«Lo scheletro dello Stato, senza ideologia ingannevole». Meloni 2027: più armi, più disuguali, meno diritti
Per capire cosa pensa davvero un governo non servono conferenze stampa: basta
guardare dove mette i soldi. Joseph Schumpeter lo spiegava già nel 1918: il
bilancio è «lo scheletro dello Stato, spogliato di ogni ideologia ingannevole».
La manovra 2027 non prova neppure a nasconderlo. La radiografia è impietosa:
disuguaglianze consolidate, transizione ecologica in sala d’attesa, diritti
ridotti a dichiarazioni d’intenti e una sola voce che cresce senza imbarazzi: le
armi.
UN FISCO A MISURA DI POCHI (E A SCADENZA)
In un Paese di salari fermi, lavoro precario e spesa sempre più cara, ci si
sarebbe aspettati una manovra redistributiva. Invece il beneficio Irpef più
significativo si concentra sui redditi tra 50.000 e 55.000 euro, con un
vantaggio massimo di 500 euro, mentre sotto i 50.000 euro non arriva alcun
beneficio aggiuntivo. Morale: con 49.999 euro si è troppo poveri per meritare
uno sconto. Con 1.200 euro al mese da rider, non si entra nemmeno nella
fotografia. Le 31 misure fiscali previste, inoltre, valgono soltanto per il
2027. Un fisco usa e getta: un abbonamento alla precarietà, versione tributaria.
Intanto si allarga la flat tax per gli autonomi, e contribuenti con redditi
comparabili pagano imposte molto diverse. La Costituzione prescrive un sistema
tributario progressivo: a Palazzo Chigi qualcuno deve considerarla una
disposizione superata. E mentre si distribuiscono sconti selettivi, si tagliano
100 milioni l’anno all’Assegno di inclusione e non si finanziano adeguatamente i
livelli essenziali delle prestazioni sociali. La famiglia resta centrale,
naturalmente: soprattutto nei discorsi ufficiali.
LO STATO CROUPIER
Sul gioco d’azzardo, invece, il governo fa cassa: tra proroghe delle concessioni
e nuove gare si punta a incassare circa un miliardo. Curioso, perché Giorgia
Meloni, all’opposizione, tuonava contro lo Stato che lucrava sulle slot e sulle
famiglie devastate dalla ludopatia. Arrivata a Palazzo Chigi, le slot sono
diventate politica industriale. Rien ne va plus: perdono i più fragili, e il
banco vince sempre. Anche quando il banco è lo Stato.
SANITÀ: CURARSI, SE TE LO PUOI PERMETTERE
Si riducono le risorse alle Regioni per screening oncologici, macchinari
diagnostici, personale sanitario e salute mentale dei giovani. Si promette di
abbattere le liste d’attesa togliendo i mezzi per farlo; si celebra la
prevenzione tagliando gli screening che salvano vite. Strategia impeccabile, se
l’obiettivo fosse allungare le liste. I giovani chiedono aiuto contro ansia,
depressione e isolamento, e il sostegno pubblico sembra affidato alla buona
volontà e a qualche hashtag. Risultato: chi può paga il privato, chi non può
aspetta o rinuncia. Eppure, l’articolo 32 della Costituzione riconosce la salute
come «fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». Gino
Strada lo diceva ancora meglio: «I diritti degli uomini devono essere di tutti
gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi». Questa manovra sembra
aver scelto la seconda definizione.
CASA: IL GRANDE ASSENTE
Emergenza abitativa: affitti insostenibili, prezzi in crescita, edilizia
pubblica al lumicino. Chiedete a uno studente fuorisede quanto costa una stanza
a Milano, Bologna o Roma: sembra una battuta, è il mercato. Il governo risponde
con il fondo di garanzia per i mutui sulla prima casa, utile per chi un mutuo
può già permetterselo. Per gli altri, sostegno agli affitti, morosità
incolpevole ed edilizia residenziale pubblica restano insufficienti. La casa
resta una merce, non un diritto sociale. Le tende degli studenti in piazza sono,
al momento, il piano abitativo più concreto.
SCUOLA: LA PRIORITÀ È IL BURQA
Sul diritto allo studio la manovra non si smentisce: 6.974 posti in meno tra
docenti e personale bob doc ente Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario),
meno risorse per università, ricerca e diritto allo studio, nessun nuovo fondo
strutturale per l’università pubblica. A pagare di più sarà il Mezzogiorno, tra
povertà educativa e fuga dei laureati. Milioni di ragazze e ragazzi chiedono
scuole sicure, aule dignitose, riscaldamenti funzionanti e docenti meno precari.
E la grande priorità del governo? Il provvedimento sul burqa. Nelle scuole manca
talvolta persino la carta igienica, ma il problema nazionale è l’abbigliamento.
Don Lorenzo Milani, in Lettera a una professoressa, aveva sintetizzato tutto:
«La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde». Questa manovra rischia di
farne perdere parecchi.
TRANSIZIONE ECOLOGICA: RIPASSI L’ANNO PROSSIMO
Siccità, alluvioni e ondate di calore sono ormai quotidianità, e le pagano i più
fragili e i più giovani. La manovra prevede anche interventi positivi per
fotovoltaico, efficientamento degli edifici pubblici e ferrovie, ma in gran
parte rinviati agli anni successivi. Subito, invece, arriva una misura
strutturale da circa 2,3 miliardi: l’esenzione dal bollo per le auto a benzina e
diesel fino a 80 kW. Il futuro può attendere. Il diesel no. Slittano ancora
Plastic tax e Sugar tax. Eppure, l’Italia è già nella procedura d’infrazione
(INFR(2024)2053) per il mancato e non corretto recepimento della direttiva
europea Sup sulla plastica monouso, e Bruxelles ha inviato un parere motivato,
ultimo avviso prima del deferimento alla Corte di giustizia europea. Tradotto:
dopo il cartellino giallo arriva il rosso. E le sanzioni non le pagheranno i
ministri, ma i contribuenti. Calano, inoltre, le risorse per rinnovabili ed
efficienza energetica, mentre adattamento climatico e biodiversità restano senza
fondi adeguati. E una transizione affidata solo agli incentivi alle imprese
significa costi collettivi e benefici concentrati.
DIRITTI: A COSTO ZERO, PURCHÉ RESTINO SULLA CARTA
l’autonomia delle donne, l’inclusione delle persone con disabilità, l’infanzia e
contro le discriminazioni restano limitate e frammentarie. Investimenti
strutturali, non pervenuti. Quando i servizi pubblici si impoveriscono, i
diritti diventano una questione di portafoglio: chi può paga, chi non può
rinuncia. Una selezione sociale efficientissima, e contraria all’uguaglianza
costituzionale.
IL 5% PER LE ARMI CAMICIA SUBITO
Su un capitolo il governo non ha incertezze: la spesa militare. L’Italia ha
aderito all’obiettivo Nato del 5% del Pil entro il 2035. Si parte dai circa 48,3
miliardi del 2026 (2,1% del Pil); la manovra 2027 aggiunge 6-7 miliardi, nel
2028 ne arriverebbero altri 12-13, fino a circa il 3,2% del Pil, e dal 2029 al
2034 altri 4-5 miliardi l’anno, fino a circa 145 miliardi annui nel 2035. Per
scuola, casa, sanità e clima si invocano i vincoli di bilancio; per gli
armamenti i vincoli diventano obiettivi strategici. Il taglio di 100 milioni
all’Assegno di inclusione vale meno di una settimana del solo incremento
militare del 2027. Alle auto fino a 80 kW si toglie il bollo, ai carri armati
nessun limite di potenza. Ogni euro destinato alle armi è sottratto a welfare,
istruzione, sanità e adattamento climatico, in un comparto che contribuisce per
circa il 5,5% alle emissioni globali. Il 5% del Pil in spesa militare confligge
con la giustizia sociale e climatica. La risposta deve essere chiara: no.
IL CASO ABDERRAHIM FAKIR A BOLOGNA QUESTA ESTATE
SICUREZZA A CHIAMATA
Mentre per gli armamenti si mobilitano miliardi, sulla sicurezza dei cittadini
si risparmia. La manovra introduce la riserva volontaria nelle forze di polizia:
per i carabinieri ausiliari bastano licenza media e un corso di massimo tre
mesi, con paga al 65% e qualifiche di agente di pubblica sicurezza e polizia
giudiziaria. A regime, quasi 20 mila precari in divisa: ai giovani che chiedono
un lavoro stabile si offre una divisa a tempo determinato. Ma un fermo è
un’operazione delicata. Lo ricordano Riccardo Magherini, per la cui morte
Strasburgo ha condannato l’Italia richiamando anche l’inadeguata formazione
sulle tecniche di immobilizzazione, e Abderrahim Fakir, morto a Bologna a luglio
mentre veniva immobilizzato a terra. Tre mesi di formazione sono un azzardo
sulla pelle dei cittadini e degli stessi agenti.
UN NUOVO ’68?
A Palazzo Chigi farebbero bene a non sottovalutarlo: le piazze stanno imparando
a parlarsi. Studenti, precari, persone senza casa, lavoratori poveri, giovani
dei movimenti climatici e cittadini che difendono la sanità pubblica scoprono di
avere problemi diversi, ma radici comuni. Sta prendendo forma un’alleanza
sociale che ricorda un nuovo ’68: non la nostalgia di un’epoca, ma la stessa
intuizione, che i diritti si conquistano insieme oppure non si conquistano
affatto. E non è solo una questione italiana. Le elezioni di midterm negli Stati
Uniti, con l’affermazione democratica e la battuta d’arresto della deriva di
«Trump King», mostrano quanto possa pesare la mobilitazione di giovani,
lavoratori, donne e minoranze. Dopo le piazze del «No Kings» sono arrivate le
urne. Nessun governo è eterno e nessun aspirante re può considerare il potere
una proprietà privata.
UN’ALTRA STRADA ESISTE
Il governo invoca vincoli europei, debito e stabilità, salvo dimenticarsi
dell’Europa quando chiede di recepire la direttiva sulla plastica. Ma i vincoli
non cancellano la responsabilità delle scelte: quando una spesa è prioritaria,
le risorse si trovano. Sacrificare protezione sociale, sanità, ambiente, casa e
istruzione non è una legge di natura. È una scelta politica. Lo insegna
l’ecologia integrale: crisi ambientale, disuguaglianze e fragilità democratica
sono facce dello stesso problema. Un Paese che non investe in conoscenza,
salute, casa, ambiente e diritti consuma il proprio futuro mentre pretende di
amministrare il presente. La sostenibilità non è un capitolo accessorio del
bilancio: è la misura della responsabilità di una classe dirigente verso chi
vive oggi e verso chi verrà domani. A giudicare dallo scheletro, questa
responsabilità è stata archiviata. Con decorrenza dal 2028, come la plastic tax.
Ma mentre il governo rinvia il futuro, nelle piazze c’è chi ha deciso di non
aspettare il prossimo decreto.
Aurelio Angelini