Infocrazia: il potere che governa attraverso tribalismo ed emozioni

Pressenza - Monday, September 21, 2026

Nelson Mandela ci aveva già messo in guardia: bisogna fare prevalere la speranza sulla paura per ogni lotta nonviolenta.

Byung-Chul Han, in Infocrazia, mette a fuoco uno dei mutamenti più inquietanti della nostra epoca: il potere non si impone più soltanto con la coercizione, la censura o la propaganda tradizionale, ma attraverso la gestione dell’informazione, delle emozioni e delle appartenenze collettive. La sua analisi è particolarmente severa nei confronti della società digitale, dove la circolazione incessante di contenuti non produce automaticamente più verità o più libertà, ma spesso genera il contrario: frammentazione, polarizzazione e manipolazione. Il rischio più profondo, secondo Han, è che la sfera pubblica smetta di essere uno spazio di confronto razionale e diventi un campo di battaglia emotivo, dominato da comunità chiuse e reattive. Uno dei pericoli più evidenti è il ritorno del tribalismo. In teoria, internet avrebbe dovuto ampliare il dialogo e connettere differenze distanti; in pratica, spesso rafforza gruppi identitari che si riconoscono solo al proprio interno e si definiscono contro un nemico esterno. Han vede in questo processo una regressione politica e culturale: invece di cittadini capaci di discutere, emergono tribù digitali che non cercano la verità, ma conferme. Ogni gruppo seleziona le informazioni che rafforzano la propria visione del mondo e respinge il resto come ostile o illegittimo. La conseguenza è una società meno aperta, più nervosa, più incline allo scontro simbolico e alla delegittimazione reciproca. Questo tribalismo si lega strettamente alla gestione delle emozioni. Han insiste sul fatto che l’infosfera contemporanea non premia la riflessione lenta, ma la reazione immediata. I contenuti che circolano con più forza sono quelli che suscitano paura, indignazione, rabbia, risentimento o entusiasmo impulsivo. Le piattaforme digitali, in questo senso, non sono semplici strumenti neutrali: organizzano l’attenzione in modo da valorizzare ciò che è emotivamente contagioso. Il risultato è che le emozioni non restano un aspetto privato della vita psichica, ma diventano una leva politica e sociale ipnotica. Chi riesce a orientarle, riesce anche a orientare il comportamento collettivo. Il problema, per Han, non è soltanto che le emozioni siano presenti nello spazio pubblico; è che vengono strumentalizzate. In una democrazia sana, il conflitto dovrebbe passare attraverso il dissenso argomentato, il confronto tra idee, la mediazione tra interessi diversi. Nell’infocrazia, invece, il conflitto viene spesso ridotto a una sequenza di impulsi emotivi. La discussione si accorcia, l’attenzione si frammenta, il pensiero critico perde terreno. Le persone non reagiscono più tanto a ciò che è vero o falso, ma a ciò che le fa sentire minacciate, confermate o moralmente superiori. In questo senso, l’informazione smette di essere un ponte verso la realtà e diventa un dispositivo di stimolazione permanente. Han denuncia anche l’effetto di questa dinamica sulla verità. Se il dibattito pubblico si basa sempre più sulla risonanza emotiva, la verità perde forza perché non è più il criterio decisivo dell’adesione. Un messaggio non viene valutato soprattutto per la sua attendibilità, ma per la sua capacità di circolare, urtare, eccitare o rassicurare. Così la realtà viene sostituita da una nube di interpretazioni immediate, slogan, semplificazioni e micro-narrazioni affettive. È qui che l’infocrazia diventa pericolosa: non perché inventi necessariamente menzogne in modo esplicito, ma perché rende secondario il rapporto con il vero. E quando il vero non orienta più il discorso collettivo, il terreno diventa fertile per manipolazioni sempre più sofisticate. Un altro aspetto centrale è la trasformazione della libertà in una forma apparente. L’utente digitale si sente libero perché produce contenuti, commenta, condivide, reagisce. Ma per Han questa libertà è spesso illusoria, perché avviene dentro un sistema che raccoglie dati, prevede comportamenti e orienta desideri. Il soggetto non è solo esposto all’informazione: è anche profilato da essa. Le piattaforme imparano a conoscere le nostre fragilità emotive e a sfruttarle. La persona crede di agire spontaneamente, ma in realtà si muove in un ambiente progettato per catturare la sua attenzione e guidarne le scelte. È una forma di potere sottile, meno visibile ma più capillare. Il rischio finale è una democrazia impoverita. Se il tessuto comune si sfalda in tribù emotive, se il dibattito si riduce a reazione e controreazione, se l’attenzione collettiva viene continuamente sequestrata da contenuti polarizzanti, allora diventa difficile costruire uno spazio pubblico condiviso. Han ci avverte che la crisi non riguarda solo i media, ma la qualità stessa della convivenza democratica. Senza tempo per riflettere, senza fiducia nelle mediazioni, senza una cultura capace di resistere alla seduzione dell’immediatezza, la società rischia di diventare sempre più governabile proprio perché sempre più manipolabile. In conclusione, Infocrazia è una diagnosi severa ma attualissima: il vero pericolo non è semplicemente avere troppa informazione, bensì vivere in un ecosistema in cui l’informazione viene organizzata per dividere, eccitare e orientare. Il tribalismo spezza il comune; la gestione delle emozioni sostituisce il pensiero critico; la verità perde centralità; la libertà si trasforma in partecipazione controllata. Han ci invita a vedere con lucidità che il problema non è solo tecnologico, ma profondamente politico e antropologico: riguarda il tipo di esseri umani che diventiamo quando lasciamo che siano gli impulsi, e non la riflessione, a governare il nostro spazio pubblico digitale e non.

Ray Man