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BACK TO THE JAM
 GIOVEDI 29 GENNAIO 2026 Sala concerti CSOA Forte Prenestino  ore 22.00  Back to the Jam  Gennaio-Febbraio- Marzo ultimo giovedì del mese Aprile penultimo giovedi del mese!
L’Appello: Poteri di Roma Capitale, l’altra riforma costituzionale che avanza senza nessun   coinvolgimento dei cittadini
In questi giorni è finalmente emersa nel dibattito pubblico la riforma costituzionale della magistratura, su cui cittadine e cittadini saranno chiamati a esprimersi la prossima primavera. Ma c’è un’altra riforma costituzionale a cui  il Governo sta imprimendo una forte accelerazione che sta passando completamente in sordina, la Modifica dell’articolo 114 della Costituzione in materia di Roma Capitale, che intende conferire a Roma i poteri legislativi di una Regione per 11 materie, comprimendone l’ambito al solo perimetro comunale, con l’esclusione quindi di quell’ ”anello” metropolitano che ne è ormai  da tempo parte integrante. Trenta associazioni e comitati e decine di esponenti del mondo civico, accademico, culturale,  di Roma e non solo, chiedono al Sindaco di Roma Capitale e della Città Metropolitana Gualtieri,  al Presidente della Regione Lazio Rocca,  ai Presidenti dei Municipi e a tutte le istituzioni e le forze politiche,  di impegnarsi perché la riforma sia messa finalmente al centro di un dibattito con le cittadine e i cittadini romani,   compresi  quelli che si sono  trasferiti per necessità abitative nei comuni limitrofi, riportando il progetto della governance all’ambito metropolitano. APPELLO PER L’AVVIO DI UN DIBATTITO DEMOCRATICO SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE  DI ROMA CAPITALE  Stanno accelerando le modifiche che la  maggioranza di centro destra sta infliggendo all’ attuale assetto democratico del nostro Paese: autonomia regionale differenziata, premierato, ordinamento della magistratura,  provvedimenti che hanno visto levarsi un movimento contrario  di cui è protagonista anche  la società civile.  Una riforma che, come le precedenti, riscrive un articolo della Costituzione, sta  invece passando in sordina, sostenuta da un fronte che comprende destra e sinistra, ultimamente rivisitata  dal Governo Meloni in accordo con il Sindaco Gualtieri e il Presidente del Lazio Rocca: il disegno di legge costituzionale di Modifica dell’articolo 114 della Costituzione in materia di Roma Capitale. Un disegno di legge che  conferisce all’Assemblea capitolina  i poteri legislativi su alcune materie attualmente concorrenti Stato/Regione che diventerebbero  concorrenti Stato/Roma Capitale (governo del territorio; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali) e su alcune delle cosiddette “materie residuali”, allo stato attuale di esclusiva competenza legislativa della Regione, che diventerebbero  di esclusiva competenza di Roma Capitale (trasporto pubblico locale; polizia amministrativa locale; commercio; turismo; artigianato; servizi e politiche sociali; edilizia residenziale pubblica; organizzazione amministrativa di Roma Capitale).  Prerogative che verrebbero esercitate all’interno del solo perimetro comunale. Una riforma che riteniamo inutile per la risoluzione degli annosi problemi della Capitale, e anche dannosa,soprattutto per il definitivo abbandono della prospettiva della Città metropolitana i cui comuni continuerebbero a rispondere alla legislazione regionale creando una evidente e insanabile discrasia: sono a tutti evidenti le forti interconnessioni che si sono andate nel tempo sempre più consolidando tra capoluogo e il resto dei comuni (per tutte il sistema dei trasporti).    Ma è preoccupante in generale l’accentramento di poteri nell’organo comunale,  senza più i contrappesi del confronto con l’amministrazione regionale,  che rischia di attribuire uno smisurato potere decisionale su materie fondamentali per lo sviluppo della città alle maggioranze politiche capitoline del momento. E resta indefinito nei contenuti e nella tempistica se si procederà verso un effettivo decentramento ai Municipi, cavallo di battaglia elettorale di tutti i partiti,  prontamente accantonato dopo ogni consultazione.  Ma soprattutto pesa la scarsa informazione e partecipazione dei cittadini su un tema che dovrebbe essere oggetto di un dibattito esteso e di un confronto democratico.  Roma ha il diritto ad avere riconosciute le peculiarità come Capitale e anche i mezzi per affrontare le tante  problematiche che ne hanno accompagnato la storia e lo sviluppo disarmonico. Ma la strada non passa dal concentrare i poteri, ma da una Amministrazione con più risorse finanziarie, con strutture tecniche-amministrative più adeguate per presenze e profili professionali, più autonomia amministrativa e più aperta e dialogante con i cittadini, del Comune e della Città metropolitana. Il 29 dicembre sono stati depositati gli emendamenti della Commissione Affari costituzionali, presto il ddl arriverà in parlamento.  Chiediamo che,  anziché accelerare i tempi in vista delle elezioni della primavera 2027, la riforma esca dal ristretto ambito delle aule parlamentari, dei tavoli istituzionali e soprattutto degli annunci che non raccontano nulla ai cittadini,  limitandosi alla retorica di generici riconoscimenti   al ruolo del Comune di Roma in quanto Capitale.  Chiediamo al Sindaco  di Roma Capitale e della Città Metropolitana Gualtieri,  al Presidente della Regione Lazio Rocca,  ai Presidenti dei Municipi e a tutte le istituzioni e le forze politiche di impegnarsi perché la riforma sia messa finalmente al centro di un dibattito con le cittadine e i cittadini romani, tutti i cittadini,   quelli che risiedono  all’interno del perimetro comunale e quelli che si sono  trasferiti per necessità abitative nei comuni limitrofi, riportando il progetto della governance all’ambito metropolitano .  Chiediamo che si abbandoni la strada di un sempre più marcato accentramento di poteri in poche mani in nome di presunte efficienze e accelerazioni delle  procedure e si rinnovino le pratiche democratiche di dialogo e confronto con i cittadini e i territori,   secondo lo spirito della nostra Costituzione. Associazione Carteinregola, Associazione Aspettare Stanca, Associazione A Sud, ARCI Roma, Associazione Artù, Associazione Bianchi Bandinelli,  CILD Centro di iniziativa per la Legalità Democratica, DiarioRomano, Comitato per la difesa della pineta di Villa Massimo, Circolo Fratelli Rosselli, Cittadinanzattiva Lazio, Associazione Da Sud, Associazione di Quartiere Fontana Candida, Ass. IL MIO AMICO ALBERO ODV, Associazione Insieme per la Curtis Draconis,  Italia Nostra Roma, Associazione Mare libero, Associazione Progetto Celio, Comitato per il Progetto Urbano San Lorenzo e la Salvaguardia del Territorio, Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti, Associazione Roma Ricerca Roma, Associazione Simbolo, Salviamo il Paesaggio Roma e Lazio, Comitato Stadio Flaminio, Associazione Tavoli del Porto, TUTraP-APS , VAS onlus, Comitato Villa Blanc, Associazione Villa Certosa OdV, WWF Roma e Area Metropolitana    * Ilaria Agostini, ricercatrice di urbanistica Università di Bologna * Ella Baffoni, giornalista * Paolo Berdini, urbanista * Piero Bevilacqua, storico * Lucio Carbonara, urbanista * Filippo Celata, docente  di Geografia economica, Università di Roma La Sapienza * Carlo Cellamare, docente di  Urbanistica, Università di Roma La Sapienza * Danilo Chirico, giornalista e scrittore * Silvano Curcio, Docente di Management dei patrimoni immobiliari e urbani, Università di Roma La Sapienza * Vezio De Lucia, urbanista * Stefano Deliperi,  presidente Gruppo d’Intervento Giuridico * Giuseppe De Marzo, economista, attivista, giornalista e scrittore * Mirella Di Giovine, architetto, Università di Roma La Sapienza * Maria Pia Guermandi, coordinatrice Emergenza cultura * Clara Habte, giornalista * Visenta Iannicelli, già dirigente di Roma CapitaleMaria Ioannilli, già docente di Tecnica Urbanistica, Università di Roma Tor Vergata * Susanna Le Pera, già responsabile del Servizio Carta per la Qualità di Roma Capitale * Paola Loche, Naturalista * Paolo Maddalena, vice Presidente emerito della Corte Costituzionale * Clarice Marsano, già funzionario del Ministero dei Beni culturali * Marina Montacutelli, CNR * Tomaso Montanari, storico dell’arte * Marco Miccoli, vicepresidente nazionale Anppia * Loretta Mussi, medico * Giorgio Osti portavoce del Coordinamento delle Associazioni per il Regolamento del Verde e del Paesaggio urbano di Roma Capitale * Pancho Pardi, già Professore di Urbanistica Università di Firenze, ex Senatore * Rita Paris, già Direttore del Parco Archeologico dell’Appia Antica * Massimo Pasquini, già segretario nazionale Unione Inquilini * Rosario Pavia, urbanista * Barbara Pizzo,  professoressa Associata di Urbanistica  Università di Roma La Sapienza * Daniela Rizzo, archeologa, già Ministero Beni Culturali * Enzo Scandurra, urbanista * Maria Spina, architetto * Pietro Spirito, economista dei trasporti * Giancarlo Storto, urbanista * Vincenzo Vita, giornalista e saggista (…) Roma, 19 gennaio 2026 Per aderire scrivere a: info@carteinregola.it con OGGETTO: APPELLO DIBATTITO RIFORMA ROMA CAPITALE, specificando l’eventuale qualifica da indicare insieme al nome del sottoscrittore/trice Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com Vedi anche : Roma Capitale,  Roma Città Metropolitana, Decentramento Municipi cronologia e materiali
Manifestazioni in sostegno al popolo iraniano a Firenze: testimonianze dalle piazze
Nel weekend, a Firenze, si sono susseguite le manifestazioni in sostegno del popolo iraniano le cui proteste – iniziate a dicembre 2025 – vengono brutalmente represse nel sangue dal regime teocratico di Khamenei. Le contestazioni sono iniziate contro il carovita … Leggi tutto L'articolo Manifestazioni in sostegno al popolo iraniano a Firenze: testimonianze dalle piazze sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Scuola: polemiche sul censimento degli studenti palestinesi
L’arrivo nelle scuole di una circolare in cui si chiede di censire il numero degli studenti palestinesi scatena durissime reazioni. Le risposte tardive e le motivazioni confuse del Ministero non riescono a dissipare i dubbi. A fine novembre scorso, la … Leggi tutto L'articolo Scuola: polemiche sul censimento degli studenti palestinesi sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
CINEFORUM TRANSFEMMINISTA
DOMENICA 25 GENNAIO 2026 Il Cineforum di Non Una Di Meno presenta: domenica 25 gennaio alle ore 17:00 presso la sala Cinema del  C.S.O.A. Forte Prenestino PERSEPOLIS di Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud (Fra 2007) Durata 96' Tratto dall’omonimo fumetto Interverranno al dibattito finale alcune compagne iraniane
Palestina, resistenza e repressione: come lo Stato italiano criminalizza la solidarietà
di Agata Iacono L'Antidiplomatico, 17 gennaio 2026 Feriti dalla successione drammatica delle notizie e delle manipolazioni mediatiche che vedono Usa e Israele distruggere definitivamente quello che un tempo si chiamava diritto internazionale, dal rapimento di Maduro al tentativo di Maidan in Iran, dalle minacce alla Groenlandia alla ratifica del "piano di pace" di Trump per distruggere definitivamente il popolo palestinese, ci sfugge spesso quello che sta succedendo a casa nostra. Sia chiaro: quello che succede è strettamente connesso al quadro geopolitico e all'asservimento totale dell'Italia ad Israele e agli USA (con qualche goffo tentativo di salvare la sudditanza anche al cadavere dell'Europa+UK). Abbiamo assistito all'arresto, alla diffamazione, alla stigmatizzazione delle manifestazioni che chiedevano al governo italiano di non essere complice del genocidio. Cariche di polizia, idranti, fermi e arresti degli attivisti hanno registrato un crescendo da stato di polizia, appena il movimento per la Palestina ha subito, oggettivamente, una fase di arresto. Le distorsioni della narrazione hanno aggredito  e diffamato Francesca Albanese come la giornalista-attivista Angela Lano e la deputata del movimento 5 stelle Stefania Ascari (tutte donne, chissà perché non siano mai state difese dal movimento Donne Vita e Libertà....). Quindi hanno attaccato direttamente i palestinesi in Italia, arrestando addirittura l'imam di Torino, Mohamed Shahi, colpevole di non aver condannato la resistenza, nonché il presidente dell'Associazione Palestinesi d'Italia, l'architetto Mohammad Hannoun, accusato di aver "finanziato", attraverso l'associazione benefica per mandare aiuti in Palestina, anche il terrorismo... Ma ci sono altri palestinesi nelle carceri italiane, tutti accusati per conto e ordine di Israele, senza aver mai commesso reati in Italia. È di oggi la scandalosa sentenza che condanna Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi. Il processo farsa, istruito dalle autorità italiane per esaudire la richiesta di Israele di colpire Anan, che ha osato difendere il suo popolo e la sua famiglia dalla violenza dei coloni sionisti in Cisgiordania (violenza assassina documentata anche da No Other Land, premio oscar del 2025). Nelle ultime udienze abbiamo assistito alla presenza di funzionari dello Stato sionista in sostegno dell’accusa: ovvero, i tribunali italiani hanno chiamato responsabili di un genocidio a testimoniare contro chi lotta contro questo stesso genocidio, condannato dal tribunale internazionale e dall'ONU. Durante gli anni di carcerazione, provenienti da tutta Italia, davanti al tribunale de L'Aquila sono stati sempre presenti presidi di solidarietà. Anan Yaeesh è stato infatti trasferito dal carcere di Terni a quello di Melfi, per isolarlo, ha anche effettuato uno sciopero della fame. Le sue condizioni fisiche risentono delle schegge che il ragazzo ha ancora in corpo, essendosi salvato miracolosamente dai tentativi di omicidio israeliani. In una videoconferenza dal carcere di alta sicurezza di Melfi, ha recentemente detto: “É successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, ne attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano.Non so più se mi trovo in un tribunale Israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?” La requisitoria della pubblico ministero, che non è mai riuscita a dimostrare nulla delle accuse, aveva richiesto pesanti condanne, 12 anni per Anan, 9 per Alì, 7 per Mansour (gli ultimi due erano già a piede libero, il vero obiettivo era colpire Anan).Il processo farsa dell’Aquila, è la dimostrazione dell’asservimento dell'Italia ad Israele e della complicità del governo italiano con il genocidio in corso. Alla pronuncia della condanna in aula si è levato un grido unanime di protesta.Quindi, davanti alla sede del tribunale, il legale Flavio Rossi Albertini ha ringraziato gli attivisti per la loro costante vicinanza, annunciando l'appello. E non finisce qui. È di ieri una circolare alle regioni e quindi alle scuole del Ministro Valditara che impone la schedatura dei bambini palestinesi che frequentano la scuola italiana. Siamo tornati alle leggi razziali fasciste antisemite del 1938? E nel frattempo il ministro Piantedosi, attraverso il decreto sicurezza, impedisce di fatto le espressioni di dissenso e solidarietà, addirittura imponendo controlli, perquisizioni, schedature e zone rosse. In sintesi il concetto è: "Se aiuti il popolo palestinese aiuti Hamas e quindi sei un terrorista". Fino a quando i palestinesi non accetteranno di essere percepiti quali vittime di una catastrofe naturale, senza alcun colpevole, e oseranno resistere, saranno tutti considerati terroristi, anche quelli nati ieri e morti di freddo. Ne avevo parlato qui: Il caso di Anan Yaeesh, "colpevole di Palestina"  Non è l'Iran, non è il Venezuela. È il regime Italia.   AGATA IACONO  SOCIOLOGA E ANTROPOLOGA     ANAN YAEESH CONDANNATO A 5 ANNI: PER I GIUDICI LA RESISTENZA PALESTINESE È TERRORISMO di Monica Cillerai L'Indipendente, 17 gennaio 2026 Grida e cori di protesta di tanti solidali hanno accolto la sentenza con la quale i giudici della Corte d’Assise dell’Aquila hanno condannato il palestinese Anan Yaeesh a cinque anni e sei mesi di reclusione per “associazione con finalità di terrorismo internazionale”. Yaeesh, arrestato nel gennaio 2024, è stato accusato di aver finanziato e avuto rapporti con gruppi della resistenza armata palestinese. Un’affiliazione che non ha mai nascosto: «Sono nato in Palestina e questa non è stata una mia scelta. Resistere, invece, è stata la scelta migliore della mia vita», aveva dichiarato. Nel processo i suoi avvocati chiedevano che venisse rigettata la definizione di “terrorismo” per le azioni dei gruppi palestinesi nel contesto della lotta contro l’occupazione. Il tribunale, invece, ha ammesso solo delle attenuanti rispetto alla condanna di 12 anni chiesta dai PM. Assolti invece, dopo sei mesi in carcere da innocenti, altri due indagati: Ali Irar e Mansour Doghmosh. La decisione è stata letta dal presidente del collegio, Giuseppe Romano Gargarella, al termine di una camera di consiglio durata circa sei ore. La procura aveva chiesto la condanna a 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Doghmosh, accusati di far parte del Gruppo di Risposta Rapida, uno dei gruppi della resistenza armata palestinese della città di Tulkarem. Alla sbarra oggi c’era la resistenza palestinese, definita “terrorismo” dal pubblico ministero Roberta D’Avolio. La difesa invece aveva chiesto l’assoluzione contestando l’intero impianto accusatorio, ricordando la legittimità della resistenza armata in un territorio occupato militarmente. Il procedimento infatti non riguarda solo tre individui: in gioco c’è la formula con la quale lo Stato italiano qualifica e reprime la resistenza palestinese all’occupazione israeliana in Cisgiordania. «Anan è stato condannato a 5 anni e sei mesi come organizzatore di un’organizzazione terroristica», ha dichiarato l’avvocato Flavio Rossi Albertini fuori dal Tribunale. «Sappiamo perfettamente che non c’è un solo elemento che accrediti il fatto che il Gruppo di Risposta Rapida di Tulkarem volesse aggredire, attaccare, coinvolgere, coloni nelle loro azioni. Tutte le azioni che sono state dimostrate e acquisite attraverso delle chat parlavano sempre di azioni rivolte contro i militari, ovvero contro quell’esercito occupante che dal 1967 impedisce al popolo palestinese di autodeterminarsi. Pertando questa sentenza per noi è profondamente ingiusta, perché condanna Anan Yaeesh e perché ritiene che quell’esperienza di resistenza palestinese sia terroristica, mentre invece è un legittimo utilizzo delle forme della lotta armata in vista dell’autodeterminazione dei popoli.» Anan Yaeesh è accusato di essere tra i promotori del Gruppo di Risposta Rapida, una delle brigate armate nate nel 2022 che cercavano di resistere all’occupazione israeliana nella città di Tulkarem, territorio martoriato dall’esercito di Tel Aviv e i cui campi profughi sono chiamati “le piccole Gaza” per l’enorme livello di devastazione subita. Da Tulkarem Anan se ne era andato nel 2013, nel tentativo di scampare alla persecuzione israeliana dopo aver subito diverse detenzioni e tentativi di assassinio. Si era rifugiato in Europa. Arriva prima in Norvegia e in Svezia e infine giunge a L’Aquila, dove fa richiesta d’asilo nel 2017 e ottiene poi la protezione speciale. Anan non è mai stato nel mirino della polizia italiana, fino al giorno della richiesta di estradizione di Tel Aviv, per la quale è detenuto dal 29 gennaio 2024, inizialmente nel carcere di Terni e poi a Melfi. La Corte d’Appello dell’Aquila aveva negato la consegna di Anan a Israele riconoscendo che l’imputato potrebbe essere sottoposto a «trattamenti crudeli, disumani o degradanti». Due giorni prima, tuttavia, la procura italiana aveva aperto un secondo procedimento penale, che riprende le stesse accuse formulate da Israele verso il giovane palestinese. Coinvolgendo altri due connazionali residenti in Abruzzo, Ali Irar e Mansour Doghmosh, che vengono accusati di aver supportato Anan tramite attività di reclutamento e propaganda per la Brigata. Una mossa che sembra molto più indicare la necessità della Procura di avere un numero minimo di indagati per un reato associativo piuttosto che a indizi concreti. «Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina sin dal 1947 e non dal 7 ottobre. Ci troviamo ad affrontare una violenza squadrista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la violenza nazista tedesca. La resistenza palestinese, legittimata da tutte le corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito, oggi la considerate terrorismo». Anan si è sempre definito un resistente, fin dalle prime dichiarazioni spontanee rilasciate a partire dal 26 febbraio scorso. «Il diritto e le convenzioni internazionali assicurano il diritto all’autodifesa, anche armata, di un popolo contro un esercito occupante» aveva dichiarato Flavio Rossi Albertini a L’Indipendente. «L’Autorità italiana si è sostituita a Israele». Il processo è politico e ogni sua fase ha esplicitato e messo in evidenza la stretta alleanza e condivisione di obiettivi tra lo Stato d’Israele e quello italiano. Nell’udienza del 19 dicembre scorso, l’avvocato difensore Flavio Rossi Albertini aveva denunciato nuovamente la «rimozione sistematica di ogni elemento di contesto: l’occupazione della Cisgiordania, la colonizzazione, i crimini umanitari e il genocidio in corso», sottolineando come, senza questi punti cardinali, la “giustizia” dei tribunali perda la capacità stessa di distinguere tra terrorismo e resistenza. Rossi Albertini ha ricordato che il processo «serve ad accertare fatti, non a giudicare la causa politica di un altro popolo», richiamando in aula la Resistenza italiana e la detenzione di Sandro Pertini durante l’occupazione nazifascista. Dagli albori il processo appare influenzato e diretto da Tel Aviv, più che dal codice penale del Belpaese. Questa sentenza ne è la conferma, e costituisce un precedente pericoloso nella repressione giudiziaria della causa palestinese nei tribunali italiani. «Tra 90 giorni leggeremo le motivazioni della corte di Assisi e presenteremo certamente appello», conclude Albertini.   Monica Cillerai Laureata in Scienze Internazionali a Torino, con un master in Risk Analysis and Management all'Università di Scienze Politiche di Bordeaux. Per L'Indipendente è corrispondente dal Medio Oriente oltre a scrivere di immigrazione e frontiere, estrattivismo e tematiche ambientali.
Da Mondeggi alla Palestina
Articolo di Tommaso Chiti La «fattoria senza padroni» Mondeggi bene comune, a pochi chilometri da Firenze, è una tenuta agricola pubblica, nata nel 2012 da un’esperienza di resistenza di abitanti locali che si sono opposti all’abbandono e alla svendita di questa tenuta dando vita a un progetto di autorecupero agri-ecologico sulla base del Manifesto di Genuino Clandestino. In questo contesto è nata nel tempo l’idea di una Comunità Agricola di Solidarietà Attiva (C.A.S.A) dal carattere internazionalista, incentrata sul progetto di attivismo agro-ecologico a fianco della popolazione palestinese in Cisgiordania, per «promuovere lo scambio di saperi, di strumenti agricoli, favorire la produzione su piccola scala e garantire il libero accesso alla terra per l’avviamento di attività contadina». Dopo i primi contatti con alcune comunità locali, nei Territori palestinesi occupati, il progetto pilota è partito alla fine dello scorso ottobre con l’obiettivo di fare del «lavoro agricolo condiviso uno strumento di resistenza all’oppressione e alla violenza dell’occupazione civile e militare israeliana, così come di difesa dell’autodeterminazione palestinese». La prima staffetta del progetto ha visto sei giovani, tre donne e tre uomini portare, letteralmente sul campo, un supporto attivo alle operazioni di raccolta delle olive, in una zona ad alto rischio come l’Area C della West Bank, regione di insediamento di coloni nazional-religiosi, sotto totale controllo militare israeliano. «Interporsi in maniera nonviolenta durante un’azione di raccolta è uno strumento spesso efficace, se si compie con un’intera comunità di persone, composta anche da volontari internazionali – spiegano referenti del progetto – soprattutto in quei luoghi dove il tempo di esecuzione materiale del lavoro fa appunto la differenza tra portare a casa il prodotto e garantirsi un reddito, o essere costretti ad abbandonare tutto, cedere alle intimidazioni e lasciare la propria terra». ECONOMIA DI RAPINA Molte sono le denunce sull’intensificarsi di sabotaggi e devastazioni di campi e colture da parte dei coloni sionisti, proprio nella stagione della produzione olearia. Le azioni vanno dallo sradicamento di alberi agli incendi delle olivete, tanto da compromettere oltre seimila esemplari in Cisgiordania, in un settore come quello primario, che pesa per oltre il 15% del Pil palestinese.  Secondo la Company of organic agriculture in Palestine (Coap) di Ramallah, che riprende i dati della Banca Mondiale, l’economia della regione soffre di una sensibile contrazione per l’impatto dell’occupazione militare israeliana. Il report illustra come dopo il 7 ottobre più del 29% delle aziende in Cisgiordania abbiano ridotto o cessato la produzione, anche a causa della revoca dei permessi di lavoro per 148mila pendolari, oltre che per l’interruzione nelle catene di approvvigionamento e l’aumento dei costi di trasporto, in seguito all’installazione di centinaia di nuovi posti di blocco militari. In Cisgiordania, circa il 45% dei terreni agricoli è occupato da oltre 10 milioni di ulivi, con una potenziale produzione annua di 35mila tonnellate di olio. Quest’attività rappresenta una fonte di reddito essenziale per oltre centomila famiglie.  Nell’ultima panoramica mensile del 2025 l’Ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli Affari umanitari (Ocha) rivela poi come oltre 96mila dunum – antica unità di misura ottomana, pari a circa 96 kmq – di uliveti siano rimasti incolti a causa delle violenze e delle restrizioni israeliane, causando perdite per oltre 1.200 tonnellate di olio d’oliva, pari a circa dieci milioni di dollari. Sempre secondo l’Ocha nello stesso periodo la violenza dei coloni ha raggiunto livelli di sistematicità senza precedenti con circa 193 attacchi a proprietà palestinesi, di cui il 29% del totale a strutture agricole, che hanno causato il ferimento di oltre seimila persone, inclusi milleduecento minori, e il vandalismo di oltre 4.200 alberi in 77 villaggi, soprattutto nei pressi di Nablus, Ramallah e Tulkarem, provocando una perdita stimata di oltre 52 tonnellate di olio. In tutto, dall’inizio dell’anno, gli attacchi documentati in Cisgiordania da parte dei coloni sono stati circa 1.500; e se nel 2024 circa il 60% degli olivicoltori non ha potuto effettuare la raccolta, nel 2025 le stime ipotizzano impedimenti che sono arrivati a colpire 7 olivicoltori su 10. COLONIALISMO ARMATO «È impressionante la differente percezione del 7 ottobre fra i palestinesi della diaspora, che contestualizzano quei fatti nell’ambito di un’oppressione pluridecennale, e le comunità dei Territori occupati illegalmente da Israele, che da quella data hanno visto le loro vite cambiare drasticamente in peggio, con interdizioni di passaggi oltre il muro e aggressioni sempre più frequenti e arbitrarie» racconta un’attivista alla sua prima esperienza in Palestina, rimasta da subito convinta dalla proposta del progetto C.A.S.A. La visita della delegazione di volontari ai villaggi di At-Tuba, di At-Tuwani e della Valle del Giordano ha mostrato soprattutto la postura ultra-repressiva dell’esercito israeliano che, a differenza del passato, non interviene per allontanare i coloni violenti, ma si affianca a loro al termine degli agguati per arrestare le vittime. I coloni religiosi sono sempre stati il braccio armato dell’espansionismo sionista ma almeno prima se succedevano aggressioni documentate da internazionali, di fronte a prove e testimoni, le autorità israeliane intervenivano per allontanare le bande di occupanti, che per qualche giorno fermavano i loro attacchi, mentre ora la situazione si è terribilmente aggravata con il triplicarsi del potere dei coloni, che hanno referenti direttamente nel governo di Tel Aviv, come il ministro Ben Gvir». La violenza dell’occupazione si traduce poi in nuovi avamposti, ritenuti illegali anche dalla legislazione israeliana, che però, a detta dei promotori del progetto C.A.S.A., spuntano con bandiere con la stella di David, issate anche nottetempo, ai bordi delle principali vie di collegamento. Un altro aspetto devastante è poi il furto delle risorse idriche, con la perimetrazione e la confisca dei pozzi, come denunciato dalla delegazione di Mondeggi Bene Comune anche nel villaggio beduino di Bardala. Lo stesso ruolo di interposizione delle organizzazioni umanitarie e di solidarietà internazionale è stato molto ridimensionato, tanto che «il passaporto occidentale non è più garanzia di tutela né per noi stessi, né per la popolazione palestinese e alcune famiglie del posto preferiscono non avere a che fare con volontari come noi, per cercare di evitare ritorsioni ulteriori dopo la nostra partenza». MUTUALISMO INTERNAZIONALE «La rete di solidarietà internazionale presente in Cisgiordania ha diverse sfaccettature, tante quante sono le correnti e la varietà di approcci nella lotta di autodeterminazione palestinese, ma rispetto ad altre organizzazioni che abbiamo anche incontrato durante la nostra permanenza, come l‘Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo_ UAWC’, o con cui ci siamo interfacciati per la formazione, come nel caso di ‘Operazione Colomba’, la specificità del progetto C.A.S.A. riguarda la preparazione sul campo, le competenze agricole e le pratiche di esecuzione del mutualismo contadino, che non si limitano alla scorta civile». In questo aspetto sta l’unicità del progetto, che intende contenere l’avanzata dell’occupazione delle terre con pratiche di supporto contadino contro l’abbandono delle proprietà  palestinesi. L’intento infatti è quello di sviluppare con il tempo una rete che si attivi nelle fasi critiche del lavoro agricolo, dalla semina del grano, a bonifiche o consolidamenti dei campi con recinzioni o terrazzamenti, oppure per la messa a dimora di piante per l’orto, fino alla cura degli ulivi.  RESISTENZA CONTADINA I tempi di lavoro palestinesi sono senz’altro diversi dai nostri: le operazioni di raccolta nei campi accerchiati dalle colonie, non possono permettersi di badare  allo schiacciamento delle olive, consueto accorgimento onde evitare la loro ossidazione. Queste pressioni però non compromettono le consuetudini tipiche, come i momenti di comunità con i pasti di ristoro nelle pause. «Insieme si parlava di potature, di cloni, di resa delle frangiture e da questi scambi emerge quanto il lavoro contadino sia strumento comune di autodeterminazione, pratica di resistenza e forma costante di attivismo politico». Fra le analogie ragguardevoli c’è ad esempio l’organizzazione del frantoio, dotato di una macchina degli anni Ottanta di fabbricazione italiana e gestito in modo cooperativo con pagamenti in corrispettivo d’olio, tramite baratto senza denaro. Anche nel settore agricolo palestinese le realtà operanti si articolano in una varietà di soggetti, da quelli a carattere aziendale fino a forme di sussistenza familiare, passando per modelli organizzativi di tipo collettivistico, strutturati magari con comitati di resistenza popolare locali, come quello visitato nel villaggio beduino di Um al Khair, sottoposto a ingiunzione di sgombero e demolizione, dove a luglio scorso è stato ucciso da un colono israeliano l’attivista palestinese Awdah Hathaleen, noto per la sua parte nel documentario vincitore agli Oscar, No Other Land. Proprio per la pericolosità del sito, i promotori del progetto C.A.S.A. sono orgogliosi di rivendicare l’utilità del progetto, visto che senza il coordinamento fra contadini locali e internazionali e il supporto di una staffetta di vedetta costante, non sarebbe partita una rete di collaborazione e quest’anno il proprietario avrebbe fatto la scelta rischiosa di abbandonare l’oliveta.  AGRO-ECOLOGIA DI COMUNITÀ Fra le finalità di medio-lungo periodo del progetto C.A.S.A. c’è quella di creare un movimento di solidali a supporto dei momenti più duri e pericolosi del lavoro agricolo in Cisgiordania tramite gemellaggi, per una rete contadina coordinata dalle persone del luogo. «Per organizzarsi al meglio, bisogna prima sintonizzare gli intenti – spiegano –, capire cosa significa fare agroecologia in Palestina, cosa vuol dire essere contadini e farlo insieme dal basso, senza organizzazioni sovra-strutturate, con scambi reciproci, affrontando criticità come gli intervalli fra le visite e la sostenibilità del progetto». Una delle modalità passa anche dall’invito in Italia dei rappresentanti delle realtà palestinesi incontrate, così da permettere un confronto aperto, in spazi e tempi liberati dall’oppressione israeliana «anche a livello mentale, in un contesto sicuro e tranquillo, darebbe loro quel tempo da restituire poi, nella stessa portata, dentro la propria terra». A detta dei promotori poi non manca attenzione a mantenere coerenza fra progetto e azioni sul campo e sotto questo aspetto uno degli incontri più riusciti durante l’esperienza è stato quello con la Land and farming cooperative di Burin, un vero e proprio collettore di realtà agricole, fra movimenti e villaggi circostanti, che combina la lavorazione della terra con i diritti sociali ed educativi della comunità, garantendo accesso scolastico e spazi condivisi come il community center, in quella che il suo stesso referente Ghassan non esita a definire «una dimensione comunista», con un legame di classe che promana dal lavoro agricolo come bene comune. La cooperativa conta 20 addetti, di cui 15 donne impiegate prevalentemente nella coltivazione di ortaggi, nella formazione di tipo agro-ecologico e nel supporto alle famiglie meno fortunate della zona, a cui non mancano di garantire una sussistenza minima con l’auto-produzione. > A differenza del frantoio a conduzione interamente maschile, qui l’attivismo > rurale combina azione diretta e progettualità a lungo termine anche in senso > anticapitalista ed egualitario, in cui le donne rivendicano la volontà di > essere soggetti attivi della comunità, pur a fronte di dinamiche complesse per > il retaggio culturale o religioso e per il crescente pericolo di aggressioni > da parte dei coloni. Anche per questi motivi sono state poche le occasioni di incontro con le contadine durante la raccolta e la componente femminile del progetto C.A.S.A. ha dovuto muoversi con una certa sensibilità al rispetto reciproco di spazi e usanze, tali da dare alle volontarie la sensazione di «sfiorare le palestinesi» per i contatti sporadici, comunque sufficienti a capire come «soprattutto in questo momento le donne rappresentano le radici culturali che tengono agganciata tutta la comunità al territorio». Per questo, fra le prospettive di sviluppo del progetto, non manca l’idea del coinvolgimento di donne palestinesi impegnate nell’autonomia femminile e nel contrasto alla violenza di genere insieme alla componente maschile non-violenta, nonostante il livello di devastazione per mano sionista rappresenti la preoccupazione principale in questo momento. ATTACCO ALLA TERRA IN FORMA DI ECOCIDIO Sempre più spesso l’occupazione israeliana di matrice coloniale e capitalista si concretizza come espropriazione di terreni e accaparramento predatorio di risorse a fini speculativi, perpetrando così quel land grabbing che il progetto C.A.S.A. definisce un vero e proprio «Attacco alla terra, di guerra nella guerra ed ‘Ecocidio» in quello che si può definire una sorta di manifesto del progetto. La terra che i fondamentalisti messianici definiscono «promessa», secondo l’interpretazione dei promotori del progetto C.A.S.A. «viene invece violentata, distrutta, avvelenata, resa irriconoscibile. La guerra distrugge non solo le vite di migliaia di persone, ma devasta ecosistemi, annienta la biodiversità. Tonnellate di detriti come residui di ordigni bellici, metalli pesanti contaminano il suolo e le falde acquifere – continua l’analisi diffusa da Mondeggi Bene Comune – molti campi non sono più curati e le stagioni future sono compromesse. Le persone hanno paura, ma resistono all’agricidio». Questa deriva si compie incredibilmente anche se nel 2024 il Parlamento europeo ha adottato una nuova direttiva sul «Ripristino della Natura» segnando un momento decisivo della protezione ambientale per la definizione del profilo penale di «ecocidio». E la totale indifferenza verso il diritto internazionale e i diritti umani  «dà la misura di quanto la situazione ci riguardi da vicino, perché la complicità dei governi occidentali con questi crimini rende poi dichiarazioni universali, Carte delle Nazioni unite o Convenzioni come la Cedu solo lettere morte»,. Così l’impegno per l’autodeterminazione del popolo palestinese non si limita solo all’epicentro del genocidio sionista nella Striscia di Gaza, ma si struttura come con il progetto C.A.S.A. in un «equipaggio di terra» con forme di mutualismo conflittuale, che interrogano movimenti e collettivi sulle rivendicazioni sociali e le pratiche di convergenza necessarie a invertire la rotta, coltivando un futuro di pace e giustizia sociale. *Tommaso Chiti, attivista e coordinatore regionale del progetto Antifascist Europe della fondazione Rosa Luxemburg, è laureato in Studi europei alla facoltà Cesare Alfieri dell’università di Firenze. L'articolo Da Mondeggi alla Palestina proviene da Jacobin Italia.
L’attacco ad Aska bene comune
Articolo di Rocco Alessio Albanese Flashback. Il giorno è il 3 ottobre 2025, e l’Italia è ferma perché è stata bloccata dallo sciopero generale. Convocato da Cgil e sindacati di base con una intelligente (ma rara, come poi purtroppo è stato facile tornare a constatare) scelta di convergenza, lo sciopero di quasi tre mesi fa è stato in tutto il paese una giornata di mobilitazione e di lotta come non se ne vedevano da quindici anni. Con una partecipazione straordinariamente ricca – animata da un senso quasi sorridente (se così si può dire, in un mondo terrificante) di risveglio collettivo, e quindi capace di stare in piazza in maniere determinate e conflittuali – milioni di persone hanno invocato libertà e giustizia per la Palestina. Hanno manifestato un rifiuto radicale delle politiche genocide, coloniali e di apartheid dello Stato di Israele. Hanno esteso questo rifiuto a un intero mondo – il nostro ipocrita mondo politico, economico e mediatico-culturale – che per lo più sorregge quel progetto di oppressione e di morte, e ne è complice (basta pensare ai contratti di Leonardo, recentemente contestati davanti al Tribunale di Roma). Vivere e sentire, dopo molti anni, la possibilità e l’esistenza di una mobilitazione di massa, è stato per molte persone qualcosa di liberatorio. Ciò è valso per chi vive ogni giorno una vita «normale», e forse è valso a maggior ragione, e in modo più intenso, per chi dedica quotidianamente energie e tempo alla militanza e all’attivismo. In questo senso, la potenza e la trasversalità delle manifestazioni di inizio autunno non possono che stimolare a riflettere su come (con quali premesse e posture, con quali impatti) le organizzazioni politiche e sociali percepiscono e interpretano il proprio ruolo quando, nella società, avvengono attivazioni massicce. Specie in un contesto come quello italiano, una riflessione di questo tipo sarebbe piuttosto opportuna e urgente, ponendo interrogativi di fondo sulle culture e le pratiche politiche che sorreggono collettivi e movimenti e che da essi sono riprodotte.  Come fare i conti con approcci muscolari, performativi, iper-competitivi e in fin dei conti machisti, ben radicati nelle nostre organizzazioni politiche e sociali? Come mettere le aree politiche organizzate il più possibile al servizio di chiunque sia intenzionata a dare un contributo? Come scongiurare il rischio di trattare in modo strumentale – nelle riunioni e nelle piazze – le persone comuni, allontanandole da una partecipazione di lungo periodo? Come evitare di frustrare tanti sforzi di elaborazione e di organizzazione, contribuendo davvero a che le mobilitazioni cambino, in profondità e a ogni livello, i rapporti di forza nel paese, istituendo nuove normalità e mutati baricentri? Come superare la confusione, sempre in agguato, tra la possibile potenza politica delle narrazioni e le visioni romanticizzate o perfino mistiche dei movimenti? Come prendere congedo da posture narcisiste, spesso perpetuate nell’esercizio di un potere che ci si illude di avere mentre, «là fuori», i capitalismi occidentali apparecchiano un feroce delirio di povertà e discriminazioni, crisi e guerre, fascismi suprematisti e genocidio? Soffermarsi sulle manifestazioni per la Palestina e sulle domande di fondo che queste mobilitazioni hanno suggerito è un punto di partenza per riflettere attorno e oltre lo sgombero di Askatasuna. In effetti, la reazione a giornate di lotta come il 3 ottobre è esattamente quel che sta attorno a questo sgombero. Ed è il contesto che stiamo vivendo. Con buona pace di chi, facendo fatica a nominare l’attualità dei fascismi contemporanei, formula pensose avvertenze sul fascismo storico, non è fuori luogo dire che quanto successo ad Askatasuna e alle persone che ne animano il percorso abbia anche – e molto – a che fare con i bisogni di un governo sempre più scopertamente fascista. Anzitutto, colpire in modo «spettacolare» Aska ha significato regolare alcuni conti con l’imprevisto rappresentato dalle mobilitazioni per la Palestina e dal loro potenziale. Com’è infatti chiaro a tutte le persone che attraversano quotidianamente il quartiere torinese di Vanchiglia, il metodo scelto per questo regolamento di conti è stato quello di una vera e propria intimidazione di Stato. Dal 18 dicembre, centinaia di famiglie e migliaia di persone hanno vissuto in un quartiere in stato di assedio militare, con la negazione di diritti fondamentali come quello alla circolazione e alla scuola. Per non parlare dei modi in cui le cosiddette forze dell’ordine hanno «gestito» la piazza: basti pensare alla serata del 18 dicembre, con migliaia di manifestanti pacifiche circondate su corso regina Margherita, il traffico della città lasciato allo sbaraglio, idranti e lacrimogeni usati in modo spasmodico in pieno centro e perfino nei pressi dell’ospedale Gradenigo. Il governo, del resto, non aspetta altro che passi falsi, veri o presunti, per poter dispiegare il proprio disegno reazionario. Così è per ogni dichiarazione di Francesca Albanese. Così è stato per la vicenda gravissima (e per ora finita bene, fortunatamente) dell’imam Mohamed Shahin. E, pure per Askatasuna, si può dire che la discutibile azione alla redazione de La Stampa abbia avuto esattamente questa funzione.  Il governo, nelle persone dei ministri dell’Interno e degli Esteri, lo ha sostanzialmente rivendicato: hanno deciso di affermare una connessione tra mobilitazioni per la Palestina e lo sgombero di Askatasuna. Hanno usato la violenza e la repressione in una forzatura del tutto sproporzionata rispetto a quelle (l’azione presso la redazione vuota de La Stampa, così come alcuni fatti avvenuti durante le massicce manifestazioni di fine settembre e inizio ottobre) che, in tesi, l’avrebbero preceduta. La strategia – si badi: la strategia del governo; la strategia che si vorrebbe dello Stato – è piuttosto evidente. Il messaggio è: si senta intimorita, minacciata e potenzialmente in pericolo ogni persona che, organizzandosi nella società e praticando conflitti sociali, ricerca un mondo basato sull’antifascismo e sulla giustizia economica e sociale, ambientale, razziale e di genere. Si potrebbe dire che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Si sa: i fascisti, anche e soprattutto al governo, non cambiano e sono così: cialtroni e servi con chi ha il potere; feroci e violenti con chi è fragile e/o dissente.  Nell’intimidazione di Stato messa in scena a Torino attorno allo sgombero di Askatasuna sembra possibile, però, cogliere alcuni elementi di novità. Primo: una volontà politica repressiva diretta da una chiara regia dall’alto, come da tempo non si vedeva in Italia. Secondo: l’uso consapevole della repressione per creare diversivi rispetto a un’agenda politica «spinosa», così da impedire che si parli in modo approfondito di come il governo e la maggioranza stanno devastando economicamente e socialmente, e orbanizzando politicamente, il paese. Terzo: la disponibilità crescente (Aska non è una «prima volta», in questo senso; c’è già stato lo sgombero del Leoncavallo a Milano) a muovere, da Roma, leve volte ad attaccare, al livello territoriale, una diversa e sgradita maggioranza politica.  Insieme a molte altre possibili (un esempio per tutti: ciò che riguarda l’università pubblica), queste ultime considerazioni consentono di vedere quello che mi pare un salto di qualità nell’offensiva fascista di governo. E nominare un tale approfondimento e allargamento della violenza istituzionale può essere utile. Il principio di realtà impone, infatti, di avere una chiara consapevolezza del contesto in cui ci muoviamo, e dei rapporti di forza di cui dobbiamo tenere conto per non finire con l’essere velleitari o, peggio, controproducenti. Sintonizzarsi sulla dialettica tra livelli nazionale e locale consente, inoltre, di posare lo sguardo oltre, per così dire, lo sgombero di Askatasuna. Non è esagerato, allora, ipotizzare – come ha fatto nei giorni scorsi Marco Grimaldi, deputato torinese di Avs – che l’intimidazione di Stato concretizzatasi nello sgombero di Askatasuna avesse anche un obiettivo istituzionale: la timida maggioranza di centro-sinistra che governa attualmente a Torino. In molte abbiamo avuto questa impressione, in effetti, leggendo il comunicato diramato dal sindaco Stefano Lo Russo la mattina del 18 dicembre. Con la fretta di chi non vede l’ora di potersi liberare di una patata bollente, e con un testo che è sembrato la nota di un ufficio legale appena sveglio, mentre una sedicente perquisizione assumeva le sembianze di un vero e proprio sgombero, il sindaco si è limitato a esercitare, in nome e per conto della città di Torino, il diritto di recesso dal patto di collaborazione concluso, con riguardo ad alcuni spazi di corso regina Margherita 47, nel marzo 2025 con quattro persone fisiche e due associazioni sportive dilettantistiche.  Sul piano politico, la posizione così inizialmente assunta da Lo Russo è apparsa particolarmente grave. Il 18 dicembre il sindaco ha rinunciato, di fatto, al suo ruolo di primo cittadino, preoccupandosi soltanto di allontanare il coinvolgimento giuridico dell’amministrazione locale negli spazi di Askatasuna e di difendere la regolarità formale delle azioni del governo e delle cosiddette forze dell’ordine. Non può essere casuale che questo approccio, a dir poco maldestro e forse davvero intimorito, sia stato ribaltato dallo stesso Lo Russo in poco più di 24 ore. In un video diffuso il 19 dicembre, infatti, il sindaco ha confermato che gli spazi di corso regina Margherita 47 sono e restano un bene comune urbano della città di Torino, su cui l’amministrazione comunale non sarebbe disposta a dismettere il proprio investimento giuridico e istituzionale. Diventa chiaro, allora, che andare oltre lo sgombero di Askatasuna significa anche spostare l’attenzione sul piano giuridico e sulle implicazioni politiche che il diritto può avere. La questione può riassumersi in questi termini. A Torino era – e, malgrado tutto, potrebbe ancora essere – in corso, in un preoccupante contesto di crescente criminalizzazione, un tentativo delicato e sfidante: quello di ricondurre l’esperienza di occupazione quasi trentennale di Askatasuna al diritto dei beni comuni urbani, prima nella forma di un patto di collaborazione e poi, magari, con strumenti di auto-governo, previsti dal Regolamento comunale del 2019 e più capaci di valorizzare l’autonomia collettiva della cittadinanza.  Al di là del recesso del Comune (che sarebbe basato sul «non rispetto dell’interdizione dell’accesso ai locali dei piani superiori del fabbricato» – clausola 9 comma 1 del patto di collaborazione), si trattava e si tratta di un percorso perfettamente plausibile dal punto di vista tecnico e amministrativo. Non può quindi stupire che il suo avvio abbia mandato in crash la classe dirigente post-fascista locale. La Regione, sotto l’impulso dell’assessore Maurizio Marrone e del consigliere Fabrizio Ricca, ha legiferato sulla materia dei beni comuni per cercare, senza successo, di sabotare giuridicamente l’operato della città di Torino. A Roma, Augusta Montaruli non ha mai perso occasione per dedicare la sua attività parlamentare ad Askatasuna. I fatti di questi giorni sono anche una radicalizzazione e una concretizzazione di questi tentativi di annichilire un’ipotesi politica e istituzionale innovativa e imprevista. Ma forse quel che più conta, a questo proposito, non sono le reazioni repressive che vengono agite da destra. Forse è più interessante dirci che mettere il discorso sui beni comuni urbani al servizio di corso regina Margherita 47 è qualcosa che arriva a chiamare in causa sia le relazioni profonde tra diritto e città, sia i cambiamenti di identità e culture politiche molto radicate e tradizionalmente ostili. Sul piano giuridico, provare a pensare e a praticare l’Aska come un bene comune non è e non può essere un’operazione che risponde solo a legittime ragioni «tattiche». Al contrario, questo tentativo rappresenta un’opportunità sistemica. Se l’Aska può essere qualificato e gestito in forme in parte rinnovate, ciò significa che le riflessioni e le pratiche sui beni comuni urbani possono sfuggire alle tendenze che, negli ultimi anni, ne hanno promosso la sterilizzazione giuridica e politica. In altri termini, Aska può essere un bene comune se si rigetta l’idea che, nelle città, gli unici beni comuni urbani ammessi siano quelli politicamente innocui: i proverbiali giardinetti curati dalla solita associazione di quartiere (fatta, magari, da persone abbienti, bianche, per lo più anziane e munite di cittadinanza italiana).  Non è inutile, a tal proposito, ricordare che i beni comuni sono di tutte e tutti, e anche di ciascuna e di ciascuno; e che ciò significa che essi sono, giuridicamente, una sfida profonda alle logiche dell’appropriazione estrattiva, dell’accumulazione individuale, della mercificazione mercantile. Che i beni comuni, se presi sul serio, non possano essere un dispositivo «neutrale», lo si vede proprio nei contesti urbani, sempre più investiti dai modi in cui le logiche appena evocate dispiegano la violenza del capitalismo nei luoghi quotidiani delle nostre vite. È negli spazi sempre più plurali e contraddittori delle città che – tramite riflessioni pazienti e pratiche ricche di cura – i beni comuni possono affermarsi come veicoli di istituzione giuridica del collettivo. Dove «collettivo» significa, in via di principio, sia la cooperazione di chiunque voglia esserci, sia una conflittualità che – lungi dall’essere eliminata dalle pulsioni di pacificazione autoritaria dei fascisti – sia capace di fiorire, restituendo a rinnovati circuiti di partecipazione democratica negoziazioni e decisioni sulle piccole e grandi trasformazioni delle città. Ammettere che questa ipotesi giuridica è plausibile, però, impone di mettersi in discussione sul terreno delle identità e delle culture politiche. Questa campana suona per tutte e tutti, e nel caso di Askatasuna suona in particolare per i partiti torinesi (specie il Partito democratico, uno dei più tradizionalmente destrorsi in circolazione) e per un’area come Autonomia Contropotere. Non si tratta solo di riconoscere che il mondo e l’Italia sono completamente cambiati o di andare alla ricerca di capi da cospargere di cenere. Si tratta, molto più in profondità, di fare fino in fondo i conti con noi stesse. Di capire che il principio e la pratica della convergenza – che poi significa, anzitutto, lealtà nei modi in cui cooperiamo o abbiamo conflitti – non possono che essere una stella polare in questo mondo terrificante.  Quello che possiamo imparare da questa vicenda di assedio, sgombero e futuri possibili, è come praticare, in modi insieme pragmatici e strategici, l’azione politica in contesti fatti di storicità, contraddizioni, stratificazioni. Anche nel percorso che, attraverso un’assemblea convocata per il 17 gennaio e altre occasioni di incontro collettivo, porterà alla manifestazione nazionale di Torino del prossimo 31 gennaio, in questi contesti possiamo pure dire «autonomia», ma non possiamo che intendere «relazione» e «interdipendenza». Uno scenario, questo, in cui occorre accettare la sfida di pensare l’autonomia oltre il primato della politica partitica e rappresentativa, e forse anche al di là dell’idea di un contropotere a quel primato speculare. Se, dunque, dire che Askatasuna è un bene comune può significare tutto questo, a valle del ragionamento non resta che un proposito per l’avvenire: quello di essere all’altezza dello sguardo di Audre Lourde, che ci ricorda come «è nel doloroso processo di trasformazione attraverso la rabbia che identifichiamo chi sono i nostri alleati con cui abbiamo grosse divergenze, e chi sono i nostri veri nemici». Hanno sgomberato l’Aska, viva Askatasuna! *Rocco Alessio Albanese è un attivista di Co.Mu.Net Officine Corsare e un ciclista della domenica. Insegna diritto privato all’Università del Piemonte Orientale e, tra le altre cose, ha scritto Nel prisma dei beni comuni. Contratto e governo del territorio (2020). L'articolo L’attacco ad Aska bene comune proviene da Jacobin Italia.
Colombiano Bogotrax - benefit
GIOVEDì 22 GENNAIO 2016 Vi aspettiamo al Pub 12deTutto, con una serata benefit per il festival Colombiano Bogotrax, che si svolge da 20 anni a Bogotà. Un festival di musica elettronica e arte digitale, un laboratorio urbano, artistico e sociale che attiva reti di solidarietà e di lavoro collaborativo. Ospite della serata sarà Zod, Dj e Producer Italiano che ha partecipato al Bogotrax ed é attivo in Colombia grazie ai progetti portati avanti con la crew Tropical wave. Ad aprire e chiudere le danze sarà il duo Dita Dinamita, con Funky G e Pinche Perro e il loro Groove Tropicale!!!