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2/ Il corpo come tela. Cosa sappiamo davvero sul rischio sanitario dei tatuaggi, cosa ci dicono le ricerche
Sei milioni e novecentomila italiani portano un tatuaggio sulla pelle: quasi uno su otto, con punte del 24% tra i 35 e i 44 anni. Non è un dettaglio da nota a piè di pagina. Da segno di appartenenza a sottoculture di nicchia, il tatuaggio è diventato negli ultimi trent’anni un linguaggio sociale del corpo diffuso e trasversale. Già negli anni Ottanta la sociologia statunitense aveva colto questo slittamento: come osservava Clinton Sanders, uno dei pionieri degli studi sul tatuaggio, la pratica «continua a essere un segno di allontanamento dal mainstream, ma possiede al tempo stesso un effetto d’appartenenza, che identifica chi la porta come membro di un gruppo selezionato». È proprio quando una pratica smette di essere marginale, in questo doppio senso, che le domande sulla sua sicurezza smettono a loro volta di esserlo. Negli ultimi due anni la scienza ha iniziato a rispondere, con una serie di studi di ampio respiro, svedesi, danesi, statunitensi, che hanno acceso i riflettori su un possibile legame tra tatuaggi e tumori del sangue, in particolare i linfomi. I titoli dei giornali hanno fatto il loro mestiere: «i tatuaggi aumentano il rischio di linfoma del 21%». Una frase che si ricorda, che genera clic, che semplifica. Dal punto di vista scientifico, però, è imprecisa: o meglio, incompleta in un modo che cambia tutto. COSA DICONO DAVVERO I NUMERI Lo studio più citato è quello del gruppo di Christel Nielsen, pubblicato nel 2024 su eClinicalMedicine: quasi tremila casi di linfoma diagnosticati in Svezia, analizzati con un disegno caso-controllo di popolazione. Nell’analisi più rigorosa, quella appaiata e pienamente aggiustata per i fattori confondenti, il rapporto tra tassi di incidenza (IRR) è 1,21, con un intervallo di confidenza al 95% che va da 0,99 a 1,48. Tradotto: l’intervallo attraversa il valore 1, comprendendo anche l’assenza di aumento di rischio. In termini statistici, il risultato non raggiunge la soglia di significatività: un segnale, non una prova, e la differenza non è un cavillo. Come ricordavano già trent’anni fa gli statistici Douglas Altman e Martin Bland, in una nota divenuta un classico dell’epidemiologia, «l’assenza di prova non è prova di assenza». Un risultato non significativo non dimostra che un effetto non esista: dimostra solo che lo studio non aveva la potenza per rilevarlo. Le cose si complicano con la presunta relazione dose-effetto, la prova più solida di un nesso causale: più esposizione, più rischio. Un criterio che risale alla classica formulazione di Austin Bradford Hill, che nel 1965 scriveva di cercare con la massima attenzione un gradiente biologico o una curva dose-risposta, portando a esempio il rischio di cancro al polmone, che cresce in modo pressoché lineare con il numero di sigarette fumate al giorno. Nel caso dei tatuaggi questa evidenza manca: lo studio svedese non ha trovato alcuna relazione dose-risposta. Anzi, il rischio più elevato è emerso nei tatuaggi più piccoli, non in quelli più estesi, un andamento che, lungi dal confermare l’ipotesi causale, la mette in discussione. Quando un fenomeno dovrebbe comportarsi in un certo modo e si comporta al contrario, la scienza onesta non forza l’interpretazione: segnala un’anomalia da approfondire. Non è un caso isolato di cautela. Una metanalisi più recente, pubblicata nel 2026 su Clinical and Translational Oncology su sette studi e oltre 140.000 partecipanti, non ha trovato alcuna associazione significativa né per le neoplasie ematologiche (rapporto di rischio 1,02) né per i tumori cutanei (0,92): un aumento compare solo eliminando uno studio particolarmente influente, un esercizio esplorativo, non una conferma. Anche la revisione sistematica di McConnell e colleghi, sempre su eClinicalMedicine, arriva alla stessa conclusione: le prove non bastano a dimostrare un aumento del rischio di linfoma legato ai tatuaggi. IL SEGNALE CHE MERITA ATTENZIONE: LA RIMOZIONE LASER Se un dato emerge con più insistenza degli altri, in questo mosaico di incertezze, riguarda non il tatuaggio ma la sua rimozione. Nello studio svedese chi si era sottoposto a rimozione laser mostrava un rischio di linfoma quasi triplicato rispetto ai non tatuati (fino a 2,99 nell’analisi più precisa). Un dato analogo, su numeri esigui, emerge dalla Danish Twin Tattoo Cohort, lo studio sui gemelli danesi: rischio più che raddoppiato per linfoma e tumori cutanei nei portatori di tatuaggi estesi. Il meccanismo ipotizzato ha una plausibilità biologica non banale: l’irradiazione laser può frammentare i pigmenti e, come mostrano alcuni esperimenti, generare ammine aromatiche primarie, sostanze cancerogene note, a partire dai composti azoici presenti in molti inchiostri, un’ipotesi che la tossicologia dovrebbe approfondire con studi mirati. Ma anche qui la cautela statistica resta d’obbligo: nell’analisi più conservativa, l’intervallo di confidenza per il rischio da rimozione laser andava da 0,96 a 7,18, un range amplissimo, costruito su pochissimi casi, che segnala un’ipotesi da indagare, non una prova acquisita. QUELLO CHE I TOPI POSSONO (E NON POSSONO) DIRCI Nel 2025 uno studio sulla prestigiosa PNAS ha aggiunto un tassello di meccanismo biologico: nei topi, l’inchiostro da tatuaggio raggiunge rapidamente il linfonodo di drenaggio, innesca un’infiammazione acuta che persiste nel tempo, uccide i macrofagi che lo hanno inglobato e altera la risposta immunitaria a due tipi di vaccino. Un risultato affascinante, perché costruisce un ponte plausibile tra l’esposizione cronica ai pigmenti e un’alterazione duratura del sistema immunitario locale, il tipo che, in teoria, potrebbe favorire un tumore linfatico. Ma «in teoria» è la parola chiave. Un modello murino dimostra un meccanismo possibile, non un esito clinico nell’uomo: la fisiologia immunitaria dei roditori differisce da quella umana in modi che non sempre permettono l’estrapolazione. Una lettera di replica, pubblicata pochi mesi dopo sulla stessa rivista, ha richiamato questi limiti. È la dialettica normale di una scienza che avanza per confutazioni successive, non per annunci definitivi. Come scriveva Karl Popper, «tutte le teorie restano essenzialmente provvisorie, congetturali o ipotetiche, anche quando non ci sentiamo più in grado di dubitare di esse»: anche il risultato più solido resta un’ipotesi in attesa della prossima verifica, non un punto d’arrivo. IL VERO RISCHIO È QUELLO MENO RACCONTATO Mentre il legame con i tumori resta un’ipotesi aperta, esistono rischi legati ai tatuaggi pienamente documentati e spesso trascurati. La migrazione dei pigmenti verso i linfonodi è un fatto assodato, non un’ipotesi: può causare linfoadenopatie che, alla tomografia a emissione di positroni (PET) o alla biopsia, arrivano a simulare un linfoma o una metastasi, con il relativo corollario di ansia, esami invasivi e costi. Un caso ben documentato racconta di una paziente con un linfonodo fortemente captante, sottoposta a biopsia: diagnosi finale, banale infiammazione da pigmento, non tumore. C’è poi un rischio concreto e sottovalutato: tatuare sopra un neo o una lesione pigmentata sospetta può ostacolare l’autoesame e la diagnosi dermatologica precoce, ritardando il riconoscimento di un vero melanoma. Non a caso la legge italiana approvata nel maggio 2026 sulla prevenzione del melanoma è intervenuta su questo fronte, imponendo il consenso informato scritto per l’esecuzione dei tatuaggi. VIVERE CON L’INCERTEZZA, SENZA ALLARMISMO NÉ RASSICURAZIONE FACILE Il punto non è se i tatuaggi «facciano bene» o «facciano male». È che la scienza onesta lascia spazio all’incertezza, e la comunicazione pubblica ha il dovere di rispettarla invece di risolverla in un titolo. Dire «non c’è prova di causalità» non equivale a dire «è sicuro». Dire «c’è un segnale» non equivale a dire «è provato che faccia venire il cancro». Due errori speculari, ed entrambi hanno un costo: il primo genera indifferenza verso rischi reali, il secondo un allarmismo che logora la fiducia nella scienza quando i titoli minacciosi non trovano conferma. Tra questi due estremi c’è lo spazio, più stretto ma più vero, della prevenzione ragionevole: scegliere studi autorizzati, verificare l’etichettatura «REACH» degli inchiostri, evitare di coprire lesioni pigmentate sospette, riferire sempre al dermatologo, al radiologo o all’oncologo la propria storia di tatuaggi e rimozioni, specialmente davanti a linfonodi ingrossati o a un esame PET. E, a livello di sistema, servirebbe ciò che oggi manca quasi del tutto: sorveglianza epidemiologica di lungo periodo, coorti che seguano le persone tatuate per vent’anni o più, dati italiani aggiornati (l’ultima fotografia nazionale risale al 2015) e tracciabilità reale della filiera degli inchiostri, dalla produzione all’ago. C’è, in tutto questo, anche una lezione più ampia su come la società dovrebbe trattare le pratiche di massa che toccano il corpo. Il rischio non è mai solo una proprietà chimica: è il prodotto di come una sostanza viene regolata, controllata, comunicata, e di quanto equamente si accede a informazioni e servizi sicuri per gestirla. Chi si tatua in uno studio non autorizzato, chi non riceve informazioni chiare, chi vive lontano da un ambulatorio dermatologico per il follow-up non corre lo stesso rischio di chi ha pieno accesso a prevenzione e cura: una disuguaglianza silenziosa, che nessuna metanalisi può catturare da sola, ma che la comunicazione pubblica ha il compito di rendere visibile. Non è la risposta più facile da titolare. È probabilmente l’unica onesta, e l’unica davvero utile a chi un tatuaggio ce l’ha già, o sta pensando di farsene uno. > 1/ Il corpo come tela. Perché ci tatuiamo, perché continuiamo a farlo e perché > oggi lo fanno anche i nostri idoli   Aurelio Angelini
September 28, 2026
Pressenza
1/ Il corpo come tela. Perché ci tatuiamo, perché continuiamo a farlo e perché oggi lo fanno anche i nostri idoli
Che cosa spinge a fare della propria pelle una tela, fino a ricoprirla quasi per intero di immagini permanenti? E che cosa succede quando quella tela diventa un palcoscenico, esibito ogni weekend sotto i riflettori dello sport? Ragionare e riflettere su una pratica che si è allargata a macchia d’olio può essere un esercizio utile per entrare nelle relazioni complesse tra individuo e società, tra vicende personali e messaggio sociale, tra pulsione soggettiva e conformismo. Ed altro ancora. Nella prima parte di questa analisi sociologica Aurelio Angelini si sofferma sulle spinte motivazionali del tatuaggio. Esso «non è, di per sé, segno di devianza, narcisismo o fragilità psicologica. Può essere arte, memoria, autodeterminazione, appartenenza, elaborazione biografica, o semplice imitazione di un modello mediatico. Nella società dell’immagine la pelle non è più solo un confine biologico fra individuo e ambiente: è uno spazio sociale  su cui si scrivono identità, relazioni, memorie, una superficie privata che, una volta esposta, assume inevitabilmente anche un significato pubblico»[i.l.] ______________ Perché una persona trasforma la propria pelle in una superficie narrativa, fino a coprirla quasi interamente di segni indelebili? La sociologia del corpo insegue questa domanda da decenni, senza trovare un’unica causa. Costruzione dell’identità, bisogno di appartenenza, memoria biografica, controllo di sé: fattori che si intrecciano e pesano diversamente da persona a persona. Ridurre il tatuaggio a una moda o a un sintomo di disagio significa perdere di vista questa complessità. Il corpo, scriveva Maurice Merleau-Ponty, «è il nostro mezzo generale di avere un mondo». Non un involucro biologico, dunque, ma lo strumento con cui percepiamo la realtà ed entriamo in relazione con gli altri. Intervenire su di esso significa intervenire anche sulla rappresentazione di sé. IL CORPO COME AUTOBIOGRAFIA VISIVA Gli studi sulla comunicazione incarnata offrono una delle chiavi di lettura più solide. Il corpo tatuato funziona come un medium: racconta non solo chi lo indossa, ma la cultura e le norme entro cui costruisce la propria identità. Non è più il supporto di una storia, ma parte del racconto: rende visibile ciò che resterebbe interiore, un’esperienza, una perdita, un passaggio biografico. Moltiplicandosi, i segni compongono una trama, un’autobiografia visiva sedimentata per accumulo più che progettata a tavolino. Anche il significato di ogni segno resta aperto: un’immagine scelta a vent’anni può essere riletta, decenni dopo, alla luce di esperienze nuove. La pelle è un archivio dinamico, stabile nelle immagini, mobile nelle interpretazioni. RIAPPROPRIARSI DEL CORPO IN UNA SOCIETÀ CHE LO DISCIPLINA C’è poi l’esigenza di esercitare un controllo simbolico e materiale sul proprio corpo. Nelle società contemporanee il corpo non è più un dato di natura, ma un progetto permanente: alimentazione, sport, cosmetica, chirurgia estetica allineano l’immagine all’identità desiderata, e il tatuaggio vi si inserisce. Ma questa libertà non è neutra: modelli estetici e aspettative professionali ne definiscono i confini, e pubblicità e social media amplificano la pressione, esponendo tutti a immagini idealizzate. «Il corpo è direttamente immerso in un campo politico», ha scritto Michel Foucault: osservato, valutato, disciplinato secondo un ambiente sociale che decide quali corpi siano belli, sani, desiderabili. Tatuarsi può allora diventare un gesto di riappropriazione: l’individuo interviene sulla propria immagine e ne rivendica il diritto di definizione. Il corpo ricevuto alla nascita diventa un corpo interpretato e presentato: una funzione significativa nei momenti di rottura biografica, come una malattia, un trauma o una gravidanza, quando il segno permanente può valere come riconquista simbolica di una corporeità percepita come estranea, senza che ogni tatuaggio nato da un’esperienza difficile debba per questo leggersi come gesto terapeutico. UNA FUNZIONE RITUALE IN UNA SOCIETÀ POVERA DI RITI CONDIVISI Le società contemporanee hanno smontato molti dei riti collettivi che scandivano le tappe dell’esistenza: maggiore età, lutto, nascita trovano sempre meno una cornice condivisa. Da una prospettiva antropologica, la seduta di tatuaggio può assumerne la funzione: scelta dell’immagine, ricerca del tatuatore, attesa ed esposizione del risultato sono le fasi di una pratica capace di segnare simbolicamente una trasformazione. Persino il dolore, affrontato volontariamente, entra in questa dimensione rituale, come prova di resistenza o componente del processo con cui un’esperienza si iscrive nel corpo. Il tatuaggio trasforma un evento privato in una traccia durevole, istituendo una cesura tra un prima e un dopo: il corpo modificato testimonia che un passaggio è avvenuto e che qualcuno ha scelto di conservarne memoria. APPARTENENZA E DISTINZIONE: IL CORPO COME SEGNALE SOCIALE Il tatuaggio parla sempre anche verso l’esterno: persino quando è nascosto, mostrarlo o meno fa parte della gestione sociale dell’identità. «Quando un individuo compare davanti agli altri», osservava Erving Goffman, «le sue azioni influenzano la definizione della situazione che essi si formano». Anche nato da una motivazione privata, una volta reso visibile il tatuaggio viene osservato, interpretato, giudicato: il suo significato si costruisce fra autobiografia individuale, codici culturali e percezione sociale. Può segnalare l’adesione a una comunità religiosa, professionale, sportiva; richiamare una tradizione familiare; rafforzare un legame di gruppo o marcare una differenza. Lo stesso simbolo cambia di segno secondo il contesto: trasgressivo qui, ordinario altrove. Il corpo tatuato esprime due esigenze solo apparentemente opposte, distinguersi come individui ed essere riconosciuti come gruppo. La sua diffusione ne ha ridefinito il valore simbolico: un tempo legato ad ambienti militari o a sottoculture giovanili, oggi attraversa quasi tutti gli strati sociali. La normalizzazione non ne ha cancellato la funzione distintiva, l’ha resa più sottile: la differenza si gioca ora sull’immagine, sulla collocazione, sullo stile, sulla superficie occupata. PERCHÉ I TATUAGGI AUMENTANO: LA DINAMICA ESTETICA CUMULATIVA Quando la superficie tatuata si allarga, entra in gioco anche una logica estetica, che non va letta automaticamente in chiave clinica. Il primo tatuaggio cambia la percezione del corpo intero: le zone ancora libere possono sembrare incomplete rispetto a quelle decorate. Nasce così il desiderio di collegare le immagini e sviluppare uno stile coerente: il corpo concepito non più come superficie che ospita disegni isolati, ma come opera aperta. Si aggiunge la gratificazione del processo stesso: ricerca dell’artista, attesa, seduta, scoperta del risultato formano un ciclo che qualcuno desidera ripetere. Ma la ripetizione non equivale a una dipendenza, che richiede perdita persistente di controllo e prosecuzione nonostante conseguenze gravi: il numero dei tatuaggi, da solo, non è mai un criterio sufficiente per una diagnosi. QUANDO IL SEGNO CERCA DI ELABORARE UN DISAGIO Alcuni studi hanno osservato, in campioni specifici, un’associazione fra esperienze traumatiche e alcune motivazioni legate alle modificazioni corporee: coprire una cicatrice, dare forma visibile a un’esperienza difficile da dire a parole. Ma l’associazione statistica non è un rapporto causale: la presenza di tatuaggi non è un indicatore affidabile di trauma, né una storia traumatica porta necessariamente alla modificazione corporea. Alcune ricerche registrano, dopo il primo tatuaggio, una riduzione dell’ansia legata all’aspetto fisico; altri livelli più alti di estroversione o ricerca di sensazioni, differenze troppo contenute per parlare di una “personalità tatuata”. Il punto critico non è la quantità di pelle coperta, ma la funzione che la pratica assume nella vita di chi la sceglie: il campanello d’allarme suona quando il comportamento diventa incontrollabile o l’unico modo per reggere una sofferenza persistente. IL CATTIVO ESEMPIO DEI CORPI CELEBRI: LO SPORTIVO COME MODELLO INVOLONTARIO In una cultura della comunicazione fondata sull’immagine, questo significato rischia di incrinarsi quando i corpi tatuati più visibili non sono quelli di persone comuni, ma dei personaggi pubblici, e in prima fila, oggi, ci sono gli sportivi. Calciatori, cestisti, nuotatori compaiono tatuati dalla testa ai piedi su ogni schermo, in mondovisione e sui social: il loro corpo diventa un’icona pubblica, replicata all’infinito, prima ancora che una biografia personale. Interviene qui la teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura: osservare un modello prestigioso, e per un adolescente nessuno è più prestigioso del campione sportivo, spinge all’imitazione indipendentemente da un giudizio critico sulle motivazioni. Il problema non è il tatuaggio in sé, ma lo scollamento fra segno e senso: ciò che nasce da elaborazione biografica o passaggio rituale, nel gesto imitativo diventa puro accessorio estetico, adottato per assomigliare all’idolo, per apparire anziché raccontare. Il rischio si aggrava perché lo sport si rivolge a un pubblico giovanissimo, spesso privo degli strumenti critici per un rapporto consapevole con la permanenza del segno. La logica dei media, che privilegia l’immagine sulla riflessione, riduce il corpo del campione a un modello a bassa complessità: si vede il risultato, non ciò che qui abbiamo chiamato funzione biografica, rituale o identitaria. Si imita l’effetto, si perde il processo. Non si tratta di colpevolizzare i singoli atleti, spesso portatori essi stessi di storie autentiche, ma di riconoscere una responsabilità comunicativa legata all’esposizione mediatica: un corpo pubblico è sempre, anche involontariamente, un corpo pedagogico. Quando lo spettacolo sportivo insegna implicitamente che tatuarsi è soprattutto un modo per somigliare a chi vince, l’operazione simbolica ricostruita finora rischia di ridursi a puro conformismo estetico: la stessa superficie, svuotata del proprio spessore narrativo. IL PARADOSSO DELLA PERMANENZA Ricoprirsi di tatuaggi non è, di per sé, segno di devianza, narcisismo o fragilità psicologica. Può essere arte, memoria, autodeterminazione, appartenenza, elaborazione biografica, o, come si è visto, semplice imitazione di un modello mediatico. Nella società dell’immagine la pelle non è più solo un confine biologico fra individuo e ambiente: è uno spazio sociale su cui si scrivono identità, relazioni, memorie, una superficie privata che, una volta esposta, assume inevitabilmente anche un significato pubblico. Resta un paradosso di fondo: attraverso un segno materialmente permanente, la persona cerca spesso di fissare un’identità che continua invece a cambiare. Il tatuaggio aspira a stabilizzare un significato, ma il tempo trasforma sia il corpo sia la storia che quel segno dovrebbe raccontare. La sua permanenza non immobilizza l’identità: ne diventa la traccia visibile delle trasformazioni. ► (1. CONTINUA. NELLA SECONDA PARTE, COSA SAPPIAMO SUL RISCHIO SANITARIO; COSA DICONO LE RICERCHE E I NUMERI)   Aurelio Angelini
September 21, 2026
Pressenza
La Costituzione non è proprietà del governo. Questa legge elettorale di Meloni è un attacco alla democrazia
C’è qualcosa di comicamente malato in una democrazia in cui chi governa riscrive le regole del voto con il sondaggista seduto accanto, calcolando quale sistema gli permetta di restare dov’è. Chiamarla “riforma” è un atto di ottimismo linguistico: è un’operazione politica con un obiettivo chirurgico, trasformare consensi in potere, senza passare dal consenso vero. Dovrebbe scandalizzare chiunque abbia ancora a cuore la democrazia, a prescindere dal colore della tessera. E invece no: la Costituzione, per una parte della politica, è diventata un mobile ingombrante di famiglia, bello da tenere in salotto, comodo da spostare quando dà fastidio. Non è un regolamento condominiale che la maggioranza di turno può riscrivere a piacimento. È la legge fondativa della Repubblica, nata dalla Resistenza al fascismo, costruita su tre parole che oggi suonano quasi sovversive: democrazia, uguaglianza, partecipazione. E guarda caso sono proprio queste tre a essere svuotate, un poco alla volta, con la discrezione di chi porta via i mobili senza far rumore. Come scriveva Piero Calamandrei, costituente e tra i padri della Carta, nel suo celebre discorso ai giovani del 1955: “la Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove”, perché vive solo se qualcuno ogni giorno si prende la briga di difenderla. Ecco, oggi qualcuno la sta lasciando cadere con entusiasmo. Una maggioranza fabbricata su misura Il cuore della riforma è il premio: 70 deputati e 35 senatori a chi supera il 42 per cento dei voti validi. Detta così sembra una soglia rispettabile. Ma “voti validi” non è sinonimo di “italiani”: in un Paese dove l’astensione è ormai il primo partito, quel 42 per cento può tradursi in una fetta assai più modesta dell’elettorato reale. Un premio grosso, pagato con moneta altrui. Non è solo un problema di aritmetica: è costituzionale. L’articolo 1 assegna la sovranità al popolo, l’articolo 3 impone l’eguaglianza, l’articolo 48 vuole un voto personale, eguale, libero, segreto. Il Parlamento può inseguire la governabilità, ma non comprarla al prezzo della rappresentanza, non è un saldo di fine stagione. Lo ha già detto la Corte costituzionale bocciando il Porcellum: il legislatore ha discrezionalità nella scelta del sistema elettorale, ma quella discrezionalità si ferma davanti a ragionevolezza e proporzionalità. Come già osservava Giovanni Sartori, tra i maggiori politologi italiani del Novecento, la legge elettorale è “lo strumento più manipolativo della politica”: non un dettaglio tecnico, ma l’arma con cui si decide in anticipo chi vincerà davvero la partita. La domanda, allora, è semplice: quanta rappresentanza siamo disposti a sacrificare sull’altare della stabilità? La Costituzione non prevede la risposta “tutta quella che serve a chi già governa”. Il cittadino sceglie il simbolo, il partito sceglie il deputato Il vero scandalo, però, è un altro: l’elettore non sceglie i propri rappresentanti. Mai. Liste bloccate, capilista paracadutati, pluricandidature acrobatiche: in cabina elettorale si sceglie solo chi ci chiede il voto, non chi dovrà rappresentarci. Un’aula sempre più simile a un consiglio d’amministrazione di nominati, non a un’assemblea di eletti. L’articolo 49 riconosce ai cittadini il diritto di associarsi in partiti per concorrere, con metodo democratico, alla vita politica nazionale. Sulla carta, il partito dovrebbe essere lo strumento con cui il cittadino partecipa. Nella pratica è l’esatto contrario: il cittadino serve al partito per raccogliere voti, il partito serve ai suoi vertici per distribuire poltrone. I segretari sono diventati amministratori delegati di macchine elettorali; i territori si svuotano, le sezioni chiudono, la selezione della classe dirigente si accentra in tre stanze romane. Il partito, che dovrebbe essere una palestra di democrazia, è diventato un marchio in franchising. Si è compiuta così una delle inversioni più eleganti della storia repubblicana: chiamiamo ancora “eletti” persone che, di fatto, sono nominate dalle segreterie. Darwinismo politico alla rovescia: non sopravvive il più competente, ma chi meglio si mimetizza nella selezione interna. Un club per soci già iscritti Poi c’è la barriera più subdola: quella contro chi vuole entrare. Alle forze non ancora rappresentate si chiedono montagne di firme; a chi è già dentro, nulla. Chi ha le chiavi di casa non deve bussare; chi è fuori deve scalare il muro di cinta. Non è competizione democratica: è rendita di posizione con targa ufficiale. Una democrazia in salute facilita l’ingresso di nuove energie, non blinda il campo contro la concorrenza. Il pluralismo non si misura dal numero di simboli sulla scheda, ma dalla possibilità reale che idee nuove contendano il consenso a chi c’è già. Quale alternativa  Dire “questa legge è sbagliata” non basta: serve una proposta, punto per punto.  Primo. Nessun governo dovrebbe scrivere la legge elettorale come una qualunque legge di maggioranza. Le regole del gioco vanno costruite con un accordo largo, dopo confronto pubblico con forze politiche, costituzionalisti ed esperti elettorali: patrimonio della Repubblica, non bottino della maggioranza di turno. * > Basta parlamentari nominati. Restituire agli elettori il potere di > scegliere le persone, collegi uninominali con primarie, o preferenze, con > regole severe sulla parità di genere, perché la libertà di scelta non > diventi l’alibi per perpetuare l’esclusione delle donne. * > Nessun premio abnorme: contenuto, proporzionato, legato a una soglia di > consenso realmente significativa. La maggioranza parlamentare deve nascere > dai voti, non essere regalata. * > Soglie di sbarramento ragionevoli e uguali per tutti, pensate per impedire > la frammentazione, non per proteggere chi è già seduto. * > Firme come requisito di serietà, non come muro: commisurate all’elettorato > reale, raccoglibili anche in forma digitale e certificata. La Repubblica > non può riconoscere il diritto di associazione politica e pretendere che si > eserciti coi moduli di carta del secolo scorso. * > Un’autorità davvero indipendente su candidature, firme, parità di genere, > propaganda e finanziamenti: chi compete per il potere non può arbitrare le > regole della competizione. È un conflitto d’interessi con la cravatta. * > Democrazia anche dentro i partiti. L’articolo 49 non può restare una > promessa sospesa: iscrizioni verificabili, congressi regolari, elezione > trasparente dei gruppi dirigenti. > REGOLA PIÙ SEMPLICE DI TUTTE: MAI CAMBIARE LE REGOLE DEL VOTO A RIDOSSO DELLE > ELEZIONI PER ADATTARLE AI SONDAGGI. UNA LEGGE ELETTORALE DOVREBBE DURARE > ABBASTANZA DA POTER ESSERE CONOSCIUTA, CAPITA E GIUDICATA, NON UN VESTITO > CUCITO SULLA MAGGIORANZA DEL MOMENTO Non una democrazia più debole, una democrazia più contendibile Non vogliamo tornare alla Prima Repubblica, né inseguire sistemi perfetti mai esistiti, né una Repubblica paralizzata dall’instabilità. Vogliamo qualcosa di più semplice: un Parlamento scelto dagli elettori, un governo con una maggioranza reale e non fabbricata a tavolino, partiti contendibili al loro interno, nuove forze libere di presentarsi, cittadini in condizione di scegliere chi li rappresenta. Questa è la governabilità democratica. Non quella che regala seggi a chi ha meno voti, che affida alle segreterie la scelta dei parlamentari, che mette cancelli davanti a chi vuole entrare in gioco, che tratta l’astensione come un dettaglio statistico invece che come il sintomo di una rappresentanza in coma. Non è maggioranza contro opposizione La vera partita è tra una democrazia in cui il potere resta contendibile e una in cui il potere diventa autoreferenziale. Una differenza che vale un’intera epoca. Come ricordava Norberto Bobbio, tra i massimi filosofi della politica del Novecento, la democrazia si fonda su un insieme minimo di regole che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure. Toccare quelle regole per convenienza non è amministrazione ordinaria: è togliere il pavimento sotto i piedi del gioco democratico stesso. Anche il fascismo conquistò il potere passando per la trasformazione delle regole della rappresentanza. La Repubblica nacque apposta per impedire che una maggioranza diventasse padrona dello Stato. Ecco perché la Costituzione non è un intralcio alla politica: è il recinto dentro cui la politica resta politica invece di diventare dominio. Se qualcuno pensa che la Costituzione sia troppo democratica, troppo sociale, troppo antifascista, troppo piena di contrappesi, abbia il coraggio di dirlo ad alta voce, invece di svuotarla un articolo alla volta, con la mano sul cuore e le forbici nell’altra tasca. La democrazia non muore solo quando qualcuno abolisce le elezioni. Muore anche quando le elezioni restano, ma gli elettori contano sempre meno. La proposta è chiara: proporzionalità, preferenze, parità di genere, accesso equo alla competizione, firme digitali, trasparenza dei partiti, controllo indipendente, nessuna legge elettorale cucita sulle convenienze di chi governa oggi. Non è una richiesta rivoluzionaria: è il minimo sindacale per una Repubblica che voglia ancora chiamarsi democratica. Il Parlamento non appartiene ai partiti. Il governo non appartiene alla maggioranza. E soprattutto la Repubblica non appartiene a chi la governa oggi: appartiene ai cittadini. Le regole con cui scelgono chi li rappresenta vanno costruite per garantire la loro libertà, non la sopravvivenza politica di chi è già al potere.   Aurelio Angelini
September 15, 2026
Pressenza
La scienza sotto tutela della politica: dal Ponte sullo Stretto alla Commissione scientifica della Regione Siciliana
Prima della vicenda siciliana, un caso nazionale aveva già mostrato quanto possa farsi labile il confine tra competenza scientifica, interessi del proponente e indirizzo politico. Nel settembre 2023 il ministro Salvini nominò il Comitato scientifico della società Stretto di Messina, coordinato da Alberto Prestininzi: nove esperti incaricati di consulenza tecnica alla stessa società concessionaria e di pareri sul progetto definitivo, esecutivo e sulle varianti. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Prestininzi e gran parte degli altri componenti avevano già lavorato al progetto o collaborato con la società, non necessariamente un’incompatibilità giuridica individuale, ma una questione istituzionale ineludibile: può dirsi indipendente un organismo composto in larga misura da chi ha già partecipato alla storia tecnica dell’opera che è chiamato a valutare? L’indipendenza non dipende solo dall’assenza formale di incompatibilità, ma anche dalla distanza critica rispetto al soggetto valutato e dalla trasparenza dei pregressi rapporti professionali: non basta che il controllore sia competente, deve poter agire senza vincoli capaci di alimentare dubbi ragionevoli sulla sua terzietà. A ciò si è aggiunto, nel luglio 2026, il rinnovo anticipato del Consiglio superiore dei lavori pubblici, disposto dal ministro Salvini prima della scadenza naturale di dicembre, proprio mentre l’organo era chiamato a pronunciarsi su aspetti complessi del progetto del Ponte. Tra i nuovi componenti figuravano Mauro Dolce, già membro del Comitato scientifico della Stretto di Messina, e Giuseppe Roberto Tomasicchio, firmatario di un appello favorevole all’opera. Il ministro ha escluso conflitti d’interesse; resta però una questione di opportunità e credibilità istituzionale. La successione temporale è eloquente: prima si riattiva per legge un progetto voluto dal Governo; poi si costituisce un Comitato scientifico formato in larga parte da chi conosce l’opera per avervi lavorato; infine, si rinnova anticipatamente un organo tecnico dello Stato alla vigilia di un pronunciamento decisivo. Anche quando ogni atto, isolatamente, rientra nelle prerogative formali dell’autorità competente, il loro concatenarsi produce un ambiente tecnico-istituzionale allineato alla decisione politica già assunta, problema che il parere favorevole del Consiglio superiore, espresso il 6 agosto 2026 con numerose prescrizioni, non cancella, imponendo anzi di distinguere legittimità formale e piena autorevolezza sostanziale dell’organo. È in questo precedente nazionale che va collocata la vicenda della Commissione tecnica specialistica (Cts) della Regione Siciliana: non un episodio isolato, ma lo stesso processo degenerativo. La politica decide preventivamente ciò che vuole realizzare e, invece di sottoporre la scelta a un controllo scientifico indipendente, sceglie, rinnova o ricompone gli organismi tecnici da cui quel controllo dovrebbe provenire. La scienza non viene abolita: resta come apparato di legittimazione, gli esperti restano, i pareri vengono prodotti, ma rischia di scomparire la funzione critica della conoscenza, la possibilità che un organismo tecnico contraddica il decisore o concluda che un progetto non è sicuro, sostenibile o maturo. La trasformazione della Cts siciliana in una casella da assegnare secondo il manuale Cencelli è la versione regionale della stessa patologia: la Commissione entra nella dinamica del sottogoverno insieme a enti e presidenze da spartire tra i partiti di maggioranza. La competenza si subordina all’appartenenza; l’indipendenza è percepita come ostacolo; il controllo tecnico come intralcio. Quando la politica sceglie non solo gli obiettivi ma anche chi ne certifica la correttezza scientifica, il controllo si trasforma in auto convalida: non si decide più sulla base della conoscenza, ma si seleziona quella più utile a giustificare una decisione già presa, la deriva emersa dalle tensioni interne alla maggioranza del governo Schifani, dove la funzione tecnico-scientifica rischia di diventare una posizione di potere da distribuire secondo gli equilibri di coalizione, anziché un presidio di legalità, precauzione e tutela ambientale. La Cts non è un ente da spartire La Commissione non va assimilata agli organismi con cui il governo regionale attua il proprio programma: la sua funzione è istruttoria e valutativa, propedeutica alle decisioni dell’amministrazione, su progetti capaci di produrre effetti profondi e talvolta irreversibili su territorio, salute, ecosistemi, paesaggio ed economie locali. Proprio questa natura tecnica rende indispensabile la sua autonomia: il decisore deve poter decidere sulla base di un quadro conoscitivo affidabile, non di un parere predisposto per compiacerlo. Sottoporla alla spartizione significa alterare il luogo in cui si valutano gli impatti dei progetti, le alternative localizzative, gli effetti su biodiversità, i rischi per salute e sicurezza, il consumo di suolo e la coerenza con la pianificazione territoriale: valutazioni che non appartengono alla maggioranza del momento, ma sono un bene pubblico della collettività: “la natura non si lascia ingannare” (Richard Feynman, Disastro dello Space Shuttle Challenger, 1986). Il pericoloso equivoco della “produttività” La riunione plenaria della nuova Commissione tecnico scientifico con la presenza del presidente della Giunta Schifani Il presidente uscente ha insistito sul numero delle pratiche evase, sulla velocità raggiunta e sull’alta percentuale di pareri favorevoli, dati rilevanti (la Cts è passata dal 2022 da 30 a 60 componenti, senza che la produzione media di pareri per componente sia cresciuta), ma che non provano da soli la qualità del lavoro svolto. Una commissione ambientale non va giudicata per la rapidità con cui “sblocca” gli investimenti: il verbo stesso, spesso usato per autoelogio, tradisce l’idea che la valutazione ambientale sia un ostacolo allo sviluppo, anziché lo strumento per verificare se un’opera sia realmente sostenibile e a quali condizioni. La velocità è positiva solo se frutto di un’amministrazione competente; diventa pericolosa quando comprime l’analisi o crea una corsia preferenziale per il proponente. Un’alta percentuale di pareri favorevoli, allo stesso modo, non dimostra da sola qualità scientifica: occorre valutarne la solidità delle motivazioni e il rispetto del principio di precauzione (l’incertezza scientifica non giustifichi mai di procedere comunque, ma imponga semmai maggiore cautela (Dichiarazione di Rio de Janeiro (1992), senza i quali l’autorizzazione diventa una formalità. Misurare una Cts dal numero dei dossier conclusi equivale a giudicare un ospedale dalle dimissioni, senza verificare diagnosi ed esiti delle cure. Le valutazioni ambientali come bene comune L’ambiente non è una variabile residuale dello sviluppo economico, ma la base materiale da cui dipendono salute, sicurezza e possibilità delle generazioni future: le valutazioni ambientali tutelano perciò interessi costituzionali e collettivi, non un interesse settoriale. Una valutazione carente produce costi che ricadono sulla società: perdita di biodiversità; dissesto idrogeologico; inquinamento e compromissione del paesaggio, spesso irreversibili. Se l’organismo istruttorio viene catturato dalla politica o dagli interessi economici, viene meno la capacità delle istituzioni di rappresentare chi non siede ai tavoli delle trattative: cittadini, comunità locali, generazioni future ed ecosistemi privi di voce. L’invadenza di una politica senza conoscenza, la cattura preventiva del controllo La politica che teme l’autonomia tecnico-scientifica confessa la propria debolezza: un governo autorevole non ha bisogno di commissari compiacenti, ma di valutazioni rigorose per decidere conoscendo rischi e conseguenze. Non si tratta di invocare una tecnocrazia sottratta alla democrazia, la scienza non sostituisce la decisione politica, ma di lasciarle delimitare ciò che è scientificamente sostenibile, rendendo esplicite le incertezze e impedendo che convenienze elettorali e pressioni economiche siano spacciate per dati oggettivi. La lottizzazione della Cts non richiede peraltro ordini espliciti: il condizionamento più efficace è preventivo. Se nomina e permanenza dei componenti dipendono dal gradimento politico, si genera conformismo istituzionale, il valutatore conosce le aspettative del decisore e vi si adegua anche senza direttive formali; basta scegliere chi difficilmente formulerà un parere sgradito. Le conseguenze sono profonde: i pareri perdono credibilità, aumenta il contenzioso, i tecnici indipendenti vengono scoraggiati e gli investimenti restano esposti a instabilità amministrativa e giudiziaria. La cattura politica della valutazione tecnica non accelera i processi economici: produce decisioni più fragili e costi pubblici più elevati. Un declino istituzionale, prima ancora che ambientale Il dato più allarmante non è che diversi partiti aspirino a controllare presidenza e composizione della Commissione, ma che questa pretesa venga descritta come componente ordinaria della “partita dei sottogoverni”: un organismo di valutazione tecnico-scientifica su opere di enorme rilievo, equiparato alle altre nomine da distribuire per gli equilibri di coalizione. È il segno di un declino in cui la competenza non legittima più l’incarico, ma deve risultare compatibile con la spartizione. La Sicilia, territorio di straordinari valori naturali ma anche di elevata vulnerabilità climatica e forti pressioni speculative, avrebbe bisogno di una Cts particolarmente autorevole e indipendente: trasformarla in pedina del risiko politico significa disarmare la Regione proprio mentre crescono complessità e irreversibilità delle decisioni. Non basta dunque sostituire un nome con un altro. Occorre sottrarre strutturalmente la Commissione alla lottizzazione, rendendo pubblici e verificabili criteri di selezione, curricula, incompatibilità, conflitti d’interesse e risultati dell’attività svolta, disciplinando durata degli incarichi e revoche affinché la continuità della funzione non dipenda dal gradimento politico. La questione decisiva non è chi controllerà la Cts, ma se debba essere controllata da qualcuno oppure messa nelle condizioni di esercitare, con responsabilità e trasparenza, il controllo tecnico-scientifico che l’ordinamento le affida. Se anche la valutazione ambientale diventa materia di spartizione, non viene occupata solo una presidenza: viene sottratta alla collettività una garanzia fondamentale. Una politica che, per non incontrare ostacoli, abolisce nei fatti l’indipendenza della conoscenza non diventa più forte. Diventa semplicemente più cieca, più arrogante e più pericolosa. Occorre che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere (Montesquieu, De l’esprit des lois (1748) Aurelio Angelini
September 10, 2026
Pressenza
Transizione ecologica. Il pesante “prezzo invisibile” del gas: perché paghiamo cara l’elettricità del sole
  ► Negli ultimi quindici anni il costo industriale dell’energia solare ed eolica è diminuito in misura straordinaria. In molti contesti, produrre elettricità con il sole e il vento è ormai più conveniente che generarla bruciando carbone o gas naturale. Eppure, questa trasformazione tecnologica non si riflette pienamente nelle bollette. Anche quando una parte crescente dell’elettricità proviene da fonti rinnovabili, il prezzo continua spesso a seguire le oscillazioni del gas. Non si tratta di un errore contabile. È l’effetto di un’architettura di mercato progettata negli anni Novanta, quando il sistema elettrico europeo era dominato dalle centrali termoelettriche e le rinnovabili occupavano una posizione marginale. Oggi quella stessa regola opera in un ambiente tecnologico, economico e geopolitico profondamente diverso. Il problema non riguarda soltanto l’efficienza del mercato: investe la distribuzione della ricchezza, la povertà energetica, la competitività industriale e la qualità democratica della transizione ecologica. UNA REGOLA COSTRUITA PER IL NOVECENTO Il mercato elettrico europeo si basa prevalentemente sul marginal pricing, detto anche sistema pay-as-clear. Per ogni fascia oraria, gli impianti vengono chiamati a produrre secondo un ordine crescente dei rispettivi costi marginali: prima le fonti meno costose, poi quelle progressivamente più care, fino a soddisfare l’intera domanda. Il prezzo riconosciuto a tutti i produttori è però quello richiesto dall’ultimo impianto necessario a coprire il fabbisogno. Nel sistema termoelettrico del secolo scorso questa regola aveva una sua razionalità. Centrali alimentate con combustibili diversi presentavano costi marginali relativamente comparabili; un prezzo uniforme incentivava l’efficienza e favoriva l’impiego degli impianti meno costosi. Con la diffusione delle rinnovabili, la struttura dei costi è radicalmente cambiata. Sole e vento non richiedono l’acquisto quotidiano di combustibile e presentano costi marginali prossimi allo zero. Tuttavia, nelle ore in cui una centrale a gas è necessaria per soddisfare l’ultima quota di domanda, il suo costo determina il prezzo di tutta l’elettricità scambiata. Anche quella prodotta da impianti fotovoltaici ed eolici già ammortizzati. Un impianto solare che genera elettricità a un costo indicativo di 20-40 euro per megawattora può così ricevere un prezzo di 100 o 150 euro, perché nello stesso momento una centrale a gas è entrata nel mercato come unità marginale. Questa differenza produce una rendita infra-marginale: un guadagno che non deriva da maggiore innovazione o produttività, ma dalla posizione occupata all’interno del meccanismo di formazione del prezzo. Ciò non significa che ogni ricavo superiore al costo marginale sia illegittimo: gli investimenti devono remunerare capitale, manutenzione e rischio. Il problema nasce quando il prezzo del gas trasferisce automaticamente la propria volatilità all’intero sistema, indipendentemente dai costi effettivi delle altre tecnologie. Esiste anche un effetto opposto. Nelle ore di abbondante produzione solare o eolica, il prezzo può diminuire drasticamente, riducendo proprio i ricavi delle rinnovabili. È il cosiddetto “effetto cannibalizzazione”: più cresce la generazione rinnovabile, più diminuisce il suo valore di mercato nelle ore in cui essa si concentra. Per questo la transizione richiede contratti di lungo periodo, accumuli e una riforma complessiva del mercato, non una semplice sostituzione degli impianti. LA LEZIONE DELLA PENISOLA IBERICA La crisi energetica del 2022 ha reso visibile questa distorsione. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’impennata del gas ha trascinato verso l’alto i prezzi dell’elettricità europea, sebbene i costi di produzione di sole, vento, acqua e nucleare non fossero aumentati nella stessa misura. Spagna e Portogallo ottennero allora dalla Commissione europea una deroga temporanea: il “meccanismo iberico”, che introduceva un tetto al prezzo del gas utilizzato per formare il prezzo elettrico. Le centrali termoelettriche ricevevano una compensazione, contabilizzata separatamente e in modo trasparente. Le valutazioni disponibili indicano che, durante l’applicazione del meccanismo, i prezzi all’ingrosso iberici furono sensibilmente inferiori a quelli che si sarebbero presumibilmente determinati senza l’intervento. Le stime variano in base ai periodi e alle metodologie adottate: non è quindi corretto presentare un’unica percentuale come risultato definitivo. L’esperienza dimostra però che la trasmissione del prezzo del gas all’elettricità può essere attenuata senza interrompere il funzionamento del mercato. Nel 2024 l’Unione europea ha approvato una riforma che promuove i contratti per differenza a due vie per i nuovi impianti sostenuti con risorse pubbliche. Questi contratti garantiscono al produttore un prezzo stabile: se il mercato scende sotto la soglia concordata, interviene il sistema pubblico; se sale oltre quella soglia, il produttore restituisce la differenza. È un passo importante, perché riduce il rischio finanziario e limita le rendite eccessive. Ma la riforma lascia sostanzialmente intatto il mercato del giorno prima e riguarda soprattutto i nuovi investimenti. Si delinea così un sistema a doppio regime: una parte della produzione regolata da contratti stabili e un’altra ancora esposta alla vecchia logica marginalista. L’ITALIA NELLA TRAPPOLA DEL GAS L’Italia è particolarmente vulnerabile perché ha costruito una parte rilevante del proprio sistema elettrico intorno al gas naturale, Eni docet et imperium. Questa configurazione è il risultato di decisioni industriali e infrastrutturali assunte tra gli anni Novanta e Duemila, quando il metano veniva presentato come combustibile di transizione rispetto a carbone e petrolio. La dipendenza dal gas non è soltanto una caratteristica tecnica del mix energetico: è un vincolo economico e geopolitico. Un paese importatore trasferisce nelle proprie bollette l’instabilità dei mercati internazionali, le tensioni militari, le decisioni dei paesi produttori e i costi delle infrastrutture di approvvigionamento. I dati Arera relativi al 2025 segnalano che i prezzi finali italiani restano superiori alla media dell’area euro, soprattutto nella componente energia. Per le famiglie il divario indicato è del 13%; per i consumatori non domestici risulta ancora maggiore. Non tutto questo differenziale può essere attribuito al solo marginal pricing: incidono anche contratti commerciali, strategie degli operatori e struttura della domanda. Il dato rimane però coerente con la particolare esposizione italiana al gas. La questione diventa sociale quando si osserva la geografia della povertà energetica. Oltre due milioni di famiglie incontrano difficoltà nell’accedere a servizi energetici adeguati. Il fenomeno assume maggiore intensità nel Mezzogiorno, dove bassi redditi, precarietà occupazionale e inefficienza degli edifici si sovrappongono. La bolletta non è quindi soltanto un prezzo: è un dispositivo che può amplificare disuguaglianze economiche e territoriali già esistenti. Anche le imprese, soprattutto quelle piccole e quelle appartenenti ai settori energivori, subiscono un deterioramento della competitività. Il costo dell’energia agisce come una variabile strutturale che redistribuisce opportunità tra paesi, territori e sistemi produttivi. DALLA RIFORMA DEL PREZZO ALLA DEMOCRAZIA ENERGETICA Disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas è necessario, ma non basta. Una riforma isolata potrebbe ridurre alcune rendite senza risolvere i problemi fisici e sociali del sistema. Occorre accelerare le rinnovabili attraverso una pianificazione territoriale trasparente, senza trasformare la semplificazione autorizzativa in deregolazione ambientale. Servono reti intelligenti, accumuli, interconnessioni europee e investimenti industriali nella produzione di pannelli, turbine e batterie. Le comunità energetiche devono essere accessibili anche alle famiglie prive del capitale necessario per installare un impianto. La protezione dei consumatori vulnerabili deve inoltre superare la logica emergenziale dei bonus e diventare una politica strutturale di riqualificazione degli edifici e garanzia dei servizi essenziali. La transizione energetica è, in definitiva, una trasformazione dei rapporti sociali. Riguarda chi possiede gli impianti, chi controlla le reti, chi partecipa alle decisioni territoriali e chi beneficia delle rendite prodotte dal cambiamento tecnologico. È qui che la questione del prezzo incontra quella della democrazia energetica. Continuare a pagare l’elettricità del sole al prezzo del gas significa lasciare che un’infrastruttura istituzionale del Novecento governi la transizione ecologica del XXI secolo. Cambiare quella regola non risolverà ogni problema, ma renderà finalmente visibile ciò che oggi la bolletta nasconde: l’energia non è soltanto una merce. È un bene essenziale, un fattore di cittadinanza e uno dei principali terreni sui quali si decide la distribuzione futura del potere economico. Aurelio Angelini
August 7, 2026
Pressenza
Quando la legge diventa un nemico. Il caso Roggero e la lenta erosione della democrazia costituzionale
Il caso Mario Roggero non riguarda soltanto la tragica vicenda di un gioielliere condannato definitivamente per avere ucciso due rapinatori mentre erano ormai in fuga. Quel processo rappresenta uno spartiacque culturale e politico. La Corte di Cassazione non ha negato il diritto alla legittima difesa. Ha semplicemente ribadito uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto: la forza privata può sostituire quella pubblica soltanto nel tempo strettamente necessario a respingere un’aggressione attuale. Quando il pericolo è cessato, il monopolio della forza torna allo Stato. È questa la linea che separa la giustizia dalla vendetta. Il fascismo non ritorna necessariamente con le camicie nere o con il saluto romano. E il caso Roggero non è soltanto una discussione sui limiti della legittima difesa. È il sintomo di una più ampia torsione culturale nella quale la forza tende a prevalere sul diritto e il consenso viene invocato per delegittimare le garanzie costituzionali[IL] La democrazia non muore quasi mai in un solo giorno. Non viene abbattuta improvvisamente da un colpo di Stato, da un manipolo di militari o da un decreto che sospende la Costituzione. Le democrazie contemporanee si consumano lentamente. Perdono consistenza un pezzo alla volta, fino a quando i cittadini si accorgono che i contrappesi istituzionali non esistono più e che il potere non riconosce più alcun limite. È questa la lezione che il Novecento avrebbe dovuto consegnare definitivamente all’Europa. L’Italia fascista e la Germania nazista non nacquero nel momento in cui Mussolini marciò su Roma o Hitler fu nominato Cancelliere del Reich. Nacquero molto prima, quando si diffuse l’idea che il Parlamento fosse un ostacolo, che i giudici fossero nemici del popolo, che la stampa libera fosse un intralcio e che il diritto dovesse piegarsi alla volontà del capo. Come ricordava Piero Calamandrei, «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». È proprio quando le istituzioni sembrano funzionare normalmente che occorre vigilare sulla loro progressiva erosione. Per questo il caso Mario Roggero non riguarda soltanto la tragica vicenda di un gioielliere condannato definitivamente per avere ucciso due rapinatori mentre erano ormai in fuga. Quel processo rappresenta uno spartiacque culturale e politico. La Corte di Cassazione non ha negato il diritto alla legittima difesa. Ha semplicemente ribadito uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto: la forza privata può sostituire quella pubblica soltanto nel tempo strettamente necessario a respingere un’aggressione attuale. Quando il pericolo è cessato, il monopolio della forza torna allo Stato. È questa la linea che separa la giustizia dalla vendetta. Eppure, una parte della politica ha reagito come se la sentenza costituisse un’offesa alla volontà popolare. Non è stato contestato soltanto il dispositivo della Corte. È stata messa in discussione la legittimità stessa della magistratura di decidere contro ciò che una parte dell’opinione pubblica riteneva giusto. IL POST DELLA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO MELONI SU FACEBOOK Qui emerge il nodo decisivo. Quando il consenso pretende di sostituire la legge, la democrazia costituzionale entra in una zona di pericolo. Le dichiarazioni della Presidente del Consiglio — “Mi aggredisci, mi difendo e dovrei risarcirti io?” — Hanno alimentato una rappresentazione emotiva del diritto nella quale il giudizio dei tribunali rischia di essere subordinato alla percezione collettiva. Ma il diritto non può essere governato dagli umori del momento. Norberto Bobbio lo spiegava con estrema chiarezza: «La democrazia è il governo delle regole prima ancora che il governo della maggioranza». Senza regole condivise, la maggioranza smette di essere democratica e diventa arbitrio. Da tempo assistiamo a una progressiva delegittimazione degli organi di garanzia. Il Parlamento viene frequentemente marginalizzato attraverso il ricorso sistematico alla decretazione d’urgenza e ai voti di fiducia. La magistratura viene accusata di fare politica quando esercita il controllo di legalità. Gli organismi indipendenti vengono rappresentati come ostacoli anziché come garanzie. È una dinamica che Luigi Ferrajoli ha descritto efficacemente: «La differenza tra democrazia costituzionale e democrazia plebiscitaria consiste nel fatto che il potere è sottoposto al diritto e non il diritto al potere». Quando i limiti costituzionali vengono rappresentati come un intralcio, la democrazia comincia lentamente a trasformarsi in qualcosa di diverso. Non è necessario abolire formalmente la Costituzione. È sufficiente svuotarla dall’interno. La storia europea insegna che le democrazie raramente vengono distrutte con un solo atto rivoluzionario. Più spesso vengono logorate attraverso un processo graduale di normalizzazione dell’autoritarismo. Negli Stati Uniti Donald Trump ha costruito una parte significativa della propria strategia politica delegittimando magistrati, istituzioni elettorali e stampa indipendente. In Israele il tentativo del governo Netanyahu di ridimensionare il ruolo della Corte Suprema ha provocato una mobilitazione civile senza precedenti. In Europa orientale Viktor Orbán ha teorizzato apertamente la costruzione di una «democrazia illiberale», nella quale il consenso elettorale viene utilizzato per comprimere il pluralismo e ridurre gli spazi di controllo sul potere. Ogni esperienza è diversa e non sono possibili assimilazioni meccaniche. Ma il metodo presenta elementi ricorrenti: concentrazione del potere esecutivo, delegittimazione della magistratura, personalizzazione della leadership, riduzione degli spazi del dissenso, costruzione di un rapporto diretto tra il leader e “il popolo”, presentato come un’entità omogenea che non ammette opposizioni. È qui che il pensiero di Hannah Arendt conserva una straordinaria attualità: «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra fatti e finzione, fra vero e falso, non esiste più». Quando il dibattito pubblico sostituisce i fatti con la propaganda e le sentenze con gli slogan, la democrazia perde il proprio terreno comune. Ancora più esplicito fu Umberto Eco nel celebre saggio “Il fascismo eterno”: «L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è smascherarlo e puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme».  Il fascismo, dunque, non ritorna necessariamente con le camicie nere o con il saluto romano. Può riaffacciarsi attraverso una cultura politica che esalta il capo, identifica il dissenso con il tradimento, alimenta la paura come strumento di governo, trasforma la sicurezza nell’argomento capace di giustificare ogni compressione delle libertà e considera i controlli costituzionali un ostacolo alla volontà della maggioranza. Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, nel loro studio “Come muoiono le democrazie”, osservano che oggi «le democrazie non vengono quasi mai abbattute con un colpo di Stato; muoiono lentamente, attraverso l’erosione delle istituzioni da parte di leader eletti». È un monito che riguarda tutte le democrazie contemporanee. SEQUENZA DELLA RAPINA NELLA GIOIELLERIA DI ROGGERO E L’UCCISIONE DEI DUE RAPINATORI INSEGUITI CON LA PISTOLA IN PUGNO Per questo il caso Roggero non è soltanto una discussione sui limiti della legittima difesa. È il sintomo di una più ampia torsione culturale nella quale la forza tende a prevalere sul diritto e il consenso viene invocato per delegittimare le garanzie costituzionali. Calamandrei ricordava agli studenti milanesi che «la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta; se cade a terra e nessuno la raccoglie, rimane lì». Quelle parole conservano oggi una forza straordinaria. La Costituzione non diffida del popolo. Diffida del potere. Per questo distribuisce le funzioni tra Parlamento, magistratura, Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, autonomie territoriali e informazione libera. Non per rallentare il Governo, ma per impedire che qualsiasi Governo possa identificarsi con lo Stato. Quando un esecutivo considera ogni controllo un’invasione di campo, ogni sentenza sgradita una decisione politica e ogni dissenso una manifestazione di ostilità, non siamo ancora fuori dalla democrazia costituzionale. Ma stiamo percorrendo una strada che la storia europea ci invita a osservare con estrema attenzione. La libertà raramente viene perduta tutta insieme. Viene ceduta un diritto alla volta, un contrappeso alla volta, una garanzia alla volta. Ed è proprio quando tutto sembra normale che difendere la Costituzione diventa il primo dovere civile di ogni cittadino. Aurelio Angelini
July 19, 2026
Pressenza
«Gli assetati di Sicilia attendono acqua e giustizia»: ARS, se ci sei batti un colpo
Decenni di ritardi, omissioni, errori di programmazione e una gestione frammentata hanno progressivamente compromesso un diritto fondamentale dei cittadini: quello all’acqua. Non è più tollerabile assistere a turnazioni dell’acqua che durano settimane, mentre sulle montagne della Sicilia continuano a operare senza particolari difficoltà importanti concessioni per l’imbottigliamento dell’acqua minerale. È una contraddizione che impone un’approfondita verifica sull’utilizzo della risorsa idrica e sulle priorità fissate dalle istituzioni. Una Commissione d’inchiesta dell’Assemblea Regionale Siciliana dovrebbe ricostruire le cause della crisi, individuare le responsabilità politiche, amministrative e gestionali e formulare un piano di riforma dell’intero sistema idrico regionale. Sul modello di quando avvenne con la Commissione d’indagine Grappelli istituita dal ministero dei Lavori pubblici quindici giorni dopo la frana che colpì Agrigento a luglio del 1966[il]    La gravissima crisi idrica che sta colpendo la Sicilia, e in particolare la provincia di Agrigento con il caso emblematico di Maddalusa, non può più essere affrontata esclusivamente come un’emergenza contingente. Essa rappresenta il risultato di decenni di ritardi, omissioni, errori di programmazione e di una gestione frammentata che ha progressivamente compromesso un diritto fondamentale dei cittadini: quello all’acqua. Per questa ragione è indispensabile che l’Assemblea Regionale Siciliana promuova l’istituzione di una Commissione regionale d’inchiesta con il compito di ricostruire le cause della crisi, individuare le responsabilità politiche, amministrative e gestionali e formulare un piano di riforma dell’intero sistema idrico regionale. Non è più tollerabile assistere a turnazioni dell’acqua che durano settimane, mentre sulle montagne della Sicilia continuano a operare senza particolari difficoltà importanti concessioni per l’imbottigliamento dell’acqua minerale. È una contraddizione che impone un’approfondita verifica sull’utilizzo della risorsa idrica e sulle priorità fissate dalle istituzioni. La Commissione dovrà inoltre accertare le ragioni per cui numerosi invasi non sono mai stati completati, molte dighe risultano ancora prive delle opere di adduzione e distribuzione, le reti idriche disperdono enormi quantità d’acqua e numerosi Comuni continuano a registrare gravi inefficienze gestionali, compresa la mancata diffusione dei contatori idrici. È giunto il momento di avviare una profonda riforma del sistema di governance dell’acqua, eliminando inutili sovrapposizioni burocratiche e semplificando il quadro organizzativo. La gestione deve essere improntata a efficienza, trasparenza e responsabilità, affinché ogni Comune possa garantire ai propri cittadini un servizio moderno e affidabile. Le responsabilità di questa situazione affondano le loro radici anche nelle scelte compiute nel passato, a partire dallo scioglimento della Cassa per il Mezzogiorno e, successivamente, con la fine dell’Intervento Straordinario che hanno  rappresentato strumenti essenziali per affrontare il deficit infrastrutturale del Sud. Tutti elementi che, unitamente all’uso disinvolto dei Fondi di Coesione Territoriale, sono concause del progressivo ampliamenti del divario, mentre la Sicilia ha continuato a pagare un prezzo elevatissimo in termini di mancati investimenti e opere incompiute. Emblematico è il caso di Agrigento, dove, nonostante le notevoli risorse messe a disposizione dal Pnrr e gli ingenti investimenti pubblici connessi all’anno di Capitale italiana della Cultura, continuano a permanere criticità strutturali che incidono direttamente sulla qualità della vita dei cittadini. La Commissione non dovrà limitarsi agli aspetti penalmente rilevanti ma Il suo obiettivo dovrà essere quello di ricostruire l’intera vicenda sotto il profilo storico, amministrativo e politico, affinché i cittadini conoscano come siano state impiegate le risorse pubbliche destinate al sistema idrico siciliano e perché tanti interventi siano rimasti incompiuti. Esiste un precedente che dimostra come lo Stato abbia già saputo reagire a situazioni straordinarie. Dopo la frana che colpì Agrigento il 19 luglio 1966, il ministro dei Lavori Pubblici istituì, il 3 agosto dello stesso anno, una Commissione d’indagine (Grappelli) incaricata di accertare le responsabilità del dissesto urbanistico e di formulare proposte per evitare il ripetersi di simili tragedie. Oggi la Sicilia ha bisogno dello stesso coraggio istituzionale. La questione dell’acqua non riguarda soltanto la gestione di un servizio pubblico: riguarda la dignità delle persone, la salute, l’agricoltura, il turismo, lo sviluppo economico e la stessa credibilità delle istituzioni. Non è più tempo di rinvii. È il momento della verità, della trasparenza e delle responsabilità. Gli assetati di Sicilia attendono giustizia prima ancora che acqua. Le istituzioni hanno il dovere di rispondere. Redazione Sicilia
July 14, 2026
Pressenza
SpaceX e la grande bolla estrattivista: il capitale sfugge alla gravità terrestre, i costi restano sulle spalle di noi tutti
Nel XXI secolo l’appropriazione sistematica di beni comuni trasformati in rendita non riguarda più solo miniere, foreste o giacimenti petroliferi. Essa investe anche l’atmosfera, gli oceani, i dati digitali e, oggi, persino lo spazio circumterrestre. L’Ipo (Offerta pubblica di acquisto) di 75 miliardi di dollari dell’azienda spaziale di Elon Musk (primo trilionario della storia finanziaria del mondo) è l’indicatore di un salto di qualità senza precedenti. Ma chi ne paga i costi? Musk raccoglie liquidità dal risparmio diffuso, concentra la ricchezza in pochissime mani, e proietta sulle generazioni future e sull’ambiente i costi delle sue operazioni. Solo nei primi sei mesi del 2025, i satelliti Starlink hanno effettuato 145.000 manovre per non scontrarsi nella bassa orbita terrestre: quattro attivazioni per veicolo spaziale al mese. Un bene comune dell’umanità rischia di essere inservibile per l’accumulo di detriti orbitali, precludendo l’accesso allo spazio di satelliti per il monitoraggio climatico, le comunicazioni di emergenza, i sistemi Gps. E la fuliggine dei razzi si deposita nella stratosfera con effetti climatici peggiori di quella terrestre_ > LA VALUTAZIONE RAGGIUNTA DA SPACEX PONE INTERROGATIVI CHE VANNO OLTRE LA > DIMENSIONE INDUSTRIALE E TECNOLOGICA. ESSA SEMBRA RAPPRESENTARE UNA NUOVA FASE > DEL CAPITALISMO CONTEMPORANEO, NELLA QUALE L’ASPETTATIVA FINANZIARIA TENDE A > PREVALERE SUI LIMITI MATERIALI, ECOLOGICI E SOCIALI   Lo spazio come nuova frontiera estrattivista L’estrattivismo classico si riconosce in un pattern preciso: si prendono risorse comuni, la foresta amazzonica, i fondali marini, i giacimenti di litio, se ne privatizzano i benefici, se ne socializzano i costi ambientali. SpaceX ha semplicemente spostato questa frontiera in alto, fino all’orbita terrestre bassa. Kate Raworth, in Doughnut Economics, ha proposto un modello in cui l’economia deve restare entro due soglie: quella dei bisogni sociali fondamentali da garantire a tutti, e quella dei limiti planetari da non superare. La corsa allo spazio di Musk viola entrambe: ignora i bisogni sociali irrisolti sulla Terra e supera i limiti dell’orbita condivisa trasformandola in proprietà privata di fatto. (…)L’orbita bassa terrestre è un bene comune dell’umanità, regolato da trattati internazionali che risalgono all’era della Guerra Fredda. Musk lo sta occupando con decine di migliaia di satelliti privati come se fosse suo. Nessun parlamento ha votato. Nessun referendum è stato indetto. La privatizzazione del cielo avviene per il semplice fatto che qualcuno ha i razzi e il capitale per farlo.   La sindrome di Kessler: il debito ambientale non compare nel bilancio Con la crescita incontrollata delle megacostellazioni, il tempo teorico medio di collisione tra oggetti in orbita bassa è diminuito di circa 40 volte in soli 7 anni: si è passati da 121 a soli 2,8 giorni. Senza interventi, la sindrome di Kessler non è un’ipotesi catastrofista: è semplicemente la matematica dell’incuria applicata all’orbita terrestre. La teoria della sindrome di Kessler, formulata nel 1978 dall’astrofisico della Nasa Donald Kessler, descrive una reazione a catena in cui la collisione di due oggetti genera detriti che colpiscono altri satelliti, innescando un processo auto-sostenuto. Questo sistema potrebbe collassare e rendere inutilizzabili intere fasce orbitali per decenni. Tradotto: l’espansione incontrollata di Starlink potrebbe rendere impossibile il lancio di qualsiasi satellite in futuro, inclusi quelli per il monitoraggio climatico, le comunicazioni di emergenza, i sistemi Gps. L’uomo che promette di salvare l’umanità portandola su Marte potrebbe invece precludere alla stessa umanità l’accesso allo spazio. Questo rischio non compare in nessuna voce del bilancio SpaceX…   L’atmosfera come discarica privata Un Falcon 9 di SpaceX si stacca dalla rampa di lancio Ogni lancio del razzo Falcon 9 di SpaceX immette nell’atmosfera circa 336 tonnellate di Co₂, l’equivalente di 395 voli intercontinentali. Nel 2023 i lanci spaziali sono stati 98, nel 2024 sono saliti a 131, con emissioni complessive che hanno superato i 3,7 milioni di tonnellate annue. Ma il problema più insidioso non è la Co₂ — è il dove. I razzi rilasciano fuliggine e altri inquinanti direttamente nella stratosfera, dove a differenza degli inquinanti emessi al suolo, queste particelle possono restare sospese per anni. La fuliggine dei razzi non è un dettaglio: depositandosi in stratosfera, produce effetti climatici superiori a quelli delle emissioni terrestri. Secondo lo University College London, entro il 2029 potrebbe rappresentare il 42% dell’impatto climatico dell’intero settore spaziale — una percentuale cresciuta dal niente, in silenzio, fuori da qualsiasi accordo internazionale sul clima. E i satelliti stessi, a fine vita, diventano veleno. Nei soli primi 4 mesi del 2026, i satelliti Starlink bruciati in atmosfera hanno rilasciato 5 tonnellate di ossido di alluminio nell’alta atmosfera. Alcune stime ritengono che entro pochi anni le megacostellazioni potrebbero rilasciare ogni anno 360 tonnellate di ossidi di alluminio, ben sei volte la quantità dovuta a fonti naturali come meteore e stelle cadenti. La professoressa Eloise Marais del University College London è stata categorica: «L’inquinamento prodotto dall’industria spaziale è simile a un esperimento di geoingegneria su piccola scala e privo di regolamentazione, che potrebbe avere numerose conseguenze ambientali indesiderate e gravi». Un esperimento senza consenso planetario. Condotto su tutta l’umanità. Finanziato dalla borsa valori. Bruno Latour, in Facing Gaia e in Down to Earth, ha scritto che il vero conflitto del nostro tempo non oppone progresso e conservazione, ma diverse modalità di abitare la Terra. La tecnologia non è mai neutrale: incorpora priorità politiche, rapporti di potere e modelli economici… La questione non è se tali tecnologie siano possibili, è a quale progetto di società vengano subordinate. I razzi di Musk non sono strumenti tecnici neutri: sono la materializzazione di una gerarchia precisa, in cui la libertà di movimento del capitale non conosce limiti fisici o atmosferici, mentre i costi di tale libertà ricadono sull’intero sistema vivente.   Il cielo rubato agli astronomi e ai popoli Gli astronomi hanno lanciato l’allarme sull’impatto che la riflessione solare dei satelliti Starlink ha sulle osservazioni celesti. Il crescere incontrollato delle scie luminose nei cieli notturni compromette gli strumenti scientifici, fino a oscurare oggetti cosmici distanti. Il cielo stellato, patrimonio culturale e scientifico dell’umanità intera, contemplato da ogni civiltà nella storia, viene progressivamente colonizzato da scie di satelliti commerciali. Nessuna comunità indigena, nessun osservatorio pubblico, nessun contadino che si orienta con le stelle è stato consultato. Il cielo è diventato un asset. Si compra. Si vende. Si quota in borsa. È questa, nella sua forma più letterale, la privatizzazione dell’infinito.   I 75 miliardi che non si sono mai visti sulla Terra La nuvola dei satelliti attorno alla bassa orbita terrestre: i due terzi sono delle società di Elon Musk Starlink-SpaceX Settantacinque miliardi di dollari raccolti in un giorno. Per dare una misura concreta: secondo le Nazioni Unite, eliminare la fame nel mondo richiederebbe circa 40 miliardi di dollari l’anno. Garantire accesso universale all’acqua potabile ne costerebbe 30. La transizione energetica per i paesi a basso reddito ne richiede circa 50.  In un solo giorno, il mercato ha mobilitato una volta e mezzo il budget necessario per sconfiggere la malnutrizione globale, e lo ha destinato a un’azienda che perde quattro miliardi al trimestre e promette di portare i miliardari su Marte. Come scrivono i firmatari dell’appello di Davos dei miliardari consapevoli: «La disuguaglianza ha raggiunto un punto critico e il suo costo per la nostra stabilità economica, sociale ed ecologica è grave e cresce ogni giorno». Kate Raworth lo avrebbe pensato così: stiamo investendo enormi risorse per superare il soffitto cosmico, mentre ignoriamo sistematicamente il pavimento sociale la soglia minima di dignità, salute, istruzione e sicurezza alimentare che miliardi di persone non raggiungono ancora. Il modello economico che finanzia SpaceX è lo stesso che produce questa asimmetria.   Il “Pianeta B” come ideologia dell’abbandono Mentre la comunità scientifica continua a ricordare che la finestra temporale per contenere il riscaldamento globale si sta rapidamente restringendo, una parte crescente del capitale finanziario sembra investire non nella rigenerazione degli ecosistemi terrestri, ma nella costruzione di una narrativa di evasione. La colonizzazione di Marte viene così presentata come frontiera del progresso, quando il problema politico decisivo rimane la capacità di abitare in modo sostenibile il solo pianeta realmente disponibile. L’idea che Marte sia una soluzione ai problemi della Terra non è soltanto scientificamente infondata: è politicamente pericolosa. È l’ideologia dell’abbandono elevata a modello di business. Afferma implicitamente che il pianeta è consumabile, che l’ambiente è sacrificabile, che l’umanità può continuare a esternalizzare i costi del proprio metabolismo economico finché non si trova un’uscita di sicurezza. Latour, in Down to Earth, aveva già smontato questa illusione con precisione chirurgica: la fuga verso la frontiera, che si tratti dell’Ovest americano, delle colonie, o oggi di Marte, è sempre stata la risposta del capitale ai conflitti redistributivi che non voleva affrontare. Invece di discutere chi deve pagare il costo della crisi ecologica, si propone una nuova terra promessa. La narrazione marziana di Musk è la versione aggiornata e stellare di questa stessa logica. Jason W. Moore direbbe che siamo di fronte a un nuovo ciclo di “cheap nature”: ogni volta che i costi ambientali di un modello di accumulazione diventano insostenibili, il capitale trova una nuova natura di cui appropriarsi a basso costo. Oggi quella natura si chiama orbita bassa terrestre. Domani si chiamerà Marte. Il meccanismo non cambia: cambia solo il codice postale dell’estrattivismo. > NON C’È NESSUN PIANETA B. C’È SOLTANTO LA SCELTA, ANCORA APERTA, DI > SALVAGUARDARE IL PIANETA A VERSIONE PER PRESSENZA Aurelio Angelini
July 3, 2026
Pressenza
Movimento ecologista e ambientalismo scientifico. Tra “il dire e il fare”: lo status quo e i rapporti di forza
L’avvio del “percorso di ascolto” promosso da Avs ai primi di maggio per dar vita a “un vivaio per l’Italia di domani” per sconfiggere questa destra di Meloni e Salvini ha rilanciato nel dibattito pubblico alcuni nodi del “fare politica ambientale”, in particolare su energia, trasporti, alimentazione e aree protette. Ed anche sul “pragmatismo senza principi” con cui si sono perse alcune battaglie cruciali dell’ambientalismo italiano sui limiti e la sostenibilità dello sviluppo trainato da consumismo e ingiustizia sociale che si perpetua attraverso furbeschi greenwashing. La replica di Aurelio Angelini alle critiche di Fabio Balocco espresse a proposito del “Vivaio delle idee” sul quale il coordinatore del Movimento Ecologista  aveva portato il suo contributo all’evento “Decidiamo!”, organizzato da Europa Verde e Sinistra Italiana e pubblicato in sintesi su “Italia Libera”[IL]   Caro Fabio Balocco, > MARCIA ANTINUCLEARE CASALE-TRINO 11 MAGGIO 1986 > > ti ringrazio per aver vinto il torpore e aver deciso di scrivere [qui il tuo > pezzo]. Chi supera la propria indolenza per contribuire al dibattito pubblico > merita rispetto, qualunque cosa poi dica. E devo riconoscere che alcune delle > tue osservazioni sono pertinenti e stimolanti, in particolare, quelle sulle > infrastrutture ereditate dal governo Draghi, sui corridoi ecologici e sulla > coerenza necessaria tra enunciati e scelte concrete. Su questi punti il > dibattito è aperto e ben venga chi lo alimenta con competenza. Detto questo, > permettimi alcune considerazioni sulle tue “verità”, pronunciate con la > sicurezza di chi ha già tutto chiaro. > >   > > Cominci evocando “i bla bla tinti di verde” e citando Greta come emblema > dell’inutilità. È una scelta curiosa. Greta Thunberg ha portato milioni di > giovani in piazza in tutto il mondo, ha costretto governi e parlamenti a > confrontarsi con l’emergenza climatica, e ha dimostrato con la sola forza > della coerenza che una sedicenne senza partito né denaro può spostare l’agenda > politica globale. Liquidarla come “bla bla” è una di quelle sintesi folgoranti > che dicono molto più di chi le pronuncia che di chi ne è oggetto. > >   > > IL 10 LUGLIO 1976, DALLO STABILIMENTO CHIMICO DELL’ICMESA DI MEDA, NEI PRESSI > DELL’ABITATO DI SEVESO, FUORIESCE UNA NUBE CONTENENTE DIOSSINA > > Sul 100% di rinnovabili entro il 2040 ci chiedi “come”. È una domanda > legittima. Avremmo però apprezzato che la stessa domanda “come?” tu l’avessi > rivolta anche alle politiche energetiche degli ultimi trent’anni, che ci hanno > consegnato una dipendenza fossile che paghiamo sulla bolletta ogni mese. Le > difficoltà tecniche della transizione esistono, sono reali e vanno affrontate > con serietà. Ma sollevare gli ostacoli senza mai interrogarsi sullo status quo > è un privilegio comodo che il pianeta non si può più permettere. > >   > > Ci rimproveri poi di non aver parlato di alimentazione, di diritti degli > animali, di caccia e pesca, di personalità giuridica della Natura. Hai > ragione: quei temi meritano spazio. Ma stai commentando un intervento non > l’enciclopedia di ecologia politica. Se in 1.500 parole non si riesce a > esaurire tutto l’universo del pensiero ecologista, non è necessariamente segno > di malafede o di sudditanza all’industria agroalimentare. A volte è > semplicemente questione di spazio. Il documento integrale di Movimento > Ecologista sulla piattaforma di Avs – su cui l’intervento si basa – affronta > molti di questi temi, ti invito a leggerlo, prima di costruire la critica > sull’assenza. > >   > > Infine, la questione delle armi e dell’atlantismo. È un tema complesso e > divisivo, su cui esistono posizioni articolate all’interno della stessa > sinistra ecologista europea. Che tu abbia la risposta definitiva in tasca è > ammirevole. Noi preferiamo, per ora, continuare a ragionarci, mettendo al > centro la Pace e il disarmo, la giustizia climatica e sociale. > >   > > MANIFESTAZIONE STUDENTESCA DEL FRIDAYS FOR FUTURE A MILANO NEL 2021 > >   > > Concludi definendo il mio intervento “antropocentrico” e invocando una > “visione olistica” come vera rivoluzione. Benissimo. Ma permettimi di > osservare che le persone, quelle in carne e ossa, con l’affitto da pagare, la > lista d’attesa al pronto soccorso, il contratto precario esistono dentro > quell’olismo, non nonostante esso. Una politica ecologista che non parli anche > a loro non è più olistica: è semplicemente meno efficace. E rischia di > restare, essa sì, un bel bla bla. > > Con stima sincera e spirito costruttivo, Aurelio Angelini Aurelio Angelini
May 29, 2026
Pressenza
Sicilia, 80 anni di Statuto speciale: complicità tra politica, economia e Cosa Nostra. Un lutto, non una festa
Il 15 maggio 1946 il regio decreto n. 455 promulgava lo Statuto della Regione Siciliana: la prima delle cinque regioni a statuto speciale, emanata ancor prima della nascita della Repubblica. Una primogenitura che non ha prodotto alcun primato, se non quello della vergogna. Ottant’anni dopo, la Sicilia rimane la penultima regione d’Italia per Pil pro capite: 23.300 euro, contro i 46.100 del Nord-Ovest e ogni anno riceve dallo Stato circa 14 miliardi di euro più di quanto versi in tasse, eppure i suoi cittadini continuano a emigrare, ad ammalarsi lontano da casa, a bere acqua razionata, a studiare in doppi turni. C’è qualcosa di oscenamente eloquente in questi numeri. Non descrivono uno svantaggio storico da colmare: descrivono un sistema progettato per non colmarsi mai. Non è il momento delle attenuanti. Certo, nel 2024 la Sicilia ha registrato la crescita reale del Pil più alta in Italia (+1,8%), ma il divario con il Veneto — regione di dimensioni analoghe — rimane di quasi 90 miliardi di euro di Pil nominale, identico a quello dell’anno precedente. Crescere più velocemente degli altri senza ridurre il divario non è un risultato: è la definizione stessa dell’immobilismo strutturale. Questo articolo non celebra. Contesta. E chiede conto. IL COSTO DELLA DEVOLUTION SENZA SVILUPPO Lo Statuto del 1946 fu una concessione politica, non una visione di sviluppo. Roma cedette autonomia in cambio di consenso e stabilità elettorale. Le classi dirigenti siciliane trasformarono subito le competenze esclusive in strumenti di clientela e controllo. Lo Statuto non fu mai usato per costruire un’economia; fu usato per distribuire mance e posti. I trasferimenti sono stati colossali. Guardando ai soli fondi europei, nei cicli di coesione fino al 2020 risultano censiti per la Sicilia 85.754 progetti per un costo pubblico di 41 miliardi di euro. Il bilancio? Appena il 15% dei progetti concluso, il 73% “in corso” — eufemismo che significa, in molti casi, avviato, dimenticato o abbandonato. Per la programmazione 2021-2027, con un pacchetto di circa 7 miliardi tra Fesr e Fse+, la Sicilia ha speso solo l’1,7% — uno dei livelli più bassi d’Europa, mentre il Veneto era già al 14,77%. Non è incapacità tecnica. È scelta politica. Fondi che vengono distribuiti a pioggia in rivoli improduttivi — i cantieri di servizio, le forestali, le consulenze, gli enti inutili — si trasformano in reddito per gli iscritti al partito, in tessere elettorali, in debiti di fedeltà. Il parassitismo non è una degenerazione del sistema: è il sistema. IL PIL CHE NON SERVE AI SICILIANI LA VUCCIRIA DI PALERMO (DETTAGLIO) DIPINTO DI RENATO GUTTUSO La Sicilia, che per territorio e abitanti rappresenta circa il 10% del Paese, contribuisce a meno dell’1% del totale delle imprese attive su scala nazionale, e il suo export non raggiunge lo 0,9% di quello italiano. Il tasso di mancata partecipazione al lavoro supera il 30%, tre volte la media del Centro-Nord. Su questo sfondo, il gender gap è una vergogna nella vergogna. Nel 2024 l’occupazione femminile ha raggiunto il suo massimo storico al 37,3%, classificandosi diciottesima su venti regioni, con un divario uomo-donna di 26,3 punti percentuali. Le donne siciliane sono mediamente più istruite degli uomini — il 26,1% è laureata contro il 20,2% dei maschi, eppure, rimangono escluse dal mercato del lavoro a tassi senza paragone in Europa. La radice strutturale di questa esclusione è anche nei servizi per l’infanzia: in Sicilia la copertura degli asili nido si attesta al 15,5% dei bambini tra 0 e 3 anni, contro un obiettivo europeo del 33% che il Nord Italia supera ampiamente. Anche con gli investimenti del Pnrr, le proiezioni indicano che nel 2030 la Sicilia non riuscirà a raggiungere nemmeno quella soglia, fermandosi al 25,6%. Non è una previsione: è la confessione di un fallimento già iscritto nei numeri. Senza asili nido, le madri non lavorano. Senza occupazione femminile, l’economia non cresce. È un circolo vizioso che non è mai stato rotto perché non c’era alcun interesse politico a romperlo. Tra le giovani siciliane, il 27,4% è Neet: non studia e non lavora. Ogni generazione di donne istruite che emigra è un fallimento certificato del modello di governo dell’isola. LA SANITÀ COME SPECCHIO DI UN SISTEMA FALLITO La Sicilia spende per la sanità il 78% del proprio bilancio di spesa corrente, ma non riesce a garantire ai propri cittadini prestazioni adeguate. Nel 2024, il saldo di mobilità sanitaria passiva — le risorse che seguono i pazienti che si curano al Nord — è stato di -220,9 milioni di euro. La regione è classificata come inadempiente rispetto ai Livelli Essenziali di Assistenza: non riesce a garantire il minimo che la legge prescrive. L’indice di attrazione sanitaria è di appena 15 euro per abitante, tra i più bassi d’Italia, mentre la Lombardia incassa oltre 645 milioni all’anno di mobilità attiva. Questo è il risultato di decenni di gestione clientelare degli ospedali, di nomine politiche alle Asp, di reparti costruiti e mai aperti, di macchinari acquistati e lasciati nelle scatole. Anche il piano Covid da 229 milioni per 571 nuovi posti di terapia intensiva, avviato nel 2020, era ancora completato solo al 60% nel settembre 2024. IL GOVERNO SCHIFANI: UN CATALOGO DI INDAGINI IL PRESIDENTE DELLA GIUNTA REGIONALE RENATO SCHIFANI E IL PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA REGIONALE GAETANO GALVAGNO L’attuale stagione politica siciliana non è un’anomalia: è la sintesi aggiornata di ottant’anni di sistema. Il governo Schifani, eletto nel 2022, è avvolto in un marasma giudiziario senza precedenti. Il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gaetano Galvagno, è indagato per corruzione, peculato, falso e truffa. Tre assessori alla sanità si sono avvicendati nel giro di pochi anni, un record che descrive plasticamente la qualità della governance. A novembre 2025 — a seguito dell’inchiesta sul “Cuffarogate”, gli appalti sanitari che hanno portato all’arresto per l’ex governatore Totò Cuffaro — Schifani ha dovuto revocare gli incarichi a due assessori della Democrazia Cristiana. Nel vortice delle indagini, dirigenti e uomini di vertice dell’amministrazione risultano imputati per corruzione e turbativa d’asta. Tutto normale, in Sicilia. Ma il profilo giudiziario del governatore stesso merita uno spazio a parte. Nel 2014, il Gip archiviò la richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, scrivendo nero su bianco che erano «emerse talune relazioni con personaggi inseriti nell’ambiente mafioso o vicini a detto ambiente», ma che queste non raggiungevano «un livello probatorio minimo per sostenere un’accusa in giudizio». Non un’assoluzione nel merito: un’archiviazione per insufficienza di prove. Nel processo sul “Sistema Montante”, il caso dell’ex presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante, poi condannato a 8 anni per associazione a delinquere, Schifani era imputato per concorso esterno e rivelazione di notizie riservate. Nel gennaio 2024 il Tribunale di Caltanissetta ha dichiarato estinti i reati per prescrizione: non un’assoluzione, ma l’estinzione del processo prima della sentenza.   TOTÒ RIINA IN TRIBUNALE A PALERMO La biografia giudiziaria di Schifani non sarebbe completa senza un episodio che vale più di mille atti processuali. Il 10 giugno 2008, intercettato nella sala colloqui del carcere di Opera, Totò Riina parlava con la moglie Ninetta Bagarella e la figlia Lucia. Dopo aver evocato il paese d’origine del senatore Chiusa Sclafani, nel cuore del mandamento mafioso di Corleone, il capo di Cosa Nostra aggiunse, sorridendo: «Eh… è una mente è. Che è una mente». Riina sapeva di essere intercettato. Era un messaggio, non uno sfogo. Quest’uomo governa oggi la Sicilia. In Sicilia oggi la questione mafiosa messa in soffitta dal governo regionale e nazionale. Quest’ultimo impegnato solamente a sostenere una commissione antimafia che ha come scopo quello di stabilire che le stragi mafiose non sono state frutto del patto criminale tra Cosa nostra, apparati dello stato e stragisti fascisti, ma la conseguenza da parte di alcuni magistrati di non aver portato avanti le indagini su “Mafia e appalti”.  FALCONE, BORSELLINO E IL DEBITO INESTINGUIBILE Sarebbe disonesto chiudere senza nominare chi ha pagato con la vita il tentativo di spezzare questo sistema. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non erano siciliani nonostante la Sicilia: erano siciliani contro un certo tipo di Sicilia. Contro quella Sicilia in cui il potere politico e il potere criminale si nutrivano degli stessi fondi, frequentavano gli stessi salotti, si coprivano a vicenda. Sono stati assassinati tecnicamente da Cosa Nostra nel 1992 proprio perché quella Sicilia non poteva tollerarli. Il fatto che i loro nomi oggi decorino aeroporti e piazze mentre le logiche sistemiche che li hanno uccisi sopravvivono addomesticate, riformattate, più presentabili è forse la più grande ipocrisia che questa ricorrenza possa offrirci.   GIOVANNI GRONCHI, PRESIDENTE DELLA REPUBBLCA (A SINISTRA) RICEVE AL QUIRINALE GIUSEPPE ALESSI, PRIMO PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIANA ACCOMPAGNATO DA ALTRI COMPONENTI DELLA GIUNTA REGIONALE BILANCIO DI OTTANT’ANNI Cosa rimane, dopo ottant’anni di autonomia speciale e decine di miliardi di trasferimenti? Rimane un Pil pro capite che è la metà del Nord, penultimo in Italia. Un’occupazione femminile al 37%, diciottesima su venti. Asili nido al 15,5%, la metà dell’obiettivo europeo minimo. Una sanità inadempiente che perde oltre 220 milioni l’anno di pazienti in fuga verso Nord. Imprese che contano meno dell’1% del totale nazionale. Export allo 0,9%. Acqua razionata, rifiuti per le strade, scuole in doppio turno. Giovani che emigrano. Un presidente di Regione con una prescrizione per concorso esterno in associazione a delinquere e il curriculum di un uomo elogiato da Totò Riina in una cella del 41-bis. La domanda che oggi poniamo, e che i siciliani meritano di porsi senza autoindulgenza, non è come si celebrano gli ottant’anni. È: chi risponde di questi ottant’anni? I nomi ci sono. Gli atti ci sono. Le sentenze, in molti casi, ci sono. Quello che manca è la rottura definitiva con la logica che li ha prodotti. E quella rottura non verrà dai palazzi del potere isolano, che da ottant’anni si riproducono selezionando fedelmente i propri successori. Verrà, se verrà, da una società civile che smetta di chiamare festa ciò che è stato un lutto prolungato. Aurelio Angelini
May 16, 2026
Pressenza