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Pedro Sanchez alle Nazioni Unite
“Presidente, signore e signori, salgo su questa tribuna con un solo obiettivo: difendere ciò che molti stanno cercando di distruggere. Vengo a rivendicare i principi e le ambizioni che ispirarono la nascita di questa organizzazione ottantuno anni fa. Principi e ambizioni che diversi governi qui presenti disprezzano o intendono smantellare. La maggior parte di noi credeva in quella promessa comune. Perché eravamo convinti che la pace, la sostenibilità e le pari opportunità non fossero posizioni ideologiche, ma parte integrante del futuro dell’umanità. Oggi, però, queste idee non vengono soltanto messe in discussione. Vengono attaccate da attori politici, da governi che vogliono riportarci a un passato oscuro. E non serve indicarli: sappiamo tutti chi sono e qual è il loro modus operandi. Prima mettono in discussione le regole. Poi le violano, sapendo peraltro che nessuno avrà il coraggio di chiedergliene conto. Tagliano i loro contributi agli organismi multilaterali come questo. Prendono di mira i loro leader e i loro funzionari, ne bloccano la capacità d’azione, per poi descriverci come enti inutili di cui si può fare a meno. Il loro è quindi un tentativo di demolizione pianificato e coordinato, che ci viene presentato come inarrestabile, come necessario. Ma che in realtà va contro le correnti strutturali della storia e poggia su tre pilastri sbagliati. Il primo è l’egoismo: l’assurda convinzione che il mondo sia un gioco a somma zero, in cui il guadagno di qualcuno implica necessariamente la perdita di qualcun altro. Il secondo è l’ignoranza: perché si disprezzano le evidenze scientifiche e si dà per scontato che esistano Paesi così potenti da poter abusare degli altri e da non aver bisogno di nessuno per prosperare. E il terzo, il peggiore di tutti a mio giudizio, è la crudeltà. Una crudeltà che ormai non si scompone più davanti alle costole di un bambino affamato o a un ospedale ridotto in macerie. In questi otto anni ho visto queste forze egoiste, ignoranti e crudeli crescere. Ho visto come si toglievano la maschera e prendevano il potere in molti luoghi. E da lì le ho viste scatenare guerre illegali, massacrare civili innocenti. Le ho viste trattare milioni di esseri umani come se fossero bestiame e ritirare gli aiuti a chi più soffre la povertà e la malattia. Le ho viste inquinare l’atmosfera e anche l’oceano, come se fossero di loro proprietà. E cospirare per distruggere questa organizzazione e tutto ciò che rappresenta. Dico tutto questo perché essere testimone di queste cose ha trasformato il mio modo di comprendere il mondo. Ma non mi ha fatto perdere la speranza. Perché in questi otto anni ho visto anche cose meravigliose che mi fanno continuare ad avere fiducia nell’umanità. Ho visto, per esempio, milioni di persone mobilitarsi in difesa della natura, della pace, dei diritti civili. Ho visto migliaia di attivisti e di servitori pubblici affrontare i poteri delle élite, sapendo di mettere a rischio la propria carriera e persino la propria vita. Ho visto scienziati raggiungere traguardi che credevamo impossibili e molti governi fare la cosa giusta: scommettere sulla cooperazione, sulla giustizia sociale, sulla sostenibilità ambientale. Certo, io stesso ho segnalato in diverse occasioni le contraddizioni e le carenze di questo organismo. Ma con la stessa convinzione devo denunciare che la maggior parte delle voci che oggi si ostinano a criticare il sistema delle Nazioni Unite non ne stanno descrivendo i fallimenti: stanno cercando di provocarne il fallimento. Negli ultimi otto anni il mio Paese si è opposto a tutte le guerre di aggressione, ovunque siano scoppiate. Ci siamo rifiutati di portare la nostra spesa militare al cinque per cento del prodotto interno lordo. E abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per contrastare le pressioni contrarie alla Carta delle Nazioni Unite: sanzionando gli aggressori russi, imponendo un embargo sulle armi al governo di Netanyahu in Israele, impedendo che il nostro territorio venisse usato per schierare una coalizione contraria alla legalità internazionale e condannando senza ambiguità il genocidio che Netanyahu continua a perpetrare a Gaza. Abbiamo anche mobilitato risorse per fare di più. E di fronte alla manovra che ha tagliato quasi un terzo degli aiuti mondiali allo sviluppo in appena due anni, la Spagna ha raddoppiato il suo investimento nella cooperazione e ha aumentato il proprio contributo ai sistemi multilaterali di nientemeno che il 60%. E lo abbiamo fatto restando sempre fedeli ai nostri principi. Anche in momenti difficili come quello che sta vivendo la città spagnola di Ceuta, dove disuguaglianza, disperazione e disinformazione hanno alimentato una delle crisi di migrazione irregolare più gravi degli ultimi anni. So che in momenti come questi la tentazione è scegliere la scorciatoia, cedere alla paura, trasformare il migrante in un nemico e violare la legalità. Ma il mio Paese, la Spagna, non lo farà. E ovviamente non lo farà nemmeno una città spagnola come Ceuta. Perché i suoi cittadini stanno dimostrando che si può affrontare una crisi senza rinunciare alla decenza, mantenendo la legalità e rispettando i diritti umani. E ne usciremo più forti proprio per questo. Perché la Spagna non sceglie la strada più facile: sceglie sempre la strada più giusta. E voglio anche riconoscere che il mondo lo sa. E le forze reazionarie che vogliono distruggere questo ordine multilaterale non smettono di attaccarci per questo. Vogliono che dimentichiamo, vogliono che finiamo per credere che gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile siano cause perse, che difendere il bene comune sia ingenuo, che cooperare sia un segno di debolezza. Ebbene, io sono qui, salgo su questa tribuna per dire loro forte e chiaro che si sbagliano e che non staremo zitti. Che noi spagnoli non faremo un passo indietro. Che non smetteremo di credere che l’umanità possa continuare a progredire e che, tutti e tutte insieme, possiamo costruire un mondo migliore. E non lo faremo perché dobbiamo rispondere ai nostri figli e alle nostre figlie, ai loro sogni. Perché sappiamo che tra qualche anno quelle generazioni future guarderanno indietro, studieranno questo decennio decisivo nella storia delle Nazioni Unite e ci chiederanno quale ruolo abbiamo avuto ciascuno di noi. Ci chiederanno, giustamente: che cosa avete fatto quando alcuni Paesi hanno cominciato a infrangere le regole e altri hanno deciso di chiudere un occhio? Ci chiederanno: che cosa avete fatto quando difendere ciò in cui credevate ha cominciato a costare caro? E quando accadrà, vogliamo poter dire loro che non abbiamo smesso di lottare. Vogliamo poter dire loro che ci abbiamo rimesso la pelle per lasciargli un mondo più pacifico, più sostenibile e, sì, più giusto. È questo che speriamo di potergli dire. Ed è questo l’impegno che voglio lasciare su questa tribuna. Non a nome mio, ma a nome del Paese che rappresento: la Spagna. Molte grazie”. Redazione Italia
September 29, 2026
Pressenza
Le Città Vicine oggi: attività, pensiero, orizzonti
Pubblichiamo il comunicato sul Convegno in presenza e online de le Città Vicine e MAG Verona che si terrà nel novembre prossimo all’Ostello degli Elefanti – via Etnea 28, Catania – nelle giornate di sabato 14 (ore 17-20) e di domenica 15  (ore 10-13). I temi degli incontri del convegno 2026  “sono stati pensati – scrivono i promotori – per parlare delle nostre attività, delle nostre esperienze, del nostro pensiero e degli orizzonti che potremo allargare. Abbiamo una lunga esperienza alle spalle – affermano con orgoglio – ma forse dobbiamo riflettere su quanto siamo o non siamo riuscite/i nelle nostre città a incidere e a cosa possiamo pensare di nuovo per un salto di qualità della nostra azione politica”[accì] ____________ In questo ultimo anno abbiamo potuto apprezzare e anche partecipare a pratiche ed esperienze trasformative collegate, per la peculiarità espressivo-artistica del loro linguaggio, al campo dell’arte visiva e concettuale e che con i loro contenuti e significati hanno risvegliato nel profondo sensibilità sopite e suscitato risonanza e partecipazione in varie città d’ Italia e del mondo. Ci riferiamo al movimento degli stupendi arazzi della pace realizzati dalle molteplici realtà di donne in Italia che da oltre un anno danno vita alle manifestazioni della rete “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, promosse dalla Biblioteca delle donne dell’UDI di Palermo, dalle donne delle Comunità Cristiane di Base di Pinerolo e dalle donne di Caltanissetta. Ci riferiamo, altresì, alla missione della Global Sumud Flotilla, al senso di umanità bellezza e creatività politica messo in essere dalle centinaia di donne e uomini componenti gli equipaggi di mare e di terra. Le variopinte e provvisorie navi delle spedizioni, accompagnate nei porti di partenza da migliaia di donne e uomini, hanno solcato il mare per raggiungere Gaza e superare il blocco israeliano con il loro carico di farmaci, beni di prima necessità, di pace, solidarietà e amore. Carico destinato alle donne agli uomini e ai bambini e bambine palestinesi. Idee e azioni queste che risentono e riflettono anche la creatività e l’unicità del pacifismo attivo nella storia delle donne, impegnate a scongiurare e fermare le guerre con linguaggi, forme e strumenti attinenti alla sacralità della quotidianità, della convivenza, della natura, della bellezza, dell’arte, della vita. In questi anni abbiamo visto affermarsi parole come cittadinanza attiva e democrazia partecipata. Ma la riflessione di Lia Cigarini, che ci è stata vicina nel cammino percorso dalle Città Vicine e ci ha spinto sempre verso una “pratica politica originale”, ci aiuta, ancora oggi, a coglierne il limite quando queste formule chiedono alle donne semplicemente di partecipare a forme politiche già date, costruite su una pretesa neutralità che troppo spesso assume la misura maschile come universale. Di come le donne, che hanno scelto di stare dentro quelle formule politiche e amministrano le città, ne hanno cambiato o no la forma e con quali pratiche, discuteremo con donne sagge che con noi dialogano da tempo. La questione politica è trarre beneficio, sempre, dal riconoscere la natura costituente delle pratiche delle donne: partire da sé, dalla relazione, dall’esperienza, dai corpi, dai desideri e dal lavoro quotidiano per creare libertà e trasformare il modo stesso di vivere insieme. È una lezione che sentiamo viva nel pensiero di Luisa Muraro, nella centralità che ha dato alla parola, alla relazione e alla libertà femminile, e nella sua capacità di riconoscere autorità a ciò che nasce dall’esperienza e dalla relazione tra donne. Da qui, come abbiamo sempre fatto, possiamo guardare alla città con occhi diversi. Elena Granata ci invita a pensare la città come spazio di condivisione, biodiversità sociale, riuso, immaginazione e incontro. Un’idea di città non mercificata ma viva, che sa valorizzare ciò che già esiste e trasformarlo in possibilità di relazione e di vita comune. Le pratiche delle donne ci hanno insegnato cosa significa abitare: prendersi cura delle persone e dei luoghi, creare cultura, difendere uno spazio, costruire relazioni, contrastare la violenza, custodire ciò che è fragile. Sono pratiche che producono comunità e, quindi, producono città. Possiamo noi agire con il nostro sapere nelle città in cui tutto è governato dal guadagno e dove corpi e storia hanno perso ogni significato? Noi crediamo ancora di sì. Ed è qui che la riflessione di Simone Weil sul radicamento diventa per noi particolarmente preziosa. L’essere umano ha bisogno di luoghi, memoria, relazioni, cultura, responsabilità: di un ambiente capace di nutrire l’anima. Lo sradicamento, prodotto dalla perdita dei legami, dalla mercificazione della vita e dalla forza esercitata sui più fragili, genera solitudine e impoverimento umano. La città può allora essere pensata come un luogo di appartenenza nel quale la bellezza, la cultura, la memoria e le relazioni costituiscono qualcosa di fragile e prezioso da custodire. Salvare la città significa salvare qualcosa che appartiene alla civiltà e che nessuno dovrebbe avere il diritto di distruggere.  Ripartiamo da tutto questo per affinare la nostra pratica politica in città, per riflettere sulle attività che già facciamo, per produrre pensiero, dando parola a ciò che viviamo. Mettiamo in relazione le nostre esperienze per aprire nuovi spazi, nuovi orizzonti.  Ci incontriamo a Catania il 14 e 15 novembre per ritrovarci, con passione e fiducia, per dare maggior senso alle nostre pratiche. PER INFO: TEL. 045-8100279; INFO@MAGVERONA.IT  Redazione Sicilia
September 28, 2026
Pressenza
L’impronta femminile in ‘Cammina&pedala per la Pace’
LA STORIA DELLA MARCIA A PIEDI E SU DUE RUOTE, NEL RACCONTO DELLE DONNE PARTECIPANTI E TESTIMONI DELL’ESPERIENZA ‘ANIMATA’ DALLE 3 PRESIDENTI DELLE SEZIONI ANPI DI MONDOVÌ, CARRÙ E FOSSANO. > “Se la Resistenza fosse una mappa, partiremmo da qui”. > Con questa frase, nel settembre 2024, la prima Cammina&pedala per la Pace > muoveva i suoi passi da piazza Franco Centro, a Mondovì, per raggiungere a > piedi e in bicicletta i cippi partigiani della città. > Fin dall’inizio la proposta ha avuto un segno riconoscibile: quello delle > donne. > L’idea è nata dentro Donne in Cammino per la Pace, e ha preso forma in un modo > di fare memoria che non si ferma davanti a una lapide, ma la raggiunge > camminando insieme, trasformando le strade di tutti i giorni in un racconto > condiviso. > Non è un caso che nella prima edizione abbia preso la parola Claudia Bergia, > presidente dell’Associazione Partigiana Ignazio Vian. > E che nella seconda, il 5 ottobre 2025, la voce ospite sia stata quella di > Claudia Pinelli, attivista e figlia di Giuseppe Pinelli, a ricordare che la > memoria antifascista attraversa anche la storia della Repubblica e le sue > ferite. > Donne che hanno portato nel cammino il legame tra la Resistenza di ieri e le > lotte per la verità, la giustizia e la pace di oggi. > Ogni volta il percorso si è chiuso attorno a un tavolo, con la pastasciutta al > Caffè Sociale: perché la memoria, come la pace, si costruisce anche nella > convivialità e nella cura delle relazioni. > Quest’anno quel seme è diventato rete. > La terza edizione è cresciuta fino a diventare tre domeniche di settembre, dai > sentieri partigiani alle strade della memoria e della pace. > Il 6 settembre in Val Ellero, con la camminata verso la Grotta dei Partigiani > della Tura, sopra Roccaforte Mondovì. > Il 13 a Carrù, con la passeggiata della memoria tra lapidi e cippi e il pranzo > sotto l’Ala Borsarelli, tra pastasciutta antifascista e per la Costituzione e > musica occitana e della Resistenza. > Il 20 a Fossano, in bicicletta sui luoghi della memoria cittadina. > A dare concretezza a questa crescita sono state le tre presidenti delle > sezioni ANPI di Mondovì, Carrù e Fossano, che hanno scelto di non procedere > ciascuno per conto proprio ma di costruire un percorso comune. > Una sinergia che ha fatto rete tra le sedi, coinvolgendo Comuni, Pro Loco, > associazioni e realtà del territorio, e allargando il cammino dalla città alle > valli. > È proprio qui che l’impronta femminile si riconosce di più. > Fare rete, tenere insieme le differenze, intrecciare relazioni invece di > erigere steccati: è la pratica che le partigiane e le staffette conoscevano > bene, e che il femminismo pacifista ha sempre rivendicato come forma della > politica. > Una proposta nata da un gruppo di donne è diventata un progetto condiviso da > tre sezioni ANPI: il frutto più prezioso di questi tre anni. > In un tempo segnato dalle guerre e dalla corsa al riarmo, il messaggio che ha > accompagnato questa edizione resta il più semplice e il più necessario: > camminare e pedalare insieme, sui luoghi della Resistenza, per costruire la > pace. > A chi ha camminato, a chi ha pedalato, a chi ha organizzato: grazie. La strada > continua. Redazione Italia
September 23, 2026
Pressenza
I nodi del presente in una nuova luce
I NODI DEL PRESENTE IN UNA NUOVA LUCE Tre testi per interrogare il presente   > QUESTI SEMINARI NASCONO DA TRE ANNI DI INTERLOCUZIONI IN PRESENZA DAPPRIMA > ALL’INTERNO DELLA BIBLIOTECA DELLE DONNE UDIPALERMO ED ESTESE POI AD AMICHE > ESTERNE ALL’ASSOCIAZIONE. ABBIAMO VIA VIA MESSO AL CENTRO LE OPERE DI TRE > PENSATRICI – LUISA MURARO, JUDITH BUTLER, CARLA LONZI –  NON COME PUNTI FERMI > TEORICI MA CON L’INTENTO DI ESPLORARE I NODI DEL PRESENTE, CHE A NOSTRO > GIUDIZIO INVESTONO LE QUESTIONI RELATIVE ALL’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE, AL > GENERE, ALL’INDIPENDENZA SIMBOLICA DELLE DONNE DA UN SISTEMA PATRICENTRICO. IN > FEDELTÀ A UN METODO SCATURITO DALLA PRATICA DI RELAZIONI TRA DONNE CHE NON > DISGIUNGONO MA CONNETTONO VITA E STORIA, COSCIENZA DI SÉ E ESPRESSIONE DI SÉ, > FARE E ESSERE, VI INVITIAMO A PRENDERE PARTE ATTIVA ALLA TAPPA FINALE DEI > NOSTRI SCAMBI.   I SEMINARI SI SVOLGERANNO NEI SEGUENTI POMERIGGI, DALLE 16.30 ALLE 19.30 > GIOVEDÌ 8 OTTOBRE 2026 – L’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE (LUISA MURARO) CONDUCONO IL SEMINARIO:  MARIA D’ASARO, IDA LA PORTA, NATALIA MILAN, MARIELLA PASINATI                   > GIOVEDÌ 15 OTTOBRE 2026 – QUESTIONE DI GENERE (JUDITH BUTLER) CONDUCONO IL SEMINARIO:  DOMENICA BRUNI, ELENA DI LIBERTO, FEDERICA DI MARTINO, MARIA CONCETTA SALA    > GIOVEDÌ 22 OTTOBRE 2026 – SPUTIAMO SU HEGEL (CARLA LONZI) CONDUCONO IL SEMINARIO: ROBERTA CORDARO, IVANA MARGARESE, MARIA CONCETTA SALA, ELISABETTA SANSONE   I SEMINARI SI SVOLGERANNO PRESSO LA SEDE DELL’ECOMUSEO MARE MEMORIA VIVA (EX DEPOSITO LOCOMOTIVE DI SANT’ERASMO) – VIA MESSINA MARINE 14 – PALERMO    Redazione Palermo
September 22, 2026
Pressenza
Ancora tanto da fare per ridurre differenze di genere e superare la cultura patriarcale
UNO STUDIO DI FIOM-CGIL E LE ANALISI DI D.I.RE – DONNE IN RETE CONTRO LA VIOLENZA. Alle donne che lavorano nell’industria metalmeccanica (che sono il 21,5%) nel 2025 spetta il 19,6% del totale del monte retributivo annuo lordo, con un gender pay gap che si attesta al 12%. Una differenza salariale che, per categoria professionale, si attesta a 29.977 euro l’anno per i dirigenti, 6.788 euro per i quadri, 7.955 euro per gli impiegati e 6.173 per gli operai. Lo evidenzia uno studio della Fiom-Cgil nazionale * sulla situazione del personale maschile e femminile nelle aziende metalmeccaniche. Sono stati analizzati 1.315 rapporti relativi al biennio 2024-2025, per un totale di oltre 500mila dipendenti, 476.488 diretti e 37.309 lavoratrici e lavoratori in somministrazione. Un’analisi che parte da una fotografia dell’occupazione, che risulta così divisa per categorie professionali: il 2,80% sono dirigenti, il 9,68% quadri, il 44,45% impiegate/i e il 43,07% operaie/i. Sul totale dei 476.488 dipendenti diretti dei rapporti analizzati, 373.865 sono uomini e 102.623 donne. Le donne rappresentano quindi il 21,5% del totale e, nello specifico, sono il 17,5% dei dirigenti, il 23,1% dei quadri, il 30,5% degli impiegati e il 12,2% degli operai. Le lavoratrici e i lavoratori in somministrazione – che sono il 7,83% del totale – sono per l’89,7% uomini e per il 10,7% donne. I contratti part time coinvolgono il 3,68% dei dipendenti, ma mentre solo l’1,3% gli uomini è coinvolto dal lavoro a tempo ridotto, la percentuale delle donne arriva al 12,2%. Molto diverso è anche l’utilizzo del lavoro agile, che coinvolge in varie modalità circa un dipendente su 4. Dall’analisi emerge che mentre il 23,5% degli uomini adotta questa modalità di lavoro, la percentuale nelle donne arriva al 37,1% del totale. Andando a fondo nella composizione del salario si vede che mentre il salario strutturale, quello che proviene dalla contrattazione collettiva, evidenzia un gender pay gap intorno all’8,5% – dovuto dal diverso inquadramento e dall’utilizzo più ampio del part time per le donne – il salario accessorio, in gran parte erogato unilateralmente dalle aziende e frutto di contrattazione individuale, vede il divario arrivare al 23,6%. Ma anche la contrattazione integrativa riduce il gender pay gap. L’analisi delle retribuzioni relative ai grandi gruppi/aziende seguiti soprattutto a livello nazionale, dove la presenza storica del sindacato produce una contrattazione avanzata, mostra che il divario economico scende all’8,3%, circa il 4 punti percentuali meno del dato complessivo. “La contrattazione genera uguaglianza – sottolineano Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgil, e Barbara Tibaldi, segretaria nazionale Fiom-Cgil – Il valore del contratto collettivo nazionale di lavoro delle metalmeccaniche e dei metalmeccanici è di garantire un salario giusto per le lavoratrici e i lavoratori e di ridurre il gender pay gap. Con l’ultimo rinnovo abbiamo rafforzato anche gli aspetti informativi per poter monitorare e quindi intervenire su questi aspetti. Oltre al contratto nazionale, occorre rafforzare ed estendere il secondo livello contrattuale. La contrattazione collettiva è una leva importante ma da sola non basta, è necessario un quadro legislativo coerente. Da un punto di vista normativo, il Governo deve intervenire sul decreto legislativo del 7 maggio del 2026, poiché non ha garantito la piena attuazione della direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza salariale”. Fa una certa impressione passare in rassegna i dati di questo studio mentre nelle orecchie rimbombano ancora le recenti parole del ministro Tajani infarcite di stereotipi sessisti che appartengono alla cultura patriarcale, che molti danno per morta o – addirittura – inesistente. Parole che D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza (https://www.direcontrolaviolenza.it/amp/) chiede che vengano stigmatizzate da chi ricopre ruoli strategici: “La presidente del Consiglio Meloni e la ministra Roccella che cosa pensano di questa vecchia, inaccettabile doppia morale?” E la presidente di D.i.Re, Cristina Carelli, aggiunge: “È un immaginario profondamente patriarcale: le donne trasformate da persone libere e autodeterminate in categorie tra cui scegliere. Il paragone con un mercato del bestiame è tanto immediato quanto inquietante, perché restituisce con brutalità la logica sottostante: un corpo femminile a disposizione, da ricondurre a una funzione. Proprio questo ci deve indignare. Continuiamo a fare i conti con la violenza maschile contro le donne e con i femminicidi: dobbiamo colpire la radice culturale della violenza che si alimenta di parole, stereotipi, ruoli imposti, controllo dei corpi e giudizi sulla libertà delle donne. Per questo abbiamo bisogno di cambiare radicalmente il simbolico che attraversa la nostra società. Abbiamo bisogno di un linguaggio nuovo, di relazioni fondate sulla libertà e sul consenso, di un’educazione capace di decostruire gli stereotipi e di una cultura politica che riconosca pienamente l’autodeterminazione delle donne.” * Il ministro Tajani e le donne: Italia, 1956  * GENDER GAP – OCCUPAZIONE E SALARIO, C’È TANTO DA FARE Giovanni Caprio
September 22, 2026
Pressenza
Vercelli Pride 2026: una festa di protesta contro il ddl sull’antisemitismo
L’INIZIATIVA COORDINATA DA ARCIGAY RAINBOW VERCELLI-VALSESIA E PROMOSSA CON IL SOSTEGNO DI NUMEROSE ASSOCIAZIONI E AGGREGAZIONI LOCALI E CON L’ADESIONE DI AMNESTY INTERNATIONAL, ANPI, CGIL,  CHIESA VALDESE E PD, HA ANIMATO IL CENTRO DELLA CITTÀ IERI, SABATO 19 SETTEMBRE.   Il corteo al seguito della sua ‘madrina’, la drag queen Priscilla, e insieme a Vincenzo Giurbino, il giovane che ad agosto è stato bersaglio degli insulti scritti sui muri della stazione ferroviaria di Tronzano Vercellese, ha coinvolto i manifestanti a esprimersi vivacemente, con performance teatrali e spettacolari azioni dimostrative, su molti temi dell’inclusione con rispetto delle differenze e dei diritti, anche sul DDL 1004.   «Il Pride è soprattutto politica – ha proclamato Priscilla nell’occasione – Non è una vetrina, non è un prodotto e non è qualcosa da rendere innocuo per non disturbare nessuno. Deve mettere in discussione ciò che produce discriminazione e disturbare chi pretende di decidere quali amori siano rispettabili, quali corpi siano accettabili, quali famiglie siano vere e quali persone siano degne di esistere» [Il Pride come spazio politico e di libertà nel discorso di Priscilla, madrina del Pride 2026]. Una manifestante, Licia Sesia, riferisce che Priscilla ha detto: «Il pride, l’orgoglio, non può essere ora solo pro-differenza di genere o di orientamento sessuale, ma anche pro-Palestina e pro tutti i popoli che sono oppressi, il popolo congolese, il popolo senegalese, le donne afghane, perché la lotta queer è questa. Essere al Pride è sentirsi appartenenti ad una visione, una coscienza politica e una visione intersezionale del mondo. La lotta è femminista, transfemminista, antifascista». E della propria esperienza al Vercelli Pride, cui ha partecipato arrivando da Casale Monferrato, Licia Sesia racconta: > Avevo ascoltato l’appello di Priscilla divulgato da Fanpage e sui social. Per > me emozionante. Tanto da indurmi a scrivere dei cartelli con le mie idee. > > Mi hanno ispirata le ‘lezioni’ della vecchia scuola, quella del nonno che > militava nell’ANPI e nella CGIL, delle mie esperienze, ora ‘giovanili’, di > studentessa universitaria a Padova, di frequentazione del Laboratorio > Anarchico PerlaNera ad Alessandria. > > Oggi il movimento no global è frammentato, diviso in tante etichette e > categorie, e siccome è disgregato viene manovrato da chi, con la strategia del > divide et impera, si impone su tutti definendo uno o l’altro gruppo sociale un > nemico. > Contro ogni ‘capro espiatorio’ collettivo si fomentano le polemiche e si > attizza l’odio che innescano una escalation di bullismo, mobbing e, poi, > violenza fisica. Mi sono chiesta: chi lo ha capito prima di me, e di noi, > adesso? > > La risposta è stata: Giacomo Matteotti. > > Lui ha visto, e denunciato, i fatti che avvenivano in quegli anni in cui la > propaganda e la manipolazione mediatica erano equiparabili a quelle con cui > adesso viene bersagliato chi non si piega alla forza prepotente del > ‘moralismo’ imperante, chi dissente e obietta, chi protesta contro le > ingiustizie e si oppone all’autoritarismo. > > Mi sono riconosciuta in più categorie tra quelle che ieri hanno marciato > insieme al pride. > > Quella degli antifascisti, in cui mi ‘ritrovo’ ricordando che Umberto Eco in > Il fascismo eterno ha chiaramente descritto quali siano i comportamenti e le > caratteristiche del fascismo che non è mai ‘finito’, si è solo adattato ai > tempi e permane, soprattutto nelle istituzioni da cui non è mai stato > spodestato. > > E quella dei pacifisti nonviolenti che cercano di trovare e co-costruire > azioni alternative all’avversione e alla contrapposizione contro un nemico > costruito ad hoc da chi aizza i poveri a combattere guerre tra poveri e, poi, > a formare o pagare gli eserciti che fanno stragi di innocenti per proteggere > gli interessi economici e geopolitici delle multinazionali che si spartiscono > le risorse globali. > > Un movimento trasversale che, come nella città in cui abito, aggrega tante > persone diverse, molte che compongono anche i collettivi femministi e i > ‘circoli’ ambientalisti e antifascisti, a praticare insieme mezz’ora di > silenzio per la pace una volta alla settimana. > > E in cui confluiscono molteplici realtà, come il circuito di Piazze di donne > per la Pace, la lega Women united against Nato or not to war not to NATO, > l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e la > rete NoBavaglio. > > In questo ‘spirito’ e con queste prospettive mi sono unita al ‘carro’ del > Mattone Rosso di Vercelli. > > Ho partecipato al pride per protestare contro il meccanismo perverso, > mascherato da meccanismo protettivo, del DDL ‘antisemitismo’. > > Se non riusciremo a impedire che tale proposta di legge venga approvata, i > giornalisti avranno restrizioni sulle pubblicazioni di notizie. > > Riducendo la libertà di informazione verrà offuscata la trasparenza > sull’operato della magistratura e, così, saranno ‘insabbiati’ tanti illeciti e > ‘coperte’ molte ingiustizie, tra cui quella di ridefinire l’etichetta che > denomina un determinato gruppo sociale stigmatizzandone gli appartenenti. > > E nel Pride ho trovato il ‘contenitore’ perfetto per l’inclusione spontanea di > attiviste, attivisti, attivist*, famiglie, singoli e chiunque si riconosceva > nello ‘spirito’ della piazza, un luogo in cui siamo stati tutti insieme > finalmente uniti in un cammino comune per creare l’alternativa alla > globalizzazione che pochi ricchi e potenti vogliono imporre a noi tutti > prevaricando su ognuno, senza accettare l’unicità di ciascuno e le differenze > che ci distinguono, ma non ci rendono tra noi avversari o nemici. Arcigay Rainbow Vercelli-Valsesia è l’associazione di promozione sociale che organizza il Vercelli Pride dal 2019. Nata dalla volontà di un gruppo di attiviste e attivisti locali, l’associazione lavora ogni giorno per creare spazi sicuri, inclusivi e accessibili per tutte le persone LGBTQIA+ del territorio vercellese e della Valsesia. Il Vercelli Pride è tornato nel 2026 con rinnovata energia e determinazione: più grande, più inclusivo, più forte. Un evento che è insieme celebrazione, rivendicazione politica e momento di comunità. Crediamo che la visibilità salva le vite. Ogni bandiera arcobaleno sventolata per le strade di Vercelli è un atto d’amore e di resistenza. Fotoreportage di Licia Sesia:   Redazione Piemonte Orientale
September 20, 2026
Pressenza
Oltre la logica della reclusione: la pratica della cura e il valore incondizionato dell’esistenza
Rilanciamo il comunicato postato sulla pagina social della Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO, diramato “a seguito delle recenti operazioni investigative e delle perquisizioni che hanno coinvolto operatrici e operatori sanitari in tutta Italia per il rilascio di certificati di non idoneità nei Cpr”_ _______________________ Assistiamo con profonda inquietudine a una deriva politica e culturale che pretende di disconoscere la centralità dell’essere umano e della vita vulnerabile per perseguire un’idea di ordine fondata sulla segregazione. Quando l’esercizio della protezione di chi soffre viene osservato con sospetto, si rischia di smarrire il senso stesso della convivenza e del valore del gesto d’aiuto verso l’altra/o. Rivolgiamo la nostra più viva e limpida vicinanza alle dottoresse di Bologna e a tutte le professioniste e i professionisti della salute coinvolti negli accertamenti di questi giorni. La loro attenzione e il loro giudizio professionale non sono espressione di scelte arbitrarie, ma affondano le radici nella presenza concreta di corpi e menti, nella loro unicità e insostituibile realtà. Il loro operato risponde alla natura stessa della pratica clinica e all’inderogabile dovere deontologico della cura: riconoscere la persona che si ha davanti, ascoltarne la fragilità e tutelarne l’integrità fisica e interiore di fronte a luoghi e condizioni che ne compromettono profondamente la salute. La cura non può essere subordinata a esigenze di controllo, né la valutazione medica trasformata in un ingranaggio di coercizione. Considerare l’intervento sanitario un mero ostacolo al funzionamento della macchina dell’allontanamento significa rovesciarne il senso e tradire la responsabilità della cura, fondata sulla tutela della salute e della dignità umana. Ribadiamo pertanto con assoluta fermezza che il giudizio clinico e le certificazioni che ne derivano non possono essere delegittimati o strumentalizzati a fini politici. Chi ne porta la responsabilità deve poter operare in piena autonomia, al riparo da pressioni e condizionamenti. Rifiutiamo infine l’ostinazione verso la reclusione e la gestione emergenziale della vita dei/lle migranti e restiamo al fianco di chi mette al centro gli esseri umani, continuando a difendere uno spazio in cui l’ascolto, la custodia della salute e la tutela dei corpi rimangono le sole bussole e l’unico orizzonte incrollabile del nostro vivere comune. BIBLIOTECA DELLE DONNE E CENTRO DI CONSULENZA LEGALE UDIPALERMO Redazione Palermo
September 20, 2026
Pressenza
Democrazia o dominio? Il presidio di donne per la pace di Palermo
DEMOCRAZIA O DOMINIO? Contro la guerra, il patriarcato e la politica della forza. Possiamo fare di più e meglio contro la violenza cieca, disumana di una politica che, crollato il diritto internazionale, usa esclusivamente la forza, seminando morte e istruzione, mettendo a rischio perfino la sopravvivenza sul pianeta? Ci sono guerre in tutto il mondo ma ce n’è una, non dichiarata e non riconosciuta come tale, a bassa intensità, che gli uomini mettono in atto contro le donne per imporre, mantenere il loro controllo sui corpi e sulle vite femminili. Le modalità, più o meno brutali, differiscono in base alla storia, alla cultura, al sistema politico dei singoli Stati. Sono attualmente gravissime in Afghanistan. Il ritorno nel 2021 del regime dei Talebani, con il beneplacito degli Stati Uniti e di tutto l’occidente, ha di fatto significato la morte civile, sociale e perfino fisica delle donne, costrette a pesanti e umilianti proibizioni e a subire violenze di ogni tipo. Nonostante tutto, non si arrendono e continuano coraggiosamente a lottare. In Iran la repressione è altrettanto feroce: quest’estate sei donne sono state condannate a morte e impiccate per la loro attività contro la repubblica islamica. La guerra, scatenata dagli Stati Uniti, ha ulteriormente aggravato condizioni già drammatiche. E in tutte le aree di conflitto, dove la violenza colpisce sempre più duramente le popolazioni civili, sono soprattutto le donne a pagarne il prezzo più alto. Tra paura, disperazione, morte e distruzione, sono loro a sostenere il peso della sopravvivenza quotidiana, a garantire la cura delle famiglie e a tenere insieme comunità devastate. In Italia nel mese di agosto otto femminicidi. Otto donne sono state massacrate perché hanno detto no a chi pretendeva di averle in suo possesso. Il dominio sulle donne unito al dominio sulla natura è all’origine del sistema patriarcale. Violenza contro le donne e guerra sono manifestazioni della stessa logica di dominio, appropriazione, sopraffazione. Le donne quindi possono fare di più perché conoscono direttamente sui loro corpi la violenza maschile e sono state fuori dai meccanismi di potere. Dobbiamo «rompere con l ‘orizzonte simbolico maschile e con il linguaggio della forza». A differenza delle donne che oggi occupano posti di potere, usando il linguaggio tradizionale maschile, dobbiamo saper «approfittare dell’assenza» (Carla Lonzi) delle donne da millenni di storia per attingere all’esperienza storica femminile di cura e responsabilità verso la vita. Dobbiamo sforzarci di pensare, fuori dai binari consueti, di agire per invertire la rotta e fermare la corsa dissennata alla catastrofe. Dobbiamo smettere di accodarci «al corteo degli uomini colti» (Virginia Woolf), perché quel corteo, di qualunque posizione politica, ideale, siano gli uomini colti, perpetua i valori del patriarcato e della guerra. Possiamo e dobbiamo fare di più prima che sia troppo tardi! Giovedì 24 settembre il Presidio è in piazza Verdi dalle 18.00 alle 20.00 UDIPALERMO – Le Rose Bianche – Donne CGIL Palermo – Coordinamento Donne ANPI Emily – Governo di Lei – CIF – Le Onde – Arcilesbica – Donne della Comunità dell’Arca – Donne del Movimento nonviolento – Donne del Circolo Laudato si’ https://www.facebook.com/people/Presidio-donne-per-la-pace-Palermo/61575679581058/?_rdr https://www.instagram.com/presidiodonne_palermo Redazione Palermo
September 19, 2026
Pressenza
La “maternità surrogata” tra libertà di scelta e condizionamenti
  Pubblichiamo questa articolata riflessione sulla gravidanza per altri (gpa) che è anche la riproposizione di un dibattito di cui abbiamo già dato notizia (La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /1, poiché la questione, bioetica oltre che politica, è complessa e controversa e l’autrice ne dà esaustivamente conto L’occasione per riaprire il dibattito sulla Maternità surrogata (MS),a più di 50 anni dal primo accordo legale retribuito (USA, 1976),è stata la presentazione del libro di Luana Zanella, La sostituzione della madre. Ecologia e femminismo pensano insieme (Moretti e Vitali, 2026), tenutasi il 3 settembre 2026 presso l’Istituto Gramsci di Palermo. La tavola rotonda, moderata da chi scrive, ha visto l’autrice dialogare con Daniela Dioguardi, Elia Randazzo, Angela Galici, Augusto Cavadi e con il pubblico, facendone emergere le implicazioni politiche, giuridiche, etiche e filosofiche. Sostituzione della madre? Luana Zanella (deputata e portavoce di Alleanza Verdi Sinistra alla Camera, con un lungo percorso tra militanza femminista ed ecologismo) ribadisce una posizione chiara, già espressa in Parlamento il 26 luglio 2023 con il suo no alla MS. Il testo si distingue per la coerenza argomentativa nel ricostruire legami economici, sociali, mediatici e simbolici su scala planetaria intorno all’assunto di partenza: l’indisponibilità del corpo femminile. Parlare di sostituzione della madre significa additare “il tentativo millenario di trovare sostituzioni concrete e simboliche alla matrice femminile della vita, alle madri che mettono al mondo“(p 11). La sua cifra politica consiste nel mostrare alcune delle possibili conseguenze indesiderabili della MS sulla vita delle donne. L’accento è posto sulla documentazione del coinvolgimento della MS entro l’industria globale della procreazione, all’interno del paradigma del capitalismo iperliberista, volto a massimizzare i profitti e a rendere brevettabile e utilizzabile la natura, umana e non umana. Solo negli Usa, leader mondiale del mercato della MS, il suo volume d’affari è passato da 4 miliardi di dollari nel 2023 al 5,1 miliardi nel 2024. Il racconto comparativo delle modalità adottate nelle cliniche sanitarie specializzate nella MS, delle tipologie di contratto di surrogazione, del modus operandi delle agenzie che favoriscono la risposta al desiderio di genitorialità di coppie del “primo mondo” delinea la profonda diversità di ricadute della MS in aree del mondo distanti. Dall’India ai paesi postsovietici, dall’America Latina ai paesi avanzati, emerge l’intreccio di desideri, capitali e interessi che utilizza delocalizzazioni, tolleranza politica, sapiente comunicazione sul web, contratti internazionali e condizioni socioeconomiche profondamente diverse per soddisfare il diritto ad una filiazione genetica. L’excursus sulle normative internazionali richiama le risoluzioni dell’Unione Europea e le relazioni ONU che definiscono la Gestazione per Altri (GPA) una forma di tratta degli esseri umani e una nuova modalità di violenza contro le donne. L’ampia sezione antologica dà voce a filosofe, giornaliste e attiviste che analizzano i rischi della surrogacy, ponendo interrogativi cruciali: cosa si intende realmente per libertà di scelta? Di quali tutele sanitarie e giuridiche godono le madri surrogate? Tutti i desideri danno luogo a diritti? Il dibattito Nel corso del dibattito si sono sovrapposti diversi piani di analisi che hanno riconfigurato significati e conseguenze della GPA. Il paradigma neoliberale è la cornice economico-politica entro cui rientra, insieme a molte altre pratiche di rilevanza bioetica, la GPA. Assunti teoretici e epistemologici postmoderni, quali la rinuncia a leggere il cosmo come dotato di senso univoco e di finalità intrinseche, sono i presupposti dell’intervento di Augusto Cavadi che ha esplicitato, entro un orizzonte neoliberale, le conseguenze  etiche e valoriali coerenti con questa visione del mondo: la concezione dell’individuo autonomo, autocentrato  e sovrano che, privato di riferimenti normativi condivisi e ontologicamente fondati, è orientato in primis a soddisfare il desiderio personale. Ne deriva una sorta di morale provvisoria di stampo cartesiano: “la storia presenta molti casi in cui si può ritenere illecito… un comportamento individuale… e, nonostante questo giudizio negativo, optare per una regolamentazione legislativa. In concreto: giudico immorale… che una donna conceda in affitto il proprio utero per nove mesi, mi impegno pubblicamente per una società, alternativa a quella attuale, …in cui nessuna donna sia costretta… alla GPA; intanto mi mobilito per la tutela giuridica dei diritti minimali di ogni donna che ritenga di prestarsi a una GPA” (Cavadi, 2026)*. Analogamente, l’intervento di Angela Galici, a partire da una visione antiessenzialistica e intersezionale delle donne, ha insistito sull tutela giuridica  delle donne che praticano la Surrogacy. Dall’iniziale constatazione dell’inarrestabilità del  mercato del turismo procreativo, Galici è pervenuta a  focalizzare l’urgenza di una regolamentazione condivisa che possa fornire la più ampia tutela alle donne che, mosse da condizioni di vulnerabilità, diventano madri surrogate. L’impegno, di natura sindacale, nel riconoscere e normare la MS equivale qui a impedire che le donne siano esposte allo sfruttamento e a far sì che siano sottratte a pratiche clandestine della GPA. Galici ha inoltre richiamato modelli di MS altruistica o oblativa (come le esperienze a Cuba), capaci di dar vita a relazioni parentali allargate. Il merito di queste esperienze suggestive è collocare la MS entro uno schema etico politico paritario e relazionale, potenzialmente in grado di azzerare le forme di diseguaglianza operanti nei contratti di MS. La suggestione lanciata da questa prospettiva, raccolta dall’intervento di Elia Randazzo, ha condotto alla questione se sia possibile definire aprioristicamente i caratteri distintivi della genitorialità e della famiglia. Al centro del suo ragionamento si è posta l’esigenza di non ridurre la filiazione a puro dato biologico. Condivisibile è il suo richiamo all’adozione come costruzione di una famiglia su base non biologica. Da qui la necessità di distinguere tra gestazione e maternità. La prima, in virtù del concetto di autodeterminazione della madre gestazionale, può esser portata avanti a vantaggio di genitori intenzionali, omosessuali o eterosessuali; la seconda, invece è definita dalla volontà e responsabilità di crescere e prendersi cura di un nuovo essere umano, a prescindere dal legame biologico. Randazzo ha evidenziato la coerenza tra il diritto di interrompere la gravidanza o di disconoscere il neonato e la scelta di portare a termine una gravidanza per altri. Ha perciò messo in guardia dai rischi paternalistici o antiabortisti insiti nell’assolutizzazione del legame biologico. Da questo sommario resoconto si possono estrapolare i concetti chiave degli interventi favorevoli all’accettazione e difesa della GPA.  Gli argomenti favorevoli alla regolamentazione della GPA si concentrano dunque su autodeterminazione, libertà di scelta, individualismo laico, sovranità sul corpo e diritto al desiderio. Profondamente diversa è la lettura di Daniela Dioguardi che concorda con l’autrice nel rifiutare la MS, criticando alla radice il capitalismo neoliberista responsabile della mercificazione della natura. Dioguardi ha evidenziato come la stessa infertilità crescente sia legata all’inquinamento e all’insostenibilità ambientale di scelte politiche che traggono profitto dalle guerre, moltiplicatrici di  danni ambientali e dall’indebita appropriazione del corpo femminile. Pur senza fare della maternità un destino, ha sottolineato l’importanza della relazione corporea tra madre e nascituro durante la gravidanza. A tale posizione si è riallacciato l’intervento di Maria Giannì dal pubblico, incentrato sugli aspetti biochimici, ormonali e fisiologici che legano la salute del bambino al contatto con il corpo materno durante la gestazione, elementi non riducibili a sole clausole contrattuali. Nelle battute finali, Luana Zanella ha ribadito che, dopo oltre sessant’anni di lotte femministe per il riconoscimento del lavoro di cura, la battaglia della MS si gioca nuovamente sul corpo delle donne che rischia di tornare, per usare la celebre espressione di Barbara Duden, un «luogo pubblico». *Cavadi, Augusto (2026), Gravidanza per altri e paradigma culturale postmoderno, in Il Blog sul filosofare per la vita scritto da noti filosofi-consulenti italiani     Redazione Palermo
September 13, 2026
Pressenza
Emma
Cari compagni (maschi) che vi state affannando a prendere le distanze da Emma Bonino e dai Radicali nonché dal suo e dal loro contributo alle conquiste del divorzio e dell’aborto, devo dirvi che non sono d’accordo con voi e, di più, che trovo nelle vostre argomentazioni i segnali preoccupanti non so se di una regressione culturale o dell’ennesima dimostrazione che del rapporto fra rivoluzione femminile e politica tradizionale, di destra e di sinistra, non riuscite proprio a capire i fondamentali, esattamente com’era già ai tempi del divorzio e dell’aborto. Emma Bonino è stata una liberal-liberista-libertaria, una combinazione che dava fastidio a tutti, a destra perché libertaria, a sinistra perché liberista. Non ne voglio fare un monumento: specialmente negli ultimi decenni, la combinazione di cui sopra virava con più evidenza verso il liberismo, verso un’europeismo acritico, verso un allineamento atlantista detestabile. Ma è stata anche una donna che ha fatto battaglie sacrosante per sé e per tutte, e le ha fatte con la pratica, non solo a parole: lo sa bene chi ha dovuto interrompere una gravidanza quando la legge vietava di farlo, e le radicali, Emma compresa, consentivano di farlo. Inoltre è giusto, giustissimo ricordare che né la legge sul divorzio né quella sull’aborto sono state solo conquiste dei Radicali, i quali se ne attribuiscono truffaldinamente il merito; ma è ingiusto, ingiustissimo attribuirle solo al Pci o al parlamento, i quali, senza la spinta del femminismo in primis e dei Radicali in secundis (nonché dei socialisti, di cui non parla mai nessuno), quelle leggi, specialmente la seconda, non le avrebbero fatte neanche sotto tortura. E’ vero che i Radicali sono responsabili di molte campagne antipartitocratiche che alla lunga sono diventate senso comune antipolitico, così come è vero che ai Radicali dei diritti civili importava molto e dei diritti sociali zero; ma non è giusto piegare tutta la storia complicata degli anni Settanta a polemiche che sono di oggi. Ma c’è una cosa sopra tutte che mi stupisce e mi avvilisce: il fatto che tuttora non capiate che la questione della libertà femminile è stata ciò che ha diviso, non unito, donne e sinistra negli anni Settanta, perché a sinistra, e segnatamente nel Pci, non trovava accoglienza, mentre ne trovava un po’ di più in un’area liberal-libertaria all’epoca meno compromessa con il liberismo di quanto sia diventata in seguito. Io non ho conosciuto di persona Emma Bonino se non nei primi anni Duemila, in occasione di un’intervista che le ho fatto per un programma di Radiotre, quando ebbi l’impressione di una donna non priva di durezze, che aveva a cuore le altre donne ma non aveva familiarità con il “mio” femminismo che tuttavia rispettava e ascoltava. Non ho condiviso molte delle sue posizioni sulla politica estera e sulla politica sociale. Ma le sono grata lo stesso, per ciò che di buono ha fatto per sé e per noi tutte. Redazione Italia
September 13, 2026
Pressenza