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La remigrazione è un attacco di classe
Articolo di Tommaso Chiti L’obsolescenza della strategia della «guerra fra poveri», usando la tattica del capro-espiatorio straniero, ha richiesto negli ultimi anni qualche ritocco cosmetico da parte dell’estrema destra occidentale, per una postura agit-prop al passo con il cinismo di tempi pieni di conflitti bellici genocidiari e di un sistema speculativo e predatorio senza apparenti freni inibitori. L’ultima invenzione della fabbrica dei mostri in questo senso è la campagna di «remigrazione», fondata sul concetto identitario di una nazione etnocentrica dalla quale deportare con «dispositivi di repressione e controllo – come il decreto sicurezza – […] soggettività pericolose da colpire e opprimere», in quanto ritenute estranee o sgradite. In un contesto di policrisi croniche del capitalismo a livello socio-economico, al solito mantra xenofobo contro ogni tipo di accoglienza o intercultura si somma perciò la visione dell’espulsione o del «rimpatrio» come presunta panacea di tutti i mali. Quest’ideologia, precotta dal gruppo francese di Generazione Identitaria – poi sciolto nel 2021 per incitamento all’odio e alla violenza – nelle pastoie del teorema della «grande sostituzione etnica» e propagandata come «riconquista» del Mediterraneo con la campagna «Defend Europe» contro le Ong nel 2017, è coincisa con i dibattiti pubblici sulla ridefinizione della cittadinanza in paesi sempre più demograficamente anziani.  La vicinanza dell’influencer Martin Sellner – dal repertorio anti-islamico e antisemita tanto da guadagnarsi il divieto a tenere comizi in Germania, Svizzera, Usa e Regno Unito, anche per i suoi contatti con lo stragista neonazista di Christchurch –, con i tedeschi di Alternative fur Deutschland (AfD) ha fatto tornare alla ribalta la questione al convegno di Potsdam a fine 2023, in cui si rilanciava il brand della «deportazione forzata in massa di migranti e stranieri», ripresa a gennaio con la proposta di creare una milizia di polizia in stile Ice trumpiana. Altrettante sirene sulla «migrazione all’indietro» suonano nel vecchio continente dai Paesi Bassi con il Partito per la Libertà di Geert Wilders, con il nazionalismo fiammingo del Vlaams Belang, passando per il Rassemblement National francese, fino agli spagnoli di Vox o ai portoghesi di Chega, tutti afferenti al gruppo politico di «Patrioti per l’Europa» fondato dal premier ungherese Viktor Orban, di cui fa parte anche la Lega. Questo scavalcamento a destra – anche in termini di seggi al Parlamento europeo – del gruppo Identità e Democrazia di cui fa parte anche il partito della presidente del consiglio italiano Giorgia Meloni, non riguarda certo una contrapposizione sui propositi anti-immigrazione, come dimostra il fatto che al suo interno resta l’AfD. La fazione di Alice Weidel si è infatti distinta soprattutto nell’ultima campagna elettorale per le politiche del 2025 con una propaganda che ha rasentato i toni della pulizia etnica eche le è valsa l’accusa di «minaccia per l’ordinamento democratico e costituzionale della Germania» secondo un rapporto del Verfassungsschutz, l’ufficio federale per la difesa della Costituzione.  In Italia la frontiera del suprematismo razzista rappresenta l’approdo di un cartello di organizzazioni che cercano di uscire dall’angolo in cui sono state confinate dal predominio politico del governo di estrema destra di Giorgia Meloni. Il sodalizio noto come «remigrazione e riconquista» è infatti composto da sigle della galassia neofascista come Casapound, Rete patrioti – spin-off di Forza nuova – e alcuni gruppi locali come Brescia ai bresciani e Veneto fronte skinhead (Vfs), che dopo annose rivalità si sono «strinti a coorte» nel tentativo di ritagliarsi un’agibilità politica, grazie anche alla complicità di estremisti più istituzionali come alcuni esponenti della Lega.  La connivenza fra il partito di Salvini ed estremisti extraparlamentari non è certo una novità, se si pensa al tandem nazionalista progettato per le elezioni europee del 2015 con il cartello Sovranità – prima gli italiani, e rappresenta un tentativo di cercare sponde politiche per fare pressioni e spostare ancora più a destra l’azione di governo. Del resto in questi ultimi dieci anni le campagne contro i migranti, associati sempre più a questioni di ordine pubblico anche dai decreti congiunti su sicurezza e immigrazione, sono state un collante tra le frange ultranazionaliste di molti paesi occidentali, fino a tradursi in pratiche di respingimento foraggiate anche a livello europeo con il programma Frontex. In seguito all’esternalizzazione delle frontiere con finanziamenti agli apparati di sicurezza di paesi terzi per la detenzione di profughi, come per i lager libici, lo scivolamento a destra delle compagini liberaldemocratiche ha permesso agli ultra-nazionalisti di alzare ancora di più l’asticella xenofoba, per cercare di dettare l’agenda di partiti maggioritari con nuove parole d’ordine. Il vero punto di non ritorno infatti è la permeabilità delle istituzioni liberal-democratiche a questo genere di crimini contro l’umanità, che negli Usa di Trump sfocia in rastrellamenti arbitrari con sequestri e sparizioni di persone. L’esempio nostrano più oltranzista è rappresentato dai centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), in particolare quello costruito dall’Italia a Gjadër in territorio albanese, che secondo Linda di Benedetto rappresenta «uno specchio della deriva della destra italiana, in cui la teoria della “remigrazione” diventa pratica coercitiva, spostata in luoghi lontani dallo sguardo pubblico e dove i diritti dei migranti risultano più vulnerabili». Il neofascismo di piazza e di governo si muove dunque con una dialettica da teoria del fatto compiuto, tramite decreti esecutivi e detenzioni amministrative, con procedure tese a scardinare lo stato di diritto, puntando al tempo stesso al radicamento della propaganda discriminatoria con azioni dimostrative di «riconquista» degli spazi pubblici più o meno standard, come flash-mob, volantinaggi, striscioni in luoghi simbolici, o addirittura raduni di chiara matrice fascista e xenofoba. In questa doppia azione si inserisce la campagna di raccolta firme per una legge sulla «remigrazione», che il cartello di organizzazioni neofasciste cerca di rilanciare con appuntamenti in varie città. Dopo i raduni a Piacenza e Bolzano, sabato 7 marzo la carovana per la deportazione fa una tappa speciale a Prato, nel cuore della Piana toscana. In questo caso alcuni elementi fanno pensare a un salto di qualità di questa strategia di fascismo in doppiopetto. In primo luogo la data del 7 marzo non pare affatto casuale per la memoria antifascista cittadina, dato che proprio quel giorno del 1944, dopo gli scioperi di massa organizzati per interrompere la produzione bellica anche nella città laniera, gli occupanti nazi-fascisti rastrellarono oltre centocinquanta lavoratori e passanti per deportarli poi nei campi di concentramento. Fin da subito la scelta di questa giornata per la manifestazione razzista del sodalizio «remigrazione e riconquista» è stata perciò bollata come una vera provocazione, portando le realtà antifasciste del territorio a denunciare il tentativo di sfregio alla comunità cittadina e alla sua memoria storica con la propaganda di nuove deportazioni. Tanto più se a promuovere il raduno sono organizzazioni come Casapound, attualmente sotto processo con l’accusa di «ricostituzione del disciolto Partito fascista». Alcuni partiti e associazioni, fra cui l’Arci, hanno inutilmente fatto appello agli emissari prefettizi locali del governo Meloni per impedire l’oltraggio di chi incita a trattamenti disumani. Mentre il sindacato di base Sudd Cobas insieme al Comitato 25 Aprile di Prato e al Collettivo di Fabbrica ex-Gkn hanno lanciato una mobilitazione con un’assemblea aperta, partecipata da oltre duecento persone. Una discussione in cui ha avuto un ruolo centrale la classe lavoratrice che da anni porta avanti rivendicazioni per migliorare le proprie condizioni, soprattutto contro il sistema di sfruttamento nel distretto del tessile e della moda, a discapito spesso di manodopera immigrata più ricattabile per effetto di leggi che prescrivono l’accesso a documenti e al domicilio solo con lo stato occupazionale. A dispetto dei proclami sulla «concorrenza sleale» del «distretto parallelo» fatti destra locale, molte vertenze si sono trasformate in inchieste giudiziarie, smascherando gli interessi coincidenti di grandi brand che subappaltano le commesse lungo filiere infinite per contrarre al massimo i costi salariali, fino al punto che contratti adeguati da otto ore per cinque giorni diventano un traguardo in molti casi ancora da conquistare in questa sorta di «zona economica speciale» rappresentata dai macrolotti industriali. Non a caso quindi viene concessa agibilità politica allo squadrismo estremista proprio in un contesto dove lavoratori e lavoratrici italiane e migranti rivendicano insieme i propri diritti, «ogni attacco contro “gli stranieri” è solo un modo per attaccare tutti i lavoratori e le lavoratrici di una classe multiculturale, che vogliono impaurita, ricattata, divisa», si legge nell’appello al corteo che partirà sabato da piazza Duomo. «Sarà il corteo degli operai sfruttati di questo distretto, di bambini e bambine senza cittadinanza delle nostre scuole, di cittadini e cittadine di questa città, invisibili e senza diritti – hanno annunciato i promotori della manifestazione – Con loro ci sarà tutto il territorio solidale e antifascista. Sarà un corteo contro le deportazioni, ma soprattutto un corteo per rivendicare pari dignità e diritti per tutti i lavoratori e lavoratrici senza cittadinanza». D’altro canto invece il manifesto della galassia neofascista chiama a una «rinnovata alleanza italiana fra imprenditori e lavoratori» con un approccio neo-corporativo che stona di fronte alle crescenti diseguaglianze sociali, e con un concetto di sicurezza distorta rispetto ai bisogni sociali della popolazione. Tanto più in una città come Prato, dove anche nel recente passato si sono registrate vittime del profitto, con la manomissione dei dispositivi di sicurezza per non interrompere la produzione, come nel caso della giovane operaia tessile, Luana D’Orazio. Colpisce che, mentre molte multinazionali della logistica, come del lusso, passando per il food delivery, eludono le leggi ed evadono le tasse, l’estrema destra attacchi lavoratori e lavoratrici mostrando tutta l’organicità corporativa dello squadrismo neofascista al capitalismo più iniquo.  Un sistema di sfruttamento che del resto anche sul territorio porta con sé vere e proprie organizzazioni criminali, che agiscono per gestire i traffici e che, nelle propaggini di un’indagine per il racket degli appendiabiti da parte di un cartello di imprenditori orientali, ha visto finire in arresto l’ex comandante della compagnia di carabinieri di Prato, Sergio Turini, per corruzione e accesso abusivo alle banche dati in cambio di favori. L’intersezione di interessi in quel caso è risalita anche al presidente locale dei tessili di Confindustria, Riccardo Matteini Bresci, in attesa di rinvio a giudizio e grande sponsor dell’ex-sindaca democratica Bugetti, costretta alle dimissioni dalle accuse di corruzione. Insomma, la narrazione razzista non regge di fronte alla realtà delle connivenze e agli interessi trasversali dei comitati d’affari che speculano sul lavoro nero. E da tragedia diventa farsa con il referente locale della Lega, Claudiu Stanasel, di origini rumene che aderisce al raduno incitando alla deportazione, con l’auspicio magari di non finire un giorno nella lista degli obiettivi dei camerati. Nonostante il silenzio imbarazzato delle altre sigle della destra che si candidano alle imminenti amministrative di maggio, la responsabilità istituzionale di autorizzare una manifestazione sulla deportazione in una data tanto simbolica fa pensare al raduno analogo del novembre 2024 a Bologna, che le autorità accordarono provocatoriamente proprio in prossimità del memoriale della strage neofascista alla stazione centrale per mano dei terroristi dei Nar. Il neofascismo di piazza e di governo pare dunque volersi muovere anche sul piano della cancellazione della cultura antifascista con azioni plateali, nel tentativo più volte ribadito da Meloni di superare l’egemonia culturale della sinistra. In piena coerenza con il contesto internazionale di economia di guerra, riarmo e irreggimentazione autoritaria delle società. *Tommaso Chiti attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, è laureato in Studi europei alla facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze. L'articolo La remigrazione è un attacco di classe proviene da Jacobin Italia.
March 6, 2026
Jacobin Italia
15.000 euro di multa  a Carteinregola per affissione abusiva di manifesti di cui ignorava persino l’esistenza – Conferenza stampa 11 marzo alle 12
LA LETTERA AL SINDACO E ALL’AMMINISTRAZIONE  CAPITOLINA RIMASTA SENZA RISPOSTA 17 sanzioni comminate dalla Polizia di Roma Capitale per altrettanti manifesti realizzati e affissi da ignoti, per un totale che ha raggiunto i 15000 euro, pendono  sull’associazione, ma possono costituire un inquietante precedente che incombe sull’impegno dei cittadini attivi della Capitale L’associazione Carteinregola intende portare all’attenzione pubblica di essere vittima di un’incredibile ingiustizia, in quanto la  sua Presidente è stata  chiamata a pagare più di 15.000 euro di sanzioni per fatti a cui l’associazione è completamente estranea. Ne parleremo in  una conferenza stampa on line mercoledì 11 marzo alle 12, perché riteniamo che la vicenda non riguardi solo la nostra associazione, ma possa in futuro coinvolgere molte altre realtà della società civile,  con pesanti ricadute su chi si impegna unicamente  per l’interesse pubblico. Con questo spirito  il 5 febbraio scorso abbiamo inviato una lettera al Sindaco Roberto Gualtieri, alla Presidente  dell’Assemblea Capitolina Svetlana Celli, alle  Consigliere e ai Consiglieri capitolini,  ai Presidenti, Giunte, Consigli  dei Municipi e per conoscenza al Comandante Mario De Sclavis, chiedendo che sulla vicenda fosse  promosso un dibattito pubblico allargato e un confronto con la Polizia di Roma Capitale, ma a oggi purtroppo non abbiamo avuto  risposte dal Campidoglio, anche se  abbiamo ricevuto segnali di interessamento e solidarietà da istituzioni del I e del II Municipio, con lettere e mozioni che sollecitano un intervento e il dibattito pubblico che abbiamo richiesto;  nei prossimi giorni andrà al voto del Consiglio municipale di Roma centro la mozione già approvata dalla Commissione Bilancio e regolamenti. Il 20 novembre scorso abbiamo avanzato opposizione davanti al giudice di pace, e confidiamo sulla possibilità di avere giustizia e di ottenere  il riconoscimento della totale estraneità dell’Associazione Carteinregola ai fatti che ci sono stati contestati.   Nella conferenza stampa spiegheremo le circostanze e perchè riteniamo di essere stati oggetto di sanzioni ingiustificate, augurandoci che si attivino  tutte le istituzioni capitoline,  per evitare che la nostra e altre realtà civiche possano subire analoghe sanzioni, con conseguenze sull’impegno dei cittadini attivie sulla vita democratica della città. CONFERENZA STAMPA ON LINE MERCOLEDÌ 11 MARZO ALLE 12 SULLE PAGINE FACEBOOK E YOUTUBE DI CARTEINREGOLA Il Direttivo di Carteinregola 6 marzo 2026 Per oservaazioni e precisazioni laboratoriocarteinregola@gmail.com
March 6, 2026
carteinregola
Stadio della Roma a Pietralata: si accelera l’iter
Dopo la consegna della AS Roma , il 23 dicembre 2025, del PFTE (Progetto di Fattibilità Tecnico-Economica) del nuovo stadio della Roma di Pietralata, il 26 febbraio 2026 la Giunta Gualtieri ha approvato la 24a Proposta (D.G.C. n. 15 del 26 febbraio 2026)Progetto di Fattibilità Tecnica ed Economica (PFTE) e documenti allegati del Nuovo Stadio di calcio in Roma, località Pietralata. Presa d’atto della verifica dell’ottemperanza del PFTE alle condizioni, prescrizioni e raccomandazioni espresse con Deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 73/2023. Autorizzazione al rappresentante di Roma Capitale, nella persona del Sindaco o suo delegato, a partecipare alla Conferenza di Servizi decisoria, che dopo il passaggio nelle Commissioni capitoline interessate andrà al voto dell’aula. Dopo l’approvazione in Giunta, l’iter della Delibera ha subito una notevole accelerazione: oggi, 5 marzo, è stata approvata dalle Commissioni congiunte Patrimonio e Lavori pubblici (2), domani 6 marzo sarà trattata dalle Commissioni Ambiente Urbanistica e Mobilità (3) con la partecipazione degli Assessori Veloccia, Patanè e Alfonsi e degli uffici. Gli allegati del PFTE sono stati inseriti nella sezione del sito istituzionale “ODG e Proposte” da cui le abbiamo scaricate per metterle a disposizione di tutti i cittadini (4), affinchè si possano fare le dovute verifiche dell'”ottemperanza” alle “condizioni, prescrizioni e raccomandazioni espresse con Deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 73/2023” che aveva dato il pubblico interesse all’operazione. Riporta Roma Daily News (5) che l’assessore all’Urbanistica di Roma, Maurizio Veloccia, “ha manifestato la sua soddisfazione per la decisione di accelerare i tempi consiliari riguardanti l’analisi del Piano di fattibilità tecnica ed economica dello stadio della As Roma a Pietralata” che “consentirà di procedere con la conferenza dei servizi decisoria, durante la quale tutte le caratteristiche del progetto saranno valutate dagli enti preposti. A seguito di una conclusione positiva, potremo arrivare alla gara e successivamente alla convenzione urbanistica e all’avvio dei lavori. Abbiamo richiesto di accelerare i tempi poiché il progetto è inserito nel dossier degli Europei di calcio Euro 2032 e sarà oggetto di una procedura commissariale di governo. Accelerare i tempi consiliari ci consente di mantenere il progetto nel dossier”. Il gruppo di urbanistica di Carteinregola che aveva già espresso le sue obiezioni a molti aspetti negativi del progetto (6), peraltro evidenziati dagli stessi uffici nel corso della conferenza dei servizi preliminare, farà approfondimenti e confronti. Vai a Stadio della Roma a Pietralata cronologia e materiali (AMBM) 5 marzo 2026 per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com NOTE (1) Decisione di Giunta (da sottoporre all’approvazione dell’Assemblea Capitolina) 24aProposta (D.G.C. n. 15 del 26 febbraio 2026) Progetto di Fattibilità Tecnica ed Economica (PFTE) e documenti allegati del Nuovo Stadio di calcio in Roma, località Pietralata. Presa d’atto della verifica dell’ottemperanza del PFTE alle condizioni, prescrizioni e raccomandazioni espresse con Deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 73/2023. Autorizzazione al rappresentante di Roma Capitale, nella persona del Sindaco o suo delegato, a partecipare alla Conferenza di Servizi decisoria ai sensi dell’art 4 del D.Lgs. n. 38/2021 Scarica la decisione di giunta/proposta di delibera (2) Commissione Patrimonio (nella registrazione: congiunta con Commissione lavori pubblici) del 5 marzo 2026 con ODG: Disamina ed eventuale espressione del parere, ai sensi dell’art. 51 del Regolamento del Consiglio Comunale, relativamente alla Proposta di deliberazione Prot. RC/2026/6583 recante -“Progetto di Fattibilità Tecnica ed Economica (PFTE) e documenti allegati del Nuovo Stadio di calcio in Roma, località Pietralata. Presa d’atto della verifica dell’ottemperanza del PFTE alle condizioni, prescrizioni e raccomandazioni espresse con Deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 73/2023. Autorizzazione al rappresentante di Roma Capitale, nella persona del Sindaco o suo delegato, a partecipare alla Conferenza di Servizi decisoria ai sensi dell’art 4 del D.Lgs. n. 38/2021.” (Dec. G.C. n. 15 del 26 febbraio 2026).(inviti : Assessore al Patrimonio e Politiche abitative, Andrea Tobia Zevi, Assessore all’Urbanistica, Maurizio Veloccia., Direttore del Dipartimento Programmazione Urbanistica, Gianni Gianfrancesco., Direzione Trasformazione Urbana, U.O. Rigenerazione e Progetti Speciali, Enrica De Paulis) > vai alla registrazione (3) il 6 marzo alle. 8:30 Commissione Ambiente Urbanistica e Mobilità con lo stesso ordine del giorno. Sono stati invitati: Direttore Generale Dott. Albino Ruberti- Assessore alla Mobilità Avv. Eugenio Patanè – Assessora all’Agricoltura Ambiente e Ciclo dei Rifiuti Dott.ssa Sabrina Alfonsi – Assessore al Patrimonio e Politiche abitative Andrea Tobia Zevi o Suo/a Delegato/a – Assessore all’Urbanistica Ing. Maurizio Veloccia o Suo/a Delegato/a – Dipartimento Mobilità Sostenibile e Trasporti Direttrice Ing. Angela Mussumeci o Suo/a Delegato/a – Dipartimento Programmazione Urbanistica Direttore Arch. Gianni Gianfrancesco o Suo/a Delegato/a – Direzione Trasformazione Urbana- U.O. Rigenerazione e Progetti Speciali Arch. Enrica De Paulis (4) Progetto di Fattibilità Tecnica ed Economica (PFTE) Scarica i documenti allegati (dal sito di Roma Capiatle – Sezione Deliberazione e atti – ODG e Proposte ) * PFTE Stadio Pietralata- relazione istruttoria ALL A1 del Responsabile Unico di Progetto RC.2026.6583.A1 * PFTE Stadio Pietralata- relazione istruttoria ALL A2 – SCHEDE verifica ottemperanza RC.2026.6583.A2 * PFTE Stadio Pietralata Relazione sulla convenienza economica e sostenibilità economica ALL3 RC.2026.6583.A3 * PFTE Stadio Pietralata asseverazione PFTE in base a legge stadi ALL4 RC.2026.6583.A4 (5) vedi Roma Daily News 5 3 36 Stadio Roma. Veloccia: bene stretta su tempi consiliari, tenere progetto in Euro 2032 Maurizio Veloccia esprime soddisfazione per l’accelerazione dei tempi consiliari sul progetto dello stadio As Roma a Pietralata. (6) vedi Stadio della Roma a Pietralata, il dossier con le osservazioni di Carteinregola 22 marzo 2023
March 5, 2026
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Non si affitta al genocidio
Il movimento BDS lancia due nuove petizioni per il turismo etico Hai una struttura ricettiva? Impegnati  affinchè il tuo B&B sia un’Oasi di pace. Sei un viaggiatore? Impegnati per evitare di prenotare dalle piattaforme Booking.com e AirBnB  I palestinesi si rivolgono alle aziende del settore alberghiero e ai turisti di tutto il mondo perchè chiedano che Israele sia chiamato a rispondere del genocidio a Gaza. Dal lancio della nostra campagna No Room for Genocide (Non si affitta al genocidio), si sono unite a noi tante piccole aziende del settore dell'ospitalità e del turismo etico, organizzazioni di base e persone responsabili in tutto il mondo. Stanno facendo pressione sui rispettivi governi affinché rispettino i loro obblighi legali e garantiscano che a coloro che sono stati coinvolti in crimini di guerra, apartheid e genocidio contro i palestinesi sia negato un rifugio sicuro nei loro territori.  Il movimento BDS ha appena lanciato due nuovi strumenti per rafforzare questa campagna. GESTISCI UN HOTEL, UN B&B, UN TREKKING O UN CAFFÈ, ECC? Ora anche tu puoi fare la tua parte, unendoti alle aziende del settore alberghiero e alle comunità locali e di vicinato per garantire che criminali di guerra e persone coinvolte in  genocidi non vengano ospitati: firma l’impegno a essere un’Oasi di Pace e unisciti alle sempre più numerose  aziende che stanno prendendo posizione in tutto il mondo.  FIRMA l’impegno per rendere la tua struttura un’Oasi di pace    QUANDO VIAGGI UTILIZZI BOOKING.COM E AIRBNB? Sapevi che queste piattaforme propongono affitti in strutture ricettive nelle colonie israeliane costruite illegalmente su terre rubate ai palestinesi? Questo è un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. Partecipa alla campagna BDS per fare pressione su entrambe le piattaforme affinché pongano fine alla loro complicità, firma l'impegno dichiarando che sei un viaggiatore che mette l’etica al primo posto.  Firma l’impegno a non utilizzare Booking.com e AirBnB   Come turista che pone l’etica alla base delle proprie scelte, considero il viaggio uno strumento per esplorare luoghi e contribuire positivamente agli scambi culturali. I crimini di guerra, l'apartheid e il genocidio non hanno nulla a che vedere con questo. È risaputo che Booking.com e Airbnb traggono profitto dall'apartheid e dalla pulizia etnica di Israele nei confronti delle comunità palestinesi, offrendo soggiorni in proprietà costruite nelle colonie illegali su terre rubate ai palestinesi. Rifiuto che questa forma di complicità con tali crimini faccia parte della mia esperienza di viaggio. Inoltre, nessuna di queste piattaforme ha istituito processi di due diligence per garantire che non vengano forniti servizi e ospitalità a criminali di guerra o a persone coinvolte nel genocidio. Booking.com, anzi, censura e applica ritorsioni alle strutture ricettive che esprimono solidarietà con i diritti dei palestinesi. Secondo le Nazioni Unite e le principali organizzazioni per i diritti umani (quali Amnesty International e Human Rights Watch), entrambe le piattaforme sono implicate nelle colonie illegali israeliane. Booking.com e Airbnb sono anche responsabili della gentrificazione di molti quartieri urbani, dell'ipercommercializzazione del turismo e dello sfruttamento delle strutture locali (B&B, hotel, case vacanza, ecc.). Con questa firma, mi impegno a non effettuare le mie prenotazioni tramite queste piattaforme finché non porranno fine alla loro complicità con l'apartheid e i crimini di guerra di Israele e a utilizzare piattaforme alternative o prenotare direttamente presso le proprietà ove possibile.   CONTESTO E INFORMAZIONI SULLA CAMPAGNA “NO ROOM FOR GENOCIDE Dal lancio della campagna di turismo etico No Room for Genocide (Non si affitta al genocidio) nel luglio 2025, il movimento BDS ha invitato i suoi partner, alleati e sostenitori in tutto il mondo a fare pressione sugli Stati affinché rispettino il loro obbligo di perseguire sul proprio territorio chi è coinvolto/a in crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio contro i palestinesi. Questo rientra nella responsabilità legale che, ai sensi del diritto internazionale, gli Stati hanno nel porre fine alla complicità e affermare il dovere di Israele di rispondere per il genocidio, l'apartheid e l'occupazione illegale della Palestina. Il lancio di questa campagna ha visto grandi mobilitazioni in tutto il mondo per fare in modo che i criminali di guerra siano chiamati a rispondere delle loro azioni e per costruire un consenso popolare intorno ai messaggi "Ban War Criminals" (No ai criminali di guerra) e "No Room for Genocide" (Non si affitta al genocidio). La campagna lavora su due piani: spingere gli Stati a modificare le politiche di ingresso nel paese (ad esempio imponendo un visto come fatto dalla Colombia in seguito al genocidio di Gaza) e fare pressione su aziende come Booking e Airbnb affinché pongano fine alla loro complicità nell'apartheid, nella pulizia etnica e nei crimini di guerra di Israele. A tal fine, stiamo mobilitando sostenitori e gruppi solidali in tutto il mondo, nonché proprietari di strutture ricettive che hanno preso o intendono prendere posizione contro il genocidio, l'apartheid e l'occupazione illegale di Israele. Scarica il nostro kit di strumenti per la campagna qui. Con questa petizione, invitiamo i singoli sostenitori e chi desidera viaggiare in modo etico a impegnarsi, quando possibile, a non effettuare prenotazioni di alloggi tramite Booking.com e Airbnb, poiché entrambe le piattaforme sono complici nell'apartheid, nella pulizia etnica e nei crimini di guerra di Israele contro le comunità palestinesi. Sui loro siti elencano strutture ricettive costruite nelle colonie illegali su terre palestinesi rubate, un crimine di guerra, come se fossero proprietà israeliane. Booking.com controlla il testo fornito per ogni annuncio immobiliare e censura attivamente le espressioni di sostegno ai diritti umani, in particolare ai diritti dei palestinesi. Inoltre, nessuna delle due società ha messo in atto processi di due diligence per garantire che le loro piattaforme non forniscano servizi e rifugio sicuro a criminali di guerra e a persone coinvolte in genocidio. Con questo impegno puoi aggiungere il tuo nome alla crescente pressione su queste aziende per porre fine alla loro complicità. Condividete i nostri due nuovi strumenti per il turismo etico.
Danza lunatica all’Aquila
Articolo di Daniele Poccia Il centro storico dell’Aquila non è più un centro, ma non per questo ha smesso di esserci una periferia, come in troppe altre città del Nord e del Sud globali. La città delle 99 Chiese, delle 99 Piazze e delle 99 Fontane, complice un terremoto gestito come un’occasione d’oro per l’interesse di un Berlusconi in declino, di imprenditori edilizi avidi di affari e di un’amministrazione comunale tenuta da un ex di Casapound, Pierluigi Biondi, si presenta come «rinata» dalle sue macerie. Visitarla equivale ad avere una piccola ma sconcertante visione del futuro che ci aspetta, almeno da questa parte del Pianeta, e che incombe come una disgrazia caramellata e ricoperta di slogan da civiltà in bancarotta, quella occidentale, patriarcale, coloniale, manageriale.  La nomina a Capitale della Cultura italiana 2026 non fa che sancirne il ruolo, e ribadire, a chi non avesse voluto ascoltare l’oscuro avvertimento, che il futuro non solo non è roseo, ma peggio, è color pastello, dello stesso identico colore di un edificio sinistrato e ristrutturato come fosse un plastico da contemplare dall’esterno. Le sue case, quindi, quando ci si arriva da Ovest, dopo aver scalato l’A24, e senza più le decine di gru di un tempo a segnalare il lavoro «clandestino» di operai e restauratori provenienti da ogni parte del paese, appaiono alla stregua di scarne e impassibili scenografie di uno spettacolo senz’anima. Il consumo è la religione di questo tempio dedicato a famiglie e aperitivanti senza ricordi collettivi, innanzitutto della stagione di mobilitazioni che ha travolto la popolazione, all’indomani del sisma del 2009.  Il messaggio subliminale di questo cocktail post-industriale, distopico, è che il conflitto sociale va relegato in un angolo, sospinto dove nessuno vorrebbe mai gettare il proprio sguardo critico, caso mai sapesse ancora di averlo. Ma questo angolo ha un nome, Casematte, un nome rivendicato, un grappolo di sogni scagliato nel buio, una storia che continua a cambiare. Il posto infatti è occupato, e da più di sedici anni. Non è un monumento, ma un esperimento, spuntato nel cuore di un vecchio manicomio abbandonato, Collemaggio, che prende il nome dall’adiacente Basilica voluta dal papa del Gran Rifiuto, Celestino V, perché si chiamino le cose con il loro nome, il nome che il potere e l’arte gli hanno dato. Un nome, Casematte, che esprime meglio di qualunque altro la follia riscattata, restituita a tutte e a tutti tra le mura del suo baretto, nei murales lussureggianti e nelle autocostruzioni informali che li circondano entrambi, con un paradosso solo apparente, dato che per combattere il potere ci vuole il gusto della rivolta.  E quindi succede che il 21 febbraio scorso una compagnia teatrale romana che lotta contro i nomi, e contro il potere, va da sé, vi porta il suo laboratorio aperto. Si chiamano nontantoprecisi e arrivano a coinvolgere più di trenta persone, questa volta come tante altre volte, persone di ogni estrazione mentale e di ogni vocazione esistenziale, affinché dispieghino i loro vissuti più dolorosi, come i più gioiosi, spigolandoli uno a uno, e poi tutti insieme, raccolti amorevolmente nelle mani infarinate di spirito di cooperazione di una donna che chiede a ognuna e a ognuno di chiedersi come fare. Lo splendore di un gesto che si accorda al gesto, e ad altri cento, e non solo nel tempo, ma anche nello spazio, provocando un’armonia che è tutt’uno con il paesaggio circostante, costellato di pini alti anche più di venti metri e disseminato dei ricordi di coloro che vi hanno sofferto, legati ai letti, sotto gli elettrodi, imbottiti di psicofarmaci. Sullo sfondo i cosiddetti «maranza» che ci guardano dal bordo delle nostre inibizioni, e ora gridano, ora mettono la musica trap, ora ascoltano e capiscono. Il corpo restituito a sé stesso è un volo al di là di ogni steccato, che sia di genere, di razza, di classe, di educazione e di abilità, fisica o psichica. Chi decide insomma quale corpo è giusto? Chi ha il maledetto diritto di farlo? La stesso domandare orgoglioso del proprio rifiuto è al centro dell’esibizione di Haiku senza Haiku. Non sono un (semplice) gruppo musicale, non sono un (banale) esercizio di autostima consentita, come l’arte più blasonata rischia talvolta di essere. Sono un invito, un richiamo, un appello ad ascoltare, a prendere la parola, a cercare di non brandire un nome, nemmeno in questo caso. I versi di detenute e di detenuti, di internati e di internate negli istituti psichiatrici, di latitanti, che ritornano dal fondo di questa società in divisa, anche quando non c’è nessuno nei paraggi che crede di indossarla, lo crede solamente, perché ormai per non passare da devianti si deve rinunciare agli incontri reali, e aderire quindi passo passo, e giorno dopo giorno, all’unico diktat che risuona ancora inamovibile: non essere te stessa o te stesso, odiati, e obbedisci al tuo nemico. C’è qualcuna o qualcuno, allora, che legge i testi di qualcun altro o di qualcun’altra, e li rende così due volte più veri; ci sono lo spoken word e la poesia, la furia e la pulsazione della vita, che colmano gli occhi e la voce di chiunque abbia voglia di innestarsi; un’antica dea, Ecate, che tre donne portano in scena, con la musica, il canto e le parole, per pretendere giustizia per le donne. Versi improvvisati contro il Ministero, un’entità che tutti conosciamo perché ce l’abbiamo piantata dritta in mezzo alle sopracciglia, sotto forma di soggezione all’ordine costituito, quale che sia il suo volto più alla moda. Versi, versi liberi, che siano di tutte, di tutti, e di nessuno in particolare. Che si partecipasse al laboratorio, si discutesse delle sue implicazioni individuali e comuni nel dibattito che lo ha seguito, o che si esultasse sotto palco, una danza lunatica ha preso forma, una danza di cui nessuno detiene il controllo, e che pure si svolge senza telecamere e algoritmi, quelli che i governi di ogni orientamento vorrebbero veder funzionare dappertutto vi siano ancora comportamenti «sospetti» e che all’Aquila saranno installati in numero di 900. Lo sgombero imminente che pesa su Casematte è un insulto per chiunque nutra ancora la certezza della forza che ci spinge a resistere, e che sappia come l’abbraccio di una comunità politicamente in lotta è l’unico motivo per tenerci ancora in vita.  Sono stati spesi centinaia di migliaia di euro, non è facile quantificarli, per la cerimonia d’apertura della Capitale italiana della Cultura, avvenuta il 17 gennaio in una città dove non c’è più una biblioteca comunale in centro storico, non c’è un cinema, non ci sono abbastanza adolescenti che scrivono sui muri. Stormi di droni hanno oscurato le stelle, e un pupazzo gigante, sì un pupazzo gigante, di nome Dundu, ha scorrazzato per le strade e per le piazze della città. È chiaro quale è il progetto, e la posta in gioco: siate sicuri e sicure, a tutti i costi, e anche quando nessuno vi minaccia, e non abbiate altra speranza se non di avere ancora un capo, domani, a chiedervi conto del vostro tempo, del vostro spazio, del vostro corpo. Che vi dia il suo nome, e vi imponga di essere sempre più isolate e isolati, più agguerriti e agguerrite contro le e i migranti, più gelosi e gelose delle vostre catene, da non condividere nemmeno con chi ha perduto la sua paura, come è avvenuto nel corso di questa giornata. Casematte, nontantoprecisi, Haiku senza Haiku, e tutte le esperienze che non hanno ancora rinunciato a non rinunciare, sono soltanto modi, i più sinceri e vividi, per non restare da soli, ad attendere apaticamente che le cose prima o poi comincino, come per magia, ad andare meno peggio. *Daniele Poccia è ricercatore indipendente e attivista. Ha curato e tradotto di Raymond Ruyer, La superficie assoluta (Textus, 2017) e di Louis Weber, Il ritmo dell’immanenza (Mimesis 2022) L'articolo Danza lunatica all’Aquila proviene da Jacobin Italia.
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AGGRESSIONE DI GUERRA ISRAELO-STATUNITENSE CONTRO L'IRAN: È ORA CHE LA MAGGIORANZA GLOBALE SI OPPONGA ALL'ORDINE DELLA LEGGE DEL PIÙ FORTE Nel condurre una guerra di aggressione spietata e criminale contro il popolo iraniano, l'asse genocida israelo-statunitense sta intensificando il suo tentativo di imporre il nuovo ordine della “legge del più forte” che minaccia l'umanità intera. Dato lo status senza precedenti di Israele come Stato più canaglia del mondo, per il genocidio di Gaza in diretta streaming, questa guerra va inquadrata come un tentativo disperato di riabilitare Israele, un regime di colonialismo, apartheid e genocidio, da parte dell'Occidente coloniale, guidato dall'imperatore autoproclamato degli Stati Uniti. Il massacro di almeno 165 studentesse iraniane e dei loro insegnanti, in gran parte ignorato o edulcorato dai media occidentali col loro tipico razzismo e la disumanizzazione nei confronti delle persone di colore, mette a nudo i veri obiettivi di questa aggressione da parte di due potenze nucleari canaglia. Israele, sostenuto dal regime di Trump, vuole dividere l'Iran e distruggere la coesione e la resilienza del suo popolo, come ha fatto in Iraq, Libano e Siria, tra gli altri Stati che ha preso di mira nella regione. L'intero spettro politico sionista israeliano, sostenuto da potenti gruppi sionisti ebraici e cristiani di estrema destra statunitensi, sta ora spingendo per una “Grande Israele” che comprenderebbe parti dell'Egitto, della Giordania, dell'Iraq e dell'Arabia Saudita, non solo la Palestina, il Libano e la Siria.