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Sofia Liguori: una per tutti i, tanti, ‘geni’ dell’IA che vogliono “restare umani”
La giovane nerd laureata 110/110 cum laude alla ‘Bicocca’ di Milano nel 2018 che, dopo le esperienze come sviluppatrice di pioneristici sistemi di machine learning e applicazioni di intelligenza artificiale, nel maggio 2023 è stata assunta a Google DeepMind, il 20 ottobre si è licenziata dal centro R&D con sede a Londra per cui lavorava a tempo pieno in modalità ‘ibrida’. I motivi della sua irrevocabile decisione sono molti, principalmente uno: voler vivere dignitosamente, onestamente e senza ‘in cuor proprio’ sapere di essere ipocrita, perciò rifiutando di adeguarsi e, per “continuare a guardarci allo specchio”, fingere che sia normale “accettare questa situazione come se nulla fosse (nel SILENZIO COME AL SOLITO)”. Subito la clamorosa notizia è ‘rimbalzata’ sui media italiani. Da Il Fatto Quotidiano, in cui Stefania Maurizi ieri ha riferito che Sofia Liguori ha lasciato Google citando una sua frase, “Mi disgusta l’IA in guerra”, a Collettiva, che nello stesso giorno ha pubblicato l’articolo intitolato Google, la protesta di Sofia Liguori: “Mi vergogno di lavorare per questa azienda”,… Prima, il 21 ottobre, a sua volta attingendo le informazioni dall’intervista a Stefania Liguori e un suo collega, Andreas Kirsch, che la BBC News aveva divulgato nella stessa data, Il Sole 24 Ore evidenziava: la tech worker italiana “che si è dimessa dal suo ruolo di ingegnere ricercatore” non è la unica, e sola, bensì una dei numerosi “Dipendenti Google [che] lasciano DeepMind per protesta contro l’uso militare dell’IA“. Intanto nello stesso giorno, Sofia Liguori spiegava le proprie ragioni in un post pubblicato su LinkedIn: > Ieri mi sono ufficialmente licenziata da Google DeepMind. Ero in congedo da > quando è stato firmato il contratto con il Dipartimento della Guerra [degli > USA – NdR]. > > Ecco la mia lettera di dimissioni completa: > https://stay-human.sofialiguori.com/ > Intervista della BBC: https://www.bbc.com/news/articles/cmreyvepnv0po > > — Alcune parti della mia lettera: > > Il modus operandi testato a Gaza con Nimbus è stato legittimizzato come > standard con l’accordo classificato DoW di aprile: contratti che consentono > l’integrazione dell’IA nei sistemi militari e di sorveglianza senza imporre > restrizioni sugli usi consentiti e senza lasciare all’azienda alcun potere di > monitoraggio. > (…) > Non credo più che la nostra tecnologia avrà un impatto netto positivo sulla > società. > (…) > La tecnologia NON è uno strumento neutrale. Questa valutazione presuppone che > possiamo separare la tecnologia dal contesto in cui viene implementata, ma non > dovremmo: abbiamo la responsabilità di valutare lo strumento nel contesto in > cui verrà utilizzato. Presuppone anche che possiamo separare la tecnologia da > chi la possiede, la costruisce, la controlla e ne trae beneficio. > (…) > È proprio questo atteggiamento passivo e timoroso che permette al male di > diffondersi su larga scala. > Questo sta accadendo anche sul nostro posto di lavoro. Questo è il nostro > mestiere. Rientra nel mio ambito di azione. È dentro di te. > Per me, quest’anno avremmo dovuto smettere di lavorare. Magari senza far > scioperare il cervello, forse proprio come ho fatto a febbraio, prendendomi > dei giorni liberi e dimostrando davanti all’ufficio, e forse in qualche altro > modo dobbiamo ancora capire insieme come trovare una soluzione. Ma avremmo > dovuto dire un NO molto più forte all’uso della nostra tecnologia nella kill > chain, un NO molto più forte alla normalizzazione di ciò che è stato testato a > Gaza. > (…) > La compartimentazione, oltre un certo punto, è frammentazione e, in quanto > tale, si oppone all’integrità. Una certa separazione dei contesti è salutare, > ma quando diventa un modo per evitare di vedere contraddizioni, inizia a > somigliare al doppio pensiero di Orwell. L’ambito in cui i nostri valori, la > nostra empatia e persino il nostro pensiero razionale (che riusciamo ad > applicare così magistralmente alle questioni scientifiche) possono operare > inizia a restringersi. Smettiamo di criticare; non ci indigniamo per le bugie > e l’incoerenza. La parte migliore di noi ha sempre meno spazio per esistere. > Dobbiamo anche respingere fermamente questa cultura aziendale di censura e > intimidazione. > (…) > Finiamo per evitare di affrontare alcuni argomenti preventivamente, Dio non > voglia che farlo possa compromettere le nostre carriere. In effetti [i > dirigenti aziendali – NdR] fanno affidamento su questa autocensura indotta; > ecco perché le loro intimidazioni sono così subdole. > Se si mette in discussione qualche ‘cosa’, c’è più libertà di quanto ti > aspetteresti. Questa però è una minaccia per chi vuole che lavoriamo > accettando le ‘regole’. > (…) > Ci ho messo un po’ a capire quale fosse il condizionamento che subivo > lavorando a queste ‘regole’: venivo indotta a negare chi sono, o a > compartimentarlo nella mia sfera privata. Se questo è il prezzo per restare, > non voglio questo lavoro. > Nessun lavoro vale quel prezzo. > “Resta umano”, disse Vittorio Arrigoni. Ripeto oggi il suo appello ai > lavoratori tecnologici, mentre la tecnologia che costruiamo alimenta guerre > brutali. Nella notizia con l’intervista a Sofia Liguori, un articolo divulgato il 21 ottobre nella rubrica “Inchieste di BBC Eye“, Christopher Giles riferisce che, replicando alla richiesta di commentare la ‘diserzione’ della research engineer e altri geni dell’IA da DeepMind, un portavoce di Google ha affermato: “Collaboriamo con organizzazioni del settore pubblico in tutto il mondo e seguiamo una procedura coerente per la revisione e la stipula di questi contratti, che include il rispetto delle nostre politiche di utilizzo accettabile e dei principi sull’intelligenza artificiale. Abbiamo inoltre canali dedicati che consentono ai dipendenti di segnalare in tutta sicurezza qualsiasi problema, dall’etica aziendale alle condotte scorrette, e abbiamo implementato rigide politiche aziendali per prevenire qualsiasi tipo di ritorsione”. Eppure, precisa e conclude il giornalista della BBC News, > Google è una delle numerose aziende tecnologiche che all’inizio di quest’anno > hanno firmato contratti con l’esercito statunitense per implementare > l’intelligenza artificiale in ambienti militari classificati. > > Il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha fatto dell’integrazione > dell’IA nelle forze armate una priorità fondamentale, affermando che > l’amministrazione Trump diventerà una “forza combattente incentrata sull’IA”. > > Secondo i Principi sull’IA di Google, questi valori includono > l’implementazione dell’IA con “supervisione umana” e l’allineamento della > tecnologia al “diritto internazionale e ai diritti umani”. > > Tuttavia ex e attuali dipendenti dell’azienda, nonché esperti interpellati > dalla BBC, si sono detti preoccupati per il livello di supervisione umana nei > momenti critici. https://stay-human.sofialiguori.com/ Maddalena Brunasti
October 24, 2026
Pressenza
Tassare i ricchi, referendum in California
Manca poco al 3 novembre, il giorno che sancirà quanto potere Trump possiede ancora agli occhi degli elettori e dentro il Congresso. Se già la battaglia si preannunciava infuocata, a rinfocolare per bene i tizzoni ci si è messa la California, proponendo, in quattro e quattr’otto, un referendum statale abbinato all’elezione federale di metà mandato: se vincesse, introdurrebbe per la prima volta per volere popolare una tassa patrimoniale nella roccaforte della proprietà privata. Si tratta della Proposition 40, passata agli onori della cronaca come la “tassa sui miliardari”, ossia un’imposta straordinaria una tantum del 5% su chi possiede più di un miliardo di dollari. Si stima che ricadranno nei parametri della tassa duecento ultra ricchi e che nell’arco di cinque anni (durante i quali verrà spalmata la tassa) porterà alle casse della California circa cento miliardi di dollari. È stata voluta da Dave Regan, presidente del sindacato dei lavoratori della sanità dell’Ovest (United Healthcare Workers West SEIU-UHW), uno dei più grandi degli States, con 120.000 iscritti solo in California. Sebbene ancora molto lontana dall’ideale di un sistema sanitario pubblico e per tutti, la California era uno degli Stati USA che più riusciva a garantire un servizio medico (MEDIC-AID, qui conosciuto come MEDI-Cal) ai cittadini più poveri e a fornire assistenza sociale ai disagiati. Questi programmi sono stati le prime e principali vittime del “Big Beautiful Act” voluto da Trump, che ha tagliato in maniera drastica e sconsiderata i fondi federali normalmente loro destinati; ciò ha causato all’intero sistema sanitario una grave instabilità e il rischio tangibile di un collasso di interi suoi settori. Da qui è partita la miccia: l’idea di procurarsi i soldi necessari per salvare MEDI-Cal (a cui andrebbe circa il 90 % del ricavato) prendendoli da dove ce ne sono in eccesso. Con un sorrisetto beffardo non si può fare a meno di notare l’effetto boomerang che l’atto di Trump ha messo in moto (lo rifarebbe se avesse potuto guardare nella sfera di cristallo?). Dalla California l’idea di tassare chi possiede troppo ha alzato un polverone in tutto il Paese e ne ha varcati i confini, riempiendo le pagine di quotidiani di mezzo mondo, il web di video accorati e di vignette satiriche dove, a suon di meme e slogan, ognuno dice la sua. Insomma, parlare di tassare i ricchi non è più un tabù! I miliardari sembrano essersene accorti e forse intimoriti che dalle parole si passi ai fatti rispondono con azioni aggressive. Qualcuno, in verità, si è dimostrato da subito collaborativo come Jensen Huang, il co-fondatore di Nvidia, e qualcun altro recentemente ha alzato bandiera bianca (Zuckerberg pagherà), ma i più sembrano decisi a dare battaglia senza mezze misure. Dunque da quando, a inizio giugno, la Proposition 40 è apparsa al grande pubblico in tutta la sua folgorante semplicità, si sono viste cordate di miliardari che, per bloccarne l’esito, hanno già speso la follia di oltre 293 milioni di dollari in spots pubblicitari, petizioni, consulenze tecnico-legali e altre diavolerie (le proposizioni 41 e  42, anch’esse parte dello stesso referendum, che se passassero, grazie a cavilli,  annullerebbero la 40 pur se avesse vinto) e sembrano pronti ad andare anche oltre pur di non partecipare attivamente nel ricompensare la società. Il primo spauracchio messo in campo dalle nobili menti è una minaccia di immemorabile data, che suona più o meno così: “Se passa la tassa ce ne andiamo, così da noi non avrete più nemmeno quello che vi diamo oggi.” Per rendere più credibile la minaccia l’hanno condita con un po’ di terrorismo lavorativo: “Non porteremo via solo la nostra figura fisica, sposteremo le fabbriche” (le high tech in particolare). In verità questi traslochi non sono così semplici da fare e potrebbero rivelarsi poco convenienti. Gli altri Stati USA, invece di configurarsi come dei favolosi paradisi fiscali dove continuare ad accumulare denaro senza scocciature, potrebbero trasformarsi in trappole. Se passasse la Proposition 40 ogni americano medio guarderebbe con ammirazione alla vittoria ottenuta dai californiani e potrebbe desiderare la stessa cosa. Ma non è tutto oro quello che luccica e la strada è in salita. La Proposition 40 è stata formulata in fretta e furia per poter rientrare nei tempi previsti dalla legge californiana per la votazione di medio termine e pertanto presenta delle pecche. A mio avviso non gravi, paragonate al messaggio che veicola, ma che comunque vale la pena di ricordare. Per bruciare i tempi l’equipe di Regan ha fatto sondaggi a tappeto e in base alle risposte ottenute ha costruito i dettagli del referendum. A ciò si aggiunge la clausola della retroattività, che farà storcere il naso ai giuristi: per scongiurare il pericolo della fuga dei miliardari la legge entrerebbe in vigore a partire dal 1° gennaio 2026. Tutti i residenti fiscali in California in quella data sarebbero così soggetti alla tassa, anche se in seguito si trasferissero in un altro Stato. Inoltre piace poco ai più radicali perché valida solo per quest’anno, ma queste sono quisquilie: se si è di buon animo e si cerca il bene della collettività si superano e si vota SI. Purtroppo le cose non stanno così e non sarà facile spuntarla: sebbene i sondaggi la diano in leggero vantaggio, gli esperti ritengono che abbia solo un 30% di probabilità di vittoria, perché Regan ha finito i soldi e dall’altra parte ci si aspetta un barrage di pubblicità all’ultimo momento. L’altro grosso problema, oltre all’opposizione dei miliardari, è il fronte democratico, che si è spaccato. Bernie Sanders appoggia la proposta, mentre il governatore della California Newson guida la linea del NO, seguito da alcuni sindacati, tra cui quello degli insegnanti. Ognuno ha un proprio sporco, piccolo privilegio da difendere, ma non entrerò in merito – forse si potrebbe dedicare al tema un articolo o forse non lo meritano neppure. Semplicemente mi permetto di scrivere che chi si illude di potersi sempre parare il culo facendo spallucce ai problemi degli altri alla fine perirà sotto il peso della propria ignavia. La rivoluzione arriverà e intanto l’idea di tassare i ricchi si sta facendo strada. Buona notizia: in Italia la proposta di legge di iniziativa popolare 1% equo ha già ampiamente superato le 50.000 firme necessarie per presentarla in Parlamento.   Marina Serina
October 24, 2026
Pressenza
Fronte del Porto
IL governo ci mette una pezza sul versante fiscale e prepara i lacrimogeni per la piazza. Perché se da un lato si prepara ad alzare a 60.000 euro lo scalone del 33%, con le misure negoziate sul fronte degli autotrasportatori e di una parte (quella dei senza parte) di piccole e piccolissime imprese la faccenda si complica. Per ora ha rotto lo schieramento, il fronte unito della protesta, incassando alcuni importanti consensi. Ma… Vediamo intanto cosa è passato. Crediti d’imposta e altri incentivi ad acquistare nuovi veicoli a chi non ha mezzi euri 5, 6, 7, questo è sicuro. Ma proprio questo divide nettamente Confindustria e Associazioni di categoria per trasporti, logistica e turismo, mettendo su fronti contrapposti grandi e piccoli. Me lo spiego meglio. Il tema dell’esclusione (o delle fortissime difficoltà di accesso) di molte piccole e medie imprese (PMI) dai crediti d’imposta sul “caro gas” e “caro energia” non dipende dalla natura giuridica dell’impresa. Sono tutti autonomi a partita d’IVA, ma la dimensione aziendale fa la differenza soprattutto in relazione alle soglie e condizioni operative stabilite dai decreti governativi. Sono queste a determinare l’esclusione delle aziende medio-piccole dai benefici fin qui messi in atto. Innanzitutto i crediti d’imposta più cospicui (spesso fino al 40%-45%) sono stati destinati in via prioritaria alle cosiddette imprese gasivore. Per rientrare negli elenchi ufficiali (gestiti dalla Cassa per i servizi energetici e ambientali – CSEA), un’azienda deve superare volumi di consumo di gas estremamente elevati (spesso nell’ordine di decine o centinaia di migliaia di Smc all’anno). Le piccole e medie imprese (come ristoranti, piccoli laboratori, officine o studi), pur avendo consumi proporzionalmente molto impattanti sul proprio bilancio, non raggiungono le soglie fisiche richieste e sono quindi escluse da queste aliquote privilegiate. Anche per i crediti dedicati alle imprese “non gasivore”, la normativa ha previsto un requisito stringente: per poter richiedere il credito d’imposta, l’azienda deve dimostrare che il prezzo di riferimento del gas nel periodo considerato abbia subito un incremento percentuale minimo (spesso superiore al 30%) rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. Per le piccole imprese che avevano stipulato contratti di fornitura a prezzo fisso in precedenza (o che avevano clausole particolari con i propri fornitori), questo incremento calcolato secondo i parametri rigidi del ministero spesso risultava inferiore alla soglia per una manciata di punti percentuali, tagliandole fuori dal beneficio. La soglia minima sui contatori o sui consumi è poi stata posta molto in alto. Nel caso delle misure sull’energia elettrica e sul gas, lo Stato ha spesso fissato limiti tecnici di accesso che hanno ridotto di molto la platea. Per l’energia elettrica venivano ammesse solo le aziende con un contatore di potenza disponibile pari o superiore a 16,5 kW (poi ridotto in alcuni decreti a 4,5 kW). Per il gas, venivano richiesti consumi minimi stimati che molte micro-imprese del settore terziario o commerciale non riescono ad attestare. Infine c’è un costo legato alla burocrazia e ai costi di perizia/certificazione. Perché per accedere a diversi crediti d’imposta di ultima generazione (come i piani legati all’efficienza energetica o alle certificazioni ex-ante/ex-post), le imprese devono avvalersi di diagnosi energetiche certificate, perizie asseverate da parte di ingegneri o tecnici abilitati, certificazioni contabili dei revisori. In sintesi le PMI sono state penalizzate dal fatto che i sostegni sul caro-gas sono stati strutturati principalmente per tutelare i grandi distretti industriali ad alto consumo energetico (acciaierie, ceramiche, vetrerie, cartiere), lasciando al tessuto di micro e piccole imprese tutele residuali e spesso troppo complesse o onerose da richiedere. Ma la vera e ulteriore contraddizione, in vista dei comportamenti di piazza, è tra chi può godere di un vantaggio fiscale dichiarando più del giusto e chi invece conta sul nero per restare sul mercato. Questo è un popolo che finora ha avuto nelle destre il proprio referente di ultima istanza. Ma lì il populismo sconta un limite oggettivo: per rappresentarlo politicamente non può governarlo in chiaro. Questo è un problema per la Meloni ma lo è anche per Trump e quanti hanno fino ad oggi cavalcato la tigre. Quindi in un certo senso con le misure prese il governo sta segando il ramo su cui si era seduto, con questi crediti d’imposta che non vanno a gratificare una parte numericamente consistente della base elettorale che lo vota. Va ricordato a tal proposito che il tessuto economico italiano è composto per oltre il 95% da micro, piccole e medie imprese (commercianti, artigiani, piccole officine, ristoratori). Ed è in quel serbatoio che oggi si vede una spaccatura. Usando un lessico maoista mi verrebbe da dire che fin qui, da Berlusconi a Meloni, questa è stata una “contraddizione in seno al popolo”, ma per rimanere tale – secondo quella lezione – non si devono usare forza e coercizioni. Quella lezione Mao la traeva dalla rivolta anti-sovietica in Ungheria che mostrò cosa succede quando un regime ignora i malumori del popolo. Mao capì che se i governanti comunisti avessero trattato le critiche popolari con repressione (trattando il popolo come “nemico”), avrebbero trasformato una contraddizione non antagonistico-popolare in una vera e propria rivolta antagonistica contro lo Stato. Quel che resta da vedere quindi è sé questa volta il fronte di classe si ricompatterà o se la contraddizione si muterà da conflitto in antagonismo (un tempo si sarebbe detto lotta di classe). Ovviamente nel nostro caso c’è un piccolo problemino: non c’è il Partito della classe operaia a fare da guida e interprete della contraddizione, mentre c’è una notevole presenza di soggetti che ne possono a giusto titolo diventare il bersaglio. Perché le masse possono avere un ruolo e persino ridefinire il popolo, senza che una sintesi stabile sia pensata a priori o necessaria. Perché il popolo si può dividere mentre lo Stato resta del Capitale. Michele Ambrogio
October 24, 2026
Pressenza
Il ‘calendario’ di un dramma epocale: la devastazione dei raccolti dei palestinesi
La serie di infografiche composte da Visualizing Palestine (VP) in collaborazione con Growing Palestine illustra come in campi e pascoli della Cisgiordania il 2025 sia trascorso scandito, anziché al ritmo delle stagioni, dalle molteplici violenze e aggressioni perpetrate dai coloni israeliani. VP ha presentato questo illuminante ‘calendario’ nel giugno scorso: > Nell’anno raffigurato nelle immagini, il 2025, il Primo Ministro israeliano > Benjamin Netanyahu ha ‘promesso’: “Non ci sarà alcuno Stato palestinese. > Questo paese appartiene a noi” > [https://www.dw.com/en/netanyahu-vows-there-will-be-no-palestinian-state/a-73967725], > così dimostrando l’esplicita intenzione di Israele di attuare una pulizia > etnica e di annettere la Cisgiordania. > > Questa ‘collezione’ di infografiche completa la serie creata per la > campagna Il cibo è vita: proteggiamo gli agricoltori palestinesi dalla > violenza israeliana di Growing Palestine (GP). In questi giorni VP ripresenta il ‘calendario’ Sowing Terror in Palestine’s Harvest (Seminare il terrore tra i raccolti della Palestina) rammentando: > Nel pieno della stagione del raccolto delle olive, ricondividiamo il nostro > calendario “Seminare il terrore nei raccolti della Palestina.” > > Gli attacchi dei coloni israeliani si sono intensificati, con 200 attacchi > legati al raccolto delle olive documentati dall’inizio di settembre (Nazioni > Unite, 19 ottobre 2026). > > Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari > Umanitari (OCHA), questi attacchi hanno causato 5 palestinesi uccisi e 246 > feriti. > > Gli attacchi hanno colpito anche giornalisti, convogli diplomatici e gruppi di > solidarietà. > > Il 16 ottobre, coloni hanno attaccato una giornalista del Washington Post, > ferendola gravemente. > > Il giorno seguente, coloni israeliani hanno attaccato un convoglio diplomatico > europeo, incluso un sindaco francese, vicino al villaggio palestinese di > Taybeh nella Cisgiordania occupata. > > Secondo il Ministero dell’Agricoltura palestinese, 286.000 ulivi sono stati > danneggiati in Cisgiordania tra il 2023 e la fine di settembre 2026, inclusi > 100.000 solo nel 2026, anche prima dell’inizio della stagione del raccolto. > > Il raccolto delle olive è una fonte essenziale di cibo, reddito e > sostentamento per migliaia di famiglie palestinesi. Prendere di mira il > raccolto delle olive significa prendere di mira il diritto dei palestinesi > alla sovranità alimentare, a rimanere sulla loro terra e a esistere e > prosperare. Su PRESSENZA sono divulgate anche Le infografiche che illustrano l’inchiesta sulla hasbara nel quarto potere degli USA che VP ha realizzato per illustrare l’inchiesta del team americano Prism. SOWING TERROR IN PALESTINE’S HARVEST Maddalena Brunasti
October 23, 2026
Pressenza
Moneta, debito, welfare: l’Europa pubblica contro il fascismo
Per quale motivo le forze politiche della sinistra radicale, in Europa, dovrebbero guardare con interesse all’euro digitale? La domanda è più che opportuna: il progetto è della Banca centrale europea, ovvero di un’istituzione che rimane indissolubilmente legata agli anni dell’austerità e delle cosiddette «riforme strutturali» che molto hanno colpito il welfare e le condizioni di vita di milioni di europee ed europei. Serve dunque uno sguardo più ampio, che vada oltre i confini continentali, per comprendere al meglio la posta in gioco.  DALLA CRISI DI BRETTON WOODS ALLA GUERRA COMMERCIALE DI TRUMP L’ordine monetario internazionale attraversa, da tempo, una profonda crisi. Iniziata nel 1971, la crisi dell’ordine definito a Bretton Woods nel 1944 si è aggravata con la depressione avviata dal crack del 2007-2008. Se dopo il 1971, con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro, attraverso l’espansione dei petrodollari il biglietto ha assunto il ruolo di ciò che Marx chiamava «denaro mondiale», mezzo di pagamento internazionale e al contempo riserva di valore, con la crisi dei mutui subprime l’egemonia del dollaro si è incrinata, la sua agonia ha cominciato a svilupparsi.  Per quale motivo? In primo luogo, perché, per salvare le banche commerciali e di investimento, too big to fail, il debito pubblico si è appesantito enormemente, passando dal 70% in rapporto al Pil al 120% e oltre (40 mila miliardi). Poi, ovviamente, per gli squilibri commerciali che vedono negli Stati uniti il grande importatore (e debitore) mondiale (per quanto esporti servizi, soprattutto finanziari), con la manifattura e la grande industria, innovazione compresa, sempre più concentrate in Cina e, più in generale, in Asia. Ma occorre prestare anche attenzione all’uso bellico che, del dollaro, gli Stati uniti hanno fatto negli ultimi decenni, con sanzioni che congelano asset e conti correnti, di paesi o di personalità ritenuti nemici: l’Iran e la Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina; ma anche Francesca Albanese, i giudici della Corte penale internazionale, in ultimo il collettivo informatico Autistici/Inventati.  Con la guerra commerciale, e i dazi, è ormai evidente l’obiettivo degli Stati uniti: continuare a imporre al mondo l’acquisto dei Treasuries bond (T-bond), pur riducendo il valore del dollaro, per favorire l’export, dunque la reindustrializzazione, ma anche per rendere meno pesanti gli oneri dell’enorme debito pubblico. La missione è, chiaramente, improbabile. Se il dollaro e i titoli di Stato denominati in dollari che rendono possibile l’iniezione di liquidità nei mercati debbono funzionare da riserva di valore, il loro valore deve essere stabile, il debito pubblico deve essere sotto controllo, ovvero affidabile. Se occorre favorire reindustrializzazione ed export, attraverso una perdita di valore del dollaro, e al contempo accrescendo il debito pubblico con la riduzione delle tasse per le imprese, il debito pubblico diventa meno affidabile, e il dollaro smette di essere il safe asset per eccellenza. In questa contraddizione insolubile, si inserisce il Genius Act (approvato a luglio del 2025) e l’alleanza tra Trump e il mondo delle criptovalute.  STABLECOIN: IL COLPO DI CODA DEL DOLLARO  In che modo, il Genius Act, interviene a sostegno del dollaro e del debito pubblico americano? Regolamentando le stablecoin. A differenza dei bitcoin, le stablecoin sono sì monete digitali, emesse da società private alternative alle banche, ma sono ancorate alle maggiori valute legali, in particolare al dollaro. Cosa significa che sono ancorate? Che le società che le emettono, per ogni stablecoin emessa devono possedere un dollaro o, più in generale, T-bond (titoli di Stato americani). Verifiche che le società in questione abbiano riserve adeguate sono al momento irrilevanti o inesistenti, al contempo, quanto meno dal punto di vista delle regole, la stabilità delle stablecoin dipende dal loro riferimento alle valute legali, come in passato le valute legali, cartacee, erano ancorate all’oro. Proprio perché le riserve possono essere in dollari o in titoli denominati in dollari, le società emittenti di stablecoin acquistano significative quantità di debito pubblico americano, senza con ciò aumentare la quantità di moneta. L’utilità delle stablecoin, in quanto moneta digitale privata, è molto rilevante nello spostamento immediato, senza costi, programmabile e transfrontaliero, dei capitali. Se oltre a operare come mezzo di pagamento e unità di conto, le stablecoin cominciassero anche ad assolvere la decisiva funzione di riserva di valore (quasi fossero l’equivalente di un conto corrente in dollari), gli emittenti privati delle stesse sottoscriverebbero importanti quantità di debito statunitense a breve scadenza, rinnovando poi continuamente tale posizione (comportandosi come depositi bancari, dunque).  Già ora, i sistemi di pagamento digitale che primeggiano in Europa sono statunitensi (il 70% dei pagamenti digitali, in Europa, transitano su reti americane): Visa, Mastercard, American Express. Ma occorre poi considerare anche il settore dei portafogli digitali (e-wallet), anch’esso quasi interamente dominato dalle piattaforme a stelle e strisce: PayPal, Apple Pay, Google Pay. Questo, per quanto riguarda i pagamenti al dettaglio. Come noto, la piramide dei pagamenti prevede, sopra quelli al dettaglio, quelli all’ingrosso: i pagamenti interbancari. Una parte assai rilevante di questi pagamenti è connessa alle operazioni in titoli e regolata in moneta di banca centrale. Le innovazioni tecnologiche che stanno investendo i mercati finanziari, la tokenizzazione (ovvero la trasformazione di uno strumento finanziario, dalle azioni alle quote di fondi, in un “gettone digitale”) e la distributed ledger technology più in particolare, consentono l’emissione digitale delle attività finanziarie, rendendone possibile la negoziazione 24/7, 365 giorni l’anno. Anche in questo caso, l’assenza di moneta di banca centrale tokenizzata, apre il campo all’espansionismo delle stablecoin.  Con la diffusione delle stablecoin, la crisi internazionale del dollaro potrebbe rovesciarsi in una (nuova) offensiva del dollaro contro l’euro. Da notare, infatti, che negli ultimi 20 anni la quota di riserve delle banche centrali costituita da asset denominati in dollari (non solo T-bond, dunque) è passata dal 71,5% del totale, nel 2001, al 57,8% nel 2024, mentre l’euro si è attestato, a partire dal 2017, sul 20% del totale. Con la crisi del 2007-2008, ma soprattutto con il fenomeno di weaponization del dollaro, la Cina in particolare, ma anche la Russia e il resto dei Brics, hanno cominciato a ridurre le riserve in dollari. La Cina, poi, consapevole delle ostilità sempre più marcate degli Stati uniti nei suoi confronti e, più in generale, nei confronti del Grande Sud, ha proceduto con tre mosse di fondamentale importanza: la creazione del renminbi digitale, moneta digitale pubblica, equivalente al contante, emessa dalla banca centrale cinese; la creazione di Cips (Cross-border Interbank Payment System) circuito alternativo a Swift, per favorire pagamenti transfrontalieri senza coinvolgere il dollaro; mBridge, progetto della Bank of International Settlements, ora a indiscutibile trazione cinese, che consente alle banche centrali di regolare transazioni transfrontaliere in valute digitali sovrane, attraverso un registro distribuito permissioned. LEGGI ANCHE… DIBATTITO ECONOMIA L’EURO DIGITALE PUÒ CAMBIARE IL MONDO? Luca Lombardi MONETA DIGITALE PUBBLICA E AUTONOMIA EUROPEA Che l’Europa stia decidendo di seguire la via della Central Bank Digital Currency, prendendo le distanze dal modello americano, che di fatto propone una rinnovata privatizzazione delle monete funzionale alla conservazione del dominio mondiale del dollaro, è un fatto di estrema importanza. L’iter, come di consueto, è lungo e farraginoso. Ma, entro il 2026, dopo l’approvazione parlamentare del regolamento Econ avvenuta lo scorso 23 giugno, il processo deliberativo-normativo dovrebbe concludersi, nel 2027 la Bce dovrebbe far partire il progetto pilota, nel 2029 l’euro digitale dovrebbe essere attivo. Non casualmente, le maggiori banche commerciali europee si stanno mettendo di traverso. Il 14 ottobre, la banca centrale olandese ha autorizzato Qivalis. Radunando 37 banche commerciali, molte delle quali hanno avversato in tutti i modi, servendosi del sostegno di parte del Ppe, l’euro digitale nell’Europarlamento, Qivalis è stata autorizzata ed emetterà una stablecoin denominata in euro. Ovviamente, Qivalis, dirà che il progetto integra la moneta digitale pubblica, ovvero l’euro digitale emesso dalla Bce. E che ha accelerato per evitare l’espansione delle stablecoin denominate in dollari. E dirà pure che, essendo emessa da una cordata di banche, sarà più stabile (perché le banche commerciali sono poi garantite dalla Bce – prestatrice di ultima istanza, che fabbrica riserve di banca centrale, possedute presso di lei dalle banche commerciali, con un click). Ma ciò segnala che lo scontro tra moneta pubblica e moneta privata è faccenda per nulla risolta. Meglio, è risolta negli Usa dove Trump ha formalmente impedito alla Fed di continuare sulla via del dollaro digitale, per favorire invece la piena privatizzazione – extra-bancaria – della moneta digitale. Ma, in Europa, la partita è aperta.  PERCHÉ IL SUCCESSO DELL’EURO DIGITALE DIPENDE DALL’EMISSIONE DI EUROBOND? Senza l’affermazione dell’euro digitale, e di un circuito di pagamenti libero dal dominio e dalle sanzioni degli Stati uniti, l’autonomia strategica dell’Unione è una fandonia. Non servono armi, se il Presidente degli Stati uniti può a suo piacimento congelare asset e paralizzare conti correnti e operazioni bancarie. Lo stesso problema, ovviamente, vale per l’intera infrastruttura digitale europea: l’obiettivo del cloud europeo, di data center non energivori e di una IA continentale, è altrettanto vitale. Molte Silicon Valley, pubbliche e non private, in Europa, dovrebbero sorgere nell’arco di pochi anni, e il fenomeno dovrebbe essere supportato da un rafforzamento massiccio degli investimenti in ricerca e sviluppo. Questi ultimi, per quanto riguarda il settore pubblico, nella Ue sono pari allo 0,7% del Pil: troppo poco, a maggior ragione perché si tratta di una spesa frammentata a livello nazionale.  Solo un’abbondante offerta di titoli pubblici dell’eurozona, condizione tra l’altro necessaria per promuovere il maggiore uso internazionale dell’euro (perché si tratterebbe di un safe asset denominato in euro), può rendere possibile la sovranità digitale, e quindi l’effettiva autonomia strategica, europee. Gli eurobond, come sappiamo, sono un progetto conteso. Presenti nel dibattito della Commissione da almeno due decenni, sono stati sbloccati per rispondere all’emergenza senza precedenti della pandemia e del lockdown. Per un verso, per finanziare i sussidi di disoccupazione, per l’altro per il Next Generation EU. Una prima emissione importante, ma tutto sommato limitata. A parere del rapporto redatto da Mario Draghi (The future of European competitiveness), servirebbero almeno 800-1.000 miliardi l’anno. Uno dei (tanti) problemi del rapporto Draghi, però, è che una parte rilevante delle risorse ricavate dall’emissione dovrebbero essere destinate all’acquisto di armi e al rafforzamento della difesa.  Il Pil dell’eurozona raggiunge i 15 mila miliardi l’anno, quello dell’Unione è di 17 mila miliardi. Un safe asset europeo, ogni anno, di 1.500 miliardi (il 10% del Pil dell’eurozona), nell’ottica di un bilancio europeo comune, con un ministero del tesoro altrettanto federale, potrebbe rendere possibile un progressivo allineamento del welfare continentale, con risorse ovviamente fondamentali per rendere omogenei i servizi sanitari, l’istruzione, la previdenza, i servizi per l’infanzia, quelli sociali, fino all’auspicabile introduzione – anche per far fronte all’impatto, sul mercato del lavoro, dell’intelligenza artificiale e della nuova robotica – di un reddito di cittadinanza finalmente transnazionale. I 1.500 miliardi l’anno sarebbero basilari per garantire piena autonomia europea nelle infrastrutture e nelle tecnologie digitali, dal cloud all’intelligenza artificiale. Infine, sarebbero del tutto decisivi per favorire investimenti nella filiera della transizione ecologica, con l’obiettivo di raggiungere la completa autonomia energetica, azzerando definitivamente la dipendenza dai paesi esportatori di combustibili fossili (Russia, Stati uniti, Medio oriente). Occorre, tuttavia, vincolare le risorse liberate dall’emissione di debito comune. Non si tratta, cioè, di continuare a distribuire, in dosi massicce e senza contropartita verificabile, risorse alle imprese private (degli oltre 200 miliardi nel Next Generation EU destinati all’Italia, il 25% circa è finito nelle tasche delle imprese, tra crediti di imposta e risorse a fondo perduto), ma di costruire una nuova economia pubblica, capace di mettere al centro l’innovazione tecnologica, coniugandola con la democrazia e il lavoro di qualità, con pieni diritti e retribuzioni degne. Il welfare, infatti, non è soltanto salario indiretto per tutte e tutti, ma anche lavoro per tante e tanti: nella scuola e nell’università, negli ospedali, nei centri di ricerca e in quelli per l’impiego. E ciò vuol dire, anche, rilanciare su basi nuove, in primo luogo per la scala (continentale e non nazionale), il «moltiplicatore» di keynesiana memoria. Le risorse per università e ricerca, poi, possono favorire la costituzione di un bacino sempre più robusto di lavoro cognitivo, altamente qualificato, essenziale per lo sviluppo sia del settore pubblico che di quello privato.   Ma pubblica deve essere – come suindicato – l’economia del digitale, dal cloud ai data center, perché l’archiviazione, le scelte energetiche relative alla raccolta e all’elaborazione dei dati e all’uso dell’intelligenza artificiale, l’addestramento di quest’ultima, non sono terreno che può essere lasciato al monopolismo delle Big Tech americane. Al contempo, le infrastrutture digitali pubbliche possono e devono essere abilitanti anche per il tessuto produttivo e delle imprese in Europa. Ancora: l’intelligenza artificiale, addestrata secondo parametri aperti all’elaborazione condivisa, può e deve essere utilizzata per il potenziamento e l’efficientamento della pubblica amministrazione.  PER LA DEMOCRATIZZAZIONE DELLA POLITICA ECONOMICA E MONETARIA EUROPEE Euro digitale ed eurobond sono strumenti, l’importanza che possono assumere per una politica di alternativa radicale all’esistente dipende dall’uso che se ne fa. Indubbiamente, sono strumenti imprescindibili per l’effettiva autonomia europea dal destabilizzante dominio statunitense – e dalla destabilizzazione permanente della guerra russo-ucraina. Liberare l’Europa dal dominio americano è fondamentale, ma non basta. Occorre liberarsi anche dall’Europa ordoliberale e dell’austerità, di quella che prevede paradisi fiscali per le grandi imprese (Lussemburgo, Irlanda), che continua a mettere il mercato al primo posto, che produce e vende armi, che rallenta quando non affossa la transizione energetica.  È necessario, dunque, democratizzare le istituzioni che emettono moneta e titoli sovrani. È necessario, in primo luogo, democratizzare la Banca centrale europea, contestando l’indipendenza delle politiche monetarie. Tale contestazione, nell’epoca che stiamo vivendo, è messa in campo in prevalenza dalle nuove destre – vedi la vicenda della Fed e dello scontro tra Trump e l’ex presidente Jerome Powell; serve, invece, una contestazione da parte della sinistra radicale, che ribadisca un’istanza decisiva quanto rimossa: la moneta è un’istituzione pubblica, in quanto tale pretende decisioni democratiche e non meramente tecniche. Necessario è poi democratizzare il bilancio e le politiche fiscali europee, in primo luogo eliminando il diritto di veto nel Consiglio dell’Unione europea, ma anche e soprattutto rafforzando il potere del Parlamento europeo in materia fiscale.  A quasi vent’anni dai Trattati di Lisbona, mentre dalla Francia alla Spagna, dalla Germania all’Italia, si impongono vaste mobilitazioni per il welfare e contro il carovita, per l’istruzione e la casa, e contro la guerra, la conferenza che si svolgerà il 24 ottobre a Roma (Industrie fluviali, dalle ore 10 alle ore 19), organizzata e promossa dalla For the People Foundation (affiliata al partito europeo Ela – European Left Alliance), cercherà di comprendere quali strumenti monetari e fiscali possano rilanciare l’Europa pubblica, alternativa alle destre mondiali.    *Francesco Raparelli insegna e fa ricerca in Filosofia sociale e politica presso l’Università di Roma Tre. Attivista sindacale e dei movimenti sociali, attualmente coordina il Comitato scientifico di Sinistra Italiana ed è membro del board della For the People Foundation.  L'articolo Moneta, debito, welfare: l’Europa pubblica contro il fascismo proviene da Jacobin Italia.
October 23, 2026
Jacobin Italia
L’economia sommersa e illegale ha superato i 218 miliardi e i lavoratori irregolari sono 3,27 milioni
Nel 2024 il valore dell’economia non osservata (costituita dalle attività produttive di mercato che sfuggono all’osservazione diretta e comprende, essenzialmente, l’economia sommersa e quella illegale) è stata pari a 218,2 miliardi, in aumento dello 0,3% rispetto al 2023, l’economia sommersa (ovvero al netto delle attività illegali) si è attestata a 198,4 miliardi (+ 0,8 miliardi rispetto all’anno precedente), il valore delle attività illegali è sceso  a 19,8 miliardi e le unità di lavoro irregolari, infine, sono state circa 3 milioni 277mila, con un incremento di oltre 145mila unità rispetto al 2023. E’ quanto certifica l’ISTAT con un recente report. Stiamo parlando di cifre da capogiro che non possono non contribuire a far incazzare quella parte di Paese sulle cui spalle si regge il sistema sempre più traballante del welfare e coloro – sempre più numerosi –  che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. Le principali componenti dell’economia sommersa sono rappresentate dal valore aggiunto occultato tramite comunicazioni intenzionalmente errate del fatturato e/o dei costi (sotto-dichiarazione) o generato dall’impiego di lavoro irregolare. A queste si aggiungono il valore dei fitti non dichiarati, delle mance e un’ulteriore integrazione che emerge dalla riconciliazione fra le stime degli aggregati dell’offerta e della domanda. Quest’ultima contiene, in proporzione non identificabile, effetti riconducibili a fenomeni di natura puramente statistica ed elementi ascrivibili a componenti del sommerso non completamente intercettate dalle consuete procedure di stima. L’economia illegale include sia le attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione o possesso sono vietati dalla legge, sia le attività che, pur essendo legali, sono svolte da operatori non autorizzati. In conformità con i regolamenti comunitari, le attività illegali incluse nel Pil dei Paesi Ue riguardano la produzione e il commercio di stupefacenti, i servizi di prostituzione e il contrabbando di tabacco. Nel 2024 il valore complessivo dell’economia sommersa si è attestata a 198,4 miliardi di euro, in aumento dello 0,4% (+0,8 miliardi) rispetto all’anno precedente. La sua incidenza sul Pil, pari al 9%, torna sui livelli del 2021, interrompendo la tendenza mostrata nel biennio precedente (9,2% nel 2023 e 9,1% nel 2022). “Il peso del sommerso economico sul valore aggiunto, si legge nel report, raggiunge il 30,7%, nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (18,5%) e nelle Costruzioni (17,7%). Si osserva invece un’incidenza più contenuta negli Altri servizi alle imprese (5%), nella Produzione di beni d’investimento (4%) e nella Produzione di beni intermedi (1,4%). La lieve riduzione dell’incidenza complessiva del sommerso economico sul valore aggiunto, che passa dal 10,3% del 2023 al 10% nel 2024, è il risultato di dinamiche settoriali eterogenee. Si osserva una contrazione del sommerso in molti settori, e in particolare negli Altri servizi alle persone (-0,9 punti percentuali rispetto al 2023). Aumenti si registrano, invece, nelle Costruzioni (+1,2 punti, dopo un triennio di sensibili riduzioni), nei Servizi professionali (+0,4 punti) e in Agricoltura (+0,2 punti). La componente riconducibile alla sotto-dichiarazione ha un peso significativo negli Altri servizi alle persone e nelle Costruzioni, dove rappresenta in entrambi i casi il 10,8% sul valore aggiunto del settore, nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (10,7%) e nei Servizi professionali (10,3%). Il fenomeno risulta invece più contenuto nell’Istruzione, sanità e assistenza sociale (3%), nella Produzione di beni di investimento (2,7%), negli Altri servizi alle imprese (2,5%) e nella Produzione di beni intermedi, energia e rifiuti (0,5%)”. Come si diceva, ad aumentare ancora è anche il lavoro irregolare (ovvero quelle posizioni lavorative per le quali non viene rispettata la normativa vigente in materia fiscale e contributiva, nonché quelle relative ad attività illegali e, quindi, non osservabili direttamente presso le imprese, le istituzioni e attraverso le fonti amministrative). Nel 2024 le unità di lavoro a tempo pieno (Ula) in condizione di non regolarità sono state ben 3 milioni e 277mila, di cui 2 milioni e 396mila unità sono occupate come dipendenti. Rispetto al 2023, il lavoro irregolare è aumentato del 4,6%, pari a poco più di 145mila Ula. La crescita è stata più sostenuta per la componente dipendente, che è aumentata del 5,4% (+121,8mila Ula dipendenti), ad un ritmo circa doppio rispetto a quella indipendente, in aumento del 2,7% (+23,4mila Ula indipendenti). “L’incremento del tasso di irregolarità, sottolinea l’ISTAT,  è dovuto alla forte crescita del lavoro non regolare, la cui dinamica (+4,6%) è circa tre volte superiore a quella della componente regolare. Quest’ultima mostra nel 2024 un aumento dell’1,6% (circa +339mila Ula), esclusivamente per la componente dipendente, che cresce del 2,9% (+437,5mila Ula regolari dipendenti). Le Ula indipendenti regolari registrano invece una diminuzione dell’1,6% (-98,5mila Ula regolari indipendenti). Il tasso di irregolarità si conferma più elevato tra i dipendenti (13,2%) rispetto agli indipendenti (12,7%). Prosegue, tuttavia, la tendenza alla riduzione del divario tra le due componenti, in atto dal 2018. Nell’ultimo anno si riscontra un aumento di 0,3 punti percentuali del tasso di irregolarità per le unità di lavoro dipendenti e di 0,5 punti percentuali per quelle indipendenti”. I comparti nei quali si osserva l’aumento più consistente del tasso di irregolarità sono gli Altri servizi alle persone (+0,9 punti percentuali), l’Agricoltura, Silvicoltura e Pesca e le Costruzioni (+0,8 punti in entrambi). Crescite più contenute si rilevano nel Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione e nella Produzione di beni di investimento (+0,5 punti percentuali per entrambi), nella Produzione di beni intermedi, energia e rifiuti (+0,3 punti), nella Produzione dei beni alimentari e di consumo (+0,2 punti) e nei Servizi professionali (+0,1 punti). Qui il report dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/10/Econonomia-non-osservata-2024.pdf.     Giovanni Caprio
October 23, 2026
Pressenza
VENERDÌ 23 OTTOBRE: ANALISI CRITICA DEI FATTI ECONOMICI DELLA SETTIMANA CON ANDREA FUMAGALLI
  Appuntamento del venerdì, su Radio Onda d’Urto, con il nostro collaboratore e economista Andrea Fumagalli. Venerdì 23 ottobre 2026 abbiamo analizzato tre temi: l’incremento record dei permessi di soggiorno rilasciati nel 2025 in Italia; il cosiddetto decreto aiuti del Consiglio dei Ministri per la protesta in tutto il Centro-Sud di autotrasportatori, agricoltori e pescatori; l’affanno continuo delle economie europee. PERMESSI DI SOGGIORNO – Nel 2025 in Italia rilasciati 426.956 nuovi permessi di soggiorno, +47,2% rispetto al 2024. Si tratta di un record, secondo l’Istat, che parla del totale più elevato registrato nell’ultimo quindicennio subito dopo il picco del 2022, dovuto in realtà al massiccio afflusso di profughi dall’Ucraina. L’aumento è più accentuato per le donne rispetto agli uomini (+56,5% e +41,6%). La crescita interessa tutti gli ambiti: ricongiungimenti famigliari (+61,2%), studio (+76%) e motivi di lavoro (+45,9%). PROTESTE CAROVITA – Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto-legge cosiddetto “Aiuti”, con “misure a sostegno degli autotrasportatori, degli agricoltori e dei pescatori”, da giorni e giorni in piazza al CentroSud contro l’aumento dei prezzi dei carburanti e più in generale del costo della vita, tra pompe di benzina a secco e scaffali dei supermercati vuoti. Nel dettaglio il decreto legge prevede per i camionisti  45,2 milioni di euro sul credito d’imposta legato al gasolio già acquistato, tra marzo e agosto 2026; altri 60 milioni per il periodo dal 1 settembre al 5 ottobre, a cui aggiungere 21,2 milioni di euro del “decreto bollo”. Sospese inoltre le rate dei leasing per i “padroncini”. Per la pesca c’è invece un contributo a fondo perduto del 10% delle spese sostenute dal 1° giugno al 15 ottobre, con un tetto però di 10 milioni di euro sul 2026. Agli agricoltori, infine, vanno complessivamente 60 milioni di euro a rimborso di parte dei costi già sostenuti tra giugno e il 15 ottobre. Presidi e blocchi, per ora, sono in gran parte sospesi, anche per effetto dell’ondata di identificazioni, denunce e multe delle scorse ore, mentre lunedì si fermano i taxi, con presidio sotto al Mef di Roma. Sempre nella Capitale, martedì 27 ottobre incontro fissato tra le categorie in lotta e il Governo, Salvini in primis. EUROECONOMIA – Nuovo campanello per l’economia dell’Eurozona, alle prese con conti pubblici in affanno, spese monstre per il riarmo, incertezza politica, elezioni in diversi Paesi alle porte e tensioni sociali, con le proteste continentali contro il carovita.  In mezzo il continuo aumento dei costi di gas e petrolio che, uniti ai timori per la tenuta dei Paesi ad alto debito a seguito del rialzo costante dei rendimenti dei titoli di Stato. Su questa scorta, negli ultimi giorni tutti i mercati azionari europei sono in negativo, con la milanese Piazza Affari maglia nera, al  -2,54%. La conversazione di venerdì 23 ottobre 2026 su Radio Onda d’Urto con Andrea Fumagalli, docente di economia politica all’università di Pavia. Ascolta o scarica
October 23, 2026
Radio Onda d`Urto
30 ottobre: Dalla città al Porto, Ravenna sciopera con i portuali di tutto il mondo!
        Il 30 ottobre Ravenna si unisce allo sciopero mondiale dei portuali contro la guerra, indetto dalla rete internazionale Ports in Action composta da CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e ORSA Porti (Italia), Water Transport Workers Federation of India (India). Nel mondo si fermeranno quasi 60 porti e nuove adesioni stanno arrivando.  I portuali di tutto il mondo e la società civile si oppongono ai traffici di armi che alimentano guerre, genocidi ed ecocidi, si oppongono alla militarizzazione dei porti, alla corsa al riarmo e all’automazione portuale che erodono i diritti sociali e dei lavoratori. In Italia ci sarà anche uno sciopero generale intercategoriale indetto da USB, contro il carovita e per aumenti salariali. A Ravenna faremo una intera giornata di mobilitazione e sciopero che partirà dalla città e arriverà al porto (Marina di Ravenna). Il porto di Ravenna, già hub del fossile, è al centro di un processo di militarizzazione inquietante, tra traffici di armi, di materiale “dual use” e precursori di esplosivi come il nitrato di ammonio, verso Israele ma anche verso altre mete per nulla democratiche come Emirati Arabi Uniti ed Egitto.  Le Dogane per oltre un anno hanno cercato di opporre il segreto sulla quantità di armi che passano, invocando anche lo stato di guerra mondiale “ibrida” e permanente. L’avvocatura di Stato che dipende direttamente da Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei Ministri, ha dichiarato che il porto di Ravenna è un porto a rilevanza militare (pur essendo classificato come civile e commerciale) e per questo vanno limitati i diritti democratici alla trasparenza. Sconfitte in ogni grado di giudizio dal lavoro della giornalista Linda Maggiori e dell’avvocato Andrea Maestri, le Dogane sono costrette a divulgare i dati, grazie ad una sentenza del Consiglio di Stato che farà giurisprudenza. Dal nostro porto nel 2025 sono stati scoperti traffici di munizioni e componenti di armamenti pesanti verso Israele, nel 2026 sappiamo di altre spedizioni di dual use dirette a Elbit Systems, il più grande produttore di armi israeliano, effettuate attraverso il porto ravennate. Ma quelle scoperte sono solo punte di iceberg giganteschi. Si aggiungono anche le spedizioni di merci verso le colonie illegali israeliane in Cisgiordania violando il diritto internazionale. Poche settimane fa a Ravenna ha fatto scalo anche la nave in uso all’esercito italiano, la Capucine. Traffici di armi si incrociano con traffici di gas e petrolio: a Ravenna oltre al petrolchimico abbiamo il rigassificatore, il deposito di gnl, una fitta rete di gasdotti, l’impianto di cattura e stoccaggio  della CO2, tutte infrastrutture critiche che alimentano la crisi climatica ed ecologica, legano sempre di più il territorio alla dipendenza dal sistema fossile  e mettono a rischio la nostra sicurezza.  Ravenna è snodo di tre corridoi Ten-t (reti ferroviarie e portuali europee ad uso civile ma sempre più usate per il trasporto di armi) e, con con il sostanziale avallo da parte dell’autorità portuale, del Comune e della Regione, è candidata ad essere un punto strategico anche del corridoio Imec che collegherà Europa, Israele e India e che verrà usato anche per inviare e importare armi. Il Comune e la Regione, non si sono costituiti ad adiuvandum nella storica vertenza legale contro le dogane, e nonostante le belle parole, come azionisti pubblici di Sapir (gestore del terminal container) hanno approvato un codice etico quantomeno ambiguo, che all’art 3 comma 15 dice che Sapir “valuterà” se instaurare o mantenere rapporti “con soggetti coinvolti in attività illecite, terrorismo, criminalità organizzata, violazione di diritti umani” (!).  Ma la lotta della società civile e dei portuali contro le guerre, contro il traffico di armi, contro genocidio ed ecocidio va avanti.   Dobbiamo impegnarci per l’applicazione integrale (e per il miglioramento) della legge 185/1990, del regolamento europeo sul dual use (UE) 2021/821 e al contempo mettere in evidenza lo strettissimo legame esistente fra guerre e sistema fossile, lavorando per una svolta reale nel modello energetico. Ci rifiutiamo di stare a guardare mentre tutto questo accade sotto i nostri occhi, mentre le guerre continuano a distruggere vite, risorse, salute e natura. Invitiamo tutte e tutti a unirsi a noi il 30 ottobre!   Programma: 9:00 ritrovo degli studenti in piazza del Popolo e corteo verso la Darsena  10:00  concentramento generale alla Darsena (retro stazione) e corteo verso autorità portuale  11:00  partenza per il porto con bici-bus-auto private Per chi va in bici: pedalata antifa (percorso Autorità portuale-ponte mobile- ciclabile verso Marina di Ravenna)  Per chi in bus: prendere bus numero 70 (ogni 30 minuti) 12:30 Marina di Ravenna concentramento presso Piazzale della Marina (sotto la Nave Militare)  pranzo sociale (preparato da Sovversughi) a offerta libera  Interventi, musica, arte 14:00 corteo verso il Canale    Organizzano  Coordinamento popolare contro i traffici di armi porto Ravenna (La comune, Arci brigante Pieve Cesato, Brigate di Solidarietà, Ravenna in comune, Sanitari per Gaza Ravenna, coord.No NATO, SGB Ravenna, Slai Cobas Ravenna, Potere al popolo Ravenna, Carc, Partito Comunista di Unità Popolare) USB Romagna OSA-Opposizione Studentesca d’Alternativa  Cambiare Rotta Giovani palestinesi Bologna BDS Ravenna Sovversughi   Aderiscono  Global Sumud Flotilla Sanitari per Gaza Italia  Cap (comitato autonomo portuale Ravenna) Rete no rigass no gnl Fronte Della Gioventù Comunista  Piceno per la Palestina Ferrovieri contro la guerra Fondazione Cetacea  Coordinamento ravennate per il Clima Fuori dal Fossile  Emergency Ravenna  Mercoledì per la Palestina  Arci Ravenna Agorà    Altri nostri articoli: > La sentenza del Consiglio di Stato su Ravenna fa giurisprudenza Redazione Romagna
October 23, 2026
Pressenza
30 Ottobre: Sciopero Generale, le ragioni di USB Sardegna
Il 10, 16 e 17 ottobre tre date che hanno visto Cagliari e altre città della Sardegna attraversate da migliaia e centinaia di lavoratori e studenti: una generazione intera che non accetta un futuro di precarietà, salari bassi, carovita e guerra. Da qui bisogna costruire e rafforzare l’alleanza tra studenti e lavoratori. Per questo l’USB proclama lo SCIOPERO GENERALE di venerdì 30 ottobre, per tutte le categorie del lavoro pubblico e privato. In gioco c’è l’impennata dei prezzi, a partire dai carburanti: benzina e gasolio oltre i 2 euro, spesa rincarata dal 30 al 50% in 5 anni, bollette di luce e gas con aumenti superiori al 30%. I salari non recuperano nemmeno l’inflazione e il governo Meloni, schierato con compagnie petrolifere e banche, risponde con provvedimenti inconsistenti. Servono salari adeguati al costo della vita, prezzi calmierati e IVA azzerata sui beni di prima necessità. E per chi studia? Scuola-lavoro gratuita, aule sovraffollate, tetti agli alunni stranieri, programmi che cancellano il colonialismo, università legate all’industria bellica e a chi collabora con Israele. Il governo ha scelto l’economia di guerra: miliardi per il riarmo, briciole per salari, scuola, sanità e casa. La guerra si scarica su energia, lavoro e spesa sociale. Continua la complicità con il genocidio in Palestina, nonostante le piazze piene con studentesse e studenti in prima fila. E intanto si stringe sul dissenso: il ddl antisemitismo con la definizione IHRA rischia di rendere perseguibile la critica a Israele e chi si mobilita per la Palestina. Il 30 sarà una giornata storica Le proteste divampano in tutta Europa, da Spagna e Francia ad Albania. Lo sciopero generale USB si inserisce nella mobilitazione dei portuali di decine di porti nel mondo, che per la prima volta si allarga oltre il Mediterraneo: nord Europa, India, Messico, Sudafrica e Stati Uniti. Cagliari e la Sardegna entrano in una lotta che non è più solo locale ma internazionale. Nessunə si salva da solə. Uniamo le lotte, tuttə insieme. Abbassate le armi, alzate i salari. Venerdì 30 ottobre, corteo a Cagliari, ore 9.30, Piazza Garibaldi USB Sardegna Redazione Sardigna
October 22, 2026
Pressenza
«No Data Center»: maxi scritta di Extinction Rebellion sull’edificio in cui dovrebbe sorgere il più grande data center d’Italia
Extinction Rebellion ha realizzato delle enormi scritte “No Data Center” sullo stabilimento dismesso dell’ex Ilte e appeso uno striscione con la frase “Fermare l’ecocidio”. Una protesta per denunciare l’impatto ambientale, sanitario e sociale dei data center e di quello che potrebbe diventare il più grande impianto del Paese. «In un mondo che sta collassando, non c’è spazio per altre strutture ecocide»  “No Data Center”. È l’enorme scritta realizzata da Extinction Rebellion sulla facciata dello stabilimento ex-Ilte di Moncalieri, alle porte di Torino, edificio al centro dell’iter per la realizzazione di quello che potrebbe diventare il più grande data center d’Italia. Accanto alla scritta principale, visibile anche dall’autostrada e da Moncalieri, una seconda scritta “Stop Tech Fascism” (Stop tecno-fascismo) è stata realizzata sulla facciata laterale e uno striscione srotolato su una terza facciata con scritto “Fermare l’ecocidio”. «Lasciamo qui questo messaggio affinché sia visibile ovunque e serva da monito a tutte le amministrazioni», spiega Extinction Rebellion. «Un data center di queste dimensioni ha impatti ambientali, sanitari e sociali pericolosissimi ed è incompatibile con qualsiasi obiettivo climatico. In un mondo che sta collassando e in cui il costo della vita sta soffocando la maggioranza della popolazione, non c’è spazio per investimenti miliardari per strutture ecocide». Al centro della protesta ci sono gli enormi consumi energetici e idrici dei data center, oltre ai possibili effetti sociali e sanitari. Un impianto come quello ipotizzato a Moncalieri, da 527 megawatt e 4,5 miliardi di euro, consumerebbe tanta energia quanto tutte le famiglie piemontesi. A ciò si aggiunge l’acqua necessaria a raffreddare i server, in una regione alle prese con una siccità cronica, che ad agosto ha avviato le procedure per chiedere lo stato di calamità naturale per l’emergenza idrica. Anche i refrigeranti identificati come soluzione al consumo d’acqua possono in realtà comportare rischi: molti contengono PFAS, le cosiddette «sostanze chimiche eterne», che si disperdono nell’ambiente e si accumulano nel corpo umano. Un problema che il Piemonte conosce bene: a Spinetta Marengo, nell’Alessandrino, la produzione di PFAS dello stabilimento Solvay ha già esposto gli abitanti alla contaminazione, e queste stesse sostanze sono state rilevate anche nell’acqua potabile di oltre 70 comuni del torinese. In ultimo, i data center sono diventati veri e propri bersagli militari strategici negli ultimi anni, trasformando le infrastrutture digitali e l’Intelligenza Artificiale in nuovi teatri di guerra. «Moltiplicare queste enormi infrastrutture è folle: significa aumentare la pressione sulle risorse naturali e la dipendenza dai combustibili fossili, proprio quando la crisi climatica impone di azzerare le emissioni e contenere i consumi», aggiunge Extinction Rebellion. Nel rapporto «Energy and AI» del 2025 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la domanda dei maxi data center è infatti indicata come uno dei motori della crescita della produzione elettrica da gas e carbone fino alla fine del decennio. Lo stesso assessore regionale all’Ambiente, Matteo Marnati, ha ammesso che le rinnovabili non basteranno e ha annunciato che chiederà al governo di escludere i consumi dei data center dal calcolo degli obiettivi di decarbonizzazione. Durante un convegno all’Ordine degli Avvocati di Torino ha poi dichiarato che per alimentarli «è imprescindibile pensare all’energia nucleare». «Le scelte del governo e della Regione sono surreali: prima creano il problema, poi impongono una soluzione che ne genera un altro, ancora più grave, spacciandola per inevitabile», replica Extinction Rebellion. Il progetto del più grande data center di Italia ha già incontrato i primi ostacoli: a ottobre il sindaco di Moncalieri lo ha definito «non accoglibile», anche se il Comune ha tempo fino a fine mese per la decisione. Per questo la protesta è andata in scena proprio sullo stabilimento: mentre l’iter prosegue, la scritta resterà lì, visibile a tutti. Intanto i cittadini del posto hanno lanciato una raccolta firme per fermare il progetto. La richiesta di Extinction Rebellion è netta: fermare il maxi data center, bonificare l’area e restituirla alla comunità. «Al posto di altro cemento e di una nuova struttura energivora, si avvii un percorso partecipato per rinaturalizzare l’area o destinarla all’emergenza abitativa», conclude il movimento. Extinction Rebellion
October 22, 2026
Pressenza