Tag - ecologia ed ambiente

Giornata della Meteorologia: rapporto OMM, oceani sempre più caldi
Il 23 marzo si celebra la Giornata Mondiale della Meteorologia, promossa dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) per sensibilizzare sull’importanza dell’osservazione del clima e della cooperazione internazionale. Il tema del 2026, “Osservare oggi per proteggere il domani”, sottolinea la necessità di comprendere i cambiamenti in atto per affrontare le sfide future. La cerimonia ufficiale si è svolta a Ginevra, presso la sede dell’OMM, con la partecipazione di scienziati, istituzioni e giovani provenienti da tutto il mondo. Durante l’evento è stato presentato il Rapporto sullo Stato del Clima Globale 2025, documento che analizza i principali indicatori climatici e i loro impatti su ambiente e società. Il rapporto conferma che il periodo 2015-2025 è stato il più caldo mai registrato, con undici anni consecutivi di temperature record. Tuttavia, uno degli aspetti più rilevanti riguarda il ruolo degli oceani, veri protagonisti del sistema climatico globale. Gli oceani assorbono oltre il 90% del calore in eccesso generato dallo squilibrio energetico della Terra, fungendo da “cuscinetto” che limita un aumento ancora più rapido delle temperature atmosferiche. Nel 2025 il contenuto di calore oceanico ha raggiunto il livello più alto mai registrato, e il tasso di riscaldamento è più che raddoppiato rispetto ai decenni precedenti. Negli ultimi vent’anni, ogni anno gli oceani hanno accumulato una quantità di energia pari a circa 18 volte il consumo energetico annuale dell’intera umanità, un dato che evidenzia la portata del fenomeno. Questo accumulo di calore ha conseguenze profonde: provoca ondate di calore marine sempre più frequenti, altera gli ecosistemi, riduce la biodiversità e intensifica fenomeni meteorologici estremi come tempeste e cicloni. Inoltre, circa il 29% dell’anidride carbonica emessa dalle attività umane viene assorbito dagli oceani, causando un progressivo abbassamento del pH, noto come acidificazione. Questo processo mette a rischio organismi marini fondamentali, come coralli e molluschi, con ripercussioni sull’intera catena alimentare e sulla pesca. Il riscaldamento e lo scioglimento dei ghiacci contribuiscono anche all’innalzamento del livello del mare, che nel 2025 ha raggiunto valori record, circa 11 centimetri più alto rispetto al 1993, minacciando le zone costiere e le riserve di acqua dolce. Secondo gli esperti, una parte significativa di questo calore penetra nelle profondità oceaniche, generando effetti destinati a durare per secoli o addirittura millenni. Accanto a questi dati, il rapporto evidenzia anche l’aumento degli eventi meteorologici estremi, che colpiscono milioni di persone in tutto il mondo, con impatti su sicurezza alimentare, salute e migrazioni. La Giornata Mondiale della Meteorologia 2026 rappresenta quindi un momento cruciale per riflettere sul ruolo fondamentale dell’osservazione scientifica. Comprendere ciò che accade oggi, grazie a reti globali di monitoraggio sempre più avanzate, significa poter intervenire in modo efficace per proteggere il futuro del pianeta. Tiziana Volta
March 25, 2026
Pressenza
Il referendum costituzionale e le comunità porose
Torniamo nel Biellese, terra d’origine dell’ex Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, dimessosi poco prima che la piazza di Biella si riempisse per chiederne il passo indietro. Eravamo in centinaia a manifestare per ribadire che questo territorio non è il feudo di nessuno. Men che meno di chi è stato condannato per rivelazione di segreto d’ufficio, di chi ha taciuto sull’inquietante sparo di Capodanno a Rosazza o di chi, infine, ha mostrato una grave “leggerezza” diventando socio di una giovane il cui padre è legato a contesti malavitosi. Ha ragione Karim, consigliere di minoranza del Movimento 5 Stelle a Biella, quando ha urlato con orgoglio nel megafono che la vittoria del NO al referendum è un segnale chiaro: “La mafia e il fascismo sono la stessa montagna di merda”. Una citazione forte, tratta da I cento passi. Tuttavia, non date per scontato che questo risultato netto — emerso chiaramente a livello nazionale, meno nel Biellese — si traduca automaticamente in un appoggio elettorale alla coalizione progressista. Per capire come muoversi, bisogna guardare oltre la Serra, verso Ivrea e l’esperienza di Laboratorio Civico. Molto dipenderà dalla capacità di intercettare i giovani: un soggetto sfuggente, poco incasellabile, ma che in questo referendum si è rivelato determinante. C’è poi un altro tema centrale, vitale per il nostro territorio: quello delle Terre alte. Ho ricevuto alcune amichevoli critiche all’articolo di due giorni fa, scritto a caldo dopo la vittoria del No. Forse ci siamo lasciati trasportare dall’entusiasmo descrivendo la “stretta di mano” tra i giovani di città e gli anziani di montagna, ma il dato politico resta incontrovertibile: tutti gli 11 comuni biellesi in cui ha prevalso il NO fanno parte delle Terre alte. Per definirle, mi affido all’UNCEM: sono spazi multifunzionali che superano la semplice definizione geografica di “montagna” per abbracciare territori fragili ma ricchi di risorse, dove il rapporto uomo-ambiente è il perno della stabilità ecologica. Parliamo del 60% della superficie italiana e di una parte vastissima del Biellese. In queste aree sta accadendo qualcosa di nuovo. Riprendo una definizione del sociologo Filippo Barbera: la nascita di comunità porose. Non gruppi chiusi di soli nativi, ma collettività aperte composte da persone che si prendono cura del bene comune. L’esempio può essere Pace Futuro a Pettinengo: un progetto capace di rigenerare il tessuto sociale accogliendo l’altro, trasformando la marginalità in risorsa e cultura, dimostrando che la porosità è l’unica strategia per il ripopolamento. Veniamo agli 11 paesi in cui è prevalso il No anche nel Biellese. Partendo da Occidente, lungo la Serra, troviamo Magnano, Sala e Torrazzo. Salendo verso il cuore della Valle Cervo, ecco Piedicavallo e Campiglia Cervo. Muovendoci poi verso Oriente, nella zona della Valle di Mosso e della Valsessera, incontriamo Bioglio, Ternengo, Pettinengo, Veglio, Callabiana e infine Coggiola. Sono questi i comuni dove il Biellese ha saputo esprimersi con i giovani italiani, con Karim. Ora spetta a noi costruire queste comunità porose. Ettore Macchieraldo
March 25, 2026
Pressenza
Sciopero Globale per il Clima. A Milano proiezione del documentario “The Cost of Growth”
Venerdì 27 marzo 2026 dalle 15:30 via Jean Jaurès 22 (MM1 TURRO), Milano Era il marzo 2019 quando in tutto il mondo si svolse il primo Sciopero Globale per il Clima: la protesta internazionale lanciata dagli studenti per denunciare l’urgenza della crisi climatica, chiedendo giustizia e azioni concrete per cambiare il sistema economico e sociale. Da allora il movimento per il clima si è unito e contaminato con altre lotte sociali, in un mondo sempre più attraversato da guerre, lanciate in spregio al diritto e nel nome delle risorse fossili. I conflitti, oltre a causare morte e distruzione, consumano risorse e alimentano nuove emissioni. La finestra per agire si restringe, mentre la crisi climatica non si ferma, anzi accelera. Non c’è futuro sostenibile in un pianeta devastato, né transizione ecologica possibile in un mondo in guerra. In occasione dello Sciopero Globale per il Clima 2026 le associazioni di genitori Parents For Future e Mothers Rebellions organizzano con La Redazione Milano e Leoncavallo Spa (Spazio Pubblico Autogestito) un pomeriggio di attività e incontri sull’attivismo climatico, una lotta sempre più urgente che è insieme ecologica, politica e sociale. L’appuntamento è per venerdì 27 marzo a La Redazione Milano, lo spazio di impegno e socialità promosso da Scomodo in via Jean Jaurès 22 (zona Martesana MM1 TURRO). Si incomincia alle 15.30 con gli studenti delle scuole superiori che parleranno con Lorenzo Zamponi, attivista di Fridays For Future in collegamento da Torino.  Si prosegue alle 17.00 con un incontro aperto a tutte le realtà, associazioni e movimenti attivi su ambiente e lotta climatica, con gli interventi anche dei Comitati contro la Pedemontana, un’opera alle porte di Milano di cui in città ben poco si parla. Alle 18.00 interverrà in collegamento Luca Mercalli, uno dei più noti scienziati italiani del clima (presiede la Società Meteorologica italiana), divulgatore e scrittore (“Breve storia del clima in Italia. Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale” è il suo ultimo libro uscito per Einaudi), oltre che attivista in prima persona per la lotta ambientale. A seguire il documentario The Cost of Growth di Thomas Maddens, un film militante che attraverso le voci di attiviste, ricercatrici ed esperte e le esperienze di chi resiste ogni giorno a sopraffazioni e ingiustizie, cerca di rispondere alla domanda: “Per chi stiamo facendo crescere l’economia?”. Tra le voci del documentario Greta Thunberg e il collettivo di fabbrica ex GKN. Contatti: parentsforfuturemilano@gmail.com https://www.facebook.com/P4FMIlano   Redazione Milano
March 24, 2026
Pressenza
Gli italiani vogliono bene alla nostra Costituzione. E danno un mandato per costruire giustizia sociale e climatica
Con una partecipazione straordinaria e un risultato inequivocabile, il referendum del 23 marzo 2026 ha segnato un momento di svolta nella vita politica italiana. Il No alla riforma della giustizia proposta dal governo ha vinto con circa il 54% dei voti, mentre quasi sei italiani su dieci si sono recati alle urne — un dato che non si vedeva da anni. Dietro questi numeri c’è qualcosa di più profondo: la voglia di riscatto democratico di una nazione che non si rassegna_   Il voto come atto di resistenza civile Esistono votazioni che contano i seggi e votazioni che contano la storia. Quella di oggi appartiene alla seconda categoria. Il referendum sulla giustizia non era soltanto una disputa tecnica sull’ordinamento giudiziario: era una prova di forza tra due visioni incompatibili del potere pubblico. Da un lato, un governo che ha tentato di piegare l’indipendenza della magistratura alla propria volontà politica, indebolendo uno dei contrappesi fondamentali della nostra architettura costituzionale. Dall’altro, milioni di cittadine e cittadini che hanno scelto di non restare spettatori. Il 59% di affluenza è un dato che va letto nella sua pienezza storica. Nel referendum abrogativo del 2025, aveva votato meno del 30% degli aventi diritto. Nel 2022, appena il 20%. Il salto è vertiginoso, e non può essere liquidato come un semplice effetto del clima emotivo contingente. Qualcosa si è mosso nelle coscienze. Una parte consistente del Paese — quella silenziosa, sfiduciata, spesso astensionista — ha deciso di tornare a fare la sua parte. Questo non è un dettaglio: è il cuore del significato politico di questa giornata. La Repubblica ha tenuto. La Costituzione, quel patto fondativo che la destra del governo aveva pensato di riscrivere a proprio vantaggio, è stata preservata dalla voce popolare. Ma fermarsi qui, nell’euforia del risultato, sarebbe un errore tanto grave quanto quello di chi aveva sottovalutato la risposta civica degli italiani.   La democrazia si costruisce, non si difende soltanto La partecipazione straordinaria di oggi non è un punto di arrivo: è un mandato. Un mandato ad agire, a proporre, a costruire. Le istituzioni democratiche non si preservano soltanto difendendole dagli assalti — si rafforzano ogni giorno attraverso politiche concrete che rispondano ai bisogni reali delle persone. E in Italia, quei bisogni sono profondi, urgenti, e troppo spesso ignorati. Milioni di italiani che oggi hanno votato No vivono in case che non riescono a permettersi, lavorano con contratti precari, aspettano mesi per una visita medica, respirano l’ansia di un pianeta che cambia più rapidamente di quanto la politica sappia governare. Quella sofferenza non si placa con la vittoria referendaria. Richiede risposte. Richiede un programma.   Giustizia sociale: il fondamento della democrazia reale Una democrazia formalmente intatta ma sostanzialmente diseguale è una democrazia fragile. Lo sapevano i costituenti del 1948, e lo conferma ogni ricerca sociologica degli ultimi decenni: quando le disuguaglianze economiche superano una certa soglia, la partecipazione democratica si erode, il populismo avanza, e le derive autoritarie trovano terreno fertile. Non è un’astrazione teorica: è ciò che l’Italia ha vissuto e rischia ancora di vivere. Per questo il programma di una forza autenticamente democratica non può prescindere dalla questione salariale. I salari italiani, in termini reali, non crescono da oltre vent’anni. Il divario tra il costo della vita e il potere d’acquisto delle famiglie si è fatto insostenibile. L’introduzione di un salario minimo legale dignitoso, rafforzata da politiche di contrattazione collettiva e da un fisco che smetta di penalizzare il lavoro dipendente, è una misura di civiltà prima ancora che di opportunità politica. Analogo discorso vale per il diritto alla salute. Il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) è un patrimonio che appartiene alla storia migliore della Repubblica. Smantellarlo — attraverso tagli, privatizzazioni striscianti e una gestione regionale sempre più disomogenea — significa colpire in primo luogo i più vulnerabili: gli anziani, i lavoratori poveri, le famiglie del Mezzogiorno. Un programma per la giustizia sociale deve mettere al centro il potenziamento del Ssn, l’assunzione di medici e infermieri, la medicina territoriale come presidio di prossimità. Non meno urgente è la questione abitativa. In molte città italiane il costo degli affitti ha reso impossibile per i giovani e le famiglie a basso reddito vivere nei luoghi dove lavorano. Serve una politica della casa che non sia solo propaganda: edilizia pubblica, controllo dei canoni nei mercati surriscaldati, sostegno all’affitto per le fasce più esposte. La casa è un diritto costituzionale, non una merce. Infine, istruzione e ricerca: il principale investimento che una società può fare sul proprio futuro. Una scuola pubblica ben finanziata, accessibile e capace di ridurre le disuguaglianze di partenza; un sistema universitario che non espella i talenti verso l’estero; una ricerca scientifica libera e dotata di risorse. Su questi pilastri si costruisce una democrazia sana, capace di resistere alle lusinghe dell’autoritarismo.   Giustizia climatica ed ecologica: la sfida del nostro tempo Non esiste giustizia sociale senza giustizia ecologica. È una verità che la politica progressista europea ha compreso — spesso tardivamente, non sempre con coerenza — ma che è ormai ineludibile. Il cambiamento climatico non è un problema del futuro: è il presente. Le alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna, le siccità che devastano il Sud, le ondate di calore che uccidono gli anziani nelle città sono già qui. E colpiscono più duramente chi ha meno risorse per proteggersi. Una transizione ecologica giusta non è uno slogan: è una scelta di campo. Significa investire massicciamente nelle energie rinnovabili, creando lavoro qualificato e stabile nelle comunità che oggi dipendono dai combustibili fossili. Significa ripensare i trasporti pubblici, ridisegnare le città attorno alla mobilità dolce e al verde urbano, riqualificare il patrimonio edilizio in chiave energetica. Significa restituire ai fiumi, ai boschi e alle coste la dignità di ecosistemi vitali, non di risorse da sfruttare fino all’esaurimento. In questa visione, la pace non è semplicemente l’assenza di guerra. È la costruzione attiva di un ordine internazionale fondato sulla cooperazione, sulla condivisione equa delle risorse naturali, sul riconoscimento che nessun Paese può salvarsi da solo dalla crisi climatica. Il disarmo, la diplomazia multilaterale, la solidarietà con il Sud globale non sono posture idealistiche: sono precondizioni razionali per la sopravvivenza collettiva. Un programma ecologista serio deve anche fare i conti con la dimensione economica della transizione. La tassazione ambientale, se non accompagnata da misure redistributive, rischia di colpire le classi lavoratrici più di quanto colpisca i grandi inquinatori. Serve un New Deal verde: intervento pubblico, investimenti strutturali, formazione professionale per i lavoratori dei settori in trasformazione. L’ecologia non è il lusso di chi può permettersi di essere virtuoso: deve diventare una conquista di civiltà per tutti.   Il mandato del 23 marzo Abbiamo davanti un’opportunità storica. Milioni di cittadini che oggi si sono recati alle urne non lo hanno fatto per nostalgia di un passato idealizzato, né per obbedienza partitica. Lo hanno fatto perché credono ancora che la politica possa essere all’altezza della realtà. Perché sentono — spesso confusamente, ma con forza — che c’è bisogno di un’alternativa seria, responsabile, capace di coniugare i diritti civili con quelli sociali, la tutela dell’ambiente con la dignità del lavoro. Quell’alternativa non può limitarsi a essere il fronte del No. Deve essere il cantiere del Sì: sì a una fiscalità progressiva e trasparente, sì alla conversione ecologica dell’economia, sì a un welfare che non abbandoni nessuno, sì a una politica estera di pace e cooperazione multilaterale. Un’alternativa ecologista e pacifista che non sia minoritaria per scelta, ma che abbia il coraggio di parlare alla maggioranza silenziosa che oggi ha rotto il silenzio. La democrazia si difende ogni giorno, con azioni quotidiane che rispondano ai bisogni di tutti e proteggano il futuro del pianeta. Oggi l’Italia ha dimostrato di volerla difendere. Ora tocca alla politica dimostrare di meritarla. PER LA VERSIONE INTEGRALE CLICCA SOTTO Redazione Italia
March 24, 2026
Pressenza
Nel 2025 la crisi climatica quasi assente sui media. I dati del Rapporto Greenpeace-Osservatorio di Pavia
Anche nel 2025, per il secondo anno consecutivo, continua a calare l’attenzione dei mass media italiani per il riscaldamento del pianeta. Rispetto al 2022, le notizie con un focus centrale sulla crisi climatica diminuiscono del 26,1% sui quotidiani e del 52,9% nei TG. Inoltre, la crisi climatica viene frequentemente trattata in modo marginale o richiamata senza un adeguato approfondimento: ciò avviene nel 71,3% degli articoli e nel 67,4% delle notizie televisive. E’ quanto evidenzia il nuovo rapporto annuale dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia, che analizza la copertura della crisi climatica e della transizione ecologica nell’informazione italiana nel corso del 2025. Giunto al quarto anno consecutivo di monitoraggio, lo studio propone un’analisi quali-quantitativa dei contenuti pubblicati dai cinque quotidiani nazionali a maggiore diffusione e dalle edizioni di prima serata dei sette principali telegiornali generalisti, con l’obiettivo di misurare non solo l’attenzione riservata al tema, ma anche le cornici narrative entro cui esso viene rappresentato nello spazio pubblico. Il quadro che emerge segnala un’ulteriore perdita di centralità della questione climatica nell’agenda mediatica, con le cause della crisi climatica che sono esplicitate solo nel 13,2% degli articoli e nel 13% dei servizi dei TG. I combustibili fossili, in particolare, vengono indicati come causa appena nel 3% dei casi sulla stampa e nel 2% nei telegiornali. Tra gli elementi più significativi rilevati dal rapporto vi è inoltre la quasi totale assenza di attribuzione di responsabilità per la crisi climatica. Ne deriva una rappresentazione che tende a descrivere fenomeni, effetti e controversie, ma molto più raramente individua cause e responsabilità. Un ulteriore aspetto riguarda la debolezza del legame tra transizione ecologica e crisi climatica. Una quota consistente delle notizie dedicate alla transizione non richiama infatti in modo esplicito il contesto del riscaldamento globale. Tra il 2024 e il 2025, le notizie sulla transizione energetica senza esplicito riferimento alla crisi climatica sono raddoppiate sui quotidiani e quintuplicate nei TG. In un anno in cui l’agenda dei media si è focalizzata sul disimpegno di Trump e sulla maggiore flessibilità dell’Unione Europea nel perseguire gli obiettivi di neutralità carbonica, sono prevalsi gli aspetti economico-politici della transizione ecologica rispetto a quelli ambientali, scientifici o sociali, trascurando temi cruciali come gli impatti sulla salute (1,4%), la scienza del clima (1%) o le migrazioni climatiche (0,4%). C’è poi il dato relativo alle inserzioni pubblicitarie, che nel 2025 risultano in ulteriore aumento rispetto agli anni precedenti. Il monitoraggio registra infatti 1.621 pubblicità riconducibili ad aziende ad alto impatto ambientale, con una netta prevalenza del settore fossile e di quello automotive: un numero cresciuto del 26% rispetto al 2024 e raddoppiato rispetto al 2022. Nel loro insieme, questi elementi offrono una base empirica utile per interrogarsi sul ruolo dell’informazione nella costruzione dell’agenda pubblica su riscaldamento globale e transizione ecologica e sulle modalità con cui questi temi vengono resi visibili, interpretati e discussi nel contesto mediatico italiano. Lo studio condotto dall’Osservatorio di Pavia per Greenpeace ha stilato anche la classifica dei quotidiani per il 2025: fa meglio degli altri Avvenire, l’unico giornale ad avvicinarsi alla sufficienza (5,4 punti su 10); seguono, distaccati di molto, Il Sole 24 Ore (2,8 punti), e Corriere della Sera e La Stampa (a pari merito con 2,6 punti); fanalino di coda, la Repubblica (2,2 punti). I giornali sono stati valutati mediante cinque parametri: 1) quanto parlano della crisi climatica; 2) se citano i combustibili fossili tra le cause; 3) quanta voce hanno le aziende inquinanti e 4) quanto spazio è concesso alle loro pubblicità; 5) se le redazioni sono trasparenti rispetto ai finanziamenti ricevuti dalle aziende inquinanti. “Mentre il pianeta rischia di diventare inabitabile a causa della nostra dipendenza dai combustibili fossili, i principali media italiani sono costretti a tacere le responsabilità delle aziende inquinanti perché dipendono dalle loro pubblicità per sopravvivere, ha sottolineato Giancarlo Sturloni, responsabile della comunicazione di Greenpeace Italia. Questo spiega perché su giornali e tv si parla sempre meno di clima e ad avere più spazio sono esponenti del mondo dell’economia e della politica anziché esperti e scienziati. O perché in un anno intero, sui principali TG nazionali non venga mai nominato, nemmeno una volta, nemmeno per sbaglio, alcun responsabile della crisi climatica. In Italia l’informazione sul clima è ostaggio di un patto di potere che ostacola la transizione energetica verso le rinnovabili, l’unica via per mitigare il riscaldamento globale e il rischio di altri conflitti armati per il controllo dei combustibili fossili”. Qui il Rapporto dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia: https://www.osservatorio.it/wp-content/uploads/2016/07/69f0f214-report-gp_odp_media-e-clima-2025_final.pdf.  Giovanni Caprio
March 23, 2026
Pressenza
Acqua, diritti umani e uguaglianza di genere al centro del cambiamento
In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, 22 marzo, istituita con la risoluzione A/RES/47/193, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione su una verità tanto evidente quanto spesso trascurata: la crisi idrica globale non è neutrale, ma riflette e amplifica le disuguaglianze esistenti, colpendo in modo sproporzionato donne e ragazze. A livello globale, i dati sono inequivocabili: oltre 2,2 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile sicura e 3,5 miliardi vivono senza servizi igienico-sanitari adeguati. In questo scenario, le donne sostengono il carico maggiore: nelle aree prive di servizi idrici, sono responsabili della raccolta dell’acqua in oltre il 70% dei casi e, complessivamente, dedicano a questa attività circa 250 milioni di ore ogni giorno. La crisi idrica si configura così non solo come emergenza ambientale, ma come una delle più pervasive forme di disuguaglianza strutturale contemporanea. Se lo sguardo si sposta sull’Italia, il quadro appare meno drammatico sul piano dell’accesso, ma tutt’altro che esente da criticità sistemiche. Il nostro Paese garantisce servizi idrici e igienico-sanitari sicuri a circa il 96% della popolazione, ma questo dato non deve indurre a sottovalutare le fragilità della rete e le disuguaglianze territoriali. In Italia, infatti, oltre il 40% dell’acqua immessa nelle reti viene disperso a causa di infrastrutture obsolete, con punte che in alcune aree del Mezzogiorno superano il 50–60% . Si tratta di una delle percentuali più alte in Europa, che evidenzia un paradosso: la disponibilità della risorsa non coincide con la sua effettiva accessibilità. Queste criticità si traducono in esperienze concrete di disuguaglianza. Secondo dati nazionali, milioni di cittadini sperimentano ogni anno interruzioni o irregolarità nell’erogazione dell’acqua, con una maggiore incidenza nelle regioni meridionali. In tali contesti, il peso organizzativo e gestionale dell’acqua ricade ancora prevalentemente sulle donne, riproducendo, anche in un Paese avanzato, schemi di divisione del lavoro che incidono sul tempo, sulle opportunità e sulla qualità della vita. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento spesso invisibile: la dimensione della governance. Studi recenti evidenziano come, anche in Italia, persistano barriere culturali e istituzionali che limitano la partecipazione femminile nei processi decisionali legati alla gestione delle risorse idriche, soprattutto nei ruoli tecnici e di leadership. La mancanza di dati sistematici disaggregati per genere in questo settore rappresenta essa stessa un indicatore di criticità, poiché rende difficile misurare e quindi affrontare le disuguaglianze esistenti. Il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua 2026, “Dove scorre l’acqua, cresce l’uguaglianza”, assume dunque un significato particolarmente attuale anche nel contesto italiano. L’acqua può diventare una leva straordinaria di giustizia sociale, ma solo a condizione che le politiche pubbliche adottino un approccio realmente inclusivo e basato sui diritti umani. Ciò implica riconoscere pienamente il ruolo delle donne non solo come utilizzatrici e custodi della risorsa, ma come protagoniste nei processi decisionali, nella progettazione delle infrastrutture e nella definizione delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici. Di fronte a sfide crescenti – dalla riduzione delle risorse idriche legata alla crisi climatica alla fragilità delle infrastrutture, fino alle persistenti disuguaglianze sociali – diventa urgente promuovere una visione dell’acqua come bene comune, da gestire in modo equo e sostenibile. In questo percorso, il coinvolgimento attivo di tutta la società è imprescindibile: istituzioni, comunità educanti, mondo produttivo e cittadinanza devono contribuire a costruire una cultura dell’acqua fondata sulla responsabilità condivisa. Il Coordinamento Nazionale Docenti dei Diritti Umani ribadisce il ruolo centrale dell’educazione nel promuovere questa trasformazione. Le scuole possono e devono diventare laboratori di consapevolezza, in cui si intrecciano diritti umani, sostenibilità ambientale e parità di genere, formando cittadini capaci di leggere la complessità del presente e di agire per un futuro più equo. Garantire l’accesso all’acqua, anche in un contesto come quello italiano, significa oggi non solo migliorare infrastrutture e servizi, ma affrontare le radici profonde delle disuguaglianze. Solo riconoscendo e valorizzando il contributo delle donne sarà possibile trasformare la gestione dell’acqua in uno strumento concreto di democrazia sostanziale, sviluppo sostenibile e giustizia sociale.   Redazione Italia
March 22, 2026
Pressenza
Giornata mondiale dell’acqua: un monito a non sprecare una risorsa preziosa
L’“oro blu” è prezioso non solo per le sue funzioni essenziali alla vita sulla Terra, ma anche perché non è illimitato né infinito. All’inizio di quest’anno il mondo è entrato nell’era della bancarotta idrica, e allora una gestione sostenibile di questa risorsa diventa ancora più fondamentale. Infatti, dove scarseggia, oltre alla condizioni di vita delle persone si aggravano le diseguaglianze. In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, le Nazioni Unite richiamano l’attenzione globale sul legame tra le risorse idriche e la parità di genere con il messaggio “dove scorre l’acqua, cresce l’uguaglianza”. interris.it/ ha chiesto a Flavio Accaino dell’Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale come possiamo gestirla e utilizzarla per soddisfare i bisogni di tutti, nel rispetto dei diritti e della sostenibilità ambientale. Perché è importante una giornata mondiale dell’acqua? “Per ricordarci l’importanza di questa risorsa, la necessità di non sprecarla e di renderla accessibile a tutti. A livello globale è evidente come esistano aree del pianeta in cui l’acqua viene utilizzata in modo poco sostenibile, mentre in altre la sua scarsità costringe le persone a percorrere molti chilometri per poterla reperire. Nelle regioni più povere questa attività è svolta soprattutto da donne e bambini e ha un forte impatto sulla loro vita quotidiana, limitando il tempo dedicato allo studio e al lavoro, oltre a incidere sulla loro sicurezza”. Quali sono gli effetti dello scioglimento dei ghiacciai? “Lo scioglimento dei ghiacciai, principalmente legato all’aumento globale delle temperature, comporta la perdita di importanti riserve di acqua dolce. Questi serbatoi naturali durante l’estate rilasciano lentamente acqua nei fiumi, contribuendo a compensare la scarsità idrica nei periodi più secchi e a mantenere in equilibrio il sistema idrico. Su scala globale, inoltre, contribuisce all’innalzamento del livello del mare, con effetti quali l’erosione delle coste e l’intrusione di acqua salata nelle falde acquifere”. L’acqua è una risorsa preziosa, ma l’effetto dei cambiamenti climatici aggrava il problema dello stress idrico. Come gestire la risorsa idrica in maniera sostenibile? “E’ necessario innanzitutto rendere più efficienti le reti di distribuzione dell’acqua, riducendo le perdite che in molte aree sono ancora molto elevate. È inoltre importante favorire la raccolta e lo stoccaggio dell’acqua piovana attraverso bacini e sistemi di accumulo. Infine, è indispensabile proteggere e conservare fiumi e falde acquifere, evitando fenomeni come l’inquinamento e il sovrasfruttamento delle risorse idriche. Per questo motivo un bilancio idrico lungo tutto il bacino di un fiume è sempre più indispensabile per una corretta gestione della risorsa acqua”. L’Italia è sempre più colpita da eventi estremi. Come prevenire disastri naturali quali alluvioni, esondazioni e allagamenti? “Il cambiamento climatico sta aumentando la frequenza e l’intensità degli eventi estremi anche da noi e per ridurre il rischio di disastri naturali è necessario intervenire con una pianificazione attenta del territorio e con opere di prevenzione, ad esempio rafforzando gli argini o intervenendo nei punti più vulnerabili dei corsi d’acqua. Allo stesso tempo è fondamentale evitare di urbanizzare aree che dovrebbero rimanere libere per consentire il naturale deflusso delle acque durante piogge intense. Le cosiddette soluzioni basate sulla natura, come il ripristino di zone umide o di aree di esondazione naturale dei fiumi, possono contribuire in modo efficace alla riduzione del rischio idraulico”. Negli ultimi anni si è parlato del cuneo salino in relazione alla crisi idrica del Po. Che problema rappresentano le ingressioni marine? “Portano acqua salata all’interno delle falde acquifere costiere, talvolta anche a diversi chilometri dalla linea di costa, e questo rende l’acqua non più utilizzabile né per il consumo umano né per l’agricoltura. Il fenomeno può essere causato sia dall’innalzamento del livello del mare, legato al cambiamento climatico, sia dal sovrasfruttamento delle falde, che riduce la pressione dell’acqua dolce sotterranea e facilita l’avanzata dell’acqua marina. Anche periodi di siccità intensa, che fanno diminuire l’apporto d’acqua dolce in mare, favoriscono le ingressioni di acqua salata, che trovano terreno favorevole lungo i letti dei fiumi”. In tempi recenti si stanno scoprendo falde d’acqua dolce sotto il mare. Possono aiutare a contrastare la crisi idrica? “Si tratta di risorse finora per niente o scarsamente sfruttate che, se gestite in maniera corretta, potrebbero contribuire ad aumentare la disponibilità di acqua dolce. Tuttavia è fondamentale adottare un approccio prudente e sostenibile: un eccessivo sfruttamento potrebbe favorire l’intrusione del cuneo salino e compromettere la qualità dell’acqua, mentre una gestione attenta permetterebbe di valorizzare queste risorse senza metterne a rischio l’equilibrio consentendo il loro sfruttamento a tempo indefinito”. Redazione Italia
March 22, 2026
Pressenza
Sei fermat3 a scopo preventivo a Brescia: ecco il nuovo decreto sicurezza
Nella mattinata di domenica 22 marzo a Rovato, in provincia di Brescia, in occasione dell’inaugurazione della 135esima edizione di Lombardia Carne, sei persone sono state identificate e fermate a scopo preventivo perché considerate possibili contestatrici dell’evento. Solamente una delle persone in questione è riuscita ad avvicinarsi al palco durante l’inaugurazione della fiera e ha scandito alcuni slogan, prima di essere circondata da forze dell’ordine, bloccata e portata via. Delle sei persone fermate, cinque in questo momento si trovano, con accuse pretestuose, alla stazione di polizia di Rovato, dalla quale ci arrivano notizie di ulteriori perquisizioni e inviti a spogliarsi completamente. È il quarto anno consecutivo che proteste colpiscono la fiera, quest’anno è stato il turno del collettivo antispecista mantovano No Food • No Science, “specializzato” nel disturbo di eventi organizzati e sponsorizzati dal settore zootecnico. Durante il taglio del nastro, alla presenza di tutte le autorità, un attivista si è avvicinato al palco dell’inaugurazione contestando l’evento. La fiera ha origini che risalgono all’età longobarda e oggi rappresenta una delle più importanti manifestazioni del settore zootecnico del Nord Italia. Si tratta di un settore sostenuto da fondi pubblici tramite la Politica Agricola Comune e, come mostrato dal documentario Food For Profit di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi, da un’attività di lobbying quotidiana a Bruxelles, che implica rapporti poco trasparenti tra politica, istituzioni e realtà come Copa-Cocega, la più influente organizzazione di agricoltori a livello europeo. Secondo i dati Eurispes del 2025, tuttavia, il 71,4% degli italiani si dichiara contrario agli allevamenti intensivi per uso alimentare. “Ci chiediamo chi e che cosa questa fiera rappresenti oggi. Come è possibile nel 2026, nel mezzo di una crisi climatica, con l’attenzione che siamo arrivati come società a riservare ai diritti umani e animali, dedicare una manifestazione alla rappresentazione concreta di quel sistema di allevamenti, che prospera in Pianura Padana, rendendo l’aria irrespirabile tramite l’emissione di ammoniaca e di polveri sottili”, dichiara Aldo Brun, 25 anni, uno degli attivisti coinvolti nel fermo preventivo. Valeria Bosio, bresciana, 17 anni, al quarto anno di contestazione della fiera, invitata ad allontanarsi dall’evento in quanto “persona non gradita”, mette in evidenza il coinvolgimento delle scuole della zona e ne sottolinea l’inadeguatezza di fronte ai problemi del nostro tempo: “Nella scuola che vorrei si parla di antispecismo, liberazione animale, alimentazione sostenibile e quindi vegana, non si portano intere classi a visitare una fiera di settore appellandosi alla tradizione del territorio. Crediamo che sia il tempo di mettere da parte la tradizione e di guardare al futuro, riconoscendo la fine del tempo del sistema allevamenti-mattatoi e la necessità più urgente che mai di un futuro vegetale“. COLDIRETTI E CONFAGRICOLTURA LIBERE DI PROTESTARE. L3 CITTADIN3 COMUNI, INVECE? Nel mirino quindi l’industria della carne, considerata da chi protesta anacronistica, ma anche le grandi associazioni di categoria che la tutelano e proteggono – Coldiretti e Confagricoltura – e che hanno un peso politico enorme nei palazzi del potere. A dibattito anche il diritto di protesta, minato ulteriormente dal Decreto Sicurezza recentemente approvato con una decretazione d’urgenza. Il collettivo, nella propria comunicazione, ha fatto esplicito riferimento alle proteste degli agricoltori a Bruxelles lo scorso dicembre e rivendicato il diritto di agire per mettere in evidenza un problema sociale, facendo notare come anche nelle modalità di protesta di Coldiretti rientri qualcosa di simile a quanto messo in atto negli ultimi anni dai movimenti ambientalisti o antispecisti, con l’importante differenza della mancata criminalizzazione del dissenso che li colpisce invece quotidianamente. Coldiretti aveva infatti usato letame a Bruxelles per protestare contro i tagli alla PAC al Parlamento Europeo. Un attivista che fa lo stesso, senza i mezzi economici di Coldiretti alle spalle, oggi, in Italia, rischia fino a 60mila euro di multa. Senza il letame, ma solo con il proprio corpo e un messaggio da inviare, si parla comunque di sanzioni amministrative di 10mila euro. LOMBARDIA: LA REGIONE – ALLEVAMENTO. MANTOVA E BRESCIA: PIÙ ANIMALI CHE ABITANTI Il collettivo No Food • No Science è attivo dal 2024 nel mantovano, dove ha colpito grandi eventi pubblici come Food&Science e Festivaletteratura, sponsorizzati da industrie zootecniche, e già due volte Palazzo Te con letame e farina, per mettere in evidenza il finanziamento di un salumificio dietro il più importante museo della città di Mantova. Non è la prima volta, tuttavia, che No Food • No Science agisce nel bresciano: solo pochi mesi fa, nel dicembre 2025, infatti, aveva interrotto il concerto di Natale sponsorizzato da Grana Padano a Desenzano del Garda, scatenando l’indomani la reazione del Consorzio di Tutela del noto formaggio, che aveva definito gli attivisti “servi sciocchi delle multinazionali del cibo monster”. La scelta di estendere la propria attività fuori dal mantovano è legata ad analogie molto forti tra i territori: le province di Mantova e Brescia sono accumunate da un dato impressionante: sono abitate da più animali non umani che umani. A Mantova parliamo di 18 animali allevati per ogni abitante, a Brescia di 10. Tuttavia, Brescia “ospita” più animali in valore assoluto: più di 12 milioni. I Comuni che detengono il record provinciale sono Calvisano con più di 23mila capi di bovini, 63mila suini e 538mila tra polli e cinque di galline ovaiole a ciclo e Ghedi con 18mila bovini, oltre a 73mila suini e più di 705mila avicoli, come riportato dall’inchiesta de Il Fatto Quotidiano “Lombardia, la regione – allevamento” dell’agosto 2024. Mantova e Brescia sono proprio il simbolo più spietato di un sistema che si regge sullo sfruttamento dei corpi animali, ignorandone l’etologia e i diritti fondamentali. Cartella foto e video (video edizione 2026, foto relative a contestazioni di edizioni precedenti): https://drive.google.com/drive/u/3/folders/1SVjWVMGes7S5a_5Yb4ZmB8W3OINzHkuz No Food • No Science https://www.instagram.com/nofood.noscience/       Redazione Italia
March 22, 2026
Pressenza
La perdita del bene comune “acqua”
Tra i principali «beni comuni» essenziali per la vita, un ruolo cruciale spetta all’acqua. L’acqua è una fonte di vita insostituibile per il funzionamento «sostenibile» del clima terrestre e, di conseguenza, dell’insieme delle attività umane e delle forme di vita sulla Terra. Negli ultimi tempi, abbiamo perso il bene comune acqua. Ci è stata rubato e noi stessi l’abbiamo trasformato in qualcosa di diverso, esterno a noi. Francesco, il santo di Assisi, non potrebbe più chiamare l’acqua  «sorella». La prima forma significativa di perdita del «bene comune pubblico » acqua è iniziata non appena l’acqua è stata trattata come «oro blu», in confronto al petrolio considerato fin dal XIX secolo «oro nero». Pensare all’acqua come «oro» significa capovolgere la concezione dell’acqua come «fonte di vita». L’oro è materialità, ricchezza, avidità, conquista, conflitti, violenza. E più l’oro è raro, più è appropriabile solo dai più forti. La sacralità dell’acqua cessa di essere espressa in riferimento alla vita. La perdita dell’acqua come bene comune è stata sancita a livello internazionale circa 50 anni fa con l’avvio delle politiche di adeguamento strutturale da parte del FMI e della Banca Mondiale, dopo la crisi del sistema finanziario internazionale tra il 1971 e il 1973, accompagnate da condizioni, una delle quali era la sottomissione della concessione dei prestiti alla privatizzazione del settore pubblico, in particolare l’acqua. Aver costretto i paesi del Sud ad affidare la gestione di beni essenziali per la vita alle «forze internazionali del mercato» ha avuto conseguenze nefaste, la più importante delle quali è stata l’accentuazione delle disuguaglianze tra Nord e Sud. (1) La grande svolta riguardante l’acqua è, tuttavia, avvenuta nel 1992-94 a partire dal Primo Vertice della Terra convocato dall’ONU nel 1992 a Rio de Janeiro. In occasione della Conferenza internazionale dell’ONU sull’acqua e l’ambiente tenutasi a Dublino nel marzo 1992 in preparazione del Vertice , la comunità internazionale ha approvato I quattro principi di Dublino sull’acqua, il cui 4° principio, il più concreto e politicamente influente, recita: «L’acqua, utilizzata per molteplici scopi, ha un valore economico e dovrebbe quindi essere riconosciuta come bene economico». (2 ) La Dichiarazione di Dublino precisa: « In virtù di questo principio è fondamentale riconoscere il diritto fondamentale dell’uomo all’acqua potabile e a un’igiene adeguata a un prezzo accessibile» Ciò significa che l’accesso all’acqua, anche se riconosciuto come un diritto, deve essere a pagamento! Basta con la gratuità dei diritti universali .(3) E poi continua: «Il valore economico dell’acqua è stato a lungo ignorato(…). Considerare l’acqua come un bene economico e gestirla di conseguenza, significa aprire la strada a un uso efficiente e a un’equa distribuzione di questa risorsa, alla sua conservazione e alla sua protezione». Ora,  secondo la concezione economica dominante, la gestione di un «bene economico» deve essere assicurata secondo i principi e i meccanismi del sistema economico capitalista di mercato. Da qui la diffusione in tutto il mondo dei processi di mercificazione, deregolamentazione, liberalizzazione, privatizzazione… Infine, la finanziarizzazione della natura completa l’opera di capovolgimento. Il principio della monetizzazione della natura è stato approvato dal Secondo Vertice della Terra (Rio+10) a Johannesburg nel 2002. Vent’anni dopo, a Montréal nel dicembre 2022, la COP15-Biodiversità dell’ONU ha ufficialmente sancito la finanziarizzazione della natura fondata sul principio che ogni elemento della natura debba essere considerato un «capitale naturale» e, quindi, un «bene finanziario», gestito secondo i principi e le logiche dei mercati finanziari globali. (4) Il percorso è stato lungo ma, nonostante l’opposizione di milioni di cittadini e di interi popoli, non solo indigeni (penso all’Italia dove, nel giugno 2011, il 97% dei votanti ha detto no alla privatizzazione dell’acqua, tramite referendum nazionale), (5) i «signori» del denaro sono riusciti finora a gettare alle ortiche il principio dell’acqua come bene comune pubblico, uno dei pilastri su cui era stata costruita «una buona società». È possibile rigenerare il bene comune pubblico mondiale acqua? Contrariamente a quanto scritto nella Dichiarazione di Dublino, si deve constatare che, trentacinque anni dopo, l’assoggettamento della gestione dell’acqua alle concezioni capitalistiche dell’economia e alle visioni tecnocratiche ha condotto l’Umanità e la Terra. Verso una Apocalisse idrica (6) Un recente rapporto dell’Università delle Nazioni Unite (UNU) parla, in termini più moderati, di Bancarotta idrica globale. (7)  Conosciamo le cifre schiaccianti, di cui una sola, la principale, è sufficiente: 4,4 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile in modo regolare, sufficiente e sicuro (da considerare insieme ai 4,5 miliardi di persone che non dispongono di alcuna copertura sanitaria di base)!  Abbiamo appena appreso che ora in Medio Oriente si sono verificati bombardamenti reciproci di impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare tra l’Iran, Israele  e gli altri paesi della regione. Eppure, tutti questi paesi dipendono per il 60-80% dagli impianti di desalinizzazione per il loro approvvigionamento di acqua dolce. Una situazione del genere non può durare. L’Apocalisse non può essere il futuro dell’umanità e della Terra. Segni di resistenza, di rivolta contro questo mondo si manifestano un po’ ovunque. Sì, il mondo cambierà, perché il desiderio di giustizia e di uguaglianza nella dignità e la forza della solidarietà e della pace sono come i batteri: non muoiono mai.   PS: Una versione più ampia e dettagliata contenente ulteriori dati numerici e note di riferimento è disponibile sul sito agora-humanite.org dell’Agora degli Abitanti della Terra   Note (1) Nonostante alcune riforme, le condizioni rimangono in vigore. Vedi https://www.cetri.be/Economies-du-Sud-toujours-sous, 2022 (2)https://www.google.com/search?q=Les+Quatre+principes+de+Dublin+cocncernant+l%27eau&oq (3) Per gratuità del diritto all’acqua potabile si intende la copertura dei costi da parte della collettività tramite le finanze pubbliche, come avviene per le spese militari (4)https://www.pressenza.com/fr/2023/02/cop15-biodiversite-et-financiarisation-de-la-nature/ (5) https://altreconomia.it/inchiesta-acqua-pubblica/ (6) 17 anni fa, in un articolo pubblicato su La Libre Belgique, avevo già parlato di “Apocalisse idrica”. Vedi https://www.lalibre.be/debats/opinions/2009/04/22/comment-eviter-lapocalypse-hydrique-OSWDTBYUWZDH3GMLYC763DOFZM/ (7) https://unu.edu/inweh/collection/global-water-bankruptcy   Riccardo Petrella
March 22, 2026
Pressenza