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VENERDÌ 24 APRILE 2026: ANALISI CRITICA DEI FATTI ECONOMICI DELLA SETTIMANA CON ANDREA FUMAGALLI.
Consueto appuntamento del venerdì, in questo 24 aprile 2026,  con l’analisi critica dei fatti economici della settimana. Su Radio Onda d’Urto Andrea Fumagalli, docente di economia politica all’Università di Pavia e nostro storico collaboratore. Nell’appuntamento di oggi abbiamo affrontato diversi temi: la possibile richiesta del governo italiano di scostamento di bilancio; il numero sempre crescente delle vertenze industriali in Italia; i costi, impossibili, del vivere a Milano; infine, un bilancio sulle ricadute dei dazi imposti un anno fa da Trump. DEBITO PUBBLICO – L’Italia non esce dalla procedura europea per deficit eccessivo. L’Eurostat ha certificato un rapporto deficit/Pil al 3,1% per il 2025, sopra la soglia del 3%. Il governo, nel Documento di finanza pubblica (Dfp) approvato ieri (23 aprile) dal Consiglio dei ministri, ha rivisto al ribasso la stima di crescita per il 2026 (dallo 0,7% allo 0,6%) e ha confermato una situazione di “eccezionale difficoltà” legata agli shock energetici provocati dal conflitto in Medio Oriente. E proprio in tema energia la premier chiede all’Europa ‘più coraggio’ e punta allo scorporo delle spese come per il Safe sulla difesa (strumento finanziario approvato per sostenere l’industria della difesa che prevede 150 miliardi di euro in prestiti a lungo termine, finalizzati a investimenti militari). Il piano della Commissione sugli aiuti di Stato va bene, dice, ‘ma non basta’. Quanto all’ipotesi di uno scostamento di bilancio, ‘non escludiamo nulla’, afferma. Intanto l’Ocse abbassa ancora le stime di crescita dell’Italia e alza quelle dell’inflazione. DESERTO INDUSTRIALE – Le vertenze industriali, che raccontano la crisi reale nel nostro Paese, si moltiplicano: dall’acciaio all’automotive, dalla chimica all’energia, fino al tessile e moda. Quelle aperte al Ministero delle imprese e del made in Italy sono 114 (+11 da febbraio) e coinvolgono 138.469 lavoratori (+7.434 da febbraio). In un mese e mezzo si sono aggiunte 11 aziende e 7mila lavoratori in più. L’industria italiana è sempre più vicina a una crisi strutturale. CARO-CASA – A Milano lo stipendio non basta più: si spende fino al 60% per abitazione e trasporti. Con le retribuzioni medie lorde di un impiegato, che vanno dai 1.542 euro ai 2.700 al mese. La forbice fra reddito e costo della casa e trasporti a Milano si amplia sempre di più e per vivere a Milano uno stipendio medio non basta più. Questo è il quadro impietoso sulla capitale economica del Paese, messo in luce dal terzo rapporto Oca (Osservatorio casa abbordabile), realizzato da Politecnico di Milano. DAZI – Il problema per gli Stati Uniti e per il presidente Donald Trump non è solo la guerra in Iran. A pesare sono anche le difficoltà dell’economia Usa e, soprattutto, l’aumento dei prezzi nei supermercati. Una parte rilevante di queste difficoltà è riconducibile ai dazi generalizzati imposti su quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti a partire dal 2 aprile 2025, il cosiddetto ‘Liberation Day’. Trump li aveva presentati come una terapia d’urto per “riportare in America fabbriche, posti di lavoro e sovranità economica”. A un anno di distanza, il risultato che appare con maggiore evidenza è però un altro: un aggravio di costi per famiglie e imprese americane. Andrea Fumagalli, docente di economia politica all’Università di Pavia e collaboratore di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
April 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Superbonus: le stucchevoli e incoerenti lamentele di Meloni
“Sciagurato Superbonus”: così Giorgia Meloni ha apostrofato per l’ennesima volta i crediti fiscali dovuti per il bonus con detrazione fiscale del 110% nel settore edilizio, in occasione dell’approvazione del Documento di Finanza Pubblica del 2026. ISTAT ed EUROSTAT hanno certificato che il bilancio italiano nel 2025 chiude con un deficit superiore al 3% rispetto al PIL: di conseguenza l’Italia rimane all’interno della procedura europea per deficit eccessivo. Da quando è al governo la Presidente del Consiglio dei Ministri, quando i conti non tornano, utilizza il Superbonus come capro espiatorio. È il caso di ricordare che il Superbonus è stato introdotto dal governo Conte bis nel 2020 a seguito della pandemia per far ripartire il settore dei cantieri edili ed è stato ridimensionato dal governo Draghi nei due anni seguenti. Il 17 settembre 2022, una settimana prima delle elezioni politiche che vedranno la vittoria del centrodestra e la nascita del governo attuale, Giorgia Meloni pubblica un video dal titolo: “Pronti a tutelare i diritti del Superbonus e a migliorare le agevolazioni edilizie” (si può ancora vedere nel sito giorgiameloni.it). “Da quando il Superbonus è stato istituito – afferma la leader di Fratelli d’Italia – sono già 16 gli interventi normativi che lo hanno modificato. Modifiche sempre più stringenti che hanno mandato in crisi migliaia di piccole imprese del settore edilizio che avevano fatto giustamente affidamento sulla misura del Superbonus e che hanno lasciato nel limbo migliaia di cittadini che avevano fatto altrettanto firmando contratti per lavori che poi sono stati bloccati spesso anche in corso d’opera.” “Fratelli d’Italia – conclude Giorgia Meloni – è sempre intervenuta chiedendo che non si cambiassero le regole in corso e proponendo più volte misure per sbloccare i crediti incagliati e per favorire la ripresa dei lavori nei cantieri. Noi vogliamo intervenire per tutelare i cosiddetti esodati del Superbonus, ovvero imprese e cittadini rimasti rispettivamente con crediti fiscali e lavori bloccati, rimasti prigionieri delle frequenti modifiche normative. Quindi è necessario accompagnare alla scadenza l’attuale formulazione della norma secondo il principio del legittimo affidamento, cioè nessuna modifica normativa per chi aveva già avviato i lavori che rientravano nel 110%”. Il 22 ottobre 2022 – un mese dopo la pubblicazione del video – nasce il governo Meloni, che nel febbraio 2023 – quattro mesi dopo – introduce il blocco della cessione dei crediti d’imposta collegati al Superbonus. A prescindere dalle legittime opinioni critiche sui bonus edilizi (in particolare nei confronti del bonus con detrazione al 110%) e persino da una complessiva valutazione sul rilancio del settore edilizio post pandemia, le reiterate rimostranze contro il Superbonus dell’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri risultano incredibili. Al quarto anno di governo Giorgia Meloni sta ancora cercando di dare la colpa ai crediti del Superbonus per il disavanzo dei conti pubblici. Francamente è diventata una lamentazione stucchevole. Quando si accetta di guidare un governo, si dovrebbe conoscere la situazione economica e finanziaria del Paese (il debito, il deficit, i crediti, le imposte, ecc.), ci si dovrebbe fare carico dello storico e mettere in atto politiche per migliorare la situazione. Perché non è obbligatorio per nessuno presentarsi alle elezioni (sostenendo una proposta) e nemmeno accettare di presiedere il governo (mettendo in atto esattamente l’opposto di quello che si era promesso). Chi lo fa deve assumersi tutte le responsabilità delle scelte. In ogni caso, resta il nodo dell’incoerenza e del palese contrasto tra le affermazioni della leader di Fratelli d’Italia nella campagna elettorale e le dichiarazioni di Giorgia Meloni Presidente del Consiglio dei Ministri. Con il dubbio che avesse ragione Pier Paolo Pasolini: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”. Rocco Artifoni
April 23, 2026
Pressenza
IRAN: “GLI STATI UNITI HANNO SBAGLIATO I CALCOLI, IL SISTEMA PER ORA TIENE”. INTERVISTA ALL’ANALISTA TARA RIVA
Alta tensione nello stretto di Hormuz, anche se per ora senza ripresa in grande stile dell’aggressione israelo-Usa, dove a sorpresa salta un’altra testa: il segretario della Marina Usa John Phelan è stato licenziato con effetto immediato dopo mesi di tensioni con il capo del Pentagono, Pete Hegseth, “invidioso” degli stretti rapporti tra Trump e Phelan. Fino a oggi era il più alto civile in grado nella Us Navy e la sua uscita arriva nel mezzo del blocco nello stretto di Hormuz, contro cui i Pasdaran ieri hanno sequestrato 2 cargo e colpito un terzo per il perdurare del blocco imposto dagli Usa. 31 le navi fermate da Washington, che proroga unilateralmente il cessate il fuoco di durata indefinita; Trump, in difficoltà, annuncia che i colloqui sono ‘possibili già venerdì’, mentre l’ambasciatrice degli States in Pakistan ha incontrato il ministro degli Interni di Islamabad, principale negoziatore in campo. L’estensione del cessate il fuoco senza la ripresa della navigazione dal Golfo Persico non convince Teheran che teme una trappola, come già accaduto a giugno 2025 e febbraio 2026 e invita gli Usa a ‘togliere il blocco prima di ogni trattativa’, per ora in stallo. La prima parte dell’intervista con Tara Riva, giornalista italo-iraniana e analista di questioni internazionali, che si concentra sullo stallo dei negoziati tra Stati Uniti ed Iran. Ascolta o scarica La seconda parte dell’intervista con Tara Riva, che si focalizza sulla situazione economica e sociale interna all’Iran. Ascolta o scarica
April 23, 2026
Radio Onda d`Urto
Pensioni pagate a domicilio, un esperimento pilota a Cuba
Un progetto pilota promosso dalla Banca Centrale di Cuba tra il 14 e il 17 aprile ha permesso ai pensionati di ricevere le proprie pensioni direttamente al loro domicilio grazie ad un accordo con alcune entità private. L’iniziativa promossa dalla Banca Centrale di Cuba (BCC), dal Banco Metropolitano (BANMET), dal Governo dell’Avana e dal Ministero del Lavoro e della Sicurezza Sociale (MTSS), ha l’obiettivo: di agevolare gli anziani, evitando di recarsi nelle filiali bancarie dove purtroppo le file sono molto lunghe a causa principalmente dalla carenza di energia elettrica. L’esperienza pilota ha coinvolto la Mipyme MEC S.U.R.L, nel Comune di Playa; altri si aggiungeranno nei prossimi giorni rendendo il progetto più ampio e in grado di coinvolgere un numero maggiore di utenti. I dipendenti di questa azienda hanno portato direttamente le pensioni al domicilio dei percettori. Le banche riducono così le attese degli altri cittadini, mentre alle aziende che aderiscono all’iniziativa è permesso depositare il denaro raccolto direttamente sul proprio conto, senza andare in banca e ricevere commissioni per il servizio, oltre a dare un contributo sociale a un settore vulnerabile. Dopo il normale periodo di sperimentazione il programma pilota verrà esteso a tutto il Paese. Dalla Banca Centrale di Cuba invitano altri negozi e attori economici a unirsi a questa iniziativa, ma non tutti sembrano aver risposto positivamente. Non è certo la prima volta che un’iniziativa positiva intrapresa dal governo viene usata per denigrare le stesse istituzioni che la propongono. In fondo il ruolo delle decine di siti che dagli Stati Uniti si occupano di fare propaganda contro L’Avana è proprio questo. Prendiamo ad esempio quanto scrive il sito Diario de Cuba, noto per le sue posizioni controrivoluzionarie. “Il programma pilota denota i fallimenti della cosiddetta ‘bancarizzazione’ e la mancanza di liquidità del sistema bancario cubano. L’ente emittente ha presentato la misura come un modo per facilitare le transazioni ed evitare spostamenti nelle filiali bancarie, riconoscendo implicitamente il sovraccarico del sistema finanziario statale. La necessità di questo meccanismo evidenzia i problemi strutturali del sistema di pagamento sull’isola, aggravati dopo l’imposizione della bancarizzazione”, scrive il sito. Ovviamente, secondo Diario de Cuba, il problema è tutto riconducibile alle carenze del nuovo corso bancario cubano. Le file sono causate dal problema tecnologico dell’intera struttura e dalle carenze energetiche; non viene mai menzionato il fatto che  se manca l’elettricità a Cuba non è perché il Padre Eterno ha deciso così e neppure per la classica narrazione che getta tutte le responsabilità sul governo incapace di fare qualunque cosa per i suoi cittadini. Dipende dal blocco economico, commerciale e finanziario implementato dalle ultime misure di Donald Trump, che impedisce all’isola di crescere economicamente e strutturalmente. Sempre secondo Diario de Cuba “la scarsità di denaro fisico ha inoltre dato vita a un mercato informale in cui gli intermediari, noti come ‘buquenques’, scambiano i trasferimenti in contanti con commissioni fino al 30%, una distorsione che evidenzia la sfiducia nel sistema bancario statale”. Peccato che il tasso di cambio del Peso Cubano con le altre monete internazionali sia artificialmente manipolato da un altro sito, che come Diario de Cuba vive grazie ai finanziamenti delle varie agenzie statunitensi, ovvero il famoso El Toque. Come nel caso di Cibercuba, dietro la facciata di organi che diffondono libera informazione si celano giornalisti che quotidianamente si dedicano a stravolgere e manipolare notizie su Cuba, con l’ovvio proposito di alimentare il malcontento nella popolazione, sperando in una sommossa popolare che faccia cadere il legittimo governo. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
April 23, 2026
Pressenza
Una linea facilitata per l’accesso al dollaro, o gli Emirati minacciano di usare lo yuan cinese
Gli Emirati Arabi Uniti hanno avviato una trattativa serrata con la Casa Bianca per ottenere una via d’accesso privilegiata ai dollari statunitensi, attraverso linee di swap valutario. La mossa, rivelata dal Wall Street Journal, arriva mentre il conflitto tra l’asse USA-Israele e l’Iran minaccia di trascinare la monarchia del Golfo […] L'articolo Una linea facilitata per l’accesso al dollaro, o gli Emirati minacciano di usare lo yuan cinese su Contropiano.
April 23, 2026
Contropiano
L’Unione Europea vuole il suo cloud. Assegnato l’appalto
In questi giorni è stato assegnato un importante appalto per un totale di 180 milioni di euro da erogare in sei anni vinto da quattro fornitori diversi, inserito nell’ambito dell’iniziativa dell’UE di dotarsi di una propria infrastruttura cloud sovrana. La valutazione dei candidati si è svolta seguendo i criteri del […] L'articolo L’Unione Europea vuole il suo cloud. Assegnato l’appalto su Contropiano.
April 23, 2026
Contropiano
Due Sessioni 2026: il piano quinquennale cinese tra sfide interne e ambizioni globali
A metà marzo 2026 si sono chiuse a Pechino le cosiddette Due Sessioni, le riunioni annuali dell’Assemblea Nazionale del Popolo e della Conferenza Consultiva del Popolo, il momento annuale “parlamentare” del sistema politico cinese. In queste sessioni viene presentato il report di lavoro del governo e approvate una serie di leggi importanti come quelle riguardanti il bilancio nazionale. Inoltre, quest’anno è stato approvato il 15° piano quinquennale 2026-2030, in cui vengono delineate le strategie di sviluppo socio-economico di medio periodo. Abbiamo parlato con Dario Di Conzo – co-curatore della trasmissione Levante su Radio Onda D’Urto e docente a contratto di riforme economiche della Cina contemporanea all’Orientale di Napoli – di questo passaggio strategico e delle questioni aperte nella Repubblica Popolare. Diverse questioni emergono – invecchiamento della popolazione, debolezza dei consumi interni, ampia dipendenza da fonti fossili e catene del valore extranazionali – a comporre un quadro complesso e lontano dalla contrapposizione retorica tra “Cina come Modello” e “Cina come Nemico”.
April 22, 2026
Radio Blackout - Info
A tredici anni dal Rana Plaza, la sicurezza nelle fabbriche resta un’emergenza e la crisi climatica la aggrava
Venerdì 24 aprile 2026 ricorre il tredicesimo anniversario del crollo del Rana Plaza in Bangladesh. Il peggior incidente mai verificatosi nell’industria della moda è costato la vita ad almeno 1.138 persone, per la grande maggioranza lavoratrici e lavoratori delle cinque fabbriche di abbigliamento che ospitava. Un disastro completamente evitabile, come rischiano di essere quelli che verranno, se le condizioni strutturali che lo hanno reso possibile non cambiano radicalmente. Oggi la rete globale della Clean Clothes Campaign (CCC) ribadisce la propria solidarietà a tutte le persone colpite da questa tragedia ed esorta le grandi aziende del settore a trarre le dovute lezioni da quanto accaduto, garantendo sicurezza e dignità a chi lavora nelle proprie filiere. Nel dettaglio, la CCC chiede: * ad aziende come Decathlon, Ikea, Wrangler e Mayoral di garantire la sicurezza di lavoratrici e lavoratori del settore abbigliamento firmando l’Accordo vincolante su incendi e sicurezza (d’ora in poi: l’Accord), nato proprio all’indomani di questa tragedia; * alle aziende che hanno già firmato l’Accordo di (a) estenderne la copertura a un numero maggiore di persone, (b) includere nel suo mandato i rischi per la salute legati al clima, e (c) garantire che i datori di lavoro non interferiscano in alcuna fase della sua applicazione; * a Hugo Boss e LPP di rinnovare il proprio impegno per la sicurezza dei lavoratori in Pakistan; * al governo del Bangladesh di dare attuazione alle raccomandazioni della Commissione per la riforma del lavoro. Progressi reali, ma il lavoro non è finito L’Accordo — il cui nome completo è International Accord for Health and Safety in the Garment and Textile Industry — è firmato da oltre 290 brand internazionali e copre attualmente più di 1.700 fabbriche. Il programma è nato in Bangladesh dopo il crollo del Rana Plaza ed è stato esteso al Pakistan nel 2023. Pur avendo apportato enormi miglioramenti alla sicurezza di chi lavora nel settore, il lavoro è tutt’altro che concluso. Allo stato attuale, il 46% delle fabbriche in Bangladesh non ha ancora completato gli interventi di adeguamento necessari ai sistemi di rilevazione e allarme antincendio, e il 27% deve ancora portare a termine le misure che garantiscono un’evacuazione sicura in caso di emergenza. La sicurezza è inoltre un processo continuo, che richiede un monitoraggio costante da parte di ispettori qualificati e indipendenti. Poiché il programma Bangladesh è in scadenza alla fine di quest’anno, questo è un momento cruciale per assicurarsi che tuteli il maggior numero possibile di persone. «Per il rinnovo dell’accordo in Bangladesh è fondamentale che lavoratrici, lavoratori e le loro organizzazioni possano presentare reclami su qualsiasi problematica in modo sicuro, sapendo che le decisioni verranno prese in modo indipendente», afferma Rashadul Alum Raju, Segretario Generale della Bangladesh Independent Garment Union Federation (BIGUF). Il calore come questione di salute e sicurezza Un punto caldo dell’Accordo è lo stress da calore, oggi un rischio concreto nelle fabbriche di abbigliamento del subcontinente, ma che non è ancora tra gli oggetti di ispezione. Lo mette bene in evidenza il nuovo rapporto sulle “fabbriche verdi” in Bangladesh realizzato dall’organizzazione FAIR insieme al Center for Worker Solidarity (BCWS) per la Campagna Abiti Puliti (sezione italiana di CCC) nell’ambito del progetto Fashioning a Just Transition: anche negli stabilimenti che si fregiano di certificazioni ambientali, le temperature interne raggiungono livelli pericolosi per la salute. Lo stress da calore causa già oggi malattie, cali di produttività forzati e, nei casi più gravi, decessi. Eppure non figura tra i parametri ispezionati. «Ho visto direttamente l’impatto dello stress da calore sulle giovani lavoratrici e quello che fa ai loro corpi e alla loro salute. Ogni giorno sono costrette a lavorare senza pause sufficienti e persino senza acqua da bere», afferma Kalpona Akter del Bangladesh Center for Worker Solidarity (BCWS). Una copertura più ampia per salvare più vite L’Accordo in Bangladesh copre attualmente solo le fasi finali della produzione di abbigliamento, lasciando senza tutele chi lavora nelle filature, nelle tintorie, nelle lavanderie e nelle aziende che producono tessuti per la casa e accessori. Che questi lavoratori siano ancora esposti a rischi concreti lo dimostrano i continui incendi ed esplosioni di caldaie che si verificano in questi stabilimenti non coperti dall’accordo. «Tutti i 290 brand e retailer che hanno firmato l’Accordo, insieme alle organizzazioni sindacali firmatarie, hanno voce in capitolo sulla gestione del programma: dovrebbero adoperarsi affinché questo protegga un numero ancora maggiore di lavoratrici e lavoratori», sostiene Deborah Lucchetti, coordinatrice e portavoce della Campagna Abiti Puliti. Oltre all’estensione della copertura e alla non interferenza dei datori di lavoro, Lucchetti punta l’attenzione sullo stress da calore: «Deve essere riconosciuto esplicitamente come problema di salute e sicurezza sul lavoro. Le ispezioni dovrebbero includere la rilevazione sistematica delle temperature interne e dei rischi correlati, e le fabbriche dovrebbero essere obbligate ad adottare misure concrete e verificabili». Questo tema è centrale anche nel Manifesto per una transizione giusta nella moda che la CCC lancerà a livello internazionale il 1° maggio, in occasione della Festa dei Lavoratori. La sezione italiana non ha scelto a caso di lanciare il Manifesto a Prato, con Sudd Cobas e a fianco dei lavoratori sfruttati del distretto: il nesso tra crisi climatica e sfruttamento del lavoro è globale, ma si annida anche nelle periferie produttive d’Europa. Nessuna interferenza padronale nel funzionamento dell’Accordo Un altro nodo cruciale è che i brand firmatari garantiscano l’assenza di interferenze dei datori di lavoro in qualsiasi fase delle operazioni — dalle ispezioni alle sessioni formative, fino al meccanismo di reclamo. Come evidenziato nel memo pubblicato lo scorso anno da CCC e dalle altre organizzazioni firmatarie in qualità di testimoni, questa pressione rappresenta ancora oggi un rischio serio per l’integrità dell’accordo. I brand che ancora non hanno firmato Nonostante i progressi dell’Accordo, numerosi brand internazionali non hanno ancora aderito. In diversi paesi europei, tra cui Spagna e Francia, sono in corso iniziative rivolte proprio a questi brand per chiedere loro di assumersi le proprie responsabilità, anche alla luce di una crescente consapevolezza sull’impatto del cambiamento climatico nei luoghi di lavoro. Azioni in Bangladesh Il 24 aprile, le organizzazioni sindacali partner della CCC in Bangladesh commemoreranno le vittime e i feriti del crollo. Rivolgono inoltre un appello al nuovo governo affinché dia attuazione alle raccomandazioni della Commissione per la riforma del lavoro, istituita dopo che una rivolta studentesca ha portato alla caduta del governo Hasina, con particolare riferimento a salari, libertà di organizzazione sindacale, diritto alla contrattazione collettiva e istituzione di tribunali del lavoro equi. Redazione Italia
April 22, 2026
Pressenza
“Banche armate” italiane: verso utili per oltre 7 miliardi di euro
“Banche armate” italiane: verso utili a inizio 2026 per oltre 7 miliardi di euro Riceviamo e pubblichiamo da Gianni Alioti, fra i maggiori esperti del settore armiero, una analisi aggiornata per Pressenza dei profitti delle grandi banche tramite le produzioni militari. Sono solo passate alcune settimane dalla presentazione al Parlamento della Relazione sul controllo dell’esportazione, importazione, transito di materiali d’armamento, da cui risulta che nel 2025 le transazioni bancarie legate all’export di armamenti hanno superato i 14 miliardi di euro complessivi (erano 12 miliardi nel 2024). Due-terzi di queste transazioni per esportazioni definitive è stato gestito da tre soli istituti: UniCredit, Banca Nazionale del Lavoro e Deutsche Bank. Tra i rimanenti istituti bancari maggiormente coinvolti per importo troviamo: Intesa Sanpaolo, Barclays Bank Ireland-Milan Branch, Banca Popolare di Sondrio, Crédit Agricole, Banco BPM, Banca Valsabbina, Banca Monte dei Paschi di Siena, BPER Banca ecc. In questi giorni Noemi Peruch, analista di Morgan Stanley, ha presentato un report basato su 5 istituti bancari italiani: UniCredit, BPER Banca, Intesa Sanpaolo, Banca Monte dei Paschi di Siena e Banco BPM, in cui si prevedono utili bancari italiani nel primo trimestre del 2026 per oltre 7 miliardi di euro (7,11 miliardi di euro a essere precisi). UniCredit, al primo posto assoluto tra le “Banche Armate” italiane, registra profitti superiori del 2-4% rispetto le attese, con un risultato operativo nel primo trimestre 2026 di 6,594 miliardi di euro e un utile netto di 2,867 miliardi di euro. Intesa Sanpaolo, al terzo posto tra le “Banche Armate” italiane dietro UniCredit e Banca Nazionale del Lavoro, sale invece al primo per risultato operativo pari a 7,074 miliardi di euro e al secondo posto per utile netto attestatosi a 2,69 miliardi di euro (+2,9%), sostenuto in particolare da profitti da trading pari a 426 milioni (+60,7%). BPER Banca tra le prime dieci “Banche Armate” italiane è destinata, in questo ambito, a fare un salto in avanti con l’incorporazione in questi della Banca Popolare di Sondrio, al quarto posto nel 2025 subito dietro le tre grandi. BPER Banca nel primo trimestre del 2026 ha raggiunto un risultato operativo di 1,812 miliardi di euro (+26,8% su base annua) e un utile netto di 515 milioni di euro (+16,3%). Banco BPM, al quinto posto tra le “Banche Armate” italiane, prevede nel primo trimestre 2026 un risultato operativo pari a 1,514 miliardi (+2,6%) e un utile netto di 480 milioni (-6%). Banca Monte dei Paschi di Siena, anche nel 2025 figura tra le “Banche armate” italiane, ma con importi modesti rispetto al passato. Il risultato operativo atteso nel primo trimestre 2026 è di 1,957 miliardi di euro (+94,3%) e l’utile netto è previsto a 567 milioni (+37,3%). Tra la crescita delle transazioni bancarie legate all’export di armamenti e gli utili netti delle banche coinvolte, sicuramente, non ci sono correlazioni “automatiche”, ma neppure semplici coincidenze. Constatiamo, infatti, che le principali “Banche Armate” italiane nel 2025 sono quelle che, in questi mesi, conseguono “risultati particolarmente brillanti”, secondo l’analista di Morgan Stanley, sia in termini di risultati operativi, sia di profitti. Come ripeteva spesso Giulio Andreotti “A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina.” Motivo più che sufficiente per togliere i propri risparmi (per chi li ha) o, semplicemente, il proprio conto corrente da questi istituti bancari. È un gesto forte, per affermare la nostra responsabilità etica e sociale, contro un sistema economico e finanziario che, insieme agli Stati, non ha alcuna remora a sostenere la crescita costante e infinita – sin dal 2014 – delle spese militari e del commercio d’armi. Con il risultato paradossale che, invece di aumentare la sicurezza, si stanno moltiplicando i conflitti armati e si alimentano le guerre. Già i nostri Governi destinano, senza il nostro consenso, una montagna di miliardi di euro delle nostre tasse per le spese militari e l’acquisto di nuovi armamenti, sottraendole al welfare e agli investimenti pubblici per la sanità, l’educazione, la ricerca in campo civile, la protezione ambientale ecc. Non è il caso, quindi, che lasciamo anche alla nostra banca la decisione di utilizzare allo stesso scopo i nostri soldi. È per questo importante sostenere la “campagna di pressione alle banche armate” https://www.banchearmate.org/ , sostenuta da gennaio 2026 anche dalla CEI. Partecipare a questa campagna è una delle azioni dirette più efficaci che possiamo fare per la pace e il disarmo.nche armate Togliamo i nostri risparmi e la gestione dei nostri conti correnti dalle mani “sporche di sangue” delle banche coinvolte nel traffico di armi https://finanzadisarmata.it/risorse/zero-armi/ Redazione Italia
April 22, 2026
Pressenza
Fisco & Debito: la Costituzione tradita
Il 2 giugno 2026 ricorrerà l’80° anno dell’elezione dell’Assemblea Costituente, che elaborò la Costituzione della Repubblica italiana. Purtroppo sono ancora molte le “promesse” della Carta in attesa di essere attuate. Addirittura ce ne alcune che sono palesemente tradite: 1. L’art. 53, comma 1: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Stando alla Costituzione il criterio per il pagamento delle imposte dovrebbe essere la capacità contributiva. Nella realtà il criterio principale è il reddito lordo, con scarsa considerazione sia delle spese necessarie per vivere (in modo da considerare come imponibile il reddito netto) sia del patrimonio (che è tassato in modo marginale). Inoltre, le imposte sui redditi variano in base alla tipologia di reddito: da lavoro dipendente e da pensione, da lavoro autonomo, da locazione, da capitale, ecc., applicando percentuali diverse a parità di reddito, violando l’equità orizzontale. Non solo: non esiste il cumulo dei redditi, il che favorisce i più ricchi che hanno varie fonti di entrate. Dalla una ricerca sulla disuguaglianza di redditi in Italia, pubblicata nel 2024 da alcuni docenti dell’Università Sant’Anna di Pisa e di Milano Bicocca, emerge con chiarezza come il 5% dei contribuenti con redditi più elevati paghi complessivamente meno imposte in percentuale rispetto al resto dei contribuenti meno abbienti. 2. L’art. 53, comma 2: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Negli ultimi decenni il criterio della progressività sui redditi delle persone è stato sempre più attenuato: da 32 scaglioni (con aliquote dal 10 al 72%) si è scesi a tre (dal 23 al 43%). Inoltre, l’imposta progressiva non è più la regola, ma l’eccezione del sistema tributario. Tutte le altre imposte sono proporzionali e a tassazione separata (regime forfettario, cedolare secca, redditi da capitale, ecc.). In un recente “data room” del Corriere della Sera Simona Ravizza ha scritto: “Il risultato è un sistematico smantellamento dell’IRPEF, che avviene un pezzo alla volta. È come se le fondamenta di un edificio venissero progressivamente picconate, lasciandolo poggiare su una base sempre più precaria. Considerando solo i regimi di favore che incidono sull’imposta personale sul reddito si contano 194 agevolazioni fiscali, di cui 125 quantificabili, per 68,8 miliardi di mancato gettito. Nel 2024 il minore gettito era di 60,7 miliardi. Insomma: l’Irpef, nata come imposta per tutti, è diventata la tassa di chi non ha alternative”. 3. Art. 81, secondo comma: “Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. È del tutto evidente che in Italia il ricorso all’indebitamento è a ciclo continuo, a prescindere dal ciclo economico e dal verificarsi di eventi eccezionali. Ogni anno il bilancio dello stato chiude in deficit senza eccezioni. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano ha messo a confronto la spesa per interessi sul debito pubblico in relazione al Prodotto Interno Lordo tra i Paesi dell’Unione Europea: nel 2025 il primato spetta all’Italia con il 3,8%, seguita dalla Grecia con il 3,2%, la Spagna con il 2,1%. La media dell’Euro Zona è all’1,7%, cioè meno della metà della percentuale pagata dall’Italia. In valore assoluto l’Italia nel 2025 ha speso per interessi quasi 90 miliardi di euro, il quadruplo dell’ultima legge di bilancio che ammontava a circa 22 miliardi di euro. 4. Art. 97, primo comma: “Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico”. Secondo le previsioni del “fiscal monitor” del Fondo Monetario Internazionale nel 2026 l’Italia diventerà il Paese europeo con il più alto rapporto tra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo, raggiungendo il 138,4%, scavalcando anche la Grecia che arriverà al 136,9%. I dati ISTAT certificano che il debito pubblico italiano negli ultimi anni è in aumento: nel 2014 era al 134,7% del PIL, nel 2015 al 137,1%. L’aumento del debito – a parità di contesto finanziario – comporterà un ulteriore incremento della spesa per interessi. Di conseguenza sarà ancora più difficile assicurare l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico stabilito dalla Costituzione. Rocco Artifoni
April 21, 2026
Pressenza