Tag - byung-chul han

L’idiota di Byung-Chul Han
Il concetto di idiotismo terapeutico coniato dal filosofo Byung-Chul Han rappresenta l’atto di sabotaggio più radicale e rivoluzionario che un individuo possa compiere nella società contemporanea, come risulta dal saggio “Psicopolitica”. Per comprendere la portata di questa provocazione, è necessario spogliare la parola idiota da qualsiasi insulto o giudizio clinico e restituirle il suo antico significato etimologico greco di persona privata, ovvero colui che sceglie deliberatamente di vivere al di fuori dello spazio pubblico e delle sue dinamiche di potere. Oggi questo rifiuto si traduce in una resistenza totale e metodica contro l’impero dei mass media e delle piattaforme digitali. L’idiota, o l’eretico digitale come lo definisce Han, non è un ignorante, ma una persona che decide lucidamente di non sapere, di rendersi intenzionalmente disconnessa e inaccessibile al flusso perenne delle informazioni. Il capitalismo neoliberista ha costruito la sua prigione psicopolitica non attraverso la censura, ma attraverso l’obbligo di trasparenza, di visibilità e di comunicazione continua. Ci viene costantemente ordinato di partecipare al dibattito pubblico, di commentare le notizie del giorno, di esprimere opinioni sui social e di esporre la nostra interiorità. In questo contesto, l’eretico digitale capisce che la massima forma di sottomissione coincide proprio con l’essere costantemente reperibili e profilabili. Scegliere l’idiotismo significa quindi spegnere il rumore di fondo dei media e trasformarsi in un angolo cieco per gli algoritmi che tracciano ogni nostro movimento psicologico. Se non produci dati, se non consumi notizie preconfezionate, se non reagisci agli stimoli emotivi dello sciame digitale, diventi invisibile e di conseguenza libero. Questa disconnessione assume un valore terapeutico fondamentale perché cura la mente dalle patologie moderne causate dall’iperinformazione, come l’ansia cronica e la frammentazione dell’attenzione. L’eretico che si sottrae ai mass media riconquista il silenzio e la solitudine, due dimensioni che la società attuale tenta disperatamente di eliminare perché improduttive. È solo all’interno di questo vuoto mediatico che può rinascere il pensiero critico autentico e la vera creatività. Mentre la massa si uniforma reagendo in modo automatico alle breaking news e alle tendenze della rete, l’idiota si concede il lusso dell’inazione e della contemplazione, rifiutando di ottimizzare il proprio tempo secondo le logiche del profitto. Non si tratta di una fuga infantile dalla realtà, ma di una ritirata strategica per difendere la propria integrità psichica. L’idiota terapeutico è colui che rompe il legame di dipendenza con lo schermo, che smette di alimentare la macchina del consenso digitale e che ritrova la propria unicità non nella condivisione globale, ma nell’intimità di un’esistenza non tracciabile. In un’epoca che santifica la connessione totale, l’eresia più imperdonabile è il silenzio di chi ha deciso di non far parte del gioco. Sembra un percorso impossibile. Un’utopia. Eppure io ne ho conosciuti di idioti, eretici e saggi. Oggi loro sono le persone più libere e autonome del mondo. Non sono volate nell’iperuranio. Esistono e resistono con una lucidità inaudita. Non sono eremiti. Hanno solo scelto di non farsi trascinare dall’odio o dalla rabbia, o dalle paure, che straboccano, esondano dai mass media e dai social media. Come si fa a non amarli? Bisogna provare per qualche giorno la fantastica ebrezza dell’idiota di Byung-Chul Han e leggersi un buon libro per disintossicarsi.   Ray Man
October 1, 2026
Pressenza
Infocrazia: il potere che governa attraverso tribalismo ed emozioni
> Nelson Mandela ci aveva già messo in guardia: bisogna fare prevalere la > speranza sulla paura per ogni lotta nonviolenta. Byung-Chul Han, in Infocrazia, mette a fuoco uno dei mutamenti più inquietanti della nostra epoca: il potere non si impone più soltanto con la coercizione, la censura o la propaganda tradizionale, ma attraverso la gestione dell’informazione, delle emozioni e delle appartenenze collettive. La sua analisi è particolarmente severa nei confronti della società digitale, dove la circolazione incessante di contenuti non produce automaticamente più verità o più libertà, ma spesso genera il contrario: frammentazione, polarizzazione e manipolazione. Il rischio più profondo, secondo Han, è che la sfera pubblica smetta di essere uno spazio di confronto razionale e diventi un campo di battaglia emotivo, dominato da comunità chiuse e reattive. Uno dei pericoli più evidenti è il ritorno del tribalismo. In teoria, internet avrebbe dovuto ampliare il dialogo e connettere differenze distanti; in pratica, spesso rafforza gruppi identitari che si riconoscono solo al proprio interno e si definiscono contro un nemico esterno. Han vede in questo processo una regressione politica e culturale: invece di cittadini capaci di discutere, emergono tribù digitali che non cercano la verità, ma conferme. Ogni gruppo seleziona le informazioni che rafforzano la propria visione del mondo e respinge il resto come ostile o illegittimo. La conseguenza è una società meno aperta, più nervosa, più incline allo scontro simbolico e alla delegittimazione reciproca. Questo tribalismo si lega strettamente alla gestione delle emozioni. Han insiste sul fatto che l’infosfera contemporanea non premia la riflessione lenta, ma la reazione immediata. I contenuti che circolano con più forza sono quelli che suscitano paura, indignazione, rabbia, risentimento o entusiasmo impulsivo. Le piattaforme digitali, in questo senso, non sono semplici strumenti neutrali: organizzano l’attenzione in modo da valorizzare ciò che è emotivamente contagioso. Il risultato è che le emozioni non restano un aspetto privato della vita psichica, ma diventano una leva politica e sociale ipnotica. Chi riesce a orientarle, riesce anche a orientare il comportamento collettivo. Il problema, per Han, non è soltanto che le emozioni siano presenti nello spazio pubblico; è che vengono strumentalizzate. In una democrazia sana, il conflitto dovrebbe passare attraverso il dissenso argomentato, il confronto tra idee, la mediazione tra interessi diversi. Nell’infocrazia, invece, il conflitto viene spesso ridotto a una sequenza di impulsi emotivi. La discussione si accorcia, l’attenzione si frammenta, il pensiero critico perde terreno. Le persone non reagiscono più tanto a ciò che è vero o falso, ma a ciò che le fa sentire minacciate, confermate o moralmente superiori. In questo senso, l’informazione smette di essere un ponte verso la realtà e diventa un dispositivo di stimolazione permanente. Han denuncia anche l’effetto di questa dinamica sulla verità. Se il dibattito pubblico si basa sempre più sulla risonanza emotiva, la verità perde forza perché non è più il criterio decisivo dell’adesione. Un messaggio non viene valutato soprattutto per la sua attendibilità, ma per la sua capacità di circolare, urtare, eccitare o rassicurare. Così la realtà viene sostituita da una nube di interpretazioni immediate, slogan, semplificazioni e micro-narrazioni affettive. È qui che l’infocrazia diventa pericolosa: non perché inventi necessariamente menzogne in modo esplicito, ma perché rende secondario il rapporto con il vero. E quando il vero non orienta più il discorso collettivo, il terreno diventa fertile per manipolazioni sempre più sofisticate. Un altro aspetto centrale è la trasformazione della libertà in una forma apparente. L’utente digitale si sente libero perché produce contenuti, commenta, condivide, reagisce. Ma per Han questa libertà è spesso illusoria, perché avviene dentro un sistema che raccoglie dati, prevede comportamenti e orienta desideri. Il soggetto non è solo esposto all’informazione: è anche profilato da essa. Le piattaforme imparano a conoscere le nostre fragilità emotive e a sfruttarle. La persona crede di agire spontaneamente, ma in realtà si muove in un ambiente progettato per catturare la sua attenzione e guidarne le scelte. È una forma di potere sottile, meno visibile ma più capillare. Il rischio finale è una democrazia impoverita. Se il tessuto comune si sfalda in tribù emotive, se il dibattito si riduce a reazione e controreazione, se l’attenzione collettiva viene continuamente sequestrata da contenuti polarizzanti, allora diventa difficile costruire uno spazio pubblico condiviso. Han ci avverte che la crisi non riguarda solo i media, ma la qualità stessa della convivenza democratica. Senza tempo per riflettere, senza fiducia nelle mediazioni, senza una cultura capace di resistere alla seduzione dell’immediatezza, la società rischia di diventare sempre più governabile proprio perché sempre più manipolabile. In conclusione, Infocrazia è una diagnosi severa ma attualissima: il vero pericolo non è semplicemente avere troppa informazione, bensì vivere in un ecosistema in cui l’informazione viene organizzata per dividere, eccitare e orientare. Il tribalismo spezza il comune; la gestione delle emozioni sostituisce il pensiero critico; la verità perde centralità; la libertà si trasforma in partecipazione controllata. Han ci invita a vedere con lucidità che il problema non è solo tecnologico, ma profondamente politico e antropologico: riguarda il tipo di esseri umani che diventiamo quando lasciamo che siano gli impulsi, e non la riflessione, a governare il nostro spazio pubblico digitale e non. Ray Man
September 21, 2026
Pressenza
«Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile»
E’ uscito il libro di Mario Sommella (*) Dal manifesto in dodici punti contro il dominio digitale a una teoria del potere algoritmico contemporaneo Quattro parti, tredici capitoli. Una diagnosi del potere dentro le infrastrutture digitali e cinque linee di resistenza. Da oggi disponibile su Kindle e Apple Books. L’edizione cartacea arriverà nelle prossime settimane. Questo libro nasce anche da