Bartov contro Morris: il vero punto dello scontro

Pressenza - Monday, August 17, 2026

Non è una lite personale tra due storici israeliani. È una disputa su come raccontare la storia d’Israele, sull’occupazione, su Gaza e soprattutto su una parola enorme: genocidio. Per capire la polemica bisogna partire da qui_

 

Benny Morris ha recensito molto duramente Israel: What Went Wrong?, il nuovo libro di Omer Bartov. Chi non ha letto la recensione rischia però di immaginare una contrapposizione molto più semplice di quella reale. Perché Morris non sostiene affatto che in Israele vada tutto bene. Anzi.

Riconosce la degenerazione prodotta dall’occupazione dei territori palestinesi dopo il 1967, la crescita del messianismo nazionalista, la violenza dei coloni, gli abusi sui palestinesi e perfino caratteristiche che egli stesso definisce assimilabili all’apartheid nei territori occupati.

Riconosce inoltre che a Gaza Israele ha prodotto una distruzione vastissima, che sono stati commessi crimini di guerra e che vi sono stati casi di uccisione deliberata di civili.

Dunque la discussione non è fra chi vede tutto bianco e chi vede tutto nero. Il dissenso è molto più profondo.

 

PRIMO PUNTO: DOVE COMINCIA IL PROBLEMA?

Per Morris il vero punto di rottura della storia israeliana è soprattutto il 1967, quando Israele conquista Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est e comincia un’occupazione destinata a diventare permanente.

Bartov arretra invece il problema al 1948. Non perché neghi il diritto degli ebrei perseguitati a cercare una patria, ma perché sostiene che fin dalla fondazione dello Stato sia rimasta irrisolta una contraddizione fondamentale: costruire uno Stato ebraico in una terra abitata anche da una consistente popolazione araba palestinese, garantendo nello stesso tempo una reale uguaglianza politica.

Il 1967, per Bartov, non cade quindi dal cielo. È anche il risultato di problemi lasciati aperti nel 1948: la Nakba, i profughi, le terre confiscate, il governo militare imposto ai cittadini arabi israeliani fino al 1966 e l’assenza di una soluzione costituzionale capace di conciliare compiutamente carattere ebraico dello Stato e uguaglianza dei cittadini.

 

SECONDO PUNTO: IL SIONISMO È COLONIALISMO?

Morris contesta duramente l’uso della categoria di settler colonialism, colonialismo d’insediamento.

Bartov propone invece una lettura doppia. Il sionismo fu certamente un movimento nazionale di liberazione e di salvezza di un popolo perseguitato, culminato dopo la Shoah nella necessità disperata di una patria sicura. Ma fu contemporaneamente anche un movimento di insediamento territoriale in una terra che non era vuota. Le due cose, sostiene Bartov, possono essere vere contemporaneamente.

Ed è forse proprio questo che rende la storia così scomoda: le vittime della storia possono diventare protagoniste di un conflitto con un altro popolo senza per questo cessare di essere state vittime.

La storia, purtroppo, non distribuisce certificati eterni d’innocenza.

 

TERZO PUNTO: BARTOV GUARDA ISRAELE ATTRAVERSO IL NAZISMO?

Questa è una delle accuse centrali di Morris. Bartov è uno dei maggiori studiosi della Wehrmacht, della brutalizzazione della guerra sul fronte orientale e dell’Olocausto. Secondo Morris, rischierebbe dunque di applicare alla storia israeliana categorie nate studiando la Germania nazista.

Bartov ribatterebbe però che comparare non significa equiparare. Studiare come un esercito occupante possa brutalizzarsi, come una popolazione nemica possa essere progressivamente disumanizzata o come una società possa abituarsi alla violenza collettiva non significa sostenere che “Israele è la Germania nazista”. Significa utilizzare la comparazione storica. Altrimenti la storia comparata dovrebbe essere abolita ogni volta che il paragone diventa politicamente sgradevole.

 

QUARTO PUNTO: HAMAS E IL 7 OTTOBRE

Morris accusa Bartov di sottovalutare l’azione palestinese e la lunga storia della violenza contro Israele. Ma Bartov non ha mai negato il massacro del 7 ottobre. Lo ha definito un gravissimo crimine di guerra e ha riconosciuto esplicitamente l’uccisione di civili e la presa degli ostaggi. Il dissenso nasce dopo. Per Bartov il massacro di Hamas non concede allo Stato israeliano una licenza illimitata sull’intera popolazione di Gaza.

Ed è qui che si arriva al punto decisivo.

 

QUINTO PUNTO: GAZA È UN GENOCIDIO?

Morris risponde sostanzialmente di no. A suo giudizio ciò che Israele ha fatto a Gaza, per quanto devastante e in diversi casi criminale, non presenta le caratteristiche dei grandi genocidi storici come la Shoah o quello armeno. [La sua tesi, va precisato, non si riduce al fatto che Gaza “non sia Auschwitz”: Morris sostiene soprattutto che, anche ammettendo distruzioni vastissime, crimini di guerra e possibili uccisioni deliberate di civili, non risulterebbe provata l’intenzione di distruggere i palestinesi di Gaza in quanto gruppo. Il confronto con Shoah, Armeni e altri genocidi storici è però parte esplicita della sua argomentazione. 16.08.2026]

Bartov risponde con un’obiezione metodologica fondamentale: la Convenzione ONU del 1948 non definisce il genocidio come qualcosa che deve necessariamente assomigliare ad Auschwitz. Il genocidio consiste in determinati atti compiuti con l’intenzione di distruggere, totalmente o parzialmente, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. [Più precisamente, la Convenzione parla dell’intenzione di distruggere il gruppo “in quanto tale”: è questo il dolo specifico che distingue il genocidio, per esempio, dai crimini di guerra o dai crimini contro l’umanità. Il punto controverso è dunque se tale intento possa essere provato o inferito dalle condotte e dalle dichiarazioni. 16.08.2026]

Non significa quindi necessariamente sterminare tutti. E non richiede necessariamente camere a gas, deportazioni ferroviarie o un documento firmato che ordini: “uccideteli”. Bartov, cosa spesso dimenticata, nel novembre 2023 non sosteneva ancora che a Gaza fosse in corso un genocidio. Parlava di crimini di guerra, possibili crimini contro l’umanità e di un crescente pericolo genocidario. Dice di avere cambiato opinione durante il 2024, osservando la combinazione fra distruzione sistematica delle infrastrutture civili, evacuazioni ripetute, condizioni di vita imposte alla popolazione e dichiarazioni provenienti da esponenti politici e militari israeliani.

Si può naturalmente contestare questa conclusione. Ma è importante contestare l’argomento reale, non quello immaginario. Bartov non dice: “Gaza è Auschwitz”. Dice esattamente il contrario: Gaza non è Auschwitz. Gaza è Gaza. La questione è stabilire se ciò che vi è avvenuto soddisfi oppure no la definizione giuridica e storica di genocidio.

 

IL PUNTO PIÙ DELICATO

Morris conclude sostenendo che il libro di Bartov, “oggettivamente”, offre argomenti utili ai nemici di Israele. Ed è qui che la discussione smette quasi di riguardare soltanto Gaza. Perché nasce una domanda antica quanto il mestiere dello storico: uno storico deve evitare una conclusione perché quella conclusione potrebbe essere utilizzata dai nemici del proprio paese?

Se la risposta è sì, non stiamo più parlando soltanto di metodo storico. Stiamo parlando di lealtà nazionale. Ed è precisamente questo che Bartov rifiuta. Uno storico può sbagliare. Può interpretare male le fonti. Può forzare una comparazione. Può perfino lasciarsi condizionare dalle proprie convinzioni politiche. Ma lo si deve confutare mostrando dove sbaglia nei fatti, nelle fonti e nel ragionamento. Non ricordandogli da quale kibbutz proviene, dove vive oggi o chi potrebbe politicamente approfittare delle sue conclusioni.

Perché la storia è già abbastanza complicata senza trasformare anche gli archivi in uffici passaporti. Ed è questo, molto più della polemica personale fra Morris e Bartov, il vero punto del contendere.

 

Redazione Italia