Tag - emergenza abitativa

20.000 alloggi in affitto: un successo per i costruttori, non per la città
“Gli assessori Biagi e Coggiola insistono a rivendicare meriti inesistenti sul programma “20.000 alloggi in affitto”, ma più che meriti questa amministrazione ha pesanti responsabilità in una vicenda tutt’altro che limpida….” Così iniziava il mio intervento in Consiglio comunale … Leggi tutto L'articolo 20.000 alloggi in affitto: un successo per i costruttori, non per la città sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
I motivi per fare sciopero in questo momento storico non mancano - Puntata del 26/05/2026@0
Il primo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di Elisabetta Petragallo della CUB sullo sciopero generale di venerdì 29/05/26. I motivi per fare sciopero in questo momento storico non mancano ma con la nostra ospite abbiamo analizzato quelli che hanno spinto Confederazione Unitaria di Base, ADL Varese, Sindacato Generale di Base, SI Cobas, USI – CIT ad indirlo per venerdì: 1)CONTRO la guerra, l’economia di guerra e l’aumento delle spese militari – PER la Pace. a partire dal Medioriente e dall’Europa e gli investimenti su Sanità, Scuola, Trasporti, Welfare il cui peggioramento approfondisce le disuguaglianze e la povertà esistente; 2)CONTRO lo sfruttamento sul lavoro, la precarietà ed il mancato adeguamento delle retribuzioni dei lavoratori del settore pubblico e del settore privato. PER forti aumenti dei salari e delle pensioni. PER l’approvazione di una misura di salario minimo non inferiore a 12 Euro l’ora e PER la reintroduzione di un meccanismo automatico di adeguamento delle retribuzioni all’andamento del costo della vita; 3)CONTRO il Genocidio in Palestina, la fornitura di armi ad Israele e l’assenza di un intervento concreto per dissociarsi dagli orribili crimini perpetrati dal Governo di Israele in Palestina e Libano, nonché da quelli perpetrati dagli USA in Venezuela e a Cuba – PER il sostegno incondizionato alla missione della nuova Flotilla e la tutela dei volontari impegnati a portare aiuti al Popolo Palestinese. PER le sanzioni ad Israele e USA, nonché la rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali con Israele e USA; 4)CONTRO l’assenza di politiche sociali a cominciare dall’emergenza abitativa e la mancanza di piani di sviluppo dell’edilizia popolare, PER una seria riforma degli ammortizzatori sociali; 5)CONTRO politiche repressive dei diversi decreti “Sicurezza” (come il D.L. 23/2026 e i precedenti del 2025) per rafforzare la repressione del dissenso, le proteste e la sicurezza urbana 6)CONTRO gli abusi della Commissione di Garanzia, le delibere che restringono il diritto di sciopero e il tentativo di imbavagliare le lotte nel settore della Logistica. PER l’abrogazione delle L.146/90 e L.83/00; 7)CONTRO l’assenza di politiche industriali capaci di affrontare le transizioni in corso e di superare la fase di forte conflittualità, innescando un processo di ulteriore deindustrializzazione e sfruttamento delle classi popolari e dei lavoratori; 8)CONTRO le morti sul lavoro – PER la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento lo abbiamo fatto in compagnia di una lavoratrice del gruppo Iveco dei sicobas sempre sullo sciopero generale di venerdì 29 maggio 2026 che si lega al primo intervento di oggi: In occasione dello sciopero generale proclamato per venerdì 29 maggio 2026, il sindacato SI Cobas ha organizzato un presidio operaio davanti allo stabilimento Fiorentini Alimentari di Trofarello (TO) in Via Marco Biagi. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo argomento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Max Lioce del Collettivo Cuba Va ed abbiamo aggiornato sulla situazione politico/economica Cubana e sulla possibilità concreta di dare solidarietà in questo momento difficile per l’isola. Con l’aiuto del nostro ospite abbiamo fatto uno zoom sulla lotta di classe che Da oltre tre settimane la Bolivia vive. È una fase di crescente tensione sociale e politica. Blocchi stradali, mobilitazioni indigene e contadine, repressione poliziesca e scontri istituzionali stanno trasformando il paese in uno dei principali focolai di crisi del continente latinoamericano. Buon acolto
Chi rallenta il piano strategico per l’abitare di Roma capitale?
Quali sono le ragioni dei ritardi nel procedere con l’attuazione del bando E.R.S.? Per rispondere a questa domanda invitiamo al confronto le istituzioni comunali e municipali mercoledì 27 maggio alle ore 17.30 nell’assemblea che si terrà presso la Sala Rossa del Municipio VII a piazza Cinecittà n. 11. Con le […] L'articolo Chi rallenta il piano strategico per l’abitare di Roma capitale? su Contropiano.
May 20, 2026
Contropiano
Conferenza-dibattito sul problema abitativo a Trieste
Il Partito Comunista e il Fronte della Primavera Triestina invitano tutte le forze politiche e tutta la cittadinanza al dibattito pubblico su gentrificazione turistica ed emergenza abitativa a Trieste. L’incontro si terrà il 13 maggio alle ore 18:00, in via Giulia 74/a. L’obiettivo è stimolare un confronto costruttivo su un problema spesso trascurato ma sempre più pressante, al fine di individuare soluzioni condivise per la città. Manuel Marconcini Adam Bark Redazione Friuli Venezia Giulia
May 13, 2026
Pressenza
La condizione dei senza dimora a Firenze
I numeri del censimento Istat, le vittime in strada, lo stato delle strutture d’accoglienza Firenze rappresenta oggi uno dei casi più acuti di crisi abitativa in Italia per la concentrazione di fattori strutturali che si sovrappongono: mancanza di politiche pubbliche … Leggi tutto L'articolo La condizione dei senza dimora a Firenze sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Case promesse e sfratti garantiti
di Gianluca Cicinelli (*) Il governo ha trovato il modo più italiano possibile per affrontare l’emergenza abitativa: promettere case domani e accelerare gli sfratti oggi. Da una parte il Piano casa, con centomila alloggi annunciati in dieci anni, fondi immobiliari, privati da coinvolgere e canoni definiti “accessibili”. Dall’altra il disegno di legge sugli sgomberi e sui rilasci, cioè la parte
Piano Casa 2026: la casa come merce, lo Stato come garante del profitto
Il nuovo decreto-legge sull’abitare promette centomila alloggi in dieci anni, ma affida ancora una volta la gestione della crisi abitativa alla logica del mercato e del partenariato privato. Il 30 aprile 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto-legge che porta un nome antico e rassicurante: Piano Casa. Il provvedimento, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio 2026 come D.L. n. 66, è entrato in vigore il giorno successivo con l’urgenza che si riserva alle catastrofi naturali. E di catastrofe si tratta, ma non nel senso in cui la intende il governo: la crisi abitativa italiana è reale, drammatica, strutturale. Il decreto, però, non la affronta. La amministra per il mercato. Cominciamo dai numeri. L’obiettivo dichiarato è rendere disponibili circa centomila alloggi in dieci anni, attraverso tre pilastri: recupero del patrimonio pubblico esistente, rilancio dell’edilizia sociale e convenzionata, attrazione di investimenti privati tramite partenariato e procedure accelerate. Centomila alloggi in dieci anni. In un Paese in cui la domanda inevasa di case popolari supera i cinquecentomila nuclei familiari, questo numero suona come una promessa formulata sapendo già di non poterla mantenere. Ma il problema non è soltanto aritmetico. È politico. È di concezione. IL PRIVATO AL CENTRO, IL PUBBLICO COME CORNICE Il terzo pilastro — quello sull’attrazione degli investitori privati — è il più rivelatore dell’orientamento complessivo del provvedimento. Per investimenti superiori al miliardo di euro viene nominato un Commissario straordinario di Governo dotato di poteri derogatori. Le procedure vengono semplificate e concentrate in conferenze di servizi che assorbono valutazioni urbanistiche, autorizzazioni edilizie, atti ambientali e paesaggistici. In cambio, il privato deve garantire che almeno settanta alloggi su cento siano venduti o affittati a prezzi scontati di almeno il trenta per cento rispetto al valore di mercato. Trenta per cento sotto il mercato: questo è il prezzo della casa accessibile nel 2026. Non il canone sociale, non il diritto all’abitare. Uno sconto commerciale. Il Commissario potrà operare in deroga a disposizioni di legge, nel rispetto dei soli vincoli antimafia, della tutela dei beni culturali e degli obblighi europei. È una formula che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore il governo del territorio. La pianificazione urbanistica — strumento democratico per eccellenza, costruita da decenni di lotte per il suolo pubblico — viene commissariata ogni volta che un investitore supera una certa soglia finanziaria. Non è semplificazione: è la sostituzione del diritto con la discrezionalità commissariale a favore del capitale privato. IL RECUPERO DEL PATRIMONIO ERP: CHI BENEFICIA DAVVERO Il primo pilastro stanzia 970 milioni di euro tra il 2026 e il 2030 per il recupero di circa sessantamila alloggi pubblici oggi non assegnabili per carenze manutentive. È l’aspetto più genuinamente sociale del provvedimento, e sarebbe ingeneroso non riconoscerlo. Il patrimonio ERP italiano versa da decenni in uno stato di abbandono imputabile a scelte politiche precise: il progressivo disinvestimento pubblico nell’edilizia sociale, la riduzione dei trasferimenti agli ex IACP e agli enti regionali che li hanno sostituiti, l’assenza di fondi strutturali per la manutenzione ordinaria e straordinaria. Sessantamila alloggi recuperati potrebbero fare la differenza per sessantamila famiglie. Ma a quali condizioni? Il decreto introduce anche il riscatto degli alloggi ERP da parte degli assegnatari, come strumento di stabilità abitativa. L’intenzione sembra lodevole. Il risultato rischia di essere opposto: ogni alloggio riscattato fuoriesce dal patrimonio pubblico, riducendo permanentemente lo stock disponibile per le generazioni future. L’Italia ha già percorso questa strada negli anni Novanta con le vendite del patrimonio INA-Casa e degli IACP. Sappiamo com’è andata: il patrimonio si è assottigliato, i prezzi sono esplosi, le liste d’attesa si sono allungate. Ora ci riproviamo, nel nome della stabilità abitativa. C’è però una questione ancora più a monte, che il decreto sfiora senza affrontare davvero. Gli enti che gestiscono il patrimonio ERP — gli ex IACP trasformati in agenzie regionali, gli ATER, le ACER — sono da anni il nodo irrisolto del sistema abitativo pubblico italiano. Sono loro che conoscono il territorio, mantengono i rapporti con gli assegnatari, istruiscono le pratiche di subentro, gestiscono il contenzioso, presidiano quotidianamente la linea di confine tra il diritto all’abitare e l’abuso. Eppure il decreto li relega al ruolo di soggetti attuatori subordinati, destinatari di contributi erogati attraverso Invitalia su avvisi pubblici, come se fossero operatori di mercato qualunque e non il presidio istituzionale di una funzione costituzionalmente orientata. Un ente pubblico che gestisce ERP non è una stazione appaltante come un’altra: è il luogo in cui si traduce operativamente il diritto all’abitare. Trattarlo come cinghia di trasmissione di risorse statali — senza rafforzarne le dotazioni organiche, senza stabilizzarne i bilanci, senza riconoscerne il ruolo strategico nella pianificazione abitativa territoriale — significa costruire un Piano Casa su fondamenta che si sa già essere fragili. Un Piano Casa strutturale dovrebbe invece investire sugli enti ERP come soggetti autonomi di politica abitativa: dotarli di fondi stabili e pluriennali non soggetti alla variabilità dei bandi, restituire loro la capacità tecnica e legale che decenni di blocco del turnover hanno eroso, riconoscere la specificità del loro patrimonio giuridico e operativo. Senza questo passaggio, il rischio concreto è che i 970 milioni stanziati si disperdano in procedure commissariali e partenariati privati, mentre gli enti che potrebbero garantire una gestione sociale effettiva del patrimonio recuperato restano ai margini del processo decisionale. IL VINCOLO TRENTENNALE E LE SUE OMBRE Gli interventi di edilizia convenzionata sono soggetti a un vincolo di destinazione di almeno trent’anni dalla fine dei lavori. Sulla carta, garantisce la permanenza della funzione sociale dell’intervento. Ma trent’anni è anche l’orizzonte di ammortamento di un mutuo immobiliare. La coincidenza non è casuale: allo scadere del vincolo, l’investitore privato torna libero di valorizzare l’immobile secondo le logiche del mercato. Il contratto sociale con il territorio ha una scadenza incorporata, e quella scadenza è esattamente il punto in cui la rendita torna disponibile. Questo meccanismo è noto nella letteratura critica sull’housing sociale europeo come time-bomb: lo Stato anticipa i costi sociali, il privato incassa i benefici economici differiti. Non è una previsione catastrofista: è ciò che è già accaduto con le politiche thatcheriane del Right to Buy e con le privatizzazioni continentali degli anni Novanta e Duemila. LA NULLITÀ CONTRATTUALE COME STRUMENTO DI DISCIPLINA SOCIALE Il decreto introduce la nullità dei contratti in assenza dei requisiti soggettivi degli assegnatari. Se durante la locazione i requisiti economico-patrimoniali vengono superati per due anni consecutivi, opera la risoluzione del contratto o la conversione del canone ai valori di mercato. In apparenza è una norma di equità: chi ha migliorato le proprie condizioni economiche non dovrebbe usufruire di un sostegno pensato per i più fragili. In realtà è una norma di espulsione. Il decreto non offre nessuna risposta abitativa alternativa a chi viene espulso dal circuito convenzionato perché ha trovato un lavoro o perché la sua situazione è marginalmente migliorata. Risolto il contratto, costui torna al mercato libero con un reddito che non gli consente di sostenere i canoni correnti. Il miglioramento economico diventa una trappola: troppo ricco per l’ERP, troppo povero per il mercato. L’EMERGENZA CHE NON FINISCE MAI C’è un elemento che accomuna tutti i piani casa degli ultimi trent’anni: l’urgenza. Ogni volta la crisi abitativa viene dichiarata emergenziale, e l’emergenza giustifica la deroga, la semplificazione, il commissario. Ogni volta i risultati sono inferiori agli obiettivi dichiarati e superiori ai costi pubblici effettivi. Ogni volta la componente privata del partenariato incassa benefici certi, quella pubblica si fa carico dei rischi residui. La casa è un bene primario, ha detto Giorgia Meloni presentando il provvedimento. Ha ragione. Ed è proprio per questo che non può essere affidata alla logica del profitto privato assistito dal commissario derogatore. Un bene primario richiede una risposta pubblica strutturale: investimenti diretti, patrimonio non alienabile, canoni ancorati al reddito e non al mercato, enti territoriali ERP messi in condizione di svolgere davvero il loro ruolo istituzionale. Il D.L. 66/2026 contiene misure utili, soprattutto sul versante del recupero del patrimonio esistente. Ma il suo impianto complessivo rivela una concezione della politica abitativa come facilitazione del mercato piuttosto che come garanzia del diritto. Il problema non è quante case verranno costruite o recuperate nei prossimi anni. È per chi, a quale prezzo, e chi pagherà il conto quando i trent’anni saranno scaduti. La risposta, come sempre, la sappiamo già. La pagheranno quelli che non hanno mai smesso di aspettare. Francesco Russo
May 10, 2026
Pressenza
Nel nuovo Piano Casa l’interesse privato sembra prevalere sul bisogno abitativo
In Italia oggi 1,5 milioni di famiglie si trovano in una situazione di grave disagio abitativo, coinvolgendo principalmente chi vive in affitto a causa del continuo aumento dei canoni. Come evidenzia Nomisma, interi distretti e realtà metropolitane rischiano di non risultare più attrattive a causa di un costo per l’abitare. La stima del fenomeno del disagio abitativo prodotta da Nomisma, misurato dall’incidenza del canone o della rate del mutuo sul reddito superiore al 30%, considerato il limite sostenibile, restituisce una quota pari al 15,5% del totale delle famiglie italiane, di cui circa 1,5 milioni di nuclei in situazione ‘acuta’ o ‘grave’. Di converso, come certifica il ministero dell’Economia, stando ad una ricognizione su dati provvisori al 31 dicembre 2022 ma aggiornata al 2025 del patrimonio immobiliare pubblico residenziale non in uso, ci sono 53.241 unità oggi non utilizzate, per oltre 9,4 milioni di metri quadrati complessivi e la maggior parte di unità immobiliari pubbliche non utilizzate si trova in Campania e in Lombardia. Il Consiglio dei Ministri, come si legge nel comunicato stampa di Palazzo Ghigi, ha approvato nei giorni scorsi un pacchetto di misure per contrastare l’emergenza abitativa che definiscono il nuovo Piano Casa, volto ad incrementare l’offerta di alloggi attraverso un programma di riqualificazione del patrimonio pubblico di edilizia residenziale pubblica (ERP) e sovvenzionata e un pacchetto di interventi per promuovere l’edilizia integrata. Il decreto-legge n. 66 contenente le “Disposizioni urgenti per il Piano Casa” è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 7 maggio 2026 ed è entrato in vigore oggi 8 maggio 2026. Le prime reazioni sottolineano il rischio che il Piano possa risultare parziale, tardivo e pericoloso. “Si sta programmando, si legge in una Nota della CGIL sul Piano Casa, un progressivo smantellamento del comparto dell’edilizia pubblica con la previsione di un programma di riscatto di immobili ERP da parte degli assegnatari e anche come condizione predefinita nei nuovi alloggi realizzati. Settore che, al contrario, andrebbe maggiormente presidiato e messo nelle condizioni di rappresentare un’infrastruttura sociale prioritaria, con fondi continuativi e una revisione normativa per i gestori, con regole omogenee e funzionali agli obiettivi del piano, definendo parametri per orientare le normative regionali. Ma per il Governo l’interesse privato sembra prevalere sul bisogno abitativo. La prassi ormai ricorrente, inoltre, di agire con gestioni commissariali, come previsto in questo caso per l’attuazione del piano di recupero e manutenzione, che operano con ampissimi poteri di deroga spesso in condizioni di emergenza senza sanare le cause strutturali dei problemi, oltre che rappresentare un onere aggiuntivo, rischia di essere un alibi per colmare le disfunzioni dell’amministrazione ordinaria, oltre a svilire il ruolo delle autonomie locali che hanno conoscenza del territorio”. Per la CGIL: il Piano Casa del governo Meloni non affronta la grave crisi abitativa, soprattutto per le famiglie che versano in condizione di maggiore precarietà e disagio; gli interventi previsti sugli alloggi di edilizia popolare appaiono del tutto insufficienti, oltre che con tempi a dir poco velleitari; manca la previsione di stanziamenti adeguati al fondo di sostegno all’affitto e per la morosità incolpevole, il primo privo di risorse da tre anni, fondi necessari per affrontare l’emergenza e prevenire nuovi sfratti; è grave e pericolosa la previsione che viene avanti di una ulteriore accelerazione delle esecuzioni degli sfratti, che in gran parte riguardano famiglie in gravi difficoltà economiche le quali, peraltro, attendono il contributo del fondo di sostegno all’affitto; desta forti preoccupazioni il crescente ruolo attribuito ai soggetti privati per la realizzazione di alloggi a costi accessibili che, senza una precisa regia pubblica, rischia di orientare gli interventi secondo logiche esclusivamente legate al mercato, anche speculativo, ed a favore della rendita immobiliare. Anche il SUNIA boccia il Piano Casa del governo Meloni: “Dopo anni di tagli, ha sottolineato Stefano Chiappelli, segretario generale SUNIA, il Governo si rende finalmente conto che esiste un <<problema casa>>. La previsione di portare a 1 miliardo e 700 milioni di euro lo stanziamento complessivo per rendere agibili 60.000 alloggi attualmente non utilizzabili di edilizia residenziale pubblica risponde solo in parte alle domande inevase presso Comuni e presso ex IACP e non affronta il nodo di rilanciare il servizio abitativo pubblico con misure strutturali”. E anche il Sindacato Unitario Nazionale Inquilini e Assegnatari critica l’ulteriore accelerazione delle esecuzioni degli sfratti, il ruolo attribuito ai soggetti privati per la realizzazione di alloggi a costi accessibili e l’esclusione delle parti sociali di rappresentanza nei tavoli di confronto avvenuti presso il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti. L’Alleanza Municipalista per il Diritto alla Casa, la rete delle assessore e degli assessori alle politiche abitative delle città italiane, nelle proprie prime considerazione, parte, invece, dalle risorse stanziate: “Non si può pensare di risolvere il problema della casa con un Piano nazionale che di fatto si avvale di fondi già destinati ai Comuni per progetti di rigenerazione urbana. Servono fondi nuovi, dedicati e vincolati: chiediamo che non siano i Comuni a pagare il Piano casa. Anche i tempi, la disponibilità e il rapporto tra le risorse e il numero di alloggi annunciato sono per noi fondamentali: è necessario verificarne la consistenza rispetto all’emergenza che le città stanno vivendo”. Per l’Alleanza Municipalista una particolare priorità deve essere data all’ERP e alle garanzie di accessibilità per quella fascia di popolazione che oggi è esclusa sia dal mercato sia dall’edilizia pubblica. “Attendiamo di capire, sottolinea in oltre l’Alleanza Municipalista, quali misure siano presenti rispetto al tema degli sfratti, soprattutto nel patrimonio pubblico: senza un parallelo e robusto investimento in soluzioni abitative alternative e in presa in carico sociale, si rischia di spostare il problema, aggravandolo, e scaricando interamente sui Comuni i costi economici e sociali delle scelte nazionali”. Perché, come sottolinea il Forum Sociale dell’Abitare, “le città sono lo spazio democratico in cui dare senso e corpo ad una nuova idea di governo del territorio. Occorre una revisione del modello urbano che integri il tema dell’abitare con quello del lavoro, della qualità della vita delle persone, a partire dalle periferie, coniugando promozione sociale e culturale con la capacità di progettare un futuro, incentrato sulla sostenibilità ambientale, sulla lotta alle disuguaglianze sociali e su un’ecologia integrale”. Qui le proposte dell’Alleanza Municipalista. Giovanni Caprio
May 8, 2026
Pressenza
Roma, sgomberato L38 Squat
Polizia e ATER demoliscono uno storico luogo di lotta e mutualismo mentre il quartiere resta segnato da case vuote, degrado e assenza di manutenzione. All’alba di questa mattina Roma si …