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“Destino”, una poesia di Jamel Garrach
Sì... è il mio destino, amico mio, di camminare nella vita leggero come un'ombra fugace, nessuno mi aspetta alla fine della strada, nessun cuore si preoccupa se faccio tardi, e nessun occhio resta sveglio ad attendere il mio ritorno. Vivo questa dolorosa libertà, la libertà di coloro che possono andarsene quando vogliono, perché la loro assenza non turba nessuno, e non lascia mai un vuoto evidente. Posso sparire tra la folla, passare come una brezza leggera, senza che nessuno chieda: dove sei andato? O perché hai ritardato? Ma la verità che nessuno sa, è che l'essere umano non cerca sempre la libertà, ma a volte cerca un cuore che tremi per lui, qualcuno che lo aspetti, una mano che lo stringa quando decide di partire e gli dica: «Resta... perché la tua presenza significa molto per me». Com'è crudele poter andare via in qualsiasi momento, non perché tu sia forte, ma perché nessuno ti ha chiesto di restare. Questa poesia ci è stata inviata da Jamel Garrach, ragazzo che vive e lavora in Italia dal 2023. L’abbiamo pubblicata pensando si trattasse di un interessante spunto di riflessione, che merita di essere ospitato e letto. Di seguito, il commento del prof. Gian Paolo Caprettini. Scriveva Nazim Hikmet in una celebre poesia, rivolgendosi al figlio: «Non vivere come un inquilino», sentiti cioè padrone di quello che hai scelto, anche fosse soltanto un colpo di vento, una persona che incontri, una fantasia che ti attraversa. Ti colpisca sì la bestia ferita e la stella che si spegne ma godi soprattutto dell’essere umano, dell’abitare la casa del padre anche se l’hai lasciata. La seconda modernità, quella che inizia con la fine della seconda guerra mondiale è stata precorsa da due opere, Gli indifferenti di Alberto Moravia (1929) e La nausea di Jean Paul Sartre (1938). Da una parte l’ipocrisia borghese e la vita come destino da subire, dall’altra la liberazione che forse l’arte può dare di fronte alla necessità di dover trovare noi un significato. L’esistenzialismo è il tratto filosofico di questa modernità, la difficoltà nelle relazioni umane, la coscienza della realtà come tormento, la convinzione che la nostra persona e la nostra coscienza siano usurpate da altri o disabitate. In anni più recenti è stato forse l’uruguaiano Juan Carlos Onetti a intercettare i paradossi e le contraddizioni della condizione umana. Prendiamo La balada del ausente: Non darmi coscienza, un grido, un bisogno, un ordine. Sono nudo e lontano, da ciò che mi hanno lasciato. Mi volto verso il mondo e il suo segreto muschioso, verso la dolorosa chiarezza del mondo. Nudo, solo, disarmato, ondeggio il mio corpo consumato. Inciampo e avanzo. Nel testo di Jamel Garrach si sente il destino delle parole come richiamo, come messa in causa di un ascolto che non ci sarà ma che la poesia simula e rende possibile. Nessuno ascolta me, ma qualcuno ascolterà il mio richiamo di poeta: una vicenda che da Saffo a Leopardi, da Cardarelli a Neruda, ha rappresentato la speciale forza della poesia come sussurro e come grido. S’anche ti lascerò per breve tempo, solitudine mia, se mi trascina l’amore, tornerò, stanne pur certa; i sentimenti cedono, tu resti. (Alda Merini) Perfino la solitudine, una volta personificata, può contenere una speranza, può prendere il posto sulla scena come una finzione vivente. The post “Destino”, una poesia di Jamel Garrach appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 3, 2026
L'INDIPENDENTE
“Il libro che non vuole stare da solo”, un progetto culturale internazionale
Ida Ilenia Macera è una scrittrice italiana originaria di Sesto Campano, in Molise e attualmente residente in Germania. Qui ha ideato “Il libro che non vuole stare da solo”, un progetto culturale sviluppatosi come un libro itinerante, senza proprietario, che viaggia sui treni e passa di mano in mano tra sconosciuti. Le abbiamo posto alcune domande sul suo progetto. Da dove è nata l’idea di questa iniziativa? L’idea è nata in Germania, in un momento della mia vita in cui mi sono trovata a confrontarmi da vicino con la solitudine. Sono originaria di Sesto Campano, in Molise, e trasferirmi in un altro Paese ha significato ricominciare molte cose da capo: una nuova lingua, nuovi luoghi, nuove abitudini e persone che inizialmente non conoscevo. Io scrivo da quando ero bambina e la scrittura è sempre stata per me un modo per dare forma a ciò che faccio fatica a esprimere. A un certo punto mi sono chiesta se un libro potesse fare qualcosa di diverso dal semplice essere letto: se potesse diventare un’occasione concreta di incontro. Da questa domanda è nato “Il libro che non vuole stare da solo”, titolo originale “Das Buch das nicht allein sein will”. Ho immaginato un libro senza un proprietario definitivo, destinato a viaggiare soprattutto sui treni, a essere trovato, letto e poi lasciato nuovamente in viaggio. Così il libro è diventato un viaggiatore. Non ha una casa definitiva e non appartiene a una sola persona. Ogni lettore può aggiungere una frase o un ricordo.  Qual è l’obiettivo? L’obiettivo principale è molto semplice: creare un contatto. Viviamo in una società continuamente connessa attraverso la tecnologia, ma essere connessi non significa necessariamente sentirsi vicini. Volevo costruire una connessione diversa, più lenta e più umana. Una persona trova il libro, legge le parole di qualcuno che forse non incontrerà mai, poi può lasciare un proprio messaggio e permettere che quella voce continui il viaggio. Ogni lettore può diventare parte del progetto. Il libro non deve essere posseduto definitivamente: deve essere attraversato. Proprio perché non appartiene per sempre a nessuno, può appartenere simbolicamente a tutti. All’interno del libro c’è un QR code che conduce al sito ufficiale. Chi trova il volume può segnalare dove si trova e, se lo desidera, lasciare un messaggio. Io raccolgo personalmente queste segnalazioni e aggiorno la mappa interattiva del viaggio. La mappa rende visibile qualcosa che altrimenti rimarrebbe invisibile: ogni punto rappresenta una persona che ha deciso di lasciare una traccia. Per questo la considero una sorta di archivio umano di parole, emozioni e frammenti di vita. Il QR code è il ponte tra il viaggio reale e quello digitale. Il fascino sta nell’imprevedibilità: non posso sapere in anticipo dove andrà il libro o chi incontrerà. Puoi raccontarci qualche episodio particolarmente significativo legato al tuo progetto? Mi colpisce soprattutto la reazione delle persone quando scoprono che quel libro non ha un proprietario e che possono prenderlo, leggerlo e rimetterlo in viaggio. La cosa che mi emoziona maggiormente sono i messaggi. Alcune persone raccontano dove hanno trovato il libro, perché hanno deciso di farlo ripartire o condividono emozioni personali. Quando leggo queste parole penso che il libro abbia smesso di essere soltanto una mia opera: è diventato qualcosa di collettivo. La crescita del progetto mi ha sorpresa. È nato in Germania, ma progressivamente ha superato i confini del luogo in cui è stato concepito, diventando un progetto raccontato a livello internazionale. È stato raccontato da realtà giornalistiche italiane e tedesche e ha raggiunto anche la comunità italiana all’estero, attraverso testate come Il Globo. Il percorso del progetto ha quasi imitato quello del libro: partire da un luogo, attraversare un confine e arrivare altrove. Sono partita da Sesto Campano, in Molise e oggi vedere questa storia viaggiare così lontano mi emoziona profondamente. Il libro tiene insieme entrambe le dimensioni della mia vita. Come italiana emigrata in Germania hai conosciuto situazioni di solitudine ed emarginazione, ma anche di apertura e vicinanza? Sì e credo che proprio questa esperienza abbia contribuito a dare forma al progetto. La lingua, in particolare, può diventare una distanza. Non riuscire a esprimere esattamente ciò che si pensa significa, a volte, avere la sensazione che una parte della propria identità rimanga dall’altra parte della frase. Per chi scrive questa distanza può essere ancora più forte. La mia esperienza in Germania non è soltanto una storia di difficoltà: ho incontrato anche persone disponibili, curiose e gentili e ho scoperto che spesso basta un piccolo gesto per ridurre una distanza enorme. Migrare significa anche incontrare, cambiare prospettiva e imparare a guardare se stessi attraverso gli occhi degli altri. Il libro nasce anche da questo passaggio. È nato in Germania, ma porta con sé l’Italia, il Molise, la mia storia e tutte le domande che una persona si porta dietro quando attraversa un confine. È scritto in tedesco, nella lingua del Paese nel quale oggi vivo e per me questo ha un significato simbolico: una lingua che inizialmente rappresentava una difficoltà può diventare uno strumento per costruire un ponte. Pensi che la tua iniziativa possa aprire spazi di dialogo tra persone che, pur provenendo da Paesi diversi, hanno comunque tanto in comune? Credo che un libro non possa risolvere problemi sociali complessi, ma possa creare uno spazio nel quale guardare l’altro non attraverso un’etichetta, ma attraverso una storia. Dietro parole come “migranti”, “italiani”, “tedeschi” o “stranieri” rischiamo di dimenticare persone con paure, desideri, ricordi, fragilità e speranze. Il progetto non vuole cancellare le differenze, ma conoscerle e rispettarle. Prima di chiederci da dove venga qualcuno, potremmo chiederci cosa abbia vissuto. Una persona trova il libro in un treno o in un luogo pubblico e può scoprire che una paura, un desiderio o una solitudine che credeva soltanto propria è stata vissuta anche da qualcun altro. In quel momento accade qualcosa di semplice: uno sconosciuto smette di essere soltanto uno sconosciuto. Forse è proprio la solitudine uno dei punti in cui possiamo incontrarci tutti. La conosce chi emigra, ma anche chi rimane nel proprio Paese o attraversa un periodo difficile. La solitudine non ha nazionalità e non parla una sola lingua. Ecco perché ho scelto di parlare di un libro che non vuole stare da solo. In fondo, quella frase non riguarda soltanto il libro. Riguarda noi. Il libro viaggia perché qualcuno lo lascia andare, passa di mano perché qualcuno decide di fidarsi di uno sconosciuto e continua a vivere perché ogni persona può aggiungere qualcosa. Mi piacerebbe costruire nel tempo una grande mappa di queste persone e di questi incontri, capace di mostrare non soltanto dove è arrivato il libro, ma quante persone hanno deciso di affidargli una parte di sé. Il progetto non pretende di risolvere la solitudine e un libro non può sostituire una relazione, ma può fare qualcosa di piccolo: aprire una porta, creare un momento di ascolto, ricordare a qualcuno che dall’altra parte di una pagina esiste un’altra voce. Vorrei che rimanesse l’idea che una persona possa fare qualcosa di semplice per un’altra persona che non conosce. Prendere un libro. Leggerlo. Lasciare una parola. E poi lasciarlo andare. Forse il vero viaggio non è quello del libro sui treni, ma quello delle persone che decidono di uscire dal proprio isolamento e affidare qualcosa di sé a chi verrà dopo. Il progetto è nato in Germania, ma oggi ha assunto una dimensione internazionale, arrivando a coinvolgere persone e realtà anche in Italia e all’estero. Che cosa significa per te, come scrittrice, vedere una tua idea nata da un’esperienza personale trasformarsi in un progetto capace di attraversare Paesi, lingue e culture diverse? Per me è qualcosa di profondamente significativo. Non avrei immaginato che un’idea nata in Germania potesse attraversare confini, lingue e culture. Oggi “Il libro che non vuole stare da solo” ha assunto una dimensione internazionale e sta creando una rete di persone e realtà che si incontrano attraverso un libro. Questo mi fa riflettere sul senso della scrittura: una storia può nascere da un’esperienza individuale e diventare un luogo nel quale altre persone si riconoscono, lasciano una traccia e continuano il racconto. Come scrittrice, sento che questo progetto rappresenta un’evoluzione del mio modo di scrivere. La parola non è più soltanto qualcosa che metto sulla pagina: è diventata un modo per creare connessioni tra persone lontane. Forse è proprio questo che mi interessa oggi della letteratura: la possibilità che una voce nata in un luogo possa essere ascoltata altrove e, attraversando lingue e confini, diventare parte di una storia più grande di quella di chi l’ha scritta.   Anna Polo
September 21, 2026
Pressenza
A Ghost Love Story
Dopo una delusione amorosa o una relazione tossica – aspetti che spesso coincidono – le nostre percezioni emotive cambiano, c’è poco da fare.… L'articolo A Ghost Love Story sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
August 12, 2026
L'INDISCRETO
Drago Magno
Nel 1600 Aquisgrana aveva 14.000 abitanti, quando in identico periodo Napoli, prima della pestilenza del 1656, ne contava 400.000. Da notare che la storia illustre dell’amena cittadina lotaringica riporta a quando Carlo Magno vi trascorse certi periodi e poi Ottone di Sassonia ne fece il luogo rituale di incoronazione della […] L'articolo Drago Magno su Contropiano.
May 19, 2026
Contropiano
Sono un uomo in bilico
di Marco Sommariva* Quando tutti parlano e nessuno ascolta: la metropoli incomprensibile di Budai come specchio del nostro presente. Recensione al libro Epepe di Ferenc Karinthy Trent’anni fa iniziai a …
Il carcere universale ai tempi della guerra mondiale a rate
La deriva psichiatrica della società si palesa sempre di più ed è dato inconfutabile che, dietro la recrudescenza dei fenomeni criminali, si celi un disagio mentale virale. Un ragazzino di 13 anni accoltella la sua professoressa per piccoli rancori: è o non è malattia? I fatti, tutto sommato, dovrebbero essere […] L'articolo Il carcere universale ai tempi della guerra mondiale a rate su Contropiano.
April 1, 2026
Contropiano
Fantascienze: immagini per seminare / 10
di Mauro Antonio Miglieruolo. E con queste 16 immagini – fantasie, malizie e nostalgie “natalizie” – si chiude la serie. In coda gli “auguri” e l’annuncio di un prossimo appuntamento.                                         IN RITARDO AUGURI DI BUONE FESTE E… SPERIAMO IN UN
Le famiglie italiane e l’“economia della rinuncia”
Nel 2024 il 60% della popolazione ha sofferto di ansia e stress. E tra le cause troviamo la salute in famiglia (45,2%), le difficoltà economiche (34,7%) e i problemi lavorativi (32,2%). Il benessere personale, la gestione della casa e la salute sono le prime tre voci di spesa a cui le famiglie italiane hanno dovuto rinunciare. Intanto, le case sono sempre più digitali: il 58% dei nuclei con figli fa uso di ChatGPT quotidianamente. Sono alcuni dei dati del report annuale presentato nei giorni scorsi dal Centro Internazionale Studi Famiglia (https://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/), dal titolo “Il fragile domani. La famiglia alla prova della contemporaneità”, realizzato in collaborazione con la società Eumetra su un campione di 1.600 famiglie italiane. Dal Report 2025 emerge come la maggior parte delle famiglie italiane si trovi nella categoria economica intermedia. Da qui l’indagine sulle “economie della rinuncia”, ossia le spese che le famiglie italiane non sono riuscite a sostenere nel corso del 2024: il 32,5% ha dovuto rinunciare alle spese dedicate al benessere personale e tempo libero; il 32,4% alle spese per la casa; mentre il 18,5% alle spese sanitarie. Dal punto di vista della salute, emerge una diffusa “vulnerabilità psicologica”: mentre oltre un terzo della popolazione (35,2%) segnala almeno un problema di salute, il 60% dichiara di soffrire di ansia e stress (24,9% “spesso”; 37,3% “a volte”). A causarli, per il 45% del campione sono i problemi di salute personali e familiari, per il 34,7% i problemi economici, per il 32,2% i problemi lavorativi. Infine, secondo l’indagine, il bisogno di migliorare il proprio benessere psichico è decisamente sentito: sempre nel corso del 2024, 4 persone su 10 hanno ricercato supporto o avrebbero voluto farlo, per ansia, depressione e stress. E il futuro non appare certamente roseo: in merito all’Italia e al mondo, il 57% degli italiani esprime un orientamento decisamente pessimista (“peggiorerà”), mentre sulla propria famiglia troviamo previsioni meno sbilanciate, con il 56,7% del campione che lo prevede stabile. Il rapporto evidenzia come i nostri giovani si muovano tra solitudine e difficoltà economiche. Dal punto di vista economico un dato da rilevare è come il 74,1% dei giovani-adulti ancora residenti nella famiglia d’origine si trovi in una condizione di basso o medio-basso status socioeconomico. Per coloro che invece sono riusciti a crearsi una propria indipendenza, uno dei principali fatti di sofferenza identificato è la solitudine (mangiare da soli, vivere da soli e sentirsi soli) intesa come assenza di reti sociali e un “dispositivo strutturale di vulnerabilità emotiva che condiziona profondamente il benessere personale”. C’è poi la difficoltà a costruire una famiglia, nucleo che si viene a formare in età più adulta quando, in contemporanea, la famiglia di origine avanza con l’età e i genitori (futuri nonni) richiedono a loro volta attenzioni e cura. Ecco la nascita della “generazione sandwich”, fortemente esposta a criticità e rischi: nel campione dell’indagine CISF 2025, quasi una famiglia con figli su due (il 42,6%) è interessata anche da compiti di caregiving nei confronti dei familiari non autosufficienti, di cui il 53% dichiara di sentirsi sopraffatta con più frequenza dalle responsabilità di caregiving rispetto ai compiti genitoriali. Se per il 58,7% del campione, il figlio unico sta lentamente diventando prevalente nella struttura familiare – anche monogenitoriale – l’animale domestico sta diventando parte integrante della famiglia: il 59,8% dichiara di avere almeno un animale domestico, dato che sale al 71% per coppie con figli e 74,9% per nuclei monogenitoriali. Una scelta vista come “domanda di legame”, frutto di un vero e proprio bisogno relazionale, ma anche la nascita di fenomeni come il “dog parenting”, in cui l’animale rischia di essere assimilato a un figlio. L’ultimo aspetto indagato dalla ricerca parte da una semplice domanda: quali sono gli ambiti della vita dei figli che generano timori nei genitori? Al secondo posto, dopo la gestione dei soldi (29,3%), troviamo l’uso delle tecnologie (21,7%). Da qui lo sviluppo dell’indagine: tra le famiglie con almeno un figlio minorenne, il conflitto causato dell’uso del cellulare diventa condizione presente per il 55,4% dei casi (d’altra parte non si tratta solo di un problema dei ragazzi: il conflitto si estende al coniuge per il 30,5% dei casi). E come si comportano i genitori? Il report ha fotografato degli stili educativi che vedono, sulla base della maggiore o minori permissività, un 36,7% di genitori “domatori”; 24,4% “disarmati”; 15,7% “accompagnatori”; 23,2% “liberi battitori”. Un dato molto rilevante, infine, è l’uso dell’intelligenza artificiale: in ambito domestico l’utilizzo di ChatGPT riguarda il 58,4% delle famiglie con almeno un minore, per attività informativa dei ragazzi ma anche scopi scolastici. Qui la sintesi della ricerca: https://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/novembre2025/SCHEDA_CISF-Family-Report-2025.pdf.  Giovanni Caprio
November 19, 2025
Pressenza
La solitudine dei palestinesi – di Ahmed Frenkel
L’attacco da parte dell’esercito israeliano deciso unilateralmente dal governo Netanyahu contro Gaza City assomiglia sempre più a una sorta soluzione finale di tragica memoria. Avviene nella totale complicità e indifferenza non solo del mondo occidentale (con sporadiche eccezioni, vedi Spagna e Irlanda) ma anche del mondo arabo. In questi giorni a Bruxelles si è [...]
September 20, 2025
Effimera
Solitudine e terza età: l’Italia che resta invisibile d’estate
Il caldo e le città svuotate rendono più fragile chi resta indietro: gli anziani soli, spesso dimenticati, affrontano l’estate come una prova di resistenza. Ogni estate, l’Italia si svuota. I negozi abbassano le saracinesche, gli uffici chiudono per ferie, le famiglie partono per le vacanze. Ma c’è un’Italia che resta. Un’Italia fatta di persone anziane che, tra le mura di casa, affrontano un silenzio che si fa più assordante con il caldo. Secondo i dati ISTAT, oltre 3,8 milioni di anziani vivono da soli. Di questi, quasi la metà ha più di 75 anni. Nei mesi estivi, il 70% dichiara di non ricevere visite per settimane intere. Aumentano i disagi, le difficoltà pratiche, ma soprattutto cresce un senso profondo di invisibilità. La solitudine non è solo una condizione emotiva: ha un i mpatto diretto sulla salute, sul benessere psicologico e sulla qualità della vita. Lo dimostrano anche i dati del Ministero della Salute, che ogni anno monitora gli effetti del caldo sulle fasce più fragili della popolazione. Nei mesi estivi, oltre 300 anziani muoiono a causa di complicazioni legate alle alte temperature, spesso da soli, senza che nessuno si accorga del loro malessere. Eppure, questa realtà rimane quasi del tutto assente dal dibattito pubblico. Le iniziative messe in campo da Comuni e Regioni, come le campagne di sorveglianza attiva o le linee telefoniche dedicate, restano spesso poco conosciute o sottoutilizzate. Mancano reti di prossimità efficaci, soprattutto nei quartieri residenziali e nelle grandi città. La solitudine, tra gli anziani, è una questione strutturale che l’estate rende solo più evidente. E il disagio non si limita all’isolamento fisico: c’è un’ulteriore forma di esclusione, più silenziosa, legata alla tecnologia, ai nuovi linguaggi, alla burocrazia digitale. Una barriera invisibile che aumenta il senso di marginalità.   Per raccontare tutto questo ho scelto la voce simbolica di Luciana. Luciana non è una persona reale, ma è vera. È nata dall’ascolto, da anni di incontri, di testimonianze, di storie raccolte nelle case, nei mercati, nei corridoi dei consultori e delle farmacie. In lei si sommano volti, emozioni, fragilità e desideri. È una figura narrativa, ma profondamente autentica. Una donna anziana, colta, lucida, che vive da sola in una città che d’estate si svuota. Attraverso i suoi occhi ho voluto restituire una realtà spesso invisibile: quella degli anziani che restano, che resistono, che vorrebbero ancora esserci per qualcuno. La sua voce ci accompagna in un racconto che, pur nella forma intima e letteraria, è radicato in dati concreti, in fatti, in esperienze condivise. È una fotografia, a tratti poetica e a tratti dura, di una condizione che riguarda milioni di persone e che, troppo spesso, resta fuori campo.   La voce di Luciana Mi chiamo Luciana, ho 78 anni. Vivo al primo piano di un palazzo di tufo nel quartiere Vomero. Dalla mia finestra osservo la vita che scorre, ne seguo i gesti, le onde di emozioni, le bottiglie stappate a fine anno, le risate fragorose e i piante sommessi. Davanti a me c’è l’ingresso del liceo Sannazaro, quei gradini in marmo li conosco bene. Nei mesi estivi riflettono soltanto il sole, che sale lento e silenzioso, a scandire un tempo fermo, senza direzione. Quel liceo l’ho frequentato anch’io, nella mia giovinezza. Amavo le parole, mi hanno insegnato il mondo e come starci dentro. Le cerco ancora oggi, tra i libri e gli incroci della Settimana Enigmistica. Ma ora è più un esercizio che un bisogno, un modo per restare lucida, per non perdere la misura di me. I pensieri mi abitano, ma non sempre sono gentili. Alcuni fanno male, altri si ripetono. Cerco di metterli a tacere, ma non ascoltano. La vecchiaia è un tempo complicato, un contenitore arrugginito, una gabbia che a volte stringe, altre lascia passare troppi spifferi. Un giorno mi sento leone, l’altro formica, laboriosa, lenta, ancora piena di voglia di fare, ma senza qualcuno a cui dare. L’estate rende tutto più evidente. Per molti è libertà, leggerezza. Per me, è attesa. Dopo la festa dell’ultimo giorno di scuola, i cancelli si chiudono e resta solo il silenzio. La solitudine non bussa, entra. Evito di uscire. L’afa è dura, ma più dura è la desolazione. Cammino per casa come in un museo personale. Ogni stanza custodisce un’assenza. Le fotografie, i piccoli oggetti, il cellulare. Mi conforta, ma ho sempre paura di toccare un tasto e perdere tutto. Nei giorni buoni leggo. Oppure mi prendo cura di me, mi pettino, mi vesto bene, anche senza un appuntamento. È il mio modo per dire: ci sono ancora. Ma d’estate la città si svuota, e con lei anche la rete che dovrebbe sostenere chi resta. Una medicina, una spesa, un sorriso, diventano cose difficili se bisogna passare da uno schermo. La tecnologia, per noi, spesso allontana invece di avvicinare. Nei giorni buoni penso che potrei essere utile. Potrei aiutare una madre stanca, cucinare per altri anziani, fare compagnia, ascoltare. Ma la vera sfida è restare visibili, trovare il coraggio di dire: ci sono. Quei giorni, però, quando si è soli, diventano sempre più rari. Poi, il telefono squilla. Forse sono loro. Cerco la voce dentro le ossa e la tiro fuori, dritta, fiera: “Come sto? Alla grande. Vi aspetto.” E intanto il tempo passa. Un giorno, all’improvviso, le scale del liceo tornano a riempirsi di passi, di voci, di gioventù. Li sento salire, ridere, correre. La vita riprende, senza chiedere permesso. E quei suoni, anche se non mi appartengono più, mi entrano dentro. Mi ricordano che la vita, anche quando sembra lontana, trova sempre un modo per tornare a bussare. E io sono ancora qui, con la finestra aperta, pronta ad ascoltarla. Le immagini non ritraggono una persona precisa, ma danno corpo e sguardo a Luciana attraverso dettagli della vita quotidiana. Sono scatti reali, tratti dalla quotidianità di mia madre, che rendono visibile ciò che nel racconto resta voce.   Link e contatti utili per anziani http://Numero Verde Nazionale per Anziani 800 995 988 – fondazioneitaliani.it http://Telefono Amico Italia – Ascolto e compagnia 02 2327 2327 – telefonoamico.it http://Comune di Napoli – Servizi per anziani comune.napoli.it/anziani http://Auser Napoli – Volontariato e aiuto domiciliare ausercampania.it/napoli http://Spesa e farmaci a domicilio per over 65 – Napoli estate comune.napoli.it/spesa-domicilio-anziani Lucia Montanaro
August 24, 2025
Pressenza