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Un tempo Librino si chiamava Terreforti
“Terra di delizia e di incanto, rigogliosa di piante, di profumi, di fiori”, con un’agricoltura progredita e redditizia, praticata nei ricchi poderi delle elitès catanesi. Così l’architetto e ingegnere Sciuto Patti descrive, a metà Ottocento, quelle che si chiamavano allora Terreforti, l’odierno Librino, dove è nata la città satellite progettata dal grande architetto Kenzo Tange. Un progetto avveniristico a fronte di una realtà in cui all’iniziale spinta speculativa è seguito l’abbandono, fino a fare di Librino un emblema di periferia degradata. Eppure Librino non è solo questo, è un luogo vivo, segnato da grandi contraddizioni, scuole d’eccellenza e centrali di spaccio, associazioni attive nella promozione sociale e devianza minorile, sottoservizi all’avanguardia e rifiuti abbandonati ovunque, ampi viali alberati e trasporti pubblici quasi inesistenti. Qui vivono circa 70 mila persone (tra cui la fascia giovanile più numerosa della città), l’equivalente di una città attrezzata e vivibile come Pavia. I residenti provengono in buona parte dall’entroterra o da altre aree della città, ma alcuni sono nati e cresciuti qui, in quel nucleo di case per lo più terrane, oggi indicato come Librino vecchio. Un nucleo che non ha perso il senso di appartenenza e coltiva ancora i rapporti di vicinato, rafforzati spesso da legami parentali. Non stupisce, quindi, che da qui provenga Eleonora Guzzetta, una giovane studiosa che fa l’insegnante e ha deciso di condurre una ricerca sui caratteri originali del “suo” territorio. A questa ricerca ha dedicato la tesi della seconda laurea, “Prima di Librino. Una periferia catanese tra XV e XIX secolo”, presentata nella club house dei Briganti, che festeggiavano i venti anni dalla loro fondazione. C’è anche la grande storia dell’età moderna nello studio di Guzzetta, l’alternarsi delle dominazioni straniere, i conflitti tra vescovi e aristocrazia per la gestione di terreni e casali, le grandi famiglie aristocratiche protagoniste della ricostruzione post-terremoto, la povertà dei ceti popolari e le sommosse successive ad eventi drammatici come la carestia e il colera. C’è il variegato suolo siciliano con le relative colture ed economie diversificate, ed anche la loro evoluzione. Ma c’è, soprattutto, la riscoperta delle Terreforti, frutto di un’investigazione paziente, condotta in archivio, alla ricerca di documenti inediti o poco noti, nei fondi Benedettini, Biscari, del Tribunale civile di Catania… Da queste carte sono emersi, innanzi tutto, i nomi delle contrade, leggermente modificati rispetto al presente ma riconoscibili, in grado di lanciare un’esca per la ricerca di una identità. Prevale Bombacaro, che poi diventa Bummacaro, ma troviamo anche Santodaro in cui riconosciamo l’attuale San Teodoro e poi Fossa della Creta, Nitta, zia Lisa, Gelso Bianco. Tutti con estensione superiore a quella attuale e tutti dentro Terreforti, la vasta area a vocazione agricola, fertile e redditizia, prevalentemente in mano ai Benedettini di San Nicolò l’Arena e, via via, ad alcune famiglie dell’aristocrazia locale tra loro imparentate, Paternò Castello, Moncada, Bonaiuto, nomi che ritroviamo nei ruderi delle antiche masserie. Guzzetta ha ritrovato il toponimo Terreforti già nei documenti del XV secolo. Documenti da cui, in queste terre argillose, dure da lavorare ma benedette dall’acqua, risulta la presenza di giardini, orti o agrumeti che fossero, ma soprattutto quella della vite, che rimarrà dominante fino al secondo Ottocento, quando si verificherà l’invasione infestante della fillossera. Il vino di Bombacaro era famoso, messo in commercio a prezzo elevato, esportato soprattutto in Francia, premiato nelle esposizioni nazionali, cantato dai poeti. “Chistu è vinu/gratu e finu/binidittinu/riservatu pri l’Abbati/lu fa da Bummacaru/di racini chiù scelti assulicchiati”, scrive Domenico Tempio nel Ditirambu secundu. E uno studioso del primo Novecento, Iacono, sottolinea come il vino prodotto in quest’area procurasse “ai proprietari dei vigneti larghe risorse rendendo le Terreforti il soggiorno felice di numerosi, abili e laboriosi coloni”. Non sappiamo quanto fossero felici questi coloni che lavoravano una terra così dura, ma leggiamo – nelle pagine dello stesso Iacono – come “la vicinanza della città, il clima mite, la disposizione del terreno che rende il paesaggio vario ad ogni istante, sempre grato, la varietà delle colture, i prodotti sempre ricercati, costituiscono un insieme di condizioni che unite all’incantevole panorama spaziante fra l’Etna, il mare e la Piana, fanno delle Terreforti una delle poche contrade maggiormente favorite dalla Natura”. Nella seconda metà dell’Ottocento avviene un vero e proprio capovolgimento. L’arrivo della fillossera distrugge i vigneti e l’economia ad essi legata. Guzzetta racconta i tentativi fallimentari di arrestare l’insetto nella sua marcia fatale. La composizione stessa del suolo, che rendeva abbondante la produzione, assorbiva così tanto il prodotto chimico (solfuro di carbonio) usato per per contrastare l’insetto da danneggiare le radici delle piante. Un disastro che, essendo non solo locale ma nazionale, sollecita l’intervento del governo che istituisce dei campi sperimentali, per guidare i viticoltori nella ricostituzione dei vigneti con l’impianto di una tipologia di viti resistenti alla fillossera. Solo pochi proprietari – sottolinea Guzzetta – si impegnarono in questo percorso, seguendo personalmente l’andamento degli interventi e investendovi dei capitali, molti non vollero investire alcun capitale e si disinteressarono dei terreni, abbandonandoli all’incuria. Il recupero fu, quindi, non solo lento ma anche parziale. La produzione non tornò abbondante come quella di una volta, e del resto anche il mercato era cambiato. La morfologia del terreno e il paesaggio erano, tuttavia, rimasti gli stessi e affascinarono Tange che si propose di “fondere l’ambiente naturale con quello umano”. Al di là della bellezza e dei limiti del progetto Tange (che comunque prevedeva verde rigoglioso, passaggi pedonali, servizi sociali…), la speculazione edilizia e la negligenza delle amministrazioni comunali hanno trasformato un luogo di delizia e di incanto in “una terra senza bellezza e senza storia” (Pulvirenti Chiara Maria). C’è un profondo rammarico nelle parole con cui Guzzetta racconta come questo luogo, un tempo centrale nell’economia della città, sia stato avvilito, snaturato. E a snaturarlo – afferma – ha contribuito anche il modo in cui è stato denominato. L’appellativo Terreforti è scomparso, sono rimasti i nomi di alcune contrade e di alcuni borghi, richiamati nell’intitolazione dei grandi viali, mentre tutto il territorio è oggi indicato come Librino, una denominazione che nulla dice della sua storia. Guzzetta ci dice che la prima attestazione di questo nome è stata da lei trovata in uno schizzo topografico degli anni compresi tra il 1952 e il 1960, proprio gli anni in cui si pensa all’espansione della città “inseguendo l’idea di un boom demografico assolutamente sopravvalutato”. Una denominazione recente, quindi, ma anche di origine incerta. Alcuni la individuano nel latino leporarium, luogo popolato di lepri, ma Guzzetta e la maggior parte di chi lì abita da generazioni, ha un’altra spiegazione. Librino sarebbe una espansione semantica dell’aggettivo che indicava un proprietario della zona che aveva il labbro leporino (leporino, leprino, lebrino). La sua famiglia, Grillo, possedeva anche un palmento e, attigua ad esso, una piccola cappella, divenuta poi centro delle attività sociali del borgo. Da qui l’ampliamento della valenza dell’epiteto, utilizzato per indicare non solo una persona ma un territorio. Un ritorno al passato è improponibile, ma non lo è il recupero della memoria, a cui è legato anche il senso di appartenenza. Le Terreforti non possono tornare i ricchi vigneti che producevano un vino pregiato e ricercato, anche se non è escluso che quest’area possa, almeno in parte, recuperare la vocazione agricola che ne ha contrassegnato la storia. Guzzetta se lo augura e auspica che gli abitanti di questo luogo possano coltivare, insieme alla memoria, un’idea di riscatto che deve passare – innanzi tutto – da un maggiore protagonismo nelle scelte che li riguardano. Redazione Sicilia
May 14, 2026
Pressenza
Roditori e colture agricole in Africa: una lotta tra i poveri e la ricerca di una soluzione nonviolenta
Durante la 10a Conferenza Internazionale sul controllo della fertilità negli animali selvatici, tenutasi a Barcellona alla fine di aprile dall’Istituto Botstiber https://wildlifefertilitycontrol.org/, molti relatori si sono concentrati sui roditori. Una presentazione del professor Steven Belmain, del Natural Resources Institute, Università di Greenwich (Regno Unito), è stata dedicata all’impatto dei roditori soprattutto in Africa e alle possibilità di un intervento ecologicamente ed eticamente sostenibile.    Professor Belmain, cominciamo con la portata enorme del problema. In tutto il mondo centinaia di milioni di roditori vengono uccisi ogni anno in contesti agricoli e urbani, per prevenire la perdita dei raccolti, la contaminazione degli alimenti ed eventuali malattie. Ma i rodenticidi anticoagulanti causano una morte lenta e dolorosa… I metodi convenzionali come i rodenticidi anticoagulanti sono anche oggetto di restrizioni in diversi paesi, a causa delle preoccupazioni circa l’accumulo ambientale e sullo sviluppo di resistenza. Ma senza alternative efficaci e sostenibili, esiste il rischio di un aumento delle ricadute in termini di zoonosi e di maggiori perdite economiche per gli agricoltori. Il controllo della fertilità con contraccettivi orali somministrati in forma di cibo sta emergendo come un’alternativa promettente ai metodi letali. I roditori, con la loro prolifica riproduzione e la breve durata di vita, presentano sfide e opportunità uniche per questo approccio, rispetto ai mammiferi più grandi. L’applicazione di mangimi contraccettivi in contesti ampi come i sistemi colturali e il controllo urbano è considerata un’opzione socialmente più accettabile, umana e sostenibile dal punto di vista ambientale.    Come funziona questa possibile alternativa?  L’obiettivo primario in questi contesti è ridurre la densità dei roditori e mantenere le popolazioni al di sotto della soglia di danno socioeconomico.  Una combinazione degli ormoni levonorgestrel e quinestrolo, nota come EP1, ha una lunga storia di utilizzo sicuro ed efficace nel limitare la riproduzione negli esseri umani ma anche in varie specie selvatiche come i marsupiali come i canguri, e i primati, negli zoo. Le prove dimostrano ora che questa combinazione è efficace anche contro diverse specie importanti di roditori, tra cui quelle cosmopolite come il ratto nero (Rattus rattus), il topo comune (Mus musculus) e quelle di importanza regionale come il Mastomys natalensis, molto invasivo nell’Africa sub-sahariana. Studi sul campo che hanno confrontato il contraccettivo EP1 con un rodenticida anticoagulante  mostrando riduzioni paragonabili nelle popolazioni di roditori. Una singola somministrazione all’inizio della stagione nelle aree agricole può ridurre significativamente l’aumento della popolazione, riducendo i danni ai raccolti.   Il contraccettivo orale EP-1, utilizzato in Cina e in Africa, viene somministrato su larga scala in quei paesi? EP1 è registrato per l’uso in Tanzania, ma non esiste alcuna attività che lo produca e lo venda. Tuttavia, viene utilizzato attraverso i canali governativi in risposta alle epidemie. Il governo tanzaniano fornisce veleni agli agricoltori quando sono previste epidemie di roditori – non sempre e ovunque, ma in aree ad alto rischio in alcuni anni. Attraverso questo processo consolidato hanno anche cercato di fornire invece esche per il controllo della fertilità. Tuttavia non ho dati su quanto ampiamente venga utilizzato lì, ed è un fenomeno ad hoc. Lo stesso vale in Cina – non viene commercializzato e venduto, ma viene utilizzato attraverso i canali governativi per contribuire a ridurre le popolazioni di gerbilli della Mongolia in caso di rischio. EP1 è stato utilizzato altrove in Zambia e Sud Africa, ma solo in via sperimentale e non è stato ancora registrato in questi paesi. E’ qualcosa che sto cercando di promuovere e spero che arriveremo a un punto in cui potrà essere utilizzato ufficialmente in Sud Africa. Perché EP1 non viene utilizzato in modo massiccio? C’è un problema di costi per il mangime contraccettivo?  Il costo di produzione è paragonabile a quello dei rodenticidi. Gli ormoni vengono prodotti su larga scala per pillole anticoncezionali umane e altro, quindi sono economici da acquistare; i costi principali sono gli ingredienti alimentari dell’esca. Lo stesso vale per il veleno anticoagulante, il cui costo è in realtà costituito dagli ingredienti dell’esca alimentare. Il problema è che le aziende commerciali di disinfestazione non hanno alcun interesse nella produzione – per loro è molto più facile continuare a produrre veleni rodenticidi. Ci sono anche altri ostacoli? Sebbene EP1 funzioni, gli ostacoli normativi in Europa e negli Stati Uniti probabilmente impediranno la registrazione di EP1 a causa del problema già riconosciuto della contaminazione da estrogeni nell’ambiente, dovuta all’uso umano e negli allevamenti. Quindi molto probabilmente non verrà consentito un prodotto come questo, anche se solo in modo molto limitato. I paesi africani non hanno questi problemi di elevata presenza di estrogeni nell’ambiente e hanno visto l’EP1 una possibilità per ridurre la contaminazione ambientale con veleni anticoagulanti, quindi sono più disposti a permetterne l’utilizzo per ridurre questo importante avvelenamento il cui danno va ben oltre i roditori. Attraverso la ricerca che ho in corso in Sud Africa intendiamo indagare su questi ulteriori problemi.  Come si fa a far sì che il cibo con il contraccettivo venga mangiato dai topi e solo da loro? Ci sono due modi: uno è quello di mettere l’esca direttamente nelle tane dei roditori. Questa tecnica è ampiamente utilizzata per la somministrazione di veleni, quindi si può fare lo stesso con la nostra esca contraccettiva. Utilizziamo anche piccoli segmenti di bambù e/o segmenti di tubo di plastica come stazione. I segmenti vengono posizionati nell’area di coltivazione, con l’esca posizionata al centro del segmento. Ciò impedisce agli uccelli e agli animali più grandi di raggiungere l’esca: le foto-trappole lo dimostrano.  E quanto all’uso di estratti vegetali per fini contraccettivi nel caso dei roditori? Il neem è stato testato in studi di laboratorio e può ridurre la fertilità.  Ma deve essere somministrato in tempi lunghi e ha un sapore molto amaro: non è affatto facile convincere i roditori a mangiarlo. Il sapore è un problema con molti prodotti naturali testati per valutarne gli effetti sulla fertilità. Un prodotto naturale venduto negli Stati uniti a questo scopo contiene olio di semi di cotone, che ha il composto gossipolo. Il gossipolo ha effetti di controllo della fertilità, ma provoca anche insufficienza cardiaca, tossicità epatica e molti altri effetti tossici. Un altro prodotto, venduto sempre negli Usa, contiene triptolide. Proviene dalla pianta Tripterygium wilfordii. Ciò ha effetti sulla riproduzione, presenta anche molte altre gravi tossicità note. Poiché entrambi i prodotti dovrebbero essere somministrati ai roditori a lungo termine, è probabile che si verifichi una tossicità cumulativa per gli animali che li mangiano. Alcune osservazioni da parte dei professionisti della disinfestazione suggeriscono che questa sia la modalità d’azione effettiva, ben più del controllo della riproduzione. Negli Stati uniti non sono tuttora disponibili prove del fatto che questi prodotti limitino in modo rilevante la riproduzione. Le sperimentazioni in corso a New York City mirano a raccogliere maggiori dati sull’efficacia e sulla modalità d’azione di uno di questi prodotti.    Marinella Correggia
May 14, 2026
Pressenza
Milano, a Orticola 2026 il giardinaggio diventa benessere quotidiano
C’è un momento preciso, quasi silenzioso, in cui il giardinaggio smette di essere soltanto una pratica legata alle piante e diventa qualcosa di più profondo: un gesto di cura verso sé stessi. È questo il filo conduttore di Orticola 2026, la storica mostra-mercato milanese dedicata al verde, che quest’anno sceglie come tema “Il giardinaggio fa la felicità”. L’idea è semplice e insieme profondamente contemporanea: prendersi cura delle piante significa prendersi cura di sé. Negli ultimi anni la scienza ha confermato ciò che chi coltiva un orto o un giardino ha sempre intuito. Toccare la terra, osservare una crescita lenta e naturale, dedicarsi a piccoli gesti ripetitivi come seminare, rinvasare o annaffiare riduce il livello di stress, abbassa l’ansia e favorisce una sensazione di equilibrio emotivo. Orticola ricorda anche come il contatto con il terreno stimoli la produzione di serotonina, contribuendo al benessere psicofisico. Ma il punto forse più interessante del messaggio di quest’anno è che non serve possedere grandi giardini per sperimentare questa felicità verde. Bastano pochi metri quadrati, qualche pianta aromatica, un piccolo agrume in vaso, delle erbacee perenni o persino una semplice fioriera. Nei contesti urbani, dove il tempo corre veloce e il cemento spesso domina il paesaggio, anche un minuscolo spazio coltivato può trasformarsi in un rifugio mentale. Il balcone torna così a essere una soglia viva tra interno ed esterno, tra ritmo urbano e natura. È proprio qui che la presenza della Spagna a Orticola 2026 assume un significato particolare. Il paesaggista Fernando Martos, protagonista del giardino temporaneo realizzato per l’evento, lavora da anni su una concezione del paesaggio mediterraneo intimo e abitabile, capace di generare benessere attraverso forme semplici, materiali naturali e vegetazione scelta non soltanto per il valore estetico, ma anche per la sua capacità di evocare familiarità, ombra, profumo e comfort. Nel progetto presentato a Milano, Martos immagina un orto-giardino dalle linee morbide e organiche, lontano dalla rigidità geometrica tradizionale. Le strutture intrecciate in vimini, i contenitori in terracotta e la presenza di melograni creano un ambiente domestico e accogliente, quasi un piccolo paesaggio emotivo mediterraneo. Nei suoi lavori il verde non è mai decorazione fine a sé stessa. Martos utilizza spesso piante mediterranee resilienti, capaci di vivere bene anche in spazi ridotti e in condizioni climatiche difficili: agrumi, melograni, lavande, rosmarini, salvie ornamentali, timo, graminacee leggere, gelsomini e specie aromatiche che attivano immediatamente una dimensione sensoriale fatta di profumi, luce e memoria. Sono piante che richiedono una manutenzione contenuta ma che restituiscono molto in termini di atmosfera e qualità dell’abitare. La scelta delle aromatiche non è casuale. In un piccolo spazio urbano queste specie permettono di costruire un rapporto quotidiano con la natura: sfiorare il rosmarino entrando in terrazza, sentire il profumo del gelsomino la sera, raccogliere qualche foglia di salvia o menta significa ristabilire una relazione concreta con il tempo naturale. È una forma di benessere lenta, silenziosa, quasi meditativa. Anche i colori hanno un ruolo importante nel linguaggio paesaggistico di Martos. Le sue composizioni privilegiano spesso tonalità morbide, argentate e verdi polverosi, tipici del Mediterraneo, capaci di trasmettere calma visiva e freschezza. Le fioriture vengono pensate più per accompagnare il ritmo delle stagioni che per creare effetti spettacolari immediati. Il giardino, nei suoi progetti, è un luogo dove sostare, non semplicemente qualcosa da osservare. In questo senso il dialogo tra Orticola e Fernando Martos appare particolarmente riuscito. Da una parte la manifestazione milanese propone il giardinaggio come pratica diffusa di felicità urbana; dall’altra il paesaggista spagnolo mostra concretamente come anche spazi minimi possano trasformarsi in luoghi di benessere, bellezza e relazione con la natura. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla connessione continua, forse il successo crescente del giardinaggio nasce proprio da qui: dal bisogno di rallentare, coltivare qualcosa di vivo e ritrovare, anche in pochi vasi su un balcone cittadino, una piccola idea di armonia. Tiziana Volta
May 13, 2026
Pressenza
Non siamo in vendita! territori e comunità uniti per la pace contro il riarmo energetico
Sabato 9 maggio e domenica 10 maggio hanno avuto luogo a Londa due giorni di Mobilitazione per i crinali dell’Appennino Mugellano e della Montagna Fiorentina liberi dalla loro trasformazione in siti industriali di grandi opere mega eoliche che impattano sulla valle del Mugello e la valle del Casentino.  La Marcia del 9 maggio si è svolta da Contea a Londa, Comune del Parco Nazionale Foreste Casentinesi, dove la Società Hergo Renewables, ENI, ha presentato un Progetto di 6 torri eoliche alte 200 metri ai confini del Parco Nazionale di fronte al Monte Falterona, sul corridoio ecologico che connette il Parco Nazionale alla Consuma e al Pratomagno. L’iniziativa è stata organizzata dalla Coalizione ambientale TESS Transizione Energetica Senza Speculazione, da Progetto Confluenza, dalle Associazioni del territorio, da Italia Nostra e Atto primo salute ambiente e cultura, dal Comitato Crinali Liberi Londa insieme ai Comitati territoriali uniti dell’Appennino Mugellano.  La Marcia con le insegne delle Associazioni e dei Comitati è arrivata fino alla Piazza del Comune di Londa dove si è svolta la prevista Assemblea pubblica. I numerosi interventi hanno evidenziato l’aspetto speculativo della colonizzazione industriale eolica in territori che vivono essenzialmente della bellezza naturale dell’ambiente e del paesaggio e consumano pochissima energia.  La Transizione energetica deve essere ecologica, altrimenti non è transizione, non risolve alcun problema e li aggrava tutti in modo irreversibile. La guerra richiede sempre più energia così come i server dell’intelligenza artificiale.  Le alternative ci sono, senza consumo di suolo e senza devastare ambiente, paesaggio e biodiversità che, come afferma la Costituzione, vanno invece tutelati e protetti, come il diritto alla pace.  Durante la Marcia e all’Assemblea è emersa la ferma determinazione a difendere i territori e le comunità dal degrado industriale causato dalla deforestazione dei crinali, dalla realizzazione di ampie strade per i mezzi eccezionali di trasporto delle pale sui Sentieri CAI 00 di crinale, memoria e identità storica dei popoli della montagna, dalla cementificazione e consumo di suolo forestale.  La Transizione energetica deve avvenire non sulla testa della popolazione, ma deve essere fondata sulla partecipazione dei cittadini alle scelte energetiche adeguate alla specificità del territorio. Aziende agricole, strutture recettive, agriturismi, produttori locali, hanno sostenuto la Marcia e la Mobilitazione dei due giorni offrendo accoglienza, ospitalità e visite nei luoghi incontaminati e ricchi di biodiversità che subirebbero un danno irripristinabile dalle opere industriali.  L’appello forte rivolto alle Amministrazioni è la richiesta a loro rivolta di esprimere ferma e decisa contrarietà al Progetto eolico Londa, Comune del Parco e Montagna Fiorentina e a quei Progetti eolici nell’Appennino Mugellano che vanno a compromettere e a distruggere gli ultimi ecosistemi naturali meglio conservati, un bene comune in nessun modo compensabile, per le future generazioni.   Comitato crinali liberi Londa Comitati territoriali uniti dell’Appennino Mugellano Coalizione ambientale TESS Transizione Energetica Senza Speculazione Redazione Toscana
May 13, 2026
Pressenza
ENI Coral North FLNG. ReCommon: «Soldi pubblici per l’ennesimo progetto fossile»
ReCommon denuncia il potenziale conflitto d’interesse all’interno dell’assicuratore pubblico italiano SACE, pronto a finanziare il progetto Coral North FLNG di ENI in Mozambico sebbene nel suo consiglio d’amministrazione sia presente anche un membro del CdA del Cane a sei zampe, Cristina Sgubin, appena confermata dall’assemblea degli azionisti svoltasi a porte chiuse lo scorso 6 maggio.   L’agenzia di credito all’export italiana negli ultimi giorni ha comunicato sul suo sito di aver ricevuto «domanda di copertura assicurativa per il progetto Coral North  Development, che riguarda la realizzazione e l’esercizio di un impianto galleggiante per il trattamento, la liquefazione, lo stoccaggio e l’esportazione di gas naturale (Floating Liquefied Natural Gas – FLNG)». La piattaforma galleggiante sorgerebbe al largo delle coste di Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico. La zona è teatro da più di nove anni di un conflitto armato fra l’esercito di Maputo e insorti che si dichiarano affiliate allo Stato islamico.  L’infrastruttura è di fatto la copia di Coral South FLNG, che è invece attiva ed esporta gas fossile (GNL) da novembre 2022. Le due piattaforme, qualora anche la seconda vedesse la luce, finirebbero per distare solo 10 chilometri l’una dall’altra. In merito a Coral South FLNG, nel marzo 2025 ReCommon aveva rivelato nel suo rapporto “Fiamme Nascoste” che l’impianto era stato protagonista di numerosi fenomeni di flaring dall’inizio della sua attività nel 2022. Il tutto si evinceva dall’analisi dei dati pubblici e delle immagini satellitari esaminati dall’associazione e dai suoi consulenti, dati non adeguatamente riportati dalla compagnia petrolifera. Le analisi alimentano anche il sospetto che le immagini della piattaforma sul sito istituzionale di Eni possano essere state ritoccate per rimuovere le fiamme associate al flaring e conferire una veste “più green”.   Sempre a proposito di conflitto di interesse, la puntata della trasmissione della RAI Report dello scorso 10 maggio ha rivelato come l’operazione per l’acquisto da parte del Gruppo San Donato di una parte della sanità polacca, per un esborso di 600 milioni di euro, fosse segnata da una forte anomalia: era stata garantita dalla SACE, nonostante il Vice-presidente fosse all’epoca Ettore Sequi, figura apicale della fondazione che fa capo a Kamel Ghribi, “timoniere” proprio del Gruppo San Donato.    Va inoltre ricordato che lo scorso marzo esperti delle Nazioni Unite hanno fortemente criticato il sostegno finanziario di 150 milioni di dollari accordato al progetto Coral North FLNG dalla Banca africana di sviluppo, rimarcando che l’opera «rischia di aggravare le violazioni dei diritti  umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già  scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie  rinnovabili». Gli esperti hanno espresso la loro convinzione che l’opera possa esacerbare indirettamente le tensioni causate dal  settore del gas nella provincia di Cabo Delgado. «Da tre anni SACE e il governo continuano a farsi gioco degli impegni internazionali, impegnando in questo lasso di tempo 3,97 miliardi di euro di soldi pubblici per progetti fossili che niente hanno a che fare con la sicurezza energetica italiana» ha commentato Simone Ogno di ReCommon. «Si fa sempre più forte il sospetto che l’operatività della principale agenzia pubblica italiana sia orientata alla sola tutela del profitto delle multinazionali, a scapito dei bisogni della collettività. È arrivato il momento che il Parlamento ponga fine a questo scempio» ha concluso Ogno. Re: Common
May 13, 2026
Pressenza
Attivisti XR condannati per l’azione alla Fontana dei Quattro Fiumi
Mentre i cittadini pagano il prezzo della dipendenza dal fossile, chi si oppone viene sanzionato: venerdì 8 maggio il tribunale di Roma ha condannato quattro persone a 4 mesi di reclusione per imbrattamento, cioè per l’azione compiuta il 6 maggio del 2023 a Roma. Le stesse persone sono state assolte dall’accusa di violazione di foglio di via (un’accusa che si dimostra sempre più pretestuosa). L’azione alla Fontana dei Quattro Fiumi – il monumento, sito in piazza Navona, che raffigura il Nilo, il Gange, il Danubio e il Rio de la Plata – fu compiuta nell’ambito della campagna Non paghiamo il Fossile con cui si chiedeva al governo italiano di eliminare i SAD (sussidi ambientalmente dannosi), sussidi che continuano a legare la nostra economia alle fonti fossili e che nel 2024 hanno raggiunto la cifra di 48,3 miliardi. La nostra economia continua, per una precisa scelta politica, a dipendere dal fossile e a farne le spese siamo noi, sia attraverso gli aumenti in bolletta e del prezzo del carburante sia con l’intensificarsi degli effetti devastanti della crisi climatica. Chi vuole tutto questo sta al governo e siede nei consigli d’amministrazione delle partecipate statali; chi si oppone a questo sistema che distrugge la vita delle persone finisce in tribunale. In più di 70 casi siamo stati assolti, segno che anche i magistrati riconoscono la legittimità delle nostre azioni e delle nostre richieste; non sarà una condanna a fermarci. Adesso attendiamo le motivazioni della sentenza a cui faremo appello. “Nonostante la condanna, riteniamo che azioni come quella alla Fontana di Quattro Fiumi siano state necessarie – dichiara Alice, 31 anni, decoratrice, una delle persone condannate per l’azione – L’Italia è nel pieno della crisi climatica, lo era nel 2023 e lo è ancora oggi. Azioni come questa sono state necessarie per diffondere la consapevolezza della crisi in atto. Ma se la sensibilità della cittadinanza sul tema è cambiata anche grazie alle nostre azioni il governo e la politica non vogliono ancora affrontare il problema. Anche per loro è impossibile negarlo, ma continuano ad ignorarlo. Questa colpevole indifferenza ci fa più paura delle condanne”. PROCESSI IN CORSO * Tribunale di Roma – 13 maggio ore 9.15 udienza e sentenza per violazione di foglio di via durante l’occupazione della Sapienza del maggio 2023 * Tribunale di Roma – 13 maggio ore 10.00 udienza predibattimentale per blocco stradale sul GRA (km8 +600) del 2 novembre 2022 * Tribunale di Verona – 14 maggio ore 9.00, udienza dibattimentale per incollamento al vetro della “Tempesta” di Giorgione nella Galleria dell’Accademia il 4 settembre del 2022 Extinction Rebellion
May 12, 2026
Pressenza
Ecorà al Festival dello Sviluppo Sostenibile con Santa Marta, Climate Justice Flotilla e Global Sumud Flotilla
Il 16 e 17 maggio Milano ospiterà l’agorà ambientalista Ecorà: “due giornate di confronto, partecipazione e costruzione collettiva dedicate alle grandi sfide ecologiche, sociali e democratiche del nostro tempo”. «Ecorà nasce per creare connessioni tra società civile, movimenti climatici, scienza, sindacato, arte e istituzioni, trasformando il dialogo in attivazione concreta – spiegano gli organizzatori – In un tempo segnato da crisi e frammentazioni, vogliamo costruire uno spazio capace di generare convergenze, ecosperanza e nuove possibilità di azione condivisa. Quest’anno Ecorà assume un significato ancora più importante  siamo felici di annunciare che Ecorà Atto IV è ufficialmente parte del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026, il principale appuntamento nazionale dedicato alla sostenibilità e alla transizione ecologica, sociale ed economica». Durante l’evento saranno affrontati gli argomenti: • scienza e comunicazione • transizione ecologica e comunità energetiche • consumo di suolo e territorio • salute e giustizia climatica • arte e immaginari del cambiamento • climate litigation e diritti ambientali Ci sarà inoltre uno sguardo internazionale con restituzioni dalla conferenza di Santa Marta sulla Transitioning Away from Fossil Fuels, dalla Climate Justice Flotilla e dalla Global Sumud Flotilla. PROGRAMMA: Programma Ecorà Atto IV ISCRIZIONI: Registrati a Ecorà Atto IV Pagina ufficiale nel Festival dello Sviluppo Sostenibile: Ecorà IV nel Festival dello Sviluppo Sostenibile   Redazione Italia
May 12, 2026
Pressenza
Ermelinda, Alice e la Val di Susa, tra carcere e guerra
Una piazza invasa dal tramonto, un piccolo gazebo a protezione del tavolo colmo dei buoni cibi portati da ognuno per condividerli con tutti: è il modo di stare insieme del Movimento NO TAV, il segno di una partecipazione collettiva, nata sui prati di Venaus accanto ai fuochi di resistenza del lungo inverno del 2005 e praticata ogni volta che serve ritrovarsi, per rabbia o per allegria, e riprendere insieme gli spazi materiali della lotta. Oggi siamo qui, nel cuore di Bussoleno, nella piazzetta dove si fronteggiano la casa comunale e la chiesa e ancora resiste, a sfidare i tempi, l’albero della libertà. Ci siamo per ricordare al paese che due compagne e concittadine, Ermelinda e Alice, sono da alcuni giorni recluse agli arresti domiciliari e richiederne l’immediata liberazione.  La loro colpa? Essere attive e convinte antifasciste, far parte del Movimento NO TAV e opporsi con generosità al disastro sociale e ambientale legato alla grande, mala, inutile opera. Alice (foto notav.info) Restrizioni analoghe sono in atto ormai da lungo tempo anche contro Giorgio, con l’alternarsi di arresti domiciliari e sorveglianza speciale. Su di loro lo Stato, attraverso i suoi tribunali, applica il diritto penale del nemico per cui diventano reato il diritto alla critica, una visione del mondo conflittuale al sistema e l’opposizione allo stato di cose presente. Non a caso le restrizioni sono arrivate alla vigilia del 25 aprile: quest’anno, per Ermelinda e Alice, niente Festa della Liberazione, niente Primo Maggio né partecipazione allo spezzone sociale del Corteo torinese… La serata si conclude con una passeggiata collettiva per le vie del paese fino alla casa di Ermelinda: nulla più che un breve saluto, noi in strada oltre il cancello, Erme a distanza, sul balcone. Ci vengono incontro festanti i suoi miti, dolcissimi cani. Alice è lontana, irraggiungibile in quest’ora che si fa notte: per oggi, non possiamo far altro che immaginarla, affacciata alla finestra della Meisonetta, l’antica casa di partigiani alta sul paese, tra boschi e rocce. Si ritorna in centro costeggiando la ferrovia, accompagnati dallo sferragliare di un treno merci, lunga fila di pianali perfettamente vuoti, transitanti in una stazione deserta: la smentita concreta alle menzogne della lobby del TAV che, rappresentando la ferrovia esistente come ormai insufficiente alle necessità di trasporto, dichiarava indispensabile una nuova linea TAV, vaticinando delle “magnifiche sorti e progressive” di una  modernità lanciata ad alta velocità sulle dorate vie del Mercato Globale. Oggi che il mondo va in pezzi solcato dai venti di guerra, l’Europa di Maastricht riconverte in corridoi militari quelli che erano i progetti di trasporto per passeggeri e merci, ed a tale scopo moltiplica i finanziamenti. Il “Corridoio Mediterraneo per il trasporto di truppe ed armamenti  da Ovest verso Est”, di cui è segmento la Torino-Lyon, costituisce uno dei progetti prioritari. Il NO TAV della Valle che resiste diventa così opposizione chiara, concreta e intransigente contro la guerra del capitale ai popoli del mondo. E la lotta presente si riconnette alle lotte del passato che in essa tornano a rivivere: il sabotaggio partigiano al ponte ferroviario dell’Arnodera; gli scioperi dei quattrocento ferrovieri di Bussoleno che nel ’44 bloccarono la ferrovia Torino-Modane rendendola impraticabile ai trasporti nazifascisti; il rifiuto unanime a fabbricare armi, messo in pratica negli anni ’70 dagli operai della Moncenisio di Condove; le manifestazioni contro le guerre dell’Occidente imperialista e gli aiuti solidali alle Resistenze dei Paesi aggrediti… Dunque esiste una ragione in più di metterci in cammino, non disdegnando il pessimismo della ragione che ci rende attenti alla via e praticando l’ottimismo della volontà che ci spinge ad andare avanti, nella consapevolezza che non siamo soli e che, insieme, “fermare il TAV si può, fermarlo tocca a noi”. Centro Sereno Regis
May 11, 2026
Pressenza
Abbattuti altri tre pini a Lido di Savio grazie alle perizie dell’agronomo Morelli: il comune nega ad oggi gli atti.
Poco per volta il Comune di Ravenna elimina i pini di viale Romagna. Altri tre abbattuti grazie – presumiamo – alle perizie dell’agronomo Giovanni Morelli, per oltre 20 mila euro di compenso. Ora il viale, sventrato dagli abbattimenti, appare in tutto il suo triste squallore, e l’effetto forno, isola di calore, è già ben percepito da esercenti e residenti. Non migliorerà certo nel tempo, essendo l’esiguo singolo filare che verrà piantato, di una specie, il frassino, di ombra rada e di bassa qualità ornamentale, del tutto inadatta al contesto. Un progetto dai prevedibili infimi risultati, già sotto gli occhi di tutti. Rabbia e sconcerto per un Comune che prende in giro i cittadini parlando di partecipazione ed ascolto, ed invece ha semplicemente ribadito la propria supremazia, cestinando ormai da oltre due anni tutti i documenti e le proposte. 3000 firme ignorate. Nulla di cui stupirsi, se anche i tribunali non hanno minimamente considerato tutte le argomentazioni tecniche e scientifiche addotte per cercare di salvare il polmone verde vanto di Lido di Savio: decine di relazioni scientifiche di esperti di rango internazionale che attestano la perfetta salute dei pini, che resistono da 50 anni anche alle peggiori tempeste. E dove potevano essere effettuati approfondimenti, il Comune ha negato ai cittadini la possibilità di eseguire prove strumentali indipendenti, definendo la proposta “di cattivo gusto”. Gli ultimi abbattimenti sono stati eseguiti in barba alle direttive europee, in pieno periodo di nidificazione: un ornitologo qualificato segnala la presenza di un nido tra le fronde del pino adiacente a quelli tagliati, evidenziando come il viale costituisca un luogo privilegiato per la sosta di centinaia di passeri, sempre più rari, come attestano i censimenti. Con la reiterata distruzione degli habitat a lui congeniali non c’è da meravigliarsi se il ‘passero solitario’ è sempre più solitario. Tra le decine di atti ed azioni quantomeno dubbie, prodotti pur di arrivare all’unico obiettivo, quello di eliminare l’alberata, l’ultimo: il consigliere Ancisi, in data 24 aprile, aveva richiesto di poter visionare le perizie del Morelli, ed eventuali altre relazioni che potrebbero decretare, come già accaduto a Faenza per viale Cimatti, sempre grazie alla penna di Morelli, l’abbattimento per i restanti 27 pini: ad oggi il comune di Ravenna, nonostante un sollecito, ha omesso di inviargli gli atti richiesti, e il 4 maggio, quindi senza alcuna spiegazione, ha abbattuto tre pini oggetto delle valutazioni dell’agronomo ferrarese. Il tutto in violazione dell’articolo 47, comma 6 del Regolamento del Consiglio Comunale, dove si legge: “Il rilascio delle copie avviene entro i cinque giorni non festivi successivi a quello della richiesta”. Pervicacia inaudita da parte di chi dovrebbe tutelare, in pieno ascolto e trasparenza, il patrimonio pubblico, non devastarlo a nostre spese.   Il gruppo di cittadini “Salviamo i pini di Lido di Savio e Ravenna” Redazione Romagna
May 11, 2026
Pressenza
Cattive Acque / Dark Waters: il volto umano della crisi climatica
L’inchiesta fotografica di Giuditta Pellegrini, Ekpali Saint e Vittoria Torsello per la Carovana Ecologista di maggio. Comunicato Stampa Inaugura il 19 maggio alle ore 18, presso la Galleria Dis-Ordine dei Cavalieri della Malta e di Tutti i Colori di Ravenna (Via Massimo D’Azeglio, 42), la mostra fotografica Cattive Acque / Dark Waters. Al centro dell’esposizione, l’impatto del colosso Eni sull’accesso alle risorse idriche e sulle comunità locali. L’evento vedrà la partecipazione del duo musicale Cessate il Fuoco. Dal 20 al 23 maggio la mostra potrà essere visitata dalle ore 17 alle 19. L’esposizione è inserita nel programma della Carovana Emilia Romagna-Diritti e Rovesci, un’iniziativa organizzata da RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale) e AMAS-ER (Assemblea dei Movimenti Ambientali e Sociali dell’Emilia-Romagna). Il percorso, che ha preso avvio in aprile e si concluderà in giugno, tocca luoghi simbolo, tra cui Ravenna il 23 maggio, per denunciare gli impatti del sistema fossile, e promuovere la giustizia climatica. La mostra Cattive Acque / Dark Waters è un’inchiesta visiva realizzata da Giuditta Pellegrini, Ekpali Saint e Vittoria Torsello. Il progetto, frutto di una ricerca internazionale finanziata dal Journalismfund Europe, documenta attraverso immagini il confronto impari tra le popolazioni locali ed ENI, il gigante energetico a partecipazione statale, mettendo in luce le drammatiche conseguenze ambientali e sociali delle attività estrattive in questi territori. In Basilicata, regione che fornisce il 25% dell’acqua sorgiva del Sud Italia, oltre 140.000 residenti hanno subito pesanti razionamenti idrici tra il 2024 e il 2025. Al centro delle denunce di cittadini ed esperti c’è la diga del fiume Camastra, al tempo prosciugata: l’indice viene puntato contro le trivellazioni petrolifere e la deviazione di risorse idriche operata da Eni, che avrebbero aggravato una crisi già resa critica dal cambiamento climatico. A migliaia di chilometri di distanza, ad Aggah, nel Delta del Niger, la situazione è speculare. Qui l’acqua non manca, ma è imbevibile e mortale, contaminata da decenni di sversamenti di greggio e attività estrattive che hanno distrutto l’ecosistema e la salute degli abitanti. L’appuntamento di Ravenna rappresenta una tappa fondamentale della “Carovana” in Emilia-Romagna con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla giustizia climatica. Il passaggio della mostra a Ravenna assume un valore simbolico particolare: la città, cuore del comparto energetico romagnolo, è oggi al centro del dibattito per progetti come il rigassificatore e lo stoccaggio di CO2. Il percorso della Carovana diventerà inoltre un docufilm finanziato dal basso per narrare le vertenze di un territorio che chiede a gran voce una transizione ecologica reale.   Coordinamento ravennate “Per il Clima– Fuori dal Fossile” Ravenna, 10 maggio 2026 Redazione Romagna
May 11, 2026
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