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L’appello di due giovani sulla remigrazione
Ci chiamiamo Kilian e Lukman, abbiamo deciso di scrivere una lettera per spiegare attraverso il nostro vissuto e la nostra storia, perché il concetto di remigrazione non solo sia impraticabile, ma sia profondamente ingiusto e violento. Una lettera che vuole far aprire gli occhi alla società civile, su una delle proposte più disumane nel dibattito politico… Qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate” e nel secolo scorso avrebbero detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è: dove? Forse la domanda è un’altra: Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi? La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. Non ci sentiremo sicuri a camminare per strada e questo ci fa schifo.  La Rete degli Studenti Medi del Lazio diffonde l’appello scritto dai due giovani: > Ci chiamiamo Kilian e Lukman e siamo due ragazzi italiani. > Non avremmo mai pensato di dover scrivere una lettera come questa. In realtà > non avremmo mai pensato di dover spiegare perché apparteniamo al Paese in cui > siamo cresciuti. Eppure, dopo aver sentito parlare di remigrazione e aver > visto che delle persone scenderanno in piazza per sostenerla, ci siamo resi > conto che il silenzio sarebbe stato più doloroso delle parole. > Siamo due ragazzi italiani. Non siamo un’idea politica. Non siamo uno slogan. > Non siamo una teoria da discutere in televisione come per molti. Per noi è una > questione personale. > Riguarda la nostra vita, le nostre famiglie, il nostro futuro. > Quando sentiamo parlare di remigrazione pensiamo a nostra madre che torna a > casa stanca dal lavoro e ci chiede com’è andata la giornata. Pensiamo a nostro > padre che si sveglia quando fuori è ancora buio per andare ad aprire un > negozio e iniziare un turno che finirà ore dopo. Pensiamo alle bollette pagate > a fine mese, alle tasse versate, ai sacrifici fatti per permettere a noi di > studiare e avere opportunità migliori. > Pensiamo a cose semplici, normali. Le stesse cose che fanno milioni di > famiglie italiane ogni > giorno. > Io tra poco affronterò l’esame di maturità. In questi giorni passo il tempo > sui libri, ripeto gli argomenti, cerco di gestire l’ansia e la paura di non > essere abbastanza preparato. Le stesse paure che hanno i miei compagni di > classe. Gli stessi sogni di chiunque abbia diciotto anni e si affacci alla > vita adulta. > Io invece studio psicologia all’università La Sapienza. Non ho mai immaginato > nulla di diverso da restare in Italia, lavorare nel mio paese, aiutare qui le > persone. Passo i pomeriggi tra lezioni ed esami, esulto e mi arrabbio > guardando la Roma, prendo in giro gli amici e vengo preso in giro come accade > in qualsiasi gruppo di ragazzi. Parlo con l’accento romano da quando ha > imparato a parlare. > Eppure qualcuno guarda ragazzi come noi e vede degli stranieri. Questa è la > parte che facciamo più fatica a comprendere. > Perché noi non abbiamo mai vissuto l’Italia come un luogo esterno da > osservare. L’abbiamo vissuta da dentro. Nelle scuole che abbiamo frequentato, > nei quartieri in cui siamo cresciuti, nei campetti dove abbiamo giocato da > bambini, nei professori che ci hanno insegnato a credere in noi stessi, a > studiare per diventare insegnanti, medici, psicologi, operai, ingegneri. > Quando qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate”, e nel > secolo scorso avrebbe detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è > molto semplice: dove? Dove dovrebbe andare una persona che è già a casa? > Qual è il luogo alternativo per chi ha costruito qui i propri ricordi più > importanti? Per chi qui ha imparato a leggere e scrivere, ha dato il primo > bacio, ha festeggiato i compleanni, ha pianto ai funerali delle persone care, > ha immaginato il proprio futuro? > La verità è che ciò che fa più paura non è soltanto l’esistenza di certe idee. > Fa paura vedere quanto facilmente ci si abitua, si iniziano a considerare > normali parole che qualche anno fa avrebbero suscitato indignazione e oggi > vengono accolte con una scrollata di spalle. Fa paura accorgersi che sempre > più spesso si discute della vita delle persone come se si stesse parlando di > numeri, statistiche o problemi da gestire, dimenticando che dietro ci sono > ragazzi con un volto, una storia, dei legami: io sono stato il vostro compagno > di banco, mio zio quello da cui avete comprato la frutta, i miei genitori i > tuoi vicini di casa. > Perché la storia ci insegna che il momento più pericoloso non è quando nasce > un’idea disumana. È quando le persone smettono di reagire. Quando smettono di > sentire. > Tra qualche giorno io sosterrò l’esame di maturità. In questi anni, seduto tra > i banchi di scuola, ho studiato la storia europea e quanto sia pericoloso > abituarsi a certe parole e ho studiato anche la Costituzione italiana. Ho > letto l’articolo 3, quello che dice che tutti i cittadini hanno pari dignità > sociale e sono uguali davanti alla legge. Ricordo ancora i professori che > spiegavano quanto fosse importante quella frase e da quale storia fosse nata. > Per questo oggi fa un certo effetto sentirlo messo in discussione, perché non > è soltanto un nostro problema. È una questione che riguarda tutti. Riguarda la > qualità della nostra democrazia, il valore che attribuiamo alla dignità umana > e il futuro che vogliamo costruire insieme. > Noi continuiamo a credere che l’Italia sia migliore di questo. > Lo crediamo perché la conosciamo. Lo crediamo perché ogni giorno incontriamo > persone che ci giudicano per quello che facciamo e per come ci comportiamo, > non per le nostre origini. Lo crediamo perché sappiamo che questo Paese è > molto più grande delle paure che qualcuno prova ad alimentare per propaganda > politica. > Noi sappiamo quale Italia abbiamo conosciuto e quale Italia amiamo. > La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. Non ci sentiremo sicuri a > camminare per strada, ad andare a sostenere l’esame, ad uscire con i nostri > amici: per le nostre origini e il colore della nostra pelle, e questo ci fa > schifo. > Per questo non vogliamo restare in silenzio. > E forse la domanda più importante non è se persone come noi appartengano > all’Italia. > Forse la domanda è un’altra: Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di > noi? > Un’Italia che insegna ai ragazzi a sognare, studiare, impegnarsi e contribuire > alla società in cui vivono, oppure un’Italia che continua a ricordare ad > alcuni di loro che, qualunque cosa facciano, per qualcuno non saranno mai > abbastanza? > Perché il giorno in cui una persona deve difendere il proprio diritto a > chiamare casa il luogo in cui è cresciuta, non è soltanto quella persona a > essere messa in discussione, ma la libertà, la dignità e la coscienza di un > intero Paese. Redazione Roma
June 9, 2026
Pressenza
Jesi, platea di adulti fischia un sedicenne della Rete degli studenti medi
“Decine di adulti che fischiano un sedicenne  (qui il video, ndr) e poi lo accusano di essere un attore: grande esempio di spessore morale e maturità. Ironico pensare che queste persone sono le stesse che pretendono di essere un modello dal quale dovremmo imparare.” Si conclude così il comunicato stampa della Rete degli Studenti Medi di Jesi, nelle Marche. Luca Casarini qualche tempo fa scriveva: “Unico metro di misura a cui mi affido ormai, guardare gli occhi di chi ho davanti, consapevole che siete un mondo nuovo anche rispetto al mondo nuovo che eravamo noi. Se uno diventa vecchio, l’ho capito, ha il privilegio di poter imparare da quelli che vengono dopo, e non il contrario. Può raccontare di un tempo antico, ma non insegnarlo. Può sentire l’amore, la freschezza, se ha la fortuna di essere invecchiato libero, ma non può dirvi cosa dovete fare”. Ma gli adulti che hanno fischiato quel ragazzo non vogliono mettersi in discussione con il mondo nuovo che assieme ai suoi coetanei rappresenta. Giovedì 4 giugno presso una sala pubblica della città si è tenuta un’assemblea promossa dal “Comitato Cittadini di Jesi”, sul progetto della Giunta di restyling di un’importante e storica arteria stradale cittadina. Un progetto fortemente contrastato da alcuni imprenditori locali, da quanti hanno lungo la strada attività economiche, da partiti e liste civiche di opposizione. Non è il merito della questione a fare notizia, ma quello che è accaduto fuori dalla sala e durante lo svolgimento dell’assemblea e che esula completamente da dinamiche di appartenenze e sensibilità politiche. Con la giustificazione della capienza massima della sala, i promotori hanno fatto una sorta di bagarinaggio non oneroso, distribuendo discrezionalmente dei ticket di accesso a partiti e liste di opposizione e stakeholder contrari al progetto. Questo ha fatto sì che molte persone che volevano partecipare all’assemblea pubblica siano state lasciate fuori dalla sala. Tra queste una rappresentanza della Rete degli Studenti Medi cittadina, che sostiene il progetto del Comune. “Mi sono ritrovata una porta sbattuta in faccia” racconta una ragazza. “La mia sensazione, assieme a tanti altri là fuori con me (con opinioni tutte differenti sul tema), è stata quella di venire tagliata fuori dalla comunità, come se non avessi il diritto di partecipare e assistere alla discussione allo stesso modo di chi era all’interno della sala.” Solo un loro portavoce è stato fatto entrare perché potesse intervenire. E quando lo ha fatto, è stato interrotto dai fischi e dalle urla di una “turba” di adulti presenti in sala e si è visto costretto a smettere di leggere l’intervento preparato collegialmente con gli altri giovani dell’organizzazione. “Il ragazzo sedicenne” specifica il comunicato stampa “è stato scelto casualmente per leggerlo, dal momento che a gran parte delle ragazze e dei ragazzi lì presenti non era stato concesso di entrare e prendere parte all’assemblea”. Ma la “turba” gerontocratica, che il mattino dopo si è spostata dalle sedie della sala alle tastiere dei social, ha proseguito nel gettare addosso a lui lo stigma: “E’ un pupazzo”, “Gli hanno messo in mano il discorso scritto da quelli del partito”, “Un attore indottrinato che ha recitato la parte”. Qualcun altro ha ritenuto di doversi scusare pubblicamente, essendosi accorto che quel ragazzo è un compagno di scuola del figlio, ma non riconoscendogli comunque l’autonomia di azione e pensiero politico. La toppa, come si dice, è risultata peggiore del buco. Bullizzato con le parole il sedicenne, invece gli applausi più scroscianti sono stati riservati ad uno stakeholder ultracinquantenne, il cui intervento ha focalizzato quale debba essere l’obiettivo prioritario nell’amministrare una città: rattoppare tutte le buche stradali. Visione politica questa che ha risvegliato l’ardore civico della matura platea dell’assemblea. Ma questo mondo adulto, buona parte del quale soggetto al fenomeno dell’analfabetismo di ritorno (basta leggere i commenti sui social), non solo ignora, ma neanche è in grado di concepire quali siano le dinamiche orizzontali dei collettivi giovanili, senza gerarchie verticali e non sa che un testo letto è il frutto di un lavoro comunitario di ascolto ed elaborazione. Lo squadrismo sonoro di cui è stato fatto oggetto un cittadino di sedici anni che voleva (avendone tra l’altro pieno diritto) semplicemente portare un contributo ad una discussione, va ben al di là della questione di merito e rispolvera il tema del mito di Crono. Generazioni di adulte dopati dall’ego, imprigionati dal  proprio potere e spaventati dalla morte, che scelgono di ‘divorare’ i propri figli. Quelle generazioni, che per avidità, accumulo e consumo sfrenato si sono ‘mangiate’ il pianeta, lasciando i più giovani a subire nei prossimi anni le devastanti conseguenze della catastrofe eco-climatica. Adulti per i quali in una città la priorità è il numero dei parcheggi lungo una strada, ma non se verranno attivate oasi climatiche per le prossime estati. Come può essere “desiderabile” per un giovane una città in cui le classi dirigenti si occupano delle misure degli stalli auto, ma non delle ricadute locali (economiche, sociali, urbanistiche sanitarie) del surriscaldamento globale? Quello replicato a Jesi, la ferocia emotiva del mondo adulto su quello più giovane, è lo stesso schema già visto durante un blocco stradale dei movimenti per la giustizia climatica, durante uno sciopero scolastico e universitario, in un corteo contro il genocidio di Gaza, in un talk televisivo e che in maniera discriminante viene praticato nelle dinamiche della vita e delle relazioni quotidiane. I più giovani che vengono estromessi dall’accesso a ruoli, funzioni dirigenti e di potere da una gerontocrazia di adulti “irriducibili” nel mollare posizioni. Un apartheid generazionale che specie in Italia è diventato strutturale e che vede responsabili e inconsapevoli complici tutte le forze politiche, economiche e sociali che a vario livello, dirigono da anni il Paese. “Ciò che si cela dietro quei fischi tanto vili è una comunità che non ha avvenire: non lasciare uno spazio di opinione, per quanto essa sia diversa da altre, alle nuove generazioni, e quindi al futuro di questa società, significa condannarsi inevitabilmente al declino” scrive il collettivo studentesco di Jesi Il mondo adulto, che siede nei luoghi dei poteri, “liscia il pelo” alla generazione più giovane solo quando questa non ostacola e mette in pericolo i suoi ruoli, nei quali si autoriproduce da anni. Ecco la ragione per cui in Italia non viene abbassata l’età per votare, o non si rende possibile il voto degli universitari fuori sede. Perché la paura di perdere privilegio “fa novanta”. E il voto sul referendum costituzionale di marzo, quando “non li hanno visti arrivare”, li ha terrorizzati. Non è un caso che buona parte dei vari decreti sicurezza del governo Meloni, a partire dal cialtronesco anti rave party, siano perlopiù incentrati su provvedimenti oppressivi e repressivi proprio nei confronti delle generazioni più giovani. “In questo momento particolare” ha detto recentemente Alessandro Baricco “non credo che la mia generazione debba dire qualcosa. I ragazzi di oggi hanno un patrimonio genetico immensamente più ricco del nostro. Loro possono leggere questo mondo, noi no, anche i più intelligenti di noi fanno fatica, perdiamo così tanto tempo in dibattiti che non sono reali. La mia generazione non solo è cronicamente incapace di risposte vere, ma abbiamo proprio  le domande sbagliate, per cui perdiamo molto tempo a cercare le risposte di domande che nel frattempo sono scadute. I giovani hanno le domande molto più vicine al reale e se un ragazzo ha una domanda giusta, quello è un tesoro. In questo mondo qua loro hanno le domande più giuste di noi. E se la domanda è più giusta, migliore, bisogna fidarsi di lui per salvarsi.” Nelle nostre città, però, non è questo ciò che quotidianamente accade. Leonardo Animali
June 9, 2026
Pressenza
Il diritto (negato) alla difesa civile non armata e nonviolenta
Riceviamo e pubblichiamo questa riflessione di Mimmo Cortese (OPAL) Ci sono molti punti di vista attraverso i quali guardare e giudicare la proposta di legge (PdL) per la formazione di un “Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta”. Sul piano politico, come un avanzamento sulla via della nonviolenza, una spinta al disarmo e un tassello ulteriore per costruzione della pace; su quello etico, come riconoscimento della legittimità della scelta di non uccidere, dell’obiezione ad usare strumenti progettati per violare, sottomettere, assassinare uomini e donne; sul piano giuridico, come un’articolazione e un completamento della Costituzione, che finalmente saldi assieme articolo 11 e articolo 52 della nostra carta fondativa; sul piano istituzionale, con la formazione di una nuova struttura dell’apparato statale che potrebbe avere conseguenze tanto innovative quanto dirompenti. Tuttavia c’è un filo che lega assieme questi piani e dà loro solidità, prospettiva. Con questa PdL si riconosce un diritto (dovere) che va ad inserirsi pienamente in quella stagione vissuta tra la fine degli anni ‘60 e gli anni ‘70 che ha cambiato radicalmente il volto del paese nell’innesto tra riforme (Statuto del lavoratori, legge Basaglia, ecc) e riconoscimento di alcuni primari diritti civili. In quegli anni la spinta e la forza collettiva delle lotte operaie, delle fondamentali elaborazioni e mobilitazioni femministe, delle rivendicazioni studentesche, pur partendo da luoghi ideali e politici, ambiti sociali ed esigenze molto diverse, conversero – saldandosi – in quell’enorme movimento che dette pienezza e fondamento alla nostra democrazia. A qualcunə potrà sembrare azzardato, fuori misura ma esattamente come è stato nel grande movimento per i diritti civili, in particolare per il divorzio e per l’aborto, sostenuti con la lotta e con il voto di milioni di cittadin3, dobbiamo sostenere e mobilitarci in massa perché la proposta per un Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta diventi legge e struttura dell’ordinamento istituzionale del paese. Anche per quei due fondamentali diritti civili, il divorzio e l’aborto, fu indispensabile la scelta, l’impegno, la lotta di chi – per motivi etici, religiosi o di altra natura – pur avendo dubbi e perplessità, o addirittura contrarietà personale per il loro possibile esercizio – fece prevalere l’imperativo politico che un paese democratico, edificato su una Costituzione nella quale uguaglianza, solidarietà e libertà erano i saldi fondamenti della sua rinascita, dovesse senza esitazioni dare luogo all’esercizio di quei due importanti diritti. Si trattava di una generazione in buona parte uscita dalla devastazione e dalla brutalità della guerra, dell’occupazione nazista e dall’abiezione della dittatura fascista. Ieri come oggi, in un mondo che sembra volere riprecipitare in quella temperie barbara e disumana, oltre alle tante iniziative che stiamo sostenendo questa lotta per la Proposta di Legge sul Dipartimento difesa civile non armata e nonviolenta a mio parere va’ assunta come priorità per tutto il movimento, proprio per i presupposti che ho cercato di illustrare nelle righe precedenti. Non 50.000 ma 500.000, un milione di firme dovrebbe essere il nostro obbiettivo. Redazione Italia
June 7, 2026
Pressenza
Il mediattivismo e le moltitudini ribelli
Lunedì 8 giugno allo ZAC! ad Ivrea ci sarà un incontro sul ruolo del mediattivismo attuale, incrociando il quaderno di Pressenza Moltitudini ribelli che raccoglie i “fili di speranza” presenti nelle mobilitazioni dell’ultimo anno, la scelta dello strumento podcast da parte della Newsletter delle Local March for Gaza e l’esperienza delle Rossetorri d’Ivrea, che partirono proprio alla fine dei ’70 come radio libera. Lunedì 8 giugno 2026 alle ore 18:00 presso lo ZAC! di Ivrea  C’è un filo invisibile, ma acusticamente potentissimo, che collega il moderno mondo dei podcast alla stagione più accesa, libera e creativa della comunicazione italiana: quella delle radio libere degli anni ’70. Il recente progetto podcast delle Local March for Gaza, nato per “sintonizzare i passi” e dare voce alle nuove generazioni, non è un fenomeno isolato. È l’evoluzione digitale di un’esigenza antica: quella di una comunicazione autentica, che non risponda alle logiche dei grandi gruppi editoriali o agli algoritmi dei social network, ma al racconto della realtà dal basso come passaggio necessario per costruire un altro futuro. Mettersi in ascolto dei giovani oggi significa fare ciò che i pionieri dell’etere facevano cinquant’anni fa: accendere un microfono dove gli altri lo spengono, rompere il monopolio della narrazione ufficiale e trasformare il dissenso in proposta culturale. Oggi la sfida si sposta inevitabilmente dalle vecchie antenne sui tetti ai file audio digitali nelle cuffie dei ragazzi. Ma contrariamente ai luoghi comuni, le nuove generazioni non si sono allontanate dall’impegno. I dati delle recenti ricerche Ipsos sul consumo editoriale ci dicono chiaramente che i ragazzi non hanno affatto smesso di informarsi, ma hanno cambiato radicalmente canali. L’ascolto dei podcast tra i giovani è in costante e netta crescita: un segno inequivocabile di un bisogno profondo di approfondimento, di storie autentiche e di contenuti svincolati dai palinsesti tradizionali. Il podcasting è, a tutti gli effetti, la nuova FM. Capire come i passi di ieri (le radio libere, il giornalismo di frontiera) possano sintonizzarsi con i linguaggi di oggi (il mediattivismo digitale, l’audio) è l’unico modo per continuare a costruire un’informazione davvero libera ed etica. Questa attitudine a sperimentare e a fare controinformazione Ivrea la conosce bene, possedendo un patrimonio storico che fa da perfetto ponte tra ieri e oggi. Parlare di informazione alternativa nel nostro territorio significa evocare le radici di Rossetorri, nata proprio in quella stagione pionieristica degli anni ’70 in cui la modulazione di frequenza divenne lo spazio della controinformazione, della musica non omologata e del dibattito politico senza filtri. Quella di Rosse Torri non è stata solo un’esperienza tecnica, ma un vero e proprio esempio di mediattivismo ante litteram: un presidio di libertà che ha dimostrato come la cultura e l’informazione sociale possano farsi comunità, resistendo al tempo e trasformandosi – nel corso dei decenni – in giornale (Varieventuali), in cinema diffuso e in presidio sociale. Oggi, quella stessa spinta etica vive nell’esperienza di Pressenza, agenzia di stampa internazionale per la pace, la nonviolenza, l’umanesimo e la non-discriminazione. In un panorama mediatico italiano spesso ripiegato su logiche di polarizzazione e rassegnazione, Pressenza sta diventando un punto di riferimento fondamentale per la narrazione di ciò che di positivo e costruttivo avviene nella società. Il suo mediattivismo non si limita a denunciare l’orrore della guerra, ma si impegna a dare visibilità alle alternative possibili, a mappare le reti di solidarietà e a dare dignità giornalistica alle buone pratiche sociali. Testimonianza concreta di questo sforzo editoriale è il nuovo volume “MOLTITUDINI RIBELLI. Un’alternativa possibile alla guerra permanente“ (Quaderno di Pressenza 2025, edito da Multimage, a cura di Toni Casano, Pina Catalanotto e Daniela Musumeci). Un testo che dimostra come l’attivismo e il giornalismo possano (e debbano) fondersi per scardinare il pensiero unico. Resta aperta la domanda di fondo: l’informazione dal basso ha ancora la forza di contrastare la logica della guerra permanente? Il mediattivismo salverà il giornalismo? Per discutere di questa continuità e discontinuità, di esperienza e di innovazione, e per gettare concretamente questo ponte con i giovani e i loro nuovi linguaggi, l’appuntamento è per lunedì 8 giugno 2026 alle ore 18:00 presso lo ZAC! di Ivrea (Via Dora Baltea 40/B), come ricordato anche nella locandina dell’incontro Il dialogo verrà impostato e guidato da me e dalla storica indipendente Manuela Alessandra Filippi. Al tavolo si confronteranno: * Toni Casano e Daniela Musumeci (Pressenza) * Nicoletta Salvi Ouazzene (Mamme in piazza per la libertà del dissenso) * Con la partecipazione di Varieventuali (il giornale dell’altra Ivrea, custode dell’eredità di Rosse Torri) L’8 giugno allo ZAC! non faremo solo memoria storica, ma cercheremo di capire come sintonizzare la memoria con il futuro. Vi aspettiamo. Ettore Macchieraldo
June 7, 2026
Pressenza
Cronaca dal Youtopic Fest di Rondine
Riceviamo e pubblichiamo dall’ufficio stampa di Rondine Cittadella della Pace, 6 giugno 2026 – Che cosa significa abitare l’inquietudine senza esserne travolti? E come può il conflitto, nelle sue forme personali, sociali, geopolitiche e tecnologiche, diventare occasione di cambiamento? YouTopic Fest, il festival promosso da Rondine Cittadella della Pace, ha attraversato linguaggi, generazioni e prospettive diverse. Il filo conduttore è stato quello dell’inquietudine non come ostacolo, ma come energia da orientare. Non una parola astratta, dunque, ma una condizione concreta del nostro tempo: inquietudine davanti alle tecnologie che cambiano il modo di conoscere, davanti alle guerre che sembrano moltiplicarsi, davanti alla fragilità della democrazia internazionale, davanti alla difficoltà di educare, riparare, comprendere. La riflessione sull’intelligenza artificiale ha aperto uno dei fronti più urgenti del presente: non solo che cosa la tecnologia può fare, ma che cosa noi decidiamo di farne. A partire da una domanda provocatoria – millantare la conoscenza o organizzare la conoscenza? – Mafe de Baggis, docente, scrittrice e Digital Media Strategist, ha richiamato il rischio di mancare ancora una volta un’occasione storica. “L’inquietudine vera che nasce dall’arrivo delle intelligenze artificiali è quella di sprecare una nuova opportunità di migliorare il mondo dove viviamo, cosa che per esempio è già successa con l’avvento di internet. Dobbiamo imparare a utilizzarla per immaginare un mondo diverso, perché quello dove viviamo è un po’ andato a male. Il controllo però resta nelle nostre mani, il tempo liberato grazie all’utilizzo della AI deve essere restituito a noi stessi e al nostro benessere”. La tecnologia, dunque, non come destino, ma come scelta. Irene Funghi, giornalista di Avvenire, ha ricordato che proprio ciò che l’intelligenza artificiale tende a correggere o cancellare può diventare, nella vita reale, un principio di trasformazione: “L’errore ha una grande valenza generativa, può essere il punto di partenza per qualcosa di nuovo e positivo, come avviene a Rondine, dove i giovani cercano di dare una possibilità alle ferite che si ritrovano addosso e ritrovano speranza. Indica una strada nella quale ognuno si deve mettere in gioco”. Diletta Huyskes, ricercatrice ed esperta di etica delle tecnologie e impatto sociale dell’IA, ha infine riportato il discorso alla concretezza dei sistemi. Ha sfatato alcuni miti sull’intelligenza artificiale, ricordando che si tratta di una infrastruttura complessa e costosa, realizzata principalmente da aziende private, e che “non potrà mai avere delle emozioni vere come alcuni temono”. La AI, ha spiegato, è “uno specchio di noi stessi”: ha aumentato gli standard di performance e ha reso più evidenti crisi già aperte, dalla scuola all’insegnamento, dai criteri di assegnazione dei compiti alle modalità di valutazione, fino alla selezione del personale nel mondo del lavoro. Dalla conoscenza organizzata dalle macchine alla conoscenza custodita dalle storie, il passaggio è stato naturale. Il workshop “Raccontare l’inquietudine con Gabriella Simoni” ha proposto un percorso sul valore del racconto, soprattutto quando la realtà da raccontare è ferita dalla guerra, dal dolore e dalla distruzione. Gabriella Simoni, professionista del giornalismo che ha attraversato contesti segnati da conflitti profondi, si è soffermata su un aspetto spesso sottovalutato: gli strascichi della guerra. Ha richiamato i Balcani, Gaza, l’Irlanda del Nord, cioè luoghi in cui la violenza non finisce quando tacciono le armi, ma continua a lavorare nelle famiglie, nelle memorie, nei linguaggi, nelle comunità: “L’angoscia degli ultimi anni è la consapevolezza che pur essendoci più informazioni su ciò che accade nel mondo, la comprensione della gente di questi fatti è precipitata. Per questo urge tornare a un rapporto serio con la realtà. Dove arrivano semplificazione e strumentalizzazione politica, abbiamo finito di capire”. È uno dei passaggi centrali della giornata: in un tempo saturo di informazioni, la vera emergenza non è solo sapere di più, ma comprendere meglio. Rondine ha posto così il tema del racconto come responsabilità pubblica: non addomesticare il conflitto, non usarlo come materiale retorico, non ridurlo a slogan, ma restituirgli complessità e umanità. Il confronto sulla realtà ha trovato una sua prosecuzione nel panel “Imprese di Pace nell’era dell’inquietudine”, dove l’intervista di Lina Palmerini, giornalista e opinionista, notista politica del Sole 24 Ore, a Elisabetta Belloni, già Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e già Direttore Generale del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, ha portato al centro le fragilità della geopolitica contemporanea. In un momento in cui l’ordine internazionale appare lacerato e si torna a parlare di “guerra giusta”, la cooperazione non è stata presentata come un ideale filosofico, ma come una dura necessità strategica per non essere messi fuori gioco. Belloni ha descritto uno scenario di crisi per l’Europa, chiamata a investire in ricerca, innovazione ed energia. “Se non si investe in ricerca, innovazione, energia, saremo sopraffatti da altri”, ha detto. E ancora: “Se il riarmo è il contributo a una difesa integrata, lo vedo come un elemento positivo, ma mi auguro porti a un aumento della capacità produttiva di tutti i Paesi europei, senza che prevalga uno Stato sull’altro”. Il punto critico, ha sottolineato Belloni, riguarda però la dimensione politica: l’Europa rischia di muoversi verso il riarmo senza rafforzare una vera governance comune. Servono politiche condivise e il superamento del sistema dei veti. “Dopo la Seconda guerra mondiale l’ordine mondiale aveva tre obiettivi: pace, democrazia, prosperità. Su questi temi però negli ultimi anni c’è stato un arretramento. Dobbiamo avviare la costruzione di un nuovo ordine mondiale, mettendo al centro i valori umani e contrastando le disuguaglianze che alimentano l’instabilità. Non dobbiamo lasciare nessuno indietro. In questo contesto la Chiesa ha un ruolo centrale: indicare che se uno Stato viene lasciato indietro, si ricreano le condizioni dello squilibrio e dell’instabilità”. Dentro questo scenario, anche il mondo dell’impresa è stato chiamato a misurarsi con il proprio ruolo. Il panel ha offerto l’occasione per valorizzare il percorso delle Imprese di Pace, nato dal Metodo Rondine e dalla collaborazione con Fondazione KON. Francesco Ferragina, della Fondazione KON, ha ricordato che sostenibilità e fiducia sono oggi i veri capitali aziendali e che le imprese non possono più permettersi di ragionare singolarmente. La pace, in questa prospettiva, non è un tema esterno all’economia, ma una condizione della sua possibilità. La riflessione sulla pace come responsabilità concreta è arrivata al cuore dell’esperienza di Rondine con l’Angolo del Conflitto di Franco Vaccari. Spesso Rondine viene considerata ininfluente rispetto alle grandi dinamiche globali di guerra e pace. Proprio da questa obiezione è partita l’intervista condotta da Lina Palmerini, che ha portato il Metodo Rondine dentro l’arena delle domande più scomode. Vaccari ha richiamato anzitutto il valore educativo dell’esperienza di Rondine. L’educazione funziona su tempi lunghi, mentre l’oggi è dominato dalla velocità. Ma se non fosse più possibile pensare nel lungo periodo, allora – ha osservato – tanto varrebbe chiudere le scuole. Il presidente e fondatore di Rondine ha insistito sulla necessità di andare controcorrente “ostinatamente”, senza assecondare la cultura del disprezzo. Anche quando si parla di identità, ha ricordato, si dimentica spesso che essa è frutto di infinite relazioni con l’altro. Rondine scommette sul passo possibile verso la pace: riconoscere il “nemico” come persona, senza paura di fallire e anzi riconoscendo il valore generativo dei fallimenti. “A noi piace la figura di san Francesco perché ha parlato con il lupo. Se non ci parliamo, lo facciamo diventare sempre più ‘lupo’. A me piace dire che un lupo sonnecchia in ognuno di noi. Per questo l’antidoto alla paura è la fiducia e non si compra al supermercato, ma nasce nelle relazioni. Nasciamo con una dotazione di base che poi viene rafforzata dall’andare avanti nei ‘nonostante’. Se si resta nelle aspettative disattese e nelle disillusioni, allora si costruisce la fiducia. Non abbiamo alcuna pretesa di salvare il mondo, ma solo di dare un piccolo contributo di valore”. È una dichiarazione che tiene insieme realismo e speranza: Rondine non promette scorciatoie, ma indica un metodo. Non rimuove il lupo, prova a parlargli. Redazione Italia
June 6, 2026
Pressenza
“Congo Boy”: di cosa parla il film girato da un rifugiato che ha commosso Cannes
Tra le cicatrici della guerra e il desiderio di futuro, il regista congolese conquista il pubblico con un’opera vitale che rifiuta la disperazione e celebra la forza dell’arte. Non si è trattato solo di una lunghissima standing ovation: la sala è letteralmente esplosa alla fine della prima proiezione di Congo Boy, trascinata dalla musica, commossa per una storia autentica che unisce arte e pericolo, dolore e speranza, sullo sfondo di un Paese dilaniato dalla violenza e agonizzante a causa della povertà. Presentato alla 79ª edizione del Festival di Cannes (12-23 maggio 2026) nella sezione Un Certain Regard è il primo lungometraggio di finzione di Rafiki Fariala, classe 1997, nato nel Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, regista che avevamo già scoperto alla Berlinale con il suo promettente documentario Nous, étudiants. La storia del film il regista l’ha vissuta in prima persona: è fuggito nella Repubblica Centrafricana a causa della guerra e si è affermato come musicista, per poi diventare regista. Prima della proiezione del film, questa storia e la storia di tutti i rifugiati ce l’ha cantata lui stesso, coloratissimo griot, evocando le esperienze di tanti. Lo sa bene lui, che porta sulla pelle i segni della Storia. Prima di approdare al cinema si è affermato come musicista, pubblicando non a caso la canzone dal titolo Why War? passando poi dietro la macchina da presa per un’opera prima fortemente autobiografica. Il protagonista del film è Robert, un diciassettenne che vive a Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana. Il ragazzo sogna di diventare musicista, mentre intorno a lui la città è attraversata da instabilità politica, violenza armata e precarietà permanente. Quando i genitori vengono arrestati, Robert si ritrova improvvisamente da solo a occuparsi dei quattro fratelli più piccoli. Il rapporto di Robert con i fratellini è di una tenerezza infinita, come infinito è l’amore per la madre che va a trovare in carcere e il rispetto per il padre, vecchio incartapecorito, dai cui occhi arrossati traspare una vita di tragedie. Il ragazzo cerca di sopravvivere tra lavori occasionali, scuola e musica. Il padre, infermiere, dalla prigione gli raccomanda di studiare per diventare medico. E lui studia la notte, dopo essersi stancato a morte con i lavori più svariati, provato dalla fatica della quotidianità. Respinto una prima volta, riesce nel secondo tentativo a procurarsi il baccalauréat, anche se frequentare l’università è chiaramente un miraggio. La sua vera passione è la musica: in ogni momento libero compone testi rap, cerca in ogni modo l’occasione per farsi strada, disposto ad accettare umiliazioni e compromessi, senza mai lasciar svanire il suo sogno. Trailer di Congo Boy. «Ho realmente vissuto tutto ciò che viene raccontato nel film» ha detto il regista, e da questo deriva sicuramente la grande forza di Congo Boy. «Proprio come il protagonista del mio film, durante un attacco degli Antibalaka venni colpito a un piede da un proiettile di kalashnikov. Porto ancora la cicatrice, » racconta. Molti altri elementi del film appartengono direttamente alla realtà del regista: la zia del protagonista è interpretata dalla vera zia di Fariala, alcuni militari sono veri militari e gran parte delle location coincidono con luoghi realmente attraversati dalla sua storia personale. E anche la musica nel film smette di essere semplice elemento narrativo di evasione e diventa esperienza concreta per poter sopravvivere; Robert alla fine partecipa a un concorso musicale, vince e può pagare il riscatto per far uscire i genitori dalla prigione. La cifra stilistica del film è vibrante, le luci dei locali e l’incubo della notte si succedono incessantemente. Non c’è ombra di autocompatimento, ma piuttosto un’energia straordinaria che deriva forse anche dal mix di autobiografia, documentario e racconto di formazione. Il suo cinema lavora sull’energia dei corpi, sul movimento della città, sul rapporto tra violenza quotidiana e desiderio di futuro. Ed è forse proprio qui che il film trova il suo equilibrio più convincente. Pur raccontando guerra, migrazione, povertà e violenza politica, conserva un’energia vitale molto forte: la musica, le amicizie, il movimento urbano, la possibilità di inventarsi un futuro anche dentro condizioni quasi impossibili. Non è un film sulla disperazione, quindi, ma sulla resistenza quotidiana di chi crede in qualcosa e lo rende possibile superando le difficoltà più ardue. Il film è una coproduzione tra Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Francia e Italia, con la partecipazione della società italiana Karta Film. Un elemento che ci fa sperare di vedere presto Congo boy nelle nostre sale. Africa Rivista
June 3, 2026
Pressenza
600 giovani da tutta Italia e dall’Albania per l’Expo-Fest di Time to Change
Il 6 e 7 giugno 2026 il Centro Mariapoli di Castel Gandolfo ospiterà l’evento conclusivo del progetto promosso dai ragazzi del Movimento dei Focolari. Fulcro dell’Expo-Fest – due giorni di festa, testimonianze, musica, creatività e impegno per la pace – di Time to Change è il progetto che ha coinvolto adolescenti, scuole, parrocchie, associazioni sportive e realtà del terzo settore in tutta Italia e oltre confine in centinaia di azioni concrete per il bene comune. Nato dall’invito di Chiara Lubich a “vivere per qualcosa di grande”, Time to Change mette al centro i giovani tra i 12 e i 17 anni, chiamandoli a osservare il proprio territorio, riconoscere bisogni concreti e trasformarli in azioni di fraternità. Il percorso si fonda su tre verbi semplici e profondi: vedere, sentire, agire. Ciò che rende il progetto particolarmente significativo è la sua origine: non nasce da un piano elaborato a tavolino, ma dalla vita stessa dei ragazzi. È costruito passo dopo passo insieme ad assistenti, educatori, insegnanti e comunità locali, con un obiettivo dichiarato: creare reti di fraternità a partire dai luoghi in cui i giovani abitano, studiano e crescono. Una giornata trascorsa sulla neve con i bambini di Gaza. Un tratto d’asfalto di un’area pedonale trasformato in un murale con un messaggio di pace. E ancora parchi, strade e sottopassaggi ripuliti; iniziative contro la dispersione scolastica; servizio ai poveri; cura della comunicazione e delle relazioni autentiche. Sono solo alcune delle azioni realizzate nell’ambito di Time to Change. Le attività hanno toccato ambiti diversi: cura dell’ambiente, servizio alle persone più fragili, riqualificazione di spazi pubblici, incontro con anziani e persone sole, iniziative di pace e solidarietà internazionale. I numeri raccontano la forza dell’iniziativa: 105 squadre iscritte, oltre 1.300 ragazzi e 240 adulti coinvolti. All’Expo-Fest parteciperanno circa 600 giovani provenienti da tutta Italia e Albania. Sabato 6 giugno, dopo la sfilata e la presentazione delle 52 squadre presenti, il programma prevede workshop creativi, momenti di condivisione e la presentazione delle 9 squadre finaliste, selezionate per l’impatto delle azioni realizzate. Nel pomeriggio si svolgeranno le votazioni e la premiazione finale. Sarà possibile seguire l’evento anche in streaming sul canale YouTube @Focolaritalia: https://www.youtube.com/@Focolaritalia dalle ore 10.00 e dalle ore 17.15. La sera di sabato, alle 21, il complesso musicale giovanile AsOne offrirà un concerto aperto anche al pubblico esterno. Per l’occasione, la band ha preparato nuove canzoni pensate come “una voce comune” per raccontare che la vita, vissuta nella fraternità, può diventare un capolavoro. Domenica 7 giugno, dopo la Messa, i ragazzi daranno vita a un flash mob per la pace nei giardini del Centro Mariapoli, con riprese dall’alto. Sarà un gesto simbolico per dire che i giovani non vogliono restare spettatori davanti alle ferite del mondo, ma desiderano essere protagonisti di un cambiamento possibile. L’Expo-Fest non sarà soltanto la conclusione di un percorso, ma una tappa di un cammino destinato a continuare. Time to Change vuole infatti crescere, coinvolgere nuove realtà e offrire ad altri ragazzi l’occasione di scoprire che la solidarietà non significa solo “fare qualcosa per gli altri”, ma imparare a stare con gli altri, costruendo comunità oltre le differenze, l’età, il dolore e l’indifferenza. Per vivere qualcosa di grande. Redazione Italia
June 2, 2026
Pressenza
Perù: gli studenti universitari di 16 regioni organizzano uno sciopero nazionale
La Federazione degli Studenti del Perù (FEP) ha indetto uno sciopero nazionale universitario di 24 ore  in 16 dipartimenti del Paese. «La seconda fase avrà inizio quando le nuove autorità assumeranno il governo, tra 50 o 100 giorni», ha dichiarato Luis Escudero, presidente della FEP, che rappresenta gli studenti universitari, degli istituti superiori e delle scuole. Le principali richieste dell’organizzazione riguardano la realtà educativa, come: una nuova legge universitaria con la partecipazione degli studenti e l’aumento del bilancio destinato all’istruzione pubblica fino al 6% del PIL; gli studenti hanno espresso preoccupazione per i tagli di bilancio che influiranno sulla scarsa qualità dell’istruzione universitaria. Gli studenti chiedono inoltre l’ampliamento della copertura di mense e residenze universitarie, un servizio di accompagnamento psicologico, asili nido universitari per studenti, docenti e lavoratori. Allo stesso modo, il rispetto e l’estensione del diritto al biglietto universitario a metà prezzo, l’inserimento di una rappresentanza studentesca del 50% nel governo universitario e la promozione del diploma di maturità automatico permanente per gli universitari e l’omologazione delle modalità di conseguimento del titolo. Il movimento studentesco universitario aderisce anche alle rivendicazioni sociali della popolazione nel pieno del processo del secondo turno elettorale, quali: esigere dal Congresso della Repubblica l’immediata approvazione del credito supplementare per le borse di studio Generación del Bicentenario e Beca 18, l’approccio di genere integrale nell’istruzione, denunciare la persecuzione politica e il terrore contro gli studenti, l’abrogazione delle leggi anti-forestali e pro-crimine, tra le altre. Redacción Perú
June 2, 2026
Pressenza
Ciao Chimi. Chi lotta non è mai solo, chi sogna non muore mai
Da InfoAut Martedì mattina ci ha lasciato Andrea: un giovane compagno, un amico, un’anima generosa. Andrea è sempre stato un grande esempio di empatia e lealtà. Una persona che al […] The post Ciao Chimi. Chi lotta non è mai solo, chi sogna non muore mai first appeared on notav.info.
June 1, 2026
notav.info
La scuola italiana è inclusiva
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani accoglie con interesse i dati contenuti nel recente Rapporto ISTAT sull’inclusione scolastica degli alunni con disabilità relativo all’anno scolastico 2024/2025, che restituisce l’immagine di una scuola italiana sempre più chiamata a confrontarsi con la complessità dell’inclusione e con la necessità di trasformare i principi costituzionali in opportunità concrete di crescita, partecipazione e cittadinanza attiva. Gli studenti con disabilità presenti nelle scuole italiane hanno raggiunto quota 377 mila, pari al 4,8% della popolazione scolastica, con un incremento di circa 18 mila unità rispetto all’anno precedente. Il dato assume particolare rilevanza se confrontato con quello di dieci anni fa: la percentuale degli alunni con disabilità sul totale degli iscritti è infatti passata dal 2,6% al 4,8%, evidenziando una trasformazione strutturale del sistema educativo nazionale. Tale crescita non deve essere interpretata come un’emergenza, ma come il segnale di una maggiore capacità del sistema scolastico e sanitario di riconoscere bisogni educativi specifici e di garantire percorsi di inclusione all’interno della scuola di tutti. Essa impone tuttavia una riflessione profonda sulla qualità delle risposte offerte e sulla concreta esigibilità dei diritti riconosciuti dalla normativa nazionale e internazionale. I dati ISTAT mostrano segnali incoraggianti. Gli insegnanti di sostegno superano oggi le 261 mila unità, con un incremento del 6% rispetto all’anno precedente, mentre gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione sono oltre 85 mila, in aumento del 7%. Parallelamente cresce la quota dei docenti specializzati sul sostegno, passata dal 63% del 2019-2020 al 78% del 2024-2025. Accanto a tali progressi permangono tuttavia elementi di criticità che incidono direttamente sul diritto all’istruzione e sull’efficacia dei percorsi inclusivi. Circa 57 mila docenti di sostegno, pari al 22% del totale, risultano ancora privi di specifica specializzazione. Inoltre, all’inizio dell’anno scolastico oltre il 22% dei docenti di sostegno non era stato ancora assegnato, mentre dopo un mese dall’avvio delle lezioni il 10% dei posti risultava ancora vacante. Particolarmente preoccupante appare il fenomeno della discontinuità didattica. Quasi il 60% degli studenti con disabilità (59,7%) ha cambiato insegnante di sostegno rispetto all’anno precedente e il 9,4% ha subito ulteriori cambiamenti durante lo stesso anno scolastico. La continuità educativa costituisce una componente fondamentale dei processi di apprendimento e di sviluppo relazionale; la sua fragilità rischia di compromettere il valore stesso dell’inclusione. Il Coordinamento richiama inoltre l’attenzione sul tema dell’accessibilità. Soltanto il 40% degli edifici scolastici risulta pienamente accessibile agli studenti con disabilità motoria. Ancora più limitata è la diffusione degli strumenti destinati agli studenti con disabilità sensoriali: le segnalazioni visive per alunni sordi o ipoacusici sono presenti nel 16,5% delle scuole, mentre mappe tattili e percorsi a rilievo per studenti ciechi o ipovedenti si fermano all’1,2%. Anche sul fronte dell’innovazione tecnologica emergono luci e ombre. Sebbene il 76% delle scuole disponga di postazioni informatiche adattate, il 65% degli istituti dichiara di necessitare di ulteriori dotazioni e il 31% degli studenti con disabilità avrebbe bisogno di almeno un ausilio didattico o informatico di cui non dispone. Un ulteriore elemento di riflessione riguarda la partecipazione alla vita scolastica. Se il 95% degli studenti con disabilità partecipa alle uscite didattiche giornaliere, la percentuale scende al 59% per le gite con pernottamento e a meno del 50% per le attività extrascolastiche organizzate dagli istituti. Ciò dimostra come il tema dell’inclusione non riguardi esclusivamente l’accesso all’istruzione, ma anche il diritto alla piena partecipazione alle esperienze formative, culturali e relazionali che caratterizzano la vita scolastica. Merita particolare attenzione anche il tema del progetto di vita. Sebbene il Piano Educativo Individualizzato sia stato predisposto per il 97% degli studenti, soltanto per il 40% dei casi esso risulta coerente con un progetto di vita formalizzato, mentre per il 55% degli alunni tale progettualità non è ancora definita. Questo dato evidenzia la necessità di rafforzare il raccordo tra scuola, famiglie, servizi territoriali e mondo del lavoro, affinché l’inclusione non si esaurisca entro i confini dell’esperienza scolastica ma accompagni la persona verso una piena cittadinanza sociale. Di fronte a questo scenario, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che sia giunto il momento di compiere un salto culturale nell’approccio all’inclusione scolastica. La crescita degli studenti con disabilità nelle scuole italiane non può essere affrontata esclusivamente attraverso un incremento delle risorse professionali, pur necessario, ma richiede una visione sistemica capace di coniugare diritti, innovazione, partecipazione e progettualità di lungo periodo. Per tale ragione il Coordinamento propone l’avvio di un piano nazionale per la cultura dell’inclusione e dei diritti umani, finalizzato a promuovere percorsi permanenti di formazione e sensibilizzazione rivolti a studenti, docenti, famiglie e comunità territoriali. L’obiettivo è favorire il superamento di ogni forma di barriera culturale, relazionale e comunicativa, consolidando una concezione dell’inclusione come valore fondante della convivenza democratica. Accanto a tale proposta, appare strategico sperimentare nelle scuole secondarie percorsi di peer tutoring orientati all’inclusione, attraverso la formazione di studenti tutor capaci di favorire la partecipazione tra pari, contrastare fenomeni di isolamento e rafforzare il senso di appartenenza alla comunità scolastica. Le relazioni rappresentano infatti il primo e più efficace strumento di inclusione. Il Coordinamento auspica inoltre la costituzione di laboratori territoriali di innovazione inclusiva che coinvolgano scuole, università, enti di ricerca, associazioni e imprese per la progettazione di strumenti digitali accessibili, soluzioni basate sull’intelligenza artificiale a supporto dell’apprendimento personalizzato e tecnologie orientate all’autonomia degli studenti con disabilità. In un contesto in cui il 31% degli alunni necessita ancora di ausili non disponibili e il 65% delle scuole richiede ulteriori dotazioni tecnologiche, l’innovazione deve diventare un diritto educativo e non un privilegio territoriale. Particolare attenzione dovrebbe essere dedicata alla sperimentazione di un portfolio digitale delle competenze e del progetto di vita, capace di accompagnare ogni studente con disabilità lungo l’intero percorso scolastico, valorizzandone competenze, interessi, aspirazioni, esperienze laboratoriali e orientative. La scuola deve contribuire non soltanto all’apprendimento, ma anche alla costruzione dell’autonomia personale e professionale. Risulta altresì indispensabile istituire un osservatorio permanente sulla continuità educativa e sull’inclusione scolastica, che monitori non solo gli aspetti quantitativi delle assegnazioni di sostegno, ma anche la qualità delle relazioni educative, la stabilità dei percorsi, il benessere degli studenti e la piena partecipazione alla vita scolastica. La vera sfida che emerge dai dati ISTAT riguarda infatti la trasformazione della scuola dell’integrazione nella scuola della partecipazione. Una scuola autenticamente inclusiva non si limita a garantire la presenza degli studenti con disabilità nelle aule, ma crea le condizioni affinché ciascuno possa apprendere, comunicare, costruire relazioni significative, esprimere il proprio potenziale e contribuire attivamente alla vita della comunità. L’inclusione non rappresenta una misura speciale destinata a pochi. È il parametro attraverso cui si misura la qualità democratica del sistema educativo e la capacità di una società di riconoscere il valore di ogni persona. Investire nell’inclusione significa investire nel futuro del Paese, nella coesione sociale e nella piena attuazione dei diritti umani sanciti dalla Costituzione italiana, dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
June 1, 2026
Pressenza