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“Cercasi nemico”. I servizi di intelligence in difficoltà sul futuro del paese
La relazione annuale dei servizi di intelligence di quest’’anno doveva essere presentata pubblicamente il 28 febbraio, ma lo scatenamento dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran lo stesso giorno, ha costretto gli estensori ad aggiornarne “le premesse”. Si legge infatti nella relazione che “Le dinamiche di confronto tra Teheran e Washington hanno infatti assunto, sin […] L'articolo “Cercasi nemico”. I servizi di intelligence in difficoltà sul futuro del paese su Contropiano.
March 5, 2026
Contropiano
Disagio mentale e povertà, un legame perverso
Reso noto giorni fa, il Rapporto delinea lo stato allarmante di salute psico-fisica della popolazione italiana e in particolare dei giovani e delle donne. Quello che emerge dalla ricerca è «un peggioramento strutturale della salute mentale, con effetti particolarmente evidenti sulle giovani generazioni, sulle donne, sulle persone con esperienza migratoria, e una critica al definanziamento della salute mentale, all’indebolimento dei servizi territoriali, alle crescenti disuguaglianze nell’accesso alle cure e ai servizi integrati». > Qualche dato: «In Italia la diffusione dei disturbi mentali è ampia e > tutt’altro che marginale. – si legge nel Rapporto – Gli studi clinici stimano > che la prevalenza di almeno un disturbo mentale nel corso della vita vari tra > il 18,6% e il 28,5%, mentre nell’arco degli ultimi dodici mesi oscilli tra il > 7,3% e il 15,6%. La depressione maggiore interessa tra il 10% e il 17% della > popolazione nel corso della vita e circa il 2,6–3% nell’ultimo anno; i > disturbi d’ansia colpiscono l’11–17% delle persone nel corso della vita e il > 3–5% su base annuale.In modo trasversale a tutti gli studi emerge un marcato > divario di genere, con una prevalenza di ansia e depressione nettamente più > elevata tra le donne». Quanto ai giovani, Unicef registra che l’indice di salute mentale «evidenzia un peggioramento nelle fasce più giovani della popolazione, mentre con l’aumentare dell’età la situazione tende generalmente a migliorare. In particolare, la fascia di età 14–19 anni registra lo scostamento più marcato nel confronto tra il 2016 e il 2024 di 1,6 punti (insieme alla fascia 25–34 anni). Peggioramento più accentuato tra le ragazze, con una riduzione di 2,3 punti rispetto al 2016». E se, dati Ocse, risulta che l’Italia si colloca all’ottavo  posto nel mondo per la salute mentale dei quindicenni, lo studio europeo ESPAD (School Survey Project on Alcohol and Other Drugs) mostra che solo il 59% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni presenta un buon livello di benessere mentale, con un divario di genere molto marcato (66% tra i ragazzi contro il 35% tra le ragazze). Lo studio di sorveglianza europeo Health behaviour in school children (HBSC) segnala un forte aumento dei sintomi di stress nella fascia 11–17 anni, che arrivano a coinvolgere fino all’80% delle ragazze. Giovani, donne e, naturalmente, migranti. La Caritas rileva come «una componente rilevante riguarda le persone con storie di migrazione: giovani mandati avanti senza un progetto migratorio definito, minori non accompagnati spesso vittime di maltrattamenti, figli ricongiunti che non hanno partecipato alla scelta migratoria dei genitori e vivono una doppia perdita affettiva. Gli operatori parlano di stress transculturale, inteso come frattura identitaria prodotta dallo scontro tra cultura di origine e di arrivo, e segnalano il rischio di diagnosi inappropriate in assenza di una mediazione linguistico-culturale stabile e di competenze transculturali nei servizi». In particolare,  nei giovani tra i 18 e i 25 anni si parla di ansia, attacchi di panico, depressioni ad alto funzionamento, autolesionismo e uso di crack. Dai dati emerge un netto peggioramento delle condizioni di salute mentale nel nostro paese in particolare tra i giovani e le donne. Per cercare di capire le cause di questo tracollo sociale, parliamo con Laura Storti, psicoanalista, presidente dell’Associazione Il Cortile e coordinatrice del Consultorio di Psicoanalisi Applicata, fa parte della Scuola lacaniana e dell’Associazione mondiale di psicoanalisi ed è docente dell’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza. Perché siamo caduti in questo precipizio? La causa scatenante è stata la pandemia, nel senso che i problemi non sono nati in quella occasione ma quell’evento traumatico ha creato un buco nella trama del simbolico. Ci ha riportato al nostro stato di debolezza che era stato camuffato dallo scientismo che ci ha fatto credere che potevamo ricostruirci come volevamo. Nell’aspetto, nel pensiero, nell’agire. Si è mostrata la fragilità umana che ha rivelato come la scienza non sia e non possa essere la nuova religione. Il Covid, che ci ha colti “di sorpresa” ha rivelato l’ovvio e cioè che la ricerca non si fa in nome del bene dell’umanità ma per ragioni di convenienza. E i giovani hanno accusato più degli altri il colpo. Durante il lockdown c’erano miei giovani pazienti che cercavano un po’ di privacy per non interrompere le nostre sedute e andavano sul tetto… per scoprire che sul tetto c’erano altre dieci persone. Il Covid ha annullato i corpi e il corpo è molto importante nell’adolescenza. I giovani, come dice Lacan, sono quelli che soffrono di più in un mondo immondo dove il posto per la soggettività è sempre più ridotto. A tutto questo si è aggiunta la colpevolizzazione: erano degli incoscienti perché volevano uscire a divertirsi, erano loro gli “untori” dei loro nonni e dei loro padri. E, dopo il lockdown la situazione non è migliorata né è tornata a essere come “prima” perché molti di loro si erano rifugiati in quell’isolamento, strada che già avevano cominciato a seguire attraverso i cosiddetti “social” che ti illudono di avere duemila amici e ti lasciano solo davanti a un computer. Da qui quel che vedo dal mio punto di vista: ragazzi che si tagliano, aumenti vertiginosi di tentati suicidi, crisi esistenziali. Un quadro desolante che va ben oltre il Covid Esatto. Affonda le sue radici nella trasformazione della psichiatria che ha smesso di fare clinica e fa solo diagnosi dando a chi soffre e sta male una etichetta. Mi rifiuto di accettare che il malessere della civiltà si rovesci sui giovani e che, addirittura, la diagnosi che viene loro affibbiata diventi il loro nome. Ora sono gli stessi ragazzi alla ricerca di una diagnosi che li “assolva” da colpe che non hanno. È una domanda deresponsabilizzante. E, accanto alla diagnosi, le risposte, sempre le stesse: farmaci e ricoveri. Invece di? Faccio un esempio: ultimamente è esplosa la domanda sulla propria identità di genere. Nelle scuole e nelle università da qualche anno esiste un protocollo che ogni studente deve compilare se decide di voler cambiare la propria identità di genere. Può decidere di volersi chiamare Maria invece di Mario. Questa incertezza non è un “disturbo” come vorrebbe la psichiatria, ma il segno di una difficoltà a conoscersi così come anche, viceversa, rifiutare il sesso o fare sesso ma senza innamorarsi. Così anche il bullismo diventa un “disturbo” in una scuola che ha dismesso la sua missione pedagogica diventando sempre più normativa e coercitiva: metal detector, sequestro dei cellulari… Ma la scuola non può essere un carcere e a queste condizioni è evidente il distacco sempre più marcato dei giovani da quel luogo. Distacco fortemente legato alla crisi nel riconoscere l’autorevolezza, prima dei genitori, poi degli insegnanti. A questo come rispondono gli adulti? I genitori assecondando le tendenze a etichettare i cosiddetti “disturbi” dei figli per deresponsabilizzarsi e per paura che i figli si buttino dalla finestra. E i professori a irrigidire la loro relazione. Rientra in questa configurazione anche la questione della famosa educazione sessuale nelle scuole? In Francia è stato introdotto un modulo di “consenso” che va firmato prima che due ragazzi escano insieme: cosa si può fare, fino a che punto ci si può spingere, e via dicendo. Non so se sia la strada da seguire di certo il problema esiste ed è molto sentito altrimenti come spiegare l’incremento così rilevante della pornografia tra i giovani? Pornografia che vuol dire una distorta introduzione alla sessualità, spesso la sola. Il quadro è disperante, come si può invertire la rotta? È vero che vanno forti sentimenti terribili come l’odio o l’indifferenza o il cinismo ma esiste, come diceva qualcuno, «l’amore come antidoto giusto per curare la tentazione della violenza» e io colgo, soprattutto nei maschi giovani una sorte di fratellanza con gli amici che la scuola potrebbe favorire anche perché altri luoghi di una socialità autentica non ce ne sono. la copertina è di Paolo Monti da wikimediacommons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Disagio mentale e povertà, un legame perverso proviene da DINAMOpress.
March 2, 2026
DINAMOpress
In dialogo con Alberta Basaglia
LA PREVENZIONE COME ANTIDOTO ALL’INFELICITÀ E IN DIFESA DELLA SALUTE MENTALE Alberta Basaglia è psicologa e da anni lavora sulle tematiche legate al contrasto della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, proponendone anche una lettura per l’infanzia. In particolare, per il Comune di Venezia ha dato vita al Centro Donna/Centro Antiviolenza e ha promosso gli interventi della stessa amministrazione in ambito di politiche giovanili e di pace. È presidente dell’Archivio Basaglia, la cui sede è presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro. L’incontro con Alberta Basaglia inizia con molta emozione e curiosità perché il suo spirito pronto, innovativo e libero mi conquista e rimanda qualcosa di preziosamente nuovo e originale. Il pensiero basagliano attraversa il nostro incontro per come utilizziamo le parole e il linguaggio, e nel modo stesso di sentirci vicine: non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo, l’idea che sia necessario lottare per i diritti della persona e della collettività. Apriamo così l’intervista, parte di un progetto di ricerca indipendente che tenta di riflettere sul pensiero collettivo e sull’azione che da esso deriva. Ci interroghiamo, in particolare, sugli effetti dell’azione umana e della sua capacità trasformativa. Ci chiediamo se il pensiero-in-azione, fonte di cambiamento, possa agire sulle relazioni e sugli affetti garantendo il bene dell’individuo e dell’intera comunità. Una riflessione, insomma, sullo stato dell’arte dei sentimenti dell’essere umano e del legame sociale. Gentile Alberta Basaglia, vorrei pensare insieme a lei il livello di sofferenza che vivono i giovani nella nostra contemporaneità. Credo che in loro s’incarni, potenzialmente e malgrado tutto, l’eredità del mondo e che abbiano delle responsabilità, di dovere e di diritto, verso un impegno con la vita. I ragazzi e le ragazze, probabilmente, percepiscono la difficoltà di un investimento emotivo su loro stessi e, perciò, la fatica del cambiamento e della crescita diventa, a volte, insostenibile. Il processo trasformativo e lo sviluppo personale, però, sono il fondamento per affrontare il passaggio dalla solitudine e dall’isolamento verso lo stare insieme proprio di una comunità. Mi chiedo, quindi, come avere cura dei giovani e del loro disagio — parola così tanto utilizzata attualmente. Come possono traghettare dal loro mondo interno a quello esterno (e viceversa) senza perdersi troppo oppure sprecare il tempo e la vita? Qual è la strada affinché l’adulto se ne possa occupare in modo preventivo, intraprendendo una via che contrasti l’insidioso timore che pure fa parte della gioventù? Esiste, insomma, la possibilità che l’adulto, e la comunità tutta, possano diventare capaci di contenere il vuoto emotivo e psichico che il ragazzo e la ragazza in crescita vivono e che permea, in qualche modo, l’intera società? Alberta Basaglia è seduta sul divano del suo studio, assume una posizione confortevole e mi rivolge uno sguardo attento e disponibile. Si parla molto di disagio giovanile, ma non assocerei propriamente ai giovani la parola disagio. Soprattutto dopo l’epidemia da Covid si è pensato che fossero venuti alla luce tanti malesseri e problematiche significative prima nascoste e sopite. In realtà credo che lo stare in solitudine abbia fatto sì che i ragazzi si trovassero per la prima volta in contatto con il proprio sé. Fino ad allora, probabilmente, avevano avuto poca esperienza di una relazione intima con se stessi. La clausura e l’isolamento forzato è come se avessero fatto scoprire a tutti noi, all’improvviso, un atteggiamento diverso nei confronti delle cose e del mondo. È come se avessimo scoperto che esiste davvero un bisogno indispensabile di comunità in ciascuno e che questa esigenza, alla fine di quel lungo periodo, come per incanto, sia tornata invisibile. Sembra essere stato un desiderio mai incontrato. Gli adulti se ne sono subito dimenticati assieme a quella volontà di trovare nell’altro speranza per costruire rapporti migliori basati sull’ascolto e sull’empatia. I giovani ricordano di più, dimenticano meno. Il problema può nascere se, durante il nuovo incontro con il proprio sé da parte dei ragazzi, l’ambiente non risponde e il sé dell’adolescente o del giovane non trova così risposta. Rifletterei, perciò, sulla necessità di creare e costruire luoghi di confronto e relazione, dove ragazzi e ragazze possano inventare un modo nuovo di stare insieme e una modalità diversa di convivenza. Piuttosto che parlare di disagio — che, come un’etichetta, rischia di sviluppare nuove malattie — parlerei di volontà di rompere l’ottusità. Il mondo esterno, inteso come l’ambiente che circonda il giovane e la giovane, pare essere basato su una posizione adultocentrica. Viviamo in una società organizzata soprattutto sugli adulti, solitamente maschi, per cui gli altri — bambini, adolescenti e donne — restano soli e senza un canale di sopravvivenza e di possibilità di comunicazione. È una comunità societaria che certamente non rispecchia l’altro nella sua differenza e potenzialità, ma addirittura lo respinge e non lo riconosce. La società e l’ambiente vivono dell’altro-che-non-ascolta e che-non-è-ascoltato. L’altro non incuriosisce e può diventare un ostacolo insormontabile che spinge l’individuo ad atti di rottura reattivi, per annientarlo. Questa violenza aggressiva sembra essere per un giovane un segnale molto forte. Potrebbe essere l’unico modo per poter dimostrare la sua sofferenza e la distanza dal mondo degli adulti. Un mondo che non ascolta e che solamente si aspetta che il giovane sia la sua stessa immagine. Il rischio, altrimenti, è di essere allontanato, abbandonato e “fatto fuori”: è qui che l’atto di violenza tra i giovani può diventare un gesto estremo e profondo di disobbedienza che non ha altro modo, né luogo per essere espressa. Insisto, perciò, che sarebbe significativo e indispensabile avere spazi di incontro di corpi tra corpi, luoghi di aggregazione in cui la realtà reale non si sovrapponga a quella virtuale che ha perso fantasia e immaginazione. Cara Alberta, a questo punto potremmo parlare per un tempo sconfinato grazie ai tanti temi e ai molti stimoli emersi. Mi soffermerei, però, su un argomento molto sentito, quale è la disabilità fisica e mentale e, in particolare, la fragilità psichica delle persone con neurodivergenza in ambito psicologico e sociale, anche psichiatrico. Incontro molti adolescenti e giovani adulti, donne e uomini, con i quali proviamo a confrontarci parlando delle difficoltà dell’assenza di una rete sociale che tenga dentro, in modo da sostenerlo, un pensiero diverso, plurale ed eterogeneo. Mi chiedo come costruire, quindi, una collettività che ha in sé i luoghi dell’avere cura come profondamente inclusivi, in cui l’ambiente non è spaventato dalla diversità e può offrire una possibilità di vita viva a chi è più debole. In questo senso, ricordo con forza e stima la legge 180 del 13 maggio 1978, per cui suo padre ha molto combattuto e per la quale ha lottato fino ad ottenere l’approvazione in Parlamento: una conquista rivoluzionaria. La politica, a volte, sembra abbandonare la speranza e lasciare da solo chi si occupa di questioni così importanti e delicate come la salute mentale ed è difficile, perciò, prendersi cura in modo pieno e completo delle diversità e della sofferenza delle malattie. Il problema è che, molto spesso, si crea uno stigma a causa della tendenza continua a produrre diagnosi, un modo di fare che diventa un segnale di quanto c’è ancora tanto da conquistare nella pratica dei diritti della persona. L’etichetta diagnostica che usiamo verso una persona con la quale non siamo abituati a relazionarci e che non conosciamo ancora nel profondo cancella la possibilità di costruire un vero legame di fiducia con l’altro e con il mondo. Attraverso le categorie diventa difficile chiedersi che cos’è l’aspetto umano che abita ognuno di noi e poter riflettere se è davvero accolta la diversità nelle sue varie forme e come è curata la disabilità quando richiede un’assistenza specifica. Oggi bisognerebbe rifondare un pensiero che sappia stimolare un’azione collettiva che preveda la capacità, da parte di ogni soggetto coinvolto, di mettere in discussione le proprie certezze. Neutralizzare la paura che nutriamo verso la nostra interiorità è il primo passo per rialfabetizzarci a una forma di reale reciprocità, elemento indispensabile per modificare davvero la realtà. CONCLUSIONI Il messaggio di Alberta Basaglia mi attraversa come un auspicio realistico che va verso un senso della cura che si muove per l’umanità dell’uomo e che, a conti fatti, è la capacità stessa dell’essere umano di sognare il proprio sogno, desiderandolo. Poter avanzare, quindi, con coraggio e vitalità nel mondo ci permetterebbe di pensare il dolore elaborandolo e renderebbe inevitabile il superare le perdite, le separazioni e la stanchezza del vivere comune. Durante l’incontro con la Basaglia mi è tornato in mente, più volte, il legame tra pensiero, azione e libertà di Hannah Arendt: “Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono: essere liberi e agire sono la stessa cosa.” Tante suggestioni sono nate dialogando con Alberta Basaglia e sarebbe necessario approfondirle ancora. Se vorrà, ci vedremo presto. Grazie. Alberta Basaglia nel suo  studio. Antonella Musella
February 13, 2026
Pressenza
Antagonismo e solidarietà
Infierire in gruppo su una persona caduta e isolata, poliziotto o no che sia, è un crimine, ma soprattutto è una manifestazione di crudeltà, cinismo e cattiveria (i termini buoni e cattivi sono da qualche tempo rientrati nel lessico politico, soprattutto nelle varianti di buonista e incattivire). E’ però meno della centesima parte di quello che i manifestanti contro il G8 di Genova avevano subito 25 anni fa a opera di polizia, carabinieri e guardia di finanza nella scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto e in piazza Alimonda. Una “macelleria messicana”, come definita da uno dei suoi responsabili, o la più grande aggressione del dopoguerra contro una manifestazione in Europa, come sancito da Amnesty International, il cui ricordo si è impresso nella memoria delle generazioni successive come la strage di Piazza Fontana e l’assassinio di Pinelli si erano impressi nella memoria di quelle precedenti. (Nessuna scusa, nessuna punizione e molte promozioni in entrambi i casi). Un ricordo rinfocolato nel tempo dalle molte aggressioni poliziesche subite dai manifestanti nel corso degli anni, non ultima quella di almeno tre persone non impegnate negli scontri nel corso della giornata del 31 gennaio a Torino. Un background del genere, rinfocolato nel corso degli ultimi mesi dalle accuse rivolte a centinaia di migliaia (milioni in tutto il mondo) di giovani e non scesi in piazza per denunciare lo sterminio dei palestinesi a Gaza e nei territori occupati, di essere terroristi non ha suscitato nelle nuove generazioni simpatia per la polizia e i suoi mandanti al governo, asserragliati, con armi, accordi, veti e legittimazioni, nel sostegno allo sterminio dei palestinesi. Certo quelle contrapposizioni non giustificano un’aggressione gratuita, ma possono contribuire a spiegarla e comprenderla: molti di quei giovani vedono nella polizia il volto nemico dello Stato e sfogano contro di essa la rabbia per la condizione di isolamento, esclusione, ingiustizia, miseria sociale prima ancora che materiale, a cui li condannano gli assetti sociali vigenti. Alcuni non vedono altro; se ne fregano se rischiano di rovinare una manifestazione di decine di migliaia di persone, anzi, pensano che coinvolgerle negli scontri qualifichi la presenza di tutti. Praticano un antagonismo personale senza alcun senso di solidarietà verso chi è sceso in piazza con intenti diversi dal loro. E’ quello che Sergio Bologna qualifica come “intifada”, una lotta senza prospettiva e senza volontà di averne, in opposizione alla solidarietà con le diverse e variegate motivazioni degli altri manifestanti, che Sergio Bologna chiama “ricomposizione”. La solidarietà è sempre connotata dalla reciprocità; non è benevolenza né beneficenza, perché in essa tutti portano quello che hanno e sono pronti ad accogliere, anche senza condividerlo pienamente, quello che portano gli altri. L’antagonismo senza solidarietà è sterile perché non fa crescere e non vuole far crescere niente altro. Come lo è la solidarietà senza antagonismo, che non può estendersi e approfondirsi senza confrontarsi con chi la contrasta con una promozione incondizionata dell’individualismo e con la volontà di spezzarla quando comincia a ingombrare il campo. Non c’è l’uno senza l’altra. E viceversa. Inutile pensare di superare le divaricazioni tra antagonismo e solidarietà appellandosi ai “valori” (quali?) di chi vorrebbe “rieducare” gli antagonisti. Il mondo adulto, e meno che mai quello istituzionale, non hanno alcun titolo per instradare verso forme accettabili di convivenza le nuove generazioni che vivono il disagio dello stato di cose presente. Sono – siamo – implicate e implicati fino al collo nella nostra accettazione delle ingiustizie, della violenza, dell’ipocrisia, delle diseguaglianze del mondo in cui viviamo, o nella nostra incapacità di combatterle. Che cosa pensiamo mai di insegnare, al di fuori – quando c’è – di quello che possiamo cercare di trasmettere con l’esempio? Non ci accorgiamo forse – soprattutto quelli di noi che hanno continuato a tenere alta la prospettiva di un altro mondo possibile – che i giovani non hanno alcun interesse per quello che diciamo, per le riunioni a cui li invitiamo, che non si riconoscono nel nostro linguaggio, che sentono impregnato di ipocrisia? L’unica alternativa praticabile è facilitare – o almeno non ostacolare, non temere – la loro autonomia, aiutarli a creare le condizioni per auto-educarsi reciprocamente in sedi dove il loro più che legittimo antagonismo possa essere fertilizzato dalla solidarietà. E viceversa. Queste condizioni sono innanzitutto degli spazi: spazi fisici, al di fuori di quelli imposti dal denaro, dal conformismo e dalle mode e spazi di informazione e di cultura, sottratti al controllo dei padroni dei media. Spazi dove costruire pratiche in cui quei due orientamenti possano confluire in una prospettiva comune, come quelli in cui si stava sperimentando una difficilissima convivenza tra istituzioni e antagonismo e che proprio per questo sono stati oggetto di conclamati sgomberi. E non solo dall’attuale compagine governativa. E’ una storia che dura da tempo sotto i governi e le amministrazioni più diverse in nome della proprietà privata, dell’”ordine”, della “sicurezza”, di una legalità che non è difesa dei diritti, ma l’esatto contrario. La loro offesa. Guido Viale
February 8, 2026
Pressenza
“Affinché non accada mai più?” Napoli si interroga sul senso della Giornata della Memoria
Giornata della Memoria 2026. Tra cerimonie, scuole e testimonianze, Napoli vive il 27 gennaio dentro una frattura che interroga il valore stesso del ricordare. La legge 211 del 2000, che istituisce il Giorno della Memoria, non parla solo di celebrazioni. Parla di narrazione, di riflessione, di scuole. E indica uno scopo preciso: “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico periodo della nostra storia affinché simili eventi non possano mai più accadere.” È questa frase, affinché non accada mai più, che oggi pesa più di tutte. Perché a cosa serve ricordare i genocidi di ieri se non siamo capaci di riconoscere le disumanizzazioni di oggi? A cosa serve pronunciare “mai più” se resta una formula e non diventa responsabilità? È dentro questa domanda che Napoli ha attraversato il 27 gennaio. Una giornata fatta di fiori, letture, musica, studenti. Ma anche segnata da un’assenza che ha pesato più di molte parole: per la prima volta la Comunità ebraica non ha partecipato alle iniziative organizzate dal Comune. Una scelta resa pubblica attraverso dichiarazioni riportate da diversi organi di stampa locali e nazionali, che ha attraversato l’intera giornata e che impone una riflessione sul senso stesso del ricordare. La mattina si è aperta a Borgo Orefici, nella strada intitolata a Luciana Pacifici, la più piccola vittima napoletana della Shoah: una bambina di pochi mesi morta sul convoglio diretto ad Auschwitz. Alla deposizione della corona di fiori erano presenti il sindaco Gaetano Manfredi, il prefetto di Napoli Michele di Bari, le autorità civili e militari e il vicepresidente del Consiglio regionale Luca Trapanese. In quell’occasione il prefetto ha sottolineato come “questi momenti servono soprattutto a fare memoria perché ciò che è accaduto è stata la rottura del patto di civiltà in cui l’uomo ha smarrito il senso dell’umano. Noi dobbiamo doverosamente fare memoria perché sia monito affinché non accada in futuro”. Poco dopo, altri fiori sono stati deposti in piazza Bovio, davanti alle pietre d’inciampo che restituiscono identità a chi fu cancellato. Nei teatri e nei luoghi della cultura la memoria ha assunto forme diverse. Al Teatro Mercadante si è svolta una maratona di lettura integrale di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, affidata agli studenti di numerosi istituti cittadini. Al Teatro San Carlo la commemorazione istituzionale è stata accompagnata dalla musica di Verdi, mentre in altri spazi, come la Certosa di San Martino, i protagonisti sono stati ancora una volta i giovani. Durante un incontro promosso dalla Fondazione Valenzi, centinaia di ragazzi hanno partecipato alle iniziative della Giornata della Memoria, in un confronto che ha ribadito il valore educativo del ricordare. In diversi momenti della giornata, la memoria è passata anche attraverso le testimonianze. Tra queste, quella di Mario De Simone, fratello di Sergio, il bambino napoletano deportato e ucciso dai nazisti, che ha restituito volti, affetti e famiglie ai numeri dello sterminio. Accanto alle iniziative istituzionali e culturali, la Giornata della Memoria ha attraversato anche i territori. In occasione di un incontro con gli studenti alla Municipalità 5 del Vomero, nella sala consiliare, Margherita Siniscalchi ha definito la memoria “un atto di giustizia”, sottolineando il dovere di coltivarla soprattutto nelle nuove generazioni e ringraziando il mondo della scuola per essere presidio quotidiano di valori democratici. All’incontro erano presenti, tra gli altri, la scrittrice e giornalista Titti Marrone e la presidente della Municipalità Clementina Cozzolino. Un richiamo netto al fatto che dietro i numeri dello sterminio c’erano persone, volti, sogni, famiglie, e che la memoria ha senso solo se resta ancorata all’umano. Sempre oggi, anche Lucia Fortini, assessora all’istruzione della Regione Campania, ha affidato a un intervento pubblico una domanda semplice e radicale: a che serve? A che serve parlare, spiegare, raccontare, se non riusciamo a fermare la barbarie del presente, se “mai più” rischia di restare soltanto uno slogan. Fortini ha legato questa domanda all’esperienza di anni di viaggi ad Auschwitz con gli studenti. La risposta che si è data è netta: serve a formare coscienze. Perché nei volti dei ragazzi, davanti ai campi di sterminio, qualcosa cambia. Nasce una consapevolezza della barbarie umana. E forse è proprio questo il compito più profondo della memoria: provare a fare in modo che chi ha visto, chi ha capito, chi ha sentito, fuori faccia la differenza. La memoria ha parlato anche attraverso gesti simbolici. A Napoli, l’ospedale pediatrico Santobono Pausilipon ha illuminato la propria facciata e piantato fiori bianchi nei giardini, richiamando in particolare le vittime più giovani della Shoah e la figura di Sergio De Simone, a cui è intitolato il pronto soccorso. Sempre in Campania, a Benevento, un percorso di luci bianche e rosse ha segnato il Centro Operativo della Soprintendenza nell’ex Convento di San Felice, in un’installazione pensata come spazio di silenzio, riflessione e coscienza civile. Luci accese contro il buio dell’oblio, per ricordare che la memoria non è solo parola, ma anche presenza nello spazio pubblico. Alla dimensione della luce si è affiancata quella della scrittura. Alla Biblioteca Universitaria di Napoli è stata inaugurata la mostra “Raccontare la Shoah: tra testimonianze e memoria scritta”, un percorso tra volumi rari, testi contemporanei e riproduzioni di giornali dell’epoca. Un’iniziativa che richiama il valore delle fonti, dei diari, della letteratura e della ricerca storica come strumenti fondamentali per costruire una memoria consapevole, capace di parlare al presente. Eppure, accanto a questo lavoro diffuso, si è aperta una ferita. La Comunità ebraica napoletana ha scelto di non partecipare alle celebrazioni comunali, denunciando una perdita di senso della Giornata della Memoria e una mancanza di dialogo con le istituzioni cittadine. Il sindaco ha richiamato alla necessità del confronto e alla tradizione di tolleranza della città. Ma il dato resta: oggi Napoli ha ricordato senza una parte fondamentale della propria storia viva. Ed è forse proprio questo a rendere questo 27 gennaio diverso dagli altri. Perché la memoria, quando è autentica, non è mai neutra. Non è mai solo commemorazione. Non è mai un gesto pacificato. La memoria viva non consola: interroga. Disturba. Costringe a prendere posizione. Oggi Napoli ha ricordato Luciana Pacifici, morta a pochi mesi su un treno per Auschwitz. In quella immagine c’è già tutto: la Shoah, ma anche ogni infanzia travolta dalle guerre, ogni essere umano ridotto a carico, ogni vita resa trasportabile. Forse è da qui che bisogna ripartire. Non dal rito, ma dalla responsabilità. Non dal passato, ma da ciò che il passato chiede al presente. Perché la memoria non è ciò che ricordiamo. È ciò che facciamo perché non accada di nuovo. Lucia Montanaro
January 27, 2026
Pressenza
Come si combatte l’odio online?
COME L* GIOVANI STANNO REAGENDO, OLTRE CHE ESSERE TARGET DI DISCORSI DI VIOLEZA E DISINFORMAZIONE IN RETE. Con l’avvento del web 2.0 e il diffondersi dei social media, il dilagare di discorsi d’odio online è diventato una delle sfide più complesse per le democrazie globali. Polarizzazione politica, crisi ideologiche e tensioni geopolitiche hanno alimentato un terreno fertile per disinformazione e propaganda, che compromettono ogni giorno gli sforzi di chi vuole costruire comunità libere da esclusioni e oppressioni. Oggi l’intelligenza artificiale sembra amplificare il problema, contribuendo alla creazione e alla proliferazione di contenuti falsi e narrazioni tossiche. A pagarne le conseguenze più gravi sono le giovani generazioni e, in particolare, i gruppi socialmente vulnerabilizzati, spesso bersaglio di campagne d’odio e di discriminazione online e offline, ma anche attori che rifiutano le strumentalizzazioni e gli stereotipi vittimizzanti, mettendo in atto strategie creative per l’autodifesa e la contronarrazione. Le bacheche dei social, infatti, non sono più soltanto luoghi di svago o informazione: per milioni di giovani sono diventate spazi conflittuali, dove si combattono battaglie discorsive e ideologiche. È quanto racconta l’indagine transnazionale condotta nell’ambito del progetto “Generative AI – Youth sector challenges and impact – recentemente divulgata sui canali di Marea Media – che ha raccolto le esperienze di persone appartenenti alla Generazione Z provenienti da Belgio, Giordania, Tunisia, Italia, Marocco e Francia. Le loro storie, seppur diverse nei contesti e nelle specificità, si assomigliano nelle dinamiche che vengono messe in campo per danneggiare gruppi o individui appartenenti a determinate categorie, attraverso stereotipizzazioni e pregiudizi. In Belgio l’odio si traveste da satira corrosiva, in Francia esplode nell’islamofobia dopo crisi politiche e attentati, in Italia si mescola a un populismo sovranista che prende di mira migranti e minoranze. Nei Paesi arabi, invece, la religione e l’appartenenza etnica diventano pretesti per etichettare, marginalizzare e infine isolare comunità Amazigh, siriane e migranti sub-sahariani. Tuttavia, dietro lo schermo, la sofferenza che si genera a partire da questi attacchi virtuali è corporea, psicologica e dunque reale. Per proteggersi, c’è chi smette di condividere contenuti, chi si isola dal mondo virtuale, chi sceglie di abbandonare temporaneamente i social per rigenerarsi altrove. A denunciare un impatto profondo sul loro benessere psicologico sono soprattutto le donne, le comunità LGBTQ+ e le attiviste, che lamentano ansia, senso di esclusione e paura di esporsi. Al contempo, l’indagine rivela come varie strategie di resilienza digitale sono messe in atto per limitare i danni psicologici, quelli subiti in prima persona e quelli rivolti a terzi a cui si assiste senza intervenire. Infatti, sovraesposti ad ambienti disfunzionali, questi nativi digitali hanno imparato a rispondere con le contro-narrazioni, a bloccare chi perpetra odio, a creare reti di sostegno che trasformano la vulnerabilità in forza collettiva. In particolare, tra gli strumenti proposti dagli intervistati vi è una moderazione dei contenuti più rapida ed efficace; algoritmi trasparenti, testati tenendo conto dei dialetti locali e delle lingue minoritarie (oltre che di quelle maggioritarie); sistemi di monitoraggio guidati dalla comunità unitamente all’integrazione di un supporto per la salute mentale all’interno delle piattaforme; campagne educative che insegnino a riconoscere e a decostruire narrazioni degradanti che generano ostilità e frammentazione sociale. A tal proposito, inoltre, i partecipanti sottolineano l’importanza dell’alfabetizzazione digitale e dell’educazione intersezionale nelle scuole come approccio preventivo. In sostanza, da queste soluzioni innovative e creative emerge un chiaro desiderio di cambiamento capillare e strutturale che rivela la necessità di sentirsi al sicuro quando connessi e di acquisire competenze essenziali per navigare il web senza sentirsi minacciati. Allo stesso tempo, esperte ed esperti chiedono un approccio multidimensionale al problema, che incorpori più angolature e prospettive. L’analisi ha mostrato che il diritto penale può essere uno strumento, ma bisogna fare attenzione alle scorciatoie e alle strumentalizzazioni in chiave repressiva: servono politiche pubbliche efficaci, educazione ai media, leggi e regolamentazioni mirate, cooperazione internazionale e il coinvolgimento della società civile. All’interno di questo contesto, operano in prima linea le associazioni giovanili nonché gli operatori e le operatrici sociali, che promuovono percorsi di prevenzione e sensibilizzazione sul tema. Per molte e molti di loro, l’IA è un fatto compiuto con cui confrontarsi, che non è solo la causa del problema, ma uno strumento che può a tutti gli effetti diventare anche parte della soluzione. In alcuni paesi europei, per esempio, si sperimentano già chatbot e visori di realtà virtuale per fornire consulenza online e rafforzare le competenze digitali delle giovani generazioni. In questa direzione, dunque, si muove il progetto “Generative AI”, pensato per dare a ONG, educatrici e giovani strumenti innovativi contro l’odio digitale, a partire da percorsi di pedagogia informale e orizzontale condivisi e co-costruiti. L’iniziativa punta a sviluppare il pensiero critico, diffondere narrazioni alternative e positive, basate sull’incontro autentico con l’altro, e a preparare le giovani generazioni alle nuove competenze richieste dal mercato del lavoro. L’obiettivo ultimo è quello di trasformare l’intelligenza artificiale da minaccia a risorsa, capace di rafforzare i processi democratici e di costruire una società quanto più diversificata, accogliente ed equa possibile. Il progetto Generative AI è supportato e cofinanziato dall’Unione Europea. Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espressi sono esclusivamente quelli degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’Unione Europea, della Commissione Europea o dell’Agenzia Esecutiva Europea per l’Istruzione e la Cultura (EACEA). L'articolo Come si combatte l’odio online? proviene da Comune-info.
January 25, 2026
Comune-info
Afghanistan, la Notte di Yalda, simbolo di resistenza, speranza e fiducia
Nell’accelerazione delle situazioni tragiche che il mondo sta vivendo in questo periodo, che rende ancon più lontano e dimenticato l’Afghanistan, l’oppressione delle donne e la fame del suo popolo, sono proprio le donne a continuare a resistere nonostante tutto. Non con atti di resistenza eclatanti, ma semplicemente continuando a vivere e a sperare nel futuro con coraggio e fiducia. Ecco la testimanianza delle ragazze di una delle organizzazioni femminili che il CISDA sostiene, che nella notte di Yalda hanno festeggiato e hanno voluto condividere con noi il resoconto dell’evento. Il loro desiderio di condividere all’esterno i loro momenti di gioia resistente ci conferma ancora una volta la necessità della nostra solidarietà e la loro richiesta di continuare a “vederle” nonostante tutti i tentativi di cancellarle. “Speriamo che leggendo il resoconto e guardando le foto, vi sembrerà di essere state con noi. Questo incontro ha portato nuova energia e motivazione sia ai nostri insegnanti che alle nostre studentesse, poiché nelle circostanze attuali eventi di questo tipo sono rari per le donne”, hanno scritto. In un momento in cui le donne e i giovani in Afghanistan stanno attraversando uno dei periodi più difficili e dolorosi della loro vita, preservare la cultura, l’identità e le pratiche tradizionali della comunità è diventato vitale ed estremamente impegnativo. Le continue restrizioni e le prolungate difficoltà hanno profondamente influenzato il benessere psicologico ed emotivo della società, in particolare di donne e giovani, spingendo molti all’isolamento, alla disperazione e alla privazione. In tali circostanze, la graduale erosione di tradizioni culturali di lunga data rappresenta una delle conseguenze più angoscianti della situazione attuale. Purtroppo, le autorità attuali si oppongono all’osservanza di molte occasioni culturali e sociali che il popolo dell’Afghanistan e dell’Asia centrale celebra da generazioni, consentendo che solo gli eventi religiosi siano celebrati ufficialmente. Questo approccio ignora il profondo significato sociale ed emotivo che queste giornate culturali rivestono per le comunità.  La Notte di Yalda, nota anche come Notte Chella, è una di queste tradizioni significative e amate e riveste particolare importanza per le donne afghane in quanto simbolo di calore, solidarietà, speranza e connessione umana. Consapevoli di questa realtà e con l’obiettivo di creare momenti di sollievo e gioia, anche se brevi, abbiamo organizzato un incontro per le donne in occasione della Notte di Yalda. L’evento intendeva offrire alle partecipanti l’opportunità di allontanarsi dalle pressioni, dalle restrizioni e dal dolore quotidiani e di riconnettersi con un senso di felicità e unione. L’atmosfera dell’incontro era carica di calore, colore, vita e speranza. Donne e ragazze hanno partecipato indossando abiti colorati, con particolare attenzione al rosso, simbolo di vitalità e calore tradizionalmente associati alla Notte di Yalda. I sorrisi sui volti delle donne, la gioia visibile tra le giovani partecipanti e l’energia sincera nella sala hanno creato un ambiente profondamente accogliente e stimolante.  Nonostante le difficoltà, i partecipanti hanno ballato liberamente, applaudito ritmicamente ed espresso la loro gioia dal profondo del cuore. In linea con le tradizioni di Yalda, sono stati preparati e condivisi tra i partecipanti una varietà di frutta invernale e rinfreschi, tra cui olive, melograni, anguria e un dolce tradizionale afghano (shola). Letture di poesie dallo Shahnameh di Ferdowsi e versi di Hafez hanno arricchito la dimensione culturale e spirituale dell’incontro. Si è svolta anche la divinazione, un’usanza molto amata soprattutto dai giovani durante la Notte di Yalda, accolta calorosamente. La musica ha avuto un ruolo centrale nella celebrazione. Le ragazze hanno eseguito l’”Attan” (danza tradizionale locale), hanno cantato insieme ed eseguito con passione la canzone “Bella Ciao”. Balli di gruppo, canti collettivi e momenti di gioia condivisa riflettevano il profondo bisogno di donne e giovani di spazi sicuri in cui poter esprimere emozioni, felicità e solidarietà. Durante il programma è stato anche spiegato il significato storico e simbolico della Notte di Yalda. I partecipanti hanno appreso che Yalda affonda le sue radici nella vita agricola, quando le persone celebravano la vittoria della luce sulle tenebre e il graduale allungamento delle giornate. In questo contesto, Yalda è stata presentata come simbolo di speranza, un promemoria per le ragazze e i giovani afghani che nessuna oscurità dura per sempre e che la luce tornerà inevitabilmente. L’incontro si è concluso con un messaggio forte: in questi tempi difficili, la resilienza delle donne e dei giovani, la loro resistenza all’ignoranza e la loro continua lotta per rivendicare i propri diritti umani, sociali e culturali rimangono essenziali. Per noi, la Notte di Yalda non è stata solo una celebrazione, ma un simbolo di resistenza, speranza e fiducia in un futuro migliore per l’Afghanistan. *La Notte di Yalda è un’antica festa persiana celebrata nella notte più lunga dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre), che segna il solstizio d’inverno e simboleggia la rinascita della luce, la speranza e la vittoria sull’oscurità. Le famiglie si riuniscono per stare sveglie fino a tardi, mangiando melograni e angurie (simboli di luce e vita), frutta secca, dolci, leggendo poesie (soprattutto di Hafez) e raccontando storie, celebrando l’unione, la felicità e l’arrivo dei giorni più lunghi. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
January 16, 2026
Pressenza
Roma. Raid razzista al Colosseo. Feriti giovani di origine araba
L’altro ieri sera c’è stata una vergognosa aggressione razzista e squadrista è avvenuta nei confronti di un gruppo di ragazzi egiziani nei pressi del Colosseo. Una ventina di persone li hanno attaccati con insulti razzisti, caschi, coltellate e ricoveri in ospedale. La spedizione punitiva sembra sia avvenuta nella psicosi della […] L'articolo Roma. Raid razzista al Colosseo. Feriti giovani di origine araba su Contropiano.
January 16, 2026
Contropiano
Fare figli costa. Le “intenzioni di fecondità” dell’Istat palesano gli ostacoli economici
Abbiamo più volte trattato il tema della natalità, soprattutto da quando al governo è andata la “madre, cristiana, italiana” Giorgia Meloni, e la destra che fa della nascita di una moltitudine di “italiani” (per sangue, secondo loro) un punto centrale delle proprie rivendicazioni. E lo fa tanto più ora che […] L'articolo Fare figli costa. Le “intenzioni di fecondità” dell’Istat palesano gli ostacoli economici su Contropiano.
January 5, 2026
Contropiano
Mattarella cancella la Resistenza
Abbiamo ascoltato e poi riletto il discorso di fine anno del due volte presidente della Repubblica, per essere sicuri di non aver capito male. Alla fine ci siamo dovuti arrendere: la Resistenza – come parola, patrimonio storico, esperienza collettiva di liberazione, impegno e sacrificio popolare, riscatto di dignità di un […] L'articolo Mattarella cancella la Resistenza su Contropiano.
January 1, 2026
Contropiano