Tag - giovani

Da Cosenza, dai SUD,  una nuova sfida comune
Facendo seguito al comunicato sull’Assemblea meridionale, tenutasi in quel di Cosenza lo scorso 11/12 aprile, ripreso dalla redazione siciliana di Pressenza.com, per completezza di informazione pubblichiamo adedso la nota politica conclusiva dei lavori, postata sulla pagina social de La Base_   A Cosenza abbiamo dato vita a due giorni di discussione e confronto importanti, dando seguito al percorso collettivo iniziato a Messina negli scorsi mesi e facendo insieme un ulteriore passo in avanti. Eravamo in tante, da ogni parte dei sud. Decine e decine di compagne impegnate sui territori hanno risposto alla chiamata alla discussione, confermando quanto questo momento fosse necessario. Lo abbiamo ribadito sin dall’inizio. È necessario uno spazio di confronto collettivo e permanente tra le realtà politiche e sociali impegnate nei sud, che i sud li vivono e che nei sud si autorganizzano. Uno spazio capace di rafforzare e amplificare la nostra azione e di sviluppare, attraverso la discussione collettiva, un nuovo pensiero sui sud, che aggiorni e attualizzi le lenti attraverso cui leggere i processi politici, sociali ed economici che attraversano i nostri territori. Tutto ciò con una consapevolezza comune che è emersa con chiarezza nel corso delle due giornate. La trasformazione radicale di cui abbiamo bisogno alle nostre latitudini può nascere solo dalla capacità di mettere in campo nuove mobilitazioni sociali e dal riconoscimento del conflitto e dell’organizzazione come strumenti fondamentali per costruire la forza necessaria a uno scontro con la controparte. Una controparte che ha prodotto le condizioni materiali che vediamo ogni giorno fuori dalle nostre porte: di distruzione dei territori, povertà, prevaricazione, emigrazione e sfruttamento. Una minaccia costante, quotidiana, per le nostre vite. Il cammino comune che abbiamo rafforzato in questi giorni rappresenta quindi un’urgenza e una necessità, un’assunzione di responsabilità collettiva. La scelta di mettere al centro i sud come pluralità è uno stimolo a riflettere sull’evoluzione dei processi di periferizzazione e marginalizzazione, su come il capitalismo estrattivista e la ridefinizione degli stati in senso competitivo, abbiano ridisegnato anche in senso spaziale le differenze territoriali, che non scompaiono, ma diventano più complesse: attraversano città e aree interne, centri e periferie, Nord e Sud. Territori caratterizzati spesso dalle stesse dinamiche socio-economiche, a lungo considerati come spazi a disposizione, sacrificabili, da mettere a valore e da cui estrarre risorse materiali e umane a vantaggio dei centri, attraverso la logica della “accumulazione per espropriazione”. Una logica di dominio sui territori che si intreccia con processi di marginalizzazione e valorizzazione estrattiva dei corpi, che colpiscono in modo specifico le donne e le soggettività non binarie nei contesti dei sud. Per questo, l’analisi e l’azione devono partire necessariamente da presupposti di intersezionalità, capaci di mettere in relazione le diverse matrici di oppressione e di svelare come esse si co-producono all’interno dei dispositivi di potere. Su questo stesso terreno di sfruttamento, dobbiamo contrastare le immagini più romantiche, quelle del turismo diffuso, dei borghi “autentici”, della cartolina “dove il tempo si è fermato”, perché funzionano come dispositivi di mercificazione, che riducono territori e vite a oggetti di consumo. Ciò che viene celebrato come qualità, o addirittura volano di “sviluppo”, diventa facilmente valore da estrarre, senza produrre trasformazioni materiali concrete per chi quei luoghi li abita quotidianamente. Ci siamo riconosciute come territori e soggettività che affrontano sfide comuni, a partire dalla crisi socio-ecologica che minaccia la nostra stessa esistenza, ma guardando anche oltre, alle tante periferie e aree marginali che dal resto d’Italia si estendono fino agli altri paesi del Mediterraneo. Le trasformazioni che interessano i nostri territori non possono essere comprese pienamente se non all’interno di dinamiche globali. Oggi, qui e ora, il meccanismo della guerra si configura come un paradigma di governo che assume forme molteplici e arriva fino a noi con grande forza. È un dispositivo che dobbiamo riconoscere e contrastare, dai piccoli paesi alle grandi città, individuando obiettivi chiari attorno ai quali mobilitarci. Riteniamo fondamentale che il Mediterraneo smetta di essere un mare di morte e torni a essere uno spazio di solidarietà e di mobilitazione internazionale contro la guerra globale. E proprio sul terreno delle mobilitazioni, le piazze dell’autunno contro il genocidio del popolo palestinese e il No al governo Meloni attraverso il referendum hanno rappresentato l’emersione di un’insoddisfazione crescente nel Paese, che arriva con forza dai Sud e dalle giovani. Una domanda politica chiara che ci riguarda. C’è una disponibilità al rifiuto della miseria di questo stato di cose che cogliamo collettivamente nei tanti territori che hanno contribuito alla discussione di questi giorni, uno stimolo importante per tutte a rafforzare le connessioni, ad interrogarsi su nuovi strumenti all’altezza della fase politica che viviamo. Abbiamo vissuto due giorni di entusiasmo e fiducia. Abbiamo rafforzato relazioni sincere e profonde. Ci siamo riconosciute come compagne. Nelle discussioni, dentro e fuori i momenti assembleari, abbiamo condiviso la soddisfazione per la ripresa di questo cammino comune, oltre le differenze e le specificità di ciascuna, nel segno del riconoscimento reciproco. Negli anni abbiamo visto diversi tentativi fallire, ma da Messina a Cosenza e nei prossimi appuntamenti che verranno abbiamo posto le basi per una storia nuova, forte della condivisione di un intento comune: rafforzare un luogo di discussione e confronto per amplificare le nostre voci, per connettere e potenziare le iniziative che conduciamo sui territori, per tenere viva una nuova riflessione sui Sud alla luce delle mutate condizioni globali e del Paese. Vogliamo vivere una vita bella e vogliamo avere la possibilità di viverla nei nostri territori. Questo processo dipende dalla nostra capacità d’azione, senza appelli a terzi e senza attese messianiche. Noi, qui e ora. È stato solo l’inizio. Da oggi siamo impegnate ad alimentare uno spazio di discussione comune da Sud per i Sud. Sono tanti gli appuntamenti che, città per città e territorio per territorio, ci vedranno protagoniste. Il prossimo 8 agosto torneremo a mobilitarci collettivamente a Messina, non solo contro il ponte in quanto infrastruttura, ma contro il ponte come modello di sviluppo che si vuole imporre ai nostri territori. Alla lotta. Per una nuova stagione di riscatto e conflitto sociale. I Sud si organizzano insieme.   IL DIBATTITO ASSEMBLEARE PUÒ SEGUITO È STATO TRASMESSO IN DIRETTA SU RADIO CIROMA.ORG         Redazione Sicilia
April 22, 2026
Pressenza
Contest fotografico “Uno scatto per il clima”
In occasione della Giornata della Terra, l’UNICEF ricorda che a livello globale, quasi la metà dei 2,4 miliardi di bambine, bambini e adolescenti è esposta a una combinazione pericolosa di shock climatici e ambientali, mentre circa un miliardo vive in contesti ad alto rischio e lancia la nuova edizione del concorso fotografico “Uno scatto per il clima – Ambiente e futuro visti da me” per promuovere la partecipazione attiva dei giovani fra i 14 e i 19 anni. “La crisi climatica colpisce in modo particolare le nuove generazioni, non solo sul piano ambientale ma anche su quello emotivo. Secondo gli ultimi dati Istat il 67,9% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni è preoccupato per il cambiamento climatico, mentre cresce il fenomeno dell’ecoansia, che incide sul benessere psicologico e sulle scelte di vita. Secondo i dati di un sondaggio dell’ UNICEF Italia e Youtrend del 2025: il 24% degli italiani ha sentito parlare di ecoansia e il 22% indica che la propria esperienza personale è molto o abbastanza compatibile con l’ecoansia” – ha dichiarato Nicola Graziano Presidente dell’UNICEF Italia – Promuovere la partecipazione dei più giovani è una priorità per UNICEF Italia, che sottolinea l’importanza di coinvolgerli nei processi decisionali e nelle azioni per il clima. In un contesto in cui il cambiamento climatico incide sempre più anche sul benessere psicologico, è fondamentale riconoscere e valorizzare il loro punto di vista, offrendo spazi di espressione e ascolto.” Uno scatto per il clima – Ambiente e futuro visti da me “Scatta una foto: racconta come il cambiamento climatico influenza il tuo mondo e le tue speranze sul futuro”: iscrizioni aperte dal 22 aprile fino al 30 novembre 2026, partecipazione gratuita. Il concorso fotografico è promosso dall’UNICEF Italia per dare voce a bambine, bambini e adolescenti sul tema della crisi climatica e dei diritti dell’infanzia e offrire loro uno spazio per esprimere idee, emozioni e proposte, trasformando la preoccupazione in consapevolezza e azione. L’iniziativa invita i più giovani – tra i 14 e i 19 anni – a raccontare, attraverso la fotografia, il proprio sguardo sugli effetti del cambiamento climatico, sulle sfide del presente e sulle speranze per il futuro. Lo scorso anno diversi ragazzi e ragazze hanno partecipato al concorso fotografico. Le fotografie inviate dimostrano quanto le nuove generazioni siano consapevoli e protagoniste del cambiamento. A questo link è possibile vedere le foto vincitrici e quelle selezionate per l’edizione 2025. È possibile iscriversi tramite il form online e rispondere alla mail ricevuta inviando a fino a 3 fotografie originali aggiungendo un titolo e una breve didascalia. Per approfondire, consultare il regolamento: https://www.unicef.it/scatto-clima. Il concorso fotografico “Uno scatto per il clima – Ambiente e futuro visti da me” viene realizzato nell’ambito della campagna dell’UNICEF Italia Cambiamo ARIA su cambiamenti climatici e diritti delle giovani generazioni: “partecipa al quiz e scopri quanto sei sostenibile su www.misurailtuoimpatto.unicef.it“. UNICEF
April 21, 2026
Pressenza
Rete Studenti Medi del Lazio: «non ci faremo intimidire» dalle scritte fasciste
Il comunicato della Rete degli Studenti Medi di Roma Est riferisce: “Stanotte, a cinque giorni dalla Festa della Liberazione dal nazifascismo, un gruppo di neofascisti ha nuovamente imbrattato i muri dell’Istituto Livia Bottardi con scritte e simboli inequivocabili: Forza Nuova, una croce celtica, un fascio littorio e diverse svastiche”. «Un’organizzazione condannata per l’assalto alla sede della CGIL e che continua a rivendicare la violenza squadrista come pratica politica. Una minaccia concreta ai valori democratici e antifascisti su cui si fonda la nostra convivenza – denuncia la Rete degli Studenti Medi di Roma Est – Sabato avevamo organizzato un presidio antifascista proprio davanti a quella scuola, riqualificando il muro già colpito da precedenti scritte neofasciste. Un gesto collettivo di cura e partecipazione, quello organizzato dal Sindacato Studentesco, per restituire dignità a uno spazio pubblico». «Quanto accaduto oggi è un grave atto provocatorio contro chi organizza momenti di partecipazione e antifascismo – conclude l’organizzazione studentesca – La scuola deve essere, oggi più che mai, un presidio invalicabile di democrazia, inclusione e antifascismo». Redazione Italia
April 21, 2026
Pressenza
Salerno, è possibile una ciurma pirata movimentista per un municipalismo dal basso? Il dibattito è aperto
A Salerno è termina la brevissima vita della coalizione “liberale” tra Forza italiana e “riformisti”. Quello che sta succedendo a Salerno sembra una buona esemplificazione in scala del quadro nazionale. Al centro, immobile, la riproposizione stanca del modello amministrativo “ex-progressista” e neoliberale, “la sicurezza non è di destra né di sinistra”, la leadership verticale e “decisionista”, lo sguardo di sufficienza e superficiale sulla partecipazione civica. A Salerno un po’ di “liberali” stanchi di questo modello avevano messo su un’alleanza “neocentrista”: forzatalia, calendiani, renziani etc. Ovviamente è arrivato il contrordine: non c’è posto, come abbiamo visto anche nel referendum, per i moderati “liberali”, il loro posto è a destra, e ora i forzaitalia devono tornare in fila indiana a votarsi il candidato di Fratelli d’Italia, militante di partito e, significativamente, già responsabile nel partito del settore “migrazioni”. Non c’è nessun rinnovamento possibile centrista o liberale: l’unica possibilità, per chi voglia il cambiamento, è in rinnovate coalizioni partecipative, all’insegna dell’autonomia, di libertà ed eguaglianza, di nuove reti sociali e solidali . O barbarie o ecosocialismo, per parafrasare, lo stiamo vedendo anche nelle città. O modello neoliberale, o città ecologica, della cura, dei beni comuni, della riconversione nel segno della centralità della riproduzione sociale. Se la città vuole innovarsi non c’è centro “liberale” che tenga: dal “centro”, oggi si scivola immediatamente solo nella reazione pura e semplice. Così a Salerno è ora chiaro che l’unico tavolo possibile di rinnovamento postdeluca è quello offerto dall’alleanza Avs-M5s, con Franco Massimo Lanocita come sindaco candidato. Tutte le altre scelte sono irrimediabilmente a destra, i “liberali” sono una chimera al servizio delle forze governative e reazionarie. Il vero punto è se la richiesta di rinnovamento, che c’è nelle piazze – l’ultimo esempio ieri a Milano -, che c’è stata nel grande impegno nel referendum, che c’è nella ripresa dei movimenti pacifisti e solidali, nelle persone impegnate contro il genocidio in Palestina e contro il razzismo, può trovare una risposta nelle coalizioni di “sinistra” attuali. Almeno nelle città, possiamo provare a dire che una risposta a questa domanda ci può essere solo nella sperimentazione concreta: quanta inziativa collettiva dal basso, quanti esperimenti neomunicipalisti, quante candidature che siano “macchine” di condivisione, quanti concatenamenti di esperienze molteplici, eterogenee e legate ai movimenti, riusciranno concretamente a incrociare le “coalizioni” di sinistra? Più che la discussione sul campo largo e sulla sua “essenza”, sarà fondamentale la moltiplicazione di esperienze di innovazione condivisa e dal basso, a partire anche dai municipi. Possiamo forse cominciare a sperimentare da Salerno ciurme pirata alla One Piece, di movimento e municipaliste, costruite dal basso, che rafforzino la coalizione di rinnovamento che si ritrova attorno a Lanocita. Redazione Italia
April 20, 2026
Pressenza
25 aprile 2026: Torino è più partigiana che mai
Il 25 aprile di quest’anno arriva in un momento storico decisamente critico: la guerra diffusa, attuata con pratiche genocidarie che mirano alla distruzione di intere popolazioni, governanti sfacciatamente irridenti del diritto internazionale e dei diritti umani, da cui il nostro governo non solo non si dissocia ma si fa complice e alleato. Nel nostro paese la Costituzione è sotto attacco attraverso una moderna forma di fascismo che sta erodendo i diritti sociali fondamentali, le libertà politiche e le forme istituzionali che garantiscono l’equilibrio dei poteri e ne limitano l’autoritarismo. In questo scenario sconfortante la città di Torino arriva con l’aggiunta della ferita profonda dello sgombero del centro sociale Askatasuna e della persistente militarizzazione di una porzione significativa del quartiere che lo circonda (oltre alle 6 zone rosse a “vigilanza rafforzata” istituite in seguito all’ultimo decreto sicurezza del 24/2/26). Ma non arriva impreparata. I giovani e le giovani che hanno animato le grandi manifestazioni per la Palestina dell’autunno (e non si sono ancora fermati), che hanno provato a resistere allo sgombero dell’Aska, che sono andati a votare in massa NO al referendum, che si oppongono e denunciano i ripetuti tentativi dei giovani fascisti di presentarsi davanti alle scuole con i loro volantini, sono i volti nuovi che animano il 25 aprile torinese. E’ da qualche anno che i vecchi partigiani che hanno combattuto nella Resistenza, i pochi ancora in vita, non sono più in grado di presenziare alle cerimonie celebrative, ma gli iscritti all’ANPI non sembrano diminuire e la loro età media si abbassa sempre di più. Non solo, in una città sfregiata dallo sgombero di un centro sociale sembra che si stiano radicando nei quartieri altrettanti centri sociali: circoli, spazi liberati, spazi popolari, comitati di cittadini autorganizzati che i territori li abitano e li animano con pratiche diffuse di solidarietà e di culture alternative e antirazziste. L’antifascismo è l’anima di questa cultura e il 25 aprile è il giorno di festa per rinnovare la Resistenza: resistenze all’impoverimento sociale, alla militarizzazione dei quartieri, alle politiche di guerra e di riarmo che impoveriscono le risorse per le politiche sociali … “Sta a noi portare avanti i valori della Resistenza, gli ideali di pace, giustizia e libertà per i quali decine di migliaia di giovani hanno lottato” si legge sulle varie iniziative che stanno proliferando su Instagram Ed è da lì che ci sembra interessante andare a vedere cosa succederà nei quartieri torinesi per celebrare il lungo giorno della Liberazione. Si inizia dalla tradizionale fiaccolata cittadina del 24 sera, alle ore 20 da piazza Arbarello, in cui i vari spezzoni si stanno dando appuntamento già dalle 19. Perché dopo le istituzioni, l’ANPI e le diverse realtà politiche e sindacali seguiranno diversi spezzoni: lo spezzone studentesco, lo spezzone sociale animato dalla solidarietà alla Palestina e dall’area ecologista. Inoltre, si troveranno le varie realtà che animano il Coordinamento Antifascista Torino dietro allo striscione “Partigiani per la pace no alla guerra”.   Il 25 aprile vedrà fiorire numerose iniziative in diversi quartieri:   * in Vanchiglia alle 10 passeggiata alle lapidi e pranzo in via Balbo con il comitato Vanchiglia Insieme * In Barriera e Aurora partiranno 3 cortei, da Manituana, Ost barriera, piazza Bottesini e la lapide di Libera e Vera alle 10 che si congiungeranno in piazza Crispi per un pranzo sociale collettivo; * In Valdocco ritrovo alle 12,30 in via Masserano 4, a seguire pranzo sociale allo Spazio Popolare Neruda e successivo corteo; * In San Paolo l’ormai tradizionale ritrovo animato dal csoa Gabrio in via Di Nanni dalle 12 con banchetti, musica e cibo. Partenza per il corteo alle 15 con la consueta conclusione sotto al balcone in cui Dante Di Nanni perse la vita combattendo. Mamme in piazza per la libertà di dissenso
April 20, 2026
Pressenza
Il comune di Palermo apre allo spazio sociale del S. Basilio: si riconosce il valore della funzione svolta
Leggo e mi rallegro per la palestra popolare e il San Basilio, visto che dagli uffici comunali arriva un’apertura per quanti in questi anni lo hanno occupato con iniziative e idee che hanno messo in pratica una differente prospettiva sui beni comuni. La notizia rassicura quanti giustamente si attendevano il rischio di uno sfratto dopo che il progetto esecutivo per il recupero e la rifunzionalizzazione dell’immobile è stato approvato e che i lavori sono stati assegnati. Trovo anche ragionevoli ed equilibrate le parole dell’assessore (a cui non ho mai risparmiato le critiche) che riporto: “si passa da una fase di occupazione, nata anche in risposta al sottoutilizzo dell’immobile, a una fase in cui queste realtà diventano corresponsabili del luogo. L’aspetto più rilevante è il riconoscimento del valore della funzione che svolgono, non solo per le attività in sé, ma anche per le modalità con cui vengono realizzate: in una logica di sussidiarietà, in cui pubblico e privato collaborano, anche quando si tratta di privato sociale e solidale”. Ora io non ripeterò il luogo comune dell’antagonista che rifiuta la mediazione con le istituzioni denunciando lo snaturamento di un centro di lotta in una sorta di “fondazione culturale” o impresa commerciale. E non lo ripeterò proprio perché so che non c’è contraddizione nella pratica quando il bene comune non è una foglia di fico ma un pezzo di aggregazione e soddisfazione di bisogni reali della collettività. E il San Basilio lo è stato. Quello che resta però è il problema più generale, perché quell’ex convento (nei miei ricordi di adolescente era la palestra della mia scuola media in via Bandiera) oggi è in una zona cruciale, dove il costo delle abitazioni raggiunge e supera i 3.000 € a metro quadro e di affitti neanche a parlarne. Tutti i flussi di finanza per la valorizzazione eil recupero di quell’area sono andati a privati, con lo spopolamento e la fine delle attività che prima vi si svolgevano. Quella mia scuola media oggi da sovraffollata e popolare che era oggi è sottodimensionata e in un contesto di B &b e ristorazione diffusa, a lato di edifici oggetto di speculazione immobiliare. Insomma, quello che mi chiedo è se sia possibile dire “San Basilio resiste” senza che si possa dire qualcosa di simile per S.Agostino, via Bara o qualunque altra corsia di quel percorso che appare segnato in modo non reversibile. Allego a queste note il report sul finanziamento e la realizzazione di progetti analoghi al San Basilio e insinuo un dubbio: la loro realizzazione si è armonizzata con quella del De Seta o via dei Candelai? C’è un piano, e non mi riferisco ovviamente solo al PUMS, con la sua “cura del ferro” e la mobilità dolce, che si sta realizzando e sono sicuro che, a dispetto della buona fede e giusta causa, non è quello dei ragazzi di via S. Basilio. OPENCOESIONE.GOV.IT / OPENCOESIONE – ELENCO PROGETTI Michele Ambrogio
April 19, 2026
Pressenza
La Flotilla di Thousand Madleens in Calabria
Cetraro (Cosenza), 17-18 aprile 2026 – “Flotilla Artivista”: arte e impegno civile approdano sulle coste calabresi per la Palestina. Prosegue con intensità il calendario di eventi legati al sociale e alla pace che sta animando il litorale tirrenico. Dopo l’accoglienza delle barche di Thousand Madleens to Gaza dello scorso 15 aprile e l’intensa serata dedicata a “Arte e musica dal Mediterraneo orientale”, tenutasi ieri presso l’Officina Di Versi di Guardia Piemontese, il cuore delle attività si sposta ora sul porto di Cetraro. Oggi, 17 aprile dalle ore 16:00 alle ore 18:00, lo scalo cittadino si trasforma in un’agorà di confronto e sede di un importante concerto per la pace con l’incontro “Voci per la pace”. In un momento storico profondamente segnato dai conflitti, l’evento dà spazio a testimonianze e messaggi di speranza. L’iniziativa è curata con passione dalle ragazze e dai ragazzi dell’associazione Gianfrancesco Serio, del Punto Luce Save the Children di Scalea e della Scuola Media IC Cetraro. La manifestazione prosegue con un ricco programma musicale a cura delle studentesse e degli studenti della Scuola Media P. Borsellino di S.M. del Cedro: un emozionante concerto per la pace con la partecipazione di Irene Cantisani, Ciriaco Siniscalchi, Lèon Vulpitta Pantarei e Salvatore Cauteruccio. Il percorso di solidarietà e partecipazione vivrà il suo momento culminante domani, 18 aprile, con l’evento “Flotilla Artivista”, una serata dedicata alla Palestina per unire la comunità attraverso il linguaggio universale della creatività. Il programma di domani, 18 aprile: Ore 17:00: Saluti istituzionali del Sindaco di Cetraro. Dalle ore 17:30 fino alle 21:30: “Jam Artivista aperta”. Uno spazio libero e partecipato dove musica, pittura, disegno, poesia, danza e ogni forma d’arte si fonderanno in un unico abbraccio collettivo per la pace. “Flotilla Artivista” e “Voci per la pace” rappresentano un invito corale a riflettere e agire, trasformando il porto in un crocevia di culture, impegno civile e bellezza. La cittadinanza e i media sono invitati a partecipare e a farsi cassa di risonanza di questo messaggio di fratellanza. Thousand Madleens to Gaza   Redazione Italia
April 17, 2026
Pressenza
Diario da Gaza
Riportiamo di seguito l’ultimo messaggio di Nancy Hamad, la studentessa di Gaza di cui abbiamo più volte narrato le vicende. Caro Stefano, io e la mia famiglia ci troviamo ancora nella parte centro-meridionale della Striscia di Gaza, a Deir al-Balah. Attendo con impazienza di poter tornare nella mia città, Beit Hanoun (sarebbero solo 25 km, ma anche Google Maps, alle ore 00:00, cioè verosimilmente in assenza di traffico, riporta quasi un’ora di percorrenza in macchina. n.d.r.). La mia vita quotidiana qui a Gaza è diventata sempre più difficile. Sono emersi nuovi problemi e malattie, causati da ratti, insetti e rettili che trasmettono malattie della pelle, eruzioni e altri disturbi cutanei. Non ci sono medicine per curare queste malattie, né per combattere ratti e insetti. Le tende sono logore perché le usiamo ormai da troppi anni e non sono progettate per queste durate. La nostra vita quotidiana è afflitta da problemi di cui non conoscevamo l’esistenza. Il gas da cucina è difficile da trovare e la legna da ardere è estremamente costosa: un chilo costa più di 3 dollari. Abbiamo fatto ricorso addirittura ai nostri vecchi vestiti per riuscire ad alimentare il fuoco per tutte le nostre esigenze. Non saprei spiegare altro: in estrema sintesi, la vita a Gaza è incredibilmente difficile e allo stesso tempo non sappiamo di preciso da dove provengano i nostri problemi. Per quanto mi riguarda, mi ritrovo spesso a fare domanda per qualunque lavoro, ma non vengo mai accettata. Il motivo è che ogni lavoro richiede conoscenze specifiche. Speravo di finire gli studi e trovare un lavoro per aiutare la mia famiglia, ma oggi è tutto vano. Io, Nancy, ho perso ogni passione per la vita… Stefano Bertoldi
April 16, 2026
Pressenza
Sudan: dopo tre anni di guerra, i bambini continuano a pagare il prezzo più alto
Mentre il conflitto in Sudan raggiunge il suo terzo anno, tra gennaio e marzo 2026 almeno 160 bambini sono stati uccisi e 85 mutilati in tutto il Paese – un aumento del 50% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il maggior numero di vittime è stato registrato negli Stati del Darfur e del Kordofan, dove la violenza in corso ha spinto le comunità al limite. Tre anni di conflitto incessante hanno causato lo sfollamento di oltre 5 milioni di bambini, spesso ripetutamente, con lo spostarsi delle linee del fronte e le diffuse violenze. “Da tre anni, in tutto il Sudan, i bambini vengono uccisi, feriti e sfollati in misura impressionante – ha dichiarato Catherine Russell, direttrice generale dell’UNICEF – Le loro case, le scuole e gli ospedali continuano a subire attacchi. Non c’è alcuna giustificazione per la violenza contro i bambini. Ciò riflette un fallimento collettivo delle parti in conflitto nel proteggere i diritti essenziali dei bambini”. Nelle zone più colpite, gli attacchi in corso continuano a distruggere case, scuole, mercati e ospedali. I nuovi strumenti di guerra sono sempre più letali: il 78% delle vittime minorenni segnalate è dovuto ad attacchi con droni. Dall’inizio della guerra, le Nazioni Unite hanno verificato più di 5.700 gravi violazioni contro i bambini * in tutto il Sudan, che hanno coinvolto almeno 5.100 bambini – oltre 4.300 dei quali sono stati uccisi o mutilati. Il Darfur e il Kordofan registrano ancora una volta il numero più alto di vittime tra i bambini. Il bilancio reale è di gran lunga più alto, ma l’insicurezza e l’accesso limitato alle zone colpite ostacolano un monitoraggio e una verifica continuativi. Le famiglie vivono in condizioni di sovraffollamento e precarietà, mentre i servizi di base sono al limite della capacità. Ampie zone del Sudan rimangono tagliate fuori dall’assistenza umanitaria a causa dell’insicurezza, delle infrastrutture danneggiate e dei vincoli amministrativi. Ledifficoltà di accesso sono particolarmente gravi nel Darfur, nel Kordofan e in alcune zone del Nilo Azzurro, lasciando molti dei bambini più vulnerabili senza alcuna assistenza. La fame, le malattie e il rischio di carestia si stanno diffondendo, alimentati dalla violenza, dai ripetuti sfollamenti e dai gravi ostacoli all’accesso umanitario. Con la fuga delle famiglie, i mezzi di sussistenza vengono interrotti, i mercati crollano e i servizi di base continuano a interrompersi. La carestia è già stata confermata ad Al Fasher e Kadugli, con un rischio crescente di diffusione a Um Baru e Kernoi. L’impatto allarmante si riflette nel numero di bambini colpiti da malnutrizione. In tutto il Sudan, si stima che nel 2026 circa 4,2 milioni di bambini soffriranno di malnutrizione acuta, di cui oltre 825.000 casi gravi, che possono essere letali se non trattati con urgenza. Le conseguenze della guerra sul diritto all’istruzione dei bambini sono preoccupanti. Più di un terzo delle scuole in Sudan è chiuso e un ulteriore 11% viene utilizzato come rifugio o, secondo quanto riferito, è occupato dalle parti in conflitto, il che significa che quasi la metà di tutti gli edifici scolastici non è più utilizzata come aule. Oggi, almeno 8 milioni di bambini in Sudan non frequentano la scuola. Nonostante l’insicurezza e le difficoltà di accesso, l’UNICEF continua a fornire servizi salvavita negli ambiti di salute, nutrizione, acqua, protezione dell’infanzia e istruzione in tutto il Sudan. Tuttavia, la risposta è sottoposta a una pressione crescente. Nel 2026, l’UNICEF necessita di 962,9 milioni di dollari per raggiungere 7,9 milioni di bambini con assistenza salvavita. A marzo, è stato ricevuto solo il 16% dei fondi necessari. «Per proteggere i bambini è necessario che tutte le parti in conflitto pongano immediatamente fine alle gravi violazioni nei loro confronti e rispettino il diritto internazionale, garantendo un accesso umanitario sicuro, rapido e senza ostacoli in tutto il Paese – ha affermato Russell – Siamo grati ai donatori che sostengono il nostro lavoro salvavita. Tuttavia, i bisogni umanitari continuano a superare di gran lunga i finanziamenti disponibili, e lanciamo un appello urgente alla comunità internazionale affinché rafforzi il proprio sostegno. Non possiamo chiudere gli occhi davanti alle sofferenze dei bambini in Sudan». *Le violazioni gravi nei confronti dei minori comprendono: l’uccisione e la mutilazione; il rapimento; il reclutamento e l’impiego in combattimento; lo stupro e altre forme di violenza sessuale; gli attacchi a scuole e ospedali; e l’impedimento dell’accesso agli aiuti umanitari. UNICEF
April 14, 2026
Pressenza
Una pacificazione terrificante. L’Italia del 2026 tra emergenza permanente e criminalizzazione del dissenso
La primavera del 2026 si apre in Italia con un bilancio repressivo senza precedenti, segnando il passaggio definitivo verso un modello di gestione della società basato sulla neutralizzazione preventiva del conflitto. Le cifre provenienti dalle questure di tutto il paese delineano un profilo dello scontro sociale in cui il diritto di manifestazione viene scambiato per una minaccia all’ordine pubblico e criminalizzato[versione ridotta per Pressenza]_   Il Decreto Antisemitismo. Un attacco di panico morale Sotto il cielo di marzo è apparso un dispositivo legislativo che somiglia a un vetro deformante applicato alla verità storica. Il disegno di legge sull’antisemitismo, approvato al Senato con una fretta che tradisce l’intento censorio d’urgenza, costituisce l’acme di un’operazione di recinzione ideologica dello spazio pubblico. Tale norma nasce con il paradosso di voler condannare chiunque levi la voce contro un genocidio, lasciando invece cadere ogni ombra di biasimo su chi il genocidio lo compie materialmente. L’integrazione della definizione operativa dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) nell’ordinamento nazionale realizza ciò che Stuart Hall definisce la «mobilitazione della legge» (Hall, Policing the Crisis). Il potere legislativo sottrae il termine antisemitismo alla sua dimensione di odio etnico per forzarlo nel recinto della fedeltà diplomatica assoluta. Questa torsione semantica criminalizza l’opposizione alle politiche coloniali, genocidarie e di Apartheid di Israele a Gaza e in Cisgiordania, etichettando la critica politica quale manifestazione di intolleranza razziale, dimentichi, peraltro, che anche i Palestinesi appartengono ai popoli semiti. […] La votazione del 5 marzo ha sancito il collasso delle mediazioni liberali all’interno della sinistra istituzionale. Senatori del Partito democratico come Delrio e Verini hanno scelto di votare insieme alla maggioranza di destra, avallando una norma che include gli indicatori IHRA relativi alla critica a Israele tra le prove del reato di odio. Questa scelta ratifica il passaggio verso il consenso autoritario descritto da Hall, dove l’opposizione parlamentare si rende complice della costruzione dello Stato di eccezione. La legge genera un perimetro di incertezza giuridica che di fatto crea un’anamorfosi dello stato di diritto, in cui le regole informali di un gruppo di interesse oscurano le norme costituzionali (cfr. S. Palidda, Polizia postmoderna).   La Geopolitica del sangue e il riflesso interno L’allineamento dell’Italia alla strategia bellica globale funge da cornice ideologica per la stretta autoritaria domestica. L’aggressione militare condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, che arriva dopo il rapimento del presidente del Venezuela Maduro e dopo il genocidio di Gaza, stabilisce il tono brutale della politica interna. Questa Guerra senza limiti agisce quale giustificazione assoluta per l’eccezionalità delle misure di controllo. Si assiste a una riedizione aggiornata dell’aggressione all’Iraq del 2003, dove la retorica della difesa preventiva serviva a mascherare un massacro continuo di civili. Se 23 anni fa il pretesto risiedeva nelle inesistenti armi di distruzione di massa, oggi il bersaglio muta continuamente, dal cambio di regime, al fantomatico programma nucleare di Teheran, resta un paese sovrano, l’Iran, colpito in violazione di ogni norma internazionale. Mentre i droni, i missili, e l’aria saturata di petrolio dopo i bombardamenti alle raffinerie, dell’operazione Epic Fury tracciano geometrie astratte nei cieli di Teheran, la carne martoriata delle 165 bambine di Minab viene espunta dalla coscienza collettiva. La guerra del 2026 viene consumata come un videogioco attraverso i teleschermi, dove missili intelligenti solcano cieli digitali occultando la polvere dei corpi sepolti sotto il cemento della scuola elementare femminile. Questa astrazione bellica facilita la produzione di un pensiero unico che espelle ogni sapere alternativo e ogni sussulto di empatia. […] Tale postura esterna richiede una corrispondente operazione di pacificazione interna. La gestione delle piazze italiane è diventata un’estensione del fronte di guerra esterno, dove i manifestanti sono percepiti quali elementi sovversivi da neutralizzare preventivamente.   Una parabola repressiva sequenziale a colpi di DDL Sicurezza Il perimetro delle libertà civili in Italia ha subìto una ridefinizione radicale attraverso una successione coordinata di decreti che hanno costruito uno stato di eccezione permanente. Questa metamorfosi del diritto inizia con il Decreto Rave, il quale ha introdotto l’articolo 633-bis del codice penale per punire l’assembramento spontaneo con pene fino a sei anni. Tale norma ha inaugurato la stagione della criminalizzazione preventiva, trasformando la socialità autonoma in un pericolo per l’incolumità pubblica. La traiettoria repressiva è proseguita con il Decreto Cutro, volto a inasprire il controllo sulle migrazioni attraverso l’eliminazione della protezione speciale e il potenziamento della detenzione amministrativa, e con il Decreto Caivano, orientato a colpire la devianza minorile attraverso l’estensione del Daspo urbano ai quattordicenni e l’incremento sproporzionato delle pene per i reati di lieve entità. Il perimetro del controllo si è espanso e ha raggiunto il suo culmine con il DL Sicurezza (ex ddl 1660), una vera e propria dichiarazione di guerra interna che ha introdotto fattispecie di reato specifiche per colpire ogni forma di dissenso materiale: Criminalizzazione della Resistenza Passiva (art. 415-bis c.p.); Stretta sui Blocchi stradali; Il Reato Anti-Ghandi; Detenzione delle madri detenute; Focus sul Fermo Preventivo (DL 23/2026).   Esempi Concreti di Applicazione L’assedio economico: nelle piazze di Bologna, Genova e Cagliari, le autorità hanno attivato gli strumenti del Pacchetto Sicurezza per comminare sanzioni pecuniarie che sfiorano i 12.000 euro per singolo individuo. Tale strategia punta direttamente ai soggetti precari, cercando di soffocare la protesta attraverso l’indebitamento forzato degli attivisti (specialmente quelli legati ai movimenti pro-pal e alla Global Sumud Flotilla). L’esperimento Askatasuna: lo sgombero con mezzi sproporzionati del Centro sociale Askatasuna a Torino è stato definito un esperimento di Stato dove il potere esecutivo ha scavalcato la mediazione politica per imporre una logica di occupazione militare del territorio, trasformando un luogo di mutualismo in un simbolo di pericolo pubblico sotto i nuovi dettami del DDL. Lo Scudo Penale: l’introduzione di tutele legali rafforzate per le forze dell’ordine (spesso definite scudo penale) agisce come una barriera che libera l’agente dal peso delle conseguenze legali in caso di scontri, come visto nel drammatico caso Mansouri a Milano, dove la retorica dell’attacco preventivo è stata usata per giustificare l’uso della forza letale. Questa struttura legislativa trasforma il dissenso da diritto costituzionale a ostacolo tecnico alla funzionalità del sistema, dove la pacificazione interna diventa l’obiettivo supremo a scapito delle garanzie individuali.   Il caso Mansouri e la Fabbrica dell’Immunità sovrana L’omicidio di Abderrahim Mansouri a Milano costituisce la manifestazione estrema della deriva securitaria contemporanea. L’agente Carmelo Cinturrino ha giustificato lo sparo descrivendolo come un attacco preventivo, espressione che ricalca fedelmente la retorica bellica internazionale del governo Meloni. Le indagini hanno rivelato che la scena del crimine è stata alterata per simulare una legittima difesa attraverso il rinvenimento di una pistola giocattolo, piazzata accanto al corpo della vittima per inquinare le prove. Questo evento conferma le tesi sulla Warrior Mentality analizzate da Alex Vitale, in cui gli agenti vedono i civili come un nemico costante anziché come una comunità da proteggere. Mark Neocleous spiega che l’immunità concessa ai funzionari statali funge da «paravento per la violenza sovrana», permettendo agli agenti di agire al di fuori del controllo legale. Egli chiarisce l’origine squisitamente politica di questo concetto: «Ciò che era originariamente in gioco nell’immunità era una decisione politica sul privilegio, nel senso di una legge che si applicava solo a certe classi di persone o individui» (Neocleous, The Politics of Immunity, pp. 11-12). La destra politica ha risposto al caso invocando lo scudo penale contenuto nel decreto sicurezza e celebrando l’aggressività poliziesca quale virtù civile. Tale immunità crea una zona di eccezione dove la legge cessa di applicarsi ai tutori dell’ordine, mentre si accanisce con ferocia sugli esclusi. L’uccisione di un uomo disarmato viene trasformata in un atto necessario per la salvaguardia della civiltà occidentale contro la minaccia asimmetrica rappresentata dai corpi non conformi. Risulta evidente come la soggettività degli agenti venga modellata da una psicologia del sospetto che trasforma ogni interazione in un potenziale scontro bellico. Questa percezione distorta produce soggettività docili attraverso la paura, riducendo la cittadinanza a un esercizio di obbedienza silenziosa.   La repressione del Sumud e la Global Sumud Flottilla L’applicazione materiale di questo dispositivo si è accanita con particolare ferocia contro la Global Sumud Flotilla, l’iniziativa marittima partita dai porti di Barcellona e Catania per sfidare il blocco navale di Gaza. Il governo italiano ha reagito a questa missione di solidarietà attraverso un utilizzo combinato di fermi amministrativi e denunce penali basate sul nuovo impianto normativo. Ogni gesto ispirato al concetto di di Sumud, la fermezza resiliente della popolazione palestinese, viene tradotto dal sapere di polizia in una minaccia alla sicurezza nazionale. Salvatore Palidda evidenzia come la polizia postmoderna detenga ormai il «monopolio nella gestione delle regole del disordine» una facoltà che permette di stabilire arbitrariamente i limiti tra la libertà di agire e lo scandalo politico (Palidda, Polizia postmoderna, p. 1). La repressione della Flotilla e dei blocchi portuali di solidarietà costituisce un esempio di chirurgia sociale volto a estirpare il supporto materiale al popolo aggredito, proteggendo invece la fluidità dei traffici bellici. A Catania, oltre 40.000 persone si sono ritrovate per accompagnare la partenza delle imbarcazioni, subendo cariche e identificazioni di massa che preludevano alla successiva intercettazione illegale in acque internazionali. Tale condotta istituzionale dimostra la trasformazione del diritto in uno strumento di guerra interna contro chiunque rifiuti la neutralità complice… La pacificazione non è la pace; essa è la guerra continuata contro la possibilità stessa di un futuro imprevisto. LAVINIA MARCHETTI È BIOLOGA, APPASSIONATA DI POESIA, LETTERATURA E BELLEZZA NELL’ARTE. LAVORA IN UNA GALLERIA D’ARTE MILANO. Redazione Italia
April 14, 2026
Pressenza