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L’internato di Sebastian Fitzek
Un padre che non si dà pace per la scomparsa del figlio, Max. Un serial killer, Tramnitz, in una clinica psichiatrica per pazzi criminali. Sono 347 pagine, scritte dal tedesco Sebastian Fitzek, che non ti lasciano e inseriscono L’internato dentro … Leggi tutto L'articolo L’internato di Sebastian Fitzek sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Maria Lazar / Ritratto di donne con “Estranea”
Lo hanno definito un romanzo modernista. Forse perché è stato scritto cento anni fa, ma se non si leggesse questa informazione nel risguardo, non lo si direbbe davvero. Lo si potrebbe dedurre dall’ambientazione, da qualche dettaglio. Ma è un romanzo così sperimentale, così fresco, così diverso, così originale che davvero si stenta a credere che sia emerso da un cassetto dopo cent’anni quasi per caso, e che abbia trovato la via della pubblicazione prima in Austria nel 2023 e ora in Italia. La protagonista è una ragazza senza nome, e noi leggiamo il suo diario. Pieno di esitazioni e ripensamenti, di confessioni e ritrattazioni, di correzioni, di cambi improvvisi di direzione, di tono, di intenti. Ma sono tutti effetti cercati e voluti, scelti. «Sono io, no, che scrivo questo libro, io o l’Estranea, che se ne sta nello specchio e fa sempre la stupita…» L’Estranea, il doppio malevolo della protagonista senza nome, aleggia tra le pagine e si affaccia soprattutto dagli specchi, è cattiva, pensa male e agisce peggio. Compare e scompare come a sancire una consapevolezza; che in un diario, per quanto si confessi sincero e senza filtri, ci dipingiamo e raccontiamo sempre meglio di quello che siamo. Ma la cattiveria e il male dentro di noi non scompaiono solo perché non gli diamo corpo nella pagina. Ulla, Grete e Anette sono le amiche della protagonista senza nome. Vanno a scuola insieme, sono innamorate dello stesso professore, crescono insieme ma anche ognuna a modo suo, e condividono una condizione femminile che, ahimè, sarebbe bello poter dire che era vera cento anni fa e che non lo è più. Una condizione di sottomissione e sudditanza se si sceglie il matrimonio. Una condizione di paura e pericolo se si sceglie di seguire i sentimenti, i propri desideri. Una condizione di miseria e di infelicità, se non c’è nessuno a cui appoggiarsi, se capita una sfortuna, se qualcosa va storto. Una condizione di terrore se si è scelto di stare con un uomo e si resta incinte e non ci sono modi sicuri per rinunciare al bambino. Forse oggi queste condizioni sono mitigate, ci sono dei diritti che sono stati conquistati. Ma sono in pericolo quei diritti, e in molte parti del mondo la realtà femminile di oggi assomiglia tragicamente a quella di cento anni fa (quando non è persino peggio). Del resto, la protagonista senza nome fa la bibliotecaria, e subisce le avances del suo capo. Sound familiar anche questo, vero? L’ansia, lo spaesamento, il senso di precarietà che si propagano tra le pagine ma mano che procediamo nella lettura, hanno sicuramente le loro radici nel tempo in cui il libro è stato scritto, tra il 1928 e il 1929, e il luogo, Vienna: la repubblica di Weimar, la crisi tedesca, il crollo delle borse mondiali, i primi sintomi dell’ascesa nazista. E ancora quegli stessi sentimenti di disorientamento e timore, di una realtà che scivola tra le mani senza che la possiamo afferrare, quanto sono attuali, quanto sono nostri. In bilico tra solidarietà e rivalità, l’amicizia tra Ulla, Grete, Anette e la protagonista senza nome ci colpisce per la sua profondità e tragicità. Il titolo, Quattro volte me, rimanda subito all’impressione (alla confessione?) che la protagonista viva anche la vita delle sue amiche, che ne prenda a prestito la voce, la calligrafia, le esperienze, e che cerchi di assorbirne le qualità. Grete, che sembra sedere «in una nube tiepida e fragrante»; Ulla, «occhi d’acqua ghiacciata», atletica e sagace; Anette, frivola e svagata, dalle «lunghe gambe a pertica». Come se moltiplicandosi, frammentandosi, potesse venire a capo di un’esistenza senza appigli e forse anche senza senso, inseguita dall’Estranea e dal ricordo di un’infanzia dispettosa e irriverente. Un romanzo molto nordico nelle atmosfere e nel mistero, che resta nel nostro immaginario, a disturbarci un po’ e a ricordarci che tutto quello che succede fuori da noi ha un’eco dentro di noi, e che è uno dei nostri compiti creare dei ponti e magari anche mettere d’accordo i due mondi, esterno e interno. Solo così la nostra vita interiore si arricchisce e si evolve, e ci rende in grado di dare un senso anche all’universo complesso che ci circonda. L'articolo Maria Lazar / Ritratto di donne con “Estranea” proviene da Pulp Magazine.
September 8, 2026
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Francesco Guccini / L’ultimo racconto
Francesco Guccini, esistendo ancora la parola, anche se lui il 6 agosto si è offerto ad altro del nostro mondo, racconta una favola salace com’è suo costume, appostandosi da sempre nella novellistica italiana – e più che italiana se le origini stanno dalle parti di Modena, Bologna, Pàvana. Si sa come le voci amino avventurarsi nell’erotismo regionale. E tutti sanno in che modo Guccini ha recuperato sé stesso e tutti noi nelle sue canzoni. Anche questo libro, a ben guardare, è una canzone, appena più estesa di quante ne conosciamo da Folk beat n.1 in qua. Vi si narra di storie e luoghi presenti in un “brogliaccio” ricevuto da un giornalista, autore di cui non si sa niente e misteriosamente scomparso. Intorno al curioso titolo s’imbastiscono varie spiegazioni, dalle più semplici alle più sibilline che non possono mancare, sottolineando Guccini l’aspetto meno casto della questione. Filologia insegna, avendo a che fare con i virtuosismi analogici (vade retro il digitale, per carità) di chi ha creato la mitologia della via Emilia. Ma dai doppi sensi erotici alla figura di una ragazza “eterea, quantomai pura” di nome Lisa o Lisetta, il salto non sembri azzardato. Siamo alla metà degli anni Trenta, e l’autore ci ricorda che a qual tempo si pensava (o meglio, pensava il Regime) ai caschi coloniali e a imbracciare il moschetto. Da qui alle numerose digressioni, offerte da Guccini per nostra gioia, il passo è breve, anzi istantaneo, divertendosi egli stesso a dare voci alla varia umanità non sfuggente a una sana accademia morale non scritta ma colta nei dialoghi anche un po’ boccacceschi dal sapore aspro e arcaico. C’è Lisetta e ci sono le strade folcloriche, le trattorie leggendarie e le “case d’altri”, e gli allestimenti – dopo la guerra – delle prime Feste dell’Unità. In poche pagine di garbata prosa il nostro novellière ci riporta in un mondo di acqua di Vichy, di Acqua di rose, di famiglie disabbigliate in sottovesti e mutande casalinghe e la presenza forte di una grande “personaggio”, il fiume Reno, minore del fratello germanico, poiché qui siamo in mezzo a due sponde: riva toscana a destra, e a sinistra di colpo è tutta Emilia. Guccini è di Modena, non può dimenticarsi nel suo racconto del Panaro (fiume maschio) e il Secchia (fiume ambiguo, il o la? chi lo sa). Ma è a Casalecchio di Reno, sui pedali, che si va la mattina presto portando vettovaglie (mortadella, due etti, “vera prova dell’esistenza di Dio”). Casalècc sur la mèr, un Lido per via della chiusa lì presente, e dunque una piscina balneabile. È lì che Lisetta, in sottoveste, resiste agli abbordaggi e alla fine si distende nell’acqua affrontando la calura che priva di ogni forza – e si lascia andare. Questo è il capitolo più mistico di Calde le pere!, Guccini in poche righe fa riemergere i toni caldi e sognanti delle estati ferragostane della nostra infanzia, perlomeno dei nati negli ultimi anni del ’40 e nei primi del ’50. Il seguito della storia la si lascia al lettore. La brevità di questa fiaba, dove nostalgia, paganesimo, tradizione remota sembrano riunite per stuzzicare sortilegi e avventi, ha un fastoso potere: la tenera fanciulla entra nei sogni, e la sacralità di certe questioni regionali fa tornare a tempi non del tutto scomparsi, anche se l’epoca attuale ha abnormi intenzioni di giocarsi ai dadi sia il futuro che il passato – tutti tempi da sempre creduti non catturabili. L'articolo Francesco Guccini / L’ultimo racconto proviene da Pulp Magazine.
September 6, 2026
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Ahmet Altan / Vite armene
Ahmet Altan è uno scrittore e giornalista turco: è stato imprigionato in Turchia dopo il tentato golpe del 2016 contro il governo del presidente Erdoğan, condannato all’ergastolo e liberato solamente nel 2021. Nel 1998 ha dato inizio al suo “Quartetto Ottomano”, che racconta la nascita della Turchia moderna. Quest’anno è stato pubblicato da e/o, con la traduzione di Nicola Verdame, il romanzo conclusivo del Quartetto, Ti cerco, amata, dove il legame tra il soldato turco Ragıp e l’infermiera armena Efronya deve affrontare le profonde e crudeli lacerazioni di un impero. Con un profondo spirito critico e con la malinconia viscerale che caratterizza la narrativa turca, l’autore racconta un tassello buio della storia contemporanea: il genocidio armeno. Ragıp Bey è un soldato nel corpo militare dell’Impero Ottomano, impegnato nella difesa del paese nella Prima guerra mondiale. Dopo la vittoria a Çanakkale contro gli inglesi, in quella che viene ricordata come la Campagna di Gallipoli, Ragıp Bey viene elogiato da amici e superiori: il suo obiettivo è ottenere il titolo di pascià che viene conferito per gli sforzi bellici, in onore di una promessa fatta alla madre e per eguagliare il fratello Cevat Pascià. Al suo ritorno a Istanbul, però, la gioia per la vittoria si scontra con una triste notizia: Ragıp scopre che la sua amata Efronya è stata deportata in quanto armena. Nei primi decenni del Novecento, l’Impero Ottomano si trova tristemente ancorato al proprio glorioso passato, incapace di riconoscere e fronteggiare i problemi che affliggono il paese. Mentre il popolo affronta carestie e patisce la fame, il governo è impegnato a far brillare la propria immagine. Come spesso accade, nel corso di questa nostra Storia da cui non impariamo mai abbastanza, trovare un capro espiatorio a cui addossare tutte le problematiche appare essere sempre la soluzione più veloce ed efficace, senza mai rivelarsi quella scelta giusta, morale e longeva con cui i paesi riconoscono le proprie colpe. Così la preoccupazione politica per una possibile insurrezione degli armeni diventa la motivazione ufficiale a supporto dell’inizio della deportazione di massa della popolazione armena. «Puoi mai deportare della gente solo perché sei preoccupato?», si chiede un ragazzo turco, Nizam, all’interno del romanzo: «se la preoccupazione è l’unico criterio, chiunque può preoccuparli». Efronya è un’infermiera armena e la donna amata da Ragıp Bey. In questo clima di paura e odio, mentre Ragıp è impegnato a Çanakkale, Efronya viene strappata dalla sua casa a Istanbul e condotta dai militari che controllano le stazioni e le strade della Turchia fino ad Aleppo, in Siria. Impotente di fronte alla violenza e alla crudeltà dell’esercito turco, Efronya si trova a collaborare con coloro che condividono con lei la fatale colpa di essere armeni e a fare affidamento sulla compassione di chi si trova risparmiato dall’odio turco. Con Ti cerco, amata Altan crea uno spazio vivo, dove il sentimento di impotenza e di incredulità diffuso nella popolazione verso la linea del governo si scontra con la tesi crudele dell’esercito e dei potenti. L’autore dona spesso voce al militare Mehmed Talat Pascià, ritenuto una delle menti dietro l’organizzazione delle deportazioni, il quale afferma come esse siano necessarie per purificare l’Impero e far sì che sia popolato interamente da turchi musulmani. Al contempo Altan sottolinea la compassione e la solidarietà diffuse nella popolazione, unite alla perplessità e allo sconcerto di vedere i propri politici trasformarsi in carnefici: «Capisco che per la patria si voglia combattere il nemico […] ma questi, più che il nemico, ammazzano i figli di questo paese. Si possono mai toccare le donne?» si chiede Ragıp. «Se un impero immenso come quello ottomano ha paura dei bambini, lasciamolo crollare». L'articolo Ahmet Altan / Vite armene proviene da Pulp Magazine.
September 5, 2026
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Simone Azzu / Tallahassari!
Scrivo di qualcosa che conosco poco – il che non è affatto raro, tra l’altro, per coloro che scrivono di qualcosa. Lo faccio nella peggiore, ossia nella più borghese, delle situazioni: al termine di un periodo di villeggiatura e, per di più, da continentale che ha passato qualche tempo in Sardegna. I rapporti a tutt’oggi coloniali, o neocoloniali, tra penisola e isola non giocano insomma a mio favore. Ma l’auspicio vero è di non scrivere tutto questo come inutile captatio benevolentiae: preferisco invece dichiarare la posizione dalla quale mi accingo alla breve lettura di un ottimo libro, cercando così di annotarne due o tre cose che ancora non so, ma provo comunque, scrivendo, a mettere a fuoco. D’altronde, è il libro stesso, Albergo Savoia, esordio sulla misura del romanzo di Simone Azzu – a suggerire che potrei fare tutto questo in vista di un «giusto paper nei giusti caratteri all’università di Barcellona prima e di Tallahassee dopo», visto che «in Florida, anche a dicembre, c’è il clima per una bella piña colada». Si suggerisce, cioè, che un certo interesse intellettuale per la questione sarda – magari vincolato a certe aporie e a certe contraddizioni tipiche degli studi postcoloniali contemporanei – potrebbe nascondere operazioni di estrazione e appropriazione, versate ora sul piano culturale, laddove politiche coloniali ed estrattive hanno già creato, negli ultimi secoli, e continuano a creare immani e tragici problemi per l’isola (dai Savoia alle pale eoliche, passando per la pianificazione economica fallimentare del secondo Novecento, o la militarizzazione di intere aree della regione). È un suggerimento, però, che viene lasciato cadere en passant, in un testo che nelle sue 384 pagine ricorre soltanto due volte ad aggettivi dell’area semantica della “colonizzazione”. La narrazione di Albergo Savoia sembra in effetti occuparsi d’altro, inseguendo una polifonia di personaggi e storie collocati in una città isolana – non necessariamente sarda (anche se vari dettagli, dai cognomi alle specie floreali, tradiscono il riferimento a una specifica città del nord della Sardegna) – che, come molte altre città di provincia italiane, ha al proprio interno due microcosmi, apparentemente separati: quello dell’Albergo Savoia, appunto, e quello del Bar Delfino. Come a dire, borghesia e alta borghesia, da una parte, e proletariato e sottoproletariato urbano, dall’altra: le storie degli abitanti di questi luoghi finiscono naturalmente per intrecciarsi, ora per questioni sentimentali ed erotiche ora per vicende politiche ed economiche di vario tipo, e tuttavia l’eco della lotta di classe è ancora ben palpabile – qui, decisamente più che in tanti altri autori della generazione di Azzu (nato a Sassari nel 1994) o delle generazioni precedenti. Ed è una lotta di classe che innerva profondamente il precedente accenno alla questione coloniale sarda, arricchendola di molteplici significati e di possibili orizzonti politici. Detto questo, Albergo Savoia non è un romanzo a tema, e sfugge anche al rischio della più facile tipizzazione: la lingua dell’autore – coltivata anche in ambito teatrale, con alcune notevoli produzioni (come Petter – prigioniero politico, XIII Premio Cervi, e Il pubblico bene, entrambe con Martino Corrias, cui si aggiunge l’opera radiofonica Doppia mandata, realizzata nel 2026 per Rai Radio 3) – è agile e al tempo stesso stratificata, capace di incursioni gnomiche ma anche di delicati arabeschi stilistici. Raggiunge uno degli apici più chiari e gustosi nella lunga scena in cui si mescolano le due tipiche occasioni sociali dei personaggi che gravitano intorno all’Albergo Savoia e di quelli che stazionano al Bar Delfino, ovvero lo spettacolo teatrale e la partita di calcio. Ora, in questa sapiente miscela stilistica, si potrebbe forse riconoscere qualcosa del Sergio Atzeni più immaginifico e anche più sensuale e del Salvatore Mannuzzu fine osservatore della borghesia sassarese – sono questi, del resto, gli autori su cui si concentrano, al momento, le ricerche dottorali di Azzu – ma non mancano echi della narrativa italiana contemporanea stilisticamente più complessa e matura come quella di Davide Orecchio o di Valentina Maini. È una lingua, più che altro, che scaturisce da un nesso fondamentale della scrittura di Azzu, rivelato nella terzultima frase del libro, dove si legge che «è fine dell’uomo» – e accogliamo volentieri questo accenno di sentenziosità in un libro che ideologico o retorico non è affatto, né tanto meno melodrammatico – «quello di sopravvivere, di mantenersi saldo all’unica cosa che ha, il corpo e lo spazio e il tempo». Corpo, spazio e tempo sono fondamentali per la lingua di un autore che voglia ritenersi tale, e in quella di Azzu riemergono con grande facilità: ciò accade perché sono corpo, spazio e tempo che  lottano, tra Tallahassee e Sassari, per non essere oggetto di nuova estrazione e colonizzazione.     L'articolo Simone Azzu / Tallahassari! proviene da Pulp Magazine.
September 4, 2026
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Larry McMurtry / Una collezione custerologica
Quando Larry McMurtry (1936-2021) pubblica Custer nel 2012, per Simon & Schuster, ha già alle spalle una carriera lunga mezzo secolo lungo un doppio binario che è bene tenere presente fin dalle prime pagine: quello del romanziere della frontiera, Pulitzer nel 1986 per Lonesome Dove, e quello dello sceneggiatore, che nello stesso 2011 aveva pubblicato Hollywood: A Third Memoir, dedicato ai trent’anni passati a adattare per lo schermo romanzi — propri o altrui — western e non solo. È un dettaglio cronologico che conta, perché Custer nasce a ridosso di quel bilancio hollywoodiano, e ne porta addosso il metodo: la stessa economia di battute, la stessa fiducia nella sentenza folgorante più che nell’argomentazione distesa, che nella sceneggiatura funziona da principio costruttivo e che qui, applicata alla biografia storica, diventa il bersaglio principale delle riserve della critica americana. Il libro si presenta come una “vita breve” — meno di duecento pagine, fittamente illustrate — dedicata allo scenario più controverso della frontiera, quello del “Custer’s Last Stand” e della disfatta del Little Bighorn del giugno 1876. McMurtry dichiara in apertura di voler sgombrare il campo dalle congetture ridondanti che affollano la sterminata bibliografia custeriana, per restituire piuttosto un ritratto della vanità e della sete di gloria del “Boy General”. È un’ambizione polemica che si scontra, nel giudizio della stampa statunitense, con l’esecuzione. C’è chi riconosce all’autore una competenza di lunga data — una collezione personale imponente di materiali sulla “Custerologia”, due visite al campo di battaglia — e legge il libro come un commento informato sul personaggio e su ciò che viene definito il “momento Custer”, la chiusura di un’intera narrazione della colonizzazione americana risolta in un esito paradossale, la vittoria dei perdenti ultimi, i nativi americani. Ma prevale, nel complesso della ricezione, un giudizio più severo: il Custer di McMurtry viene descritto come il personaggio che l’autore non è mai arrivato a scrivere fino in fondo, sacrificato sull’altare di una concisione che diventa evasione più che disciplina; e c’è chi, sulle pagine specialistiche di studi sulla letteratura del West, liquida il volume come privo tanto di ricerca originale quanto di argomenti nuovi — un giudizio che stride con la statura di un autore altrove definito “master storyteller”, qui accusato di non tenere in pugno la propria materia. Si segnalano inoltre sviste fattuali nell’apparato didascalico delle fotografie, la più citata delle quali riguarda l’attribuzione a Custer di un cavallo, Comanche, appartenuto in realtà al capitano Myles Keogh: sintomo, più che refuso isolato, di un progetto condotto con la sprezzatura di chi crede che il proprio nome basti a reggere l’impianto. Il libro arriva, va ricordato, dopo i grandi studi monografici di Whittaker, Connell, Philbrick, rispetto ai quali non porta una tesi comparabile in solidità documentaria. È qui che il paragone con la sceneggiatura torna utile, e non come semplice curiosità biografica. Il debutto cinematografico di McMurtry risale al 1963, quando Horseman, Pass By, il suo primo romanzo, diventa Hud per la regia di Martin Ritt, con Paul Newman protagonista e due Oscar vinti da Patricia Neal e Melvyn Douglas nei ruoli non protagonisti. Segue, nel 1971, The Last Picture Show di Peter Bogdanovich — tratto dal romanzo semiautobiografico del 1966, ambientato nella cittadina texana modellata sulla Archer City dell’infanzia dell’autore — che vale a McMurtry la prima candidatura all’Oscar per la sceneggiatura non originale, condivisa con lo stesso Bogdanovich. Nel 1983 arriva Terms of Endearment, scritto e diretto da James L. Brooks a partire dal romanzo di McMurtry del 1975, che vince cinque premi Oscar incluso quello per il miglior film, con Shirley MacLaine nel ruolo che le varrà la statuetta da protagonista — ruolo che l’attrice riprenderà nel 1996 nell’adattamento del romanzo-sequel The Evening Star. Anche Leaving Cheyenne trova la via dello schermo, come Lovin’ Molly di Sidney Lumet. È dunque una filmografia già solidissima quella su cui si innesta, decenni dopo, il capitolo più celebrato: la sceneggiatura di Brokeback Mountain, scritta con Diana Ossana a partire dal racconto di Annie Proulx apparso sul “New Yorker” nel 1997 — una sceneggiatura che per anni circolò a Hollywood come una delle migliori mai rimaste inedite prima che Ang Lee accettasse di dirigerla — e che vale ai due coautori l’Oscar nel 2006. Non stupisce che il riconoscimento più alto sia arrivato per un adattamento e non per un romanzo originale: è nella traduzione di una materia già data — un racconto altrui, così come, nel caso di Custer, una vita storica già scritta e riscritta da altri per un secolo e mezzo — che l’economia stilistica di McMurtry, la sua fiducia nella battuta secca più che nella tessitura documentaria, trova il proprio terreno più fertile. Applicata a un soggetto storico sovraesposto, quella stessa economia produce invece, secondo buona parte della critica statunitense, un margine di delusione. Diverso, e assai più favorevole, è il destino critico del volume gemello, Cavallo pazzo (Crazy Horse: A Life, Penguin, 1999 – tradotto sempre da Einaudi nel 2025), scritto da McMurtry dopo un lungo periodo di crisi creativa seguito a un intervento di bypass cardiaco. Se in Custer si lamenta un eccesso di sicurezza autoriale su materiale già sovrabbondante, nel caso di Cavallo Pazzo — figura sfuggente, priva di fotografie e di documentazione diretta — la scarsità delle fonti diventa il punto di forza del racconto: la critica riconosce che la narrazione debba restare al livello della supposizione più che della verità accertata, e proprio in quella distanza tra oggettività storiografica e intuizione narrativa si avverte il romanziere celato dentro il biografo. È lo stesso metodo della “vita breve” applicato a un soggetto che si presta alla ricostruzione congetturale: dove Custer è sovraesposto da un secolo e mezzo di scrittura altrui, Cavallo Pazzo è quasi un vuoto che la prosa di McMurtry può riempire senza il rischio della ridondanza — la stessa economia narrativa che in un caso appare pigrizia, nell’altro si rivela discrezione. Questa asimmetria tra i due volumi rimanda al progetto più ampio della scrittura mcmurtriana sulla frontiera, il cui vertice resta la tetralogia di Lonesome Dove: composta, in ordine di pubblicazione, da Lonesome Dove (1985), Streets of Laredo (1993), Dead Man’s Walk (1995) e Comanche Moon (1997) – da noi, sempre per Einaudi, Lonesome Dove (2019), Le strade di Laredo (2020), Il cammino del morto (2025), Luna Comanche (2026) – e ordinata cronologicamente in senso opposto a quello compositivo — il romanzo che apre la saga sulla pagina è in realtà il terzo nella cronologia interna delle vicende dei rangers Woodrow Call e Augustus McCrae. Lonesome Dove, 843 avvincenti pagine sulla mandria di bestiame condotta dal Texas al Montana negli anni Settanta dell’Ottocento, vince il Pulitzer nel 1986 e diventa nel 1989 una miniserie televisiva con Robert Duvall e Tommy Lee Jones, sceneggiata da William D. Wittliff: sette Emmy vinti su diciotto candidature, e ascolti record per la CBS, con oltre ventisei milioni di spettatori a serata. McMurtry ha sempre rivendicato l’intenzione demitizzante del ciclo, un’operazione di rovesciamento consapevole contro il western da edicola e la sua eredità epica — quella di autori come Louis L’Amour — dichiarando in un’intervista del 1988 di sentirsi critico di un mito, quello del cowboy, che pure gli apparteneva come eredità personale ma che non riteneva più praticabile. Nelle proprie memorie arriverà a descrivere Lonesome Dove come il “Via col vento del West” — un buon libro, non un capolavoro — confessando il disagio di uno scrittore che vede la propria opera più venduta trasformarsi, contro le intenzioni dichiarate, in ciò che avrebbe voluto smontare: il pubblico l’ha accolta proprio come l’epopea consolatoria che l’autore intendeva criticare dall’interno, rinsaldando piuttosto che demolendo i miti dell’eroismo occidentale, dell’innocenza razziale e dello stoicismo maschile. È una tensione che la critica americana più recente continua a interrogare, notando come la violenza sistematica del racconto — stupri, castrazioni, torture, l’impiccagione di un vecchio amico — convive con personaggi, Augustus McCrae in testa, la cui vitalità aforistica finisce per renderli, loro malgrado, eroi nel senso più classico del termine: un cavallo di Troia stilistico che introduce una tragedia revisionista sotto le spoglie rassicuranti del genere. Su questo sfondo la doppia incursione biografica — Custer e Cavallo Pazzo affrontati come le due facce della stessa disfatta — si legge come il tentativo tardivo di completare in chiave saggistica un lavoro di destrutturazione del mito che il romanzo, per ammissione dello stesso autore, aveva condotto solo a metà, restando prigioniero del proprio successo. E se la parabola cinematografica di McMurtry dimostra che quella stessa voce sentenziosa può ancora, nelle giuste condizioni di materiale, produrre risultati all’altezza della fama — fino al coronamento tardivo di Brokeback Mountain — la biografia storica di un personaggio già sepolto sotto un secolo di scrittura altrui resta, per la critica statunitense, il terreno su cui quella stessa voce mostra i propri limiti più scoperti.   L'articolo Larry McMurtry / Una collezione custerologica proviene da Pulp Magazine.
September 3, 2026
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Filippo Tuena / Imperi e sepolture
Premessa metodologica: vale la pena di recensire quel che pubblica Filippo Tuena, anche opere per così dire minori, perché se non altro è un autore che non propone niente di scontato: ogni nuova uscita va in una diversa direzione, e questo volumetto non fa eccezione. Certo mi avrebbe fatto piacere che lo scrittore romano trapiantato in quel di Milano fosse tornato alla narrativa, ma mi accontento di questo suo ennesimo saggio nel quale la formazione da storico dell’arte e l’esperienza professionale di antiquario si combinano alla capacità di disegnare originali architetture testuali (addirittura un prosimetro, mix di prosa e “quasi versi”) e interessanti derive stilistiche. Al centro del testo, lo dice già il titolo, una pietra – ma non una pietra qualsiasi. Tuena è affascinato, e forse un po’ intimorito, dall’andesite porfirica, comunemente chiamata porfido rosso antico. Caso vuole che questo minerale di origine vulcanica, cavato in un’unica miniera nel massiccio egiziano del Gebel Dokhan, fosse di un meraviglioso color porpora, come la tinta delle toghe dei senatori romani (da cui uno dei due colori della città eterna, l’altro essendo l’oro); proprio per questo gli altrettanto romani imperatori la scelsero per i propri sarcofaghi. Il porfido quindi, come spiega Tuena, diviene indissolubilmente legato all’idea stessa dell’Impero con la I maiuscola (almeno, nella sua versione europea); non sorprenderà quindi che Federico II di Svevia, lo Stupor Mundi, sia stato inumato in un sarcofago di porfido ricavato da una colonna romana; e le spoglie di Napoleone riposano agli Invalidi in una tomba di quarzite rossa assai simile alla pietra imperiale, a imitazione dei Cesari che furono. Tuena illustra vari esempi di impiego della prestigiosa pietra purpurea, e rileva come la bellezza del suo colore e della sua tessitura abbiano fatto sì che i manufatti realizzati in quel materiale siano stati spesso riutilizzati nei modi più disparati. A Roma i Cosmati tagliavano le lastre strappate dai templi pagani per produrre tessere con cui comporre gli straordinari mosaici che pavimentano le chiese più antiche dell’Urbe, come Santa Prassede immortalata da Browning o Santa Maria in Cosmedin (in quest’epoca di barbari nota solo per ospitare la Bocca della Verità). Il porfido assume quindi nel corso dei secoli nuove forme e adorna nuovi edifici, trafugato da un luogo all’altro, compiendo strani e avventurosi viaggi. Colonne romane finiscono a Palermo, e quelle che i pisani saccheggiarono a Majorca nel 1117 vengono poi donate ai fiorentini. Talvolta anche i manufatti in pietra fanno una brutta fine: come le titaniche colonne in porfido della basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma (un tempo effettivamente fuori Roma…), calcinate nell’incendio che devastò la chiesa nel 1823 – neanche questa durissima pietra vulcanica è insomma immortale, nonostante il suo impiego in illustri sepolture voglia suggerire l’eternità garantita ai defunti dalla gloria. Questo perdurare della fama però non è affatto certo, come nel caso dell’imponente sarcofago davanti al quale Tuena si è fatto fotografare (ebbene sì, ci sono prosa e versi ma anche immagini in questo libro), ubicato a Costantinopoli (o, come dice il turco, Istanbul), del quale si sa che vi venne adagiato il corpo di un imperator cristiano (c’è la croce), ma chi fosse esattamente si ignora (manca qualsivoglia dato anagrafico, nome e cognome in testa). Che l’autore di Cimitero dei porfidi sia voluto comparire in una delle illustrazioni mi pare alludere a una valenza autobiografica dello scritto: le peregrinazioni dei manufatti nella solenne pietra purpurea corrono in parallelo ai suoi viaggi, alle sue visite a questi relitti di imperi e dominazioni scomparse nel flusso del tempo. Ma c’è un ulteriore strato di senso nella vicenda del porfido, nel suo sparire e riapparire nei marosi della storia: Tuena ha in mente “le memorie erratiche, quelle che compaiono all’improvviso e ci scuotono per poi tornare al letargo a cui sono destinate”. I sepolcri che furono colonne, i mosaici fatti di tessere ritagliate da antichi rivestimenti, nel loro vagare da un tempo all’altro, da un luogo all’altro, talvolta secondo tragitti che non riusciremo mai a ricostruire, somigliano ai ricordi che riaffiorano inattesi dagli abissi della nostra mente; e nel tornare ai porfidi da lui visitati, lo scrittore torna a momenti della propria vita. E dato che spesso sono le sepolture a essere nobilitate dalla pietra purpurea, è inevitabile leggere Cimitero dei porfidi anche come meditazione sulla morte che tutto porta via, e si manifesta nell’onirica chiusa quando la voce narrante si ritrova nel buio di un sarcofago, a sprofondare in “queste tenebre senza fine che mi accompagneranno d’ora in avanti”.   L'articolo Filippo Tuena / Imperi e sepolture proviene da Pulp Magazine.
September 2, 2026
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Giulio Ferroni / Ulisse non viaggia più qui
Può accadere con i film, come pure con le canzoni popolari; molto avviene con i libri, la storia e la letteratura, che i luoghi e le immagini del mondo si rianimino, anche a distanza di tempo, e diventino vive ai nostri occhi. Scilla e Cariddi, con la forza del loro mito, sono oggi per noi proprio questo. Dobbiamo riconoscere la forza di questa operazione a un bel libro pubblicato da Laterza il cui autore Giulio Ferroni è un critico letterario e storico della letteratura di chiara fama. Già professore presso l’Università di Calabria e poi, per quarant’anni, docente presso l’università la Sapienza di Roma, oggi Ferroni è professore emerito e, per sua esplicita dichiarazione, è stato mosso alla scrittura di questo libro da un forte senso di inquietudine e di irritazione per quello che sta succedendo intorno al progetto di un eventuale ponte sullo stretto di Messina. Di cosa tratta allora questo Tra Scilla e Cariddi? Parla forse di traffico e di logistica? Di economia e politica? Niente di tutto questo. Non direttamente, almeno. E non potrebbe essere altrimenti. Nonostante Ferroni, per sua stessa ammissione, si sia studiato le carte dei progetti ingegneristici, non si è mai spinto molto avanti su questo terreno di competenza d’altri, ma ha lavorato sul versante delle sue conoscenze per restituirci un’enorme sapienza perduta o anche solo appannata, con molta cura, qualche polemica ben mirata e l’entusiasmo di chi sta trasmettendo saperi preziosi. Tra Scilla e Cariddi è soprattutto un libro di storia della letteratura, ma non solo. Vi si ripercorre la costruzione e la reinterpretazione del mito, dai testi omerici fino alla letteratura contemporanea. E la “sorpresa” è anche nel vedere quanto a lungo lo “Stretto” sia stato frequentato nel tempo da illustri figure della storia della cultura latina e italiana nel suo complesso. Certamente Omero e il suo capolavoro, ma appena dopo di lui, a seguire, Virgilio, Ovidio, Catullo, Orazio, Seneca. Più tardi Dante (non poteva mancare nelle pagine del maggiore esperto del “sommo poeta”) Petrarca, Boccaccio, anche se marginalmente, per poi attraversare i confini e arrivare nella Spagna di don Chisciotte, e tornare nell’Italia di Manzoni e, prima ancora, di Pietro Bembo. In particolare, un’opera su cui opportunamente Ferroni attira il nostro interesse è quella di uno scrittore ormai quasi dimenticato, Stefano D’Arrigo che, a metà del Novecento, pubblicò un complesso ma bellissimo e lungo romanzo di oltre mille pagine che ha per titolo Horcynus Orca ed è ambientato nel 1943 nel racconto del viaggio a piedi di un marinaio che da Napoli torna verso lo stretto e la sua Sicilia tra sogni, visioni e miti. Insieme a D’Arrigo, un’altra menzione particolare meritano i romantici tedeschi. Per loro non c’è bisogno di oltrepassare i nostri confini perché Goethe, Wagner e, più tardi, Schiller dedicarono scritti poetici e riflessioni a Scilla e Cariddi e allo Stretto nel suo complesso. D’altra parte, alcune leggende locali hanno tutte le caratteristiche per sembrare delle favole nordeuropee come quella di Colapesce figlio di pescatori catanesi che riusciva a stare nel mare senza respirare per moltissimo tempo. La formidabile schiera di figure mitiche, poeti, intellettuali, santi come Francesco di Paola, artisti come Antonello da Messina, scrittori come Elio Vittorini e scrittrici come Nadia Terranova che “usa” liberamente lo stretto a volte come luogo per il rifiuto e altre volte come prezioso scrigno dei ricordi, tutti insieme scendono in campo per manifestare contro lo scempio della natura, della cultura, delle tradizioni e della storia che la costruzione del ponte comporterebbe. Il Giulio Ferroni letterato viene così affiancato dal Giulio Ferroni cittadino di un bellissimo paese, l’Italia, da troppo tempo distrutto e insidiato ancora da speculazioni e da “grandi opere” inutili e dannose. Polemizza allora con i suoi colleghi che hanno tanta difficoltà ad alzare la voce contro quello che sta succedendo e che certamente non è un “volano dello sviluppo” come si sente ripetere. E allora chiama in appoggio un testo dalla Dialettica dell’illuminismo (1947) in cui Horkheimer e Adorno spiegano: «chi crede che nel mondo del XXI Secolo, certi progetti possano essere segno di modernità, non avverte che la sola modernità possibile sarebbe quella di una ragione civile aspirante a recuperare le autentiche ragioni del moderno attraverso la cura dell’ambiente, l’intervento improcrastinabile su un tipo di sviluppo che ci sta portando all’estinzione».     L'articolo Giulio Ferroni / Ulisse non viaggia più qui proviene da Pulp Magazine.
September 1, 2026
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Giulia Baldelli / Quattro donne nei decenni italiani
La solitudine e l’abbandono sono i due temi che definiscono la sua cifra stilistica, dice Giulia Baldelli. Sono anche le due parole che definiscono la protagonista di Un mondo soltanto, Tessa. Che non riesce mai a diventare simpatica, a noi lettori. C’è qualcosa in lei, che va al di là della, solitudine e dell’abbandono, e che la tiene a distanza, quasi chiamandoci al giudizio. Quando la incontriamo, Tessa è una sedicenne con un passato ingombrante. Figlia di una tossicodipendente, ha trascorso i suoi primi anni nel casolare diroccato ai margini di un paese dell’entroterra marchigiano, alle spalle di Fano, spaventata dalle variazioni di stato fisico e psichico della madre, in uno stato di perenne allerta per il pericolo di overdose. Finché un giorno la madre va effettivamente in overdose, e viene ricoverata in una comunità. Tessa va a vivere con la nonna, ma non è capace di vita sociale e lo stigma della madre tossica, nel piccolo paese, non l’abbandona mai. Così la nonna decide di mandarla a scuola a Fano. Dove fin dal primo giorno Tessa incontra prima Cecilia, poi Virginia e poi Irene. Sorprendentemente, le tre ragazze la accolgono come se fosse una di loro, ne accettano le reticenze, i silenzi, le ruvidità. Si forma un quartetto affiatato e inseparabile. Gli anni dell’adolescenza, con le loro esplorazioni sentimentali e sessuali e alcoliche, con la leggerezza delle prime esperienze e la sensazione che tutto sia possibile, passano veloci e arriva il momento dell’università, delle scelte, del passaggio dalla provincia alla città, e anche dei primi screzi e tradimenti: il progetto di andare tutte e quattro a vivere a Bologna si scontra con le diverse esigenze, possibilità, desideri, volontà. Ma le amicizie vere, soprattutto le amicizie nate in gioventù, sanno resistere agli urti della vita, sanno trasformarsi, sanno fingere di morire per poi rinascere, sanno sopravvivere anche ai tradimenti e agli abbandoni. E dopo l’adolescenza e la gioventù si cresce, si diventa adulti o almeno ci si prova. Intanto che l’Italia si trasforma, gli anni ’80ottanta lasciano posto ai ’90 e poi al nuovo millennio, tra crisi e risoluzioni l’amicizia di Tessa con Cecilia, Virginia e Irene si modifica, traballa ma resiste.  Spesso sono molto crudi i racconti e i drammi familiari, gli amori contrastati o impossibili, le relazioni nate bene e finite male. Le quattro ragazze e poi le tre donne – perché una di loro fa una tragica fine non appena raggiunta l’età adulta – sono vivide e vive nella nostra mente mentre leggiamo, ma non riescono a suscitare la nostra simpatia, il nostro coinvolgimento, il nostro affetto. Soprattutto Tessa, i cui comportamenti contraddittori, spesso freddi e alteri, le cui bugie, omissioni, silenzi e chiusure non si sa se attribuire a un’infanzia non vissuta o a un carattere spigoloso e contorto o a una combinazione dei due. Difficile affezionarsi. Difficile stare dalla sua parte. Non sono molti gli scrittori che riescono a mettere sulla pagina personaggi antipatici o sgradevoli dall’inizio alla fine. E in un certo senso è una qualità rara e ammirevole. Ma lascia un senso di amarezza e di incompiutezza. Si procede nella storia, bene costruita e ben congegnata, anche nella speranza di un barlume di bontà, di uno slancio, anche di una resa. E sì, succede verso la fine del romanzo, nell’epilogo in cui si sciolgono anche i nodi che ci portavamo dietro dall’inizio del racconto, in cui si svelano i misteri che ci avevano accompagnato per tutta la lettura, ma ormai è troppo tardi, le immagini delle ragazze si sono solidificare nella nostra immaginazione. Insomma, mi viene da dire che il libro è povero di empatia e di umanità, e che pur avendo una bella ampiezza e un bellissimo tema, quello dell’amicizia che dura nel tempo, dei legami che oltrepassano i confini dell’esperienza di una vita, ci lascia un po’ contenti che sia finito, e non desiderosi di passare altro tempo vicino a Tessa, Cecilia, Virginia e Irene. E sì, è un peccato – non abbastanza per non intraprendere la lettura, però.         L'articolo Giulia Baldelli / Quattro donne nei decenni italiani proviene da Pulp Magazine.
August 31, 2026
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