Iran, Russia e non solo: l’architettura della repressione digitaleImmagine in evidenza rielaborata con AI
Mentre il conflitto si estende in Iran, dal 28 febbraio le autorità della
nazione mediorientale hanno attuato una nuova chiusura di internet, che segue
quella avvenuta durante le proteste di gennaio e che sta lasciando circa 90
milioni di persone senza accesso alle comunicazioni. Secondo quanto riporta
l’associazione di giornalismo investigativo Netblocks, il giorno in cui è
scoppiata la guerra la connettività Internet in Iran è scesa al 4%, segnando
l’inizio di un blackout che persiste tuttora e che ha ormai superato le 100 ore.
Situazione blackout internet in Iran fino al 5 marzo: fonte Netblocks.org
Questo blocco si sta verificando nel bel mezzo di un conflitto armato, rendendo
estremamente difficoltosa la raccolta di informazioni da parte dei giornalisti
all’estero e delle organizzazioni per i diritti umani. Ad oggi i dati mostrano
che l’Iran sta attraversando una sospensione totale di Internet, con la
connettività che si aggira intorno all’1%.
Il blocco digitale di gennaio rimane però, al momento, il più sofisticato e
devastante nella storia dell’Iran, superando anche quello del 2019, che
all’epoca era stato descritto dagli esperti come il più grave mai affrontato dal
paese. L’8 gennaio le persone si sono ritrovate nel giro di pochi minuti
impossibilitate a chiamare o inviare messaggi, sia all’interno che all’esterno
dell’Iran, con Internet e le linee telefoniche completamente interrotte. Questa
misura è stata adottata dalle autorità iraniane per impedire la diffusione delle
notizie sul massacro compiuto dalle forze di sicurezza in risposta alle numerose
proteste contro il regime e per bloccare la possibilità di coordinamento delle
rivolte (secondo il Time, solo tra l’8 e il 9 gennaio potrebbe essere state
uccise dalle forze di sicurezza oltre 30mila persone).
Questo shutdown ha segnato una svolta radicale nel livello di censura imposto
dal governo iraniano. Secondo il report IRAN: 2026 Shutdown Technical Analysis,
pubblicato da FilterWach, la disconnessione di gennaio non si è limitata a
bloccare l’accesso ai siti stranieri e ai social media – com’era invece successo
durante la sospensione digitale del 2022, nel corso delle manifestazioni di
“Donna – Vita – Libertà” – ma ha interessato anche l’intranet nazionale iraniana
NIN (National Information Network: una intranet statale ispirata al Great
Firewall cinese e al RuNet russo, progettata per separare l’internet nazionale
dalla rete globale), le SIM bianche (linee di telecomunicazione che eludono il
sistema di filtraggio nazionale) e le linee telefoniche fisse.
Ciò ha impedito l’accesso a servizi essenziali come pagamenti, trasferimenti di
denaro, piattaforme di lavoro, logistica e coordinamento sanitario, che erano
invece rimasti attivi nel 2022. Questo blackout dunque è stato totale e ha
interessato anche Starlink, colpito dal tentativo delle autorità iraniane di
disabilitarlo, utilizzando disturbi di tipo militare diretti contro i satelliti.
L’innalzamento di questo muro di censura riflette la paranoia e il timore del
regime, convinto che il sistema della Repubblica islamica possa essere
minacciato dalle comunicazioni tra i cittadini; di conseguenza persino delle
semplici app di ridesharing o di shopping vengono considerate una potenziale
minaccia.
Questa misura non è però stata priva di conseguenze per l’economia iraniana. Il
26 gennaio, il ministro delle Tecnologie dell’Informazione e della
Comunicazione, Sattar Hashemi, ha comunicato che il blackout totale è costato
all’economia nazionale circa 5mila miliardi di Toman al giorno. Per questo
motivo, informa FilterWatch, verso metà gennaio le autorità iraniane hanno
optato per l’attuazione del sistema di whitelist.
DAL BLACKOUT ALLA WHITELIST
Prima del blackout, i cittadini iraniani avevano bisogno di una VPN per accedere
ad alcune piattaforme, siti web e app vietati e inseriti in una lista nera. Ora,
con le “liste bianche”, l’approccio alla censura sembra capovolgersi, limitando
ulteriormente ciò che può essere visibile e fruibile.
La whitelist è infatti un ambiente digitale restrittivo in cui l’accesso è
consentito esclusivamente a un elenco predefinito e approvato di siti web,
indirizzi IP o applicazioni. Tutto ciò che non è esplicitamente incluso nella
lista viene bloccato. Tra le piattaforme e servizi internazionali che a metà
gennaio sono stati “whitelisted”, ossia ripristinati, figurano: Google, Bing,
Google Meet, Gmail, Outlook, Play Store, App Store, Apple, ChatGPT, GitHub e
Google Maps. È bene però precisare che il segnale Internet non è uniforme in
tutto il territorio iraniano e varia a seconda del fornitore. Per quanto
riguarda i social media e le piattaforme di messaggistica, invece, Instagram,
Telegram, YouTube, WhatsApp e X erano accessibili solo attraverso strumenti di
elusione, presentando comunque caratteri di instabilità.
L’eventualità di passare alle whitelist non è stata una decisione improvvisa,
ma, al contrario, una scelta calcolata e annunciata con diverse ore di anticipo.
Le analisi degli esperti di Kentik hanno dimostrato che già dalla mattina dell’8
gennaio le nuove rotte IPv6 – ovvero le informazioni che permettono a Internet
di raggiungere gli indirizzi di rete – sono state ritirate, mentre la maggior
parte delle vecchie rotte IPv4 è rimasta visibile all’esterno. Il mantenimento
delle rotte IPv4 indica un cambiamento strategico, volto a esercitare un
controllo più preciso. Questo potrebbe essere stato fatto, appunto, per limitare
l’accesso esclusivamente a determinati servizi governativi selezionati
attraverso whitelisting.
Lo shutdown di gennaio però presenta un’altra caratteristica particolare. Oltre
aver attivato le whitelist, il governo iraniano ha selezionato una serie di
utenti autorizzati (media filogovernativi, università, centri di ricerca e
aziende specifiche) consentendo loro una connettività limitata. A spiegare come
funziona questo modello “di permessi” è stato il report di Zoomit, che ha preso
come riferimento il suo uso all’interno della Camera di Commercio di Teheran.
In pratica, i commercianti sono stati obbligati a registrare fisicamente i loro
biglietti da visita e gli indirizzi IP dei dispositivi, generando una “traccia
digitale” che legava ogni attività a un’identità certificata. Questo processo
consentiva alle autorità di sorvegliare e monitorare continuamente le azioni
online dei commercianti, assicurando la tracciabilità delle operazioni per
evitare attività non autorizzate o illegali. Tuttavia l’accesso a Internet
risultava limitato a determinate aree fisiche dell’edificio. L’identificazione e
il tracciamento presenti in questa pratica rientrano in una forma di
autoritarismo digitale, confermando la natura repressiva del regime iraniano.
OLTRE LA WHITELIST: IL CASO DELLA RUSSIA
Il modello whitelist è diventato un potente strumento in mano ai regimi. Un
altro paese che applica severe restrizioni per l’accesso a internet e dove sono
state introdotte le “liste bianche” è la Russia. Esattamente come in Iran, anche
in Russia le whitelist sono state adottate per limitare perdite economiche,
oltre che per evitare reazioni negative da parte dei cittadini, permettendo alle
persone di continuare ad accedere a piattaforme di shopping e social media.
Tuttavia, il 20 febbraio, il regime russo ha fatto un ulteriore passo in avanti
in termini di censura: è stata infatti approvata una nuova misura legislativa
che consentirebbe al Servizio di sicurezza federale (FSB) di bloccare Internet
all’interno del paese. In pratica questa legge conferisce al presidente Vladimir
Putin il potere di decidere personalmente quando le comunicazioni online
dovrebbero essere interrotte, sia a livello nazionale che in specifiche regioni,
comprese le zone occupate dell’Ucraina, senza dover fornire alcuna motivazione.
La legge elimina inoltre ogni responsabilità per i fornitori di servizi
Internet. Questa è solo l’ultima di una serie di misure che hanno
progressivamente limitato la libertà di informazione e rafforzato il controllo
statale sui contenuti online. Sempre a febbraio, le autorità russe hanno infatti
tentato di bloccare completamente WhatsApp, con l’obiettivo di promuovere il
servizio di messaggistica Max, controllato e sostenuto dallo Stato.
In Russia, come in Iran, per attuare tali provvedimenti si usa la
giustificazione che rientrano all’interno di “misure per garantire la sicurezza
nazionale” dovute a conflitti o minacce esterne. In realtà, dietro questa
censura si cela, in maniera nemmeno troppo implicita, la volontà di eliminare e
contenere il dissenso e allargare il controllo statale.
INTERNET A 2 LIVELLI E APARTHEID DIGITALE
In Iran con il blackout di gennaio l’uso delle whitelist è diventato
preponderante, quasi una via preferenziale. Questo modello è però incluso in un
progetto statale iraniano ben più ampio e complesso, che affonda le sue radici
in politiche di controllo digitale già in atto da tempo: “l’internet a 2
livelli”. Conosciuto con il nome di Internet-e-Tabaqati, appunto “internet a 2
livelli” o internet “basato su classi”, è stato ideato nel 2009, ma
istituzionalizzato lo scorso luglio, quando il Consiglio Supremo del Cyberspazio
dell’Iran lo ha approvato attraverso un regolamento.
In un paese come l’Iran, dove i diritti umani sono frequentemente violati, non
sorprende che l’accesso a Internet sia stato quindi organizzato su base
gerarchica, con il privilegio di connettersi riservato a chi appartiene a
determinate classi sociali e/o professionali. Mentre la maggioranza dei
cittadini viene confinata in una intranet controllata, la già citata NIN,
l’accesso alla rete globale viene riservata esclusivamente a un’élite
ristretta.
Senza mezzi termini si può dire che in Iran l’accesso a Internet non sia più
considerato un diritto, ma un privilegio concesso dal governo. È all’interno di
questa struttura che, da alcuni anni, agenzie di intelligence, operatori dei
media statali, funzionari governativi, forze di sicurezza e un gruppo
selezionato di individui favoriti dal regime, possono utilizzare le cosiddette
“SIM bianche”, aggirando così la censura statale e accedendo a piattaforme
altrimenti bloccate, quali Instagram, Telegram o WhatsApp. Questo meccanismo non
solo amplifica la disuguaglianza, ma crea anche un sistema a due livelli di
cittadinanza digitale, o per meglio dire di apartheid digitale.
UGANDA E AFGHANISTAN, GLI ALTRI SHUTDOWN DIGITALI
Mentre in Iran era in corso uno tra i più drammatici shutdown della storia, i
cittadini ugandesi, pochi giorni dopo, il 13 gennaio, hanno iniziato a vivere
un’esperienza simile di isolamento digitale. L’Uganda è un paese in cui,
esattamente come in Iran, vige una forte repressione del dissenso; non stupisce
quindi che, in concomitanza con le elezioni generali del 15 gennaio, la
Commissione per le comunicazioni del governo ugandese abbia ordinato a tutti gli
operatori di rete mobile e ai fornitori di servizi Internet di interrompere
l’accesso pubblico alla rete nazionale, oltre che di disattivare le VPN,
bloccare le chiamate internazionali in uscita dal paese e impedire l’attivazione
di nuove SIM card.
Le autorità ugandesi hanno giustificato la censura citando il rischio di
“disinformazione online”, “frodi elettorali” e la necessità di salvaguardare la
stabilità nazionale. Oltre alla militarizzazione dei seggi, i cittadini
ugandesi sono stati impossibilitati a informarsi, comunicare e a lavorare. Il
blocco digitale ha interrotto l’accesso a social media, navigazione web,
streaming video, email e messaggistica, ma a differenza del blackout in Iran, i
servizi essenziali come quelli sanitari, bancari, fiscali, pubblici e il portale
elettorale sono rimasti attivi.
Sul piano pratico questa misura ha causato enormi disagi, colpendo in
particolare venditori e commercianti che utilizzano i social per promuoversi; ma
anche giornalisti e insegnanti hanno subito danni: i primi non hanno potuto
svolgere il loro lavoro, mentre i secondi non sono nemmeno riusciti a inviare
appunti o compiti agli studenti, i quali a loro volta non hanno potuto
partecipare alle lezioni online. Il blocco inoltre ha comportato un cambiamento
radicale nello stile di vita di molte famiglie, che sono tornate a guardare la
televisione per passare il tempo, seguendo programmi in diretta o acquistando
vecchi film nei negozi. Lo shutdown è durato 5 giorni, nonostante ciò le
metriche diffuse da Netblocks il 18 gennaio mostravano che l’accesso a numerose
piattaforme di social media e messaggistica apparivano ancora inaccessibili.
Da quando i talebani sono ritornati al potere in Afghanistan, alle bambine con
più di 12 anni è vietato ricevere qualsiasi tipo di istruzione e le lezioni
online risultano perciò indispensabili. Per questo, il blackout di internet del
29 settembre 2025, e terminato il 1° ottobre, ha suscitato gravi preoccupazioni,
poiché per le donne e le ragazze afghane ha comportato un ulteriore e drammatico
isolamento. Già costrette a vivere ai margini della vita pubblica, con questa
misura le donne e bambine hanno subito una doppia esclusione, sia fisica che
digitale.
I talebani non hanno spiegato ufficialmente la loro decisione, ma la chiusura è
avvenuta poche settimane dopo che il gruppo islamista estremista aveva bloccato
l’accesso alla rete in fibra ottica in diverse province, giustificando la misura
con timori riguardo “all’immoralità”. Mentre dunque il paese cercava di
risollevarsi da un devastante terremoto di magnitudo 6, il regime dei talebani
ha deciso di attuare un blocco di internet: le conseguenze sono state devastanti
con le comunicazioni di emergenza interrotte, i voli bloccati, il sistema
bancario paralizzato e l’impossibilità di accedere a siti di e-commerce e
d’istruzione online, creando enormi difficoltà per tutta la popolazione.
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