“Il libro che non vuole stare da solo”, un progetto culturale internazionale

Pressenza - Monday, September 21, 2026

Ida Ilenia Macera è una scrittrice italiana originaria di Sesto Campano, in Molise e attualmente residente in Germania. Qui ha ideato “Il libro che non vuole stare da solo”, un progetto culturale sviluppatosi come un libro itinerante, senza proprietario, che viaggia sui treni e passa di mano in mano tra sconosciuti. Le abbiamo posto alcune domande sul suo progetto.

Da dove è nata l’idea di questa iniziativa?

L’idea è nata in Germania, in un momento della mia vita in cui mi sono trovata a confrontarmi da vicino con la solitudine. Sono originaria di Sesto Campano, in Molise, e trasferirmi in un altro Paese ha significato ricominciare molte cose da capo: una nuova lingua, nuovi luoghi, nuove abitudini e persone che inizialmente non conoscevo.

Io scrivo da quando ero bambina e la scrittura è sempre stata per me un modo per dare forma a ciò che faccio fatica a esprimere. A un certo punto mi sono chiesta se un libro potesse fare qualcosa di diverso dal semplice essere letto: se potesse diventare un’occasione concreta di incontro.

Da questa domanda è nato “Il libro che non vuole stare da solo”, titolo originale “Das Buch das nicht allein sein will”.

Ho immaginato un libro senza un proprietario definitivo, destinato a viaggiare soprattutto sui treni, a essere trovato, letto e poi lasciato nuovamente in viaggio. Così il libro è diventato un viaggiatore. Non ha una casa definitiva e non appartiene a una sola persona. Ogni lettore può aggiungere una frase o un ricordo. 

Qual è l’obiettivo?

L’obiettivo principale è molto semplice: creare un contatto.

Viviamo in una società continuamente connessa attraverso la tecnologia, ma essere connessi non significa necessariamente sentirsi vicini. Volevo costruire una connessione diversa, più lenta e più umana.

Una persona trova il libro, legge le parole di qualcuno che forse non incontrerà mai, poi può lasciare un proprio messaggio e permettere che quella voce continui il viaggio. Ogni lettore può diventare parte del progetto.

Il libro non deve essere posseduto definitivamente: deve essere attraversato. Proprio perché non appartiene per sempre a nessuno, può appartenere simbolicamente a tutti.

All’interno del libro c’è un QR code che conduce al sito ufficiale. Chi trova il volume può segnalare dove si trova e, se lo desidera, lasciare un messaggio. Io raccolgo personalmente queste segnalazioni e aggiorno la mappa interattiva del viaggio.

La mappa rende visibile qualcosa che altrimenti rimarrebbe invisibile: ogni punto rappresenta una persona che ha deciso di lasciare una traccia. Per questo la considero una sorta di archivio umano di parole, emozioni e frammenti di vita.

Il QR code è il ponte tra il viaggio reale e quello digitale. Il fascino sta nell’imprevedibilità: non posso sapere in anticipo dove andrà il libro o chi incontrerà.

Puoi raccontarci qualche episodio particolarmente significativo legato al tuo progetto?

Mi colpisce soprattutto la reazione delle persone quando scoprono che quel libro non ha un proprietario e che possono prenderlo, leggerlo e rimetterlo in viaggio.

La cosa che mi emoziona maggiormente sono i messaggi. Alcune persone raccontano dove hanno trovato il libro, perché hanno deciso di farlo ripartire o condividono emozioni personali. Quando leggo queste parole penso che il libro abbia smesso di essere soltanto una mia opera: è diventato qualcosa di collettivo.

La crescita del progetto mi ha sorpresa. È nato in Germania, ma progressivamente ha superato i confini del luogo in cui è stato concepito, diventando un progetto raccontato a livello internazionale. È stato raccontato da realtà giornalistiche italiane e tedesche e ha raggiunto anche la comunità italiana all’estero, attraverso testate come Il Globo.

Il percorso del progetto ha quasi imitato quello del libro: partire da un luogo, attraversare un confine e arrivare altrove.

Sono partita da Sesto Campano, in Molise e oggi vedere questa storia viaggiare così lontano mi emoziona profondamente. Il libro tiene insieme entrambe le dimensioni della mia vita.

Come italiana emigrata in Germania hai conosciuto situazioni di solitudine ed emarginazione, ma anche di apertura e vicinanza?

Sì e credo che proprio questa esperienza abbia contribuito a dare forma al progetto. La lingua, in particolare, può diventare una distanza. Non riuscire a esprimere esattamente ciò che si pensa significa, a volte, avere la sensazione che una parte della propria identità rimanga dall’altra parte della frase. Per chi scrive questa distanza può essere ancora più forte.

La mia esperienza in Germania non è soltanto una storia di difficoltà: ho incontrato anche persone disponibili, curiose e gentili e ho scoperto che spesso basta un piccolo gesto per ridurre una distanza enorme.

Migrare significa anche incontrare, cambiare prospettiva e imparare a guardare se stessi attraverso gli occhi degli altri.

Il libro nasce anche da questo passaggio. È nato in Germania, ma porta con sé l’Italia, il Molise, la mia storia e tutte le domande che una persona si porta dietro quando attraversa un confine.

È scritto in tedesco, nella lingua del Paese nel quale oggi vivo e per me questo ha un significato simbolico: una lingua che inizialmente rappresentava una difficoltà può diventare uno strumento per costruire un ponte.

Pensi che la tua iniziativa possa aprire spazi di dialogo tra persone che, pur provenendo da Paesi diversi, hanno comunque tanto in comune?

Credo che un libro non possa risolvere problemi sociali complessi, ma possa creare uno spazio nel quale guardare l’altro non attraverso un’etichetta, ma attraverso una storia.

Dietro parole come “migranti”, “italiani”, “tedeschi” o “stranieri” rischiamo di dimenticare persone con paure, desideri, ricordi, fragilità e speranze.

Il progetto non vuole cancellare le differenze, ma conoscerle e rispettarle. Prima di chiederci da dove venga qualcuno, potremmo chiederci cosa abbia vissuto.

Una persona trova il libro in un treno o in un luogo pubblico e può scoprire che una paura, un desiderio o una solitudine che credeva soltanto propria è stata vissuta anche da qualcun altro.

In quel momento accade qualcosa di semplice: uno sconosciuto smette di essere soltanto uno sconosciuto.

Forse è proprio la solitudine uno dei punti in cui possiamo incontrarci tutti. La conosce chi emigra, ma anche chi rimane nel proprio Paese o attraversa un periodo difficile. La solitudine non ha nazionalità e non parla una sola lingua. Ecco perché ho scelto di parlare di un libro che non vuole stare da solo. In fondo, quella frase non riguarda soltanto il libro. Riguarda noi.

Il libro viaggia perché qualcuno lo lascia andare, passa di mano perché qualcuno decide di fidarsi di uno sconosciuto e continua a vivere perché ogni persona può aggiungere qualcosa.

Mi piacerebbe costruire nel tempo una grande mappa di queste persone e di questi incontri, capace di mostrare non soltanto dove è arrivato il libro, ma quante persone hanno deciso di affidargli una parte di sé.

Il progetto non pretende di risolvere la solitudine e un libro non può sostituire una relazione, ma può fare qualcosa di piccolo: aprire una porta, creare un momento di ascolto, ricordare a qualcuno che dall’altra parte di una pagina esiste un’altra voce.

Vorrei che rimanesse l’idea che una persona possa fare qualcosa di semplice per un’altra persona che non conosce.

Prendere un libro.
Leggerlo.
Lasciare una parola.
E poi lasciarlo andare.

Forse il vero viaggio non è quello del libro sui treni, ma quello delle persone che decidono di uscire dal proprio isolamento e affidare qualcosa di sé a chi verrà dopo.

Il progetto è nato in Germania, ma oggi ha assunto una dimensione internazionale, arrivando a coinvolgere persone e realtà anche in Italia e all’estero. Che cosa significa per te, come scrittrice, vedere una tua idea nata da un’esperienza personale trasformarsi in un progetto capace di attraversare Paesi, lingue e culture diverse?

Per me è qualcosa di profondamente significativo. Non avrei immaginato che un’idea nata in Germania potesse attraversare confini, lingue e culture.

Oggi “Il libro che non vuole stare da solo” ha assunto una dimensione internazionale e sta creando una rete di persone e realtà che si incontrano attraverso un libro. Questo mi fa riflettere sul senso della scrittura: una storia può nascere da un’esperienza individuale e diventare un luogo nel quale altre persone si riconoscono, lasciano una traccia e continuano il racconto.

Come scrittrice, sento che questo progetto rappresenta un’evoluzione del mio modo di scrivere. La parola non è più soltanto qualcosa che metto sulla pagina: è diventata un modo per creare connessioni tra persone lontane.

Forse è proprio questo che mi interessa oggi della letteratura: la possibilità che una voce nata in un luogo possa essere ascoltata altrove e, attraversando lingue e confini, diventare parte di una storia più grande di quella di chi l’ha scritta.

 

Anna Polo