Bartov contro Morris: il vero punto dello scontro
Non è una lite personale tra due storici israeliani. È una disputa su come
raccontare la storia d’Israele, sull’occupazione, su Gaza e soprattutto su una
parola enorme: genocidio. Per capire la polemica bisogna partire da qui_
Benny Morris ha recensito molto duramente Israel: What Went Wrong?, il nuovo
libro di Omer Bartov. Chi non ha letto la recensione rischia però di immaginare
una contrapposizione molto più semplice di quella reale. Perché Morris non
sostiene affatto che in Israele vada tutto bene. Anzi.
Riconosce la degenerazione prodotta dall’occupazione dei territori palestinesi
dopo il 1967, la crescita del messianismo nazionalista, la violenza dei coloni,
gli abusi sui palestinesi e perfino caratteristiche che egli stesso definisce
assimilabili all’apartheid nei territori occupati.
Riconosce inoltre che a Gaza Israele ha prodotto una distruzione vastissima, che
sono stati commessi crimini di guerra e che vi sono stati casi di uccisione
deliberata di civili.
Dunque la discussione non è fra chi vede tutto bianco e chi vede tutto nero. Il
dissenso è molto più profondo.
PRIMO PUNTO: DOVE COMINCIA IL PROBLEMA?
Per Morris il vero punto di rottura della storia israeliana è soprattutto il
1967, quando Israele conquista Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est e comincia
un’occupazione destinata a diventare permanente.
Bartov arretra invece il problema al 1948. Non perché neghi il diritto degli
ebrei perseguitati a cercare una patria, ma perché sostiene che fin dalla
fondazione dello Stato sia rimasta irrisolta una contraddizione fondamentale:
costruire uno Stato ebraico in una terra abitata anche da una consistente
popolazione araba palestinese, garantendo nello stesso tempo una reale
uguaglianza politica.
Il 1967, per Bartov, non cade quindi dal cielo. È anche il risultato di problemi
lasciati aperti nel 1948: la Nakba, i profughi, le terre confiscate, il governo
militare imposto ai cittadini arabi israeliani fino al 1966 e l’assenza di una
soluzione costituzionale capace di conciliare compiutamente carattere ebraico
dello Stato e uguaglianza dei cittadini.
SECONDO PUNTO: IL SIONISMO È COLONIALISMO?
Morris contesta duramente l’uso della categoria di settler colonialism,
colonialismo d’insediamento.
Bartov propone invece una lettura doppia. Il sionismo fu certamente un movimento
nazionale di liberazione e di salvezza di un popolo perseguitato, culminato dopo
la Shoah nella necessità disperata di una patria sicura. Ma fu
contemporaneamente anche un movimento di insediamento territoriale in una terra
che non era vuota. Le due cose, sostiene Bartov, possono essere vere
contemporaneamente.
Ed è forse proprio questo che rende la storia così scomoda: le vittime della
storia possono diventare protagoniste di un conflitto con un altro popolo senza
per questo cessare di essere state vittime.
La storia, purtroppo, non distribuisce certificati eterni d’innocenza.
TERZO PUNTO: BARTOV GUARDA ISRAELE ATTRAVERSO IL NAZISMO?
Questa è una delle accuse centrali di Morris. Bartov è uno dei maggiori studiosi
della Wehrmacht, della brutalizzazione della guerra sul fronte orientale e
dell’Olocausto. Secondo Morris, rischierebbe dunque di applicare alla storia
israeliana categorie nate studiando la Germania nazista.
Bartov ribatterebbe però che comparare non significa equiparare. Studiare come
un esercito occupante possa brutalizzarsi, come una popolazione nemica possa
essere progressivamente disumanizzata o come una società possa abituarsi alla
violenza collettiva non significa sostenere che “Israele è la Germania
nazista”. Significa utilizzare la comparazione storica. Altrimenti la storia
comparata dovrebbe essere abolita ogni volta che il paragone diventa
politicamente sgradevole.
QUARTO PUNTO: HAMAS E IL 7 OTTOBRE
Morris accusa Bartov di sottovalutare l’azione palestinese e la lunga storia
della violenza contro Israele. Ma Bartov non ha mai negato il massacro del 7
ottobre. Lo ha definito un gravissimo crimine di guerra e ha riconosciuto
esplicitamente l’uccisione di civili e la presa degli ostaggi. Il dissenso nasce
dopo. Per Bartov il massacro di Hamas non concede allo Stato israeliano una
licenza illimitata sull’intera popolazione di Gaza.
Ed è qui che si arriva al punto decisivo.
QUINTO PUNTO: GAZA È UN GENOCIDIO?
Morris risponde sostanzialmente di no. A suo giudizio ciò che Israele ha fatto a
Gaza, per quanto devastante e in diversi casi criminale, non presenta le
caratteristiche dei grandi genocidi storici come la Shoah o quello armeno. [La
sua tesi, va precisato, non si riduce al fatto che Gaza “non sia Auschwitz”:
Morris sostiene soprattutto che, anche ammettendo distruzioni vastissime,
crimini di guerra e possibili uccisioni deliberate di civili, non risulterebbe
provata l’intenzione di distruggere i palestinesi di Gaza in quanto gruppo. Il
confronto con Shoah, Armeni e altri genocidi storici è però parte esplicita
della sua argomentazione. 16.08.2026]
Bartov risponde con un’obiezione metodologica fondamentale: la Convenzione ONU
del 1948 non definisce il genocidio come qualcosa che deve necessariamente
assomigliare ad Auschwitz. Il genocidio consiste in determinati atti compiuti
con l’intenzione di distruggere, totalmente o parzialmente, un gruppo nazionale,
etnico, razziale o religioso. [Più precisamente, la Convenzione parla
dell’intenzione di distruggere il gruppo “in quanto tale”: è questo il dolo
specifico che distingue il genocidio, per esempio, dai crimini di guerra o dai
crimini contro l’umanità. Il punto controverso è dunque se tale intento possa
essere provato o inferito dalle condotte e dalle dichiarazioni. 16.08.2026]
Non significa quindi necessariamente sterminare tutti. E non richiede
necessariamente camere a gas, deportazioni ferroviarie o un documento firmato
che ordini: “uccideteli”. Bartov, cosa spesso dimenticata, nel novembre 2023 non
sosteneva ancora che a Gaza fosse in corso un genocidio. Parlava di crimini di
guerra, possibili crimini contro l’umanità e di un crescente pericolo
genocidario. Dice di avere cambiato opinione durante il 2024, osservando la
combinazione fra distruzione sistematica delle infrastrutture civili,
evacuazioni ripetute, condizioni di vita imposte alla popolazione e
dichiarazioni provenienti da esponenti politici e militari israeliani.
Si può naturalmente contestare questa conclusione. Ma è importante contestare
l’argomento reale, non quello immaginario. Bartov non dice: “Gaza è
Auschwitz”. Dice esattamente il contrario: Gaza non è Auschwitz. Gaza è Gaza. La
questione è stabilire se ciò che vi è avvenuto soddisfi oppure no la definizione
giuridica e storica di genocidio.
IL PUNTO PIÙ DELICATO
Morris conclude sostenendo che il libro di Bartov, “oggettivamente”, offre
argomenti utili ai nemici di Israele. Ed è qui che la discussione smette quasi
di riguardare soltanto Gaza. Perché nasce una domanda antica quanto il mestiere
dello storico: uno storico deve evitare una conclusione perché quella
conclusione potrebbe essere utilizzata dai nemici del proprio paese?
Se la risposta è sì, non stiamo più parlando soltanto di metodo storico. Stiamo
parlando di lealtà nazionale. Ed è precisamente questo che Bartov rifiuta. Uno
storico può sbagliare. Può interpretare male le fonti. Può forzare una
comparazione. Può perfino lasciarsi condizionare dalle proprie convinzioni
politiche. Ma lo si deve confutare mostrando dove sbaglia nei fatti, nelle fonti
e nel ragionamento. Non ricordandogli da quale kibbutz proviene, dove vive oggi
o chi potrebbe politicamente approfittare delle sue conclusioni.
Perché la storia è già abbastanza complicata senza trasformare anche gli archivi
in uffici passaporti. Ed è questo, molto più della polemica personale fra Morris
e Bartov, il vero punto del contendere.
Redazione Italia