«Lo scheletro dello Stato, senza ideologia ingannevole». Meloni 2027: più armi, più disuguali, meno diritti

Pressenza - Thursday, November 5, 2026

Per capire cosa pensa davvero un governo non servono conferenze stampa: basta guardare dove mette i soldi. Joseph Schumpeter lo spiegava già nel 1918: il bilancio è «lo scheletro dello Stato, spogliato di ogni ideologia ingannevole». La manovra 2027 non prova neppure a nasconderlo. La radiografia è impietosa: disuguaglianze consolidate, transizione ecologica in sala d’attesa, diritti ridotti a dichiarazioni d’intenti e una sola voce che cresce senza imbarazzi: le armi.

Un fisco a misura di pochi (e a scadenza)

In un Paese di salari fermi, lavoro precario e spesa sempre più cara, ci si sarebbe aspettati una manovra redistributiva. Invece il beneficio Irpef più significativo si concentra sui redditi tra 50.000 e 55.000 euro, con un vantaggio massimo di 500 euro, mentre sotto i 50.000 euro non arriva alcun beneficio aggiuntivo. Morale: con 49.999 euro si è troppo poveri per meritare uno sconto. Con 1.200 euro al mese da rider, non si entra nemmeno nella fotografia. Le 31 misure fiscali previste, inoltre, valgono soltanto per il 2027. Un fisco usa e getta: un abbonamento alla precarietà, versione tributaria. Intanto si allarga la flat tax per gli autonomi, e contribuenti con redditi comparabili pagano imposte molto diverse. La Costituzione prescrive un sistema tributario progressivo: a Palazzo Chigi qualcuno deve considerarla una disposizione superata. E mentre si distribuiscono sconti selettivi, si tagliano 100 milioni l’anno all’Assegno di inclusione e non si finanziano adeguatamente i livelli essenziali delle prestazioni sociali. La famiglia resta centrale, naturalmente: soprattutto nei discorsi ufficiali.

Lo Stato croupier

Sul gioco d’azzardo, invece, il governo fa cassa: tra proroghe delle concessioni e nuove gare si punta a incassare circa un miliardo. Curioso, perché Giorgia Meloni, all’opposizione, tuonava contro lo Stato che lucrava sulle slot e sulle famiglie devastate dalla ludopatia. Arrivata a Palazzo Chigi, le slot sono diventate politica industriale. Rien ne va plus: perdono i più fragili, e il banco vince sempre. Anche quando il banco è lo Stato.

Sanità: curarsi, se te lo puoi permettere

Si riducono le risorse alle Regioni per screening oncologici, macchinari diagnostici, personale sanitario e salute mentale dei giovani. Si promette di abbattere le liste d’attesa togliendo i mezzi per farlo; si celebra la prevenzione tagliando gli screening che salvano vite. Strategia impeccabile, se l’obiettivo fosse allungare le liste. I giovani chiedono aiuto contro ansia, depressione e isolamento, e il sostegno pubblico sembra affidato alla buona volontà e a qualche hashtag. Risultato: chi può paga il privato, chi non può aspetta o rinuncia. Eppure, l’articolo 32 della Costituzione riconosce la salute come «fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». Gino Strada lo diceva ancora meglio: «I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi». Questa manovra sembra aver scelto la seconda definizione.

Casa: il grande assente

Emergenza abitativa: affitti insostenibili, prezzi in crescita, edilizia pubblica al lumicino. Chiedete a uno studente fuorisede quanto costa una stanza a Milano, Bologna o Roma: sembra una battuta, è il mercato. Il governo risponde con il fondo di garanzia per i mutui sulla prima casa, utile per chi un mutuo può già permetterselo. Per gli altri, sostegno agli affitti, morosità incolpevole ed edilizia residenziale pubblica restano insufficienti. La casa resta una merce, non un diritto sociale. Le tende degli studenti in piazza sono, al momento, il piano abitativo più concreto.

Scuola: la priorità è il burqa

Sul diritto allo studio la manovra non si smentisce: 6.974 posti in meno tra docenti e personale bob doc ente Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario), meno risorse per università, ricerca e diritto allo studio, nessun nuovo fondo strutturale per l’università pubblica. A pagare di più sarà il Mezzogiorno, tra povertà educativa e fuga dei laureati. Milioni di ragazze e ragazzi chiedono scuole sicure, aule dignitose, riscaldamenti funzionanti e docenti meno precari. E la grande priorità del governo? Il provvedimento sul burqa. Nelle scuole manca talvolta persino la carta igienica, ma il problema nazionale è l’abbigliamento. Don Lorenzo Milani, in Lettera a una professoressa, aveva sintetizzato tutto: «La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde». Questa manovra rischia di farne perdere parecchi. 

Transizione ecologica: ripassi l’anno prossimo

Siccità, alluvioni e ondate di calore sono ormai quotidianità, e le pagano i più fragili e i più giovani. La manovra prevede anche interventi positivi per fotovoltaico, efficientamento degli edifici pubblici e ferrovie, ma in gran parte rinviati agli anni successivi. Subito, invece, arriva una misura strutturale da circa 2,3 miliardi: l’esenzione dal bollo per le auto a benzina e diesel fino a 80 kW. Il futuro può attendere. Il diesel no. Slittano ancora Plastic tax e Sugar tax. Eppure, l’Italia è già nella procedura d’infrazione (INFR(2024)2053) per il mancato e non corretto recepimento della direttiva europea Sup sulla plastica monouso, e Bruxelles ha inviato un parere motivato, ultimo avviso prima del deferimento alla Corte di giustizia europea. Tradotto: dopo il cartellino giallo arriva il rosso. E le sanzioni non le pagheranno i ministri, ma i contribuenti. Calano, inoltre, le risorse per rinnovabili ed efficienza energetica, mentre adattamento climatico e biodiversità restano senza fondi adeguati. E una transizione affidata solo agli incentivi alle imprese significa costi collettivi e benefici concentrati.

Diritti: a costo zero, purché restino sulla carta

l’autonomia delle donne, l’inclusione delle persone con disabilità, l’infanzia e contro le discriminazioni restano limitate e frammentarie. Investimenti strutturali, non pervenuti. Quando i servizi pubblici si impoveriscono, i diritti diventano una questione di portafoglio: chi può paga, chi non può rinuncia. Una selezione sociale efficientissima, e contraria all’uguaglianza costituzionale.

Il 5% per le armi camicia subito

Su un capitolo il governo non ha incertezze: la spesa militare. L’Italia ha aderito all’obiettivo Nato del 5% del Pil entro il 2035. Si parte dai circa 48,3 miliardi del 2026 (2,1% del Pil); la manovra 2027 aggiunge 6-7 miliardi, nel 2028 ne arriverebbero altri 12-13, fino a circa il 3,2% del Pil, e dal 2029 al 2034 altri 4-5 miliardi l’anno, fino a circa 145 miliardi annui nel 2035. Per scuola, casa, sanità e clima si invocano i vincoli di bilancio; per gli armamenti i vincoli diventano obiettivi strategici. Il taglio di 100 milioni all’Assegno di inclusione vale meno di una settimana del solo incremento militare del 2027. Alle auto fino a 80 kW si toglie il bollo, ai carri armati nessun limite di potenza. Ogni euro destinato alle armi è sottratto a welfare, istruzione, sanità e adattamento climatico, in un comparto che contribuisce per circa il 5,5% alle emissioni globali. Il 5% del Pil in spesa militare confligge con la giustizia sociale e climatica. La risposta deve essere chiara: no.

Il caso Abderrahim Fakir a Bologna questa estate
Sicurezza a chiamata

Mentre per gli armamenti si mobilitano miliardi, sulla sicurezza dei cittadini si risparmia. La manovra introduce la riserva volontaria nelle forze di polizia: per i carabinieri ausiliari bastano licenza media e un corso di massimo tre mesi, con paga al 65% e qualifiche di agente di pubblica sicurezza e polizia giudiziaria. A regime, quasi 20 mila precari in divisa: ai giovani che chiedono un lavoro stabile si offre una divisa a tempo determinato. Ma un fermo è un’operazione delicata. Lo ricordano Riccardo Magherini, per la cui morte Strasburgo ha condannato l’Italia richiamando anche l’inadeguata formazione sulle tecniche di immobilizzazione, e Abderrahim Fakir, morto a Bologna a luglio mentre veniva immobilizzato a terra. Tre mesi di formazione sono un azzardo sulla pelle dei cittadini e degli stessi agenti.

Un nuovo ’68?

A Palazzo Chigi farebbero bene a non sottovalutarlo: le piazze stanno imparando a parlarsi. Studenti, precari, persone senza casa, lavoratori poveri, giovani dei movimenti climatici e cittadini che difendono la sanità pubblica scoprono di avere problemi diversi, ma radici comuni. Sta prendendo forma un’alleanza sociale che ricorda un nuovo ’68: non la nostalgia di un’epoca, ma la stessa intuizione, che i diritti si conquistano insieme oppure non si conquistano affatto. E non è solo una questione italiana. Le elezioni di midterm negli Stati Uniti, con l’affermazione democratica e la battuta d’arresto della deriva di «Trump King», mostrano quanto possa pesare la mobilitazione di giovani, lavoratori, donne e minoranze. Dopo le piazze del «No Kings» sono arrivate le urne. Nessun governo è eterno e nessun aspirante re può considerare il potere una proprietà privata.

Un’altra strada esiste

Il governo invoca vincoli europei, debito e stabilità, salvo dimenticarsi dell’Europa quando chiede di recepire la direttiva sulla plastica. Ma i vincoli non cancellano la responsabilità delle scelte: quando una spesa è prioritaria, le risorse si trovano. Sacrificare protezione sociale, sanità, ambiente, casa e istruzione non è una legge di natura. È una scelta politica. Lo insegna l’ecologia integrale: crisi ambientale, disuguaglianze e fragilità democratica sono facce dello stesso problema. Un Paese che non investe in conoscenza, salute, casa, ambiente e diritti consuma il proprio futuro mentre pretende di amministrare il presente. La sostenibilità non è un capitolo accessorio del bilancio: è la misura della responsabilità di una classe dirigente verso chi vive oggi e verso chi verrà domani. A giudicare dallo scheletro, questa responsabilità è stata archiviata. Con decorrenza dal 2028, come la plastic tax. Ma mentre il governo rinvia il futuro, nelle piazze c’è chi ha deciso di non aspettare il prossimo decreto.

Aurelio Angelini