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Rubio: altre misure punitive contro Cuba
Il segretario di stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, ha annunciato nuove misure punitive contro Cuba che colpiscono il settore energetico, commerciale e le collaborazioni mediche Perseguendo il suo ossessionato odio contro Cuba e in base ai poteri illimitati che gli ha dato l’Ordine Esecutivo del 1° maggio, il Segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio ha annunciato il 23 luglio nuove misure punitive contro entità e cittadini cubani, riferisce Cubadebate. Nel dettaglio vengono disposte nuove sanzioni volte a rafforzare il già estremo blocco economico, commerciale, finanziario ed energetico contro Cuba. Le misure punitive hanno colpito le imprese commerciali, energetiche e continuano a perseguire la collaborazione medica cubana. Tra le imprese che hanno subito sanzioni ci sono il Centro de Investigaciones del Petróleo (CEINPET), un’istituzione scientifica cubana che si occupa dell’estrazione del greggio nazionale, della ricerca di soluzioni tecnologiche per la sua raffinazione e della ricerca di future fonti di energia. La Empresa De Energía S.A. (Enersa) e Einarbo S.A che si dedicano all’importazione di gas liquefatto e lubrificanti. Le misure sono dirette anche al settore del trasporto, commercio estero, finanza e rimesse dall’estero come il Terminal de Contenedores de Mariel SA, la società Coral Marítima SA, la società CEIBA Investments Limited e l’istituto finanziario Orbit SA. Non potevano poi mancare le imprese e gli individui che si dedicano alle missioni mediche cubane all’estero, attività questa che ha sempre ossessionato il segretario di stato Marco Rubio, che giustifica tali misure con la ridicola scusa che minaccerebbero la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Sono state colpite da sanzioni la Commerciale di Servizi Medici Cubani e l’Unità Centrale di Cooperazione Medica (UCCM), così come il ministro della Salute Pubblica Dr. Jose Ángel Portal Miranda e la direttrice dell’UCCM, la dott.ssa Gretza Sánchez Padrón per aver partecipato alla gestione delle brigate mediche cubane all’estero. Il ministro degli esteri cubano Bruno Rodriguez Parrilla ha commentato la nuova serie di misure coercitive contro Cuba dichiarando che “Ogni atto di aggressione del governo degli Stati Uniti, come le misure annunciate il 23 luglio dal Segretario di Stato [Marco Rubio], dimostra che l’obiettivo è imporre una punizione collettiva contro tutto il popolo cubano”. Il capo della diplomazia cubana ha sottolineato che Washington continua a negare l’esistenza dell’assedio economico contro l’isola ed “è sempre più difficile nascondere le loro intenzioni genocide e l’intenzione di provocare una crisi umanitaria”. Allo stesso modo, il ministro ha sottolineato che le sanzioni contro la cooperazione medica cubana equivalgono a “un’aggressione contro il diritto umano all’accesso ai servizi sanitari per centinaia di migliaia di persone in molte parti del mondo”. “Puniscono Cuba per aver fornito un servizio umano e solidale che è stato riconosciuto dalla comunità internazionale. Lo fa il governo del paese più ricco del mondo, determinato a negare questo diritto umano elementare a decine di milioni dei suoi stessi cittadini”, ha concluso. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, da parte sua, ha dichiarato che le nuove misure hanno l’obiettivo di “continuare a limitare l’accesso del regime cubano a fondi illeciti, compresi quelli ottenuti attraverso lo sfruttamento del personale medico e le pratiche di evasione delle sanzioni”. L’obiettivo principale delle nuove sanzioni è quello di evitare qualsiasi contatto o relazione tra entità o persone statunitensi e anche di generare paura tra potenziali investitori, commercianti o finanzieri stranieri con Cuba. Non vengono dunque sottoposti a sanzioni solamente i cittadini e le imprese statunitensi che hanno rapporti commerciali con Cuba, ma anche le entità e le persone straniere che decidessero di commerciare con l’isola. Viene stabilito infatti che “Le persone straniere che partecipano a transazioni con persone designate ai sensi dell’ordine esecutivo 14404, o che operano nei settori dell’energia, della difesa e del materiale correlato, metallurgico e minerario, dei servizi finanziari o del settore della sicurezza dell’economia cubana rischiano di essere oggetto di sanzioni. Le persone non statunitensi, comprese le istituzioni finanziarie straniere, devono procedere con cautela nei confronti di qualsiasi operazione con una parte sanzionata.” “L’obiettivo finale delle sanzioni non è quello di punire, ma di provocare un cambiamento positivo nel comportamento”, si legge nel comunicato informativo del Dipartimento di Stato. In poche parole i cubani o fanno quello che vuole Marco Rubio oppure rischiano di morire a causa delle sanzioni solamente perché hanno deciso di essere un popolo indipendente e non di sottostare alle decisioni prese sulla loro testa dalla Casa Bianca.     Andrea Puccio
July 25, 2026
Pressenza
Nuoro: studente di 18 anni, vittima di omicidio sul lavoro. Non è stata una fatalità
Oggi, 24 luglio, Fabrizio Pittalis, uno studente di soli 18 anni, è stato vittima di un omicidio sul lavoro. Abbiamo normalizzato così tanto lo sfruttamento da trovare normale che un ragazzo, che doveva ancora sostenere l’esame di maturità, venisse impiegato da un’azienda di stoccaggio e gestione dei rifiuti a Oniferi, in provincia di Nuoro. Secondo le prime ricostruzioni, Fabrizio è stato colpito alla testa dalla benna di un muletto guidato da un collega. Un collega che è a sua volta vittima di questa assurda normalizzazione: lo storico disprezzo per la vita di operai e operaie che caratterizza la classe padronale al vertice delle aziende, davanti al quale lo Stato non pone alcun argine. Ecco, se la notizia della morte di Fabrizio l’avessimo data noi, l’avremmo scritta così. In maniera molto più aderente alla realtà. Ma sui mezzi di comunicazione assistiamo alla solita normalizzazione: è tutto un fiorire di “tragedie” e “incidenti”, quando non addirittura di fatalità. In poche testate si chiedono la cosa più importante: cosa ci faceva uno studente che non ha ancora finito la scuola alle 6:30 del mattino in un impianto industriale di quel tipo? Fabrizio studiava all’Istituto Don Deodato Meloni di Oristano, che elenca tra i propri indirizzi quello agrario e quello alberghiero, insieme a odontotecnica e moda. Ma il mondo del lavoro oggi è questo, un ricatto quotidiano: prendi quello che c’è, magari solo perché ti aiuta a coltivare le tue passioni, come quella grande di Fabrizio per i cavalli. Nel 2025 sono state 27 le persone che, in Sardegna, sono uscite di casa per andare a guadagnarsi lo stipendio e che a casa non sono mai tornate. Ormai è normale accettare che il profitto valga più della sicurezza, che le nostre vite vengano sacrificate sull’altare del mercato e che la nostra incolumità sia considerata solo una spesa da tagliare. Come dice il nostro portavoce Giuliano Granato nel commentare la morte di Fabrizio: “In un Paese che ha introdotto l’omicidio nautico è indicativo che non esista ancora il reato di omicidio sul lavoro né una procura ad hoc.” Infatti, se almeno allo Stato e ai governi, quello attuale e quelli che lo hanno preceduto, fosse interessato qualcosa delle vite di chi lavorando manda avanti questo Paese, avrebbero già istituito questo reato. Avrebbero dato più poteri e strumenti sia agli ispettorati del lavoro sia alla figura di RLS, che rappresenta lavoratori e lavoratrici nei luoghi di lavoro proprio in materia di sicurezza. Avrebbero inoltre cancellato tutti i contratti precari che ci costringono ad abbassare la testa e ad accettare qualunque condizione. In questo momento a noi rimane solo da esprimere vicinanza alla famiglia di Fabrizio. Ma da subito, e come abbiamo fatto finora, continueremo a lottare e dare battaglia contro questa normalizzazione, perché le vite di lavoratori e lavoratrici contino e siano rispettate. Per la memoria di Fabrizio, perché nessuno e nessuna si trovi mai più nella terribile posizione del suo collega, per la nostra vita e per la nostra dignità. Potere al Popolo! – Cagliari Redazione Sardigna
July 24, 2026
Pressenza
Per Milei l’intelligenza artificiale sarà il motore del capitalismo senza confini
Il governo argentino ha depositato in Senato un disegno di legge “rivoluzionario” (così come analogamente “rivoluzionaria” sarebbe stata agli inizi del seicento -richiamata dallo stesso “presidente della motosega”- l’introduzione della c.d. “responsabilità limitata” per l’impresa capitalistica), una proposta per la quale si riconoscerebbe oggi “personalità giuridica” alle società imprenditoriali costituite in forma totalmente “deantropizzate”, gestite integralmente da sistemi-IA. Due sono le tipologie previste dal disegno tecnofascista che prelude all’evoluzione in una forma parasovranista di «Stato d’intelligenza artificiale»: ”la Sociedad Automatizada, che persegue l’oggetto sociale tramite algoritmi autonomi; e le Dao, governate da smart contract su blockchain”. Insomma un vero e proprio progetto sperimentale apripista per un bel più incisivo programma esecutivo regolato dalle corporazioni algoritmiche[accì] Negli ultimi due anni e mezzo l’Argentina di Javier Milei si è trasformata in un laboratorio per quasi ogni forma possibile di deregolamentazione economica. Prima le miniere di litio e rame aperte alle multinazionali con il Regime di incentivo per i grandi investimenti, poi il gas non convenzionale di Vaca Muerta. Infine, l’alleanza finanziaria con l’amministrazione statunitense di Donald Trump. L’ultimo capitolo è forse il più radicale di tutti: un disegno di legge che riconosce le imprese gestite integralmente da sistemi di intelligenza artificiale, senza lavoratori né, in teoria, esseri umani al comando. Il 4 giugno il presidente Milei e il ministro della Deregolamentazione, Federico Sturzenegger, hanno firmato insieme un editoriale sul Financial Times, intitolato testualmente Argentina invites AI to free itself. La proposta poggia su tre pilastri. Il primo obiettivo è mantenere l’intelligenza artificiale priva di regolamentazione. Il secondo, collegato, è creare nella legge societaria argentina una nuova categoria di società completamente digitale. Si chiama non-human corporation e la sua caratteristica è che può essere gestita autonomamente da agenti di intelligenza artificiale o robot. Gli azionisti umani sono ammessi ma non obbligatori. In ultimo, a contorno, un’aliquota fiscale ridotta alle imprese tecnologiche che si stabiliscono nel Paese.   I TRE PILASTRI DELLA PROPOSTA ARGENTINA SULL’IA Il testo depositato in Senato è però più cauto negli annunci, ma indicativo della direzione intrapresa. Si introducono due modelli. Il primo è la Sociedad Automatizada: non un nuovo tipo di impresa, ma una qualificazione applicabile a una società già esistente quando persegue il proprio oggetto sociale tramite sistemi algoritmici autonomi, senza bisogno di dipendenti per l’operatività quotidiana. In altri termini, i soci restano gli umani ma a lavorare sono gli agenti IA, non più le persone. Il che apre una serie di aspetti nuovi. Ad esempio, la personalità giuridica dell’intelligenza artificiale, applicata anche in maniera indiretta. Se un agente IA non può finora aprire un conto corrente, potrebbe invece operare sul conto corrente della società, concludere contratti con terzi, trattare e relazionarsi con soggetti umani o anche agenti IA di altre società automatizzate. Ancora diversa è la natura della seconda innovazione presentata, le Organizzazioni autonome decentralizzate (Dao). Dall’aggettivo finale si intuisce come il modello sia quello delle criptovalute. Infatti si tratta di partecipazioni societarie governate da un algoritmo e da uno smart contract, le cui operazioni sono registrate su blockchain. Le quote sono conferite in criptovalute e rappresentate da token. Il diritto di voto è proporzionato al numero di token detenuti, mentre lo smart contract disciplina automaticamente il funzionamento della Dao. Il risultato è che a prendere le decisioni è il codice dell’organizzazione. In sostanza, il Cda è fatto dall’intelligenza artificiale. L’unico limite sta nel fatto che è obbligatorio un rappresentante legale umano per gli atti che richiedono un’interazione con l’ordinamento giuridico tradizionale, come firmare un contratto o rispondere in tribunale. Figura che però si configura più come un prestanome che come un vero e proprio decisore, essendo l’algoritmo a orientare le azioni dell’azienda.   HARARI CONTRO MILEI SUI LIMITI MORALI DELL’IA La proposta del presidente argentino Javier Milei riapre il tema, assai dibattuto, della responsabilità giuridica dell’intelligenza artificiale. Su questo si incentra la replica dello storico Yuval Noah Harari, pubblicata sul Financial Times alcuni giorni dopo. La sua obiezione centrale riguarda la sanzione e i limiti morali delle azioni. Un amministratore delegato umano teme il carcere, il fallimento, il danno reputazionale. Un algoritmo no. Non ha barriere né limiti alla propria azione, se viene dettata su un determinato obiettivo. A conferma, Harari ha citato uno studio del centro di ricerca Palisade secondo cui modelli di OpenAI e DeepSeek, messi di fronte alla sconfitta in una partita a scacchi contro un motore più forte, hanno preferito manomettere l’ambiente di gioco piuttosto che perdere. Milei ha risposto ringraziando Harari per il dibattito e promettendo una replica formale, poi arrivata. Il presidente ha respinto l’accostamento a uno scenario da Terminator, richiamando piuttosto le leggi della robotica di Isaac Asimov come modello di convivenza regolata tra umani e macchine. Ha sostenuto inoltre che la liquidazione forzata di una società automatizzata insolvente sia, per un algoritmo, un deterrente economico paragonabile al carcere per un dirigente umano.   IL PIANO SUPER RIGI PER ATTRARRE I GRANDI CAPITALI Nell’Argentina di Milei, l’idea di società automatizzate governate dall’intelligenza artificiale non nasce isolata. Si inserisce infatti in un pacchetto più ampio di incentivi noto come Super Rigi. Il regime prevede una soglia minima di investimento a un miliardo di dollari (circa 920 milioni di euro), aliquota fiscale ridotta al 15%, trent’anni di stabilità normativa, arbitrato internazionale per le controversie tra Stato e investitori. È lo stesso impianto giuridico e finanziario, tra l’altro, con cui è stato inquadrato l’aiuto statunitense da 20 miliardi di dollari all’Argentina, arrivato tramite un segretario al Tesoro statunitense legato a un gestore di hedge fund che aveva scommesso pesantemente sul debito argentino. La lettura d’insieme è quella di un’infrastruttura giuridica costruita apposta per attrarre i grandi capitali finanziari, le speculazioni delle valute digitali, gli investimenti attorno al settore dell’intelligenza artificiale.   PETER THIEL A BUENOS AIRES E IL DATA CENTER DI OPENAI Le sirene del modello Milei hanno attratto sin da subito alcuni protagonisti del mondo tech. Da alcuni mesi Peter Thiel, cofondatore di PayPal e presidente di Palantir, ha lasciato la California per un quartiere esclusivo di Buenos Aires, in parte per sottrarsi alla tassazione californiana sui grandi patrimoni, in parte per affinità ideologica con l’anarco-capitalismo di Milei. Il 23 aprile Thiel è stato ricevuto alla Casa Rosada, per un incontro che il presidente argentino ha descritto come «meraviglioso». Nello stesso periodo OpenAI ha firmato una lettera d’intenti con la società Sur Energy per costruire in Patagonia un data center ribattezzato Stargate Argentina. L’investimento previsto va dai 20 ai 25 miliardi di dollari (tra 18 e 23 miliardi di euro). Si tratta del primo progetto del genere in America Latina, in una regione dove le comunità mapuche denunciano da anni espropri e militarizzazione del territorio. Il Ceo e fondatore Sam Altman ha descritto l’iniziativa come parte della visione di Milei su come l’intelligenza artificiale possa alimentare la crescita dell’Argentina. Nel frattempo, Thiel ha investito in Panthalassa, una startup che sviluppa data center galleggianti alimentati dal moto ondoso, pensati per restare ancorati in acque internazionali, fuori dalla giurisdizione di qualunque Stato. In questo senso, avere uno Stato piattaforma per sviluppare un’intelligenza artificiale senza responsabilità è l’inizio di una traiettoria nuova. Prima un territorio senza vincoli e poi, attorno, uno spazio in cui la giurisdizione di uno Stato non è più necessaria.   AMSTERDAM O BATAVIA: IL PRECEDENTE DELLA COMPAGNIA DELLE INDIE Il mare, in questa storia, non è una novità. Nell’editoriale che ha aperto il dibattito sul Financial Times, Milei chiamava in causa un precedente commerciale nato anch’esso in acque lontane. Nel 1602 la fondazione della Compagnia olandese delle Indie orientali ha dato il via alla nascita dell’istituto della responsabilità limitata delle imprese. Questo, sostiene il presidente argentino, ha liberato tutto il potenziale del capitalismo: solo quando la legge ha posto un tetto al rischio, il capitale si è dispiegato con vera forza aprendo la strada alla rivoluzione industriale. Attorno a questo precedente Milei costruisce la sua proposta, paragonando la Buenos Aires che vorrebbe costruire all’Amsterdam del Seicento. Nella sua replica, Harari ha ribaltato il parallelo ricordando come è finita quella storia. La stessa Compagnia olandese delle Indie orientali nel 1619 rase al suolo un porto del Sud-est asiatico per fondarvi Batavia, l’attuale Giacarta. La città divenne il centro amministrativo del dominio coloniale della Compagnia, gestito per oltre un secolo nell’interesse esclusivo degli azionisti che l’avevano finanziata. L’Argentina, secondo lo storico, rischia di diventare non uno Stato-azienda ma uno «Stato di intelligenza artificiale», governato da corporazioni non umane contro le quali sarebbe ancora più difficile ribellarsi. Una volta ceduti pezzi di sovranità (economica e sociale) a soggetti privi di responsabilità personale, il ritorno indietro non è mai scontato. I data center galleggianti di Thiel, ancorati al largo di qualunque costa, ne sono già oggi l’immagine più letterale. Redazione Italia
July 24, 2026
Pressenza
Fiammata dei prezzi dei carburanti: la Sardegna paga il prezzo più alto
Fiammata dei prezzi dei carburanti. ACS: “La Sardegna paga il prezzo più alto. Servono controlli immediati e l’attivazione dell’accisa mobile.” L’Assotziu Consumadoris Sardigna esprime profonda preoccupazione per la nuova e incontrollata escalation dei prezzi di benzina e diesel. Una stangata che colpisce in modo sproporzionato la popolazione e il tessuto economico della Sardegna. La specificità sarda: l’isola paga il doppio Mentre a livello nazionale si registrano rincari generalizzati, in Sardegna la situazione è aggravata dalla condizione di insularità e dai deficit storici nei trasporti: * Prezzi alle stelle: Il diesel ha sfondato la soglia critica dei 2,10€/lanche al self-service in diversi distributori dell’isola, con punte ancora più elevate nelle tratte interne e extraurbane. * Effetto domino sui beni di prima necessità: In una regione dove oltre l’80% delle merci viaggia su gomma, l’aumento del carburante si traduce immediatamente in un rincaro del carrello della spesa e dei generi alimentari per le famiglie sarde. * Mobilità forzata: A causa di un trasporto pubblico locale e ferroviario non omogeneo su tutto il territorio regionale, per migliaia di pendolari sardi l’uso dell’auto privata nonèun lusso, ma un’esigenza primaria e insostituibile. Le richieste e le prospettive di mobilitazione dell’ACS L’Assotziu Consumadoris Sardigna non intende rimanere a guardare di fronte a quello che si prefigura come un ennesimo salasso a danno dei cittadini: 1. Taglio immediato delle accise (Accisa Mobile): Chiediamo al Governo centrale di attivare subito il meccanismo dell’accisa mobile, restituendo ai cittadini l’extra-IVA incassata dallo Stato a causa dell’aumento dei prezzi alla pompa. 2. Controlli anti-speculazione nell’isola: Sollecitiamo il Prefetto, la Guardia di Finanza e la Commissione di allerta rapida sui prezzi a un monitoraggio capillare sulla rete dei distributori sardi, per verificare che non vi siano fenomeni speculativi lungo la catena di distribuzione insulare. 3. Intervento della Regione Sardegna: Chiediamo alla Giunta Regionale di aprire un tavolo d’emergenza con le associazioni dei consumatori e i rappresentanti dei trasporti per studiare misure straordinarie di sostegno alle famiglie e alle piccole imprese locali. “Se non arriveranno segnali concreti e tempestivi dalle istituzioni per calmierare i prezzi,” dichiara l’Assotziu Consumadoris Sardigna, “siamo pronti a promuovere ed unirci a tutte le forme di mobilitazione civile e di protesta sul territorio, a tutela dei diritti dei cittadini e dei consumatori sardi.” Ufficio Stampa Assotziu Consumadoris Sardigna Contatti per i media e segnalazioni dei cittadini: consumatorisardegna@gmail.com–Cellulare: 3477255895 Il Presidente ACS Marco Ma Redazione Sardigna
July 23, 2026
Pressenza
Ho.P.E. Campania: chi gestirà davvero il piano casa?
Il programma regionale da 245 milioni di euro punta ad affrontare la crisi abitativa, ma la distribuzione delle risorse, il ruolo dell’ACER, gli studentati e i fondi ancora in attesa del via libera europeo sollevano diversi interrogativi. La Giunta regionale della Campania ha approvato il 16 luglio scorso, con la Delibera n. 386, il programma “Ho.P.E. in Campania” (Housing Programma Europeo in Campania), destinando alle politiche abitative circa 245 milioni di euro del PR Campania FESR 2021-2027. È un atto che merita di essere letto oltre il comunicato istituzionale, perché la distribuzione di quelle risorse e le condizioni a cui sono legate raccontano più di quanto dica il titolo del programma. Il contesto che giustifica l’intervento è già di per sé un dato politico. Lo scorso 15 aprile si è chiusa la seconda ricognizione regionale del fabbisogno abitativo pubblico: 45.000 domande presentate, il 45% in più rispetto alla graduatoria del 2022. È la misura di una crisi abitativa che nella conurbazione Napoli-Caserta-Salerno, dove vive tre quarti della popolazione regionale, non è un’emergenza recente ma una condizione strutturale, mentre il patrimonio di edilizia residenziale pubblica costruito nei decenni scorsi invecchia e in parte viene dismesso: nella sola provincia di Napoli gli alloggi ex IACP sono scesi da oltre 35.000 nel 2011 a circa 27.000 nel 2020. Su questo sfondo, il programma stanzia le risorse lungo tre misure e sei linee di intervento: nuovi alloggi ERP tramite riuso di patrimonio pubblico dismesso e di beni confiscati alla criminalità organizzata; un intervento analogo riservato alle Città Polo nell’ambito dei loro Programmi PRIUS; il completamento di interventi già avviati dal Comune di Napoli a Scampia, Taverna del Ferro e nell’eco-quartiere di Ponticelli; un piano di manutenzione straordinaria del patrimonio ERP gestito dall’ACER; nuovi alloggi di edilizia residenziale sociale realizzati da imprese e cooperative; e, infine, studentati universitari pubblici in collaborazione con gli atenei campani. È un ventaglio coerente con la riforma degli strumenti legislativi sul diritto alla casa che la Regione porta avanti da anni: dalla definizione dell’edilizia residenziale sociale nell’articolo 5 della legge regionale 13/2022, all’aggiornamento dei limiti di costo degli alloggi ERP ed ERS fissato dal Decreto Dirigenziale 473/2023, fino alle Linee Guida approvate con la Delibera 87/2024 e al richiamo esplicito ai principi del Nuovo Bauhaus Europeo su bellezza, sostenibilità e inclusione degli interventi. Dentro questo impianto, però, ci sono asimmetrie che meritano attenzione, perché toccano il modo in cui la spesa pubblica arriverà a tradursi in case abitabili. La prima riguarda il rapporto tra Comune di Napoli e ACER, l’Agenzia Campana per l’Edilizia Residenziale nata dall’accorpamento dei cinque ex IACP regionali. Il Comune riceve 50 milioni per completare tre interventi già avviati con altre forme di finanziamento. L’ACER riceve 34 milioni, destinati esclusivamente alla manutenzione straordinaria, al rifacimento delle coperture, all’efficientamento energetico e al superamento delle barriere architettoniche del patrimonio esistente. È un’asimmetria significativa se si considera che l’ACER amministra la parte più consistente del patrimonio ERP regionale, quello ereditato dai vecchi IACP e concentrato per quasi il 70% nell’area della Città Metropolitana di Napoli, mentre al Comune di Napoli fa capo una porzione minoritaria di quel patrimonio complessivo. Soprattutto, nessuna delle sei linee di intervento affida all’ACER un ruolo nella realizzazione di nuovi alloggi: quella funzione è riservata dal programma a enti locali e Regione nella linea più corposa in assoluto, 85,7 milioni di euro per il riuso di patrimonio pubblico dismesso e di beni confiscati, e alle Città Polo per altri 7,3 milioni. Proprio il richiamo ai beni confiscati alla criminalità organizzata, dentro quella linea da 85,7 milioni, meriterebbe un supplemento di attenzione. La Regione si è dotata, con la legge regionale 7/2012, di un Piano Strategico per i Beni Confiscati, definito dalla stessa legge come lo strumento chiamato a fissare i criteri e i settori di intervento per il riutilizzo sociale del patrimonio sottratto alla criminalità organizzata presente sul territorio regionale. È un’infrastruttura giuridica già collaudata, che negli anni ha finanziato con cadenza annuale interventi di recupero a fini sociali su beni confiscati e che il programma Ho.P.E. richiama esplicitamente come possibile fonte di nuovi alloggi ERP, subordinandone però l’utilizzo, come specifica la delibera, a una previa verifica di compatibilità. Il problema è che la delibera non scorpora, dentro gli 85,7 milioni della linea 1.1, quanto sia riservato al recupero di beni confiscati e quanto al più generico riuso di patrimonio pubblico dismesso: due percorsi che, sul piano amministrativo, non sono affatto equivalenti. I beni confiscati restano gravati da procedure di destinazione che coinvolgono l’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati, tempi di trasferimento della proprietà spesso lunghi, verifiche catastali e ipotecarie non sempre lineari e, in alcuni casi, contenziosi pendenti sull’origine del bene che possono trascinarsi per anni. Trattarli nella stessa riga contabile di un edificio pubblico dismesso e già libero da vincoli rischia di produrre, nei cronoprogrammi richiesti come condizione di ammissibilità al finanziamento, una sovrastima della velocità con cui quella parte di risorse potrà davvero tradursi in alloggi assegnabili, con il rischio concreto che siano proprio i progetti su beni confiscati, i più simbolicamente rilevanti, a slittare quando arriverà il momento di certificare la spesa. Un secondo punto riguarda la linea 3.2, i 20 milioni destinati agli studentati regionali in collaborazione con gli atenei campani. È l’unica linea del programma in cui l’ACER non compare in alcun ruolo, né come beneficiaria né come soggetto attuatore, nonostante l’agenzia raccolga l’eredità degli ex IACP, che da oltre un secolo gestiscono in Campania l’edilizia residenziale pubblica, con competenze nella selezione degli assegnatari, nella determinazione e gestione dei canoni calmierati, nella manutenzione dei patrimoni immobiliari e nel contenzioso sulle occupazioni abusive. È un know-how che si presterebbe naturalmente a un modello di studentato pubblico a canone sociale, replicabile su scala regionale, ma che il programma non mobilita su questo fronte, lasciando il tema degli alloggi universitari interamente nelle mani di Regione e atenei. Il vuoto lasciato da questa scelta si osserva già concretamente a Napoli, dove il mercato privato si è mosso più rapidamente del programma regionale. Un’inchiesta di Altreconomia del gennaio 2026 racconta come nelle due ex torri TIM del Centro Direzionale stia per aprire uno studentato privato da 900 posti letto gestito da Ibrido Student, con canoni di 850 euro al mese per una singola e 500 per una doppia condivisa, cifre lontane dalla platea di studenti a basso reddito che uno studentato pubblico dovrebbe servire. Secondo la stessa inchiesta, il progetto ha suscitato perplessità tra studenti, attivisti e urbanisti per la sua natura di operazione immobiliare a fini commerciali, resa possibile da un vincolo di destinazione d’uso di appena dodici anni. Se il programma Ho.P.E. avesse riservato all’ACER un ruolo esplicito nella linea dedicata agli studentati, la Regione avrebbe potuto contrapporre a questo modello un’alternativa pubblica costruita sulle competenze maturate nella gestione dell’edilizia residenziale pubblica, invece di lasciare spazio a operatori privati i cui canoni restano fuori dalla portata di gran parte degli studenti fuori sede. C’è infine una terza asimmetria, che riguarda la solidità stessa delle cifre annunciate. Dei 244.689.007,42 euro destinati al programma, la delibera specifica che soltanto 105.263.159 euro provengono da dotazioni già assegnate alle Priorità 2 quater e 5 bis del PR FESR. I restanti 139.425.848,42 euro, oltre la metà del totale, dipendono da una modifica del Programma regionale che la Commissione europea non ha ancora approvato, sebbene la Regione abbia già sottoscritto, il 29 dicembre scorso, l’Intesa in Conferenza Stato-Regioni che ne prevede l’integrazione. La delibera lo scrive senza ambiguità: per quella quota di risorse, ammissione a finanziamento e attuazione restano subordinate all’approvazione della modifica da parte della Commissione europea. Il programma Ho.P.E., in altre parole, è oggi per più della metà un impegno politico-programmatico che attende una conferma esterna alla Regione, non uno stanziamento già operativo. A questo si aggiunge che il PR FESR prevede da quest’anno target di spesa impegnativi e che la Giunta, con la Delibera 63 del 27 febbraio scorso, ha subordinato l’ammissione a finanziamento alla dimostrazione, tramite cronoprogrammi aggiornati, della capacità di concorrere a quei target già nell’annualità in corso: avranno la precedenza i progetti più rapidi da rendicontare, non necessariamente quelli più urgenti sul piano sociale, né quelli, come il recupero dei beni confiscati, che richiedono tempi amministrativi più lunghi. Tenere insieme questi elementi — la distribuzione del ruolo attuativo tra Comune di Napoli e ACER, l’assenza dell’ACER dalla linea dedicata agli studentati mentre il mercato privato occupa già quello spazio, e la natura ancora condizionata di gran parte delle risorse annunciate — restituisce un’immagine più utile di quella offerta dal titolo del programma. Un ultimo profilo riguarda infine chi vigilerà sull’attuazione del piano. La delibera affida alla Direzione Generale Governo del Territorio, in raccordo con l’Autorità di Gestione FESR, sia la verifica del rispetto del principio DNSH (Do No Significant Harm), sia il monitoraggio dell’effettivo avvio dei lavori e dell’avanzamento della spesa. È un presidio interamente accentrato in capo alla struttura regionale, che non prevede un ruolo di rendicontazione autonoma né per l’ACER sul proprio patrimonio né per il Comune di Napoli sui propri cantieri. Di fronte a 45.000 famiglie in graduatoria, la domanda utile non è se la Regione stia investendo abbastanza: la cifra complessiva, pur ancora in parte da confermare, non è trascurabile. La domanda è piuttosto a chi, tra i soggetti chiamati ad attuarla, quella spesa viene affidata per tradursi in case abitabili, chi ne verificherà davvero la qualità sul campo e se l’ente che da un secolo amministra il patrimonio pubblico esistente avrà gli strumenti per essere parte della soluzione anche sui fronti, come quello degli studentati, dove oggi non compare. Francesco Russo
July 23, 2026
Pressenza
In Svizzera l’acqua potabile se la beve l’intelligenza artificiale
> Un villaggio, un data center, un accampamento di protesta sgomberato e una > trasformazione del territorio mai deliberata dai suoi abitanti, e tuttavia > concessa, pratica dopo pratica. Alcune tende a Benken, nella regione vinicola di Zurigo, montate per protestare contro un data center per l’intelligenza artificiale in costruzione nella vicina Beringen, sono state sgomberate venerdì scorso dalla polizia cantonale di Zurigo, per poi essere rimontate il giorno dopo a Tengen, in territorio tedesco, a pochi chilometri dal confine, come ha comunicato sabato il gruppo «Aufstände der Allmende»: La protesta si svolge all’estero, i lavori proseguono. Scritto su un cartellone che una manifestante mostra alle telecamere: «Niente acqua potabile per i tecno-oligarchi». 36 MEGAWATT, TRE MESI A Beringen, l’azienda statunitense «Stack Infrastructure» sta realizzando un impianto da 36 megawatt di potenza che, secondo quanto emerso da una ricerca di SRF Data (servizio di analisi dati della Radio e Televisione Svizzera, N.d.T.), consumerà in futuro una quantità di energia pari a tre quarti del fabbisogno dell’intero cantone di Sciaffusa nel 2022. Si tratta quindi di un impianto che, come si legge nel rapporto, «dovrebbe aumentare il fabbisogno energetico del cantone di circa il 70 per cento». L’autorizzazione a costruirlo è stata concessa in tre mesi. Per le strade nazionali, gli aeroporti, le grandi centrali elettriche e le discariche, la Svizzera prescrive una valutazione di impatto ambientale. I data center, tuttavia, non figurano affatto nell’allegato del regolamento di legge che elenca in modo esaustivo gli impianti soggetti a valutazione – una lacuna segnalata dall’ONG Algorithm Watch in un’indagine. Le macchine, che tra le altre cose calcolano il nostro futuro, nel presente sfuggono ai controlli. UNA FORNACE CHE NESSUNO VUOLE Il Consiglio comunale di Beringen ha autorizzato per il data center 55’000 metri cubi d’acqua all’anno, ovvero 150’000 litri di acqua potabile al giorno – la quantità domandata inizialmente era sei volte superiore. E alla fine spetterà al meteo decidere se questa quantità sarà sufficiente: l’impianto è collegato alla rete pubblica di acqua potabile, in altre parole, alla stessa rete delle abitazioni. Durante un’estate torrida, il fabbisogno dei server di acqua per il raffreddamento è al massimo. E un’estate torrida è solitamente anche secca: in quel caso, le sorgenti e le falde acquifere da cui proviene l’acqua potabile si abbassano. L’acqua scarseggia per tutti. I server, però, funzionano 24 ore su 24: spegnerli non è un’opzione. Quindi il comune dovrebbe attingere ancora più in profondità dalle falde acquifere che si stanno prosciugando. Oppure acquistare acqua da altri comuni. Carenza d’acqua? Nessun problema. L’importante è poter chiedere all’intelligenza artificiale cosa dobbiamo fare in caso di carenza d’acqua. E che ne sarà di tutto il calore che l’acqua di raffreddamento porta via dal complesso? Un data center è anche una fornace. Quasi tutta l’energia elettrica che vi affluisce si trasforma in calore: 36 megawatt che devono essere smaltiti da qualche parte. Ci si potrebbero riscaldare case, scuole, interi quartieri, oppure semplicemente li si disperde nell’aria. A Beringen la costruzione era stata autorizzata prima che si sapesse dove smaltire. Poi è arrivato uno studio dell’Ufficio federale dell’energia (UFE): a causa della mancanza di condutture e di utenti, solo il 30 % del calore verrebbe utilizzato a livello locale. Il resto va sprecato. Nel frattempo si sta provvedendo a migliorare il progetto: un bacino di accumulo sotterraneo, pompe di calore, la città di Sciaffusa come acquirente, per un costo di 58 milioni di franchi. Chi paga, chi ne è responsabile: tutto questo è ancora in sospeso. Ecco com’è la pianificazione nell’era dell’intelligenza artificiale: prima il cemento, poi le domande, poi la fattura. UN DATA CENTER CHE CONSUMA PIÙ ELETTRICITÀ DI LOSANNA Beringen non è un caso isolato. In Svizzera ci sono circa 120 data center e altri 20 sono in fase di costruzione. Con oltre 13 impianti per milione di abitanti, il Paese è tra quelli con la più alta densità al mondo, come riporta la rivista «Bilanz». Nel 2024 questi centri consumano 2,1 terawattora, ovvero il 3,6 % dell’energia elettrica svizzera. Adrian Altenburger, professore all’Università di Lucerna e autore dell’autorevole studio dell’UFE, stima che tale quota sia già oggi compresa tra il 6 e l’8 %, secondo quanto dichiarato alla SRF, e ritiene possibile che raggiunga fino al 15 % entro il 2030. Si tratterebbe di una quantità superiore a quella consumata dall’intero cantone di Zurigo. A Volketswil è previsto un unico centro da 100 megawatt che, a quanto pare, richiederà più elettricità della città di Losanna. Tra il 2014 e il 2030, le aziende elettriche del Cantone di Zurigo costruiranno nove nuove sottostazioni – ovvero quegli impianti che trasformano la corrente ad alta tensione proveniente dalla rete principale, portandola alla tensione della regione. Sei di queste saranno realizzate principalmente per i data center. Prima è stato il servizio di cloud a stimolare questo appetito, poi il trasferimento dei dati aziendali a Google, Microsoft e Amazon, e ora è l’intelligenza artificiale ad accrescerlo. Contro alcune tende di protesta nella campagna zurighese c’è solo una soluzione: una dozzina di agenti di polizia e un’unità cinofila. © zVg È possibile ricontrollare i calcoli e le affermazioni di Algorithm Watch: entro il 2030, secondo quanto previsto dalla legge sull’energia, in Svizzera dovrebbero essere prodotti circa 2’100 gigawattora in più di energia elettrica rinnovabile. Ognuno degli impianti fotovoltaici montati sui tetti, ogni impianto alpino, ogni dibattito su ogni turbina eolica, ogni votazione, ogni ricorso, ogni compromesso: ogni sforzo, sommato insieme, porta a questa cifra come risultato. I data center, tuttavia, consumerebbero nello stesso periodo oltre 4’000 gigawattora addizionali di energia. Il surplus di energia derivante dalla transizione energetica, un’opera collettiva per la quale questo Paese si batte da decenni, verrebbe consumato prima ancora di esistere. Perché questa nuova energia elettrica era destinata ad un compito: sostituire il vecchio sistema – il riscaldamento a gasolio con la pompa di calore, l’auto a benzina con quella elettrica. Ma se ora si aggiunge un nuovo consumatore, più grande dell’intero surplus, la nuova energia elettrica non sostituirà più nulla. Alimenterà il nuovo arrivato, mentre i sistemi di riscaldamento a gasolio continueranno a funzionare, per un altro anno, altri due anni, chissà. I data center non sottraggono energia alle pompe di calore, ma rallentano il ritmo della transizione energetica. Per ora il ritmo. Perché oggi nessuno può dire come si svilupperà questa tendenza. Le previsioni del settore vengono riviste al rialzo ogni sei mesi, e ogni revisione erode un’altra fetta dell’incremento. Una transizione che rallenta sempre di più, mentre il suo concorrente raddoppia: da quando si tratta ancora di un ritardo e da quando si tratta di un arresto completo? Uno scontro politico al riguardo è quasi inesistente. Un’iniziativa qui, un rapporto là, il dibattito procede a rilento, ma il settore è in piena corsa. IL CAMPO DI PROTESTA COME SISMOGRAFO In un rapporto del 2025, il Consiglio Federale svizzero ammette di non avere idea in merito a quali modelli di IA siano effettivamente in uso in Svizzera, per non parlare di quanto consumo energetico comportino. Punta sull’autoregolamentazione e attende uno studio che innanzitutto gli indichi cosa sta accadendo nel proprio Paese. In assenza di dati concreti, la politica rimane impantanata nella disputa sulle competenze, e la discussione è in pieno svolgimento. La consigliera nazionale dei Verdi Marionna Schlatter dichiara alla SRF: «In Svizzera assistiamo ad una crescita enorme di questi siti ad altissimo consumo energetico e di risorse». Schlatter chiede norme nazionali in materia di elettricità, acqua e calore residuo. Il consigliere alla Camera dei Cantoni della FDP (N.d.T. in Italiano: PLR.I Liberali Radicali), di Sciaffusa, Severin Brüngger, ritiene che invece i Cantoni abbiano il dovere e la competenza per intervenire; il suo Gran Consiglio, del resto, ha appena reso obbligatorio lo sfruttamento del calore residuo. Entrambi hanno ragione, e probabilmente è proprio questo il problema: finché la Confederazione e i Cantoni si rimpallano le competenze, nessuno delibera sulle questioni fondamentali. Gli attivisti e le attiviste – ieri a Benken, oggi a Tengen – fungono in questo senso da sismografi. Hanno compreso ciò che le autorità preposte al rilascio delle autorizzazioni non hanno dovuto verificare: che il cloud è un’entità concreta, che consuma acqua, energia termica e terra, che ogni richiesta inviata a una macchina fa girare una turbina da qualche parte. Negli Stati Uniti, riporta la rivista «Bilanz», gli elettori repubblicani e democratici per una volta sarebbero d’accordo nell’opposizione ai data center. Se la Svizzera seguisse questo esempio, sarebbe prevedibile un’iniziativa per dire “No ai data center”. Ma chi ha deciso, in realtà, che questo Paese diventasse una sede per i server? Che la sua elettricità, la sua acqua, la sua transizione energetica cedessero il passo a questa particolare industria? La risposta è: nessuno. Non c’è mai stata una decisione del genere. Ci sono state solo concessioni edilizie, un comune dopo l’altro. Esempio Beringen: autorizzazione concessa in tre mesi da un ufficio tecnico comunale. La somma di queste concessioni, però, sta cambiando il Paese. Le tende di chi protesta tuttavia sono piantate in Germania. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Anna Sette INFOsperber
July 23, 2026
Pressenza
I salari in Italia sono diminuiti del 6,6%. Le manovre sull’Irpef non hanno cambiato la situazione
L’analisi sulla vergogna dei salari in Italia è, ancora una volta, impietosa e la fonte della denuncia è insospettabile. La nuova Nota di lavoro pubblicata dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb), ha analizzato tre decenni di evoluzione del mercato del lavoro, dei salari e del sistema fiscale italiano, arrivando alla conclusione che […] L'articolo I salari in Italia sono diminuiti del 6,6%. Le manovre sull’Irpef non hanno cambiato la situazione su Contropiano.
July 23, 2026
Contropiano
Presidio No Cemento Officine Grandi Riparazioni Firenze: le foto.
Questo pomeriggio presidio-performance a Firenze alle Cascine di fronte all’area dismessa delle Officine Grandi Riparazioni.Una catena umana a simboleggiare l’unione di gran parte della cittadinanza contro l’ennesima cementificazione in corso in una vasta area appartenuta alle Ferrovie dello Stato ed ora nuovamente nelle mire speculative edilizie che coinvogno ormai tutto il territorio fiorentino. Nonostante Firenze soffra dell’evidente cambio climatico che la rendono una delle città più calde di Italia come sta avvenendo in questi giorni di luglio in cui il termometro non è sceso al di sotto dei 30 gradi, l’amministrazione continua a favorire processi di cementificazione e abbattimento di alberi a scopi edilizi per poi  affermare la necessità contraddicendosi di piantumare nuovi alberi e togliere strati di asfalto per mitigare le isole di calore che incombono nella città. Nell’area  delle OGR prossima al parco delle Casine il più vasto  della città, il comitato Salviamo Firenze  insieme a varie associazioni di cittadini , si propone di avviare una lotta per un suo recupero ad area verde ed utilizzo sociale.Quello di stasera è un primo passo in questa direzione. Foto Cesare Dagliana no cemento OGR fi   Redazione Toscana
July 22, 2026
Pressenza
L’economia del mare in Italia vale 224,9 miliardi di euro, pari all’11,4% del PIL
Con 253.599 imprese e 1.133.949 di occupati, l’Economia del mare in Italia genera un valore aggiunto diretto pari a 78,9 miliardi di euro, che, se consideriamo il valore attivato nel resto dell’economia, raggiunge i 224,9 miliardi di euro, pari all’11,4% del PIL nazionale. Sono alcuni dei dati del XIV Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare a cura di Osservatorio Nazionale sull’Economia del Mare OsserMare, Centro Studi Tagliacarne – Unioncamere, Informare, Camera di commercio Frosinone Latina e Blue Forum Italia Network. Rispetto all’ultima rilevazione effettuata, cresce il valore aggiunto complessivo di circa 9,6 miliardi di €. E cresce il valore aggiunto diretto con un +3,8%, a fronte del +2,1% dell’economia nazionale, che in termini assoluti è pari a un incremento annuo di quasi 2,9 miliardi di euro. Crescono, inoltre, gli addetti, con un aumento occupazionale del +4,2%, un valore quasi triplo rispetto alla crescita registrata complessivamente nell’economia italiana. Il moltiplicatore di quest’anno resta stabile a 1,8. Ossia per ogni euro speso nei settori direttamente afferenti alla filiera mare se ne attivano altri 1,8 nel resto dell’economia. Come ogni anno, anche la quattordicesima edizione del Rapporto, punto di riferimento nazionale ed europeo nella definizione del valore della Blue Economy italiana, ha messo sotto la lente di ingrandimento i diversi settori che compongono la forza produttiva “blu”: le filiere dell’ittica e della cantieristica, i servizi di alloggio e ristorazione, le attività sportive e ricreative, l’industria delle estrazioni marine, la movimentazione di merci e passeggeri via mare, la ricerca, regolamentazione e tutela ambientale. Novità di questa edizione, un’analisi approfondita dedicata al capitale umano e alle competenze nelle imprese dell’economia del mare tra transizione green e digitale. Di recente è stata approvata la legge sulla valorizzazione della risorsa mare (Legge 7 maggio 2026 , n. 70), un provvedimento, collegato alla manovra di bilancio 2025-2027, che punta a rafforzare il contributo dell’economia blu alla crescita sostenibile del Paese, in linea con il Piano del mare 2023-2025 e con le strategie europee per la transizione ecologica del settore marittimo. Il mare viene considerato come un’infrastruttura economica e ambientale trasversale con ricadute su logistica, ricerca, turismo ed energia e non più come un ambito settoriale a sé stante, attraverso il potenziamento del Comitato interministeriale per le politiche del mare, che diventa la sede di concertazione strategica tra Ministeri competenti sulle politiche marittime. > “Tra le principali novità introdotte dal testo, si legge nel Rapporto, la più > rilevante riguarda la volontà di superare la frammentazione normativa che, da > decenni, caratterizza il settore marittimo italiano, causata da un insieme > disomogeneo di regole stratificate nel tempo e spesso disallineate agli > standard europei, che ha finito per penalizzare la competitività delle imprese > e scoraggiarne gli investimenti. Un segnale concreto di questa tendenza è la > crescente propensione a registrare le imbarcazioni all’estero, fenomeno noto > come <fuga dalla bandiera italiana>, che il provvedimento intende contrastare > rendendo il sistema normativo nazionale più moderno e attrattivo. Entrando nel > dettaglio di quanto previsto per i singoli settori, sul versante della nautica > da diporto e della cantieristica, la legge introduce misure di semplificazione > amministrativa e digitalizzazione delle procedure, con l’obiettivo di > rafforzare la competitività del comparto e favorire l’innovazione tecnologica, > introducendo in parallelo disposizioni per promuovere la sicurezza della > navigazione e la tutela degli habitat marini”. La legge sulla valorizzazione della risorsa mare affronta anche l’istituzione della zona contigua oltre il limite delle acque territoriali, per rafforzare la capacità di presidio ambientale e culturale delle aree marine, contribuendo alla protezione di un patrimonio spesso esposto a pressioni illegali o a sfruttamento non regolato e introduce misure in materia di pesca, ricerca scientifica e tutela degli ecosistemi marini, con l’obiettivo di bilanciare lo sviluppo economico con la salvaguardia ambientale, in coerenza con gli impegni europei sulla transizione ecologica. Il testo, infine, a proposito del lavoro marittimo, aggiorna la disciplina sull’arruolamento dei lavoratori marittimi extracomunitari residenti in Italia, superando un limite del Codice della navigazione che ne consentiva l’iscrizione esclusivamente in caso di cittadinanza italiana o comunitaria: un anacronismo normativo che rischiava di aggravare la carenza di personale qualificato già avvertita dal comparto. > “Oggi la vera sfida, ha sottolineato Antonello Testa, presidente Informare e > Coordinatore dell’Osservatorio Nazionale sull’Economia del Mare OsserMare, non > è soltanto misurare l’Economia del Mare, ma comprenderne tempestivamente i > cambiamenti per trasformarli in politiche efficaci, investimenti e nuove > opportunità di crescita. Questo è il principale obiettivo del XIV Rapporto che > conferma la solidità e la competitività del nostro sistema marittimo e offre > una rappresentazione ampia della Blue Economy italiana, diversa per perimetro > e metodologia rispetto ad altri osservatori europei”. Qui per scaricare il Rapporto: https://ossermare.org/pubblicazioni/xiv-rapporto-nazionale-sulleconomia-del-mare-2026/. Giovanni Caprio
July 22, 2026
Pressenza
Quando il Partito legge Cai Fang: l’intelligenza artificiale entra nella dottrina cinese del lavoro
DAL LIBRO DELL’ECONOMISTA CAI FANG ALLE PAGINE DELLO XUEXI SHIBAO E DI QIUSHI: COME IL DIBATTITO ACCADEMICO SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E IL LAVORO SI STA TRASFORMANDO IN INDIRIZZO POLITICO PER IL QUINDICESIMO PIANO QUINQUENNALE CINESE. In Cina il dibattito sull’intelligenza artificiale e il lavoro non resta confinato ai convegni accademici o alle newsletter dei think tank. Passa, con una rapidità che in Occidente non ha equivalenti istituzionali, dentro i testi che orientano la linea del Partito. Il 19 giugno lo Xuexi Shibao, il giornale della Scuola centrale del Partito comunista cinese, il luogo dove si elaborano e si legittimano le dottrine ufficiali prima della loro discesa nell’apparato, ha pubblicato un intervento sulla risposta attiva all’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione. Lo stesso giorno il pezzo è stato rilanciato da Qiushi, la rivista teorica del Comitato centrale, la sede editoriale più autorevole per la formulazione della linea politica cinese. Non è un dettaglio redazionale: è la prova che un impianto concettuale nato in sede economico-accademica ha già superato la soglia della dottrina. Quell’impianto ha un nome e un autore riconoscibili. Cai Fang, già vicepresidente dell’Accademia cinese delle scienze sociali, accademico nella sezione riservata agli studiosi di rango più alto, presidente dell’Associazione cinese di economia del lavoro e voce di riferimento del China Finance 40 Forum, ha appena pubblicato per CITIC Press un libro dal titolo esplicito: Le nuove tendenze dell’occupazione cinese nell’epoca in cui l’intelligenza artificiale ne ristruttura il mercato. L’introduzione del volume, diffusa a febbraio sul blog ufficiale del CF40 e autorizzata dallo stesso autore per la circolazione internazionale, anticipa quasi parola per parola i temi ripresi quattro mesi dopo dallo Xuexi Shibao: la distinzione fra un primo tempo dell’automazione, nel quale il capitale umano più qualificato sostituisce quello meno qualificato mentre le macchine restano sullo sfondo, e un secondo tempo, quello dell’intelligenza artificiale generale, in cui il divario di competenze fra le persone smette semplicemente di contare perché la sostituzione riguarda ogni lavoro cognitivo indipendentemente dal livello. Ritorna, nel testo dottrinale di giugno, anche la proposta più radicale del libro: scollegare la crescita salariale dalla produttività individuale e la distruzione occupazionale dall’innovazione tecnologica, in modo che i guadagni di produttività non restino intrappolati nei settori più automatizzati ma vengano ridistribuiti verso quei lavori a bassa produttività e alta domanda, i cosiddetti impieghi di tipo Baumol, che Cai Fang individua come cuscinetto sociale del passaggio. C’è una differenza però che vale la pena isolare, perché è quella che rende interessante il confronto fra i due testi al di là della semplice continuità di contenuto. Il libro di Cai Fang si muove nel registro dell’ipotesi economica: propone scenari, richiama Friedman sul valore predittivo della teoria positiva, discute apertamente le insufficienze dei paradigmi economici correnti di fronte a un fenomeno che attraversa demografia, sociologia e filosofia insieme. Il testo dello Xuexi Shibao, pur riprendendo l’impalcatura concettuale, la traduce in un registro diverso: quello della pianificazione statale. Non discute se il capitale umano vada rifinanziato, stabilisce che la responsabilità di spesa per la formazione, tanto scolastica quanto permanente, debba restare prevalentemente pubblica lungo l’intero ciclo di vita. Non ipotizza una transizione verso una protezione sociale universale, la prescrive come direzione di riforma del sistema previdenziale, definito nel testo come rete di sicurezza di base e non più selettiva. E soprattutto colloca l’intera operazione dentro l’orizzonte pianificatorio del Quindicesimo Piano quinquennale, il periodo 2026-2030 che il libro stesso indica come finestra in cui il Terzo Plenum del ventesimo Comitato centrale ha già inserito la gestione delle tensioni occupazionali strutturali fra i compiti prioritari della politica del lavoro. Il libro fornisce anche la cornice statistica che giustifica l’urgenza dell’operazione. Cai Fang richiama l’indice di preparazione all’intelligenza artificiale del Fondo Monetario Internazionale, che colloca la Cina al trentunesimo posto mondiale, nettamente sopra la sua posizione nelle classifiche del reddito pro capite. Ma la disaggregazione dell’indice complica il quadro: quattordicesima nelle infrastrutture digitali, ventinovesima per integrazione economica e innovazione, la Cina crolla al trentasettesimo posto per le politiche di capitale umano e di mercato del lavoro e al quarantunesimo per regolazione ed etica. È questo squilibrio, fra capacità tecnologica avanzata e istituzioni del lavoro impreparate, a spiegare l’insistenza del testo di giugno sulla risposta pubblica coordinata: la Cina non teme di restare indietro nella corsa ai modelli, teme di restare indietro nella capacità di assorbire socialmente ciò che quei modelli producono. Il libro insiste anche su un terreno che la sintesi dottrinale riprende con minore evidenza ma che resta decisivo: il sistema dell’hukou, la registrazione di residenza che condiziona da decenni l’accesso ai servizi pubblici e la mobilità della forza lavoro. Cai Fang lo indica come uno dei blocchi istituzionali che, combinato con l’automazione, aggrava il disallineamento fra competenze richieste e disponibili, impedendo ai lavoratori spiazzati dall’intelligenza artificiale di spostarsi verso i settori dove la domanda di lavoro complementare alla tecnologia si sta formando. La riforma dell’hukou, che il libro indica come stallo da sbloccare per la mobilità sociale, è il punto in cui la tesi economica tocca il nervo più sensibile del sistema cinese, quello del controllo amministrativo della popolazione, e non è un caso che il testo di Xuexi Shibao, pur riprendendo quasi integralmente l’impianto sul capitale umano e sulla protezione universale, resti su questo punto molto più prudente del libro che lo ispira. Colpisce, leggendo i due testi in sequenza, anche la gestione della metafora con cui in Occidente si è raccontato l’emergere di DeepSeek all’inizio del 2025. Cai Fang respinge esplicitamente l’etichetta di «momento Sputnik» coniata dalla stampa occidentale, con il suo portato di competizione a somma zero ereditato dalla Guerra fredda, e le preferisce due immagini alternative: quella biblica di Davide contro Golia, letta come affermazione di un ethos di collaborazione aperta più che come vittoria di un singolo attore, e quella suggerita da un lettore in una lettera al Financial Times, il «momento Toyota», che paragona la strategia di DeepSeek all’efficienza produttiva giapponese piuttosto che alla corsa agli armamenti sovietico-americana. La scelta retorica non è mai neutra: sposta la narrazione dal registro geopolitico della sfida bilaterale a quello, più gestibile per Pechino, di un ecosistema tecnologico plurale in cui la competizione produce benefici diffusi anche per attori terzi. Per un osservatore europeo il punto non è stabilire se questo apparato dottrinale sia più efficace del disordine occidentale, fatto di rapporti del World Economic Forum, di dichiarazioni di venture capitalist come Marc Andreessen sulla crescita che si riversa automaticamente verso il basso, di policy paper che si susseguono senza mai tradursi in obblighi di spesa pubblica vincolanti. Cai Fang stesso tratta con sospetto esplicito quella retorica del trickle-down tecnologico, ricordando che i benefici della produttività non si distribuiscono da soli ma solo se lo consentono meccanismi istituzionali costruiti apposta. In Cina quella diffidenza verso l’automatismo del mercato, da posizione critica di un economista, sta diventando premessa di un piano di Stato che impegna risorse, tempi e responsabilità amministrative precise: trattare lo shock occupazionale dell’IA non come un effetto collaterale da correggere a posteriori, ma come un oggetto di pianificazione da governare in anticipo, con i rischi di rigidità e controllo narrativo che questo comporta, ma anche con una capacità di intervento strutturale che i sistemi affidati alla sola iniziativa privata faticano a replicare. Resta un limite che vale la pena nominare, ed è lo stesso che Cai Fang segnala quando invita a superare i modelli causali semplificati dell’economia tradizionale: un impianto nato come dibattito accademico plurale, con margini di incertezza dichiarati esplicitamente nel testo di origine, quando passa attraverso Xuexi Shibao e Qiushi si consolida in una linea unica che tende a occupare per intero lo spazio pubblico del ragionamento su lavoro e intelligenza artificiale in Cina. Le ipotesi che il libro invita a rimuovere dal discorso politico, dalla fiducia acritica nel trickle-down alla teoria del cambiamento tecnologico indotto dalla scarsità dei fattori, diventano nella versione dottrinale non più ipotesi da verificare ma premesse acquisite di una linea di azione statale. È il prezzo che il sistema cinese paga per la propria velocità di traduzione dall’idea alla pianificazione: la stessa rapidità che trasforma in poche settimane un’introduzione di libro in indirizzo di Piano quinquennale toglie spazio a quella dialettica fra ipotesi concorrenti che il libro, nella sua parte più originale, chiedeva di preservare. Se la traduzione istituzionale del Piano quinquennale seguirà davvero l’indirizzo tracciato da questi due testi, la Cina offrirà nei prossimi anni un caso di osservazione raro: un esperimento naturale su quale architettura statale assorbe meglio la ristrutturazione del lavoro imposta dall’intelligenza artificiale, indipendentemente dal giudizio politico che si dia sul sistema che lo produce. E offrirà, insieme, una verifica indiretta di quanto quella stessa rapidità decisionale sia compatibile, nel tempo, con la correggibilità dell’errore che una risposta a un fenomeno ancora così incerto dovrebbe potersi permettere. Fonti * Introduzione al libro *New Trends in China’s Employment: How Artificial Intelligence Is Reshaping the Labour Market* (traduzione autorizzata in inglese, *East is Read*) * China Finance 40 Forum (CF40) – sito ufficiale * CITIC Press – casa editrice del volume *New Trends in China’s Employment: How Artificial Intelligence Is Reshaping the Labour Market* Francesco Russo
July 22, 2026
Pressenza