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Dall’Altra Davos, la vera sicurezza è la solidarietà
Articolo di Tommaso Chiti Il World Economic Forum anche per il 2026 riunisce in Svizzera i potenti della terra, con decine di delegazioni di governi e comitati d’affari multinazionali, incredibilmente in cerca di «uno spirito di dialogo» come da titolo dell’edizione di quest’anno. Sembra più che altro un paradossale auspicio, dato che alle porte del vertice imperversano piani d’espansionismo Usa in Groenlandia, minacce di nuovi dazi trumpiani all’Europa e il dilagare di conflitti, con la ripresa degli scontri in Siria fra islamisti del presidente Al Jolani – presente a Davos fra le contestazoini della comunità curda emigrata in Svizzera – e le forze democratiche di difesa popolare (Sdf); fino al perdurante genocidio a Gaza. In una crisi strutturale del multilateralismo e del diritto internazionale, proprio il salotto buono della domus bancaria mondiale sarebbe inoltre stato scelto da Donald Trump per lanciare il suo «Board of Peace», un organismo che sembra mirare a superare le Nazioni unite, almeno per quanto riguarda gli intenti di risoluzione della pulizia etnica israeliana in Palestina. In questo quadro dalle tinte fosche anche il rapporto di Oxfam tratteggia come le diseguaglianze, trainate dalla crescita del 16% della ricchezza dei miliardari mondiali in termini reali, con patrimoni che toccano livelli record di 18.300 miliardi di dollari e un aumento dell’80% rispetto al solo 2020, contribuiscano in modo esorbitante a erodere la democrazia, a fronte di un aumento della popolazione che vive sotto la soglia di povertà di 3 dollari al giorno e che soffre di altrettanta insicurezza alimentare, con una concentrazione smodata di capitali che comporta anche l’accentramento di potere in nuove forme oligarchiche delle élite globali. Sulla sponda opposta invece, alla Casa del Popolo di Zurigo in piazza Elvezia, come da tradizione è stata organizzata l’Altra Davos, una kermesse internazionalista a cura del Movimento per il Socialismo, per rilanciare il riscatto della giustizia sociale rispetto alle grandi tematiche dell’economia mondiale, riunendo esperienze di attivismo politico ed ecologico a livello transnazionale. La ventisettesima edizione del controvertice, «Dalla Resistenza alla Liberazione», rappresentata dallo slogan «la nostra sicurezza è la solidarietà», ha registrato oltre milleduecento partecipanti e si è aperta con l’intervento di Ilan Pappe, storico israeliano fortemente critico con il progetto sionista perpetrato dal governo di Tel Aviv, che non ha esitato a definirlo «etno-nazionalismo teocratico, fondato sull’alleanza globale fra capitalismo e neofascismo, incentrata sull’economia di guerra». In questo senso, i piani di pulizia etnica dei palestinesi in corso per realizzare «uno Stato biblico, privo di democrazia» sarebbero supportati «dalla volontà occidentale e di molti paesi arabi di alimentare una politica di riarmo anche contro l’idea di giustizia sociale e dei valori morali». Una politica di potenza di cui, secondo Pappe, sarebbe «complice, se non addirittura corresponsabile l’Unione europea», che sta contribuendo a scrivere «gli ultimi capitoli di una brutta storia», che a detta sua «si può archiviare nel lungo periodo agendo con urgenza, grazie a un fronte anche eterogeneo di forze decoloniali, guidate dall’esempio della popolazione palestinese, verso una coesistenza di libertà e prosperità». All’assemblea d’apertura c’è stato anche l’intervento di un’attivista palestinese del movimento queer in Cisgiordania, che ha ribadito la centralità del concetto di «Sumud» rispetto all’approccio di fermezza appunto del popolo palestinese, facendo appello a una «radicale compassione come pratica rivoluzionaria per trasformare l’impossibile in inevitabile, contro plurime forme di oppressione che approfittano delle nostre frammentazioni». In questo senso è andato anche l’intervento italiano sulle mobilitazioni di massa e gli scioperi generali dello scorso autunno, con il blocco generalizzato in risposta all’arrembaggio israeliano della Flottilla, sfidando la repressione di uno dei governi più a destra in Europa e scuotendo dal torpore l’opinione pubblica, grazie al percorso di convergenza e alle pratiche di mutualismo conflittuale, portate avanti da sindacati e organizzazioni di base, come i portuali del Calp di Genova o il Collettivo di Fabbrica ex-Gkn di Campi Bisenzio. L’esperienza del movimento solidale con la causa palestinese in Italia e il legame fra lotte sociali e rivendicazione dei diritti umani è stata rilanciata anche in uno degli otto panel che hanno costituito il convegno, grazie alla partecipazione del sindacato Sudd Cobas – da tempo impegnato nel riscatto di condizioni di lavoro dignitose nel settore tessile della Piana toscana – e del Comitato 25 Aprile di Prato, associazione antifascista attiva sul territorio. Al centro del programma di incontri anche l’attivismo intersezionale fra beni comuni e il lavoro di cura, con un approccio di classe, femminista ed eco-socialista, in risposta alla deriva speculativa e predatoria di un sistema capitalistico che, per gestire l’iniqua concentrazione di profitti ai propri vertici, si avvale sempre più di strumenti oppressivi alle sue frontiere esterne, così come nei rapporti fra regime dominante e popolazioni impoverite. In quest’ottica ha trovato particolare spazio la causa palestinese come epigono genocidiario di questo sistema, che si riflette nel nuovo corso imperialista degli Stati uniti e in una tendenza al superamento della globalizzazione finanziaria, in modo marcatamente mercantilista. Secondo l’attivista britannico-siriana della rete internazionalista The Peoples Want, Leila Al-Shami, «l’ordine europeo del dopoguerra e quello unipolare nato dopo il 1991 sotto l’egemonia dell’imperialismo statunitense, stanno volgendo al termine» sotto la spinta interventista «rappresentata dall’aggressione russa contro l’Ucraina, che ha inaugurato una nuova fase di espansione imperialista, in cui alcune potenze mondiali come Usa, Cina, Russia ed Europa stanno ridividendo le loro sfere di influenza». Un riassetto dell’ordine globale che prende le mosse dalla «continuità della violenza di Stato nel regime delle frontiere europee», come ribadito dai ricercatori antirazzisti di Border Forensics e dal comitato di migranti «No More» di Basilea nel denunciare «l’inasprimento della gestione delle frontiere esterne con la componente di intervento (Geas) di Frontex, abilitata a praticare forme di deportazione, ormai sempre più diffuse». L’organizzazione promotrice dell’Altra Davos – che nel corso del tempo ha visto un notevole ricambio generazionale con l’affiatata brigata del movimento che oggi non tocca l’età media di trent’anni – è stata in grado di mettere in contatto reti e realtà anticapitaliste di base, elaborando analisi critiche di ampia portata sulle ricadute della «pluridecennale dottrina  neoliberista, causa di crescenti iniquità, impoverimento e crisi della stessa democrazia liberale, in favore di un’estrema destra conservatrice e reazionaria».  Secondo il Movimento per il Socialismo, «il networking internazionalista al centro della conferenza è la chiave per cambiare il mondo costruendo un contro-potere all’alleanza fascio-capitalista», a fronte delle «instabili prospettive di crescita e di profitto, che portano a una concorrenza più agguerrita nella competizione globale per il controllo delle catene del valore, delle risorse naturali, fino a generare tensioni imperialistiche e guerre neocoloniali, con conseguente corsa al riarmo e alla militarizzazione delle società».  Al tempo stesso si denuncia come ogni velleità di nuovo corso ecologista sia stata accantonata dalla sedicente «potenza civile europea, aggravando la crisi climatica in modo irreversibile, fino alla distruzione di interi ecosistemi, che innescano nuovi conflitti sociali dovuti all’insostenibilità degli stili di vita e alla contrazione di spazi per realizzare una società solidale». Oltre all’elaborazione collettiva, le istanze emerse al contro-vertice sono state portate in piazza proprio all’inaugurazione del World Economic Forum, con una contestazione del «summit di oligarchi a Davos», che ha sfilato per le vie di Zurigo al grido «Trump non è benvenuto!», per ribadire quanto «il World economic Forum raduni profittatori dell’ordine economico capitalista, che fanno affari privati a porte chiuse in un contesto di fascistizzazione, ovvero di abolizione dei diritti democratici e sociali, di svuotamento della separazione dei poteri, di militarizzazione della società, di criminalizzazione dei migranti», con l’appello a «fermare la politica delle cannoniere che ha aperto il nuovo anno con l’agguato statunitense alla sovranità del Venezuela». Come riportato anche nell’intervento conclusivo da Sole, giovane esponente del Movimento per il Socialismo, «stiamo vivendo un contraccolpo della politica fossile e come forze di sinistra dobbiamo dimostrare che la sicurezza non può essere definita in termini militaristici, ma di benessere sociale, di sostenibilità ambientale, di parità di genere, solidarietà internazionale e diritto all’autodeterminazione delle popolazioni oppresse, organizzandoci per superare il capitalismo e costruire un mondo decolonizzato, femminista ed ecosocialista, che permetta a tutte le persone davvero di essere uguali nella loro diversità». *Tommaso Chiti attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, è laureato in Studi europei alla facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze. L'articolo Dall’Altra Davos, la vera sicurezza è la solidarietà proviene da Jacobin Italia.
Gli Argonauti dell’economia
Articolo di Tiziano Distefano Secondo un antico mito greco, perché Giasone potesse riprendersi il trono che gli spettava di diritto, dovette accettare la proposta dell’usurpatore Pelia: salpare in compagnia di una cinquantina di volontari a bordo della nave costruita da Argo alla ricerca del leggendario vello d’oro. Prima di partire, gli Argonauti avevano a disposizione solo indizi, racconti di altri marinai e una buona dose di determinazione. Tutto fu una scelta: decidere la rotta, affrontare insidie inattese, cambiare percorso all’improvviso. Il loro viaggio fu un’impresa collettiva, portata avanti da un gruppo eterogeneo che racchiudeva qualità e competenze diverse, ma anche ambizioni e desideri contrastanti, da conciliare continuamente.  L’umanità nel XXI secolo si trova ad affrontare un viaggio simile, costellato di incertezze e grandi sfide, di scelte difficili e di soluzioni comuni, per raggiungere un fine che sappiamo nominare — «sostenibilità» — ma che nessuno ha mai visto, né saprebbe descrivere esattamente come si realizzi.  CONOSCENZA, CONTROLLO E DOMINIO Qualche settimana fa, Josep Borrell ha rivendicato il ruolo dell’Ue nella difesa del «giardino ordinato», identificato con l’Occidente, contro la «giungla» del Sud globale che rischia di minare l’ordine costituito. Queste affermazioni fanno eco all’ideale seicentesco del Jardin du Roi inteso come uno spazio di natura messa in ordine, organizzata secondo le esigenze del potere e della scienza. Questa utopia ha resistito fino ai giorni nostri. La visione meccanicistica e dualistica del mondo, che separa e contrappone Homo e Natura, sta influenzando in profondità il dibattito ambientale. Qui ci concentreremo su un solo dispositivo, che in qualche modo li riassume tutti: l’analisi benefici–costi (ABC). Mostreremo come (non) funziona, come possiamo superarla e come affrontare le sfide macroeconomiche senza piegarsi ai diktat imposti dalle tecnocrazie neoliberiste. A prima vista, l’ABC sembra il criterio più naturale e immediato per prendere una decisione: si mettono su un piatto della bilancia tutti i possibili effetti positivi attesi e, sull’altro, i sacrifici da sopportare per ottenerli. Se i benefici superano i costi, la scelta appare razionale e quindi eticamente giustificata. La radice morale di questo approccio sembra profonda, tanto che l’ideale stesso di Giustizia trova nella dea Temi una potente rappresentazione iconografica: una figura bendata che regge una bilancia. Quest’approccio contabile e ragionieristico alla scelta può funzionare in molte situazioni, ma quando lo si estende a qualsiasi decisione rischia di produrre effetti disastrosi. Per mettere a confronto costi e benefici, infatti, è necessario ridurre qualsiasi fenomeno a un’unità di misura comune. Ma cosa accade quando entriamo in un territorio fatto di criteri e valori incommensurabili, che per loro natura non possono essere ricondotti alla stessa dimensione? Gli economisti, con notevole disinvoltura, rispondono che il problema non esiste: basta creare un mercato (o fingere che possa esistere) e il prezzo stabilirà il «valore» di qualunque cosa. Come mostra Michael Sandel nel libro Quello che i soldi non possono comprare, la monetizzazione dei valori produce una forma di corruzione morale: una degradazione etica derivante dall’imposizione di un criterio semplificatorio su ambiti che richiederebbero molteplici criteri di giudizio. Tornando sul piano macroeconomico, è utile ricordare un classico esempio di scelte difficili da commensurare fra loro. Negli anni Sessanta, si diffuse l’idea che esistesse una relazione inversa tra inflazione e disoccupazione. Indipendentemente dal fatto che questa relazione sia risultata instabile nel tempo, il punto cruciale resta lo stesso: che cosa deve fare la politica economica quando due obiettivi fondamentali non possono essere perseguiti contemporaneamente? Le istituzioni europee hanno optato per mantenere la stabilità dei prezzi «a ogni costo», con l’obiettivo di un’inflazione intorno al 2% nel medio periodo. Come mostrato durante l’ultima crisi inflazionistica, la Bce ha deciso di alzare i tassi di interesse per «raffreddare l’economia», scaricando il costo dell’aggiustamento sui lavoratori, tutelando invece il valore delle attività finanziarie.  È razionale sacrificare l’occupazione per garantire la stabilità dei prezzi? La scelta di dare priorità all’una rispetto all’altra non può essere presentata come tecnica o neutrale: si tratta, a tutti gli effetti, di una decisione politica, che favorisce certi gruppi sociali a discapito di altri. La dea Temi, ricordiamolo, tiene in mano non solo la bilancia, ma anche una spada: dietro la contabilità dei costi e dei benefici, alla fine, ci sono sempre conflitti, rapporti di forza e decisioni che vengono imposte e fatte rispettare. Lo stesso ragionamento vale, in modo ancora più grave, quando ci spostiamo sul piano ecologico. È così che sono nati prima i mercati dei diritti di emissione, e che più recentemente, alla Conferenza Onu sulla biodiversità Cop16 di Cali (Colombia, 2024), è stato portato al centro il progetto di costruire un vero e proprio mercato globale dei crediti di biodiversità. In ogni caso, gli ecosistemi vengono immaginati come costruzioni della Lego che si possono scomporre e rimontare a piacimento. Vi è anche un’altra giustificazione: «rendere visibile l’invisibile». Se qualcosa non ha un prezzo, si dice, la politica lo ignora e la situazione peggiora; meglio quindi un numero di fantasia che il silenzio delle statistiche.  Un ultimo aspetto da mettere in evidenza è quello del futuro. Nel mondo neoliberista «there is no alternative»: ogni conflitto viene ridotto a questione meramente tecnica e ogni voce fuori dal coro viene silenziata in nome dell’efficienza e del progresso – non a caso Fukuyama ha potuto parlare di «fine della Storia». I modelli neoclassici, fondati sulla logica ABC, offrono anche una visione estremamente ristretta del mondo, ridotto a un grande gioco d’azzardo in cui si può scommettere su tutto, perché tutto ha un prezzo. Non è un dettaglio che il modello elaborato da Nordhaus – premio Nobel per aver sviluppato «l’economia del cambiamento climatico» – si chiami Dice, letteralmente «dado». Il tipo di incertezza che questi modelli considerano è solo quello del rischio, tipico dei casinò: puoi vincere o perdere a seconda della faccia che esce, ma puoi calcolare esattamente le vincite e le perdite attese, perché tutti gli eventi possibili e tutte le probabilità sono noti a priori. Non sai se uscirà 1 o 4, ma sai che non emergeranno cambiamenti imprevisti dovuti all’interazione tra i giocatori, al tavolo, alle regole del gioco.  COMPLESSITÀ: LIBERTÀ È PARTECIPAZIONE La complessità è studiata da decenni, in particolare in fisica, e ha contribuito a modificare in profondità il paradigma scientifico. Tra le sue principali caratteristiche spiccano l’emergenza di fenomeni dovuti alle relazioni tra le parti – un campo di dune che cambia forma nel tempo non si capisce analizzando il singolo granello di sabbia – la relazione non neutrale tra osservatore e osservato, e soprattutto l’incertezza radicale che caratterizza la loro evoluzione. Questi aspetti implicano che il futuro è aperto, ignoto e in costruzione. È esattamente qui che entra in gioco la macroeconomia ecologica.  Al di là dei dettagli tecnici, è importante sottolineare lo scopo e la modalità con cui viene costruita la nuova generazione di modelli elaborati dalla macroeconomia ecologica. Primo: non pretendiamo di fare previsioni, ma utilizziamo simulazioni al computer per esplorare scenari alternativi che tengano conto del cambiamento climatico, del progresso tecnologico e della giustizia sociale. Secondo: si adotta un approccio modulare. Il sistema viene scomposto in «blocchi» che possono essere descritti separatamente, ma che devono essere connessi per comprendere il comportamento aggregato. Terzo: consapevoli che «tutti i modelli sono sbagliati», perché semplificazioni della realtà, adottiamo un atteggiamento di umiltà epistemica e di ascolto, ispirato ai principi della Post-normal Science. Come hanno sostenuto i pionieri di questo approccio, Funtowicz e Ravetz, quando «i fatti sono incerti, i valori in discussione, la posta in gioco alta e le decisioni urgenti», la scienza è necessaria ma non sufficiente. Per questo cerchiamo di lavorare in costante dialogo con diversi corpi sociali e portatori di interesse, per capire quali domande sono rilevanti, quali variabili e connessioni includere nei modelli e quali, inevitabilmente, tralasciare. Non pretendiamo di fornire risposte certe né di prevedere il futuro: vogliamo piuttosto contribuire a rendere l’economia un sapere democratico, costruito con e per la società. Il nostro viaggio è iniziato una decina di anni fa, quando abbiamo sviluppato un nuovo modello (Eurogreen) attraverso cui testare politiche sociali ambiziose che sarebbero state presentate al Parlamento europeo. Così, come dei novelli Argonauti, abbiamo costruito una «nuova nave» intrecciando conoscenze, metodologie e dati provenienti da discipline diverse. Nei nostri modelli, che simulano l’evoluzione delle economie dell’Italia e della Francia fino a metà secolo, abbiamo messo a confronto la «crescita verde», fondata sull’idea che il progresso tecnologico e il mercato possano automaticamente risolvere i problemi ambientali e sociali, con proposte alternative. Gli scenari mostrano che puntare tutto su efficienza energetica, automazione, produttività e politiche ambientali di mercato riduce sì le emissioni, ma al prezzo di più disuguaglianza e disoccupazione. Invece, ipotizzando riduzioni volontarie dei consumi, tassazione della ricchezza finanziaria e forti politiche sociali, è possibile ottenere nel lungo periodo meno CO₂, meno disuguaglianze e un più equo rapporto tra salari e profitti.  Sul fronte della crisi energetica e dell’inflazione, le nostre simulazioni per l’Italia confermano che l’esplosione dei prezzi dell’energia colpisce soprattutto chi ha redditi bassi, perché una fetta maggiore del loro reddito va in bollette, carburanti e affitti. L’indicizzazione dei salari insieme a un tetto agli affitti farebbe aumentare i salari reali e sostenere la domanda senza innescare automaticamente una spirale inflazionistica, migliorando la distribuzione a favore di lavoratori e lavoratrici. Inoltre, abbiamo immaginato di testare l’introduzione in Italia di una carbon tax sulla produzione, che cresce gradualmente da 30€ a quasi 200€ per tonnellata di CO₂ nel 2050. I risultati mostrano che questa politica, da sola, ha un impatto limitato sulle emissioni e può avere effetti regressivi, a meno che il gettito non venga redistribuito in favore delle fasce a basso reddito. L’uso mirato della tassazione permetterebbe così di evitare la povertà energetica senza impattare in modo significativo sui bilanci pubblici. Quando guardiamo all’adattamento climatico, vediamo che l’austerità è un boomerang: ingenti investimenti pubblici nel breve periodo, in deroga ai limiti imposti al bilancio, per l’adattamento riducono i danni futuri e migliorano persino la sostenibilità del debito pubblico a lungo termine.  Di fronte alle tecnologie che risparmiano lavoro, come ad esempio l’intelligenza artificiale, non esiste una bacchetta magica, ma un mix mirato di politiche sociali  – lavoro garantito per 300.000 persone e una riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali a parità di stipendio – finanziate da una patrimoniale, può trasformare l’innovazione in più sicurezza sociale invece che in nuova precarietà. Infine, esplorando la questione di genere, vediamo che quando si include la distribuzione del tempo, riconoscendo il valore del lavoro di cura, allora una riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, accompagnata da uno schema di reddito universale, aiuta a ridurre i divari di reddito tra donne e uomini, pur senza eliminare da solo il gender pay gap. Quando allarghiamo lo sguardo alle materie prime, scopriamo che gli scenari «tecno-ottimisti» non riescono a disaccoppiare davvero crescita e uso di materiali: più efficienza e riciclo non bastano se i volumi complessivi continuano a crescere. Emerge un’inedita connessione tra mercato finanziario ed economia circolare: la necessaria contrazione dell’uso delle materie prime, la maggior parte importate, per restare dentro i limiti biofisici può essere accelerata grazie a un ridimensionamento della finanza. In altre parole, drenare risorse dalla speculazione finanziaria verso l’economia reale sembra essere la carta vincente per un miglioramento delle condizioni di vita e della salute, minacciate dall’enorme produzione di rifiuti. Integrando nel modello anche la dimensione idrologica, si dimostra che crescita e crisi climatica tendono a esasperare lo stress idrico, ma che politiche pubbliche su efficienza, infrastrutture e limite ai pesticidi possono ridurlo significativamente. In definitiva, modelli «complessi per la complessità» permettono di superare il vecchio conflitto tra lavoro e ambiente, mostrando che i soli indicatori biofisici non bastano per dichiararsi «sostenibili», senza guardare a chi ne sopporta i costi.  In sintesi, da questi scenari emerge una tesi semplice ma politicamente solida: non è vero che «non ci sono alternative». Le politiche ambientali di mercato, prese da sole, non funzionano; servono pacchetti integrati di interventi pubblici, redistribuzione, riduzione dei consumi materiali e riconoscimento del lavoro – anche di cura – per tenere insieme clima, equità e democrazia. È un compito difficile, perché le misure necessarie sono complesse, conflittuali e devono essere rapide: per questo non possono essere delegate a una ristretta élite o nascoste dietro la finta neutralità dei modelli neoclassici. Come ricorda David Graeber in L’alba di tutto, gli esseri umani si distinguono proprio per la capacità di scegliere consapevolmente e collettivamente tra forme diverse di organizzazione sociale. Nei sistemi complessi, dove non è possibile prevedere tutti gli effetti a causa del ruolo attivo «dell’osservatore», la partecipazione non è solo un valore politico, ma una necessità scientifica: è l’unico modo per esercitare una reale libertà collettiva. Di fatto, è ciò che è già accaduto negli ultimi decenni: governi e istituzioni hanno imposto politiche neoliberiste senza conoscerne davvero tutte le conseguenze, o fingendo di misurarle con l’ABC. Se la complessità ci dice che il futuro è aperto, la vera posta in gioco non è trovare il modello «giusto» che lo predice, ma lottare per partecipare alla costruzione del mondo che vogliamo. La macroeconomia ecologica, nel suo piccolo, è un tentativo di farlo: rimettere economia, ecologia e democrazia sulla stessa imbarcazione. E non riguarda solo l’Europa: anche in diversi paesi del Sud del mondo – dal Brasile alla Cina, fino alla Colombia – nuovi lavori stanno sperimentando questo approccio per esplorare nuovi percorsi capaci di affrontare disuguaglianze crescenti, crisi ecologiche e povertà. Sta a noi decidere se restare a riva ad aspettare gli oracoli del libero mercato, o salire a bordo e contribuire a tracciare una nuova rotta. *Tiziano Distefano è Professore associato in Economia Politica presso il Dipartimento di Scienze per l’economia e l’impresa dell’Università di Firenze e membro eletto del board dell’International Society for Ecological Economics (Isee). Questo articolo presenta le osservazioni personali dell’autore sull’emergente disciplina della Macroeconomia Ecologica, a cui si dedica una crescente comunità internazionale di studiosi e studiose impegnati nello sviluppo di modelli eterodossi. Qui si sono discussi, in particolare, alcuni risultati dei gruppi di ricerca delle Università di Firenze e di Pisa, grazie soprattutto al lavoro del Prof. Simone D’Alessandro e del Dr. Guilherme Morlin. Chi volesse mettersi nei panni di un «decisore politico» può accedere al toolkit online gratuito del progetto Ecoesione, con cui è possibile sperimentare gli effetti di diverse politiche sociali ed energetiche per l’Italia e osservarne le conseguenze su un ampio insieme di indicatori socio-economici e ambientali. L'articolo Gli Argonauti dell’economia proviene da Jacobin Italia.
Iran. No alle ingerenze imperialiste, il destino di un paese lo decide la lotta tra le classi
Lo scontro in corso sull’Iran ha necessità di essere compreso in tutti i suoi aspetti. In esso agisce sia una contraddizione dall’esterno – l’interesse israeliano e statunitense a fare fuori il principale competitore regionale sugli assetti imperialisti in Medio Oriente – sia una contraddizione interna che attiene al contrasto sempre […] L'articolo Iran. No alle ingerenze imperialiste, il destino di un paese lo decide la lotta tra le classi su Contropiano.
Dialogo Caracas-Washington risultato della Diplomazia Bolivariana di Pace, Rodriguez: “Il popolo venezuelano rimanga unito”
Rodriguez: “Non abbiamo paura di dialogare con gli USA” La Presidente vicaria (facente funzioni) del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha ribadito venerdì 16 gennaio che il suo Paese non ha paura di stabilire “relazioni” bilaterali con gli Stati Uniti, perché, nonostante siano state segnate da difficoltà nel corso della loro esistenza, si tratta di legami “storici”.  “Non abbiamo paura di stabilire relazioni con un Paese di questo emisfero, con gli Stati Uniti. Si tratta di relazioni storiche, mantenute persino dal nostro liberatore Simón Bolívar. Sono relazioni storiche, che hanno indubbiamente subito battute d’arresto, credo dovute alla scarsa comprensione da parte della [Casa Bianca] della realtà politica, economica e sociale del Venezuela” – ha affermato la Presidente durante un incontro con i membri del Consiglio Nazionale per l’Economia Produttiva. Alla vigilia dell’incontro con gli USA, ha affermato che le autorità venezuelane sono consapevoli che gli Stati Uniti “sono molto potenti, una potenza nucleare letale”, ma nonostante questa differenza di potere, Caracas è convinto che sia possibile negoziare su un piano di parità.  Delcy Rodríguez (a sinistra) saluta il Ministro dell’Industria e della Produzione Nazionale del Venezuela, Alex Saab. Caracas, 16 gennaio 2026. Ufficio stampa presidenziale venezuelano “Abbiamo visto il loro operato nella storia dell’umanità. Lo sappiamo. E  non abbiamo paura di affrontarlo diplomaticamente, attraverso il dialogo politico, come è opportuno, e  di risolvere una volta per tutte questa contraddizione storica “ – ha sostenuto, riferendosi al contrasto tra, da un lato, la Dottrina Monroe (e la attuale e vergognosa Dottrina Rubio, in violazione con il diritto internazionale) difesa dal Paese nordamericano e, dall’altro il bolivarismo venezuelano e la Diplomazia Bolivariana di Pace. Dialogo Caracas – Washington su energia, commercio e cooperazione economica, ma al servizio del popolo venezuelano Sebbene si debba ammettere che da 18 trimestri consecutivi il Venezuela, guidato dal governo socialista bolivariano di Nicolas Maduro fosse in crescita economica – diventando il primo Paese in crescita in Sudamerica nel 2025 – e che la Legge di Bilancio 2026 (presentata dalla stessa Delcy Rodriguez, in qualità di vicepresidente) aveva già previsto un futuro investimento del 77,8% del bilancio in piani sociali, l’aggressione USA del 3 gennaio ha scombussolato i piani del governo bolivariano.  Rodríguez, garantendo la continuità con il governo Maduro, soprattutto per quanto riguarda il Programma di Ripresa Economica del 2018, ha dichiarato: “Ratifichiamo pienamente il programma di ripresa economica , prosperità e crescita presentato al Paese dal Presidente Nicolás Maduro nel 2018, che ci ha permesso di essere dove siamo; che ha permesso all’economia venezuelana di essere un’economia leader nella crescita in America Latina”. Con l’avvio degli attuali dialoghi con gli USA, Rodriguez ha rivelato al pubblico che Caracas e Washington stanno “affrontando questioni di energia, commercio e cooperazione economica in vari modi”, sebbene abbia sottolineato che “questa agenda economica deve essere al servizio del popolo venezuelano”, in conformità con le linee guida definite dal presidente Nicolás Maduro.    Delcy Rodríguez saluta un membro del Consiglio Nazionale per l’Economia Produttiva. Caracas, 16 gennaio 2026.Ufficio stampa presidenziale venezuelano Il modello, ha spiegato, si basa sulla produzione nazionale di cibo, manufatti, medicinali e altri beni strategici, attraverso un’alleanza tra il settore pubblico e gli enti privati. Ha inoltre riferito che sono stati implementati programmi di assistenza sociale, sottolineandone l’importanza nel fornire  supporto psicologico e alimentare alla popolazione di fronte all’impatto dell’attacco di Washington (2). In questo modo, ha sostenuto, ci si aspetta che “i nuovi investimenti che potrebbero arrivare nel Paese saranno volti a potenziare i processi produttivi nazionali attorno a ciò che si produce in Venezuela “, perché questa espressione di sovranità ha permesso “di superare le gravi condizioni generate dal blocco criminale” degli Stati Uniti.  Quest’anno si prevedono maggiori risultati, investimenti e benessere per il popolo venezuelano, ha assicurato la presidente ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, attraverso i suoi social media: “Nel 2025, la nostra industria degli idrocarburi e i 14 motori dell’economia hanno registrato una performance straordinaria e quest’anno si prevedono risultati, investimenti e benessere ancora maggiori per la nostra gente”. Ha inoltre sottolineato che, dopo il Primo Consiglio Nazionale dell’Economia Produttiva del 2026 (3), ha ascoltato attentamente i rappresentanti dei vari settori produttivi del Paese e che questi hanno presentato la tabella di marcia che guiderà il cammino di crescita economica a beneficio dei venezuelani. Ogni centesimo ricevuto e investito dai fondi sovrani verrà reso noto Per quanto riguarda i ricavi che il Paese otterrà dalla vendita del suo petrolio greggio, Rodriguez ha sottolineato che saranno destinati a “due fondi sovrani”, uno destinato a “migliorare il reddito dei lavoratori “ e un altro a migliorare le infrastrutture e i servizi.  La presidente vicaria ha ribadito che i due fondi sociali sovrani, recentemente annunciati, avranno lo scopo di “equilibrare le disuguaglianze”. Lo ha annunciato sabato durante una giornata di assistenza completa nell’agglomerato urbano di Ciudad Tiuna, i cui spazi sono stati colpiti dall’attacco militare perpetrato dagli Stati Uniti (USA) contro il Venezuela. “Abbiamo creato due fondi sociali. Questa settimana lavoreremo con il Consiglio dei Ministri dell’Economia e il Consiglio dei Servizi Pubblici. Il primo fondo sovrano sarà destinato alla protezione sociale; qualsiasi reddito derivante dalla produzione di petrolio e gas andrà direttamente a sostenere il reddito dei nostri lavoratori, i programmi sanitari, la sicurezza alimentare, l’istruzione e l’edilizia abitativa. Il secondo fondo sovrano sarà destinato ai servizi pubblici, alle infrastrutture, all’acqua, al gas, all’elettricità e alle strade” – ha sottolineato, sottolineando anche che il governo nazionale riferirà su ogni centesimo che entra e viene investito dai due fondi sovrani. “Quello che vogliamo è che queste valute estere siano destinate allo sviluppo economico e sociale del Venezuela attraverso la creazione dei fondi sovrani che ho annunciato ieri […]. Le entrate petrolifere devono essere per tutto il Venezuela e per tutto il popolo venezuelano , in tutte le sue circostanze” – ha sottolineato .  A sostegno della sua tesi, ha spiegato che un aumento del reddito dei lavoratori ha un impatto positivo sui consumi – e quindi sui settori industriale e commerciale – mentre la rivitalizzazione economica consentirà “la sostituzione strategica delle importazioni” e l’aumento delle casse pubbliche attraverso la “riscossione delle imposte”, nell’interesse di “colmare i divari fiscali”.  “Nessuno impazzisca qui , perché il piano di diversificazione della nostra economia lontano dalle entrate petrolifere deve proseguire, e questo Consiglio economico nazionale deve diventare il motore affinché le piattaforme industriali abbiano accesso al credito, affinché i settori economici abbiano accesso al credito, affinché i comuni, attraverso consultazioni popolari, abbiano la garanzia di un sostegno finanziario per gli imprenditori […], affinché il credito diventi un motore dell’apparato produttivo del Venezuela” – ha aggiunto.  Il popolo venezuelano rimanga unito contro l’estremismo golpista Sabato 17 gennaio 2026, la presidente vicaria del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha esortato i venezuelani a restare uniti, sottolineando che “l’estremismo sta lavorando” per dividere il popolo venezuelano. “L’appello è a restare uniti. Il nemico è all’opera, sia il nemico esterno che l’estremismo interno; stanno lavorando per dividere il nostro popolo, e la migliore risposta è la calma, la pazienza e la prudenza strategica ” – ha affermato durante una visita alla comune di Heroínas de la Patria a Fuerte Tiuna, uno dei quartieri colpiti dall’aggressione statunitense del 3 gennaio 2026, culminata nel sequestro del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores (1). Rodríguez ha affermato che il Paese sudamericano è la “terra dei liberatori” e ha quindi esortato “il popolo di Simón Bolívar a continuare a fornire esempi storici di superamento delle difficoltà “. “Che nulla ci abbatta, nulla ci sconfigga e che quello spirito, lo spirito di Bolívar, che era uno spirito vittorioso e indistruttibile, sia lo spirito del Venezuela di oggi”, ha aggiunto. La presidente ad interim ha ribadito il suo appello, chiedendo il rilascio di Maduro e Flores. “È la volontà del popolo venezuelano: che il presidente Maduro torni, che la primera combatiente torni” – ha affermato. La centralità della Diplomazia Bolivariana di Pace nel dialogo Fin da subito, il fatto che Delcy Rodriguez sia stata propensa al dialogo con gli USA da un lato ha creato scetticismo nel movimento in solidarietà internazionale alla Rivoluzione Bolivariana, mentre dall’altro è stato usato proprio dai peggiori anti-chavisti (sia dentro sia fuori il Venezuela) al fine di dare un immagine cedevole del suo attuale governo, come se fosse pronto a “piegarsi al volere degli USA” (spesso diffondendola con fake news e notizie distorte). Cavalcare questa narrazione ha uno scopo, da parte del sistema mediatico occidentale e del suo establishment: frammentare ancora di più il movimento in solidarietà alla Rivoluzione Bolivariana facendo leva su uno scetticismo emotivo e non ragionato. Rodriguez è sostenuta dalla base chavista ed è sostenuta dal 91% dei venezuelani godendo di stima, oltre che di territorialità, cosa di cui pochi capi di stato godono. Come ha ribadito recentemente Rodriguez, la Diplomazia Bolivariana di Pace – ossia la “filosofia del dialogo” con chiunque – è parte delle grandi innovazioni umanistiche della Rivoluzione Bolivariana che ha segnato una svolta in politica estera rispetto ai governi pre-chavisti in Venezuale, oltre che ha segnare un esempio per chiunque in ambito esterno uscendo dalle logiche dell’unilateralismo ed aprendo al multipolarismo. Lo strumento diplomatico usato come prevenzione esclusiva ai conflitti militari, diplomatici, economici e geopolitici. Questo è lo strumento che è applicato ora dal governo bolivariano nel dialogo con Washington. Diosdado Cabello Rondón, segretario generale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), il 13 ottobre 2025 ha espresso la sua posizione quando era stato consultato in merito alla convocazione di una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite promossa dal Paese nei giorni precedenti. Cabello aveva sottolineato che “il Venezuela utilizza tutti i meccanismi diplomatici per evitare sempre qualsiasi conflitto, non solo nel territorio venezuelano, ma in qualsiasi parte del mondo. Il Venezuela si è sempre caratterizzato, durante la rivoluzione, per avere una diplomazia di pace”, e ha esortato le persone a ricordare “come i diplomatici venezuelani sono stati utilizzati in passato, ad esempio in El Salvador, dove gli squadroni della morte sono stati creati dall’ambasciata venezuelana”. Ha ricordato: “Quando Luis Herrera Campins era presidente, negli anni ’70 e ’80 c’erano gli squadroni della morte; persone che non avevano scrupoli di alcun tipo e usavano il corpo diplomatico per creare squadroni della morte insieme alla CIA, per assassinare figure religiose, leader popolari e leader sindacali. Con il Comandante Chávez siamo entrati in una nuova fase; prima di non ingerenza, ma anche di una diplomazia di pace, dove il nostro attuale presidente Nicolás Maduro ha ricoperto la carica di Ministro degli Esteri per sette anni. È una scuola. Abbiamo presentato il nostro Paese come una forza di pace davanti a tutti gli organismi competenti” – ha concluso. Oggi, più che mai, il governo bolivariano guidato dalla Presidente vicaria Delcy Rodriguez è questo: governare dialogando in pace per la pace senza dimenticare la sovranità del proprio Paese e il diritto all’autodeterminazione dei popoli.   (1) Con il pretesto di combattere il narcoterrorismo, il 3 gennaio gli Stati Uniti  hanno lanciato  una massiccia aggressione militare in territorio venezuelano (1), colpendo Caracas e gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira. L’operazione si è conclusa con il rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, che sono stati condotti a New York. Le aree prese di mira erano di interesse militare, ospitavano sistemi di difesa aerea e infrastrutture di comunicazione, sebbene anche le aree urbane siano state colpite e vi siano state vittime civili. Caracas ha descritto le azioni di Washington come una ” aggressione militare molto grave ” e  ha avvertito  che l’obiettivo degli attacchi “non è altro che impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del petrolio e dei minerali, nel tentativo di spezzare con la forza l’indipendenza politica della nazione”. Molti Paesi in tutto il mondo, tra cui Russia e Cina,  hanno chiesto  il rilascio di Maduro e di sua moglie. (2) Il Ministero degli Esteri russo  ha sottolineato  che al Venezuela deve essere garantito il diritto di decidere autonomamente del proprio destino, senza alcuna ingerenza esterna. Secondo il Ministero degli Interni, della Giustizia e della Pace del Venezuela, nell’attacco  sono morte almeno 100 persone , tra cui 32 cubani appartenenti alla squadra di sicurezza che proteggeva Maduro. (3) incontro con i leader aziendali nazionali, pubblici e privati, per coordinare e promuovere gli investimenti nel Paese.   Fonti: https://actualidad.rt.com/actualidad/582571-delcy-rodriguez-no-tener-miedo-relaciones-eeuu https://actualidad.rt.com/actualidad/582706-extremismo-trabaja-delcy-rodriguez-llama-union   Lorenzo Poli
Sei punti per orientarsi nell’Iran in tumulto
L’Iran è in subbuglio. In tutto il paese si sono verificate proteste di diverse entità, con una crescente violenza che ha visto sia manifestanti che poliziotti finire all’obitorio. Ciò che è iniziato come scioperi e proteste contro l’inflazione ha riunito una serie di malcontenti, con donne e giovani frustrati da […] L'articolo Sei punti per orientarsi nell’Iran in tumulto su Contropiano.
Che succede in Iran? – di Fariba Adelkhah
Dietro l'intensificarsi delle proteste e la loro repressione si celano dinamiche complesse che intrecciano rivendicazioni popolari, lotte per interessi economici, divisioni interne al governo e incertezze sulle alternative politiche. Pertanto, il rapporto tra Stato e società appare profondamente conflittuale e il futuro del regime altamente incerto. Articolo pubblicato in francese sul sito AOC (Analyse [...]
Una moneta globale contro instabilità e guerra
Articolo di Marco Bertorello Una vecchia proposta non deve essere necessariamente una proposta vecchia. Può mantenere una stringente attualità. In particolare in relazione al contesto dato, alle condizioni rimaste inalterate nel tempo o che sono tornate simili.  UNA MONETA GLOBALE È il caso, per esempio, di una International Clearing Union, idea avanzata da John Maynard Keynes a proposito della creazione di una moneta globale, che avrebbe dovuto chiamarsi Bancor e funzionare come una sorta di «camera di compensazione» per favorire scambi commerciali e al contempo non far prevalere attori dominanti. Una proposta avanzata dall’economista britannico durante la Seconda guerra mondiale e che fu cestinata durante gli accordi di Bretton Woods a favore del dollaro, che allora divenne moneta di riserva internazionale evidenziando come gli Stati uniti fossero la principale potenza militare uscente dal secondo conflitto mondiale. Qualche anno dopo l’allora ministro delle finanze francese e poi presidente della repubblica, Valèry Giscard d’Estaing, lo avrebbe definito un «privilegio esorbitante». Una moneta per gli scambi globali viene oggi riproposta da Stefano Lucarelli in un agile quanto denso libretto dal titolo Il tempo di Ares. Un’analisi delle vicende economiche di quasi un secolo, che scorre in parallelo a continui, eruditi e piacevoli, richiami alla tradizione mitologica greca. Lucarelli descrive Ermes (il dio del commercio e dei ladri) come antesignano di Ares (il dio della guerra) per poi arrivare a Pan (il dio che si incontrava nei luoghi più oscuri e che rappresentava gli impulsi umani vitali da cui derivavano il panico come l’euforia). Si può intuire, dunque, quanto lo sviluppo di crescenti relazioni di scambio conduca a un mondo sempre più privo di regole, teso verso uno scontro che da semplicemente mercantilista rischia di diventare economico-militare per produrre un nuovo ordine sulle ceneri di quello precedente.  Questa parabola è il frutto di crescenti squilibri internazionali, dove esistono paesi che realizzano avanzi commerciali e altri deficit, di conseguenza dove vi sono paesi creditori e debitori. Occidente e Sud del mondo. In particolare Stati uniti e Cina. I primi principale potenza militare e detentori della prima moneta globale, la seconda indiscutibile potenza in ascesa, che da fabbrica del mondo sta diventando leader tecnologico ed economico autonomo con diffuse relazioni internazionali. Il bipolarismo in via di affermazione sta spingendo verso un confronto senza esclusione di colpi. Come il recente attacco statunitense al Venezuela sta a dimostrare. Un’aggressione per cui, come per le armi di distruzione di massa di cui sarebbe stato in possesso l’Iraq, nulla c’entra la droga, ma il petrolio che in questo caso Caracas fornisce a Pechino. Un intervento neppure per il petrolio in sé (di cui forse gli Usa neppure necessitano così tanto), ma di interdizione a ruolo e vantaggi cinesi in America latina. A questo punto, con lo scalpo del diritto internazionale nelle mani di Washington, forse la Cina potrà invadere Taiwan dentro uno scontro geopolitico esponenziale. SEMPRE PIÙ CONCENTRAZIONE Lucarelli riprende studi già effettuati con Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti e che dimostrano, attraverso la messa in relazione di percorsi diretti e indiretti di quello che gli autori chiamano net control (cioè il controllo aziendale), come il numero di detentori di capitali vada restringendosi sostanzialmente. Tale riduzione conferma tuttora la validità della legge di concentrazione tendenziale o di «movimento» dei capitali, ai tempi individuata da Marx, e sottolinea una sorta di «coevoluzione» tra la concentrazione e le tensioni imperialistiche in corso. Il nuovo ordine internazionale si caratterizza, dunque, per spinte protezionistiche e sanzionatorie che danno vita a crescenti conflitti tra un blocco occidentale e uno orientale. In sostanza, quel che sta accadendo viene riassunto in «una particolare configurazione della centralizzazione dei capitali: dopo aver raggiunto un certo consolidamento all’interno della specializzazione produttiva internazionale, i capitali riconducibili ai paesi creditori hanno cominciato ad acquisire i capitali riconducibili ai paesi debitori, rompendo in tal modo gli equilibri del circuito finanziario e militare che ha dominato le relazioni internazionali almeno a partire dagli anni Novanta sino ad oggi». Lucarelli spiega come le due principali potenze, Usa e Cina, siano accomunate proprio dall’aumento della centralizzazione, dove l’80% delle azioni passa da una concentrazione del 3% a meno dell’1% negli Usa, mentre in Cina passa addirittura dal 13% a meno dell’1%. La meta è identica, ma con un ritmo differente. Pechino accelera, da paese last incomer, realizzando un percorso a tappe forzate per assumere un profilo adeguato alla contesa.  Il riciclo delle eccedenze, cioè i surplus commerciali, realizzate in oriente si riversano in occidente mirando non solo a investimenti di breve termine, ma a conquistare posizioni strategiche in settori chiave dell’economia, in particolare in Europa. Il quadro in via di affermazione, è la tesi principale di Lucarelli, dà vita a una competizione capitalistica mondiale che «genera continuamente vincitori e vinti, con i primi che a lungo andare diventano creditori dei secondi e tendono a liquidarli o a fagocitarli. La cosiddetta tendenza verso la “centralizzazione del capitale” in sempre meno mani, col tempo sposta il controllo del capitale dei debitori liquidati verso i creditori che li acquisiscono». Ne consegue un ribaltamento dei ruoli. I paesi occidentali da promotori della globalizzazione ne diventano vittime. Da qui i tentativi difensivi: tra protezionismo e friend-shoring per un’alleanza geopolitica in grado di reggere la competizione con il Sud-globale in ascesa. NUOVE OPPORTUNITÀ La concentrazione coniugata con la supercompetizione crea un contesto permanentemente instabile, con tensioni economiche che rischiano spesso di slittare in quelle militari. Con una portata sempre meno localizzata, come l’aggressione russa dell’Ucraina dimostra. I due poli, verrebbe da aggiungere, non sono monolitici. Se da un lato la Cina mette a valore la propria potenza industriale e le proprie capacità di penetrazione commerciale, dall’altro la Russia svolge il ruolo di potenza con grandi risorse energetiche in chiave militare. Intanto gli Usa, nella loro versione estrema trumpiana, tentano di costruire un nuovo blocco con al centro loro stessi, in una logica di potenza in declino, lontana anni luce da quella in ascesa dell’immediato secondo dopoguerra. Alla «generosità interessata» dei piani Marshall degli anni Cinquanta segue ora una logica «egoistica» che non fa sconti a nessuno, neppure ai propri alleati. L’Europa così diventa forse una delle principali vittime del nuovo panorama. Interrotti gli acquisti di gas russo, ora il Vecchio continente si trova sotto il ricatto del nuovo fornitore di energia: gli Stati uniti. Da qui i balbettii e i distinguo non solo sulla vicenda venezuelana, ma persino sul rischio di un’invasione della Groenlandia. In un contesto di ipercompetizione mercantilista che rischia di slittare in conflitto militare si può aprire l’era del dio Pan: era di panico, ma anche di ricostruzione di opportunità. Tradotto: dalla destabilizzazione possono nascere nuove occasioni per costruire un nuovo ordine economico-finanziario più stabile e all’insegna di scambi equi e pacifici.  Lucarelli quindi riparte dalle condizioni reali di affermazione della globalizzazione, innanzitutto dal suo portato di deregolamentazione finanziaria, e risale all’origine dei primi scricchiolii della globalizzazione a partire dalla crisi dei paesi asiatici nel 1997. Questi scricchiolii convincono Lucarelli dell’utilità di controlli internazionali di movimento di capitali e, perché no, aggiungerei, di repressione finanziaria vera e propria per scoraggiare atteggiamenti speculativi o eccessivamente rischiosi. Si domanda se oggi i banchieri centrali, incalzati dai venti di guerra, favoriscano lo scontro oppure nuove condizioni di pace. Da una parte c’è il rigore di bilancio, l’austerità sociale coniugata con il deciso aumento delle spese militari intese come strumento anticiclico, un progetto subalterno alle logiche di potenza trumpiane, dall’altra misure di «disarmo finanziario».  Ecco che emerge la proposta di cui si parlava all’inizio: l’istituzione di una banca centrale con una moneta che svolga la funzione di camera di compensazione internazionale, con facoltà di aumentare la liquidità per gli scambi internazionali. Utile a finanziare il commercio globale senza la necessità che i singoli Stati versino un acconto preliminare. Una moneta, dunque, con aperture di credito commisurate ai volumi di esportazioni e importazioni peculiari di ogni Stato. Tale regolamentazione consentirebbe di far coincidere i massimali di indebitamento con quelli di concessione di credito, evitando squilibri commerciali che graverebbero sui paesi debitori. In buona sostanza sarebbero previsti dei tassi negativi sia sugli accumuli di riserve sia sui debiti, incentivando scambi tendenzialmente simmetrici e sancendo così il principio che negli scambi internazionali deve esser previsto l’obbligo di saldare i debiti, ma anche di spendere i propri crediti, fuori da logiche di accumulazione infinita. Un’idea già evocata ai tempi di Keynes, ma rimasta una «possibilità inattuata». Un’idea che, riattualizzata, servirebbe non certo «per vincere la guerra, ma per “vincere la pace”». Lucarelli ha rilanciato il tema anche nel dibattito su un’alternativa economica promosso da Jacobin. GUERRE E STAGNAZIONE Aggiungo una  considerazione. Oltre ai processi di concentrazione, che sono fondamentali per comprendere il presente e i rischi del futuro, va considerato il crescente ingolfamento dell’economia di mercato. Cioè la sua ormai decennale (se non secolare) tendenza alla riduzione della crescita economica, in particolare nei paesi occidentali. I ritmi, capitalisticamente intesi, sono impietosi. Oggi in Italia festeggiamo un aumento del Pil dello 0,6% a fronte di decimali inferiori della Germania. Siamo lontani non solo dalla golden age dei Cinquanta e Sessanta, ma anche dagli anni Novanta. Tale tendenza risulta decisiva per comprendere le scelte dominanti attuali. Gli Usa non pensano più a guerre in giro per il mondo per accaparrarsi risorse energetiche, come ai tempi del loro predominio unipolare (vedi Iraq o Afganistan), ma alla costruzione del controllo di un’area strategica attigua geograficamente che ospiti catene del valore regionalizzate. Tale cambio di passo riconosce implicitamente il concorrente cinese ed è pronto a sacrificare persino gli storici alleati in una logica di sopravvivenza. Da qui i ponti, per quanto traballanti, offerti da Trump alla Russia nel conflitto con l’Ucraina e, soprattutto, il dichiarato intento di ridurre le proprie spese Nato.  La crisi che stanno attraversando gli Usa suggerisce che il paese sopporti a fatica le spese militari, in parte giudicate addirittura improprie. D’altronde ciò che Dwight Eisenhower definiva complesso «militar-industriale» non gioca più come un tempo quella funzione sistemica per gli assetti socio-economici. Da qui la progressiva riduzione delle spese militari dagli anni Sessanta al nuovo secolo in relazione al Pil. Con un nuovo aumento di spesa che arriva solo a partire dai conflitti con il mondo islamico nel XXI secolo, ma che risulta sempre più incompatibile con una crescita anemica ben al di sotto delle necessità di potenza che avrebbe Washington.  La Nato, poi, è un’alleanza che gli Stati uniti giudicano, in qualche misura, desueta. Ognuno dovrebbe spendere per giungere all’autosufficienza in difesa e tutela dei propri interessi. L’Europa paradossalmente pensa di approfittare di questo nuovo stato di guerra per imporre un deciso aumento delle spese militari, magari con riconversioni belliche di parte dell’industria civile, secondo una logica da keynesismo militare. Tali spese dovrebbero essere un volano per l’economia o, meglio, un volano di alcuni comparti industriali in un contesto stagnante e di si salvi chi può. Lo stato di guerra, dunque, non significa necessariamente guerre o maggiori guerre di tipo tradizionale, sebbene non si possano escludere come l’Ucraina ci insegna. Ma un sistema che risponde a necessità interne e più profonde, un dispositivo di disciplinamento sociale.  Lucarelli cita espressamente un lungimirante scritto di Raniero La Valle e Claudio Napoleoni del 1986, nel quale affermano come un sistema di guerra sia «un sistema dove le armi non sono solo strumenti militari di difesa, accessori e subordinati alla volontà generale, ma sono di fatto la massima struttura di potere della società, ciò che ne esprime e determina la vera natura; un sistema dove le armi non hanno solo una funzione militare, ma ancor più hanno una funzione politica; esse di fatto determinano la natura del regime politico, ne producono la costituzione materiale, segnano limiti rigidi alle possibilità di alternative e di mutamenti interni al sistema politico, fissano i confini di compatibilità dei suoi rapporti esterni e della sua politica internazionale, si impongono come fonte normativa primaria e architrave del sistema». Insomma molto di più di quella che denunciamo come guerra. *Marco Bertorello lavora nel porto di Genova, collabora con il manifesto ed è autore di saggi su economia, moneta e debito fra cui Non c’è euro che tenga (Alegre, 2014) e, con Danilo Corradi, Capitalismo tossico (Alegre, 2011) e Lo strano caso del debito italiano (Alegre, 2023).  L'articolo Una moneta globale contro instabilità e guerra proviene da Jacobin Italia.
Primi passaggi contro la crisi
Articolo di Alessandro Volpi La crisi del capitalismo finanziario, attraversato da una gigantesca bolla che trova alimento quasi esclusivamente dal trasferimento del risparmio di buona parte del mondo occidentale in direzione delle Borse americane e in particolare verso un numero ristretto di titoli di società partecipate dai grandi gestori globali di tali risparmi, sta rapidamente aggravandosi. Ciò esaspera ancor più la natura predatoria del capitalismo con lo smantellamento dei sistemi di Welfare e delle stesse sovranità democratiche, per continuare a creare nuovi soggetti che hanno bisogno della finanza.  Al di là dell’obiettivo di un superamento definitivo di un simile modello – che non è possibile definire  in queste poche righe – mi sembrano indispensabili alcuni passaggi propedeutici per muoversi in tale direzione, partendo dal piano europeo. Tratteggerò di seguito in modo schematico questi necessari passaggi. LIMITARE LA CIRCOLAZIONE DEI CAPITALI È necessaria la reintroduzione di forme di limitazione di circolazione dei capitali che dovrebbero restituire una dimensione «territoriale» alla gestione dei capitali stessi e dei risparmi. L’unica dominante non può essere rappresentata dal massimo rendimento finanziario, a prescindere dalle effettive ricadute sui tessuti produttivi e sui livelli e sulla qualità del lavoro e della sua retribuzione.  L’ideologia del superamento dei vincoli sociali, e più in generale il processo di affidamento alla finanza e alla sua infinita ingegneria, non può motivare un’idea di mercato dove la determinazione del valore è solo finanziaria. Per evitare ciò occorre una normativa, statale ed europea, che impedisca la corsa verso la finanza degli Stati uniti, iniziata fin dall’era reaganiana. La costruzione di macro aree regionali di circolazione di capitali e risparmi e l’introduzione di vincoli specifici alla loro destinazione deve rappresentare l’oggetto di uno sforzo politico profondamente radicale e innovativo.  RIDURRE GLI STRUMENTI FINANZIARI Serve una drastica riduzione del numero e delle tipologie di strumenti finanziari, finalizzati a moltiplicare le ricadute «diffuse» dell’altamente insufficiente capacità della finanza di generare ricchezza e soprattutto a evitare una sua eccessiva concentrazione destinata a creare un vero conflitto sociale. Mi riferisco agli strumenti della cosiddetta «democratizzazione» della finanza, messi a disposizione di tutti e inseriti nei sempre crescenti fondi pensione privati, che sono in realtà lo strumento di tenuta del sistema capitalistico, attraverso l’allargamento costante della platea dei coinvolti nella finanza.  Le normative degli ultimi tre decenni si sono mosse nella direzione di consentire l’esplosione della finanza «derivata» nelle sue infinite forme  – basti pensare agli Etf, gli Exchange Traded Funds, ossia i fondi di investimento quotati sui mercati – rivolte a un pubblico socialmente sempre più vasto. Questo processo deve essere invertito, cancellando gran parte di questi strumenti nell’intento, chiaro, di riportare la finanza a una dimensione esclusivamente legata all’economia reale. TASSARE LA RENDITA FINANZIARIA È necessaria una radicale riforma fiscale, intesa come strumento per spostare il prelievo dal lavoro dipendente e dai consumi in direzione della rendita, a cominciare da quella finanziaria.  Non è più tollerabile che proprio la rendita finanziaria sia la forma di reddito e di ricchezza che paga meno imposte, mentre continua a essere mantenuto in vita un principio ottocentesco di tassazione basato sul lavoro. Patrimoniali, imposte di successione, imposte sulla rendita dotate di forte progressività sono le condizioni per generare un gettito in grado di sostenere la spesa sociale indispensabile a bloccare la privatizzazione degli Stati. In questo senso è indispensabile superare la logica della tassazione straordinaria degli extraprofitti che dovrebbe trasformarsi in un incremento strutturale del prelievo nei confronti dei settori a maggiore rendimento finanziario.  È poi superfluo ricordare l’insostenibilità di paradisi fiscali interni all’Unione europea e tutte le forme di dumping fiscale che dovrebbero essere rapidamente smantellate. Una particolare attenzione dovrebbe essere riservata al risparmio cinese  e alla ristrutturazione in atto della finanza di quel paese e in generale di alcuni grandi paesi del Sud globale perché potrebbero diventare, all’interno di accordi di natura bilaterale, risorse fondamentali per la ripresa economica europea.  RICOSTITUIRE IL CREDITO PUBBLICO Bisogna ricostituire forme di credito pubblico, a cominciare da istituti creditizi e assicurativi, per sostituire i grandi colossi privati nella gestione del risparmio e nell’erogazione di un credito produttivo, non finanziarizzato, e sostenuto appunto dall’enorme mole di risparmi che, attualmente, si spostano, attraverso la gestione dei grandi fondi americani, per circa il 60% in direzione degli Stati uniti.  Lo snaturamento, nel caso italiano, della Cassa Depositi e Prestiti, ormai quasi totalmente finanziarizzata, e la funzione altrettanto finanziaria di realtà come Invitalia e Invimit richiedono un radicale ripensamento di simili strumenti, la cui proprietà pubblica è ora solo ancillare alla garanzia per operazioni di natura totalmente di interesse privatistico.  TUTELARE I PATRIMONI NATURALI È necessario evitare qualsiasi privatizzazione dei monopoli naturali, a cominciare dal vasto sistema di servizi pubblici essenziali, che stanno diventando uno dei terreni di conquista dei grandi gestori privati del risparmio, attratti proprio dalla natura di monopoli naturali, tipica di tali servizi e dalla garanzie delle tariffe pagate dagli utenti. Anche di qui passa un pezzo rilevante della finanziarizzazione dei risparmi. PER UNA VERA BANCA CENTRALE PUBBLICA Servirebbe una vera banca centrale, capace di operare la monetizzazione dei debiti pubblici, in maniera da favorire gli investimenti pubblici indispensabili per affrontare la crisi climatica e per operare in direzione della riduzione delle disuguaglianze. Non bastano certo limitate partite di eurobond, la cui emissione costituisce una forma decisamente pericolosa e costosa di concorrenza nei riguardi dei debiti dei singoli paesi, a cominciare da quelli più grandi.  In questo senso appare rilevante l’utilizzo strategico dell’euro che non può essere solo una moneta di stabilizzazione del valore del debito, ma dovrebbe avere l’ambizione, proprio per la sua forza strutturale, destinata peraltro a sottrarre capacità di esportazione alle economie europee, di essere strumento di finanziamento pubblico, certo non messo a repentaglio, in questa fase, dalla debolezza del dollaro. Inoltre  proprio la condizione di debolezza del dollaro, può consentire all’euro di occupare un posto di primo piano tra le valute di riserva. Infine, per ridurre l’insostenibile dipendenza dai sistemi di pagamento in dollari e dalla pressoché totale irrilevanza dell’Unione europea in tale ambito occorre rivedere, in maniera chiara, il monopolio del sistema Swift (la rete globale che permette a banche e istituti finanziari di comunicare in modo standardizzato per scambiarsi istruzioni e trasferimenti di denaro), avviando relazioni strette con i paesi Brics per trovare una soluzione comune.  *Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. I suoi ultimi libri sono Prezzi alle stelle. Non è inflazione, è speculazione (Laterza, 2023), I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza, 2024). L'articolo Primi passaggi contro la crisi proviene da Jacobin Italia.
Il “terzo morto”
A molti capita di scrivere della propria vita, arrivati a un certo punto. A Pasquale Cicalese non è capitato per caso. Si può invece ipotizzare che l’autore sia stato spronato a scrivere di sé, per documentare tutto ciò che al suo esterno si è sviluppato e rientrato poi nella sua […] L'articolo Il “terzo morto” su Contropiano.
VENERDÌ 9 GENNAIO 2026: ANALISI CRITICA DEI FATTI ECONOMICI DELLA SETTIMANA CON ANDREA FUMAGALLI.
Torna anche per il 2026 l’appuntamento del venerdi con il nostro collaboratore, l’economista Andrea Fumagalli e la sua rubrica di analisi critica dei fatti economici della settimana. Abbiamo analizzato, venerdì 9 gennaio, i dati Istat sulla propensione al risparmio degli italiani e l’occupazione; il petrolio venezuelano in mano agli Stati Uniti, e in chiusura, la crescita montre in borsa dei titoli  delle aziende di armi. La propensione al risparmio è stimata all’11,4%, in aumento di 1,5 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Il potere d’acquisto, nello stesso lasso di tempo, è cresciuto rispetto al trimestre precedente dell’1,8%. È quanto rileva l’Istat nel suo report periodico sottolineando che la spesa per consumi finali rimane però debole. A novembre diminuiti occupati e disoccupati, mentre sono aumentati  gli inattivi. Il tasso di disoccupazione scende, ma l’occupazione rallenta e l’inattività sale al 33,5%. Lo rileva l’Istat, indicando che il tasso di disoccupazione scende al 5,7% toccando il livello più basso dall’avvio delle serie storiche nel 2004. Il presidente degli Stati Uniti Trump ha detto che il Venezuela inizierà a consegnare dai 30 ai 50 milioni di barili di petrolio agli Stati Uniti. Sul social Truth ha scritto che il petrolio sarà poi venduto al prezzo di mercato, quindi il valore complessivo della vendita potrebbe superare i due miliardi di dollari. Trump ha aggiunto che lui stesso controllerà il ricavato, e che lo userà a beneficio delle popolazioni di Venezuela e Stati Uniti, non è chiaro per ora come. L’intenzione di gestire le enormi riserve petrolifere del Venezuela è una delle poche cose chiare emerse finora dai piani presentati da Trump dopo aver attaccato il Venezuela e catturato il suo presidente, Nicolás Maduro. Il fatto che il 2025 borsistico sia stato l’anno della Difesa è assodato: è stato il riflesso di tensioni geopolitiche leggi: Ucraina e Medio Oriente in primis.  Fincantieri è stato il titolo dell’anno con una crescita monstre del 141%, seguita da quella di Leonardo dell’89,6%. Un trend, quello dei titoli della Difesa, che ha riguardato tutta Europa. Intanto  Trump ha annunciato l’intenzione di aumentare in modo significativo il budget della difesa degli Stati Uniti. Tali dichiarazioni hanno innescato una reazione immediata sui mercati finanziari, spingendo al rialzo le quotazioni del settore della difesa. A sorprendere gli investitori è stata però la geografia dei guadagni: a guidare il movimento non sono state le società americane, bensì diversi gruppi europei Andrea Fumagalli, docente di economia politica all’Università di Pavia. Ascolta o scarica