraverso incursioni, raid intimidatori, attacchi mortali e violenze fisiche. Hanno già distrutto telecamere, pannelli solari e finestre per entrare nelle case, picchiare le persone e intimidirle affinché vadano via e non tornino più. Esattamente due settimane dopo, bande organizzate di coloni illegali armati sono tornate ad attaccare il villaggio durante la notte. In seguito a quest’ultimo attacco, molte donne e bambini hanno deciso di spostarsi a valle. Nelle vicinanze di Ein al-Duyuk, nel villaggio beduino di Ras ‘Ein al-‘Auja, la creazione di un nuovo outpost e la violenza quotidiana di esercito e coloni hanno costretto, pochi giorni fa, centinaia di abitanti a lasciare l’area. Negli ultimi anni circa 7.000 palestinesi sono stati sfollati all’interno della Palestina stessa. D: Siete un collettivo? Che cos’è il progetto Faz3a e chi lo porta avanti. R: Faz3a è una campagna di solidarietà a guida palestinese. Il nome deriva da un’espressione colloquiale che indica l’aiuto immediato e collettivo nei momenti di necessità, una pratica profondamente radicata nella società palestinese. Il progetto nasce come risposta all’intensificarsi della violenza israeliana contro le comunità palestinesi, in un contesto segnato anche dal genocidio in corso a Gaza. Faz3a lavora per organizzare una presenza internazionale di protezione civile sul territorio, sotto coordinamento palestinese, coinvolgendo attivist*, student* e membri della società civile provenienti da diversi contesti. Non è un’iniziativa umanitaria o caritatevole, ma un percorso di mobilitazione e costruzione di movimenti, volto a rafforzare sumud, la determinazione delle comunità palestinesi a restare sulla propria terra, e a creare reti di solidarietà internazionale concrete ed efficaci. D: Qual’è ora la quotidianità che vivete assieme ai palestinesi in Cisgiordania. R: I Territori Palestinesi Occupati da “Israele” nel 1967, chiamati Cisgiordania o West Bank, sono attraversati da nord a sud da colonie israeliane illegali, checkpoint, torri di avvistamento, basi militari, muri, filo spinato, cancelli all’ingresso delle città, telecamere e bandiere israeliane come simboli di supremazia. L’occupazione ha diviso il territorio in tre aree (A, B e C), di cui l’Area C è sotto completo controllo amministrativo e militare israeliano, isolando la Cisgiordania dal resto della Palestina storica con un muro alto 9 metri e lungo circa 800 km, costellato di posti di blocco militari e recinzioni elettroniche: chiunque tenti di scavalcarlo viene sparato. Questo muro, chiamato anche Muro dell’Apartheid o della Separazione, frammenta il popolo palestinese della Palestina storica tutta e isolando villaggi prima connessi tra loro. Gerusalemme, per esempio, dista solo 10 minuti da Betlemme, ma il sistema di confini e checkpoint con cui l’occupazione ha distorto la fisionomia del territorio rende impossibile prevedere quanto tempo serva per raggiungere qualsiasi luogo. La segregazione è rafforzata da strade e infrastrutture ad uso esclusivo dei coloni, vietate ai palestinesi, che vengono così costretti a interminabili attese quotidiane nel traffico e ai checkpoint. In Cisgiordania vivono circa 720.000 coloni israeliani all’interno di colonie illegali secondo il diritto internazionale. Ogni giorno molestano i villaggi palestinesi per costringere la popolazione ad andarsene. Il furto di terra e il tentativo di cancellazione dell’identità palestinese avvengono attraverso demolizioni di case, sradicamento degli ulivi, furto dell’acqua sorgente, distruzione di proprietà come abitazioni, stalle, attrezzi da lavoro, veicoli, pannelli solari e greggi. Di fronte agli attacchi dei coloni, ogni forma di autodifesa palestinese viene criminalizzata. Spesso, quando esercito e polizia arrivano sul posto a violenze avvenute e i coloni sono già fuggiti, sono i palestinesi a essere arrestati. A differenza degli internazionali, i palestinesi sono sottoposti alla legge militare israeliana, che consente la detenzione amministrativa: si può essere incarcerati per anni senza accuse né processo. L’occupazione decide arbitrariamente che intere aree diventino zone militari o di addestramento, rendendo illegale la presenza palestinese (secondo la legge israeliana) e impedendo il ritorno delle comunità indigene. Non si tratta di un singolo governo estremista, ma di un progetto coloniale e sionista strutturale, portato avanti dallo Stato, dall’esercito e da ampie parti della società israeliana attraverso pratiche sistemiche di razzismo ed esclusione. D: Avete subito o subite anche voi minacce, intimidazioni o violenze? R: Le minacce e le violenze sono costanti per chi in Palestina esiste e resiste. Se sei un’internazionale presente sul territorio, insieme ai palestinesi, verrai comunque minacciat*. Il rischio più frequente è l’arresto di 48 ore seguito dall’espulsione dal paese. Ma sì, si può anche essere picchiati o colpiti con armi da fuoco, soprattutto, ma non solo, dai coloni. Fino a qualche anno fa la presenza solidale veniva definita “presenza protettiva”, perché le forze di occupazione cercavano di evitare testimoni internazionali delle loro atrocità. Oggi, dopo anni di totale impunità, non se ne preoccupano più: anche gli internazionali sono diventati bersagli, perché non ci sono conseguenze. Nel caso dei miei compagni picchiati, media e politica hanno parlato di “casi isolati di coloni estremisti”, come se il terrorismo dei coloni non fosse parte integrante del progetto statale israeliano da decenni. Come se i coloni non fossero i soldati in prima linea dell’occupazione, incaricati di portare avanti la pulizia etnica della Palestina. Leonardo Animali
“La forza del popolo e il femminismo bolivariano riporteranno in patria Cilia e Nicolás”. Intervista a Gladys Requena
di Geraldina Colotti In un momento cruciale per il Venezuela, segnato dal sequestro del presidente Nicolás Maduro e della “prima combattente”, la deputata Cilia Flores da parte delle forze speciali statunitensi, Gladys Requena, figura storica della rivoluzione, analizza la situazione attuale. Requena, dirigente delle Red de Mujeres de Vargas e rappresentante presso la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FEDIM), delinea la strategia di resistenza fondata sull’organizzazione popolare e sulla prospettiva di governo fino al 2030. Dalla sua prospettiva, quella di dirigente politica e femminista, come si deve intendere quel che sta accadendo e su quali basi disegnare un’agenda di lotta? È fondamentale il modo in cui guardiamo al processo rivoluzionario per poter collocare l’analisi dei fatti che stiamo vivendo. Questo ci permette di disegnare l’agenda di lotta, di mobilitazione, di organizzazione e di formazione del nostro popolo. Questo drammatico momento deve essere un’opportunità per parlare in profondità di cosa significhi la nostra lotta contro l’imperialismo nordamericano. Lo abbiamo sempre compreso attraverso le lezioni che ci sono arrivate dalla rivoluzione cubana, nicaraguense e da quel che è accaduto nel Cile di Allende. Ora, con gli eventi più recenti e contemporanei, vediamo le cosiddette guerre giuridiche e i golpe parlamentari. Questi procedimenti ci insegnano che l’imperialismo non è affatto un nemico di poco conto. Ha risorse e meccanismi per agire in molti modi, e i popoli devono prepararsi ad affrontarlo in termini integrali. Non dobbiamo averne paura, ma disegnare la strategia corretta per avanzare nel processo rivoluzionario e al contempo nel riportare Nicolás e Cilia con noi, perché li riporteremo con la forza del nostro popolo. In questo contesto di assedio, quanto è importante mantenere costante la mobilitazione popolare e quali sbocchi ci si possono attendere? Dal 1999, è iniziato un progetto nuovo in Venezuela basato sulla mobilitazione del popolo organizzato e cosciente. Abbiamo rifondato la Repubblica, ma questo processo è ancora in costruzione; è di lungo respiro e ha attraversato varie fasi che, dal golpe contro Hugo Chávez, nel 2002, hanno portato a questo nuovo metodo di aggressione armata diretta e di sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores. Dobbiamo continuare a prepararci e preparare le generazioni future, perché l’imperialismo non riposa. Gli interessi delle grandi corporazioni economiche, per le quali governano Trump e tutti i presidenti degli Stati Uniti, e quelli dei paesi loro sudditi, sono puntati sul Venezuela, sui Caraibi e sull’intera America latina. Vogliono abbattere Cuba perché è un faro per i popoli che hanno deciso di essere liberi. Sanno che, nonostante le difficoltà vissute in Argentina, Cile, Paraguay o Uruguay, quei popoli sono svegli e assetati di sovranità e pace. La nostra lotta è per l’autodeterminazione e contro l’ingerenza internazionale. Vogliamo decidere in che modo governarci. In Venezuela abbiamo vinto quasi tutte le elezioni, tranne due, e questo dimostra la nostra forza democratica. Ora guardiamo al 2030, come diceva il comandante Chávez. Deve essere l’anno della nostra indipendenza definitiva, a 200 anni dal 1830: il riscatto storico di quel tragico 1830, anno del “tradimento”, della fine del sogno bolivariano. Bolívar muore a Santa Marta, e le oligarchie locali, come quella guidata da José Antonio Páez in Venezuela, separano il paese dalla Gran Colombia. Come diceva Chávez, anche se non vedremo la patria come la sogniamo, ci basta sapere che pulsa il nostro sangue negli occhi di chi la vedrà. Supereremo presto questo momento con il ritorno di Nicolás e Cilia, ma la lotta continua. C’è un tema centrale che riguarda la sovranità sulle risorse naturali, in primo luogo il petrolio, su cui l’imperialismo vuole mettere le mani direttamente. Com’è da intendersi in questo quadro la prospettiva bolivariana Qual è la visione bolivariana su questo, specialmente riguardo al petrolio e alla solidarietà internazionale? Le risorse naturali dovrebbero un bene comune al servizio di tutta l’umanità e per questo trattate con adeguato rispetto. Il Comandante Chávez, con il suo grande apporto alla costruzione di una nuova geometria internazionale e con i diversi Piani della Patria, ha inteso mettere le risorse naturali al servizio dei popoli e non delle oligarchie. Non c’è egoismo nel progetto bolivariano. Se il popolo nordamericano ha bisogno di petrolio, che il suo governo lo compri, non c’è problema, ma non può pretendere di soggiogarci perché chi lo guida si sente padrone del petrolio venezuelano. Questa è la sciocchezza più grande della storia. Il nostro progetto è “nostroamericano”, si fonda sulla solidarietà e sulla complementarietà. È una visione egemonica dei diritti umani in cui le risorse sono al servizio di chi ne ha bisogno, mediante scambi solidari come quelli effettuati con Haiti e Cuba. Da soli non costruiamo il socialismo; saremmo isolati. Il nostro è un progetto che vincola tutto il Sud globale con uno sguardo umanista, non invasivo e di non espropriazione. Il presidente Maduro aveva ipotizzato scenari di approfondimento della rivoluzione in caso fosse stato ucciso. Ora che è stato preso in ostaggio dagli Stati uniti, come è da intendersi questa indicazione? Tra la guerra e la pace non possiamo che scegliere la pace. Tra sovranità o dipendenza, scegliamo la sovranità. Tra libertà e schiavitù, scegliamo la libertà. In questi 13 anni dalla scomparsa del comandante Chávez, la rivoluzione ha guadagnato moltissimo in termini di organizzazione. Nicolás si è aggrappato al progetto di Chávez e ha saputo territorializzare il governo. Oggi le autorità locali sono integrate in una struttura globale di governo popolare; abbiamo fatto grandi passi avanti con le comunas e le “mappe dei sogni” costruite dal popolo. Tutto questo è scritto nei Piani della Patria, dal 2013 fino al 2031, che sono tutti interconnessi. Con le Sette Trasformazioni (7T), Maduro ha trasformato il piano da dichiarativo a esecutivo, auditabile e supervisionato. Abbiamo una diplomazia di pace e siamo interconnessi con CELAC e Petrocaribe. L’aggressione continuerà perché non c’è stato presidente USA che non sia stato aggressore, ma come dicono i cubani dal 1977: sappiano i nordamericani che non abbiamo un briciolo di paura. Il piano è intatto e il chavismo resterà a lungo, con Nicolás Maduro come suo architetto. Come si sta muovendo l’opposizione estremista che vorrebbe imporre la sua “transizione” guidata da Trump? L’opposizione che fa vita parlamentare nell’Assemblea Nazionale, ha preso nettamente le distanze da Maria Corina Machado, rimanendo nell’ambito democratico, e ha dichiarato di voler lavorare, pur con un progetto antagonista a quello socialista, per gli interessi della patria. Jorge Rodríguez, presidente del Parlamento, ha fatto un appello categorico affinché pensino bene da che parte stare, e ha invitato all’unità nazionale. Dal punto di vista costituzionale, abbiamo nominato Delcy Rodríguez come presidente incaricata. Il sequestro di un presidente non è tipizzato come “mancanza assoluta” nella nostra Costituzione; nessuno lo aveva previsto. È diverso dal caso della malattia di Chávez. Qui la mancanza di Nicolás è temporanea. La Costituzione prevede un termine di 90 giorni, prorogabile dall’Assemblea. Non c’è stata una qualifica di mancanza assoluta perché il presidente non si è dimesso né è malato. La designazione di Delcy, avallata dal Tribunale Supremo di Giustizia, serve a mantenere la pace, la sovranità e le garanzie costituzionali per evitare che il fascismo scateni il caos. Spero che l’opposizione parlamentare non cada nel gioco dei settori estremisti e che possiamo fare un blocco comune per la difesa della nazione. Cosa risponde a chi sostiene che la rivoluzione si sia lasciata sorprendere da questo attacco asimmetrico? L’asimmetria e la sproporzione di mezzi bellici impiegati, è innegabile. Anche l’Iran, con i suoi sistemi di difesa, è stato colto di sorpresa. Dobbiamo assumere questa asimmetria e dare battaglia con la coscienza di trovarsi in una posizione asimmetrica. Dobbiamo fare guerriglia comunicativa perché i media servono gli interessi corporativi. Non dobbiamo temere chi ha più risorse. La battaglia giuridica va certamente data perché è di significato globale, ma Nicolás e Cilia sanno bene che non possono riporre la loro sorte in una risoluzione dell’Unione Europea. La questione è più profonda: serve un nuovo ordine internazionale. Il sistema attuale, nato nel 1945, è vetusto e risponde solo ai grandi capitali. Se funzionasse, Trump sarebbe già in prigione per il genocidio a Gaza o per le invasioni. I popoli devono passare sopra questi sistemi e proporre un sistema contro-egemonico di giustizia mondiale. Ci stiamo incontrando in una grande marcia delle donne in appoggio al governo bolivariano. Oggi, la rivoluzione continua a essere anche femminista o c’è stato un arretramento? Chávez si dichiarò femminista e comprese la nostra agenda di liberazione lungo il cammino. Noi donne inserimmo l’agenda politica nella Costituente del 1999. Il linguaggio di genere e la Carta dei Diritti Umani (articoli da 19 a 135) sono conquiste trasversali nate da quella comprensione. Sono nati l’Istituto Nazionale della Donna, il Ministero, il Banco dello Sviluppo della Donna. Nicolás Maduro ha allargato questo panorama, ha approfondito il femminismo socialista. Ha creato programmi come il Parto Umanizzato e ha sostenuto l’economia delle donne attraverso il sistema Patria, nonostante il calo del 90% delle entrate petrolifere dovuto alle sanzioni. Ha capito che sui figli e sulle spalle delle donne, spesso sole a capo del nucleo familiare, poggia la vittoria della rivoluzione. Le donne imprenditrici sono rinate in questo periodo. La forza della rivoluzione è la lotta permanente; nessuno cada nell’inganno della “normalità”. La nostra forza è la mobilitazione, ed è ciò che l’impero teme di più. Geraldina Colotti
L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono attenzione. Presenza. Responsabilità. Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste. Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli. Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi, dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione. La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi, nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e risultano invece più drammaticamente negati. Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro. Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere consumate, ma attraversate. Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da lontano, ma restare in relazione. È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta. È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci. E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata. Chiede di essere difesa. Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia. Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito l’incontro e il dialogo tra voi? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o tecnico, ma profondamente umano. Raffaele Annunziata: Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già compiuto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana, uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle. Raffaele Annunziata: La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi, senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica, umanitaria e concreta. Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso le vostre immagini? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole vederla. Raffaele Annunziata: Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica. Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo fatto. Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa continuare a fotografare a Gaza in questo momento? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi, continuiamo a sognare, nonostante tutto. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione delle immagini di questo progetto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto può essere portato via. Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e instabilità circondano tutto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a resistere e a respirare. Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato qualcos’altro? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e tra i quali vivo. Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura. Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena e in continuo divenire. In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico, e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia? Raffaele Annunziata: Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico, che rispetto ma non mi interessa. Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e cosa ha cambiato in te, come autore e come persona? Raffaele Annunziata: Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi. Mahmoud e Soso sono degli eroi. Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul modo in cui racconti l’infanzia? Raffaele Annunziata: Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo. Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate. Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare? Raffaele Annunziata: Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples. Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie? Raffaele Annunziata: Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora. Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di cambiare l’attuale stato delle cose. Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città. Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore umano. Raffaele Annunziata: Un giorno Soso e Dede si incontreranno. Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole e le immagini che ci hanno affidato. Between Gaza and Naples. A Childhood Story Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya Una selezione di immagini dal progetto fotografico. Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due città, due infanzie in dialogo:  https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing   Lucia Montanaro
Supereroi senza mantello per allenarsi all’umanità
   Il 22 gennaio il Centro di Nonviolenza Attiva di Milano presenta online Passi nonviolenti nel mondo, un kit educativo e didattico – disponibile gratuitamente – nato in seno alla Biblioteca della Nonviolenza e promosso in collaborazione con scuole e associazioni. Da Gandhi a Greta Thunberg, uno strumento per docenti, educatori ed educatrici per parlare di azioni nonviolente con ragazzi e ragazze. Ne abbiamo parlato con Annabella Coiro e Sabrina Langer, che hanno curato i testi e la progettazione.  Come è nato questo progetto? Viviamo in un tempo scoraggiante: guerre atroci, polarizzazioni forti, linguaggi aggressivi che normalizzano prevaricazioni, discriminazioni e violenze di vario tipo. Ragazze e ragazzi crescono immersi in narrazioni che spesso normalizzano prevaricazione, competizione estrema, umiliazione dell’altro come strumento di affermazione. In questo scenario, riteniamo sia urgente dare riferimenti concreti su come poter agire nel mondo in modo nonviolento. A nostro avviso aiutare ragazzi e ragazze a trovare alternative ai modelli dominanti è una necessità pratica, concreta e immediata per il benessere loro e della società. ‘Passi nonviolenti nel mondo’ nasce da questa urgenza. Come palestra educativa, non come manuale teorico. È uno strumento didattico multimediale gratuito, pensato per persone adulte che si relazionano con ragazze e ragazzi dagli 11 ai 20 anni a scuola, in associazioni, in contesti informali. Non propone lezioni, ma esperienze: storie vere di uomini e donne che hanno scelto la nonviolenza. I personaggi proposti non sono mitizzati. Non volano. Non diventano invisibili. Non fermano i proiettili con il petto, eppure hanno cambiato il mondo, un pezzettino di mondo. Gandhi non aveva superforza. Malala Yousafzai non lancia raggi di luce. Greta Thunberg non controlla il clima… Sono persone, nate e cresciute in un contesto specifico, persone che si mettono in gioco, tra successi, tentennamenti, errori. E la domanda che attraversa tutte le pagine non è: “Quanto erano grandi?” ma: “Che scelta hanno fatto, e che cosa possiamo imparare noi da quella scelta oggi?” Da quali contenuti e spunti pedagogici principali siete partite? ‘Passi nonviolenti nel mondo’ raccoglie storie di donne e uomini che, in contesti storici, politici e culturali molto diversi, hanno scelto di prendere sul serio l’umanità propria e altrui. Persone che hanno affrontato ingiustizie, discriminazioni, violenze e guerre senza ricorrere alla violenza e alla sopraffazione, ma piuttosto immaginando e praticando alternative nonviolente. I personaggi presentati sono: Greta Thunberg, Malala Yousafzai, Pat Patfoort, Silo (Mario Rodríguez Cobos), Danilo Dolci e Mohandas K. Gandhi. Accanto alle biografie ci sono le attività da fare con ragazze e ragazzi, un suggerimento di letture, la bibliografia completa e le risorse online per avvicinare le persone raccontate attraverso la loro voce e i loro gesti (video, film, audio ecc). Completa il kit un Laboratorio sui meccanismi della violenza, per comprendere come funziona il modello prevaricante in cui siamo immersi e poter cominciare a pensare alternative. Ci siamo basate su un approccio di apprendimento esperienziale e partecipativo, che attraverso laboratori, giochi di ruolo, discussioni guidate e risorse multimediali trasforma la nonviolenza da oggetto di studio teorico a pratica educativa concreta. Le figure proposte costituiscono modelli di comportamento etico e responsabile, favorendo lo sviluppo dell’autoefficacia morale di ragazze e ragazzi. Il confronto tra le esperienze dei protagonisti e le situazioni della vita quotidiana stimola pensiero critico, riflessione etica e competenze di cittadinanza attiva. Sembra che vi spostiate dal mito alla responsabilità. Perché? I supereroi funzionano perché raccontano il bisogno di giustizia. Passi nonviolenti nel mondo trasforma quel bisogno in responsabilità. E’ importante uscire dalla falsa convinzione che solo chi è speciale possa cambiare il mondo, perché ci giustifica a non metterci in gioco. Ma se il cambiamento nasce da persone comuni che scelgono di agire, allora la domanda diventa inevitabile: E io, che cosa scelgo di fare? A scuola, nel gruppo, online, davanti a un’ingiustizia? In un tempo storico così urgente, educare alla nonviolenza con la nonviolenza significa restituire a ragazze e ragazzi il potere di sentirsi parte attiva della storia, anziché  spettatori impotenti. Non servono superpoteri. Serve scegliere. Oggi, più che di eroi ed eroine invincibili, abbiamo bisogno di esseri umani consapevoli. Senza mantello, ma con coraggio.” So che avete già in cantiere altre idee… Grazie a questa prima produzione e grazie alla Biblioteca della Nonviolenza, stiamo raccogliendo in un libro altre storie, sperando di rendere sempre più ricca la disponibilità di materiale e informazioni. Sono sempre più le persone che ci stanno aiutando nei testi, è un lavoro collettivo molto entusiasmante. Anche il libro avrà la possibilità di essere utilizzato in modalità Creative Commons. INFORMAZIONI  BEHUMAN. Passi nonviolenti nel mondo è promosso dalla Biblioteca della nonviolenza in collaborazione con le associazioni Mondo Senza Guerre e Senza Violenza ODV – La Comunità per lo Sviluppo Umano e la Rete di scuole ED.UMA.NA ed è finanziato dall’Otto per Mille della Chiesa Valdese. Il progetto è curato da Annabella Coiro e Sabina Langer, con illustrazioni originali di Susanna Vincenzoni. Il kit sarà scaricabile gratuitamente online e utilizzabile in autonomia da docenti, educatori, educatrici, genitori, senza costi aggiuntivi. Evento di presentazione online Giovedì 22 gennaio 2026, ore 15.00 Iscrizione gratuita obbligatoria Chi è di Milano può ritirare successivamente il grande poster con i personaggi della nonviolenza da appendere (può indicarlo nell’iscrizione)   Anna Polo
Palestina: non è così difficile, in fondo
Yara è una donna italiana di 34 anni. È tornata un mese fa dalla Palestina, c’è andata da sola. L’ho sentita al telefono e mi è subito piaciuta perché è schietta e pragmatica. Qualche giorno dopo, ho letto i suoi diari di viaggio e così è nata quest’intervista. Ma faccio una premessa. Io credo che la causa palestinese sia l’apripista al risveglio collettivo e che il popolo palestinese sia il portavoce del valore umano, quello autentico. Non mi presto qui, né altrove, a descrivere i palestinesi come le povere vittime e noi quelli fortunati, perché a loro hanno occupato la terra mentre a noi hanno occupato il cervello. Per questo, credo sia arrivato il momento di iniziare l’apprendistato e fare pratica di resistenza, fare pratica di Sumud. Come? Yara, come mai hai deciso di partire per la Palestina proprio ora? Era da tanto che volevo andare in Cisgiordania e in questi ultimi due anni ho vissuto il rammarico per non averlo fatto prima. Quest’estate, a luglio, il giorno esatto in cui è stata fermata l’Handala, mi trovavo a un evento in Sardegna. La portavoce di Wonder Cabinet, un progetto artistico che ha sede a Betlemme, ad un certo punto ha detto: “Comunque guardate che potete venirci a trovare, non è così difficile, in fondo.” Quel “non è così difficile in fondo”, mi ha fatto scattare la consapevolezza che si può fare. E così, il desiderio che pensavo di dover abbandonare, è riaffiorato. Hai organizzato il viaggio da sola, da quanto ho capito, usufruendo di contatti e informazioni raccolte tra conoscenti… Inizialmente volevo andare con gli amici e le amiche del progetto C.A.S.A per la raccolta delle olive, ma in quei giorni non avevo le ferie. Rosicavo, perché il mio desiderio era quello di andare a fare attivismo puro, e così ho sentito la referente di PENGON con cui avevo già collaborato e mi hanno dato l’ok, potevo andare. Quando sono arrivata però mi sono resa conto che non erano pronte per farmi fare qualcosa tutti i giorni, è stato più un incontro conoscitivo per provare ad avviare progetti di lungo periodo in futuro. E alla fine il viaggio me lo sono montata strada facendo. Allora si può andare in Cisgiordania da sole? In generale, i palestinesi hanno molta cura delle persone, degli ospiti internazionali ancora di più. Ogni volta che mi trovavo da sola, magari seduta su una panchina ad aspettare, sempre, tutte le persone che passavano mi chiedevano: “Tutto a posto, va tutto bene? Hai bisogno di aiuto?”. Una volta, un tassista doveva accompagnarmi in un’azienda agricola ma la posizione era troppo vicina al muro, e mi fa: “No no, io lì non ti accompagno”. E così è rimasto con me tutto il tempo ad aspettare, finché è arrivato il responsabile dell’azienda agricola che dovevo visitare. Questa è una caratteristica molto comune, la gente si preoccupa molto per te e se sei da sola, ogni volta che fai uno spostamento, vogliono sentire personalmente la persona che ti verrà a prendere. L’unica paura che uno ha, costantemente, è quella di doversi confrontare con l’esercito israeliano o, a seconda del luogo in cui sei, con i coloni. La reale paura è di imbattersi in uno di loro, anche se comunque come ospiti internazionali abbiamo un trattamento di favore, quella è l’unica paura che ho avuto. La paura di essere in un luogo sotto occupazione non te la tira via nessuno. Non ho mai avuto paura a girare da sola per le strade di Ramallah, c’è un livello di onestà e di dignità tale per cui la microcriminalità non è contemplata. Un giorno un ragazzino voleva vendermi dei cioccolatini, a me non interessavano però volevo comunque dargli una piccola offerta. La persona che mi accompagnava ha ripreso il bambino e gli ha detto che non andava bene accettare, perché non era dignitoso. Se voleva vendere i cioccolatini bene, ma non doveva accettare soldi come offerta. Se penso ad altri paesi che ho visitato, questa è una prospettiva rara. Quando sei partita, immagino avessi un obiettivo in mente, lo hai realizzato o è cambiato qualcosa al tuo arrivo? L’obiettivo principale era quello di esserci e di toccare con mano cosa vuol dire vivere sotto occupazione. Diciamo che l’obiettivo si è andato modificando pian piano, sono partita dal dire: faccio puro attivismo, a: mi godo quel che arriva, gli incontri, le esperienze, le testimonianze. E poi sono successe cose che proprio non immaginavo, ad esempio, io lavoro nell’ambito della micologia e non mi aspettavo proprio che i funghi facessero parte della tradizione palestinese, non mi aspettavo di parlare di funghi e non mi aspettavo di essere invitata da due aziende agricole diverse a fare dei laboratori nelle università delle loro città, Jenin e Tulkarem, sull’utilizzo dei funghi in agricoltura. E mi ha gasata tantissimo, mi ha fatto collegare i due più grandi interessi che ho nella vita, in questo momento. Quindi c’è stato un cambio di prospettiva… Sicuramente. Prima di partire davo peso solo all’attivismo duro e puro, poi ho iniziato a dare valore anche ad altro, l’incontro ad esempio. Non so se è capitato anche ad altri, ma prima di partire, facevo offerte alle raccolte fondi o partecipavo ad iniziative solidali “ad occhi chiusi”, nel senso che non volevo entrare in empatia con i beneficiari, emotivamente era troppo forte entrare nel loro vissuto. Mi dicevo: “Dono e basta, non ne voglio saper niente”. In viaggio, invece, l’incontro è stato l’elemento dominante, umanamente travolgente. Così ho iniziato a dare valore anche a tutti quegli aspetti della vita quotidiana che prima non consideravo: un trekking in Palestina? E perché no!? La voglia di queste persone di portare avanti la propria vita, i propri desideri, le proprie passioni nonostante tutto, è fortissima. Vivere per resistere, non per rimanere ingabbiato dalle catene fisiche e mentali di una situazione opprimente. E così mi sono goduta un trekking nel deserto, un thé al bar, una passeggiata al mercato, una visita al museo. Tutto in compagnia di qualcuno o qualcuna che orgogliosamente mi mostrava il suo territorio o mi confidava parte della sua vita. Stai parlando di resistenza Sumud. Cos’è, secondo te? Secondo me, Sumud sono tante cose. Sicuramente portare avanti se stessi, i propri desideri, obiettivi e passioni in un territorio occupato, è Sumud. E viene fatto con delle difficoltà incredibili. Spesso ho chiesto: “Ma noi internazionali cosa possiamo fare per voi? Quali sono le azioni collettive strategicamente più forti che potrebbero essere messe in campo?” La maggior parte delle persone mi rispondeva: “Io non ho lo spazio mentale per pensare pure a quello. Faccio già talmente tanta fatica a portare avanti la mia vita che non so cosa risponderti”. Molte persone non pensano alla resistenza armata o politica, perché portare avanti la loro stessa esistenza è il primo atto di Sumud che possono fare. Khalil, ad esempio, voleva studiare biologia marina ma gli unici corsi di laurea all’Università di Gerusalemme Est riconosciuti da Israele, e che quindi possono offrire più possibilità di lavoro, sono quelli di medicina. Si era iscritto a farmacologia ma dopo il primo anno si è trasferito a Tecniche di Laboratorio medico, perché non si era trovato bene. “Faccio questo corso solo per il lavoro e poi farò biologia marina, perché è quello che mi piace”. Tutto è più difficile e complicato sotto occupazione. Mi piacerebbe descrivessi l’atmosfera palestinese, quella che ti ha fatta sentire bene nonostante tutto. Secondo me è una questione di umanità, che è quella che mi ha fatta tornare a casa con il cuore veramente gonfio di vita, che è la gioia di aiutarsi, di condividere, di passare la propria giornata insieme. Una cosa che mi ha colpito è la facilità nei rapporti umani. Noi spesso siamo mediati, c’è della distanza tra noi, individualismo e confini netti. Lì invece no, entrare in relazione con un’altra persona è molto più facile. Mi sono trovata coinvolta in tantissime discussioni profonde, praticamente con ogni persona con cui ho passato più di due ore, o anche meno. Ci ho visto, e non nego l’influenza del mio filtro in questo, la volontà di portare avanti valori e modelli umani che non si adeguino a questa merda di capitalismo che pervade le nostre esistenze. Un’azienda agricola in realtà lo esplicitava proprio: “Il nostro modello è anticapitalista. Cibo, acqua ed energia per tutti, con modelli sostenibili è possibile”. E poi c’è l’apertura umana: “Prima regola: questa è casa tua, l’importante è che ti senti a casa, tra amici e famigliari”. Detto questo, non voglio neanche idealizzare la società palestinese, delle criticità esistono eccome. L’istituzione “famiglia”, che è il cuore della società, della solidarietà e della resistenza palestinese, non è detto che calzi a tutti. Un ragazzo single di quarant’anni mi ha raccontato come lui e i suoi due coinquilini abbiano dovuto cambiare casa per la modalità invadente e giudicante con cui le altre famiglie del palazzo li trattavano, a causa del via vai di amiche e amici che passavo per casa loro e delle pressioni che venivano esercitate sul proprietario di casa. E questo succedeva a Ramallah, grande città, immaginiamoci in un piccolo paese… Ovviamente questo è solo un episodio, non ho la pretesa di fare un’analisi della società in generale. Concludendo, ti chiedo di farti portavoce di un messaggio, ovvero: cosa non abbiamo capito del popolo palestinese e quale insegnamento possiamo mettere a frutto nei nostri di territori occupati, occupati dalla militarizzazione, dalla censura, dalla propaganda, dalla perdita di libertà e autodeterminazione e alla normalizzazione di tutto questo? Mah… innanzitutto quello che possiamo fare qui, in Italia, è andare avanti dritte, andare avanti a costruire dei modelli di vita, interpersonali e lavorativi, che siano diversi rispetto al nostro standard sociale. Portare avanti quelle idee e quei progetti che quando li proponi, di solito ti senti rispondere: “Eh sì, sarebbe bello, ma figurati…impossibile”. Col cavolo! Certo, che possiamo costruire un’alternativa, e su vari fronti: politico, sociale, personale, interpersonale, lavorativo. Di fronte a ogni scelta basta chiedersi: per cosa vale la pena vivere? E’ in questa tipologia di rapporti umani che voglio stare? A cosa dedico le mie energie? Questo governo mi rappresenta? Non è mai troppo tardi per iniziare a porsi queste domande e avviare percorsi di cambiamento, ognuna seguendo la propria strada. Mi hai chiesto cosa non abbiamo capito del popolo palestinese… Io sicuramente non avevo capito un sacco di cose e probabilmente molte ancora mi sfuggono. Non avevo capito che in Cisgiordania non devi guardarti le spalle a ogni angolo. C’è un’occupazione, sì, quindi potresti imbatterti in situazioni pericolose a causa di coloni e soldati, ma c’è tutto un resto di vita che pulsa e che merita di essere attraversata. Forse un buon esercizio mentale potrebbe essere immaginarsi che da un giorno all’altro potremmo anche noi essere palestinesi, potremmo essere noi quelli occupati. Se fossimo sotto occupazione, sicuramente continueremmo con il nostro lavoro, sarebbe una garanzia importante, ma con che difficoltà? Quanto impiegheremmo in più per arrivarci a causa dei check point? Per quanto tempo la sede del nostro lavoro non subirebbe attacchi? Per quanto tempo il nostro stipendio rimarrebbe stabile e non verrebbe decurtato, come quello dei dipendenti pubblici in Cisgiordania che ha causa del furto delle tasse da parte di Israele ne ricevono solo una percentuale (dal 30 al 70% variabile ogni mese)? Con tutte queste preoccupazioni, ci chiuderemmo in casa a soccombere sotto il peso di una vita ormai non più nelle nostre mani o proveremmo comunque ad uscire dalla città per fare un trekking settimanale o per raggiungere l’unico cinema rimasto? Sono solo provocazioni le mie, è chiaro, e il ventaglio di risposte psicologiche a una tale situazione varia da persona a persona, ma trovo che l’immedesimazione possa aiutarci ad avere un immaginario più simile alla realtà, un territorio “normale” ma non normale. Un’altra cosa che non avevo capito, è che i palestinesi non sono per forza poveri perché sotto occupazione. Israele continua a depredarli inventandosi ogni giorno una strategia nuova, ma la società palestinese rimane comunque una società complessa, con tutte le dinamiche di classe: ci sono palestinesi ricchi, alcuni probabilmente anche molto ricchi, palestinesi medi, poveri, e una fetta importante della popolazione, soprattutto quella appartenente al mondo rurale, molto molto povera. È significativo però notare come nessuno venga lasciato senza cibo, grazie a una rete solidale interna molto forte. Ricordo che prima di partire avevo pensato: vado in Palestina, che cosa servirà? Cosa posso portare di utile? Servirà tutto! – No, non è vero, non serve niente, nel territorio palestinese si riesce a compare ciò di cui si ha bisogno. Quello che serve è vivere senza qualcuno che ti priva costantemente della tua libertà, che ti impone le doppie tasse ogni volta che importi qualcosa, che ti distrugge in pochi minuti il lavoro di una vita. E poi c’è la questione religiosa. Ci sono studi che hanno analizzato come le testate giornalistiche utilizzino la parola “musulmano” solo in articoli di cronaca nera. Ma se un atleta musulmano vince alle olimpiadi, invece, la sua identità religiosa non viene menzionata. Oppure si menzionano meritoriamente, solo casi singoli, come per dire: “vedi, lui è bravo”, sottinteso che “tutti gli altri no”. E così si viene a creare un vortice di pregiudizi negativi, che inconsapevolmente abitavano anche la mia mente. Invece per la maggior parte dei palestinesi con cui ho parlato, l’Islam è una questione di appartenenza prettamente culturale, per alcuni anche religiosa, certo, ma non per tutti. Islam vuol dire portare avanti dei principi e dei valori umani universali, presenti in tutte le religioni. Vuol dire aiutarsi, essere solidali, non lasciare nessuno senza cibo. Per le strade palestinesi è veramente difficile trovare qualcuno che fa l’elemosina, non ce n’è bisogno, ci sono reti di solidarietà attive che aiutano chi è in difficoltà. Per le strade palestinesi non devi neanche preoccuparti di portare o non portare il velo, è una tua scelta, vedi tu. Più in generale, l’approccio che ogni famiglia o persona ha con la propria religione è svariato, un po’ come qui in Italia, ma il rispetto per le “altre persone del libro”, cioè ebrei (non israeliani ovviamente) e cristiani è molto forte e sentita. Per concludere vorrei sottolineare un’ultima cosa: il popolo palestinese è vittima dell’occupazione israeliana e vittima di un genocidio, ma quello che desidererebbero dall’esterno non è compassione e pietà ma solidarietà. Oltre alla partecipazione a qualsiasi iniziativa, raccolta fondi ecc., proposta direttamente da persone palestinesi, quello che dovremmo fare noi è concentrarci sui nostri paesi e agire al loro interno. Noi siamo europei, e dobbiamo pretendere che l’Italia e l’Unione Europea smettano di sostenere politicamente ed economicamente Israele. Dobbiamo fare tutto quello che è nelle nostre capacità. Dobbiamo continuare a credere nella forza delle piazze. E poi, boicottiamo! Utilizziamo i nostri privilegi per dare spazio a chi non è complice di genocidio! Non solo per questioni di tipo morale, ma anche perché quelle azioni hanno una ripercussione enorme a livello globale. Se vogliamo essere delle persone la cui vita merita di stare al mondo, dobbiamo scegliere e agire di conseguenza. Giada Caracristi
Intervista a Roberta Leoni su Radio Onda Rossa sulle iniziative contro la repressione nelle scuole
Radio Onda Rossa, nella trasmissione La scuola reagisce alla repressione, ha intervistato Roberta Leoni, docente, attivista e presidente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università, sulle molteplici iniziative e campagne lanciate dall’Osservatorio insieme ad altre realtà associative, come Docenti per Gaza per dare un segnale sulla repressione che sta toccando le scuole italiane. In particolare, da un’assemblea online del 29 dicembre sono partite due diverse risposte alle intimidazioni: un vademecum contro la repressione ad uso di docenti, studentesse e studenti; una lettera indirizzata al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che inviterà il 27 gennaio alla riflessione sulla libertà di espressione, insieme ad un’unità didattica sulla figura di Primo Levi. Tutti gli aggiornamenti saranno presto disponibili sul nostro sito. Qui l’audio dell’intervista. Clicca qui per l’intervista su Radio Onda Rossa -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Perihan Koca: gli attacchi ad Aleppo indeboliscono le prospettive di pace in Turchia
La deputata del partito DEM Perihan Koca ha affermato che gli attacchi dell’HTS nelle aree curde stanno minando i colloqui di pace e di risoluzione in Turchia e alimentando un conflitto più ampio. La deputato di Mersin del Partito per la democrazia e l’uguaglianza dei popoli (Partito DEM) Perihan Koca ha commentato gli attacchi contro gli insediamenti curdi ad Aleppo e l’approccio della Turchia nei confronti di Hayat Tahrir al-Sham (HTS). Ha affermato che il governo si sta allineando con gruppi armati privi di legittimità, come HTS, spinti da politiche anti-curde e interessi a breve termine, e che ciò sta prendendo di mira la struttura multi-identitaria della Siria e la speranza dei popoli di vivere insieme. Perihan ha affermato che gli scontri ad Aleppo minacciano non solo la sicurezza dei curdi, ma anche la possibilità di un futuro democratico in Siria. Ha sottolineato che la posizione militare e politica della Turchia nella regione sta indebolendo i dibattiti di pace e risoluzione che si dice siano in corso a livello nazionale. Secondo lei, gli attacchi alle conquiste curde in Siria hanno creato una profonda sfiducia tra il popolo curdo in Turchia riguardo a una reale volontà di soluzione. Il fatto che HTS stia rivolgendo i suoi attacchi contro gli insediamenti curdi sta creando seria preoccupazione anche tra l’opinione pubblica curda in Turchia. Siete già scesi in piazza con la gente. D’altra parte, la Turchia sembra dare un sostegno quasi incondizionato a HTS. Come interpreta questo sostegno da parte del governo e la reazione della popolazione? Il potere politico sta cercando di rinviare le aree di crisi che sta affrontando elaborando piani a breve termine in Siria, guidato sia dalla fobia curda che da interessi a breve termine. Il sostegno che forniscono a HTS è calcolato per ritardare questi problemi per un po’, ma a lungo termine non farà che aggravarli. Stanno facendo affidamento su bande che non hanno alcuna possibilità o capacità di essere decisive per il futuro della Siria e che sono tutte di natura criminale, per negare il diritto dei curdi all’autodeterminazione. Queste bande non hanno la capacità di governare la ricca diversità etnica e religiosa della Siria. Inoltre, non hanno alcuna legittimità per governare il Paese. La struttura monolitica proposta dalla Turchia attraverso HTS non ha alcuna possibilità di risolvere i problemi della Siria. Il sostegno del governo non farà altro che aggravare ulteriormente i problemi esistenti. Man mano che diventa sempre più chiaro che queste bande criminali non hanno futuro, coloro che hanno riposto tutte le loro ambizioni su questo cavallo dovranno affrontarne le amare conseguenze. Ma la cosa peggiore è che stanno gettando nel fuoco tutta la popolazione della regione, e la reazione pubblica che hai menzionato nasce proprio per questo. La reazione della popolazione è rivolta al tentativo della Turchia, attraverso HTS, di distruggere questa volontà in un momento in cui si sono formate le condizioni per l’emergere di una repubblica siriana democratica, e in cui non solo il popolo curdo, ma anche il popolo arabo, il popolo alawita, i drusi e i cristiani si sono rivolti a questa possibilità. La popolazione sa benissimo come dovrebbe essere il futuro della Siria. Ma i governanti turchi stanno facendo tutto il possibile per eliminare questa possibilità. Quali rischi rappresentano gli scontri in corso ad Aleppo per la sicurezza e il futuro politico dei curdi in Siria, nonché per una convivenza democratica? La Siria è da tempo in uno stato di caos. Dietro questo caos ci sono le potenze imperialiste e i calcoli delle forze al potere che cercano di prendere l’iniziativa in Medio Oriente. Le persone hanno problemi urgenti. Non esiste un ordine costituzionale; sono sotto pressione economica, c’è povertà e incertezza sul futuro. Oltre a ciò, il terreno è fragile e non esiste nemmeno la sicurezza di base. Sebbene i bisogni urgenti e vitali dei popoli siriani siano evidenti, i conflitti etnici e religiosi sono costantemente alimentati da alcuni attori. C’è chi mira deliberatamente a sfinire e indebolire i popoli attraverso guerre continue, spingendo la Siria in uno stato di stallo e di stallo, vanificando le conquiste democratiche. Dalla caduta del regime di Assad, avvenuta lo scorso anno, e dall’8 dicembre 2024, si è tentato di rimodellare la Siria attraverso l’occupazione, l’annessione e i massacri, prendendo di mira il ricco tessuto sociale siriano, i suoi popoli e le sue fedi, che sono i veri proprietari della terra. Oggi gli attacchi contro il popolo curdo sono la continuazione della realtà genocida rivolta contro il popolo arabo e quello alawita, nonché degli attacchi contro i popoli druso e cristiano. Questi attacchi, che costituiscono l’attuale prassi della linea del massacro perseguita da HTS contro le diverse comunità nazionali, etniche, religiose e settarie della Siria, prendono chiaramente di mira il popolo curdo e le sue conquiste. Rappresentano un attacco completo alla volontà dei popoli siriani di vivere insieme e alla visione di una vita condivisa e di una Siria democratica. In che modo ciò che sta accadendo ad Aleppo e gli attacchi che vi hanno avuto luogo influenzano le discussioni su una soluzione democratica alla questione curda in Turchia e le prospettive di pace e di risoluzione? Penso che indebolirà il tavolo della pace e della risoluzione. Cercare di eliminare la presenza curda nella regione, che non rappresenta in alcun modo una minaccia per la Turchia e che, se considerata razionalmente, potrebbe persino rientrare negli interessi della Turchia stessa, significa minare il processo di risoluzione interno. Ha il carattere di una provocazione. Rivela anche le intenzioni dei governanti turchi su questo tema. Sebbene finora non siano stati compiuti passi concreti nell’ambito del processo e tutto si stia dilatando nel tempo, parallelamente alla repressione, si stanno anche muovendo per smantellare le formazioni politiche ed economiche che i curdi hanno costruito in Siria a caro prezzo. La presenza militare turca nella regione, le dichiarazioni del Ministero della Difesa Nazionale secondo cui il supporto potrebbe essere fornito se richiesto dall’amministrazione HTS e le parole del Ministro degli Esteri Hakan Fidan, “non esiteremo a intervenire direttamente quando necessario”, così come il linguaggio e la propaganda utilizzati dai media mainstream per giorni, rivelano chiaramente il ruolo assunto dalla Turchia nella regione. Dimostrano che gli attacchi ad Aleppo non sono indipendenti dai piani regionali del regime di palazzo. Quindi, il popolo curdo si pone questa domanda: volete distruggerci? Decine di migliaia di politici curdi sono in prigione; i comuni sono stati sequestrati tramite amministratori fiduciari nominati, e ora anche il Rojava è minacciato. Naturalmente, tutti si chiedono: dove finisce tutto questo per parlare di una soluzione? Il governo sta cercando di gettare tutti i popoli di questo Paese e della Siria in un grande incendio. Questo deve essere visto. L'articolo Perihan Koca: gli attacchi ad Aleppo indeboliscono le prospettive di pace in Turchia proviene da Retekurdistan.it.
Chi sono oggi gli ebrei perseguitati, da chi e perché? Dialogo con Rabbi Weiss, esponente di Neturei Karta
Avvertenza per il lettore. L’articolo tratta un argomento delicato, che può urtare la sensibilità occidentale contemporanea. Se chi legge è convinto che i valori della critica e del confronto siano conquiste ed emancipazioni irrinunciabili troverà poco nella storia che propongo e potrà esserne infastidito; pertanto gli consiglio di passare oltre. Per capire questo mondo è necessario sospendere molte categorie di pensiero a cui siamo abituati; solo allora sarà possibile vederne la bellezza cosi com’è, come una rosa antica. Il rabbino ci attende in piedi sorridente; sul grande tavolo è stato imbandito un piccolo rinfresco, con dolcetti al cioccolato, mandarini e succo di pesca. Ringrazia per la visita; è un onore per lui raccontare la verità secondo la Tōrāh. Il fatto stesso che l’abbia cercato e sia arrivata fin lì (in una zona residenziale dello Stato di New York) è volere di Dio. Tra me e me penso lo stesso. Voglio offrire ai lettori di Pressenza un ritratto corretto di chi siete, perché c’è molta confusione attorno al mondo ortodosso ebraico. Me lo spieghi brevemente? Siamo gli ebrei che non hanno mai variato il codice di condotta imposto da Dio. Apparteniamo agli Haredi. Oggi siamo una minoranza, ma fino a circa trecento anni fa tutti gli ebrei erano come noi. Fu in Europa che a quel tempo si iniziò un processo di riformismo che sedusse molti. Vivere una vita intera seguendo restrizioni su cibo, abbigliamento, acconciatura, relazioni… non è facile, soprattutto per le donne. L’intera nostra vita è dedicata a Dio, senza se e senza ma. Ci siamo conosciuti all’ultima manifestazione pro-Palestina di New York City, perché anche voi difendete i palestinesi, sognate una terra libera dall’occupazione e vi dichiarate antisionisti. È questa la posizione degli ebrei ortodossi di Neturei Karta, vero? Sì. La Neturei Karta non è un’organizzazione, somiglia più a un movimento. Nacque nel 1938 proprio per dar voce agli ebrei religiosi che, sulla base delle Scritture dei profeti, capivano che l’istituzione di uno Stato ebraico era un grave pericolo e pertanto si opponevano alle manovre sioniste che da tempo puntavano in quella direzione. Dopo la distruzione del tempio abbiamo capito che Dio non ci permette di costruire da noi uno Stato e dobbiamo considerare quella terra di altri. Verso la terra, ovunque ci troviamo, abbiamo un sacro rispetto, al punto che ci è proibito estirpare alberi. Il sionismo è l’esatto opposto della religione giudaica, è il risultato di un progressivo scivolare nella secolarizzazione e nel materialismo. È la degenerazione del riformismo di cui ho parlato prima. Mentre parla, Rabbi Weiss sfoglia libri, legge passi e mostra fotografie di ebrei come lui picchiati, arrestati, umiliati nel quartiere vecchio di Gerusalemme. Vedi, qui David Ben Gurion, Vladimir Zeev Jabotinsky e altri stanno celebrando la fondazione di Israele e non hanno nemmeno il capo coperto. Non gli interessava nulla della religione, solo dopo hanno capito che i nostri simboli sarebbero tornati utili per muovere emozioni e manipolare la gente comune. Se ne sono appropriati; da lì non si sono più fermati, oggi ordinano rabbini come gli pare e piace. Riesci a darmi i numeri degli ebrei che seguono il movimento Neturei Karta? Se stiamo a ciò che scrivono i nostri detrattori sembriamo pochissimi, ma tu che vivi a Brooklyn hai mai visto una bandiera di Israele? Avrai notato che siamo in parecchi. Sì, certo, vi incontro regolarmente per la strada, direi ovunque. Qui sei in una grande comunità di ebrei, puoi farti un giro, non troverai una sola bandiera d’Israele. A Gerusalemme i sionisti hanno scovato mele marce tra gli ortodossi e ci sono Haredi che siedono in Parlamento; all’inizio lo facevano per proteggersi, ma ora ricevono persino soldi. Io non lo approvo, ma comunque la maggior parte di noi religiosi, qui come a Gerusalemme, Istanbul e Londra e ovunque è anti-sionista. Spesso fanno finta di niente, lo nascondono, perché se ti scoprono subirai ritorsioni; puoi perdere il lavoro, vederti bloccata la carriera, qualsiasi cosa. In pratica mi stai dicendo che voi siete ebrei perseguitati dagli ebrei che hanno abbracciato il sionismo. Pensi che vi sorveglino? Ma certo. Se mi presentassi a Gerusalemme mi arresterebbero. Per finire con la domanda di prima: non siamo così pochi come sempre si preoccupano di scrivere e la consapevolezza aumenta. (Sull’antisionismo il sito riporta un numero di una certa rilevanza: il 35% della popolazione mondiale si dichiarerebbe tale). La città di New York ha eletto un sindaco scomodo per le élite, il socialista mussulmano Zohran Mamdani. Che cosa ti aspetti da lui? Non lo so. Lo abbiamo sostenuto con entusiamo, ma i politici vivono sotto una pressione psicologico-politica inimmaginabile e a un certo punto molti cambiano. Sembrava che Obama potesse essere qualcosa di nuovo e invece non è stato niente di speciale. Una volta incontrai Alexandria Ocasio-Cortez; di lì a poco mi accorsi che più esponevo la posizione di Dio, cioè che gli ebrei devono stare in esilio e più lei era imbarazzata; non era giusto, non mi piaceva metterla a disagio. Collaborate con i gruppi di ebrei pacifisti come Jewish Voice for Peace? Non posso dirti che collaboriamo, ci incontriamo alle manifestazioni e marciamo insieme, ma le nostre posizioni di principio sono lontane. Mi spiace deluderti; da fuori può apparire frustrante e forse a volte mi sono sentito così, ma ho scelto di mettere Dio prima di me stesso e il mio primo compito è ubbidirgli. Non ho nulla contro di loro come persone in sé, ma per me come ebrei stanno sbagliando e mi piacerebbe che si ravvedessero; meno male che almeno non sono sionisti. Tuttavia anche voi ricercate la pace. Siete pacifisti? Sì, certo, come è stato per secoli. Noi ci troviamo benissimo con gli arabi, che ci hanno accolto nei loro Paesi quando in Europa venivamo perseguitati. Anche qui nel quartiere c’è una famiglia palestinese con cui andiamo d’accordissimo. Noi non ci poniamo la questione se siamo pacifisti. Da quando siamo in esilio abbiamo accettato di non poter usare nessun tipo di arma, non possiamo nemmeno tenere in tasca un coltellino svizzero; certo, se uno mi aggredisse saprei difendermi in maniera istintiva. Ricerchiamo la pace e il dialogo perché Dio lo vuole, questo è l’animo con cui siamo andati in Iran, in Libano, a Gaza e in tanti altri luoghi e ci siamo sempre trovati benissimo. Nel 2005 ero pronto a salire a bordo della Flottiglia Marmara, quella che partì dalla Turchia. Poi mi arrivò il verdetto di un nostro consiglio superiore: diceva che non era opportuno, era un’azione troppo lontana dalla nostra policy e sarei stato un bersaglio perfetto. Ho ubbidito. Lui poco fa mi ha detto che si era accorto di mettere a disagio Alexandria Ocasio-Cortez, ma che cosa sto facendo io adesso? Lo tormento sui temi a me cari. Decido di saltare la domanda sulla disobbedienza civile e le tecniche di resistenza nonviolenta. Mi tornano in mente le conversazioni nel cubicolo polveroso di Dharmananda Jain (ho vissuto qualche mese all’interno della comunità jainista di Delhi); conosco il mondo fatto di circoli chiusi, di gruppi il cui unico interesse è salvaguardare e ripetere senza soluzione di continuità il proprio canone. Lo stesso mondo dello yoga a cui appartengo non fa eccezione. Il punto su cui riflettere è che queste realtà sanno benissimo come comunicare tra loro, fare accordi e rispettarsi. È con noi che stridono. Sono passate più di tre ore e Rabbi Weiss è un fiume in piena; racconta della sua famiglia, in buona parte perita nell’olocausto, del movimento della Neturei Karta, delle innumerevoli contraddizioni dei sionisti, della grande soffrenza dei palestinesi, del regno di Dio che non sarà riservato solo a loro, anzi, ci tiene a dirmi che, sebbene non possa spiegarmi come avverrà, il cambiamento sarà metafisico e tutti insieme confluiremo nella gioia divina. Sembra che non voglia mandarci più via: “Sono contento se state qui fino a stasera, potete rimanere tutto il tempo che volete,” mi dice. Da quanto era che non ricevevo una tale ospitalità, una tale attenzione? Tempo dedicato a me, alle mie domande, senza che mai questo signore abbia guardato l’orologio, dimostrato stanchezza o fastidio per le sciocchezze che posso aver chiesto?  Quale autorità, religiosa o mondana che fosse, oggi mi avrebbe ricevuta donandomi tutto il suo tempo?  Noi che diamo a tutto un prezzo. E come società aperta, progressista ed evoluta quanto siamo capaci di tollerare vicino a noi un sistema chiuso?   Oggi siamo impegnati a dar contro all’hijab mussulmano e pensiamo che se preferisci farla nel bosco invece che nella tazza devi essere visitato dallo psichiatra, ma quando realizzeremo che anche le ebree ortodosse sposate si devono coprire il capo? Che gli ebrei ortodossi non mandano i loro figli alle scuole pubbliche e li tengono protetti dentro la comunità? Quale battaglia civile ci inventeremo? Rabbi Weiss sa bene di non essere al sicuro, ma più di tutto sa di dare fastidio agli ebrei riformati, sionisti e non e ne soffre. Un Rabbi Weiss ci sarà sempre, chiuso nella sua figura austera vestita a lutto, a ricordargli come dovrebbero vivere in esilio.  Si può ascoltarlo o ignorarlo, di certo non si può cambiarlo. Lui non potrà mai farci davvero del male. Dio gli ha proibito il potere politico e l’esercito e lui può solo parlare. Questa è la funzione della Neturei Karta: parlare a voce alta. Ci salutiamo calorosamente e mi regala i dolcetti.   Marina Serina