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Intesa Sanpaolo è la prima banca fossile italiana, sempre più legata al GNL USA
Il 17esimo rapporto annuale “Banking on Climate Chaos”, pubblicato oggi da un’ampia coalizione di organizzazioni della società civile, tra cui ReCommon, conferma Intesa Sanpaolo come prima banca fossile italiana, ribadendo il suo fortissimo legame con il settore oil&gas a stelle e strisce. Nel 2025, l’istituto torinese ha destinato 4,7 miliardi di dollari ai combustibili fossili, sostanzialmente invariati rispetto al 2024 (-0,6%). Dall’analisi di ReCommon sui dati del rapporto emerge che questa stabilità nasconde due dinamiche. L’esposizione fossile di Intesa non si riduce, ma si distribuisce su un numero crescente di controparti, (oltre 150 operazioni nel 2025, il dato più alto del quinquennio) e si sposta nettamente verso gli Stati Uniti: nel 2025 gli USA sono il primo paese di destinazione del finanziamento fossile della banca, con un valore superiore al doppio di quello destinato all’Italia, quasi la metà dell’intero portafoglio fossile e il distacco più ampio degli ultimi cinque anni. Il rapporto fotografa un boom mondiale del gas naturale liquefatto (GNL), e Intesa Sanpaolo si conferma dentro il segmento più caldo. Il più grande debitore fossile del mondo nel 2025 è Venture Global, società statunitense del GNL vicina all’amministrazione Trump, che da sola ha raccolto 32,9 miliardi di dollari di finanziamenti (+631% in un anno, pari al 2,7% di tutto il fossile globale). Intesa Sanpaolo è tra le sue banche: finanzia il terminal di esportazione Calcasieu Pass 2 (CP2), in Louisiana, con un ruolo di arrangiatore mandatario, cioè tra i principali registi dell’operazione. Lo stesso ruolo che ricopre per Rio Grande LNG, in Texas, sviluppato da NextDecade, altra società salita quest’anno al nono posto tra i maggiori debitori fossili mondiali (+193 posizioni in un solo anno). Il legame italiano con Venture Global non si ferma alla finanza: nel luglio 2025 ENI ha firmato con la società un contratto ventennale per la fornitura di 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL proprio da CP2, impianto non ancora operativo. Venture Global è già al centro di contenziosi con acquirenti europei di gas per i carichi del suo primo terminal, ed è indicata dal rapporto come l’emblema di come le società del GNL sfruttino l’instabilità geopolitica per realizzare profitti straordinari. «Intesa Sanpaolo ha fatto una scelta precisa: puntare sul gas liquefatto statunitense, il business più speculativo del momento. Un business che alla banca porta profitti, ma che a noi lascia una dipendenza sempre più stretta dal gas americano e bollette in balìa delle crisi geopolitiche» ha commentato Daniela Finamore di ReCommon. «Finanziare Venture Global, che macina profitti record sulle guerre e sui rincari energetici, significa arricchire pochi miliardari, mentre famiglie e comunità pagano il prezzo di un clima sempre più instabile. Ogni nuovo dollaro all’espansione del GNL ci lega di più a un’industria che prospera sulle crisi: Intesa Sanpaolo ne è pienamente responsabile» ha concluso Finamore. Il quadro globale che fa da sfondo al caso Intesa è di crescita, non di ritirata. Nel 2025 le 65 maggiori banche del mondo hanno destinato 906 miliardi di dollari ai combustibili fossili, in aumento del 7,6% rispetto all’anno precedente, portando il totale a 8,7 mila miliardi dalla firma dell’Accordo di Parigi. Il finanziamento alle compagnie che espandono attivamente il fossile è salito a 508 miliardi di dollari, con un balzo del 27% in un solo anno, il valore più alto mai registrato. Il mercato resta dominato da pochissimi attori: JPMorgan Chase si conferma la prima banca fossile al mondo con 58 miliardi, e le dodici maggiori, la cosiddetta “Dirty Dozen”, coprono da sole quasi il 40% del totale globale. A trainare l’espansione è soprattutto il segmento midstream (gasdotti, terminal e GNL) cresciuto dell’84% in un anno: metà di tutto il finanziamento all’espansione è andato a società con almeno un grande progetto di gas liquefatto o di pipeline. Sul fronte italiano, l’altra banca presente in classifica, UniCredit, ha ridotto il proprio finanziamento fossile del 18,5% nel 2025, scendendo a 4,6 miliardi di dollari: una delle poche grandi banche europee ad aver operato un taglio significativo. Anche il principale gruppo energetico italiano figura tra i protagonisti dell’espansione del gas: ENI è partner, insieme alla compagnia emiratina ADNOC e alla tailandese PTT, del giacimento offshore Ghasa, il cui sviluppo è stato finanziato nel 2025 con un’operazione da 11 miliardi di dollari. * rapporto annuale “Banking on Climate Chaos” 2026 Re: Common
June 9, 2026
Pressenza
È nato il microcredito per senza dimora: “Ci dai una mano? Bastano 25 euro!”
L’iniziativa ha per protagonisti i “senza dimora”, i “non bancabili”, i “paria del credito” ed è nata dalla collaborazione tra Mag Firenze e Micro1 A volte per finire nel baratro basta veramente poco. Non hai i soldi per pagarti una cura essenziale quando la burocrazia ti esclude dal Servizio sanitario nazionale; qualche rata arretrata dell’affitto di casa da evadere, o qualche utenza, quando perdi il lavoro e non lo ritrovi; una multa o una cartella esattoriale che arrivano dal passato; la necessità di un paio di costosi occhiali nuovi o dell’apparecchio acustico; l’assicurazione dell’auto in cui dormi, perché se non la paghi il tuo unico giaciglio verrà sequestrato e addio riparo notturno. Tutti casi reali, di persone che rischiano di perdere anche il poco o nulla che hanno. E accomunate da un unico destino: essere persone “non bancabili”. Ovvero che per loro è proprio inutile andare in banca a chiedere un prestito perché non glielo daranno mai. Sono persone prive di garanzie patrimoniali, che non possono accedere ad un conto corrente, ad un prestito o ad altri servizi bancari perché hanno un reddito basso o inesistente, vivono di contratti precari e poveri, hanno vecchi debiti o sono prive dei documenti che dimostrano la loro esistenza. È per questo che il nostro giornale ha deciso di lanciare un programma di microcredito per i più vulnerabili, per gli esclusi dal mondo della finanza tradizionale, che diventano protagonisti nel progetto Fuori Binario. Per noi l’inclusione finanziaria è un diritto e l’esperienza dimostra che chi non ha garanzie patrimoniali può essere una persona affidabile, se ascoltata, accompagnata, messa al centro di una relazione umana. Il Fondo di microcredito Fuori Binario è nato così lo scorso 10 maggio con un’iniziativa promossa con Micro1, Mutua Auto Gestione (Mag) Firenze e Mediterranea Saving Humans, a cui sono intervenute più di cento persone. L’idea affonda le radici in un momento di dolore collettivo, la scomparsa di Stefano, animatore della sede di Fuori Binario, che si è tolto la vita il 3 febbraio 2026. Un gesto che ha scosso profondamente la redazione e l’intera associazione editrice, Periferie al Centro, e che si è così trasformato in azione concreta. Chiunque voglia sostenere il fondo può farlo direttamente attraverso Micro1, associandosi con 10 euro e versando a titolo di prestito una quota da 25 euro (o multipli). Il primo prestito per Nanu  Nanu è stato il primo beneficiario del microcredito frutto della collaborazione tra Micro1 e Fuori Binario. Da molti anni è nostro diffusore, presenza fissa nella zona di Sant’Ambrogio, dove vende il giornale, da cui ricava un piccolo reddito che non consente risparmi né garanzie patrimoniali. Ha bisogno di 400 euro, che non ha, per pagare l’assicurazione semestrale alla vecchia auto in cui dorme la notte con la moglie. È la loro casa, il loro rifugio, tutto quello che hanno. Non possono permettersi di farsela sequestrare, anche se non circolante, perché priva del tagliando assicurativo. Grazie alla loro appartenenza alla Comunità di Fuori Binario vengono a conoscenza della possibilità di avere un prestito. Insieme andiamo a parlare con Paola, Anna e Chiara. A loro racconta la sua storia, le sue preoccupazioni, l’impossibilità di andare in banca a chiedere soldi. Micro1 decide così di procedere con il prestito: 400 euro da restituire in poco più di un anno, 30 euro al mese. Oggi Nanu espone la quietanza dell’assicurazione sul cruscotto dell’auto e dorme sonni tranquilli, seppur scomodi. Il suo sogno, come quello degli altri diffusori di Fuori Binario, resta quello di avere una casa ad un affitto decente. Una storia di innovazione sociale e finanziaria Il microcredito per i non bancabili nasce a Firenze da un’intuizione della Comunità delle Piagge più di venti anni fa, quando nella periferia ovest della città viene fondato il Fondo Etico & Sociale. I principi alla base del fondo sono estremamente semplici: “Dal denaro non si può fare altro denaro” e “Se hai, hai per dare”. Tradotto vuol dire che le persone sono più importanti del denaro e che quest’ultimo viene ritenuto un mero strumento. Significa che viene data priorità alle garanzie relazionali anziché a quelle patrimoniali e che i prestiti non sono gravati da nessun interesse, ovvero il capitale prestato non ha remunerazione. In soldoni si punta alla redistribuzione del denaro piuttosto che al guadagno e lo si fa in maniera radicalmente alternativa, fuori da qualsiasi percorso bancario ordinario. Da quell’intuizione, divenuta realtà, nasce poi la rete fiorentina che costituirà Mag Firenze, animata dal Fondo Etico piaggese e dai progetti Se.Me., Il Raggio, Micro1 e Micro5 a Firenze e Micropoli nell’empolese. Ad essi si aggiungono ben 1160 singoli cittadini che impiegano così i loro risparmi o parte di essi. Ad oggi i prestiti fatti, grazie ad una raccolta di circa 800mila euro, sono oltre 350. È grazie al mutualismo, all’autogestione e alla convivialità, che decine e decine di persone in difficoltà hanno avuto una concreta possibilità di emanciparsi fuori dalle solite logiche assistenzialistiche, di affrontare le difficoltà della vita, di fuggire al ricatto dell’usura: Giuseppina, Franco, Florián, Marisa, Hassan, Giovanna, Dario, Olga e gli altri hanno potuto far fronte con dignità al loro destino, senza dover niente a nessuno salvo che restituire, nei tempi e nei modi a loro più utili, il denaro ricevuto. E tutti i prestiti tornano indietro, nessuno bara, perché hanno ben chiara la consapevolezza che la restituzione è fondamentale per sostenere altre persone escluse come loro. Sanno cosa vuol dire, ci sono passati. Per la Mag non ha senso parlare di insolvenza o di sofferenza dei prestiti. È un’esperienza rivoluzionaria proprio per questo, perché mette al centro del processo finanziario la persona e non il denaro: finché c’è la relazione di fiducia con il socio finanziato (e la conoscenza delle sue difficoltà, più o meno durature) ogni ritardo nella restituzione non può mai costituire insolvenza. La fiducia che si instaura ha inoltre permesso all’assemblea della Mag, il luogo deputato a decidere i prestiti, di includere le persone che quei prestiti hanno chiesto, in modo tale da permettere loro di deliberare e assumere una responsabilità condivisa. La collaborazione tra Fuori Binario, Micro1 e Mag, a cui siete tutti invitati a partecipare, aggiunge oggi un piccolo tassello a questa esperienza, allargando la possibilità di tappare le emergenze e guardare con un po’ più di serenità al futuro anche a chi vive in strada. Fuori Binario
June 9, 2026
Pressenza
Salute e sicurezza sul lavoro: pubblicato l’Osservatorio Permanente CGIL e INCA Emilia-Romagna
Salute e sicurezza sul lavoro: il punto sugli infortuni in Emilia-Romagna | Aumentano ancora gli infortuni in Emilia-Romagna. Nel primo quadrimestre del 2026 sono morte in Emilia-Romagna 19 persone per causa di lavoro. Sono stati 26.477 gli infortuni denunciati nel periodo gennaio-aprile (+8,6% sullo stesso periodo 2025), con classe di età prevalente tra i 41 ed i 65 anni; sono ancora i settori dell’industria e dei servizi quelli maggiormente coinvolti. Risulta ancora rilevante il numero di denunce in cui non è possibile determinare il settore di appartenenza.La situazione in provincia di Rimini nel periodo gennaio-aprile 2026, rispetto allo stesso periodo del 2025: 1.675 infortuni denunciati nel quadrimestre | In particolare, nel territorio riminese, si riscontra un aumento del 14,1% degli infortuni sul lavoro. In generale la fascia di età dove si è concentrata la maggior parte degli infortuni è stata quella 41-65 anni (48,6%), seguita dalla fascia 15-40 anni (38,4%). Nel periodo gennaio-aprile i settori che in provincia di Rimini contano il maggior numero di infortuni nell’ambito di industria e servizi sono quelli della sanità e assistenza sociale, delle costruzioni e delle attività dei servizi di alloggio e di ristorazione. Per quanto riguarda le malattie professionali il dato al 30 aprile 2026, rispetto allo stesso periodo del 2025, conta già 241 denunce in provincia di Rimini. Si tratta in questo caso di un aumento del 16,4%. Il 36,9% delle denunce di malattia professionale nel territorio riminese ha riguardato donne, essendo 89 su 241 (in aumento rispetto allo stesso periodo del 2025, quando le denunce da parte di donne erano state 69). Tra le patologie denunciate si rileva un’incidenza percentuale superiore alla media regionale per quelle legate al sistema osteomuscolare e del tessuto connettivo, che rappresentano il 70,5% del totale provinciale. Le considerazioni della Segretaria generale CGIL Rimini Francesca Lilla Parco | “I dati territoriali dell’Osservatorio e i tragici eventi di Amendolara mostrano la medesima piaga: la sistematica svalutazione della vita umana nei circuiti produttivi. L’aumento del 14,1% degli infortuni a Rimini e l’allarmante crescita regionale delle malattie professionali non sono semplici contabilità d’ufficio, ma l’effetto collaterale di una precarietà strutturale che stringe i lavoratori in una morsa di ricatto e assenza di tutele. La barbarie consumata in Calabria contro i braccianti ci ricorda in modo brutale che lo sfruttamento estremo, il lavoro irregolare e il caporalato si nutrono dell’indifferenza istituzionale e dei mancati investimenti nella sicurezza. Quando la logica del profitto erode le regole e i controlli, i corpi di coloro che lavorano diventano merce sacrificabile, dalle campagne del Mezzogiorno fino alla costa ed entroterra riminese. Spezzare questa catena è un dovere non più rinviabile. Chiediamo alle aziende il rigoroso rispetto delle norme e alle istituzioni – a partire dal Governo – interventi urgenti per restituire dignità al lavoro e fermare questa deriva inarrestabile. Sul tema dell’Ordinanza regionale ‘calore’ che ferma il lavoro all’aperto, per esempio, il sistema delle imprese dovrebbe attrezzarsi velocemente per adempiere ai sacrosanti obblighi previsti, piuttosto che polemizzare come avvenuto la scorsa settimana.” Rimini, 08/06/2026 Camera del Lavoro Territoriale – CGIL RIMINI Dipartimento Salute e Sicurezza sul Lavoro Redazione Romagna
June 9, 2026
Pressenza
Male Adriatico: rigassificatori, opacità e democrazia sospesa
Il festival INTO THE BLUE 2026 apre una crepa nel racconto della “transizione energetica” In un pomeriggio affacciato sull’Adriatico, tra il porto e le spiagge romagnole — dove nidificano specie protette come il fratino e le tartarughe marine — si discute di cloro, gas liquefatto e decisioni prese altrove. Non è solo un confronto tecnico: è il tentativo di ricostruire una catena di responsabilità che, secondo ricercatori, giornalisti e attivisti, si interrompe proprio dove dovrebbe farsi più trasparente. L’incontro “Male Adriatico. Onde di cloro, dal tubo alla carcassa”, ospitato il 7 giugno al Club Nautico di Rimini nell’ambito del festival INTO THE BLUE 2026, mette al centro una domanda: com’è stato possibile avviare il rigassificatore di Ravenna senza una Valutazione di Impatto Ambientale completa, invocando l’emergenza energetica? La tesi che emerge è netta: la cosiddetta transizione energetica si muove in una zona grigia in cui interessi industriali e responsabilità pubbliche si sovrappongono. In questo spazio operano due aziende — Eni e Snam — entrambe partecipate pubbliche ma di fatto autonome nelle scelte operative. La “convenienza” del mare Il nodo tecnico riguarda il funzionamento del rigassificatore. Il “ciclo aperto” utilizza acqua marina per riscaldare il gas liquefatto, evitando di bruciare combustibile. Il risparmio — circa 40 milioni l’anno — poggia su una variabile instabile: la temperatura del mare. Negli stessi tre anni di ciclo aperto, a Riccione si registrano picchi di tartarughe con DTS e aumento di schiume: tre volte su tre, ricorda Sauro Pari (Fondazione Cetacea ETS). Non è ancora una prova di correlazione, ma abbastanza per chiedersi: siamo sicuri che sia solo una coincidenza? Un beneficio economico privato che si costruisce sull’esternalizzazione dei costi ambientali: clorazione delle acque, alterazioni degli ecosistemi, sottoprodotti potenzialmente tossici. In questo contesto, le compensazioni ambientali ed economiche rischiano di silenziare il dissenso, è qui che nasce quello che molti relatori definiscono un vero e proprio ricatto: o accetti l’infrastruttura, oppure rinunci a lavoro e opportunità promesse per il territorio. Anche la metodologia dei monitoraggi solleva criticità: effettuati quando l’impianto opera sotto capacità, producono dati che tendono a sottostimare gli impatti e vengono poi utilizzati per giustificare l’espansione. Opacità e controllo Sul piano istituzionale emerge una frattura democratica. Sauro Pari denuncia la secretazione dei risultati delle analisi delle acque: “Non abbiamo potuto vedere nessun dato”. Allo stesso tempo, in parole di Antonio Lazzari, esperto di valutazioni ambientali, vi è un eccesso di documentazione tecnica con una forma di “overload informativo” che svuota la trasparenza di significato, di decine di migliaia di documenti tecnici: una mole tale da rendere impraticabile un controllo effettivo. A questo si aggiunge un limite strutturale: ispezioni e verifiche ambientali sono in larga parte programmate e basate anche su dati forniti dagli stessi gestori. Un meccanismo prevedibile che rischia di ridurre tutto a una mera formalità, dentro un circuito locale chiuso. Quando viene meno un’indipendenza sostanziale, si svuota anche la funzione pubblica. Da qui le proposte emerse: introdurre forme di controllo peer review indipendenti, affidate a organismi scientifici esterni a rotazione, per rompere l’autoreferenzialità dei monitoraggi e restituire verificabilità ai dati. E, come ha ricordato Lazzari, sul piano politico la proposta di RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna) di riconoscere l’energia come bene comune, per sottrarre le scelte strategiche a una gestione opaca in mano al mondo finanziario e speculativo, e riportarle sotto responsabilità collettiva. In Italia, criteri e priorità dei monitoraggi sono definiti da ISPRA e attuati dalle ARPA, dentro un sistema formalmente regolato ma che seleziona cosa rendere visibile e cosa lasciare nell’ombra. È in questa discrezionalità che si incrina la funzione pubblica del controllo e si apre una frattura tra responsabilità dichiarate e presenza reale delle istituzioni, frattura che si prolunga anche a livello europeo, dove le deroghe convivono con una trasparenza carente. Stato presente, Stato assente È in questo cortocircuito che si colloca l’intervento di Elena Gerebizza di Re:Common: “Lo Stato è dentro e lo Stato è fuori, eppure lo Stato non c’è”. Antonio Lazzari lo traduce in una domanda brutale: se è l’amministratore delegato di Eni a sedere ai tavoli internazionali del gas accanto ai Presidenti del Consiglio, anche nei paesi più autoritari, chi è davvero al comando? Circa il 30% di Eni e Snam è sotto controllo statale: lo Stato è insieme regolatore e azionista. Una sovrapposizione che indebolisce il controllo pubblico e solleva un nodo essenziale: chi gestisce davvero risorse pubbliche, e a vantaggio di chi? Ne deriva una frammentazione dei progetti, valutati per parti e non nel loro impatto complessivo, spesso approvati in urgenza con evidenti criticità giuridiche. Questo schema si riflette nella promozione di tecnologie “green” come il CCS, imposte dall’alto come soluzioni climatiche senza un dibattito pubblico e senza un riscontro consolidato su larga scala: la retorica della transizione precede la verifica empirica. È in questo scarto tra beneficio economico e costo ambientale che si incrina l’impianto della cosiddetta transizione energetica. Non è secondario che tutto converga su Ravenna, già hub storico del fossile e oggi candidata a diventare uno dei principali poli europei per lo stoccaggio della CO₂ (progetto Agnes), con l’ambizione di attrarre flussi anche dall’estero. Una concentrazione che solleva interrogativi evidenti: più che ridurre il rischio, lo stiamo intensificando nel nostro stesso territorio. Il MASE qualifica queste infrastrutture come “monopoli naturali”, categoria storicamente riservata a beni essenziali come l’acqua. La transizione assume così i tratti di un dispositivo economico più che ambientale: si accentua la distanza tra chi cura realmente l’ambiente e chi, sotto etichetta green, ne trae vantaggio speculativo. A questo si aggiunge un elemento ricorrente denunciato da vari relatori: la difficoltà, quando non l’impossibilità, di accesso agli atti a livello regionale, nazionale ed europeo. Più che decarbonizzazione, emerge un riconfigurazione del profitto e dell’autoritarismo in chiave green. Alcune di queste infrastrutture vengono classificate come strategiche per la sicurezza energetica nazionale. Questo comporta regimi autorizzativi accelerati e, in alcuni casi, misure di sicurezza rafforzate attorno ai siti, un inquadramento che può limitare trasparenza e partecipazione pubblica. Nel territorio, oggi e domani, restano rischi concreti: infrastrutture ad alta pressione che attraversano aree abitate (a rischio esplosione), ecosistemi fragili sottoposti a stress chimico e termico, fenomeni visibili come l’aumento di schiume marine con ricadute anche sul turismo. Le valutazioni parlano di “rischio minimo”, ma non esplicitano gli scenari in caso di incidente. Il quadro che emerge è quello di una governance in cui benefici e responsabilità non coincidono: i vantaggi economici sono immediati e concentrati in mani private (per i primi 20 anni); i rischi e i costi ambientali e sociali sono diffusi, pubblici e “permanenti”. Una asimmetria che sposta il peso sulle comunità locali e le generazioni future. Co-esistenze: un invito alla vigilanza È in questo contesto che il festival INTO THE BLUE 2026 assume un significato che va oltre la dimensione culturale. Il tema di questa edizione, “Co-esistenze”, propone una riflessione sul rapporto tra esseri umani e ambiente marino, con particolare attenzione alla biodiversità e alla salvaguardia dell’ecosistema adriatico. L’incontro sui rigassificatori ha mostrato quanto questo equilibrio sia oggi compromesso. Il prossimo appuntamento, domenica 14 giugno al mattino, sarà dedicato ai diritti della natura: una prospettiva che propone di riconoscere agli ecosistemi uno statuto giuridico, superando l’idea che siano semplici risorse. Una risposta attiva emerge anche dalla “Carovana Diritti e Rovesci” promossa da RECA e AMAS-ER, che si conclude con il Convegno di Bologna del 13 giugno, in cui si mettono al centro vari temi: l’energia come bene comune, gli strumenti di partecipazione civica e il punto sulle quattro leggi regionali di iniziativa popolare (riguardanti acqua, energia, ambiente e rifiuti). Partecipare a questi incontri significa esercitare una forma di vigilanza civile. In un tempo in cui aumentano vulnus giuridici e autoritarismo, con decisioni sempre più accelerate a scapito della trasparenza, la partecipazione cittadina e la conoscenza condivisa sono gli strumenti più efficaci per riequilibrare il rapporto tra interesse collettivo e interessi economici privati, speculativi e finanziari. L’Emilia-Romagna e l’Adriatico, da Ravenna a Riccione, con le proprie fragilità e ricchezze, si configurano oggi come il laboratorio di questa tensione. E forse anche il luogo da cui può partire una nuova consapevolezza civile Approfondimenti: * Guarda il video della diretta dell’intera conferenza sul canale di Rete No RIGASS No GNL * Scarica il pdf con il programma completo del Festival Into the Blue – Sea Life Fest 2026 di Fondazione Cetacea ETS * Scopri il programma del Convegno conclusivo della Carovana “Diritti e Rovesci” di RECA Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia Romagna e AMAS-ER Redazione Romagna
June 8, 2026
Pressenza
“RISIKO BANCARIO”: INTESA SANPAOLO PUNTA UFFICIALMENTE AD ACQUISIRE MPS. INTERVISTA AD ALESSANDRO VOLPI (ALTRECONOMIA)
Intesa Sanpaolo ha lanciato una Opas (Offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria) del valore di circa 30,6 miliardi per acquisire Monte dei Paschi di Siena. Intesa – insieme a Unipol – entra così, “di petto”, nel riassestamento del sistema bancario italiano, il cosiddetto “Risiko bancario”.  L’operazione avrebbe ricadute anche sulla partecipata Bper (Banca popolare dell’Emilia-Romagna). Poche ore prima, Banco Bpm aveva proposto a Monte dei Paschi di Siena di discutere e concordare un’operazione di aggregazione per creare un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, che sarebbe così il secondo operatore nazionale per dimensioni. Secondo Intesa Sanpaolo l’obbiettivo dell’acquisizione sarebbe quello di “consolidare il sistema bancario europeo”, mentre la “cordata Mps-Bpm-Generali costituirebbe la costruzione di un terzo polo di credito italiano”. Su Radio Onda d’Urto ha commentato la notizia Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea al dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa e collaboratore di Altreconomia. Ascolta o scarica
June 8, 2026
Radio Onda d`Urto
Vola la ricchezza finanziaria, è ferma quella reale
Secondo la trentesima edizione del “World Wealth Report 2026“, pubblicato dal Capgemini Research Institute, anche nel 2025 il numero di milionari a livello globale, così come la loro ricchezza, sono aumentati, toccando nuovi record. I principali fattori dell’ennesima crescita dei “Paperoni” è stati i valori sostenuti dei titoli sui mercati […] L'articolo Vola la ricchezza finanziaria, è ferma quella reale su Contropiano.
June 8, 2026
Contropiano
Economia: Invece di armarci potremmo…
Si intitola "Dal militare al sociale" ed è un documento prezioso per chi vuole opporsi al riarmo: quindici schede concrete mostrano cosa si potrebbe fare con i miliardi destinati alle spese militari. Le alternative economiche e sociali ci sono. Scarica il dossier da questa pagina web.
June 7, 2026
PeaceLink
I giullari di Trump e Rubio plaudono alle sanzioni contro Cuba
I giullari del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e del suo Segretario di Stato Marco Rubio applaudono fragorosamente quando dalla Casa Bianca arrivano altre sanzioni contro Cuba. Non potrebbero fare diversamente, visto che questi mezzi di informazione, che si definiscono la stampa libera cubana,  vivono solamente grazie alle elargizioni che arrivano dal governo a stelle e strisce. Ogni ulteriore sanzione emessa contro l’isola caraibica è un giubilo per loro. I vari Cubanet, Cybercuba, ADN Cuba e gli altri mezzi di informazione made in Miami stanno festeggiando l’ultima misura sanzionatoria del loro divo Marco Rubio, che ha portato al blocco delle carte di credito internazionali Visa e Mastercard sull’isola. Con il recente ordine esecutivo 14.400, del 1 maggio, approvato da Donald Trump su iniziativa di Marco Rubio, molti operatori internazionali, per  non perdere i loro beni o vedere le loro proprietà confiscate negli Stati Uniti, sono costretti ad abbandonare Cuba. Celebrano in pompa magna il fatto che così il conglomerato economico cubano GAE SA non riceverà più divisa straniera dalla vendita dei suoi prodotti o dei suoi servizi. Dimenticano però che con le stesse carte di credito molti cubani ricevono rimesse proprio dagli Stati Uniti o acquistano generi alimentari nei negozi, ma ai patrioti del web poco importa: l’importante è continuare la guerra propagandistica contro il governo dell’Avana assecondando le sanzioni che colpiscono direttamente anche i famigliari dei cubani emigrati. Ci ricorda Cubainformacion che GAESA è in realtà una parte fondamentale dello Stato cubano: un grande conglomerato di aziende che spazia dai supermercati agli hotel, passando per le istituzioni finanziarie. Con l’Ordine Esecutivo del 1° maggio Donald Trump  sta punendo e ponendo un ultimatum a tutte le aziende che commerciano o mantengono qualche tipo di affare con una qualsiasi delle numerose entità di GAESA, ossia con una parte importante dello Stato cubano, cioè della proprietà sociale del popolo di Cuba. La Casa Bianca sostiene che GAESA è l’impresa con la quale una piccola oligarchia militare si sta arricchendo alle spalle dei cittadini cubani. Affermazione del tutto arbitraria, dato che non hanno fornito una sola prova dell’esistenza di conti correnti o fondi finanziari nei quali sarebbero confluiti questi soldi. Ma se hanno la CIA e molte altre agenzie di intelligence perché non sono stati in grado di darci almeno uno stralcio di quanto affermano? Semplice, tutto fa parte della solita strategia di massima pressioni su Cuba che, oltre a usare la leva economica, usa anche quella mediatica. Occorre creare il presupposto perché nell’opinione pubblica si insinui l’idea che occorre liberare Cuba da questa classe corrotta e inefficiente con qualunque mezzo, anche quello militare. Poi per Washington tutto quello che è statale è visto come il diavolo, il mezzo con cui una ristretta cerchia di persone sottrae denaro alle casse statali per metterselo nei loro borselli. Applaudono poi l’abbandono di Cuba da parte di molti operatori turistici: compagnie aeree come Iberia, World2Fly, Plus Ultra, Air Canada, WestJet, Sunwing, Air Transat, LATAM o Air France hanno sospeso i voli diretti all’isola. Le compagnie di spedizione marittima, come la francese CMA CGM o la tedesca Hapag, hanno cessato l’invio di container, tra cui quelli che la solidarietà internazionale invia a Cuba per aiutare la popolazione con medicinali e attrezzature varie. Molte catene alberghiere hanno comunicato che abbandoneranno l’isola. Archipiélago International (Aston), la società spagnola Meliá, che ha già interrotto la gestione di 15 dei suoi 34 hotel; Iberostar, con 12 hotel; Blue Diamond, dal Canada, e molte altre se ne andranno. Per i giullari del presidente questo impedirà a GAE SA di ricevere divisa dal settore turistico. Ma tutti i cubani che adesso già si trovano senza lavoro e quelli che nei prossimi giorni si sommeranno ai disoccupati ringraziano sentitamente. Inoltre il calo del turismo sta colpendo in modo drammatico le migliaia di case particulares, gli affittacamere che negli anni hanno rappresentato un’importante ossatura per il turismo e una notevole fonte di entrata per le famiglie cubane. Bisogna festeggiare perché il regime dittatoriale e corrotto di Cuba sta per scomparire dalla faccia della terra. Così gli alleati del governo di Donald Trump applaudono la notizia dell’abbandono dei partner internazionali di oltre un centinaio di hotel sull’isola. Ad esempio, ADN Cuba afferma: “Questo rappresenta un nuovo colpo per un settore strategico del regime cubano, che per anni ha dato la priorità alla costruzione di hotel sotto il controllo di GAESA, anche in mezzo al deterioramento dei servizi di base e alla profonda crisi economica”, riferisce Cubainformacion. Dimenticano però di ricordare che molti di questi investimenti sono stati chiaramente fatti con capitali stranieri che hanno favorito l’occupazione di migliaia di cubani, gli stessi cubani che adesso si troveranno senza lavoro. E poi affermano candidamente che è il governo di Miguel Diaz Canel che non è in grado di garantire un’occupazione degna ai suoi cittadini. La mancanza di energia elettrica per molte ore spinge i cittadini a protestare per i blackout e i servi della Casa Bianca festeggiano queste proteste. Scrivono che è colpa del governo che non comprerebbe i combustibili per alimentare le centrali termoelettriche. E il blocco energetico imposto da colui che gli paga gli stipendi dove è finito? Semplicemente non esiste, come continua a ripetere Marco Rubio: tutto va ricondotto alla solita narrazione, ovvero l’incapacità dell’esecutivo cubano di provvedere alle basilari necessità della popolazione. Ti affogo, ti strozzo con centinaia di sanzioni e poi do la colpa al governo. Infine arrivano pure a chiedere esplicitamente, mentre stanno sotto una palma a godersi il sole di  Miami, un intervento armato sull’isola, l’unico modo per far capitolare il governo cubano. Padre Alberto Reyes, ad esempio, dichiara: “Preferiamo un finale spaventoso a uno spaventoso senza fine”. Juan Juan Almeida afferma: “Purtroppo non vedo altra via d’uscita che l’intervento”.  José Daniel Ferrer, recentemente arrivato negli Stati Uniti dopo che Marco Rubio gli ha concesso l’asilo, immaginiamo perché … dice: “La libertà ha un sapore più dolce quando la si conquista con il suo sforzo”.  Rosa María Payá invece chiede all’Unione Europea e alla Spagna di “rettificare e prendere le parti del popolo cubano”, interrompendo l’accordo di dialogo politico e cooperazione che l’UE ha con Cuba. Quindi non solo privare l’isola delle risorse finanziarie con l’uscita dei partner internazionali e impedire che entri una goccia di petrolio, ma anche attaccare gli aiuti economici e materiali che arrivano dall’estero, oltre alla cooperazione internazionale e alla solidarietà. E poi questo viene dipinto come un progetto di liberazione. (Informazioni: Cubainformacion) www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
June 7, 2026
Pressenza
Contro lo sfruttamento lavorativo sono necessarie le lotte e le alleanze sociali – di Gennaro Avallone
Sappiamo tutto Sappiamo tutto su sfruttamento lavorativo, caporalato e sistemi generalizzati di intermediazione. Sappiamo tutto sulle filiere agricole, sul modo in cui funzionano e sui meccanismi di potere che le governano. Sappiamo anche come si produce l'irregolarità tanto salariale e contributiva (con il lavoro grigio e nero) quanto quella amministrativa (ad esempio, con le [...]
June 6, 2026
Effimera
Perù: due programmi economici, lo stesso vuoto
Dopo la chiusura della campagna elettorale dei due candidati alla presidenza della Repubblica del Perù, Keiko Fujimori e Roberto Sánchez, è indispensabile esaminare i programmi di governo per poter votare con cognizione di causa. A questo proposito, la ricercatrice principale dell’Istituto di Studi Peruviani (IEP), Roxana Barrantes, presenta un’interessante analisi di uno dei settori fondamentali per il futuro governo, che avrà un’influenza diretta sui cittadini: l’economia. CIÒ CHE NÉ FUJIMORI NÉ SÁNCHEZ DICONO AL PERÙ SULLA SUA STABILITÀ ECONOMICA C’è una domanda a cui nessuno dei due programmi di governo nel ballottaggio peruviano risponde con onestà: da dove arriveranno i soldi? Fuerza Popular promette di portare la spesa sanitaria al 7% del PIL e quella per l’istruzione al 6%, creare diverse nuove istituzioni e formalizzare un milione di MYPES. Da parte sua, Juntos por el Perú promette di estendere il programma Juntos a un milione di madri urbane, aumentare il salario minimo vitale a 1.500 soles, riattivare il Fondo di stabilizzazione dei combustibili e raddoppiare gli investimenti rurali. Sono promesse che, sommate, rappresentano un enorme onere fiscale. E nessuno dei due ha chiaro come finanziarle. Questo, in un paese che nel 2024 ha violato per il secondo anno consecutivo le proprie regole fiscali — con un deficit del 3,5% del PIL, al di sopra del limite consentito — non è un dettaglio da poco. È l’eredità più pesante che riceverà chi vincerà il 7 giugno, ed entrambi i programmi la trattano con una leggerezza che dovrebbe allarmare. La tentazione, in dibattiti come quello di questa settimana, è quella di classificare i piani in base a chi offre maggiore stabilità per gli investimenti privati. Si tratta di una domanda valida, ma incompleta. Gli investimenti privati non avvengono in una camera a tenuta stagna: necessitano di equilibrio dei poteri, di un potere giudiziario che funzioni, dello Stato di diritto. Senza quel contesto istituzionale, il tipo di investimento che si attira non è quello che trasforma un’economia: è un investimento rentista, che sottrae e non costruisce. E su questo, i due programmi presentano gravi problemi. Nel caso di Fuerza Popular, il problema più evidente non sta in ciò che dice il programma, ma in chi lo sostiene. Il Congresso che accompagnerebbe quel governo è lo stesso che, secondo i dati del piano rivale, ha promosso più di mille progetti di legge con un costo fiscale stimato in 27 miliardi di soles all’anno in esenzioni a grandi interessi economici. La pressione fiscale è scesa dal 17,5% al 14,6% del PIL in meno di quattro anni. Ogni punto perso equivale a oltre dieci miliardi di soles in meno per scuole, centri sanitari e strade. Di fronte a questo storico, la promessa di una riforma fiscale che semplifichi e formalizzi suona come una volontà senza contrappeso. Nel caso di Juntos por el Perú, il rischio più grave è l’incertezza giuridica. Il loro programma parla di rivedere il sistema delle concessioni minerarie, dare priorità alle future concessioni alle imprese che accettino condizioni di trasferimento tecnologico, costituire un fondo sovrano con i proventi minerari e decretare una moratoria in Amazzonia. Sono proposte che, prese nel loro insieme, incidono sulla sicurezza giuridica dei contratti in vigore e possono innescare arbitrati internazionali. Il Perù ha un vantaggio comparativo nel settore minerario — non è ideologia, è geografia — e la sfida non è negare tale vantaggio, ma sfruttarlo per finanziare il capitale umano e le infrastrutture che attivino una dinamica economica più diversificata. Dire che non esporteremo più rocce è uno slogan, non una politica. L’industrializzazione proposta da JP è strutturalmente corretta come orizzonte a lungo termine. Il problema è che costruire raffinerie, parchi industriali e catene del valore metallurgiche richiede decenni di investimenti sostenuti e una certezza giuridica che lo stesso programma mette a rischio con le sue altre proposte. Non c’è contraddizione più costosa di questa. Un tema che merita particolare attenzione è la proposta di Fuerza Popular di cambiare la governance della SUNAT attraverso un consiglio di amministrazione. Chi ricorda gli episodi del RUC sensibile alla fine degli anni ’90 sa che qualsiasi modifica istituzionale nell’amministrazione fiscale che non preveda protezioni esplicite contro l’ingerenza politica può trasformarsi in uno strumento di pressione sui contribuenti. La SUNAT ha bisogno di una riforma, sì, ma di una riforma che rafforzi la sua autonomia tecnica, non che la esponga a nuove influenze. Alla fine, la domanda che rimane aperta dopo aver letto entrambi i programmi non è quale dei due sia più filo-mercato o più filo-Stato. È una domanda più scomoda: quale dei due ha più probabilità di governare con sufficiente coerenza istituzionale affinché le sue promesse — qualunque esse siano — si trasformino in politiche reali e non in chiacchiere? Nessuno dei due programmi risponde a questa domanda. E in un paese che da anni governa in modalità di crisi, questa omissione è, forse, il rischio maggiore di tutti. Vedi l’articolo originale su Jugo.pe. Redacción Perú
June 6, 2026
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