Dall’Altra Davos, la vera sicurezza è la solidarietà
Articolo di Tommaso Chiti
Il World Economic Forum anche per il 2026 riunisce in Svizzera i potenti della
terra, con decine di delegazioni di governi e comitati d’affari multinazionali,
incredibilmente in cerca di «uno spirito di dialogo» come da titolo
dell’edizione di quest’anno. Sembra più che altro un paradossale auspicio, dato
che alle porte del vertice imperversano piani d’espansionismo Usa in
Groenlandia, minacce di nuovi dazi trumpiani all’Europa e il dilagare di
conflitti, con la ripresa degli scontri in Siria fra islamisti del presidente Al
Jolani – presente a Davos fra le contestazoini della comunità curda emigrata in
Svizzera – e le forze democratiche di difesa popolare (Sdf); fino al perdurante
genocidio a Gaza.
In una crisi strutturale del multilateralismo e del diritto internazionale,
proprio il salotto buono della domus bancaria mondiale sarebbe inoltre stato
scelto da Donald Trump per lanciare il suo «Board of Peace», un organismo che
sembra mirare a superare le Nazioni unite, almeno per quanto riguarda gli
intenti di risoluzione della pulizia etnica israeliana in Palestina.
In questo quadro dalle tinte fosche anche il rapporto di Oxfam tratteggia come
le diseguaglianze, trainate dalla crescita del 16% della ricchezza dei
miliardari mondiali in termini reali, con patrimoni che toccano livelli record
di 18.300 miliardi di dollari e un aumento dell’80% rispetto al solo 2020,
contribuiscano in modo esorbitante a erodere la democrazia, a fronte di un
aumento della popolazione che vive sotto la soglia di povertà di 3 dollari al
giorno e che soffre di altrettanta insicurezza alimentare, con una
concentrazione smodata di capitali che comporta anche l’accentramento di potere
in nuove forme oligarchiche delle élite globali.
Sulla sponda opposta invece, alla Casa del Popolo di Zurigo in piazza Elvezia,
come da tradizione è stata organizzata l’Altra Davos, una kermesse
internazionalista a cura del Movimento per il Socialismo, per rilanciare il
riscatto della giustizia sociale rispetto alle grandi tematiche dell’economia
mondiale, riunendo esperienze di attivismo politico ed ecologico a livello
transnazionale.
La ventisettesima edizione del controvertice, «Dalla Resistenza alla
Liberazione», rappresentata dallo slogan «la nostra sicurezza è la solidarietà»,
ha registrato oltre milleduecento partecipanti e si è aperta con l’intervento di
Ilan Pappe, storico israeliano fortemente critico con il progetto sionista
perpetrato dal governo di Tel Aviv, che non ha esitato a definirlo
«etno-nazionalismo teocratico, fondato sull’alleanza globale fra capitalismo e
neofascismo, incentrata sull’economia di guerra». In questo senso, i piani di
pulizia etnica dei palestinesi in corso per realizzare «uno Stato biblico, privo
di democrazia» sarebbero supportati «dalla volontà occidentale e di molti paesi
arabi di alimentare una politica di riarmo anche contro l’idea di giustizia
sociale e dei valori morali». Una politica di potenza di cui, secondo Pappe,
sarebbe «complice, se non addirittura corresponsabile l’Unione europea», che sta
contribuendo a scrivere «gli ultimi capitoli di una brutta storia», che a detta
sua «si può archiviare nel lungo periodo agendo con urgenza, grazie a un fronte
anche eterogeneo di forze decoloniali, guidate dall’esempio della popolazione
palestinese, verso una coesistenza di libertà e prosperità».
All’assemblea d’apertura c’è stato anche l’intervento di un’attivista
palestinese del movimento queer in Cisgiordania, che ha ribadito la centralità
del concetto di «Sumud» rispetto all’approccio di fermezza appunto del popolo
palestinese, facendo appello a una «radicale compassione come pratica
rivoluzionaria per trasformare l’impossibile in inevitabile, contro plurime
forme di oppressione che approfittano delle nostre frammentazioni». In questo
senso è andato anche l’intervento italiano sulle mobilitazioni di massa e gli
scioperi generali dello scorso autunno, con il blocco generalizzato in risposta
all’arrembaggio israeliano della Flottilla, sfidando la repressione di uno dei
governi più a destra in Europa e scuotendo dal torpore l’opinione pubblica,
grazie al percorso di convergenza e alle pratiche di mutualismo conflittuale,
portate avanti da sindacati e organizzazioni di base, come i portuali del Calp
di Genova o il Collettivo di Fabbrica ex-Gkn di Campi Bisenzio.
L’esperienza del movimento solidale con la causa palestinese in Italia e il
legame fra lotte sociali e rivendicazione dei diritti umani è stata rilanciata
anche in uno degli otto panel che hanno costituito il convegno, grazie alla
partecipazione del sindacato Sudd Cobas – da tempo impegnato nel riscatto di
condizioni di lavoro dignitose nel settore tessile della Piana toscana – e del
Comitato 25 Aprile di Prato, associazione antifascista attiva sul territorio.
Al centro del programma di incontri anche l’attivismo intersezionale fra beni
comuni e il lavoro di cura, con un approccio di classe, femminista ed
eco-socialista, in risposta alla deriva speculativa e predatoria di un sistema
capitalistico che, per gestire l’iniqua concentrazione di profitti ai propri
vertici, si avvale sempre più di strumenti oppressivi alle sue frontiere
esterne, così come nei rapporti fra regime dominante e popolazioni impoverite.
In quest’ottica ha trovato particolare spazio la causa palestinese come epigono
genocidiario di questo sistema, che si riflette nel nuovo corso imperialista
degli Stati uniti e in una tendenza al superamento della globalizzazione
finanziaria, in modo marcatamente mercantilista.
Secondo l’attivista britannico-siriana della rete internazionalista The Peoples
Want, Leila Al-Shami, «l’ordine europeo del dopoguerra e quello unipolare nato
dopo il 1991 sotto l’egemonia dell’imperialismo statunitense, stanno volgendo al
termine» sotto la spinta interventista «rappresentata dall’aggressione russa
contro l’Ucraina, che ha inaugurato una nuova fase di espansione imperialista,
in cui alcune potenze mondiali come Usa, Cina, Russia ed Europa stanno
ridividendo le loro sfere di influenza».
Un riassetto dell’ordine globale che prende le mosse dalla «continuità della
violenza di Stato nel regime delle frontiere europee», come ribadito dai
ricercatori antirazzisti di Border Forensics e dal comitato di migranti «No
More» di Basilea nel denunciare «l’inasprimento della gestione delle frontiere
esterne con la componente di intervento (Geas) di Frontex, abilitata a praticare
forme di deportazione, ormai sempre più diffuse».
L’organizzazione promotrice dell’Altra Davos – che nel corso del tempo ha visto
un notevole ricambio generazionale con l’affiatata brigata del movimento che
oggi non tocca l’età media di trent’anni – è stata in grado di mettere in
contatto reti e realtà anticapitaliste di base, elaborando analisi critiche di
ampia portata sulle ricadute della «pluridecennale dottrina neoliberista, causa
di crescenti iniquità, impoverimento e crisi della stessa democrazia liberale,
in favore di un’estrema destra conservatrice e reazionaria». Secondo il
Movimento per il Socialismo, «il networking internazionalista al centro della
conferenza è la chiave per cambiare il mondo costruendo un contro-potere
all’alleanza fascio-capitalista», a fronte delle «instabili prospettive di
crescita e di profitto, che portano a una concorrenza più agguerrita nella
competizione globale per il controllo delle catene del valore, delle risorse
naturali, fino a generare tensioni imperialistiche e guerre neocoloniali, con
conseguente corsa al riarmo e alla militarizzazione delle società».
Al tempo stesso si denuncia come ogni velleità di nuovo corso ecologista sia
stata accantonata dalla sedicente «potenza civile europea, aggravando la crisi
climatica in modo irreversibile, fino alla distruzione di interi ecosistemi, che
innescano nuovi conflitti sociali dovuti all’insostenibilità degli stili di vita
e alla contrazione di spazi per realizzare una società solidale».
Oltre all’elaborazione collettiva, le istanze emerse al contro-vertice sono
state portate in piazza proprio all’inaugurazione del World Economic Forum, con
una contestazione del «summit di oligarchi a Davos», che ha sfilato per le vie
di Zurigo al grido «Trump non è benvenuto!», per ribadire quanto «il World
economic Forum raduni profittatori dell’ordine economico capitalista, che fanno
affari privati a porte chiuse in un contesto di fascistizzazione, ovvero di
abolizione dei diritti democratici e sociali, di svuotamento della separazione
dei poteri, di militarizzazione della società, di criminalizzazione dei
migranti», con l’appello a «fermare la politica delle cannoniere che ha aperto
il nuovo anno con l’agguato statunitense alla sovranità del Venezuela».
Come riportato anche nell’intervento conclusivo da Sole, giovane esponente del
Movimento per il Socialismo, «stiamo vivendo un contraccolpo della politica
fossile e come forze di sinistra dobbiamo dimostrare che la sicurezza non può
essere definita in termini militaristici, ma di benessere sociale, di
sostenibilità ambientale, di parità di genere, solidarietà internazionale e
diritto all’autodeterminazione delle popolazioni oppresse, organizzandoci per
superare il capitalismo e costruire un mondo decolonizzato, femminista ed
ecosocialista, che permetta a tutte le persone davvero di essere uguali nella
loro diversità».
*Tommaso Chiti attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, è
laureato in Studi europei alla facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri
dell’Università di Firenze.
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