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Terremoto in Colombia: CESVI pronto a intervenire
CESVI sta monitorando con attenzione l’evolversi dell’emergenza in Colombia, colpita ieri mattina da un violento terremoto di magnitudo 7,4 con epicentro nei pressi di San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó. «In queste prime ore la priorità assoluta è salvare le persone ancora intrappolate e garantire assistenza ai feriti – dichiara Stefano Piziali, direttore generale di CESVI – Sappiamo per esperienza che gli effetti di un terremoto non finiscono quando terminano le operazioni di soccorso. Nelle settimane e nei mesi successivi donne, bambini e famiglie che hanno perso la casa, i propri cari e i punti di riferimento quotidiani potranno trovarsi in condizioni di estrema vulnerabilità. Per questo stiamo seguendo attentamente l’evoluzione dei bisogni. CESVI sta valutando un intervento negli ambiti in cui ha una forte esperienza nel Paese e in America Latina: la protezione dell’infanzia e delle donne e il supporto psicosociale alle comunità colpite». Il bilancio, ancora provvisorio e in continuo aggiornamento, conta più di 130 vittime e centinaia di feriti, mentre proseguono le operazioni di ricerca e soccorso delle persone rimaste intrappolate sotto le macerie. Il Governo colombiano ha dichiarato lo stato di calamità nazionale e sono in corso le operazioni di emergenza coordinate dalle autorità del Paese. Gravi danni sono stati registrati in diverse città, tra cui Cali, Quibdó, Pereira e Manizales. Particolarmente drammatica la situazione a Cali, dove il terremoto ha provocato il crollo di parte dell’Ospedale Universitario del Valle, interessando anche l’ala pediatrica e di terapia intensiva. Secondo le informazioni disponibili, alcune persone risultano ancora intrappolate e l’intera struttura è stata evacuata. CESVI è presente nel Paese in prossimità del confine con il Venezuela, dove assiste le famiglie in fuga dalla grave crisi economica e politica venezuelana. L’esperienza maturata sul campo mostra come, dopo la fase immediata dei soccorsi, sia fondamentale non lasciare sole le persone più vulnerabili. La perdita della casa, dei familiari, della scuola e della quotidianità, insieme alla paura provocata dalle scosse e alla permanenza in sistemazioni temporanee, può avere conseguenze profonde soprattutto sui bambini. CESVI sta valutando l’attivazione di un intervento mirato di protezione e supporto psicosociale rivolto in particolare a bambini e donne.   Redazione Italia
August 11, 2026
Pressenza
Women’s Leadership Summit, le donne conservatrici MAGA rinuncerebbero al proprio diritto di voto
In occasione di una recente conferenza organizzata da Turning Point USA, a diverse donne conservatrici è stata posta una domanda che sarebbe sembrata inimmaginabile a molti americani solo pochi anni fa: sarebbero disposte a rinunciare al loro diritto di voto? Alcune hanno risposto di sì. Diverse donne hanno dichiarato di essere disposte a rinunciare al diritto di voto pur di creare un Paese più conservatore, durante il  Women’s Leadership Summit – organizzato dalla Turning Point USA (1) – svoltosi di recente a San Antonio, in Texas. Molti osservatori hanno evidenziato la forte contraddizione di sostenere tesi anti-suffragio all’interno di una conferenza esplicitamente dedicata al “leadership” e all’attivismo politico femminile. La discussione si è incentrata su un concetto noto come “voto familiare”, ovvero l’idea che le famiglie, piuttosto che i singoli individui, debbano costituire l’unità politica di base della società, con un marito, un padre o un’altra figura maschile che esprima un singolo voto a nome di tutti. Un tempo confinata in gran parte a una piccola nicchia della destra religiosa, l’idea ha guadagnato visibilità negli ultimi anni tra alcuni nazionalisti cristiani e sostenitori del “patriarcato biblico”, un sistema di credenze che insegna che gli uomini dovrebbero guidare le loro famiglie e che le donne dovrebbero sottomettersi alla loro autorità. In pratica, il voto per nucleo familiare significherebbe che le donne non potrebbero più votare autonomamente, nonostante abbiano il diritto costituzionale di votare sin dalla ratifica del XIX emendamento nel 1920. “Dal mio punto di vista di donna cristiana, io e mio marito siamo una sola carne”, ha dichiarato Alexus DeGraaf all’emittente canadese CBC durante la mega-convention della destra cristiana. “Voto come lui, quindi, onestamente, non avrei problemi a rinunciare al mio diritto di voto, perché so che mi rappresenterebbe bene”. Era una delle poche donne ad aver espresso questa opinione alla CBC, tra cui la stella emergente dell’influencer conservatrice Savannah Stone, che sosteneva l’idea che dovesse esserci un solo voto per famiglia, anziché per persona, nel rispetto della scelta del candidato da parte del marito. “Se mio marito è il capofamiglia, io sono il collo, e lavoriamo in modo molto coeso insieme”, ha detto Brooke Foxworthy alla CBC. “Quindi, immagino che se votasse a nome di tutta la famiglia, non avrei problemi”. Stone, che ha quasi 500.000 follower su Instagram e oltre 300.000 su TikTok , è stata una delle oratrici principali alla conferenza sulle donne Turning Point. Tuttavia, sia The Atlantic che la CBC hanno riportato che, nonostante la presenza di Stone come relatrice principale, tra i partecipanti sembrava esserci un maggiore sostegno al suffragio femminile.  Nella sua intervista del 2025 al podcast “The Pocket with Chris Griffin” – dove la definirono ” la Andrew Tate al femminile ” – Stone affermò: “So per certo che se le donne non potessero votare, l’aborto non sarebbe legale fin dall’inizio”. Al vertice, le idee sulla limitazione del voto femminile sembravano collegate alle idee sulla limitazione del voto in generale: un giornalista di The Nation ha riferito di aver visto adesivi con la scritta “Senza documento d’identità non si vota” in tutta la conferenza. La discussione è emersa anche nel contesto di dibattiti più ampi sui diritti di voto e sulla partecipazione politica delle donne. Alcuni fanno riferimento al SAVE Act, una proposta sostenuta dai Repubblicani che richiederebbe una prova documentale della cittadinanza per potersi registrare alle elezioni federali.  Il vertice sulla leadership femminile è stato presieduto da Erika Kirk, vedova del fondatore ultraconservatore di Turning Point USA, Charlie Kirk, assassinato nel settembre 2025.  Il presidente Donald Trump ha attribuito a Turning Point il merito di aver mobilitato i giovani elettori per la sua campagna e di aver convinto moltissimi giovani ad aderire al movimento della destra cristiana.  Ad aprile 2026, Democracy Docket ha riportato che l’idea che le donne non dovrebbero votare sembra stia guadagnando sempre più terreno nel movimento della destra cristiana, in particolare tra i nazionalisti cristiani. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ricondiviso un video del pastore nazionalista cristiano Doug Wilson, il quale, intervenendo alla CNN, affermava che le donne non dovrebbero votare. La famiglia di Hegseth è membro della chiesa Pilgrim Hill Reformed Fellowship nel Tennessee, che fa parte della rete Communion of Reformed Evangelical Churches di Wilson, la quale promuove il voto a livello familiare e si oppone al voto femminile. Questa premessa presenta evidenti problemi logistici. Che dire delle famiglie senza marito, come quelle guidate da donne divorziate, vedove o nubili? Chi, eventualmente, voterebbe per loro conto? Anche alcuni sostenitori riconoscono queste difficoltà , suggerendo che le donne non sposate potrebbero essere rappresentate da padri, fratelli o zii. Tuttavia, molti fautori immaginano una società in cui le donne siano sposate, e solo con uomini, lasciando le coppie omosessuali al di fuori della struttura familiare su cui si basa la proposta. In ogni caso, i sostenitori del voto a livello familiare spesso presentano il concetto come un ritorno a un ordine sociale più tradizionale. Indicano epoche che vanno dagli anni ’50 alla fine del XIX secolo, o persino il puritanesimo del XVII secolo, come modelli, sostenendo che la società funzionava meglio prima dell’avvento del femminismo, del divorzio senza colpa, dell’aborto legalizzato e di altri cambiamenti che hanno ampliato i diritti e l’indipendenza delle donne. Il voto in ambito familiare è strettamente legato al “patriarcato biblico”, un sistema di credenze che sostiene che gli uomini debbano guidare le proprie famiglie e che le donne debbano sottomettersi a tale autorità. In questo contesto, il marito funge da rappresentante della famiglia sia in ambito domestico che nella vita pubblica. Tia Levings, autrice del bestseller ” A Well-Trained Wife: My Escape From Christian Patriarchy” , che racconta gli anni trascorsi in un matrimonio plasmato da tali credenze, afferma che i sostenitori spesso presentano il voto in famiglia come un modo per promuovere l’armonia. Alle donne viene spesso detto che rinunciare all’autorità politica rafforzerà i loro matrimoni e ridurrà i conflitti. “Il principale argomento di vendita è che l’uomo prende già tutte le decisioni per la famiglia. Perché non dovrebbe rappresentarti anche in politica ed esprimere il tuo voto?”, afferma. Ma Levings sostiene che il voto a livello familiare fa parte di uno sforzo più ampio per concentrare il potere nelle mani degli uomini. “Quando rinunci alla tua voce, rinunci ai tuoi diritti”, aggiunge. Negli ultimi anni, idee un tempo confinate in gran parte alle comunità religiose patriarcali sono entrate sempre più a far parte del dibattito politico principale. Secondo Du Mez, questo cambiamento riflette il tentativo di portare opinioni un tempo marginali nel discorso politico popolare. “Queste idee vengono presentate in modo più sfacciato e senza remore, passando da una sorta di sottocultura silenziosa al mainstream”, ci spiega. Sebbene le sue radici affondino in tempi ben più remoti, il “patriarcato biblico” ha acquisito nuovo slancio negli ambienti evangelici negli anni ’90 e nei primi anni 2000 grazie a Doug Phillips, fondatore di Vision Forum Ministries e uno dei principali sostenitori del “voto a livello familiare”. Il movimento ha accresciuto la sua visibilità negli ultimi anni. Oggi, una delle sue voci più influenti è quella di Doug Wilson, il pastore dell’Idaho che ha contribuito a plasmare la denominazione frequentata da Pete Hegseth e che ha sostenuto che gli Stati Uniti dovrebbero essere governati secondo i principi cristiani. Gli attivisti per i diritti di voto hanno espresso preoccupazione per il fatto che la misura potrebbe creare ulteriori ostacoli per alcune donne sposate i cui certificati di nascita non corrispondono al loro attuale nome legale. Secondo Levings, la discussione sottolinea come tali convinzioni possano diffondersi anche in assenza di modifiche legislative. Sostiene che le pressioni culturali e religiose possono incoraggiare le donne a cedere volontariamente l’autorità ai mariti. “Quando i sostenitori di queste idee non saranno in grado di legiferare per ottenere questi cambiamenti, indurranno le donne all’auto-sottomissione”, afferma.   (1) Turning Point USA (TPUSA) è stata fondata da Charlie Kirk, l’attivista di destra assassinato a settembre 2025 durante un dibattito universitario all’aperto nello Utah. L’organizzazione è ora guidata dalla vedova, Erika Kirk, che critica il femminismo, un tema ampiamente condiviso da molti dei relatori di questo summit, con il fine di sostenere il Movimento MAGA e diffondere il nazionalismo, il “patriarcato biblico” e i ruoli di genere tradizionali. L’organizzazione ha attratto una nuova generazione di giovani elettori nel movimento conservatore, attraverso eventi, programmi di sensibilizzazione nei campus universitari e giovanissimi influencer come Savanna Stone. Trump ha attribuito a TPUSA il merito di averlo aiutato a essere rieletto.     Ulteriori informazioni: > At Turning Point USA conference, women offer away their right to vote https://www.youtube.com/shorts/E2NbtSHnamg https://www.theatlantic.com/politics/2026/06/turning-point-usa-erika-kirk/687486/ https://www.cbc.ca/news/world/turning-point-usa-womens-conference-savanna-stone-9.7231088 > Why Some Women Want To Give Up Their Right To Vote   Lorenzo Poli
August 7, 2026
Pressenza
Il popolo dei presidi di pace e per la Palestina
“I miei genitori sono scappati dal Vietnam e sono venuti qui (in Veneto) negli anni Settanta. La guerra nel Vietnam non è finita perché qualcuno ha vinto o qualcuno ha perso ma è finita per le proteste contro la guerra e l’enorme pressione che hanno fatto sul governo americano”. A parlare è un giovane vietnamita che insieme a me sostiene lo striscione “contro la guerra” nel presidio settimanale “Cessate il fuoco” che dal febbraio del 2024 si tiene in questa cittadina nella provincia di Vicenza. Sì è vero, vi fu un grande movimento globale contro la guerra in Vietnam che prese l’avvio nel 1965 e proseguì per dieci anni fino alla caduta di Saigon il 30 aprile 1975. A detta di molti, il movimento contro la guerra ha contribuito ad accelerare il processo di uscita dalla guerra degli Stati Uniti. Le proteste hanno avuto un impatto enorme sull’opinione pubblica soprattutto negli Stati Uniti e hanno contribuito a ridurre il sostegno politico e popolare all’intervento. I momenti chiave sono stati: la storica marcia al Pentagono nell’ottobre 1967 con 100.000 persone e il grande sciopero studentesco nazionale nel maggio 1970. Ma le proteste non si limitarono al territorio nordamericano. In Francia nella primavera del 1968 le proteste studentesche erano anche contro il coinvolgimento USA. In Giappone a Tokyo circa 20.000 studenti hanno bloccato la stazione di Shinjuku e in Australia Canberra ci sono state manifestazioni per opporsi alla leva obbligatoria. Anche in Italia, un momento emblematico fu all’università di Bologna il 21 maggio 1967. L’internazionalismo solidale Il mio vicino di presidio, italiano di discendenza vietnamita, oggi è qui assieme alla moglie e alle due figlie piccoline, mi ha ricordato come, accanto alle proteste, anche l’internazionalismo sia sempre stato un aspetto fondamentale delle lotte. E’ un filo conduttore nella storia dei movimenti. Già durante la guerra civile spagnola negli anni Trenta, volontari da tutto il mondo, le cosiddette Brigate Internazionali, si unirono per combattere contro i fascismo. È una tradizione di solidarietà globale che si rinnova anche in tempi diversi e battaglie differenti. Pensiamo ai curdi con il loro progetto nel Rojava, hanno fatto proprio un approccio internazionalista richiamando persone da tutto il mondo. È un filo che unisce lotte per l’autodeterminazione e giustizia in diverse epoche e luoghi. Fondamentale è stato il sostegno dei movimenti internazionali contro l’apartheid in Sudafrica che hanno organizzato le grandi campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica affinché facessero pressioni presso i loro governi e il governo sudafricano. A partire dagli anni Novanta, un po’ ovunque, movimenti di solidarietà internazionale  si interfacciano con i movimenti di liberazione in America Latina come in Nicaragua, nel Chiapas ecc. Come dimenticare il contributo di Cuba? Ha avuto un ruolo molto importante nell’internazionalismo del secondo Novecento. Dopo la rivoluzione del ‘59 il governo cubano sostenne movimenti di liberazione specialmente in Africa e in America Latina. C’erano le missioni mediche e di alfabetizzazione in tanti paesi del sud del mondo, viste come “internazionalismo solidale”. Molte persone ricordano quei programmi come aiuti concreti e per diverse comunità sono stati fondamentali soprattutto dove mancava l’accesso a cure di base. Ma non si può parlare di internazionalismo senza citare Alexander Langer una delle figure più originali dell’internazionalismo europeo. Veniva dall’Alto Adige terra di confine, di convivenza tra lingue diverse e da lì ha sviluppato un’idea di internazionalismo molto concreta: costruire ponti piuttosto che proclamare slogan. Negli anni delle guerre dell’ex Jugoslavia si impegnò tantissimo per fermare le violenze organizzando convogli umanitari, promuovendo incontri tra comunità e spinse perché l’Europa si assumesse una responsabilità morale e politica per la pace. Non vedeva la pace come qualcosa di astratto per lui, pace, giustizia sociale ed ecologia erano tasselli della stessa visione. Donne in Nero Molti presidi hanno preso l’avvio dai gruppi ancora esistenti sul nostro territorio delle “Donne in nero” che fin dagli anni Novanta protestano contro la guerra e il militarismo in modo pacifico e silenzioso. Questo movimento è nato nel 1988 a Gerusalemme durante la prima entifada con donne israeliane, a cui poi si sono aggiunte le palestinesi, che ogni settimana si riunivano in silenzio vestite di nero per denunciare l’occupazione e la violenza. Da allora il modello si diffonde, nella vicina Jugoslavia, sono note le Donne in nero di Belgrado che durante le guerre dell’ex Jugoslavia si opposero pubblicamente al nazionalismo e alle violenze suscitando grande scalpore e opposizione-ma non è una novità che i pacifisti vengono presi di mira, durante e prima, le guerre. Ho incontrato diverse donne in Veneto che mi hanno raccontato le loro esperienze, sia in Palestina che a Belgrado, quando si sono unite alle donne di quei posti. In quegli stessi anni iniziavano i gruppi organizzati dall’allora europarlamentare Luisa Morgantini nei territori occupati e a Gaza. Il suo percorso incarna proprio quella idea di internazionalismo delle lotte, le reti di solidarietà oltre i confini. Morgantini è stata tra quelle che hanno cercato di unire pacifismo, presenza nei luoghi dei conflitti, collaborazione con associazioni italiane e internazionali, e un lavoro di collegamento con i movimenti palestinesi e israeliani. Da questo punto di vista è molto vicina ad Alexander Langer, come lei eurodeputato, nel tentativo di costruire delle alternative facendo da cerniera tra protesta e proposta. A Palermo l’esperienza delle Donne in Nero dà vita alla protesta silenziosa nelle piazze dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio a cui si unisce la popolazione scossa ma decisa a reagire. In varie città italiane nascono piccoli gruppi autonomi che organizzano presidi silenziosi nelle piazze, producono campagne, seminari e collaborano con le reti pacifiste e femministe. E’ questa rete lo zoccolo duro dei tanti presidi per la pace che dopo l’invasione della Russia in Ucraina e ancor più dopo il 7 ottobre 2023 si sono attivati in tante piazze italiane, grandi o piccole che siano. Questo è vero anche per la rete nazionale “10 100 1000 piazze di donne per la pace” che è nata nella primavera del 2025, su iniziativa del presidio per la pace delle donne di Palermo, di Caltanissetta e del Pinerolo (TO). La rete è costituita da più di un’ottantina di gruppi e associazioni dalla Sicilia, alla Sardegna al Trentino. Donna Reporter
August 4, 2026
Pressenza
Tra Corano e realtà: il doppio peso della poligamia
Pochi temi, nella storia musulmana e nella nostra epoca attuale, sono stati probabilmente fraintesi quanto la poligamia, cioè il matrimonio plurimo, nell’islam. Due versetti inequivocabili della rivelazione di Allah affrontano la questione. In uno di essi, Allah afferma che un uomo musulmano non può trattare con giustizia più donne. Nel versetto 129 della sura an-Nisa (Le donne) infatti si legge: > “Non riuscirete mai a essere pienamente equi tra le vostre mogli, per quanto > vi sforziate.” Secondo l’attivista iraniana per i diritti umani Jila Movahed Shariat Panahi, questo versetto rappresenta l’ultimo passo verso l’abolizione della poligamia. Essa dovrebbe sopravvivere soltanto come eccezione assoluta e non come consuetudine culturale impiegata per rafforzare quello che definirei un patriarcato misogino. Nel suo libro Echi di giustizia: svelare l’uguaglianza giuridica tra donne e uomini nel Sacro Corano, pubblicato in inglese e tedesco, Shariat Panahi ricostruisce il passaggio dalla concessione limitata della poligamia nel Corano alla sua completa abolizione sulla base di Corano 4:129. Nel versetto 3 della sura an-Nisa, Allah lascia all’uomo, creato libero, la facoltà di decidere da sé se si ritiene giusto e se possiede quindi la cosiddetta capacità di praticare la poligamia, fondata sull’ideale islamico elevato della giustizia. L’Altissimo, però, sa anche che l’uomo musulmano non è in grado di raggiungere tale giustizia, come conferma il versetto 129 della stessa sura coranica. > “Se temete di non essere giusti con le orfane, sposate, tra le donne che vi > piacciono, due, tre o quattro. Ma se temete di non essere giusti, allora > sposatene solo una sola, oppure sposate le schiave (quelle che le vostre mani > destre possiedono). In questo modo potete impedire di commettere ingiustizia.” Il versetto 129 contiene un’affermazione di Allah sulla capacità etica dell’uomo, mentre il versetto 3 della stessa sura deve essere analizzato alla luce delle circostanze della rivelazione (asbab al-nuzul), per individuarvi i seguenti elementi storico-sociali: Secondo una tradizione del Profeta citata, tra l’altro, da Ibn Kathir nel suo commento al Corano, il versetto fu rivelato in relazione ai tutori delle belle orfane. Questi tutori sposavano le ragazze per un duplice motivo, la loro bellezza e il loro patrimonio, senza versare la dote prescritta (in arabo: mahr). In questo contesto, Allah raccomanda a questi uomini di non sposare le orfane per simili motivi e riduce a quattro il numero di mogli consentito nella jahiliyya preislamica (età dell’ignoranza). Può sembrare paradossale, ma il Corano non eleva a quattro il numero delle potenziali mogli. Riduce invece a quattro il numero illimitato di moglie consentito in epoca preislamica. Lo stesso versetto indica che limitarsi a una sola moglie, e quindi scegliere la monogamia, è preferibile se un uomo dubita della propria capacità di essere giusto, una capacità che Allah esclude nel versetto 129. Prima dell’islam non esisteva alcun limite massimo al numero di donne che un uomo poteva sposare. Il versetto coranico 4:3 limita quindi a quattro mogli la poligamia sfrenata dell’epoca preislamica. Secondo l’attivista iraniana per i diritti delle donne Shariat Panahi, l’obbligo di assoluta uguaglianza e giustizia imposto all’uomo musulmano lo conduce a rinunciare alla poligamia. Allah raccomanda la monogamia senza limitare la libertà dell’uomo che, per convinzione personale, può comunque optare per la poligamia. Quando l’uomo riconosce che la propria giustizia è imperfetta e attribuisce la giustizia perfetta soltanto ad Allah, rinuncia alla poligamia. Nelle parole di Shariat Panahi: > “In quest’ultimo passaggio, la capacità del marito di instaurare la giustizia > viene attribuita ad Allah, il Sapientissimo, e a Lui soltanto. È essenziale > comprendere che, dal punto di vista del Creatore, nessun essere umano, per > quanto intenso sia il suo desiderio di affermare la giustizia, possiederà mai > tale capacità. Questa dichiarazione diretta di Allah dovrebbe condurre ogni > musulmano credente a concludere che “la monogamia è una delle condizioni > necessarie ed indispensabili per fondare una famiglia armoniosa basata sui > dettami del Corano”. Dal punto di vista storico-sociale e sociologico, va inoltre ricordato che nei primi decenni dell’islam la poligamia (poliginia) mirava soprattutto a garantire sostegno sociale e protezione alle donne i cui mariti avevano perso la vita nelle battaglie di Badr e Uhud. In una società tribale araba del VII secolo, priva di un moderno sistema di protezione sociale, il matrimonio con le vedove contribuiva a tutelarne la sicurezza economica, lo stato sociale e l’incolumità fisica. Basti pensare a Hafsa bint Umar e Zaynab bint Khuzayma, due vedove sposate dal Profeta. Ma quali effetti hanno queste riflessioni esegetiche sulla vita e sui sogni delle donne musulmane di oggi? Per esaminare la questione, possiamo citare le parole della femminista e attivista per i diritti delle donne maliana, Awa Dembélé, dell’iniziativa “Caravane”. In un breve video, Awa descrive come le donne nel matrimonio vengano considerate e sfruttate come “oggetti” e forza lavoro. Parla delle donne al plurale, invece che della “donna” in senso astratto e critica anche la poligamia, spesso trasformata in Mali in un “sistema di sfruttamento”. In questo contesto, Awa afferma: > “Gli uomini non sposano le donne per amore, ma per procurarsi manodopera.” Parla della realtà delle donne maliane che si danno da fare nei mercati per mantenere le loro famiglie, mentre i mariti dormono a casa, bevono il tè e guardano la televisione. Affronta poi il legame tra poligamia e matrimonio forzato. Le donne vengono maltrattate perché un matrimonio forzato le consegna al potere dell’uomo. Diventano manodopera non retribuita. L’attivista maliana rivolge poi una domanda provocatoria sul numero di cuori che dovrebbe avere un uomo che pensa di poter avere più mogli. A tredici anni, Awa si oppose a un matrimonio forzato perché voleva decidere da sé della propria vita. Descrive una tradizione e una mentalità contro la quale le donne musulmane di oggi devono lottare. Video. Testo nell’immagine: «Qui gli uomini hanno il diritto di avere più mogli, ma quanti cuori ha un uomo?» Nelle società in cui questa forma di poligamia prevale insieme al matrimonio forzato, essa aggrava l’ingiustizia di genere preesistente e la dipendenza economica delle donne musulmane. Le donne diventano domestiche non retribuite e schiave agricole. Il numero dei figli che mettono al mondo le rende ancora più vulnerabili sul piano economico e sociale. Lo spazio decisionale delle donne e le loro possibilità di crescere i figli si riducono drasticamente quando più donne dipendono da un solo marito. Questa situazione crea conflitti tra le mogli e provoca una pressione psicologica estrema. La poligamia, però, può restare un’opzione in casi rari. La prima moglie può acconsentire perché non può avere figli, oppure perché è malata e desidera che l’altra moglie si occupi dei suoi figli dopo la sua morte. La mia conclusione dunque è questa: A mio avviso, il femminismo musulmano deve sensibilizzare e informare la società. Con parole semplici come quelle di Awa Dembélé, deve mostrare che delle condizioni ingiuste non possono in alcun modo giustificare lo sfruttamento economico in un quadro poliginico contrario al Corano e alla religione islamica. Di Milena Rampoldi, ProMosaik -------------------------------------------------------------------------------- Nota di audit della traduzione. I versetti coranici 4:3 e 4:129 sono stati tradotti direttamente dall’arabo. La citazione di Jila Movahed Shariat Panahi è stata tradotta dal testo tedesco fornito. Poiché non è stata reperita la trascrizione in lingua originale delle parole di Awa Dembélé, anche questa citazione è stata tradotta dall’articolo tedesco. ProMosaik
July 31, 2026
Pressenza
“Fuorché il silenzio”: voci di donne dall’Afghanistan
Quando la scrittrice Patrizia Fiocchetti chiese alla politica afghana, allora alla macchia oggi in esilio, Selay Ghaffar:  Quale messaggio vuoi che porti in Occidente per te?” Selay rispose: Continuate a parlare di noi, non dimenticateci” ben sapendo che il silenzio è la tomba di ogni speranza. Nei lunghi mesi successivi al ritorno dei talebani a Kabul il 15 agosto del 2021, trentasei donne scrivono la loro storia partendo dalla giovinezza, a volte dalla vita dei genitori, fino a quei terribili giorni quando la loro vita cambiò per sempre, in un modo prima inimmaginabile. Quello che accomuna le trentasei storie di queste donne, è la loro reazione al progressivo silenziamento messo in atto da talebani. Ognuna di loro sfida i divieti: della famiglia, del marito, la chiusura delle università, delle scuole, la perdita del lavoro, la progressiva clausura imposta. Una sfida portata avanti con coraggio a rischio della loro propria vita. Zainab Entezar, regista e scrittrice afghana, ha raccolto le loro testimonianze e poi le ha consegnate a Asef Soltanzadeh, noto scrittore afgano emigrato, oggi residente in Danimarca. Asef Soltanzadeh ha rivisto quelle storie e ne ha poi curato l’edizione in Danimarca. Ma il viaggio di quelle storie ancora non ha raggiunto la sua destinazione finale. Infatti, continua fino a Venezia e arriva nelle mani di Daniela Meneghini, docente di Lingua e Letteratura persiana a Cà Foscari che si dedica alla loro traduzione. Nel novembre del 2024 le storie hanno finalmente trovato una loro edizione anche in italiano con un titolo significativo, Fuorché il silenzio. Trentasei voci di donne afghane (Jouvence). Già i titoli delle trentasei storie parlano da sé, ne cito solo alcuni: > Il potere dei talebani, si fonda sulla paura. > Sono viva per lottare. > In Panshir perfino il cielo è grigio cenere. > Quando ogni cosa è un inganno. > La libertà è lontana ma non irraggiungibile. > Saremo noi a scrivere il destino dei talebani. > Sempre più risolute nel distruggere la mentalità dei talebani. > Sono viva per raccontare. Il controllo del corpo e dell’esistenza femminile in senso lato è da subito uno dei cardini imprescindibili della politica dei talebani: hanno individuato nella fibra delle donne il loro peggior nemico, quello che può scalzare il loro potere e sembrano temerlo più dei fucili. Asef Soltanzadeh, il curatore-scrittore, nella postfazione, a un certo punto afferma convinto: “Le donne troveranno la strada verso quel mondo libero e vi condurranno anche il resto della società”. Le trentasei protagoniste di “Fuorché il silenzio” hanno tutte in comune il rifiuto di farsi vittime e l’intento di ridisegnare per se stesse un nuovo profilo, un loro agire. Il loro rifiuto di rimanere vittime crea una frattura rispetto alla narrazione comune, all’immaginario che vede le donne afghane come succubi inermi alla violenza che le circonda. Riportare all’attenzione generale la vita invisibile di quelle donne che in contesti violenti trovano un loro spazio per esercitare anche un minimo di azione autonoma è il compito della ricerca femminista di oggi: offrire cioè una contro narrazione a quella omologata che vede le donne sempre e solo vittime. “L’Islam dei talebani” dice Daniela Meneghini “si basa su una loro interpretazione della Sharia, la legge coranica, ma questa loro lettura è stata contestata negli ultimi anni da gran parte dei paesi musulmani, dal Marocco all’Indonesia”. Nel tentativo di arginare, da una parte una possibile confusione nell’affastellare l’Islam dei talebani al mondo islamico, dall’altra nel tentativo di contenere la persecuzione nei confronti delle donne. “I paesi musulmani” continua Daniela Meneghini “hanno voluto ribadire in modo esplicito che il divieto di istruzione alle bambine, alle ragazze, alle donne non ha alcun fondamento nel Corano e lo hanno fatto con una conferenza internazionale dal titolo Conferenza internazionale sull’educazione delle ragazze nelle comunità islamiche: sfide e opportunità, tenutasi a Islamabad nel gennaio 2025, a cui hanno partecipato i massimi esponenti del clero musulmano”. Purtroppo queste prese di posizione dei paesi musulmani a Kabul sono cadute nel vuoto. Ma questo non deve stupire se leggiamo quello che scrive il curatore Asef Soltanzadeh nella postfazione del libro: “I dirigenti di questo governo talebano sono talmente ignoranti che si può affermare con certezza che non hanno letto altro che uno o due libri religiosi prodotti dalle loro scuole deoband [dal nome della città indiana in cui è nata la corrente di pensiero cui si ispirano]. Si può anche affermare che quelle scuole non hanno nulla da dire, se messe a confronto con altri ambienti intellettuali del mondo islamico. La produzione di pensiero delle scuole deoband non è comparabile a quella di Bukhara, del Cairo, di Najaf in Iraq, di Qom in Iran. I “maestri” afghani usciti dalle scuole deoband sono di fatto totalmente ignoranti, anche perché sono stati costretti a lasciare gli studi per dedicarsi al jihad [la guerra santa]”. Anche se i paesi europei non hanno ancora riconosciuto formalmente l’Emirato Talebano, una delegazione composta da cinque talebani è stata accolta il 23 giugno nelle aule del Parlamento Europeo per discutere gli aspetti tecnici del rimpatrio degli immigrati afghani. Molte associazioni hanno espresso la loro preoccupazione che questo possa rappresentare una legittimazione dei talebani i cui vertici sono ricercati dalla giustizia. Infatti, la Corte penale internazionale ha spiccato due mandati di arresto nei confronti sia del leader supremo sia del capo della corte di giustizia,  “accusati di crimini contro l’umanità, di persecuzione per motivi di genere, contro ragazze, donne e altre persone non  conformi alla politica dei talebani in materia di genere e identità”. I mandati per i due leader talebani sono stati spiccati nel luglio 2025 subito dopo che l’Emirato era stato formalmente riconosciuto da parte della Russia, a tutt’oggi il primo e unico riconoscimento formale da parte di uno Stato sovrano. La visita inoltre avviene a poco più di un mese dall’adozione, da parte del ministero della giustizia dell’Emirato, dell’articolo diciotto che legittima i matrimoni precoci delle bambine. Mentre è dell’agosto del 2024 la formalizzazione, sulla Gazzetta Ufficiale dell’Emirato, di quelle norme “per la virtù e contro il vizio” che di fatto sanciscono l’istituzionalizzazione dell’apartheid di genere nel paese(1). A questo proposito, il Coordinamento italiano in sostegno alle donne afghane (CISDA) ha lanciato una campagna dal dicembre 2024, intitolata “Stop fondamentalismi Stop apartheid di genere” che mira a far riconoscere l’apartheid di genere come un crimine contro l’umanità. 1) Notizie riportate dal ricercatore-giornalista Giuliano Battiston in un articolo pubblicato da ISPI online, 25 giugno 2026   Fiorella Carollo
July 28, 2026
Pressenza
Pace, sostantivo femminile
Il pensiero femminista come fondamento dell’etica nonviolenta e della cura dell’umano Nel panorama del pensiero critico contemporaneo, il contributo teorico e pratico dei movimenti femministi rappresenta una delle trasformazioni più profonde nella comprensione dell’essere umano e delle sue forme di convivenza. Lungi dall’essere una mera istanza rivendicativa di settore, il femminismo si declina come un’autentica ermeneutica dell’esistenza, capace di disvelare la complessità delle relazioni sociali, di ridefinire il concetto di democrazia e di offrire una nuova grammatica epistemologica. Alla base di questa riflessione vi è il riconoscimento che l’umanità non si costituisce come un blocco omogeneo e astratto, bensì come un insieme plurale di soggettività, ciascuna portatrice di una singolarità irriducibile. Il principio di uguaglianza nei diritti non viene dunque concepito in termini di omologazione, ma come un’istanza che trae forza proprio dalla valorizzazione delle differenze. In questa prospettiva, il corpo cessa di essere un mero supporto biologico per diventare il luogo primario dell’esperienza, del sapere e dell’azione politica. Riconoscere che noi siamo i nostri corpi significa radicare la conoscenza e la politica nella concretezza della vita materiale, superando quel dualismo cartesiano che, per secoli, ha subordinato il sensibile all’astratto. L’intuizione secondo cui la sfera personale e quella politica non sono separate da un abisso rappresenta un altro pilastro fondamentale di questo paradigma. L’esperienza individuale non è mai privata nel senso di isolata dal contesto sociale; al contrario, le strutture di potere plasmano il quotidiano, l’intimità e le relazioni interpersonali. L’atto di partire da sé non è, quindi, un esercizio egocentrico, ma una metodologia intellettuale e politica che consente di decostruire le narrazioni universalistiche e neutrali – quasi sempre espressione dell’egemonia patriarcale – per approdare a un autentico incontro con l’altro. La pluralità e la relazione emergono così come le modalità ontologiche proprie dell’umanità: l’individuo non preesiste alla relazione, ma si costituisce attraverso di essa. Questa consapevolezza relazionale porta con sé una decisa critica strutturale a tutte le forme di autoritarismo, militarismo e dogmatismo, individuate come espressioni di una logica di dominazione che trova una delle sue principali radici storicamente determinate nel maschilismo e nel patriarcato. L’organizzazione sociale fondata sulla sopraffazione viene così messa radicalmente in discussione: la violenza non è un elemento ineludibile della natura umana, ma il prodotto di modelli culturali e istituzionali oppressivi. Di conseguenza, il femminismo si configura come una delle più alte espressioni storiche della nonviolenza, la sua corrente più vitale e trasformativa. La nonviolenza femminista non si risolve in una passiva astensione dal conflitto, ma nell’esercizio attivo della compassione, dell’ascolto e della cura come strumenti fondamentali di liberazione. Il compito comune che ne deriva supera i confini tradizionali della politica formale per abbracciare un’etica della responsabilità globale. Generare e proteggere la vita, prendersi cura delle persone e della biosfera, opporsi a ogni forma di sfruttamento, umiliazione e devastazione ecologica diventano imperativi strettamente interconnessi. La lotta contro l’oppressione umana e quella per la salvaguardia del pianeta condividono la medesima urgenza etica e la stessa radice critica. In ultima analisi, parlare di femminismo al singolare rischia di oscurare la ricchezza di un autentico arcipelago di prospettive. È più corretto declinare il termine al plurale, riconoscendo la pluralità dei pensieri e dei movimenti delle donne che hanno saputo, nel tempo, rinnovare il senso della liberazione collettiva. Questo percorso di autocoscienza continua a offrire all’umanità non solo gli strumenti per denunciare l’ingiustizia, ma soprattutto un orizzonte di senso nel quale la compassione, la cura e il rispetto per la vita diventano le fondamenta di una nuova civiltà.    Laura Tussi
July 26, 2026
Pressenza
Herat rompe la paura e protesta. Anche se la risposta dei Talebani è stata rapida e brutale
La città afghana a giugno è stata teatro di manifestazioni senza precedenti nei tempi recenti, registrando in piazza uomini e donne insieme contro il regime. Sono stati dispersi con violenza, tra morti, feriti e sequestri. L’attacco non è solo una reazione ma anche il tentativo di mantenere e consolidare l’apartheid di genere, soffocando una dei centri più liberi e progressisti del Paese. Il sostegno in Italia del Cisda La repressione a giugno delle proteste di Herat segna uno dei più gravi episodi di violenza compiuti dai Talebani negli ultimi mesi. Le manifestazioni sono nate spontaneamente dopo l’arresto di numerose donne accusate di non indossare l’abbigliamento imposto dal regime. Alla protesta hanno partecipato donne e uomini, un fatto inedito dall’agosto 2021, uniti dallo stesso slogan: “Istruzione, lavoro, libertà”. La risposta dei Talebani è stata immediata e brutale: uso delle armi, arresti, rastrellamenti e intimidazioni nei confronti della popolazione. Riportiamo le testimonianze di chi era presente, come quella di Fatima (nome di fantasia), attivista di Rawa, l’associazione per i diritti delle donne sostenuta dal Coordinamento italiano a sostegno alle donne afghane (Cisda). > “Durante la manifestazione i Talebani hanno sparato. Io sono arrivata dopo ma > ho visto bambini ancora traumatizzati dalla violenza e dalle scene a cui > avevano assistito. Il quartiere è abitato in gran parte da hazara (gruppo > etnico che vive principalmente nella zona centrale del Paese, ndr). Erano > arrivati armati: hanno fatto chiudere i negozi, vietato di andare in moschea e > ordinato a tutti di restare in casa. Ma la gente non ha obbedito ed è scesa in > strada. I Talebani hanno circondato la folla e l’hanno minacciata con le armi. > Le donne indossavano il chador iraniano ma un talebano ha detto che non era > accettabile. Hanno aperto il fuoco e due donne sono state uccise. Hanno anche > impedito a chi era presente di riprendere la scena con il cellulare. È > difficile descrivere la paura che ho visto nelle donne e nei bambini. È stato > ucciso anche un bambino e un giovane ferito è morto perché i soccorsi sono > stati impediti. I Talebani minacciavano chiunque cercasse di prestare aiuto. > Il giorno dopo hanno effettuato rastrellamenti e arrestato diverse persone. > Per la liberazione sono state chieste somme di denaro molto elevate. Sappiamo > che molte donne arrestate sono state violentate in carcere e che alcune si > sono suicidate per la vergogna”. La testimonianza descrive una repressione che non si limita a disperdere una manifestazione ma colpisce indiscriminatamente un’intera comunità, impedendo persino i soccorsi e la documentazione di quanto accade. La violenza con cui i Talebani hanno reagito non può essere letta soltanto come la risposta a una protesta. Si inserisce nella più ampia strategia con cui il regime sta consolidando il proprio sistema di apartheid di genere e di controllo sociale. © Beatrice Biliato Herat occupa una posizione particolare nella storia dell’Afghanistan. È una città che, rispetto ad altre aree del Paese, ha conosciuto una maggiore partecipazione femminile alla vita pubblica, nell’istruzione, nel lavoro e nella cultura. Anche il modo di vestire delle donne è tradizionalmente diverso da quello imposto oggi dal regime. Proprio per questo Herat rappresenta un banco di prova. Colpire una realtà storicamente più aperta significa verificare fino a che punto sia possibile estendere a tutto il Paese un modello fondato sulla paura, sull’obbedienza e sulla cancellazione progressiva delle donne dalla vita pubblica. L’obiettivo dei Talebani va ben oltre la punizione delle presunte violazioni del codice di abbigliamento o delle altre norme imposte alle donne. La repressione è parte di una strategia più ampia, finalizzata a creare un clima di paura permanente capace di modificare i comportamenti dell’intera popolazione. Non è sufficiente vietare alle donne di studiare, lavorare o muoversi liberamente: il regime punta a fare in modo che siano le donne, le loro famiglie e le comunità ad accettare queste limitazioni come inevitabili, fino a trasformarle in una normalità. © Beatrice Biliato È questo il meccanismo attraverso cui si consolida l’apartheid di genere: il controllo non viene esercitato soltanto dalla polizia morale ma viene progressivamente interiorizzato dalla società. Le famiglie diventano responsabili della sorveglianza delle donne; gli uomini sono chiamati a rispondere del comportamento delle proprie parenti; la paura sostituisce gradualmente la coercizione diretta. Quando questo processo si radica, il regime ha sempre meno bisogno di intervenire con la forza perché il controllo viene esercitato dalla società stessa. L’obiettivo, tuttavia, è ancora più profondo. I Talebani mirano a fare in modo che la cancellazione delle donne dalla vita sociale venga interiorizzata dalle donne stesse come una condizione naturale, fino a diventare un’autolimitazione che non richiede più una coercizione costante. Per questo la paura di uscire di casa, di esporsi nello spazio pubblico o di trasgredire, anche inconsapevolmente, le regole assume un ruolo centrale. Le donne sanno che il prezzo di ogni presunta trasgressione sarà pagato dall’onore dell’intera famiglia, che sarà esposta al giudizio e alla stigmatizzazione. Il risultato perseguito è che siano le donne stesse a scegliere l’isolamento, rinunciando progressivamente non solo alla possibilità di ribellarsi, ma persino alla memoria di un’esistenza diversa. Per questo i Talebani considerano particolarmente pericolose anche le forme minime di resistenza femminile. Ogni gesto di dissenso può rappresentare il punto di partenza di una mobilitazione più ampia e deve quindi essere soffocato sul nascere attraverso il terrore. Le violenze avvenute a Herat sembrano rispondere precisamente a questa logica: non soltanto reprimere una protesta ma inviare un messaggio all’intera popolazione. Chiunque metta in discussione l’ordine imposto rischia il carcere, la violenza, la sparizione forzata e di trascinare nel disonore anche la propria famiglia. L’obiettivo finale non è soltanto ottenere obbedienza ma impedire che sopravviva la possibilità stessa di immaginare un’alternativa. Il sistema di dominio deve apparire come l’unico ordine possibile. In questa prospettiva assumono un’importanza decisiva anche le nuove generazioni. I bambini e i ragazzi nati dopo il ritorno al potere dei Talebani stanno crescendo senza aver conosciuto un Afghanistan diverso. Molti di loro frequentano esclusivamente scuole e madrase controllate dal regime, dove ricevono un’educazione improntata all’ideologia fondamentalista. Per loro questa rischia di diventare l’unica normalità possibile. Nonostante la repressione, la protesta di Herat ha avuto eco internazionale. In numerose città del mondo la diaspora afghana ha organizzato manifestazioni di solidarietà, sostenute da istituzioni o promosse spontaneamente da donne e uomini costretti a lasciare il Paese. Anche a Roma il 21 giugno si è svolta una manifestazione alla quale ha aderito il Cisda, insieme alla comunità afghana e ad altre realtà solidali. Testimonianze, poesie, racconti, canti, danze e brevi performance teatrali hanno dato voce a chi continua a resistere. Tra i gesti più significativi è stato riproposto il Signal for help, il segnale internazionale utilizzato per chiedere aiuto in modo silenzioso, divenuto simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Le persone che hanno abbandonato l’Afghanistan hanno ricordato che l’esilio non interrompe il legame con il proprio Paese. Continuano a sostenere la popolazione afghana, in particolare le donne, mantenendone viva la voce e chiedendo il ripristino dei diritti fondamentali. Per i Talebani la paura è uno strumento di governo. Per chi continua a mobilitarsi, dentro e fuori l’Afghanistan, rompere il silenzio rappresenta invece la prima forma di resistenza. Beatrice Biliato fa parte del Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane (Cisda)- Questo articolo è apparso sul sito di AltrEconomia CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
July 19, 2026
Pressenza
Nessuno tocchi Rosalia
71 sagome, quest’anno. Le donne ammazzate dal partner o presunto tale nel 2025. “Nessuno tocchi Rosalia” è l’iniziativa de Le Onde – Centro antiviolenza di Palermo – giunta alla XIV edizione. Come sempre si svolge il 13 luglio, a ridosso del Festino di Santa Rosalia, amatissima fanciulla normanna patrona della città. Si possono sciorinare i numeri dei femminicidi, in lieve calo rispetto all’anno precedente ma sempre insopportabilmente troppi! Anche perchè sono la punta atroce dell’iceberg delle violenze da parte di ‘uomini’ verso quelle che considerano le ‘loro’ donne. E l’età dei responsabili si va sempre più abbassando: la violenza fisica, verbale, psicologica anche via social si rileva oggi anche nelle coppie di ragazzini/ragazzine! I centri antiviolenza – pochi e scarsamente finanziati – fanno un enorme lavoro, ma un lavoro più grande e capillare dovrebbero farlo le istituzioni educative per dare alle bambine, poi donne, la coscienza del proprio valore e ai bambini, poi uomini, il senso del limite ad un ego smisurato coltivato nei millenni. Mi auguro che dal prossimo anno siano degli uomini sensibili e consapevoli – ce ne sono – ad assumersi la responsabilità del proprio genere e prendere l’iniziativa di organizzare loro l’evento commemorativo/educativo “Nessuno tocchi Rosalia”. Sarebbe forse un esempio efficace per i/le passanti e non solo. E speriamo che ci siano sempre meno sagome da disegnare…. Redazione Palermo
July 15, 2026
Pressenza
America Latina: una donna uccisa ogni due ore. Le destre rispondono con il populismo punitivo
Negli ultimi cinque anni la regione ha registrato oltre 19mila femminicidi. Honduras e Guatemala sono tra i Paesi più colpiti, mentre più del 90% delle morti violente resta impunito. Le organizzazioni femministe denunciano l’inefficacia dell’inasprimento delle pene e chiedono prevenzione, indagini efficaci e politiche integrali contro la violenza di genere. L’Osservatorio parità di genere della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Eclac, per la sua sigla in inglese) delle Nazioni Unite ha registrato 19.254 femminicidi negli ultimi cinque anni, cioè 11 morti violente di donne per ragioni di genere al giorno, 1 ogni due ore. Nel 2024, 14 delle 25 nazioni con i tassi d’incidenza relativa di femminicidi più alti al mondo si trovano in America Latina e i Caraibi (UN Women ed Eclac), guidate dall’Honduras con 4,7 vittime ogni 100.000 donne, il Guatemala (1,9) e la Repubblica Dominicana (1,7). Tutto ciò senza contare l’enorme sottostima dei dati dovuta principalmente al timore o all’impossibilità di denunciare e, molto spesso, alla mancanza di fiducia nei confronti delle forze dell’ordine e di sistemi di giustizia visti come indifferenti, supponenti o, addirittura, complici dei criminali. Dati che vanno ben oltre la media ponderata della regione, che oscilla tra 1 e 1,3 casi ogni 100.000 donne. Brasile e Messico guidano la lista dei Paesi con il maggior numero assoluto di femminicidi, rispettivamente con 1.568 e 768 reati di sangue (2025). Il 42% degli attacchi mortali viene commesso dal partner o ex partner e l’ambiente domestico rappresenta il principale focolaio di rischio, in particolare per le donne con un’età compresa tra i 21 e i 30 anni (22% dei femminicidi). Nel 2025, in Honduras, l’Osservatorio del Centro per i diritti delle donne (Cdm, per la sua sigla in spagnolo) ha registrato 936 aggressioni contro donne e bambine, tra cui 412 reati sessuali e 262 femminicidi. Ciò significa che in Honduras una donna o una bambina viene uccisa ogni 33 ore. Il 46% delle persone aggredite ha un’età compresa tra gli 11 e i 39 anni, il che rappresenta un aumento del 49% rispetto all’anno precedente. La maggior parte degli aggressori apparteneva alla cerchia ristretta delle vittime. Per la prima volta, i reati sessuali (44%) superano i reati contro la vita (31%), colpendo principalmente bambine e ragazze (297). Le denunce di violenza domestica sono state 41.895 e quelle di maltrattamenti familiari 48.642. Nei primi sei mesi del 2026 la situazione non è cambiata. L’Osservatorio ha registrato 126 morti violente di donne, una ogni 34 ore. A maggio sono state uccise 8 donne in soli quattro giorni, quattro delle quali minorenni. Di fronte alla gravità della situazione e all’enorme sommerso e sottostimazione esistente, il Cdm e una ventina di organizzazioni, collettivi e piattaforme di donne e femministe hanno preso posizione a sostegno della necessità di un approccio integrale alla violenza contro le donne. “Questi numeri non sono statistiche astratte, sono vite strappate, famiglie distrutte, figli e figlie che crescono senza le loro madri. Ogni cifra ha un nome, una storia e una comunità che piange la sua assenza. Di fronte a questa realtà, nessuna organizzazione impegnata a favore dei diritti delle donne può rimanere in silenzio”, avvertono in una dichiarazione congiunta. Nel 2013, dopo una lunga lotta, il movimento delle donne honduregno ottenne un successo storico: la tipificazione del delitto di femminicidio. Nonostante ciò, come appena visto, l’emergenza non è cessata e i numeri testimoniano una situazione estremamente preoccupante. Il nuovo Parlamento, controllato dalle forze ultraconservatrici del bipartitismo tradizionale, come risultato di “elezioni truffa” fortemente condizionate dall’ingerenze statunitense e da denunce di brogli elettorali, ha approvato una riforma che innalza le pene per il delitto di femminicidio (da 25 a 30 anni) e femminicidio aggravato (tra i 40 e i 60 anni) e crea organi giudiziari specializzati. Per le organizzazioni che lottano per i diritti delle donne, questa misura non solo non è sufficiente, ma rischia di essere un debole palliativo, una sorte di “populismo punitivo” che si sta espandendo parallelamente all’avanzata delle destre nel continente latinoamericano. “Non serve a nulla aumentare le pene se non si promuovono politiche di prevenzione, né si attacca seriamente l’impunità che interessa più del 90% delle morti violente di donne”, spiega a Pagine Esteri, Erika García, coordinatrice del programma giustizia e contenzioso strategico femminista del Cdm.  Sotto accusa c’è quindi il sistema di giustizia e la mancanza di un approccio integrale al dramma della violenza di genere. Oltre a ciò, continua García, le organizzazioni denunciano il mancato rafforzamento del processo investigativo, la sistematica riluttanza di chi amministra giustizia ad applicare la figura del femminicidio, così come la complicità delle forze dell’ordine, composte in maggior parte da uomini. Dopo le elezioni del 2021, vinte da Xiomara Castro e dal partito Libertà e Rifondazione (Libre), varie organizzazioni si fecero promotrici di una proposta di legge speciale integrale contro la violenza verso le donne. L’allora maggioritaria opposizione bipartitista, con il sostegno dei settori religiosi fondamentalisti e l’apparato mediatico controllato dai gruppi di potere economico e politico, si oppose strenuamente alla sua presentazione in aula e il progetto non arrivò mai a essere discusso. La recente riforma resta quindi più un atto mediatico improvvisato che una risposta complessiva e integrale. “Da quando si sono insediati il nuovo parlamento e il nuovo governo hanno esposto la bandiera del movimento pro-vita sia nell’emiciclo che nei diversi ministeri. Inoltre – continua l’avvocata del Cdm – non hanno mai voluto ascoltare il parere di quelle organizzazioni che da anni sono in prima linea nel sostegno alle donne e che conoscono molto bene le dinamiche che permettono che le violenze si riproducano e si rafforzino. Sono molti, troppi gli esempi di incoerenza di questa gente”. Forte la critica anche contro il doppiopesismo della maggioranza parlamentare, che da un lato dice di voler difendere la vita delle donne, ma dall’altro approva leggi che la compromettono seriamente. “Hanno approvato normative che blindano le attività agroindustriali, che criminalizzano la difesa della terra e i beni comuni, che spogliano le comunità delle loro terre, che riattivano  l’impiego a tempo parziale, precarizzando ulteriormente il mercato del lavoro e smantellando i diritti. Sono le donne le principali vittime di queste leggi”, avverte García. Denunciano infine l’ipocrisia dell’agenda ultraconservatrice che ha legiferato la proibizione totale e assoluta dell’aborto, blindandola con una riforma che permette la sua modifica solo con il voto favorevole dei tre quarti dei deputati, e che trama, insieme all’integralismo religioso, per negare i diritti sessuali e riproduttivi delle donne. “La deriva fondamentalista religiosa e la sua incidenza sui diritti delle donne è una costante globale che va di pari passo con la radicalizzazione a destra dei governi della regione, diventandone uno strumento privilegiato”, conclude l’avvocata del Cdm. Molto grave è anche ciò che le donne vivono in Guatemala, al secondo posto tra i Paesi con il maggiore indice relativo di femminicidi. Nel 2025, le morti violente sono state 595, con un aumento del 6% rispetto all’anno precedente, di cui 206 femminicidi (+14,4%). Le denunce per violenza di genere sono state 17 al giorno, con un tasso di 402,2 denunce per ogni 100.000 donne (Procura generale). Nonostante ciò, è solo il 9% di chi subisce violenza che denuncia gli abusi. La sottostima colpisce in modo particolare le popolazioni indigene, che in Guatemala rappresentano il 46,3% della popolazione totale (Revista Puentes de Diálogos). Per ciò che riguarda la violenza sessuale, la Procura generale ha riportato 9.649 denunce, di cui il 60% (5,834 vittime) riguardava violazioni e il 29% (2.839 vittime) aggressioni sessuali. La maggior parte delle vittime sono bambine e ragazze (65,9%). La violenza porta poi all’aumento esponenziale delle gravidanze adolescenziali e infantili, con 2.101 parti di madri tra i 10 e i 14 anni nel 2024, con un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente (Osservatorio della salute sessuale e riproduttiva). Malgrado nel 2008 le organizzazioni di donne e femministe abbiano ottenuto l’approvazione di normative speciali contro il femminicidio e altre forme di violenza contra le donne (decreto 22-2008), con pene tra i 25 e i 50 anni, e per la ricerca immediata di donne scomparse (decreto 9-2016), il Guatemala resta uno dei Paesi in cui le donne muoiono e scompaiono di più al mondo. Sarebbero almeno 13.800 le donne scomparse negli ultimi sette anni, cioè quasi 5 al giorno. “Dobbiamo tornare alla storia del Guatemala, uno Stato con caratteristiche coloniali che ha sempre rappresentato gli interessi delle oligarchie nazionali e del capitale multinazionale, escludendo sistematicamente i popoli originari e le donne. Uno Stato che poi nasconde questa realtà dietro una falsa narrazione di difesa dei diritti delle persone”, spiega a Pagine Esteri, Virginia Gálvez, membro del collettivo femminista Actoras de Cambio. I 36 anni di conflitto armato interno e di repressione feroce con più di 200 mila vittime e almeno 45 mila desaparecidos, così come l’influenza diretta degli Stati Uniti nelle politiche contrainsurrezionali, hanno usato la militarizzazione e il controllo maschile dei territori, nonché la violenza sessuale come armi contro i popoli, le donne maya, le donne organizzate. “Fu una vera e propria istituzionalizzazione della violenza sessuale, che è rimasta in quasi totale impunità e che si è rafforzata con il passare degli anni. Siamo quindi di fronte a una vera e propria disumanizzazione della donna, soprattutto quella indigena, il cui corpo diventa estensione del territorio da controllare e invadere od oggetto da sfruttare sessualmente”, segnala Gálvez. Varie organizzazioni di donne e femministe segnalano l’assistenza alle sopravvissute, il contenzioso strategico e la lotta contro l’impunità, la guarigione ancestrale e comunitaria e l’attività di sensibilizzazione politica come i principali elementi di una strategia integrale per affrontare il flagello del femminicidio e della violenza di genere. Per l’attivista è fondamentale inchiodare lo Stato alle sue responsabilità, denunciandone l’ipocrisia, legittimando il lavoro delle organizzazioni, costruendo meccanismi di risposta e di riparazione, di guarigione e recupero delle donne, generando condizioni sociali di non ripetizione. “Ci sono condizioni strutturali che devono essere cambiate, ma dobbiamo anche avanzare nella lotta contro l’impunità, nella denuncia del simulacro di protezione da parte dello Stato, rompendo il silenzio, riappropriandoci della nostra voce, del nostro corpo, della nostra storia”.   Giorgio Trucchi
July 14, 2026
Pressenza
Femminicidio: mercoledì 15 e giovedì 16 luglio le audizioni alla Camera dei Deputati
La Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere svolge le seguenti audizioni, che si terranno a Palazzo San Macuto di Roma, via del Seminario 76: – mercoledì 15 luglio, presso l’Aula del II piano, * ore 8:30 – Gaya Spolverato, professoressa associata di chirurgia presso il Dipartimento di scienze chirurgiche, oncologiche e gastroenterologiche e primaria di chirurgia generale dell’Azienda Ospedaliera dell’Università di Padova, nell’ambito del filone di inchiesta sul rapporto tra violenza di genere e salute; * ore 9 – Barbara Funari, assessora alle Politiche Sociali e alla Salute di Roma Capitale, nell’ambito del filone d’inchiesta sulla vittimizzazione secondaria. – giovedì 16 luglio, presso l’Aula del IV piano, * ore 08:30 – Antonella Bellutti, docente sportiva e già campionessa olimpica di ciclismo, nell’ambito del filone di inchiesta sulla violenza di genere nel mondo dello sport; * ore 9 : Tommasa Maio, medico di medicina generale e segretaria nazionale dell’Esecutivo Nazionale Continuità assistenziale della FIMMG (Federazione italiana medici di medicina generale), nell’ambito del filone di inchiesta sul rapporto tra violenza di genere e salute. Gli incontri vengono anche trasmessi in diretta webtv sul canale della Camera dei Deputati Redazione Italia
July 14, 2026
Pressenza