Jean Echenoz / Deviazioni
Un uomo nudo precipita da una finestra e si sfracella a pochi metri da Robert
Bristol, che tira dritto. È assorto, ha un film da preparare, conti che non
tornano, un’attrice da convincere e un treno da prendere. Il primo grido della
portinaia non lo turba; solo quando si ripete e altre grida si aggiungono,
Bristol si ferma e si volta. Comincia così Bristol: un avvenimento enorme
(perlomeno per chi ci lascia le penne), una reazione fuori misura per difetto e
tutte le premesse per un gustoso giallo.
Presto, però, ci accorgiamo che Jean Echenoz non ha nessuna fretta di occuparsi
di quel morto. Lo lascia lì, come un pretesto narrativo sul quale tornare quando
gli farà comodo, mentre il romanzo salta da un luogo all’altro, segue altri
personaggi, si attarda su una mosca. È una libertà un po’ anarchica, ma
esercitata con grande precisione: il narratore taglia, cambia inquadratura,
commenta le proprie scelte e mostra senza complessi il montaggio del racconto. E
noi lo seguiamo volentieri quando ci porta lontano dalla storia che pensavamo di
leggere.
Una storia, comunque, c’è. Bristol è un regista non più giovane, con qualche
riconoscimento, due matrimoni falliti e un pubblico che non si è mai accorto di
lui. Vuole adattare Due cuori in purgatorio della prolificissima Marjorie des
Marais: adulterio, mercenari, stregoni e miniere d’oro in un’Africa buona per
tutte le avventure. Lui pretende savane e animali veri, la scrittrice mette i
soldi, purché la protagonista sia la sua protetta Céleste Oppen. Si parte.
Le riprese si complicano subito. Un attore si paracaduta sul dorso di un
elefante e resta appeso a testa in giù. L’elefante, invece, è bravissimo:
Bristol gli amplia la parte, incurante delle spese. Arriva poi una milizia vera,
ma il comandante, prima di offrire uomini e mezzi, tiene al regista una lezione
sul cinema tedesco degli anni Settanta! La paura si scioglie in una
conversazione su Fassbinder: ci preparavamo al peggio ed Echenoz ci ha già
portati altrove. È un’arte che l’autore francese esercita da molto tempo. Da
Cherokee a Lac, passando per le vite di Ravel, Zátopek e Tesla, ha preso i
generi popolari (il noir, la spy story, l’avventura) e li ha smontati per
rimetterli in moto a modo suo. In Bristol il cinema entra anche nel soggetto: il
regista cerca di far funzionare la sua sceneggiatura, mentre il narratore si
concede ogni libertà con la propria.
Si potrebbe temere un gioco compiaciuto, di quelli che tengono il lettore a
distanza per mostrargli quanto è intelligente chi scrive. E invece ci si
diverte, anche perché la voce narrante si assume il compito di farci compagnia.
Ci informa che non ha voglia di descrivere un attore troppo occupato a
contemplarsi da solo, tenta di raccontare un colpo di fulmine e subito si
interroga sulla riuscita, taglia una scena d’amore ma dimentica di togliere il
sonoro. Il romanzo procede attraverso queste confidenze, con una familiarità che
permette al lettore di partecipare al lavoro della finzione. E poi ci sono le
cose. Una scatola di tabacco trasformata in portamatite trattiene il racconto
per un intero capitolo, grazie a una mosca che ne esplora i dintorni; un’auto a
noleggio acquista il carattere premuroso di un cane guida; querce e platani si
contendono l’ombra da proiettare sul prato. Gli oggetti si animano, gli animali
osservano gli uomini, le descrizioni prendono iniziative proprie. Ogni
deviazione offre qualcosa da guardare, una somiglianza inattesa, un dettaglio
che cambia il tono della scena.
Dentro questa commedia rimane però la solitudine di Bristol. Il fallimento del
film svuota il telefono, dirada le visite, lascia tempo da riempire e una casa
che si impolvera. Echenoz gli concede gesti goffi e pensieri malinconici senza
trasformarlo in un caso umano da compatire come invece è l’ispettore.
Continuiamo a seguirlo anche quando ha perso quasi ogni iniziativa, perché
abbiamo imparato a conoscere il suo modo distratto di stare al mondo e forse, un
po’, ci riconosciamo.
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