L’insurrezione dei giovani è in corsoDAL 24 AL 26 LUGLIO, VENAUS OSPITA LA DECIMA EDIZIONE DEL FESTIVAL ALTA
FELICITÀ. TRE GIORNI DI MUSICA, CULTURA E RESISTENZA NO TAV CON INIZIATIVE
DEDICATE A GAZA, CAMBIAMENTO CLIMATICO, GUERRA, DIRITTO ALL’ABITARE,
ANTIFASCISMO… CON MOLTI OSPITI E SOPRATTUTTO TANTI CONCERTI. MIGLIAIA DI RAGAZZI
E RAGAZZE SARANNO IN VAL DI SUSA PERCHÉ IL FESTIVAL È UN LUOGO DOVE NON TROVA
SPAZIO L’ARROGANZA DEL POTERE, DOVE È POSSIBILE COSTRUIRE RELAZIONI AUTENTICHE,
QUALCOSA DI NON MERCIFICATO. “MI PIACE PENSARE CHE I RAGAZZI, NON ANCORA
ESPROPRIATI DI UN IRREPRIMIBILE ISTINTO ALLA VITA E SPINTA ALLA FELICITÀ, DELLA
PROPRIA NATURALE CAPACITÀ BIOLOGICA DI DISCERNERE COSA SIA VERO E AUTENTICO
RISPETTO A COSA SIA FINZIONE, NON ABBIANO RINUNCIATO PER SEMPRE AL SOGNO E AL
DESIDERIO, COME INVECE HANNO FATTO MOLTI DEI LORO GENITORI… – SCRIVE MATTEO
ROSSI, RIPENSANDO AL FESTIVAL 2025 – CHE LE VALLI E I QUARTIERI DEL MONDO
POSSANO ESSERE TANTE VALSUSE. PERCHÉ NELLE LORO LOTTE C’È GIOIA, SPERANZA,
VOGLIA DI VIVERE…”
Foto di Luca Perino, scattata al concerto di Francamente al Festival Alta
Felicità 2025
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Il 25 e 26 luglio 2025 ho partecipato al Festival dell’Alta Felicità a Venaus,
spinto ancora una volta dal coraggio, dalla caparbietà e dalla continua capacita
di resistenza e ogni volta di rilancio del movimento No Tav. Mi piace pensare a
una valle non normalizzata, non assuefatta, non domata che diventa epicentro di
incontro, reciproco incoraggiamento e rafforzamento di tante lotte e territori.
Sul treno a Porta Nuova incontro decine di ragazzi e ragazze con zaini, tende e
sacco a pelo. La cosa mi mette allegria. Questa sensazione cresce mano a mano
che ne cresce il numero. A Susa sono centinaia. E continuano ad arrivare…
Riempiono i treni, riempiono le navette, stringendosi per lasciare posto ad
altri. Molti si incamminano a piedi. A Venaus diventano migliaia…. migliaia di
ragazzi e ragazze. Migliaia di tende colorate che gradualmente riempiono il
prato pronto ad ospitarle.
Sembra un sogno vedere tanti ragazzi insieme, in un paese di vecchi e depressi,
la cui crescita demografica va sotto zero (questo dato da solo esemplifica
l’andamento e la traiettoria della nostra civiltà). Mi chiedo cosa porti tanti
ragazzi a essere qui. Forse si tratta di un fenomeno naturale, semplice e
profondo allo stesso tempo. Come l’acqua di un fiume che esonda va
spontaneamente, per un principio fisico, dove ci sono spazi liberi e ancora da
colmare, allo stesso modo i ragazzi e le ragazze vanno verso luoghi non ancora
occupati dall’arroganza degli adulti e del potere, luoghi dove c’è qualcosa di
vero e autentico, qualcosa di non mercificato, a tratti magico, dove c’è spazio
per esserci davvero coi propri corpi. Un luogo dove musica, lotta, natura,
convivenza si mischiano e dove tutto non sia già previsto come in qualsiasi
altro luogo dove il copione è già scritto, l’esito scontato e ogni dinamica
sotto controllo. Il loro.
E siccome non tutto è previsto, a Venaus c’è uno spazio per l’inaspettato: nel
dipanarsi dei dibattiti, nel continuo evolversi del cielo e delle condizioni
climatiche, nella persona che incontrerai nella lunga tavolata, nell’esito della
marcia. Qui si tratta di scrivere insieme e per davvero una storia a più voci,
si tratta di sentirsi parte di qualcosa di grande: di un’insurrezione in corso
che ne contiene tante altre e che prende corpo… tanti corpi, tanti sorrisi,
tanto coraggio. Scopri che assuefazione, rassegnazione, disincanto sono le più
efficaci armi del potere per scoraggiare, per convincerci che tutto è inutile,
che niente serve a niente, che ognuno è nessuno… Scopri che questa storia come
altre sono vere e non scontate. Scopri che questa volta siamo tanti, tantissimi
e tantissime. Tutti e tutte diversi e diverse, ciascuno e ciascuna unico e
unica.
C’è tanto rispetto e ognuno se la vive a suo modo. Chi chiacchiera in campeggio,
chi partecipa ai tanti incontri sulla Palestina, sul lavoro, sulle lotte
ambientali, sulla guerra, chi gioca a pallavolo, chi si sperimenta
con acrobazie e giocoleria, chi ozia sulla amache, chi canta e balla all’arena,
chi da una mano nei tendoni a fianco di chi potrebbe essere il proprio nonno o
la propria nonna. Tante file ordinate davanti alla cucine, tanta attenzione alla
pulizia dei prati e alla raccolta differenziata, segno di una disciplina
interiorizzata e praticata.
Ogni incontro è davvero piacevole e inaspettato. Storie di rappers che esprimono
con le rime la propria rabbia, storie di precariato e di insoddisfazione delle
prime esperienze nel mondo del lavoro, storie di fatica e di ricerca di senso
nei percorsi universitari, storie di ritorno alla terra… in tutte c’è un rifiuto
e una via a esso collegata che parla anche di ricerca e di speranza. Pochi smart
e tecnologie, sono i ragazzi a insegnare ai propri genitori che ne sono schiavi,
che tecnologia, social, intelligenza artificiale e algoritmi si dimenticano
facilmente quando la cornice è ricca, libera e accogliente. Perché è tutta una
questione di cornici. I ragazzi vivono gran parte della loro vita in cornici
asettiche, artificiali, dove la finzione e il raggiro che stanno alla base del
mercato, incidono anche sulle relazioni, dove tutto è un fatto statistico e tu
sei strumento dello strumento, algoritmo di un algoritmo. Se ci sei o non ci sei
non cambia nulla. Nessuno ti cerca o ti chiede come stai e come la pensi. Quando
cambia la cornice e tutto diventa più vero, più naturale, più bello, più umano,
cambiano anche le dinamiche, le relazioni, perfino lo stato d’animo e le
espressioni del viso. Vuoi mettere la dimensione delle mensa di una scuola, con
la cucina di un presidio NoTav?
Sabato pomeriggio campeggio e tendoni si svuotano. In migliaia sono i ragazzi e
le ragazze a scegliere di partecipare e di esprimere materialmente il proprio
dissenso alla devastazione, coi propri corpi, noncuranti di rischi, decreti,
repressione e dei tanti chilometri a piedi… C’è tanta allegria e determinazione:
chi canta, chi è trascinato dai ritmi incontenibili e irriverenti della murga,
“Toute le monde detest la police!”, “Sulle barricate sventola la bandiera dei
notav”, “I popoli in rivolta scrivono la storia” “La Valsusa paura non ne ha”,
“Non ci prenderanno mai i Cacciatori di Sardegna!”, “No tav fino alla vittoria”.
E sono tante e tanti a partecipare alle azioni di sabatoggio dei cantieri, chi
direttamente, chi indirettamente, chi a non sentirsi a proprio agio con queste
pratiche, chi a dire che alcune azioni rischiano di far male all’ambiente che
vogliamo difendere… ma se ne discuterà dopo. Tutte e tutti sono presenti. In
migliaia! Non importa quante migliaia ma tutti e tutte convinti e convinte che
non può essere l’ennesima marcia silenziata dai media e che migliaia di No al
tav non possono passare ancora inascoltati e in sordina.
Violento ed ecocida è chi si ostina a costruire e devastare rifiutando ogni
forma di dialogo vero che non sia raggiro, convincimento e repressione a colpi
di fogli di via, arresti, lacrimogeni, incendi dei presidi, sgomberi e tante
tante bugie sul main stream. Il popolo notav continua a rigenerarsi. Ne
reprimono dieci ne spuntano Sempre più giovani.
All’indomani sermoni e processi in prima pagina su tutte le testate bempensanti
del nostro bel paese: sono i ragazzi e le ragazze il problema, saranno loro i
primi a essere copiti dal DDL 660 grazie alle irreprensibili indagini
scientifiche del premiato corpo poliziesco. Il potere indignato: sarà fatta
giustizia! Saranno i giovani notav il capro espiatorio di questo paese di
politici, dirigenti, giornalisti, statisti falliti, lugubri, marci dentro, senza
pudore e senza dignità. Mi chiedo: se avete raccontato solo gli incidenti forse
quello serviva per accorgersi di migliaia di ragazzi che
hanno detto un altro No alla TAV? A quanti e quali altri no si associa questo No
che ne è simbolo? Perché non mettersi in ascolto? Non interrogarsi sul mondo che
noi adulti e le generazioni prima di noi, abbiamo creato?
Ci siamo accorti piuttosto di un paesaggio che si uniforma e impoverisce ogni
giorno, di spazi di incontro e cultura che si chiudono, di nuove gabbie e
prigioni che ogni giorno limitano le nostre libertà e speranze, di zone rosse
che si costruiscono ovunque a difesa di chissachi, di militari per le strade,
telecamere e forze di polizia ovunque, di un vuoto fatto di solitudine, ritiro
sociale, antidepressivi, abbandoni scolastici, un deserto di possibilità e di
orizzonti che avanza inesorabile mentre il mercato pervade e mercifica ogni
ambito delle vite, volendo ogni ragazzo cliente assuefatto e obbediente? Anche
alla guerra…
Non si tratta di mettere un altro decreto (il primo emesso dal governo appena
insediato è stato quello contro i rave…) o un altro dispositivo per il vostro
controllo e la vostra sicurezza che crea sempre più insicurezze e infelicità,
un’altra odiosa norma per rendere difficile incontrarsi, cucinare, fare musica e
cose insieme, un altro ostacolo per incutere paura, per inibire
l’intraprendenza, per imprigionare corpi e creatività e mortificare
l’immaginazione. Non serve un nuovo software, non serve sostituire
l’intelligenza artificiale al posto di quella quella ecologica e innata che ha
bisogno di essere coltivata anziché sopita, non serve un nuovo algoritmo per
esercitare il controllo e prevedere il futuro, un nuovo mondiale per club per
inchiodarli a un monitor.
I giovani scappano all’estero, si prendono spazi sui social, nelle montagne, nei
quartieri, cercando dove non essere controllati, vanno in Romagna ad aiutare per
le alluvioni senza chiedere permessi o doversi iscrivere o assicurare a
protocolli nazionali. Se ne vanno all’estero a lavorare in posti e università
migliori. Vogliono una scuola diversa da quella che li vede tutti i giorni
seduti a un banco, tra quattro mura asettiche di cemento, in attesa di un
insegnante motivato e di ruolo che dia senso e continuità ai loro studi. Non si
mortificano a competere per il merito e non vogliono essere istruiti per essere
occupabili al fine di procrastinare il sistema che porta inesorabilmente alla
crisi climatica, alla guerra, all’estinzione della specie, alla catastrofe. A
nulla servono le politiche attuate da politici disperati nei confronti del
grande e crescente esercito dei NEET (Not in Education, Emplyoment or Trainng)
che racconta di disagio, rifiuto e ritiro sociale. Politiche, programmi, bandi
promossi da diversi enti pubblici e privati che non si pongono interrogativi
sulla cornice sistemica da cui i ragazzi e le ragazze fuggono ma rappresentano
tentativi ma di cooptazione, reinserimento forzato e reintegrazione in un
sistema del lavoro putrido e ingiusto che non riesce a essere fonte di desiderio
e nel quale i ragazzi non riescono a trovare spazi per esprimere le proprie
capacità e a proiettare il proprio futuro e la propria felicita.
Si tratterebbe per la politica e per la generazione di adulti e nonni che ha
fatto nascere questi giovani, di attuare un profondo cambio di predisposizione,
riconoscere il proprio fallimento, fermarsi, far crollare la grande prigione che
abbiamo costruito ai giovani e a noi stessi. Credo che i ragazzi siano portatori
di una profonda e invisibile saggezza. Sanno qualcosa che ancora non non si è
trasformato in progetto ma forse stanno anche dicendoci che il disastro non può
sempre essere razionalizzato e la soluzione non può essere quella pianificata a
tavolino. Si tratta di rimettere tutto in discussione anche a partire dal
proprio sentire, dalle proprie emozioni, quelle che senti dentro e quelle che,
invisibili, accomunano il tuo gruppo. Ripartire da quello che ti libera
facendoti stare bene, non da un progetto politico che alla fine forse ti
libererà mentre ti aliena tutti i giorni. Ben oltre le categorie del
materialismo storico e della lotta di classe, si tratta di partire dalle
emozioni, dalla voglia di esserci qui ed ora e di cercare la propria forma di
insurrezione…
Se i sentieri si tracciano camminando, è il caso di tornare a camminare con la
proprie gambe tenendosi stretta la preziosa sfiducia, la giusta diffidenza verso
gli adulti, le istituzioni e i professionisti della politica (e non solo) che
nel migliore dei casi ti prendono in giro.
Cosa resta da fare ai propri genitori se non provare a stare meglio, essere più
sereni, cambiare vita e lavoro e dare un esempio migliore ai propri figli? Mi
piace pensare che i ragazzi, non ancora espropriati di un irreprimibile istinto
alla vita e spinta alla felicità, della propria naturale capacità biologica di
discernere cosa sia vero e autentico rispetto a cosa sia finzione, non abbiano
rinunciato per sempre al sogno e al desiderio, come invece hanno fatto molti dei
loro genitori. Credo che i ragazzi abbiano la saggezza di sapere dove andare, là
dove possano decidere realmente cosa fare, come crescere, come uscire
dall’assuefazione e dall’assurdità di una vita artefatta, al di fuori dal
supermercato che ogni cosa mercifica e trasforma in feticcio, in un surrogato di
qualcosa che sia umano e reale. Non serve l’intelligenza artificiale per
simulare l’amicizia con un cane. Serve semplicemente un cane con cui fare
amicizia!
Spero che i ragazzi possano sperimentare e inventare percorsi per non essere
risucchiati nella megamacchina, disumana, votata alla guerra e alla catastrofe.
In che altro modo interpretare la presenza e la lotta di migliaia di ragazzi in
Valsusa? Che le valli e i quartieri del mondo possano essere tante Valsuse, in
grado di ospitare i corpi, il dissenso contro gli scellerati progetti del
potere, le coospirazioni dei ragazzi e delle ragazze contro un modello e una
civiltà che hanno perso e in cui non vale la pena vivere. Perché nelle loro
lotte c’è gioia, speranza, voglia di vivere. Basterebbe sapere ascoltare: i
ragazzi, i nostri pensieri, il nostro spirito, i 40° in cui ci tocca vivere… È
l’ambiente stesso a dircelo in tanti modi e ciascuno di noi lo vede, lo sente
tutti i giorni: non c’è più tempo!
10, 100, 1000 Valsuse che diano spazio a sogni, immaginazioni, percorsi di
cambiamento e trasformazione del presente, per prefigurare presenti e futuri
possibili. E che il mondo degli sconfitti, che ancora con la verità in tasca ci
porta verso il baratro, anziché prendersela coi ragazzi, possa fare un passo
indietro, mettersi in ascolto e cambiare in profondità.
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