Infocrazia: il potere che governa attraverso tribalismo ed emozioni
> Nelson Mandela ci aveva già messo in guardia: bisogna fare prevalere la
> speranza sulla paura per ogni lotta nonviolenta.
Byung-Chul Han, in Infocrazia, mette a fuoco uno dei mutamenti più inquietanti
della nostra epoca: il potere non si impone più soltanto con la coercizione, la
censura o la propaganda tradizionale, ma attraverso la gestione
dell’informazione, delle emozioni e delle appartenenze collettive. La sua
analisi è particolarmente severa nei confronti della società digitale, dove la
circolazione incessante di contenuti non produce automaticamente più verità o
più libertà, ma spesso genera il contrario: frammentazione, polarizzazione e
manipolazione.
Il rischio più profondo, secondo Han, è che la sfera pubblica smetta di essere
uno spazio di confronto razionale e diventi un campo di battaglia emotivo,
dominato da comunità chiuse e reattive.
Uno dei pericoli più evidenti è il ritorno del tribalismo. In teoria, internet
avrebbe dovuto ampliare il dialogo e connettere differenze distanti; in pratica,
spesso rafforza gruppi identitari che si riconoscono solo al proprio interno e
si definiscono contro un nemico esterno. Han vede in questo processo una
regressione politica e culturale: invece di cittadini capaci di discutere,
emergono tribù digitali che non cercano la verità, ma conferme. Ogni gruppo
seleziona le informazioni che rafforzano la propria visione del mondo e respinge
il resto come ostile o illegittimo. La conseguenza è una società meno aperta,
più nervosa, più incline allo scontro simbolico e alla delegittimazione
reciproca.
Questo tribalismo si lega strettamente alla gestione delle emozioni. Han insiste
sul fatto che l’infosfera contemporanea non premia la riflessione lenta, ma la
reazione immediata. I contenuti che circolano con più forza sono quelli che
suscitano paura, indignazione, rabbia, risentimento o entusiasmo impulsivo. Le
piattaforme digitali, in questo senso, non sono semplici strumenti neutrali:
organizzano l’attenzione in modo da valorizzare ciò che è emotivamente
contagioso.
Il risultato è che le emozioni non restano un aspetto privato della vita
psichica, ma diventano una leva politica e sociale ipnotica. Chi riesce a
orientarle, riesce anche a orientare il comportamento collettivo.
Il problema, per Han, non è soltanto che le emozioni siano presenti nello spazio
pubblico; è che vengono strumentalizzate. In una democrazia sana, il conflitto
dovrebbe passare attraverso il dissenso argomentato, il confronto tra idee, la
mediazione tra interessi diversi. Nell’infocrazia, invece, il conflitto viene
spesso ridotto a una sequenza di impulsi emotivi. La discussione si accorcia,
l’attenzione si frammenta, il pensiero critico perde terreno. Le persone non
reagiscono più tanto a ciò che è vero o falso, ma a ciò che le fa sentire
minacciate, confermate o moralmente superiori. In questo senso, l’informazione
smette di essere un ponte verso la realtà e diventa un dispositivo di
stimolazione permanente.
Han denuncia anche l’effetto di questa dinamica sulla verità. Se il dibattito
pubblico si basa sempre più sulla risonanza emotiva, la verità perde forza
perché non è più il criterio decisivo dell’adesione. Un messaggio non viene
valutato soprattutto per la sua attendibilità, ma per la sua capacità di
circolare, urtare, eccitare o rassicurare. Così la realtà viene sostituita da
una nube di interpretazioni immediate, slogan, semplificazioni e
micro-narrazioni affettive. È qui che l’infocrazia diventa pericolosa: non
perché inventi necessariamente menzogne in modo esplicito, ma perché rende
secondario il rapporto con il vero. E quando il vero non orienta più il discorso
collettivo, il terreno diventa fertile per manipolazioni sempre più sofisticate.
Un altro aspetto centrale è la trasformazione della libertà in una forma
apparente. L’utente digitale si sente libero perché produce contenuti, commenta,
condivide, reagisce. Ma per Han questa libertà è spesso illusoria, perché
avviene dentro un sistema che raccoglie dati, prevede comportamenti e orienta
desideri. Il soggetto non è solo esposto all’informazione: è anche profilato da
essa. Le piattaforme imparano a conoscere le nostre fragilità emotive e a
sfruttarle. La persona crede di agire spontaneamente, ma in realtà si muove in
un ambiente progettato per catturare la sua attenzione e guidarne le scelte. È
una forma di potere sottile, meno visibile ma più capillare.
Il rischio finale è una democrazia impoverita. Se il tessuto comune si sfalda in
tribù emotive, se il dibattito si riduce a reazione e controreazione, se
l’attenzione collettiva viene continuamente sequestrata da contenuti
polarizzanti, allora diventa difficile costruire uno spazio pubblico condiviso.
Han ci avverte che la crisi non riguarda solo i media, ma la qualità stessa
della convivenza democratica. Senza tempo per riflettere, senza fiducia nelle
mediazioni, senza una cultura capace di resistere alla seduzione
dell’immediatezza, la società rischia di diventare sempre più governabile
proprio perché sempre più manipolabile.
In conclusione, Infocrazia è una diagnosi severa ma attualissima: il vero
pericolo non è semplicemente avere troppa informazione, bensì vivere in un
ecosistema in cui l’informazione viene organizzata per dividere, eccitare e
orientare. Il tribalismo spezza il comune; la gestione delle emozioni
sostituisce il pensiero critico; la verità perde centralità; la libertà si
trasforma in partecipazione controllata.
Han ci invita a vedere con lucidità che il problema non è solo tecnologico, ma
profondamente politico e antropologico: riguarda il tipo di esseri umani che
diventiamo quando lasciamo che siano gli impulsi, e non la riflessione, a
governare il nostro spazio pubblico digitale e non.
Ray Man