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ANTIFA!nzine 2025: donne, armi e genealogie http://storieinmovimento.org/2026/03/04/antifanzine-2025-donne-armi-e-genealogie/?pk_campaign=feed&pk_kwd=antifanzine-2025-donne-armi-e-genealogie #«ANTIFA!nzine» #Recensioni #recensioni #EvaMuci #Blog
ANTIFA!nzine 2025: donne, armi e genealogie
«ANTIFA!nzine», fanzine di fumetti antifascisti, ha costruito un numero sulla Resistenza femminile. Abbiamo chiesto a Eva Muci di leggere per noi/voi la fanzine, alla cui realizzazione hanno collaborato Ilenia Rossini e Lidia Martin L'articolo ANTIFA!nzine 2025: donne, armi e genealogie sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
La rivolta nella città di plastica. La resistenza alla turistificazione nel Paese Basco
La turistificazione è una scelta, non una deriva inevitabile. È questo il messaggio istruttivo che scaturisce dalla lettura delle pagine del volume di Marco Santopadre La rivolta nella città di plastica. La resistenza alla turistificazione nel Paese Basco. Giornalista e … Leggi tutto L'articolo La rivolta nella città di plastica. La resistenza alla turistificazione nel Paese Basco sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci
Il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci è un libro scritto dal filosofo-psicoanalista Miguel Benasayag insieme agli analisti biografici a orientamento filosofico Paolo Bartolini, Matteo Mollisi e Giulia Zaccaro. Questo libro si propone “di rintracciare nelle pieghe … Leggi tutto L'articolo Il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Le lettere dal carcere di Alaa Faraj e il potere delle storie
(disegno di nyushi) In Il pericolo di un’unica storia (Einaudi, 2020) la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie scrive: “Le storie possono spezzare la dignità di un popolo. Ma le storie possono anche riparare quella dignità spezzata”. Il libro di Alaa Faraj, Perché ero ragazzo (Sellerio, 2025) fa esattamente questo: restituisce dignità a una storia che era stata deformata, ridotta, incasellata dentro una narrazione, giudiziaria e mediatica, falsa e ingiusta. All’inizio della storia raccontata nel libro, Alaa Faraj è un giovane studente universitario di Ingegneria, un promettente calciatore che decide di fuggire dalla Libia devastata dalla guerra dopo la caduta di Muammar Gheddafi. Alaa parte da Bengasi con due amici, spinto dal desiderio di vivere, di studiare, di realizzarsi. Una volta arrivato in Italia, vede però i suoi sogni infrangersi bruscamente: viene infatti condannato a trent’anni con l’accusa di traffico di esseri umani e concorso in omicidio plurimo per la morte di quarantanove persone che viaggiavano sulla sua stessa imbarcazione. È il caso giudiziario passato alle cronache come la “tragedia di Ferragosto” del 2015, raccontato anche nel film di Gianfranco Rosi Fuocoammare. La storia personale di Alaa Faraj e dei suoi amici si intreccia con diversi elementi della storia globale degli ultimi decenni (le primavere arabe, il loro fallimento, gli interventi militari internazionali in Libia, una nuova fase del jihadismo, l’ulteriore stretta securitaria sulle migrazioni) e non è possibile scindere le due storie. Il libro nasce dalle lettere e dagli scritti redatti in carcere e inviati da Alaa alla docente di Filosofia del diritto Alessandra Sciurba, che ha curato la pubblicazione del volume e ha lavorato strenuamente, insieme a tanti altri e altre, per la sua liberazione, ottenendo un primo importantissimo risultato alla fine di dicembre 2025 quando il presidente della Repubblica Mattarella ha concesso la grazia parziale. Nelle pagine dal ritmo incalzante di Perché ero ragazzo, nonostante alcune imprecisioni dovute a una lingua imparata in carcere, Alaa riscrive la propria storia e, insieme, ribalta agli occhi di chi legge le sentenze che lo hanno definito un criminale. Racconta i sogni che lo avevano spinto a partire semplicemente “perché era ragazzo”: perché aveva l’età delle possibilità, delle aspirazioni, dell’inquietudine. Attraverso l’atto di scrivere, un atto di lenimento delle ferite causate dall’ingiustizia, Alaa ricostruisce il percorso che da Bengasi lo ha condotto al carcere dell’Ucciardone di Palermo. Ma la sua non è solo una ricostruzione biografica: è un atto di resistenza. Scrivere diventa un modo per sottrarsi alla narrazione imposta dalle sentenze, per riappropriarsi della propria voce dopo essere stato privato della libertà del corpo e della parola. La storia di Alaa Faraj restituisce dignità anche a tante persone accusate di essere “scafiste” (se ne contano circa tremila nelle carceri italiane), spesso sulla base di meccanismi di profilazione razziale e di interpretazioni distorte del diritto, che trasformano i migranti in colpevoli. Persone che, dopo un viaggio intrapreso per cercare una vita nuova, si ritrovano in carcere, come racconta anche il noto caso di Maysoon Majidi, attivista curdo-iraniana arrestata con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Più in generale il testo ha il grande merito di smontare la narrazione egemonica e semplificante che riduce i e le migranti a un’alterità indistinta, a un “altro” da temere. È proprio ciò che Adichie definisce il pericolo dell’unica storia, di un racconto che non è capace di restituire la pluralità dei posizionamenti. Scrive Adichie: “La conseguenza di un’unica storia è questa: sottrae alle persone la propria dignità. Rende difficile il riconoscimento della nostra pari umanità”. Leggendo questo libro, accade il contrario. Pagina dopo pagina, Alaa smette di essere il “clandestino”, il detenuto, il musulmano percepito come minaccia. Diventa un figlio, un fratello, un amico, un ragazzo con paure e desideri in cui è impossibile non riconoscersi. L’empatia che nasce dalla sua voce è uno degli elementi più potenti del libro: Perché ero ragazzo non lascia spazio alla distanza, non consente di sentirsi estranei. In questo senso, la lettura richiama alla mente un altro libro pubblicato da Sellerio, Storia della mia vita (2024) di Janek Gorczyca, racconto in prima persona di un uomo polacco che vive a Roma da più di trent’anni, senza fissa dimora, senza documenti e senza un posto fisso di lavoro. Anche lì, i margini – che siano il carcere, la strada, la migrazione – non sono luoghi abitati da un’umanità diversa, ma spazi in cui si riflette la nostra comune fragilità, i nostri sogni, desideri, paure. Entrambi i libri ribaltano la percezione dell’alterità e mostrano come la disumanizzazione dell’“altro/a” sia un dispositivo culturale e politico: un meccanismo che si ripete nel tempo, sperimentato già nelle pratiche coloniali del XIX e XX secolo e ancora oggi operante, che consente di rendere accettabili trattamenti degradanti e disumani verso chi viene costruito come “altro/a”. Un meccanismo che vediamo all’opera tutti i giorni, nel modo in cui è trattato il genocidio a Gaza, nel modo con cui sono trattati i migranti, lasciati morire in mezzo al mare, lungo le frontiere di terra, nei centri di detenzione. La vicenda di Alaa Faraj richiama inevitabilmente altre storie di migrazione, ma anche storie che ci mostrano l’importanza di percorsi ostinati verso la ricerca della giustizia e della verità. Vengono così in mente gli scritti dal carcere di Alaa Abd El-Fattah, attivista egiziano incarcerato dal regime di al-Sisi e autore di Non siete stati ancora sconfitti (Hopefulmonster, 2021) e le mobilitazioni internazionali che hanno permesso la sua liberazione. Anche in questo caso la parola, che emerge dal silenzio del carcere, diventa resistenza, testimonianza, ostinazione nel rivendicare verità e giustizia. Allo stesso modo, la battaglia per Alaa Faraj – sostenuta da una rete sempre più ampia di persone che chiedono con lui verità e giustizia – si intreccia idealmente con altre lotte civili, come quella della famiglia di Giulio Regeni e di quel “popolo giallo” che continua a chiedere la verità. Le storie dei due Alaa, la storia di Giulio (raccontata in un documentario nelle sale nei giorni scorsi, Giulio Regeni. Tutto il male del mondo) non riguardano soltanto i singoli casi qui nominati, ma interrogano tutti e tutte noi. In un tempo in cui si parla di crisi del diritto internazionale e di indebolimento dello stato di diritto e delle garanzie fondamentali, queste storie ci insegnano la perseveranza, l’ostinazione nel non cedere all’ingiustizia e alla menzogna. Nulla potrà restituire gli anni perduti ad Alaa Faraj, ma raccontare la sua storia, leggerla, può riaprire lo spazio del riconoscimento, ricordarci che dietro ogni categoria – migrante, detenuto, straniero – c’è una persona. E può cambiare il corso della storia stessa. Ed è ciò che questo libro sta facendo, attraverso una scrittura che non chiede pietà, ma giustizia, e che, raccontando una vita, ci costringe a interrogarci sulla nostra. (renata pepicelli)
February 24, 2026
Napoli MONiTOR
Milano non ha memoria. Il commissario Lorenzi indaga a Lambrate
Essere stato un militante politico, e esserlo ancora, dà un contributo non secondario alla scrittura di noir sociali riconducibili ai tanti misteri che hanno attraversato l’Italia. Luigi Pietro Romano, ai più conosciuto come Gino Marchitelli, ci porta direttamente a tu … Leggi tutto L'articolo Milano non ha memoria. Il commissario Lorenzi indaga a Lambrate sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Turismo non è ricchezza diffusa http://storieinmovimento.org/2026/02/09/turismo-non-e-ricchezza-diffusa/?pk_campaign=feed&pk_kwd=turismo-non-e-ricchezza-diffusa #CostanzaGasparo #ZoeBattagliarin #Recensioni #recensioni #Blog
Turismo non è ricchezza diffusa
Editpress ha recentemente pubblicato la ricerca di Zoe Battagliarin sul modello turistico di Rimini che negli anni cinquata rese la città famosa a livello nazionale e internazionale e che cosa ne è rimasto oggi. Abbiamo chiesto a Costanza Gasparo di leggerlo per noi/voi. L'articolo Turismo non è ricchezza diffusa sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
February 9, 2026
StorieInMovimento.org
L’inferno del genocidio a Gaza
di Edoardo Todaro Un romanzo-testimonianza che documenta lo sterminio, riafferma l’identità palestinese e trasforma la scrittura in un atto di resistenza morale e politica La prefazione a cura di Mousa …
February 4, 2026
Osservatorio Repressione