Spin Time, quando un rione diventa comunità

Pressenza - Monday, August 3, 2026

L’incendio che ha costretto oltre quattrocento persone a lasciare le proprie case ha generato una mobilitazione straordinaria in tutta Roma, a partire dall’Esquilino, dove si è attivata una vasta rete di accoglienza e sostegno. Associazioni, cittadine e cittadini stanno dimostrando la forza concreta della solidarietà e della cura reciproca.

Nella notte di giovedì 30 luglio un principio di incendio ha interessato l’edificio di Spin Time, in via Santa Croce in Gerusalemme, nel rione Esquilino, a Roma. Da allora, oltre quattrocento persone evacuate non hanno ancora potuto fare ritorno nelle proprie abitazioni. Sabato è stato avviato un confronto tra Roma Capitale e l’ente privato proprietario dell’immobile per individuare una soluzione sul futuro dello stabile. I tempi, tuttavia, appaiono ancora incerti, mentre centinaia di persone continuano a vivere una condizione di emergenza, lontane dalle proprie case e senza sapere quando potranno rientrare.

In questi giorni, però, l’Esquilino e l’intera città hanno mostrato fin da subito la forza del legame solidale costruito intorno a questo luogo: una trama di relazioni, prossimità e cura concreta. La mobilitazione che si è attivata non è nata dal nulla e non può essere ridotta a una risposta spontanea ed episodica. È il risultato di anni di legami, collaborazione e fiducia costruiti nel territorio, anche attraverso la rete del Polo Civico Esquilino, di cui Spin Time è tra i soci fondatori. Una rete che oggi sta dimostrando, nei fatti, che cosa significa essere comunità.

C’è innanzitutto una solidarietà organizzata, resa possibile dalle associazioni, dal volontariato e dalle tante realtà sociali che, fin dalle prime ore dell’emergenza, hanno garantito accoglienza, assistenza e supporto alle persone evacuate.

Le associazioni del Polo Civico Esquilino si sono mobilitate immediatamente. Nonna Roma, Libera Roma e Binario 95 sono impegnate nel sostegno alle famiglie e nella gestione delle docce. MaTeMù ha aperto i propri spazi per accogliere bambine e bambini, offrendo loro un luogo sicuro in cui giocare e trascorrere il tempo.

Gasquilino sta organizzando turni per il lavaggio della biancheria e la raccolta di generi alimentari. Slow Food Roma ha attivato la rete dei donatori e dei commercianti del rione, coinvolgendo Sfizio, Forno Conti, Fassi e molte altre realtà del territorio.

La Rete degli Studenti Medi e Scomodo stanno garantendo i turni notturni e contribuendo alle pulizie delle sedi del Polo Civico Esquilino e del CSV, dove sono accolte mamme, bambine, bambini e famiglie evacuate.

Lo Chorohe ha donato un frigorifero alla sede del Polo. IoStoria sta offrendo supporto attraverso la mediazione linguistica. L’Associazione Genitori Scuola Di Donato, nota per la sua esperienza di scuola aperta partecipata, coordina le attività rivolte ai più piccoli.

È un lavoro collettivo fatto di competenze, disponibilità e responsabilità condivise. Un’infrastruttura sociale che non sempre si vede, ma che nei momenti di crisi diventa essenziale.

Accanto a questa dimensione organizzata, ce n’è una più silenziosa e diffusa, forse ancora più difficile da raccontare: una rete fittissima, spesso invisibile, composta da gesti quotidiani che stanno tenendo insieme un intero rione. Sono le persone che si offrono di fare le lavatrici. Le famiglie che accolgono nelle proprie case i compagni di scuola dei figliChi porta materassini, ventilatori, vestiti, acqua e tutto ciò che può servire. Chi passa davanti a Spin Time, si ferma e domanda semplicemente: «Che cosa serve?». Sono azioni che possono sembrare piccole, ma che, sommate, costruiscono una risposta collettiva potente.

Questa solidarietà di vicinato ci ricorda che un altro modo di abitare la città non è soltanto possibile: esiste già. Esiste ogni volta che le persone si riconoscono come parte della stessa comunità, che la cura non viene considerata un fatto privato ma una responsabilità condivisa, che un quartiere decide di non lasciare nessuno solo di fronte a un’emergenza.

Anche il punto di raccolta allestito davanti a Spin Time si è organizzato grazie al contributo di centinaia di persone. In pochi giorni sono arrivate donazioni di ogni tipo: spazzolini e prodotti per l’igiene personale, vestiti e biancheria intima, tende, beni di prima necessità, tavoli e piccoli arredi indispensabili per affrontare una situazione che si prolunga ormai da giorni.

Davanti allo stabile è nato anche un presidio permanente, animato soprattutto da giovani, volontarie e volontari che hanno costruito un vero spazio di comunità. Non soltanto un luogo di protesta, ma uno spazio di ascolto, assistenza e vicinanza, con un presidio medico, la distribuzione dei pasti e una presenza costante accanto alle famiglie evacuate.

Tutto questo rappresenta la risposta più forte all’indifferenza e al rischio che una condizione intollerabile venga progressivamente considerata normale.

Non è normale che centinaia di persone non possano rientrare nelle proprie case. Non è normale che famiglie, bambine, bambini, anziani e persone fragili siano costretti a vivere in una condizione di precarietà, in piena estate e con temperature estreme. Non è normale che la durata dell’emergenza venga scaricata sulla capacità di resistenza delle persone e sulla disponibilità inesauribile del volontariato.

Di fronte alla straordinaria risposta del territorio, sentiamo innanzitutto il dovere della gratitudine verso chi ha messo a disposizione il proprio tempo, le proprie energie, le proprie competenze, la propria casa o la propria attività. Ma proprio perché riconosciamo il valore di questa mobilitazione, dobbiamo affermare con altrettanta chiarezza un principio politico fondamentale: la solidarietà non può diventare un alibi.

La rete territoriale può sostenere, accompagnare, accogliere e prendersi cura. Può ridurre le conseguenze dell’emergenza e impedire che le persone vengano abbandonate. Ma non può e non deve sostituirsi alle responsabilità delle istituzioni. Una comunità attiva non è una comunità chiamata a supplire stabilmente alle carenze del potere pubblico. La partecipazione civica non può essere utilizzata per trasferire sui cittadini, sulle associazioni e sui volontari l’onere di risolvere problemi che richiedono decisioni amministrative, risorse adeguate e assunzione di responsabilità. Al contrario, una rete sociale così forte deve essere riconosciuta come interlocutrice delle istituzioni e come parte di una nuova idea di governo della città. Quanto sta accadendo all’Esquilino mostra che le comunità territoriali sono presìdi indispensabili per questa città: nuovi corpi intermedi, autonomi e non subalterni, capaci di leggere i bisogni, attivare risorse, produrre risposte e costruire coesione sociale. Ma la collaborazione tra istituzioni e comunità ha senso soltanto quando è fondata sulla reciprocità, sul riconoscimento e sulla responsabilità condivisa. Non quando la capacità di auto-organizzazione dei territori viene usata per compensare ritardi, omissioni o mancanza di decisioni. Per questo continuiamo a chiedere una risposta rapida, concreta e trasparente. Le persone evacuate devono poter tornare nelle proprie abitazioni in condizioni di piena sicurezza, nel più breve tempo possibile. Devono ricevere informazioni certe, soluzioni dignitose e risposte all’altezza della situazione.

Non chiediamo scorciatoie e non sottovalutiamo la complessità tecnica e amministrativa della vicenda. Chiediamo, però, che la complessità non diventi immobilismo e che il tempo necessario alle istituzioni non venga pagato interamente dalle persone più esposte. Ogni giorno trascorso fuori casa ha conseguenze materiali, economiche e psicologiche. Ogni giorno di incertezza accresce il peso dell’emergenza sulle famiglie e sulla rete territoriale che le sta sostenendo.

La questione di Spin Time, inoltre, non riguarda soltanto il destino di un singolo edificio. Interroga il modo in cui Roma affronta il diritto all’abitare, le fragilità sociali e la gestione dei beni immobiliari. Interroga la capacità della città di riconoscere e valorizzare le esperienze che, negli anni, hanno costruito servizi, cultura, mutualismo e inclusione nei quartieri. Interroga, soprattutto, l’idea stessa di città che vogliamo costruire.

Una città può limitarsi a intervenire quando l’emergenza è già esplosa, oppure scegliere di investire nella prevenzione, nella cura dei territori e nella collaborazione stabile con le comunità che li abitano. Questo significa riconoscere e rafforzare le nuove forme di mutualismo sociale, come le reti territoriali e i poli civici, non come risorse occasionali da attivare nei momenti di crisi, ma come infrastrutture democratiche essenziali per il benessere e la qualità della vita urbana. Una città può lasciare sole le persone davanti ai problemi, oppure costruire istituzioni presenti, accessibili e responsabili.

In questi giorni l’Esquilino ha già indicato una direzione. Ha mostrato che la sicurezza non è soltanto una questione tecnica, ma anche sociale: una comunità è più sicura quando le persone si conoscono, collaborano e si prendono cura le une delle altre. Ha mostrato che la partecipazione non è un esercizio astratto, ma una pratica quotidiana fatta di organizzazione, fiducia e corresponsabilità. Ha mostrato, infine, che il welfare non vive soltanto negli uffici e nei servizi formali, ma anche nelle relazioni di prossimità, nei luoghi civici e nelle reti che rendono un quartiere capace di reagire, proteggere e includere. Questa ricchezza sociale deve essere sostenuta, non sfruttata; riconosciuta, non data per scontata. Deve poter dialogare con istituzioni capaci di assumere fino in fondo il proprio ruolo.

Nel frattempo, il presidio davanti a Spin Time continua. Continua perché nessuna famiglia può essere lasciata sola in una situazione di emergenza, in strada e con questo caldo. Continua perché la vicinanza è una forma concreta di responsabilità. Continua perché la solidarietà non è beneficenza, né una risposta occasionale fondata sulla buona volontà di pochi. È una scelta pubblica e collettiva, il modo in cui una comunità riconosce i propri legami e decide di trasformarli in azione. Ma continua anche per ricordare alle istituzioni che quella comunità esiste, è organizzata e chiede di essere ascoltata.

La forza dell’Esquilino non può diventare la giustificazione per rinviare le decisioni. Deve diventare, al contrario, la base per una soluzione condivisa, responsabile e duratura. Perché una città giusta non è quella in cui i cittadini sono costretti a sostituire le istituzioni. È quella in cui istituzioni e comunità collaborano, ciascuna assumendosi pienamente la propria responsabilità; in cui nessuno viene lasciato indietro o abbandonato. È quella in cui la solidarietà non serve soltanto a resistere alle emergenze, ma diventa il principio attraverso cui costruire insieme il futuro della città.

Polo civico Esquilino

Foto di Riccardo Troisi

Comune-info