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Filippo La Porta / Sottrarsi al culto della visibilità
Se dal titolo appare chiaro l’intento dell’autore di porre l’attenzione su una parola cardine come “ordinaria” non lo è affatto il come intende arrivarci. La Porta, infatti, non sigla un semplice saggio, né un banale excursus bensì chiama in causa letture e visioni cinematografiche nonché ascolti musicali dagli albori del pensiero occidentale fino ai giorni nostri. Vengono chiamati in causa il romanzo dell’Ottocento, da Austen a Gončarov a Tolstoj, Wordsworth, Simone Weil, Epicuro, Manzoni, San Tommaso, Montaigne, Pontiggia, Kafka, Spinoza, Orwell, Chesterton, Horkheimer, Wender e ancora altri. Un volume composto come una lunga camminata, o una lunga chiacchierata tra sé e sé, o con un amico col quale tirare le somme di una vita. Sì, perché il volume anche un po’ per le sue dimensioni si presta a quel fare tra diario e breviario, da tenere nella tasca del paltò per essere estratto e aperto ogni volta in cui si è presi dallo sconforto del non essere abbastanza performante o abbastanza visibile. In qualche modo La Porta ci richiama all’eterno fuoco dell’uomo chiamato a essere, a definirsi senza rispecchiamento nel fare. E in una società come quella contemporanea permeata da immagine e da effimera gloria questo è il paradigma opposto per eccellenza, ma ciò non vuol dire che non sia possibile invertire la rotta. Tramite esempi e raffinate citazioni ci viene ricordato come anche testi classici (Guerra e pace per esempio) abbiano saputo ridare dimensioni adeguate a ego smisurati, oppure rendere barlume di luce una piccolissima e banale azione, per quest’ultimo aspetto La Porta cita in supporto la Torah e gli estratti sapienziali del Pirqei Avot. Non si tratta mai di giudizio, e questo per un libro di saggistica che ha come tema la vita è una grande qualità, e quindi non scade nel retorico, bensì di osservazione. Il lettore è chiamato costantemente a mettere in discussione le affermazioni dell’autore e a confutarle se può per poi tornare a leggere e a discuterne a ripensare a riguardare la realtà che lo circonda. Credo che la sensazione che più permane nel lettore a ogni singolo capitolo, a ogni singolo passaggio sia quella di pace con sé stessi e di grande quiete intellettuale. Non è un caso che tra le tante citazioni ci sia anche una parte de Il preludio di William Wordsworth: «Se mai felicità ha visitato l’uomo, / quel giorno una perfetta felicità fu mia, / distesa, continua, calma, contemplativa». La Porta ci accompagna quasi mano nella mano a lambire quel lago che è coscienza e consapevolezza del sé che ci rende umani, quasi a far da faro in un mondo che si perde dietro a falsi eroi (coloro che vengono celebrati non per imprese ma per redditività) e nuovi miti (coloro che implementano fatturati senza pensare al bene comune), mai in contrapposizione ma abbracciando le diversità e mettendone in luce gli aspetti che possono essere applicati nella vita quotidiana, quei piccoli precetti che possono elevare ogni gesto. Un po’ come nella filosofia di Estremo Oriente ogni giorno non sarà sprecato se ogni singola azione avrà teso all’essenza di una presenza pura, di un essere reale, fatto di fragilità e domande. Un viaggio attraverso le arti ma soprattutto in sé stessi alla scoperta del passato in noi, del futuro costruibile e del presente che necessita di nuovi occhiali (come Sartre insegna) non per adeguarsi all’omologazione ma per essere motore di quiete e stabilità. L'articolo Filippo La Porta / Sottrarsi al culto della visibilità proviene da Pulp Magazine.
Neige Sinno / Leggere “La Realidad” dopo “Triste tigre”
La Realidad di Neige Sinno è stato scritto prima di Triste tigre, ma pubblicato dopo, quando Triste tigre aveva già ricevuto un riconoscimento internazionale straordinario, culminato in Francia con premi come il Prix Femina e il Prix Goncourt des lycéens e, in Italia, con il Premio Strega Europeo nel 2024. Questa inversione cronologica non è un dettaglio editoriale: è una chiave di lettura. Penso che i due libri vadano letti insieme, perché insieme si rafforzano e si chiariscono. La Realidad è il libro che prepara; Triste tigre è il libro che dice. La Realidad nasce come cronaca dei viaggi dell’autrice in Messico (Paese che diventerà anche la sua casa per molti anni, fino a farne una cittadina messicana, madre di una figlia nata lì), e si configura fin da subito come testo ibrido e digressivo, capace di intrecciare memoir, riflessione postcoloniale e saggio letterario. Proprio questi caratteri ne fanno un libro sorprendentemente fresco, non irrigidito in una forma definitiva, attraversato da un movimento continuo di ricerca. È anche un primo libro, nel senso più profondo: il luogo in cui l’autrice cerca la propria voce, ne mette alla prova i limiti, accetta l’oscillazione e l’incertezza come parte integrante del processo. Sinno arriva in Messico per la prima volta alla fine degli anni Novanta, poco più che ventenne, durante il periodo di studio negli Stati Uniti: è il viaggio iniziale raccontato in La Realidad, destinato al fallimento ma decisivo nel segnare il resto della sua vita e della sua scrittura. Al centro non c’è lo zapatismo come oggetto politico da spiegare, né la volontà di parlarne dall’esterno, bensì una domanda che attraversa tutto il testo: con quale diritto una persona occidentale è lì? Con quale linguaggio, con quale posizione, con quale pretesa. Tutto prende avvio dall’amicizia tra Netcha e Maga e da un progetto tanto visionario quanto sproporzionato: raggiungere il subcomandante Marcos nel villaggio di La Realidad per consegnargli due volumi di teoria marxista. Il viaggio in Chiapas è carico di aspettative, ma procede per inciampi, deviazioni e arresti improvvisi, fino a interrompersi per una ragione quasi banale: un autobus che non passa, un collegamento che salta. Non c’è un grande evento tragico o politico a fermarle, ma un dettaglio materiale, prosaico, che rende evidente la distanza tra il progetto immaginato e la realtà dei luoghi. È proprio questo fallimento, tanto concreto quanto anticlimatico, a generare il pensiero. Netcha avverte presto l’inadeguatezza dell’impresa, il sospetto che quella non sia “la sua battaglia”, che insistere significhi occupare uno spazio che non le appartiene. Maga, al contrario, incarna l’ostinazione idealista, la convinzione che sia necessario andare avanti, anche senza sapere come. Tra queste due posture si apre una frattura che è insieme politica e affettiva, e che segna la fine del loro viaggio comune. È in questo contesto che avviene l’incontro con Bárbara, un’attrice incontrata a San Cristóbal de las Casas, figura laterale ma decisiva. La sua presenza, lontana da ogni esotismo, inserita in un paesaggio di case in rovina, introduce uno scarto netto nello sguardo delle due viaggiatrici. Il suo “Non capite niente” non è un rimprovero morale, ma una constatazione secca, che obbliga a fermarsi e a riconsiderare tutto. Da qui La Realidad diventa un lungo lavoro di smontaggio dello sguardo occidentale, a partire dal linguaggio. Sinno sceglie consapevolmente di usare il termine “indiani” invece di “indigeni”, non per legittimarlo, ma per esporre l’errore da cui nasce: una parola sbagliata che, nel tempo, si è trasformata in una decisione presa sull’identità, e quindi sulla definizione, di intere popolazioni. L’interrogativo sul nome si innesta anche su un ricordo personale. Da ragazza, in Francia, l’autrice aveva visto arrivare nel proprio villaggio gruppi di nativi americani invitati come portatori di un’alterità mitizzata, osservati, nominati, interpretati dall’esterno. Ora paradossalmente la posizione si rovescia: è lei a trovarsi dall’altra parte dello sguardo. Dare un nome all’altro, sognarne la cultura, proiettarvi un desiderio di autenticità o di salvezza emerge così come un gesto tutt’altro che neutro, e come uno dei nodi centrali del libro. È a partire da questo limite che si definisce il proprio dell’autrice. Sinno riconosce di non capire e, proprio per questo, non invade campi che non le appartengono. Il suo terreno non è l’analisi politica diretta, né la presa di parola militante, ma la scrittura. La comunanza che emerge è con una costellazione di autori che il Messico lo hanno attraversato accettando di non poterlo spiegare fino in fondo: Antonin Artaud, J. M. G. Le Clézio, Roberto Bolaño. Figure diverse, che in modi differenti hanno fatto dell’attrito tra immaginario e realtà un luogo di scrittura. In questo solco si colloca anche Sinno, che assume quello scarto come spazio di verità possibile. Non la Verità, ma – come scrive – una “piccola verità”, nata da un “piccolo cammino”, non generalizzabile né appropriabile. La forma del libro riflette questa scelta: ritorni, deviazioni, ripetizioni. La Realidad resta volutamente aperto, e proprio questa apertura, tipica di un primo testo che cerca la propria misura, ne costituisce una delle qualità più evidenti. I ritorni successivi in Chiapas – l’esperienza della Escuelita zapatista nel 2013 e, più tardi, quella degli Incontri internazionali delle donne che lottano nel 2018 – spostano il rapporto con l’azione politica dalla fascinazione all’ascolto, dalla teoria alla vita quotidiana. È in questi spazi collettivi che Sinno intravede qualcosa del “reale”: uno sforzo concreto per coltivare la vita. Eppure, proprio qui affiora una verità disturbante. Anche nei contesti più consapevoli, anche nei mondi che si vogliono alternativi e giusti, c’è qualcosa che non si dice. In La Realidad questo indicibile resta sullo sfondo, come un vuoto strutturale: la violenza sui bambini il tema di Triste tigre. Non viene tematizzata apertamente, ma la sua assenza pesa. È alla luce di questo silenzio che La Realidad trova retroattivamente il suo senso pieno in Triste tigre. Il primo libro prepara il terreno etico e linguistico che rende possibile il secondo. Dopo aver interrogato a lungo la legittimità della parola, Sinno arriva al momento in cui tacere non è più un’opzione. Triste tigre non smentisce La Realidad: ne è l’esito necessario. Letti insieme, i due libri formano un dittico raro. L'articolo Neige Sinno / Leggere “La Realidad” dopo “Triste tigre” proviene da Pulp Magazine.
Recensione: “Viottoli”. Guerra e pace: una lettura in cammino
La riflessione intorno ai rapporti fra sinistra e mondo cattolico, visti dal lato della guerra e della pace, attraverso la lettura della carta stampata e del web, è un’impresa molto impegnativa. Qui voglio annotare solo alcuni spunti, atti a sviluppare ulteriori e più articolate considerazioni. Cerco di proporre un ragionamento a partire da una piccola rivista semestrale, piuttosto sui generis nel panorama del mondo credente, non solo cattolico, e di quello laico. Si tratta di Viottoli, periodico semestrale della omonima Associazione, nata più di vent’anni fa a Pinerolo su impulso di una Comunità di Base (CdB) e di due Maestri elementari, Carla Galetto e Beppe Pavan (www.cdbpinerolo.it). Alla guerra, alle sue cause e conseguenze, la redazione e i collaboratori guardano con preoccupazione e soprattutto, con messa in campo di azioni politiche. Prima di entrare nel merito provo a fare una breve introduzione. Durante il papato di Francesco, le spoglie della sinistra italiana, il multiforme Partito Democratico (PD) e tutto quel che si aggira intorno alle idee progressiste (di campo largo), molto vagamente ispirate al marxismo e al socialismo riformista del dopo-Ottantanove, hanno utilizzato continuamente le parole pronunciate dal soglio vaticano, sul tema della giustizia sociale, e della pace nello specifico. Spesso, per completa mancanza di parole proprie sullo stato attuale della società, sulla violenza istituzionale, sul drammatico panorama bellico. E se mancano le parole, la capacità di metterle in Discorso, è perché manca una visione e con essa ogni forma credibile di analisi e di prospettiva. Siamo un paese cattolico a tinte contrastanti, che è stato governato dal dopoguerra dalla Democrazia Cristiana, compagine scioltasi nel 1994, dopo varie ibridazioni con il socialismo, spezzoni del PCI, partiti ultraconservatori, nel corso degli anni Ottanta. Con le altrettanto variegate divisioni interne fra integralisti, pragmatici, nel differente calibro culturale e religioso di personalità facenti parte delle ali destra e sinistra del partito. Lo ha raccontato diffusamente uno dei protagonisti, Gianni Baget-Bozzo, prete capace di districarsi fra le stanze vaticane e quelle dei ministeri. (Gianni Baget-Bozzo, Il Partito cristiano al potere. La DC di De Gasperi e di Dossetti 1945/1954, Vallecchi, FI 1974; in controcanto, Giorgio Galli, Storia della Democrazia Cristiana, Laterza, RM/BA 1978). Un cattolicesimo piuttosto singolare visto dal basso, dal lato popolare. Un esempio era ed è il Meridione credente, preso nella confusa mescolanza di magismo e fedeltà parrocchiale. Ancora oggi in alcune chiese di Palermo si pratica l’esorcismo, dopo circa settant’anni dagli studi antropologici di Ernesto De Martino (da rileggere almeno: Sud e magia, ripubblicato da Einaudi nel 2024). Come accadde con sanguinosa evidenza in Spagna, durante la Guerra Civile (sui cui abbondano testi storici, romanzi, film): aspettative oracolari, miracoli, presunte santificazioni, appartennero anche a varie divisioni antifasciste, repubblicane, soprattutto nel Sud del Paese. Cattolicesimo magico, fanatismo clericale, odio viscerale per una chiesa troppo spesso schierata con los terratenientes, los poderosos, con i mafiosi nostrani e i campieri, si mescolarono nelle due penisole. L’appartenenza delle classi contadine e operaie alle organizzazioni sindacali di sinistra senza per questo mancare alla fede nel credo cattolico, è presente anche nel Veneto dei cosiddetti metalmezzadri, contadini e operai, o dei repetini capaci di mille mestieri occasionali, reietti isolati nelle periferie delle zone industriali (Alessandro Casellato, Gilda Zazzara, Renzo e i suoi compagni. Una microstoria sindacale in Veneto, Donzelli, RM 2022, pp. 26; Piero Brunello, Storia d’Italia. Le Regioni Il Veneto, Einaudi TO, 1984 p 877). Quanto all’atteggiamento verso guerra e patriottismo l’analisi si complica ulteriormente, nel tentativo di afferrare soggettività collettive e individuali complesse. Tornando indietro alla Grande Guerra è nota la passione bellica e nazionalista di una parte cospicua del movimento operaio, e per contro, il caso di preti soldati senza fucile, di disertori anarchici, di oppositori tenaci al discorso patrio. E anche per questo aspetto storico-politico la bibliografia è enorme e vi andrebbe dedicata una sezione a sé. Fatta questa breve premessa, vengo alla rivista. La storia delle CdB, sempre viste con sguardo censorio dal Vaticano, la si ricorda per l’emblematico caso di Enzo Bianchi, straordinario Priore a Bose, allontanato dalla sua comunità con un’ingiunzione vaticana. Gli incontri ecumenici di preghiera organizzati dalla CdB pinerolese hanno dato vita al collettivo di autocoscienza maschileplurale. Nella sede valdese Agape, discutono uomini, cristiani, valdesi, atei, persone LGBT+, ebrei, ortodossi, sufi e islamici, nell’ascolto reciproco e nel sostegno a chi vuole riscattarsi dalla pratica della violenza domestica. Soprattutto intensa è l’amicizia con la chiesa valdese (molto presente nelle valli pinerolesi), la comune organizzazione di incontri pubblici e la tessitura di rapporti internazionali. Di questo lavorio rende conto il foglio on line Uomini in cammino. Il rapporto fra religione e violenza come tratto machista-patriarcale è sempre a tema in Viottoli, soprattutto da quando si sono fatti più impetuosi i venti di guerra ed è cresciuta un’idea di una pace aliena da forme romantiche, intesa come capacità di relazione e di cura reciproca fra soggetti, e con la Madre Terra. Analizzo, a titolo di esempio, l’ultimo numero uscito a fine 2025. In copertina sotto il titolo appare la frase alzati e cammina (Atti, 3,6), esortazione e impulso all’azione per cristiani e non, come dimostra la decina di foto scattate durante le manifestazioni contro la guerra in Palestina. Impegno all’azione sollecitato anche nel numero precedente in cui compare – in copertina – il testo di una poesia “[…] Pace sono i covoni che dardeggiano sui campi dell’estate […] pace sono le mani strette degli uomini e il pane caldo sulla tavola del mondo […] Pace. Niente altro. Pace”, tratta da una raccolta del poeta greco Ghiannis Ritsos. L’editoriale a cura del gruppo Donne contro la guerra di cui fa parte Carla Galetto, introduce la Carta dell’impegno per un mondo disarmato-tessere la pace, custodire il futuro, articolato in otto punti. La violenza bellica non è un destino, l’idea del progresso guadagnato a colpi di sfruttamento su tutti i viventi, induce a ragionare sul capitalismo, sulla sicurezza come assurda difesa dei confini tracciati nelle mappe da chi è titolare del Discorso Dominante. Uno sguardo femminista, praticato da sempre dalla rivista, estraneo alle sue diverse polemiche, fasi e spaccature, nella rivendicazione della cura materna verso tutti i figli, a cui anche il maschile deve avere accesso e della cui potenza compassionevole deve farsi carico. I lavori di Maria Zambrano, Simone Weil, Hannah Arendt dettano la differenza fra la pietas greco-romana, virtù maschile piegata all’eroismo, e il com-patire, come forma empatica. Nel passato la rivista ha commentato anche la lettera ai cappellani militari di Lorenzo Milani, a parer mio assai più importante della più famosa rivolta alla professoressa. Un Milani sobrio, pur nel deciso monito al ruolo bellicista svolto dai sacerdoti nei battaglioni, lontano dal sarcasmo e dalle ambigue prese di posizione presenti in altri scritti (Adolfo Scotto di Luzio, L’equivoco Don Milani, Einaudi TO, 2023; a fronte delle azzardate osservazioni di una esperta in tutto, Vanessa Roghi, Una lettera sovversiva. Da Don Milani e De Mauro, il potere delle parole, Laterza RM/BA,2023).  Le letture bibliche svolte nei gruppi ecumenici di Agape non rifiutano nessuna interpretazione, anche quando dissidente, quando non francamente ereticale. Ogni osservazione mette a fuoco l’originale contemporaneità del messaggio cristiano, assai poco incline al cattolicesimo della Chiesa ufficiale, come si ricorda nella sezione Teologia politica e cultura. Il dialogo interreligioso può liberare i credenti dai dogmi, dalle censure, la Chiesa deve riuscire a mettere a frutto le “cosiddette sette ereticali”, restituendo loro dignità e dando così nuova luce a un percorso storico che il Vaticano fatica a riconoscere. Una straordinaria, dolorosa testimonianza è raccontata da Paolo Zambaldi che ha lasciato il sacerdozio dopo dieci anni di riflessione sull’intolleranza della Chiesa di Roma. Una confessione aperta in cui denuncia gli aspetti reazionari, anche nel vicariato di Papa Francesco: la chiusura verso le donne che interrompono una gravidanza indesiderata, “le assurdità mariane” segnate dalla misoginia, la mancanza di ascolto verso le sofferenze dei malati che chiedono di poter mettere fine alla propria vita, la scarsa attenzione verso forme di spiritualità coltivate come vita interiore, come consapevolezza di fare parte di un mondo più ampio, di una coscienza senza confini politici, religiosi, etnici. La rivista ha ospitato spesso analoghe riflessioni critiche e letture evangeliche di numerose teologhe contemporanee, così come di Vito Mancuso, anche lui uscito dal servizio sacerdotale, a cui si devono toccanti lavori sul dolore, sulla sofferenza inflitta ai più fragili, a cui Dio sembra sordo (Il dolore innocente. Handicap, la natura e Dio Garzanti MI, 2023). Mentre il ministro Matteo Piantedosi promette ancora una stretta sui migranti, una ulteriore manovra repressiva interna contro le piazze e contro gli spazi di aggregazione, il tema della migrazione forzata da guerre e disastri ambientali, in questo numero è affidata a due interviste. La nigeriana Aissa continua a coltivare il sogno del ritorno, in un’Africa pacificata; il senegalese Dioncouda, passato dall’inferno libico all’approdo a Lampedusa, presenta un progetto di agricoltura sostenibile sulle colline torinesi, i cui profitti sono inviati in Africa. Le segnalazioni bibliografiche, che di consueto vengono suggerite a fondo rivista da Beppe Pavan, riguardano due saggi su Gesù nel rapporto con il marxismo: Gilberto Squizzato, Il sovversivo di Nazareth. La conversione dell’operaio che non voleva essere il Messia, Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano (VE), 2025; Lorenzo Tibaldo, Gesù e Marx. Una società giusta, Le Piccole Pagine, Calendasco (PC) 2025.    Chiudo con un elogio alla Maestritudine, all’educazione alla pace come disobbedienza e dissenso, postura professionale e politica che sempre Carla e Beppe hanno praticato a scuola. Un esempio della responsabilità che abbiamo come adulti e come insegnanti nella gestione del conflitto, nella pratica dell’ascolto dell’altro da sé, nel contrasto alla sterile tolleranza, alla ipocrita inclusività di cui oggi sono affollati i testi ministeriali e gli scritti di non pochi pedagogisti. Mosche cocchiere nella lettura gramsciana, sepolcri imbiancati in quella evangelica, sempre al servizio di chi ha il potere di decidere la guerra, forniscono l’apparato retorico mediante il quale creare un consenso acefalo, proprio nelle aule scolastiche. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Klaus Wagenbach / Viandanza praghese
Praga, città di mistero e crogiolo di tradizioni alchemiche, come spesso ha sottolineato Manganelli scrivendo su Meyrink e ovviamente Kafka. Le passeggiate di Franz sono narrative almeno quanto nelle sue prose i luoghi reali e le fantasie s’incontrano senza nessuna ansia decorativa. Klaus Wagenbach (editore, saggista) estrae dai suoi studi un taccuino di viaggio per le strade dove Kafka ha camminato in ogni ora del giorno e della notte e dove ha abitato mutando spesso casa al seguito della famiglia o al seguito di sé stesso. Sembra proprio che la città non abbia mai dismesso gli artigli usati per tenere stretto il suo figliolo condannato a breve vita. Wagenbach nel suo “reiselesebuch” ci svela quale vita facesse lo scrittore, di quali magioni prendesse possesso in anni in cui la sua mente nomade non lo lasciava per niente tranquillo. La meticolosità topografica è quasi maniacale, tanto da inserire in questa sorta di guida mappe e foto di ogni genere, e virtuosismi biografici che dovrebbero aiutare il povero visitatore a districarsi nei fantasmi cittadini fatti di pietra e mattoni, e nei fantasmi fatti di vapori che, c’è da sospettarlo, ancora vagano per ponti, vicoli, e palazzi a cui il bianco e nero di certo dona. Veniamo a sapere che Franz venne educato secondo regole borghesi, che comprendevano governante, donna di servizio, cuoca, e traslochi che l’ascesa sociale ed economica del padre pretendevano. Da adulto, grazie a orari di lavoro favorevoli, non si fece mancare lunghe passeggiate, visite a teatri, caffè e cinema seguendo un prospetto reso nei suoi dettagli perfino in una lettera alla fidanzata Felice Bauer. Fidanzata a cui certamente le rotture e le riconciliazioni non andavano troppo a genio, perché sempre legate alla produttività letteraria alternante dello scrittore. Diviso fra amori e fidanzamenti di rara prospettiva, minato dalla tubercolosi polmonare, invia centinaia di lettere (soprattutto a Felice) mentre la Prima guerra mondiale infiamma l’Europa, ma scrive anche Il processo e Nella colonia penale, ed escono tre volumi: Il fuochista, La metamorfosi, La sentenza. Tant’è, Wagenbach avverte che in Franz l’attrazione per la vita non si placa, avendo però la peggio il 3 giugno 1924 quando muore a soli 41 anni. Praga ieri e Praga oggi, il saggista tedesco insiste nell’accompagnare il lettore nelle minime variazioni che la città offre a chi non si accontenta di uno sguardo superficiale o, peggio, “turistico”: occorrono passi e menti allenati alle digressioni, tollerare i mutamenti avvenuti in un secolo, evitare le distrazioni che allontanerebbero da quell’“accanito camminatore e indiano metropolitano” che fu Kafka dentro l’amata/odiata città boema. Si passa un tempo pressoché vitale seguendo le passeggiate particolarmente care allo scrittore: sul Monte San Lorenzo, attraverso il Belvedere al parco Chotek e alla Malá Strana, all’Orto botanico e a Troja. Occorre stare attenti, le svolte sono improvvise, quel che viene suggerito ha bisogno di piedi attenti e abilità mnemoniche, e sagge soste per raccapezzarsi. Ma basti sapere che alcuni luoghi ameni, già frequentati da Franz, ancora esistono – e sembrerebbero in grado di confortare il viaggiatore curioso. Kafka frequentava i teatri ma ancor di più certi localini malandati come il Café Savoy dove si esibiva una compagnia yiddish. Oltre alle librerie non si faceva mancare le prime “immagini animate”: nell’ottobre 1907 al Café Orient venne aperto il primo cinematografo. Ma di certo le attenzioni maggiori andarono al teatro di varietà Lucerna, amato locale notturno dove riscuotevano successo cabarettisti e canzonettiste. Gloriosa avventura viene promessa a chi vuole rifare le gite di Kafka tenendo ben stretto in tasca un biglietto da visita – così come faceva Kafka – nel caso per sorte s’incontrasse un golem mal disposto verso il moderno (e poco riguardoso) visitatore.             L'articolo Klaus Wagenbach / Viandanza praghese proviene da Pulp Magazine.
Andrea Bruciati, Giuseppina Enrica Cinque / Anatomia dell’antico
Maestoso simbolo delle smisurate ambizioni estetiche dell’imperatore Adriano, la villa costruita nei pressi di Tivoli rappresenta uno scrigno di segreti ancora oggi in parte inesplorati. Merito delle decennali ricerche condotte nel sito da Giuseppina Enrica Cinque aver confezionato un colossale volume, firmato a quattro mani con Andrea Bruciati, già direttore dell’Istituto autonomo Villa Adriana e Villa d’Este, nel quale si opera un vero e proprio cambio di prospettiva tramite un approccio del tutto peculiare. Un libro dove nulla viene dato per scontato, mediante l’analisi minuziosa di qualsivoglia indizio, al fine di recuperare nella sua interezza un’immagine offuscata dal tempo. Per riuscire nell’intento occorre raffigurarsi la villa coperta dalla vegetazione, occultata agli occhi degli uomini, consegnata all’oblio. Un quesito nasce spontaneo: chi fu il primo umanista a visitare i ruderi? Partendo da qui, gli autori si avventurano in un percorso labirintico, al termine del quale raggiungono conclusioni inedite e sorprendenti. Una traccia accattivante che non vuole porsi come un punto di arrivo, ma che intende ampliare il dibattito riguardo l’impatto del sito adrianeo sulla cultura rinascimentale. La prima individuazione del sito risale al 1432, e vede Ciriaco d’Ancona aggirarsi nel luogo forse in compagnia di Leon Battista Alberti. Animato da una autentica passione antiquaria, Ciriaco si dedica alle rovine con ardente curiosità. È dunque lui lo “scopritore” di Villa Adriana. Una prima ripulitura è attestata attorno al 1461, sotto il pontificato di Pio II, mentre il fortunato ritrovamento delle statue delle Muse durante gli scavi voluti da Alessandro VI viene narrato da Pirro Ligorio. L’accresciuta notorietà del sito contribuisce, purtroppo, a farne una delle cave più sfruttate di materiali antichi.  Nell’epoca rinascimentale Villa Adriana mostrava ancora parte del fantasioso e raffinato tessuto decorativo parietale che venne ampiamente saccheggiato già nel corso del Seicento, lasciando le strutture murarie nella loro odierna nudità. Un apparato di pitture e stucchi certo non meno spettacolare di quello della Domus Aurea neroniana. Le cosiddette grottesche ricoprivano dunque anche la villa adrianea, con i loro soggetti trasgressivi rispetto alle norme classiche che tanto segnarono il Rinascimento. Da questo contesto artificioso e negromantico emerge la figura malinconica di Morto da Feltro, il cui interesse per la grottesca è attestato già da Vasari e che lo porta ad essere il massimo esperto in tale campo.  La curiosità verso un contesto infero e oscuro definisce il carattere di colui il quale fu il primo esecutore di scavi nel sito.  “Sospensione della razionalità”, la grottesca è proliferare di forme sottili e fantastiche, evocazione del meraviglioso, immersione in un contesto onirico dalle anticipazioni surrealiste. L’interesse antiquario riguardo tali soggetti è già evidente nel XV secolo. L’horror vacui di un repertorio infinito intessuto di animali fantastici, elementi vegetali, figurine avvolte in un inquieto dinamismo popola ad esempio i primi cicli del Pinturicchio. Indubbia è l’attrazione che la villa adrianea operò sulla mente di Leonardo, per le sue particolari soluzioni tecniche e tecnologiche; curiosità stimolata da Bramante, instancabile studioso dell’architettura antica. La prima visita di Leonardo al sito tiburtino è accertata con ragionevole sicurezza agli albori del 1500. La peculiarità delle soluzioni funzionali non poteva sfuggire al genio vinciano, il quale già si era cimentato con il tema della città ideale. La scoperta delle statue delle Muse ha risonanza non inferiore a quella, successiva, del Laocoonte nella domus neroniana. Il soggetto antico non lascia indifferente Leonardo, ed origina tutto un repertorio di forme e narrazioni che fecondano l’arte rinascimentale. Il libro è colmo di esempi in tal senso, illuminanti per chi ami indagare il sottile gioco di corrispondenze che innerva l’estetica coeva. Affinità con le Muse di Villa Adriana appaiono nell’opera di Raffaello e Michelangelo. L’instabilità delle pose, i panneggi ondeggianti offrono spunti prolifici ai due artisti. Dalle memorie di un notaio tiburtino emerge la presenza di Michelangelo in città. Sembra di vederlo, il genio fiorentino, mentre percorre a cavallo il tragitto fra Roma e Tivoli, tanto più che la professoressa Cinque si distende in ardite misurazioni riguardo il tempo necessario a coprire il tragitto, per ricostruire affascinanti traiettorie di un tempo perduto. L’antico diviene in questo modo tangibile, immediatamente presente. Rimandi al territorio tiburtino permeano ugualmente l’opera di Raffaello, in particolare la Madonna della Quercia. Minuzioso lavoro di ricostruzione, di analisi capillare delle fonti, di esegesi delle forme: il passato viene ricostruito pezzo dopo pezzo, per riemergere di fronte ai nostri occhi stupiti. Assonanze alle quali sarebbe arduo giungere, se non dopo uno studio approfondito dei dettagli, si palesano evidenti. Da ciò si ipotizza che le Muse, almeno in parte, fossero state scoperte già nella prima metà del 1496, appena prima dell’arrivo di Michelangelo a Roma. Seguendo le tracce delle Muse incontriamo collezionisti, famiglie nobili dedite alla ricerca dell’antico. Ipotesi vengono proposte, informazioni sparse vengono confrontate, documenti fino ad oggi trascurati vengono indagati con rinnovata attenzione. Un impressionante apparato di note fornisce sostegno alle innumerevoli idee sparse a piene mani nel volume. Accanto ai tre giganti, Michelangelo, Leonardo e Raffaello, ruota uno stuolo di figure più o meno note, a comporre un affresco di accattivante complessità. Incrociando le proprie competenze, i due autori offrono un’immagine chiara ed esaustiva della villa adrianea, assolutamente inedita rispetto alle consuete pubblicazioni. Un libro nel quale immergersi con curiosità, costellato di spunti di riflessione che, negli anni a seguire, non mancheranno di sbocciare in rigogliosi frutti. 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Peter Sloterdijk / Europa, un libro da sfogliare
“Qual è il numero telefonico dell’Europa?”. Parafrasando la vecchia battuta di Henry Kissinger, Sloterdijk apre così la sua indagine sulle fonti dell’identità europea, frutto delle lezioni tenute al Collège de France nel 2024. Un corso a uso degli odierni europei, supposti per lo più indifferenti e restii a volgere lo sguardo verso sé stessi quanto troppo spesso arrendevolmente propensi a riconoscersi in quello altrui. Quanti oggi siano ancora interessati a conoscere quel famoso numero telefonico resta poi tutta un’altra questione. Ma tant’è. Aggirando l’approccio essenzialista, l’Europa secondo il filosofo di Karlsruhe è “senza qualità” perché, come accenna l’omaggio a Musil nel titolo, abita una cultura modernamente liquida che nega la fissità identitaria come qualità per sé stessa.  Un “quasi continente” descrivibile in termini di drammaturgia, una recita a soggetto, attorialità che sul palcoscenico della storia ha saputo rinnovare a intervalli la propria messa in scena. “Europa” per secoli è stato semplicemente il sinonimo dell’Imperium dei Romani che, da Carlo Magno a Napoleone, ci si è ingegnati di resuscitare, ingiungendo al mondo l’invenzione degli Stati Nazione, fino al tracollo degli imperialismi coloniali nel secolo scorso. Dopo il 1945, vede la luce l’attuale rassemblement post imperiale, mentre le smanie di una Nuova Roma si trasferiscono altrove: a Washington e oggi persino a Mosca. Se si cercasse a tutti i costi una data inizio, comunque, per Sloterdijk l’idea di Europa dovrebbe essere fatta risalire al 390 d.c. e al rifiuto che Ambrogio, vescovo di Milano e maestro di Agostino, oppone all’imperatore Teodosio, reo non pentito della strage di Tessalonica, impedendogli l’ingresso nella cattedrale ambrosiana in nome di una potenza moralmente irriducibile alla forza bruta. Il saggio esplora il carattere storico europeo attraverso una serie di segnalibri che ne ripercorre una filogenesi ideale. Così Burckhardt, nel suo opus magnum sulla civiltà del Rinascimento in Italia, avrebbe colto per primo la natura del continente come “contesto di apprendimento”, che attraverso l’empowerment dell’individuo congiunge sapere e potere nelle prime università, dove la materia ultima di studio è poi il successo medesimo. Il caso di Petrarca, poeta incoronato in Campidoglio, segna simbolicamente la nascita della meritocrazia e l’origine di un’economia basata sulla fama e la reputazione. Un’economia in cui Marx ne Il Capitale riconoscerà il principio del feedback positivo, del “chi più ha, più avrà”, che si riflette nell’accumulazione del capitale come nella dinamica dell’innovazione. E nel sistema della moda dove fa premio il rischio e non la stabilità, che si tratti di tecnologia o di energia fossile, della rivoluzione della dinamite o di quella dell’etere negli ospedali. Quella delle rivoluzioni è infatti un’altra specialità continentale che, a partire dalle contese intorno all’anno 1000, vede affermarsi attraverso secoli di rivolgimenti culminanti nella Rivoluzione Francese “la conquista prettamente europea della miscredenza”. O, detta altrimenti, la libertà dalle religioni dall’obbligo di creare coesione tra gruppi etnici omogenei, il rifiuto della sottomissione. Rivoluzioni, nel giudizio storico dell’autore, guidate non da masse di popolani inferociti ma da raggruppamenti ben motivati di un’élite che perseguono “la liberazione dalle condizioni e dai bisogni primordiali come condizione dell’evoluzione europea”. L’europeo nasce infatti come prodotto umano “sradicato dal presente per essere trapiantato nel futuro”. Il segnalibro, questa volta più specialistico, rimanda qui a Out of Revolution di Eugen Rosenstock-Huessy, ed è ancora di un tedesco il successivo, di Oswald Spengler con Il tramonto dell’Occidente, opera il cui grandioso ma fallimentare disegno di una storia a priori a conti fatti ha saputo prevedere ben poco (salvo forse, per la sua avversione alla cultura di massa e il sospetto verso l’Illuminismo, un’anticipazione di Adorno e dei francofortesi). Oggi come un secolo fa, secondo Sloterdijk, si usa il concetto di “decadenza” per incastrare gli europei e invitarli alla rassegnazione ignari che quelli, ormai da tempo, hanno fatto pace con la propria senilità e con il concetto di “civilizzazione”, che oggi si tende a tradurre piuttosto come “adulta maturità” o, anche, “mediocrità rilassata”, In questa cultura, al tempo stesso evoluta e compiaciuta, della “tranquilla finitezza” europea, come è stata definita, si devono riconoscere però almeno altri due tratti persistenti. Uno è lo spirito confessionale, espunto dal suo significato religioso originale, la “casa interiore” che ospita la verità secondo Agostino e che resta alle fondamenta anche del soggetto europeo di Baudelaire. L’ altro è lo spirito faustiano, che si abbatte sul mondo nell’età moderna con l’espansionismo e con il colonialismo, con l’istinto predatorio degli imperi iberici e il progetto missionario dei gesuiti, che si fa mezzo della chiesa e di Dio (Tommaso di Loyola). Ogni caravella è un’“Europa portatile” ma anche un “prestito galleggiante” per i banchieri e i finanzieri del tempo, il resto del mondo, a cominciare dai suoi abitanti, soltanto una risorsa per gli imperi europei in competizione tra loro. Il “fardello dell’uomo bianco” sarò poi il loro slogan, Cecil Rhodes il loro manager ideale. Sloterdijk sposa la tesi per cui la colonizzazione è conseguente all’esplosione demografica succeduta alla peste nera del XIV secolo. Dall’Europa, ripopolata dalla biopolitica degli Stati Nazionali, arriva la spinta all’esportazione della modernità, alla circumnavigazione terra aquatica delle persone e delle merci, all’era della globalizzazione che Heidegger chiamerà poi “l’epoca dell’immagine del mondo”.  La “scoperta” di Colombo assai più che con quella di Copernico, ha rivoltato il mondo e, alla fine, sradicato anche il pensiero continentale dal suo eurocentrismo. “Per gli europei il vero choc non è mai stato che la Terra non fosse al centro del mondo, ma scoprire attraverso i navigatori e missionari che vi erano continenti con tanti esseri non battezzati”.   L'articolo Peter Sloterdijk / Europa, un libro da sfogliare proviene da Pulp Magazine.
Ian McEwan / Salvarsi e conservare l’innocenza
Un romanzo ambientato tra quasi 100 anni, che non è fantascienza e neppure distopia, già solo dicendolo così è qualcosa di meraviglioso. Un romanzo ambientato tra quasi 100 anni eppure realistico, reale e attuale come non mai, è ancora meglio. Del resto, è questo il potere dell’immaginazione, quello di aprire una finestra sull’oggi, sul presente, a partire da un altro punto del tempo, o prima o dopo. In mezzo a narrazioni catastrofiste e scenari improbabili, a saggi che cercano di spiegare, il più delle volte senza riuscirci, come è e come cambierà il mondo in cui viviamo, il romanzo di Ian McEwan è come una pietra luminosa attorno alla quale cominciare a mettere ordine, dare un senso, con calma e serietà. In un certo senso, il trucco è antico come il mondo: non c’è come prendere le distanze, per vedere l’insieme. Allontanandosi di 100 anni il nostro mondo non appare diverso, nel senso che è sempre un posto caotico, pieno di rumore e di confusione, di prepotenza e soprusi, di ingiustizie e sopraffazioni. Ma se ne vedono anche l’energia, la creatività, il pensiero in ebollizione, gli entusiasmi, gli slanci. Il protagonista di Quello che possiamo sapere è Thomas Metcalfe, che nel 2119 è professore di letteratura in un’università della Gran Bretagna, specializzato negli anni 2010-2030. Nelle sue ricerche si imbatte in una serata speciale, poi chiamata “Secondo Immortal Convivio”, la serata del compleanno di Vivien Blundy, moglie del poeta Francis Blundy, festeggiata con alcuni amici nel casale in cui la coppia vive. In quell’occasione, come regalo di compleanno, Blundy ha recitato ad alta voce una poesia scritta per la moglie, leggendola da un papiro. La poesia è in realtà un poemetto in forma di corona, ovvero una serie di poesie legate tra loro in modo circolare: ogni poesia comincia con l’ultimo verso di quella che la precede. Un componimento molto complesso e pare bellissimo. Francis Blundy è del resto il sommo poeta di quel periodo. Del papiro, che era l’unica versione scritta del poemetto, non ci sono tracce. È stato cercato e mai trovato. È vero che il casale è rimasto sommerso, come buona parte della Gran Bretagna, dalla catastrofica Inondazione… Attraverso il racconto di Thomas e della sua vita personale entriamo nella Gran Bretagna come potrebbe essere tra 100 anni: ridotta a un arcipelago quasi completamente sommerso dal mare. Istituzioni come la Bodleian Library di Oxford sono state spostate in alto, sui colli vicini; città intere come Glasgow sono state ricostruite sui monti diventati isole. Tra le isole ci si muove con difficoltà e grandi rischi, prevalentemente e necessariamente via mare. Il mondo in generale è piccolo, poco popolato, povero di risorse e quindi di consumi, attento alla natura e all’ambiente che stanno pian piano rinascendo. È un mondo spaventato dalla memoria di eventi terrificanti, distruzioni nucleari, il Grande Disastro, la catastrofica Inondazione. Un mondo tranquillo e sottotono, come un bambino che sa di avere esagerato, si è spaventato a morte e si concentra soprattutto sul “non farlo mai più”. E siccome sono i dettagli che fanno la differenza, non c’è il racconto di quello che è successo nei 100 anni che hanno cambiato il mondo così profondamente, ma ci sono piccoli accenni, osservazioni, particolari. Si gira solo in bici o a piedi, la cioccolata è costosissima e introvabile, e anche frutta e pane, se non si arriva presto nei negozi, non ci sono più. Come non ci sono chiodi o altri strumenti di uso comune. Non ci sono case di proprietà ma appartamenti in affitto da cui ci si sposta con qualche scatola, perché non ci sono più neppure mobilio e suppellettili. Il cibo è per lo più artificiale, contiene il necessario ma è insapore e tutto uguale. Però il mare proprio sotto il campus universitario è pulito e trasparente, e ci si può nuotare. E ci sono archivi contenenti migliaia di informazioni, e-mail, messaggi, post. Nella sua ricerca su Vivien Blundy e la poesia perduta, Thomas Metcalfe ha a disposizione una quantità immensa di materiale. Il che non gliela rende più facile, anzi. E quando finalmente riesce a trovare un indizio che prima gli era sfuggito e parte per esplorare quello che resta del casale in cui aveva vissuto Vivien Blundy, tra mille difficoltà e scomodità scopre sì del materiale inedito, ma non quello che cercava. Non trova il poemetto a cui ha dedicato buona parte della sua vita, ma trova il diario di Vivien, un diario-confessione, che possiamo leggere anche noi nella seconda parte del romanzo. Un diario che svela e cancella, che conferma e smentisce, che chiarisce e confonde. Perché non importa in che secolo siamo, non importa se il mondo sia più grande o più piccolo, più accogliente o più ostile: la verità non è un’entità esistente di per sé, un monolite o una pietra preziosa che basta saper cercare per trovarla. Dal diario di Vivien emerge che nessuno è in grado di raccontare la verità su di sé e sulla propria vita, e che più che mai la scrittura allontana dalla verità. Vivien scrive e mentre scrive reinventa sé stessa in una versione migliore. Anche quando vuole mostrare il peggio. E tuttavia, se la scrittura non ci avvicina alla verità, ha un potere pacificante. Il potere di mettere ordine e trovare un senso per tutto quello che abbiamo fatto più o meno consapevolmente, spinti dalle emozioni, dagli eventi esterni, dalla visione circoscritta che abbiamo mentre viviamo. In questo romanzo complesso e pieno di domande, luminoso nonostante non faccia sconti, liscio come solo la scrittura di McEwan riesce ad essere, in questo romanzo bellissimo si può trovare infinitamente di più di quello che ci ho trovato io. Ogni lettore ci troverà qualcosa di suo che fino a quel momento non era riuscito a vedere. E sì, spero che siano davvero tantissimi, questi lettori, e che fra questi ci siate anche voi che ora state leggendo me. L'articolo Ian McEwan / Salvarsi e conservare l’innocenza proviene da Pulp Magazine.
Recensione: V. Colmegna, G. Zagrebelsky, La Costituzione dei poveri
IL DEPAUPERAMENTO DEI SISTEMI EDUCATIVI È FUNZIONALE ALL’IDEOLOGIA MILITARISTA. E PIÙ LA SCUOLA DEPERISCE, PIÙ DEPERISCE LA DEMOCRAZIA. Ha ragione da vendere il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky nel ritenere il primo scandalo la guerra, giudicando disertori e renitenti gli eroi che, in virtù delle loro scelte, pagano con la perdita della libertà e, pur sottoposti al pubblico ludibrio, non abiurano alla costruzione della pace. Queste osservazioni sono contenute in un libro frutto del dialogo tra l’uomo di legge, Gustavo Zagrebelsky appunto, e il sacerdote Virgilio Colmegna da decenni impegnato socialmente a fianco degli ultimi. Un dialogo tra credenti e laici attorno al concetto di giustizia, alla difesa della Carta costituzionale, alla lettura del Vangelo da cui trarre un messaggio ben diverso da quello che anima neoconservatori, Maga e fautori della guerra. A pochi giorni dal seminario organizzato dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università con Scuola e società, sulla Diserzione come forma di Resistenza alla Pace, cerchiamo di sviluppare qualche ragionamento attorno alla guerra, al senso di giustizia, alle responsabilità anche individuali dinanzi alla dilagante cultura di guerra che imperversa nella società. E per guerra non intendiamo il conflitto sociale, fondamentale motore mosso dal desiderio di equità e giustizia. Dopo l’intervento militare USA e la prigionia del Presidente Maduro in molti hanno chiesto cosa resti del diritto internazionale e soprattutto se sia lecito oggi sperare in un insieme di regole rispettate da dominanti e dominati, governanti e governati, a fronte del genocidio del popolo palestinese e del rifiuto sistematico da parte USA di trattati e convenzioni internazionali. Gli ultimi anni e le modalità con le quali sono state condotte le guerre non sono la plastica dimostrazione del fallimento del diritto internazionale e il rifiuto di regole condivise e confini invalicabili? Mentre l’Occidente accusa la Resistenza palestinese di terrorismo, tutte le regole scritte, o tacitamente accettate, vengono violate e dismesse dai dominanti per affermare il potere del più forte e la criminalizzazione del soccombente e di quanti non si piegano alla normalità della barbarie. La Carta costituzionale italiana non è servita a fermare la guerra, il ripudio dei conflitti è stato facilmente aggirato fin dal 1999, quando un governo di centro sinistra intervenne nella guerra nei Balcani e allora le cosiddette ragioni umanitarie erano la motivazione etica addotta per giustificare l’interventismo. Capimmo da subito che lo sgretolamento della ex Jugoslavia e il fuoco nazionalista nell’area balcanica erano frutto di una lunga pianificazione, tutto fu palese guardando i nuovi corridoi energetici, il ritorno degli eroi di guerra che avevano combattuto a fianco dei neonazisti, la riscrittura (revisionistica) della storia, la rapida nascita di distretti industriali collegati a importanti multinazionali USA e UE, l’adesione di qualche Paese alla NATO, il dispiegamento di basi militari e la nascita a tavolino di nuove entità nazionali che ci riportarono indietro nel tempo ossia quando i Paesi colonialisti decidevano i confini e gli assetti territoriali. Il tempo in cui dominavano le ideologie razziste, fasciste, colonialiste non è morto e sepolto, prova ne sia il bagaglio culturale dei dominanti, la riscoperta di teorie vecchie costruite, al loro tempo, per conquistare il Mondo (ad esempio la dottrina Monroe di cui si parla a proposito del continente americano) e piegarlo ai propri interessi. E proviamo a riportare queste argomentazioni in campo educativo e scolastico, non prima di cogliere la critica feroce alla nozione di merito proveniente da Zagrebesky e Colmegna e ancora una volta il punto di partenza, e di arrivo, è rappresentato dagli scritti di don Milani, il prete che si oppose ai cappellani militari e animò un feroce dibattito nel mondo cattolico sui temi della guerra e della obbedienza. La cultura del merito, di origine anglosassone, è stata ben utilizzata in Italia come arma ideologica contro l’egualitarismo e un corpo legislativo garantista verso gli ultimi e i dominati, se vogliamo è servita anche a disinnescare le parti avanzate della Carta costituzionale, modificando le relazioni sindacali e perfino il ruolo degli insegnanti attraverso la nascita della scuola azienda con i suoi rapporti gerarchici, la competizione, la marcata distinzione tra licei e scuole tecniche. Il merito implica guadagno e potere, l’esatto contrario di una trasmissione orizzontale e democratica dei saperi. E, come in una azienda, ove i principi e le pratiche del profitto e della gerarchia sono fattori dirimenti per governare l’impresa, anche nella scuola del Merito si cerca la cieca obbedienza degli studenti e il rispetto, da parte dei docenti, di rigidi protocolli. Siamo lontani anni luce dalla idea di Scuola legata alla libertà di pensiero, alla costruzione della cittadinanza attiva e partecipe, al sapere diffuso e gratuito, alla trasmissione di alcuni valori fondanti come la solidarietà, il rispetto delle diversità, il rifiuto della guerra e delle discriminazioni. E nella scuola del merito, ove è obbligatorio esporre la Bandiera con tanto di rito propiziatorio ben conservando gli originali colori del Tricolore, la presenza della propaganda militarista è sempre ben accetta, chiedendo al militare di ergersi a docenti di innumerevoli materie, come se dietro alla divisa si celasse una forma onnicomprensiva di conoscenza. In una società basata sulla cieca obbedienza ogni fattore di crescita della personalità diventa arduo e anche a scuola, come nelle relazioni umane e sociali, arriva l’impoverimento delle idee, dei linguaggi, con la affermazione di un pensiero unico, omologato ai dominanti che oggi sostengono la guerra e i processi di militarizzazione. La suola e l’università sono i primi passaggi obbligati per ogni processo involutivo della democrazia, per i processi di omologazione e poi formare ed educare le giovani generazioni, ad esempio alla normalità della guerra, alla cieca obbedienza, alla ineluttabilità del riarmo, acquista grande valenza per la creazione di una cittadinanza passiva e omologata ai dominanti. A pensarci bene il ripristino del voto in condotta va in questa direzione, in carcere la buona condotta è la condizione per ottenere degli sconti di pena o condizioni detentive meno pesanti, a scuola come potremmo definire il ripristino della valutazione dei comportamenti? Il voto di condotta insufficiente è l’anticamera della bocciatura, è bene sapere che questa forma punitiva è stata adottata per gli studenti e le studentesse che avevano occupato le loro scuole dove poi si sono verificati atti di vandalismo per altro non riconducibili ai promotori delle proteste. Le ispezioni ministeriali nelle scuole si prefiggono un obiettivo molto chiaro: impedire che studenti e studentesse sviluppino uno sguardo critico verso il mondo, si aprano alla conoscenza dello stesso interessandosi ai drammi contemporanei e prendendo posizione come, ad esempio, è avvenuto con il sostegno del Popolo palestinese vittima di genocidio. Se l’educazione diventa sinonimo di emancipazione i dominanti iniziano a preoccuparsi, il desiderio di trasformare la scuola in caserma poi si manifesta con ogni forma e strumento possibile, anche attraverso la delegittimazione del ruolo e delle funzioni dei docenti, impedendo l’apertura delle scuole, delle palestre e dei laboratori ben oltre l’orario scolastico e motivando questa decisione con le solite carenze di fondi e i problemi di sicurezza dell’utenza (il rapporto tra giovani e scuola cambierebbe visibilmente se percepissero la scuola stessa in maniera diversa). Il prestigio della scuola, il prestigio sociale degli insegnanti è un disvalore nell’era della scuola azienda, per questo padre Virginio Colmegna esplicita il suo punto di vita con parole semplici e dirette, prendendo le distanze dalla cosiddetta democrazia del gregge basata sulla gerarchizzazione del corpo sociale e sulla cieca obbedienza ma anche, implicitamente, da una scuola chiusa e per questo alienata “LA SCUOLA DOVREBBE ESSERE UN LUOGO IN CUI COLTIVARE PACE E ACCOGLIENZA, DOVE IMPARARE A DIFFIDARE DEI LINGUAGGI NAZIONALISTI, RAZZISTI E SESSISTI CHE ALIMENTANO OGNI RETORICA DI GUERRA”. V. Colmegna, G. Zagrebelsky, La costituzione dei poveri, Castelvecchi, Roma 2025. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Marino Magliani e Alessandro Gianetti / Se in Liguria e in Toscana un viaggiatore…
Ricorrendo subito a una dichiarazione assiomatica, per poi verificarne la portata, l’omaggio letterario appare come un genere astigmatico: più l’opera omaggiata è vicina – e, s’intende, canonicamente ingombrante – meno la scrittura sarà derivativa, e viceversa. Nel primo caso, con ogni probabilità il più interessante, rientrano allora quelle scritture che partono da un’idea di omaggio letterario e diventano indagini, magari on the road, e sicuramente a tutto campo, come il percorso calviniano di Marino Magliani: già evidente in Il bambino e le isole (un sogno di Calvino) (66thandthe2nd, 2023), l’itinerario continua ora con una nuova uscita della collana Passaggi di Dogana di Giulio Perrone editore, In Italia con Italo Calvino. La traiettoria di uno sguardo, firmato a quattro mani con lo scrittore e traduttore Alessandro Gianetti. Il punto di partenza è simile, ovvero un’intervista di Duilio Cossu, amico di scuola di Calvino, in cui si raccontava di uno dei primi progetti di scrittura dell’autore, ancora adolescente. Quel racconto di Calvino si sviluppava attorno al vagabondaggio di un bambino lungo i binari della ferrovia di un paese ligure, mai attraversati per non contravvenire alla regola data dai genitori. Una simile sorte d’erranza, nel nuovo libro di Magliani e Gianetti, tocca a Ramón, personaggio finzionale che è coetaneo di Italo Calvino e suo conterraneo, proprio come Magliani. Dopo la morte dello scrittore e intellettuale, appresa sui quotidiani, Ramón si costruisce un itinerario ben più preciso, per ripercorrere alcuni luoghi calviniani da Torino a Roma, con tappe fondamentali nella Liguria di Magliani, appunto, e anche nella Toscana di Gianetti. È infatti il percorso per così dire tirrenico – ligure e tirrenico – a prevalere, nella prospettiva di un Ramón cui interessa meno l’aspetto canonico e canonizzato dell’opera di Calvino, rispetto alla possibilità di vedere con i propri occhi i luoghi che hanno alimentato l’immaginazione dello scrittore, amico di infanzia, nonché il luogo della sepoltura, nel cimitero di Castiglione della Pescaia, cui sono dedicate le pagine forse più intense del volume. Quello di Ramón è, in altre parole, l’approccio di chi legge Calvino, più che quello di chi ne studia l’opera secondo le regole e anche le limitazioni dell’analisi letteraria, arrivando così ad accendere anche la propria immaginazione: «poche volte», come si legge nel libro, «si danno le condizioni per una lettura così perfetta: solo i traduttori e i biografi percepiscono così da vicino i testi su cui lavorano, ma accadrebbe più spesso se i personaggi dei romanzi potessero leggere le storie che vengono raccontate su di loro senza chiedergli il permesso». 0 Al di là della fine di questa citazione, che ricorda il livello metaletterario di alcune sperimentazioni postmoderne – dalle quali, tuttavia, il presente volume si tiene ben distante – il nuovo moto di avvicinamento a Calvino del personaggio di Ramón permette di riscrivere, in quanto “scrivere ex novo”, i luoghi e le narrazioni propri tanto della biografia quanto dell’opera dell’autore. Pur essendo un moto prettamente immaginativo, ciò non estremizza le possibilità della letteratura combinatoria, peraltro cara a Calvino: non si tratta più di “Se una notte d’inverno un viaggiatore…”, ma forse di “Se in Liguria e in Toscana un viaggiatore…” Anzi, ciò consente di guardare più a fondo a Calvino e scovare una duplicità che risolve l’astigmatismo dell’omaggio letterario citato all’inizio, specie se dedicato tanto alla vita quanto all’opera dell’autore, in una sorta di diplopia, tuttavia sempre lucidissima: «Di Calvino l’aveva sempre affascinato il fatto che fosse cittadino italiano, scrittore e intellettuale, uno che sembrava vivere almeno due volte, in parallelo, la prima nell’universo di tutti e la seconda in un cosmo tutto suo che col primo dialogava, discuteva e magai litigava; uno che insomma sembrava saper dove si trovasse, da che parte stare, in virtù di ragionamenti che si sviluppavano mentre la vita scorreva; come quella di tutti fatta di lentezze, entusiasmi e inciampi, ma schiarita da una manciata d’idee pure».     L'articolo Marino Magliani e Alessandro Gianetti / Se in Liguria e in Toscana un viaggiatore… proviene da Pulp Magazine.
Comune-info.net: Il sogno del guerriero
DI RENATA PULEO SU WWW.COMUNE-INFO.NET DELL’11 GENNAIO 2026 ANVER È UN ADOLESCENTE INQUIETO, NATO IN BELGIO DA MADRE EBREA, CHE DA GIOVANISSIMO, SIAMO NEGLI ANNI QUARANTA, SI SPOSTA IN ISRAELE E SI FA TRAVOLGERE DALLA LOTTA ARMATA. RENATA PULEO, CHE SI OCCUPA DA MOLTO TEMPO DI QUESTIONI EDUCATIVE, IN QUESTA RECENSIONE DI MEMORIE DI UN TERRORISTA, LIBRO SCRITTO DA ANVER, RAGIONA SU COME QUEL TESTO OBBLIGA A CONSIDERARE L’ATTUALE CONTESTO STORICO E POLITICO, E SEGNALA ALTRI QUATTRO PREZIOSI LIBRI (DI AMOS OZ, ROSARIO BENTIVEGNA, ALESSANDRO PORTELLI, CARL SCHMITT) CHE SAREBBE IMPORTANTE OGGI LEGGERE E DISCUTERE CON STUDENTI E STUDENTESSE Un libro su cui riflettere in questi giorni di tempesta è Memorie di un terrorista, firmato con il solo nome, Avner. Pubblicato alla fine degli anni ’50 in inglese è stato tradotto in italiano da Mondadori nel 1960, se ne trovano varie edizioni nel mercato on line, segno di un successo piuttosto lungo, quanto insolito. Difficile è stabilire se si tratta di una testimonianza autentica, per quanto molto verosimile, così come rimane l’incertezza sull’identità dell’autore. Alcune notizie si possono ricavare, digitando il suo nome, dal sito ebraico dell’Organizzazione Lechi (lechi.org.il). La Lechi (Lohamei Herut Israel, Combattenti per la Libertà di Israele), si legge nella scarna introduzione al racconto, era una frazione del potente Irgun, gruppo nato nel 1936 per combattere sia contro l’occupazione inglese, sia contro gli arabi di Palestina. L’Irgun fu subito favorevole alla creazione dello Stato di Israele, nel 1948, e si integrò nelle forze militari israeliane. La Lechi, spostata a sinistra, visceralmente anti-inglese e antimperialista (si direbbe ancora esistente nella memoria collettiva), reclutò, secondo le fonti disponibili, Avner nel 1940, quando aveva 17 anni. Il sito citato fornisce anche alcune scarse note biografiche. Avner Grushow (cognome variamente trasposto dai caratteri ebraici), nome di battaglia Yoav, nasce in Belgio da madre ebrea, si sposta giovanissimo in Israele fuggendo dal collegio. Dopo una breve reclusione alla frontiera belga che aveva provato a superare senza documenti, riesce fortunosamente ad arrivare nella Palestina ancora occupata dagli Inglesi. Avner nasce 1923 come si ricava da un’altra fonte. Digitando il titolo del libro, appare sul sito la foto della sua lapide nel Cimitero di Montparnasse a Parigi, dove morì nel 2010 (it.findagrave.com). L’anno di nascita è compatibile con quanto narrato dall’autore. Provo a spiegare l’interesse che suscita questo libro per chi come me si occupa di questioni educative e pedagogiche. Un adolescente inquieto, in fuga da un sistema scolastico oppressivo, spesso vittima dei compagni, in cerca di un riscatto personale, si fa travolgere dal fascino della lotta armata, dai confusi echi provenienti dalla guerra civile spagnola. Non andrà in Spagna, ma sbarcherà in Palestina intorno al 1939. Entrato in un kibbutz, non riesce a condividerne l’utopia, si annoia, il lavoro è duro, la piccola comunità gli appare priva di fascino, conformista, pettegola, senza futuro. Una storia simile la racconta anche lo scrittore israeliano Amos Oz. L’iniziazione all’età adulta avviene abbracciando un fucile, credendo ciecamente nel diritto a conquistare uno spazio in cui realizzare i propri ideali di attaccamento alla terra dei Padri. Il sacrificio della vita, la morte eroica, l’azzardo della lotta avventurosa, durano fintanto che, in Oz, non si affina un ragionamento politico pragmatico: la spartizione del territorio fra due popoli, soluzione che non verrà mai presa sul serio dai vertici del potere israeliano. (Una storia di amore e di tenebra, 2015). Il pensiero corre ai nostri adolescenti, perfino ai bambini, oggi oggetto di simili fascinazioni, la Patria, la creazione del Nemico, la Difesa, indotte dalla pervasiva presenza dei militari di ogni arma nelle aule scolastiche. Addestramento alla disciplina, obbedienza, abitudine alla guerra, come documentato dall’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università. Le proposte pedagogico-didattiche centrate sul sapere militare, l’arte della guerra, vanno dal brivido del volo su un elicottero dell’esercito, al funzionamento di una mitraglietta, fino al ventilare la prospettiva di un lavoro sicuro, aggettivo ossimorico per un soldato, formato per dare e ricevere la morte. Questo libro ci obbliga a considerare l’attuale contesto storico e politico, in un momento di brutale lotta al terrorismo di Hamas a Gaza, da parte dell’esercito israeliano. Chi è il terrorista? La definizione che conosciamo è, nel libro di cui scrivo, soggetta a numerose accezioni: lotta di liberazione con qualsiasi mezzo, indifferenza nelle azioni dei commandos alla morte di civili, omicidio come dovere, “calcolo del sangue” come inevitabile variabile a cui ci si abitua, tanto che, confessa Avner, si finisce per diventarne dipendenti. Avner ci parla di subdole, quanto labili, alleanze fra arabi palestinesi e membri delle organizzazioni paramilitari, della diffidenza verso i sabra (i nati in Israele) da parte degli immigrati della Shoa, delle lotte intestine fra i vari gruppi armati. Qualche commentatore, in questi tragici giorni in cui si consuma il genocidio a Gaza, ha arrischiato un parallelismo fra azione terroristica e azione partigiana, con riferimento alla Resistenza Italiana. Commento improprio, visto che dal libro di Avner sembra che sparisca, man mano che le azioni continuano, fino al tentativo di minare la sede del Parlamento inglese, ogni scopo politico. Qualsiasi formazione partigiana in Italia portava con sé idealità e azione politica, insieme, come praxis. Ne scrive Rosario Bentivegna, organizzatore e protagonista dell’azione dei GAP (gruppi di azione patriottica) in Via Rasella, nel 1944 a Roma, contro una colonna tirolese arruolata nell’esercito nazista, attentato di cui assumerà sempre, anche nel giudizio postbellico, ogni responsabilità, nel tragico orgoglio di una scelta rivendicata come necessaria, etica, (con Cesare De Simone Operazione Via Rasella, 1996). Nel dialogo con l’ex camicia nera Mazzantini, condotto da Dino Messina, emerge la trama del percorso politico intrapreso da entrambi, ancora adolescenti (Rosario Bentivegna; Carlo Mazzantini C’eravamo tanto odiati, 1997). Una ricostruzione del carattere organizzativo e politico dei GAP, dell’attentato e della sproporzione della vendetta dei tedeschi, si deve a un libro sempre attuale di Alessandro Portelli (L’ordine è già stato eseguito, 2005). Un esempio emblematico della logica militare dell’occupante che, di nuovo, impone di guardare verso Israele: si scombinano le fasi di qualsiasi logica temporale fra attacco, risposta, responsabilità, e conseguente dramma dei civili coinvolti. Del partigiano, della vis spesso anarchica verso tutto ciò che è istituito e, nello stesso tempo, dell’utopia volta a fondare una libera comunità di uguali, ne scrisse Carl Schmitt, il pensatore che più ha analizzato il rapporto fra Stato, dittatura, rivolta (Teoria del partigiano, 2005). Un tema, che qui non posso approfondire data la sua complessità, è la questione dello Stato Sovrano, della sua nascita e della sua eventuale dissoluzione. La vocazione imperialista degli stati, la facilità con cui le regole della convivenza si mutano in anomia, e la democrazia diventa svuotata retorica, sono oggetto di riflessione, su queste pagine di Comune, sia da parte di Giorgio Agamben che di Rául Zibechi, analisi utili a inquadrare il problema delle istituzioni e della loro fragilità. Avner considera la fondazione di Israele, il cui mito fondativo riposa nei Libri Sacri (Eretz Yisrael, la Terra dei Padri), un vero tradimento, emblematico del rapporto fra soggetto libero e potere istituito. Della atipicità, allo stesso tempo esemplare dello Stato di Israele, scrive anche Donatella Di Cesare analizzando il tema della terra come patria elettiva, sognata nell’esilio, mentre è in atto la diaspora. (Israele Terra, ritorno, anarchia, 2014; Marrani. L’altro dell’altro, 2018). Che ogni Stato abbia relazione con i confini e con la guerra per segnarli, di come l’esercito sia uno dei primi istituti fondativi della città e, nello stesso tempo, paradigma del lavoro regolato al millimetro, diviso gerarchicamente, è fatto storicamente acclarato. (Lewis Mumford La città nella storia, 1998). Ma di questo delicatissimo rapporto fra soggetto politico e istituzione non si parla a scuola. È un sapere interdetto, semmai spalmato nella rete come educazione civica, fatto di contenuti volgari, convenzionali, per menti che, per esser obbedienti, devono essere povere. Sempre più numerosi sono i corsi su generici diritti del cittadino impartiti da poliziotti, mentre gli insegnanti stanno fuori dalle aule, così come la partecipazione degli alunni alle performanti esibizioni nei poligoni militari. Tornando al nostro autore, Avner scrive come, nel 1948, Israele diventa per lui l’emblema di una dolorosa sconfitta, è una realtà a cui non si conforma e, come altri compagni della Lechi, abbandona la lotta. Annota enigmaticamente: Non che si dovesse proseguire la lotta sovversiva all’interno dello stato […] ma quando, in nome di una morale eretta a vocazione divina, si sono commessi delitti assolti in anticipo, e senza alcun vantaggio personale, ciò implica l’appartenenza a un sacerdozio. Non si può rinnegarlo (pp 129/130). Elat, città appena fondata all’estremo confine del Neghev, sul Mar Rosso, fronteggiata sullo stretto di Tiran dal porto giordano di Aqaba e dalla costa egiziana, sarà la meta di un nuovo esilio. La seconda parte del libro racconta il ritmo quasi estatico di una vita da pescatore, cercatore di conchiglie e pietre preziose, esistenza disincantata, senza futuro. E seguiranno altri luoghi in cui consumare la propria amarezza. Concludendo, un romanzo di formazione da leggere con gli studenti, così come i libri citati. I saperi sono ancora custoditi nelle pagine di carta, non sono solo informazione liquida, algoritmica. Fonte: www.comune-info.net -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente