SpaceX e la grande bolla estrattivista: il capitale sfugge alla gravità terrestre, i costi restano sulle spalle di noi tuttiNel XXI secolo l’appropriazione sistematica di beni comuni trasformati in
rendita non riguarda più solo miniere, foreste o giacimenti petroliferi. Essa
investe anche l’atmosfera, gli oceani, i dati digitali e, oggi, persino lo
spazio circumterrestre. L’Ipo (Offerta pubblica di acquisto) di 75 miliardi di
dollari dell’azienda spaziale di Elon Musk (primo trilionario della storia
finanziaria del mondo) è l’indicatore di un salto di qualità senza precedenti.
Ma chi ne paga i costi? Musk raccoglie liquidità dal risparmio diffuso,
concentra la ricchezza in pochissime mani, e proietta sulle generazioni future e
sull’ambiente i costi delle sue operazioni. Solo nei primi sei mesi del 2025, i
satelliti Starlink hanno effettuato 145.000 manovre per non scontrarsi nella
bassa orbita terrestre: quattro attivazioni per veicolo spaziale al mese. Un
bene comune dell’umanità rischia di essere inservibile per l’accumulo di detriti
orbitali, precludendo l’accesso allo spazio di satelliti per il monitoraggio
climatico, le comunicazioni di emergenza, i sistemi Gps. E la fuliggine dei
razzi si deposita nella stratosfera con effetti climatici peggiori di quella
terrestre_
> LA VALUTAZIONE RAGGIUNTA DA SPACEX PONE INTERROGATIVI CHE VANNO OLTRE LA
> DIMENSIONE INDUSTRIALE E TECNOLOGICA. ESSA SEMBRA RAPPRESENTARE UNA NUOVA FASE
> DEL CAPITALISMO CONTEMPORANEO, NELLA QUALE L’ASPETTATIVA FINANZIARIA TENDE A
> PREVALERE SUI LIMITI MATERIALI, ECOLOGICI E SOCIALI
Lo spazio come nuova frontiera estrattivista
L’estrattivismo classico si riconosce in un pattern preciso: si prendono risorse
comuni, la foresta amazzonica, i fondali marini, i giacimenti di litio, se ne
privatizzano i benefici, se ne socializzano i costi ambientali. SpaceX ha
semplicemente spostato questa frontiera in alto, fino all’orbita terrestre
bassa. Kate Raworth, in Doughnut Economics, ha proposto un modello in cui
l’economia deve restare entro due soglie: quella dei bisogni sociali
fondamentali da garantire a tutti, e quella dei limiti planetari da non
superare. La corsa allo spazio di Musk viola entrambe: ignora i bisogni sociali
irrisolti sulla Terra e supera i limiti dell’orbita condivisa trasformandola in
proprietà privata di fatto. (…)L’orbita bassa terrestre è un bene comune
dell’umanità, regolato da trattati internazionali che risalgono all’era della
Guerra Fredda. Musk lo sta occupando con decine di migliaia di satelliti privati
come se fosse suo. Nessun parlamento ha votato. Nessun referendum è stato
indetto. La privatizzazione del cielo avviene per il semplice fatto che qualcuno
ha i razzi e il capitale per farlo.
La sindrome di Kessler: il debito ambientale non compare nel bilancio
Con la crescita incontrollata delle megacostellazioni, il tempo teorico medio di
collisione tra oggetti in orbita bassa è diminuito di circa 40 volte in soli 7
anni: si è passati da 121 a soli 2,8 giorni. Senza interventi, la sindrome di
Kessler non è un’ipotesi catastrofista: è semplicemente la matematica
dell’incuria applicata all’orbita terrestre. La teoria della sindrome di
Kessler, formulata nel 1978 dall’astrofisico della Nasa Donald Kessler, descrive
una reazione a catena in cui la collisione di due oggetti genera detriti che
colpiscono altri satelliti, innescando un processo auto-sostenuto. Questo
sistema potrebbe collassare e rendere inutilizzabili intere fasce orbitali per
decenni. Tradotto: l’espansione incontrollata di Starlink potrebbe rendere
impossibile il lancio di qualsiasi satellite in futuro, inclusi quelli per il
monitoraggio climatico, le comunicazioni di emergenza, i sistemi Gps. L’uomo che
promette di salvare l’umanità portandola su Marte potrebbe invece precludere
alla stessa umanità l’accesso allo spazio. Questo rischio non compare in nessuna
voce del bilancio SpaceX…
L’atmosfera come discarica privata
Un Falcon 9 di SpaceX si stacca dalla rampa di lancio
Ogni lancio del razzo Falcon 9 di SpaceX immette nell’atmosfera circa 336
tonnellate di Co₂, l’equivalente di 395 voli intercontinentali. Nel 2023 i lanci
spaziali sono stati 98, nel 2024 sono saliti a 131, con emissioni complessive
che hanno superato i 3,7 milioni di tonnellate annue. Ma il problema più
insidioso non è la Co₂ — è il dove. I razzi rilasciano fuliggine e altri
inquinanti direttamente nella stratosfera, dove a differenza degli inquinanti
emessi al suolo, queste particelle possono restare sospese per anni. La
fuliggine dei razzi non è un dettaglio: depositandosi in stratosfera, produce
effetti climatici superiori a quelli delle emissioni terrestri. Secondo lo
University College London, entro il 2029 potrebbe rappresentare il 42%
dell’impatto climatico dell’intero settore spaziale — una percentuale cresciuta
dal niente, in silenzio, fuori da qualsiasi accordo internazionale sul clima. E
i satelliti stessi, a fine vita, diventano veleno. Nei soli primi 4 mesi del
2026, i satelliti Starlink bruciati in atmosfera hanno rilasciato 5 tonnellate
di ossido di alluminio nell’alta atmosfera. Alcune stime ritengono che entro
pochi anni le megacostellazioni potrebbero rilasciare ogni anno 360 tonnellate
di ossidi di alluminio, ben sei volte la quantità dovuta a fonti naturali come
meteore e stelle cadenti. La professoressa Eloise Marais del University College
London è stata categorica: «L’inquinamento prodotto dall’industria spaziale è
simile a un esperimento di geoingegneria su piccola scala e privo di
regolamentazione, che potrebbe avere numerose conseguenze ambientali
indesiderate e gravi». Un esperimento senza consenso planetario. Condotto su
tutta l’umanità. Finanziato dalla borsa valori. Bruno Latour, in Facing Gaia e
in Down to Earth, ha scritto che il vero conflitto del nostro tempo non oppone
progresso e conservazione, ma diverse modalità di abitare la Terra. La
tecnologia non è mai neutrale: incorpora priorità politiche, rapporti di potere
e modelli economici… La questione non è se tali tecnologie siano possibili, è a
quale progetto di società vengano subordinate. I razzi di Musk non sono
strumenti tecnici neutri: sono la materializzazione di una gerarchia precisa, in
cui la libertà di movimento del capitale non conosce limiti fisici o
atmosferici, mentre i costi di tale libertà ricadono sull’intero sistema
vivente.
Il cielo rubato agli astronomi e ai popoli
Gli astronomi hanno lanciato l’allarme sull’impatto che la riflessione solare
dei satelliti Starlink ha sulle osservazioni celesti. Il crescere incontrollato
delle scie luminose nei cieli notturni compromette gli strumenti scientifici,
fino a oscurare oggetti cosmici distanti. Il cielo stellato, patrimonio
culturale e scientifico dell’umanità intera, contemplato da ogni civiltà nella
storia, viene progressivamente colonizzato da scie di satelliti commerciali.
Nessuna comunità indigena, nessun osservatorio pubblico, nessun contadino che si
orienta con le stelle è stato consultato. Il cielo è diventato un asset. Si
compra. Si vende. Si quota in borsa. È questa, nella sua forma più letterale, la
privatizzazione dell’infinito.
I 75 miliardi che non si sono mai visti sulla Terra
La nuvola dei satelliti attorno alla bassa orbita terrestre:
i due terzi sono delle società di Elon Musk Starlink-SpaceX
Settantacinque miliardi di dollari raccolti in un giorno. Per dare una misura
concreta: secondo le Nazioni Unite, eliminare la fame nel mondo richiederebbe
circa 40 miliardi di dollari l’anno. Garantire accesso universale all’acqua
potabile ne costerebbe 30. La transizione energetica per i paesi a basso reddito
ne richiede circa 50. In un solo giorno, il mercato ha mobilitato una volta e
mezzo il budget necessario per sconfiggere la malnutrizione globale, e lo ha
destinato a un’azienda che perde quattro miliardi al trimestre e promette di
portare i miliardari su Marte. Come scrivono i firmatari dell’appello di Davos
dei miliardari consapevoli: «La disuguaglianza ha raggiunto un punto critico e
il suo costo per la nostra stabilità economica, sociale ed ecologica è grave e
cresce ogni giorno». Kate Raworth lo avrebbe pensato così: stiamo investendo
enormi risorse per superare il soffitto cosmico, mentre ignoriamo
sistematicamente il pavimento sociale la soglia minima di dignità, salute,
istruzione e sicurezza alimentare che miliardi di persone non raggiungono
ancora. Il modello economico che finanzia SpaceX è lo stesso che produce questa
asimmetria.
Il “Pianeta B” come ideologia dell’abbandono
Mentre la comunità scientifica continua a ricordare che la finestra temporale
per contenere il riscaldamento globale si sta rapidamente restringendo, una
parte crescente del capitale finanziario sembra investire non nella
rigenerazione degli ecosistemi terrestri, ma nella costruzione di una narrativa
di evasione. La colonizzazione di Marte viene così presentata come frontiera del
progresso, quando il problema politico decisivo rimane la capacità di abitare in
modo sostenibile il solo pianeta realmente disponibile. L’idea che Marte sia una
soluzione ai problemi della Terra non è soltanto scientificamente infondata: è
politicamente pericolosa. È l’ideologia dell’abbandono elevata a modello di
business. Afferma implicitamente che il pianeta è consumabile, che l’ambiente è
sacrificabile, che l’umanità può continuare a esternalizzare i costi del proprio
metabolismo economico finché non si trova un’uscita di sicurezza. Latour,
in Down to Earth, aveva già smontato questa illusione con precisione chirurgica:
la fuga verso la frontiera, che si tratti dell’Ovest americano, delle colonie, o
oggi di Marte, è sempre stata la risposta del capitale ai conflitti
redistributivi che non voleva affrontare. Invece di discutere chi deve pagare il
costo della crisi ecologica, si propone una nuova terra promessa. La narrazione
marziana di Musk è la versione aggiornata e stellare di questa stessa
logica. Jason W. Moore direbbe che siamo di fronte a un nuovo ciclo di “cheap
nature”: ogni volta che i costi ambientali di un modello di accumulazione
diventano insostenibili, il capitale trova una nuova natura di cui appropriarsi
a basso costo. Oggi quella natura si chiama orbita bassa terrestre. Domani si
chiamerà Marte. Il meccanismo non cambia: cambia solo il codice postale
dell’estrattivismo.
> NON C’È NESSUN PIANETA B. C’È SOLTANTO LA SCELTA, ANCORA APERTA, DI
> SALVAGUARDARE IL PIANETA A
VERSIONE PER PRESSENZA
Aurelio Angelini