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Sono un uomo in bilico
di Marco Sommariva* Quando tutti parlano e nessuno ascolta: la metropoli incomprensibile di Budai come specchio del nostro presente. Recensione al libro Epepe di Ferenc Karinthy Trent’anni fa iniziai a …
Fredric Jameson / Parlare, ancora, di Postmoderno
Einaudi torna a pubblicare lo studio di Jameson sul Postmoderno, nella traduzione di Massimiliano Manganelli dell’edizione Fazi (2007) e con la prefazione di Daniele Giglioli aggiornata all’epoca presente che – venti anni, un Internet e una Grande Recessione più tardi, e dopo anche la recente scomparsa del critico americano – della morte del Postmoderno ha dato da tempo notizia per nulla prematura. Il testo, al tempo stesso seminale e monumentale, vide la luce all’inizio del ’91 per i tipi della Duke University Press di Durham (NC) dove Jameson insegnò per quattro decenni letteratura comparata alla testa dell’Istituto di Critical Theory. Il nucleo di apertura del saggio, equivalente al primo capitolo (La logica culturale del tardo capitalismo), era già stato pubblicato alla metà degli anni ’80, a partire dall’estratto di una conferenza. Una premessa. Chi si accinge a questa lettura impegnativa ma sostanziale, con un salto vertiginoso all’indietro dall’età di Anthropic a quella di MTV, dovrebbe in primis anche evitare di non confondere due cose indicate spesso con lo stesso nome. Tali si presentano il “Postmoderno” come tendenza, che a partire dal “populismo architettonico” dei primi anni ’70, ha investito filosofia, arte, cinema, letteratura, ecc., per diventare, fino all’altro ieri, il paradigma del gusto e del pensiero e, d’altro canto, il Postmoderno come scansione di un’epoca storicamente determinata e suggellata da quel “tardo capitalismo” che Jameson richiama già nel titolo. Per fare un esempio personale, ho cominciato a sentir parlare di Postmoderno attorno al 1980, la prima immagine che mi viene in mente è probabilmente quella di Marion D’Amburgo nello spettacolo teatrale Crollo Nervoso dei Magazzini Criminali (ex Carrozzone), con musica di Brian Eno e scenografie di Alessandro Mendini, tra le luci al neon di un’astronave spazio temporale che si spostava tra Saigon, Mogadiscio e l’aeroporto di Los Angeles. Decine di anni dopo, avrei appiccicato il termine “postmoderno”, forse per l’ultima volta, a Scream (1996-2026), il franchise cinematografico che ha dato vita a un interminabile pastiche meta-horror con i cliché del genere slasher. Ecco, è bene mettere da parte esempi come questi, più o meno azzeccati, e allargare invece la prospettiva storica se si vuole entrare nel Jameson-pensiero. Per il critico americano ciò che veramente conta è infatti la periodizzazione. Il Postmodernismo è fondamentalmente il paradigma culturale dominante nella terza fase del capitalismo indicata dall’economista Ernest Mandel, anch’egli marxista: “tardo” nel senso di “attuale”, l’ultimo capitalismo in ordine di tempo ma non certo per questo “degradato” o in via di estinzione! Da questa angolazione, ci riferiamo alla fase iniziata con televisione e l’atomica negli anni ’40 del secolo scorso, che succede alla fase mercantile – quella del vapore e della fotografia, caratterizzata culturalmente dalla rappresentazione del realismo –  e a quella della modernità, a cui farebbe immediatamente seguito,  con i noti disguidi,  cioè l’età dell’utopia industriale,  dell’elettricità e delle avanguardie. Un limite di questa ripartizione è che della cibernetica e della trasformazione digitale, nel libro cogliamo alla fine solo rari accenni all’ “informatizzazione”, una lacuna che suona oggi evidente e probabilmente incomprensibile ma che connota anche il salto in avanti di una riflessione nata a partire da tutt’altre urgenze politiche e culturali. Per Jameson se la Modernità è un’epoca storicamente conclusa, questa nuova condizione andrà infatti affrontata dialetticamente, senza fiduciose esaltazioni o impropri cedimenti, ma nemmeno le anacronistiche resistenze moderniste con cui il Postmoderno al tempo fu per lo più accolto “a sinistra”. Con un poderoso sforzo di analisi e un’impressionante profusione di materiali – dall’architettura di Venturi e Portman al cinema di Lynch e Demme, dalla pittura di Warhol alla fantascienza di Philip Dick – Jameson si sforza di fornire una prospettiva che la visione di Francois Lyotard – la fine della modernità come la “fine delle grandi narrazioni”, socialismo compreso – sembrava negare.  Al momento in cui il saggio viene pubblicato, poco dopo il crollo dell’Unione Sovietica,  del resto i requiem elevati alla “fine della storia” si sprecano nel milieu liberale e uno degli obiettivi del critico americano è anche quello di evitare la saldatura tra il piano della speculazione ideologica e il Postmoderno come dimensione epocale. Un cardine dell’analisi di Jameson è infatti il modo in cui il postmodernismo abita il tempo e conosce il passato soltanto come metafora, un magazzino di immagini stereotipate da consumare al momento. Seguendo Lacan, il soggetto postmoderno perde la capacità di collegare passato e futuro, vivendo la materialità del presente attraverso una serie attimi singolarmente slegati. In una cultura dominata dalla superficie del simulacro e dal nuovo primato dell’immagine, Jameson coglie il nucleo di una radicale trasformazione: «Nella tendenziale identificazione della merce con la sua immagine (con il marchio o il logo), si compie certamente un’altra più intima simbiosi, tra il mercato e i media» (pp. 349). Le conseguenze hanno completamente ridisegnato pesi e rapporti tra la “sfera pubblica” e la vecchia “sfera della cultura” che oggi non esiste più: «Oggi la cultura ha un tale impatto sulla realtà al punto che rende problematica qualsiasi forma indipendente. E alla fine i teorici uniscono la loro voce alla Doxa secondo cui il “referente” non esiste più» (pp. 351). Il compito politico che il postmodernismo assegna alla teoria è, secondo Jameson, quindi quello di ricostruire una mappa della totalità perduta che conosciamo soltanto attraverso i suoi frantumi.  Una “mappatura cognitiva”, riprendendo un concetto dell’urbanista Kevin Lynch qui esteso al di là del contesto primigenio, che faccia le veci della vecchia “coscienza di classe” e che permetta al soggetto di tornare a rappresentarsi dentro alla totalità sociale e globale del capitale. L'articolo Fredric Jameson / Parlare, ancora, di Postmoderno proviene da Pulp Magazine.
April 24, 2026
Pulp Magazine
Chiara Bonfiglioli, Stefania Maffeis, Mara Montanaro / Percorsi non allineati, logiche plurali
A più di vent’anni di distanza dalle traduzioni italiane più note – La balcanizzazione della ragione (Manifestolibri, 1995) e Autopsia dei Balcani. Saggio di psicopolitica (Raffaello Cortina, 1999) – le parole di Rada Iveković tornano a circolare in Italia oltre i limiti dell’interesse, spesso effimero, per i dibattiti legati a quei luoghi e contesti che, tristemente, attirano l’attenzione editoriale italiana quasi soltanto nel periodo immediatamente successivo a conflitti e genocidi. Per merito delle tre studiose che hanno curato il presente volume per la collana Femminismi di Ombre Corte, l’opera di Rada Iveković viene invece scandagliata ex novo fuori da ogni urgenza, ma con immutata, se non anche aumentata, necessità politica. L’occasione immediata è infatti l’ottantesimo compleanno della filosofa, scrittrice e attivista nata a Zagabria nel 1945, che, per le qualità poco ortodosse del suo percorso, non avrà, con ogni probabilità, un Festschrift accademico – com’è lei stessa a ricordare, nel corso dell’intervista che occupa gran parte del libro, insieme a tre preziosi saggi introduttivi e, in coda, ad alcuni testi brevi dell’autrice finora inediti in italiano. L’orizzonte, però, rimane quello, più ampio, di una «filosofia dell’interstizio», per usare la definizione usata nella prefazione, come «spazio di condivisione e forma di vita che oltrepassa i binarismi di genere e le oppressioni logiche», con la capacità, cioè, di riattivare una grande molteplicità di discorsi e pratiche anche nel presente. Non può essere diversamente, del resto, davanti al percorso filosofico fortemente composito e articolato dell’autrice, che si è formata come indologa all’Università di Zagabria, all’epoca in cui uno dei punti di riferimento, con il suo intreccio di buddhismo e marxismo, era Čedomil Veljačić; Iveković, tuttavia, non segue pedissequamente il tracciato di Veljačić o di altri docenti del suo dipartimento, adottando solo in parte un approccio marxista: da un lato, questo la porterà a una feconda interlocuzione con l’importante esperienza di elaborazione teorica della rivista jugoslava “Praxis” (1964-1974); dall’altro, e in modo ancor più consistente, segnerà l’importanza del buddhismo e, più in generale, della conoscenza delle tradizioni culturali e politiche non europee in tutto il suo percorso di filosofa. Un percorso non allineato, come si anticipava, rinviando anche allo specifico contesto materiale della formazione e della prima ricerca di Rada Iveković, ovvero a quel Movimento dei Paesi non allineati di cui sia la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia che l’India sono stati esponenti di spicco. Come nota en passant, e con una certa amarezza, la stessa Rada Iveković nell’intervista, «la storia dei Paesi non allineati, così come quella della resistenza jugoslava al nazifascismo, è stata dimenticata come storia “incompiuta” o “inutile”»: se il caso della resistenza antifascista jugoslava è plasticamente reso dall’uso pubblico della storia nel contesto italiano (vedi al capitolo foibe), anche la storia dei Paesi non allineati sembra essere stata precocemente condannata al fallimento. Uno dei suoi pregi, per contro, può essere rintracciato nel percorso stesso di Rada Iveković, che studia indologia e si trasferisce a lungo a New Delhi proprio in virtù delle relazioni politiche e culturali esistenti tra i due Paesi. L’eclettismo di Rada Iveković non si lascia tuttavia imbrigliare nemmeno dai confini disciplinari di quella che, significativamente, in italiano si chiama ancora “orientalistica”; l’esperienza indiana contribuisce anche alla sua attenzione per una riflessione teorico-politica che precede, cronologicamente, l’avvento degli studi postcoloniali nelle accademie europee, nutrendosi soprattutto dell’esperienza – in prima battuta, nell’ambito della storiografia rurale, pur non essendo ad essa limitata – dei cosiddetti Subaltern Studies. Oltre a offrire un prezioso contraltare a uno dei capisaldi del pensiero filosofico jugoslavo del secondo dopoguerra – Filosofija palanke (1969) di Radomir Kostantinović, dedicato, già dal titolo, alla filosofia della palanka, ovvero della vita rurale e provinciale – l’innovazione subalterna e poi postcoloniale in senso lato permea ogni passaggio successivo del pensiero di Rada Iveković, segnando le direzioni del suo eclettismo entro uno sguardo consapevole del proprio radicamento europeo e delle correlate limitazioni. Una consapevolezza etica e pratica, in altre parole, oltre che teorica o ideologico-politica, che si rivela capace, ad esempio, di rintracciare percorsi buddhisti nell’opera di Jean-François Lyotard (nel curioso saggio Lyotard, est-il bouddhiste?, del 1992) oppure, in tutt’altra direzione, di rilevare il presenzialismo arrogante e ai limiti dell’appropriazione coloniale di molte esponenti dei femminismi dell’Europa centro-occidentale (femminismo italiano compreso, per un’autrice che ha vissuto anche, per qualche tempo, a Roma) rispetto alle elaborazioni ritenute “periferiche”. L’impianto femminista del pensiero di Rada Iveković si rende ancor più manifesto con la disgregazione della repubblica jugoslava e con il successivo conflitto, nella critica del bellicismo come portato inevitabile dell’ordine patriarcale e come causa di crimini e violenze lungo precise linee di genere. Anche in questo caso si tratta di un posizionamento eclettico, che va dall’incontro con femministe di orientamento più o meno socialista fino all’uso di un concetto come quello di missing women – “donne mancanti”, un criterio che parte dal dato demografico per enfatizzare violenze e ingiustizie sociali ai danni della popolazione femminile – coniato dall’economista liberale indiano Amartya Sen. I conflitti che lacerano la compattezza nazionale e soprattutto il tessuto sociale jugoslavo sono vissuti con grande intensità, sia a Zagabria che nel successivo radicamento francese, con almeno due passaggi mirabilmente raccontati: la reazione culturale e politica al linciaggio mediatico subito nel 1992 insieme ad altre scrittrici e intellettuali jugoslave come Slavenka Drakulić e Dubravka Ugresić (definite tutte “streghe”, in un articolo di un giornale influente, per le loro posizioni variamente pacifiste e anti-interventiste, ovviamente interpretate in chiave anti-patriottica); il racconto delle prime avvisaglie della guerra a Zagabria, con il rifiuto, fino a prova evidentemente contraria, della paranoia che portava a rifugiarsi nei bunker ai primi allarmi aerei (alimentando, così, paure e tensioni infine funzionali al proseguimento e all’inasprimento del conflitto). Un aneddoto, quest’ultimo, ancora di un certo impatto etico nel nostro tempo, che è variamente belligerante, dentro e fuori dalla psiche dei singoli individui. L’esito più recente della filosofia di Rada Iveković è infine il ritorno alla traduzione, come ambito culturale e politico in cui tutti i percorsi precedenti trovano nuova linfa e nuovi orizzonti, all’insegna di quelle «logiche plurali» che proseguono e approfondiscono i percorsi, fin dalla partenza non allineati ed eterodossi, dell’autrice. E tuttavia, rimettendo tutto in gioco nelle pagine finali, Rada Iveković ricorda che, ancor prima che nella traduzione, non c’è migliore inizio per la filosofia se non nell’avidyā: dal sanscrito, è lo stato di ignoranza radicale che va riconosciuto e attraversato per consentire nuove esplorazioni alle menti e ai corpi – dimostrazione plastica, in conclusione, di quanto le parole di Rada Iveković siano ancora preziose negli interstizi del contemporaneo. 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April 23, 2026
Pulp Magazine
Luigi Nacci / Il libro del figlio
«Come si fa? Ho chiesto a mamma al pranzo del loro ultimo anniversario. A fare cosa? A essere come voi. Come siamo? Una cosa sola. Sacrificio». Si scrive per dimenticare, per elaborare, si scrive per ricordare, affinché ogni cosa del nostro essere non sia del tutto perduta. Il tempo dei semplici del triestino Luigi Nacci, secondo romanzo dell’autore, è questo, una costellazione di momenti, una preziosa corolla di ricordi, un “libro del figlio” che celebra con passione e tenerezza la vita dei genitori e il suo rapporto con essi. Nacci è un viandante, un cercatore di tutte quelle semplicità che si annidano nella moltitudine di attimi che formano un’esistenza, delle semplicità di valore e sostanza che impreziosiscono, donano spessore e profondità a un modo di vivere pressoché dimenticato. In questo romanzo un figlio racconta i suoi genitori con gli occhi dell’infanzia, dell’adolescenza e del suo essere adulto; narra la stima, l’affetto, la tenerezza, i sacrifici, le premure, le gioie e i dolori, con sincerità e con costante e mai immutata ammirazione.«Lei è così, sboccia clamorosa come una peonia selvatica e sbocciando saluta tutto e tutti». La made e il padre, per lui nel romanzo mamma e papà, sono sempre una cosa sola, due esistenze che da sempre si completano. Il ruolo della famiglia è centrale, la strada, la risposta al grande viaggio che è la vita, ma la famiglia cresce, invecchia, il figlio vede il lento e ineluttabile declino fisico, la paura della perdita e l’incognita del futuro diventano paura strisciante, presenza fastidiosa che si insinua nel legame, che si riflette negli oggetti della casa, negli odori, in ogni attimo della quotidianità. Il figlio, mamma e papà, una quarta persona da ricordare e celebrare, tutti i parenti di Trieste, quelli di “giù”, quelli sparsi nel mondo, sono i protagonisti di questo libro dei ricordi, ma vi è un altro personaggio, quello che più spaventa, quello che per la maggior parte delle persone è anche solo difficile nominare: la morte. La morte è un personaggio che diventa “vivo”, è ovunque, un orizzonte sempre presente, visibile, tangibile, con connotazioni reali, talvolta positive, perché la morte è come la vita, fa parte della nostra esistenza e i vivi si relazionano con i propri morti. In questo romanzo la morte è rispettata, celebrata e attesa. Nacci ambienta il suo romanzo a Trieste, dandole un ruolo duale, adottando scenografie poco conosciute e poco narrate. Il mosaico architettonico composto dalle linee pulite dei palazzi asburgici, da quelle eleganti in stile liberty, da quelle rigide a austere del razionalismo e del moderno brutalismo, viene abbandonato; la Trieste di Nacci è verde come le selve che custodiscono le osmize, blu come il mare nel porto, grigia come i palazzoni della periferia abitata da ogni tipo di etnia, dai triestini ma anche dagli italiani immigrati dal sud. «Si vede anche un pezzo di mare, con le banchine in cui attraccano le petroliere. Non ha niente a che fare con il mare di piazza Unità, è un mare operaio il nostro, di amianto e catrame». Il romanzo, scritto con una prosa apparentemente semplice, come a riflettere il senso e la vita dei suoi personaggi, nasconde una chiave intima e poetica, frasi brevi, precise, incisive che donano al testo profondità e musicalità. I capitoli brevi formano un album dei ricordi, sono polaroid di fotografie nitide in cui il lettore, con un gesto semplice e lento come quello dello sfogliare, respira nel suono del fruscio delle pagine la pura e dolce genuinità dei valori e degli affetti che non devono essere dimenticati. L'articolo Luigi Nacci / Il libro del figlio proviene da Pulp Magazine.
April 22, 2026
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Niccolò Ammaniti / Sicilia Dreaming
Triscina è una frazione nel sud più sperduto della Sicilia, settecento quaranta anime, la malavita e la mafia che controllano la vita di tutti, ritmi lenti, segreti custoditi con il massimo riserbo, la famiglia prima di tutto. Ed è qui che vive Nilo, un ragazzino di tredici anni, insieme alla madre Agata e alla zia Rosi. Le due donne gestiscono un laboratorio di marmi, una copertura che nasconde ben altro. Il ragazzino non fa una vita come quella degli altri adolescenti, non è libero di giocare e frequentare troppe amicizie: la sera la madre gli dà delle gocce per farlo dormire senza sentire i rumori e i lamenti che provengono da un bagno in cui è rinchiuso un segreto di cui lui dovrà essere custode in futuro, ma che ancora non conosce. Questo è sempre stato il destino della sua famiglia. In paese tutti sanno dell’esistenza di questa entità malvagia, tanto che a volte richiedono l’aiuto di Agata per far scomparire testimoni e persone scomode. La vita sembra scorrere senza troppe scosse, senza alcuna novità, con un ritmo che il caldo rende lento e prevedibile. Ma a un certo punto arrivano in paese Arianna e Saskia, una madre che si mantiene con Onlyfans e una figlia di dieci anni che è dovuta crescere più velocemente del previsto a causa di una vita non adatta a lei. L’incontro di Nilo con le due è dirompente: per la prima volta il ragazzo si rende conto che esiste qualcosa al di fuori di Triscina e della famiglia, anche se la madre gli ha sempre detto che il suo mondo sarà quello. Nilo fa amicizia con la bambina ma prova un desiderio irrefrenabile verso Arianna, una donna diametralmente opposta come carattere ed abitudini alla madre e alla zia. Agata gli intima più volte di non vederle più, ma lui trova sempre il modo di incontrarle. E l’amore, la scoperta dei sentimenti è il primo passo per passare attraverso l’adolescenza. Come spesso accade, il protagonista di Ammaniti è un adolescente e in questo romanzo l’autore indaga sul desiderio come forza trainante della vita. Con il suo stile essenziale, direi a volte scarno, mostra scenari inquietanti e apertissimi senza, per scelta, approfondirli troppo. Il non detto che funziona come e forse più dell’espresso, spingendo il lettore a riflessioni che sfidano le nostre convinzioni e le nostre idee. Il realismo che convive con il surrealismo, Ammaniti rende credibili anche situazioni assolutamente assurde facendo entrare il lettore in mondi magici con estrema facilità: il mito di Medusa tra mitologia e attualità, realtà e leggenda giocando con una serie di sentimenti che vanno dalla disumanità alla tenerezza, dall’amore all’ostilità in un crescendo di avvenimenti che si concludono con un colpo di scena inaspettato. Le chiavi di lettura e di riflessione sono molteplici come solo uno scrittore della maestria di Ammaniti può indurre al lettore in un testo abbastanza breve, che qualcuno ha definito più un racconto lungo che un romanzo. Ma questo, di fronte a tutto il resto, non è che un dettaglio superfluo.   L'articolo Niccolò Ammaniti / Sicilia Dreaming proviene da Pulp Magazine.
April 21, 2026
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Carlo Mazza Galanti / La molecola e il mondo
C’è qualcosa di programmaticamente disorientante nel titolo di questo libro. K-Hole. Come la ketamina ha inventato il futuro non è un saggio sulla dipendenza, né un pamphlet antidroga, né un manuale di psichiatria. È qualcosa di più ambizioso e di più strano: un tentativo di leggere il presente attraverso una molecola, di usare una sostanza chimica come sonda per scandagliare lo Zeitgeist contemporaneo. E il risultato è, a tratti, sorprendentemente riuscito. Carlo Mazza Galanti — traduttore, critico letterario, giornalista culturale, autore di libri-game sull’ansia generazionale — non è il tipo di scrittore che si accontenta di un angolo prospettico solo. Lo dimostra già la struttura del volume, che rifiuta la linearità del saggio accademico per abbracciare un approccio ibrido e centrifugo: storia della farmacologia, critica culturale, cronaca dei rave, riflessioni sulla psichiatria e sulla Silicon Valley si inseguono e si sovrappongono in un montaggio che ricorda, non per caso, l’effetto dissociativo della sostanza stessa. Leggere K-Hole produce una sensazione analoga a quella che i consumatori descrivono nelle prime fasi del trip: tutto sembra connesso, le associazioni si moltiplicano, le categorie si sfumano. La tesi centrale del libro è ardita ma coerente: la ketamina non è solo una droga, né solo un farmaco. È uno specchio deformante in cui si riflettono le ossessioni, le paure e le fantasie del capitalismo contemporaneo in fase terminale. Tra servizi giornalistici sui danni fisiologici, psichiatri entusiasti convinti di aver trovato la cura definitiva contro la depressione, rave parties, complottismi, transumanesimo e teorie degne della fantascienza, la ketamina sembra infiltrarsi negli anfratti più riposti dell’immaginario contemporaneo: dal suo uso e abuso prendono forma i sogni e gli incubi del capitalismo globale, così come le fantasie distopiche sull’intelligenza artificiale. Mazza Galanti sostiene, in sostanza, che la keta è la droga della nostra epoca non per un caso storico, ma per una profonda consonanza strutturale: entrambe — la molecola e l’epoca — producono dissociazione, dissoluzione del confine tra sé e mondo, sospensione del senso del tempo. Il percorso che l’autore traccia è volutamente non ortodosso. Si parte dalle origini della sostanza, sintetizzata nel 1962 e usata come anestetico nelle giungle del Vietnam, per arrivare alle cliniche californiane dove si somministra sotto controllo medico per trattare la depressione resistente, passando per i rave europei degli anni Novanta, i club di Shenzhen, le esperienze di quasi-morte raccontate dai consumatori, le teorie transumane di chi vede nel k-hole una prefigurazione del caricamento della coscienza su server remoti. Ogni tappa aggiunge uno strato all’immagine complessiva, e l’immagine che emerge è quella di una sostanza che funziona da cerniera tra mondi che di solito non comunicano: medicina e controcultura, misticismo e neuroscienza, mercato globale delle droghe e ricerca farmaceutica ufficiale. Uno dei capitoli più riusciti è quello dedicato al rapporto tra ketamina e intelligenza artificiale — un accostamento che potrebbe sembrare forzato e invece risulta illuminante. L’esperienza del k-hole, questa dissoluzione totale dell’ego in cui il soggetto si percepisce come entità disincarnata che fluttua in uno spazio senza coordinate, diventa per Mazza Galanti una metafora potente delle fantasie tech-utopiste: il sogno della mente caricata nel cloud, l’idea transumanista di un’esistenza svincolata dal corpo, l’intelligenza artificiale come prolungamento di sé oltre i limiti della carne. La ketamina, insomma, non anticipa solo un’esperienza soggettiva: anticipa un immaginario collettivo. Il libro ha, naturalmente, i suoi punti di frizione. L’andamento associativo, che è anche il suo pregio maggiore, rischia in certi passaggi di diventare arbitrario: le connessioni si moltiplicano a tal punto che il lettore perde la bussola, non riesce più a distinguere le tesi centrali dagli esercizi di stile. Alcuni capitoli sembrano più esplorativi che dimostrativi, come se l’autore stesse pensando ad alta voce più che argomentando una posizione. C’è poi la questione del tono: Mazza Galanti oscilla tra la levità del critico culturale e la serietà del saggista, e questa oscillazione non sempre produce equilibrio. A volte sembra che il registro brillante e ironico venga usato per eludere le domande più scomode — sulle dipendenze vere, sui danni fisiologici, sul confine tra esperienza mistica e psicosi. Ma sono, in fondo, obiezioni secondarie davanti all’impresa complessiva. Questo testo pionieristico arriva a coprire un vuoto incomprensibile nel panorama editoriale non solo italiano raro, nella saggistica italiana, trovare un libro che osi usare una sostanza psicoattiva come chiave di lettura dello spirito del tempo con questa ambizione teorica e questa leggerezza di scrittura. Mazza Galanti riesce a parlare di una droga senza moralismi e senza estetizzazioni compiacenti, cosa già non facile. Riesce anche a farne un pretesto per riflettere su ciò che siamo diventati — un’epoca che cerca nel dissociativo la risposta a una dissociazione già in atto nel tessuto sociale, economico e tecnologico. K-Hole è un libro imperfetto e necessario. Necessario perché ci dà gli strumenti per capire qualcosa che stava accadendo sotto i nostri occhi senza che avessimo le parole giuste. Imperfetto perché vuole dire troppe cose insieme e a volte le dice a metà. Ma è proprio questa tensione — tra la molecola e il mondo, tra l’esperienza e la teoria, tra il buco e il futuro — a renderlo un oggetto editoriale raro e prezioso. Vale la pena entrarci, nel k-hole di Mazza Galanti. Ci si esce un po’ spaesati, e con la sensazione inquieta di aver capito qualcosa di vero.   L'articolo Carlo Mazza Galanti / La molecola e il mondo proviene da Pulp Magazine.
April 20, 2026
Pulp Magazine
Fog 2026 – 900 Satellites
susanna sinigaglia 900 Satellites Némo Flouret   Leggendo la presentazione di questa performance sul libretto del programma di Fog, ero incorsa in un equivoco. Infatti avevo inteso (forse sperato) che il lavoro prevedesse il coinvolgimento attivo del pubblico… 900 Satellites è una performance che offre agli spettatori una certa autonomia. Possono scegliere dove stare, dove dirigere lo sguardo, ma anche
Giorgio Manganelli / Libri fatali
Amabilmente contrario a quanto Giorgio Manganelli scrive nel risvolto alla prima edizione di questo volume – che non vi sia nulla di più futile della recensione – non si può certo dire che le fatuità consegnate alla pagina dall’autodenigratorio scrittore apparso spettacolarmente sulle tavole sconnesse del nostro teatro letterario, non diano spazio allo spettacolo. Ma le sue libertà le ha sempre raccolte, fuori e dentro le metafore, fra serissimi sberleffi e operistici saggi nell’ambito della retorica – tutta roba mirabolante e in qualche modo sfacciata nonostante la ben nota arte dello stare in disparte del nostro, in convegni e pranzi e cene più o meno amichevoli. “Amabilmente contrario” per evidenti ragioni di buona educazione, dunque, tanto per non ritrovarsi nei tranelli architettati in antri vertiginosi e parodistici in grado di far smottare chiunque fra critici e lettori. Manganelli fa slalom fra dicerie e sapienze centenarie, accarezza l’ipocondria per poi schiaffeggiarla con lirismi consumati in un attimo e celebrazioni che non ammettono repliche: come nel caso delle Operette morali di Giacomo Leopardi qui trattate come oggetto “inconsumabile” perché edito – nell’occasione da lui descritta – con cura “delicata e umile”, ben sapendo che l’eternità può permettersi, in questo caso, atti ben sobri. Manganelli non ha dubbi: l’apologeta delle tenebre di Recanati proprio in quest’opera non fa che renderci dono di inesauribile luce. Quale miracolo è questo? L’egoismo del Manga lo porta a sentire irrilevante la disperazione di Leopardi di fronte all’insondabile gioia della sua prosa. Detta in corsivo appare tutta la luciferina idea del tenutario delle recensioni (tutto fuorché futili) raccolte in Laboriose inezie: nel deserto, le parole risplendono di più. E non si sa se l’apparato ironico messo su da Manganelli sia un tantino gelido definendo “maestri di ironia” Leopardi nonché Pascal concettualmente affine. Si sa che, amando le oscurità esistenziali e letterarie (non sempre in quest’ordine), Manganelli non si è mai fatto mancare passioni d’inveterato bibliomane, dai brulichii del fantastico petulante e interessante ai tali e quali travestitismi di Giovanni Pascoli velati dalla sorella. Come sempre Manganelli ama e trova, nell’opera di certi autori e poeti, quel che la dissimulazione e i tranelli rendono accettabile lo stare in vita. Letterariamente s’intende, in quanto “vivere” per lui era ben altra cosa. Classici, o meno, nell’universo di questo libro si celebra qualcosa di talmente decoroso da rasentare la vertigine, poiché l’Odissea e Pinocchio ubbidiscono alla stessa mente che numera le opere secondo l’ultima azione possibile che le è concessa: libri presenti nello spaziotempo manganelliano sfidante viaggi e bagagli. La biblioteca ideale è colpevole perché tende all’omniscienza, e diventa cosa strana perché i libri sono “cosa strana e inquietante”, sempre acquattati in un dedalo. Per lui i libri che non danno disagio possono anche considerarsi deceduti. Non si possono amministrare, e dunque Manganelli che fa? Ne elenca, e ne sopporta la presenza, una quantità senza pensare di fare un favore al lettore. La conseguenza è che i destini di ogni libro recensito si frantumano in un labirinto. Lo spettacolo è garantito, le “laboriose inezie” propendono verso un pubblico pronto a partecipare al mito, in esse la biografia di ogni singolo libro denota un’esistenza verso cui si è sguinzagliata la meglio curiosità – da imitare o copiare senza remore. Lodevole, interessante, “concupiscente”. L'articolo Giorgio Manganelli / Libri fatali proviene da Pulp Magazine.
April 19, 2026
Pulp Magazine
Andreea Simionel / Una voce di confine
Bastardo. È l’odioso epiteto che fino a non molti anni fa si sentiva diffuso nel linguaggio aggressivo di molte persone, non solo italiane, per definire un “poco di buono”. Bastardo: il frutto di una mescolanza, di una ibridazione; in definitiva di un incontro. Di lui, di lei, non ci si poteva fidare perché non ne era chiara l’origine. Bastardo come offesa quando invece avrebbe dovuto essere un complimento. Tutto quello che nasce da forme di incontro e di ibridazione produce nei fatti qualcosa di nuovo e di più forte. Ma per essere felicemente bastardi bisogna forse prima diventare veramente bastardi, nel senso negativo del termine, o almeno così si può credere. È quello che capita a Aryna Tibuleac adolescente ragazza rumena che poco più che bambina si trasferisce a Torino con i genitori e la sorellina più piccola per condurre una vita migliore. Il percorso che si trova di fronte è quello di tutti i ragazzi e le ragazze che dall’estero vengono a vivere in Italia, per di più in una città in cui urbanisticamente sono molto più evidenti che altrove i conflitti di classe e di ceto sociale. Pur scegliendo tecniche di sottrazione alle dinamiche sociali e affettive, Aryna è viva: si innamora, fa amicizia (in modo selezionato), si guarda intorno vorace e a volte irritata. Ha spesso con sé il cane Ghost con cui quasi si identifica perché lui odia essere toccato e odia la gente e in particolare odia i bambini. Aryna si vergogna della casa vecchia in un brutto quartiere dove vive con la famiglia. In classe si firma Arianna, quasi a modificare la sua identità. È strafottente, polemica, arrogante, impetuosa e impulsiva. L’autrice di La ragazza d’aria è Andreea Simionel, quasi l’alter ego di Aryna quando parla di lei nell’incipit di un libro potente come pochi, tra quelli che oggi si trovano negli scaffali delle librerie: dice che si tratta di un oggetto affilato, “Se mi tocchi taglio”. Un romanzo di formazione che si sviluppa nei pochi anni di passaggio dall’adolescenza all’età di giovane donna adulta. C’è molta educazione scolastica, da cui il lettore imparerà diverse cose per via degli estremi con cui si dovrà misurare. Ci sono gli affetti. C’è una certa dose di razzismo e sessismo. Aryna porta scompiglio per la sua diversità. Ci sono le mille insicurezze che, nei giovani sfociano spesso nell’autolesionismo. L’adolescente Aryna non vuole sentire ragioni. È molto brava a mentire. Litiga spesso con la madre. Fa dei brutti sgarbi alla sorella Diana. Per ottenere quello che vuole sembra disposta a tutto. È una bastarda? Non lo è per ragioni genetiche: lei nata in Romania da genitori rumeni, ma la sua vita è già bastarda. Parla italiano – lo parla bene e lo scrive meglio. Potrebbe considerarsi “integrata”, della Romania ha ricordi dolci e gentili, ma col tempo ne perde i contorni. Simionel ci consegna una narrazione assai potente fatta di corpi di donna e materia. A un certo momento la fanciulla protagonista è stremata. Cade in terra. Ossessionata dal voler primeggiare, essere perfetta, non esporsi a nessuna critica da parte degli altri smette di mangiare e crolla nella nevrosi dell’anoressia. I muscoli, la pelle, le ossa, gli organi interni di Aryna ci parlano. Quello che supponevamo un romanzo di formazione capiamo essere un percorso terapeutico, le tre parti del libro, infatti, si dividono in “Triage”, “Pronto Soccorso” e “Normalità”. Aryna non solo fa cadere le sue difese, ma soprattutto riesce a vedere le fragilità degli altri o meglio, delle “altre”. In particolare della sua nuova amica Anna e del doloroso legame che la stringe a lei. Perché questo è anche molto un romanzo femminile nel senso pieno e compiuto del termine. È un romanzo assai originale che esce dalla categoria delle storie di immigrazione ormai non più poche, per fortuna, per diventare a pieno titolo letteratura italiana non convenzionale, perché Simionel non viene dalle scuole di scrittura. Simionel a trent’anni può vantare di essere e di essere stata una grande lettrice. Ha già pubblicato un altro libro su un tema simile, più rivolto alle sue origini. Si è nutrita di libri in maniera felicemente disordinata e ci ha consegnato una letteratura felicemente bastarda e ricchissima. Tutta da scoprire. Si è sentita un’impostora ma non lo è, è solo una bastarda. E c’è da ringraziarla per questo.       L'articolo Andreea Simionel / Una voce di confine proviene da Pulp Magazine.
April 18, 2026
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Francisco Umbral / I convalescenti della sconfitta
In La sera che arrivai al Café Gijón, Francisco Umbral sfugge le atmosfere polverose del memoriale per consegnarci un libro vibrante, edificato di fronte ai nostri occhi grazie a uno stile denso e fantasioso, in grado di eludere la caducità del tempo. Figure che possono apparire estranee a chi non sia uno studioso della letteratura iberica prendono vita in schizzi tratteggiati con vivezza e arguzia inesauribili. C’è chi dorme con la testa sotto le lenzuola, per sfuggire alla paura, chi conserva sul viso “una specie di lotta barocca di energia e tristezza”, e chi ancora ha il mare che gli attraversa gli occhi, pronto a dileguarsi al primo battito di ciglia. Personaggi dall’esistenza concreta, ma dalla “consistenza sfocata e transeunte”. Con pochi tocchi, Umbral rievoca un mondo. Tutto è degno della sua attenzione. In questa maniera nomi celebri vengono accostati ad altri poco conosciuti, in un affresco di grondante umanità. E poi c’è il linguaggio, plasmato con immaginifica genialità. Si pensi alla descrizione del caotico mondo lirico di Diego Jesús Jiménez, “rinfrescato da un vento di vimini appartenuti alla madre e oscurato da una penombra acre di cattedrale barbara e romanica”. La narrativa di Umbral è, in primo luogo, intrisa di poesia. Per questo ogni frase, ogni minima variazione umorale o visiva merita attenzione. Lo scrittore percorre le strade di una Madrid che non è solo un luogo fisico, ma è piuttosto uno spazio mentale. Il Caffè è il suo ambiente d’elezione, lo scrigno dei suoi desideri e delle più sfacciate ambizioni letterarie, simboleggiate dal simulacro della macchina da scrivere. Poco importa che i suoi scritti incontrino continui rifiuti; verrà un tempo in cui pubblicare un nuovo libro gli verrà a noia. Gli basta l’atmosfera del Caffè, le sue dinamiche confuse e apparentate al sogno. I camerieri riscuotono i conti, mentre nell’affievolirsi delle lampadine si cela l’eclissi del diciannovesimo secolo. Umbral evoca la Spagna franchista, e quella che muove i primi passi verso la democrazia. Un terreno incerto, pericoloso. La tertulia è teatro, conversazione inscenata da gruppi di poeti fantasmatici, che richiamano quelli altrettanto misteriosi di Bolaño. Li accomuna la padronanza di una prosa che è apparentata alla poesia, animata da una sensibilità estrema per le scelte visuali e lessicali. C’è chi inventa la tertulia con sé stesso, perché gli altri sono morti, oppure sono svaniti nel nulla. Alla fine, si resta sempre soli. Accanto al Café Gijon aleggia una costellazione di taverne frequentate da “gente senza tempo”, consumata dal tempo. Luoghi che offrono frugali pasti alle gole avide dei letterati. Atmosfere ombrose infrante dall’irruzione sensuale dell’elemento femminile. Vediamo Sandra, emersa da storie confuse e incerte, con i capelli che portano “ingarbugliata tutta la luce di Madrid”, e ci sono le modelle dai corpi lirici, irraggiungibili per chi ha scelto il mondo della letteratura, e ancora le attrici, protagoniste di un ambiente che incuriosisce lo scrittore, ma non lo seduce. E poi c’è Nazareth, fragile e malvagia, dal volto lirico e misterioso, fasciata in abiti cangianti e notturni che, non so per quale strana ragione, mi fanno pensare all’estetica oscura di Nico. Fra le donne interessanti annovera Ángeles, moglie del romanziere Miguel Delibes, dotata di uno spiccato senso dell’umorismo, qualità rara nel sesso femminino a detta di Umbral. Questi, fra l’altro, confessa di preferire le arguzie brevi al prolisso raccontare. La sua vocazione è tutta qui, nel gusto linguistico e nell’imprevedibilità dello stile. Un umorismo del tutto particolare arricchisce la sua prosa, debitrice per sua stessa ammissione da Miguel Mihura, maestro dell’assurdo. Refrattario ai classici, lo scrittore cerca nella letteratura “le piccole verità personali di uomini concreti e tutt’altro che sciocchi”. La sua predilezione è per i martiri della scrittura, per i barocchi, i maledetti, i surrealisti e gli esteti. Per cogliere la verità mutevole delle cose occorre un pensiero ironico e contorto, lontano da qualsiasi rigidità razionale, intriso di lirismo. La narrativa di Umbral rielabora i lutti di un’intera comunità, parla di politica con leggerezza, si muove sul limitare della frattura che ha lacerato la Spagna cercando di tradurre l’indicibile in una forma eminentemente poetica. La guerra, anche quando è finita, se ne sta ancora lì, mentre nel Café Gijón, albergo dei diseredati e degli umiliati, “i convalescenti della sconfitta” si rimettono in sesto. Parla molto Umbral, anche di pittura, della sua predilezione per l’astrattismo, liberazione da qualsiasi limitazione argomentativa. Fra i pittori si trova a proprio agio, forse più che fra i letterati, in una sfera accogliente colma di realtà. Si respira un’aria da Montmartre al Gijón, dove un artista dagli eccessi mistici come Manuel Viola porta a passeggio “la fiaccola bianca della sua chioma per la notte di Madrid”. Umbral si ritrae mentre cerca un soggetto per il suo primo libro, che vuole sia pieno di tempra e di sorpresa. Nell’atto dello scrivere trova la propria ragione di esistere. Avere un libro in cantiere gli dona un senso di sicurezza, di continuità, “altrimenti sembra che la vita si sfilacci”. Lo scrittore non conosce il motivo che lo spinge nella sua attività ma, nonostante questo, scrive. Inventando il linguaggio Umbral plasma sé stesso. Scrittori come Baroja e Azorín lo annoiano sommamente. Nella ricchezza linguistica, nelle sue innumerevoli sfumature risiede la sua grandezza. La sera che arrivai al Café Gijón è un libro dalla forma del tutto peculiare che sfugge qualsiasi classificazione, un oceano multiforme in continuo movimento all’interno del quale ognuno potrà percepire quel fremito vibrante, quello spazio di libertà che deve essere la letteratura. La vita roteante e confusionaria del Caffè anima le sue pagine, gravide di conversazioni e pregne di volti riflessi in specchi opachi, ricoperti dalla patina del tempo, eppure ancora frementi di fronte ai nostri occhi in un’estrema, toccante, fantasmagoria. L'articolo Francisco Umbral / I convalescenti della sconfitta proviene da Pulp Magazine.
April 17, 2026
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