Dopo Gaza nulla è come prima
La nuova linea di frattura della politica: guerra, Palestina e crisi
dell’Occidente
In un mondo attraversato da guerre, riarmo, crisi umanitarie e profonde
trasformazioni degli equilibri internazionali, la posizione assunta di fronte ai
conflitti non è più una questione confinata alla politica estera. La guerra è
tornata a occupare il centro del dibattito pubblico e, insieme alla questione
palestinese e alla tragedia di Gaza, sta modificando profondamente le coordinate
attraverso cui individui, movimenti e partiti definiscono la propria identità
politica.
La crescita delle spese militari, l’invio di armi, la progressiva
normalizzazione del linguaggio bellico e il ritorno della logica della
deterrenza come principale strumento di sicurezza stanno producendo una frattura
che attraversa le società occidentali. Di fronte alle immagini delle distruzioni
e delle vittime civili, la domanda non riguarda più soltanto quale politica
estera sia più efficace, ma quale sia il limite etico oltre il quale una società
democratica non possa spingersi senza mettere in discussione i propri stessi
valori.
Per decenni, l’architettura del dibattito politico nelle democrazie occidentali
si è retta su assi concettuali relativamente consolidati: la dialettica tra
capitale e lavoro, la tensione tra intervento pubblico e libero mercato, la
contrapposizione tra progressismo e conservatorismo sui diritti civili, il
rapporto tra uguaglianza e libertà individuale.
Negli ultimi anni, tuttavia, la nuova configurazione geopolitica mondiale e la
riesplosione dei conflitti armati hanno impresso una deviazione profonda a
questa mappa. La guerra e il rifiuto del militarismo, insieme alla questione
palestinese e alla risposta dello Stato di Israele, sono diventati per una parte
crescente dell’opinione pubblica, vere e proprie discriminanti politiche.
Non si tratta semplicemente di opinioni divergenti su singole crisi
internazionali. È avvenuto un salto di scala. La politica estera, la sicurezza,
il commercio delle armi e la risposta alle emergenze umanitarie hanno cessato di
essere ambiti riservati alla diplomazia, agli apparati dello Stato o alla
tecnocrazia geopolitica e sono diventati terreni sui quali si misura la
credibilità morale di partiti, governi e singoli esponenti politici.
La domanda “da che parte stai?” ha assunto, in questo contesto, un significato
nuovo. Il posizionamento sulla guerra e sulla questione palestinese viene sempre
più interpretato come una dichiarazione di appartenenza, quasi una
certificazione dell’identità politica e morale.
La guerra come nuova discriminante politica
Il fenomeno è particolarmente evidente nell’area progressista e nella sinistra
occidentale, dove la solidarietà con le popolazioni colpite dai conflitti e la
difesa universale dei diritti umani entrano spesso in tensione con la
realpolitik, gli equilibri geopolitici e la fedeltà alle tradizionali alleanze
internazionali.
Da una parte si collocano coloro che considerano il rifiuto della guerra un
imperativo non negoziabile e ritengono che nessuna ragione strategica possa
giustificare la violazione del diritto internazionale, il bombardamento dei
civili o la distruzione sistematica delle infrastrutture essenziali alla
sopravvivenza delle popolazioni.
Dall’altra vi sono coloro che, pur riconoscendo il valore della pace, ritengono
necessario considerare le ragioni della sicurezza degli Stati, gli equilibri
internazionali, le responsabilità degli attori coinvolti e la complessità delle
relazioni geopolitiche.
La contrapposizione tra queste due impostazioni ha progressivamente trasformato
il dibattito politico. Il rischio è che la complessità venga sostituita da una
logica binaria nella quale ogni posizione intermedia viene considerata sospetta.
Eppure proprio la complessità dovrebbe costituire uno degli strumenti
fondamentali della politica. Condannare la guerra non significa rinunciare alla
comprensione delle sue cause. Difendere il diritto alla sicurezza di una
popolazione non dovrebbe significare accettare la violazione dei diritti di
un’altra. Sostenere il diritto all’autodeterminazione dei popoli non dovrebbe
impedire di analizzare criticamente le responsabilità dei diversi attori.
La vera difficoltà consiste nel tenere insieme principi che troppo spesso
vengono artificialmente contrapposti.
Gaza e la trasformazione della coscienza pubblica
La questione palestinese rappresenta oggi uno dei principali catalizzatori di
questa trasformazione. La dimensione della crisi umanitaria, la distruzione di
infrastrutture civili, il numero delle vittime e la permanenza di una condizione
di sofferenza della popolazione di Gaza hanno prodotto una mobilitazione
internazionale che coinvolge associazioni, università, organizzazioni della
società civile, sindacati, movimenti giovanili e reti pacifiste.
La Palestina è diventata così non soltanto una questione di politica
internazionale, ma un simbolo attraverso il quale una parte significativa delle
nuove generazioni interpreta il rapporto tra potere, colonialismo,
disuguaglianza e diritti umani.
Le manifestazioni nelle piazze, le iniziative nelle università, le campagne
contro il commercio delle armi e le mobilitazioni per il cessate il fuoco
testimoniano una trasformazione della partecipazione politica. Una
partecipazione che spesso si sviluppa al di fuori dei partiti tradizionali e che
mette in discussione la capacità delle istituzioni rappresentative di
intercettare le nuove domande provenienti dalla società.
È una spinta dal basso che ha travolto, almeno in parte, i tradizionali canali
della rappresentanza.
Il punto decisivo è che queste mobilitazioni non chiedono soltanto un
cambiamento di politica estera. Chiedono che i principi proclamati dalle
democrazie occidentali – dignità umana, uguaglianza, diritto internazionale,
protezione dei civili – siano applicati in maniera universale.
È precisamente questa richiesta di universalità a mettere in difficoltà molte
classi dirigenti.
L’Occidente davanti alla propria contraddizione
La guerra in Ucraina, la crisi mediorientale e la crescente competizione tra
grandi potenze hanno inoltre fatto emergere una contraddizione profonda nelle
società occidentali.
Da un lato viene proclamata la centralità del diritto internazionale;
dall’altro, il sistema internazionale appare sempre più caratterizzato da
interpretazioni selettive dei medesimi principi.
Da un lato si sostiene la necessità di difendere la sovranità degli Stati e il
diritto dei popoli all’autodeterminazione; dall’altro, si moltiplicano le
pressioni economiche, le guerre per procura, le sanzioni e le strategie di
potenza.
Da un lato si invoca la pace; dall’altro, il riarmo viene presentato come
principale strumento per conseguirla.
Queste contraddizioni alimentano una crescente sfiducia nei confronti delle
istituzioni e della politica tradizionale. Una parte dell’opinione pubblica non
accetta più che la pace venga evocata soltanto come obiettivo astratto mentre le
decisioni concrete sembrano muoversi nella direzione opposta.
Il problema, dunque, non riguarda soltanto la coerenza delle singole politiche
governative. Riguarda la credibilità complessiva del sistema politico.
Il rischio della polarizzazione
La spinta etica che nasce dal rifiuto della guerra possiede una straordinaria
capacità mobilitante. Ma proprio questa forza può trasformarsi in un limite
quando il posizionamento politico diventa un criterio assoluto di giudizio.
Il rischio è quello di trasformare ogni discussione in una prova di
appartenenza: chi pone una domanda viene accusato di ambiguità, chi cerca una
mediazione viene considerato complice, chi propone una lettura diversa viene
immediatamente collocato nello schieramento avverso.
In questo modo lo spazio della discussione democratica si restringe.
La politica, tuttavia, non può ridursi a una sequenza di dichiarazioni
identitarie. Deve essere anche capacità di costruire soluzioni, di negoziare, di
mettere in relazione interessi differenti e di trasformare una mobilitazione
morale in una prospettiva istituzionale.
La pace, del resto, non si costruisce soltanto attraverso la testimonianza.
Richiede diplomazia, istituzioni, accordi, garanzie internazionali,
ricostruzione economica, giustizia e riconoscimento dei diritti.
Il pacifismo, per essere realmente politico, deve quindi riuscire a diventare
progetto.
Una nuova idea di cittadinanza
Questa trasformazione pone una questione più ampia sulla natura stessa della
cittadinanza nel XXI secolo.
Le nuove generazioni sembrano sempre meno disposte ad accettare la separazione
tradizionale tra politica interna e politica internazionale. Le guerre lontane
entrano nelle università, nei luoghi di lavoro, nelle piazze e nelle reti
sociali. Le immagini delle vittime arrivano quotidianamente nelle case e
producono forme di partecipazione emotiva e politica che travalicano i confini
nazionali.
La cittadinanza contemporanea è dunque sempre più globale.
Un giovane europeo può considerare la condizione di un bambino palestinese, di
una famiglia ucraina, di una popolazione africana colpita dalla guerra o di una
comunità vittima di una catastrofe umanitaria come parte integrante della
propria responsabilità politica.
È una trasformazione importante perché mette in discussione l’idea secondo cui
la solidarietà dovrebbe fermarsi ai confini dello Stato.
Ma questa nuova cittadinanza globale deve essere accompagnata da una cultura
politica capace di evitare semplificazioni e dogmatismi. La solidarietà non può
prescindere dalla conoscenza. L’indignazione deve trasformarsi in
consapevolezza. La denuncia deve essere accompagnata dalla capacità di
comprendere i processi storici che hanno prodotto i conflitti.
Dalla testimonianza alla responsabilità
La vera sfida delle democrazie contemporanee consiste allora nel tenere insieme
etica e politica.
Non è sufficiente dichiararsi contro la guerra se non si è capaci di
interrogarsi sulle sue cause e sui meccanismi economici e geopolitici che la
alimentano. Non è sufficiente invocare la pace se non si mettono in discussione
le politiche di riarmo e la proliferazione delle armi. Non è sufficiente
proclamare la difesa dei diritti umani se questi vengono riconosciuti soltanto
quando riguardano popolazioni politicamente vicine.
La pace esige coerenza.
E il diritto internazionale, per essere realmente tale, deve valere per tutti.
È in questo punto che la questione del posizionamento assume il suo significato
più profondo. Non si tratta semplicemente di scegliere uno schieramento, ma di
definire quali principi non siamo disposti a sacrificare quando la realtà
diventa più difficile.
Il compito della politica
La politica contemporanea si trova dunque davanti a una trasformazione profonda.
Guerra, Palestina, riarmo e crisi dell’ordine internazionale hanno creato nuove
linee di frattura che attraversano partiti e movimenti, mettendo in discussione
categorie ideologiche consolidate.
Il compito della politica democratica non dovrebbe essere quello di
neutralizzare queste domande morali, né quello di trasformarle in semplici
strumenti di propaganda. Dovrebbe invece assumersi la responsabilità di tradurle
in politiche concrete.
Ciò significa difendere il diritto internazionale senza doppie misure, sostenere
il cessate il fuoco e la diplomazia, contrastare ogni forma di violenza contro i
civili, affrontare le cause profonde dei conflitti e costruire un’idea di
sicurezza che non coincida esclusivamente con la quantità di armi possedute.
La sicurezza non può essere soltanto militare. È anche sociale, economica,
ambientale, sanitaria e alimentare. Un mondo nel quale milioni di persone vivono
nella precarietà, nella fame o sotto la minaccia delle bombe non può essere
realmente sicuro, anche quando gli arsenali aumentano.
Un commento: la pace non può essere una posizione, deve diventare una politica
La questione decisiva, alla fine, è forse proprio questa: la pace rischia di
diventare una nuova identità politica, una bandiera attraverso la quale
riconoscersi e distinguersi dagli altri. Ma se resta soltanto un posizionamento,
anche il pacifismo può perdere la propria forza trasformativa.
La pace deve invece diventare una politica concreta: un sistema di scelte
economiche, diplomatiche, sociali e culturali capace di ridurre le cause della
guerra e di costruire condizioni di convivenza. Per questo la domanda
fondamentale non dovrebbe essere soltanto “da che parte stai?”, ma “che cosa sei
disposto a fare perché la guerra finisca?”. È una differenza sostanziale. La
prima domanda produce schieramenti; la seconda impone responsabilità.
In un’epoca nella quale il linguaggio della guerra è tornato a occupare il
centro della scena politica, recuperare questa responsabilità significa
restituire alla politica la sua funzione più alta: non amministrare
l’inevitabilità del conflitto, ma costruire le condizioni storiche, sociali e
culturali perché il conflitto possa essere trasformato e la pace possa diventare
finalmente una scelta concreta.
Laura Tussi