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“Page against the machine”, libreria indipendente e punto d’incontro di attivisti
A volte bisogna lasciare le grandi piazze per trovare le chicche nascoste. La libreria indipendente “Page Against The Machine” è un gioiellino incastonato nella cittadina costiera di Long Beach, nella California del sud. Ne parliamo con Chris Giaco, che l’ha aperta nel 2019 e ne è l’anima. Ad aprile saranno sette anni che ho aperto la libreria; prima di allora non avevo mai pensato di fare una cosa simile. Mi sono sempre mosso tra i libri: già mentre studiavo al college integravo il costo della retta lavorando in un negozio del settore. Poi sono stato assunto da grandi catene come Barnes & Noble e da diverse librerie specializzate. Mi piacciono i libri e mi piace leggere. L’altra mia grande passione è la politica e a un certo punto le due cose sono confluite. Negli anni avevo accumulato un piccolo capitale di letteratura underground; erano libri ricercati che incuriosivano i giovani frequentatori di “inretrospect”, un vintage store dove ogni venditore esponeva la propria merce e io avevo messo in piedi una bancarella di libri. Ma i costi del locale erano troppo alti, quindi chiudemmo e mi ritrovai a vendere in rete. L’attività non andava per nulla male, senonché un’amica mi presentò questo spazio, che come vedi non è molto grande; mi piacque e tra me e me dissi ‘al limite starò qui da solo a imbustare libri che spedirò in giro per gli Stati Uniti, sarà come stare in ufficio’.  E invece Page Against The Machine è tutt’altro che deserta. La libreria di Chris svolge un ruolo fondamentale per la comunità, offrendosi come punto d’incontro per numerose realtà che denunciano il genocidio dei palestinesi, sostengono i membri più deboli sotto assedio da parte dell’ICE e promuovono istanze di democrazia e civiltà, per esempio mozioni contro la guerra e i tagli causati dal roboante “Big Beautiful Bill” voluto da Trump e imposto al popolo americano. Una volta al mese c’è l’assemblea plenaria e il negozio si riempie di sedie e di attivisti di ogni età. Chris mi confessa che considera l’attivismo il suo primo impegno, più del suo essere un commerciante. “Non scelgo i libri da mettere in vetrina consultando cataloghi specializzati che fotografano l’andamento del mercato. Ordino i libri pensando a quali meritano di essere letti, quali possono stimolare il lettore a pensare, a costruirsi una coscienza critica”. Con una tale intenzione, quale nome più azzeccato di “Page Against The Machine”? La sostituzione di “Rage” (dalla band losangelina “Rage Against The Machine”, sulla scena musicale dagli anni Novanta e da allora tenacemente impegnata nel denunciare l’iniquità del sistema capitalista) con “Page” non è stata una trovata di Chris: l’ha “colta” per strada, ma il lavoro di ricerca e di dedizione alla causa, a una cultura libera da interessi commerciali, certamente ne esprime appieno lo spirito e l’intuizione che nelle pagine scritte, almeno in alcune di esse, si trovano risorse rivoluzionarie. Da qualche tempo a questa parte incontro ragazzi arrabbiati, a volte furiosi, contro il proprio Paese, che rivolgono feroci critiche all’istituzione scolastica; dicono che li ha imbrogliati. Mi spieghi che cosa sta succedendo nella società americana? Siamo cresciuti con il mito di essere nati nel miglior Paese al mondo, con il miglior sistema di governo, dove regnava la democrazia… pensavamo di essere il modello di libertà per il mondo. Per decenni tutto ha concorso a farcelo credere. C’erano pochi canali televisivi e ogni scuola ripeteva le stesse cose; ognuno si confrontava solo all’interno del proprio ambiente; la gente era come ipnotizzata dentro una bolla a tenuta stagna. Ad esempio ai tempi della guerra in Iraq lavoravo nella libreria di un museo e appena potevo cercavo di spronare i giovani di allora a capire che cosa stesse accadendo, ma non gli interessava mettere alla prova le loro convinzioni, nemmeno quando cercavo di spaventarli prospettando una guerra mondiale. Oggi è tutto diverso. I ragazzi che vengono da me sono curiosi e avidi di nuove idee e non sembrano soffrire delle idiosincrasie che ero solito vedere tempo fa; per esempio gli americani erano così spaventati, quasi traumatizzati, dallo spettro del comunismo, che avevano persino paura di leggere un libro di Marx.  Oggi la bolla non tiene più. Quali sono i fattori che stanno rompendo la bolla? Da quando c’è Trump è venuto tutto a galla, ma è da un po’ che il pentolone bolle. Sicuramente viaggiare ha concorso a far traballare il mondo incantato: ogni volta che un americano esce dal Paese scopre di non essere visto come un eroe. L’aver accesso a un’informazione diversificata, per esempio riguardo alla Palestina e a Israele, è stato scioccante, ma più di tutto è nella vita di ogni giorno che lo stridere del mito con la realtà è diventato assordante. Mai come oggi l’americano medio percepisce una frattura tra ciò che il sistema racconta e come viviamo. Esci dalla scuola speranzoso ed entri in un mondo dove quasi tutto ti è negato; non trovi un lavoro decente e non puoi nemmeno permetterti di sognare un mutuo. Il sistema non funziona più, tutto è instabile. Page Against The Machine è la prima libreria indipendente con cui sono entrata in contatto. Perdonami l’ignoranza, ma pensavo quasi che negli Stati Uniti non ce ne fossero. Raccontami di questa realtà. Certamente la grande distribuzione online e i megastore che vendono di tutto hanno schiacciato il mercato delle librerie e ci sono state diverse chiusure, anche importanti, ma recentemente qualche segnale di rinascita si vede. Intanto ci siamo specializzati e questo piace ai lettori: da me vieni se cerchi un libro di politica, un saggio impegnato, ma se percorri la via ne incontrerai altri che offrono tutto sulla cucina, sull’infanzia, sul giardinaggio. A Long Beach siamo almeno sei librai indipendenti, a Los Angeles sono ancora di più. Inoltre i nostri clienti non solo sono scrupolosi e chiedono un prodotto di qualità, ma sono anche persone informate che si sforzano di essere coerenti con i loro valori. Ci scelgono perché rifiutano il sistema dei grandi portali alla Amazon e perché hanno capito che tornare ad acquistare un libro fatto di carta è una forma di libertà.  Senza rendercene conto stiamo delegando il controllo di libri e musica alle compagnie High Tech e molti si stanno stufando di questa dipendenza. Ti va di suggerire qualche titolo ai lettori di Pressenza? Volentieri. Posso condividere la classifica dei “best sellers” di gennaio secondo i lettori di Page Against The Machine; del resto, come dico sempre, i clienti sono i co-curatori del negozio; ti assicuro che è vero. Mutual Aid, di Dean Spade 1984, di George Orwell Create Dangerously, di Albert Camus Read This When Things Fall Apart, di Kelly Hayes A Very Short History of the Israel-Palestine Conflict, di Ilan Pappe Page Against The Machine, benché piccina, è curata in ogni dettaglio, non le manca nulla e misteriosamente non si ha mai la sensazione di affollamento. Occupa due stanze; in quella più grande tra gli scaffali trovano spazio opere d’arte, installazioni e una collezione di manifesti satirici sul potere, ci sono il tavolo delle occasioni e persino l’angolo lettura con due comode poltroncine e un tavolino. Non ci sono prodotti da banco, né gadgets, né snacks. Chris intrattiene un rapporto di amicizia con i libri, lo si percepisce appena si varca la porta del negozio ed è la prima cosa che mi ha detto: “Sono un book lover”; lavora con loro, non li sfrutta. Quando ci sono amore, passione, onestà, il mondo ritrova l’equilibrio; la vita che si muove attorno a Page Against The Machine ne è un bell’esempio.     Marina Serina
March 5, 2026
Pressenza
Israelizzazione di scuole e università in Italia, scolasticidio in Palestina
La grave crisi del sistema educativo palestinese non sta solo nei 110 studenti e studentesse di Gaza vincitori e vincitrici delle borse  di studio IUPALS per l’Italia, (vedi l’appello del prof. Violante della Statale di Milano (clicca qui), che rischiano di perdere anche il secondo semestre universitario. Nell’intervista a Michele Giorgio su Radio Onda d’Urto per la rubrica settimanale Scuola Resistente, viene denunciata una forte pressione israeliana, soprattutto sull’UNRWA, riguardo ai libri di testo palestinesi, accusati da Israele di promuovere il terrorismo; ciò si traduce in una vera e propria censura con modifiche nei contenuti scolastici, inclusi cambiamenti linguistici, culturali e sui luoghi geografici. Michele Giorgio, inviato a Gerusalemme per il Manifesto è il direttore del noto sito di informazioni Pagine esteri, descrive un fenomeno da più parti definito “scolasticidio”: molte scuole sono state distrutte o danneggiate e quelle rimaste funzionano spesso come rifugi per sfollati, diventando spesso obiettivi militari con danni alle strutture gravissimi. Nei libri scolastici israeliani la storia palestinese è palesemente assente e la situazione si è aggravata dopo l’approvazione della legge fondamentale del 2018 che equipara lo Stato di Israele ad uno stato confessionale tagliando definitivamente qualsiasi Ponte culturale possibile tra ebrei e “non-ebrei”: la disumanizzazione associata alla negazione della specificità etnica palestinese, sono gli altri  tratti distintivi della pulizia etnica che va avanti da 80 anni inserendosi all’interno dei programmi scolastici israeliani.  La situazione attuale viene fatta risalire, quindi, a processi iniziati ben prima del 7 ottobre e riacceleratisi dopo gli accordi di Oslo. A Gerusalemme Est, sotto controllo israeliano, la situazione è paradigmatica: le scuole hanno dovuto adottare programmi e testi conformi al sistema educativo israeliano, mentre crescono le pressioni per estendere questo modello all’intero sistema scolastico palestinese, già colpito da forti tagli ai finanziamenti. Notevoli, inoltre, sono anche le difficoltà pratiche quotidiane: limitazioni agli spostamenti degli insegnanti, stipendi bassi e condizioni lavorative che compromettono la qualità dell’istruzione. La popolazione palestinese ha sempre fatto della qualità e del livello elevato di istruzione diffuso un punto di forza della propria capacità di resistenza alle difficoltà ma in questi ultimi due anni questo modello è seriamente messo in pericolo. Clicca qui per ascoltare la puntata su Radio Onda d’Urto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Ripartirà il 12 aprile la Global Sumud Flotilla
“Per Gaza il rischio più grave è la nostra assuefazione: abituarsi alla distruzione sistematica, alla fame diffusa, all’idea che milioni di persone possano vivere indefinitamente senza diritti e senza futuro”. Maria Elena Delia racconta la nuova missione della Flotilla Nell’ultima missione della Global Sumud Flotilla, conclusa tra fortissime tensioni diplomatiche e ostacoli operativi, diverse imbarcazioni sono state bloccate o costrette a deviare la rotta prima di raggiungere le coste di Gaza. I volontari hanno denunciato ritardi nelle autorizzazioni, controlli straordinari nei porti di partenza e restrizioni crescenti nei corridoi umanitari. Nonostante la natura dichiaratamente civile e sanitaria dell’iniziativa, l’accesso è rimasto incerto fino all’ultimo, confermando quanto il controllo dei punti di ingresso rappresenti oggi uno snodo politico centrale. È in questo clima che Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Flotilla, annuncia una nuova e ancora più ampia missione, con partenza prevista per il 12 aprile 2026. Un’iniziativa che si propone non solo di portare aiuti umanitari, ma di sfidare apertamente quella che definisce la “normalizzazione dell’isolamento” di Gaza. Perché avete deciso di ripartire proprio il 12 aprile 2026? Abbiamo deciso di ripartire il 12 aprile 2026 perché a Gaza non è in corso una generica “crisi complessa”, come troppo spesso viene raccontato, ma una catastrofe umanitaria e politica di proporzioni storiche che il mondo sta progressivamente normalizzando. Come portavoce della Global Sumud Flotilla sento il dovere di dirlo senza attenuanti: ciò che sta accadendo non può essere ridotto a un’emergenza temporanea, né nascosto dietro un linguaggio neutro che finisce per rendere accettabile l’inaccettabile. Qual è oggi la situazione nella Striscia di Gaza? Oggi a Gaza milioni di persone vivono in condizioni che non hanno equivalenti recenti per durata e intensità. Interi quartieri sono stati cancellati, infrastrutture civili essenziali distrutte, sistemi sanitari collassati. Ospedali operano senza forniture adeguate, l’accesso all’acqua potabile è drasticamente limitato, la malnutrizione – soprattutto tra i bambini – cresce in modo allarmante. Non si tratta di una difficoltà transitoria: è una condizione strutturale che sta compromettendo la sopravvivenza stessa della popolazione. Alla distruzione materiale si accompagna una frattura sociale profonda: scuole chiuse, famiglie disperse, comunità costrette a vivere in un’insicurezza permanente. Come giudicate la narrazione internazionale che parla di “fase post-conflitto” e ricostruzione? Assistiamo a una narrazione mediatica sempre più distante dalla realtà sul terreno. Si parla di “fase post-conflitto” e di ricostruzione mentre gran parte del territorio resta inabitabile. Si insiste sull’idea che la guerra sia alle spalle e che si stia entrando in una fase di stabilizzazione, quando milioni di civili continuano a non avere accesso a cure, sicurezza o libertà di movimento. Questa rappresentazione, apparentemente neutrale, oscura la dimensione politica del problema: l’isolamento sistematico di un’intera popolazione e la progressiva istituzionalizzazione di questo isolamento. Se davvero fossimo in una fase di pace, non dovrebbe esserci alcun ostacolo all’ingresso di una missione civile e umanitaria come la nostra. In cosa consiste concretamente la nuova missione della Flotilla? La missione che stiamo organizzando è la più ampia mai realizzata in questo contesto: oltre cento imbarcazioni, più di tremila partecipanti provenienti da oltre cento Paesi, almeno mille operatori sanitari insieme a ingegneri, educatori, osservatori dei diritti umani e giornalisti. Porteremo beni essenziali – alimenti, medicinali, attrezzature mediche, sistemi per la potabilizzazione dell’acqua, materiali scolastici – ma molti professionisti non intendono limitarsi alla consegna degli aiuti. Sono pronti a restare sul posto per contribuire concretamente alla ricostruzione sanitaria, sociale e infrastrutturale. La partenza principale avverrà da Barcellona, con la convergenza di imbarcazioni provenienti da diversi porti del Mediterraneo, inclusi scali italiani e tunisini. Parallelamente stiamo organizzando un convoglio terrestre attraverso il Nord Africa per raggiungere il valico di Rafah. È una strategia multilivello: moltiplicare le rotte significa contestare concretamente la logica del controllo degli accessi. Qual è il significato politico della vostra iniziativa? Non intendiamo limitarci a un’azione umanitaria emergenziale. L’assistenza è necessaria per salvare vite nell’immediato, ma senza una pressione civile e politica internazionale esiste il rischio concreto che l’emergenza diventi la nuova normalità. In questo contesto si inserisce anche la proposta del cosiddetto Board of Peace, che dal nostro punto di vista non rappresenta una soluzione neutrale, ma il tentativo di formalizzare una nuova architettura di potere sul territorio: una governance esterna che rischia di trasformare Gaza in una sorta di protettorato contemporaneo, dove le decisioni fondamentali su sicurezza, ricostruzione e gestione delle risorse verrebbero prese al di fuori della volontà della popolazione. La nostra presenza ha un significato politico preciso: affermare che l’accesso agli aiuti non può essere usato come strumento di pressione e che il diritto umanitario non può essere subordinato a logiche militari o geopolitiche. Siamo consapevoli dei rischi. Ma oggi il rischio più grande non è quello che corriamo noi. Il rischio più grave è l’assuefazione: abituarsi alla distruzione sistematica, alla fame diffusa, all’idea che milioni di persone possano vivere indefinitamente senza diritti politici reali e senza prospettive di futuro. Ripartiamo perché riteniamo che il silenzio e la normalizzazione siano ormai parte del problema. La nostra missione vuole interrompere questa dinamica: riportare l’attenzione sulla realtà, riaffermare la centralità dei diritti umani e impedire che la crisi di Gaza venga trasformata in una condizione permanente accettata dal mondo.    Laura Tussi
February 28, 2026
Pressenza
Intervista collettiva al Comitato Varesino per la Palestina
Abbiamo intervistato alcuni componenti dello storico Comitato Varesino per la Palestina per farci raccontare la loro esperienza da attivisti Pro Pal nella Città Giardino. Abbiamo parlato con Filippo Bianchetti e Fiorella Gazzetta, entrambi medici di medicina generale in pensione; Nada Urso ci ha parlato dei progetti in corso, mentre Giulia Dragonetti e Donata Scacciotti sono attive anche nel movimento pacifista Donne in nero. Come nasce il Comitato Varesino per la Palestina (CVP)? Filippo: Nel 2002 sono stato in Cisgiordania come medico e quando sono tornato ne ho scritto e parlato; da lì si è mosso un bel gruppo di persone che non ha mai smesso di partecipare, tenendo alta l’attenzione sulla causa palestinese. Ci sono stati momenti in cui la partecipazione è stata più intensa e altri in cui è diminuita, ma il Comitato è sempre stato attivo, facendo tantissime cose.  Ci puoi raccontare dei viaggi a Gaza e in Cisgiordania? Filippo: Abbiamo fatto diversi viaggi: a cavallo tra il 2008 e il 2009, ai tempi dell’operazione Piombo Fuso, una campagna militare israeliana contro la Striscia di Gaza che uccise 1.400 persone, di cui 300 bambini, Fiorella ed io abbiamo potuto andare là in veste di medici. Arrivammo una quarantina di giorni dopo il termine del massacro tramite due associazioni: il Forum Palestina di Roma, e Mente e Guerra di Imperia (un gruppo di psicologi e psichiatri). In quella occasione abbiamo conosciuto Vittorio Arrigoni, con cui siamo poi sempre rimasti in contatto, creando un intenso legame di amicizia. A un anno da Piombo Fuso una quindicina di persone da Varese hanno partecipato alla Gaza Freedom March , che aveva l’intento di raggiungere Gaza passando dall’Egitto. Eravamo1500 persone di una cinquantina di nazioni, tra cui 150 italiani. Il regime di Mubarak negò il permesso per l’ingresso a Gaza, costringendoci a manifestare al Cairo. Nel 2012, ad aprile, a un anno dall’assassinio di Vittorio Arrigoni, una delegazione del CVP è stata a Gaza, facendo molta fatica a entrare: siamo riusciti a stare dentro la Striscia solo per 48 ore e abbiamo visitato i nostri contatti, fra cui molti conoscenti di Vittorio. In questi viaggi siamo entrati in contatto con molte persone, fra cui importanti figure palestinesi e israeliane e con parecchi gruppi filopalestinesi italiani. Nel 2014 Fiorella ed o siamo stati in Libano, a titolo individuale volontario, per una breve missione sanitaria nei campi profughi palestinesi con Palmed Italia – Associazione dei Medici Palestinesi in Italia. In quell’occasione abbiamo conosciuto il Dr.  Raed Almajdalawi, originario di Gaza ma medico radiologo a Brescia, che in seguito è venuto diverse volte a Varese, invitato dal CVP per incontri pubblici.  Chi sono gli attivisti del CVP? Fiorella: Sono persone di ogni tipo. Ci sono studenti, operai, pensionati e attivisti di altre associazioni o gruppi come ANPI, Donne in Nero, Abbasso la Guerra di Venegono, BDS e altri. Quali attività significative sono state svolte nel tempo? Fiorella: Nel corso di questi anni abbiamo fatto molte cose: organizzato manifestazioni, incontri pubblici con personalità di spicco, conferenze, mostre, iniziative di boicottaggio, presentazione di gruppi musicali gazawi, incontri nelle scuole. Abbiamo fatto conoscere ai cittadini varesini personalità importanti come: Omar Barghouti, attivista palestinese per i diritti umani, cofondatore di BDS e vincitore del premio Gandhi per la Pace 2017; Oren Yiftachel, professore israeliano di geografia politica, noto per il suo attivismo attento alla causa palestinese;  Mohammed al-Halabi, funzionario della municipalità di Gaza; la famiglia Abusalama, che ci ha ospitato a Gaza e che poi abbiamo ospitato più volte a Varese; il compianto Alfredo Tradardi, con la moglie Diana Carminati, docente di Storia all’Università di Torino, due figure di spicco nella realtà torinese e italiana in difesa della Palestina. Abbiamo avuto molti contatti e collaborazioni con le realtà lombarde e piemontesi, ma anche di varie altre regioni italiane. Io e Filippo, essendo medici di base siamo stati tra i primi a rifiutare visite da informatori della gigantesca multinazionale farmaceutica israeliana TEVA e a sostenerne il boicottaggio. A quali progetti state lavorando attualmente? Nada: stiamo lavorando a prossime manifestazioni di piazza, a conferenze e mostre di interesse storico-politico e a eventi artistici, come sempre. Al momento abbiamo all’attivo, insieme al gruppo Tenda per la Palestina e contro le armi, una Rassegna di libri intitolata Lib(E)ri tutti: il 21 febbraio abbiamo presentato il libro “Palestina Eroica” di Umberto Lucarelli e il 27 febbraio “Olocausto Palestinese” di Angela Lano. Stiamo cercando uno spazio al coperto per proseguire con il progetto della “Tenda per la Palestina e contro le armi”. Lo scorso autunno era stata installata una vera tenda nel cortile della Biblioteca Civica di Varese e ora vorremmo dare continuità a quel progetto insieme ad altre associazioni e realtà interessate alla causa palestinese e al disarmo. Filippo: Recentemente avevamo appeso uno striscione con la scritta Restiamo Umani sulla cancellata del Comune di Varese, con tutte le autorizzazioni del caso, ma è stato rubato da ignoti. Abbiamo fatto denuncia, ma purtroppo non ci aspettiamo ulteriori sviluppi in merito. Donata: da fine luglio 2025 continuiamo a fare rumore ogni sabato sera in piazza del Garibaldino a Varese. Questa attività non è molto partecipata come nei mesi del viaggio della Flotilla, ma c’è un gruppo di trenta, quaranta persone che resiste e ottiene comunque visibilità e ascolto nel centro della città. Sarebbe bello essere di più, ma noi non demordiamo.  Come vedete la situazione in merito al Board of peace (BOP)e alla partecipazione dell’Italia come osservatore? Filippo: Il governo italiano è stato denunciato alla Corte Internazionale di Giustizia per complicità nel genocidio già prima della sua partecipazione al BOP. Il BOP si configura come l’ONU privata del presidente USA Donald Trump che, insieme a Israele, sta esautorando l’ONU, quella vera. Come state valutando e gestendo il possibile DDL sull’antisemitismo? Filippo: La criminalizzazione della resistenza palestinese e quella delle legittime critiche alle politiche sioniste procedono contemporaneamente in molti Stati occidentali che sostengono in tutti i modi quelle politiche. Sembra proprio che i popoli di quegli stessi Paesi non siano d’accordo con i loro governi. Questa contraddizione fondamentale non potrà durare a lungo. Che riscontro trovate nelle persone sul territorio, sia come cittadini sia come istituzioni? Collaborate con altre associazioni? Fiorella: Ultimamente si è sentita molto la collaborazione delle istituzioni e anche delle scuole, dove veniamo chiamati a parlare di Palestina. Per ovviare al problema delle circolari ministeriali che impediscono al personale scolastico di affrontare la questione palestinese gruppi di (alcuni) ragazzi interessati all’argomento si organizzano come soggetto studentesco e chiamano il CVP  per incontri informativi (a partecipare al dibattito). Ad esempio, al Liceo artistico Frattini gli studenti hanno organizzato delle raccolte fondi, a cui hanno aderito anche alcuni professori, per Gazzella Onlus e Amnesty International. Siamo stati invitati anche in due scuole in Piemonte. Donata: Collaboriamo con altre realtà come il gruppo varesino del movimento delle Donne in Nero, nato in Israele nel 1988, presente ormai in diversi Paesi del mondo, che si caratterizza per una forte opposizione alla guerra e al militarismo. Il loro presidio è presente un paio di volte al mese in corso Matteotti, all’angolo con piazza Monte Grappa, con le modalità del silenzio e del volantinaggio. Il loro motto è FUORI LA GUERRA DALLA STORIA. Filippo: Abbiamo punti di contatto con il Collettivo da Varese a Gaza. Ci sono diverse occasioni per incontrarsi e coordinarsi. Insieme abbiamo organizzato varie attività e facciamo incontri periodici.  Fiorella: È sempre auspicabile una più intensa collaborazione con loro, visto che siamo sullo stesso territorio e ci occupiamo della stessa causa. Infatti, insieme stiamo dando supporto a due studenti universitari gazawi che stanno frequentando l’Università dell’Insubria di Varese. Cosa vi dà la forza per continuare nel vostro impegno per la Palestina nonostante tutto? Fiorella: la ricerca di giustizia. Donata: la rabbia. Filippo: La forza viene dall’osservazione dei palestinesi e della loro resistenza. Sicuramente ognuno di noi ha delle motivazioni personali di tipo etico e di coscienza. E poi ci sono tutti i motivi politici, sociali e culturali che non possiamo ignorare. Il nostro scopo è aumentare la consapevolezza delle persone e questo dovrebbe stimolarne la coscienza politica, nel senso più largo. Siamo persone che hanno visto, toccato con mano e a lungo osservato quello che succede a Gaza e in tutta la Palestina e non possiamo ignorarlo. C’è qualcosa che vorreste aggiungere? Filippo: Mi piacerebbe che si raccontasse di Vittorio Arrigoni, che ho ricordato durante la spedizione della Flotilla ad agosto/settembre. Suggerisco di guardare l’intervista molto toccante a Egidia Beretta, la sua mamma, sul canale YouTube del CVP: https://youtu.be/snSbUTF8CIg?si=xZITgfTukaGMfH_6 che è una bellissima testimonianza di chi è stato Vittorio. Per contatti e iniziative:  Pagina Instagram: https://www.instagram.com/comitatovaresinoperlapalestina/ Canale YouTube: https://www.youtube.com/@comitatovaresinopalestina Monica Perri
February 27, 2026
Pressenza
Alla fiera del genere e dell’editoria indipendente. Oblivion 2.0
Il sole primaverile è l’unica nota piacevolmente stonata nell’iconografia dark di Oblivion, la “fiera del libro, del fumetto e dell’irrazionale” che ha animato l’ultimo weekend di febbraio  (21-22) presso gli spazi romani della Città dell’Altra Economia, nel complesso dell’ex Mattatoio di Testaccio.  Alla prova della seconda edizione, la manifestazione ha riproposto la formula con cui ha esordito lo scorso anno,  presentandosi a sorpresa in un panorama fieristico apparentemente anchilosato e incapace di rinnovarsi. L’obiettivo di Oblivion – nata dalla cospirazione intellettuale  di un editore (Emmanuele Jonathan Pilia), un filosofo (Claudio Kulesko) e uno scrittore (Paolo Di Orazio) – non sembra tanto voler occupare nicchie di mercato che l’editoria mainstream fatica a presidiare. La sua prerogativa sembra piuttosto quella di riunire attorno ad un immaginario largo e condiviso – che oggi coincide grossomodo con la letteratura di genere e le narrative emergenti dei formati elettronici – il pubblico di quanti effettivamente lo costituiscono. “Menti affini e curiose”, giovani e veterani, fan e militanti. In pratica la folla di chi scrive, legge o pubblica fantasy, horror, fantascienza, ecc., lasciando tutto il resto – distributori,  BookToker istituzionali, aree VIP – al di fuori del format. Un modello che, ridotto all’osso,  intende ancorare la passione dei molti ai conti della serva,  con una scelta di campo non indifferente in termini di lavoro culturale e – forse soprattutto –  di linguaggio politico.  Ne parliamo con Emmanuele, lo scienziato matto dietro al progetto di Oblivion, che ringraziamo per aver accettato di confrontarsi con Pulp Magazine. PULP: Quale è stata l’idea guida che ha ispirato Oblivion? Che vuoto intende coprire la manifestazione nell’offerta fieristica, in un panorama dove non passa giorno senza l’annuncio di una nuova fiera del libro? EMMANUELE JONATHAN PILIA: Oblivion nasce da un’idea molto semplice: creare una fiera che potesse focalizzarsi sul punto di vista di chi i libri li fa (case editrici e autrici e autori) e chi i libri li legge (lettrici e lettori, e da quest’anno anche giocatrici e giocatori), con alcuni punti fermi. I principali sono emersi ragionando sul momento di crisi di alcune fiere del libro di natura generalista, che nonostante il pubblico di diverse volte più alto che riesce a portare, deve per sua natura impostare una comunicazione che mira ad allargare il target di riferimento, addirittura a persone che non è detto che siano lettori. Con questo non voglio criticare le fiere generaliste, ma è iniziato un percorso di pulizia delle superfetazioni non indispensabili per il funzionamento di una fiera, come aree VIP e lounge, o servizi molto costosi ma poco utili. Il risultato è stato un business plan ridotto all’osso e completamente votato alle spese legate alla logistica, alla promozione e ai servizi a case editrici e a chi la fiera l’ha poi visitata. Questa riduzione del budget ci ha spinti così a ragionare molto su spese in target, per attrarre solo uno specifico tipo di pubblico. Un pubblico coraggioso e aperto alla sperimentazione, un pubblico che ama essere sfidato, un pubblico curioso. Avere gli occhi puntati su case editrici e a chi fruisce effettivamente dell’evento fiera, poi, ci ha guidato in molte scelte: ad esempio, stop alle presentazioni e massima apertura invece agli approfondimenti tematici e ai progetti; ingresso gratuito; costi ridotti all’osso per gli editori; cercare aree facilmente raggiungibili. E molto altro.. PULP: In questa seconda edizione l’affluenza è cresciuta del 30%  rispetto allo scorso anno (5.000 presenze) e la crescita d’interesse non sembra casuale, considerati anche il limite degli spazi e delle spese di marketing. Che soggetti intercetta Oblivion, lato visitatori, che non troveremmo a PLPL o a Torino ? EJ PILIA: Come dicevo prima, abbiamo ragionato sul margine, e il nostro margine è quello della letteratura fantastica con un focus apertamente politicizzato e militante. Il risultato è che la fiera è diventata “virale” a tutti i soggetti sul territorio nazionale che intendono tuffarsi nel mondo elettro-oscuro che abbiamo creato! Parlando di comunicazione, questo ci ha aiutato a parlare al giusto pubblico, spendendo meno. Metto molta enfasi su questa cosa del budget perché essendo anarco-comunista sono anche materialista – in senso marxista del termine – e quindi è bello sognare, sì, ma sempre ricordandosi della messa a terra dei progetti. PULP:  Oblivion scommette su libri e autori italiani.  Quanto  è importante qui  l’incontro con  gli autori, che soprattutto nel fantasy sono riconosciuti se vuoi anche in ottica di fan service?  E come inquadrate invece il fenomeno dell’auto produzione, dell’autore editore? EJ PILIA: Secondo me è fondamentale, perché a differenza della letteratura c.d. borghese, il confine tra chi scrive e chi legge letteratura fantastica è spesso sfumato. L’ecosistema di influencer, appassionate e appassionati, scrittrici e scrittori, ma spesso anche editrici ed editori, è sfumato e non è sempre chiaro dove poter tracciare una linea. Inoltre, c’è da dire una cosa: l’appassionato di letteratura fantastica ha spesso una preparazione quasi di livello accademico riguardo alla propria passione. Questo è vero per chi ha la passione di Tolkien come di Star Trek, ed è altrettanto vero per i fan di Alda Teodorani o di Paolo Di Orazio. Chi legge letteratura fantastica cerca il contatto con autrici e autori perché vuole saperne di più, vuole entrare ancora più in profondità nei mondi narrativi in cui vogliono perdersi. Ma questo non è escapismo: è un modo laterale di vedere il mondo. Come dicevo prima, Oblivion è una fiera militante. La convinzione del collettivo Oblivion è che la fantascienza abbia un punto di vista privilegiato sul mondo, che riesca a esplorarlo in modo più disinibito rispetto a molta letteratura realista, proprio perché può osare di più. Come la letteratura barocca, che nascondeva dietro volute e iperboli i propri messaggi teosofici e politici, la letteratura borghese nasconde dietro mostruosi eserciti di demoni l’orrore del genocidio palestinese e a complessi sistemi cyberpunk la truffa del mercato finanziario. PULP: Oblivion mette in rete le piccole realtà della letteratura di genere. Quante realtà come quelle che abbiamo incontrato qui esistono in Italia oggi? Come vedi in prospettiva il loro potenziale nei prossimi anni? Che ruolo possono giocare rispetto a Mondadori e alle major? EJ PILIA: Ci sono piccole realtà, ma anche meno piccole. L’ecosistema della narrativa fantastica è in continua espansione, perché mosso da un contatto stretto tra arte, fandom e passione. Case editrici come Mondadori hanno avuto un ruolo fondamentale in Italia, basti pensare al ruolo in Italia di Urania. La differenza con il passato è che ora ci sono progetti come quelli presentati a Oblivion che esplorano dimensioni che una major non può permettersi di esplorare. Penso alla dimensione demoniaca evocata da case editrici come Hollow Press o Nigredo Press, all’analisi del sud globale di Future Fiction, al lavoro di ricerca quasi da ceramista di Safarà, Moscabianca o Zona 42, o – e perdonatemi se mi ci metto anche io – alla dimensione politica che cerchiamo di costruire con D Editore/Intermundia.  PULP: Recentemente ti sei espresso  in termini molto critici rispetto alla distribuzione libraria tradizionale che oggi rischia di strangolare  l’editoria indipendente, anche a causa di una certa dose di inesperienza e di masochismo degli editori. Puoi riassumere per sommi capi i termini del tuo ragionamento? EJ PILIA: Diciamo che il problema può essere riassunto così: la grande distribuzione approfondisce il mercato in modo da rendere impossibile la promessa alla base, ossia portare i libri degli editori in tutte le librerie. Questa promessa è impossibile da rispettare sia dal punto di vista numerico (un editore dovrebbe sfornare quasi 20.000 copie di un titolo per essere ovunque) sia perché la grande distribuzione non può comunicare in modo efficace i libri ai librai che si servono da loro. Ma sarebbe strano il contrario: come fai a comunicare a una libreria che si occupa di bambini gli stessi libri di una libreria erotica o esoterica? D’altro lato, i costi di resi, trasporto e percentuali che il distributore trattiene per svolgere il suo lavoro erodono i margini in modo tale da rendere semplicemente antieconomico distribuire con queste strutture. Se pensiamo che l’editore, a fine ciclo, potrebbe non guadagnare che pochi centesimi per copie vendute (e questa volta non è un eufemismo: si parla di € 0,10-0,20) capiamo la dimensione del problema. PULP: Cosa vuol dire “Fiera del libro, del fumetto e dell’irrazionale? Cosa rappresenta oggi l’irrazionale come carica trasformativa e politica? EJ PILIA: Il termine irrazionale che usiamo come pay off è usato a metà strada tra autoironia e manifesto politico. Se il mondo che ci circonda è sempre più caotico, tanto che ogni strumento di analisi diventa inutilizzabile, allora dobbiamo affidarci all’irrazionale. Ma questa che può sembrare una provocazione, è in realtà una strada molto più profonda che vogliamo percorrere. Lo ripeto: possiamo leggere Il signore degli anelli come un’avventura, oppure come un trattato sul tema della paura della guerra che avanza. Possiamo leggere il Ciclo della Fondazione come una saga sci-fi, oppure come la delusione di un’utopia tecnologica che si è trasformata in incubo. Se la letteratura borghese fallisce nel compito di interpretare il reale, allora apriamo i cancelli all’Irrazionale. PULP: I panel tematici presenti a Oblivion sembrano una specie di mappa dell’immaginario non conforme, formato con i segnalibri della letteratura di genere; una specie di campionario fantasy della politica:  immortalità, adolescenza, decolonizzazione, queerness.. puoi raccontarci come è avvenuta questa selezione? EJ PILIA: Assolutamente. Questo è uno dei fiori all’occhiello della nostra fiera, perché i panel sono tutti organizzati assieme agli editori presenti. All’inizio dei lavori per Oblivion, assieme al gruppo di curatela culturale, che quest’anno è stato portato avanti da Claudio Kulesko e Paolo Di Orazio, si sceglie un tema, da cui vengono declinati i vari temi dei panel. Questi vengono proposti agli editori, che a loro volta ci suggeriscono modifiche, propongono autrici o autori dal loro catalogo, e così via. È un processo lungo e complesso, ma alla fine ogni casa editrice riesce a essere rappresentata, e soprattutto il risultato finale è un confronto serrato tra diversi i protagonisti della letteratura fantastica italiana. PULP: Domenica si è svolta anche un’assemblea delle riviste indipendenti indetta da due testate (Neurosifilide  e Rivista stanca), puoi parlarcene brevemente?  EJ PILIA: È stata una proposta di Neurosifilide, un collettivo e una rivista che ha già in passato collaborato con D Editore. L’idea ci è piaciuta subito, e l’abbiamo messa in programma. Sposava in pieno la natura politica e irrazionale di Oblivion, e volevamo darle spazio. L’iniziativa è stata secondo me importante, perché l’ecosistema delle riviste indipendenti italiane ha sempre avuto difficoltà a fare rete, e per noi è stato un onore aver potuto contribuire alla cosa.   L'articolo Alla fiera del genere e dell’editoria indipendente. Oblivion 2.0 proviene da Pulp Magazine.
February 27, 2026
Pulp Magazine
Dall’Egitto all’Italia. Intervista a Remon Koram
Una storia di riscatto e speranza. Una di quelle che fanno bene al cuore, restituiscono un po’ di fiducia nell’umanità e nella capacità di farsi del bene a vicenda e di vivere una vita piena e serena dopo aver subìto persecuzioni e soprusi e rischiato la vita. Anche se il pregiudizio e l’ingiustizia restano sempre in agguato. A raccontarci questa storia – narrata anche nel libro “Il mare nasconde le stelle” di Francesca Barra – è Remon Karam, un giovane di 26 anni che ha trascorso in Italia la metà della sua vita, ha conseguito un diploma e due lauree e che nonostante questo non ha ancora ottenuto la cittadinanza. Perché sei fuggito dall’Egitto? Ho lasciato l’Egitto a seguito della primavera araba perché subito dopo è arrivato Mohammed Morsi e le persecuzioni contro i cristiani copti come me sono aumentate. Si sono verificati diversi attentati nelle chiese, in particolare durante le feste religiose. Autori di questi atti terroristici erano estremisti fondamentalisti islamici. Quasi tutti i musulmani sono persone per bene e non voglio generalizzare, ma in quegli anni in particolare per noi copti era diventato rischioso vivere in Egitto. Mio cugino è stato ucciso per strada. Temevo di poter fare la stessa fine. Per questo ho deciso di fuggire senza avvisare nessuno. Com’è composta la tua famiglia in Egitto? Siamo in quattro, i miei genitori e un fratello più piccolo di me di un anno: oggi io ho 26 anni e lui 25. Senza dire niente ai miei avevo conosciuto in quel periodo alcuni scafisti; in quel periodo si parlava tanto di viaggi in Europa. Io sognavo di poter vivere in un luogo sicuro, per costruirmi un futuro. Sei partito da solo? Sì. Era il 2013 e avevo appena compiuto 14 anni. Fui sequestrato per cinque giorni in un appartamento ad Alessandria e poi caricato su un barcone. La traversata del Mediterraneo durò una settimana e in quei giorni vidi la morte in faccia. Ci davano da mangiare un pugno di riso cotto nell’acqua di mare e potevamo bere solo poche gocce d’acqua mista a benzina dal tappino di una bottiglia di plastica. Non so neanche io come ho fatto a sopravvivere in quelle condizioni. Hai attraversato il deserto? No, perché a quei tempi, nel 2013, non era necessario arrivare in Libia per prendere il mare, le partenze avvenivano direttamente dall’Egitto. Questo mi ha risparmiato le torture nei campi di prigionia libici, ma non il trauma della traversata. Che cosa è successo una volta arrivato in Italia? Inizialmente ho vissuto per qualche mese in un centro d’accoglienza in Sicilia. Poi sono stato preso in affido da una coppia senza figli. È stata una grande fortuna per me: Marilena e Carmelo mi hanno regalato tanto affetto e cure, la sicurezza di un tetto sulla testa e la possibilità di studiare. Non mi hanno mai fatto mancare nulla, hanno portato avanti l’educazione che i miei genitori biologici non hanno potuto completare. A loro devo tutta la mia (seconda) vita. Parlaci dei tuoi titoli di studio e del tuo lavoro. Mi sono diplomato al liceo scientifico. La prima laurea è stata in Lingue e culture moderne e la seconda in Lingua per la comunicazione interculturale e cooperazione internazionale. Attualmente lavoro come ‘case manager’ per Adecco Inclusion a Roma”. Cosa vorresti dire al governo italiano, che nel novembre scorso ha rinnovato il memorandum Italia-Libia? Il trattamento riservato ai migranti non può essere definito altro che disumano. Il governo italiano non può fingere di non sapere cosa accade nelle prigioni libiche, conosce benissimo la situazione e le torture sui migranti. Evidentemente considera i propri interessi politici più importanti dei diritti umani e della vita stessa di migliaia di persone che hanno l’unica colpa di cercare un futuro migliore per sé e i loro figli. Il governo Meloni finanzia con i soldi delle nostre tasse aguzzini che ogni giorno massacrano e violentano i migranti, li torturano in diretta telefonica con i loro cari per farsi mandare sempre più soldi, li vendono come schiavi o li uccidono. E chi riesce a sopravvivere rischia di morire per il naufragio di imbarcazioni che non stanno a galla, mentre il governo cerca di impedire alle Ong di salvarli. E cosa diresti all’Unione Europea, che ha inserito nuovi Paesi nella lista di quelli “sicuri” per respingere i migranti? Si sa qual è l’unico obiettivo in questo momento: attuare il blocco navale o addirittura la remigrazione, espellendo anche persone che in Europa hanno cominciato una seconda vita e si sono integrate. Si sente spesso usare lo slogan ‘l’Italia agli italiani’, ma nessuno mai dice ‘l’Africa agli africani’. Il nostro è un continente ricchissimo, ma i suoi abitanti non possono godere delle sue risorse, gestite dalle grandi potenze, Usa, Cina, Unione Europea. Le materie prime ci vengono rubate per il vantaggio di pochi. A noi restano solo povertà e schiavitù e anche il divieto di lamentarci o di tentare di rimediare. Il mondo ricco e privilegiato dovrebbe assumersi le proprie responsabilità, invece di continuare a rivendicare il diritto di depredarci, respingerci e cacciarci. La definizione di ‘Paesi sicuri’ è solo una farsa: in quasi tutti ci sono guerre civili, persecuzione di minoranze religiose ed etniche. Quando non si sa come giustificare la propria inefficienza la cosa più facile è dare la colpa a chi non può parlare. I migranti sono additati come nemici e minaccia alla sicurezza, quando in realtà il nostro lavoro paga le pensioni attuali e future di tanti italiani. Senza gli immigrati, spesso sfruttati senza pudore, non ci sarebbe chi raccoglie la frutta, pulisce le strade, lavora nei cantieri, si occupa di bambini e anziani. Ma siamo solo fantasmi senza diritti. Cosa pensi del fatto che l’estrema destra stia vincendo in sempre più Paesi proprio cavalcando il tema immigrazione? Purtroppo certi partiti traggono la loro forza dalla diffusione dell’odio e del pregiudizio facendo il lavaggio del cervello a persone che non sono in grado o non vogliono informarsi. Alcuni media complici non fanno che sottolineare i reati degli stranieri dimenticando quelli degli italiani, senza mai parlare del coraggio e della generosità di persone che studiano e lavorano senza risparmio per ottenere ciò che agli italiani è spesso garantito per diritto di nascita e per dare il loro contributo alla crescita dell’Italia. Dall’altra parte purtroppo la sinistra non sa o non vuole portare esempi positivi e la narrazione finisce per essere completamente falsata. Cosa pensi dell’ICE e della politica di deportazione di Trump? Tutto il male possibile. E temo che purtroppo qualcosa del genere possa accadere anche in Italia. Basti pensare che il 17 maggio scorso a Milano si è tenuto il ‘Remigration summit’ supportato da personaggi come Salvini, Vannacci e da altri esponenti dell’estrema destra europea. In quell’occasione si è parlato di rimandare gli stranieri nei Paesi d’origine o addirittura in altri Stati. Si parla di supremazia della razza bianca, c’è un ritorno al passato più nero, quello che tanta morte e atrocità ha portato in tutto il mondo. Chi dimentica o ignora le lezioni della storia è condannato a ripetere le peggiori nefandezze. E troppi italiani restano indifferenti o addirittura sposano tesi razziste, pensando che finché le ingiustizie colpiscono ‘gli altri’ loro possono stare tranquilli o addirittura avvantaggiarsene. Ad allarmare sono da una parte l’indifferenza e dall’altra l’odio”. Tu hai paura? Sì, non posso negarlo. Temo di essere rimandato in Egitto solo perché ho la pelle un pochino più scura e non ho ancora la cittadinanza italiana, malgrado viva in questo Paese da 13 anni. Ho studiato ottenendo prima il diploma e poi due lauree e oggi lavoro con un regolare contratto. Eppure ogni anno per poter rinnovare il permesso di soggiorno noi ‘stranieri’ dobbiamo quasi scusarci per la nostra ostinazione a voler restare e siamo costretti a lottare con una burocrazia che cerca solo un pretesto per cacciarci. Quattro volte l’anno devo tornare in Sicilia, spendendo di tasca mia centinaia di euro ogni volta, per lasciare le impronte e rinnovare il permesso di soggiorno per motivi di lavoro. A 13 anni dal tuo arrivo in Italia non hai ancora la cittadinanza italiana. Che cosa comporta per la tua vita in termini pratici? L’esempio più eclatante è il fatto che nonostante i miei titoli di studio e la mia esperienza non ho la possibilità di partecipare a concorsi pubblici o di lavorare nella pubblica amministrazione perché mi manca il requisito della nazionalità. Ma sono molti gli ostacoli e le difficoltà dovuti alla mancanza della cittadinanza. In questi 13 anni sei mai riuscito a riabbracciare la tua famiglia d’origine? Ho potuto rivedere i miei solo due volte, nel 2017 e nel 2020. Da allora non sono più tornato perché in quanto egiziano ho l’obbligo della leva in patria: oggi sono considerato un disertore e se tornassi mi costringerebbero a fare il militare per tre anni. In questo modo perderei il permesso di soggiorno in Italia e tutto ciò che mi sono costruito da quando sono qui. E i miei non possono venire a trovarmi perché l’Italia non concede loro il visto. Cosa vorresti dire ai ragazzi come te che sognano l’Italia o l’Europa? Non condanno chi tenta in ogni modo di arrivare in Europa, come del resto ho fatto io, ma il consiglio è quello di non immaginare che in Italia sia tutto rose e fiori. Qui la vita è complicata e devi convivere con una situazione di perenne incertezza. La possibilità di avere successo è infima, perché non ci sono politiche di inclusione, anzi, tutto il contrario, si fa di tutto per ostacolare chi vuole soltanto rifarsi una vita rispettando la legge e pagando le tasse. D’altra parte però penso anche che se io ho vinto la mia scommessa, benché non sapessi l’italiano e fossi un ragazzino solo quando sono arrivato, allora anche altri possono farcela.   Claudia Cangemi
February 26, 2026
Pressenza
Gaza luogo sicuro: dare voce alle donne, dare concretezza alla speranza
Intervista a Leen, Fondazione Pangea, dopo l’incontro di presentazione del Progetto GAZA LUOGO SICURO avvenuto a Calenzano, lo scorso 25 gennaio 2026. Sanitari per Gaza Firenze, Associazioni Assieme ed Orto Collettivo di Calenzano hanno scelto insieme di dedicare una giornata al sostegno al Progetto promosso da Fondazione Pangea; l’incontro è nato perché alcune donne si sono ri-trovate a partire dalla volontà di fare conoscere a reti trasversali le diverse comunità territoriali locali (nell’area metropolitana di Firenze) una realtà che concretamente opera a sostegno e soprattutto nella traiettoria dell’auto-determinazione delle popolazioni che restano a vivere nelle loro terre, con l’attenzione volta alla Palestina. L’amministrazione locale di Calenzano ha sostenuto il processo di costruzione di questo percorso che potesse tenere insieme la conoscenza diretta, la condivisione di prassi, comprese quelle promosse da Orto Collettivo, che da sempre attraverso il sostegno alle economiche locali ed attraverso prassi di tipo etico comunitario manifesta coerente impegno a difesa dei popoli e delle popolazioni che sono in difficoltà. Le persone che abitano Calenzano e le persone che dalla vicina Firenze hanno scelto di impegnarsi alla costruzione di questa giornata hanno ritenuto importante collegare prassi concrete all’effettiva possibilità di sostenere, anche economicamente, la progettualità di cui sono state illustrate caratteristiche principali e sulle quali si è avuto l’occasione di dialogare, in un partecipato pranzo insieme (partecipanti almeno 230 persone in presenza), perché conoscere implica il prendere parte e prendere parte significa dare concretezza alla speranza. Dopo circa un mese, abbiamo scelto di tornare a dialogare con le protagoniste della giornata, in particolare abbiamo recuperato le parole di Leen, donna palestinese di Gaza, che il progetto ha illustrato, e con le sue anche le parole di Manuela, entrambe di Fondazione Pangea, perché riteniamo che possiamo, anche abbiamo il dovere etico di dovere continuare a mantenere alta l’attenzione sulla Palestina, su Gaza, sulle donne, che oltre la resilienza, hanno bisogno di essere accompagnate per un recupero di quella fiducia nel presente e quindi anche nel futuro, oltre la sopravvivenza, sulle donne, sulle ragazze, sulle bambine, che purtroppo spesso sono le vittime designate di un sistema che, trasversalmente, le pone a rischio di violenza, violenza che non è solo quella associata all’essere vittime di genocidio, ma anche di un ripetersi della spirale di quella violenza (anche invisibile) che Leen chiama “femmino-genocidio” e che ricorda quel perpetuarsi di dinamiche di “femminicidio” che abitano i nostri luoghi di vita. Leen, ci puoi illustrare, dal tuo osservatorio dentro Fondazione Pangea e dal tuo essere donna palestinese, quale sia oggi la condizione delle donne, delle ragazze, delle bambine in Palestina, in particolare a Gaza? Sono donna palestinese, palestinese di Gaza, vivo in Italia attualmente e faccio parte di Fondazione Pangea, che in questo momento sta sostenendo il Centro antiviolenza, per le ricerche giuridiche per la protezione delle donne palestinesi a Gaza, che è presente in sede dal 2005; si è deciso di sostenere Gaza attraverso questo progetto, “Gaza luogo sicuro”, perché ci sono 700.000 ragazze, donne palestinesi, in età fertile, che non hanno accesso agli assorbenti, all’acqua potabile, al sapone ed alla privacy; sotto il genocidio si soffre oltre che per le bombe anche per la vita quotidiana, per la sopravvivenza sostanzialmente; l’ONU denuncia che oltre 28.000 donne, ragazze sono state uccise dal 2023; è stato dichiarato, già dall’anno scorso, si tratti di “femmino-genocidio”, cioè un genocidio proprio contro le donne e le bambine. Questo porta la rete sociale palestinese all’autodistruzione, che è uno degli aspetti molto particolari in Palestina: la famiglia, il quartiere, la città da noi sono fondamentali per il sostegno a tutte le categorie della società, ma soprattutto per le donne, che passano la maggior parte del tempo con i loro bambini, sia a casa che fuori. L’aumento quindi dei casi della violenza lo stiamo vivendo con le persone che ci contattano, ci chiedono aiuto perché, oltre la violenza subìta dall’esercito israeliano, c’è anche la violenza domestica, in una forma di violenza “a spirale”. Questo mi fa ripensare alle parole di Samah Jabr: “le donne (…) sono vittime di violenze basate sul genere, che sono in realtà i prolungamenti, le conseguenze di una oppressione strutturale, e di una violenza politica”. Quindi credo che, se proviamo ad agire concretamente per sostenere le donne palestinesi che sono vittime di una spirale di violenza, di fatto promuoviamo una azione politica, che faciliti la resilienza e la resistenza. Con resilienza, mi riferisco a “la capacità duratura di un individuo o di una comunità a risollevarsi di fronte alle avversità e a utilizzare le sue risorse per sopravvivere e minimizzare l’impatto delle crisi sulla sua vita”; invero mi chiedo se sia possibile anche parlare di resistenza, per le donne, le ragazze, le bambine a Gaza, resistenza quale legittimo diritto non solo a sopravvivere, ma anche a vivere, ed allora ti chiedo di parlarci concretamente del Progetto GAZA LUOGO SICURO. Questa campagna per Gaza Luogo Sicuro riguarda un atto concreto per fare qualcosa: un progetto concreto per le donne e le bambine a Gaza, con questo centro antiviolenza, che è gestito da una donna giurista, che fa questo lavoro da più di venti anni, ha cambiato Leggi in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania ha operato perché avvenissero cambiamenti positivi; lei gestisce il centro antiviolenza non solo per dare protezione alle donne, ma anche per portare avanti tutti i progetti di tipo psicosociale, promuovendo sessioni di terapia collettiva con le 45 operatrici attive, e porta anche avanti la parte legale, che manca in questo momento a Gaza; esempio le donne divorziate, che hanno bisogno di documenti ufficiali, legali per avere i loro bambini, hanno bisogno di un giudice, così lei invita nella sua sede i giudici, li fa discutere con le donne vittime di violenza, perché siano alleggerite le loro situazioni e possano essere garantiti i loro diritti. L’obiettivo di questo progetto è creare uno spazio protetto per le donne e le bambine; in specifico questo comporta anche offrire un supporto psicologico alle sopravvissute, oltre che attivare percorsi di formazione per le donne ospiti in questo progetto; il progetto – il “luogo sicuro” – è un terreno su cui hanno costruito tende, che danno un minimo di privacy alle donne ospitate: ci sono un angolo cottura, un bagno, ci sono materassi, perché la privacy è quello che manca a tante donne. Si garantisce così un luogo sicuro alle donne, perché oggi, oltre ad avere uno spazio al chiuso dove dormire, dove stare durante il giorno, ci sono la terapia e i servizi sociali e i servizi legali offerti gratuitamente. Lo staff, in questo momento, come almeno l’80% della popolazione di Gaza, è sfollato; una delle operatrici racconta (in un messaggio): “io sono stata sfollata più volte e casa mia è stata bombardata almeno due volte, mi sono trovata senza casa e senza tenda, ho dovuto scappare di notte da Gaza a piedi, perché non c’era nemmeno un mezzo di trasporto, comunque ho potuto aiutare le nostre beneficiarie ovunque sono andate: a volte, con tanta fatica, sotto le bombe riuscivo a rimanere in contatto con il nostro centro antiviolenza ed anche con le nostre beneficiarie; grazie a tutte e tutti voi”. La situazione a Gaza oggi immagino sia complicata, si parla effettivamente di sopravvivere alle bombe, vedere demolite le proprie abitazioni, le tende, i pochi posti rimasti sotto cui trovare riparo li immagino “non sicuri”; come prosegue oggi il Progetto, è rimasto a Gaza, ha coinvolto altre località? E soprattutto quali le strade perché effettivamente si possa pensare alla prospettiva dell’auto-determinazione, anche dopo avere subìto quella spirale della violenza che sembra non lasciare margine di speranza, forse, per noi che osserviamo lontane ma anche vicine spiritualmente e politicamente? Il terreno è stato individuato a Gaza city all’inizio, poi si è spostato a Khanyounis, quattro mesi fa circa, quando c’era l’ordine di evacuazione da tutta Gaza city; poi si sono trasferite di nuovo a Gaza city, dove c’è ancora l’ufficio attivo, il terreno è lì, vicino, lì possono gestire tutta la parte logistica più facilmente che a Khanyounis. L’impatto atteso: vogliamo accogliere più di 100 persone tra bambine e donne, più di 200 se maggiormente attive, fornire un sopporto psicologico senza sosta, perché le operatrici non hanno mai smesso di lavorare, e un sostegno sanitario e la distribuzione di cibo, realizzare anche corsi di formazione e attività per bambine e creare un modello replicabile di “luogo sicuro” nelle aree più colpite. Una delle donne ospitate ha detto: “grazie a questo centro antiviolenza sto pensando di fare una piccola attività, di fare la guardia di questo luogo, anche per sentirmi più utile e fare un lavoro”. Leen, Manuela, ringraziandovi per il lavoro importante che come Fondazione Pangea state portando avanti, nell’impegno a restare in dialogo con voi, nella volontà di sostenere nelle forme possibili per tutte e tutti noi, potete darci i riferimenti per conoscere, diffondere, promuovere oltre le giornate dedicate, come quella che abbiamo condiviso insieme a Calenzano, come altre che sicuramente avete già vissuto e vivrete ancora, perché l’essere sorelle, compagne, solidali comporta agire e l’azione richiede quella solidarietà attiva e rivoluzionaria che è tale solo che modifica, almeno in parte, i vissuti connessi al trauma, perché il trauma di un popolo diviene trauma collettivo, che rischia di farci bloccare nell’impotenza (o, peggio, nell’indifferenza), mentre noi vogliamo provare a testimoniare prassi di riconoscimento e di empatia che non si limitino al sentirsi insieme, perché vogliamo agire insieme. Un luogo sicuro per le donne sopravvissute e sole con i loro figli e figlie a Gaza – Fondazione Pangea ETS https://share.google/sdn3tmWYiEAmazqNM Emanuela Bavazzano
February 25, 2026
Pressenza
Intervista a Lama Michel Rinpoche, 3° parte: “Unione fra la visione buddhista e quella scientifica”
Abbiamo intervistato Lama Michel Rinpoche all’Albagnano Healing Meditation Centre, sopra Verbania sul Lago Maggiore. L’intervista integrale viene pubblicata su Pressenza in 4 puntate. Questa è la terza. Pressenza: Alcuni scienziati, alcuni fisici quantistici come ad esempio Federico Faggin, che sicuramente conosci, stanno arrivando a dimostrare quello che il Buddha e i mistici di ogni religione hanno scoperto 2500 anni fa: non siamo solo il nostro corpo, è il corpo che muore, non l’essere o la coscienza, dipendendo dalle diverse definizioni. E allora la domanda è: può esistere un ponte tra scienza e spiritualità? Lama Michel Rinpoche: Quando studiavo filosofia buddista in India, la parte principale dello studio si basava sulla dialettica. Quando si parlava di qualunque argomento, la prima cosa che si doveva fare era dare la definizione. Vogliamo parlare del tavolo? Che cos’è un tavolo? Se siamo d’accordo sulla definizione, a quel punto possiamo discutere del tavolo. E qui abbiamo un aspetto che è: qual è la definizione di una tradizione che ha una sua visione di mondo? In tibetano si dice “drupda”, che in sanscrito è “siddhanta”, che vuol dire una realtà dove esiste una certa visione di mondo. E negli studi che io ho fatto e nella visione un po’ più antica, in Tibet prevalentemente, ma anche in India, la visione cosiddetta scientifica è anche questa una visione del mondo. Così come quella buddhista, quella cristiana, eccetera. Perciò che cosa succede? Se noi andiamo a osservare un fenomeno, per esempio il tavolo e cominciamo a osservarlo, lo analizziamo, con un’attitudine coerente, sincera, alla fine arriviamo a un risultato simile. Diversi aspetti della scienza cercano di trovare una visione coerente della realtà. Fanno ricerca su come sono le cose, com’è la realtà, che cos’è l’io, etc. in un modo coerente, cercando la verità al meglio. Questo il buddhismo lo ha sempre fatto. Lama Gangchen chiamava Buddha Shakyamuni “Lo scienziato del mondo interiore”. Ieri mattina ho tenuto una lezione e una parte del testo che stiamo studiando parla delle varie scuole filosofiche buddhiste. La prima scuola, per esempio, ricordava che loro vedevano i fenomeni della materia esterna. Viene descritto tutto ciò che esiste di esterno, della materia che è composta da innumerevoli particelle indivisibili che sono così piccole che non si può neanche definire il sopra e sotto, un lato o un altro. Sembra che stiano attaccate una all’altra, ma non lo sono. Quindi sembra tutto solido ma in realtà non lo è. Se noi andiamo a vedere nella fisica quantistica parla di una realtà granulare che è alla base dei cosiddetti quantum. Qualcuno mi ha chiesto: “Ma come sapevano questo 2500 anni fa?” E ho risposto: “Che ne so io, chiedi a loro.” Fatto sta che hanno fatto una ricerca tramite un percorso interno, non un percorso esterno. Però ci sono tanti punti molto simili. Un errore che noi facciamo nel mondo occidentale, e che anche quando vado a leggere testi di scienziati e storici di cui ho tanta stima, si racconta sempre la storia dell’umanità dalla prospettiva dell’Europa. Quindi quello che dice è: “Ah, fino a questo secolo non si sapeva, quindi quand’è che si è scoperto che è la Terra che gira intorno al Sole e non il contrario? Ah, Galileo Galilei, eccetera eccetera.” Io ho studiato testi che hanno almeno 1300 anni che già spiegavano tutta l’astronomia in un modo estremamente dettagliato. Quindi abbiamo un po’ questo difetto e questa arroganza di vedere il mondo tramite la nostra realtà. C’è per esempio un libro di uno scienziato che a me piace molto, Carlo Rovelli. In uno dei suoi libri che è “Helgoland”, c’è un passaggio dove lui parla di Nagarjuna, questo grande filosofo buddhista. Lui dice: “Fra tutti i filosofi che ho visto fino ad oggi, l’unico che ha avuto una visione totalmente coerente con la fisica di oggi è stato Nagarjuna.” E lui lo cita, spiega il perché e il come in un modo eccellente. Quindi quello che succede è che io non vedo la “possibilità” di una coerenza e unione fra la visione buddhista e quella scientifica. Io vedo la sua “certezza”. Perché prima di tutto quello che io ricerco e quello che credo, che è al cuore del buddhismo, è la ricerca di una visione coerente e reale, perciò senza dogmi, e quindi senza avere la pretesa di essere i padroni della verità. Quindi c’è apertura. Almeno nel mio ambito io la vedo in questo modo, poi non posso parlare a nome di tutti i buddhisti. La visione scientifica anche, quando noi andiamo a prendere diversi aspetti della fisica quantistica sono estremamente coerenti e simili con la visione buddhista. Viviamo in una realtà granulare, relazionale, soggettiva, sono esattamente quello che nella visione buddhista viene spiegato. Qual è la differenza principale che io vedo? Nella visione scientifica si fa un lavoro dove si va ad analizzare la realtà esterna e si va ad applicare quella conoscenza nel mondo esterno. Quindi tramite la conoscenza della fisica quantistica si sono sviluppate diverse tecnologie per andare a trasformare il mondo esterno. Per fare un esempio, il computer quantistico che ha prevalentemente un’applicazione nel mondo esterno. Nella visione buddhista c’è un aspetto diverso. Il punto chiave è che noi viviamo in una realtà, e questo è spiegato anche dalla fisica moderna, viviamo in una realtà dove abbiamo una visione incoerente con la natura delle cose. Questo può venire chiamato in modi diversi, però la realtà appare a noi come se esistesse in un modo autonomo, indipendente, oggettivo, mentre in realtà viviamo in una realtà che è relazionale, interdipendente e soggettiva. Qual è la conseguenza? Dove viene applicata questa visione, la stessa conclusione sulla natura delle cose, della realtà, che troviamo nella fisica quantistica e nella realtà del buddhismo?  Ho grande stima e grande rispetto verso la fisica e la scienza in tutti gli aspetti, ma il buddhismo la applica e mette enfasi nell’utilizzare quella conoscenza per trasformare l’Essere e il modo in cui vive nel mondo e trascendere la sofferenza. In poche parole, la realtà appare a noi come se esistesse in un modo indipendente, autonomo e oggettivo, e noi ci relazioniamo con essa come se fosse così. Questo va a creare un distacco fra ogni cosa e conseguentemente l’ossessione per l’autogratificazione, l’egoismo. Dove io sono una cosa, tu sei un’altra e non c’entro niente con te. La realtà che io percepisco, le mie narrative, la mia percezione è la realtà, non è la mia percezione. E così via, possiamo passare ore a parlare di questo. L’obiettivo qual è? Comprendere a livello concettuale, e poi oltre a questo non concettuale, che noi viviamo in una realtà di cui anche noi siamo “parte” che è relazionale, soggettiva, interdipendente. E sulla base di questo, riusciamo a superare il nostro egoismo e conseguentemente superare l’odio, la rabbia, il rancore, l’attaccamento, l’egoismo, l’insoddisfazione, la paura. E di conseguenza raggiungere uno stato di pace interiore, per poter con questo influenzare una pace nel mondo. Questo è il punto cruciale, la differenza principale che io vedo è in questo. Quindi abbiamo una visione molto simile, l’applicazione fino a oggi è diversa, ma tutte e due sono importanti. -------------------------------------------------------------------------------- Lama Michel Tulku Rinpoche, nato nel 1981 a Sao Paolo in Brasile, è un maestro buddhista e guida spirituale di diversi centri buddhisti nel mondo. Per maggiori informazioni sui Centri Kunpen Lama Gangchen: https://kunpen.ngalso.org/ Libro: Dove vai così di fretta? Di Lama Michel Rinpoche -------------------------------------------------------------------------------- La prima puntata di questa intervista si può trovare qui, la seconda puntata qui. Intervista a cura di Barbara De Luca, Giorgio Schultze e Thomas Schmid. Redazione Milano
February 25, 2026
Pressenza
New York, ciclisti contro l’ICE: la solidarietà è contagiosa
Pubblichiamo l’intervista collettiva al gruppo newyorkese Cycling x Solidarity NYC , ispirato al gruppo simile attivo a Chicago. Quando è stato fondato il vostro gruppo? Abbiamo fondato Cycling x Solidarity NYC nell’ottobre 2025. Mi ero imbattuta in un articolo su Cycling x Solidarity Chicago e l’idea mi era sembrata bella e facilmente replicabile. Conoscevo altre persone che provavano la stessa silenziosa urgenza di fare qualcosa di concreto. Quindi, con il fuoco nel cuore, ho contattato gli organizzatori di Chicago, che hanno generosamente condiviso i loro consigli. Nel giro di una settimana abbiamo organizzato la nostra prima pedalata. Eravamo solo in tre. Il nostro piano era modesto: presentarci ai venditori ambulanti e distribuire volantini. Invece, abbiamo esaurito tutto il churro[1] di uno di loro e comprato tutti i tamales[2] di un altro. La gioia e la gratitudine che hanno espresso sono difficili da descrivere a parole. Abbiamo riempito un frigorifero comunitario e consegnato il resto a una mensa locale. Quella prima pedalata mi è rimasta impressa: la prova che una mattina di solidarietà può restituire un senso di sollievo e di possibilità. Con il via libera del gruppo di Chicago, abbiamo deciso di “copiare” il loro nome, per dimostrare che le buone idee viaggiano, mettono radici e possono nutrire una comunità. Il 6 febbraio, il sindaco Zohran Mamdami ha emesso un ordine esecutivo per proteggere gli immigrati di New York dalle retate dell’ICE. Questa decisione coraggiosa ha avuto un impatto positivo sulla situazione? L’ordine esecutivo del sindaco Mamdani è un atto significativo e coraggioso ed è importante che New York abbia un sindaco disposto a usare tutto il peso della sua carica per proteggere i suoi cittadini. Detto questo, la politica e l’esperienza vissuta spesso procedono a velocità diverse. Anche quando le tutele legali vengono rafforzate, la paura e le conseguenze economiche possono persistere. L’ordine esecutivo del sindaco Mamdani aiuterà direttamente queste comunità? Credo di sì. Ma ricostruire un senso di sicurezza richiederà più tempo e l’adeguata applicazione di tali politiche è tutta un’altra questione. È importante anche riconoscere che l’attuale clima di paura va ben oltre gli immigrati privi di documenti. Residenti permanenti legali, titolari di visto, beneficiari del DACA, richiedenti asilo e persino cittadini statunitensi sono stati coinvolti in operazioni repressive, detenuti illegalmente e in alcuni casi uccisi. Nel caso specifico dei venditori ambulanti, la vulnerabilità è profonda. Molto prima che i budget dell’ICE fossero ampliati fino a rivaleggiare con quelli del 15° esercito più grande al mondo, i venditori operavano già in base a un sistema di autorizzazioni restrittivo e vecchio di decenni, che limita le licenze e costringe molti a lavorare senza un’autorizzazione adeguata, esponendoli a multe salate, alla confisca (e allo spreco) del loro cibo e a potenziali conseguenze per il loro status di immigrati legali. Anche il quadro più ampio è allarmante… Solo a New York City, decine di migliaia di rifugiati legali, richiedenti asilo e immigrati con status di protezione temporanea hanno già perso l’accesso al programma di assistenza alimentare per persone a basso reddito in seguito al One Big Beautiful Budget Act [3] e in meno di un anno oltre un milione di newyorkesi rischia di perdere l’assistenza sanitaria, con conseguente aumento della fame. Sempre più bambini arrivano a scuola affamati, mentre altri non la frequentano più , trattenuti a casa dal timore di essere arrestati. Con il ritiro delle famiglie dalla vita pubblica, i venditori ambulanti e le piccole imprese dei quartieri di immigrati hanno segnalato al nostro gruppo un calo significativo delle vendite. Tutto ciò per dire che è improbabile una rapida ripresa come conseguenza diretta di questo ordine esecutivo. Se c’è spazio per credere in un futuro più luminoso, credo che Mamdani userà tutto il potere della sua carica per cambiare, si spera, la rotta che New York sta attualmente seguendo. Quali sono le vostre attività? Organizziamo giri mensili in bicicletta durante i quali raccogliamo in anticipo fondi per il cibo, acquistiamo quanto più cibo possibile dai venditori ambulanti e poi lo ridistribuiamo alla comunità. L’obiettivo è duplice: sostenere i venditori ambulanti, la cui sicurezza e il cui sostentamento sono sempre più precari e ridistribuire il loro cibo fresco e fatto in casa ai vicini che vivono in condizioni di insicurezza alimentare. Il cibo viene distribuito ai frigoriferi comunitari, alle mense locali, alle persone senza fissa dimora e a chiunque abbia bisogno di un pasto. Ogni giro è pensato per avere un impatto immediato e concreto. In sostanza, Cycling x Solidarity NYC si avvale di newyorkesi appassionati e di biciclette per trasportare il cibo da un angolo all’altro della nostra comunità. Siete in contatto con altri attivisti a New York e in altre città? Siamo in contatto con altri gruppi a New York e oltre, principalmente per condividere le migliori pratiche, imparare dai successi e dalle battute d’arresto reciproci e, in generale, per sostenerci a vicenda. Le sfide che stiamo affrontando sono più grandi di quelle che qualsiasi singola organizzazione può sostenere da sola e imparando dagli altri, condividendo risorse, amplificando le voci degli altri e aiutandoci a vicenda, potremo sostenere i nostri sforzi per andare avanti. L’appoggio che abbiamo ricevuto da altri gruppi è stato fondamentale per la nostra crescita. Il gruppo di Chicago, in particolare, è stato straordinariamente generoso con noi. Non solo ci ha ispirato per l’idea di partenza, ma ha anche sostenuto attivamente il nostro lavoro, condividendo la sua esperienza organizzativa conquistata con fatica, amplificando la nostra presenza sui social media e mettendoci in contatto con volontari che non avremmo mai potuto raggiungere da soli. È stata la nostra principale fonte di nuovi volontari e gliene siamo profondamente grati. Quali conseguenze pratiche ed emotive ha l’impegno ad aiutare le persone vulnerabili come gli immigrati privi di documenti? La storia – personale, locale e internazionale – è sempre stata la mia materia preferita perché insegna una lezione essenziale: prestare attenzione. Ciò che è accaduto in passato ritorna con nomi diversi, in momenti diversi, ma con conseguenze familiari. La storia non riguarda solo il passato. È uno specchio che contestualizza il presente. E il nostro presente negli Stati Uniti riflette ciò che accade quando troppi di noi non riescono a difendersi a vicenda, indipendentemente dalle differenze. L’impegno nei confronti delle comunità vulnerabili è radicato nella consapevolezza che le cose possono sempre peggiorare, se lo permettiamo e che qualsiasi comunità può diventare rapidamente vulnerabile. In pratica, l’avvio del nostro gruppo ha richiesto tempo, energia e risorse. Ha significato coordinare e alimentare lo sforzo durante i periodi di inattività e chiedere aiuto a sconosciuti. Dal punto di vista emotivo, ogni viaggio è stato pesante, pieno di speranza ed energizzante. Pesante, perché una volta che si assiste da vicino alla vulnerabilità, non si può più ignorarla. Pieno di speranza, grazie al calore e alla generosità di tutti coloro che si sono fatti avanti e degli stessi venditori, che meritano molto più riconoscimento di quello che ricevono. Molto prima delle turbolenze politiche degli ultimi anni, queste persone si svegliavano sempre prima dell’alba, stavano al freddo e sotto la pioggia e nutrivano questa città ogni singolo giorno. Sono sempre stati gli eroi silenziosi dei quartieri di New York. Era vero prima e rimane vero ora. Ed energizzante, perché la solidarietà è contagiosa. Non c’è niente di meglio che girare in bicicletta insieme a nuovi amici, vedere l’espressione di un venditore quando gli chiedi di venderti tutto, riempire i frigoriferi con il loro cibo cucinato in casa e tornare un’ora dopo per trovarli vuoti. In una città dove siamo condizionati a valutare ogni interazione in termini commerciali, in base al rischio e alla ricompensa, c’è qualcosa di silenziosamente radicale nell’aiuto reciproco. Invita le persone a tornare a un modo diverso di relazionarsi con i propri vicini, radicato nella cura piuttosto che nel calcolo. Tornando a Mamdani, in Italia la sua campagna elettorale e la sua vittoria, che come Pressenza abbiamo seguito con numerosi articoli, hanno suscitato grande interesse e speranza. A quasi due mesi dall’entrata in carica come sindaco, avvenuta il 1° gennaio, ha già intrapreso iniziative per iniziare a mantenere alcune delle sue ambiziose promesse, ad esempio per quanto riguarda i servizi di assistenza all’infanzia e il trasporto pubblico gratuiti, da finanziare aumentando le tasse ai residenti più ricchi? Sulla base di tutto ciò che ho seguito finora, Zohran Mamdani sembra prendere sul serio le sue promesse e fare tutto ciò che è in suo potere per migliorare la vita di tutti i newyorkesi. Ci saranno inevitabilmente delle resistenze e il cambiamento avverrà quasi certamente in modo graduale. Ma c’è qualcosa di significativo nell’avere un sindaco in carica con l’energia e il desiderio di correggere gli errori e riparare un sistema malato. Quando una giovane coalizione di base può determinare un cambiamento così rapido nei risultati elettorali, come nel caso di Zohran Mamdani, l’unica vera risposta è la speranza. [1] I churros sono dei dolci dalla forma cilindrica e allungata tipici della cucina spagnola e sudamericana, a base di una pastella fritta spolverata con lo zucchero a velo e con l’aggiunta a volte di cannella. [2] I tamales sono involtini salati o dolci, tipici della cucina sudamericana. [3] Radicale riforma fiscale e di spesa degli Stati Uniti firmata da Donald Trump il 4 luglio 2025, comporta massicci tagli alle tasse e una contemporanea riduzione della spesa sociale. Anna Polo
February 25, 2026
Pressenza
Intervista a Lama Michel Rinpoche, 2° parte: “Il presente è frutto del passato e causa del futuro”
Abbiamo intervistato Lama Michel Rinpoche all’Albagnano Healing Meditation Centre, sopra Verbania sul Lago Maggiore. L’intervista integrale viene pubblicata su Pressenza in 4 puntate. Questa è la seconda. Pressenza: Per comprendere a fondo il messaggio buddista è molto importante credere nella vita dopo la morte, nella reincarnazione, un concetto difficile per noi che viviamo in Occidente. Ma se esiste la vita dopo la morte, cosa succede dopo la morte? E dall’altra parte esiste la vita prima della nascita? Lama Michel Rinpoche: Potremmo vedere questo da prospettive diverse. Parto prima da un livello più superficiale e poi vado a un livello un po’ più profondo. Nessuno di noi è nato dal nulla, nessuno di noi nasce come un foglio bianco. Noi abbiamo l’impronta del DNA che i nostri genitori ci hanno dato e, senza dilungarci, i diversi traumi e aspetti anche psicologici che vengono tramandati geneticamente. Ci sono diversi studi sulle paure che vengono tramandate. Quindi io alla nascita porto con me l’esperienza e il vissuto dei miei genitori, nonni, bisnonni, ecc. Nasco con un corpo che è stato modellato dai miei genitori. Inoltre, sono condizionato dal contesto culturale, sociale, educativo in cui cresco. E quindi io sono condizionato e sono oggi non il risultato di una cosa che è cominciata dal nulla, ma il risultato di tante cose che sono venute molto prima della mia nascita. Quindi esiste un passato che va a determinare il mio presente, a livello personale, individuale. In termini più grossolani, ci sono state tante vite prima della mia che hanno determinato tanti aspetti fondamentali della mia vita. Ugualmente il modo in cui io vivo la mia vita va a determinare la vita di quelli che verranno dopo di me. Nel momento della nascita noi ereditiamo non solo il mondo esterno di quelli che sono venuti prima di noi, ma anche la loro visione del mondo. Faccio un esempio: quando abbiamo costruito questo tempio dovevamo scegliere dove mettere i bagni. C’era un progetto architettonico. Ho rivisto tutto il progetto, l’ho cambiato, e non volevo mettere i bagni sopra le sale di preghiera. Quindi li ho fatti mettere tutti in un angolo dell’edificio. Funzionava bene, ma avevamo un piccolo problema: non c’era lo spazio fisico per mettere gli antibagni, separati per uomo e donna. A quel punto mi son detto: che problema c’è se l’uomo e la donna si incontrano per lavarsi le mani? Sono stato molto attento a fare ogni bagno col muro dall’alto fino in basso, col suo sistema di ventilazione, perché non si senta niente, che gli odori non passino, fare una cosa confortevole. Però ho fatto un antibagno unico. Secondo l’ASL e il Comune questo non era ammissibile. L’ASL poi mi ha detto: “Guardate che voi siete fuori categoria perché siete un luogo di culto, per cui fate quello che volete.” Mi sono detto, va bene, ed è finita lì. Mi ero anche detto: nel caso peggiore facciamo un piano bagno per uomini, l’altro piano bagno per donne, finiamola così. Un bel giorno ricevo un messaggio da Google Maps dove il tempio è stato segnalato come attività. Il messaggio dice: “Puoi aggiornare le informazioni riguardo la tua attività?” Sono entrato e una delle domande era: “Nella tua attività, avete gender neutral bathrooms?” I bagni a genere neutro. Ho risposto: “Sì, siamo moderni.” Ok? Quello che mi ha fatto riflettere di questa storia è che a me importa poco dei bagni, come sono, ecc. , ma qualcosa che fino a poco tempo fa era visto come una cosa brutta, a un certo punto è visto come una cosa bella. Perché? Perché più persone hanno cambiato la loro visione personale, portando a un cambiamento della cultura collettiva. La cultura italiana comprende il modo degli italiani di mangiare, di parlare, di relazionarsi con le istituzioni, con la famiglia, un’infinità di altre cose. Ma la cultura italiana non esiste indipendentemente dal modo di parlare, di mangiare, eccetera, di ogni italiano. Quando io cambio il mio modo di mangiare, sto cambiando la cultura generale. Con questo che cosa voglio dire? Quando io vivo la mia vita in un certo modo, con una certa visione del mondo, con certe abitudini, eccetera, io sto condizionando la vita di quelli che verranno dopo di me. Quindi esiste vita prima della nascita? Esiste vita dopo la morte connessa con me? Assolutamente sì. Da un punto di vista ambientale, se io inquino quelli che vivranno dopo di me dovranno subirne le conseguenze. Così quando io sono nato ho respirato l’aria inquinata da quelli prima di me. Quindi da un punto di vista molto superficiale, esiste vita prima ed esiste vita dopo. DA SINISTRA: ANNA POLO, GIORGIO SCHULTZE, BARBARA DE LUCA, LAMA MICHEL RINPOCHE, THOMAS SCHMID La domanda però è molto più centrata sull’io. Io c’ero prima e io ci sarò dopo? Quella è la domanda, no? Tutte le tradizioni spirituali credono in una continuità dopo la morte. E qui viene anche la domanda: che cos’è la morte? Nella mia visione, la morte avviene quando questo corpo non riesce più a sostenere la vita così come noi la conosciamo. A un certo punto una parte di noi, che viene chiamata il corpo e la mente molto sottile (possiamo chiamarla in modi diversi) lascia questo corpo e a un certo punto ne prende un altro. Nella visione cristiana, di cui non posso parlare più di tanto perché la mia conoscenza è molto limitata, quando uno muore finisce tutto? No. Può andare in paradiso, in purgatorio, all’inferno. Queste sono le tre possibilità da quello che ho capito io, no? Secondo la visione buddista questo è uguale alla reincarnazione. Perché non è detto che uno debba reincarnarsi in un corpo fisico, ma che c’è continuità della propria esistenza. Nel buddhismo crediamo che quando uno muore esiste continuità, e anche qui che cosa continua? Quello che continua è l’aspetto più profondo fatto delle impronte e le predisposizioni che portiamo con noi e sviluppiamo in questa vita. Quindi se noi prendiamo la reincarnazione di qualcuno e diciamo: “È quella persona lì”. Perché la persona è fatta di corpo e mente grossolani, dove ci sono la parte della cultura, ci sono tante abitudini, tanti aspetti che quando uno muore finiscono. Quindi tra una vita e un’altra sono due persone diverse, ma c’è un continuum che li unisce. È un po’ come se noi chiedessimo: tu oggi sei la stessa persona di 20 anni fa? Il corpo è lo stesso? No. La tua mentalità è la stessa? No. Le tue attitudini sono le stesse? No. Quindi non sei la stessa persona, sei il continuum di quella persona. Certi aspetti sono gli stessi, altri sono cambiati, ma c’è un continuum. Quando si muore e si rinasce c’è una parte di noi che viene chiamata corpo e mente molto sottile, che porta in sé le impronte, che è molto simile al DNA da certi punti di vista, che è una realtà probabilistica e non deterministica. Vuol dire che noi nasciamo con delle impronte, delle predisposizioni, poi se andiamo a svilupparle o meno dipende dalle interazioni che viviamo nella vita. Esiste una vita prima? Assolutamente sì. Nessuno nasce uguale. Basta che noi andiamo a prendere diversi bambini nati nella stessa famiglia, nello stesso contesto, e vediamo che anche gemelli geneticamente identici hanno dei caratteri diversi, hanno delle predisposizioni diverse. Una volta un giornalista mi ha chiesto: “Tu credi nella reincarnazione?” Ho risposto: “Sì.” Poi ha cercato di fare una domanda un po’ furba e ha chiesto: “E se non esistesse?” Ho risposto: “Molto meglio.” Guardando il mondo intorno a me, io non ho paura di morire, credo di avere una vita abbastanza coerente, non ho paura di quello che viene dopo, ma se guardo il mondo intorno a me, se con la morte finisse tutto, sarebbe meglio per tutti. Però io non credo in questo. La cosa interessante è che quando noi viviamo la vita con la visione del mondo secondo cui esiste qualcosa prima e c’è continuità dopo, noi diamo priorità a ciò che continua. E ciò che continua trascende il corpo, trascende il potere, trascende il denaro, trascende la ricchezza, trascende l’immagine. Quello che continua di vita in vita che cos’è? Le nostre predisposizioni più profonde, le nostre emozioni, le nostre abitudini. E allora io chi voglio essere dopo la morte? Io voglio essere una persona gioiosa, soddisfatta, amorevole, quindi devo coltivare gioia, soddisfazione, amore. Questo ci porta a dare più valore a ciò che in realtà è più importante durante la vita stessa. E ci porta ad avere anche un senso di responsabilità verso il collettivo più a lungo termine, che è una cosa estremamente importante. A me è capitato più volte che delle persone molto scettiche venissero a chiedermi: “Lama, puoi pregare per quella persona che è morta?” Gli ho chiesto: “Per che cosa vuoi che preghi, per il corpo o per cosa?” Noi naturalmente abbiamo un senso di continuità. Però per me la cosa più importante non è andare ad aprire il dibattito se la reincarnazione c’è o non c’è, voler provare la reincarnazione. La cosa più importante è che il presente è frutto del passato, e il presente è causa del futuro e quindi non possiamo ignorare il passato e non possiamo trascurare il presente nella visione del futuro, a livello personale e a livello collettivo. Questa è la cosa più importante. Oggi è il passato di domani. -------------------------------------------------------------------------------- Lama Michel Tulku Rinpoche, nato nel 1981 a Sao Paolo in Brasile, è un maestro buddhista e guida spirituale di diversi centri buddhisti nel mondo. Per maggiori informazioni sui Centri Kunpen Lama Gangchen: https://kunpen.ngalso.org/ Libro: Dove vai così di fretta? Di Lama Michel Rinpoche -------------------------------------------------------------------------------- La prima puntata di questa intervista si può trovare qui. Intervista a cura di Barbara De Luca, Giorgio Schultze e Thomas Schmid. Redazione Milano
February 24, 2026
Pressenza