Il popolo dei presidi di pace e per la Palestina

Pressenza - Tuesday, August 4, 2026

“I miei genitori sono scappati dal Vietnam e sono venuti qui (in Veneto) negli anni Settanta. La guerra nel Vietnam non è finita perché qualcuno ha vinto o qualcuno ha perso ma è finita per le proteste contro la guerra e l’enorme pressione che hanno fatto sul governo americano”. A parlare è un giovane vietnamita che insieme a me sostiene lo striscione “contro la guerra” nel presidio settimanale “Cessate il fuoco” che dal febbraio del 2024 si tiene in questa cittadina nella provincia di Vicenza.

Sì è vero, vi fu un grande movimento globale contro la guerra in Vietnam che prese l’avvio nel 1965 e proseguì per dieci anni fino alla caduta di Saigon il 30 aprile 1975. A detta di molti, il movimento contro la guerra ha contribuito ad accelerare il processo di uscita dalla guerra degli Stati Uniti. Le proteste hanno avuto un impatto enorme sull’opinione pubblica soprattutto negli Stati Uniti e hanno contribuito a ridurre il sostegno politico e popolare all’intervento.

I momenti chiave sono stati: la storica marcia al Pentagono nell’ottobre 1967 con 100.000 persone e il grande sciopero studentesco nazionale nel maggio 1970. Ma le proteste non si limitarono al territorio nordamericano.

In Francia nella primavera del 1968 le proteste studentesche erano anche contro il coinvolgimento USA. In Giappone a Tokyo circa 20.000 studenti hanno bloccato la stazione di Shinjuku e in Australia Canberra ci sono state manifestazioni per opporsi alla leva obbligatoria. Anche in Italia, un momento emblematico fu all’università di Bologna il 21 maggio 1967.

L’internazionalismo solidale

Il mio vicino di presidio, italiano di discendenza vietnamita, oggi è qui assieme alla moglie e alle due figlie piccoline, mi ha ricordato come, accanto alle proteste, anche l’internazionalismo sia sempre stato un aspetto fondamentale delle lotte. E’ un filo conduttore nella storia dei movimenti. Già durante la guerra civile spagnola negli anni Trenta, volontari da tutto il mondo, le cosiddette Brigate Internazionali, si unirono per combattere contro i fascismo. È una tradizione di solidarietà globale che si rinnova anche in tempi diversi e battaglie differenti. Pensiamo ai curdi con il loro progetto nel Rojava, hanno fatto proprio un approccio internazionalista richiamando persone da tutto il mondo. È un filo che unisce lotte per l’autodeterminazione e giustizia in diverse epoche e luoghi.

Fondamentale è stato il sostegno dei movimenti internazionali contro l’apartheid in Sudafrica che hanno organizzato le grandi campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica affinché facessero pressioni presso i loro governi e il governo sudafricano.

A partire dagli anni Novanta, un po’ ovunque, movimenti di solidarietà internazionale  si interfacciano con i movimenti di liberazione in America Latina come in Nicaragua, nel Chiapas ecc.

Come dimenticare il contributo di Cuba? Ha avuto un ruolo molto importante nell’internazionalismo del secondo Novecento. Dopo la rivoluzione del ‘59 il governo cubano sostenne movimenti di liberazione specialmente in Africa e in America Latina. C’erano le missioni mediche e di alfabetizzazione in tanti paesi del sud del mondo, viste come “internazionalismo solidale”. Molte persone ricordano quei programmi come aiuti concreti e per diverse comunità sono stati fondamentali soprattutto dove mancava l’accesso a cure di base.

Ma non si può parlare di internazionalismo senza citare Alexander Langer una delle figure più originali dell’internazionalismo europeo. Veniva dall’Alto Adige terra di confine, di convivenza tra lingue diverse e da lì ha sviluppato un’idea di internazionalismo molto concreta: costruire ponti piuttosto che proclamare slogan. Negli anni delle guerre dell’ex Jugoslavia si impegnò tantissimo per fermare le violenze organizzando convogli umanitari, promuovendo incontri tra comunità e spinse perché l’Europa si assumesse una responsabilità morale e politica per la pace. Non vedeva la pace come qualcosa di astratto per lui, pace, giustizia sociale ed ecologia erano tasselli della stessa visione.

Donne in Nero

Molti presidi hanno preso l’avvio dai gruppi ancora esistenti sul nostro territorio delle “Donne in nero” che fin dagli anni Novanta protestano contro la guerra e il militarismo in modo pacifico e silenzioso. Questo movimento è nato nel 1988 a Gerusalemme durante la prima entifada con donne israeliane, a cui poi si sono aggiunte le palestinesi, che ogni settimana si riunivano in silenzio vestite di nero per denunciare l’occupazione e la violenza. Da allora il modello si diffonde, nella vicina Jugoslavia, sono note le Donne in nero di Belgrado che durante le guerre dell’ex Jugoslavia si opposero pubblicamente al nazionalismo e alle violenze suscitando grande scalpore e opposizione-ma non è una novità che i pacifisti vengono presi di mira, durante e prima, le guerre.

Ho incontrato diverse donne in Veneto che mi hanno raccontato le loro esperienze, sia in Palestina che a Belgrado, quando si sono unite alle donne di quei posti. In quegli stessi anni iniziavano i gruppi organizzati dall’allora europarlamentare Luisa Morgantini nei territori occupati e a Gaza. Il suo percorso incarna proprio quella idea di internazionalismo delle lotte, le reti di solidarietà oltre i confini. Morgantini è stata tra quelle che hanno cercato di unire pacifismo, presenza nei luoghi dei conflitti, collaborazione con associazioni italiane e internazionali, e un lavoro di collegamento con i movimenti palestinesi e israeliani. Da questo punto di vista è molto vicina ad Alexander Langer, come lei eurodeputato, nel tentativo di costruire delle alternative facendo da cerniera tra protesta e proposta.

A Palermo l’esperienza delle Donne in Nero dà vita alla protesta silenziosa nelle piazze dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio a cui si unisce la popolazione scossa ma decisa a reagire.

In varie città italiane nascono piccoli gruppi autonomi che organizzano presidi silenziosi nelle piazze, producono campagne, seminari e collaborano con le reti pacifiste e femministe. E’ questa rete lo zoccolo duro dei tanti presidi per la pace che dopo l’invasione della Russia in Ucraina e ancor più dopo il 7 ottobre 2023 si sono attivati in tante piazze italiane, grandi o piccole che siano.

Questo è vero anche per la rete nazionale “10 100 1000 piazze di donne per la pace” che è nata nella primavera del 2025, su iniziativa del presidio per la pace delle donne di Palermo, di Caltanissetta e del Pinerolo (TO). La rete è costituita da più di un’ottantina di gruppi e associazioni dalla Sicilia, alla Sardegna al Trentino.

Donna Reporter