Moneta, debito, welfare: l’Europa pubblica contro il fascismo
Per quale motivo le forze politiche della sinistra radicale, in Europa,
dovrebbero guardare con interesse all’euro digitale? La domanda è più che
opportuna: il progetto è della Banca centrale europea, ovvero di un’istituzione
che rimane indissolubilmente legata agli anni dell’austerità e delle cosiddette
«riforme strutturali» che molto hanno colpito il welfare e le condizioni di vita
di milioni di europee ed europei. Serve dunque uno sguardo più ampio, che vada
oltre i confini continentali, per comprendere al meglio la posta in gioco.
DALLA CRISI DI BRETTON WOODS ALLA GUERRA COMMERCIALE DI TRUMP
L’ordine monetario internazionale attraversa, da tempo, una profonda crisi.
Iniziata nel 1971, la crisi dell’ordine definito a Bretton Woods nel 1944 si è
aggravata con la depressione avviata dal crack del 2007-2008. Se dopo il 1971,
con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro, attraverso
l’espansione dei petrodollari il biglietto ha assunto il ruolo di ciò che Marx
chiamava «denaro mondiale», mezzo di pagamento internazionale e al contempo
riserva di valore, con la crisi dei mutui subprime l’egemonia del dollaro si è
incrinata, la sua agonia ha cominciato a svilupparsi.
Per quale motivo? In primo luogo, perché, per salvare le banche commerciali e di
investimento, too big to fail, il debito pubblico si è appesantito enormemente,
passando dal 70% in rapporto al Pil al 120% e oltre (40 mila miliardi). Poi,
ovviamente, per gli squilibri commerciali che vedono negli Stati uniti il grande
importatore (e debitore) mondiale (per quanto esporti servizi, soprattutto
finanziari), con la manifattura e la grande industria, innovazione compresa,
sempre più concentrate in Cina e, più in generale, in Asia. Ma occorre prestare
anche attenzione all’uso bellico che, del dollaro, gli Stati uniti hanno fatto
negli ultimi decenni, con sanzioni che congelano asset e conti correnti, di
paesi o di personalità ritenuti nemici: l’Iran e la Russia, dopo l’invasione
dell’Ucraina; ma anche Francesca Albanese, i giudici della Corte penale
internazionale, in ultimo il collettivo informatico Autistici/Inventati.
Con la guerra commerciale, e i dazi, è ormai evidente l’obiettivo degli Stati
uniti: continuare a imporre al mondo l’acquisto dei Treasuries bond (T-bond),
pur riducendo il valore del dollaro, per favorire l’export, dunque la
reindustrializzazione, ma anche per rendere meno pesanti gli oneri dell’enorme
debito pubblico. La missione è, chiaramente, improbabile. Se il dollaro e i
titoli di Stato denominati in dollari che rendono possibile l’iniezione di
liquidità nei mercati debbono funzionare da riserva di valore, il loro valore
deve essere stabile, il debito pubblico deve essere sotto controllo, ovvero
affidabile. Se occorre favorire reindustrializzazione ed export, attraverso una
perdita di valore del dollaro, e al contempo accrescendo il debito pubblico con
la riduzione delle tasse per le imprese, il debito pubblico diventa meno
affidabile, e il dollaro smette di essere il safe asset per eccellenza. In
questa contraddizione insolubile, si inserisce il Genius Act (approvato a luglio
del 2025) e l’alleanza tra Trump e il mondo delle criptovalute.
STABLECOIN: IL COLPO DI CODA DEL DOLLARO
In che modo, il Genius Act, interviene a sostegno del dollaro e del debito
pubblico americano? Regolamentando le stablecoin. A differenza dei bitcoin, le
stablecoin sono sì monete digitali, emesse da società private alternative alle
banche, ma sono ancorate alle maggiori valute legali, in particolare al dollaro.
Cosa significa che sono ancorate? Che le società che le emettono, per ogni
stablecoin emessa devono possedere un dollaro o, più in generale, T-bond (titoli
di Stato americani). Verifiche che le società in questione abbiano riserve
adeguate sono al momento irrilevanti o inesistenti, al contempo, quanto meno dal
punto di vista delle regole, la stabilità delle stablecoin dipende dal loro
riferimento alle valute legali, come in passato le valute legali, cartacee,
erano ancorate all’oro. Proprio perché le riserve possono essere in dollari o in
titoli denominati in dollari, le società emittenti di stablecoin acquistano
significative quantità di debito pubblico americano, senza con ciò aumentare la
quantità di moneta. L’utilità delle stablecoin, in quanto moneta digitale
privata, è molto rilevante nello spostamento immediato, senza costi,
programmabile e transfrontaliero, dei capitali. Se oltre a operare come mezzo di
pagamento e unità di conto, le stablecoin cominciassero anche ad assolvere la
decisiva funzione di riserva di valore (quasi fossero l’equivalente di un conto
corrente in dollari), gli emittenti privati delle stesse sottoscriverebbero
importanti quantità di debito statunitense a breve scadenza, rinnovando poi
continuamente tale posizione (comportandosi come depositi bancari, dunque).
Già ora, i sistemi di pagamento digitale che primeggiano in Europa sono
statunitensi (il 70% dei pagamenti digitali, in Europa, transitano su reti
americane): Visa, Mastercard, American Express. Ma occorre poi considerare anche
il settore dei portafogli digitali (e-wallet), anch’esso quasi interamente
dominato dalle piattaforme a stelle e strisce: PayPal, Apple Pay, Google Pay.
Questo, per quanto riguarda i pagamenti al dettaglio. Come noto, la piramide dei
pagamenti prevede, sopra quelli al dettaglio, quelli all’ingrosso: i pagamenti
interbancari. Una parte assai rilevante di questi pagamenti è connessa alle
operazioni in titoli e regolata in moneta di banca centrale. Le innovazioni
tecnologiche che stanno investendo i mercati finanziari, la tokenizzazione
(ovvero la trasformazione di uno strumento finanziario, dalle azioni alle quote
di fondi, in un “gettone digitale”) e la distributed ledger technology più in
particolare, consentono l’emissione digitale delle attività finanziarie,
rendendone possibile la negoziazione 24/7, 365 giorni l’anno. Anche in questo
caso, l’assenza di moneta di banca centrale tokenizzata, apre il campo
all’espansionismo delle stablecoin.
Con la diffusione delle stablecoin, la crisi internazionale del dollaro potrebbe
rovesciarsi in una (nuova) offensiva del dollaro contro l’euro. Da notare,
infatti, che negli ultimi 20 anni la quota di riserve delle banche centrali
costituita da asset denominati in dollari (non solo T-bond, dunque) è passata
dal 71,5% del totale, nel 2001, al 57,8% nel 2024, mentre l’euro si è attestato,
a partire dal 2017, sul 20% del totale. Con la crisi del 2007-2008, ma
soprattutto con il fenomeno di weaponization del dollaro, la Cina in
particolare, ma anche la Russia e il resto dei Brics, hanno cominciato a ridurre
le riserve in dollari. La Cina, poi, consapevole delle ostilità sempre più
marcate degli Stati uniti nei suoi confronti e, più in generale, nei confronti
del Grande Sud, ha proceduto con tre mosse di fondamentale importanza: la
creazione del renminbi digitale, moneta digitale pubblica, equivalente al
contante, emessa dalla banca centrale cinese; la creazione di Cips (Cross-border
Interbank Payment System) circuito alternativo a Swift, per favorire pagamenti
transfrontalieri senza coinvolgere il dollaro; mBridge, progetto della Bank of
International Settlements, ora a indiscutibile trazione cinese, che consente
alle banche centrali di regolare transazioni transfrontaliere in valute digitali
sovrane, attraverso un registro distribuito permissioned.
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L’EURO DIGITALE PUÒ CAMBIARE IL MONDO?
Luca Lombardi
MONETA DIGITALE PUBBLICA E AUTONOMIA EUROPEA
Che l’Europa stia decidendo di seguire la via della Central Bank Digital
Currency, prendendo le distanze dal modello americano, che di fatto propone una
rinnovata privatizzazione delle monete funzionale alla conservazione del dominio
mondiale del dollaro, è un fatto di estrema importanza. L’iter, come di
consueto, è lungo e farraginoso. Ma, entro il 2026, dopo l’approvazione
parlamentare del regolamento Econ avvenuta lo scorso 23 giugno, il processo
deliberativo-normativo dovrebbe concludersi, nel 2027 la Bce dovrebbe far
partire il progetto pilota, nel 2029 l’euro digitale dovrebbe essere attivo.
Non casualmente, le maggiori banche commerciali europee si stanno mettendo di
traverso. Il 14 ottobre, la banca centrale olandese ha autorizzato Qivalis.
Radunando 37 banche commerciali, molte delle quali hanno avversato in tutti i
modi, servendosi del sostegno di parte del Ppe, l’euro digitale
nell’Europarlamento, Qivalis è stata autorizzata ed emetterà una stablecoin
denominata in euro. Ovviamente, Qivalis, dirà che il progetto integra la moneta
digitale pubblica, ovvero l’euro digitale emesso dalla Bce. E che ha accelerato
per evitare l’espansione delle stablecoin denominate in dollari. E dirà pure
che, essendo emessa da una cordata di banche, sarà più stabile (perché le banche
commerciali sono poi garantite dalla Bce – prestatrice di ultima istanza, che
fabbrica riserve di banca centrale, possedute presso di lei dalle banche
commerciali, con un click). Ma ciò segnala che lo scontro tra moneta pubblica e
moneta privata è faccenda per nulla risolta. Meglio, è risolta negli Usa dove
Trump ha formalmente impedito alla Fed di continuare sulla via del dollaro
digitale, per favorire invece la piena privatizzazione – extra-bancaria – della
moneta digitale. Ma, in Europa, la partita è aperta.
PERCHÉ IL SUCCESSO DELL’EURO DIGITALE DIPENDE DALL’EMISSIONE DI EUROBOND?
Senza l’affermazione dell’euro digitale, e di un circuito di pagamenti libero
dal dominio e dalle sanzioni degli Stati uniti, l’autonomia strategica
dell’Unione è una fandonia. Non servono armi, se il Presidente degli Stati uniti
può a suo piacimento congelare asset e paralizzare conti correnti e operazioni
bancarie. Lo stesso problema, ovviamente, vale per l’intera infrastruttura
digitale europea: l’obiettivo del cloud europeo, di data center non energivori e
di una IA continentale, è altrettanto vitale. Molte Silicon Valley, pubbliche e
non private, in Europa, dovrebbero sorgere nell’arco di pochi anni, e il
fenomeno dovrebbe essere supportato da un rafforzamento massiccio degli
investimenti in ricerca e sviluppo. Questi ultimi, per quanto riguarda il
settore pubblico, nella Ue sono pari allo 0,7% del Pil: troppo poco, a maggior
ragione perché si tratta di una spesa frammentata a livello nazionale.
Solo un’abbondante offerta di titoli pubblici dell’eurozona, condizione tra
l’altro necessaria per promuovere il maggiore uso internazionale dell’euro
(perché si tratterebbe di un safe asset denominato in euro), può rendere
possibile la sovranità digitale, e quindi l’effettiva autonomia strategica,
europee. Gli eurobond, come sappiamo, sono un progetto conteso. Presenti nel
dibattito della Commissione da almeno due decenni, sono stati sbloccati per
rispondere all’emergenza senza precedenti della pandemia e del lockdown. Per un
verso, per finanziare i sussidi di disoccupazione, per l’altro per il Next
Generation EU. Una prima emissione importante, ma tutto sommato limitata. A
parere del rapporto redatto da Mario Draghi (The future of European
competitiveness), servirebbero almeno 800-1.000 miliardi l’anno. Uno dei (tanti)
problemi del rapporto Draghi, però, è che una parte rilevante delle risorse
ricavate dall’emissione dovrebbero essere destinate all’acquisto di armi e al
rafforzamento della difesa.
Il Pil dell’eurozona raggiunge i 15 mila miliardi l’anno, quello dell’Unione è
di 17 mila miliardi. Un safe asset europeo, ogni anno, di 1.500 miliardi (il 10%
del Pil dell’eurozona), nell’ottica di un bilancio europeo comune, con un
ministero del tesoro altrettanto federale, potrebbe rendere possibile un
progressivo allineamento del welfare continentale, con risorse ovviamente
fondamentali per rendere omogenei i servizi sanitari, l’istruzione, la
previdenza, i servizi per l’infanzia, quelli sociali, fino all’auspicabile
introduzione – anche per far fronte all’impatto, sul mercato del lavoro,
dell’intelligenza artificiale e della nuova robotica – di un reddito di
cittadinanza finalmente transnazionale. I 1.500 miliardi l’anno sarebbero
basilari per garantire piena autonomia europea nelle infrastrutture e nelle
tecnologie digitali, dal cloud all’intelligenza artificiale. Infine, sarebbero
del tutto decisivi per favorire investimenti nella filiera della transizione
ecologica, con l’obiettivo di raggiungere la completa autonomia energetica,
azzerando definitivamente la dipendenza dai paesi esportatori di combustibili
fossili (Russia, Stati uniti, Medio oriente).
Occorre, tuttavia, vincolare le risorse liberate dall’emissione di debito
comune. Non si tratta, cioè, di continuare a distribuire, in dosi massicce e
senza contropartita verificabile, risorse alle imprese private (degli oltre 200
miliardi nel Next Generation EU destinati all’Italia, il 25% circa è finito
nelle tasche delle imprese, tra crediti di imposta e risorse a fondo perduto),
ma di costruire una nuova economia pubblica, capace di mettere al centro
l’innovazione tecnologica, coniugandola con la democrazia e il lavoro di
qualità, con pieni diritti e retribuzioni degne. Il welfare, infatti, non è
soltanto salario indiretto per tutte e tutti, ma anche lavoro per tante e tanti:
nella scuola e nell’università, negli ospedali, nei centri di ricerca e in
quelli per l’impiego. E ciò vuol dire, anche, rilanciare su basi nuove, in primo
luogo per la scala (continentale e non nazionale), il «moltiplicatore» di
keynesiana memoria. Le risorse per università e ricerca, poi, possono favorire
la costituzione di un bacino sempre più robusto di lavoro cognitivo, altamente
qualificato, essenziale per lo sviluppo sia del settore pubblico che di quello
privato.
Ma pubblica deve essere – come suindicato – l’economia del digitale, dal cloud
ai data center, perché l’archiviazione, le scelte energetiche relative alla
raccolta e all’elaborazione dei dati e all’uso dell’intelligenza artificiale,
l’addestramento di quest’ultima, non sono terreno che può essere lasciato al
monopolismo delle Big Tech americane. Al contempo, le infrastrutture digitali
pubbliche possono e devono essere abilitanti anche per il tessuto produttivo e
delle imprese in Europa. Ancora: l’intelligenza artificiale, addestrata secondo
parametri aperti all’elaborazione condivisa, può e deve essere utilizzata per il
potenziamento e l’efficientamento della pubblica amministrazione.
PER LA DEMOCRATIZZAZIONE DELLA POLITICA ECONOMICA E MONETARIA EUROPEE
Euro digitale ed eurobond sono strumenti, l’importanza che possono assumere per
una politica di alternativa radicale all’esistente dipende dall’uso che se ne
fa. Indubbiamente, sono strumenti imprescindibili per l’effettiva autonomia
europea dal destabilizzante dominio statunitense – e dalla destabilizzazione
permanente della guerra russo-ucraina. Liberare l’Europa dal dominio americano è
fondamentale, ma non basta. Occorre liberarsi anche dall’Europa ordoliberale e
dell’austerità, di quella che prevede paradisi fiscali per le grandi imprese
(Lussemburgo, Irlanda), che continua a mettere il mercato al primo posto, che
produce e vende armi, che rallenta quando non affossa la transizione
energetica.
È necessario, dunque, democratizzare le istituzioni che emettono moneta e titoli
sovrani. È necessario, in primo luogo, democratizzare la Banca centrale europea,
contestando l’indipendenza delle politiche monetarie. Tale contestazione,
nell’epoca che stiamo vivendo, è messa in campo in prevalenza dalle nuove destre
– vedi la vicenda della Fed e dello scontro tra Trump e l’ex presidente Jerome
Powell; serve, invece, una contestazione da parte della sinistra radicale, che
ribadisca un’istanza decisiva quanto rimossa: la moneta è un’istituzione
pubblica, in quanto tale pretende decisioni democratiche e non meramente
tecniche. Necessario è poi democratizzare il bilancio e le politiche fiscali
europee, in primo luogo eliminando il diritto di veto nel Consiglio dell’Unione
europea, ma anche e soprattutto rafforzando il potere del Parlamento europeo in
materia fiscale.
A quasi vent’anni dai Trattati di Lisbona, mentre dalla Francia alla Spagna,
dalla Germania all’Italia, si impongono vaste mobilitazioni per il welfare e
contro il carovita, per l’istruzione e la casa, e contro la guerra, la
conferenza che si svolgerà il 24 ottobre a Roma (Industrie fluviali, dalle ore
10 alle ore 19), organizzata e promossa dalla For the People Foundation
(affiliata al partito europeo Ela – European Left Alliance), cercherà di
comprendere quali strumenti monetari e fiscali possano rilanciare l’Europa
pubblica, alternativa alle destre mondiali.
*Francesco Raparelli insegna e fa ricerca in Filosofia sociale e politica presso
l’Università di Roma Tre. Attivista sindacale e dei movimenti sociali,
attualmente coordina il Comitato scientifico di Sinistra Italiana ed è membro
del board della For the People Foundation.
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