Il sangue di Aleppo bagna il ring
“Lunga vita al Kurdistan. Potere ai curdi. Libertà per il Rojava. Non accettiamo
quello che sta accadendo nel Kurdistan occidentale. Lunga vita al Kurdistan”. Ha
gridato così Agit Kabayel, dopo la vittoria del titolo mondiale ad interim dei
pesi massimi del World Boxing Council (Wbc).
In altri tempi sarebbe stato chiamato sfidante al titolo, contender, oggi si
preferisce dargli una cintura “fittizia” in attesa della sfida iridata contro il
vero campione dei massimi Oleksander Usyk. Stranezze della boxe contemporanea e
del proliferare di cinture, ma poco importa. Non è questo l’argomento. C’è ben
altro.
Perché le dichiarazioni infuocate di fine incontro hanno surclassato e
ridimensionato, in un certo senso, quanto accaduto durante il combattimento.
Sul ring il polacco Damian Knyba, l’avversario, si è difeso come ha potuto
cercando di arginare l’irruenza di Kabayel, l’incontro potrebbe essere riassunto
così. Sul finire del terzo round l’intervento arbitrale ha decretato il ko
tecnico, risparmiando al polacco una punizione troppo severa. Il dislivello fra
i due era ormai evidente, con Knyba rigido, in piedi a fatica, pressato dai
colpi potenti di Kabayel.