Pedro Sanchez alle Nazioni Unite
“Presidente, signore e signori, salgo su questa tribuna con un solo obiettivo:
difendere ciò che molti stanno cercando di distruggere.
Vengo a rivendicare i principi e le ambizioni che ispirarono la nascita di
questa organizzazione ottantuno anni fa. Principi e ambizioni che diversi
governi qui presenti disprezzano o intendono smantellare.
La maggior parte di noi credeva in quella promessa comune. Perché eravamo
convinti che la pace, la sostenibilità e le pari opportunità non fossero
posizioni ideologiche, ma parte integrante del futuro dell’umanità.
Oggi, però, queste idee non vengono soltanto messe in discussione. Vengono
attaccate da attori politici, da governi che vogliono riportarci a un passato
oscuro. E non serve indicarli: sappiamo tutti chi sono e qual è il loro modus
operandi.
Prima mettono in discussione le regole. Poi le violano, sapendo peraltro che
nessuno avrà il coraggio di chiedergliene conto.
Tagliano i loro contributi agli organismi multilaterali come questo.
Prendono di mira i loro leader e i loro funzionari, ne bloccano la capacità
d’azione, per poi descriverci come enti inutili di cui si può fare a meno.
Il loro è quindi un tentativo di demolizione pianificato e coordinato, che ci
viene presentato come inarrestabile, come necessario. Ma che in realtà va contro
le correnti strutturali della storia e poggia su tre pilastri sbagliati.
Il primo è l’egoismo: l’assurda convinzione che il mondo sia un gioco a somma
zero, in cui il guadagno di qualcuno implica necessariamente la perdita di
qualcun altro.
Il secondo è l’ignoranza: perché si disprezzano le evidenze scientifiche e si dà
per scontato che esistano Paesi così potenti da poter abusare degli altri e da
non aver bisogno di nessuno per prosperare.
E il terzo, il peggiore di tutti a mio giudizio, è la crudeltà. Una crudeltà che
ormai non si scompone più davanti alle costole di un bambino affamato o a un
ospedale ridotto in macerie.
In questi otto anni ho visto queste forze egoiste, ignoranti e crudeli crescere.
Ho visto come si toglievano la maschera e prendevano il potere in molti luoghi.
E da lì le ho viste scatenare guerre illegali, massacrare civili innocenti.
Le ho viste trattare milioni di esseri umani come se fossero bestiame e ritirare
gli aiuti a chi più soffre la povertà e la malattia.
Le ho viste inquinare l’atmosfera e anche l’oceano, come se fossero di loro
proprietà. E cospirare per distruggere questa organizzazione e tutto ciò che
rappresenta. Dico tutto questo perché essere testimone di queste cose ha
trasformato il mio modo di comprendere il mondo.
Ma non mi ha fatto perdere la speranza. Perché in questi otto anni ho visto
anche cose meravigliose che mi fanno continuare ad avere fiducia nell’umanità.
Ho visto, per esempio, milioni di persone mobilitarsi in difesa della natura,
della pace, dei diritti civili.
Ho visto migliaia di attivisti e di servitori pubblici affrontare i poteri delle
élite, sapendo di mettere a rischio la propria carriera e persino la propria
vita.
Ho visto scienziati raggiungere traguardi che credevamo impossibili e molti
governi fare la cosa giusta: scommettere sulla cooperazione, sulla giustizia
sociale, sulla sostenibilità ambientale.
Certo, io stesso ho segnalato in diverse occasioni le contraddizioni e le
carenze di questo organismo. Ma con la stessa convinzione devo denunciare che la
maggior parte delle voci che oggi si ostinano a criticare il sistema delle
Nazioni Unite non ne stanno descrivendo i fallimenti: stanno cercando di
provocarne il fallimento.
Negli ultimi otto anni il mio Paese si è opposto a tutte le guerre di
aggressione, ovunque siano scoppiate.
Ci siamo rifiutati di portare la nostra spesa militare al cinque per cento del
prodotto interno lordo.
E abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per contrastare le pressioni
contrarie alla Carta delle Nazioni Unite: sanzionando gli aggressori russi,
imponendo un embargo sulle armi al governo di Netanyahu in Israele, impedendo
che il nostro territorio venisse usato per schierare una coalizione contraria
alla legalità internazionale e condannando senza ambiguità il genocidio che
Netanyahu continua a perpetrare a Gaza.
Abbiamo anche mobilitato risorse per fare di più. E di fronte alla manovra che
ha tagliato quasi un terzo degli aiuti mondiali allo sviluppo in appena due
anni, la Spagna ha raddoppiato il suo investimento nella cooperazione e ha
aumentato il proprio contributo ai sistemi multilaterali di nientemeno che il
60%. E lo abbiamo fatto restando sempre fedeli ai nostri principi.
Anche in momenti difficili come quello che sta vivendo la città spagnola di
Ceuta, dove disuguaglianza, disperazione e disinformazione hanno alimentato una
delle crisi di migrazione irregolare più gravi degli ultimi anni. So che in
momenti come questi la tentazione è scegliere la scorciatoia, cedere alla paura,
trasformare il migrante in un nemico e violare la legalità.
Ma il mio Paese, la Spagna, non lo farà. E ovviamente non lo farà nemmeno una
città spagnola come Ceuta. Perché i suoi cittadini stanno dimostrando che si può
affrontare una crisi senza rinunciare alla decenza, mantenendo la legalità e
rispettando i diritti umani. E ne usciremo più forti proprio per questo.
Perché la Spagna non sceglie la strada più facile: sceglie sempre la strada più
giusta.
E voglio anche riconoscere che il mondo lo sa.
E le forze reazionarie che vogliono distruggere questo ordine multilaterale non
smettono di attaccarci per questo. Vogliono che dimentichiamo, vogliono che
finiamo per credere che gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile siano cause perse,
che difendere il bene comune sia ingenuo, che cooperare sia un segno di
debolezza.
Ebbene, io sono qui, salgo su questa tribuna per dire loro forte e chiaro che si
sbagliano e che non staremo zitti. Che noi spagnoli non faremo un passo
indietro. Che non smetteremo di credere che l’umanità possa continuare a
progredire e che, tutti e tutte insieme, possiamo costruire un mondo migliore.
E non lo faremo perché dobbiamo rispondere ai nostri figli e alle nostre figlie,
ai loro sogni.
Perché sappiamo che tra qualche anno quelle generazioni future guarderanno
indietro, studieranno questo decennio decisivo nella storia delle Nazioni Unite
e ci chiederanno quale ruolo abbiamo avuto ciascuno di noi.
Ci chiederanno, giustamente: che cosa avete fatto quando alcuni Paesi hanno
cominciato a infrangere le regole e altri hanno deciso di chiudere un occhio?
Ci chiederanno: che cosa avete fatto quando difendere ciò in cui credevate ha
cominciato a costare caro?
E quando accadrà, vogliamo poter dire loro che non abbiamo smesso di lottare.
Vogliamo poter dire loro che ci abbiamo rimesso la pelle per lasciargli un mondo
più pacifico, più sostenibile e, sì, più giusto.
È questo che speriamo di potergli dire. Ed è questo l’impegno che voglio
lasciare su questa tribuna.
Non a nome mio, ma a nome del Paese che rappresento: la Spagna. Molte grazie”.
Redazione Italia