Cotonou, l’Africa detta l’agenda del Forum Sociale Mondiale

Pressenza - Friday, August 14, 2026

Il Forum Sociale Mondiale di Cotonou, in Benin, ha mostrato un’Africa diversa da quella che normalmente entra nello spazio pubblico europeo. Non soltanto il continente delle guerre, delle migrazioni, dei colpi di Stato o delle materie prime strategiche, ma quello delle cooperative, dei movimenti contadini, delle reti femministe, dei sindacati, delle organizzazioni giovanili e delle coalizioni climatiche.

I numeri aiutano a comprenderne la portata. Delle 825 registrazioni ufficiali, circa l’84% erano africane. Anche escludendo il Benin, Paese ospitante, restano circa 380 organizzazioni provenienti dal resto del continente. Il baricentro del Forum, quindi, non era semplicemente collocato in Africa: era africano. E l’Africa ha dettato l’agenda.

Lo conferma anche il programma. Su 382 attività, 53 erano dedicate alle convergenze tra movimenti, 49 a clima, ambiente ed estrattivismo, 42 a terra e sovranità alimentare, 35 a giovani ed educazione, 34 ai femminismi e altrettante a pace, conflitti e autodeterminazione. Proprio la convergenza è forse il dato politicamente più interessante: organizzazioni nate intorno a problemi concreti — terra, lavoro, migrazioni, condizione femminile, clima — hanno utilizzato il Forum per collegarli a questioni più generali di sovranità, debito, colonialità e distribuzione del potere.

Terra, acqua, sementi, clima, autosufficienza alimentare e debito. I diritti umani sono stati declinati in modo molto concreto come questioni politiche della vita di tutti i giorni. Questi temi hanno interessato gran parte degli incontri anche per la presenza numerosa degli attivisti e delle attiviste e dei lavoratori e lavoratrici della terra e della pesca della Convergence Globale des Luttes pour la Terre et l’Eau Ouest Africaine arrivati in carovana dopo aver attraversato 11 Paesi.

E poi ci sono le risorse naturali declinate nelle richieste di sovranità, ma anche come causa delle guerre africane, in Congo e in Sudan – dove c’è un genocidio – catalogate come “guerre per le risorse” che gli europei, si dice, con il loro eurocentrismo non riescono a vedere. E poi una grande presenza di giovani non solo nei numeri, ma nelle attività, anche se la connessione con la generazione Z che ha animato le rivolte in Marocco, Kenia e Madagascar non è esplicita.

La decolonizzazione è così emersa non come un tema separato, ma come una chiave di lettura trasversale. Ritorna come chiave interpretativa delle lotte sul debito, l’estrattivismo, le sementi, le migrazioni, la cooperazione internazionale. Su questo tema Un Ponte Per insieme ai tedeschi di WEED e Werkstatt Oekonomie ha organizzato un seminario. Due ore intense di confronto tra attivisti del sud e del nord sulla necessità di decolonizzare il sistema degli Aiuti allo Sviluppo, comprese le attività delle ONG.

Sul clima la critica è particolarmente radicale: se la transizione energetica richiede minerali estratti in Africa mentre il valore aggiunto continua a essere prodotto altrove, il rischio è quello di un nuovo “colonialismo verde”. Da qui anche la rivendicazione del debito climatico: non soltanto terre e risorse sono state storicamente appropriate, ma persino l’atmosfera è stata utilizzata in maniera profondamente diseguale. In questo senso, anche il cielo è stato colonizzato.

L’Europa c’era, ma rappresentava solo il 7% delle organizzazioni presenti e non occupava il centro. Asia e Sudamerica, numericamente minoritari, hanno portato esperienze di nonviolenza, autodeterminazione, educazione popolare, riforma agraria ed economia solidale, alimentando un dialogo Sud-Sud che non ha bisogno dell’Europa come intermediario.

Cotonou non ha prodotto una voce africana unica, né un programma politico continentale. Ha però reso visibile un’infrastruttura sociale che dall’Europa continuiamo a vedere poco: un’Africa organizzata, giovane, plurale e capace di costruire reti proprie. Quando diventerà pienamente visibile anche da questa parte del Mediterraneo, probabilmente scopriremo che ha già una lunga storia.

Fabio Alberti