Nel nuovo Piano Casa l’interesse privato sembra prevalere sul bisogno abitativoIn Italia oggi 1,5 milioni di famiglie si trovano in una situazione di grave
disagio abitativo, coinvolgendo principalmente chi vive in affitto a causa del
continuo aumento dei canoni. Come evidenzia Nomisma, interi distretti e realtà
metropolitane rischiano di non risultare più attrattive a causa di un costo per
l’abitare.
La stima del fenomeno del disagio abitativo prodotta da Nomisma, misurato
dall’incidenza del canone o della rate del mutuo sul reddito superiore al 30%,
considerato il limite sostenibile, restituisce una quota pari al 15,5% del
totale delle famiglie italiane, di cui circa 1,5 milioni di nuclei in situazione
‘acuta’ o ‘grave’. Di converso, come certifica il ministero dell’Economia,
stando ad una ricognizione su dati provvisori al 31 dicembre 2022 ma aggiornata
al 2025 del patrimonio immobiliare pubblico residenziale non in uso, ci sono
53.241 unità oggi non utilizzate, per oltre 9,4 milioni di metri quadrati
complessivi e la maggior parte di unità immobiliari pubbliche non utilizzate si
trova in Campania e in Lombardia.
Il Consiglio dei Ministri, come si legge nel comunicato stampa di Palazzo Ghigi,
ha approvato nei giorni scorsi un pacchetto di misure per contrastare
l’emergenza abitativa che definiscono il nuovo Piano Casa, volto ad incrementare
l’offerta di alloggi attraverso un programma di riqualificazione del patrimonio
pubblico di edilizia residenziale pubblica (ERP) e sovvenzionata e un pacchetto
di interventi per promuovere l’edilizia integrata. Il decreto-legge n. 66
contenente le “Disposizioni urgenti per il Piano Casa” è stato pubblicato nella
Gazzetta Ufficiale del 7 maggio 2026 ed è entrato in vigore oggi 8 maggio 2026.
Le prime reazioni sottolineano il rischio che il Piano possa risultare parziale,
tardivo e pericoloso. “Si sta programmando, si legge in una Nota della CGIL sul
Piano Casa, un progressivo smantellamento del comparto dell’edilizia pubblica
con la previsione di un programma di riscatto di immobili ERP da parte degli
assegnatari e anche come condizione predefinita nei nuovi alloggi realizzati.
Settore che, al contrario, andrebbe maggiormente presidiato e messo nelle
condizioni di rappresentare un’infrastruttura sociale prioritaria, con fondi
continuativi e una revisione normativa per i gestori, con regole omogenee e
funzionali agli obiettivi del piano, definendo parametri per orientare le
normative regionali. Ma per il Governo l’interesse privato sembra prevalere sul
bisogno abitativo.
La prassi ormai ricorrente, inoltre, di agire con gestioni commissariali, come
previsto in questo caso per l’attuazione del piano di recupero e manutenzione,
che operano con ampissimi poteri di deroga spesso in condizioni di emergenza
senza sanare le cause strutturali dei problemi, oltre che rappresentare un onere
aggiuntivo, rischia di essere un alibi per colmare le disfunzioni
dell’amministrazione ordinaria, oltre a svilire il ruolo delle autonomie locali
che hanno conoscenza del territorio”.
Per la CGIL: il Piano Casa del governo Meloni non affronta la grave crisi
abitativa, soprattutto per le famiglie che versano in condizione di maggiore
precarietà e disagio; gli interventi previsti sugli alloggi di edilizia popolare
appaiono del tutto insufficienti, oltre che con tempi a dir poco velleitari;
manca la previsione di stanziamenti adeguati al fondo di sostegno all’affitto e
per la morosità incolpevole, il primo privo di risorse da tre anni, fondi
necessari per affrontare l’emergenza e prevenire nuovi sfratti; è grave e
pericolosa la previsione che viene avanti di una ulteriore accelerazione delle
esecuzioni degli sfratti, che in gran parte riguardano famiglie in gravi
difficoltà economiche le quali, peraltro, attendono il contributo del fondo di
sostegno all’affitto; desta forti preoccupazioni il crescente ruolo attribuito
ai soggetti privati per la realizzazione di alloggi a costi accessibili che,
senza una precisa regia pubblica, rischia di orientare gli interventi secondo
logiche esclusivamente legate al mercato, anche speculativo, ed a favore della
rendita immobiliare.
Anche il SUNIA boccia il Piano Casa del governo Meloni: “Dopo anni di tagli, ha
sottolineato Stefano Chiappelli, segretario generale SUNIA, il Governo si rende
finalmente conto che esiste un <<problema casa>>. La previsione di portare a 1
miliardo e 700 milioni di euro lo stanziamento complessivo per rendere agibili
60.000 alloggi attualmente non utilizzabili di edilizia residenziale pubblica
risponde solo in parte alle domande inevase presso Comuni e presso ex IACP e non
affronta il nodo di rilanciare il servizio abitativo pubblico con misure
strutturali”. E anche il Sindacato Unitario Nazionale Inquilini e Assegnatari
critica l’ulteriore accelerazione delle esecuzioni degli sfratti, il ruolo
attribuito ai soggetti privati per la realizzazione di alloggi a costi
accessibili e l’esclusione delle parti sociali di rappresentanza nei tavoli di
confronto avvenuti presso il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti.
L’Alleanza Municipalista per il Diritto alla Casa, la rete delle assessore e
degli assessori alle politiche abitative delle città italiane, nelle proprie
prime considerazione, parte, invece, dalle risorse stanziate: “Non si può
pensare di risolvere il problema della casa con un Piano nazionale che di fatto
si avvale di fondi già destinati ai Comuni per progetti di rigenerazione urbana.
Servono fondi nuovi, dedicati e vincolati: chiediamo che non siano i Comuni a
pagare il Piano casa. Anche i tempi, la disponibilità e il rapporto tra le
risorse e il numero di alloggi annunciato sono per noi fondamentali: è
necessario verificarne la consistenza rispetto all’emergenza che le città stanno
vivendo”. Per l’Alleanza Municipalista una particolare priorità deve essere data
all’ERP e alle garanzie di accessibilità per quella fascia di popolazione che
oggi è esclusa sia dal mercato sia dall’edilizia pubblica. “Attendiamo di
capire, sottolinea in oltre l’Alleanza Municipalista, quali misure siano
presenti rispetto al tema degli sfratti, soprattutto nel patrimonio pubblico:
senza un parallelo e robusto investimento in soluzioni abitative alternative e
in presa in carico sociale, si rischia di spostare il problema, aggravandolo, e
scaricando interamente sui Comuni i costi economici e sociali delle scelte
nazionali”.
Perché, come sottolinea il Forum Sociale dell’Abitare, “le città sono lo spazio
democratico in cui dare senso e corpo ad una nuova idea di governo del
territorio. Occorre una revisione del modello urbano che integri il tema
dell’abitare con quello del lavoro, della qualità della vita delle persone, a
partire dalle periferie, coniugando promozione sociale e culturale con la
capacità di progettare un futuro, incentrato sulla sostenibilità ambientale,
sulla lotta alle disuguaglianze sociali e su un’ecologia integrale”.
Qui le proposte dell’Alleanza Municipalista.
Giovanni Caprio