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Tutti in marcia 3 ottobre in Val Susa: saremo di nuovo in tanti, là dove tutto è cominciato
Partì proprio da Sant’Ambrogio di Susa, 2 marzo 1996: la nostra prima marcia! Ed eccoci di nuovo oggi, 3 ottobre 2026, di nuovo qui, di nuovo in marcia, per l’ultima della serie (per ora). Diretti questa volta ad Avigliana ma ancora una volta sotto “La Sacra”, idealmente protetti dalla “Spada di San Michele” che in queste notti di settembre puntava con la sua luce azzurra in alto, verso Est, quasi pronta ad abbattersi sullo spreco della “Avigliana/Rivalta”, ennesima tratta dell’inutile, vecchio, progetto TAV che un tempo doveva collegare Kiev a Lisbona. Un progetto di origine militare, finanziato con fondi europei per la mobilità militare, per favorire le guerre che massacrano i popoli e le società civili. Si, perché le merci sui treni non ci saliranno mai, per questioni logistiche collegate al territorio italiano e a quella che viene definita la “Città diffusa”: capannoni ovunque, che rendono troppo costoso e complicato il trasporto merci su rotaia. E non esistono neppure i milioni di passeggeri venduti dai vecchi e decrepiti oracoli con la laurea da architetti che ci hanno ammorbati per anni con fandonie e pozioni magiche che neppure le peggiori fattucchiere del Medio Evo riuscivano a far digerire al popolo. E infatti… sparite le madamine, ridotti a pochi umarell ed interessati signori i SI TAV. Gente che prende regolarmente l’aereo invece che il treno. Noi invece che il treno lo prendiamo, e sappiamo in che condizioni viene lasciato il traporto dei pendolari, ci saremo eccome a Sant’Ambrogio! Noi che viviamo sulla nostra pelle la distruzione del creato, la tocchiamo con mano nella nostra valle e la osserviamo in tutto il mondo, noi marceremo. La forza dei NO TAV? Semplicemente quella di imparare a non spegnere ciò che siamo: esseri pensanti. Talmente razionali, noi che marciamo da 30 anni, da aver sempre evitato ogni violenza, per indole, ma anche sperando che infine nessuno possa negare l’evidenza di questo immane raggiro ai danni della collettività che si chiama Torino-Lione. Un trasferimento di risorse dal pubblico al privato: dal welfare, sanità, scuola, alle tasche di speculatori, tutta gente che viaggia con autista, auto blu e aero. Gente che non sa cosa sia la fatica, il risparmio, la cura del territorio. Gente ricca, riverita e scostante che noi pesiamo da 30 anni. Vero, il nostro giudizio su costoro conta poco nella realtà dei fatti, ma qui all’ombra della Sacra di San Michele gli esseri raziocinanti NO TAV possono perfino credere che sarà infine la bilancia di San Michele a pesare questi affaristi nel Giorno del Giudizio. E se quella bilancia funziona come si racconta… La Storia narra che mille anni fa un nobile e ricco francese compì gravi misfatti nella sua natia Alvernia, poi si pentì e pagò il suo debito con pellegrinaggi e opere di bene, vale a dire la realizzazione del monumento che noi in valle chiamiamo semplicemente “La Sacra”. Oggi nessun affarista e speculatore si pente ed ogni suo misfatto è peggiore del precedente. Forse aveva ragione il Giudice Ferdinando Imposimato quando diceva: «si è vero, i ladri hanno sempre rubato, ma un tempo almeno avevano il senso del limite!». Insomma son passati mille anni, milioni di persone hanno attraversato la Valle, nessuno li ha mai ostacolati se venivano in pace. Oggi invece in troppe occasioni, ed in questo caso solo per risparmiare qualche minuto, si sta perdendo ogni senso del limite, ogni rispetto per il creato, ogni decenza umana. Per arrivare prima, che poi bisognerebbe sapere cosa fare col tempo risparmiato! Non ci possiamo nascondere che ciò che viviamo in Valle è ben poca cosa rispetto a ciò che di peggio succede nel mondo, ma… neppure dobbiamo dimenticare che fa parte dello stesso schema. C’è chi lo chiama capitalismo, corretto. Ma perché non definirlo soprattutto perdita della moralità e del senso di giustizia? E’ lo stesso fenomeno che poco alla volta allontana le persone e cancella la solidarietà, che lascia morire la gente in mare, che aumenta i prezzi degli affitti, che crea disoccupati senza curarsi più di quelle persone. Chi manifesta contro lo spreco e l’arroganza di un’opera inutile, ragiona anche su queste vergogne della nostra società. Lo fa con sincera la tristezza nel cuore ma con la consapevolezza che la goccia d’acqua infine bucherà la roccia. Ogni passo di una marcia NO TAV è anche una limpida goccia d’acqua. Non si spiega altrimenti la determinazione di migliaia e migliaia di persone che arrivano quel giorno dove si manifesta, dalla valle e da tutto il Paese, persino dalla Francia. E poi cominciano a camminare con le bandiere NO TAV. Una sorta di pellegrinaggio, di preghiera, che questa volta, il 3 ottobre, alle ore 14, partirà di nuovo all’ombra della Sacra. Personalmente ho fatto un calcolo: il mio personale pellegrinaggio NO TAV nell’arco di 30 anni misura almeno 500 chilometri. Se aggiungessi i pellegrinaggi istituzionali fatti insieme a molti altri amici e compagni, a Bruxelles, Roma, Torino (quelli a Torino durati un intero anno, tutti i giovedì presso RFI, li soprannominai i “giovedì del ferroviere”), i chilometri sarebbero decine di migliaia. In ogni occasione abbiamo ascoltato cose assurde e poi spiegato a tutti che questo della Torino-Lione, numeri alla mano, era solo uno spreco di risorse pubbliche. Di una cosa in particolare oggi mi dolgo, non poter più marciare a fianco di tanti cari amici che sono andati “oltre”. Come il mio sindaco Elisio Croce, e alcuni amministratori comunali. E poi Alberto Perino e sua moglie Bianca, tanti amici dei presidi NO TAV, il giudice Ferdinando Imposimato, Remo Castagneri, che con le sue battute ci tirava sempre su il morale, Pasquale Cavaliere, uno dei primi a lasciarci, Stefano Lenzi del WWF che i progetti li ha letti tutti e ci ha aiutati a scrivere tutte le osservazioni ambientali, Ivan Cicconi, che con i suoi studi economici e sugli appalti ci ha aperto panorami spaventosi sulle Grandi Opere. E poi decine, centinaia di persone che continuano a camminare con noi e che sono lì davanti: in silenzio e senza alzare polvere, in tutte le marce NO TAV. Di una cosa mi vanto, di non essere mai stato contro il progresso ma sempre contro lo spreco, e come migliaia di attivisti NO TAV, ognuno nel nostro piccolo, aver fatto tutto il possibile per spiegare cosa è veramente quest’opera. Tutti noi non molleremo mai, più passa il tempo e maggiormente è chiara la fregatura. La consapevolezza di questa lunga vicenda ha mutato forse il nostro modo di vedere il mondo, ma non ha piegato la determinazione e l’ottimismo di chi crede che alla fine ce la faremo a fermare l’inganno. Perché lo sappiamo: marciare è anche una forma di preghiera. E il fatto sabato 3 ottobre partiamo proprio da lì, Comune di Sant’Ambrogio, proprio sotto la Sacra, dopo 30 anni in cui sul lato/Italia non si è ancora scavato un solo metro di tunnel, forse è qualcosa in più di una preghiera! È un segno del destino, da non mancare: saremo di nuovo in tanti! Centro Sereno Regis
October 3, 2026
Pressenza
Emergenza inquinamento a Dhaka: quando l’aria stessa diventa una minaccia
> A ogni stagione secca, Dhaka si trova alle prese con il solito problema > ambientale: il deterioramento della qualità dell’aria. I livelli di > inquinamento della città diventano molto preoccupanti nei mesi con scarse > precipitazioni, durante i quali il particolato resta concentrato > nell’atmosfera. L’entità del problema si riflette in alcune misurazioni recenti. Nel 2025, secondo il Rapporto mondiale sulla qualità dell’aria di IQAir, il Bangladesh era il secondo Paese più inquinato al mondo, con una concentrazione media annuale del PM2,5 pari a 66,1 microgrammi per metro cubo. Dhaka ha registrato una concentrazione media annuale del PM2,5 di 68 microgrammi per metro cubo ed è la 32a in classifica fra tutte le città del globo. Questa stima non significa però che Dhaka conservi la stessa posizione per tutto l’anno. La qualità dell’aria può variare significativamente di giorno in giorno e i livelli di inquinamento sono spesso più gravi durante la stagione secca. L’inquinamento dell’aria a Dhaka ha diverse origini. Uno studio della Banca Mondiale, Breathing Heavy: New Evidence on Air Pollution and Health in Bangladesh, ha esaminato l’esposizione all’inquinamento di 12.250 persone a Dhaka e a Sylhet (sesta città del Paese con 500.000 abitanti, N.d.R). A Dhaka, lo studio si è concentrato su aree con traffico costante, aree con grandi cantieri e aree con fornaci di mattoni. È risultato dunque che le più alte concentrazioni del PM2,5 nel Bangladesh urbano si riscontrano nelle aree con grandi cantieri e traffico, seguite dalle aree in prossimità di fornaci di mattoni. Lo studio ha anche individuato effetti sulla salute associati all’inquinamento dell’aria. I bambini con un’età dai 0 ai 5 anni che vivono vicino a grandi cantieri con traffico hanno più probabilità di essere affetti da tosse, difficoltà respiratorie e infezioni del tratto respiratorio inferiore rispetto ai bambini di altre zone esaminate. Su più larga scala, l’impatto sulla salute è considerevole. Secondo una valutazione della Banca Mondiale, nel 2019 in Bangladesh l’inquinamento dell’aria ambiente è stato associato a un numero di decessi compreso tra i 78.000 e gli 88.000, con circa 1,0-1,1 miliardi di giorni trascorsi in malattia. La perdita economica stimata è pari al 3,9-4,4% del PIL nazionale riferito allo stesso anno. Il Bangladesh ha introdotto delle misure volte ad affrontare il problema. Il Piano di gestione della qualità dell’aria nazionale 2024-2030 (NAQMP), lanciato dal Dipartimento dell’Ambiente, include misure relative alle emissioni delle fornaci di mattoni, alle emissioni dei veicoli e alla gestione della qualità dell’aria. Anche i trasporti sono parte della risposta. Nel 2025 la Banca Mondiale ha annunciato un supporto al Progetto aria pulita del Bangladesh (BCAP), il quale include controlli più stringenti sulle emissioni dei veicoli, centri più avanzati per l’ispezione dei veicoli e l’introduzione di 400 bus elettrici a zero emissioni. Per i residenti di Dhaka, le cifre rappresentano un problema nella vita quotidiana: aria inquinata lungo strade trafficate, polvere intorno ai cantieri ed esposizione alle emissioni del traffico e dell’attività industriale. Le prove dimostrano che migliorare la qualità dell’aria richiederà un’azione trasversale a diversi settori piuttosto che una soluzione unica. L’inquinamento dell’aria a Dhaka è una sfida complessa che mette a rischio l’ambiente e la salute pubblica. Dati recenti mostrano che il Bangladesh rimane tra i Paesi con la concentrazione media annuale del PM2,5 più alta al mondo, mentre degli studi condotti nel Paese hanno documentato i rischi per la salute associati all’esposizione ad aria inquinata. Un impegno costante nel ridurre emissioni ed esposizione sarà cruciale per migliorare la qualità dell’aria, a Dhaka e nel resto del Bangladesh. Traduzione dall’inglese di Rita Puligheddu. Revisione di Thomas Schmid. Pressenza বাংলাদেশ
October 2, 2026
Pressenza
2/ Italia 100% rinnovabile entro il 2045, un obiettivo indifferibile, anche per le primarie. «Il clima sta precipitando»
Un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045, come ha deciso la Germania, è uno strumento di giustizia sociale e ambientale, un banco di prova per eventuali primarie: gli elettori devono sapere chi guiderà il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare[IL]   L’Italia frenata dalle fossili L’Italia, invece, continua ad accodarsi a politiche centrate su gas e petrolio. Pesa la forte influenza degli interessi petroliferi, a partire dall’azienda a controllo pubblico Eni, che orienta ancora le scelte strategiche del paese verso nuove infrastrutture fossili. È una scommessa sul passato. Il rischio è restare indietro nell’intero comparto industriale, nella ricerca e nell’innovazione di processo e di prodotto. I numeri mostrano il ritardo. Nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41% del consumo elettrico italiano, 132,3 su 322,6 terawattora. Solare ed eolico hanno raggiunto 57 gigawatt installati, contro i 107,3 previsti al 2030 dal Piano nazionale per l’energia e il clima. Eppure, l’Italia ha uno dei potenziali solari ed eolici più alti del continente, è il terzo mercato manifatturiero d’Europa ed è tra i paesi più esposti agli effetti del riscaldamento. C’è anche una questione di giustizia verso chi verrà dopo. La riforma dell’articolo 9 della Costituzione tutela l’ambiente anche nell’interesse delle future generazioni. È il principio che il filosofo Hans Jonas aveva formulato come un nuovo imperativo: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra». Una politica energetica che rinvia la transizione per difendere le rendite fossili non rispetta questo principio.   IL PERCORSO: UN PIANO 100% RINNOVABILE AL 2045 L’Italia ha bisogno di un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045. L’obiettivo è più ambizioso di quello europeo, perché riguarda l’intero sistema energetico: elettricità, calore, trasporti, industria e agricoltura. Deve poggiare su una misura verificabile, la copertura rinnovabile dei consumi finali, con un controllo ora per ora che il sistema regga la domanda. Non basta che un combustibile sia rinnovabile sulla carta: deve esserlo lungo tutta la catena che lo produce. Il Piano che proponiamo si regge su cinque leve, da usare insieme: 1. Consumare meglio: riqualificare gli edifici, diffondere le pompe di calore, rendere efficienti i processi industriali e potenziare la mobilità collettiva. 2. Elettrificare: sostituire gli usi fossili con elettricità rinnovabile, riservando idrogeno verde e biocombustibili agli usi più difficili. 3. Produrre sul territorio: fotovoltaico, agrivoltaico, eolico a terra e in mare, compatibili con paesaggio e comunità locali. 4. Rendere flessibile il sistema: reti digitali, batterie, pompaggi, interconnessioni e accumuli stagionali. 5. Governare la transizione: autorizzazioni con tempi certi, partecipazione locale, missioni pubbliche vincolanti per Enel, Eni ed Enea e un fondo nazionale dedicato. Il cammino si divide in tre fasi. Tra il 2027 e il 2029 si sbloccano le autorizzazioni, si recupera il ritardo sugli obiettivi 2030, si avviano le filiere industriali di batterie, elettrolizzatori, cavi e inverter e si proteggono le famiglie vulnerabili. Tra il 2030 e il 2035 si scala: espansione massiccia di solare ed eolico, pompe di calore, mobilità elettrica e primi corridoi industriali a idrogeno verde. Tra il 2036 e il 2045 si chiudono gli usi fossili residui e si verifica la tenuta del sistema su più anni. Ogni fase va verificata prima di passare alla successiva, come la Commissione europea farà ogni due anni. Se le verifiche lo consentono, il traguardo può e deve essere anticipato: ogni anno guadagnato vale importazioni evitate, aria più pulita e bollette più leggere. UN ASSE STRATEGICO PER IL PAESE Dotarsi di un Piano al 2045 non può restare un capitolo tecnico della politica energetica. Deve diventare il punto qualificante della strategia del Paese: energetica, certo, ma anche economica e sociale. È dal modo in cui produciamo e usiamo l’energia che dipendono il costo della vita delle famiglie, la competitività delle imprese, la qualità del lavoro e la salute dei territori. Per questo il Piano è prima di tutto uno strumento di giustizia sociale e ambientale. Gli effetti dell’inquinamento, degli eventi estremi e della povertà energetica colpiscono per primi i più vulnerabili, e ciò va contro il principio di uguaglianza sostanziale dell’articolo 3 della Costituzione. Una transizione ben governata può invertire questa tendenza: bollette più basse, case più sane, lavoro qualificato distribuito anche nel Mezzogiorno e nelle aree interne, comunità energetiche che restituiscono valore ai territori. Un asse strategico di questa portata chiede una scelta politica chiara.  > In vista delle prossime elezioni politiche, tutte le forze in campo dovrebbero > confrontarsi apertamente sul Piano 100% rinnovabile al 2045 e prendere > posizione: con quali obiettivi, quali tappe, quali risorse e quale ruolo per > le grandi aziende energetiche pubbliche.  Lo stesso vale per eventuali primarie, che possono essere il primo banco di prova. Gli elettori hanno il diritto di sapere chi intende guidare il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare.   UNA SCELTA CHE CONVIENE La transizione non è un costo da sopportare. I benefici in importazioni evitate, salute pubblica e lavoro qualificato superano largamente i costi, mentre il rischio climatico non gestito diventa esso stesso un rischio per il debito sovrano. Un pozzo di petrolio si esaurisce; un impianto solare o eolico produce per trenta o quarant’anni con costi marginali vicini allo zero, e più la tecnologia si diffonde più i costi scendono. L’economista Amartya Sen ha scritto che lo sviluppo è «un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani». Una transizione che riduce la povertà energetica, rigenera i territori e distribuisce lavoro in modo più equo è sviluppo in questo senso pieno. Se l’Italia la realizzerà con decisione, il suo esempio potrà essere imitato e innescare un circolo virtuoso opposto all’effetto domino delle crisi di oggi. Il tempo per decidere, però, si sta esaurendo. ____ FEDERICO MARIA BUTERA (*) FEDERICO MARIA BUTERA È UN INGEGNERE ITALIANO, PROFESSORE EMERITO DI FISICA TECNICA AMBIENTALE AL POLITECNICO DI MILANO E DOTTORE DI RICERCA HONORIS CAUSA IN ARCHITETTURA ALL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI MEDITERRANEA DI REGGIO CALABRIA. SI È LAUREATO IN INGEGNERIA NUCLEARE ALL’UNIVERSITÀ DI PALERMO, DOVE HA INIZIATO LA SUA CARRIERA ACCADEMICA. NELLA SECONDA METÀ DEGLI ANNI ‘70 È ENTRATO A FAR PARTE DI QUEL RISTRETTO NUMERO DI RICERCATORI – UNA COMUNITÀ INTERNAZIONALE APERTA E INNOVATIVA FORTEMENTE SOSTENUTA DALLA INTERNATIONAL ENERGY AGENCY – IL CUI OBIETTIVO ERA LO SVILUPPO DI MODELLI DI SIMULAZIONE DELLE PRESTAZIONI ENERGETICHE E DI COMFORT DEGLI EDIFICI. IN QUESTO QUADRO, FRA LA FINE DEGLI ANNI ’70 E L’INIZIO DEGLI ANNI ’80 HA SVILUPPATO UNO DEI PRIMI CODICI DI CALCOLO PER LA SIMULAZIONE DETTAGLIATA, IN REGIME DINAMICO, DI AMBIENTI CARATTERIZZATI DA SISTEMI DI RISCALDAMENTO/RAFFRESCAMENTO PASSIVO. NEGLI STESSI ANNI HA COORDINATO, ALL’INTERNO DEL PROGETTO FINALIZZATO ENERGETICA DEL CNR, UNA RICERCA IN UN CAMPO NUOVO E STRATEGICO: L’ANALISI E LA PIANIFICAZIONE DEI SISTEMI ENERGETICI TERRITORIALI. 1/ ITALIA 100% RINNOVABILE ENTRO IL 2045, UN OBIETTIVO INDIFFERIBILE, ANCHE PER LE PRIMARIE. «IL CLIMA STA PRECIPITANDO»   Aurelio Angelini
October 2, 2026
Pressenza
1/ Italia 100% rinnovabile entro il 2045, un obiettivo indifferibile, anche per le primarie. «Il clima sta precipitando»
La crisi climatica «non è un problema futuro, è un problema attuale». Gli undici anni dal 2015 al 2025 sono, senza eccezione, gli undici più caldi mai misurati. Il bacino del Mediterraneo si sta scaldando più velocemente della media globale. Ne abbiamo visto gli effetti in Italia: l’estate del 2026 è stata, secondo il Cnr, l’estate più calda dal 1950, con una temperatura media su tutto il territorio nazionale di 24,3°C. Alla crisi climatica si somma una crisi geopolitica che ha la stessa origine: il modello fossile. Nella modernità industriale «la miseria è gerarchica, lo smog è democratico». Un effetto domino sotto gli occhi di tutti: clima, energia e geopolitica si aggravano a vicenda. Combattere la crisi climatica, di cui l’eliminazione delle fonti fossili è prerequisito essenziale, richiede la pace. Sotto l’influenza dell’Eni (che allunga a Meloni qualche mancetta che la gira per qualche mese agli automobilisti), l’Italia si accoda a politiche centrate su gas e petrolio. Un Piano nazionale per produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2045, come ha deciso la Germania, è uno strumento di giustizia sociale e ambientale, un banco di prova per eventuali primarie: gli elettori devono sapere chi guiderà il Paese fuori dalla dipendenza fossile e chi preferisce rinviare[IL]   L’Italia deve arrivare a un sistema energetico alimentato al 100% da fonti rinnovabili entro il 2045, e dovrebbe provare a farlo prima. Non è più una scelta tra tante: è una priorità economica, sociale, industriale e geopolitica che nessun governo può permettersi di rinviare. Lo impongono i dati sul clima, che descrivono un sistema non più in lento peggioramento ma vicino a soglie oltre le quali precipita in una condizione diversa e non reversibile. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, con +1,60 °C rispetto all’era preindustriale. Gli undici anni dal 2015 al 2025 sono, senza eccezione, gli undici più caldi mai misurati, e la media del triennio 2023-2025 ha superato per la prima volta la soglia di 1,5 °C fissata a Parigi. Il bacino del Mediterraneo si sta scaldando più velocemente della media globale. Ne abbiamo visto gli effetti in Italia: l’estate del 2026 è stata, secondo il Cnr, l’estate più calda dal 1950, con una temperatura media su tutto il territorio nazionale di 24,3°C. Il Global Tipping Points Report 2025 conclude che le barriere coralline tropicali hanno già superato la prima soglia di cambiamento irreversibile, e che una ventina di altri sistemi, dall’Amazzonia alla circolazione atlantica, si avvicinano a soglie analoghe. Il ghiaccio marino antartico ha appena registrato il terzo picco invernale più basso dal 1979. Come ha detto la ricercatrice Ariaan Purich della Monash University, «non è un problema futuro, è un problema attuale». Anche l’economia paga il conto: nel 2025 i disastri naturali hanno causato danni per circa 224 miliardi di dollari, e le banche centrali stimano fino al 15% di Pil globale a rischio al 2050 in caso di inazione. UN TUNNEL GEOPOLITICO PERICOLOSO Alla crisi climatica si somma una crisi geopolitica che ha la stessa origine: il modello fossile. Le condizioni internazionali sono entrate in un tunnel pericoloso per l’economia globale, fatto di guerre, rotte di approvvigionamento contese e prezzi dell’energia sempre più volatili. I più esposti sono i paesi che importano gran parte dell’energia che consumano. L’Italia e l’Europa sono in prima fila. La dipendenza dai combustibili fossili trasferisce reddito verso i paesi produttori, alimenta conflitti per il controllo di giacimenti e rotte e scarica ogni shock sulle famiglie e sulle imprese più fragili. Ulrich Beck aveva descritto la modernità industriale avanzata come una società del rischio, in cui le crisi non restano confinate dove nascono ma si propagano e si intrecciano, al punto che «la miseria è gerarchica, lo smog è democratico». Oggi quell’effetto domino è sotto gli occhi di tutti: clima, energia e geopolitica si aggravano a vicenda. Le rinnovabili non cancellano ogni interdipendenza, perché servono materie prime, componenti e capitali. Ma cambiano la natura della vulnerabilità. Si passa da un combustibile da comprare ogni giorno sui mercati internazionali a un’infrastruttura durevole, riparabile e alimentata da risorse nazionali: il sole e il vento non si esauriscono e non si possono mettere sotto embargo. È questa la vera sovranità energetica, non l’autarchia.   LE FONTI RINNOVABILI AMBASCIATRICI DI PACE Combattere la crisi climatica, di cui l’eliminazione delle fonti fossili è prerequisito essenziale, richiede la pace. La richiede per due ragioni. La prima è che occorre un accordo globale: tutti insieme, tutti i paesi del mondo, devono cessare le emissioni di gas serra, perché se qualcuno non lo fa l’obiettivo non viene raggiunto e sono danneggiati tutti. La seconda è che la guerra è una forte sorgente di gas serra: vengono emessi per costruire gli armamenti e per farli funzionare, per distruggerli e per ricostruirli, per distruggere edifici, ponti, strade e ricostruirli. Si stima che le forze armate mondiali, per il solo fatto di esistere, generino il 5,5% delle emissioni globali. Se si aggiungono le guerre in corso ci si avvicina al 6%. Se le forze armate fossero un paese, sarebbero il quarto emettitore, dopo Cina, Usa e India e prima della Russia. Pace e rinnovabili: un binomio inscindibile. LA LEZIONE DELLA GERMANIA Il 23 settembre 2026 il governo tedesco ha presentato una tabella di marcia per abbandonare petrolio, carbone e gas in energia, industria, edilizia e trasporti entro il 2045. La quota di rinnovabili nella produzione elettrica dovrà salire dal 55% all’80% già entro il 2030, con altri 12 GW di eolico a terra e 215 GW di solare. L’uscita dal carbone è confermata al 2038, con la possibilità di anticiparla al 2035. Dopo Francia e Paesi Bassi, la Germania è il terzo paese europeo a dotarsi di un piano nazionale di questo tipo. La scelta della principale economia europea chiama direttamente in causa l’Italia, ammesso che ce ne fosse ancora bisogno. Berlino non accelera per idealismo, ma perché ha compreso che la competitività industriale dei prossimi decenni dipenderà dal costo e dalla sicurezza dell’energia pulita. I Paesi capaci di produrre elettricità rinnovabile a basso costo attireranno fabbriche, centri di ricerca e filiere tecnologiche innovative; quelli ancora dipendenti dalle fonti fossili importate sosterranno costi maggiori e avranno un peso economico e politico minore. Anche il quadro europeo procede nella stessa direzione. La nuova Legge europea sul clima, approvata dal Parlamento il 5 febbraio 2026, stabilisce una riduzione del 90% delle emissioni nette entro il 2040. Restare fermi, come fa il governo Meloni, significa rischiare l’esclusione dal mercato unico dell’energia pulita che si sta formando. In questo scenario il governo punta sui piccoli reattori nucleari modulari, gli Smr, di cui non esiste un solo esemplare costruito in tutto il mondo occidentale, e quindi non si conoscono né costi né tempi di realizzazione. Sono uno scoperto tentativo di dare vita a una infrastruttura energetica nelle mani di pochi, replicando i modelli organizzativi del capitalismo fossile, che continua a battersi per non soccombere. (*) FEDERICO MARIA BUTERA È UN INGEGNERE ITALIANO, PROFESSORE EMERITO DI FISICA TECNICA AMBIENTALE AL POLITECNICO DI MILANO E DOTTORE DI RICERCA HONORIS CAUSA IN ARCHITETTURA ALL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI MEDITERRANEA DI REGGIO CALABRIA. SI È LAUREATO IN INGEGNERIA NUCLEARE ALL’UNIVERSITÀ DI PALERMO, DOVE HA INIZIATO LA SUA CARRIERA ACCADEMICA. NELLA SECONDA METÀ DEGLI ANNI ‘70 È ENTRATO A FAR PARTE DI QUEL RISTRETTO NUMERO DI RICERCATORI – UNA COMUNITÀ INTERNAZIONALE APERTA E INNOVATIVA FORTEMENTE SOSTENUTA DALLA INTERNATIONAL ENERGY AGENCY – IL CUI OBIETTIVO ERA LO SVILUPPO DI MODELLI DI SIMULAZIONE DELLE PRESTAZIONI ENERGETICHE E DI COMFORT DEGLI EDIFICI. IN QUESTO QUADRO, FRA LA FINE DEGLI ANNI ’70 E L’INIZIO DEGLI ANNI ’80 HA SVILUPPATO UNO DEI PRIMI CODICI DI CALCOLO PER LA SIMULAZIONE DETTAGLIATA, IN REGIME DINAMICO, DI AMBIENTI CARATTERIZZATI DA SISTEMI DI RISCALDAMENTO/RAFFRESCAMENTO PASSIVO. NEGLI STESSI ANNI HA COORDINATO, ALL’INTERNO DEL PROGETTO FINALIZZATO ENERGETICA DEL CNR, UNA RICERCA IN UN CAMPO NUOVO E STRATEGICO: L’ANALISI E LA PIANIFICAZIONE DEI SISTEMI ENERGETICI TERRITORIALI. Aurelio Angelini
October 2, 2026
Pressenza
Pini pericolosi? Pericolosi sono gli scavi! Cantiere senza cartello su suolo pubblico trancia radici di due pini
Mentre dobbiamo leggere le stucchevoli parole della propaganda antiscientifica contro i pini domestici, vittime anche loro del tema della sicurezza tanto caro ai cacciatori di facili consensi da destra a sinistra, raccogliamo una segnalazione sconcertante, che testimonia come gran parte della verità sia da cercare altrove. In via Fiume Montone Abbandonato, nei pressi della piazza Natalina Vacchi, è sorto un cantiere proprio dentro l’aiuola che ospita alcuni bellissimi pini decennali. Il cantiere è privo di cartelli, anche se sembrano lavori stradali su suolo pubblico. Ci sono transenne con la scritta Sistema 4 e sono stati visti alcuni mezzi di Acmar. Le transenne sono delimitate alla meno peggio da bandella segnaletica che in alcuni punti cede, per cui il cantiere è accessibile.  Al centro dell’aiuola è presente un cumulo considerevole di radici di pino tranciate dai lavori. Come infatti testimoniato da immagini e filmati, almeno due pini sono stati massacrati dai lavori. Lo scavo è stato effettuato a pochi centimetri dal fusto, con tranciamento netto e rimozione delle radici distrutte dal mezzo che ha effettuato lo scavo. Visto il mucchio imponente, si comprende come gli esemplari fossero ben ancorati, smentendo chi continua a sostenere che il pino è pericoloso perché non ha radici. Ecco quindi dimostrato, questa volta concretamente, la pericolosità, non dei poveri pini, ma dei lavori di cui sono vittime! Facile e sbrigativo però, per la politica e per gli assessori, dare la colpa ai pini instabili, pericolosi e via dicendo, mentre cresce l’ondata di terrore, odio e disinformazione contro gli alberi.  I lavori procedono imperterriti senza minimamente considerare le alternative che consentono di ripristinare le pavimentazioni senza danneggiare gli alberi; alberi adulti che rappresentano un patrimonio pubblico rilevantissimo per tutelare le città e la salute dai cambiamenti climatici e dall’inquinamento, ma che vengono trattati così brutalmente, come si trattasse di cordoli da rimuovere o asfalti da fresare. Tanto, poi (con alberelli e soldi pubblici), si ripiantuma e si foresta, per usare gli slogan di moda. Il Regolamento del Verde del Comune di Ravenna dimostra ancora una volta tutta la sua inutilità: la distanza minima dello scavo dal fusto dovrebbe essere tre metri, mentre nei fatti è di pochi centimetri. Nessun albero resisterebbe a un simile trattamento. Desta stupore anche l’inosservanza dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) ai quale i Comuni e le ditte sono obbligati ad attenersi. Il gruppo di cittadini Salviamo i pini di Lido di Savio e Ravenna, con il supporto di Animal Liberation e di Lista per Ravenna ha immediatamente depositato un esposto in Procura lunedì scorso e segnalato più volte agli organi competenti, ma all’oggi il cantiere ha proseguito il massacro.   Il Gruppo “Salviamo i pini di Lido di Savio e Ravenna” Redazione Romagna
October 2, 2026
Pressenza
URBAN NATURE WWF: il 3 e il 4 Ottobre “La Natura si fa cura”
Oggi più della metà della popolazione vive in aree urbane, in Italia oltre il 70%.   Ma la natura è fondamentale per il nostro benessere, anche e soprattutto nelle città. Non è solo una questione di “quantità di natura”, è importante che ognuno di noi entri in contatto e sia vicino a uno spazio di natura ogni giorno. Per rendere le città dei luoghi più salubri e sicuri, torna con la sua X edizione Urban Nature, il festival della Natura in città, che coinvolge cittadini, scuole, istituzioni e comunità locali in un percorso di trasformazione e partecipazione culturale e ambientale a favore dell’incremento del verde urbano. L’evento di Urban Nature si svolgerà il 3 e 4 ottobre in tutta Italia. I volontari e le volontarie WWF saranno presenti in 100 piazze italiane con stand informativi per sensibilizzare il pubblico sull’importanza della Natura in città e raccontare il valore degli Spazi Natura WWF, che i cittadini potranno sostenere con una donazione, a fronte della quale riceveranno un vasetto di miele WWF. Inoltre, nei piccoli e medi centri, sarà possibile partecipare agli eventi organizzati da noi e dalle Associazioni Amiche, pensati per famiglie e ragazzi per riscoprire la bellezza e l’importanza della natura nei luoghi che abitiamo. A FORLI’ sabato 3 Ottobre, la sezione locale WWF FC, proporrà un banchetto Miele con raccolta fondi per gli Spazi Natura dalle ore 9:30 alle 12:30 in Piazza Saffi (lato Feltrinelli); a seguire, partendo dal Banchetto alle 10:30 “Impollinatori in città”, una passeggiata lungo le vie del centro storico, osservando le aree verdi che caratterizzano il tessuto urbano e scoprendo il loro valore ecologico. Il percorso ci condurrà fino al suggestivo Giardino della Cocla, uno spazio verde curato dalle GEV di Forlì, autentico angolo di natura situato a pochi passi dai Musei di San Domenico. Immersi in questo splendido giardino, approfondiremo il tema degli insetti impollinatori, fondamentali per l’equilibrio degli ecosistemi e per la conservazione della biodiversità. Parleremo inoltre delle specie vegetali, dei fiori e delle piante più adatte per attirare e sostenere api, farfalle e altri preziosi impollinatori, scoprendo come anche i giardini, i balconi e gli spazi verdi cittadini possano trasformarsi in importanti rifugi per queste specie. Un’attività all’aria aperta per conoscere meglio la natura che ci circonda e imparare piccoli gesti concreti per rendere le nostre città più accoglienti per la biodiversità. A CESENA: sabato 3 Ottobre, la sezione locale WWF FC proporrà un Banchetto Miele con raccolta fondi per gli Spazi Natura WWF dalle 9:30 alle 12:30 in Piazza del Popolo sotto il Loggiato Comunale. Nel Pomeriggio al Parco Ippodromo con ritrovo alle ore 15:30, all’entrata Skate del Parco Ippodromo in Via Fasto Coppi, inaugurazione dell’area del nuovo Percorso Impollinatori di Cesena, un itinerario didattico pensato per far conoscere da vicino il mondo degli insetti impollinatori e sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza della loro tutela. Il percorso sarà composto da circa dieci pannelli esplicativi dedicati alle principali specie di impollinatori, al loro ruolo fondamentale per gli ecosistemi e alle azioni concrete che ciascuno può adottare per contribuire alla loro salvaguardia. L’area sarà inoltre arricchita da diversi hotel per insetti e da due aiuole dedicate alle piante utili agli impollinatori. L’iniziativa sarà realizzata in collaborazione con l’Amministrazione Comunale e con il Settore Verde Pubblico del Comune di Cesena. WWF Forlì-Cesena Redazione Romagna
October 2, 2026
Pressenza
Reggio Emilia: la Questura usa il codice antimafia per espellere dalla città chi ha difeso Bosco Ospizio
Reggio Emilia, 1 ottobre 2026 – Decine di persone impegnate nelle proteste contro l’abbattimento del Bosco Ospizio sono state portate di peso in Questura e quattro di loro sono state rilasciate dopo alcune ore con fogli di via dalla città della durata fino a tre anni.  L’intervento è avvenuto durante la seconda giornata di mobilitazione cittadina in difesa del Bosco Ospizio, minacciato dalla trasformazione dell’area per la costruzione di un supermercato Conad. Nonostante il massiccio dispiegamento di forze dell’ordine fin dalle prime ore del mattino, mentre decine di persone bloccavano la strada antistante il bosco, alcune di loro sono entrate nel cantiere e sono salite sui mezzi da lavoro, interrompendo temporaneamente le operazioni di abbattimento. Dopo l’intervento dei Vigili del Fuoco per liberare le ruspe, le persone fermate sono state condotte in Questura, dove sono rimaste per diverse ore senza poter contattare le proprie avvocate. Dopo diverse ore di fermo, quattro delle persone fermate sono state rilasciate con un foglio di via fino a 3 anni dalla città di Reggio-Emilia, una misura di prevenzione del Codice Antimafia, che consente di allontanare da un comune soggetti ritenuti “socialmente pericolosi”. “Chi oggi era su quelle ruspe portava con sé la voce di migliaia di cittadine e cittadini e di una comunità scientifica che Conad e Comune hanno scelto di non ascoltare” commenta l’Assemblea di Bosco Ospizio. “Questi fogli di via hanno delle precise responsabilità politiche: dopo aver lasciato distruggere un bosco urbano, il comune sta oggi lasciando che vengano asfaltati anche i più elementari principi costituzionali”. L’assemblea permanente contesta duramente i provvedimenti, sottolineando che la protesta nasce dalla volontà di impedire la distruzione del bosco, dopo le richieste espresse per mesi dall’Assemblea del Bosco Ospizio, da numerosi cittadini e da esponenti della comunità scientifica. Annuncia inoltre che valuterà iniziative legali contro i fogli di via ed esige una presa di posizione da parte del Comune di Reggio Emilia sulle modalità con cui sono stati adottati i provvedimenti. “Non saranno dei fogli di via a fermare la battaglia per la difesa del Bosco Ospizio. La mafia è dentro il cantiere, non certo in chi ha cercato di fermarlo!” conclude l’assemblea.   Extinction Rebellion Redazione Romagna
October 2, 2026
Pressenza
Ecomafie 2026 di Legambiente: le mani e gli interessi delle ecomafie sulla gestione illecita dei rifiuti
In Italia nel 2025 i reati ambientali calano dopo due anni di crescita, ma le ecomafie continuano a lasciare il segno sull’ambiente e a incrementare il loro business. A confermarlo i dati del nuovo report di Legambiente “Ecomafia 2026. I numeri e le storie delle illegalità ambientali in Italia” (Edizioni Ambiente). Calano i reati ambientali ma aumentano gli illeciti amministrativi: nel 2025 nella Penisola scendono a 35.735 i reati ambientali accertati, –12% rispetto al 2024, a fronte dei 1.460.611 controlli effettuati (+0,4%). Parliamo di una media di 98 reati al giorno, 4,1 ogni ora con un ritorno ai livelli del 2023. Al calo dei reati ambientali, su cui non bisogna abbassare la guardia, si affianca però l’aumento degli illeciti amministrativi, che raggiungono quota 77.895, con un +11,4% rispetto al 2024. Sommati ai 35.735 reati ambientali si arriva ad un totale di 113.630 violazioni (alla media di 311 al giorno, 13 ogni ora). Il primato va alla gestione illecita dei rifiuti, su cui le ecomafie puntano nel 2025 mani e interessi: sono 10.914 gli illeciti (una media di quasi 30 al giorno) accertati in questa filiera che torna a guidare nel 2025 la classifica dei reati più commessi, come non accadeva dal 2018. In forte crescita anche gli incendi agli impianti di gestione (76 nel 2025, +24,7%). Al secondo posto i reati nel ciclo cemento (abusivismo edilizio, violazioni penali in materia di urbanistica, cave illegali, tutela del paesaggio e appalti pubblici) con 8.034 illeciti (-41% rispetto al 2024, con una flessione dovuta anche alla forte contrazione del mercato dell’edilizia) e quelli contro gli animali, che confermano il terzo posto (dal bracconaggio alla pesca illegale, dai traffici di specie protette a quelli di animali da affezione, fino agli allevamenti) con 6.930 reati accertati (-4%). Crescono anche gli incendi boschivi e di vegetazione (3.586, +10,7%), con oltre 90mila ettari andati in fumo. Diminuiscono i reati contro il patrimonio culturale (2.276 quelli accertati, -23%), una flessione che si ripercuote anche sui controlli (-8,5%) ma crescono in maniera esponenziale gli arresti per i traffici di opere d’arte e reperti archeologici (34 nel 2025 contro i 2 registrati nel 2024). In aumento, infine, l’illegalità nella filiera agroalimentare: 67.677 i reati e gli illeciti amministrativi (+46% rispetto al 2024), con una crescita del 109,1% del valore economico di sequestri e sanzioni, per 968 milioni di euro. Insomma, il business illegale delle ecomafie vola: nel 2025 vola a ben 11,5 miliardi di euro, contro i 9,3 miliardi del 2024, registrando un aumento del +2.2 miliardi, dovuto alla crescita della gestione illecita dei rifiuti, delle filiere agroalimentari e del mercato di specie protette. Questa fotografia piena di chiaroscuri scattata dal nuovo rapporto Ecomafia di Legambiente, presentato ieri a Roma presso la sede dell’associazione ambientalista, è frutto dell’elaborazione dei reati accertati dalle forze dell’ordine e dalle Capitanerie di porto nel 2025. A livello territoriale il Mezzogiorno si conferma l’area del Paese più colpita, con Campania, Puglia, Calabria e Sicilia le regioni più colpite. Qui, nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, l’incidenza dei reati accertati nel 2025 sale al 44,3%. Preoccupa anche la crescita del numero dei clan mafiosi coinvolti e il fenomeno della corruzione: sono 393 i clan censiti nella Penisola dal 1995 al 2025 da Legambiente in Italia. Riguardo la green corruption, dal 1° maggio 2025 al 30 aprile 2026, l’associazione ambientalista ha censito 75 inchieste giudiziarie su fenomeni di corruzione connessi ad attività con impatto ambientale, 1.066 le persone denunciate, 307 gli arresti e 151 i sequestri. Oltre la metà delle indagini, il 53,3%, ha riguardato le quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa. “L’applicazione della legge 68 del 2015, che ha introdotto i delitti ambientali nel Codice penale, sottolinea Legambiente, continua a dare risultati significativi. Accanto a una riduzione complessiva del numero di reati si registra la crescita dei casi in cui viene contestato il delitto di inquinamento ambientale (303, pari al 35% di tutte le fattispecie) e quello di attività organizzata di traffico illecito di rifiuti (115 casi, pari al 13,3% del totale)”. Oltre ai dati, il rapporto Ecomafia raccoglie anche 10 proposte che Legambiente indirizza oggi al governo Meloni per contrastare le illegalità ambientali e rafforzare norme e controlli. Tra le proposte avanzate l’associazione ambientalista chiede in primis che: l’Italia completi il recepimento nel Codice penale dei quattro delitti (uccisione e commercio di specie animali e vegetali selvatiche protette, il saccheggio delle acque superficiali o sotterranee, la commercializzazione di materie prime e prodotti derivati dalla deforestazione, la produzione e i commercio illegale di F-gas, quest’ultimo ora solo di natura contravvenzionale) previsti dalla Direttiva  europea per la tutela penale dell’ambiente, ma non inseriti nel decreto legislativo n. 81 del 21 aprile 2026; l’estensione del delitto di produzione e commercio di prodotti inquinanti (art. 452 bis del Codice penale) ai fitofarmaci illegali; l’approvazione di un Piano nazionale di lotta all’abusivismo che preveda adeguate risorse dei Fondi presso il Ministero delle infrastrutture e la Cassa depositi e prestiti per gli abbattimenti degli immobili costruiti illegalmente, da destinare, oltre che ai Comuni, all’autorità giudiziaria e alle Prefetture e la modifica dell’art. 10-bis della legge 120/2020 per stabilire l’estensione del potere sostitutivo delle Prefetture alle ordinanze di demolizione emanate e non eseguite dai Comuni prima dell’approvazione della norma; approvare i decreti attuativi della legge 132/2016, che ha istituito il Sistema nazionale di protezione ambientale. Inoltre, tra gli altri interventi urgenti Legambiente chiedere di rivedere il meccanismo del cosiddetto subappalto “a cascata” e reintrodurre il delitto di abuso d’ufficio, come previsto dalla nuova Direttiva europea contro la corruzione, per contrastare l’illegalità negli appalti pubblici e di estendere le pene previste per il reato di incendio boschivo a qualunque incendio di vegetazione e aggravare la fattispecie colposa. Qui per approfondire: https://noecomafia.legambiente.it/. Giovanni Caprio
October 2, 2026
Pressenza
Urban Nature WWF il 3 e il 4 Ottobre “La Natura si fa cura” a Forlì e Cesena
Oggi più della metà della popolazione vive in aree urbane, in Italia oltre il 70%. Ma la natura è fondamentale per il nostro benessere, anche e soprattutto nelle città. Non è solo una questione di “quantità di natura”, è importante che ognuno di noi entri in contatto e sia vicino a uno spazio di natura ogni giorno. Per rendere le città dei luoghi più salubri e sicuri, torna con la sua X edizione Urban Nature, il festival della Natura in città, che coinvolge cittadini, scuole, istituzioni e comunità locali in un percorso di trasformazione e partecipazione culturale e ambientale a favore dell’incremento del verde urbano. L’evento di Urban Nature si svolgerà il 3 e 4 ottobre in tutta Italia. I volontari e le volontarie WWF saranno presenti in 100 piazze italiane con stand informativi per sensibilizzare il pubblico sull’importanza della Natura in città e raccontare il valore degli Spazi Natura WWF, che i cittadini potranno sostenere con una donazione, a fronte della quale riceveranno un vasetto di miele WWF. Inoltre, nei piccoli e medi centri, sarà possibile partecipare agli eventi organizzati da noi e dalle Associazioni Amiche, pensati per famiglie e ragazzi per riscoprire la bellezza e l’importanza della natura nei luoghi che abitiamo. A FORLI’ sabato 3 Ottobre, la sezione locale WWF FC, proporrà un banchetto Miele con raccolta fondi per gli Spazi Natura dalle ore 9:30 alle 12:30 in Piazza Saffi (lato Feltrinelli); a seguire, partendo dal Banchetto alle 10:30 “Impollinatori in città” una passeggiata lungo le vie del centro storico, osservando le aree verdi che caratterizzano il tessuto urbano e scoprendo il loro valore ecologico. Il percorso ci condurrà fino al suggestivoGiardino della Cocla, uno spazio verde curato dalle GEV di Forlì, autentico angolo di natura situato a pochi passi dai Musei di San Domenico. Immersi in questo splendido giardino, approfondiremo il tema degli insetti impollinatori, fondamentali per l’equilibrio degli ecosistemi e per la conservazione della biodiversità. Parleremo inoltre delle specie vegetali, dei fiori e delle piante più adatte per attirare e sostenere api, farfalle e altri preziosi impollinatori, scoprendo come anche i giardini, i balconi e gli spazi verdi cittadini possano trasformarsi in importanti rifugi per queste specie. Un’attività all’aria aperta per conoscere meglio la natura che ci circonda e imparare piccoli gesti concreti per rendere le nostre città più accoglienti per la biodiversità. A CESENA: sabato 3 Ottobre, la sezione locale WWF FC proporrà un Banchetto Miele con raccolta fondi per gli Spazi Natura WWF dalle 9:30 alle 12:30 in Piazza del Popolo sotto il Loggiato Comunale. Nel Pomeriggio al Parco Ippodromo con ritrovo alle ore 15:30, all’entrata Skate del Parco Ippodromo in Via Fasto Coppi, inaugurazione dell’area del nuovo Percorso Impollinatori di Cesena, un itinerario didattico pensato per far conoscere da vicino il mondo degli insetti impollinatori e sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza della loro tutela. Il percorso sarà composto da circa dieci pannelli esplicativi dedicati alle principali specie di impollinatori, al loro ruolo fondamentale per gli ecosistemi e alle azioni concrete che ciascuno può adottare per contribuire alla loro salvaguardia. L’area sarà inoltre arricchita da diversi hotel per insetti e da due aiuole dedicate alle piante utili agli impollinatori. L’iniziativa sarà realizzata in collaborazione con l’Amministrazione Comunale e con il Settore Verde Pubblico del Comune di Cesena. Chiara Bocchini, Presidente WWF FC Redazione Romagna
October 1, 2026
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Reggio Emilia, Bosco Ospizio distrutto dalle ruspe mandate da Conad
Riprendiamo dalla pagina Facebook di Bosco Ospizio: Poco dopo l’alba, allontanati i nostri che avevano tentato di rallentare i lavori, schierate le forze antisommossa, la trincia e la ruspa han cominciato un lavoro serrato di distruzione ambientale. La prima polverizzando tutto il sottobosco e probabilmente gli animali in esso contenuto (il rifugio matildico sarà visto nell’area solo a devastazione ampiamente avanzata), mentre con la ruspa sono riusciti ad abbattere, nel peggior modo possibile, alberi altissimi, i veri veterani del nostro bosco, spingendoli col braccio meccanico, fino a spezzarli alla base del tronco. Rami volavano sulla via Emilia, dove nessun cartello di cantiere era presente. Del resto, gli operai non avevano i dispositivi di protezione. Rivedere queste foto e ripensare a quel rumore di legno che grida ci stritola il cuore. Il dolore è alleviato dal pensiero di chi, di nuovo, si è lanciato dentro il bosco: più compagn* che hanno creduto che i lavori di certo si sarebbero fermati per la sicurezza dei civili. E invece sono stati portati in questura, mentre altri di noi tentavano di farsi ascoltare inutilmente dall’amministrazione in municipio. A sera, il nostro bosco risultava pressoché raso al suolo, ma vogliamo che l’ultima immagine sia quella della splendida assemblea di poco fa. Gli alberi giovani ci sono ancora, ancora il suolo fertile, ancora le zone umide dei vasconi. Per questo la battaglia non è finita. Per questo, serve la presenza di tutti all’assemblea pubblica stasera alle 19 in Piazza Prampolini. Redazione Italia
October 1, 2026
Pressenza