Nascondo un amico richiamato alle armi.
In un bistrot di Odessa incontro un signore sulla sessantina, sta mangiando una
zuppa di pollo e riso dal colore del peperoncino, decido di ordinarne una
anch’io perché ho bisogno di qualcosa di caldo e forte.
Sente una mia telefonata perché i nostri tavoli sono vicini.
Imprudenteme mi lascio scappare qualche parola di troppo perché sto spiegando ad
un amico quanto sia idiota questa guerra.
“Italiano?” mi chiede.
“Sono stato un mese a Roma e ho vissuto anche a Palermo”.
Non sono le sue parole esatte perché mischia parole in Italiano, in Inglese ed
anche in Francese, che è la lingua che conosce meglio.
Mi invita a sedere al suo tavolo e mi versa del vino rosso Moldavo,
“È il migliore che si trova qui”.
Apprezzo e me ne versa un altro bicchiere.
Siamo solo noi a sedere fuori dal ristorante, possiamo parlare liberamente.
Sostiene che Odessa somiglia più a Palermo che a Kiev.
A Odessa hanno sempre convissuto russi, ucraini, greci, italiani…
Mi spiega che qui ci sono sempre stati ebrei e musulmani, cattolici e ortodossi.
Sostiene che Odessa non ama il nazionalismo etnico che sta prevalendo in Ucraina
e che si è incattivito sempre più a partire dal 2014.
Poi aggiunge ci sono gli imbecilli che si fanno indottrinare dalla propaganda di
guerra, ma quelli stanno dappertutto.
“Odessa è uno “stato” a sé – dice – dove il nazionalismo trova poco spazio e
arriva soprattutto da fuori, come per i fatti del 2 Maggio 2014: la strage alla
Casa dei Sindacati”.
“Ho perso un caro amico-mi confida-non era filo russo, era un russo di Ucraina,
un vero antifascista, ma loro non erano ucraini, non si trattava di nazionalità
antagoniste: erano fascisti, nazisti, noi diciamo banderisti, erano belve
assetate di sangue senza nessuna pietà umana”.
“Anche io sono russo di Ucraina, mia moglie ha il padre tartaro e la madre
Ucraina. È così in tutte le famiglie, siamo un miscuglio”.
“Io sono ortodosso ed uno dei miei amici più cari è ebreo.
Mia figlia è perfettamente bilingue, ora vive in Germania con i miei due
nipotini.”
“Suo marito, mio genero, è stato costretto ad arruolarsi ed è morto quasi subito
nei pressi di Char’kov.
Gli avevo detto di scappare di nascondersi”.
“Io odio questa guerra, è una follia, non riesco ancora a capire come sia potuto
accadere tutto questo”.
“Io mi sento anarchico e antifascista e mi fanno schifo tutti i nazionalismo di
chi si crede superiore agli altri.
Non è un buon odessita”.
Intanto si è fatto portare una mezza bottiglia di Vodka.
Brindiamo alla libertà, all’uguaglianza alla fraternità, alla giustizia e
all’anarchia.
Non mi sottraggo di certo e sarà il primo di una lunga serie.
Propongo di brindare alla pace, poi alla fine della guerra, all’amicizia tra
Odessa e Roma ecc. ecc.
Cazzeggiamo anche un po’.
Avevo letto che gli odessiti hanno un caratteristico senso dell’umorismo.
Il mio amico è un fiume in piena: alcune freddure le capisco, altre no, ma
ridiamo lo stesso.
Con il suo cellulare mi fa ascoltare “O bella ciao” cantata da un gruppo
siciliano e la 88>intoniamo, in Ucraina non è una canzone sospetta.
Passa poi ad una canzone anarchica Ucraina, ad una della resistenza in Russo, a
vecchie canzoni di Odessa…
Poi l’immancabile Toto Cutugno (“Lasciatemi cantare”), Albano e Romina Power, I
ricchi e poveri, Celentano…
“Sono la colonna sonora della mia gioventù, tutti le conoscevano in Unione
Sovietica negli anni ottanta e tutti seguivano il Festival di Sanremo.
Forse è per questo che qui tutti amano l’Italia”.
Dopo l’ennesimo brindisi abbassa la voce, anche se non c’è nessuno, e con fare
cospirativo mi dice: “Io non faccio solo chiacchiere: a casa nascondo da quattro
anni un disertore, non esce mai di casa perché i reclutatori sono spietati”.
“Si era appena sposato e ha un figlio piccolo”.
“Ogni tanto la moglie ed il bambino passano a trovarlo.
Lei ha insegnato al piccolo a non parlare mai del padre con nessuno”.
“Ho sistemato la cantina con un letto, una scrivania così può continuare a
studiare ingegneria, ma ovviamente ora non può dare esami”.
“Mangia sempre con noi ed è anche un bravo cuoco, si dà da fare come può, non
vuole esserci di peso”.
“Prima di iscriversi all’università è a sposarsi ha girato il mondo come
marinaio su una nave”.
“Ci racconta sempre dei suoi viaggi: storie vere, verosomili e storie inventate
di sana pianta”.
Facciamo l’ultimo brindisi.
Ci salutiamo senza scambiarci neppure il numero di telefono.
Io non ho problemi a dirgli il mio, ma lui per la nostra sicurezza non mi dice
neppure il suo nome: “Chiamami Nestor” – mi dice.
“Come l’anarchico?”
“Già, come Nestor Machno”.
Lo guardo mentre si allontana, poi mi accorgo che si sta facendo tardi e mi
ricordo che nella Odessa “occupata” vige il coprifuoco e la legge marziale e che
devo affrettare il passo.
Mauro Carlo Zanella