L’attacco ad Aska bene comune
Articolo di Rocco Alessio Albanese
Flashback. Il giorno è il 3 ottobre 2025, e l’Italia è ferma perché è stata
bloccata dallo sciopero generale. Convocato da Cgil e sindacati di base con una
intelligente (ma rara, come poi purtroppo è stato facile tornare a constatare)
scelta di convergenza, lo sciopero di quasi tre mesi fa è stato in tutto il
paese una giornata di mobilitazione e di lotta come non se ne vedevano da
quindici anni. Con una partecipazione straordinariamente ricca – animata da un
senso quasi sorridente (se così si può dire, in un mondo terrificante) di
risveglio collettivo, e quindi capace di stare in piazza in maniere determinate
e conflittuali – milioni di persone hanno invocato libertà e giustizia per la
Palestina. Hanno manifestato un rifiuto radicale delle politiche genocide,
coloniali e di apartheid dello Stato di Israele. Hanno esteso questo rifiuto a
un intero mondo – il nostro ipocrita mondo politico, economico e
mediatico-culturale – che per lo più sorregge quel progetto di oppressione e di
morte, e ne è complice (basta pensare ai contratti di Leonardo, recentemente
contestati davanti al Tribunale di Roma).
Vivere e sentire, dopo molti anni, la possibilità e l’esistenza di una
mobilitazione di massa, è stato per molte persone qualcosa di liberatorio. Ciò è
valso per chi vive ogni giorno una vita «normale», e forse è valso a maggior
ragione, e in modo più intenso, per chi dedica quotidianamente energie e tempo
alla militanza e all’attivismo. In questo senso, la potenza e la trasversalità
delle manifestazioni di inizio autunno non possono che stimolare a riflettere su
come (con quali premesse e posture, con quali impatti) le organizzazioni
politiche e sociali percepiscono e interpretano il proprio ruolo quando, nella
società, avvengono attivazioni massicce. Specie in un contesto come quello
italiano, una riflessione di questo tipo sarebbe piuttosto opportuna e urgente,
ponendo interrogativi di fondo sulle culture e le pratiche politiche che
sorreggono collettivi e movimenti e che da essi sono riprodotte.
Come fare i conti con approcci muscolari, performativi, iper-competitivi e in
fin dei conti machisti, ben radicati nelle nostre organizzazioni politiche e
sociali? Come mettere le aree politiche organizzate il più possibile al servizio
di chiunque sia intenzionata a dare un contributo? Come scongiurare il rischio
di trattare in modo strumentale – nelle riunioni e nelle piazze – le persone
comuni, allontanandole da una partecipazione di lungo periodo? Come evitare di
frustrare tanti sforzi di elaborazione e di organizzazione, contribuendo davvero
a che le mobilitazioni cambino, in profondità e a ogni livello, i rapporti di
forza nel paese, istituendo nuove normalità e mutati baricentri? Come superare
la confusione, sempre in agguato, tra la possibile potenza politica delle
narrazioni e le visioni romanticizzate o perfino mistiche dei movimenti? Come
prendere congedo da posture narcisiste, spesso perpetuate nell’esercizio di un
potere che ci si illude di avere mentre, «là fuori», i capitalismi occidentali
apparecchiano un feroce delirio di povertà e discriminazioni, crisi e guerre,
fascismi suprematisti e genocidio?
Soffermarsi sulle manifestazioni per la Palestina e sulle domande di fondo che
queste mobilitazioni hanno suggerito è un punto di partenza per riflettere
attorno e oltre lo sgombero di Askatasuna. In effetti, la reazione a giornate di
lotta come il 3 ottobre è esattamente quel che sta attorno a questo sgombero. Ed
è il contesto che stiamo vivendo. Con buona pace di chi, facendo fatica a
nominare l’attualità dei fascismi contemporanei, formula pensose avvertenze sul
fascismo storico, non è fuori luogo dire che quanto successo ad Askatasuna e
alle persone che ne animano il percorso abbia anche – e molto – a che fare con i
bisogni di un governo sempre più scopertamente fascista.
Anzitutto, colpire in modo «spettacolare» Aska ha significato regolare alcuni
conti con l’imprevisto rappresentato dalle mobilitazioni per la Palestina e dal
loro potenziale. Com’è infatti chiaro a tutte le persone che attraversano
quotidianamente il quartiere torinese di Vanchiglia, il metodo scelto per questo
regolamento di conti è stato quello di una vera e propria intimidazione di
Stato. Dal 18 dicembre, centinaia di famiglie e migliaia di persone hanno
vissuto in un quartiere in stato di assedio militare, con la negazione di
diritti fondamentali come quello alla circolazione e alla scuola. Per non
parlare dei modi in cui le cosiddette forze dell’ordine hanno «gestito» la
piazza: basti pensare alla serata del 18 dicembre, con migliaia di manifestanti
pacifiche circondate su corso regina Margherita, il traffico della città
lasciato allo sbaraglio, idranti e lacrimogeni usati in modo spasmodico in pieno
centro e perfino nei pressi dell’ospedale Gradenigo.
Il governo, del resto, non aspetta altro che passi falsi, veri o presunti, per
poter dispiegare il proprio disegno reazionario. Così è per ogni dichiarazione
di Francesca Albanese. Così è stato per la vicenda gravissima (e per ora finita
bene, fortunatamente) dell’imam Mohamed Shahin. E, pure per Askatasuna, si può
dire che la discutibile azione alla redazione de La Stampa abbia avuto
esattamente questa funzione.
Il governo, nelle persone dei ministri dell’Interno e degli Esteri, lo ha
sostanzialmente rivendicato: hanno deciso di affermare una connessione tra
mobilitazioni per la Palestina e lo sgombero di Askatasuna. Hanno usato la
violenza e la repressione in una forzatura del tutto sproporzionata rispetto a
quelle (l’azione presso la redazione vuota de La Stampa, così come alcuni fatti
avvenuti durante le massicce manifestazioni di fine settembre e inizio ottobre)
che, in tesi, l’avrebbero preceduta. La strategia – si badi: la strategia del
governo; la strategia che si vorrebbe dello Stato – è piuttosto evidente. Il
messaggio è: si senta intimorita, minacciata e potenzialmente in pericolo ogni
persona che, organizzandosi nella società e praticando conflitti sociali,
ricerca un mondo basato sull’antifascismo e sulla giustizia economica e sociale,
ambientale, razziale e di genere. Si potrebbe dire che non c’è nulla di nuovo
sotto il sole. Si sa: i fascisti, anche e soprattutto al governo, non cambiano e
sono così: cialtroni e servi con chi ha il potere; feroci e violenti con chi è
fragile e/o dissente.
Nell’intimidazione di Stato messa in scena a Torino attorno allo sgombero di
Askatasuna sembra possibile, però, cogliere alcuni elementi di novità. Primo:
una volontà politica repressiva diretta da una chiara regia dall’alto, come da
tempo non si vedeva in Italia. Secondo: l’uso consapevole della repressione per
creare diversivi rispetto a un’agenda politica «spinosa», così da impedire che
si parli in modo approfondito di come il governo e la maggioranza stanno
devastando economicamente e socialmente, e orbanizzando politicamente, il paese.
Terzo: la disponibilità crescente (Aska non è una «prima volta», in questo
senso; c’è già stato lo sgombero del Leoncavallo a Milano) a muovere, da Roma,
leve volte ad attaccare, al livello territoriale, una diversa e sgradita
maggioranza politica.
Insieme a molte altre possibili (un esempio per tutti: ciò che riguarda
l’università pubblica), queste ultime considerazioni consentono di vedere quello
che mi pare un salto di qualità nell’offensiva fascista di governo. E nominare
un tale approfondimento e allargamento della violenza istituzionale può essere
utile. Il principio di realtà impone, infatti, di avere una chiara
consapevolezza del contesto in cui ci muoviamo, e dei rapporti di forza di cui
dobbiamo tenere conto per non finire con l’essere velleitari o, peggio,
controproducenti. Sintonizzarsi sulla dialettica tra livelli nazionale e locale
consente, inoltre, di posare lo sguardo oltre, per così dire, lo sgombero di
Askatasuna.
Non è esagerato, allora, ipotizzare – come ha fatto nei giorni scorsi Marco
Grimaldi, deputato torinese di Avs – che l’intimidazione di Stato
concretizzatasi nello sgombero di Askatasuna avesse anche un obiettivo
istituzionale: la timida maggioranza di centro-sinistra che governa attualmente
a Torino. In molte abbiamo avuto questa impressione, in effetti, leggendo il
comunicato diramato dal sindaco Stefano Lo Russo la mattina del 18 dicembre. Con
la fretta di chi non vede l’ora di potersi liberare di una patata bollente, e
con un testo che è sembrato la nota di un ufficio legale appena sveglio, mentre
una sedicente perquisizione assumeva le sembianze di un vero e proprio sgombero,
il sindaco si è limitato a esercitare, in nome e per conto della città di
Torino, il diritto di recesso dal patto di collaborazione concluso, con riguardo
ad alcuni spazi di corso regina Margherita 47, nel marzo 2025 con quattro
persone fisiche e due associazioni sportive dilettantistiche.
Sul piano politico, la posizione così inizialmente assunta da Lo Russo è apparsa
particolarmente grave. Il 18 dicembre il sindaco ha rinunciato, di fatto, al suo
ruolo di primo cittadino, preoccupandosi soltanto di allontanare il
coinvolgimento giuridico dell’amministrazione locale negli spazi di Askatasuna e
di difendere la regolarità formale delle azioni del governo e delle cosiddette
forze dell’ordine. Non può essere casuale che questo approccio, a dir poco
maldestro e forse davvero intimorito, sia stato ribaltato dallo stesso Lo Russo
in poco più di 24 ore. In un video diffuso il 19 dicembre, infatti, il sindaco
ha confermato che gli spazi di corso regina Margherita 47 sono e restano un bene
comune urbano della città di Torino, su cui l’amministrazione comunale non
sarebbe disposta a dismettere il proprio investimento giuridico e istituzionale.
Diventa chiaro, allora, che andare oltre lo sgombero di Askatasuna significa
anche spostare l’attenzione sul piano giuridico e sulle implicazioni politiche
che il diritto può avere. La questione può riassumersi in questi termini. A
Torino era – e, malgrado tutto, potrebbe ancora essere – in corso, in un
preoccupante contesto di crescente criminalizzazione, un tentativo delicato e
sfidante: quello di ricondurre l’esperienza di occupazione quasi trentennale di
Askatasuna al diritto dei beni comuni urbani, prima nella forma di un patto di
collaborazione e poi, magari, con strumenti di auto-governo, previsti dal
Regolamento comunale del 2019 e più capaci di valorizzare l’autonomia collettiva
della cittadinanza.
Al di là del recesso del Comune (che sarebbe basato sul «non rispetto
dell’interdizione dell’accesso ai locali dei piani superiori del fabbricato» –
clausola 9 comma 1 del patto di collaborazione), si trattava e si tratta di un
percorso perfettamente plausibile dal punto di vista tecnico e amministrativo.
Non può quindi stupire che il suo avvio abbia mandato in crash la classe
dirigente post-fascista locale. La Regione, sotto l’impulso dell’assessore
Maurizio Marrone e del consigliere Fabrizio Ricca, ha legiferato sulla materia
dei beni comuni per cercare, senza successo, di sabotare giuridicamente
l’operato della città di Torino. A Roma, Augusta Montaruli non ha mai perso
occasione per dedicare la sua attività parlamentare ad Askatasuna.
I fatti di questi giorni sono anche una radicalizzazione e una concretizzazione
di questi tentativi di annichilire un’ipotesi politica e istituzionale
innovativa e imprevista. Ma forse quel che più conta, a questo proposito, non
sono le reazioni repressive che vengono agite da destra. Forse è più
interessante dirci che mettere il discorso sui beni comuni urbani al servizio di
corso regina Margherita 47 è qualcosa che arriva a chiamare in causa sia le
relazioni profonde tra diritto e città, sia i cambiamenti di identità e culture
politiche molto radicate e tradizionalmente ostili.
Sul piano giuridico, provare a pensare e a praticare l’Aska come un bene comune
non è e non può essere un’operazione che risponde solo a legittime ragioni
«tattiche». Al contrario, questo tentativo rappresenta un’opportunità sistemica.
Se l’Aska può essere qualificato e gestito in forme in parte rinnovate, ciò
significa che le riflessioni e le pratiche sui beni comuni urbani possono
sfuggire alle tendenze che, negli ultimi anni, ne hanno promosso la
sterilizzazione giuridica e politica. In altri termini, Aska può essere un bene
comune se si rigetta l’idea che, nelle città, gli unici beni comuni urbani
ammessi siano quelli politicamente innocui: i proverbiali giardinetti curati
dalla solita associazione di quartiere (fatta, magari, da persone abbienti,
bianche, per lo più anziane e munite di cittadinanza italiana).
Non è inutile, a tal proposito, ricordare che i beni comuni sono di tutte e
tutti, e anche di ciascuna e di ciascuno; e che ciò significa che essi sono,
giuridicamente, una sfida profonda alle logiche dell’appropriazione estrattiva,
dell’accumulazione individuale, della mercificazione mercantile. Che i beni
comuni, se presi sul serio, non possano essere un dispositivo «neutrale», lo si
vede proprio nei contesti urbani, sempre più investiti dai modi in cui le
logiche appena evocate dispiegano la violenza del capitalismo nei luoghi
quotidiani delle nostre vite. È negli spazi sempre più plurali e contraddittori
delle città che – tramite riflessioni pazienti e pratiche ricche di cura – i
beni comuni possono affermarsi come veicoli di istituzione giuridica del
collettivo. Dove «collettivo» significa, in via di principio, sia la
cooperazione di chiunque voglia esserci, sia una conflittualità che – lungi
dall’essere eliminata dalle pulsioni di pacificazione autoritaria dei fascisti –
sia capace di fiorire, restituendo a rinnovati circuiti di partecipazione
democratica negoziazioni e decisioni sulle piccole e grandi trasformazioni delle
città.
Ammettere che questa ipotesi giuridica è plausibile, però, impone di mettersi in
discussione sul terreno delle identità e delle culture politiche. Questa campana
suona per tutte e tutti, e nel caso di Askatasuna suona in particolare per i
partiti torinesi (specie il Partito democratico, uno dei più tradizionalmente
destrorsi in circolazione) e per un’area come Autonomia Contropotere. Non si
tratta solo di riconoscere che il mondo e l’Italia sono completamente cambiati o
di andare alla ricerca di capi da cospargere di cenere. Si tratta, molto più in
profondità, di fare fino in fondo i conti con noi stesse. Di capire che il
principio e la pratica della convergenza – che poi significa, anzitutto, lealtà
nei modi in cui cooperiamo o abbiamo conflitti – non possono che essere una
stella polare in questo mondo terrificante.
Quello che possiamo imparare da questa vicenda di assedio, sgombero e futuri
possibili, è come praticare, in modi insieme pragmatici e strategici, l’azione
politica in contesti fatti di storicità, contraddizioni, stratificazioni. Anche
nel percorso che, attraverso un’assemblea convocata per il 17 gennaio e altre
occasioni di incontro collettivo, porterà alla manifestazione nazionale di
Torino del prossimo 31 gennaio, in questi contesti possiamo pure dire
«autonomia», ma non possiamo che intendere «relazione» e «interdipendenza». Uno
scenario, questo, in cui occorre accettare la sfida di pensare l’autonomia oltre
il primato della politica partitica e rappresentativa, e forse anche al di là
dell’idea di un contropotere a quel primato speculare.
Se, dunque, dire che Askatasuna è un bene comune può significare tutto questo, a
valle del ragionamento non resta che un proposito per l’avvenire: quello di
essere all’altezza dello sguardo di Audre Lourde, che ci ricorda come «è nel
doloroso processo di trasformazione attraverso la rabbia che identifichiamo chi
sono i nostri alleati con cui abbiamo grosse divergenze, e chi sono i nostri
veri nemici». Hanno sgomberato l’Aska, viva Askatasuna!
*Rocco Alessio Albanese è un attivista di Co.Mu.Net Officine Corsare e un
ciclista della domenica. Insegna diritto privato all’Università del Piemonte
Orientale e, tra le altre cose, ha scritto Nel prisma dei beni comuni. Contratto
e governo del territorio (2020).
L'articolo L’attacco ad Aska bene comune proviene da Jacobin Italia.