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Trentacinquesimo giorno di protesta a Tirana
Anche questo sabato la sfida è stata vinta e la Rivoluzione dei Fenicotteri continua a volare. In piazza un oceano di decine di migliaia di persone giunte da ogni dove. Giovedì 2 luglio ci sono stati scontri tra la polizia ed un gruppo di studenti che intendeva protestare davanti al Parlamento. Il bilancio è di una ventina di ragazzi fermati e di questi otto sono tutt’ora in carcere in attesa del processo. “Lo hanno fatto per spaventarci-mi dice un uomo- ma anche oggi siamo tanti e non ci fanno paura”. Liberate i ragazzi Un nuovo striscione dei ragazzi di Levizja Bashke dice: “Liberate i ragazzi” In piazza una grande bandiera albanese tenuta da decine di persone si incrocia con un grande telo che scivola sotto la bandiera: “Gli studenti dicono per voi è finita”. Gli studenti dicono: “Per voi è finita”. Intanto i fenicotteri e le cicogne si sono moltiplicate e in fila Indiana al suono di alcuni tamburi attraversano il presidio che è ancora fermo davanti agli uffici del Primo Ministro. I fenicotteri cantano in Albanese “Tanti auguri a te” e alcuni trasportano una grande torta grigia con al centro la prigione che attende Edi Rama e Sali Berisha. Alcune ragazze hanno coroncine di fiori e sicuramente questa è la parte più allegra e creativa del corteo. Mauro Carlo Zanella
July 4, 2026
Pressenza
Il 27° Rapporto Zoomafia della LAV: “Meno denunce ma più indagati per i reati contro gli animali”
Sono oltre 21 i procedimenti aperti ogni giorno e circa 15 le persone indagate quotidianamente per reati contro gli animali. È il quadro che emerge dal 27° Rapporto Zoomafia 2026, realizzato dall’Osservatorio Zoomafia LAV e curato dal criminologo Ciro Troiano, responsabile dell’Osservatorio e pubblicato con il patrocinio della Fondazione Antonino Caponnetto. Il Rapporto analizza i principali fenomeni della criminalità ai danni degli animali: combattimenti tra animali, corse clandestine di cavalli, scommesse illegali, traffico di cuccioli, contrabbando di fauna selvatica, bracconaggio, mafia dei pascoli, macellazione clandestina, illegalità nella pesca e negli allevamenti, sofisticazioni alimentari, crimini online, intimidazioni, furti, traffici di droga connessi agli animali e zoocriminalità minorile. L’elaborazione dei dati forniti dalle Procure della Repubblica evidenzia che nel 2025 sono stati aperti mediamente 21 fascicoli, con circa 15 indagati al giorno, per reati a danno di animali. Si registra a livello nazionale un tasso di 13,20 procedimenti e di 9,07 indagati ogni 100.000 abitanti. Rispetto al 2024 quindi c’è stata una diminuzione del 4,62% dei procedimenti, mentre il numero degli indagati è aumentato dell’8,55% circa. Al di là dei dati statistici, il Rapporto Zoomafia suggerisce che sono in aumento i casi commessi da più persone in concorso e crescono i casi diffusi attraverso i social, con particolare e preoccupante coinvolgimento di minorenni. Il reato più contestato è quello di maltrattamento di animali (art. 544ter c.p.) pari circa al 38,34% del totale dei procedimenti per crimini contro gli animali registrati presso le 130 Procure, sia ordinarie che minorili, che hanno fornito i dati. Rispetto al 2024 si registra un aumento del 9,58%. I combattimenti tra animali continuano a coinvolgere soggetti appartenenti sia alla criminalità comune sia, in alcuni casi, alla criminalità organizzata. Tra i protagonisti figurano allevatori abusivi, trafficanti di cani da combattimento ed estimatori delle cosiddette razze da lotta. Dal 1998 al 2025 sono stati sequestrati circa 1.373 cani e 120 galli da combattimento; 570 le persone denunciate e 17 quelle arrestate; almeno quattro i combattimenti interrotti in flagranza. I reati correlati vanno dallo spaccio di sostanze stupefacenti all’associazione per delinquere, dalla violazione di domicilio al furto di energia elettrica, dall’invasione di terreni alla ricettazione degli animali. Le corse clandestine di cavalli, oltre che fonte di introiti da illeciti connessi alle scommesse, rappresentano una delle manifestazioni più evidenti del controllo mafioso del territorio attraverso l’occupazione e lo sbarramento delle strade pubbliche e l’impegno di uomini e mezzi. I numeri relativi alle corse clandestine e alle illegalità nell’ippica sono chiari: nel 2025 sono stati registrati 21 interventi delle forze dell’ordine, 6 corse clandestine denunciate, 29 persone denunciate, 51 cavalli e 2 pony sequestrati. Dal 1998 al 2025 sono state denunciate 4.353 persone, 1.481 cavalli sequestrati e 171 corse e gare clandestine bloccate. Il commercio illecito di cani e gatti continua a rappresentare un’attività estremamente redditizia. I cuccioli vengono allevati in condizioni gravemente incompatibili con il loro benessere e trasportati per migliaia di chilometri, spesso privi delle necessarie garanzie sanitarie, con rischi anche per la salute pubblica. Nel 2025 sono stati sequestrati almeno 120 cani importati illegalmente; 14 le persone denunciate, di cui 7 arrestate. Dal 2010, anno in cui è entrata in vigore la legge contro la tratta dei cuccioli, al 2025 sono stati sequestrati 7.681 cani e 93 gatti (dal valore complessivo di circa 6.144.800 euro), mentre le persone denunciata sono state 471. L’analisi delle nazionalità degli indagati conferma la dimensione internazionale del fenomeno, che coinvolge cittadini provenienti da diversi Paesi europei ed extraeuropei. Anche il traffico internazionale di fauna selvatica non accenna a diminuire. Tra gli animali sequestrati figurano coralli, tartarughe, pappagalli, pitoni, draghi barbuti e persino uno scimpanzé, oltre a numerosi reperti derivati da specie protette, come avorio, zanne di elefante, pellami e animali imbalsamati. Nel 2025 sono stati inoltre registrati numerosi episodi di bracconaggio, uccisione di specie protette, utilizzo di richiami acustici vietati, impiego di armi clandestine o modificate, traffico di fauna viva e di trofei, furto di animali selvatici e imbalsamazione clandestina. “I dati del Rapporto Zoomafia 2026, ha sottolineato Ciro Troiano, confermano che i reati contro gli animali continuano a rappresentare un fenomeno diffuso e preoccupante ed evidenziano, inoltre, la persistente presenza di comportamenti criminali che alimentano circuiti di illegalità diffusa. Desta preoccupazione anche la presenza di procedimenti che coinvolgono minorenni per reati a danno degli animali. Si tratta di segnali che richiedono interventi educativi, culturali e preventivi capaci di promuovere il rispetto degli animali e contrastare ogni forma di violenza. La tutela degli animali è una questione che riguarda l’intera collettività e richiede un impegno costante da parte delle istituzioni, delle forze dell’ordine e della società civile. È necessario, quindi, rafforzare gli strumenti di prevenzione, di controllo e repressione, affinché il contrasto a questi fenomeni diventi una priorità sempre più concreta ed efficace.” Qui il Rapporto: https://static.lav.it/docs/2026/zoomafia/rapporto-zoomafia26.pdf. Giovanni Caprio
July 4, 2026
Pressenza
Raddoppio della galleria a Muggia: Rifondazione Comunista ribadisce la sua contrarietà
Leggiamo con forte preoccupazione dell’accelerazione impressa dalla Giunta comunale di Muggia al bando di gara riguardante il raddoppio della galleria stradale. Come Rifondazione Comunista, riteniamo che continuare a investire milioni di euro di denaro pubblico in opere pensate esclusivamente per favorire il traffico veicolare privato sia una scelta anacronistica, miope e dannosa per il nostro territorio. La storia dell’urbanistica e della mobilità ci insegna un principio fondamentale: costruire nuove corsie o raddoppiare gallerie non risolve il problema del traffico, ma agisce da “attrattore indotto”, moltiplicando il numero di auto in circolazione. Il risultato per Muggia non sarà una viabilità più fluida, ma un aumento esponenziale dell’inquinamento atmosferico e acustico, proprio a ridosso del centro storico e delle zone residenziali. In un’epoca segnata dalla crisi climatica, la priorità assoluta di un’amministrazione lungimirante dovrebbe essere la riduzione radicale delle emissioni nocive, non la creazione di nuove autostrade urbane. Se da un lato accogliamo con favore la bocciatura della devastante proposta alternativa di un viadotto sul Mandracchio –un’opera che avrebbe inferto un colpo mortale al paesaggio e all’identità storica della nostra costa–, dall’altro non possiamo accettare che l’unica alternativa sia il raddoppio del tunnel. Entrambe le visioni restano prigioniere di un modello “auto-centrico” superato. La vera svolta ecologista e sociale per Muggia passa attraverso una rivoluzione della mobilità che rimetta al centro il benessere delle persone e la tutela dell’ambiente attraverso – il potenziamento significativo dei trasporti pubblici, incentivando l’uso dell’autobus (autobus elettrici) e i collegamenti marittimi con Trieste, rendendoli più frequenti, efficienti e accessibili a tutte le fasce sociali; – la mobilità dolce e ciclo-pedonale, investendo sulla sicurezza di chi si sposta a piedi o in bicicletta, collegando capillarmente le frazioni al centro; – piani di interscambio, creando parcheggi scambiatori esterni per evitare l’intasamento del nucleo storico. Difendere l’ambiente significa difendere la salute dei cittadini e la bellezza del nostro territorio. Spendere risorse per incentivare il traffico privato significa, invece, ipotecare il futuro di Muggia. Invitiamo l’amministrazione e le forze politiche che la sostengono a fermarsi, ad aprire un reale confronto con la cittadinanza e a invertire la rotta andando verso una transizione ecologica che sia anche socialmente giusta.   Partito della Rifondazione Comunista, Circolo “Alma Vivoda” (Muggia) – Federazione di Trieste Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
July 4, 2026
Pressenza
Trentaquattresimo giorno di protesta a Tirana
Nonostante ovunque ci siano maxi schermi per seguire le partite dei mondiali, anche oggi migliaia di persone hanno presidiato il palazzo del Primo Ministro Edi Rama per chiederne le dimissioni, anzi l’arresto suo e del capo della falsa opposizione Sali Berisha per corruzione. Edi Rama e Sali Berisha: due facce della stessa medaglia. I giovani attivisti del Partito di opposizione di sinistra Levizja Bashke mi confermano che domani, come ogni sabato, si prevede una nuova grande manifestazione. I Il presidio si trasforma in un folto corteo che indisturbato (non c’è ombra di poliziotti) attraversa le vie di Tirana. Mauro Carlo Zanella
July 4, 2026
Pressenza
“Fuori dall’era dei combustibili fossili”, filo conduttore del Festival Relazioni Inseparabili
Formazione, confronti, attività in natura e campeggio sul lago. Questo il programma del Festival Relazioni Inseparabili che si terrà dall’11 al 13 settembre 2026 a Trevignano Romano organizzato da Scuola Gea, insieme ad Alianza Colombia libre de Fracking, Fossil Fuel Treaty Initiative, Emmaus Italia e Rete dei Numeri Pari, che condividono l’urgenza di cooperare per promuovere e diffondere la visione, la cultura, i linguaggi, le proposte e le pratiche legate all’Ecologia Integrale. Durante le sessioni si alterneranno leader nazionali e internazionali che da anni si impegnano per la Giustizia Ecologica, Ambientale e Sociale, portando uno sguardo globale e intersezionale capace di intrecciare le sfide della crisi climatica con i temi della pace, dell’antispecismo, del femminismo, dell’antirazzismo, della decolonialità, dei diritti delle persone migranti e della difesa dei beni comuni, per costruire nuove alleanze e immaginare un futuro fondato sulla cura, sull’equità e sull’interdipendenza. Ospiti internazionali del Festival Yuvelis Morales Blanco – attivista colombiana e leader dell’Alianza Colombia Libre de Fracking, insignita nel 2026 del “Nobel per l’Ecologia“ per aver impedito l’introduzione del fracking in Colombia, e Andrés Gómez Orozco – attivista colombiano Coordinatore per l’America Latina della Campagna globale Fossil Fuel Treaty. Sarà presente anche Giuseppe De Marzo, attivista, economista, giornalista, scrittore e Direttore scientifico di Gea, che da anni lavora nelle reti sociali e nei movimenti italiani e in America Latina con popolazioni indigene, sindacali e rurali. L’edizione 2026 assume un significato particolarmente importante perché pone al centro il legame inscindibile tra natura, diritti umani, democrazia e pace. Il tema “Fuori dall’era dei combustibili fossili” è stato scelto come filo conduttore del festival. Per decenni il dibattito globale si è concentrato sui sintomi della crisi climatica, senza affrontarne fino in fondo la causa principale: l’estrazione e il consumo di petrolio, gas e carbone. Eppure, sono proprio i combustibili fossili ad alimentare un modello economico che produce non solo il surriscaldamento globale, ma anche disuguaglianze, conflitti, povertà e migrazioni forzate. Con questa edizione, le realtà promotrici intendono mettere in primo piano la necessità di una riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica non come una sfida tecnologica, ma come una questione politica, sociale e culturale, consapevoli che rappresenta l’unica strada per rimettere insieme diritto alla salute, lavoro, partecipazione e pace. In questo quadro sarà centrale l’azione globale dei movimenti impegnati per la giustizia ecologica, ambientale e sociale, i risultati della conferenza internazionale di Santa Marta che si è svolta lo scorso aprile in Colombia e il percorso verso quella di Tuvalu nel 2027 e la mobilitazione per la campagna per il Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili al livello mondiale e in Italia. La Scuola Gea vuole valorizzare la passione e l’impegno degli attivisti e delle attiviste a prescindere dalle loro possibilità economiche. Per questo la formazione, i pasti e il soggiorno nel campeggio saranno gratuiti per tutte e tutti. Per partecipare è necessario presentare una domanda di iscrizione compilando l’apposito form disponibile sul sito di Gea. Le candidature saranno selezionate sulla base delle motivazioni espresse e della disponibilità a proseguire l’impegno nei propri territori. I posti sono limitati e sarà possibile inviare le domande di iscrizione fino a venerdì 31 luglio. Tutte le informazioni sul programma, sulla logistica e sulle modalità di partecipazione sono disponibili sul sito ufficiale della Scuola Gea e attraverso i canali social dell’associazione. https://www.geascuola.org/i-festival/trevignano-romano-2026/ https://www.facebook.com/GeaScuola www.instagram.com/gea_scuola   Elisa Sermarini
July 3, 2026
Pressenza
SpaceX e la grande bolla estrattivista: il capitale sfugge alla gravità terrestre, i costi restano sulle spalle di noi tutti
Nel XXI secolo l’appropriazione sistematica di beni comuni trasformati in rendita non riguarda più solo miniere, foreste o giacimenti petroliferi. Essa investe anche l’atmosfera, gli oceani, i dati digitali e, oggi, persino lo spazio circumterrestre. L’Ipo (Offerta pubblica di acquisto) di 75 miliardi di dollari dell’azienda spaziale di Elon Musk (primo trilionario della storia finanziaria del mondo) è l’indicatore di un salto di qualità senza precedenti. Ma chi ne paga i costi? Musk raccoglie liquidità dal risparmio diffuso, concentra la ricchezza in pochissime mani, e proietta sulle generazioni future e sull’ambiente i costi delle sue operazioni. Solo nei primi sei mesi del 2025, i satelliti Starlink hanno effettuato 145.000 manovre per non scontrarsi nella bassa orbita terrestre: quattro attivazioni per veicolo spaziale al mese. Un bene comune dell’umanità rischia di essere inservibile per l’accumulo di detriti orbitali, precludendo l’accesso allo spazio di satelliti per il monitoraggio climatico, le comunicazioni di emergenza, i sistemi Gps. E la fuliggine dei razzi si deposita nella stratosfera con effetti climatici peggiori di quella terrestre_ > LA VALUTAZIONE RAGGIUNTA DA SPACEX PONE INTERROGATIVI CHE VANNO OLTRE LA > DIMENSIONE INDUSTRIALE E TECNOLOGICA. ESSA SEMBRA RAPPRESENTARE UNA NUOVA FASE > DEL CAPITALISMO CONTEMPORANEO, NELLA QUALE L’ASPETTATIVA FINANZIARIA TENDE A > PREVALERE SUI LIMITI MATERIALI, ECOLOGICI E SOCIALI   Lo spazio come nuova frontiera estrattivista L’estrattivismo classico si riconosce in un pattern preciso: si prendono risorse comuni, la foresta amazzonica, i fondali marini, i giacimenti di litio, se ne privatizzano i benefici, se ne socializzano i costi ambientali. SpaceX ha semplicemente spostato questa frontiera in alto, fino all’orbita terrestre bassa. Kate Raworth, in Doughnut Economics, ha proposto un modello in cui l’economia deve restare entro due soglie: quella dei bisogni sociali fondamentali da garantire a tutti, e quella dei limiti planetari da non superare. La corsa allo spazio di Musk viola entrambe: ignora i bisogni sociali irrisolti sulla Terra e supera i limiti dell’orbita condivisa trasformandola in proprietà privata di fatto. (…)L’orbita bassa terrestre è un bene comune dell’umanità, regolato da trattati internazionali che risalgono all’era della Guerra Fredda. Musk lo sta occupando con decine di migliaia di satelliti privati come se fosse suo. Nessun parlamento ha votato. Nessun referendum è stato indetto. La privatizzazione del cielo avviene per il semplice fatto che qualcuno ha i razzi e il capitale per farlo.   La sindrome di Kessler: il debito ambientale non compare nel bilancio Con la crescita incontrollata delle megacostellazioni, il tempo teorico medio di collisione tra oggetti in orbita bassa è diminuito di circa 40 volte in soli 7 anni: si è passati da 121 a soli 2,8 giorni. Senza interventi, la sindrome di Kessler non è un’ipotesi catastrofista: è semplicemente la matematica dell’incuria applicata all’orbita terrestre. La teoria della sindrome di Kessler, formulata nel 1978 dall’astrofisico della Nasa Donald Kessler, descrive una reazione a catena in cui la collisione di due oggetti genera detriti che colpiscono altri satelliti, innescando un processo auto-sostenuto. Questo sistema potrebbe collassare e rendere inutilizzabili intere fasce orbitali per decenni. Tradotto: l’espansione incontrollata di Starlink potrebbe rendere impossibile il lancio di qualsiasi satellite in futuro, inclusi quelli per il monitoraggio climatico, le comunicazioni di emergenza, i sistemi Gps. L’uomo che promette di salvare l’umanità portandola su Marte potrebbe invece precludere alla stessa umanità l’accesso allo spazio. Questo rischio non compare in nessuna voce del bilancio SpaceX…   L’atmosfera come discarica privata Un Falcon 9 di SpaceX si stacca dalla rampa di lancio Ogni lancio del razzo Falcon 9 di SpaceX immette nell’atmosfera circa 336 tonnellate di Co₂, l’equivalente di 395 voli intercontinentali. Nel 2023 i lanci spaziali sono stati 98, nel 2024 sono saliti a 131, con emissioni complessive che hanno superato i 3,7 milioni di tonnellate annue. Ma il problema più insidioso non è la Co₂ — è il dove. I razzi rilasciano fuliggine e altri inquinanti direttamente nella stratosfera, dove a differenza degli inquinanti emessi al suolo, queste particelle possono restare sospese per anni. La fuliggine dei razzi non è un dettaglio: depositandosi in stratosfera, produce effetti climatici superiori a quelli delle emissioni terrestri. Secondo lo University College London, entro il 2029 potrebbe rappresentare il 42% dell’impatto climatico dell’intero settore spaziale — una percentuale cresciuta dal niente, in silenzio, fuori da qualsiasi accordo internazionale sul clima. E i satelliti stessi, a fine vita, diventano veleno. Nei soli primi 4 mesi del 2026, i satelliti Starlink bruciati in atmosfera hanno rilasciato 5 tonnellate di ossido di alluminio nell’alta atmosfera. Alcune stime ritengono che entro pochi anni le megacostellazioni potrebbero rilasciare ogni anno 360 tonnellate di ossidi di alluminio, ben sei volte la quantità dovuta a fonti naturali come meteore e stelle cadenti. La professoressa Eloise Marais del University College London è stata categorica: «L’inquinamento prodotto dall’industria spaziale è simile a un esperimento di geoingegneria su piccola scala e privo di regolamentazione, che potrebbe avere numerose conseguenze ambientali indesiderate e gravi». Un esperimento senza consenso planetario. Condotto su tutta l’umanità. Finanziato dalla borsa valori. Bruno Latour, in Facing Gaia e in Down to Earth, ha scritto che il vero conflitto del nostro tempo non oppone progresso e conservazione, ma diverse modalità di abitare la Terra. La tecnologia non è mai neutrale: incorpora priorità politiche, rapporti di potere e modelli economici… La questione non è se tali tecnologie siano possibili, è a quale progetto di società vengano subordinate. I razzi di Musk non sono strumenti tecnici neutri: sono la materializzazione di una gerarchia precisa, in cui la libertà di movimento del capitale non conosce limiti fisici o atmosferici, mentre i costi di tale libertà ricadono sull’intero sistema vivente.   Il cielo rubato agli astronomi e ai popoli Gli astronomi hanno lanciato l’allarme sull’impatto che la riflessione solare dei satelliti Starlink ha sulle osservazioni celesti. Il crescere incontrollato delle scie luminose nei cieli notturni compromette gli strumenti scientifici, fino a oscurare oggetti cosmici distanti. Il cielo stellato, patrimonio culturale e scientifico dell’umanità intera, contemplato da ogni civiltà nella storia, viene progressivamente colonizzato da scie di satelliti commerciali. Nessuna comunità indigena, nessun osservatorio pubblico, nessun contadino che si orienta con le stelle è stato consultato. Il cielo è diventato un asset. Si compra. Si vende. Si quota in borsa. È questa, nella sua forma più letterale, la privatizzazione dell’infinito.   I 75 miliardi che non si sono mai visti sulla Terra La nuvola dei satelliti attorno alla bassa orbita terrestre: i due terzi sono delle società di Elon Musk Starlink-SpaceX Settantacinque miliardi di dollari raccolti in un giorno. Per dare una misura concreta: secondo le Nazioni Unite, eliminare la fame nel mondo richiederebbe circa 40 miliardi di dollari l’anno. Garantire accesso universale all’acqua potabile ne costerebbe 30. La transizione energetica per i paesi a basso reddito ne richiede circa 50.  In un solo giorno, il mercato ha mobilitato una volta e mezzo il budget necessario per sconfiggere la malnutrizione globale, e lo ha destinato a un’azienda che perde quattro miliardi al trimestre e promette di portare i miliardari su Marte. Come scrivono i firmatari dell’appello di Davos dei miliardari consapevoli: «La disuguaglianza ha raggiunto un punto critico e il suo costo per la nostra stabilità economica, sociale ed ecologica è grave e cresce ogni giorno». Kate Raworth lo avrebbe pensato così: stiamo investendo enormi risorse per superare il soffitto cosmico, mentre ignoriamo sistematicamente il pavimento sociale la soglia minima di dignità, salute, istruzione e sicurezza alimentare che miliardi di persone non raggiungono ancora. Il modello economico che finanzia SpaceX è lo stesso che produce questa asimmetria.   Il “Pianeta B” come ideologia dell’abbandono Mentre la comunità scientifica continua a ricordare che la finestra temporale per contenere il riscaldamento globale si sta rapidamente restringendo, una parte crescente del capitale finanziario sembra investire non nella rigenerazione degli ecosistemi terrestri, ma nella costruzione di una narrativa di evasione. La colonizzazione di Marte viene così presentata come frontiera del progresso, quando il problema politico decisivo rimane la capacità di abitare in modo sostenibile il solo pianeta realmente disponibile. L’idea che Marte sia una soluzione ai problemi della Terra non è soltanto scientificamente infondata: è politicamente pericolosa. È l’ideologia dell’abbandono elevata a modello di business. Afferma implicitamente che il pianeta è consumabile, che l’ambiente è sacrificabile, che l’umanità può continuare a esternalizzare i costi del proprio metabolismo economico finché non si trova un’uscita di sicurezza. Latour, in Down to Earth, aveva già smontato questa illusione con precisione chirurgica: la fuga verso la frontiera, che si tratti dell’Ovest americano, delle colonie, o oggi di Marte, è sempre stata la risposta del capitale ai conflitti redistributivi che non voleva affrontare. Invece di discutere chi deve pagare il costo della crisi ecologica, si propone una nuova terra promessa. La narrazione marziana di Musk è la versione aggiornata e stellare di questa stessa logica. Jason W. Moore direbbe che siamo di fronte a un nuovo ciclo di “cheap nature”: ogni volta che i costi ambientali di un modello di accumulazione diventano insostenibili, il capitale trova una nuova natura di cui appropriarsi a basso costo. Oggi quella natura si chiama orbita bassa terrestre. Domani si chiamerà Marte. Il meccanismo non cambia: cambia solo il codice postale dell’estrattivismo. > NON C’È NESSUN PIANETA B. C’È SOLTANTO LA SCELTA, ANCORA APERTA, DI > SALVAGUARDARE IL PIANETA A VERSIONE PER PRESSENZA Aurelio Angelini
July 3, 2026
Pressenza
Aperitivo politico: Ecosocialismo, una risposta alla crisi climatica e sociale?
Venerdì 3 luglio, ore 18.30, Casa del Popolo Macondo, Rimini Rimini Ecosocialista organizza per venerdì 3 luglio un aperitivo politico aperto alla cittadinanza sul tema dell’ecosocialismo e della crisi climatica e sociale. L’appuntamento è fissato alle ore 18.30 presso la Casa del Popolo Macondo, in Via Pascoli 65 a Rimini, con aperitivo e socialità. Alle 19.30 prenderà avvio il dibattito pubblico. Intervengono Giona Di Giacomi, docente di Fisica e attivista di Rimini Ecosocialista, e Federica Bizzarini, delegata dell’Assemblea Generale della Camera del Lavoro Provinciale CGIL Rimini. Il capitalismo brucia il pianeta. La crisi climatica non è un’emergenza futura: è già qui, nei mari che si scaldano, nelle estati che spezzano record, nelle comunità che perdono territorio. Di fronte a questa realtà, Rimini Ecosocialista propone una risposta politica chiara: non si può salvare il pianeta senza cambiare il sistema economico, e non si può costruire una società giusta su un pianeta distrutto. Ambiente e giustizia sociale sono la stessa battaglia. Nel corso della serata verrà inoltre presentata l’Università Estiva Ecosocialista, terza edizione, quattro giorni di formazione, laboratori, forum e socialità alternativa in programma a Marina di Massa dal 3 al 6 settembre. L’ingresso è libero e aperto a tutti. Rimini Ecosocialista Grazie per l’attenzione Ufficio stampa – Rimini EcoSocialista Redazione Romagna
July 3, 2026
Pressenza
Protesta popolare a Cala Finanza: il racconto di una testimone
Cala Finanza, 1° luglio 2026 Stamattina, una volta giunti al bivio per Cala Finanza, abbiamo trovato la strada sbarrata dalla polizia che non permetteva l’accesso alle auto, per cui tutti abbiamo dovuto parcheggiare lontano, tornare al bivio e percorrere a piedi sotto un sole cocente un paio di km. È sopraggiunta gente da tutta la Sardegna. Tutti i rappresentanti dei vari movimenti hanno preso la parola per ribadire che noi sardə non accetteremo l’ennesimo affronto e le operazioni coloniali come questa, dato che la Sardegna è da sempre troppo sfruttata per le servitù di ogni tipo: servitù militari, servitù energetiche, servitù agroalimentari. (Foto da Facebook) In seguito, si è deciso di scendere in spiaggia per fare capire che la terra è nostra e nessuno ci può impedire di muoverci liberamente. Questo nonostante un paio di furgoni della polizia sbarrassero il passaggio verso la spiaggia presa di mira. Per diversi minuti non si è riusciti a forzare il passaggio ma alcuni abbiamo preferito provare ad aggirare l’ostacolo e, attraverso un piccolo sentiero, siamo piombati su una passerella tra le barchette parcheggiate e proprio in quel momento tutti gli altri sono riusciti a farsi largo e poter passare. Presumiamo che i poliziotti, essendo molto pochi, non avrebbero potuto gestire la folla arrabbiata e abbiano rinunciato al blocco. (Foto da Facebook) Raggiunta la spiaggia, si è arrivati proprio davanti al Beach Club, dove 4 o 5 della security sono corsi fuori, ma sono rimasti fermi nel piazzale della struttura turistica e hanno solo potuto constatare la “presa d’ assalto” della spiaggia, gli slogan contro il responsabile della società che intende costruire là vicino. Molte persone hanno fatto il bagno, altre hanno parlato al megafono denunciando gli effetti di tali operazioni sui sardi, che poi ci lavorano, venendo retribuiti malissimo, ospitati in camerate e destinati ad una vita grama per i mesi estivi. (Foto da Facebook) Nel pomeriggio tutti si sono spostati al paese di Porto San Paolo, davanti al municipio, e sono ripresi gli interventi. Noi, che siamo anziani, siamo dovuti andar via perché il caldo era ormai insopportabile. Maria Bassu, di Orgosolo. Coautrice del documentario “Sa lota – Pratobello – Orgosolo, 1969”. Redazione Sardigna
July 2, 2026
Pressenza
Aggiornamento dal Villaggio delle Rose. Il Comune di Milano ci fa o ci è?
Il Comune di Milano si è arroccato nella posizione di padre padrone. Non dà segno di ascoltare le ragioni dei propri cittadini e sembra intenzionato a tirare diritto per la sua strada: sul Villaggio delle Rose passeranno le ruspe. Di fronte alla chiusura istituzionale mercoledì 1° luglio i residenti hanno organizzato una “festa” allo scopo di raccontare la loro storia e chiedere aiuto e protezione alla società civile. L’evento si è svolto in un’atmosfera di serenità e bellezza che non vedevo da tempo. Potrei raccontarvi dei discorsi pieni di pathos e amore di Dijana Pavlovic e Tony Deragna su un luogo che negli anni è diventato un simbolo di cultura e un esempio di comunità virtuosa; dell’antenato Tzigari che si unì alla Brigata Osoppo e partecipò alla Resistenza; di sua moglie Wilma che, rapita con l’inganno dai fascisti, sopravvisse a Dachau; del loro amore alla maniera “zingara” che fa sognare e trasuda libertà; o del monumento al porraimos, il divoramento, in memoria del genocidio subito dal popolo rom e sinti – una ruota circondata da tre steli posizionata all’ingresso del villaggio che è una delle tappe di commemorazione dell’annuale “partigiano in ogni quartiere”. O potrei riferirvi il discorso riconoscente di Michela Fiori, rappresentante di Anpi Stradera-Gratosoglio, a Tzigari e ai suoi discendenti (attivi antifascisti del Villaggio delle Rose); o parlarvi di Isabella May, docente dell’Accademia di Brera, che con altri artisti ha abbellito la recinzione dell’opera “Vietato strappare le rose” (!) e dato vita a un vivace laboratorio molto apprezzato dai più piccoli. Oltre a pitture e stencil, fili rosso-fuoco si sono dipanati dal cancello agli alberi toccando con delicatezza il monumento.  Rappresentano l’intrepido e lungo viaggio che nei secoli ha portato il gruppo rom a un luogo dove gli è piaciuto radicarsi. Potrei parlare della musica dal ritmo italo-balcanico offerta dallo storico gruppo milanese degli “Ottoni a Scoppio”– a cui è stato difficile resistere dal saltare in pista e di quando tutti insieme abbiamo cantato “Bella Ciao”. Alle prime battute ho visto accorrere bambini con visi e mani sporchi di pittura per unirsi ai cantori; sapevano che quello era un momento sacro della comunità; al termine sono tornati all’attività artistica. Potrei dirvi che persino il cielo, di questi tempi così bizzarro ed elettrico, si era rasserenato colorandosi di nuvole rosa e di come la frescura avesse avvolto la piccola corte, o riferirvi una nota di costume sui componenti a quattro zampe del villaggio, di come anche loro partecipassero alla festa. Uno in particolare, di nome Orso, è stato molto impegnato a vezzeggiare la giovane consigliera Francesca Cucchiara, di AVS (insieme con un collega, l’unica ad aver accettato di partecipare all’evento e a esprimersi in favore dei rom), che, potrei giurarci, stava dando il suo contributo alla causa, avendo ben capito il pericolo che incombe sulla famiglia. Orso è uno di quei cagnolini piccoli e buffi, dotati di occhi dolcissimi a cui è impossibile resistere. Per ognuno di loro si potrebbe scrivere un pezzo, ma purtroppo a tanta bellezza si oppone una stupidità (burocratica? Espressione del male?) su cui occorre ragionare. Riassumo la vicenda: il Comune di Milano concesse a tempo indeterminato un’area nella campagna a sud della città e lì le famiglie rom hanno costruito il loro villaggio. Poco più di un anno fa il Comune, sulla base di un’ideologia definita “superamento del campo”, ha proposto agli abitanti di traslocare nelle case popolari. Tale soluzione non rispetta minimamente il loro diritto a essere una comunità culturale specifica – verrebbero infatti smembrati – e poi loro le case ce le hanno. E, detto tra noi, promuovere l’integrazione definendola “superamento del campo” ricorda le boarding school americane con cui, per buona parte del secolo scorso si è dato il colpo di grazia alla cultura nativa. Il governo, non l’attuale, recentemente ha chiesto scusa, ma quando la frittata è fatta non si torna indietro. Il sopruso culturale è stato però superato dall’emergenza ecologica. E qui arriviamo agli ultimi eventi occorsi tra le due parti. L’istituzione, dopo aver abbandonato il tavolo delle trattative civili, comunica attraverso burocratiche pec con le quali ha concesso trenta giorni per lasciare le case. La nuova motivazione addotta è: “necessaria bonifica del terreno”. Ben più cogente e meno attaccabile, almeno in apparenza, dell’ideologico “superamento del campo”. Ma poniamoci una semplice domanda. Chi ha inquinato l’area? Il problema sembrerebbe trovarsi a circa due metri sotto terra tra i detriti che furono buttati da chi pavimentò il terreno a suo tempo, cioè il Comune. In linea di principio sarebbe giusto che chi ha fatto il danno rimediasse, ma non a scapito della vita delle ignare vittime. Il Comune infatti non solo non considera la proposta di bonificare e poi ricostruire appaltando ad una cooperativa edile rom, rifiuta anche di stanziare un giusto risarcimento a chi perderà la casa. Per l’istituzione pubblica c’è solo una soluzione: casa popolare in un futuro non meglio definito, oppure cittadino arrangiati. A ripensarci mi ribolle il sangue; accendo Radio Popolare per distrarmi. Guarda caso sta andando in onda un servizio sulle case popolari di Milano. Un rappresentante dei quartieri Calvairate e Molise racconta che i topi sono talmente tanti che bisogna stare attenti a camminare nei cortili perché aggrediscono e mordono. I bambini sono terrorizzati. È una vera e propria emergenza sanitaria che coinvolge migliaia di cittadini ma l’Aler (ufficio del Comune!) è assente. Gli abitanti hanno appena concluso un rumoroso sit-in di fronte alla sede principale, ma almeno per ora hanno ottenuto poco e niente; le risposte vanno verso la brutta china dello scaricabarile (ad aziende private appaltatrici). Tra me e me penso: il Comune è troppo impegnato in un gravissima operazione di bonifica ambientale a sud di Milano, non può perdere tempo con un caso di infestazione da topi… che avrebbe poi da guadagnarci? Nulla; solo da spenderci. Al contrario, tutti ci chiediamo quali sono i piani del post-bonifica. Un nuovo smart quartiere a due passi dai Navigli circondato da ameni boschetti? Un ramo del megadatacenter per incrementare l’IA che si vuole costruire giustappunto tra Milano e Pavia? Caro sindaco e cari assessor, vogliamo saperlo! Foto di Antonietta Lo Bosco e Marina Serina Marina Serina
July 2, 2026
Pressenza
In Germania una cooperativa di attivisti produce energia pulita per 30.000 abitanti
Era il 2010 quando quarantasei cittadini di Heilbronn, città industriale da 126mila abitanti sul fiume Neckar nel Baden-Württemberg, decisero di fare qualcosa di concreto contro il nucleare. Non si limitarono a una petizione o un presidio, ma fondarono una cooperativa energetica, la EnerGeno Heilbronn-Franken eG, e l’anno seguente cominciarono ad installare i primi pannelli solari sui tetti degli edifici locali. Sedici anni dopo, quella cooperativa conta 2.400 soci, gestisce circa 30 milioni di euro di capitale proprio, impiega 16 persone e produce energia pulita per oltre 30mila abitanti: è diventata una delle più grandi cooperative energetiche della regione. Il modello è semplice: EnerGeno individua i tetti degli edifici – scuole, municipio, capannoni industriali, condomini, stalle – e propone ai proprietari, pubblici o privati, un accordo: il tetto in affitto, in cambio di elettricità a prezzo stabile e inferiore a quello di mercato. La cooperativa pensa al resto: progettazione, finanziamento, costruzione, assicurazione e manutenzione, e l’energia in eccesso viene rivenduta in rete. Il Comune di Heilbronn ha aderito tra i primi, cedendo i tetti degli edifici comunali. Con il tempo il rapporto si è formalizzato: oggi esiste un vero e proprio accordo di partenariato climatico ed energetico che vincola la cooperativa agli obiettivi di decarbonizzazione della città, che sarà Capitale Verde Europea nel 2027 con la cooperativa tra i partner ufficiali. I numeri attuali raccontano di 140 impianti solari operativi per un totale di 43 megawatt-picco di capacità installata su 150 siti. A questo si aggiunge la partecipazione a 10 turbine eoliche, per una produzione eolica complessiva di 50 gigawattora l’anno. Ogni socio ha diritto a un voto nelle assemblee, indipendentemente dal numero di quote possedute e una quota costa 100 euro, una soglia bassa che consente a pensionati, famiglie e persino bambini di partecipare. Ogni anno, attorno al Natale, EnerGeno lancia una campagna che porta molte famiglie a regalare quote ai figli e il risultato è una base sociale molto giovane. Intanto il progetto continua ad evolversi. Il 9 giugno 2026 è partita la costruzione del parco eolico civico di Künsbach-Etzlinsweiler, tra Kupferzell e Künzelsau, che prevede due turbine Nordex di ultima generazione, interamente in mano a cittadini: 161 soci individuali e quattro cooperative energetiche hanno messo insieme 4,5 milioni di euro di capitale proprio, senza ricorrere a operatori commerciali esterni. EnerGeno è il principale azionista: le turbine entreranno in funzione nella prima metà del 2027 e produrranno circa 22 milioni di kilowattora l’anno, abbastanza per coprire i consumi di 7mila famiglie nella regione dell’Hohenlohe. L’intera catena del valore resterà nel territorio. Quello della distribuzione del valore è il punto politicamente più rilevante del modello. Studi condotti sulle cooperative energetiche tedesche mostrano che un parco eolico in mano alla comunità locale genera un reddito per l’economia del territorio superiore rispetto a un impianto identico gestito da un operatore commerciale esterno. Uno studio del 2016 dell’Istituto per le tecnologie energetiche decentralizzate ha calcolato che un parco eolico da sette turbine da tre megawatt, sviluppato con attori locali e partecipazione comunale, genera 58 milioni di euro di reddito per il territorio nell’arco di vent’anni. Lo stesso impianto affidato a un operatore esterno ne produce appena 7 milioni: la differenza sta nei profitti che non escono dalla regione, nelle tasse che restano nei bilanci comunali, nei salari per i dipendenti e i soldi che circolano tra i negozi e i servizi locali. EnerGeno reinveste il surplus in nuovi impianti, finanzia attività ambientali collaterali come riforestazioni, parchi agrivoltaici con pascolo di pecore sotto i pannelli, piantumazione di alberi da frutto e supporta iniziative sociali nel territorio. Il Comune di Heilbronn ha adottato il modello con convinzione crescente. Inizialmente si era limitato a mettere a disposizione i tetti degli edifici pubblici, ricevendo in cambio elettricità a prezzo calmierato. Col tempo ha firmato un accordo di partenariato formale, ha integrato EnerGeno nella propria strategia climatica e ha incoraggiato i Comuni vicini a fare lo stesso. Almeno quattro amministrazioni limitrofe si sono iscritte come socie della cooperativa, aggiungendo trasparenza alla governance e accedendo agli stessi vantaggi. Non mancano gli ostacoli. Il quadro normativo federale tedesco rende la condivisione energetica tra produttori e consumatori vicini possibile solo in forma virtuale, non fisica: EnerGeno è costretta a costruire sistemi contabili complessi per vendere e riacquistare l’energia che i propri impianti generano in loco. È un paradosso burocratico che rallenta il modello e che la riforma del 2017, che ha sostituito i vecchi incentivi alle rinnovabili con aste competitive sui grandi impianti, ha ulteriormente sbilanciato il campo a favore degli operatori industriali: le procedure di gara sono troppo onerose per cooperative di volontari e piccoli staff professionali. Secondo gli analisti la transizione energetica europea ha bisogno di grandi impianti offshore, di linee ad alta tensione, di investimenti miliardari da parte di multinazionali. Ma ciò che il mercato centralizzato non riesce a fare – e che EnerGeno fa da sedici anni – è costruire consenso sociale, trattenere il valore economico dove viene prodotta l’energia e coinvolgere decine di migliaia di persone comuni nella produzione di elettricità pulita. L'Indipendente
July 2, 2026
Pressenza