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Cotonou, l’Africa detta l’agenda del Forum Sociale Mondiale
Il Forum Sociale Mondiale di Cotonou, in Benin, ha mostrato un’Africa diversa da quella che normalmente entra nello spazio pubblico europeo. Non soltanto il continente delle guerre, delle migrazioni, dei colpi di Stato o delle materie prime strategiche, ma quello delle cooperative, dei movimenti contadini, delle reti femministe, dei sindacati, delle organizzazioni giovanili e delle coalizioni climatiche. I numeri aiutano a comprenderne la portata. Delle 825 registrazioni ufficiali, circa l’84% erano africane. Anche escludendo il Benin, Paese ospitante, restano circa 380 organizzazioni provenienti dal resto del continente. Il baricentro del Forum, quindi, non era semplicemente collocato in Africa: era africano. E l’Africa ha dettato l’agenda. Lo conferma anche il programma. Su 382 attività, 53 erano dedicate alle convergenze tra movimenti, 49 a clima, ambiente ed estrattivismo, 42 a terra e sovranità alimentare, 35 a giovani ed educazione, 34 ai femminismi e altrettante a pace, conflitti e autodeterminazione. Proprio la convergenza è forse il dato politicamente più interessante: organizzazioni nate intorno a problemi concreti — terra, lavoro, migrazioni, condizione femminile, clima — hanno utilizzato il Forum per collegarli a questioni più generali di sovranità, debito, colonialità e distribuzione del potere. Terra, acqua, sementi, clima, autosufficienza alimentare e debito. I diritti umani sono stati declinati in modo molto concreto come questioni politiche della vita di tutti i giorni. Questi temi hanno interessato gran parte degli incontri anche per la presenza numerosa degli attivisti e delle attiviste e dei lavoratori e lavoratrici della terra e della pesca della Convergence Globale des Luttes pour la Terre et l’Eau Ouest Africaine arrivati in carovana dopo aver attraversato 11 Paesi. E poi ci sono le risorse naturali declinate nelle richieste di sovranità, ma anche come causa delle guerre africane, in Congo e in Sudan – dove c’è un genocidio – catalogate come “guerre per le risorse” che gli europei, si dice, con il loro eurocentrismo non riescono a vedere. E poi una grande presenza di giovani non solo nei numeri, ma nelle attività, anche se la connessione con la generazione Z che ha animato le rivolte in Marocco, Kenia e Madagascar non è esplicita. La decolonizzazione è così emersa non come un tema separato, ma come una chiave di lettura trasversale. Ritorna come chiave interpretativa delle lotte sul debito, l’estrattivismo, le sementi, le migrazioni, la cooperazione internazionale. Su questo tema Un Ponte Per insieme ai tedeschi di WEED e Werkstatt Oekonomie ha organizzato un seminario. Due ore intense di confronto tra attivisti del sud e del nord sulla necessità di decolonizzare il sistema degli Aiuti allo Sviluppo, comprese le attività delle ONG. Sul clima la critica è particolarmente radicale: se la transizione energetica richiede minerali estratti in Africa mentre il valore aggiunto continua a essere prodotto altrove, il rischio è quello di un nuovo “colonialismo verde”. Da qui anche la rivendicazione del debito climatico: non soltanto terre e risorse sono state storicamente appropriate, ma persino l’atmosfera è stata utilizzata in maniera profondamente diseguale. In questo senso, anche il cielo è stato colonizzato. L’Europa c’era, ma rappresentava solo il 7% delle organizzazioni presenti e non occupava il centro. Asia e Sudamerica, numericamente minoritari, hanno portato esperienze di nonviolenza, autodeterminazione, educazione popolare, riforma agraria ed economia solidale, alimentando un dialogo Sud-Sud che non ha bisogno dell’Europa come intermediario. Cotonou non ha prodotto una voce africana unica, né un programma politico continentale. Ha però reso visibile un’infrastruttura sociale che dall’Europa continuiamo a vedere poco: un’Africa organizzata, giovane, plurale e capace di costruire reti proprie. Quando diventerà pienamente visibile anche da questa parte del Mediterraneo, probabilmente scopriremo che ha già una lunga storia. Fabio Alberti
August 14, 2026
Pressenza
Concluso in Benin il Forum Sociale Mondiale
E’ la prima volta dal primo forum di Porto Alegre nel 2001, che un Forum Sociale Mondiale alla preparazione del quale molte associazioni e movimenti stavano lavorando da oltre un anno viene proibito dal governo della nazione ospitante (il Benin). Eppure è successo: il governo autocratico filo occidentale non ha autorizzato il corteo di apertura del 4 agosto e lo svolgimento del forum nell’Università di Abomey-Calavi. Nello stesso tempo le carovane di militanti venivano accompagnate alla frontiera e parecchie decine di militanti si vedevano rifiutare l’ingresso nel Paese, per poi essere rimpatriati. Per fortuna, per alcune peraltro timide reazioni internazionali, ma ancor di più per le prese di posizione dei capi tradizionali, il governo ha autorizzato il forum, che si è ridotto di fatto dal 6 all’8 agosto. E’ presto per giudicare i risultati di questo forum mondiale. Certo ha visto la preponderanza di partecipazione dell’Africa Occidentale e di alcuni soggetti statuali  o meno come l’Algeria e i Sahrawi (ultimo residuo coloniale esplicito, seppure ad opera di una altro Paese africano, l’occidentalissimo Marocco). Le presenze più significative sono state quelle legate alla Via Campesina e alla Convergenza delle Carovane dell’Africa occidentale in merito a sovranità alimentare, lotta all’accaparramento della terra da parte delle grandi multinazionali e al cambiamento climatico. Le carovane hanno celebrato i dieci anni di una lotta nonviolenta (più attuata nei fatti che celebrata a livello ideologico) trovando l’alleanza con i capi tradizionali, i cosiddetti Re presenti alle cerimonie finali. Il Benin, infatti, ha formalizzato il riconoscimento dei capi tradizionali attraverso una nuova legge adottata nel marzo 2025, che istituzionalizza il loro ruolo nella costruzione di un Paese moderno. Si tratta di 16 regni, 80 capi superiori e 10 capi tradizionali, basandosi su criteri di base territoriale, tipo di potere esercitato e organizzazione sociale gerarchica, con riferimento al periodo precoloniale (fissato al 1894 per il sud e 1897 per il nord) Fa un po’ effetto assistere a un appuntamento clou dell’area anti capitalista del pianeta coì differente dalle coalizioni di sindacati, movimenti sociali antagonisti delle precedenti edizioni, eppure qui stanno la resilienza, la novità e l’inculturazione della lotta per un Altro Mondo E’ Possibile in una realtà così differente dal mondo occidentale. Mondo occidentale che è stato il grande assente anche per riguarda i movimenti sociali. In particolare l’Italia, dove spiccavano “solamente” Fabio Alberti di Un Ponte Per, che ha attivato un seminario sulla decolonizzazione, Paola De Meo attivissima nel contrasto al coloniale Piano Mattei del governo Meloni, il film-maker Antonio Pacor, dal quale aspettiamo il “solito” puntuale reportage e Vittorio Agnoletto, unica voce che ha tentato di informare l’Italia attraverso articoli e interventi a Radio Popolare. Ci lasciamo dietro l’incontro con un mondo a noi alieno, ma non per questo meno importante nella lotta alla disumanizzazione e uno stimolo a essere meno superficiali, meno incentrati sulle nostre realtà e più fiduciosi nel fatto che un mondo differente sia davvero nelle possibilità nostre e del pianeta. Redazione Italia
August 10, 2026
Pressenza
Il governo del Benin blocca il Forum Sociale Mondiale
Sono ore di forte incertezza per le migliaia di attivisti e attiviste, di ben 108 Paesi, che si trovano a Cotonou, in Benin, per il Forum Sociale Mondiale. Il governo del Benin, senza dare alcuna motivazione ufficiale, ha per il momento impedito che il FSM si potesse svolgere secondo il calendario concordato. Diversi attivisti e attiviste dei movimenti africani che arrivavano in Benin tramite carovane sono stati bloccati e in alcuni casi espulsi. Il governo del Benin sta promuovendo una svolta autoritaria inaccettabile e non vuole che i movimenti africani si incontrino con quelli degli altri continenti. È la prima volta che un Forum Sociale Mondiale viene impedito con atti unilaterali. Il Forum si sta tenendo comunque in aree diverse della città, in parchi e sale pubbliche: così almeno provano a fare gli attivisti e le attiviste che non accettano di piegarsi alla censura e al divieto di esprimere liberamente il proprio pensiero. L’Africa non è solo il continente d’immense ricchezze rubate ai popoli dal neoliberismo e dal colonialismo, vecchio e nuovo. È in primo luogo un continente giovane (più della metà è sotto i 20 anni) ed esiste una società civile combattiva, aperta al futuro, tesa a lottare per un’Africa ed un mondo diverso e più giusto. Esprimiamo per questo piena solidarietà agli attivisti e alle attiviste e ci auguriamo che nelle prossime ore le autorità siano in grado di garantire l’agibilità e il diritto di riunirsi pacificamente ai movimenti sociali di tutto il mondo che sono oggi a Cotonou. Rete Italiana per il Disarmo
August 5, 2026
Pressenza