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Il Forum Economico Orientale disegna le future rotte artiche alternative all’Occidente
Si è svolto dal primo al quattro settembre l’importante Forum Economico Orientale (EEF) di Vladivostok a cui ha partecipato anche il presidente russo Vladimir Putin, secondo il quale l’Estremo Oriente della Federazione Russa deve diventare un centro della crescita economica accelerata, della cooperazione e dello sviluppo infrastrutturale per l’intero immenso Paese. Il Forum – istituito nel 2015 e giunto alla sua undicesima edizione – infatti, ha lo scopo di incentivare gli investimenti esteri nell’estremo oriente russo e il tema chiave dell’edizione di quest’anno è stato “L’Estremo Oriente: sviluppo a beneficio delle persone”. Al Forum sono così stati firmati 318 accordi commerciali per un valore di circa 81 miliardi di dollari, ma soprattutto è stato sottoscritto un accordo che prevede un investimento di mille miliardi di rubli per sviluppare le future rotte artiche e in particolare il Corridoio di Trasporto Transartico. L’evento, infatti, guarda molto più in là del mero sviluppo economico locale ed è diventato una piattaforma attraverso cui ampliare la cooperazione commerciale delle nazioni della regione Asia-Pacifico e disegnare nuove rotte commerciali strategiche nell’Artico come alternativa alle vie di trasporto “tradizionali”, interrotte o rallentate dalla guerra in Medio Oriente. Inoltre, lo sviluppo di quest’area permette a Mosca di controbilanciare le sanzioni europee e statunitensi. Sebbene, dunque, i media occidentali abbiano ridotto l’intervento di Putin al Forum esclusivamente al piano della guerra in Ucraina e al rapporto con l’Occidente, in realtà il capo del Cremlino ha dedicato ben poco spazio alla questione, concentrandosi invece sulle vie commerciali e gli investimenti che potranno ridefinire gli equilibri commerciali internazionali del prossimo futuro, non tralasciando comunque le difficoltà che Mosca si trova ad affrontare a causa della guerra con Kiev. Tra queste, la ridotta capacità di raffinazione del petrolio a causa degli attacchi ucraini e la conseguente carenza di carburante, ma anche la sospensione dei voli dalla Turchia alla Russia decisa dalla compagnia Turkish Airlines. «Oltre 7.000 persone provenienti da 78 paesi hanno partecipato al forum nell’arco di tre giorni. Le delegazioni più numerose provenivano da Cina, Indonesia, Giappone, Vietnam, Repubblica di Corea, India e Myanmar», ha spiegato Yuri Trutnev, vice primo ministro e inviato plenipotenziario presidenziale per il Distretto federale dell’Estremo Oriente. Al forum hanno partecipato 2.400 rappresentanti di imprese russe e straniere provenienti da oltre 1.000 aziende, 15 capi di corpo diplomatico, nove ministri russi, 10 capi di servizi e agenzie federali e 13 capi di regioni russe. Gli accordi più significativi riguardano la creazione del corridoio di trasporto internazionale Mohe-Naiba in Yakutia, la realizzazione di un progetto globale di sviluppo artico e di un Corridoio di Trasporto Transartico. Secondo Trutnev, «Questi progetti avranno un impatto sull’intero sviluppo dell’Estremo Oriente». Per realizzare il Corridoio di Trasporto Transartico saranno necessari circa 1.000 miliardi di rubli (11,5 miliardi di dollari) di investimenti e a tal fine, durante il Forum è stata firmata un’intesa dalla Far East and Arctic Development Corporation, dal VIS Group e dalla Crystal of Growth Foundation. «Tutti i futuri grandi progetti infrastrutturali saranno in un modo o nell’altro collegati al Corridoio di Trasporto Transartico, poiché non si tratta semplicemente di un percorso da Kaliningrad e Murmansk a Vladivostok e Shanghai, ma di una vera e propria arteria che collega l’Atlantico e il Pacifico», ha dichiarato il Ministro per lo Sviluppo dell’Estremo Oriente e dell’Artico russo, Alexey Chekunkov. Molto interessata allo sviluppo delle infrastrutture nella regione artica è anche la Cina: secondo il vice primo ministro russo Alexander Novak, infatti, le aziende cinesi partecipano a importanti progetti russi nella zona artica e questo anche perché le forniture di gas naturale liquefatto dalla Russia alla Cina sono aumentate di oltre 50 volte nell’ultimo decennio. Ma non è l’unico motivo: la Cina cerca infatti vie alternative alle sempre più instabili rotte rappresentate dallo Stretto di Hormuz, dal canale di Suez e dallo Stretto di Bab-al-Mandab. Non a caso, ha ufficialmente avviato il trasporto di merci lungo la gelida Rotta del Mare del Nord (NSR). Rientra in questo contesto anche il progetto congiunto di gas naturale liquefatto (GNL) che Russia e Cina stanno sviluppando nell’Artico per l’estrazione e la liquefazione del gas nella regione. Inoltre, è stato promosso il progetto di un corridoio economico che collega Russia, Mongolia e Cina per incrementare il volume degli scambi commerciali tra i tre Paesi e ridurre i tempi e i costi di trasporto. Ma le nazioni dell’Asia-Pacifico non sono le uniche coinvolte nei progetti di cooperazione commerciali promossi dalla Russia: secondo Anton Kobyakov, consigliere presidenziale e segretario esecutivo del comitato organizzatore dell’EEF, infatti, oltre 300 aziende statunitensi continuano a operare in Russia nonostante il divieto posto da Washington. «Nessuno vuole andarsene. Tutti comprendono il valore di questi canali di comunicazione e i propri interessi commerciali», ha affermato, aggiungendo che alcune aziende europee sono già state «messe alle strette dai propri governi nel tentativo di impedire loro di collaborare con noi». Per quanto attiene la guerra in Ucraina, Putin ha affermato che c’è la possibilità di trovare una soluzione al conflitto, ma non ha mancato di etichettare come «manifestazione di terrorismo di Stato» l’attacco alle navi mercantili civili e le minacce di attaccare aerei civili, cose che indubbiamente «complicano le prospettive per i colloqui di pace bilaterali». Se da un lato, dunque, Mosca continua a dirsi disponibile a una soluzione diplomatica alla guerra, dall’altro, guarda già al futuro del commercio e delle rotte globali in un probabile scenario multipolare, spostando la propria attenzione e i propri investimenti sul polo in ascesa dell’Asia-Pacifico. The post Il Forum Economico Orientale disegna le future rotte artiche alternative all’Occidente appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 5, 2026
L'INDIPENDENTE
Da Roma a Washington, Fedorov continua la raccolta di fondi per l’industria bellica
Si è più volte detto che la guerra in Ucraina sia il banco di sperimentazione delle nuove tecnologie belliche; negli ultimi giorni, però, questa consapevolezza sta assumendo una dimensione esplicita sia sul piano politico che su quello finanziario. Mykhailo Fedorov, ex ministro della Difesa ucraino, è coinvolto in una tournée utile a saldare i rapporti con i potenti d’Europa e degli Stati Uniti, a stringere le mani ai grandi capi d’azienda del settore tech, con l’obiettivo esplicito di convincere capitalisti di ventura, investitori privati, istituzioni e imprese a prendere parte a un fondo di investimento per sviluppare startup militari in Ucraina. Gli italiani si sono resi conto bruscamente di questo processo lo scorso venerdì, quando il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha incontrato a sorpresa lo stesso Fedorov, nominandolo ufficialmente consigliere per l’innovazione della Difesa. Crosetto ha presentato questo nuovo legame come un'”occasione di approfondimento, in particolare, sul tema dei droni, dei sistemi unmanned e della difesa aerea, oltre a un confronto sull’evoluzione dell’ecosistema tecnologico”. Il diplomatico ucraino ha invece affidato i suoi pensieri a X: “Assisterò l’Italia nell’adozione di tecnologie belliche moderne, nella valorizzazione del suo settore della Difesa e nell’adattamento alle sfide emergenti alla sicurezza globale. L’Ucraina e il nostro team possiedono un’esperienza reale e unica nella guerra hi-tech e siamo entusiasti di condividerla con i nostri alleati”. Non c’è bisogno di immaginare cosa si siano detti i due a porte chiuse, i temi di dibattito sono stati esplicitati: droni, sistemi autonomi, difesa aerea e la costruzione di un ecosistema tecnologico, con l’Italia che ha già messo un piede nella porta via Leonardo Ukraine, società lanciata lo scorso 20 maggio ed emersa all’attenzione pubblica solamente nelle ultime settimane. Roma, però, non è stata che la prima tappa del viaggio di Fedorov – anzi é stata quasi uno scalo aeroportuale – perché dopo aver stretto la mano a Crosetto, l’ex ministro ucraino si è imbarcato su un altro volo, questa volta con destinazione Washington D.C.. Se la sua comparsata in Italia è giunta a sorpresa di molti, negli Stati Uniti, Fedorov si è messo al centro delle scene accompagnando la sua visita con un’intervista al Financial Times. Una scelta che non stupisce piú di tanto: la sua presenza statunitense è mirata a raccogliere fondi e collaborazioni con alcuni dei soggetti più danarosi e importanti che operano nei settori della tecnologia e della finanza, quindi l’esposizione pubblica del suo viaggio si trasforma in una vera e propria reclame, utile a evidenziare gli incontri già programmati e, magari, a convincere a incontrarlo chi non ha ancora accettato il suo invito. Agli USA, Fedorov propone la creazione di un fondo focalizzato sul finanziare la robotica di guerra, droni intercettatori e missili a basso costo guidati dall’intelligenza artificiale, ma avanza anche l’idea di portare in loco il know-how ucraino per “costruire un’armata di droni” per l’esercito a stelle e strisce. In cambio di questa eventuale collaborazione con il Pentagono, il diplomatico chiede che l’Amministrazione Trump fornisca a Kiev un restock dei potenti missili Patriot, ormai scarseggianti. Tra i nomi noti già segnati in agenda figurano Alex Karp, controverso CEO della controversa Palantir Technologies, azienda di gestione dei dati che sostiene apertamente di avere avuto un ruolo di rilievo nell’assicurare che i missili ucraini colpissero gli obiettivi russi, ma anche Hal Lambert e Richard Schwartz, soggetti alla testa di Clearview AI, azienda di riconoscimento facciale considerata illegale dall’UE e impiegata in Ucraina per identificare la presenza di russi e di collaborazionisti nei territori contesi. Le motivazioni alle spalle del lancio di questa raccolta fondi da parte di Fedorov sono motivo di grande dibattito. Certo, è possibile che i suoi intenti siano puramente patriottici e che il suo obiettivo finale sia quello di compiere azioni che ritiene possano beneficiare la sua nazione, ma non è detto che l’ex ministro, scaricato da Volodymyr Zelensky lo scorso luglio in occasione di un rimpasto di governo, non stia semplicemente compiendo i primi passi nella carriera di lobbista, destinazione in cui finiscono con il defluire molti politici dopo l’uscita dai palazzi del potere. Ultimo, ma non ultimo, le mosse di Fedorov potrebbero essere propedeutiche a una sua eventuale candidatura elettorale. Il suo licenziamento ha contribuito a far scoppiare in patria un’ondata di proteste pubbliche e lui stesso ha pubblicato recentemente un video in cui chiede che il Paese venga coinvolto in elezioni di guerra. Il Presidente Zelensky, il cui mandato è tecnicamente terminato il 20 maggio 2024, ha commentato sostenendo che un processo elettivo effettuato nel vivo degli scontri finirebbe con il “distruggere” la nazione.   The post Da Roma a Washington, Fedorov continua la raccolta di fondi per l’industria bellica appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 31, 2026
L'INDIPENDENTE
Sanzioni, armi e nessun negoziato: la linea dei “volenterosi” sulla guerra in Ucraina
Sono passati 35 anni dall’adozione della Dichiarazione d’indipendenza che ha sancito la nascita dello Stato ucraino. Ieri, in occasione dell’anniversario, la Coalizione dei Volenterosi, promossa da Regno Unito e Francia, si è riunita in formato ibrido per discutere degli aiuti da fornire a Kiev nella guerra contro la Russia. La linea resta quella consolidata negli ultimi anni: forniture di armi, sanzioni contro Mosca e sostegno al percorso di adesione dell’Ucraina all’UE; i negoziati di pace, invece, restano lontani. La Commissione europea ha annunciato un nuovo pacchetto di aiuti militari da oltre 6 miliardi di euro, mentre il Regno Unito ha autorizzato la produzione dei missili Storm Shadow sul territorio ucraino. La Francia ha inoltre annunciato la prima esercitazione militare della Coalizione dei Volenterosi, prevista per il prossimo novembre, alla quale l’Italia non prenderà parte. Proprio Roma sta preparando un nuovo pacchetto di aiuti destinati a Kiev, che dovrebbe essere approvato in autunno. «I leader della Coalizione dei Volenterosi si sono riuniti oggi a Kiev e in videoconferenza per commemorare il 35° anniversario del ripristino dell’indipendenza dell’Ucraina. Sono stati uniti nel continuare a sostenere la lotta dell’Ucraina per difendere la sua sovranità, libertà e integrità territoriale». Inizia così il comunicato con cui i Volenterosi annunciano la linea che intendono perseguire nei prossimi mesi nell’ambito del conflitto russo-ucraino. Le direttrici fondamentali sono tre: armi, sanzioni e adesione all’UE. La situazione sul campo vede un’Ucraina sempre più impegnata a colpire le infrastrutture energetiche e commerciali russe, con l’obiettivo di danneggiare l’economia della Federazione. Nonostante l’intensificazione degli attacchi, le difficoltà di Kiev continuano a emergere e lo stesso Zelensky ha chiesto l’invio di un maggior numero di missili difensivi e di ulteriori risorse per sostenere la campagna militare e affrontare l’arrivo dell’inverno, che ogni anno si configura come il periodo più difficile per l’Ucraina sul fronte bellico. Il presidente ucraino ha spiegato che il Paese deve coprire un deficit di 27 miliardi di dollari generato dalla guerra; ha inoltre affermato che l’Ucraina sarebbe a corto di intercettori Patriot e ha chiesto agli alleati l’invio di almeno 300 missili. Anche il premier britannico Andy Burnham, recentemente insediatosi, ha chiesto all’UE di attingere alle proprie scorte di Patriot per sostenere l’Ucraina. In generale, l’Ucraina si è mossa per consolidare la cooperazione militare con gli altri Paesi alleati. Ieri, lo stesso Burnham ha formalizzato l’autorizzazione a fornire i progetti riservati per la costruzione dei missili a lungo raggio Storm Shadow, con i quali Kiev potrebbe colpire più in profondità il territorio russo; nel frattempo, il primo ministro Serhii Koretskyi ha annunciato un accordo con la Norvegia per la produzione di droni. Analoghe trattative sono state avviate con i Paesi baltici. La Francia ha annunciato nei giorni scorsi l’invio di missili a Kiev, mentre ieri il presidente Macron ha dichiarato che tra ottobre e novembre organizzerà un’esercitazione militare con i Paesi della Coalizione dei Volenterosi. Anche l’Italia sta preparando il prossimo pacchetto di aiuti, che dovrebbe essere approvato a settembre; secondo le indiscrezioni, potrebbe contenere sistemi antiaerei SAMP/T e missili Aster. Il maggiore pacchetto di aiuti, tuttavia, arriverà da Bruxelles e ammonterà a 6,1 miliardi di euro. Sul fronte delle sanzioni, la dichiarazione della Coalizione dei Volenterosi è chiara: «I leader hanno concordato di proseguire gli sforzi per limitare le risorse militari della Russia attraverso l’uso di sanzioni, misure economiche più ampie e la repressione dell’elusione delle sanzioni e della Flotta ombra russa. Questa azione congiunta ha finora privato la Russia di almeno 495 miliardi di dollari dal febbraio 2022», si legge nella dichiarazione. A parlare del tema delle sanzioni è stata anche l’Alta rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, che ha annunciato per l’autunno un nuovo pacchetto, il 22º, ancora più duro dei precedenti. «Una volta adottato», dichiarava Kallas appena una settimana fa, «aumenterebbe immediatamente di un terzo il numero totale di entità russe sanzionate». A parlare del percorso di adesione è stato prevalentemente il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Costa ha affermato che l’UE accelererà i negoziati per l’ingresso di Kiev nell’Unione, e la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha fatto eco alle sue dichiarazioni. A riportare tutti con i piedi per terra è stata la Polonia: «Probabilmente tutti diamo per scontato che una qualche forma di pace, un cessate il fuoco, debba essere una condizione per l’adesione», ha dichiarato il viceministro degli Esteri polacco Ignacy Niemczycki. «Il conflitto in corso non preclude necessariamente l’adesione in base ai trattati, ma la realtà politica rende difficile immaginare che l’Ucraina possa entrare a far parte dell’UE prima della fine delle ostilità». I negoziati di adesione sono infatti appena iniziati e le riforme necessarie sono ancora numerose. I tavoli con la Russia, invece, devono ancora iniziare. Zelensky ha ribadito che l’Ucraina non intende fare concessioni territoriali, mentre il comunicato dei Volenterosi non menziona possibili trattative; i rappresentanti di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, erano attesi a Kiev per stabilire un’agenda sulle trattative, ma la loro visita è stata rinviata. The post Sanzioni, armi e nessun negoziato: la linea dei “volenterosi” sulla guerra in Ucraina appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 25, 2026
L'INDIPENDENTE
Kiev attacca l’e-commerce russo, Putin: “È stato aperto il vaso di Pandora”
«Il regime di Kiev si è posto l’obiettivo di danneggiare la nostra economia. È stato lui ad aprire il vaso di Pandora». Sono le parole pronunciate da Putin all’indomani di un attacco ucraino contro un centro logistico di Ozon, colosso russo del commercio online. L’attacco, tra i primi contro un’infrastruttura commerciale, si inserisce nella campagna ucraina contro le principali infrastrutture economiche russe, in particolare quelle energetiche. Putin ha annunciato ritorsioni, mentre Zelensky si trova alle prese con difficoltà crescenti: Kiev deve fare i conti con la carenza di missili intercettori, mentre prosegue lo scontro con l’ex ministro della Difesa, che chiede nuove elezioni. Zelensky ha respinto categoricamente l’ipotesi, definendo il voto in tempo di guerra uno “tsunami” per il Paese, e ha avviato con gli inviati statunitensi i negoziati per un piano di pace. L’attacco contro il centro logistico di Ozon è avvenuto sabato 22 agosto. I droni ucraini hanno colpito uno stabilimento nella regione russa di Samara, costringendo l’azienda a evacuare oltre 300 persone dalla struttura; quattro sono rimaste ferite. La campagna contro il colosso del commercio online russo è proseguita nei giorni successivi. Il 23 agosto, il governatore della regione di Orenburg ha dichiarato che due impianti industriali sarebbero stati colpiti da detriti di droni, tra cui un magazzino di proprietà di Ozon. Nella notte tra il 23 e il 24 agosto, invece, sono stati segnalati due attacchi, uno contro un centro logistico dell’azienda a Makhachkala e un altro contro un ulteriore centro a Krasnodar; in entrambi i casi, i magazzini presi di mira hanno preso fuoco. La campagna contro Ozon segue di pochi giorni gli attacchi contro le infrastrutture di Wildberries, altro colosso dell’e-commerce russo e principale rivale di Ozon. Le due aziende sono rispettivamente la seconda e la prima piattaforma di commercio online del Paese.  In generale, l’Ucraina sta intensificando gli attacchi contro le infrastrutture economiche e logistiche russe, con l’obiettivo dichiarato di indebolire la capacità di Mosca di sostenere lo sforzo bellico. Tra i principali bersagli figurano le raffinerie e le infrastrutture energetiche, ma anche i grandi centri logistici e commerciali. La Crimea è un altro obiettivo privilegiato: Kiev sta cercando di isolarla attraverso attacchi contro infrastrutture energetiche, depositi di carburante, nodi logistici e installazioni militari. Parallelamente, l’Ucraina ha intensificato anche gli attacchi contro le navi russe sospettate di trasportare petrolio e gas, nel tentativo di ridurre i volumi del traffico navale russo. Dall’altra parte della barricata, Putin pare voler rispondere al fuoco col fuoco. Il presidente russo ha accusato l’Ucraina di voler «portare la Russia al collasso», sostenendo però che il tentativo starebbe fallendo, e ha minacciato ritorsioni contro le infrastrutture economiche e logistiche ucraine. «Volete interrompere la nostra logistica? Bene, le nostre misure di rappresaglia non tarderanno ad arrivare», ha affermato. Putin ha quindi avvertito che gli attacchi contro le infrastrutture economiche russe avrebbero aperto «il vaso di Pandora», preannunciando colpi contro «le aree più sensibili» dell’economia ucraina. Nelle ore successive, l’Ucraina ha segnalato nuovi attacchi russi contro infrastrutture energetiche nelle regioni di Donetsk, Kharkiv, Chernihiv, Zaporizhzhia, Odessa e Mykolaiv, con blackout in diverse aree. Da Kiev, intanto, l’ex ministro della Difesa Fedorov rilancia la richiesta di nuove elezioni. Zelensky ha escluso categoricamente l’ipotesi, sostenendo che tornare al voto durante la guerra comporterebbe un grave rischio per l’Ucraina, fino a poter «spaccare il Paese». Fedorov ha replicato in un’intervista alla BBC, sostenendo che Zelensky abbia «delle domande a cui rispondere» sugli scandali di corruzione che hanno recentemente coinvolto l’Ucraina e il suo entourage. L’ufficio anticorruzione del Paese ha infatti annunciato una «operazione speciale» per smascherare una presunta organizzazione criminale che coinvolgerebbe un deputato in carica, un ex parlamentare e alcuni alti funzionari dell’Ufficio presidenziale. Se sul fronte interno si inasprisce lo scontro con Fedorov, sul piano internazionale l’Ucraina deve fare i conti con la carenza di armamenti. Macron ha annunciato l’invio a Kiev di nuovi missili intercettori. Zelensky, intanto, avrebbe avviato colloqui con gli inviati statunitensi Jared Kushner e Steve Witkoff per elaborare un piano di pace. The post Kiev attacca l’e-commerce russo, Putin: “È stato aperto il vaso di Pandora” appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 24, 2026
L'INDIPENDENTE
«La verità su mio marito in guerra». Anna e le donne di Odessa che non smettono di aspettare
Si calcola che siano 90mila le persone, sia militari che civili, disperse sul fronte. Nella città ucraina le donne chiedono di sapere qual è la loro sorte. Per questo ogni domenica partecipano a un sit-in che racconta il dolore nascosto di un Paese «Perché? Perché non mi resta altro da fare», dice Anna mentre mostra la foto di Porsh appesa al collo. Sotto, si legge: «Cento giorni senza te: ti aspetto». «Oh magari… – si affretta a precisare la ragazza di 31 anni, la stessa età del marito –. La scritta è vecchia, l’avevo fatta all’inizio. Allora cento giorni mi sembravano un’eternità. Ormai sono quasi settecento. Ma non ho smesso di attenderlo». Domani, dunque, come ogni domenica, alle 14 in punto, sarà sulla Deribasovskaya, la lunga via pedonale che scorre fra le sontuose architetture di Odessa. Là, dove si susseguono i maestosi edifici dell’epoca zarista, i baretti a forma di cabine del tram, i tavolini all’aperto dei locali, si ripete, ostinato, il copione del dolore di un’Ucraina determinata a non lasciarsi dimenticare. Il Paese dei 90mila «dispersi in azione», secondo i dati del governo di Kiev: militari in gran parte, ma anche civili, scomparsi nelle zone a ridosso del fronte. Risucchiati nel buco nero della guerra come Porsh. Anna non ha sue notizie dal 3 agosto 2024: tre mesi prima era stato reclutato dall’esercito e inviato a combattere in prima linea nella zona di Kupiansk. «Non è normale che una persona svanisca nel nulla come se non fosse mai esistita. E, invece, accade – sottolinea la giovane addetta di marketing dai lunghi capelli biondi che spuntano dal cappello bianco e grandi occhiali scuri –. Questo diciamo con la nostra presenza». Una testimonianza, non una protesta, tengono a precisare le organizzatrici nell’iniziativa in corso in varie città della nazione ormai da quattro anni. Il “sit-in delle donne”, l’hanno soprannominato, perché la maggior parte delle partecipanti sono madri, mogli, figlie, sorelle, anche se alcuni uomini le accompagnano. È cominciato nell’estate del 2022 nella capitale, per chiedere la liberazione dei protagonisti della resistenza dell’Azofstal, fatti prigionieri dai russi dopo la conquista di Mariupol. Tra loro Dmitri, il migliore amico di Katerina, studentessa universitaria di 28 anni appena compiuti. È una delle fondatrici del presidio di Odessa nel febbraio 2023. «Dmitri è in una cella del nord della Russia dove sconta una sconta una condanna a 18 anni. Lo scorso 28 maggio è riuscito a inviare una lettera alla famiglia. Come sta? Come si può immaginare… Mi manca. Ci sentivamo costantemente via social. Ora il suo profilo è disattivato. Di tanto in tanto controllo nella speranza folle di ritrovarlo online. Beh magari accadrà…». Difficile dire quanti dei dispersi siano ufficialmente prigionieri di guerra. Le stime parlano di 7mila. Gli scambi, ciclici, con i circa 4mila soldati russi nelle mani degli ucraini sono uno dei pochi canali rimasti faticosamente aperti nonostante lo stallo dei negoziati fra i due Stati. Gli ultimi 186 sono tornati in patria il 5 giugno scorso. «Dobbiamo riportarne a casa di più. Molti di più. Questo vogliamo e chiediamo al governo. Di intensificare le restituzioni reciproche», afferma Vlada, 25 anni, che si è appena unita alle manifestazioni per sostenere Diana, 22 anni, il cui padre è stato preso dai soldati di Mosca nel 2024. «Almeno, così crediamo. Compariva in un video pubblicato su TikTok ma non ci sono riscontri ufficiali» dice la giovane che per la terza domenica consecutiva andrà sulla Deribasovskaia. Porterà un cartello con decine di immagini di giovani uomini e la frase: «Chi hai perduto? Io tutti loro. E anche tu». Settimana dopo settimana, con il tragico protrarsi a oltranza delle ostilità, il “sit-in delle donne” ha mantenuto immutata la cornice, con il minuto di silenzio finale, l’inno, i brani patriottici e il grido conclusivo: «Forza Ucraina, gloria agli eroi». È però, cresciuto nei numeri: a Odessa c’è ormai un nucleo fisso di un centinaio di persone. Ed è diventato il barometro del mix di sentimenti, emozioni, obiettivi contrastanti che si agita nelle viscere del Paese. La rabbia verso la Russia si fonde con la frustrazione, l’esasperazione, l’impotenza, la stanchezza sfibrante. La legge, approvata dal Parlamento ucraino a febbraio, che facilitava la dichiarazione di morte presunta per i dispersi, ha acuito il malcontento, spingendo il governo a un passo indietro. «Dobbiamo liberare i nostri prigionieri: la reclusione nelle carceri del Cremlino è una morte in vita», si infervora Aziza, 35 anni, originaria della Crimea da cui è scappata poco prima dell’occupazione. La madre è ancora là. «Anche la mia terra è in ostaggio. Sono convita, però, che riusciremo a riscattarla». Margarita piange e scrolla le spalle a proposito del futuro. «Vorrei tanto tornare alla normalità. E riavere almeno Alexander, mio fratello minore. Per il maggiore, Alekseij è troppo tardi: è stato ucciso. Ma Alexander è sparito il 21 aprile, magari siamo in tempo… Dovrebbero darci maggiori informazioni, metterci in contatto con i comandanti, possono avere hanno qualche dettaglio anche minimo, qualunque cosa. L’angoscia, l’incertezza, il dubbio, ti lacera». I momenti a Deribasovskaia – dice – la fanno sentire meno sola. Ogni volta porta con sé le figlie, Oresa e Vitalina, 12 e 5 anni. Hanno imparato a memoria una delle canzoni che fanno da sottofondo alla manifestazione. Dice, con lo sguardo rivolto alle aiuole della Deribasovskaya in piena fioritura: «C’è sangue dappertutto. Dappertutto. Anche qui, sui papaveri e le rose». Redazione Italia
July 4, 2026
Pressenza
Nella spiaggia dei mutilati di Odessa, dove il sole non sana le ferite
reportage di Lucia Capuzzi, inviata de L’Avvenire ad Odessa – A Bez Mezh (Ucraina) l’associazione “Free warriors” ha organizzato gare per i veterani disabili. «Lo sport è fondamentale nel recupero». Un ex combattente amputato su tre ammette di soffrire di depressione.  Immobile e trasparente, il Mar Nero è uno specchio di luce. Il sole estivo inonda la costa e lo stabilimento, d’un bianco accecante. Sulla pedana, centinaia di persone si contendono i coni d’ombra proiettati dai teloni. A prima vista, Bez Mezh non sembra differente dall’adiacente Kaleton o dalla baia dei Delfini e dalle altre stazioni balneari di Odessa. Oasi in cui visitatori da tutta l’Ucraina cercano rifugio dalla routine di una guerra interminabile. Più lunga ormai perfino del Primo conflitto mondiale. Il fronte, distante una sessantina di chilometri, appare lontanissimo. Ma è solo un’illusione. Il suo fuoco è inciso con lettere indelebili sulle carni arrossate dal sole degli uomini di Bez Mezh, la spiaggia dei feriti e dei mutilati in battaglia. Il corpo di Valery, ad esempio. Dall’anca in giù, la gamba sinistra è un arto di metallo. L’altra – «quella di prima», come la chiama – l’ha vista andare in frantumi quando la granata russa l’ha colpita nella regione di Zaporizhzhia un giorno d’inverno del 2024. Mancava un chilometro per terminare l’assalto alla postazione avversaria. Il primo ordine ricevuto appena era stato schierato sul campo al termine dell’addestramento dopo l’arruolamento obbligatorio. «Più del dolore lancinante non riesco a dimenticare la paura. Mi ha perseguitato per non so quanto tempo. Ero sicuro che sarei morto. E non volevo. Forse per questo sono riuscito a strisciare indietro, aggrappandomi al Kalashnikov. Millimetro dopo millimetro, ci ho messo sei ore. Ho dovuto attenderne altre otto in trincea prima di potere essere evacuato. C’erano 13 gradi sotto zero e nessun farmaco per lenire la sofferenza». Le parole del 43enne di Sumy si mescolano alla musica pop, sparata a tutto volume dagli altoparlanti. È un giorno di festa a Bez Mezh: “Free warriors” ha organizzato giochi e gare per i veterani disabili. «Lo sport è fondamentale nel processo di recupero», spiega l’ex atleta Arsen Riaboshapko che, insieme a Illya Pylypenko, ha fondato l’associazione due anni fa. «Lo so per esperienza», sottolinea, mentre mostra la schiena crivellata dai proiettili. «Queste me le sono fatte in uno scontro corpo a corpo a Bakhmut, nel 2023», aggiunge, prima di scappare per presentare la successiva competizione: remo sul posto. Dall’inizio dell’invasione, si contano 600mila ucraini con disabilità, secondo il governo di Kiev. Il totale ha oltrepassato i 3,4 milioni. Di questi, 143mila sono registrati come mutilati di guerra, un decimo del totale dei veterani.  Almeno i due terzi hanno subito amputazioni e hanno ricevuto protesi nell’ambito del programma statale di assistenza, a cui il bilancio pubblico ha destinato 190 milioni di dollari per il 2026. Poco meno di 450 milioni di dollari sono stati stanziati, inoltre, per pensioni, sussidi, compensazioni. Le necessità reali, però, aumentano con il protrarsi delle ostilità. Non tutti i mutilati, poi, rientrano nel censimento ufficiale. «Ti “aggiustano”. Le ferite peggiori, però, ti restano dentro – dice Alex, che ha la gamba destra mozzata all’altezza del ginocchio – La cosa più difficile è riuscire ad accettarti per come sei diventato. Prima lo fai, prima inizi davvero a uscire dal tunnel. La gente intorno spesso non capisce. Per questo, sono entrato in “Free warriors”, per avere qualcuno con cui poter parlare liberamente». Almeno un ex combattente disabile su tre ammette di soffrire di depressione, ansia e altri disturbi mentali, secondo l’ultima rilevazione dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni. Il numero di quanti si sentono tagliati fuori dalla propria comunità è triplicato nell’ultimo anno, passando dal 9 al 27 per cento. «Non dimenticherò mai quando ho visto il moncone al posto del piede. Non potevo crederci. La protesi è arrivata dopo mesi. Allora, pian piano, ho ripreso a camminare e a guardarlo di nuovo. Ad accettare il nuovo me», racconta Sergeij, 48 anni, originario di Rivna, colpito dal proiettile di un Grad ad Andriivka un anno e mezzo fa. «Ero partito volontario. Sapevo che, con la mobilitazione generale, prima o poi, mi avrebbero reclutato. Così sono andato sulle mie gambe. Sono tornato su una». Il volto tradisce un sorriso amaro. «Adoro la spiaggia, fin da quando ero bambino. Ora, forse, l’amo ancora di più. In acqua ritorno uguale a come ero prima». Appena finisce la frase, si dirige verso lo scivolo e raggiunge il bagnasciuga. Lentamente si immerge nell’acqua insolitamente tiepida. La stampella resta sulla sabbia scura accanto a una sedia a rotelle. Redazione Italia
June 25, 2026
Pressenza
“Pedaliamo per la pace” percorrerà la distanza tra Roma e Kiev
Da luglio a settembre “C’è chi corre verso il riarmo e chi, invece, sceglie di pedalare verso la pace”. La seconda edizione dell’evento diffuso in tutta Italia promosso da Emergency e FIAB coinvolge i partecipanti a portare un messaggio collettivo contro la logica delle armi e a favore dei diritti. Accessibili e aperte a tutte e tutti, le biciclettate saranno pedalate collettive svolte per ricordare che la pace si costruisce insieme, superando le divisioni e partendo dai valori condivisi e da ciò che ci unisce tutti: l’essere umani. Ogni iniziativa sarà un “no” alle guerre che avvelenano i nostri tempi, le cui vittime sono principalmente i civili. Ogni chilometro percorso confluirà in un conteggio nazionale e unitario, per percorrere lo stesso numero di chilometri che separano Roma da Kiev e coprirne simbolicamente la distanza, costruendo un ponte di solidarietà che unisca idealmente le due capitali e ci avvicini a quanti ancora vivono in Ucraina. Il riferimento è anche alle community health workers di EMERGENCY che, in Ucraina, assistono i pazienti a domicilio, raggiungendoli nelle loro case nei villaggi remoti di due delle regioni più colpite della guerra: Donetsk e Kharkiv. «Le operatrici e gli operatori sanitari di comunità di EMERGENCY raggiungono le persone casa per casa, spesso in bicicletta – afferma EMERGENCY – Le infermiere di prossimità curano ‘porta a porta’ la popolazione più vulnerabile, coloro che non hanno lasciato l’Ucraina, spesso perché troppo anziani, e che ora si trovano privi di supporto, anche medico. Ascoltano i loro bisogni, monitorano le condizioni di salute, segnalano i casi più gravi e aiutano chi è rimasto isolato dalla guerra ad accedere alle cure. Per questo, con Pedaliamo per la pace, la bicicletta assume un valore ancora più concreto: in Ucraina è uno strumento per portare cura dove la guerra ha interrotto legami, servizi e possibilità; in Italia sarà un mezzo per coinvolgere le persone, attraversare i territori e trasformare la partecipazione in un gesto collettivo di ripudio della guerra». In ogni città i percorsi delle biciclettate sono previsti in luoghi significativi per la memoria e l’impegno civile, presso piazze e monumenti dedicati alla pace, per riscoprire, pedalata dopo pedalata, la forza della partecipazione. Ad ogni partecipante sarà dato uno sticker con scritto R1PUD1A per la propria bicicletta. In questo modo ogni partecipante aderirà alla campagna di EMERGENCY lanciata nel 2024 con riferimento all’articolo 11 della Costituzione, che oppone un netto rifiuto alla guerra e alla logica bellicistica da parte della Repubblica. Entrata nel suo secondo anno, con l’iniziativa “Io obietto”, R1PUD1A ha raccolto l’adesione di più di 650 comuni e 1.500 scuole in tutta Italia. «In un momento storico segnato dall’escalation dei conflitti e dalla corsa globale al riarmo, torniamo con gioia e convinzione a collaborare con Emergency per affermare con forza che esiste un’altra strada: quella della pace, della solidarietà e della partecipazione – ha dichiarato Susanna Maggioni, vicepresidente di FIAB Italia – E la bicicletta è il migliore simbolo dei valori di incontro, libertà e solidarietà, su cui si fonda FIAB. Con “Pedaliamo per la pace”, FIAB ed Emergency scelgono quindi la bicicletta come strumento di incontro e di impegno civile, perché la pace non è un concetto astratto, ma una responsabilità collettiva che si costruisce ogni giorno, insieme. Anche sulle nostre strade, dove è in corso ogni giorno una guerra a bassa intensità. Ogni pedalata sarà un gesto concreto per ribadire il nostro rifiuto della guerra e della logica delle armi, in piena sintonia con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione, e per sostenere idealmente il lavoro straordinario che Emergency porta avanti in Ucraina accanto alle comunità più vulnerabili. Pedalare insieme significa riscoprire ciò che ci unisce: la volontà di costruire città, comunità e relazioni più giuste, inclusive e pacifiche. Perché la pace, proprio come una pedalata collettiva, si costruisce un passo alla volta, con il contributo di tutte e tutti» . È ancora possibile aderire organizzando una biciclettata, scrivendo a eventi.gruppi@emergency.it Il calendario in costante aggiornamento con le date e le località è pubblicato su: * Pedaliamo per la pace – pedalate accessibili e aperte in tutta Italia | EMERGENCY * ANDIAMOINBICI – Ricerca Redazione Italia
June 23, 2026
Pressenza
Secondo gli Stati Uniti Cuba è coinvolta nella guerra in Ucraina
Secondo il Dipartimento di Stato USA Cuba sarebbe direttamente coinvolta nella guerra in Ucraina fornendo combattenti all’esercito russo,. Con la precisione di un orologio svizzero ritorna, proprio adesso che le pressioni di Donald Trump e soci si fanno sempre più violente, l’accusa al governo cubano di sostenere militarmente la Russia inviando suoi cittadini a combattere nelle file dell’esercito di Mosca. Accusa che da tempo gira e periodicamente, nei momenti di maggiore pressione, ritorna sul piatto. In un rapporto al Congresso il Dipartimento di Stato ha dichiarato che Cuba potrebbe aver inviato fino a 5.000 propri cittadini per partecipare al conflitto militare in Ucraina dalla parte della Russia e che fornisce attivamente a Mosca sostegno diplomatico e politico. Il rapporto non fornisce prove dirette dell’invio ufficiale di cubani nelle Forze Armate della Federazione Russa, ma contiene indicazioni che il regime abbia tollerato, facilitato o selettivamente agevolato il flusso di reclute e non abbia protetto i propri cittadini. Secondo dati statunitensi e fonti aperte, quindi del tutto inaffidabili, ma poco importa, basta che sia  Washington ad affermarlo per renderli del tutto attendibili, i cubani sono diventati uno dei gruppi più numerosi di combattenti stranieri dalla parte della Russia nella zona del conflitto in Ucraina; le stime variano da 1.000 a 5.000 unità, mentre l’intelligence ucraina parla di diverse migliaia di cubani al fronte. Sullo sfondo dell’inasprimento della pressione di Washington su L’Avana (incluso un blocco di fatto delle forniture di petrolio), Cuba dichiara di aver avviato procedimenti contro i reclutatori, tuttavia gli Stati Uniti considerano il sistema giudiziario del Paese estremamente opaco. La stessa notizia, priva di ogni conferma, è stata usata come pretesto dagli Stati Uniti per votare contro durante la consueta votazione alla sessione ordinaria dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove viene ogni anno presentata da Cuba una proposta di risoluzione per la cessazione del sessantennale blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti all’isola. Ovviamente in una situazione dove gli Stati Uniti cercano ogni pretesto possibile per inasprire le sanzioni e magari far digerire all’opinione pubblica occidentale la necessità di un intervento armato a Cuba per riportare la democrazia, usare l’argomento Ucraina, dove ovviamente la retorica impone alla Russia di essere l’aggressore, fa facile breccia nelle menti dell’opinione pubblica poco informata che si alimenta della propaganda occidentale. L’amministrazione di Donald Trump ha ritirato fuori questa storiella anche per screditare tutto il movimento di solidarietà con Cuba che negli ultime settimane ha cercato di alleviare la difficile situazione economica che l’isola sopporta proprio a causa del blocco imposto dalle varie amministrazioni statunitensi dal 1962. Se riescono a far percepire alla maggioranza dell’opinione pubblica che questo movimento internazionale sta aiutando un Paese attivamente coinvolto nella guerra dell’aggressore contro l’aggredito ucraino, il gioco è presto fatto. Insomma, ogni scusa è buona per il pacificatore della domenica per attaccare Cuba, sperando che ciò serva a far crollare il legittimo governo, senza contare poi che le accuse, come sempre fanno dalla Casa Bianca, non hanno uno straccio di prova che le dimostri. Ma si sa, quando lo affermano loro non dobbiamo dubitare; oggi poi che Donald Trump è paragonato a Dio, quindi in possesso della verità assoluta e indiscutibile, dobbiamo fidarci. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
April 16, 2026
Pressenza
Da Andrea Cozzo una presa di posizione civile prima che accademica
Il libro Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina: promemoria e istruzioni per il futuro, dono del caro amico Andrea Cozzo, docente all’Università di Palermo, si legge quasi come una presa di posizione civile prima ancora che accademica. Non è una semplice analisi dei media, ma un tentativo esplicito di smontare il modo in cui l’informazione contribuisce a sostenere una logica di conflitto armato. Cozzo parte da un’osservazione che può risultare scomoda: gran parte del racconto mediatico della guerra in Ucraina non si limita a informare, ma orienta lo sguardo del pubblico entro schemi già pronti, in cui le complessità vengono ridotte e le ambiguità scompaiono. Il risultato è una narrazione fortemente polarizzata, in cui il lettore o lo spettatore viene spinto a schierarsi più che a comprendere. L’autore non nega le responsabilità politiche, morali o etiche della guerra, ma insiste sul fatto che il modo in cui queste vengono raccontate conta quanto gli stessi eventi, drammatici e spesso inverosimili. Ciò che rende il libro particolarmente interessante è il tentativo di introdurre una distinzione netta tra “media di guerra” e “media di pace”. I primi, secondo Cozzo, adottano un linguaggio semplificato, emotivo e spesso bellico, contribuendo a irrigidire le posizioni e a rendere la guerra una cornice inevitabile. I secondi, invece, provano a mantenere uno spazio critico, dando voce a più prospettive e interrogandosi sulle cause profonde del conflitto armato.  Non si tratta di una distinzione neutrale: essa costituisce anche una proposta etica su come dovrebbe funzionare il giornalismo in generale. Il punto di forza del libro sta proprio in questa tensione tra analisi e proposta. L’autore non si limita a criticare, ma suggerisce un’alternativa concreta, quasi un modello di “giornalismo responsabile”: un giornalismo soprattutto etico. Tuttavia, emergono anche alcuni limiti. A tratti l’argomentazione appare più normativa che dimostrativa: il rischio è che la categoria di “media di pace” venga percepita come ideale, ma difficile da applicare nel contesto reale, in cui i media sono inseriti in dinamiche politiche, economiche e culturali complesse. Andrea Cozzo scrive con un orientamento chiaro, che rende il testo incisivo. Per alcuni lettori sarà un pregio, poiché offre una chiave interpretativa forte; per altri, un limite, perché lascia meno spazio al dubbio e alla riflessione sulla narrazione di pace. Nel complesso, Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina è un libro che non lascia indifferenti. Più che fornire risposte definitive sul conflitto, invita a interrogarsi su come le notizie che consumiamo contribuiscano a costruire la realtà percepita. Il suo valore principale non risiede tanto nelle conclusioni, quanto nella capacità di mettere in discussione un’abitudine: considerare l’informazione come qualcosa di trasparente, quando essa è sempre anche una forma di interpretazione – e talvolta di distorsione – degli eventi di guerra. *** Andrea Cozzo, Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro, Collana Eteropie, Edizioni Mimesis 2025  Nella foto: il prof. Cozzo (al centro con un disegno nelle mani) con i suoi studenti all’Università di Palermo, dove per otto anni ha tenuto anche un laboratorio di Teoria e pratica della nonviolenza, ed è altresì un attivista “amico della nonviolenza”. Tra i suoi libri: Nel mezzo. Microfisica della mediazione nel mondo greco antico (2014), Riso e sorriso e altri saggi sulla nonviolenza nella Grecia antica (2018), La nonviolenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di condividerla o rifiutarla (con A. Cavadi e M. D’Asaro, 2022), La logica della guerra nella Grecia antica. Contenuti, forme, contraddizioni (2024). Laura Tussi
March 30, 2026
Pressenza
Una guerra che non può stare in uno schermo telefonico: il percorso della generazione Z verso il giornalismo
Gli appartenenti alla generazione Z ansiosi di vivere e di dare il proprio contributo concreto sono disposti a rischiare la vita per assistere alle realtà della guerra. Per alcuni della generazione più giovane, questo diventa un percorso verso una professione, in particolare il giornalismo. La giornalista di Frontliner Marharyta Fal racconta la storia di come il suo desiderio di comprendere la guerra l’abbia portata dalla relativa sicurezza di Poltava al reportage dal fronte. La mattina del 24 febbraio 2022, ero a casa dei miei genitori a Poltava quando una telefonata di un amico mi ha svegliata. Stava urlando qualcosa sulla guerra e insisteva che me ne andassi. Dopo aver riattaccato, mi sono vestita e sono andata alla stazione dei treni. Presto mi sono ritrovata alla stazione Poltava-Kyivska a guardare la gente che si affollava nei vagoni stracolmi. Uomini con nastri gialli sui vestiti abbracciavano mogli e figli, le lacrime che rigavano i volti di tutti. Le strade erano intasate da auto provenienti da Kharkiv, Donetsk e altre regioni. I trasporti pubblici avevano smesso di funzionare; la città non era preparata a un’ondata simile di rifugiati. Foto dei caduti e torturati apparivano online ogni giorno. Poltava era diventata una grande sala d’attesa, con l’unica finestra sul mondo uno schermo del telefono. Più notizie leggevo, più era difficile credere che fossero reali. La mia mente si rifiutava di elaborare tanta sofferenza umana solo tramite messaggi. La vita era cambiata, o almeno, così sembrava. Ero al sicuro, ma quella sicurezza mi sembrava vuota, quasi vergognosa. Ogni mattina mi svegliavo con la fastidiosa sensazione di perdermi qualcosa di cruciale, che la storia si stesse scrivendo da qualche parte lì vicino, e che io stessi solo leggendo le sue bozze. Desideravo disperatamente tornare a casa. Autoritratto per un progetto scolastico, Poltava, Ucraina, 18 ottobre 2022. Foto di Marharyta Fal. MODALITÀ SILENZIOSA Sono tornato alla vita tra Dnipro e Poltava. Non è stata una scelta strategica né una sfida professionale. Poltava era più tranquilla, e qui mi sentivo a casa. I miei amici vivevano a Dnipro, e io semplicemente amavo quella città. Quell’amore si è rivelato più forte del mio istinto di autoconservazione. La vicinanza ai territori occupati, la vista di persone in uniforme armate, la guerra sempre presente, era stato un ronzio di sfondo qui fin dal 2014. I cartelli stradali che indicavano Donetsk hanno catturato la mia attenzione e mi hanno riportato ai ricordi di una bambina di dieci anni: le lacrime di mia madre alle notizie che giungevano da Maidan (piazza dell’Indipendenza a Kiev, teatro nel 2014 di violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine NdT) il dolore negli occhi di mio padre, le conversazioni sull’occupazione della Crimea, di Donetsk e Luhansk. Nonostante quei ricordi d’infanzia inquietanti, non avevo davvero sentito pericolo fino a quando non è scoppiata un’esplosione vicino al supermercato dove stavo facendo la spesa. Nel giro di un minuto ero in strada con la borsa in mano. Non c’era nessuna colonna di fumo o qualcosa di drammatico, ma uno strano odore di materiali da costruzione bruciati e il suono degli allarmi delle auto rendevano chiaro che qualcosa era stato colpito lì vicino. Le persone intorno a me si bloccarono per un attimo e poi, come se fosse stato un segnale, iniziarono a disperdersi rapidamente. Quell’attacco, il suo suono e il suo odore, non mi hanno insegnato cosa significhi la guerra, ma per la prima volta mi hanno fatto sentire che la guerra esistesse oltre le notizie. Ho sentito che capire cosa stava succedendo intorno a me era diventato essenziale. La giornalista Marharyta Fal al lavoro con Animal Rescue Kharkiv, regione di Kharkiv, Ucraina, 10 ottobre 2025. Foto di Edoardo Maragon. UN NUOVO PUNTO SULLA MAPPA La nostra generazione viene spesso criticata per essere poco comunicativa o demotivata. Ma è difficile orientarsi quando il mondo è limitato a pochi centimetri su uno schermo, quando persino la vita studentesca avviene in chiamate Zoom e pantaloni da pigiama. Eppure, non volevo perdere l’occasione di superare quei limiti. All’epoca studiavo all’Accademia di Cultura di Kharkiv e visitavo la città occasionalmente. Un giorno, nel tentativo di aiutarci a connetterci con il mondo esterno, i nostri insegnanti invitarono un giornalista locale a parlare con noi. Ho iniziato una conversazione con lui e gli ho detto che la creatività in Ucraina non mi sembrava significativa in quel momento, che non riuscivo a trovare il mio posto lì, che la guerra era tutto. Ha sorriso e mi ha dato i numeri di contatto di alcuni professionisti dei media che potevano guidarmi su dove iniziare nel giornalismo. Diffidente, come la maggior parte della Generazione Z, ho passato qualche giorno a fissare nervosamente quei numeri prima di prendere finalmente la decisione. Dopo un colloquio, sono stato assunta da uno dei media di Kharkiv, dove ho realizzato il mio primo reportage fotografico. LUTTO CON UN SORRISO LUMINOSO Alla fine del 2024, vivevo a Kharkiv, seguendo attacchi con droni, intervistando residenti e documentando visite di delegazioni straniere. Ricordo come si mettessero in posa “proprio nel modo giusto” per le foto sullo sfondo degli edifici distrutti nella Saltivka settentrionale di Khrakiv. Cercavano di non mostrare i loro sorrisi raffinati mentre parlavano davanti alla telecamera. Le loro parole di profonda preoccupazione riecheggiavano nella mia mente. Ma è stato solo dopo un attacco notturno con droni, seduta tra le macerie del mio primo appartamento in affitto, che ho davvero realizzato quanto possa essere enorme il divario contestuale tra persone di diversi paesi, tra regioni vicine e persino tra il mio io attuale e chi ero una volta. Autoritratto in un appartamento dopo un attacco notturno alla città di Kharkiv, Ucraina, 1 marzo 2025. Foto di Marharyta Fal. Per me, il giornalismo è un modo per colmare il divario tra fatti e vita. È un piccolo tentativo di riprendere il controllo in un mondo che è cambiato troppo in fretta. Trattando la guerra, sto semplicemente cercando di dare un senso alla realtà ed essere utile. È il mio modo di registrare un’esperienza condivisa—per chi ha già visto le macerie delle proprie case, e per chi ancora vede il mondo solo attraverso uno schermo.   *** Ciao, sono Marharyta, l’autrice di questo articolo. Grazie per aver letto fino alla fine. Ogni giorno lavoriamo in luoghi pericolosi, a rischio della vita, e raccontiamo ciò che vediamo dalle linee del fronte e dalle aree circostanti per documentare la realtà della guerra russo-ucraina. Per proteggere la vita dei nostri compagni, Frontliner, in collaborazione con UA First Aid, sta raccogliendo fondi per 30 kit di pronto soccorso per il nostro team. Unisciti alla community di Frontliner così potremo continuare a raccontare storie importanti dal fronte. *** Marharyta Fal Fotografa Focalizzata sulla vita nelle regioni di prima linea e sulle questioni sociali, partecipa a mostre fotografiche internazionali e ucraine.  Redazione Roma
March 28, 2026
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