Nascondo un amico richiamato alle armi.

Pressenza - Thursday, October 1, 2026

In un bistrot di Odessa incontro un signore sulla sessantina, sta mangiando una zuppa di pollo e riso dal colore del peperoncino, decido di ordinarne una anch’io perché ho bisogno di qualcosa di caldo e forte.

Sente una mia telefonata perché i nostri tavoli sono vicini.
Imprudenteme mi lascio scappare qualche parola di troppo perché sto spiegando ad un amico quanto sia idiota questa guerra.

“Italiano?” mi chiede.
“Sono stato un mese a Roma e ho vissuto anche a Palermo”.

Non sono le sue parole esatte perché mischia parole in Italiano, in Inglese ed anche in Francese, che è la lingua che conosce meglio.

Mi invita a sedere al suo tavolo e mi versa del vino rosso Moldavo,
“È il migliore che si trova qui”.

Apprezzo e me ne versa un altro bicchiere.

Siamo solo noi a sedere fuori dal ristorante, possiamo parlare liberamente.

Sostiene che Odessa somiglia più a Palermo che a Kiev.
A Odessa hanno sempre convissuto russi, ucraini, greci, italiani…
Mi spiega che qui ci sono sempre stati ebrei e musulmani, cattolici e ortodossi.

Sostiene che Odessa non ama il nazionalismo etnico che sta prevalendo in Ucraina e che si è incattivito sempre più a partire dal 2014.
Poi aggiunge ci sono gli imbecilli che si fanno indottrinare dalla propaganda di guerra, ma quelli stanno dappertutto.

“Odessa è uno “stato” a sé – dice – dove il nazionalismo trova poco spazio e arriva soprattutto da fuori, come per i fatti del 2 Maggio 2014: la strage alla Casa dei Sindacati”.

“Ho perso un caro amico-mi confida-non era filo russo, era un russo di Ucraina, un vero antifascista, ma loro non erano ucraini, non si trattava di nazionalità antagoniste: erano fascisti, nazisti, noi diciamo banderisti, erano belve assetate di sangue senza nessuna pietà umana”.

“Anche io sono russo di Ucraina, mia moglie ha il padre tartaro e la madre Ucraina. È così in tutte le famiglie, siamo un miscuglio”.

“Io sono ortodosso ed uno dei miei amici più cari è ebreo.
Mia figlia è perfettamente bilingue, ora vive in Germania con i miei due nipotini.”

“Suo marito, mio genero, è stato costretto ad arruolarsi ed è morto quasi subito nei pressi di Char’kov.
Gli avevo detto di scappare di nascondersi”.

“Io odio questa guerra, è una follia, non riesco ancora a capire come sia potuto accadere tutto questo”.

“Io mi sento anarchico e antifascista e mi fanno schifo tutti i nazionalismo di chi si crede superiore agli altri.
Non è un buon odessita”.

Intanto si è fatto portare una mezza bottiglia di Vodka.
Brindiamo alla libertà, all’uguaglianza alla fraternità, alla giustizia e all’anarchia.
Non mi sottraggo di certo e sarà il primo di una lunga serie.

Propongo di brindare alla pace, poi alla fine della guerra, all’amicizia tra Odessa e Roma ecc. ecc.

Cazzeggiamo anche un po’.
Avevo letto che gli odessiti hanno un caratteristico senso dell’umorismo.

Il mio amico è un fiume in piena: alcune freddure le capisco, altre no, ma ridiamo lo stesso.

Con il suo cellulare mi fa ascoltare “O bella ciao” cantata da un gruppo siciliano e la 88>intoniamo, in Ucraina non è una canzone sospetta.

Passa poi ad una canzone anarchica Ucraina, ad una della resistenza in Russo, a vecchie canzoni di Odessa…

Poi l’immancabile Toto Cutugno (“Lasciatemi cantare”), Albano e Romina Power, I ricchi e poveri, Celentano…

“Sono la colonna sonora della mia gioventù, tutti le conoscevano in Unione Sovietica negli anni ottanta e tutti seguivano il Festival di Sanremo.
Forse è per questo che qui tutti amano l’Italia”.

Dopo l’ennesimo brindisi abbassa la voce, anche se non c’è nessuno, e con fare cospirativo mi dice: “Io non faccio solo chiacchiere: a casa nascondo da quattro anni un disertore, non esce mai di casa perché i reclutatori sono spietati”.

“Si era appena sposato e ha un figlio piccolo”.

“Ogni tanto la moglie ed il bambino passano a trovarlo.
Lei ha insegnato al piccolo a non parlare mai del padre con nessuno”.

“Ho sistemato la cantina con un letto, una scrivania così può continuare a studiare ingegneria, ma ovviamente ora non può dare esami”.

“Mangia sempre con noi ed è anche un bravo cuoco, si dà da fare come può, non vuole esserci di peso”.

“Prima di iscriversi all’università è a sposarsi ha girato il mondo come marinaio su una nave”.

“Ci racconta sempre dei suoi viaggi: storie vere, verosomili e storie inventate di sana pianta”.

Facciamo l’ultimo brindisi.
Ci salutiamo senza scambiarci neppure il numero di telefono.

Io non ho problemi a dirgli il mio, ma lui per la nostra sicurezza non mi dice neppure il suo nome: “Chiamami Nestor” – mi dice.

“Come l’anarchico?”

“Già, come Nestor Machno”.

Lo guardo mentre si allontana, poi mi accorgo che si sta facendo tardi e mi ricordo che nella Odessa “occupata” vige il coprifuoco e la legge marziale e che devo affrettare il passo.

Mauro Carlo Zanella