Quando il come e il chi della riduzione delle tasse diventano protagonisti: la sconfitta della ragione
“La manovra annunciata per il 2027 ammonta a circa 26 miliardi di euro, con un
valore che sale a 27 miliardi nel 2028… Eppure, nonostante una maggiore
disponibilità di risorse nell’ordine di 2,5 miliardi, l’efficacia della legge di
bilancio rimane discutibile. La domanda da porsi non è soltanto quanto si
spende, ma chi riceve le risorse, quale comportamento si intende modificare e
quali risultati concreti ci si attende”_
______________.
[…] La prima questione riguarda i redditi e la domanda interna. Il governo punta
soprattutto sulla riduzione delle imposte: l’aliquota Irpef del 33 per cento
viene estesa ai redditi fino a 55 mila euro; gli aumenti retributivi derivanti
dai rinnovi contrattuali sono assoggettati a un’imposta sostitutiva del 5 per
cento e, per alcuni incrementi di reddito dei giovani, è prevista un’aliquota
dell’1 per cento nel 2027. A queste misure si aggiungono interventi a favore
delle famiglie, delle madri e della natalità. Occorre inoltre considerare
l’estensione della flat tax al 15 per cento per i redditi da partita IVA fino a
100 mila euro.
Possiamo anche definirla una legge di bilancio di classe, ma il problema
politico è più generale. Non è sufficiente sostenere che queste misure
favoriscano il ceto medio. Chi percepisce un reddito da partita IVA compreso tra
80 e 100 mila euro lordi annui o un reddito Irpef tra 50 e 55 mila euro non
rappresenta, in termini di distribuzione dei redditi, il ceto medio del Paese. I
dati disponibili restituiscono una realtà diversa: il reddito medio familiare si
colloca intorno ai 39.501 euro annui, la retribuzione annua lorda media dei
lavoratori dipendenti è di circa 32.991 euro e quella mediana di 31.704 euro.
Inoltre, secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate, soltanto il 6 per cento
circa dei contribuenti dichiara redditi superiori a 50 mila euro. È dunque
difficile sostenere che le agevolazioni destinate a queste fasce costituiscano
una politica fiscale a favore del ceto medio. La loro distribuzione evidenzia
una precisa scelta politica, che non può essere nascosta dietro una
rappresentazione indistinta dei redditi e dei contribuenti. Inoltre, il fisco
viene presentato prevalentemente come una sottrazione al reddito privato,
dimenticando che attraverso il prelievo si finanziano la sanità, la scuola, i
trasporti e i servizi pubblici di cui tutti usufruiscono. Ridurre la pressione
fiscale non è un obiettivo autosufficiente: occorre valutare quali servizi si
intendono ridimensionare oppure quali entrate dovrebbero compensare il minor
gettito. Il rischio è restringere progressivamente la base imponibile dell’Irpef
e degli altri tributi attraverso agevolazioni selettive, senza affrontare il
ruolo e la funzione dell’intervento pubblico. In definitiva, la tanto reclamata
riduzione delle tasse può diventare l’altra faccia della medaglia della
riduzione dei servizi pubblici.
Purtroppo, la domanda su chi guadagni dalla riduzione delle tasse, o se questa
sia più o meno progressiva, è diventata l’alfa e l’omega della critica della
sinistra e, contemporaneamente, il principale motivo di orgoglio della destra.
Ma l’articolo 53 della Costituzione contiene due principi, entrambi
fondamentali, che non dovrebbero essere separati. Il primo stabilisce che “tutti
sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità
contributiva”; il secondo afferma che “il sistema tributario è informato a
criteri di progressività”. Il primo riguarda il dovere collettivo di contribuire
al finanziamento della cosa pubblica, il secondo il criterio con cui distribuire
tale onere. Ridurre il dibattito alla sola progressività significa dimenticare
la funzione stessa del prelievo fiscale.
Ma anche la richiesta di maggiore progressività, per quanto condivisibile,
dovrebbe essere accompagnata da una proposta su come realizzarla. Non basta
discutere se estendere uno scaglione Irpef da 50 a 55 mila euro. Si potrebbe,
per esempio, ragionare su una riduzione dell’aliquota del primo scaglione dal 23
al 21 per cento, mantenere il 33 per cento fino a 50 mila euro, applicare il 43
per cento fino a 75 mila e introdurre un’aliquota del 48 per cento oltre questa
soglia. Sarebbe un’impostazione diversa, che alleggerirebbe il prelievo sui
redditi più bassi e aumenterebbe il contributo richiesto a quelli più elevati.
Non è una questione puramente tecnica: basti pensare che un insegnante di un
liceo scientifico statale, con una retribuzione annua lorda di circa 28 mila
euro, non riceverebbe alcun beneficio dalla misura governativa che interviene
sullo scaglione superiore a 50 mila euro. È difficile continuare a parlare di
sostegno ai redditi da lavoro senza interrogarsi sulla loro effettiva
condizione. C’è poi una questione ancora più generale. Se si prende sul serio il
primo comma dell’articolo 53, occorre avere il coraggio di discutere
l’uniformità dell’imposizione fiscale, indipendentemente dalla natura dei
cespiti di reddito: lavoro, impresa, proprietà finanziaria e immobiliare,
rendite e diritti di proprietà intellettuale. Oggi queste diverse fonti di
reddito sono sottoposte a regimi differenti e, in particolare, i redditi
derivanti dalla proprietà e dai patrimoni godono spesso di un trattamento più
favorevole rispetto a quelli da lavoro. La progressività non può essere
perseguita soltanto modificando gli scaglioni Irpef, lasciando sostanzialmente
intatta la frammentazione del sistema tributario. Anche una revisione della
tassazione delle successioni e delle grandi ricchezze dovrebbe entrare in questa
discussione, vincolando il maggiore gettito al rafforzamento dei servizi
sociali. Progressività e ampliamento della base imponibile non sono obiettivi
contrapposti: possono e devono procedere insieme, anche attraverso maggiori
controlli sull’elusione fiscale, oltre che sull’evasione. Le agevolazioni
selettive e i regimi differenziati, infatti, possono ridurre la base imponibile
e creare condizioni favorevoli a comportamenti elusivi. L’importante è non
perdere il ruolo e la finalità delle tasse: sostenere e finanziare servizi
pubblici universali.
La seconda questione riguarda il lavoro. Esoneri contributivi, deduzioni
maggiorate e agevolazioni fiscali ripropongono una strategia concentrata sulla
riduzione del costo del lavoro per le imprese. Sono strumenti che possono avere
una loro utilità, ma non garantiscono automaticamente nuova occupazione né
salari più elevati. In assenza di obiettivi verificabili, si rischia di
finanziare assunzioni che sarebbero state realizzate comunque, come se la
domanda di lavoro dipendesse prevalentemente dal suo costo. Sarebbe molto più
efficace affrontare organicamente la regolazione del mercato del lavoro in
entrata, introdurre un salario minimo dignitoso, eventualmente superiore a 10
euro l’ora, e ripristinare uno strumento universale di sostegno al reddito, come
il reddito di cittadinanza. Il problema, infatti, non è soltanto incentivare le
imprese ad assumere, ma garantire qualità del lavoro, retribuzioni adeguate e
sicurezza economica.
La terza questione riguarda la politica industriale. Il credito d’imposta per la
ZES unica dispone di 2,4 miliardi nel 2027 e di 1,25 miliardi nel 2028; sono
inoltre annunciati interventi per il cloud computing e per i settori
dell’agricoltura, della pesca e del turismo. Tuttavia, gli stanziamenti
destinati a singoli settori non costituiscono, da soli, una strategia
tecnologica. La questione è un’altra: non si tratta di sostenere genericamente
le imprese, ma di collegare la ricerca pubblica all’industrializzazione dei suoi
risultati, agli investimenti produttivi e alla diffusione delle innovazioni,
anche all’interno di una dimensione europea. In caso contrario, si rischia di
consolidare le specializzazioni esistenti senza accrescere la produttività e
l’autonomia tecnologica del Paese. In altri termini, si finisce per condannare
il sistema economico nazionale alla bassa crescita.
La quarta questione riguarda la spesa sociale. Il Fondo sanitario nazionale
aumenta di 2,3 miliardi, raggiungendo i 146,3 miliardi nel 2027. Accanto a
questo stanziamento troviamo misure più circoscritte: 300 euro per alcune spese
sanitarie degli over 75 con una pensione fino a 28 mila euro, 850 milioni per la
flessibilità pensionistica, contributi alla natalità e voucher per i servizi
all’infanzia. Ma qual è la questione che continua a rimanere irrisolta? Finché
lo Stato sociale non viene concepito e organizzato come un sistema di
prestazioni universali, secondo i principi fondamentali dell’economia pubblica,
continueremo ad accumulare interventi circoscritti a singoli bisogni, senza una
visione complessiva. Il welfare non può essere la somma di bonus e agevolazioni:
deve essere un sistema organico di diritti, servizi e prestazioni.
Infine, le coperture. Il governo richiama maggiori entrate dai settori
finanziario, dei giochi e dell’energia, oltre ai contributi dei ministeri.
[..] La questione è, in realtà, più semplice di quanto possa sembrare: siamo in
grado di decidere quali servizi pubblici vogliamo garantire e, di conseguenza,
quali entrate fiscali sono necessarie per sostenerli? Le coperture della manovra
non dovrebbero essere destinate prevalentemente a prestazioni occasionali e
interventi frammentati, ma concorrere a organizzare e rafforzare la macchina
pubblica, rendendola capace di rispondere ai bisogni collettivi.
In estrema sintesi, il problema non è stabilire se il governo faccia troppo o
troppo poco, ma comprendere quale idea di economia orienti le sue scelte. La
manovra promette benefici fiscali a gruppi diversi e finanzia interventi
puntuali, senza rendere riconoscibile un progetto capace di coordinare domanda
interna, servizi pubblici, innovazione e trasformazione industriale. In un Paese
che da anni diverge dall’Europa, il criterio con cui giudicare una politica
economica non può essere soltanto quanto reddito rimane oggi nelle tasche di
alcuni contribuenti. Deve essere anche quale capacità collettiva siamo in grado
di costruire per produrre domani redditi più elevati, lavoro qualificato,
innovazione e servizi pubblici migliori. Quando il dibattito si riduce a chi
beneficia del taglio delle tasse e a quanto ne beneficia, la politica economica
smette di interrogarsi sul funzionamento dell’economia. È questa, prima ancora
che una questione fiscale, la sconfitta della ragione.
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Redazione Italia