“Destino”, una poesia di Jamel Garrach
Sì... è il mio destino, amico mio,
di camminare nella vita leggero come un'ombra fugace,
nessuno mi aspetta alla fine della strada,
nessun cuore si preoccupa se faccio tardi,
e nessun occhio resta sveglio ad attendere il mio ritorno.
Vivo questa dolorosa libertà,
la libertà di coloro che possono andarsene quando vogliono,
perché la loro assenza non turba nessuno,
e non lascia mai un vuoto evidente.
Posso sparire tra la folla,
passare come una brezza leggera,
senza che nessuno chieda: dove sei andato?
O perché hai ritardato?
Ma la verità che nessuno sa,
è che l'essere umano non cerca sempre la libertà,
ma a volte cerca un cuore che tremi per lui,
qualcuno che lo aspetti,
una mano che lo stringa quando decide di partire e gli dica:
«Resta... perché la tua presenza significa molto per me».
Com'è crudele poter andare via in qualsiasi momento,
non perché tu sia forte,
ma perché nessuno ti ha chiesto di restare.
Questa poesia ci è stata inviata da Jamel Garrach, ragazzo che vive e lavora in
Italia dal 2023. L’abbiamo pubblicata pensando si trattasse di un interessante
spunto di riflessione, che merita di essere ospitato e letto. Di seguito, il
commento del prof. Gian Paolo Caprettini.
Scriveva Nazim Hikmet in una celebre poesia, rivolgendosi al figlio: «Non vivere
come un inquilino», sentiti cioè padrone di quello che hai scelto, anche fosse
soltanto un colpo di vento, una persona che incontri, una fantasia che ti
attraversa. Ti colpisca sì la bestia ferita e la stella che si spegne ma godi
soprattutto dell’essere umano, dell’abitare la casa del padre anche se l’hai
lasciata.
La seconda modernità, quella che inizia con la fine della seconda guerra
mondiale è stata precorsa da due opere, Gli indifferenti di Alberto Moravia
(1929) e La nausea di Jean Paul Sartre (1938). Da una parte l’ipocrisia borghese
e la vita come destino da subire, dall’altra la liberazione che forse l’arte può
dare di fronte alla necessità di dover trovare noi un significato.
L’esistenzialismo è il tratto filosofico di questa modernità, la difficoltà
nelle relazioni umane, la coscienza della realtà come tormento, la convinzione
che la nostra persona e la nostra coscienza siano usurpate da altri o
disabitate.
In anni più recenti è stato forse l’uruguaiano Juan Carlos Onetti a intercettare
i paradossi e le contraddizioni della condizione umana. Prendiamo La balada del
ausente:
Non darmi coscienza, un grido, un bisogno, un ordine.
Sono nudo e lontano, da ciò che mi hanno lasciato.
Mi volto verso il mondo e il suo segreto muschioso,
verso la dolorosa chiarezza del mondo.
Nudo, solo, disarmato, ondeggio il mio corpo consumato.
Inciampo e avanzo.
Nel testo di Jamel Garrach si sente il destino delle parole come richiamo, come
messa in causa di un ascolto che non ci sarà ma che la poesia simula e rende
possibile.
Nessuno ascolta me, ma qualcuno ascolterà il mio richiamo di poeta: una vicenda
che da Saffo a Leopardi, da Cardarelli a Neruda, ha rappresentato la speciale
forza della poesia come sussurro e come grido.
S’anche ti lascerò per breve tempo, solitudine mia,
se mi trascina l’amore, tornerò,
stanne pur certa;
i sentimenti cedono, tu resti.
(Alda Merini)
Perfino la solitudine, una volta personificata, può contenere una speranza, può
prendere il posto sulla scena come una finzione vivente.
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