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«La verità su mio marito in guerra». Anna e le donne di Odessa che non smettono di aspettare
Si calcola che siano 90mila le persone, sia militari che civili, disperse sul fronte. Nella città ucraina le donne chiedono di sapere qual è la loro sorte. Per questo ogni domenica partecipano a un sit-in che racconta il dolore nascosto di un Paese «Perché? Perché non mi resta altro da fare», dice Anna mentre mostra la foto di Porsh appesa al collo. Sotto, si legge: «Cento giorni senza te: ti aspetto». «Oh magari… – si affretta a precisare la ragazza di 31 anni, la stessa età del marito –. La scritta è vecchia, l’avevo fatta all’inizio. Allora cento giorni mi sembravano un’eternità. Ormai sono quasi settecento. Ma non ho smesso di attenderlo». Domani, dunque, come ogni domenica, alle 14 in punto, sarà sulla Deribasovskaya, la lunga via pedonale che scorre fra le sontuose architetture di Odessa. Là, dove si susseguono i maestosi edifici dell’epoca zarista, i baretti a forma di cabine del tram, i tavolini all’aperto dei locali, si ripete, ostinato, il copione del dolore di un’Ucraina determinata a non lasciarsi dimenticare. Il Paese dei 90mila «dispersi in azione», secondo i dati del governo di Kiev: militari in gran parte, ma anche civili, scomparsi nelle zone a ridosso del fronte. Risucchiati nel buco nero della guerra come Porsh. Anna non ha sue notizie dal 3 agosto 2024: tre mesi prima era stato reclutato dall’esercito e inviato a combattere in prima linea nella zona di Kupiansk. «Non è normale che una persona svanisca nel nulla come se non fosse mai esistita. E, invece, accade – sottolinea la giovane addetta di marketing dai lunghi capelli biondi che spuntano dal cappello bianco e grandi occhiali scuri –. Questo diciamo con la nostra presenza». Una testimonianza, non una protesta, tengono a precisare le organizzatrici nell’iniziativa in corso in varie città della nazione ormai da quattro anni. Il “sit-in delle donne”, l’hanno soprannominato, perché la maggior parte delle partecipanti sono madri, mogli, figlie, sorelle, anche se alcuni uomini le accompagnano. È cominciato nell’estate del 2022 nella capitale, per chiedere la liberazione dei protagonisti della resistenza dell’Azofstal, fatti prigionieri dai russi dopo la conquista di Mariupol. Tra loro Dmitri, il migliore amico di Katerina, studentessa universitaria di 28 anni appena compiuti. È una delle fondatrici del presidio di Odessa nel febbraio 2023. «Dmitri è in una cella del nord della Russia dove sconta una sconta una condanna a 18 anni. Lo scorso 28 maggio è riuscito a inviare una lettera alla famiglia. Come sta? Come si può immaginare… Mi manca. Ci sentivamo costantemente via social. Ora il suo profilo è disattivato. Di tanto in tanto controllo nella speranza folle di ritrovarlo online. Beh magari accadrà…». Difficile dire quanti dei dispersi siano ufficialmente prigionieri di guerra. Le stime parlano di 7mila. Gli scambi, ciclici, con i circa 4mila soldati russi nelle mani degli ucraini sono uno dei pochi canali rimasti faticosamente aperti nonostante lo stallo dei negoziati fra i due Stati. Gli ultimi 186 sono tornati in patria il 5 giugno scorso. «Dobbiamo riportarne a casa di più. Molti di più. Questo vogliamo e chiediamo al governo. Di intensificare le restituzioni reciproche», afferma Vlada, 25 anni, che si è appena unita alle manifestazioni per sostenere Diana, 22 anni, il cui padre è stato preso dai soldati di Mosca nel 2024. «Almeno, così crediamo. Compariva in un video pubblicato su TikTok ma non ci sono riscontri ufficiali» dice la giovane che per la terza domenica consecutiva andrà sulla Deribasovskaia. Porterà un cartello con decine di immagini di giovani uomini e la frase: «Chi hai perduto? Io tutti loro. E anche tu». Settimana dopo settimana, con il tragico protrarsi a oltranza delle ostilità, il “sit-in delle donne” ha mantenuto immutata la cornice, con il minuto di silenzio finale, l’inno, i brani patriottici e il grido conclusivo: «Forza Ucraina, gloria agli eroi». È però, cresciuto nei numeri: a Odessa c’è ormai un nucleo fisso di un centinaio di persone. Ed è diventato il barometro del mix di sentimenti, emozioni, obiettivi contrastanti che si agita nelle viscere del Paese. La rabbia verso la Russia si fonde con la frustrazione, l’esasperazione, l’impotenza, la stanchezza sfibrante. La legge, approvata dal Parlamento ucraino a febbraio, che facilitava la dichiarazione di morte presunta per i dispersi, ha acuito il malcontento, spingendo il governo a un passo indietro. «Dobbiamo liberare i nostri prigionieri: la reclusione nelle carceri del Cremlino è una morte in vita», si infervora Aziza, 35 anni, originaria della Crimea da cui è scappata poco prima dell’occupazione. La madre è ancora là. «Anche la mia terra è in ostaggio. Sono convita, però, che riusciremo a riscattarla». Margarita piange e scrolla le spalle a proposito del futuro. «Vorrei tanto tornare alla normalità. E riavere almeno Alexander, mio fratello minore. Per il maggiore, Alekseij è troppo tardi: è stato ucciso. Ma Alexander è sparito il 21 aprile, magari siamo in tempo… Dovrebbero darci maggiori informazioni, metterci in contatto con i comandanti, possono avere hanno qualche dettaglio anche minimo, qualunque cosa. L’angoscia, l’incertezza, il dubbio, ti lacera». I momenti a Deribasovskaia – dice – la fanno sentire meno sola. Ogni volta porta con sé le figlie, Oresa e Vitalina, 12 e 5 anni. Hanno imparato a memoria una delle canzoni che fanno da sottofondo alla manifestazione. Dice, con lo sguardo rivolto alle aiuole della Deribasovskaya in piena fioritura: «C’è sangue dappertutto. Dappertutto. Anche qui, sui papaveri e le rose». Redazione Italia
July 4, 2026
Pressenza
Nella spiaggia dei mutilati di Odessa, dove il sole non sana le ferite
reportage di Lucia Capuzzi, inviata de L’Avvenire ad Odessa – A Bez Mezh (Ucraina) l’associazione “Free warriors” ha organizzato gare per i veterani disabili. «Lo sport è fondamentale nel recupero». Un ex combattente amputato su tre ammette di soffrire di depressione.  Immobile e trasparente, il Mar Nero è uno specchio di luce. Il sole estivo inonda la costa e lo stabilimento, d’un bianco accecante. Sulla pedana, centinaia di persone si contendono i coni d’ombra proiettati dai teloni. A prima vista, Bez Mezh non sembra differente dall’adiacente Kaleton o dalla baia dei Delfini e dalle altre stazioni balneari di Odessa. Oasi in cui visitatori da tutta l’Ucraina cercano rifugio dalla routine di una guerra interminabile. Più lunga ormai perfino del Primo conflitto mondiale. Il fronte, distante una sessantina di chilometri, appare lontanissimo. Ma è solo un’illusione. Il suo fuoco è inciso con lettere indelebili sulle carni arrossate dal sole degli uomini di Bez Mezh, la spiaggia dei feriti e dei mutilati in battaglia. Il corpo di Valery, ad esempio. Dall’anca in giù, la gamba sinistra è un arto di metallo. L’altra – «quella di prima», come la chiama – l’ha vista andare in frantumi quando la granata russa l’ha colpita nella regione di Zaporizhzhia un giorno d’inverno del 2024. Mancava un chilometro per terminare l’assalto alla postazione avversaria. Il primo ordine ricevuto appena era stato schierato sul campo al termine dell’addestramento dopo l’arruolamento obbligatorio. «Più del dolore lancinante non riesco a dimenticare la paura. Mi ha perseguitato per non so quanto tempo. Ero sicuro che sarei morto. E non volevo. Forse per questo sono riuscito a strisciare indietro, aggrappandomi al Kalashnikov. Millimetro dopo millimetro, ci ho messo sei ore. Ho dovuto attenderne altre otto in trincea prima di potere essere evacuato. C’erano 13 gradi sotto zero e nessun farmaco per lenire la sofferenza». Le parole del 43enne di Sumy si mescolano alla musica pop, sparata a tutto volume dagli altoparlanti. È un giorno di festa a Bez Mezh: “Free warriors” ha organizzato giochi e gare per i veterani disabili. «Lo sport è fondamentale nel processo di recupero», spiega l’ex atleta Arsen Riaboshapko che, insieme a Illya Pylypenko, ha fondato l’associazione due anni fa. «Lo so per esperienza», sottolinea, mentre mostra la schiena crivellata dai proiettili. «Queste me le sono fatte in uno scontro corpo a corpo a Bakhmut, nel 2023», aggiunge, prima di scappare per presentare la successiva competizione: remo sul posto. Dall’inizio dell’invasione, si contano 600mila ucraini con disabilità, secondo il governo di Kiev. Il totale ha oltrepassato i 3,4 milioni. Di questi, 143mila sono registrati come mutilati di guerra, un decimo del totale dei veterani.  Almeno i due terzi hanno subito amputazioni e hanno ricevuto protesi nell’ambito del programma statale di assistenza, a cui il bilancio pubblico ha destinato 190 milioni di dollari per il 2026. Poco meno di 450 milioni di dollari sono stati stanziati, inoltre, per pensioni, sussidi, compensazioni. Le necessità reali, però, aumentano con il protrarsi delle ostilità. Non tutti i mutilati, poi, rientrano nel censimento ufficiale. «Ti “aggiustano”. Le ferite peggiori, però, ti restano dentro – dice Alex, che ha la gamba destra mozzata all’altezza del ginocchio – La cosa più difficile è riuscire ad accettarti per come sei diventato. Prima lo fai, prima inizi davvero a uscire dal tunnel. La gente intorno spesso non capisce. Per questo, sono entrato in “Free warriors”, per avere qualcuno con cui poter parlare liberamente». Almeno un ex combattente disabile su tre ammette di soffrire di depressione, ansia e altri disturbi mentali, secondo l’ultima rilevazione dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni. Il numero di quanti si sentono tagliati fuori dalla propria comunità è triplicato nell’ultimo anno, passando dal 9 al 27 per cento. «Non dimenticherò mai quando ho visto il moncone al posto del piede. Non potevo crederci. La protesi è arrivata dopo mesi. Allora, pian piano, ho ripreso a camminare e a guardarlo di nuovo. Ad accettare il nuovo me», racconta Sergeij, 48 anni, originario di Rivna, colpito dal proiettile di un Grad ad Andriivka un anno e mezzo fa. «Ero partito volontario. Sapevo che, con la mobilitazione generale, prima o poi, mi avrebbero reclutato. Così sono andato sulle mie gambe. Sono tornato su una». Il volto tradisce un sorriso amaro. «Adoro la spiaggia, fin da quando ero bambino. Ora, forse, l’amo ancora di più. In acqua ritorno uguale a come ero prima». Appena finisce la frase, si dirige verso lo scivolo e raggiunge il bagnasciuga. Lentamente si immerge nell’acqua insolitamente tiepida. La stampella resta sulla sabbia scura accanto a una sedia a rotelle. Redazione Italia
June 25, 2026
Pressenza
“Pedaliamo per la pace” percorrerà la distanza tra Roma e Kiev
Da luglio a settembre “C’è chi corre verso il riarmo e chi, invece, sceglie di pedalare verso la pace”. La seconda edizione dell’evento diffuso in tutta Italia promosso da Emergency e FIAB coinvolge i partecipanti a portare un messaggio collettivo contro la logica delle armi e a favore dei diritti. Accessibili e aperte a tutte e tutti, le biciclettate saranno pedalate collettive svolte per ricordare che la pace si costruisce insieme, superando le divisioni e partendo dai valori condivisi e da ciò che ci unisce tutti: l’essere umani. Ogni iniziativa sarà un “no” alle guerre che avvelenano i nostri tempi, le cui vittime sono principalmente i civili. Ogni chilometro percorso confluirà in un conteggio nazionale e unitario, per percorrere lo stesso numero di chilometri che separano Roma da Kiev e coprirne simbolicamente la distanza, costruendo un ponte di solidarietà che unisca idealmente le due capitali e ci avvicini a quanti ancora vivono in Ucraina. Il riferimento è anche alle community health workers di EMERGENCY che, in Ucraina, assistono i pazienti a domicilio, raggiungendoli nelle loro case nei villaggi remoti di due delle regioni più colpite della guerra: Donetsk e Kharkiv. «Le operatrici e gli operatori sanitari di comunità di EMERGENCY raggiungono le persone casa per casa, spesso in bicicletta – afferma EMERGENCY – Le infermiere di prossimità curano ‘porta a porta’ la popolazione più vulnerabile, coloro che non hanno lasciato l’Ucraina, spesso perché troppo anziani, e che ora si trovano privi di supporto, anche medico. Ascoltano i loro bisogni, monitorano le condizioni di salute, segnalano i casi più gravi e aiutano chi è rimasto isolato dalla guerra ad accedere alle cure. Per questo, con Pedaliamo per la pace, la bicicletta assume un valore ancora più concreto: in Ucraina è uno strumento per portare cura dove la guerra ha interrotto legami, servizi e possibilità; in Italia sarà un mezzo per coinvolgere le persone, attraversare i territori e trasformare la partecipazione in un gesto collettivo di ripudio della guerra». In ogni città i percorsi delle biciclettate sono previsti in luoghi significativi per la memoria e l’impegno civile, presso piazze e monumenti dedicati alla pace, per riscoprire, pedalata dopo pedalata, la forza della partecipazione. Ad ogni partecipante sarà dato uno sticker con scritto R1PUD1A per la propria bicicletta. In questo modo ogni partecipante aderirà alla campagna di EMERGENCY lanciata nel 2024 con riferimento all’articolo 11 della Costituzione, che oppone un netto rifiuto alla guerra e alla logica bellicistica da parte della Repubblica. Entrata nel suo secondo anno, con l’iniziativa “Io obietto”, R1PUD1A ha raccolto l’adesione di più di 650 comuni e 1.500 scuole in tutta Italia. «In un momento storico segnato dall’escalation dei conflitti e dalla corsa globale al riarmo, torniamo con gioia e convinzione a collaborare con Emergency per affermare con forza che esiste un’altra strada: quella della pace, della solidarietà e della partecipazione – ha dichiarato Susanna Maggioni, vicepresidente di FIAB Italia – E la bicicletta è il migliore simbolo dei valori di incontro, libertà e solidarietà, su cui si fonda FIAB. Con “Pedaliamo per la pace”, FIAB ed Emergency scelgono quindi la bicicletta come strumento di incontro e di impegno civile, perché la pace non è un concetto astratto, ma una responsabilità collettiva che si costruisce ogni giorno, insieme. Anche sulle nostre strade, dove è in corso ogni giorno una guerra a bassa intensità. Ogni pedalata sarà un gesto concreto per ribadire il nostro rifiuto della guerra e della logica delle armi, in piena sintonia con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione, e per sostenere idealmente il lavoro straordinario che Emergency porta avanti in Ucraina accanto alle comunità più vulnerabili. Pedalare insieme significa riscoprire ciò che ci unisce: la volontà di costruire città, comunità e relazioni più giuste, inclusive e pacifiche. Perché la pace, proprio come una pedalata collettiva, si costruisce un passo alla volta, con il contributo di tutte e tutti» . È ancora possibile aderire organizzando una biciclettata, scrivendo a eventi.gruppi@emergency.it Il calendario in costante aggiornamento con le date e le località è pubblicato su: * Pedaliamo per la pace – pedalate accessibili e aperte in tutta Italia | EMERGENCY * ANDIAMOINBICI – Ricerca Redazione Italia
June 23, 2026
Pressenza
Secondo gli Stati Uniti Cuba è coinvolta nella guerra in Ucraina
Secondo il Dipartimento di Stato USA Cuba sarebbe direttamente coinvolta nella guerra in Ucraina fornendo combattenti all’esercito russo,. Con la precisione di un orologio svizzero ritorna, proprio adesso che le pressioni di Donald Trump e soci si fanno sempre più violente, l’accusa al governo cubano di sostenere militarmente la Russia inviando suoi cittadini a combattere nelle file dell’esercito di Mosca. Accusa che da tempo gira e periodicamente, nei momenti di maggiore pressione, ritorna sul piatto. In un rapporto al Congresso il Dipartimento di Stato ha dichiarato che Cuba potrebbe aver inviato fino a 5.000 propri cittadini per partecipare al conflitto militare in Ucraina dalla parte della Russia e che fornisce attivamente a Mosca sostegno diplomatico e politico. Il rapporto non fornisce prove dirette dell’invio ufficiale di cubani nelle Forze Armate della Federazione Russa, ma contiene indicazioni che il regime abbia tollerato, facilitato o selettivamente agevolato il flusso di reclute e non abbia protetto i propri cittadini. Secondo dati statunitensi e fonti aperte, quindi del tutto inaffidabili, ma poco importa, basta che sia  Washington ad affermarlo per renderli del tutto attendibili, i cubani sono diventati uno dei gruppi più numerosi di combattenti stranieri dalla parte della Russia nella zona del conflitto in Ucraina; le stime variano da 1.000 a 5.000 unità, mentre l’intelligence ucraina parla di diverse migliaia di cubani al fronte. Sullo sfondo dell’inasprimento della pressione di Washington su L’Avana (incluso un blocco di fatto delle forniture di petrolio), Cuba dichiara di aver avviato procedimenti contro i reclutatori, tuttavia gli Stati Uniti considerano il sistema giudiziario del Paese estremamente opaco. La stessa notizia, priva di ogni conferma, è stata usata come pretesto dagli Stati Uniti per votare contro durante la consueta votazione alla sessione ordinaria dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove viene ogni anno presentata da Cuba una proposta di risoluzione per la cessazione del sessantennale blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti all’isola. Ovviamente in una situazione dove gli Stati Uniti cercano ogni pretesto possibile per inasprire le sanzioni e magari far digerire all’opinione pubblica occidentale la necessità di un intervento armato a Cuba per riportare la democrazia, usare l’argomento Ucraina, dove ovviamente la retorica impone alla Russia di essere l’aggressore, fa facile breccia nelle menti dell’opinione pubblica poco informata che si alimenta della propaganda occidentale. L’amministrazione di Donald Trump ha ritirato fuori questa storiella anche per screditare tutto il movimento di solidarietà con Cuba che negli ultime settimane ha cercato di alleviare la difficile situazione economica che l’isola sopporta proprio a causa del blocco imposto dalle varie amministrazioni statunitensi dal 1962. Se riescono a far percepire alla maggioranza dell’opinione pubblica che questo movimento internazionale sta aiutando un Paese attivamente coinvolto nella guerra dell’aggressore contro l’aggredito ucraino, il gioco è presto fatto. Insomma, ogni scusa è buona per il pacificatore della domenica per attaccare Cuba, sperando che ciò serva a far crollare il legittimo governo, senza contare poi che le accuse, come sempre fanno dalla Casa Bianca, non hanno uno straccio di prova che le dimostri. Ma si sa, quando lo affermano loro non dobbiamo dubitare; oggi poi che Donald Trump è paragonato a Dio, quindi in possesso della verità assoluta e indiscutibile, dobbiamo fidarci. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
April 16, 2026
Pressenza
Da Andrea Cozzo una presa di posizione civile prima che accademica
Il libro Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina: promemoria e istruzioni per il futuro, dono del caro amico Andrea Cozzo, docente all’Università di Palermo, si legge quasi come una presa di posizione civile prima ancora che accademica. Non è una semplice analisi dei media, ma un tentativo esplicito di smontare il modo in cui l’informazione contribuisce a sostenere una logica di conflitto armato. Cozzo parte da un’osservazione che può risultare scomoda: gran parte del racconto mediatico della guerra in Ucraina non si limita a informare, ma orienta lo sguardo del pubblico entro schemi già pronti, in cui le complessità vengono ridotte e le ambiguità scompaiono. Il risultato è una narrazione fortemente polarizzata, in cui il lettore o lo spettatore viene spinto a schierarsi più che a comprendere. L’autore non nega le responsabilità politiche, morali o etiche della guerra, ma insiste sul fatto che il modo in cui queste vengono raccontate conta quanto gli stessi eventi, drammatici e spesso inverosimili. Ciò che rende il libro particolarmente interessante è il tentativo di introdurre una distinzione netta tra “media di guerra” e “media di pace”. I primi, secondo Cozzo, adottano un linguaggio semplificato, emotivo e spesso bellico, contribuendo a irrigidire le posizioni e a rendere la guerra una cornice inevitabile. I secondi, invece, provano a mantenere uno spazio critico, dando voce a più prospettive e interrogandosi sulle cause profonde del conflitto armato.  Non si tratta di una distinzione neutrale: essa costituisce anche una proposta etica su come dovrebbe funzionare il giornalismo in generale. Il punto di forza del libro sta proprio in questa tensione tra analisi e proposta. L’autore non si limita a criticare, ma suggerisce un’alternativa concreta, quasi un modello di “giornalismo responsabile”: un giornalismo soprattutto etico. Tuttavia, emergono anche alcuni limiti. A tratti l’argomentazione appare più normativa che dimostrativa: il rischio è che la categoria di “media di pace” venga percepita come ideale, ma difficile da applicare nel contesto reale, in cui i media sono inseriti in dinamiche politiche, economiche e culturali complesse. Andrea Cozzo scrive con un orientamento chiaro, che rende il testo incisivo. Per alcuni lettori sarà un pregio, poiché offre una chiave interpretativa forte; per altri, un limite, perché lascia meno spazio al dubbio e alla riflessione sulla narrazione di pace. Nel complesso, Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina è un libro che non lascia indifferenti. Più che fornire risposte definitive sul conflitto, invita a interrogarsi su come le notizie che consumiamo contribuiscano a costruire la realtà percepita. Il suo valore principale non risiede tanto nelle conclusioni, quanto nella capacità di mettere in discussione un’abitudine: considerare l’informazione come qualcosa di trasparente, quando essa è sempre anche una forma di interpretazione – e talvolta di distorsione – degli eventi di guerra. *** Andrea Cozzo, Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro, Collana Eteropie, Edizioni Mimesis 2025  Nella foto: il prof. Cozzo (al centro con un disegno nelle mani) con i suoi studenti all’Università di Palermo, dove per otto anni ha tenuto anche un laboratorio di Teoria e pratica della nonviolenza, ed è altresì un attivista “amico della nonviolenza”. Tra i suoi libri: Nel mezzo. Microfisica della mediazione nel mondo greco antico (2014), Riso e sorriso e altri saggi sulla nonviolenza nella Grecia antica (2018), La nonviolenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di condividerla o rifiutarla (con A. Cavadi e M. D’Asaro, 2022), La logica della guerra nella Grecia antica. Contenuti, forme, contraddizioni (2024). Laura Tussi
March 30, 2026
Pressenza
Una guerra che non può stare in uno schermo telefonico: il percorso della generazione Z verso il giornalismo
Gli appartenenti alla generazione Z ansiosi di vivere e di dare il proprio contributo concreto sono disposti a rischiare la vita per assistere alle realtà della guerra. Per alcuni della generazione più giovane, questo diventa un percorso verso una professione, in particolare il giornalismo. La giornalista di Frontliner Marharyta Fal racconta la storia di come il suo desiderio di comprendere la guerra l’abbia portata dalla relativa sicurezza di Poltava al reportage dal fronte. La mattina del 24 febbraio 2022, ero a casa dei miei genitori a Poltava quando una telefonata di un amico mi ha svegliata. Stava urlando qualcosa sulla guerra e insisteva che me ne andassi. Dopo aver riattaccato, mi sono vestita e sono andata alla stazione dei treni. Presto mi sono ritrovata alla stazione Poltava-Kyivska a guardare la gente che si affollava nei vagoni stracolmi. Uomini con nastri gialli sui vestiti abbracciavano mogli e figli, le lacrime che rigavano i volti di tutti. Le strade erano intasate da auto provenienti da Kharkiv, Donetsk e altre regioni. I trasporti pubblici avevano smesso di funzionare; la città non era preparata a un’ondata simile di rifugiati. Foto dei caduti e torturati apparivano online ogni giorno. Poltava era diventata una grande sala d’attesa, con l’unica finestra sul mondo uno schermo del telefono. Più notizie leggevo, più era difficile credere che fossero reali. La mia mente si rifiutava di elaborare tanta sofferenza umana solo tramite messaggi. La vita era cambiata, o almeno, così sembrava. Ero al sicuro, ma quella sicurezza mi sembrava vuota, quasi vergognosa. Ogni mattina mi svegliavo con la fastidiosa sensazione di perdermi qualcosa di cruciale, che la storia si stesse scrivendo da qualche parte lì vicino, e che io stessi solo leggendo le sue bozze. Desideravo disperatamente tornare a casa. Autoritratto per un progetto scolastico, Poltava, Ucraina, 18 ottobre 2022. Foto di Marharyta Fal. MODALITÀ SILENZIOSA Sono tornato alla vita tra Dnipro e Poltava. Non è stata una scelta strategica né una sfida professionale. Poltava era più tranquilla, e qui mi sentivo a casa. I miei amici vivevano a Dnipro, e io semplicemente amavo quella città. Quell’amore si è rivelato più forte del mio istinto di autoconservazione. La vicinanza ai territori occupati, la vista di persone in uniforme armate, la guerra sempre presente, era stato un ronzio di sfondo qui fin dal 2014. I cartelli stradali che indicavano Donetsk hanno catturato la mia attenzione e mi hanno riportato ai ricordi di una bambina di dieci anni: le lacrime di mia madre alle notizie che giungevano da Maidan (piazza dell’Indipendenza a Kiev, teatro nel 2014 di violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine NdT) il dolore negli occhi di mio padre, le conversazioni sull’occupazione della Crimea, di Donetsk e Luhansk. Nonostante quei ricordi d’infanzia inquietanti, non avevo davvero sentito pericolo fino a quando non è scoppiata un’esplosione vicino al supermercato dove stavo facendo la spesa. Nel giro di un minuto ero in strada con la borsa in mano. Non c’era nessuna colonna di fumo o qualcosa di drammatico, ma uno strano odore di materiali da costruzione bruciati e il suono degli allarmi delle auto rendevano chiaro che qualcosa era stato colpito lì vicino. Le persone intorno a me si bloccarono per un attimo e poi, come se fosse stato un segnale, iniziarono a disperdersi rapidamente. Quell’attacco, il suo suono e il suo odore, non mi hanno insegnato cosa significhi la guerra, ma per la prima volta mi hanno fatto sentire che la guerra esistesse oltre le notizie. Ho sentito che capire cosa stava succedendo intorno a me era diventato essenziale. La giornalista Marharyta Fal al lavoro con Animal Rescue Kharkiv, regione di Kharkiv, Ucraina, 10 ottobre 2025. Foto di Edoardo Maragon. UN NUOVO PUNTO SULLA MAPPA La nostra generazione viene spesso criticata per essere poco comunicativa o demotivata. Ma è difficile orientarsi quando il mondo è limitato a pochi centimetri su uno schermo, quando persino la vita studentesca avviene in chiamate Zoom e pantaloni da pigiama. Eppure, non volevo perdere l’occasione di superare quei limiti. All’epoca studiavo all’Accademia di Cultura di Kharkiv e visitavo la città occasionalmente. Un giorno, nel tentativo di aiutarci a connetterci con il mondo esterno, i nostri insegnanti invitarono un giornalista locale a parlare con noi. Ho iniziato una conversazione con lui e gli ho detto che la creatività in Ucraina non mi sembrava significativa in quel momento, che non riuscivo a trovare il mio posto lì, che la guerra era tutto. Ha sorriso e mi ha dato i numeri di contatto di alcuni professionisti dei media che potevano guidarmi su dove iniziare nel giornalismo. Diffidente, come la maggior parte della Generazione Z, ho passato qualche giorno a fissare nervosamente quei numeri prima di prendere finalmente la decisione. Dopo un colloquio, sono stato assunta da uno dei media di Kharkiv, dove ho realizzato il mio primo reportage fotografico. LUTTO CON UN SORRISO LUMINOSO Alla fine del 2024, vivevo a Kharkiv, seguendo attacchi con droni, intervistando residenti e documentando visite di delegazioni straniere. Ricordo come si mettessero in posa “proprio nel modo giusto” per le foto sullo sfondo degli edifici distrutti nella Saltivka settentrionale di Khrakiv. Cercavano di non mostrare i loro sorrisi raffinati mentre parlavano davanti alla telecamera. Le loro parole di profonda preoccupazione riecheggiavano nella mia mente. Ma è stato solo dopo un attacco notturno con droni, seduta tra le macerie del mio primo appartamento in affitto, che ho davvero realizzato quanto possa essere enorme il divario contestuale tra persone di diversi paesi, tra regioni vicine e persino tra il mio io attuale e chi ero una volta. Autoritratto in un appartamento dopo un attacco notturno alla città di Kharkiv, Ucraina, 1 marzo 2025. Foto di Marharyta Fal. Per me, il giornalismo è un modo per colmare il divario tra fatti e vita. È un piccolo tentativo di riprendere il controllo in un mondo che è cambiato troppo in fretta. Trattando la guerra, sto semplicemente cercando di dare un senso alla realtà ed essere utile. È il mio modo di registrare un’esperienza condivisa—per chi ha già visto le macerie delle proprie case, e per chi ancora vede il mondo solo attraverso uno schermo.   *** Ciao, sono Marharyta, l’autrice di questo articolo. Grazie per aver letto fino alla fine. Ogni giorno lavoriamo in luoghi pericolosi, a rischio della vita, e raccontiamo ciò che vediamo dalle linee del fronte e dalle aree circostanti per documentare la realtà della guerra russo-ucraina. Per proteggere la vita dei nostri compagni, Frontliner, in collaborazione con UA First Aid, sta raccogliendo fondi per 30 kit di pronto soccorso per il nostro team. Unisciti alla community di Frontliner così potremo continuare a raccontare storie importanti dal fronte. *** Marharyta Fal Fotografa Focalizzata sulla vita nelle regioni di prima linea e sulle questioni sociali, partecipa a mostre fotografiche internazionali e ucraine.  Redazione Roma
March 28, 2026
Pressenza
Ucraina. Allarme per la detenzione del pacifista Yurii Sheliazhenko: “Nessuna notizia su dove si trovi”
Cresce la preoccupazione internazionale per la sorte di Yurii Sheliazhenko, difensore dei diritti umani e noto obiettore di coscienza, fermato il 19 marzo a Kyiv in circostanze che diverse organizzazioni denunciano come gravemente irregolari. A pochi giorni dall’arresto, il suo destino resta incerto: le autorità ucraine non avrebbero fornito informazioni né sulla sua ubicazione né sulle sue condizioni. “Abbiamo appena ricevuto notizie poco incoraggianti da Kyiv. Le autorità locali si rifiutano di fornire qualsiasi informazione sulla sua ubicazione o sulle sue condizioni e nessuno, compreso l’avvocato, è in grado, al momento, di rintracciare Yurii e di contattarlo direttamente. Si registra quindi un’ulteriore mancanza delle garanzie procedurali fondamentali”, denunciano le organizzazioni firmatarie di un appello congiunto. Una detenzione senza garanzie Secondo quanto ricostruito, Sheliazhenko sarebbe stato fermato da agenti della polizia del distretto Pechersk di Kyiv senza un’adeguata base giuridica e senza il rispetto delle procedure previste dalla legge. Le segnalazioni parlano di gravi anomalie: nessun verbale di detenzione redatto, assenza di motivazioni legali chiare, ostacoli all’accesso all’assistenza legale e difficoltà nei contatti con l’Ufficio Statale di Investigazione. A destare ulteriore allarme è la possibilità che il pacifista sia stato – o fosse in procinto di essere – trasferito a un Centro Territoriale di Reclutamento e Supporto Sociale (TCC), strutture legate alla mobilitazione militare. Una prospettiva che, secondo i firmatari, aggraverebbe ulteriormente il quadro delle violazioni. Le organizzazioni sottolineano che tali pratiche, se confermate, potrebbero configurare violazioni della Costituzione ucraina e di diversi strumenti internazionali, tra cui la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, in particolare per quanto riguarda il diritto alla libertà personale e alla sicurezza. Un attivista da anni nel mirino Figura nota nel panorama pacifista internazionale, Sheliazhenko si è dichiarato obiettore di coscienza già nel 1998. Accademico e attivista, è segretario esecutivo del Movimento Pacifista Ucraino, organizzazione affiliata alla War Resisters International, e ricopre incarichi anche nell’European Bureau for Conscientious Objection e in World Beyond War. Negli ultimi anni ha denunciato pubblicamente pratiche controverse legate alla mobilitazione militare in Ucraina, tra cui la cosiddetta “busificazione” – ossia il prelievo forzato di cittadini per l’arruolamento – e altri episodi che, secondo le sue dichiarazioni, avrebbero comportato abusi, violenze e perfino morti nei centri di reclutamento. Il caso di Sheliazhenko non è nuovo all’attenzione degli organismi internazionali. Era già stato oggetto di una comunicazione congiunta di relatori speciali delle Nazioni Unite su libertà di associazione, minoranze e libertà religiosa, ed è stato citato in rapporti dell’OHCHR e nel rapporto annuale 2023/2024 di Amnesty International. Le organizzazioni promotrici dell’appello denunciano ora un’escalation: la detenzione del 19 marzo arriva infatti a poche settimane da una precedente richiesta alle autorità ucraine di cessare le persecuzioni contro gli obiettori di coscienza. “Condanniamo con fermezza tutte queste azioni come gravi violazioni dei diritti umani, incompatibili con un ordinamento democratico”, si legge nella dichiarazione, che chiede il rilascio immediato dell’attivista e la fine delle pratiche di coscrizione forzata. La richiesta alla comunità internazionale L’appello si rivolge infine alla comunità internazionale, affinché intervenga per garantire la protezione dei difensori dei diritti umani e degli attivisti per la pace. Al centro, la richiesta di non criminalizzare chi promuove la nonviolenza e di assicurare il pieno riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza, anche attraverso strumenti come l’asilo. Nel silenzio delle autorità e senza notizie certe sulla sua sorte, il caso di Yurii Sheliazhenko si trasforma così in un banco di prova per il rispetto delle libertà fondamentali in un contesto segnato dalla guerra e dalle sue conseguenze. Laura Tussi
March 21, 2026
Pressenza
Ucraina: logoramento militare sul fronte orientale, esodo di giovani sul fronte interno
La situazione sul campo in Ucraina è sempre più difficile per le truppe di Kiev. A Pokrovsk, città chiave del Donbass, le forze ucraine rischiano l’accerchiamento: Mosca continua ad avanzare approfittando di una sproporzione numerica ormai schiacciante – oltre 5 a 1 tra i due eserciti, e fino a 8-9 a 1 nelle aree di combattimento più attivo. Una guerra di logoramento in cui la Russia mobilita 25-30mila uomini al mese, mentre Kiev fatica a sostituire le perdite. Sul fronte interno, intanto, si apre un’altra linea di crisi: circa 100mila giovani ucraini tra i 18 e i 22 anni hanno lasciato il Paese verso la Polonia da agosto a oggi. Una fuga dettata dalla paura del richiamo, dall’assenza di prospettive e dal peso di quattro anni di guerra totale. A fine estate Zelensky ha firmato un decreto che consente ai giovani di lasciare l’Ucraina, pur mantenendo l’obbligo di leva dai 25 ai 60 anni: un tentativo di non distruggere completamente la generazione che domani dovrebbe ricostruire il Paese, mantenere un peso comunicativo in Europa e prevenire rivolte familiari. Ma la domanda incombe: quanti di questi giovani torneranno in un’Ucraina segnata da lutti, amputazioni, traumi, comunità sradicate? Chi potrà davvero ricostruire ciò per cui ci si batte al fronte? Con Sabato Angieri de Il Manifesto proveremo a leggere insieme le due facce della stessa guerra: da un lato il terreno militare, sempre più difficile; dall’altro la società ucraina, logorata da anni di conflitto senza riuscire ad immaginarne una fine.
November 7, 2025
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