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In Congo, un gruppo armato responsabile di crimini di guerra e contro l’umanità
Amnesty International ha pubblicato un’ampia ricerca sui casi di persone civili uccise, rapite e torturate nella Repubblica democratica del Congo ad opera delle Forze democratiche alleate (Allied Democratic Forces). La popolazione civile dell’est della Repubblica democratica del Congo (RdC) sta subendo un’impennata di violazioni dei diritti umani ad opera delle Forze democratiche alleate (Allied Democratic Forces – Adf), un gruppo legato allo Stato islamico, che costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Viene dimostrato da Amnesty International in un nuovo rapporto, intitolato “’Non avevo mai visto così tanti cadaveri’: crimini di guerra delle Forze democratiche alleate nella regione orientale della Repubblica democratica del Congo”, che documenta gli attacchi violenti dell’Adf contro la popolazione civile, rapimenti, lavoro forzato, reclutamento e utilizzo di minor e crimini contro donne e ragazze, come matrimoni forzati, gravidanze forzate e varie altre forme di violenza sessuale. Gli attacchi dell’Adf si verificano in vaste aree dell’est della RdC, dove anche il gruppo armato Movimento 23 marzo (M23), sostenuto dal Ruanda, è responsabile di attacchi su larga scala contro la popolazione civile. Poiché, dall’inizio del 2025, l’attenzione nazionale e internazionale si è concentrata soprattutto sull’avanzata dell’M23, l’Adf ha approfittato del ridispiegamento delle truppe e dell’attenzione rivolta altrove. Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha dichiarato: “La popolazione civile dell’est della RdC ha subito brutalità massicce per mano dell’Adf. Persone sono state uccise, rapite e torturate in una campagna disumanizzante di violenze. I combattenti dell’Adf hanno fatto irruzione in comunità e fattorie, attaccato strutture sanitarie e saccheggiato e incendiato abitazioni. La violenza dell’Adf sta contribuendo ad aggravare la crisi umanitaria. Questi attacchi hanno aumentato gli sfollamenti e compromesso servizi essenziali, compreso l’accesso al cibo, all’assistenza sanitaria e all’istruzione”. “I continui attacchi dell’Adf evidenziano quanto siano gravi l’insicurezza e le crisi sovrapposte nell’est della RdC e sottolineano l’urgenza che il governo e la comunità internazionale intensifichino gli sforzi per proteggere la popolazione civile e assicurare alla giustizia i responsabili”. “Queste violazioni costituiscono crimini di guerra che il mondo non può continuare a ignorare. In quanto parte di un attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile, equivalgono anche a crimini contro l’umanità”. Amnesty International ha svolto la propria ricerca nella provincia del Nord Kivu, nel novembre 2025. In totale, sono state intervistate 71 persone, tra cui 61 colloqui in presenza con testimoni diretti e persone sopravvissute agli attacchi, membri della società civile, funzionari militari e di polizia e operatori umanitari, anche delle Nazioni Unite. Le Forze armate della Repubblica democratica del Congo (FaRdC), l’esercito regolare, combattono da anni contro l’Adf, con un certo sostegno della Monusco, la missione delle Nazioni Unite. Nel novembre 2021, le FaRdC e le Forze di difesa del popolo ugandese (Fdpu) hanno avviato un’operazione militare congiunta per contrastare l’Adf. “Sparavano a qualsiasi cosa si muovesse” Amnesty International ha documentato otto attacchi dell’Adf nelle province dell’Ituri e del Nord Kivu, sette dei quali nel 2025 e uno nel 2024. Testimoni hanno riferito che i responsabili della sicurezza, comprese le truppe delle FaRdC presenti nelle basi vicine, non sempre sono intervenuti o sono arrivati troppo tardi sul luogo degli attacchi. Sebbene l’Adf attacchi anche le forze di sicurezza, negli ultimi anni il suo obiettivo principale è stato la popolazione civile. I combattenti prendono deliberatamente di mira i civili non solo per rubare cibo, medicinali e altri beni essenziali, ma anche come ritorsione per le operazioni militari. L’8 settembre 2025, nel villaggio di Ntoyo, combattenti dell’Adf si sono travestiti da civili e si sono mescolati alle persone che partecipavano a una veglia funebre, prima di attaccarle all’improvviso. La strage, compiuta con martelli, asce, machete e armi da fuoco, ha causato oltre 60 morti, in assenza delle forze di sicurezza. Un testimone ha raccontato di aver visto i combattenti uccidere sua sorella con un’ascia. Un’altra testimone ha descritto come i combattenti siano entrati nella sua casa e abbiano rapito le sue quattro figlie. Una terza persona ha trovato i corpi dei suoi genitori la mattina successiva: il padre era stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco, la madre era stata colpita con un martello. Ha raccontato: “Non avevo mai visto così tanti cadaveri”. Il 12 luglio 2025, l’Adf ha ucciso otto persone durante un’incursione a Otmaber, nel territorio di Irumu, nell’Ituri. Una donna ha raccontato ad Amnesty International che i combattenti hanno sparato a lei, a suo marito e al loro figlio di sette anni. Ha dichiarato: “Dopo averci sparato, hanno iniziato a incendiare le case… Io e mio figlio siamo strisciati lentamente fino a una casa che non era stata bruciata e abbiamo passato lì la notte… I militari non sono arrivati neanche la mattina successiva. Ognuno ha dovuto cavarsela da solo”. Il gruppo ha inoltre attaccato ripetutamente strutture sanitarie e saccheggiato forniture mediche. Nel novembre 2025, nel villaggio di Byambwe, è stato preso di mira un centro sanitario. Almeno 17 civili sono stati uccisi e quattro reparti sono stati incendiati. Una persona anziana, riuscita a fuggire strisciando fuori dalla struttura, ha raccontato: “Non ci si poteva alzare in piedi; sparavano a qualsiasi cosa si muovesse”. Diversi testimoni degli attacchi hanno riferito di soffrire di flashback e incubi. Una donna è sopravvissuta dopo essere stata colpita alla testa con un machete, mentre suo figlio è stato ucciso quando la loro casa è stata incendiata durante un attacco nell’agosto 2025. Ha raccontato: “Sono stata consumata dalla paura”. Un’altra donna sopravvissuta allo stesso attacco ha dichiarato: “Che cosa abbiamo fatto per meritare tutto questo? Quanto ancora dovremo affrontare queste sofferenze prima che tutto finisca?” Rapimenti e presa di ostaggi Amnesty International ha documentato 46 casi di rapimento, in sette casi a scopo di riscatto. Le persone rapite hanno subito ulteriori violazioni e crimini, tra cui lavoro forzato, torture, schiavitù sessuale e uccisioni illegali. Gli ostaggi e le altre persone rapite venivano spesso costretti a trasportare carichi e a fare da guida per l’Adf. I combattenti fornivano loro pochissimo cibo, li obbligavano a camminare per giorni e a portare pesi molto gravosi, sottoponendoli contemporaneamente a insulti e pestaggi. Chi mostrava segni di sfinimento veniva spesso ucciso. Le persone rapite venivano spostate tra campi situati nel cuore della foresta. Chi rimaneva prigioniero più a lungo era costretto a svolgere vari compiti, sotto la minaccia di essere ucciso: procurare cibo e acqua, cucinare, raccogliere informazioni, recuperare consegne, lavorare nelle miniere e svolgere diversi compiti durante gli attacchi. Una donna riuscita a fuggire dalla prigionia alla fine del 2024, dopo oltre due anni di detenzione, ha raccontato ad Amnesty International: “Ci insegnavano a uccidere con le armi e con le lame… Nella boscaglia dovevi fare ciò che ti veniva ordinato. Non potevi permetterti di essere debole”. Reclutamento e utilizzo di minori L’Adf è inserito dalle Nazioni Unite tra i gruppi maggiormente responsabili del reclutamento e dell’utilizzo di minori nella RdC. Il gruppo sfrutta i minori in diversi ruoli, come combattenti e addetti al trasporto di carichi, alla preparazione dei pasti e all’avvistamento. Molte persone precedentemente rapite e diversi testimoni hanno raccontato di aver visto bambini anche di appena 10 anni partecipare agli attacchi del gruppo. Amnesty International ha intervistato due minori precedentemente rapiti, oltre a tre persone giovani, catturate quando erano bambine. Al momento del rapimento, le persone intervistate avevano tra i 13 e i 17 anni. Un giovane uomo, rapito quando aveva meno di 15 anni e rimasto in prigionia per circa due anni, ha raccontato: “Mi hanno messo in un gruppo incaricato di cercare cibo… Ci insegnavano l’Islam… Quando era il momento della preghiera, pregavo con loro. Se mi fossi rifiutato, avrebbero potuto uccidermi”. Una ragazza, rapita quando aveva meno di 15 anni, ha dichiarato: “Hanno iniziato a insegnarci l’arabo perché erano musulmani. Dopo le lezioni di arabo ci addestravano a combattere. Finito l’addestramento, abbiamo iniziato a partecipare ad alcuni attacchi”. Sottoposti a numerose violenze, tra cui torture e maltrattamenti, questi minori devono essere considerati prima di tutto vittime. Devono inoltre beneficiare di ulteriori tutele in quanto sopravvissuti alla tratta, poiché non potevano legalmente acconsentire al proprio sfruttamento. Violenza contro donne e ragazze Amnesty International ha intervistato cinque donne e due ragazze rapite dall’Adf e costrette a “sposarsi”. I testimoni hanno riferito che le relazioni “extraconiugali” non erano consentite; tuttavia, diverse persone intervistate hanno menzionato episodi di violenza sessuale commessi dai combattenti dell’Adf contro donne e ragazze al di fuori di questi “matrimoni”. Le interviste testimoniano che l’Adf assegnava le “mogli” ai combattenti – talvolta più di una – come incentivo al reclutamento e che nei campi del gruppo armato questa pratica era sistematica. Donne e ragazze venivano sottoposte a lunghi periodi di violenza sessuale e fisica. Donne e ragazze hanno inoltre raccontato di essere state costrette a convertirsi all’Islam e indottrinate secondo la versione della religione imposta dal gruppo. Hanno riferito che istruttrici e responsabili dei campi dicevano esplicitamente che dovevano accettare di ricevere un “marito” oppure sarebbero state uccise; diverse di loro sono state costrette ad assistere all’uccisione di altre persone che avevano rifiutato gli ordini. Una giovane donna, rapita quando era adolescente, ha raccontato uno scambio avuto con il capo del campo: “Ho detto che ero ancora giovane. Mi ha chiesto quanti anni avessi e ho risposto 16. Mi ha detto: ‘È abbastanza; qui diamo un marito anche a ragazze di 12 anni. O accetti un marito oppure ti uccidiamo’”. Ha inoltre descritto i ripetuti maltrattamenti inflitti da suo “marito”, che la minacciava dicendo che sarebbe stata “sgozzata” se avesse tentato di fuggire. Sei delle sette donne e ragazze prese come “mogli” hanno raccontato di essere rimaste incinte a causa di questi matrimoni forzati. Quando queste donne e ragazze sono riuscite a fuggire dalla schiavitù sessuale e dal lavoro domestico forzato, hanno dovuto affrontare sospetti e stigma. Una donna ha raccontato che le pressioni dei familiari del marito affinché uccidesse i suoi due figli, nati nella boscaglia, l’hanno quasi portata a togliersi la vita. Diverse persone intervistate hanno riferito di dover far fronte a gravi difficoltà economiche dopo l’uscita dal gruppo e di avere difficoltà ad accedere ai servizi sanitari e a cure specialistiche. Raccomandazioni Le autorità della RdC devono fare di più per proteggere la popolazione civile, anche collaborando con le Nazioni Unite e con le comunità locali, per migliorare i meccanismi di allerta precoce e consentire una risposta rapida prima degli attacchi. È necessario un approccio globale alla sicurezza, alla giustizia e all’accertamento delle responsabilità, insieme a programmi efficaci di reintegrazione, per rispondere ai bisogni delle comunità e delle persone sopravvissute. “Le persone sopravvissute ci hanno riferito che la pace e la sicurezza devono essere ripristinate con urgenza nella Rdc orientale affinché possano ricostruire le proprie vite”, ha dichiarato Agnès Callamard. “Il governo congolese deve intraprendere azioni molto più incisive per garantire la protezione dei civili. La comunità internazionale deve sostenere con fermezza gli sforzi del stato congolese per proteggere la popolazione civile, garantendo giustizia e fornendo un aiuto duraturo e sostenibile a vittime e persone sopravvissute. L’indifferenza della politica internazionale e dei donatori nei confronti della vasta minaccia e dei crimini dell’Adf non farà che continuare a minare la sicurezza e i diritti umani nella Rdc orientale”, ha concluso Callamard. Ulteriori informazioni L’Adf ha avuto origine negli anni Novanta in Uganda, attraverso la fusione di una serie di gruppi di opposizione, prima di rifugiarsi nello Zaire (oggi Rdc). Nel 2019, lo Stato islamico ha riconosciuto ufficialmente il giuramento di fedeltà da parte dell’Adf e il gruppo armato è diventato infine la Provincia dell’Africa centrale dello Stato islamico.   Amnesty International
May 5, 2026
Pressenza
Birmania: “militari in doppio petto, sempre militari rimangono”.
Con il comunicato stampa divulgato oggi, 31 marzo 2026, ITALIA-BIRMANIA.INSIEME denuncia che “nel silenzio del mondo, il parlamento fantoccio della giunta militare birmana si appresti a nominare Presidente della Repubblica il generale Min Aung Hlaing, il burattinaio che ha orchestrato il colpo di Stato del febbraio 2021 e oggi sotto inchiesta da parte della giustizia internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nel suo paese”. ITALIA-BIRMANIA.INSIEME rende noto: > Va chiarito che questa nomina non rappresenta una transizione istituzionale, > ma il tentativo di conferire una parvenza di legittimità a un potere costruito > sulla violenza, sulla repressione e sulla sistematica violazione dei diritti > fondamentali delle popolazioni birmane. > > Il nuovo parlamento e il governo che verranno formalmente istituiti, infatti, > non rappresentano alcun cambiamento reale rispetto alla giunta golpista: > sarebbero soltanto una ridenominazione del regime militare. I generali non > hanno rinunciato al potere; lo hanno riconfezionato in forma civile, > attraverso elezioni manipolate e strutture istituzionali prive di credibilità. > > È estremamente grave che, dopo cinque anni di devastazioni – bombardamenti > sistematici, massacri di civili e repressione diffusa -, l’Unione Europea si > appresti a rinnovare automaticamente le sanzioni in scadenza ad aprile, senza > alcun rafforzamento delle misure restrittive. > > Come ha sottolineato dal Relatore Speciale delle Nazioni Unite, Tom Andrews, > “manca la volontà politica di garantire la responsabilità per le gravi > violazioni dei diritti umani”. ITALIA-BIRMANIA.INSIEME si rivolge al Governo italiano e alla Commissione europea chiedendo “di rafforzare significativamente il regime sanzionatorio, adottando misure analoghe a quelle introdotte in risposta all’aggressione russa contro l’Ucraina”: > È necessario colpire con determinazione ciò che consente alla giunta di > sopravvivere, ovvero i flussi finanziari, le forniture militari, le fonti di > legittimazione internazionale. Denunciando che “alla luce della nomina di un presunto governo civile che rappresenta in realtà  solo la continuità del controllo militare sul Myanmar, il crescente sostegno politico, militare e logistico alla giunta da parte di Russia, Bielorussia, Iran e Cina”, ITALIA-BIRMANIA.INSIEME segnala “in particolare l’aumento documentato delle importazioni di carburante destinato all’aviazione militare attraverso le flotte ombra, con sistemi assicurativi opachi e canali finanziari controllati dal regime”. Ricordando che “il Myanmar rappresenta oggi un nodo strategico cruciale. Lasciare il Paese nelle mani di una giunta militare in abiti civili significa rafforzare l’influenza di Russia e Cina nell’area dell’Oceano Indiano, favorire l’espansione della criminalità organizzata e alimentare la fuga di migliaia di giovani. Se è fallimentare esportare la democrazia, è invece doveroso sostenere chi la difende”, ITALIA-BIRMANIA.INSIEME sollecita “È essenziale che l’Unione Europea rafforzi ed estenda le misure restrittive esistenti, anziché limitarne il rinnovo formale”. ITALIA-BIRMANIA.INSIEME chiede all’Europa: > di affiancare con maggiore determinazione le forze della resistenza > democratica birmana, impegnate in una lotta estremamente difficile per la > costruzione di uno Stato federale, democratico e inclusivo ed in particolare > il neonato Consiglio Direttivo per la Nascita di un’Unione Democratica > Federale (SCEF) organismo unitario delle forze democratiche e, in specifico, * il rifiuto di qualsiasi riconoscimento della nuova leadership del Myanmar; * il rafforzamento delle sanzioni, in particolare contro: le filiere del carburante per aviazione; gli intermediari finanziari e le banche pubbliche birmane, con la tutela esplicita delle operazioni umanitarie e delle rimesse dei migranti; gli operatori marittimi e le compagnie assicurative coinvolte nell’elusione delle misure; * un’azione coordinata dell’Unione Europea contro le reti collegate a Russia e Iran; * il rafforzamento del sostegno umanitario e alle forze democratiche birmane. Redazione Italia
March 31, 2026
Pressenza
Iran: una scuola colpita a Teheran mentre in USA si indaga sulla strage a Minab
Con le immagini della scuola distrutta pubblicate in un post diffuso ieri, 6 marzo, su X, il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Esmail Baghaei, informava che l’offensiva degli eserciti israeliano e americano ha colpito la Shahid Hamedani School di Teheran. Contemporaneamente, il New York Times e poi molti altri quotidiani rilanciavano la notizia, divulgata dalla Reuters il 5 marzo, che rivela il coinvolgimento degli USA nella carneficina alla scuola di Minab e dalla sede dell’ONU a New York il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza, Tom Fletcher, informava la stampa di tutto il mondo che dal 28 febbraio al 6 marzo 2026 le operazioni Ruggito del Leone e Furia Epica e le reazioni belliche all’attacco all’Iran hanno provocato la morte di oltre 190 bambini. Mentre le vittime della carneficina alla scuola elementare femminile di Minab venivano sepolte, l’agenzia Reuters informava che > Gli investigatori militari statunitensi ritengono probabile che le forze > statunitensi siano responsabili (…) > > Reuters non è stata in grado di accertare i dettagli dell’indagine, tra cui > quali prove siano state esaminate nell’inchiesta, che tipo di munizioni siano > state utilizzate, chi fosse il responsabile o perché gli Stati Uniti avrebbero > colpito la scuola. > > Mercoledì [4 marzo] il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, > ha ammesso che l’esercito americano stava indagando > sull’incidente. Avvalendosi dell’anonimato che li tutela nel rilasciare > dichiarazioni sul questioni militari delicate, alcuni funzionari non hanno > escluso la possibilità che emergano evidenze che assolvano gli Stati Uniti > dalla responsabilità e indichino in altri i colpevoli un’altra parte > responsabile dell’incidente. > > Reuters non è riuscita a stabilire per quanto tempo durerà ancora l’indagine, > né quali prove gli investigatori statunitensi stanno cercando prima di > concludere l’accertamento. > > US investigation points to likely US responsibility in Iran school strike, > sources say / REUTERS, 06.03.2026 Ieri, venerdì 6 marzo, Marco Pasciuti su Il Fatto Quotidiano riferiva: > La circostanza era emersa nei giorni scorsi da fonti militari israeliane. > La Israeli Air Force ha operato contro basi, lanciatori e altre risorse > militari nell’Iran occidentale e centrale, usati per scagliare i missili a > lungo raggio contro lo Stato ebraico. L’esercito americano, invece, lo ha > fatto nel meridione bombardando radar, infrastrutture logistiche e siti di > lancio da dove partono gli ordigni a corto raggio che colpiscono le basi Usa > nel Golfo. > > “In questi primi giorni le US Joint Forces hanno continuato ad attaccare le > capacità missilistiche e difensive iraniane lungo il confine meridionale”, ha > confermato il 4 marzo il capo degli Stati maggiori congiunti americani, Dan > Caine, in conferenza stampa al Pentagono con il segretario alla Difesa > Hegseth. Una specifica geografica che non ha lasciato indifferenti i > giornalisti presenti, uno dei quali ha domandato del bombardamento della > scuola. “Naturalmente non prendiamo mai di mira obiettivi civili, ma stiamo > esaminando la questione e stiamo indagando“, ha risposto Hegseth. > > “La scuola femminile in Iran probabilmente bombardata dagli Usa”: la > rivelazione delle fonti Usa / IL FATTO QUOTIDIANO, 06.03.3036 Contemporaneamente Guglielmo Gallone su Vatican News precisava: > Sono passati sei giorni dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. È > doloroso constatare che alla notizia dell’uccisione di almeno 150 bambine, > studentesse nella scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud > dell’Iran, colpite durante il primo giorno dell’offensiva, si sia data poca > attenzione … > … mentre i funerali collettivi delle vittime si svolgevano nella città > costiera di Minab, nessuna delle parti coinvolte ha rivendicato direttamente > la responsabilità dell’attacco (…) Washington ha dichiarato di essere a > conoscenza delle segnalazioni di vittime civili e di aver avviato verifiche > sull’accaduto, ribadendo che le forze statunitensi «non colpirebbero > deliberatamente una scuola». «Siamo a conoscenza delle segnalazioni > riguardanti danni ai civili derivanti dalle operazioni militari in corso. > Prendiamo queste segnalazioni seriamente e le stiamo esaminando», ha > dichiarato inizialmente il capitano Tim Hawkins del Comando Centrale degli > Stati Uniti (Centcom), che supervisiona le operazioni Usa nella regione, che > poi ha aggiunto: «La protezione dei civili è di fondamentale importanza e > continueremo a prendere tutte le precauzioni disponibili per ridurre al minimo > il rischio di danni non intenzionali» (…) Anche il segretario di Stato, Marco > Rubio, ha affermato che gli Stati Uniti «non colpirebbero deliberatamente una > scuola», aggiungendo che il dipartimento della Difesa «indagherà se si è > trattato di un nostro attacco». Nadav Shoshani, portavoce delle Forze di > difesa israeliane (IDF), ha dichiarato ieri che l’esercito israeliano «non è a > conoscenza di alcuna operazione delle IDF in quell’area» dove si trova la > scuola. Il 1° marzo l’UNESCO e la Messaggera di Pace delle Nazioni Unite, Malala Yousafzai, hanno dichiarato che “il bombardamento di una scuola elementare durante gli attacchi militari statunitensi e israeliani contro l’Iran di sabato [28 febbraio 2026] costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale”. Dopo l’intervento del 3 marzo sulle ricadute dell’escalation della guerra in Medio Oriente nelle crisi umanitarie, il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza, Tom Fletcher, alla conferenza stampa di venerdì 6 marzo ha precisato che, in base alle informazioni ricevute, l’UNICEF segnalava che oltre 190 bambini sono stati uccisi dall’escalation, di cui oltre 180 in Iran, 7 in Libano, 3 in Israele e 1 in Kuwait. Inoltre, informando la stampa che * in Iran “100˙000 persone sono state sfollate internamente nell’ultima settimana” * in Libano “oltre 100 persone sono state uccise e centinaia sono rimaste ferite” e “circa 100˙000 cercano riparo in centinaia di rifugi” mentre “prima dell’escalation, il WFP segnalava che 874˙000 persone erano senza cibo” * nella Striscia di Gaza, dove Israele “ha chiuso tutti i valichi e bloccato molti movimenti umanitari una settimana fa”, i soccorsi indispensabili “non hanno potuto essere riforniti al ritmo necessario” * in Afghanistan, dove “decine di persone sono state uccise nei combattimenti al confine con il Pakistan, molte delle quali donne e bambini, e le infrastrutture civili sono state danneggiate, tra cui un ospedale presso il centro di transito dell’OIM e le strutture del centro di accoglienza per rimpatriati di Torkham”, la situazione sta precipitando, perché “Gli esuli, già numerosi, stanno aumentando rapidamente. Oltre 16˙000 famiglie in fuga dalle proprie case si aggiungono ai milioni di sfollati residenti in Afghanistan” mentre la chiusura delle frontiere ha bloccato l’accesso di oltre 168 container” e “la sospensione dei voli e le restrizioni di sicurezza stanno rendendo più difficile per noi raggiungere le persone bisognose” e, ribadendo che il prolungarsi e intensificarsi dei combattimenti provoca “una rapida escalation delle crisi umanitarie” e che tale reazione-a-catena ha conseguenze che sono “fuori controllo” e non vengono debitamente considerate soprattutto da chi fomenta i conflitti armati, Tom Fletcher ha specificato: > Stiamo assistendo allo spreco di enormi quantità di denaro, a quanto si dice 1 > miliardo di dollari al giorno che finanziano questa guerra e vengono spese per > la distruzione, mentre i politici continuano a vantarsi di tagliare i budget > destinati agli aiuti per chi è più nel bisogno. > > E stiamo assistendo alla sempre più letale alleanza tra tecnologia e assassini > impuniti. Alla domanda di Valeria Robecco dell’ANSAD /Associazione dei Corrispondenti delle Nazioni Unite, ha risposto: > Attenzione, finanze, risorse ed energie adesso si stanno tutte sempre più > concentrando sui molteplici modi con cui continuare a combattere questa > guerra, anziché che sui bisogni umanitari esistenti e, adesso, sui nuovi > bisogni umanitari creati dalla guerra. > > Hai ragione, c’è il rischio che l’attenzione si sposti da Gaza e dai Territori > Palestinesi Occupati. Cercheremo di evitarlo, naturalmente, e di continuare ad > operare in quest’area con tutto l’impegno necessario. > > Ma preoccupano anche altre crisi. > > Ho menzionato il Sudan, il Sud Sudan, l’Ucraina e la Repubblica Democratica > del Congo, che hanno anch’essi bisogno di un impegno costante. > > In questo momento le luci d’allarme accese sono tante. Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
L’appello di docenti, amministrativi e studentesse dell’UPO – Università del Piemonte Orientale
Siamo docenti, amministrativi e studentesse e studenti dell’Università del Piemonte Orientale convinte/i che la gravità di ciò che accade a Gaza e nella Palestina tutta non possa vedere la nostra comunità e la nostra istituzione silente. Per questo abbiamo preparato un appello con l’obiettivo di sollecitare una presa di posizione ferma e decisa del nostro Ateneo. L’Università del Piemonte Orientale, all’articolo 1, secondo comma, del suo Statuto, proclama che essa «è sede primaria di libera ricerca e di libera formazione ed è luogo di apprendimento ed elaborazione critica delle conoscenze; opera combinando in modo organico ricerca e didattica, nell’interesse della società e nel rispetto dei diritti inviolabili della persona». Tale missione fondamentale acquista un’urgenza inedita nel momento storico odierno. A ogni livello della vita associata, violenza e brutalità sembrano diventare gli strumenti più usati per la risoluzione delle controversie. Il mondo assiste, con senso di impotenza, al crescente proliferare di guerre che coinvolgono estesamente persone innocenti e popolazioni civili. Quando la vita umana è calpestata e vilipesa si realizza la negazione dei principi su cui si fondano le comunità universitarie. Alla fiducia nella ragione, nella scienza e nella cultura subentra una tenebra, che segna la dissoluzione di tutto quanto può definirsi umano. Mai come oggi, dunque, occorre riaffermare, in ogni sede possibile, che la pace non si costruisce attraverso la violenza. Nella Striscia di Gaza e nei Territori illegittimamente occupati il Governo israeliano sta continuando a violare sistematicamente le norme del diritto internazionale, ponendosi di fatto fuori dalla comunità internazionale. La reazione contro le brutali azioni terroristiche di Hamas del 7 ottobre 2023 (culminata nell’uccisione di 1200 civili e militari israeliani e nella detenzione di 250 ostaggi innocenti)si è trasformata in una guerra dimassacro, condotta senza alcun limite, coinvolgendo in modo indiscriminato la popolazione civile palestinese (il numero dei morti è incommensurabile, ma ad oggi sono circa 65.000, di cui 20.000 bambini). Nei lunghi mesi di guerra, il Governo israeliano, nel respingere i numerosi appelli per la fine delle operazioni militari e per la moderazione, ha mostrato alla comunità internazionale che il suo obiettivo ultimo è l’annessione della Striscia di Gaza e di parti sempre più ampie della Cisgiordania, e l’espulsione della popolazione residente, ridotta alla fame con il blocco degli aiuti umanitari. Data la drammaticità della situazione, Corti internazionali, due Commissioni indipendenti delle Nazioni Unite, la Relatrice Speciale per i Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese, oltre che numerose ONG per i diritti umani, nonché diversi intellettuali israeliani tra cui Raz Segal, Amos Goldberg, Ilan Pappé e Omer Bartov, hanno apertamente usato il termine “genocidio”. Anche il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha affermato che «la situazione a Gaza diviene, di giorno in giorno, drammaticamente più grave e intollerabile», esprimendo «allarme per la semina di sofferenza e di rancore che si sta producendo, che, oltre ad essere iniqua, contrasta con ogni vera esigenza di sicurezza». Sebbene non si possa che accogliere favorevolmente la recente tregua, gli attuali negoziati sollevano numerosi dubbi in ordine alla necessità di assicurare giustizia per le vittime, anche attraverso la repressione di crimini internazionali, nonché piena realizzazione del principio di autodeterminazione dei popoli nel perseguimento di una pace duratura e giusta. Noi firmatarie e firmatari, membri della Comunità dell’Università del Piemonte Orientale, condanniamo – il massacro posto in essere dal Governo israeliano sulla popolazione civile palestinese inerme; – le gravissime e ripetute violazioni del diritto internazionale commesse dal Governo israeliano nella Striscia di Gaza e in parti sempre più ampie della Cisgiordania; – l’uccisione di civili e la detenzione di ostaggi innocenti da parte di Hamas e ogni altra azione violenta condotta da organizzazioni terroristiche palestinesi contro il popolo israeliano; sollecitiamo il governo italiano a riconoscere lo Stato Palestinese e ad assumere, anche a livello europeo e internazionale, ogni iniziativa necessaria e legittima per contrastare le azioni illecite commesse delle autorità israeliane nella striscia di Gaza e nei territori occupati di Cisgiordania, in nome della Costituzione Italiana che, all’articolo 11, «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»; chiediamo alle Istituzioni competenti, in conformità alle norme cogenti di diritto internazionale, l’adozione immediata di sanzioni adeguate verso lo Stato d’Israele e l’applicazione dell’obbligo giuridico di non cooperazione dello Stato italiano; esprimiamo solidarietà alle colleghe e ai colleghi e alle studentesse e agli studenti palestinesi coinvolti nella violenza perpetrata dalle forze armate dello Stato di Israele; pieno sostegno altresì alle colleghe e ai colleghi, alle studentesse e agli studenti e a tutte le cittadine e i cittadini israeliani che, con coraggio e determinazione, si sono opposti alla guerra e alle politiche dell’attuale Governo israeliano, auspicando che la loro voce possa smuovere la loro società e le loro istituzioni e possa contagiare altre piazze e altri popoli per la salvaguardia di una società aperta e libera; formuliamo l’impegno a contribuire con tutte le risorse scientifiche e culturali a disposizione di questo Ateneo a un dibattito pubblico onesto verso la realtà,scevro da parole d’odio, sorretto dal linguaggio della giustizia e della pace, generativo di una società di persone libere, egualmente degne, solidali nella comune appartenenza alla famiglia umana; e invitiamo il Consiglio di Amministrazione e il Senato Accademico a * sospendere ogni forma di collaborazione scientifica e didattica, nazionale e nell’ambito dell’Unione Europea, con gli atenei dello Stato di Israele che abbia anche in forma implicita un collegamento con attività belliche. Tale sospensione si configura quale gesto politico e strumento di pressione affinché lo Stato di Israele si adoperi per la duratura cessazione delle ostilità, nonché per il ripristino di un processo di pace giusto e sostenibile nella Striscia di Gaza e nei territori occupati di Cisgiordania e Gerusalemme Est; * adottare ogni misura necessaria, finanziaria, didattica e di ricerca, destinata all’apertura di corridoi umanitari per studiose e studiosi e studentesse e studenti palestinesi, affinché il più alto numero fra loro possa essere accolto presso il nostro Ateneo; tutto il corpo docente e amministrativo a dimettersi da organi di fondazioni, società, associazioni, comitati che abbiano direttamente o indirettamente rapporti con il Governo israeliano; il personale docente a dare lettura della presente mozione, ivi comprese le premesse che ne formano parte integrante, in occasione dell’avvio dei corsi.   Per il Dipartimento di Giurisprudenza, Scienze politiche, economiche e sociali (DIGSPES): Rocco Alessio Albanese, Elisabetta Grande, Stefano Saluzzo, Chiara Tripodina, Giorgio Barberis, Elena Allegri, Alba Angelucci, Pierfrancesco Arces, Giacomo Balduzzi, Fabio Berca, Margherita Benzi, Chiara Bertone, Marta Buffoni, Domenico Carbone, Francesca Chiarotto, Paolo Chirico, Flavia Coda Moscarola, Daniele Ferrari, Amal Khadir, Roberto Mazzola, Anna Menozzi, Massimiliano Piacenza, Andrea Pogliano, Marta Regalia, Silvana Robone, Daniele Scarscelli, Davide Servetti, Giuseppe Verrigno, Massimo Vogliotti, Francesca Zaltron e Roberto Zanola. Seguono (al 28/10/25) altre 281 firme. Redazione Piemonte Orientale
October 30, 2025
Pressenza
La messa del Corpus Domini celebrata all’insegna della bandiera palestinese
IL PARROCO DI MORTORA HA OFFICIATO LA FUNZIONE RELIGIOSA INDOSSANDO LA CASULA RAFFIGURANTE LA BANDIERA DELLA PALESTINA. La notizia è riferita nelle pagine di cronaca da Mortora, una frazione del comune Piano di Sorrento, una municipalità nell’area della ‘città metropolitana’ di Napoli, pubblicate sui giornali locali, in particolare de IL MATTINO, di POSITANO NEWS e di RETE NEWS 24. Il fatto è documentato nella pagina Facebook della parrocchia di Mortora, in cui è pubblicata la registrazione di una parte dell’omelia di don Rito Maresca. «Forse è una messa ‘sporca’, non ortodossa… secondo alcuni non opportuna – ha esordito il parroco di Mortora – Mi domando: quando mai Gesù è stato ‘opportuno’?». Nella ricorrenza che la chiesa cattolica celebra dal 1264 come memorialis sacramentum in cotidianis missarum sollemnior, festum sanctissimi Corporis Domini nostri Jesu Christi e che rammenta ai cattolici il significato della consacrazione del pane liturgico e dell’incarnazione del redentore dell’umanità, don Rito Maresca si è rivolto ai fedeli affermando: «Se davvero crediamo che “il Verbo si è fatto carne”, allora ogni carne è sacra. Anche quella che muore senza nome. Se crediamo nel sacrificio del Corpo di Cristo presente nel pane spezzato, allora ovunque si spezzano corpi innocenti, lì possiamo credere presente il Corpus Domini». «Chiediamo grazia e luce per non cadere nella spirale dell’odio, non rispondere al male col male… – ha spiegato – Mentre noi adoriamo il pane spezzato, sacramento del Corpo di Cristo, a Gaza si spezzano corpi innocenti. E non possiamo far finta di non vedere». Precisando che «Indossare questa casula significa stare con gli innocenti, non con Hamas, e neppure contro il popolo ebraico. Significa ascoltare anche quegli israeliani che chiedono la pace. Significa dire che ogni vita conta, specie quella che qualcuno cerca di annientare», dopo aver descritto le atrocità dell’assedio di Gaza ha dichiarato: «Ci sono tante guerre, è vero. Ma oggi questa ci guarda in faccia. Con la complicità attiva degli USA e il silenzio codardo di molti governi europei, Israele esporta la guerra anche in Iran, distraendo il mondo da ciò che accade in Palestina. Una strategia che serve a deviare lo sguardo. Passare oltre equivale a comportarsi come il sacerdote e il levita della parabola del buon samaritano. Fermarsi, invece, è Vangelo, è Cristo. Noi, come cristiani, dobbiamo restare fermi lì dove soffre l’umanità». CONTEMPORANEAMENTE A ROMA Papa Leone XIV ha presieduto la messa celebrata a San Giovanni in Laterano denunciando “la miseria di molti” e “l’accumulo di pochi, segno di una superbia indifferente, che produce ingiustizia” e alla processione fino a Santa Maria Maggiore esortava i fedeli a esibire il pane consacrato per mostrare “la fame che abbiamo nell’animo”. Intanto in piazza San Giovanni un gruppo di giornalisti manifestava per testimoniare che nell’assedio di Gaza l’esercito israeliano ha ucciso ucciso 237 reporter, fotoreporter e videomaker. * Il Papa: Cristo risposta alla “fame” dell’uomo. Tanti popoli umiliati dall’ingordigia altrui / VATICAN NEWS * Roma, flash mob per denunciare la strage di giornalisti a Gaza / PRESSENZA GIOVEDÌ 3 LUGLIO PROSSIMO A PIANO DI SORRENTO Maddalena Brunasti
June 23, 2025
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