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Nuoro: studente di 18 anni, vittima di omicidio sul lavoro. Non è stata una fatalità
Oggi, 24 luglio, Fabrizio Pittalis, uno studente di soli 18 anni, è stato vittima di un omicidio sul lavoro. Abbiamo normalizzato così tanto lo sfruttamento da trovare normale che un ragazzo, che doveva ancora sostenere l’esame di maturità, venisse impiegato da un’azienda di stoccaggio e gestione dei rifiuti a Oniferi, in provincia di Nuoro. Secondo le prime ricostruzioni, Fabrizio è stato colpito alla testa dalla benna di un muletto guidato da un collega. Un collega che è a sua volta vittima di questa assurda normalizzazione: lo storico disprezzo per la vita di operai e operaie che caratterizza la classe padronale al vertice delle aziende, davanti al quale lo Stato non pone alcun argine. Ecco, se la notizia della morte di Fabrizio l’avessimo data noi, l’avremmo scritta così. In maniera molto più aderente alla realtà. Ma sui mezzi di comunicazione assistiamo alla solita normalizzazione: è tutto un fiorire di “tragedie” e “incidenti”, quando non addirittura di fatalità. In poche testate si chiedono la cosa più importante: cosa ci faceva uno studente che non ha ancora finito la scuola alle 6:30 del mattino in un impianto industriale di quel tipo? Fabrizio studiava all’Istituto Don Deodato Meloni di Oristano, che elenca tra i propri indirizzi quello agrario e quello alberghiero, insieme a odontotecnica e moda. Ma il mondo del lavoro oggi è questo, un ricatto quotidiano: prendi quello che c’è, magari solo perché ti aiuta a coltivare le tue passioni, come quella grande di Fabrizio per i cavalli. Nel 2025 sono state 27 le persone che, in Sardegna, sono uscite di casa per andare a guadagnarsi lo stipendio e che a casa non sono mai tornate. Ormai è normale accettare che il profitto valga più della sicurezza, che le nostre vite vengano sacrificate sull’altare del mercato e che la nostra incolumità sia considerata solo una spesa da tagliare. Come dice il nostro portavoce Giuliano Granato nel commentare la morte di Fabrizio: “In un Paese che ha introdotto l’omicidio nautico è indicativo che non esista ancora il reato di omicidio sul lavoro né una procura ad hoc.” Infatti, se almeno allo Stato e ai governi, quello attuale e quelli che lo hanno preceduto, fosse interessato qualcosa delle vite di chi lavorando manda avanti questo Paese, avrebbero già istituito questo reato. Avrebbero dato più poteri e strumenti sia agli ispettorati del lavoro sia alla figura di RLS, che rappresenta lavoratori e lavoratrici nei luoghi di lavoro proprio in materia di sicurezza. Avrebbero inoltre cancellato tutti i contratti precari che ci costringono ad abbassare la testa e ad accettare qualunque condizione. In questo momento a noi rimane solo da esprimere vicinanza alla famiglia di Fabrizio. Ma da subito, e come abbiamo fatto finora, continueremo a lottare e dare battaglia contro questa normalizzazione, perché le vite di lavoratori e lavoratrici contino e siano rispettate. Per la memoria di Fabrizio, perché nessuno e nessuna si trovi mai più nella terribile posizione del suo collega, per la nostra vita e per la nostra dignità. Potere al Popolo! – Cagliari Redazione Sardigna
July 24, 2026
Pressenza
L’insurrezione dei giovani è in corso
DAL 24 AL 26 LUGLIO, VENAUS OSPITA LA DECIMA EDIZIONE DEL FESTIVAL ALTA FELICITÀ. TRE GIORNI DI MUSICA, CULTURA E RESISTENZA NO TAV CON INIZIATIVE DEDICATE A GAZA, CAMBIAMENTO CLIMATICO, GUERRA, DIRITTO ALL’ABITARE, ANTIFASCISMO… CON MOLTI OSPITI E SOPRATTUTTO TANTI CONCERTI. MIGLIAIA DI RAGAZZI E RAGAZZE SARANNO IN VAL DI SUSA PERCHÉ IL FESTIVAL È UN LUOGO DOVE NON TROVA SPAZIO L’ARROGANZA DEL POTERE, DOVE È POSSIBILE COSTRUIRE RELAZIONI AUTENTICHE, QUALCOSA DI NON MERCIFICATO. “MI PIACE PENSARE CHE I RAGAZZI, NON ANCORA ESPROPRIATI DI UN IRREPRIMIBILE ISTINTO ALLA VITA E SPINTA ALLA FELICITÀ, DELLA PROPRIA NATURALE CAPACITÀ BIOLOGICA DI DISCERNERE COSA SIA VERO E AUTENTICO RISPETTO A COSA SIA FINZIONE, NON ABBIANO RINUNCIATO PER SEMPRE AL SOGNO E AL DESIDERIO, COME INVECE HANNO FATTO MOLTI DEI LORO GENITORI… – SCRIVE MATTEO ROSSI, RIPENSANDO AL FESTIVAL 2025 – CHE LE VALLI E I QUARTIERI DEL MONDO POSSANO ESSERE TANTE VALSUSE. PERCHÉ NELLE LORO LOTTE C’È GIOIA, SPERANZA, VOGLIA DI VIVERE…” Foto di Luca Perino, scattata al concerto di Francamente al Festival Alta Felicità 2025 -------------------------------------------------------------------------------- Il 25 e 26 luglio 2025 ho partecipato al Festival dell’Alta Felicità a Venaus, spinto ancora una volta dal coraggio, dalla caparbietà e dalla continua capacita di resistenza e ogni volta di rilancio del movimento No Tav. Mi piace pensare a una valle non normalizzata, non assuefatta, non domata che diventa epicentro di incontro, reciproco incoraggiamento e rafforzamento di tante lotte e territori. Sul treno a Porta Nuova incontro decine di ragazzi e ragazze con zaini, tende e sacco a pelo. La cosa mi mette allegria. Questa sensazione cresce mano a mano che ne cresce il numero. A Susa sono centinaia. E continuano ad arrivare… Riempiono i treni, riempiono le navette, stringendosi per lasciare posto ad altri. Molti si incamminano a piedi. A Venaus diventano migliaia…. migliaia di ragazzi e ragazze. Migliaia di tende colorate che gradualmente riempiono il prato pronto ad ospitarle. Sembra un sogno vedere tanti ragazzi insieme, in un paese di vecchi e depressi, la cui crescita demografica va sotto zero (questo dato da solo esemplifica l’andamento e la traiettoria della nostra civiltà). Mi chiedo cosa porti tanti ragazzi a essere qui. Forse si tratta di un fenomeno naturale, semplice e profondo allo stesso tempo. Come l’acqua di un fiume che esonda va spontaneamente, per un principio fisico, dove ci sono spazi liberi e ancora da colmare, allo stesso modo i ragazzi e le ragazze vanno verso luoghi non ancora occupati dall’arroganza degli adulti e del potere, luoghi dove c’è qualcosa di vero e autentico, qualcosa di non mercificato, a tratti magico, dove c’è spazio per esserci davvero coi propri corpi. Un luogo dove musica, lotta, natura, convivenza si mischiano e dove tutto non sia già previsto come in qualsiasi altro luogo dove il copione è già scritto, l’esito scontato e ogni dinamica sotto controllo. Il loro. E siccome non tutto è previsto, a Venaus c’è uno spazio per l’inaspettato: nel dipanarsi dei dibattiti, nel continuo evolversi del cielo e delle condizioni climatiche, nella persona che incontrerai nella lunga tavolata, nell’esito della marcia. Qui si tratta di scrivere insieme e per davvero una storia a più voci, si tratta di sentirsi parte di qualcosa di grande: di un’insurrezione in corso che ne contiene tante altre e che prende corpo… tanti corpi, tanti sorrisi, tanto coraggio. Scopri che assuefazione, rassegnazione, disincanto sono le più efficaci armi del potere per scoraggiare, per convincerci che tutto è inutile, che niente serve a niente, che ognuno è nessuno… Scopri che questa storia come altre sono vere e non scontate. Scopri che questa volta siamo tanti, tantissimi e tantissime. Tutti e tutte diversi e diverse, ciascuno e ciascuna unico e unica. C’è tanto rispetto e ognuno se la vive a suo modo. Chi chiacchiera in campeggio, chi partecipa ai tanti incontri sulla Palestina, sul lavoro, sulle lotte ambientali, sulla guerra, chi gioca a pallavolo, chi si sperimenta con acrobazie e giocoleria, chi ozia sulla amache, chi canta e balla all’arena, chi da una mano nei tendoni a fianco di chi potrebbe essere il proprio nonno o la propria nonna. Tante file ordinate davanti alla cucine, tanta attenzione alla pulizia dei prati e alla raccolta differenziata, segno di una disciplina interiorizzata e praticata. Ogni incontro è davvero piacevole e inaspettato. Storie di rappers che esprimono con le rime la propria rabbia, storie di precariato e di insoddisfazione delle prime esperienze nel mondo del lavoro, storie di fatica e di ricerca di senso nei percorsi universitari, storie di ritorno alla terra… in tutte c’è un rifiuto e una via a esso collegata che parla anche di ricerca e di speranza. Pochi smart e tecnologie, sono i ragazzi a insegnare ai propri genitori che ne sono schiavi, che tecnologia, social, intelligenza artificiale e algoritmi si dimenticano facilmente quando la cornice è ricca, libera e accogliente. Perché è tutta una questione di cornici. I ragazzi vivono gran parte della loro vita in cornici asettiche, artificiali, dove la finzione e il raggiro che stanno alla base del mercato, incidono anche sulle relazioni, dove tutto è un fatto statistico e tu sei strumento dello strumento, algoritmo di un algoritmo. Se ci sei o non ci sei non cambia nulla. Nessuno ti cerca o ti chiede come stai e come la pensi. Quando cambia la cornice e tutto diventa più vero, più naturale, più bello, più umano, cambiano anche le dinamiche, le relazioni, perfino lo stato d’animo e le espressioni del viso. Vuoi mettere la dimensione delle mensa di una scuola, con la cucina di un presidio NoTav? Sabato pomeriggio campeggio e tendoni si svuotano. In migliaia sono i ragazzi e le ragazze a scegliere di partecipare e di esprimere materialmente il proprio dissenso alla devastazione, coi propri corpi, noncuranti di rischi, decreti, repressione e dei tanti chilometri a piedi… C’è tanta allegria e determinazione: chi canta, chi è trascinato dai ritmi incontenibili e irriverenti della murga, “Toute le monde detest la police!”, “Sulle barricate sventola la bandiera dei notav”, “I popoli in rivolta scrivono la storia” “La Valsusa paura non ne ha”, “Non ci prenderanno mai i Cacciatori di Sardegna!”, “No tav fino alla vittoria”. E sono tante e tanti a partecipare alle azioni di sabatoggio dei cantieri, chi direttamente, chi indirettamente, chi a non sentirsi a proprio agio con queste pratiche, chi a dire che alcune azioni rischiano di far male all’ambiente che vogliamo difendere… ma se ne discuterà dopo. Tutte e tutti sono presenti. In migliaia! Non importa quante migliaia ma tutti e tutte convinti e convinte che non può essere l’ennesima marcia silenziata dai media e che migliaia di No al tav non possono passare ancora inascoltati e in sordina. Violento ed ecocida è chi si ostina a costruire e devastare rifiutando ogni forma di dialogo vero che non sia raggiro, convincimento e repressione a colpi di fogli di via, arresti, lacrimogeni, incendi dei presidi, sgomberi e tante tante bugie sul main stream. Il popolo notav continua a rigenerarsi. Ne reprimono dieci ne spuntano Sempre più giovani. All’indomani sermoni e processi in prima pagina su tutte le testate bempensanti del nostro bel paese: sono i ragazzi e le ragazze il problema, saranno loro i primi a essere copiti dal DDL 660 grazie alle irreprensibili indagini scientifiche del premiato corpo poliziesco. Il potere indignato: sarà fatta giustizia! Saranno i giovani notav il capro espiatorio di questo paese di politici, dirigenti, giornalisti, statisti falliti, lugubri, marci dentro, senza pudore e senza dignità. Mi chiedo: se avete raccontato solo gli incidenti forse quello serviva per accorgersi di migliaia di ragazzi che hanno detto un altro No alla TAV? A quanti e quali altri no si associa questo No che ne è simbolo? Perché non mettersi in ascolto? Non interrogarsi sul mondo che noi adulti e le generazioni prima di noi, abbiamo creato? Ci siamo accorti piuttosto di un paesaggio che si uniforma e impoverisce ogni giorno, di spazi di incontro e cultura che si chiudono, di nuove gabbie e prigioni che ogni giorno limitano le nostre libertà e speranze, di zone rosse che si costruiscono ovunque a difesa di chissachi, di militari per le strade, telecamere e forze di polizia ovunque, di un vuoto fatto di solitudine, ritiro sociale, antidepressivi, abbandoni scolastici, un deserto di possibilità e di orizzonti che avanza inesorabile mentre il mercato pervade e mercifica ogni ambito delle vite, volendo ogni ragazzo cliente assuefatto e obbediente? Anche alla guerra… Non si tratta di mettere un altro decreto (il primo emesso dal governo appena insediato è stato quello contro i rave…) o un altro dispositivo per il vostro controllo e la vostra sicurezza che crea sempre più insicurezze e infelicità, un’altra odiosa norma per rendere difficile incontrarsi, cucinare, fare musica e cose insieme, un altro ostacolo per incutere paura, per inibire l’intraprendenza, per imprigionare corpi e creatività e mortificare l’immaginazione. Non serve un nuovo software, non serve sostituire l’intelligenza artificiale al posto di quella quella ecologica e innata che ha bisogno di essere coltivata anziché sopita, non serve un nuovo algoritmo per esercitare il controllo e prevedere il futuro, un nuovo mondiale per club per inchiodarli a un monitor. I giovani scappano all’estero, si prendono spazi sui social, nelle montagne, nei quartieri, cercando dove non essere controllati, vanno in Romagna ad aiutare per le alluvioni senza chiedere permessi o doversi iscrivere o assicurare a protocolli nazionali. Se ne vanno all’estero a lavorare in posti e università migliori. Vogliono una scuola diversa da quella che li vede tutti i giorni seduti a un banco, tra quattro mura asettiche di cemento, in attesa di un insegnante motivato e di ruolo che dia senso e continuità ai loro studi. Non si mortificano a competere per il merito e non vogliono essere istruiti per essere occupabili al fine di procrastinare il sistema che porta inesorabilmente alla crisi climatica, alla guerra, all’estinzione della specie, alla catastrofe. A nulla servono le politiche attuate da politici disperati nei confronti del grande e crescente esercito dei NEET (Not in Education, Emplyoment or Trainng) che racconta di disagio, rifiuto e ritiro sociale. Politiche, programmi, bandi promossi da diversi enti pubblici e privati che non si pongono interrogativi sulla cornice sistemica da cui i ragazzi e le ragazze fuggono ma rappresentano tentativi ma di cooptazione, reinserimento forzato e reintegrazione in un sistema del lavoro putrido e ingiusto che non riesce a essere fonte di desiderio e nel quale i ragazzi non riescono a trovare spazi per esprimere le proprie capacità e a proiettare il proprio futuro e la propria felicita. Si tratterebbe per la politica e per la generazione di adulti e nonni che ha fatto nascere questi giovani, di attuare un profondo cambio di predisposizione, riconoscere il proprio fallimento, fermarsi, far crollare la grande prigione che abbiamo costruito ai giovani e a noi stessi. Credo che i ragazzi siano portatori di una profonda e invisibile saggezza. Sanno qualcosa che ancora non non si è trasformato in progetto ma forse stanno anche dicendoci che il disastro non può sempre essere razionalizzato e la soluzione non può essere quella pianificata a tavolino. Si tratta di rimettere tutto in discussione anche a partire dal proprio sentire, dalle proprie emozioni, quelle che senti dentro e quelle che, invisibili, accomunano il tuo gruppo. Ripartire da quello che ti libera facendoti stare bene, non da un progetto politico che alla fine forse ti libererà mentre ti aliena tutti i giorni. Ben oltre le categorie del materialismo storico e della lotta di classe, si tratta di partire dalle emozioni, dalla voglia di esserci qui ed ora e di cercare la propria forma di insurrezione… Se i sentieri si tracciano camminando, è il caso di tornare a camminare con la proprie gambe tenendosi stretta la preziosa sfiducia, la giusta diffidenza verso gli adulti, le istituzioni e i professionisti della politica (e non solo) che nel migliore dei casi ti prendono in giro. Cosa resta da fare ai propri genitori se non provare a stare meglio, essere più sereni, cambiare vita e lavoro e dare un esempio migliore ai propri figli? Mi piace pensare che i ragazzi, non ancora espropriati di un irreprimibile istinto alla vita e spinta alla felicità, della propria naturale capacità biologica di discernere cosa sia vero e autentico rispetto a cosa sia finzione, non abbiano rinunciato per sempre al sogno e al desiderio, come invece hanno fatto molti dei loro genitori. Credo che i ragazzi abbiano la saggezza di sapere dove andare, là dove possano decidere realmente cosa fare, come crescere, come uscire dall’assuefazione e dall’assurdità di una vita artefatta, al di fuori dal supermercato che ogni cosa mercifica e trasforma in feticcio, in un surrogato di qualcosa che sia umano e reale. Non serve l’intelligenza artificiale per simulare l’amicizia con un cane. Serve semplicemente un cane con cui fare amicizia! Spero che i ragazzi possano sperimentare e inventare percorsi per non essere risucchiati nella megamacchina, disumana, votata alla guerra e alla catastrofe. In che altro modo interpretare la presenza e la lotta di migliaia di ragazzi in Valsusa? Che le valli e i quartieri del mondo possano essere tante Valsuse, in grado di ospitare i corpi, il dissenso contro gli scellerati progetti del potere, le coospirazioni dei ragazzi e delle ragazze contro un modello e una civiltà che hanno perso e in cui non vale la pena vivere. Perché nelle loro lotte c’è gioia, speranza, voglia di vivere. Basterebbe sapere ascoltare: i ragazzi, i nostri pensieri, il nostro spirito, i 40° in cui ci tocca vivere… È l’ambiente stesso a dircelo in tanti modi e ciascuno di noi lo vede, lo sente tutti i giorni: non c’è più tempo! 10, 100, 1000 Valsuse che diano spazio a sogni, immaginazioni, percorsi di cambiamento e trasformazione del presente, per prefigurare presenti e futuri possibili. E che il mondo degli sconfitti, che ancora con la verità in tasca ci porta verso il baratro, anziché prendersela coi ragazzi, possa fare un passo indietro, mettersi in ascolto e cambiare in profondità. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI CHIARA SASSO: > Un’esperienza comunitaria grande come una valle -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’insurrezione dei giovani è in corso proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: bilancio di un venticinquennale molto speciale.
25. Solo un numero, una convenzione… E’ così importante che questo anniversario del g8 di Genova sia quello dei cinque lustri?… 24, 26, in fondo, che differenza fa? Eppure questo anniversario è diverso. Forse perché per questa scadenza convenzionalmente “speciale” si è voluta riprendere in mano con maggiore impegno una delle caratteristiche trascurate del g8 del 2001: il tentativo di argomentare e di fare proposte alternative. O forse perché il momento del confronto, dell’elaborazione e del ragionamento quest’anno si è svolto proprio nel Palazzo in cui gli otto “grandi” volevano ribadire che loro erano i padroni e noi i sudditi. O sarà stata l’indignazione per il genocidio a Gaza? L’esempio dei partecipanti alla Flotilla? La tracotanza dei fascisti? Le “nuove“ leggi repressive? Probabilmente tutte queste, e tante altre cose assieme. Ma è accaduto che domenica 19, sotto un sole che invitava ad andare ovunque, tranne che a camminare sull’asfalto di una città, migliaia di giovani si siano ripresi le strade di Genova. Il 19 luglio del 2001 si era svolta a Genova la marcia dei migranti, una delle prime volte in cui nuovi e vecchi italiani si erano allegramente mescolati in manifestazione, ignorando tutte le appartenenze. Nessun incidente di rilievo, tranne qualche faccia un po’ inquietante; ma l’allegria per le mutande stese dai genovesi per fare dispetto a Berlusconi avevano prevalso. Forse sono state le migliaia di giovani che il 19 luglio hanno attraversato le strade di Genova a rendere “speciale” anche il 20 in Piazza Alimonda. Non più solo l’incontro, giusto e doveroso, da parte di chi c’era; ma un ideale passaggio di testimone verso chi c’è oggi. E c’è rivendicando non solo i propri diritti, ma i diritti di quei sei miliardi (che ormai sono diventati otto miliardi) che cercarono allora di esprimere la propria indignazione verso i pre-potenti. “Anche se allora vi siete assolti, siete per sempre coinvolti”: il verso della Canzone del Maggio di De Andrè era solo una delle frasi più significative che i presenti in piazza Alimonda si portavano scritte addosso. Coinvolti con il genocidio di Gaza e con i tre morti al giorno sul lavoro; coinvolti contro le leggi sui migranti e contro i bassi salari; coinvolti contro la guerra. E poi la famosa “insicurezza”. Siamo insicuri, siamo insicure, dicevano e scrivevano i presenti in Piazza Alimonda. Se abbiamo un posto di lavoro, non siamo per niente sicuri di poterlo conservare. Dopo il “job act” chi viene licenziato/a senza giusta causa non ha diritto a riprendere il proprio posto di lavoro, ma riceverà una manciata di spiccioli. Se ci ammaliamo e non siamo ricchi, non siamo per niente sicuri di poterci curare. Le liste di attesa in sanità durano mesi, se non anni. Per chi ha soldi c’è la medicina privata. Per chi ne ha un po’ meno c’è l’intramoenia. Per chi è povero: “arrangiati”. Se andiamo al lavoro non siamo per niente sicur di tornare a casa la sera. In Italia muoiono ogni anno mille persone sul posto di lavoro. E fanno notizia solo se muoiono “in gruppo”, o se sono giovani donne, o sa le morte è particolarmente raccapricciante. Per gli altri, c’è il solito aggettivo: “inaccettabile”. Ogni tanto un’ora di sciopero. Ma l’indomani si torna al lavoro, e zitti. Se viviamo in zone a rischio sismico o idrogeologico, abbiamo ottimi motivi per sentirci insicuri. Le ultime frane sono state quelle di Niscemi, ma… saranno proprio le ultime? Quando respiriamo, non siamo per niente sicuri di respirare qualcosa di compatibile con la “salute”. Se è estate, i motivi di insicurezza sono legati al caldo anomalo, da anni, anche se esiste ancora qualcuno che si ostina a negare l’evidenza dei cambiamenti climatici. Non esistono piani di conversione dei combustibili fossili, accertati responsabili dei cambiamenti climatici. Ma si moltiplicano le iniziative repressive contro chi protesta. Sembra una beffa che ad ogni fermata d’autobus i display ci ricordino affettuosamente che è meglio che gli anziani e le anziane non escano nelle ore calde. Però si può lavorare fino a 70 anni… Se siamo giovani, l’insicurezza è il timore di non aver scelto il corso di studi “giusto” in grado diu garantire un posto di lavoro. Una volta ottenuto, l’insicurezza è mantenerlo, anche a danno della solidarietà e della collaborazione tra colleghi e colleghe Se siamo donne, il maggior motivo di insicurezza è statisticamente la persona che vive con noi, e che magari giura di amarci. Ma secondo le destre di tutte le sfumature, dal nero al grigio, l’insicurezza nasce dall’immigrazione. Secondo loro chi ci rende insicuri e insicure non sono il capitalismo, il patriarcato e i padroni. Sono le persone che stanno ancor peggio degli italiani che stanno peggio. E la soluzione non è “almeno un po’“ di giustizia sociale. E’ l’odio, il razzismo e la repressione. Piazza Alimonda è annualmente il luogo dove si ricordano le vittime della repressione: anche quella di uno stato che invoca la grazia per il gioielliere due volte assassino ma continua a torturare Alfredo Cospito, che non ha ammazzato nessuno ma non può tenere in cella nemmeno le foto dei suoi genitori. E a nessuno è sfuggito il collegamento tra la dignità dell’intervento dal palco delle figlie di Giuseppe Pinelli e la richiesta di verità e giustizia per l’ultima vittima della Repressioni di Stato, Abderrahim Fakir. Ormai è sempre più frequente che donne velate chiedano verità e giustizia accanto alle “nostre” madri e sorelle: ma l’ingiustizia rimane la stessa. Così, nell’esatto istante in cui Carlo è stato ammazzato, in una piazza ammutolita e commossa, si è aperto un enorme sudario con 18457 (diciottomilaquattrocentocinquantasette) nomi, rigorosamente scritti a mano: quelli dei bambini e delle bambine, ancora più piccoli di Carlo, assassinati da Israele a Gaza. Diciottomilaquattrocentocinquantasette, non diciottomila come a volte diciamo frettolosamente. Con nomi, cognomi e sogni che non diventeranno mai nomi, cognomi e sogni di persone adulte. di Norma Bertullacelli Redazione Italia
July 22, 2026
Pressenza
Love and fight. Ama e Lotta
A venticinque anni dal G8 di Genova, una scritta su un muro diventa il simbolo di una politica che nasce dall’amore per la giustizia e si traduce in conflitto contro ogni forma di dominio. Perché non c’è trasformazione senza indignazione, né lotta autentica senza umanità_   A Genova, come di certo da altre parti nel mondo, la politica si trova scritta sui muri. Forse avrete l’occasione di prendere il bus numero 17 dell’ AMT, Azienda Municipalizzata dei Trasporti, in chiara difficoltà di gestione. Andando in direzione Nervi, dopo il Pronto Soccorso dell’ospedale San Martino vi fermate alla stazione Europa 15/Piazzetta. Noterete una frase sul muro del condominio alla vostra destra. Una ringhiera con dei fiori, forse ricordo di una madre che ha perso il figlio proprio accanto e, quasi come un commento all’accaduto, le due parole citate. Love and Fight, in inglese. Ama e Lotta, tradotto in politica e dunque nella vita. Cade bene in questi giorni nei quali si è fatto memoria dei 25 anni dal G 8 di Genova e dell’alternativo ‘Genoa Social Forum’. Ama e fai ciò che vuoi, scrisse Sant Agostino nelle sue note ‘Confessioni’. Lottare è dunque una delle possibili messe in pratica del detto. Tutt’altro che ingenuo fu lo stesso Agostino di Ippona, Annaba nell’attuale Algeria, a strappare il velo ideologico della pax romana e mostra come quella pace sia stata costruita attraverso innumerevoli guerre di conquista. Un ordine dunque fondato sulla violenza e sulla sottomissione dei popoli. Perchè, scrive provocatoriamente Agostino, quando ‘Togli la giustizia che cosa sono i regni se non grandi bande di briganti?’. Proprio ciò che i giovani e gli adulti del Social Forum in questione affermarono all’inizio del millennio con la globalizzazione dell’esclusione. Vista l’assurda violenza delle forze ‘dell’ordine’ di quei giorni, l’dentità dei briganti si è vista confermata. Ama e lotta è pure ciò ha voluto lasciare come eredità scritta anche con la vita qualcuno che solo trasformato in mito poteva essere tradito. Si tratta di Ernesto ‘Che’ Guevara. ‘Essere duri senza perdere la tenerezza’, diceva. …’La rivolta è sempre un atto d’amore. Poiché lottare è per definizione spiacevole, ha dei costi psicologici e talvolta fisici enormi. Per questo non lo si fa se non si è spinti da grandi passioni. La lotta, che sia intellettuale o politico-sociale, non si origina se non si teme di perdere qualcosa di vitale, se non si sente la propria condizione come insostenibile e si vuole ardentemente conquistare e godere qualcos’altro’. Lo sottolinea Rosa Fioravante, ricercatrice, in un articolo pubblicato anni fa sul blog ‘striscia rossa’, nel commento al film sulla vita della famiglia del giovane Karl Marx. Nella frase scritta sulla parete del condominio, forse non casualmente, Love è scritto prima di Fight come a suggerire che la lotta, la rivolta, l’azione  sovversiva dovrebbe scaturire da una profonda passione per l’umano ferito e nascosto in tutti. La lotta, secondo la frase in esame, non è il frutto dell’odio, della cancellazione dell’altro e della sua umanità. Non è scritto ‘Hate et Fight’, Odia e Lotta…ma si usa il verbo Ama che, pur nella sua difficoltà interpretativa, insinua senza dubbio il rispetto dovuto alla dignità di ogni persona. In altri termini si potrebbe affermare che dinnanzi al ‘nemico’ o avversatio di classe non tutti i mezzi di lotta sono compatibili col primo dei verbi. Ciò, non significa affatto cadere nell’irenismo ingenuo che poi fa il gioco del sistema di dominazione. Non vogliamo altri buoni ‘giustizieri’che soli detengano la verità della storia e della politica. Gente che ha tutte le risposte anche quando sono cambiate le domande. Abbiamo invece bisogno di gente che tenga desta la speranza di un altro mondo possibile. E ancora sant Agostino sottolinea con saggezza e realismo come la speranza abbia due figli, Sdegno e Coraggio. Sdegno per la realtà delle cose e Coraggio per cambiarle. Per questo Neloson Mandela ha passato 27 anni in carcere! A Genova e forse anche altrove, la politica è scritta sui muri. Anche se non è la nostra destinazione potremo, quando lo sentiremo necessario, prendere il bus e poi sostare accanto alla fermata Europa 15/Piazzetta. Sulla parete troveremo ancora lo scritto Love and Fight. Ama e Lotta perchè solo così il mondo possibile è adesso.   Osservatorio Repressione
July 22, 2026
Pressenza
64˙000 bambini orfani nella Striscia di Gaza. Un progetto di intervento concreto
A Gaza, nel quasi totale silenzio dei media mainstream, si sono intensificati gli attacchi e la situazione è peggio che mai… La destra di Smotrich, Katz e i coloni intendono impadronirsi di Gaza e ricolonizzarla al più presto espellendo (o estinguendo) i palestinesi. I messaggi che riceviamo quotidianamente dalle/i gazawi attraverso il Comitato Un Aiuto per la Palestina ci dicono che bombardamenti e spari sono costanti. Mai avevamo ricevuto così tante notizie di uccisioni come in questi giorni. Dal piccolo “osservatorio” delle 40 famiglie sostenute dal Comitato giungono immagini di bambini uccisi, bambini rimasti orfani, alcuni del tutto soli. Tanti perdono amici e vicini. Alcuni scrivono di sentirsi vivi per caso, altri non rispondono al cellulare. Le condizioni di vita sono insostenibili, con un caldo a 42°, pochissima acqua, insetti, topi, malattie. Circola voce, a Gaza, che gli israeliani hanno dichiarato sui loro media di avere individuato 2000 “target” da colpire. Le persone sono spaventate, ma cercano (ancora) di agire. Mosbah continua a distribuire acqua sotto le bombe e Yousef a curare la scuola Il futuro nelle mani dei piccoli, che ha sospeso le lezioni, ma tiene attività estive. Chiedono di parlare di loro, di diffondere le loro foto e messaggi per rompere il silenzio e pretendere giustizia (in allegato tre foto ricevute), di sostenere i loro progetti. In questo periodo le voci delle piazze si sono affievolite, ma le nostre coscienze sono lucide e vive e continuano a interrogarci su quello che possiamo fare. Accogliendo la proposta di Mosbah Al-Halabi, la Scuola per la Pace si è impegnata a sostenere il progetto del Campo Bambini Orfani nel Nord di Gaza, così presentato: > La Striscia di Gaza sta affrontando una crisi umanitaria senza precedenti a > causa del genocidio in corso, che ha provocato una distruzione diffusa delle > infrastrutture, delle case e un massiccio sfollamento delle famiglie, che > vivono in condizioni insostenibili in tende, al freddo o al caldo torrido, in > condizioni igieniche terribili. > La mortalità violenta ha colpito il 56% dei bambini, delle donne e degli > anziani (dato pubblicato sulla rivista The Lancet, febbraio 2026). > I bambini sono stati tra i gruppi più colpiti: migliaia di loro hanno perso > uno o entrambi i genitori. > I dati riportati dal Ministero dello Sviluppo Sociale palestinese ad aprile > 2026 riferiscono di oltre 64˙000 orfani nella Striscia di Gaza, di cui oltre > 55˙000 avrebbero perso entrambi i genitori o il capofamiglia (breadwinner). > Nella cultura palestinese quando la famiglia è monoreddito è quasi sempre il > padre a provvedere al sostentamento economico. > Gli operatori sanitari hanno coniato l’acronimo WCNSF (“Wounded Child, No > Surviving Family”, ovvero “Bambino ferito, senza familiari sopravvissuti”) per > descrivere i bambini che hanno perso l’intera famiglia e che spesso sono > feriti a causa degli stessi bombardamenti in cui hanno perso i familiari; > frequentissime fra i bambini le amputazioni di uno, sino a quattro arti. > Ci sono poi migliaia di bambini non accompagnati che sono stati separati dai > genitori a causa dei continui spostamenti. Spesso vengono registrati negli > ospedali come “sconosciuti” o “bambini soli” in attesa di riconoscimento. > Molti di questi minori sono stati trovati feriti, intrappolati sotto le > macerie. > Gli orfani privi di una rete familiare sono i più vulnerabili alla fame > sistemica, all’assenza di cure e ad ogni forma di protezione (compresi gli > abusi sessuali). > Lo stesso Ministero sottolinea che gli orfani in Palestina, sia in > Cisgiordania che nella Striscia di Gaza, devono affrontare, oltre alla perdita > dei genitori, o di uno dei due, altre difficoltà: il rischio di povertà, > l’abbandono scolastico, l’accesso limitato ai servizi, nonché gravi > conseguenze psicologiche derivanti dalla perdita e dai ripetuti traumi subiti. > Il tessuto sociale e le istituzioni preposte alla tutela dei minori sono stati > in gran parte distrutti, il che significa che i bambini spesso devono fare > affidamento sulla famiglia allargata, sui vicini o su estranei per > sopravvivere. Sovente i bambini orfani vengono accolti dai parenti, magari dai > nonni, che però a loro volta faticano a procurarsi cibo a sufficienza e acqua > potabile, mettendo a dura prova risorse già limitate. > Molti bambini orfani vengono raccolti in centri di accoglienza che sono > sovraffollati e dove spesso vi è una grave carenza di cibo, acqua potabile, > assistenza medica e tende adeguate. Per le strade si vedono molti orfani, > soprattutto ragazzi, che cercano cibo o cercano di trovare, vendere o > scambiare oggetti per procurarsi i beni di prima necessità. Al momento gli > aiuti umanitari disponibili nella striscia sono pochissimi in quanto bloccati > da Israele ai valichi. > > La distribuzione geografica degli orfani nella Striscia di Gaza non è > uniforme, con alcune zone più colpite di altre. > Governatorato di Gaza (Gaza City): È l’area con la più alta concentrazione di > orfani, ospitando circa il 32,7% del totale dei bambini che hanno perso i > genitori. > Gaza Nord: Questa zona segue con un’alta percentuale di orfani (circa il > 22,5%), essendo stata teatro di intensi combattimenti, prima di essere stata > evacuata. > Khan Younis: Il governatorato meridionale ospita circa il 18,3% degli orfani. > Gaza Centrale e Rafah: Queste zone presentano percentuali inferiori rispetto > al nord ma comunque critiche, rispettivamente il 13,2% e l’8,2%. > > Dall’analisi della situazione che evidenzia la mancanza di una rete > strutturata in grado di proteggere i bambini orfani presenti a Gaza sono > emerse le seguenti criticità: > Fame sistemica – Gli orfani, privi di una rete familiare che possa procurare > cibo, affrontano quotidianamente una grave insicurezza alimentare e sono i più > vulnerabili alla fame sistemica. > Sistemi di supporto comunitario in difficoltà – Nonostante gli sforzi delle > organizzazioni locali e internazionali, la risposta umanitaria è gravemente > limitata e migliaia di bambini ricevono aiuti inadeguati o nessun aiuto. > Inoltre la mancanza di luoghi sicuri, la carenza di cibo, acqua e medicinali > rende problematica la creazione di reti di protezione strutturate. > Reti familiari allo stremo – Nella cultura palestinese, la prima linea di > supporto sono i parenti. Tradizionalmente, la famiglia allargata accoglieva > gli orfani, ma l’attuale povertà estrema e la perdita di più membri dello > stesso nucleo rendono spesso non possibile per i parenti sopravvissuti > prendersi cura di altri bambini. > Traumi psicologici estremi – La quasi totalità dei bambini di Gaza necessita > di supporto per la salute mentale. Molti soffrono di disturbi da stress > post-traumatico (PTSD), mutismo selettivo e ansia grave dopo aver assistito > alla morte dei propri genitori. L’impatto sulla salute mentale è enorme: > secondo le stime, quasi tutti i bambini di Gaza necessiterebbero di assistenza > psicologica e sostegno psicosociale. Sono frequenti i sintomi di stress > estremo, quali comportamenti aggressivi, ansia, angoscia, enuresi notturna, > insonnia, desiderio di morire, isolamento, comportamenti dello spettro > autistico, blocco della crescita evolutiva. > Carenza di assistenza medica – L’80% delle strutture sanitarie è danneggiato. > Molti orfani feriti, inclusi quelli che hanno subito amputazioni, non hanno > accesso a riabilitazione o cure adeguate. > Assenza di tutele legali – Il caos degli sfollamenti impedisce spesso > l’identificazione formale dei bambini, rendendo difficile l’inserimento in > programmi di affido o adozione. > > PROGETTO di INTERVENTO > Alla luce di quanto descritto sino ad ora, in relazione al contesto > emergenziale a Gaza e al carattere di immediatezza che richiede la situazione, > il Progetto che qui si propone intende sostenere un Centro di protezione per > gli orfani, già operativo, situato nella zona a Nord di Gaza, che presenta una > grave carenza delle risorse necessarie al suo funzionamento. > Strumenti di analisi utilizzati – L’analisi situazionale è stata fatta in > collaborazione con il Partner in loco e dove necessario integrata con i dati > reperibili su documenti e siti di organizzazioni locali e internazionali > Settore di intervento prevalente – Beneficiari diretti e analisi dei bisogni > del campo bambini orfani nel nord di Gaza. > > Il campo per bambini orfani nella zona nord di Gaza, che questo progetto > intende sostenere, ospita circa 217 bambini orfani di età compresa tra 0 e 18 > anni. In base agli aspetti problematici su delineati, il progetto mira a > fornire un sostegno concreto (cibo, acqua, tende, farmaci, materiale educativo > e ricreativo). > > AREE DI INTERVENTO > > – Alloggio: la maggior parte delle tende o delle abitazioni necessita di > riparazioni, alcune rischiano di crollare e l’elettricità è intermittente. > > – Cibo e acqua: non è garantita la disponibilità quotidiana di pasti nutrienti > e di acqua potabile in quantità sufficiente. > > – Sostegno psicosociale, psicologico ed educativo: i bambini soffrono di > traumi causati dalla perdita dei genitori e da condizioni di vita difficili, > senza poter accedere a servizi di assistenza psicologica o ad attività > ricreative. > > – Educazione: i bambini non sono iscritti a scuole formali e il materiale > didattico e i programmi educativi sono in gran parte assenti. > > – Salute: non vengono effettuati controlli sanitari regolari e le forniture > mediche sono limitate. > > Il progetto è previsto per un periodo di sei mesi, rinnovabile. > > Obiettivi Specifici: > • Fornire pasti nutrienti regolari ai bambini orfani. > • Garantire l’accesso all’acqua potabile pulita all’interno del campo. > • Offrire attività di supporto psicologico e sociale per aiutare i bambini a > elaborare i traumi. > • Fornire cure mediche di base e trattamento per i bambini malati. > • Istituire una tenda educativa temporanea per supportare l’apprendimento e le > attività didattiche. > > Attività del Progetto > 1. Supporto Alimentare – Fornitura di pasti regolari ai bambini che vivono nel > campo. > 2. Fornitura di Acqua Pulita – Approvvigionamento di acqua potabile sicura per > uso quotidiano. > 3. Supporto Psicosociale – Sessioni di gruppo, attività ricreative e programmi > di supporto emotivo. > 4. Supporto Sanitario – Visite regolari effettuate da idoneo personale > sanitario, fornitura di medicinali di base e trattamento per i bambini malati > e, ove possibile, invio dei casi gravi a strutture specializzate. > 5. Tenda Educativa – Allestimento di una tenda per l’apprendimento dotata di > materiali didattici di base e organizzazione di attività educative. > > Risultati Attesi > • Miglioramento delle condizioni nutrizionali per 217 bambini orfani. > • Parziale riduzione dello stress psicologico attraverso attività psicosociali > strutturate. > • Accesso affidabile all’acqua potabile pulita nel campo. > • Garanzia di controlli sanitari e supporto medico essenziale per i bambini > malati. > • Accesso all’istruzione di base e opportunità di apprendimento tramite uno > spazio educativo temporaneo. > > Implementazione e Monitoraggio > Il progetto sarà implementato nel Nord di Gaza dal team del campo umanitario, > con il sostegno di Mosbah Al-Halabi, volontario per il Comitato Un aiuto per > la Palestina e collaboratore dell’Associazione Al Amal di Gaza. > Le attività saranno monitorate regolarmente e documentate tramite rapporti, > foto e aggiornamenti sul campo per garantire trasparenza e rendicontazione nei > confronti del Comitato proponente e di eventuali altri soggetti che aderiscano > e/o sponsor del progetto. > > Budget, valutato insieme ai gazawi coinvolti nell’attuazione del progetto > > CATEGORIA DI SPESA IMPORTO STIMATO (EURO) > Cibo e pasti 9.000 > Fornitura di acqua pulita 3.000 > Attività di supporto psicosociale 3.500 > Cure mediche e medicinali 3.500 > Tenda educativa e materiali 2.500 > Costi operativi e amministrativi 1.500 > Totale 23.000 > > Il Comitato ed il team gazawi continueranno a cercare ulteriori partnerships e > opportunità di finanziamento, sia per attivare il progetto che per mantenere > il supporto ai bambini orfani nel campo ed aumentare i servizi necessari. > > Conclusione > Questo progetto rappresenta una risposta umanitaria urgente a sostegno dei > bambini che hanno perso le loro famiglie durante la guerra a Gaza. Grazie al > generoso supporto dell’organizzazione donatrice, il progetto contribuirà a > restituire dignità, speranza e stabilità ai bambini orfani che vivono in > circostanze estremamente difficili. > > Informazioni sul progetto > Nome del progetto : Supporto per i bambini orfani del nord di Gaza > Donatore : Un aiuto per la Palestina > Team implementatore : Team umanitario Mosbah Al-Halabi > Sede : Nord di Gaza / Campo per bambini orfani (under 18) > Durata : 6 mesi > Numero di beneficiari : 217 bambini orfani > Budget totale : 23.000 euro > > Donazioni: > Satispay > – https://web.satispay.com/download/qrcode/S6Y-SVN–19FF359D-701C-4FB9- > A522-F50008F5E53E?locale=it > Bonifico bancario – Iban IT76A0883301003000000013283; destinatario Un aiuto > per la Palestina; causale Campo orfani Gaza. La Scuola per la pace Torino e Piemonte
July 21, 2026
Pressenza
(Perù) Attivisti della Generazione Z: dall’indignazione all’organizzazione
Determinati a «prendere il toro per le corna», lunedì 20 presso il Congresso della Repubblica, diversi attivisti della Generazione Z (GZ) hanno inaugurato l’organizzazione «Legado Nacional Unido», con l’obiettivo di responsabilizzare i giovani nella vita politica e nelle questioni pubbliche del Paese. Questa iniziativa si aggiunge alle organizzazioni, agli accordi e alle piattaforme che costituiscono il tessuto sociale attuale del Paese e che si sono unite nell’impegno per il bene comune. La cerimonia e la firma dell’Atto Costitutivo dell’organizzazione giovanile «Legado Nacional Unido» si sono svolte nell’Auditorium Alberto Andrade del Congresso della Repubblica e sono state condotte dai membri del Consiglio istituzionale: Yackov Solano, attivista sociale della Generazione Z e del Parlamento dei Giovani; l’attivista politica Flavia Nestares; Josué Ramos, attivista nel settore audiovisivo e membro del Parlamento dei Giovani; nonché Caroline Buitrón, comunicatrice e attivista. PARTECIPAZIONE POLITICA ATTIVA DEI GIOVANI Nel dare il via all’evento, Yackov Solano ha sottolineato che l’organizzazione giovanile «Legado Nacional Unido» nasce in risposta al profondo deterioramento della vita democratica che il Paese sta vivendo negli ultimi anni. «Siamo stati testimoni di una crisi politica caratterizzata dall’erosione delle istituzioni democratiche, dalla promozione di norme che favoriscono l’impunità, dall’indebolimento dello Stato di diritto e dalla crescente polarizzazione e allontanamento dei cittadini dalla politica, in particolare dei giovani. La nostra generazione è cresciuta in un contesto di mobilitazioni sociali, incertezze e ripetute promesse non mantenute. Di fronte a questa realtà, ci impegniamo a trasformare l’indignazione in organizzazione, in una partecipazione politica attiva, responsabile e democratica. Con questa convinzione abbiamo costituito l’Organizzazione Giovanile “Legado Nacional Unido” come piattaforma per formare una nuova generazione di leader impegnati al servizio del Paese e alla costruzione di una democrazia più solida, inclusiva e partecipativa. L’Organizzazione è un movimento sociale e politico composto da giovani provenienti da tutte le regioni del Perù, che credono nella capacità della nostra generazione di promuovere lo sviluppo del Paese attraverso il dialogo, il rispetto per la democrazia e la partecipazione civica, nonché il riconoscimento delle diversità che caratterizzano la nostra nazione». Da parte sua, Josué Ramos ha dichiarato: «Noi giovani spesso diciamo “siamo delusi dalla politica”, ma dobbiamo renderci conto che sono i politici stessi a farci deludere da loro. Dobbiamo migliorare il Paese, e dobbiamo farlo fin da ora, perché noi siamo il futuro, ma anche il presente che plasmeremo non solo per noi stessi, ma anche per i nostri figli e le generazioni future». SOSTEGNO DEI MEMBRI DEL CONGRESSO E DEL CNDDHH I giovani membri dell’organizzazione e i partecipanti all’evento hanno ricevuto il sostegno dell’ex candidato alla presidenza della Repubblica, Mesías Guevara; di Ruth Luque, deputata e senatrice designata; di Ana Aguilar, rappresentante delle popolazioni indigene di Juliaca, Puno; di Diego Pomareda, avvocato costituzionalista; di Germán Vargas, segretario esecutivo della Coordinatrice Nazionale per i Diritti Umani (CNDDHH); e di altri ancora. L’evento si è concluso con la firma di un Atto Costitutivo, sottoscritto sia dai membri del Consiglio sia dagli ex membri del Congresso e dai rappresentanti delle istituzioni che difendono i diritti umani, sociali e politici. «Questo atto costitutivo, questo atto di fondazione, rappresenta un primo passo verso l’istituzionalizzazione dell’organizzazione dei giovani che vogliono lavorare per il Paese, e questo è molto prezioso. Credo che sia innanzitutto la via verso l’istituzionalizzazione. In secondo luogo, non abbiamo paura, impegniamoci nelle questioni pubbliche, nella politica, e costruiamo quel Paese che tanto sogniamo. E un’altra cosa molto importante che avete detto: non possiamo essere neutrali in un Paese in cui viene violata la dignità della persona. Non c’è spazio per la neutralità. Noi prendiamo posizione a favore della vita, a favore della dignità di tutte, di tutte le persone», hanno sottolineato i membri del Congresso a sostegno dell’organizzazione. Redacción Perú
July 21, 2026
Pressenza
Perù: «Non ci arrenderemo finché la modifica alle borse di studio non verrà archiviata»
La lotta per un’istruzione inclusiva continua ad essere portata avanti dagli studenti, dai borsisti e dagli ex borsisti del Programma Nazionale di Borse di Studio (PRONABEC), che stanno ora organizzando una veglia permanente davanti alla sede del Ministero dell’Istruzione, situata nel distretto di San Borja, nella città di Lima. «Non ci arrenderemo, resteremo qui, mentre nel contempo continuiamo il dialogo con la presidente eletta», hanno affermato. Bryan Melgar, rappresentante del Fronte Nazionale dei Borsisti del Perù (FRENABEP), ha rilasciato alcune dichiarazioni a Pressenza durante il picchetto che decine di studenti, borsisti ed ex borsisti del PRONABEC hanno deciso di mantenere, chiedendo che questo governo (o quello entrante) archivi il progetto di modifica del Regolamento della Legge n. 29837, che snatura l’accesso all’istruzione per i giovani di talento ma in condizioni di vulnerabilità economica. «Questo governo ha deciso di ignorare la nostra richiesta, la nostra rivendicazione. Ha emanato una risoluzione ministeriale che proroga la consultazione pubblica di altri 30 giorni; in un certo senso è un risultato, ma è anche un modo per lavarsene le mani e lasciare il problema al prossimo governo. Quello che chiediamo è che questo governo si assuma le proprie responsabilità e, fin da ora, archivi questa risoluzione ministeriale, rendendola nulla», ha dichiarato Melgar in mezzo agli studenti in veglia. Il rappresentante del FRENABEP ha inoltre segnalato che, sebbene il periodo di consultazione pubblica sia stato esteso a 30 giorni, esso non ha avuto un’adeguata diffusione: «L’hanno pubblicato solo sul loro sito ufficiale, non l’hanno nemmeno pubblicato sui social network o su altri mezzi di comunicazione più vicini ai borsisti», limitando così la partecipazione civica delle persone coinvolte nella modifica normativa. EPURAZIONE DEI BORSISTI Attualmente il PRONABEC assiste 60.000 borsisti universitari e 283 di dottorato. Le modifiche che lo Stato peruviano intende apportare al programma di borse di studio sono considerate dagli studenti come una «snaturazione del programma». Pertanto, con la nuova normativa, i borsisti non potrebbero manifestarsi liberamente, poiché correrebbero il rischio di perdere la borsa di studio. Non potrebbero nemmeno ripetere gli anni di corso, né cambiare corso di laurea, e verrebbe loro revocato il sostegno psicologico-emotivo. «Il sistema che gestiscono è troppo rigido e poco attento alla realtà dei giovani e dei borsisti. Ecco di cosa stiamo parlando. C’è qualcosa che stanno gestendo, internamente, che potremmo definire una “epurazione dei borsisti”. Per loro siamo solo una spesa. Da dicembre, con la Beca 18, le borse di studio sono state praticamente tagliate, perché senza soldi non ci sono borse di studio. Di chi è la colpa? Non si è mai saputo. Ma delle 38.000 borse di studio promesse, non sono mai esistite. Da lì hanno persino avviato un processo di snaturamento, la cosiddetta riorganizzazione del Programma Nazionale delle Borse di Studio. Potremmo dire che si tratta di un vero e proprio processo, di un’iniziativa volta a snaturare l’attuale sistema di borse di studio e a trasformarlo in un altro tipo di sistema. Al settore dell’istruzione, a quanto pare, non interessa. Hanno già iniziato, da tempo, a tagliare i bilanci, per miliardi. Per questo ne stanno soffrendo tutte le università pubbliche e private, gli istituti, a livello nazionale. Ciò che stanno causando è semplicemente tagliare i sogni, stroncare l’istruzione del Paese. Modificando l’intera legge sul Programma Nazionale delle Borse di Studio, stanno cambiando i corsi di laurea, i corsi post-laurea, i crediti, l’intero numero di borse di studio esistenti. Stanno cambiando tutto, a loro piacimento, senza una vera consultazione, senza coordinamento con i giovani e con i borsisti”, ha denunciato Bryan Melgar. SOSTEGNO DA PARTE DEGLI STUDENTI E DEI CITTADINI I manifestanti accampati davanti al Ministero dell’Istruzione sottolineano che continueranno la veglia permanente fino a quando non otterranno una risposta dall’attuale governo o da quello entrante, a partire dal prossimo 28 luglio. La richiesta dei borsisti ha ricevuto il sostegno delle federazioni universitarie di Lima e Callao, nonché dell’Università Cattolica e dell’Università Cayetano Heredia. Inoltre, nel caso delle università prive di federazioni, hanno ricevuto il sostegno delle associazioni studentesche, come quelle dell’Università Científica, dell’UPC, dell’Università Ruiz de Montoya e di altre a livello nazionale. Redacción Perú
July 20, 2026
Pressenza
Dalle Marche se ne sono andati oltre 28.000 giovani in sei anni
Dal 2020 al 2026 nelle Marche è scomparsa all’anagrafe una città grande quanto Fabriano.  Ma a parte il centro studi della CISL Marche, non se n’è accorto nessuno. O peggio, chi dovrebbe accorgersene, la cosiddetta ‘classe dirigente’, preferisce costruirsi un’altra narrazione.  Sono due Marche diverse, quelle fotografate da una parte dal rapporto CISL Marche 2025, presentato ad Ancona il 17 luglio, e quelle della kermesse organizzata dal Corriere Adriatico il giorno prima sulla Riviera del Conero.  Qui, al SeeBay Hotel, si è avvicendata ai microfoni tutta l’attuale dirigenza istituzionale ed economica della regione, per parlare di “Destinazione crescita. Infrastrutture, credito, imprese e connessioni per il futuro delle Marche”.  Prima del buffet a bordo piscina, l’idea della crescita della regione può essere ben sintetizzata dall’intervento del fabrianese Francesco Casoli, uno dei più importanti imprenditori delle Marche, con alle spalle un settennato senatoriale con Berlusconi. Chiamato ad intervenire nel panel “Cammini, turismo e percorsi nelle Marche”, rispetto all’idea della ricerca di un nuovo modello economico, basato anche sul turismo di nicchia, ha concluso, tra gli applausi scroscianti della platea, con “Non sottovalutiamo i fricchettoni, perché sono un asset”.   Poi, lontane dal mainstream, ci sono le Marche più reali e sobrie del rapporto del sindacato regionale, fatto di numeri che analizzano tutti i settori della vita quotidiana dei marchigiani.  Andando a guardare i dati della fascia anagrafica (0-34 anni) più lontana da quella platea prevalentemente maschile e gerontocratica convocata dal Corriere Adriatico, emerge un quadro di estremo allarme, che parla del presente; dal quale l’attuale classe dirigente marchigiana è lontana; se, per inazione, non risulta decisamente ostile. Scorrendo il report, al 1° gennaio 2025 nelle Marche risultano residenti 460.415 cittadini di età compresa tra 0 e 34 anni, di cui 58.566 cittadini stranieri residenti (il 12,7% del totale dei giovani residenti). La presenza di quest’ultimi è più elevata nelle fasce adulte, soprattutto 30-34 anni (16,7%) e 25-34 anni (16,3%), mentre è più bassa tra i 6-16 anni (10,4%).  Questo profilo suggerisce che la componente straniera svolge già oggi una funzione di compensazione demografica e occupazionale, soprattutto nelle età più direttamente legate al lavoro e alla formazione familiare. Inoltre, mentre gli stranieri più giovani calano, la fascia 15-29 straniera cresce del 2,6% tra il 2019 e il 2025: è un segnale importante, perché proprio nel segmento che nelle Marche tiene meglio sul totale giovanile, la componente straniera contribuisce alla tenuta. Non è quindi un fenomeno periferico, ma una leva strutturale.  Per quanto riguarda la situazione occupazionale, gli occupati con età compresa tra 15 e 34 anni nelle Marche sono 139.473. Il 19,1% nella fascia d’età 15-24, l’80,9% in quella 25-34. Spicca la differenza tra il 2024 e il 2025, quando è evidente una sensibile riduzione del numero degli occupati, specie nella fascia d’età 15-24 anni. Altro dato interessante è che si registrano 33.876 giovani NEET (non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione) in età compresa tra 15-34 anni; il fenomeno è in crescita negli ultimi 2 anni.  Il quadro generale che emerge dal Report è quello di un “peggioramento selettivo” legato alla divergenza tra giovani e popolazione generale. Il mercato del lavoro marchigiano non sembra in una situazione di crisi generale, ma è in atto una segmentazione generazionale crescente, dove i giovani sono appunto la componente più fragile. Per quanto attiene ai livelli di istruzione nel 2024 tra la fascia di età 25-34 anni, il 15,6% aveva un titolo di primaria e secondaria inferiore, il 51,1 %di secondaria superiore, il 33,3% di laurea e post laurea. Rispetto alla media italiana e alle regioni del Centro Italia, spicca il dato che vede le Marche in testa nella percentuale di persone con diploma di tecnico superiore ITS o di titolo di studio terziario di primo livello. Ottima anche la performance relativa alla percentuale di persone che hanno conseguito il titolo di studio Universitario o il Dottorato di ricerca. Significativo il dato degli occupati sovraistruiti laureati, con età tra 25 e 64 anni, che nel 2025 per le Marche è il più elevato della media nazionale, del centro Italia e delle regioni di riferimento.  Nei cicli scolastici, il sistema appare efficiente: bassa incidenza di ripetenze (inferiore alla media nazionale) e buoni livelli di competenze di base (secondo posto dopo l’Umbria). Anche la dispersione precoce nelle scuole medie è contenuta. Tuttavia, emergono segnali contrastanti: nelle scuole superiori il tasso di ripetenza resta significativo (5%); l’uscita precoce dal sistema educativo (9,1%) è superiore alla media del Centro Italia, avvicinandosi al dato nazionale. Questo indica una fragilità nella fascia adolescenziale, dove parte della popolazione studentesca fatica a completare il percorso. Ma il dato clamoroso, quello da ‘allerta rossa’ se usassimo un termine da Protezione Civile, è quello che riguarda i cambi di residenza e il saldo migratorio. Negli ultimi sei anni le Marche hanno perso oltre 28.000 residenti tra 0 e 34 anni (per l’appunto una città delle dimensioni di Fabriano). E secondo le proiezioni demografiche, potrebbero perderne oltre 100.000 entro il 2050, con conseguenti rilevanti sul mercato del lavoro, sulla sostenibilità del welfare e sulla competitività del sistema economico regionale.  Sono numeri che suggeriscono che le Marche non crescono per attrattività interna, ma per dinamiche migratorie internazionali, sulle quali incide una componente di popolazione, appunto quella straniera, che esprime titoli di studio di livello mediamente più basso. Il vero problema marchigiano è la perdita di italiani (soprattutto verso l’estero); il punto critico è ovviamente la “fuga” dei laureati. Il tasso di mobilità dei laureati marchigiani denota una perdita di capitale superiore alla media nazionale e del centro Italia, nonché di Toscana ed Emilia Romagna. La minor presenza di opportunità qualificate di lavoro genera il fenomeno della fuga, che impoverisce il tessuto produttivo generando a sua volta minori future occasioni per i giovani. Il problema centrale riguarda la competitività. Le Marche non trattengono talenti e non competono con mercati esteri. Il rischio strutturale è che nel lungo periodo si verifichi un impoverimento del capitale umano e un rallentamento della crescita economica.  C’è però un’opportunità nascosta: la presenza di stranieri può diventare un asset se integrata e valorizzata. Ma le Marche in questo, dati alla mano e fenomeni di cronaca recenti, così come il resto d’Italia, è una regione in cui le persone straniere, ma anche i nativi di seconda generazione, sono quotidianamente razzializzati. Finora l’intervento della Regione Marche a guida Fratelli d’Italia dal 2020, e quindi responsabile anche dei dati registrati dal rapporto CISL Marche, si è limitato al recente bando con una dotazione iniziale di 500.000 € “per inserimento stabile di competenze qualificate nelle imprese rivolto ai giovani”; il solito ‘aiutino’ alle imprese. Ma non direttamente ai giovani. Per loro le politiche del lavoro sono state delegate ad Amazon, niente politiche per la casa, per la mobilità pubblica, per il diritto allo studio, la salute, l’integrazione; anzi, per quest’ultimo aspetto, la risposta politica ed istituzionale è semplicemente securitaria e poliziesca, con la recente delibera di giunta regionale “Marche sicure”.  Se queste sono le risposte politiche ed istituzionali per invertire il fenomeno del trasferimento in sei anni di oltre 28.000 marchigiani over 34 in altre regioni e all’estero, nelle Marche, nei prossimi anni, non ci verranno, nonostante la proposta dell’imprenditore fabrianese Francesco Casoli, neanche i ‘fricchettoni’; sarebbero esposti sicuramente ad un fermo identificativo di polizia.    Leonardo Animali
July 18, 2026
Pressenza
47 giorni di protesta a Tirana: la voce degli studenti
Ieri sera la Rivoluzione dei Fenicotteri è arrivata al suo quantasettesimo giorno. Il presidio si è via via ingrandito e il corteo che ogni sera segue un diverso itinerario per le vie di Tirana era formato da migliaia e migliaia di persone. Oggi però alcuni giovani hanno inscenato una performance vestiti da neo laureati con il tradizionale copricapo e un mantello nero. Diamo quindi a loro la parola traducendo i loro cartelli. Mi sono laureato: all’Accademia di Polizia, ma la decisione della commissione mi ha bloccato; in Giurisprudenza, ma un raccomando ha preso il mio posto; in Ingegneria, ma l’amico del Ministro ha ottenuto l’incarico al posto mio; come ingegnere forestale, ma le foreste sono diventate resort; in Scienze Politiche ma la burocrazia mi dava davvero sui nervi; in Finanza, ma devi accettare che 5×4=25 in Sicurezza Informatica, ma le spie del Partito mi sono passate avanti; in Urbanistica, ma le società straniere si sono aggiudicate i progetti; come attore, ma non posso permettermi il costo della vita; in Architettura, ma il figlio del sindaco ha ottenuto l’incarico al mio posto; in Marketing, ma il Primo Ministro ha nominato un altro al mio posto; come insegnante, ma una bustarella ha deciso per me; in Belle Arti, ma il nepotismo mi è stato di ostacolo; come Giornalista, ma la stampa non è libera; in Legge, ma il figlio di un criminale ha ottenuto il posto che sarebbe dovuto spettare a me; in Relazioni Internazionali, ma la posizione è stata presa dalla figlia di un oligarca; in Storia e stiamo scrivendo la Storia proprio ora. Mauro Carlo Zanella
July 17, 2026
Pressenza
La “giusta misura” della propaganda di “la Repubblica” per TELT
Dal sito NoTav.info pubblichiamo il comunicato prodotto dal movimento, in risposta ad un servizio giornalistico de “la Repubblica”, con il quale – nella visita effettuata al cantiere della TELT  – si racconta lo stato dell’arte dei lavori dell”impresa coinvolta nella realizzazione  del progetto sull’Alta  Velocità in quel di Val di Susa[accì]    Confessiamo una certa invidia. Non capita tutti i giorni di vedere un reportage trasformarsi, senza quasi che il lettore se ne accorga, in un opuscolo promozionale. Nell’articolo che Repubblica dedica al cantiere della Torino-Lione a firma Beniamino Pagliaro non manca nulla: gli eroi, la montagna da conquistare, il futuro radioso, i cattivi e perfino la morale finale. Se non fosse per la testata in cima alla pagina, potrebbe tranquillamente essere una pubblicazione di TELT. Il problema non è raccontare un cantiere, è più che legittimo farlo ci mancherebbe. Il problema è farlo cancellando il conflitto che quel cantiere rappresenta da oltre trent’anni e tutte le sue contraddizioni, chiare e alla luce del sole. Entrare nel cantiere «restituisce la giusta misura», scrive il giornalista. Curioso. Fino a quel momento pensavamo che la misura di un’infrastruttura la dessero i dati, i costi, i benefici, gli impatti ambientali e il confronto democratico. Scopriamo invece che basta una visita guidata organizzata da TELT per trovare quella “giusta”. È questo, in fondo, il cuore dell’articolo. Ancora più sorprendente è il passaggio in cui leggiamo che «è l’uomo che chiede spazio alla natura, si fa strada con la forza dell’ingegno». Sembra di leggere un cinegiornale dell’Istituto Luce. L’uomo che piega la montagna. La natura che deve farsi da parte. L’esplosivo come simbolo del progresso. Solo che siamo nel 2026. Mentre le Alpi perdono ghiacciai, le estati diventano ogni anno più torride e gli eventi estremi si susseguono con una frequenza che ormai nessuno può più fingere di non vedere, c’è ancora chi riesce a raccontare cariche di esplosivo che frantumano una montagna come se fossero il trionfo dell’ingegno umano. Peccato che il reportage dimentichi di raccontare anche l’altra faccia della medaglia. Sul versante francese, ad esempio, il cantiere continua a fare i conti con difficoltà ben diverse dalla retorica del progresso: la talpa Viviana ha incontrato problemi geologici che ne hanno rallentato sensibilmente l’avanzamento e in Val Maurienne continuano a emergere preoccupazioni per gli effetti dei lavori sulle risorse idriche. Non sono dettagli: sono parte della storia. Eppure, nell’epopea raccontata da Repubblica, non trovano spazio. L’ingegno sarebbe un’altra cosa. Sarebbe raccontare anche ciò che non funziona. Sarebbe chiedersi se quest’opera serva davvero. Sarebbe avere il coraggio di dire che forse la migliore infrastruttura è quella che non devasta altro territorio quando esiste già una linea ferroviaria internazionale largamente sottoutilizzata. Sarebbe misurare il progresso non in metri di galleria scavati, ma nella capacità di evitare opere inutili. Poi arriva uno dei passaggi più surreali dell’articolo. Ci viene spiegato che il progetto è stato modificato perché «il territorio non era d’accordo (ed è stato ascoltato)». Ascoltato? Il territorio non ha mai chiesto qualche ritocco progettuale. Il territorio ha chiesto l’opzione zero. Ha chiesto di non costruire una nuova linea perché quella esistente ha ancora enormi margini di utilizzo. Dire che il territorio è stato ascoltato perché sono state cambiate alcune parti del progetto è come sostenere che una persona sia stata ascoltata dopo averle risposto: “Ti ho sentito, ma faccio comunque quello che avevo deciso.” C’è poi un altro particolare che colpisce. L’articolo parla di un’opera «realizzata al 30%» e di «50 chilometri già scavati», senza spiegare al lettore che cosa significhino davvero questi numeri. In quella percentuale rientrano anche opere preparatorie e gallerie di servizio, mentre il tunnel di base è ben lontano dall’immagine di un’opera ormai avviata verso il traguardo che il reportage suggerisce. Anche i numeri, quando vengono privati del loro contesto, possono diventare uno strumento di narrazione. Ma il passaggio che più colpisce è forse un altro. Da una parte, quella francese, ci sarebbe stata una protesta “dignitosa”. Dall’altra, quella valsusina, ridotta a “totem politico”, “violenti”, “residui”. Da quando Repubblica distribuisce patenti di dignità ai movimenti sociali? Chi stabilisce quale protesta è degna e quale no? Un quotidiano dovrebbe raccontare un conflitto, non assegnare pagelle morali a chi dissente. Soprattutto quando quel dissenso dura da oltre trent’anni, ha coinvolto migliaia di persone, amministratori locali, tecnici, ricercatori, comitati e intere comunità. Infine arriva l’argomento che non manca mai: i No Tav usano l’Alta Velocità e poi si lamentano se il treno non raggiunge i 300 chilometri orari. Davvero questo sarebbe il livello del dibattito? Nessuno ha mai contestato l’esistenza dei treni. Nessuno è contrario al progresso. Il movimento No Tav contesta un’opera precisa, per ragioni precise: la sua utilità, il suo impatto ambientale, il suo costo economico e il fatto che esista già una linea ferroviaria internazionale ampiamente sottoutilizzata. Ridurre tutto a una caricatura serve soltanto a evitare il confronto nel merito. È una vecchia tecnica di delegittimazione: invece di discutere gli argomenti, si costruisce uno stereotipo dell’avversario e lo si prende in giro. Per oltre trent’anni il movimento No Tav è stato accusato di fare propaganda, poi si legge un articolo come questo e diventa difficile capire dove finisca il giornalismo e dove cominci la comunicazione di una grande opera. Un quotidiano nazionale dovrebbe raccontare anche ciò che disturba il racconto ufficiale: i dati che non tornano, le criticità ambientali, le ragioni del dissenso, i dubbi sull’utilità dell’opera. I soldi che non ci sono e che l’Europa non darà mai. Quando tutto questo scompare e rimane soltanto un’epica del cemento, della montagna da conquistare e del futuro già scritto, non siamo più davanti a un reportage. Siamo davanti a un’operazione di costruzione del consenso. Ed è questo l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda. Contenti voi! Redazione Torino
July 15, 2026
Pressenza