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Elezioni in Serbia: la Lista degli Studenti sfida Aleksandar Vučić
L’anno scorso abbiamo dato spazio al movimento di protesta degli studenti serbi contro una classe politica corrotta e il presidente Vučić, che ha coinvolto non solo i giovani, ma ha goduto di un ampio sostegno nella popolazione. Tutto è iniziato due anni fa a Novi Sad, quando la pensilina della stazione ferroviaria appena costruita è crollata, uccidendo sedici passanti. Da allora le proteste sono continuate, con una novità che potrebbe cambiare radicalmente la situazione: la Lista degli Studenti sfida alle elezioni anticipate di domenica 25 ottobre il Partito progressista serbo di Vučić e secondo gli ultimi sondaggi potrebbe vincere. Parliamo della situazione con Miloje Savić, serbo che vive a Bruxelles e che si trova ora a Belgrado per votare e fare da osservatore. Che relazione c’è tra il movimento di protesta e la Lista degli Studenti? La Lista degli Studenti è nata dal movimento di protesta. Quasi due anni fa, il movimento era incentrato principalmente sulla richiesta di assunzione di responsabilità per il crollo della pensilina alla stazione ferroviaria di Novi Sad, avvenuto il 1° novembre 2024 e che ha causato la morte di 16 persone. Ad oggi, nessuna persona è stata assicurata alla giustizia. Ciò che è ancora più inquietante è che l’ex presidente della Repubblica, Aleksandar Vučić, abbia concesso la grazia a 49 persone nel suo ultimo giorno in carica (si è dimesso il 27 settembre dopo aver indetto elezioni anticipate il 9 settembre). Ad oggi non sappiamo chi siano queste persone, ma sospettiamo che alcune di loro siano quei funzionari di alto rango del governo che erano implicati nel caso e nei confronti dei quali la Procura Generale stava conducendo delle indagini. Dato il silenzio istituzionale, era evidente che il governo non avesse alcuna intenzione di rispondere alle richieste degli studenti in materia di responsabilità, Stato di diritto e operato indipendente delle istituzioni; pertanto, il movimento è passato alla fase successiva della lotta per la giustizia. Verso la fine della primavera o l’inizio dell’estate dello scorso anno gli studenti si sono trasformati in una forza politica diretta, chiedendo formalmente elezioni anticipate, il che alla fine ha aperto la strada alla creazione di quella che oggi chiamiamo Lista degli Studenti. Raduno del 22 ottobre a Belgrado Quali sono i punti principali del suo programma elettorale? La Lista degli Studenti ha delineato un piano che comprende 11 punti raggruppati attorno a 4 temi principali: 1) lotta alla corruzione e responsabilità istituzionale, 2) riforma sociale ed economica, 3) libertà dei media e rispetto della Costituzione, 4) sovranità nazionale e politica di non allineamento. In parole semplici, la Lista degli Studenti si batte per i valori democratici fondamentali che l’ex presidente Aleksandar Vučić e la sua cricca di fedelissimi hanno smantellato e ridicolizzato nei 14 anni in cui sono stati al potere. Eravamo uno Stato in procinto di aderire all’UE, ma il governo ha fatto di tutto per impedirlo, minando ogni suo singolo valore. Il movimento studentesco in Serbia ha preceduto le proteste giovanili che ora stanno dilagando in Francia, Spagna, Albania e Italia. Secondo te, ci sono delle somiglianze tra le loro rivendicazioni? Sì, penso che si possano individuare alcuni punti in comune tra questi movimenti in tutto il continente. Innanzitutto, e in modo molto evidente, c’è la questione generazionale: si tratta di giovani nati nel XXI secolo. In secondo luogo, sono molto esperti di tecnologia; a volte penso che vivano davvero nella realtà online. In terzo luogo, li abbiamo sottovalutati; abbiamo sottovalutato quanto abbiano a cuore il loro ambiente, il loro Paese e la loro società. Poiché la loro realtà si svolge nello spazio virtuale, era facile pensare che questa generazione non fosse interessata alle questioni quotidiane, ma ci hanno dimostrato che ci sbagliavamo: sono molto sensibili all’ingiustizia, alla disuguaglianza e alla disparità di opportunità. Anche se la scintilla scatenante può essere diversa – il crollo di una pensilina a Novi Sad in Serbia, affari loschi relativi ai parchi nazionali protetti in Albania, disuguaglianze educative ed economiche in Francia e in Italia – questa generazione, in definitiva, sta lottando per gli stessi valori. A mio avviso, questi si concentrano sulla responsabilità degli individui e delle istituzioni, sull’eguaglianza generazionale, sulla democrazia digitalizzata (hanno spostato l’arena del dibattito dagli studi televisivi e dalla stampa a Instagram e TikTok), sulla giustizia ambientale e climatica. Dobbiamo confrontarci con la realtà del pianeta devastato che gli stiamo lasciando loro come eredità. Festa di benvenuto per gli studenti che hanno percorso più di 200 kilometri per arrivare a Belgrado. Che prospettive vedi dopo le elezioni? Una schiacciante vittoria elettorale è ciò che tutti desideriamo: porre fine al regime del Partito progressista serbo e far ripartire le istituzioni e lo Stato. Dico “ripartire” perché abbiamo vissuto una situazione simile nel 2000 e per un certo periodo abbiamo vissuto in un Paese democratico (o per quanto potesse esserlo dopo un decennio di guerre civili nell’ex Jugoslavia); da allora in poi è stato tutto un declino. Tuttavia, temo che il passaggio di potere non avvenga senza intoppi. La manipolazione del voto è già in pieno svolgimento. La diaspora è stata sottoposta a condizioni elettorali inique: o i seggi non erano aperti, lasciando centinaia di cittadini senza la possibilità di votare, come a Vancouver, in Canada, oppure dovranno percorrere centinaia o migliaia di chilometri per raggiungere il seggio più vicino, come da Miami a Washington (le distanze in Canada sono ancora maggiori), oppure semplicemente i seggi non erano nemmeno aperti, come ad Abu Dhabi, a Doha, in Slovacchia o in Romania. E tutte queste località disponevano di seggi elettorali durante le ultime elezioni del 2023. Per non parlare dell’ultimo ostacolo: in tutto il mondo i cittadini dovranno votare secondo l’ora di Belgrado; immaginate quindi qualcuno a Pechino, New York o Los Angeles costretto a recarsi al seggio dopo mezzanotte secondo l’ora locale. Ma la diaspora è molto ingegnosa: alcuni organizzeranno un pigiama party per andare a votare Questo tentativo di negarci i diritti costituzionali ha ottenuto il risultato di unire ancora di più la diaspora. Inoltre, è stato riferito che sono state rilasciate più di 200.000 nuove carte d’identità, ma nessuno sa chi siano questi nuovi cittadini. A quanto pare, il registro elettorale unificato in Serbia conta più elettori registrati rispetto al numero ufficiale di cittadini aventi diritto di voto. Un’altra tecnica di manipolazione comune è quella degli “elettori fantasma” (i defunti vengono regolarmente utilizzati in modo improprio per votare). Stanno già arrivando segnalazioni da piccole città in tutta la Serbia secondo cui le schede elettorali e le urne vengono sostituite, con manomissioni criminali del materiale elettorale attualmente in corso in vista del giorno delle elezioni. In uno scenario più realistico, è possibile che entrambe le liste, quella degli Studenti e quella del Partito progressista serbo, rivendichino la vittoria il 25 ottobre, dopodiché ci troveremo di fronte a una lunga situazione di stallo, con la possibilità di un riconteggio di ogni singolo voto. Prolungando e ribaltando il risultato elettorale, il regime ricorrerà probabilmente a tattiche di logoramento, poiché dispone di risorse enormi e ha preso il controllo di tutte le istituzioni. Temo che quando ci riuniremo la notte del 25 davanti alla sede della Commissione Elettorale della Repubblica (RIK in serbo), a Belgrado, che annuncerà i risultati elettorali, ci saranno disordini e provocazioni da parte loro, poiché la RIK si trova nell’edificio dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Serbia (il vecchio Parlamento) in via Kralja Milana, proprio di fronte al Parco Pionirski, dove da oltre un anno è situato un insalubre accampamento paramilitare-mafioso chiamato “Ćaciland“. Affermando che forze esterne e interne fomenteranno disordini, l’ex presidente sta semplicemente gettando le basi per sconfessare proprio quelle azioni che continua a ispirare. Foto di Miloje Savić     Anna Polo
October 24, 2026
Pressenza
L’inverno demografico della scuola
Quasi due milioni di studenti in meno nel 2040 rispetto a oggi. Che, a regole invariate, potrebbero volere dire circa 95.000 classi e 166.000 docenti in meno. Sono, in massima sintesi, i dati drammatici dell’effetto del declino della popolazione italiana sul sistema d’istruzione nazionale, così come emergono da un nuovo esercizio previsivo della Fondazione Agnelli a partire dai dati Istat per il 2025. L’impatto del declino della popolazione sul sistema d’istruzione italiano è un fenomeno che da tempo preoccupa ed è oggetto di studio, sebbene fatichi a diventare un tema importante del dibattito pubblico e per il momento non trovi risposte da parte della politica. Già nel 2018 la Fondazione Agnelli aveva lanciato un primo allarme (https://www.fondazioneagnelli.it/2018/04/12/scuola-orizzonte-2028/), ma in questi anni le tendenze demografiche che allora potevano essere definite “preoccupanti” sono andate aggravandosi, diventando drammatiche in sé e per le conseguenze che potranno avere sugli equilibri e sulla sostenibilità dell’intero sistema d’istruzione nazionale. > “Il confronto con la previsione costruita anni fa dalla Fondazione Agnelli, si > legge nel dossier, sulla base 2018 mostra che i cambiamenti non sono uniformi. > Sul totale 3-18 la nuova stima per il 2030 è più bassa di circa il 4%. La > correzione è molto più forte per i 3-5 anni, dove la nuova previsione è > inferiore di circa il 18%, e più contenuta per la primaria, intorno al 7%. Per > medie e superiori, invece, la nuova previsione è leggermente più alta, > rispettivamente di circa il 3% e l’1%. Non soltanto lo scenario è diventato > più negativo, ma è cambiata la distribuzione del calo tra le coorti”. > > Il nuovo esercizio previsivo della Fondazione Agnelli fino al 2040 mostra che > il divario territoriale cresce con l’orizzonte di previsione. Sul totale 0-18, > al 2030 le differenze tra aree sono ancora relativamente contenute: Nord Ovest > e Nord-Est si collocano intorno all’8% di riduzione, mentre Centro e > Mezzogiorno sono intorno al 10-11%. Al 2035 il distacco aumenta: il Nord è > intorno al 13-14%, il Centro al 19% e il Mezzogiorno al 20%. Nel 2040 il > quadro si polarizza ulteriormente, con una riduzione di circa il 15% nel > Nord-Ovest, il 16% nel Nord-Est, il 23% nel Centro e il 27% nel Mezzogiorno. > > “Al 2040, si legge nel dossier, la Liguria, che da tempo è la regione più > vecchia e dove quindi il declino è iniziato prima, è quella con la riduzione > più contenuta del totale 0-18, intorno al 10%. Trentino-Alto Adige, Piemonte, > Lombardia, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna si collocano in una fascia > di riduzione compresa grosso modo tra il 15% e il 16%. All’estremo opposto, > Sardegna e Basilicata superano il 30% di calo; Puglia e Molise sono poco sotto > questa soglia”. Una parte importante delle differenze territoriali è collegata alle migrazioni. Tra il 2025 e il 2039 il NordOvest cumula un saldo migratorio con l’estero positivo pari a circa l’8% della popolazione iniziale e un saldo interno positivo di circa l’1%. Nel Nord-Est il saldo con l’estero è intorno al 6% e quello interno al 2%. Al Centro il contributo dall’estero resta elevato, circa il 7%, mentre quello interno è solo leggermente positivo. Nel Mezzogiorno il saldo con l’estero è comunque positivo, intorno al 5%, ma viene in parte compensato da un saldo interno negativo vicino al 3%. La Lombardia è un buon esempio di questo meccanismo: il saldo internazionale cumulato è vicino all’8% della popolazione 2025 e quello interno è positivo, anche se inferiore all’1%. Questa capacità attrattiva contribuisce alla migliore tenuta complessiva della Regione e si accompagna a un profilo più favorevole delle fasce giovani. Non è però un’eccezione assoluta: Liguria, Piemonte ed Emilia-Romagna mostrano anch’esse saldi migratori complessivi molto positivi. Le stime della Fondazione Agnelli sollecitano una discussione, indicando il margine che il calo demografico potrebbe aprire per opzioni di politiche dell’istruzione diverse, ma che non necessariamente si escludono a vicenda. Fra queste, il rafforzamento del tempo scuola e la scuola del pomeriggio (soprattutto alle medie), il rafforzamento del sostegno, una maggiore stabilità degli organici, classi meno numerose e interventi mirati nelle aree a più forte rischio di povertà educativa. E, più in generale, potrebbe anche suggerire una riallocazione delle risorse che lo stesso declino potrà fare risparmiare fra i vari gradi dell’istruzione: ad esempio, per l’università, dove sono necessari più laureati; ma anche per gli asilo nido, che in Italia vedono una partecipazione dei bimbi più piccoli (0-2) ancora modeste. Sono le scelte che la politica sarà chiamata a fare a breve, alla luce del drammatico calo. “ > È importante evitare una lettura univoca del declino demografico, si legge nel > commento finale del rapporto. Il fenomeno combina tre dimensioni: il > progressivo passaggio del calo tra i cicli scolastici, una divergenza > territoriale crescente – già evidente nei totali di macroarea – e il ruolo > delle migrazioni nel modificare le traiettorie regionali. Per la scuola > significa conseguenze diverse per tempi e intensità: alcuni territori dovranno > affrontare un forte ridimensionamento della rete e degli organici potenziali; > altri, soprattutto nel Centro-Nord, avranno margini più contenuti e in alcune > fasce giovani potranno vedere una stabilizzazione. Anche in termini di > politiche, dunque, ha senso ragionare per ciclo e territorio, non solo in > ottica nazionale”. Qui “L’inverno demografico della scuola” della Fondazione Agnelli: https://www.fondazioneagnelli.it/wp-content/uploads/2026/10/FONDAZIONE-AGNELLI-INVERNO-DEMOGRAFICO-SCUOLA_FINALE.pdf. Giovanni Caprio
October 24, 2026
Pressenza
HubForDefenders: team legale per assistere i manifestanti
Dopo i fatti di Milano, HubForDefenders ha ricevuto decine di segnalazioni e richieste di assistenza, prevalentemente da genitori di persone minorenni fermate durante le manifestazioni. Per questo l’Hub ha attivato un team legale per offrire supporto, seguire le situazioni segnalate e verificare il rispetto dei diritti e delle garanzie previste dalla legge. LE PROTESTE A MILANO E LE SEGNALAZIONI RICEVUTE Solo in queste ore sono 23 le segnalazioni ricevute, riguardanti in molti casi persone minorenni e razzializzate, che, secondo quanto riferito, sarebbero state trattenute fino a 12 ore in questura senza che i genitori fossero informati. Tra le denunce giunte al centralino figurano anche la privazione di cibo e acqua, l’impossibilità di effettuare una telefonata e il trattenimento senza che ne fossero comunicate le motivazioni. HubForDefenders è uno strumento nazionale di protezione dello spazio civico e delle libertà fondamentali, promosso da una rete di associazioni della società civile tra cui ARCI, A SUD, Un Ponte Per, Amnesty International Italia, Giuristi Democratici, Legal Team Italia. Attraverso il coinvolgimento di professionisti offre assistenza legale, monitora possibili violazioni e mette a disposizione strumenti di protezione per persone, attivisti e organizzazioni, in situazioni di particolare esposizione e vulnerabilità. L’ATTIVAZIONE DI UN TEAM LEGALE A MILANO L’attivazione a Milano di un team legale è una risposta concreta a un bisogno di tutela emerso in queste ore: le decine di segnalazioni e le richieste di assistenza per le persone minorenni fermate durante le manifestazioni. Quando sono coinvolte persone minorenni è richiesta una particolare attenzione. Devono essere pienamente rispettate le specifiche garanzie previste dall’ordinamento, anche rispetto alle procedure, all’assistenza legale e al coinvolgimento dei familiari. L’Hub sta raccogliendo informazioni e verificando eventuali criticità. Il monitoraggio delle possibili violazioni dei diritti fondamentali è parte integrante del lavoro di HubForDefenders. L’Hub non interviene nel merito politico delle manifestazioni né esprime giudizi sulle responsabilità individuali, il cui accertamento spetta alla magistratura. Questo non significa essere neutrali rispetto alla tutela dello spazio civico. L’Hub ha infatti una posizione precisa: il diritto di manifestare, di esprimere dissenso e di partecipare alla vita democratica deve essere protetto. Le garanzie dello Stato di diritto devono essere rispettate sempre, anche nelle situazioni più conflittuali.   CONTATTI DI HUBFORDEFENDERS: telefono: +39 353 495 3606 mail: hub4defenders@proton.me Amnesty International
October 24, 2026
Pressenza
Esplode la protesta studentesca anche in Austria
Giovedì 22 ottobre, circa 50 mila persone, tra studenti, docenti, ricercatori e personale accademico, hanno sfilato per le vie centrali di Vienna per manifestare contro i previsti tagli ai fondi destinati all’istruzione superiore e alla ricerca scientifica. La mobilitazione, sotto lo slogan “Allarme Rosso – #SaveTheUniversities!”, è partita nel pomeriggio […] L'articolo Esplode la protesta studentesca anche in Austria su Contropiano.
October 24, 2026
Contropiano
Ascoltare i giovani. E offrire loro occasioni per ribellarsi facendo
ABBIAMO BISOGNO DI LIBERARCI DALLA RETORICA SECURITARIA, DELLA SUA FAME DI NUOVI REATI E DELLA SUA CAPACITÀ DI RIDURRE UN’INTERA GENERAZIONE AL FOTOGRAMMA DI UNA VETRINA INFRANTA. MA ABBIAMO ANCHE BISOGNO DI METTERE DA PARTE OGNI ASSOLUZIONE ROMANTICA E STERILE DELLA RIVOLTA. ALLE DOMANDE PORTATE NELLE STRADE IN MODO DIVERSI DA TANTI RAGAZZI E RAGAZZE BISOGNEREBBE RISPONDERE PRIMA DI TUTTO CON L’ASCOLTO. POSSONO ESSERCI D’AIUTO L’IRREQUIETEZZA DI DANILO DOLCI E QUELLA ASSAI DIFFERENTE DI GOFFREDO FOFI PER FAR NASCERE IN QUESTO SCENARIO UNA POLITICA NUOVA. UNA POLITICA CHE, AD ESEMPIO, AFFIDI AI GIOVANI LUOGHI, RISORSE, RESPONSABILITÀ – SCRIVE GIANNI PALUMBO – CHE PERMETTA LORO DI COSTRUIRE GIORNALI, TEATRI, COOPERATIVE, SCUOLE POPOLARI, ASSOCIAZIONI E LABORATORI DI QUARTIERE…” Nella foto di qualche mese fa, due liceali del collettivo “Sindacato R. Margherita” di Palermo provano (invano) ad aprire la porta dell’ex bar della scuola, in stato di abbandono. Nelle prossime settimane, dopo estenuanti tira e molla con scuola e amministrazione comunale, gli studenti e le studentesse passeranno proprio da quella porta per poter accedere al loro nuovo spazio autogestito affidato dalla scuola (leggi Una stanza tutta per loro) -------------------------------------------------------------------------------- Le cronache di questo ottobre hanno il colore “acre” dei fumogeni. Mostrano pietre sull’asfalto, vetrine infrante, caschi serrati, e i ragazzi trascinati via con forza; poi indugiano sul resto, quasi che dentro quel perimetro di vetri rotti fosse racchiusa tutta la verità delle piazze. Intanto, migliaia di studenti e studentesse hanno attraversato le città italiane chiedendo scuole sicure, diritto allo studio, trasporti accessibili, meno precarietà e meno denaro destinato agli armamenti. «Soldi alla scuola, non alla guerra» e «Meno armi, più diritti» sono diventati il respiro comune dei cortei. La risposta del governo ha già trovato la propria lingua. È la lingua rapida della pena: un nuovo reato di partecipazione violenta alle manifestazioni, punito con la reclusione da due a cinque anni e con multe fino a ventimila euro, accompagnato da aggravanti, fermo preventivo e flagranza differita. Un altro tratto del conflitto sociale viene consegnato al codice penale. È qui, proprio quando la cronaca sembra avere fretta di chiudere il discorso, che bisognerebbe chiamare Danilo Dolci. Farlo sedere idealmente accanto a noi, nel frastuono delle dichiarazioni, e domandargli che cosa vede. Forse ci inviterebbe a sgomberare per un momento il campo dalle sentenze, a disporci in cerchio, a lasciare che ciascuno pronunci la propria domanda. Perché una piazza può essere dispersa in poche ore; la domanda che l’ha riempita, invece, prepotentemente rimane, cammina sotto terra e aspetta. Il lungo ritorno della pena Michel Foucault apre il suo libro Sorvegliare e punire con una scena che lacera la pagina. Parigi, 1757: Robert-François Damiens, colpevole di avere attentato alla vita di Luigi XV, viene condotto nella piazza di Grève e consegnato a un supplizio interminabile. Il corpo diventa il luogo sul quale il sovrano riscrive la propria autorità; la sofferenza è rappresentazione, ammonimento, liturgia politica. Foucault accosta a quel teatro sanguinoso il regolamento di una casa ottocentesca per giovani detenuti: agli uncini e alle tenaglie succedono gli orari, la sorveglianza, l’esame, la disciplina quotidiana. Nessuno squarta più Damiens sulla piazza. Il patibolo è scomparso e la pena ha cambiato abito. Qualcosa di quel gesto remoto riaffiora, però, ogni volta che il potere avverte il bisogno di esibire il castigo per rassicurare una comunità impaurita. La pena viene innalzata come un argine simbolico, la severità occupa lo spazio della comprensione e il numero degli anni di carcere diventa la misura pubblica della fermezza. Perseguire chi ferisce, devasta o mette in pericolo altre persone appartiene alla responsabilità dello Stato. Una democrazia vive anche della certezza che la libertà di manifestare non autorizzi la violenza. Il problema comincia quando l’azione penale invade l’intero orizzonte politico, quando la condotta di alcuni inghiotte la voce di tutti, quando la parola “sicurezza” si fa tanto vasta da lasciare senza respiro la prevenzione, l’educazione, la giustizia sociale. La modernità giuridica nacque precisamente dal rifiuto di questa vertigine punitiva. Nel 1764 Cesare Beccaria insegnò all’Europa che la pena, per essere giusta, deve risultare pubblica, necessaria, proporzionata e la minima possibile nelle circostanze date. La sua intuizione più feconda conserva una semplicità rivoluzionaria: è meglio prevenire i delitti che punirli, e l’educazione rappresenta una delle forme più alte della prevenzione. Concentrare ogni energia sulla pena significa arretrare idealmente al Settecento anteriore ai Lumi, quando il dolore inflitto sembrava poter ricucire da solo l’ordine violato. Due secoli e mezzo di civiltà giuridica ci hanno insegnato a cercare le cause, distinguere le responsabilità, misurare la risposta pubblica, guardare oltre l’istante dell’offesa. La legge giudica gli atti; la politica deve leggere il tempo che li genera. E il nostro tempo parla di precarietà, solitudine, carovita, affitti irraggiungibili, edifici scolastici degradati, fiducia consumata. Parla di ragazzi ai quali viene chiesto di prepararsi al futuro mentre il futuro appare sempre più simile a una sala d’attesa. Nei cortei di ottobre (e non solo in Italia) quelle inquietudini hanno preso una forma precisa: investire nella scuola anziché negli arsenali militari, nella salute anziché nella paura, nella possibilità di vivere anziché nella preparazione permanente alla guerra. Danilo Dolci, o l’arte di ascoltare ciò che nasce Danilo Dolci arrivò nella Sicilia occidentale e scelse di abitare la fame senza trasformarla in folklore. A Trappeto e Partinico incontrò pescatori, contadini, disoccupati, bambini che crescevano in stanze prive di acqua e di speranza. Non portò una dottrina confezionata altrove. Portò domande, tempo, presenza; soprattutto, riconobbe nelle persone una conoscenza intrinseca che il potere aveva ignorato e rispetto alla quale era stato superficiale. Nel 1956 inventò lo “sciopero alla rovescia”: centinaia di disoccupati cominciarono a lavorare gratuitamente per rendere praticabile una strada pubblica abbandonata: la trazzera vecchia di Partinico. La risposta dello Stato con gli arresti fu crudele. Il processo, nel quale Piero Calamandrei assunse la difesa, divenne una disputa sul significato stesso della Costituzione e di quella Repubblica che l’articolo 1 dichiara fondata sul lavoro. C’è già tutto, in quella strada dissestata. Uomini senza occupazione rendono utile la propria forza e trasformano il bisogno in un’opera collettiva; l’autorità riconosce l’infrazione prima ancora della domanda di dignità. È una scena ancora viva, quasi una parabola del presente. Quando la protesta crea uno strappo nell’ordine consueto, lo Stato può limitarsi a vedere lo strappo oppure guardare ciò che, da quello squarcio, diventa finalmente visibile. Dolci chiamò maieutica reciproca il metodo maturato in quegli incontri. Ci si dispone in cerchio, si ascolta, si cerca insieme; chi insegna accetta di imparare e chi è stato condannato al silenzio scopre di possedere una parola. La conoscenza nasce dalla relazione, e la risposta a un problema collettivo prende forma attraverso la partecipazione di coloro che lo vivono. Poi c’è il verso di Danilo Dolci che continua a raggiungerci come una carezza e una responsabilità: «Ciascuno cresce solo se sognato». È un invito a spalancare gli occhi sulla realtà. Sognare qualcuno significa vederlo più grande del suo gesto peggiore, scorgerne la possibilità ancora informe, custodire l’avvenire che lui stesso, talvolta, non riesce più a immaginare. Sognare i giovani chiede molto agli adulti, chiede uno sforzo cosciente. Chiede di non usarli retoricamente come decorazione nei discorsi sul futuro e come bersaglio nei discorsi sulla sicurezza. Chiede scuole nelle quali, banalmente, non piova dal soffitto, biblioteche aperte, consultori, case accessibili, lavoro non umiliante, luoghi nei quali la parola abbia ancora un peso. Chiede la pazienza di ascoltare persino ciò che irrita, ciò che mette in discussione le nostre priorità e incrina la pace apparente delle abitudini. La richiesta dei giovani che manifestano, quella di spostare risorse dagli armamenti al welfare contiene una visione della sicurezza più ampia. Sicura è una società nella quale una malattia non precipita una famiglia nella povertà; nella quale studiare non dipende dal reddito dei genitori; nella quale un adolescente trova adulti capaci di ascoltarlo prima che la rabbia diventi l’unico alfabeto disponibile. La sicurezza germoglia nella fiducia, si costruisce nelle scuole, respira negli ospedali, cresce nei quartieri. Goffredo, nella stanza vuota In questi giorni, di fiducia e smarrimento, ho pensato spesso a Goffredo Fofi, all’amicizia che era nata con lui, già anziano ma giovanissimo nella tempra. Alla telefonata che avrei voluto fargli, alla sua voce impaziente, alla rapidità con cui avrebbe spazzato via le frasi troppo comode, al modo in cui mi avrebbe redarguito brandendo il suo bastone. Ho immaginato una delle nostre conversazioni: le domande, gli scarti improvvisi, qualche giudizio netto, forse un silenzio, poi quella capacità tutta sua di costringerti a guardare il punto che avevi preferito lasciare nell’ombra. La sua dipartita (Goffredo Fofi ci ha lasciati a luglio dello scorso anno a 88 anni. Avevo perso mio padre pochi mesi prima, e poi lui, che ho sempre considerato, senza mai dirglielo, una sorta di secondo padre) pesa anche così: nella stanza lasciata vuota dalle domande che non possiamo più rivolgergli. Ci sono persone la cui assenza non coincide con il silenzio. Continuano a interrogarci; siedono accanto a noi mentre scriviamo; sorvegliano una frase troppo levigata, una certezza troppo facile, un’indignazione che rischia di compiacersi di sé. Non so che cosa avrebbe detto davanti a queste piazze. L’amicizia non concede il diritto di parlare al posto di chi non c’è più. Anzi, chiede una fedeltà più difficile: conservare il dubbio, resistere alla tentazione di trasformare l’amico in un’autorità convocata per confermare ciò che già pensiamo. Goffredo detestava le statue (l’autocelebrazione statuaria del potere ma anche la monumentalizzazione del pensiero. A queste contrapponeva la necessità di abbattere il conformismo iconoclasta attraverso l’esercizio del dubbio permanente, e lo faceva citando spesso Camus, come poi ho imparato a fare io), soprattutto quelle costruite mentre la vita era ancora calda e contraddittoria. Posso soltanto provare a immaginare la direzione del suo sguardo, sapendo che avrebbe potuto sorprendermi e contraddirmi. Avrebbe forse diffidato della retorica securitaria, della sua fame di nuovi reati e della sua capacità di ridurre un’intera generazione al fotogramma di una vetrina infranta. Avrebbe guardato con altrettanta insofferenza ogni assoluzione romantica della rivolta, ogni celebrazione automatica dei giovani come innocenza offesa. Goffredo conosceva bene il rischio di trasformare i giovani in una categoria astratta. Li aveva frequentati, sollecitati, accompagnati per tutta la vita; aveva formato generazioni di artisti, ricercatori e operatori culturali senza chiedere loro obbedienza. Per lui non erano figure da blandire con il paternalismo. Erano persone da mettere nelle condizioni di fare, sperimentare, sbagliare, essere contraddette e trovare la propria strada. Questa sua disposizione veniva anche da lontano. Negli anni Cinquanta, giovane maestro elementare, aveva raggiunto Danilo Dolci in Sicilia. Era stato con lui nel lavoro sociale e educativo, in quell’esperienza nella quale il pensiero cercava continuamente la prova dell’azione. “Allievo” è una parola giusta, purché le si restituisca movimento: Goffredo era uno di quegli allievi capaci di ereditare una lezione discutendola, portandola altrove, sottraendola al culto. Da Dolci aveva appreso l’arte di creare piccole comunità, il valore dell’ascolto e della presenza, l’attenzione verso le vite relegate ai margini. Quel seme avrebbe attraversato il suo lavoro futuro: le riviste, le scuole, i gruppi, le amicizie intellettuali, l’ostinazione con cui cercava voci nuove. Credeva nelle minoranze attive, nei luoghi piccoli e inquieti dove una società può ancora pensare sé stessa prima che il mercato trasformi ogni esperienza in consumo. Dolci ci offre lo sguardo che sogna. Goffredo aggiunge la voce che punge, che verifica il sogno nella materia delle scelte quotidiane. Con lui la speranza perde ogni indulgenza e diventa un compito. Amare i giovani significa offrire loro uno spazio reale, accettare il disordine che portano, sopportare che prendano una strada diversa da quella preparata per loro. Forse, davanti alle cronache di questi giorni, avrebbe domandato anzitutto: quali esperienze concrete stiamo costruendo? Quali luoghi abbiamo consegnato ai ragazzi? Quali strumenti, quali responsabilità, quali possibilità di azione? E forse avrebbe aggiunto, con la sua severità affettuosa: che cosa abbiamo permesso a questi giovani di fare, prima di rimproverarli per ciò che alcuni di loro hanno distrutto? È una domanda che non assolve nessuno. Scava più in profondità dell’assoluzione e della condanna. Ci obbliga a guardare la povertà dell’offerta adulta, le scuole impoverite, i quartieri senza luoghi di incontro, la politica ridotta a comunicazione, la cultura trattata come lusso o intrattenimento. Ci obbliga anche a chiedere ai giovani che cosa intendano costruire, quale disciplina vogliano darsi, come desiderino trasformare la rabbia in organizzazione e la protesta in durata. Goffredo sapeva che la critica può essere una forma esigente della cura. Contraddire un giovane significa prenderlo sul serio, riconoscerlo come interlocutore anziché come destinatario passivo di un sermone. Anche per questo il suo pensiero ci preserva da una rappresentazione sentimentale delle piazze. La violenza conserva il proprio peso, le responsabilità rimangono personali, il danno non si dissolve nella nobiltà di una causa. La società adulta, intanto, conserva la responsabilità di offrire alla rabbia strumenti più fertili del sasso, alla protesta una capacità organizzativa, al dissenso la possibilità di incidere. Nella tensione fra il sogno di Dolci e l’irrequietezza di Goffredo Fofi può ancora nascere una politica. Una politica che affidi ai giovani luoghi, risorse, responsabilità; che permetta loro di costruire giornali, teatri, cooperative, scuole popolari, associazioni e laboratori di quartiere. Una politica capace di restituire il diritto di tentare, perché senza tentativi ogni appello alla partecipazione resta una porta dipinta sopra un muro. È qui che la sola criminalizzazione rivela la propria povertà. Essa fotografa il giovane nell’istante in cui rompe, urla, si copre il volto. Danilo Dolci e Goffredo Fofi lo guardano nel tempo: da dove viene, quale ferita porta, quale energia potrebbe liberare, quale comunità potrebbe costruire. Quello sguardo lungo non cancella la responsabilità individuale. Le impedisce di diventare un destino. La piazza dopo il fumo dei lacrimogeni e dei petardi Quando i fumogeni si dissolvono, sull’asfalto restano molte cose, qualcuno dice che “sembra una guerra” (ma la guerra è quella che stiamo finanziando e alla quale pretendono di prepararci). Restano i danni, che qualcuno dovrà riparare. Restano le paure di chi si è trovato in mezzo agli scontri e la fatica delle forze dell’ordine. Restano anche migliaia di ragazze e ragazzi tornati a casa senza avere lanciato nulla, se non una domanda al Paese. Molti cortei dell’ottobre 2026 si sono svolti pacificamente; a Roma, dopo proteste e lanci di petardi davanti al ministero dell’Istruzione, la manifestazione si è conclusa senza ulteriori tensioni e così in moltissime altre città del Sud. Quella domanda riguarda l’ordine delle nostre priorità. Chiede perché gli arsenali militari sembrino sempre urgenti e la scuola e l’istruzione possano attendere; perché il linguaggio della guerra entri nell’immaginario pubblico così prepotentemente mentre si restringono gli spazi della cura; perché ai giovani si domandi fiducia senza offrire loro prove sufficienti che il domani sia stato pensato anche per loro. Una risposta all’altezza dovrebbe cominciare dall’ascolto e diventare scelta politica: assemblee permanenti nelle scuole e nei territori, bilanci partecipativi, investimenti verificabili nell’edilizia scolastica, sostegno alla salute mentale, diritto alla casa e allo studio, spazi culturali autogestiti, educazione alla nonviolenza e forme di giustizia riparativa. La maieutica di Dolci può uscire dai libri e farsi metodo istituzionale: una maniera più matura di governare il conflitto. Il carcere può fermare una persona. Non ricostruisce il patto tra le generazioni, non ripara una scuola fatiscente, non abbassa un affitto, non restituisce fiducia alla parola pubblica. Una democrazia capace soltanto di sorvegliare finisce per avere paura di tutto ciò che nasce; una democrazia capace di educare riconosce nel dissenso anche una riserva di energia civile. Danilo Dolci ci chiederebbe di sognare quei giovani. Goffredo non posso dire che cosa ci chiederebbe: la sua assenza merita più rispetto di qualsiasi citazione immaginaria. Posso però continuare a interrogarlo nell’amicizia, ascoltando dentro di me quella voce franca che non permetteva alla speranza di diventare alibi. Una voce che invitava a lasciare fare, offrire strumenti, pretendere responsabilità, sopportare la libertà altrui. Foucault ci ricorda di vigilare sul fascino antico della pena; Beccaria, dalla soglia dei Lumi, ci domanda se abbiamo davvero imparato che prevenire è più umano che punire. Dolci affida a ciascuno il compito di sognare l’altro. Goffredo lascia una domanda più ruvida, resa oggi ancora più urgente dal vuoto della sua scomparsa: che uso facciamo della possibilità che intravediamo negli altri? Nel silenzio che segue i cortei, questa è forse la scelta che rimane. Possiamo contare le pietre, fare gli inventari delle macerie materiali e costruire nuove carceri. Possiamo anche raccogliere le domande, aprire le scuole, curare le ferite, restituire futuro. Un Paese che smette di sognare i propri giovani ha già cominciato a perderli. Un Paese che trova il coraggio di ascoltarli, affidarvisi e chiedere loro responsabilità può ancora crescere insieme a loro. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti bibliografici * Giuseppe Barone, Danilo Dolci. Una rivoluzione nonviolenta. La vita e l’opera di un uomo di pace, Altreconomia, 2007; * Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, Feltrinelli, 2021; * Danilo Dolci, Banditi a Partinico, Laterza, 1955; * Danilo Dolci, Processo all’articolo 4, Einaudi, 1956; * Danilo Dolci, Dal trasmettere al comunicare, Sonda, 1988; * Goffredo Fofi, Strana gente. 1960: un diario tra Sud e Nord, Donzelli, 1993; * Goffredo Fofi, Il secolo dei giovani e il mito di James Dean, La nave di Teseo, 2020; * Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, 1976. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Imparare a pensare la speranza -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GOFFREDO FOFI: > Quasi ai margini -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ascoltare i giovani. E offrire loro occasioni per ribellarsi facendo proviene da Comune-info.
October 23, 2026
Comune-info
Arrivano anche i Parà per blindare Milano nella manifestazione di domani
Riprendiamo nel nostro angolo stretto tre interventi che riteniamo essere tra loro connessi attorno alle tematiche securitarie, tendenti a restringere ogni spazio di  dissenso e volte a reprimere tutti i conflitti sociali che insorgono attraversano una minacciosa crisi globale, con i sui riflessi bellici non solo distruttivi sul piano della tenuta degli equilibri del pianeta, ma anche sulle prospettive future dell’esistenza umana. Dopo gli stravolgimenti dell’ordinamento giuridico in materia penale, a seguito del varo emergenziale degli ultimi 9 decreti sicurezza (con l’introduzione di tutta una serie di nuovi reati nella legislazione codificata, in uno anche con significative modifiche ed integrazioni del quadro penalistico, ponendo in essere aggravanti del reato che hanno appesantito il dettato comminatorio già previsti dal codice vigente), oggi il nostro guardasigilli ha posto l’attenzione sulla giustizia minorile e, in particolare, sul sovraffollamento delle carceri: una crescita connessa alla logica repressiva securitaria dell’esecutivo, posta in essere – sin dall’inizio dell’entrata in carica – con una serie di provvedimenti che, a partire dal decreto antirave al decreto antimaranza (passando per Caivano), “ha allargato le maglie della custodia cautelare – così come ha sottolineato Michele Gambirasi, nell’articolo di oggi sul Il Manifesto – portando per la prima volta nella storia anche gli Ipm al sovraffollamento”. Nordio, nell’affrontare il tema per risolverlo, prevede di stanziare dei fondi per l’ampliamento delle carceri minorili, ma anche quello di destinare ai minori settori degli istituti di pena in atto occupati da maggiorenni.  Quella del carcere facile per i minori, in sostanza, è una linea – scrive ancora Gambirasi – “che si sposa con le politiche dei quattro anni di governo, pronta a ripresentarsi anche nel caso di Milano”. D’altra parte è lo stesso Nordio a conferma questa linea di tendenza: «Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta. Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti». L’altra grande novità della giornata è quella dei “Parà” che, salutati anche dal sindaco Sala, affiancheranno le autorità di polizia nella gestione dell’ordine pubblico. Non è passato il tentativo dell’attribuzione delle  funzioni di polizia giudiziaria, tuttavia -come viene evidenziato nel corsivo che introduce l’articolo di Aurelio Angelini pubblicato stamani su Italia Libera online- : «la sequenza dei decreti sicurezza segna un ulteriore slittamento autoritario e pone una questione fondamentale di fedeltà alla Costituzione. Gli spazi del dissenso si restringono, i poteri coercitivi si estendono e gli strumenti eccezionali si normalizzano. Il rapporto tra cittadino e potere pubblico cambia così senza alcuna dichiarata revisione costituzionale». In altri termini, questo nuovo passaggio prefigura un capovolgimento dell’attuale assetto ordinamentale dello Stato: «Ogni restrizione si legittima con l’emergenza precedente e ogni ampliamento di potere appare una risposta obbligata a una minaccia». Epperò, bisogna con forza affermare che: «Decisiva non è l’efficacia dichiarata di una misura, ma la sua compatibilità con le regole che delimitano i poteri statali. Una modifica strutturale dell’equilibrio tra apparati militari, polizia giudiziaria e libertà fondamentali esige un confronto parlamentare adeguato e un rigoroso controllo di costituzionalità. Nemmeno il “libero commercio” può rovesciare la gerarchia dei valori». Richiama a tal proposito Angelini nel suo pezzo l’art. 41 della COST., allorquando lo stesso sancisce espressamente che il principio di tutela dell’iniziativa economica privata è garantito, purché non in contrasto con l’utilità sociale né in danno di sicurezza, libertà e dignità umana. Chiude il nostro trittico di voci critiche Lavinia Marchetti che punta il dito sulla necessità del governo di trovare il colpevole per le mancate risposte alle incalzante crescita della domanda sociale. Scrive la nostra:  «La psicoanalisi conosce da tempo questo espediente, attraverso il quale un gruppo deposita su un proprio membro gli elementi intollerabili della sua esperienza collettiva». __________________   > CELLA IMPAZZITA IL GUARDASIGILLI INTERVIENE SUGLI SCONTRI DELL’ULTIMO WEEKEND. > NEL CAPOLUOGO LOMBARDO PERÒ LE CUSTODIE CAUTELARI SONO SOLO TRE. > SOVRAFFOLLAMENTO ANCHE NEGLI ISTITUTI PER I RAGAZZI Nell’ultimo decreto sicurezza, emanato ieri dal Quirinale, oltre ai 500 militari che affiancheranno le forze dell’ordine per facilitare identificazioni, fermi e arresti, si ribalta il sistema dell’imputabilità dei minori e si prevede la flagranza differita anche per i minori.  Sinora nel capoluogo lombardo gli «arresti massicci» di cui ha parlato Nordio contano tre ragazzi in custodia cautelare in carcere dei 35 arrestati tra sabato e domenica. Per gli altri trentadue sono scattati l’obbligo di permanenza in casa o il collocamento in comunità. Per i minori di 14 anni, quindi non imputabili per legge, la procura dei minori di Milano ha fatto sapere che procederà con «indagini anche socio-familiari, agli interrogatori dei ragazzi e, ove ritenuta la pericolosità sociale, alla richiesta di applicazione di misure di sicurezza e/o alla richiesta di apertura dei procedimenti amministrativi». Anche davanti a questi numeri però Nordio ha ragione a descrivere gli istituti minorili come «effettivamente in sofferenza», al massimo pecca di eufemismo. O dimentica le responsabilità del suo ministero. Al 30 settembre 2026, secondo i dati forniti da via Arenula, negli Ipm si contavano 557 persone detenute a fronte di una capienza stimata tra i 516 e i 550 posti. Gli ingressi complessivi nel corso dell’anno invece sono stati 821, di cui l’80% per custodia cautelare, il 2025 ha chiuso a quota 1188. Nel 2022, prima del suo insediamento, le presenze erano 381, mentre gli ingressi si fermavano a 1051. «Più celle non sono la risposta. Il nostro ordinamento pone al centro il recupero, l’educazione e il reinserimento sociale dei minori, principi che non possono essere sacrificati sull’altare dell’emergenza sicurezza» ha ribattuto l’Organismo congressuale forense. «La sicurezza non si costruisce aumentando i posti in carcere, tantomeno minorile. Servono prevenzione, scuola, servizi sociali, comunità educative adeguate, percorsi individualizzati e strumenti capaci di intervenire sulle cause del disagio» hanno attaccato le toghe di Area.  MICHELE GAMBIRASI, LA SOLUZIONE DI NORDIO ALLA RABBIA GIOVANILE: PIÙ GALERE PER I MINORI (ILMANIFESTO)   ______________   > Esercito e polizia giudiziaria: lo scarto più grave Attribuire all’Esercito funzioni di polizia giudiziaria non è un rafforzamento meramente quantitativo. Solleva una questione di principio: quale ruolo si intende assegnare alle Forze armate nella gestione del conflitto sociale e nell’esercizio del monopolio della forza legittima verso i cittadini? Non vanno confusi Carabinieri e Guardia di Finanza, forze di polizia a ordinamento militare con specifiche attribuzioni e strutture operative, con i reparti dell’Esercito impiegati in presidio e vigilanza. Sul piano politico, affidare ai militari ulteriori compiti coercitivi rischia di normalizzare la presenza dell’apparato militare nella gestione del dissenso interno. Il precedente non si valuta sui tre mesi annunciati. Le misure temporanee possono diventare permanenti e ridefinire nella prassi il rapporto tra sicurezza e libertà. Scrive Bobbio ne Il futuro della democrazia: «L’unico modo d’intendersi quando si parla di democrazia […] è di considerarla caratterizzata da un insieme di regole […] che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure» (Einaudi, 1984, p. 4). Decisiva non è dunque l’efficacia dichiarata di una misura, ma la sua compatibilità con le regole che delimitano i poteri statali. L’emergenza non può farsi scorciatoia per alterare equilibri e garanzie senza adeguato controllo democratico.  La Costituzione non è un ostacolo alla sicurezza Gli artt. 17 e 21 garantiscono la libertà di riunione e di manifestazione del pensiero. Non sono concessioni dello Stato né diritti subordinati a convenienze economiche o commerciali: sono condizioni della partecipazione democratica. L’art. 52 prescrive che l’ordinamento delle Forze armate si informi allo spirito democratico della Repubblica. La Costituzione affida, inoltre, ad autorità civili e magistratura responsabilità e garanzie specifiche nella gestione della sicurezza e dei poteri coercitivi. La memoria storica impone prudenza. La militarizzazione dell’ordine pubblico e l’uso degli apparati coercitivi contro il conflitto sociale appartengono a una storia che la Repubblica ha inteso superare. I fatti di Milano del 1898, quando il generale Bava Beccaris impiegò l’artiglieria contro la popolazione, mostrano gli esiti della sovrapposizione tra potere militare e gestione delle tensioni civili. Ogni misura va valutata nel contenuto, nei presupposti e nelle garanzie, ma l’emergenza non può diventare giustificazione permanente. Il decreto-legge richiede, ex art. 77, straordinari presupposti di necessità e urgenza. Una modifica strutturale dell’equilibrio tra apparati militari, polizia giudiziaria e libertà fondamentali esige un confronto parlamentare adeguato e un rigoroso controllo di costituzionalità. AURELIO ANGELINI, ITALIALIBERA.ONLINE,  LA SICUREZZA COME DISPOSITIVO DI RESTRIZIONE DELLE LIBERTÀ: «L’INOCULAZIONE “OMEOPATICA” DI AUTORITARISMO» ______________________   > COME SI CREA UN “PROBLEMA” PER NON RISOLVERE I VERI PROBLEMI L’intera questione sociale, con le sue seccanti implicazioni economiche, si è lasciata rappresentare da qualche ragazzo incappucciato. Una semplificazione di straordinaria efficacia. Seguiamone per un attimo i passaggi: il governo aveva davanti a sé un problema che richiedeva di discutere la distribuzione della ricchezza, l’impoverimento del lavoro salariato, il progressivo assoggettamento delle città alla rendita immobiliare, i tagli massicci al welfare per destinare le risorse agli armamenti, la questione della sua complicità con il genocidio, una protesta pressante al Sud Italia dove nei supermercati gli scaffali sono vuoti e i benzinai hanno quasi finito la benzina. E poi che succede? Dopo gli scontri e le vetrine rotte disponeva di qualcosa di immensamente più maneggevole. Un colpevole. La psicoanalisi conosce da tempo questo espediente, attraverso il quale un gruppo deposita su un proprio membro gli elementi intollerabili della sua esperienza collettiva. L’identificazione proiettiva, di cui parlavo sopra, consente di pensare una relazione nella quale ciò che viene espulso dalla rappresentazione di sé trova un depositario esterno. Applicata alla nostra rispettabilissima famiglia nazionale, l’operazione assume una certa magnificenza. Una società organizzata intorno alla competizione economica, capace di imporre privazioni durature a milioni di persone e di considerare la coercizione una funzione ordinaria del governo, scopre improvvisamente di essere minacciata dalla violenza. La riconosce con impressionante sicurezza nel ragazzo che ha danneggiato una vetrina. Tutta la propria aggressività istituzionale, esercitata attraverso la violenza coercitiva e i pieni poteri di polizia e di repressione, può così presentarsi sotto le sembianze della responsabilità, mentre quella degli esclusi viene isolata come la “vera” violenza. Pensiamo alla perfezione di questo procedimento. Seguiamone anche qui – ne citiamo soltanto alcuni [ndr]– i passaggi chiave: impoverimento prodotto da scelte economiche? Una necessità di bilancio… “ce lo chiede l’Europa”; perdita di una casa o l’impossibilità di pagare un affitto… incapacità dell’individuo di competere sul mercato; espulsione di intere fasce sociali dal centro urbano…“riqualificazione”; precarietà lavorativa? Si chiama «flessibilità»… senza pretendere nulla; salari che non consentono di arrivare alla fine del mese?… problema di «produttività» e «competitività»; progressiva impossibilità di accedere tempestivamente alle cure mediche?… questione di «razionalizzazione della spesa sanitaria»; sfruttamento dei lavoratori immigrati, necessari all’economia e spesso esposti al ricatto del permesso di soggiorno?… Una questione di «gestione dei flussi migratori». La protesta contro queste condizioni, soprattutto quando interrompe la circolazione delle merci (scioperi o blocchi) o il regolare svolgimento degli affari? Finalmente abbiamo una «minaccia all’ordine pubblico». E finalmente la violenza ha trovato un autore riconoscibile e la Repubblica può convocare la polizia. Se qualcuno dà un calcio alla porta e rompe il vetro, o danneggia una boutique, emerge in tutta la sua forza la “questione morale” che non è emersa per i punti sopracitati. Assistiamo a questo spostamento, attraverso il quale la violenza acquista finalmente un volto riconoscibile. Così lo Stato può contemplare la propria innocenza/sanità nel vetro che qualcuno ha appena mandato in pezzi. LAVINIA MARCHETTI, IL “PAZIENTE DESIGNATO”(DAL GOVERNO) Toni Casano
October 23, 2026
Pressenza
Scritte razziste e simboli nazisti al liceo Cavour di Roma. Rete Studenti Medi Lazio: “La scuola non può essere uno spazio di odio”
Questa mattina nei bagni maschili del Liceo Scientifico Cavour di Roma sono comparse scritte a sfondo razzista accompagnate da croci celtiche, suscitando indignazione all’interno della scuola. La comunità studentesca ritiene inaccettabile che le scuole siano teatro di messaggi di odio e simbologie fasciste. Questo episodio si inserisce in un clima sempre più preoccupante di intolleranza verso le persone con background migratorio, alimentato anche da politiche istituzionali che rischiano di legittimare discriminazione ed esclusione, come il tetto del 30% agli studenti stranieri nelle classi. “Queste sono le conseguenze del clima d’odio che il Governo Meloni sta alimentando da giorni” dichiara Simone Montori, coordinatore regionale della Rete degli Studenti Medi del Lazio. “Invece di affrontare i problemi che l’Italia sta vivendo, si cerca di trovare di volta in volta un colpevole, che porta alla nascita di eventi come questi.” Non possiamo permettere che le nuove generazioni si abituino alla presenza di simboli fascisti e messaggi razzisti nella quotidianità scolastica. La scuola deve essere uno spazio di inclusione, democrazia e antifascismo, in cui ogni studentessa e ogni studente possa sentirsi accolto e rispettato. Di fronte al razzismo e al fascismo non possiamo restare in silenzio: le nostre scuole devono essere presìdi di libertà, uguaglianza e solidarietà. Anche per questo, il sindacato studentesco rilancia la mobilitazione dello sciopero generale del 20 novembre a Roma. Redazione Roma
October 23, 2026
Pressenza
Milano, dove il governo va a “parà”
Il colonnello Mathieu alla testa dei paracadutisti entra nella casbah di Milano… Ah, no, si attesta nel centro città, epicentro Duomo e la Scala, per proteggere le vetrine del lusso. Purtroppo c’è ben poco da scherzare. La classe politica più reazionaria e più incompetente di sempre ha tirato fuori un […] L'articolo Milano, dove il governo va a “parà” su Contropiano.
October 23, 2026
Contropiano
Ultima chiamata per l’Italia
Fin dalla nascita dello Stato unitario, i poli opposti dello scontro politico nel nostro Paese sono sempre stati, da una parte, le classi «pericolose», vessate ed emarginate, e dall’altra un potere governativo ostile alle istanze popolari. Questa contrapposizione si è riproposta, attraverso i decenni, fino ai giorni nostri. La differenza […] L'articolo Ultima chiamata per l’Italia su Contropiano.
October 23, 2026
Contropiano