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Incendi: ieri notte nel ‘giardino d’Europa’ e oggi nel mondo
Nella serata del 18 agosto le fiamme sono divampate in un’area boschiva alle Bocche di Navene dell’Altissimo, un massiccio del monte Baldo. Intanto, come mostrano le mappe elaborate rilevando i dati raccolti dai sensori installati sui satelliti, molti incendi bruciano in tutta la penisola, nell’intero continente europeo e in tante altre zone del pianeta, in particolare in Africa centro-meridionale e nel ‘polmone del mondo’, la foresta amazzonica. Il più recente aggiornamento di incendioggi.it – che monitora l’area compresa da Portogallo, Spagna, Francia e Grecia – indica che in Italia oggi, 19 agosto 2026, alle h 16:15 sono rilevati 177 ‘fuochi’ – di cui 98 roghi riscontrati dall’FRP (Fire Radiative Power – potenza radiativa del fuoco), 7 incendi accertati e 81 focolai – e che la regione maggiormente colpita è la Sicilia. Panoramica del Monte Altissimo di Nago e delle sue vette – Tiziano Grottolo, 4 giugno 2018 / Wikipedia CC BY-SA 4.0 Ieri notte l’intervento del Corpo Forestale di Verona e dei Vigili del Fuoco di Trento all’Altissimo del Monte Baldo è seguito alle segnalazioni di residenti e turisti che verso le 21 hanno notato il rogo bruciare sulla montagna che, dalle poche centinaia di metri a valle fino agli oltre 2 mila in vetta, si inerpica tra il Lago di Garda e la Val d’Adige. “Il Monte Baldo, denominato Hortus Europae per il suo patrimonio floristico, di ambienti e di specie, si estende per 40 km tra il lago di Garda ad ovest e la Vallagarina ad est, raggiunge l’altezza massima di 2218 metri con Cima Valdritta – precisa il FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano) nel repertorio I Luoghi del Cuore – La sua flora eccezionalmente ricca, va dalla tipica vegetazione mediterranea (vite, ulivo, oleandro, castagno, orchidea…), a quella montana/boreale (faggio, tiglio, carpino, abete, acero, pino mugo, ginepro, erica, genziana…) per poi terminare con la fascia alpina (2000-2200 metri), nella quale sono visibili stelle alpine, rododendri e altre specie tipiche della vegetazione rupestre”. “In virtù della straordinaria biodiversità che lo caratterizza è meta ambita di studiosi naturalisti, di speziali e farmacisti, fin dal 1400 – è spiegato nel sito del Parco Naturale Locale Monte Baldo, istituito nel 2013 per custodire prati, foreste e rupi che ne conformano il poliedrico paesaggio, un eccezionale mix di microclimi mediterranei ed alpini – Il Baldo infatti è da secoli luogo ideale di raccolta di specie officinali, di studio delle loro possibili applicazioni nella farmacopea moderna, di ricerche nel campo della botanica, della geologia e di altre scienze naturali. Nella seconda metà del 1500, Francesco Calzolari celebra la presenza sul Baldo di tanta varietà di pianta quanta in nessuna altra parte d’Italia. Lo studioso allestisce altresì un museo naturalistico, esponendo campioni di animali, fiori, fossili e rocce raccolti sul Monte Baldo. Gian Battista Olivi, nello stesso periodo, definisce il Monte Baldo come Hortus Italiae (Giardino d’Italia). Nella prima metà del 1700, la fama del Parco varca le Alpi, tanto da indurre Jean-François Seguir a definirlo un rarorum plantarum hortus (giardino di piante rare)”. FONTI: * Garda Today – Monte Altissimo, incendio nella notte sopra il Garda nella zona di Bocca Navene * Il Dolomiti – Brucia il bosco sopra il lago di Garda: fiamme sull’Altissimo. In azione i Forestali e l’elicottero * TG3 Rai Trentino – Incendio sul lato veneto del monte Altissimo: in allerta anche i vigili del fuoco trentini * Trento Today – Incendio sopra il lago di Garda, fumo e fiamme ben visibili da lontano: vigili del fuoco in azione * Verona Sera – Incendio sull’Altissimo, notte di lavoro per spegnere le fiamme Maddalena Brunasti
August 19, 2026
Pressenza
La grave situazione degli incendi boschivi in Europa e in Italia
Il sistema di monitoraggio degli effetti degli incendi boschivi sviluppato da ISPRA fa emergere una situazione degli incendi boschivi che in Europa è stata caratterizzata da una crescita molto elevata delle aree percorse da incendio durante la seconda decade di luglio (circa 225 km 2 /giorno), come se bruciasse circa due volte al giorno la superficie del Comune di Parigi. I paesi in cui si manifesta maggiormente questo andamento sono la Spagna, la Francia e l’Italia; tale andamento anticipa il periodo di maggiore estensione delle aree percorse da incendio, che normalmente si manifesta tra fine luglio ed inizio agosto. L’incendio più esteso si è registrato in Spagna, nella provincia di Ávila, a nord-ovest di Madrid, dove le fiamme hanno interessato oltre 440 km² di territorio, una superficie superiore a quella di Barcellona e Valencia. Un secondo grande incendio c’è stato nella provincia di Guadalajara, a nord-est della capitale spagnola, con circa 330 km² percorsi dal fuoco, pari a circa metà della superficie del Comune di Madrid. Anche in Francia il vasto incendio registrato nella provincia della Gironda ha interessato oltre 400 km² di superficie, una superficie più estesa di importanti comuni come Marsiglia o Lione. In Italia, invece, dal 1° gennaio al 28 luglio 2026 sono stati rilevati da satellite poco più di 1070 grandi incendi boschivi distribuiti sul territorio nazionale. La superficie complessivamente percorsa dal fuoco ammonta a circa 741 km², un’estensione paragonabile a quella dell’intera provincia di Lodi. Quasi il 14% di tutta la superficie bruciata era coperta da ecosistemi forestali, tra cui 37 km² di boschi a latifoglie sempreverdi (leccete e macchia mediterranea) e 24 km² di boschi di conifere (pinete e abetaie). Oltre alle aree forestali, gli incendi hanno interessato principalmente 119 km² di aree agricole (16% del totale bruciato) e 451 km² di aree prative permanenti (61% del totale bruciato). Mel nostro Paese si conferma la tendenza che vede il Mezzogiorno e le Isole maggiori come le aree maggiormente interessate dagli incendi. In particolare, Sicilia (510 km²), Calabria (78 km²) e Puglia (48 km²) rappresentano i contesti geografici più colpiti, contribuendo complessivamente al 73% della superficie fino ad ora percorsa dal fuoco a livello nazionale. Le stesse regioni risultano anche le più colpite in termini di ecosistemi forestali bruciati. Ad oggi, gli eventi di maggiore rilevanza si sono verificati in Sicilia, in particolare nella provincia di Agrigento. La superficie, interessata da diversi focolai in vari comuni, ha raggiunto 67 km², pari a oltre 9.400 campi da calcio regolamentari. Nel mese di luglio 2026, alcuni parchi nazionali e aree protette sono stati interessati da incendi di particolare rilevanza, che hanno coinvolto ecosistemi di elevato valore naturalistico. Tra il 5 e il 7 luglio, un incendio ha interessato l’Alta Valle Soana, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. La superficie complessivamente percorsa dal fuoco è stata stimata in circa 2,38 km², interessando prevalentemente formazioni prative a rododendro (64% della superficie totale). Nelle giornate del 20 e 21 luglio, un vasto incendio ha interessato il versante calabrese del Parco Nazionale del Pollino, coinvolgendo complessivamente circa 14 km². Le superfici maggiormente colpite sono risultate le aree prative (10 km²), seguite dalla macchia mediterranea (1,60 km²). Più contenuto l’impatto sugli ecosistemi forestali, con 1,21 km² di boschi misti di latifoglie e conifere e 0,23 km² di leccete. “Per contrastare gli incendi boschivi, che rappresentano una delle principali minacce per il nostro patrimonio naturale, ha sottolineato Maria Alessandra Gallone, Presidente ISPRA e SNPA, è fondamentale continuare a investire nella conoscenza e nel monitoraggio. Gli strumenti a nostra disposizione – come i satelliti Sentinel Copernicus – e le elaborazioni dell’ISPRA ci consentono di individuare con sempre maggiore precisione l’entità degli impatti, anche per orientare le politiche di tutela e ripristino del territorio. La prevenzione resta l’arma più efficace: significa adottare comportamenti responsabili, sensibilizzare cittadini e comunità locali e promuovere una sempre più stretta collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti. Un sincero ringraziamento va a tutte le donne e gli uomini che, ogni giorno, sono impegnati nel contrasto e nella gestione degli incendi boschivi, persone che, con professionalità e dedizione, lavorano per salvaguardare il nostro patrimonio ambientale e la sicurezza delle comunità. La tutela delle foreste è una responsabilità condivisa che richiede l’impegno di istituzioni, comunità e cittadini”. Qui per approfondire: https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/Crisi-Emergenze-ambientali-e-Danno/centro-operativo-per-la-sorveglianza-ambientale/ecosistemi-ed-incendi-boschivi-in-italia.  Giovanni Caprio
August 19, 2026
Pressenza
Rete per i Beni Comuni: incontro pubblico il 30 agosto a Candelara
Con l’invito all’iniziativa, la Rete per i Beni Comuni interviene sulle vicende recentemente occorse a Pesaro.   “ACQUA: IL FUTURO SI DECIDE DA OGGI” UNA GESTIONE PUBBLICA NELL’INTERESSE DELLA COMUNITÀ Le tre rotture consecutive dell’acquedotto che collega il potabilizzatore di Saltara alla rete della vallata del Foglia, interessando Pesaro, Vallefoglia, Montelabbate e i centri abitati costieri, hanno riportato al centro del dibattito un tema che troppo spesso viene dato per scontato: l’acqua. Per anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sul costo del servizio o su episodi isolati di guasti nelle aree interne. Quando, però, a rimanere senz’acqua è la città in cui vive quasi un terzo della popolazione provinciale, diventa evidente quanto questo bene primario sia essenziale e quanto sia necessario interrogarsi sul suo futuro. Pur riconoscendo l’impegno profuso dal gestore per limitare i disagi di questi giorni, riteniamo che il vero tema non sia l’emergenza attuale, ma la gestione dei prossimi decenni. Le continue criticità della rete, le sempre più insistenti ipotesi sulla realizzazione di un grande invaso appenninico, la scarsità delle precipitazioni, la crisi idrica, il ricorso al pozzo del Burano e gli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico rappresentano i segnali di un sistema che necessita di una profonda revisione. A fine 2030 scadranno le concessioni attualmente affidate a MMS e ASET e, in base alla normativa vigente, dovrà essere individuato un unico gestore per l’intera provincia. La legge prevede la possibilità di affidare il servizio attraverso una gara europea, ma offre anche un’altra opportunità: la costituzione di un soggetto interamente pubblico, partecipato da tutti i Comuni della provincia, in grado di dimostrare la convenienza e il vantaggio di una gestione pubblica per la collettività. La scelta che verrà compiuta nei prossimi mesi all’interno dell’assemblea dell’AATO determinerà il modello di gestione dell’acqua per i prossimi 20 o 30 anni. Per questo chiediamo a tutte le amministrazioni comunali di dichiarare pubblicamente quale posizione intendano sostenere. I beni comuni, a partire dal servizio idrico integrato, non possono essere subordinati a logiche che antepongono la remunerazione del capitale alla qualità del servizio e agli investimenti necessari per la manutenzione e l’ammodernamento delle infrastrutture. La Rete per i Beni Comuni, impegnata da anni nell’attuazione degli esiti referendari del 2011, continuerà a promuovere momenti di confronto e informazione aperti alla cittadinanza, al di fuori di ogni appartenenza politica e con l’unico obiettivo di tutelare l’interesse collettivo. Per questo invitiamo tutti a partecipare all’incontro pubblico che si terrà il 30 agosto alle 21 presso i giardini di San Francesco a Candelara, con gli interventi di Luciano Benini e Cristiano Coin. Perché una gestione interamente pubblica dell’acqua è possibile e rappresenta una scelta concreta per destinare tutte le risorse provenienti dalle bollette alla manutenzione della rete e al miglioramento del servizio, nell’interesse esclusivo della comunità. Redazione Italia
August 18, 2026
Pressenza
Massimo Pieri: rivoluzionario, ebreo, bundista
Noi Ebrei Socialisti (NES) e Gherush92 – Comitato per i Diritti Umani ricordano il “grande Intellettuale e Maestro, che ha costruito una visione del mondo illuminante, rivoluzionaria e strategica, radicata nella tradizione ebraica, che condividiamo e portiamo avanti con tenacia”: Il 18 agosto 2021 moriva Massimo Pieri. Sono trascorsi cinque anni e di lui mancano l’umanità e la simpatia, l’intelligenza, le riflessioni, le discussioni, il costante stimolo ad agire. E manca la sua sensibilità verso la diversità. Siamo in un periodo di crisi, e “nei periodi di crisi bisogna attrezzarsi culturalmente”, ripeteva Massimo, che sapeva indicare oltre la crisi un altro mondo. Intanto i problemi emergenti, sociali e ambientali, si sono accresciuti e intensificati, il dibattito politico e culturale si è impoverito, la società si è individualizzata, l’antisemitismo è riesploso virulento. Noi eredi del suo pensiero ci riteniamo fortunati ad averlo scelto come Maestro. Gli insegnamenti di Massimo, insuperati, per noi sono vivi. Li custodiamo per metterli in pratica ogni giorno. Di lui diciamo: Il Giusto fiorirà come la palma, crescerà come il cedro del Libano (Tehilim 92,13). Qui segue il testo che gli dedicammo quando ci ha lasciati. > È mancato Massimo Pieri, un grande intellettuale, un Maestro esigente, un > amico generoso. > > Fisico, matematico, è stato un leader del ’68, protagonista del miglior > dibattito politico e culturale dell’epoca. Innovatore eclettico, saldamente > radicato nella tradizione ebraica, ha sempre concepito l’interdisciplinarietà > come una scienza a servizio della verità, della giustizia e della risoluzione > dei problemi. Con un approccio complessivo e articolato ha spaziato e connesso > campi e livelli culturali diversi, confrontandosi con i temi fondamentali del > Novecento fino ad oggi. > > Presidente e fondatore della COBASE, Associazione Tecnico Scientifica che gode > dello status di consulente speciale con il Consiglio Economico e Sociale delle > Nazioni Unite (ECOSOC), in ambito internazionale ha partecipato, anche come > delegato dell’Italia, ai lavori di diverse Convenzioni dell’ONU su Ambiente e > Sviluppo, fra le altre la Convenzione sulla Diversità Biologica, la > Convenzione contro la Desertificazione, la Convenzione Quadro sui Cambiamenti > Climatici, ed è un Major Group, nella sezione scienza e ricerca, con la > Commissione per lo Sviluppo Sostenibile. > > Esperto di Energia, Bioeconomia, Ambiente, Sostenibilità ha ideato e > realizzato diversi Progetti strategici, fino ai più recenti “Città Elettrica e > Parchi Agroecologici” o “Bioeconomia e Sviluppo” contro i cambiamenti > climatici e la povertà. > > Dalla Fisica Termodinamica ha intuito e compreso l’importanza della diversità > per la vita, cosicché la valorizzazione della diversità culturale e ambientale > sono i temi fondanti del suo pensiero e della sua umanità. Critico di tutti i > processi di omologazione culturale e scientifica, ha promosso la > valorizzazione della conoscenza tradizionale come tecnica dell’esistenza in > grado di gestire e risolvere i problemi ambientali emergenti – come più tardi > riconosciuto anche dalle Nazioni Unite nell’ambito della Convenzione sulla > Diversità Biologica. > > Autore di numerosi articoli e pubblicazioni tecnico-scientifiche, come > “Energia”, “Biodiversità”, “Desertificazione”, con la COBASE partecipa al > Gruppo di Lavoro sulle Popolazioni Indigene e ai lavori del Forum Permanente > dei Popoli indigeni delle Nazioni Unite dove stringe rapporti di > collaborazione con Popoli Indigeni provenienti da ogni parte del mondo. > Organizza conferenze e seminari internazionali come “La Risorsa Diversità” o > “Il Cibo nel Cerchio della Vita”, che vedono la partecipazione di capi > indigeni e detentori di conoscenza tradizionale insieme a scienziati e > accademici, con la volontà di creare le basi per un confronto scientifico, su > basi paritarie, fra conoscenza indigena e scienza formalizzata. > > Il bellissimo documento di sintesi “Risoluzione di Roma. Linee Guida per la > Protezione della Diversità Culturale”, per la valorizzazione della diversità > culturale ed ambientale, è foriero di sviluppi. Diviene uno strumento guida > nei consessi internazionali, presentato e discusso in numerose Università e in > occasione di eventi speciali organizzati alle Nazioni Unite e all’Unione > Europea. > > Con il Progetto “Diversità e Pace” estende questa impostazione di ricerca > all’analisi dei conflitti fra popoli. Intuisce che l’adozione di strumenti > “moderni”, limitatamente politico-economici, da parte degli Stati e degli > organismi intergovernativi per la soluzione dei conflitti etnici e culturali, > può condurre ad un generale processo di riduzione della complessità dei > fattori e delle matrici culturali che concorrono a determinare gli stati di > conflittualità. Comprende altresì che l’analisi culturale di un conflitto, una > conoscenza organica della questione, può contribuire alla definizione di un > negoziato culturale. Si sforza quindi di inquadrare i problemi che stanno alla > base di una contesa in un quadro più ampio che valorizzi e renda esplicite le > ragioni culturali e giuridiche delle parti, al fine di contribuire al > raggiungimento di forme di pace orientate al benessere. > > In questo contesto la difesa dell’Ebraismo come risorsa sostenibile, come > insieme di norme e regole per la vita che creano gioia e godimento, insieme > alla lotta contro l’antisemitismo, sono il suo impegno costante per il > riconoscimento dell’identità del popolo ebraico. Con il Progetto > “Sostenibilità dell’Ebraismo” individua un programma operativo che valorizza > le regole tradizionali nella risoluzione delle principali tematiche inserite > nell’agenda delle Nazioni Unite e fra gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. > > Qui si colloca anche il suo programma “Ebraismo ed Islam. Regole per una nuova > età dell’Oro” che promuove il confronto aperto, culturale, giuridico e > scientifico, non religioso, sui temi della “modernità” e che può fornire > spazio a contributi per il riconoscimento reciproco delle due comunità, > ebraica ed islamica, per la lotta contro l’antisemitismo e l’islamofobia e per > la soluzione dei problemi del mondo contemporaneo. Il riferimento all’“Età > dell’Oro” va considerato come una linea guida per un nuovo impulso alla > cooperazione. > > Autore con Anna Borioni del libro “Maledetta Isabella, Maledetto Colombo. Gli > ebrei gli indiani, evangelizzazione come sterminio”, pubblicato nel 1992, > anticipa la più avanzata critica odierna e narra, sulla base di documenti > storici, la vera storia della “scoperta dell’America”, lo sterminio dei Popoli > Indigeni e la simultanea cacciata (il gherush) degli Ebrei e dei Mori dalla > cattolicissima Spagna. > > La partecipazione, sotto l’egida dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, > ai lavori della controversa e antisemita Conferenza Mondiale contro il > Razzismo di Durban del 2001 segna un momento cruciale per la messa a punto del > Progetto “Per una Convenzione Internazionale contro l’Antisemitismo”. Seguendo > un approccio scientifico rigoroso riconosce nell’antisemitismo una vera e > propria cultura, unitaria, ben radicata e documentata, che interessa gran > parte della letteratura, dell’arte, della giurisprudenza, della scienza e del > sapere in Europa. > > Condividere una strategia di lotta ed allearsi con le vittime storiche del > razzismo, questi fra i suoi molti insegnamenti. > > Per confinare il pericolo crescente di revisionismo e negazionismo della > Memoria e della Shoah, con la sua “Liberazione di Auschwitz” desidera rendere > onore e gloria ai Liberatori. > > Attraverso i diari e i bollettini di guerra dei soldati e ufficiali diretti > testimoni, racconta la battaglia durissima dell’Armata Rossa, costata un > grande numero di morti e feriti sia sovietici che tedeschi; ricostruisce una > storia di guerra di liberazione contro i nazisti che in gran parte mise fine > alla Seconda guerra mondiale, una storia profondamente commovente di > sacrificio e redenzione, piena di emozioni e di umanità. > > Mai dimenticare l’Armata Rossa che salvò l’Europa e l’Oriente dal nazifascismo > e che costituì, di fatto, l’ultima speranza della gente rinchiusa nei ghetti e > nei campi di sterminio. > > Convinto sostenitore della lotta per l’autodeterminazione di popoli e nazioni, > con il libro “Doikeyt, noi stiamo qui ora! Gli Ebrei del Bund nella > Rivoluzione russa” ripercorre la storia del Movimento operaio rivoluzionario > ebraico che combatte per l’affermazione dei propri diritti, come operai e come > nazione ebraica. Qui anticipa temi di grande attualità come la legittima > ispirazione al federalismo culturale. > > Con il programma “Vivere da Socialista” auspica che la Sinistra rinasca dalle > sue antiche più feconde fondamenta ma ne denuncia apertamente l’anima > antisemita che la corrode, aprendo una riflessione che stimoli l’autocritica. > > Strenuo difensore dei diritti degli animali, si batte per una nuova legge, > anche in ambito ebraico, che vieti il consumo di animali da allevamenti > intensivi. La sua sensibilità per la sofferenza degli animali e le profonde > riflessioni sul vero ruolo di questi nella vita anticipano il dibattito in > atto sull’antropocentrismo e sono l’ispirazione e la guida per la stesura del > libro “Il Maiale è il nostro Maestro. Animali ed Ebrei un rapporto lacerato” > del quale accetterà di scrivere l’introduzione critica. > > Sempre più persuaso che la modernità con il progresso non sia in grado di > risolvere i problemi iatrogeni che essa stessa provoca agli esseri viventi e > al creato tutto, con “Bioeconomia, un nuovo mondo” auspica un ripensamento > profondo delle regole e delle relazioni. > > E il suo periodico “Red triumph over the expert” è un ammonimento per tutti: > più importante della perizia di un esperto sono la solidarietà, la > partecipazione, la lotta. > > Questo, e molto altro ancora, sono la tua vita, Massimo, rivoluzionario dalle > radici salde e fertili. La tua scomparsa lascia un vuoto enorme. > > In nome della verità non hai mai voluto cedere a compromessi né ritrattare la > tua identità di lotta e ti sei spesso misurato in contesti culturali gretti, > conservatori e reazionari, maldicenti, chiusi al confronto e al dibattito, > pagando l’alto prezzo di un doloroso isolamento. Speriamo che in futuro un > Ravvedimento collettivo renderà onore a te e alla tua opera. > > Massimo, il tuo pensiero precorre i tempi e il tuo lavoro lungimirante, colmo > di immaginativa, sarà sviluppato. Per noi di Gherush92, che a te ci siamo > ispirati, sei stato una fonte inesauribile di idee, discussioni, sfide, > proposte. > > Il tempo sembra darci ragione su molte questioni aperte. > > Ti saremo grati e riconoscenti per sempre. Maddalena Brunasti
August 18, 2026
Pressenza
Capo Mulini-Acicastello, alla ricerca del collettore fognario
Avere a disposizione un paesaggio da favola e un mare che era cristallino e in cui oggi si sversano liquami che la corrente si incarica di portare al largo: è uno dei paradossi di chi vive ad Acicastello o ad Acitrezza e dintorni. Ed anche di chi vi transita o ne fa una meta delle proprie vacanze. Paradossalmente siamo non solo in un luogo iconico che vive di bellezza e di mito, ma affacciati su un’area marina protetta, denominata Isole dei Ciclopi, che va da Capo Mulini (frazione di Acireale) a Punta Aguzza poco più a sud del castello normanno di Acicastello. Il problema dell’inquinamento di queste acque non è recente né transitorio. Se ne discute da anni e, circa 20 anni addietro, è stata individuata una soluzione per la quale sono già stati spesi ben 20 milioni di euro senza che si sia ancora visto alcun frutto. Nel 2017, infatti, al termine di un iter burocratico durato oltre undici anni, è stata avviata la costruzione di un collettore fognario che dovrebbe convogliare i reflui di Capo Mulini (comune di Acireale), di Aci Castello, Acitrezza, Aci Catena verso il depuratore di Pantano d’Arci. Un’opera che avrebbe dovuto essere pronta in un paio di anni ma è ancora al palo, con i liquami che continuano ad essere sversati in mare, con gravi conseguenze ambientali, economiche e una crescente perdita di immagine. C’è un altro motivo per cui è necessario risolvere urgentemente il problema. L’Italia paga ogni anno 30 milioni di euro di sanzioni imposte dalla Comunità Europea per il mancato rispetto della normativa sulle acque reflue urbane. Le procedure di infrazione sono quattro, la prima risale al 2010. L’Europa chiede ma anche dà. Per realizzare gli interventi di adeguamento alle direttive europee si può attingere anche alle risorse del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC). Per accelerare la progettazione e la realizzazione dei lavori necessari ad uscire dalle procedure di infrazione comunitaria è stata creata una struttura commissariale nazionale con poteri eccezionali. Dal 2017 ci sono un commissario e due subcommissari che vengono nominati dal Presidente del Consiglio, di concerto tra il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e il Ministro per gli affari europei, il sud, le politiche di coesione. Essi possono avvalersi anche delle competenze tecniche di amministrazioni ed enti pubblici del settore. Il primo commissario, nominato dall’allora presidente del consiglio Paolo Gentiloni (Pd), fu Enrico Rolle, ordinario di chimica industriale presso l’Università di Roma, esperto di servizio idrico integrato e gestione dei rifiuti. Dopo di lui, nel 2020, dal governo Conte, fu nominato Maurizio Giugni, ordinario di infrastrutture idrauliche nell’Università “Federico II” di Napoli. Non sappiamo per quale motivo Rolle sia stato sostituito da Giugni e non abbia completato il percorso intrapreso. Ma è intuitivo che la successiva nomina, avvenuta nel 2023, abbia una connotazione politica piuttosto che di competenza tecnica. Nel 2023 Giorgia Meloni ha scelto Fabio Fatuzzo, siciliano, laureato in filosofia, approdato in Fratelli d’Italia dopo un percorso iniziato nel Fronte della Gioventù e proseguito nel Movimento Sociale e in Alleanza Nazionale. Non ha fatto studi specifici ma non è alla prima nomina, essendo già stato direttore generale di Acoset dal 2010 al 2019, e successivamente presidente della Sidra fino al 2023. L’incarico a Fatuzzo è in scadenza proprio in questi giorni ma una sua riconferma appare probabile: il governo non è cambiato e Fatuzzo ha un santo protettore in Salvo Pogliese al quale pare abbia pagato anche un debito di riconoscenza. Non sappiamo se per imbarazzo, rafforzato dall’approssimarsi della scadenza di mandato, o per impegni improrogabili, il commissario Fatuzzo non si è fatto vedere quando, venerdì 24 luglio, i cittadini di Acicastello e degli altri centri interessati alla tutela del mare dei Ciclopi hanno organizzato una manifestazione di protesta in cui hanno “abbracciato il mare” tenendosi per mano in una lunga catena umana. “Uniti oggi per un mare pulito domani. Il futuro inizia da noi”, uno degli slogan della manifestazione, che ha voluto conservare un carattere civico, senza bandiere di partito. “Non è politica, è amore per il nostro mare” leggiamo infatti nella locandina. Purtroppo la parola politica ha ormai assunto una colorazione negativa nonostante l’etimologia faccia riferimento alla vita pubblica e al ruolo del cittadino nella polis. La partecipazione comunque è stata ampia. Il Comitato Promotore, di cui è portavoce Valentina Bellelli, è riuscito a coinvolgere associazioni, famiglie, operatori economici e persino il sindaco, che ha insistito sulla propria estraneità allo stallo di questi lavori. E sarà anche vero che le principali responsabilità sono altrove, ma molti si aspettavano un impegno più attivo del sindaco in questi anni del suo mandato. Di chi siano le responsabilità, come spesso accade in questi casi, non è chiaro. Lo scaricabarile è onnipresente. Persino il commissario si smarca e indica la responsabilità di SIE (Servizi idrici etnei), la società che dovrebbe gestire il servizio idrico integrato. Ma, per quanto il problema della gestione possa essere determinante, c’è prima da capire il peso dei problemi tecnici che impediscono ad un collettore quasi completo di entrare in funzione. E su questo non c’è trasparenza. Si tratta del nodo di piazza Galatea che non si riesce a sbloccare, sono le strettoie di via Etnea-Sangiuliano, c’è altro? Se il progetto prevede, infatti, l’allacciamento al depuratore di Catania, deve innanzi tutto essere funzionante il sistema fognario cittadino e deve essere adeguato alla crescente quantità di reflui. E su questo è opportuno aprire un focus, cosa che abbiamo intenzione di fare. Intanto preoccupa la diffusione di notizie sull’arrivo di ben 120 milioni di euro che dovrebbero essere utilizzati dalla Sidra per sciogliere i nodi irrisolti. Non vorremmo che altre risorse pubbliche (soldi della collettività) vengano destinate ad interventi e progetti non risolutivi e diano luogo a spartizioni più o meno clientelari. Intanto, a seguito dell’iniziativa dei cittadini, si è mossa anche la politica. Una interrogazione è stata presentata all’Assemblea regionale siciliana da parte dei deputati del Pd, in cui, oltre a chiedere “quali soggetti istituzionali, tecnici o gestionali siano responsabili dei ritardi e quali iniziative si intendano adottare per accertarne le responsabilità”, si chiede di intraprendere iniziative urgenti garantendo “trasparenza amministrativa e informazione puntuale alla cittadinanza”. Anche i Cinquestelle hanno presentato una interrogazione sul tema. La questione è arrivata anche al parlamento nazionale con un intervento del deputato PD Antony Barbagallo che ha denunciato il “silenzio complice del governo e del ministro Musumeci”. (Radio Radicale, seduta del 28 aprile 2026, al minuto 56:10) Il Comitato Civico sembra intenzionato a non mollare la presa. E anche noi cercheremo di tenere gli occhi aperti. Redazione Sicilia
August 18, 2026
Pressenza
Comuni sempre più in difficoltà nella tutela degli animali e nella loro gestione
In Italia nel 2025 oltre due cani su dieci (circa 3mila), di quelli che sono entrati nei canili rifugio di 221 comuni mappati da Legambiente, non sono stati né adottati, né restituiti ai proprietari, né adottati dalla comunità come cani di quartiere. Parliamo di incroci di diverse razze che rischiano di vivere per lungo tempo e/o a vita in queste strutture. Legambiente, partendo dal dato ricevuto direttamente dai Comuni, stima che, a livello nazionale, possano essere oltre 14mila i cani che, nel 2025 e ad ora, rischiano questa sorte. Tra le cause principali e più frequenti che fanno riempire i canili rifugio, più dell’abbandono estivo, ci sono le cucciolate casalinghe incontrollate, le conseguenze del crescente mercato online, la mancata iscrizione all’anagrafe (con cani che restano invisibili al sistema finché non finiscono vaganti in un canile) insieme ad una diffusa mancata formazione di base da parte di chi vuole avere un animale. Tutto ciò costa molto caro non solo agli animali ma anche alla collettività. Mantenere un cane in canile rifugio per un anno costa intorno ai 1.900 euro (tra 1.300 e 2.550 secondo la retta applicata), e per un animale divenuto inadottabile quella cifra si ripete ogni anno. Insegnare, invece, al proprietario a prendersi cura del proprio cane costa, una sola volta, tra 100 e 250 euro: da otto a diciannove volte di meno. Un’azione preventiva che riduce moltissimo le rinunce alle prime difficoltà di gestione e aumenta di molto il benessere degli animali. A scattare questa fotografia è il XV rapporto nazionale Animali in Città di Legambiente dal titolo “Il Costo dell’inazione. Prendersi cura prima: animali, persone e comunità nelle politiche di prevenzione”, che traccia un quadro sul randagismo e i canili in Italia – analizzando i dati 2025 di 221 comuni, su un totale di 447, e di 43 Aziende Sanitarie che hanno risposto al questionario -, e accendendo allo stesso tempo i riflettori sull’Indice di Convivenza Urbana, calcolato per la prima volta da Legambiente novità di quest’anno e su sei proposte operative che l’associazione ambientalista indirizza al Parlamento anche per colmare carenze e lacune. In Italia, denuncia Legambiente, manca una formazione di base da parte di chi decide di prendere un animale e il Paese paga l’assenza di una efficace strategia di prevenzione che unita alla fragilità finanziaria fa radicare da un lato il randagismo e dall’”altro” alimenta i canili rifugio. Nel 2025, stando ai dati del report di Legambiente, la spesa pubblica di settore è scesa a 193,6 milioni di euro, il 22% in meno rispetto all’anno precedente, e vale appena il 3,65% di un mercato degli animali da compagnia da 5,3 miliardi, di cui 4,2 miliardi per i soli alimenti, in crescita a un tasso medio annuo del 6,9%. Preoccupano anche i dati della Corte dei conti che a fine 2024 ha certificato 1.001 Comuni in crisi finanziaria. Un campanello d’allarme importante che ha ricadute anche sulla tutela degli animali e la loro gestione. Dove l’ente locale non riesce a garantire i servizi ordinari vengono a mancare le sterilizzazioni, i controlli e la gestione dei canili, e in quel vuoto il randagismo si radica con più facilità. Non è un caso che le regioni con la più alta concentrazione di Comuni in crisi finanziaria certificata dalla Corte dei conti, ovvero Sicilia, Calabria e Campania, sono le stesse in cui il randagismo raggiunge i livelli più elevati. Per questo, Legambiente ha “indirizzato” sei proposte operative al Parlamento, chiedendo in primis l’adozione di un fondo nazionale vincolato per i servizi veterinari essenziali (sterilizzazioni, anagrafe, gestione del randagismo) e corsi di formazione gratuiti e obbligatori per chi decide di prendere un animale con sé. Tra gli interventi, l’associazione ambientalista chiede che l’IVA venga abbassata al 10% (anziché al 22%), prevedendo detrazione adeguata sulle cure veterinarie; l’integrazione tra SINAC, Servizio sanitario e Servizi sociali. Infine, a livello europeo Legambiente chiede all’Italia di recepire al più presto il primo Regolamento europeo dedicato al benessere e alla tracciabilità di cani e gatti, approvato lo scorso 22 maggio, e che prevede per la prima volta regole comuni sull’identificazione obbligatoria tramite microchip, sulla registrazione in banche dati nazionali interoperabili, sull’allevamento, sulla vendita e sull’importazione, e si applicherà in modo progressivo a partire dal 2028, con pe­riodi transitori più lunghi per alcuni obblighi. PREMIO NAZIONALE ANIMALI IN CITTÀ Anche quest’anno Legambiente ha premiato quelle realtà in prima fila nella gestione degli animali. Si confermano al primo posto San Giovanni in Persiceto (BO), unico insieme a Modena a raggiungere il livello eccellente, seguite da Piacenza e Bolzano, nuove new entry, e tra le grandi città si conferma sempre Napoli. Tra le Aziende sanitarie si conferma al top della classifica ASL Napoli 1 Centro, davanti alle agenzie lombarde di Brescia, Bergamo e della Montagna e le aziende toscane. Novità di quest’anno il nuovo premio alla collaborazione istituzionale, legato all’indice ICU, va al territorio in cui Comune e Azienda sanitaria ottengono insieme i risultati migliori e si ritira congiuntamente: in questa edizione il riferimento più alto è Napoli con l’ASL Napoli 1 Centro. I premi al progresso, di pari rilievo, vanno a Grignasco (NO) tra i Comuni (+3 livelli di performance in un anno) e all’ATS Val Padana, competente per Cremona e Mantova, tra le Aziende sanitarie (da sufficiente a ottima). Tre attestati valorizzano poi la partecipazione: 57 Comuni e 6 Aziende sanitarie al debutto, 220 Comuni e 13 Aziende come partner fedeli, 104 Comuni e 11 Aziende per la lunga fedeltà. Giovanni Caprio
August 18, 2026
Pressenza
Impronte di pace: il progetto per “giovani esploratori di un’accoglienza possibile”
Dedicato a chi ha dai 15 ai 34 anni e vuole vivere il territorio, imparare competenze nuove, partecipare ad attività artistiche, formative, ambientali e di cittadinanza attiva lungo i cammini del Biellese. Impronte di Pace nasce per trasformare la pace in un’esperienza concreta: un cammino fatto di incontri, natura, accoglienza, creatività e partecipazione. Il progetto coinvolge i giovani in workshop, summer school, residenze artistiche, camminate, attività ambientali, esperienze sportive e occasioni di formazione utili anche per il futuro lavorativo. Al centro c’è l’Accademia del Turismo Lento e dell’Accoglienza, un percorso che intreccia turismo lento, comunicazione, arte, benessere e cittadinanza attiva. Il 5 e 6 settembre 2026, a Villa Piazzo a Pettinengo si terrà un nuovo appuntamento di Impronte di Pace: un workshop gratuito dedicato all’utilizzo di piattaforme software per la gestione dei cammini. La formazione sarà condotta da Alberto Conte, fondatore di ItinerAria e tra i maggiori esperti italiani nella progettazione e nello sviluppo di reti escursionistiche. La sua esperienza nella realizzazione e gestione di cammini offrirà ai partecipanti un’occasione concreta per conoscere gli strumenti digitali che oggi rendono possibile amministrare un itinerario in modo efficace. Il workshop alternerà momenti in aula e attività sul campo: i partecipanti cammineranno lungo i sentieri nei dintorni di Villa Piazzo per imparare a registrare una traccia GPS, raccogliere dati, fotografare i punti di interesse e osservare il territorio con lo sguardo di chi un itinerario deve progettarlo. In seguito, il lavoro continuerà al computer, dove le informazioni raccolte diventeranno una vera scheda escursionistica, completa di descrizioni, punti di interesse e contenuti digitali. Sarà inoltre affrontato il tema dello storytelling e dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale come supporto alla scrittura e all’organizzazione dei contenuti, senza perdere di vista l’accuratezza delle informazioni e il valore dell’esperienza sul campo. La seconda giornata sarà dedicata alla progettazione avanzata. I partecipanti analizzeranno percorsi esistenti, confronteranno strumenti digitali con l’osservazione diretta del territorio e scopriranno quali elementi trasformano un semplice tracciato in un itinerario capace di offrire un’esperienza di qualità. Il workshop è pensato per ragazze e ragazzi tra i 15 e i 35 anni, curiosi, appassionati di cammini, outdoor, turismo lento, comunicazione e innovazione digitale. Non è necessario essere esperti: ciò che conta è la voglia di mettersi in gioco, imparare strumenti concreti e scoprire cosa significa progettare un cammino che possa essere vissuto da migliaia di persone. La partecipazione è gratuita, con iscrizione tramite modulo online. I posti sono limitati. Italia che Cambia
August 18, 2026
Pressenza
Per una tregua subito tra Ukraina e Russia. E per non morire per errore
Si dice che Zelensky chiede il cessate il fuoco perché saprebbe di stare perdendo. E viene attribuito a Putin il pensiero di poter vincere militarmente, prima o poi. Entrambi sbaglierebbero. Le guerre non si vincono più sui campi. Si perdono tutti. Soprattutto i civili. Soprattutto la Terra, la Madre comune che sostenta tutti noi. Questa estate bollente avrebbe dovuto farlo capire anche ai più duri di comprendonio: la pace con la Natura è prioritaria. Non si può fare la guerra mentre il pianeta va a fuoco. Ogni bomba, ogni carro, ogni base militare brucia carburante e avvelena acqua e suolo. È la stessa logica di chi spara sulle petroliere: esternalizziamo il costo della morte. E c’è un rischio in più che non possiamo permetterci: la guerra per errore. Un allarme sbagliato, un generale nervoso, e l’atomica parte. Per questo diciamo una cosa semplice e concreta: aderire subito alla proposta cinese di No First Use (NFU). Impegno a non usare per primi gli ordigni nucleari. Non è disarmo totale. È buon senso. È un argine. Conviene a noi come allo stesso Potere. Negoziare una tregua oggi non è debolezza. È responsabilità. Chi continua a sparare lo fa sulla pelle di chi non ha voce. Noi intanto, da disarmisti esigenti & partners, ci organizziamo. A novembre-dicembre saremo a New York, alla conferenza di revisione del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari. Porteremo una delegazione per collegare ICAN e NFU: chi lotta per mettere al bando le atomiche, con chi chiede ai governi di impegnarsi a non usarle per primi. Perché clima e disarmo sono la stessa battaglia. Perché la rivoluzione disarmista di cui parlava Carlo Cassola nell’83 oggi significa anche questo: smettere di puntarci le armi addosso mentre la casa comune brucia. Chi vuole venire con noi a New York per dire che la pace è possibile e necessaria, ora? Scriveteci. Non abbiamo più tempo da perdere. Disarmisti Esigenti
August 18, 2026
Pressenza
Lagalla blinda i progetti di rigenerazione, la rigenerazione permanente è stata messa in salvo
Palermo– «Le opere di rigenerazione urbana di Palermo sono salve e le relative risorse non sono andate perdute». Il sindaco Roberto Lagalla respinge così le accuse di opposizioni e sindacati sul presunto naufragio dei fondi destinati alla foce del fiume Oreto, al parco di Villa Turrisi e all’approdo di Vergine Maria. Secondo il primo cittadino, non si tratta di tagli ma di una rimodulazione tecnica che ha agganciato il piano di rinascita dell’Oreto ai fondi del nuovo Piano Nazionale per le Politiche Urbane finanziato dal CIPESS. Un cambio di cassaforte, insomma, volto a rassicurare una città stanca di rincorrere i treni dell’Europa, ma che si inserisce in un quadro ben più ampio in cui l’urgenza finanziaria incrocia la mappa delle strutture commissariali straordinarie. Così mentre la riqualificazione della foce prova a mettersi in salvo sul piano politico, la gestione complessiva delle emergenze siciliane resta infatti ancorata a un modello straordinario che amministra oltre 2,5 miliardi di euro. Al vertice di questo sistema siede lo stesso presidente della Regione nel ruolo di Commissario contro il Dissesto Idrogeologico: una macchina da 1,5-2 milioni di euro l’anno di soli costi di funzionamento tecnico, incaricata di blindare versanti franosi e pareti rocciose (come quelle di Monte Pellegrino) grazie a un portafoglio miliardario. Subito accanto si muove la struttura per l’Emergenza Rifiuti e la Valorizzazione Energetica, che con circa 500.000 euro annui di budget per consulenze e nuclei di valutazione sta definendo il piano da 800 milioni per i nuovi termovalorizzatori dell’isola. La vera spina nel fianco per il capoluogo siciliano rimane però il sottosuolo. Lì la posta in gioco è alta, ma il rischio lo è anche di più. Il Commissario Straordinario Unico per la Depurazione delle Acque coordina in Sicilia interventi per oltre 600 milioni di euro con costi di struttura di circa 2-3 milioni l’anno. Risorse necessarie per tentare di sanare l’infrazione comunitaria C-251/17 sul mancato trattamento delle acque reflue: una colpa strutturale che costa all’Italia una sanzione miliardaria, con penalità semestrali che per l’intera Sicilia si aggirano sui 50 milioni di euro l’anno. Proprio a Palermo si gioca la partita decisiva per azzerare queste multe, con un piano da oltre 150 milioni di euro mirato al potenziamento del maxi-depuratore di Acqua dei Corsari (per portarlo a 880.000 abitanti equivalenti), al completamento della fognatura di via Roma e alla disconnessione definitiva degli scarichi abusivi che avvelenano i fiumi Kemonia e lo stesso Oreto. Insomma, tra le promesse di rinascita urbana della giunta e i cantieri lumaca del sottosuolo, Palermo ripete nevroticamente un apparente desiderio di normalità, che oggi sembra passare solo attraverso i poteri straordinari dei commissari. Il paziente dice di star bene, ma nessuna dimissione dal reparto in cui si trova ricoverato è all’orizzonte.   Michele Ambrogio
August 18, 2026
Pressenza
La maledizione del Ponte: il mito che divora il Mezzogiorno. Una macchina mangiasoldi sempre attiva senza tregua
Il Ponte sullo Stretto è una maledizione. Non perché sia proibito immaginare un collegamento stabile tra Sicilia e Calabria, ma perché da oltre un secolo il potere trasforma una questione territoriale complessa in un oggetto magico. Il mito promette di cancellare con una campata il divario Nord-Sud; intanto sottrae attenzione e risorse alle ferrovie siciliane e calabresi, ai porti, alla continuità territoriale, alla manutenzione, alla sanità e ai servizi sociali. Il manufatto eccezionale prende il posto della politica ordinaria, meno spettacolare ma verificabile. Il governo Meloni ha confermato 13,5 miliardi dal 2026 con il tono di chi annuncia un’opera già collaudata, non un progetto che deve ancora dimostrare di poter essere costruito e gestito in sicurezza. Ogni euro immobilizzato in questa scommessa non è disponibile per scuole, ospedali, trasporto pubblico, reti idriche, difesa del suolo e adattamento climatico. L’articolo 81 della Costituzione impone sostenibilità e responsabilità della spesa; gli articoli 9, 41 e 97 esigono tutela ambientale, utilità sociale e buon andamento. La propaganda della “grande opera” non sospende la Costituzione. UN PARERE TECNICO TRASFORMATO IN COMIZIO Il parere dell’Assemblea generale del Consiglio superiore dei lavori pubblici, trasmesso il 6 agosto 2026 dopo il lavoro di 76 tecnici, è stato venduto da Matteo Salvini come un “via libera”. Il dispositivo dice altro: il processo progettuale “possa proseguire” nel rispetto delle prescrizioni, delle considerazioni conclusive e delle raccomandazioni. Non certifica che il progetto sia esecutivo né autorizza a considerare imminenti i cantieri dell’opera principale. La distinzione è giuridicamente decisiva. Il Consiglio impone una Fase A del progetto esecutivo, una verifica di ottemperanza e soltanto dopo la valutazione delle condizioni per la Fase B. Definisce questa interfaccia “fondamentale quanto ineludibile” e prescrive passaggi successivi e verifiche intermedie. Il condizionale tecnico è stato trasformato in indicativo ministeriale. Si può consentire di continuare a progettare; non si può fingere che gli accertamenti mancanti siano stati compiuti.   SOTTO IL TITOLO E NELL PAGINA, LA FIERA DEI RENDERING, L’ATTIVITÀ A GETTO CONTINUO CHE SFORNA SUGGESTIONI E SPRECHI SISMA, VENTO E CORROSIONE: LA SICUREZZA ANCORA DA DIMOSTRARE Nell’area dello Stretto sono censite 24 faglie attive e capaci, sulle quali persistono rilevanti incertezze. Il progetto definitivo risale al 2011; gli aggiornamenti bibliografici non apportano sufficienti dati acquisiti ad hoc. Il Consiglio chiede nuove indagini sul terreno, moderni studi geo-sismotettonici e simulazioni fisiche dello scuotimento. Non è accademia: dislocazioni e variazioni altimetriche possono interessare i terreni destinati alle torri, alte circa 399 metri, nell’area del terremoto e maremoto del 1908. Il parere rileva inoltre che non sono esplicitati compiutamente i criteri della domanda sismica, l’affidabilità perseguita e conseguita e il comportamento post-elastico. Chiede nuove verifiche sugli effetti combinati di sisma, vento, temperatura e traffico; sulla stabilità dell’impalcato e del sistema di sospensione; sulla perdita di pendini; su incendi ed esplosioni. Manca una dimostrazione adeguata della tolleranza a fenomeni di corrosione estesi o localizzati. Per una struttura senza precedenti per luce della campata, la sicurezza va provata, non proclamata sui social. IL MARE SALE, LE NAVI CRESCONO La Stretto di Messina aveva sostenuto di non avere studiato il futuro innalzamento del livello medio marino perché mancherebbero dati scientifici consolidati. Il Consiglio giudica l’affermazione “non condivisibile”: il fenomeno è in atto, le conoscenze sono robuste e gli scenari ragionevoli devono essere considerati lungo la vita dell’opera. Il cambiamento climatico non è un’opinione da espellere dal progetto quando disturba il cronoprogramma. Il problema incide sul franco navigabile: i 72 metri dichiarati valgono in determinate condizioni e il margine operativo può ridursi, mentre aumenta il gigantismo navale. Occorre stimare gli sviluppi delle flotte per evitare un collo di bottiglia permanente ai traffici mercantili e crocieristici. Anche il vento può imporre riduzioni di velocità e chiusure, come sui ponti Vestbroen e Øresund. Senza quantificare frequenza e durata delle interruzioni, previsioni di traffico, pedaggi e piano economico-finanziario sono costruiti solo sulla carta. PAESAGGIO E BIODIVERSITÀ NON SONO MATERIALE DI RISULTA Torri, cavi, svincoli, gallerie e opere di adduzione incidono su coste, fondali, aree protette, rotte migratorie dell’avifauna e su uno dei paesaggi più identitari del Mediterraneo. L’articolo 9 tutela ambiente, biodiversità, ecosistemi e future generazioni: non è una clausola ornamentale da compensare a cantiere deciso. Le osservazioni VIA avevano già segnalato impatti cumulativi e carenze che oggi riemergono nel parere tecnico. Un governo che invoca l’identità nazionale dovrebbe ricordare che anche lo Stretto è patrimonio nazionale, non uno spazio vuoto consegnato al cemento. APPROVAZIONE A SALAMINO, GARANZIE PUBBLICHE E RENDITA PRIVATA Il punto politicamente più grave è il metodo. La possibilità di sviluppare e approvare il progetto esecutivo per “fasi costruttive” spezza l’unità dell’opera: si possono avviare segmenti, attività preliminari ed espropri prima che sia dimostrata la fattibilità complessiva. È un’approvazione a salamino: una fetta dopo l’altra, ogni decisione crea costi irrecuperabili, aspettative contrattuali e pressioni per procedere. Quando emergerà un ostacolo decisivo, lo Stato sentirà ripetere che fermarsi costerebbe più che continuare. È il classico meccanismo con cui un progetto dubbio diventa inevitabile non perché sia utile, ma perché è già costato troppo. Questa frammentazione avvantaggia la Stretto di Messina S.p.A., che governa tempi e passaggi, e soprattutto il contraente generale Eurolink, guidato da Webuild. Il decreto-legge n. 35 del 2023, convertito dalla legge n. 58, ha resuscitato per via legislativa rapporti caducati ex lege nel 2013 e derivanti dalla gara del 2005, invece di ricorrere a una nuova procedura competitiva. L’Anac aveva segnalato i vincoli europei, i rischi finanziari e la necessità di evitare un eccessivo rafforzamento della parte privata. Il beneficiario non è emerso da una gara aggiornata ai costi, alle tecnologie e alle condizioni di oggi: è stato rimesso in sella dalla legge. È capitalismo senza mercato, con il rischio pubblico e la posizione contrattuale privata protetta. Gli espropri possono intanto colpire centinaia di famiglie e attività, mentre la realizzabilità dell’intero ponte resta da provare. Il cittadino perde casa, terreno o prospettiva; il contraente consolida la commessa. Questa asimmetria è socialmente intollerabile e giuridicamente pericolosa, perché converte l’incertezza progettuale in danno certo per i territori.   Le mappe predisposte dalla società hanno coinvolto almeno 450 famiglie, circa 300 sul versante siciliano e 150 su quello calabrese, oltre a terreni e fabbricati produttivi. Non sono numeri astratti: sono comunità sospese, immobili svalutati, progetti di vita congelati. L’“urgenza” proclamata dal governo opera, dunque, in una sola direzione: è rapidissima quando deve comprimere diritti ed espropriare; diventa elastica quando occorre fornire dati sismici, verifiche strutturali e garanzie economiche. Ai cittadini si chiede certezza del sacrificio; alla società e al contraente si concede il beneficio del dubbio, contro cui ha annunciato un ricorso alla Corte di giustizia europea, Angelo Bonelli, di Avs, denunciando che si stanno forzando regole e procedure proprio attraverso questa autorizzazione per fasi costruttive, che consente di procedere a pezzi senza attendere la certezza sulla realizzabilità dell’opera.   COSTI CERTI, BENEFICI IPOTETICI Un’analisi costi-benefici è attendibile solo se include ritardi, varianti, extracosti, manutenzione, limitazioni operative, domanda reale e alternative. Se il traffico è sovrastimato e i costi sottostimati, il beneficio attualizzato evapora. Pedaggi elevati riducono gli utenti; pedaggi bassi non coprono gestione e capitale. In entrambi i casi il rischio torna allo Stato. I contribuenti pagano società, progettazione e apparato amministrativo; potrebbero poi pagare revisioni dei prezzi, contenziosi, varianti e deficit di esercizio. La macchina produce costi certi mentre l’opera e i benefici restano eventuali. La Corte dei conti, con la deliberazione n. 19/2025, ha negato visto e registrazione alla delibera Cipess n. 41/2025, contestando passaggi rilevanti sotto i profili europeo, ambientale e procedurale. Il controllo contabile non invade la politica: ricorda che la politica è soggetta alla legge. Il principio di precauzione, l’obbligo di motivazione e la valutazione ambientale effettiva non sono intralci burocratici da aggirare per decreto. Il danno sociale comincia oggi: il Ponte assorbe anche risorse di coesione destinate a ridurre i divari, mentre prestazioni essenziali e infrastrutture diffuse restano indietro.   SPEZZARE LA MALEDIZIONE L’alternativa non è tra Ponte e isolamento, ma tra politica simbolica e politica territoriale. Una frazione dei 13,5 miliardi consentirebbe di completare doppio binario ed elettrificazione, rinnovare il trasporto regionale, modernizzare porti e traghetti a basse emissioni, mettere in sicurezza strade e versanti, rafforzare reti idriche, ospedali, scuole e servizi di cura. Interventi meno fotogenici, ma capaci di distribuire accessibilità, lavoro e diritti. Il Ponte è il dispositivo con cui il centro promette al Sud una scorciatoia e rinvia l’eguaglianza sostanziale. La sua maledizione consiste nel far credere che al Mezzogiorno manchi una campata, quando mancano investimenti continui, servizi universali e manutenzione. Fermare l’approvazione a salamino non significa rifiutare la modernità: significa impedire che l’incertezza privata diventi debito pubblico e danno sociale. Prima si dimostrino sicurezza, utilità, sostenibilità e compatibilità paesaggistica; soltanto dopo si decida se costruire. Il resto non è politico infrastrutturale: è un azzardo di Stato. Aurelio Angelini
August 18, 2026
Pressenza