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Comune come modo di vivere
IN QUESTE SETTIMANE, NELLE STRADE DELLA GRANDE PROTESTA IN FRANCIA TORNA SPESSO LA BANDIERA LA SCRITTA “VIVE LA COMMUNE”. IN REALTÀ NEI MOVIMENTI, LA PAROLA COMUNE SI È DIFFUSA NEGLI ULTIMI VENT’ANNI COME AGGETTIVO MA ANCHE COME SOSTANTIVO E PERFINO COME VERBO (COMMONING DA TO COMMON, FARE IN COMUNE), QUALE FORMULA DI CHI CERCA IL SUPERAMENTO DEL CAPITALISMO ATTRAVERSO PROCESSI CHE TENDONO ALL’AUTOGOVERNO, ALL’AUTORGANIZZAZIONE IN BASSO. MA È POSSIBILE RAGIONARE DI COMUNE NON LIMITANDOCI A RICONOSCERE FORME POLITICHE ALTERNATIVE ALLO STATO? SECONDO FRANCESCA RANDAZZO EISSEMAN Y EUGENIO SOSA CI SONO ESPERIENZE DA CUI POSSIAMO TUTTI IMPARARE MOLTO IN QUESTO TEMPO DI GRANDI CRISI: NELLE STRAORDINARIE E POCO RACCONTATE COMUNITÀ GARIFUNA (OLTRE MEZZO MILIONE DI PERSONE CHE VIVONO TRA NICARAGUA, HONDURAS E GUATEMALA) COME IN QUELLE ZAPATISTE, AD ESEMPIO, COMUNE È PRIMA DI TUTTO UNA PRATICA ATTRAVERSO LA QUALE UNA COMUNITÀ RINFORZA I PROPRI LEGAMI TRAMITE L’AGIRE COLLETTIVO, LA RECIPROCITÀ E LA CURA VICENDEVOLE: “NON SI TRATTA SEMPLICEMENTE DI UN’ORGANIZZAZIONE ECONOMICA DIFFERENTE, MA È UN MODO DIVERSO DI ABITARE IL MONDO…”. UN MODO IN CUI LA LOTTA PER CAMBIARE LO STATO DELLE COSE NON SI SVILUPPA ATTORNO AL LAVORATORE SALARIATO, MA A COMUNITÀ CHE DIFENDONO TERRITORI, METTENDO IN DISCUSSIONE ANCHE UNA CONCEZIONE DELLA LOTTA CONCENTRATA SU SOGGETTI MASCOLINIZZATI E PRODUTTIVI Foto: Raúl Zibechi per Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- Le lotte territoriali del popolo garifuna in Honduras permettono di aprire una discussione teorica sul rapporto tra Comune, classe e lotta di classe, al di là degli schemi che riducono il conflitto sociale a identità precostituite o a dispute strettamente economiche. L’esperienza garifuna dimostra che la difesa del territorio non può essere intesa solo come una rivendicazione culturale, etnica o giuridica, ma va considerata come una rivendicazione delle condizioni materiali e simboliche che rendono possibile la continuità di una forma collettiva di esistenza. Questo ci costringe a ripensare la Comune non limitandoci a vederla come una forma politica alternativa allo Stato o come un’organizzazione istituzionale della vita collettiva, ma considerandola come una pratica storica di produzione e riproduzione di ciò che si ha in comune. La comunità appare così come una forma sociale che si sostiene attraverso relazioni territoriali, memorie condivise, legami di parentela, pratiche di cura e modalità proprie di produrre significato. In questa prospettiva, la lotta territoriale garifuna permette di mettere in discussione alcune interpretazioni abituali della lotta di classe. Se la tradizione marxista ha spesso privilegiato la sfera della produzione e il rapporto capitale-lavoro come spazio paradigmatico dell’antagonismo, l’esperienza garifuna fa vedere che il conflitto può anche essere organizzato intorno alla difesa delle condizioni stesse di riproduzione della vita. Si tratta di una contesa che riguarda non solo l’appropriazione delle risorse, ma il fatto che possano esistere mondi sociali che non si lasciano ridurre alla logica del mercato. Come sostiene Kristin Ross (2020), le esperienze comunitarie non dovrebbero essere intese solo come eventi storici del passato, ma anche come fonti contemporanee di elaborazione politica e teorica. La Comune non è solo un oggetto di studio; è anche un’esperienza capace di trasformare le categorie su cui si fonda il nostro modo di concepire l’emancipazione. Sulla base di questa intuizione, non utilizzeremo qui l’esperienza garifuna per illustrare una teoria precostituita della Comune, ma la prenderemo in considerazione per esaminare e ampliare quella teoria. Dalla Comune evento politico alla Comune modo di vivere Una parte importante della tradizione sulla Comune si è concentrata sulle sue dimensioni politiche: forme di autogoverno, rapporto con lo Stato, organizzazione collettiva del potere o costruzione di istituzioni alternative. Tuttavia, le esperienze storiche di comunità che hanno mantenuto la propria esistenza in situazioni prolungate di dominazione ci obbligano a chiederci come fa una comunità a persistere storicamente quando la sua stessa esistenza è minacciata. Questo interrogativo sposta l’accento dalla presa del potere alla riproduzione della vita. La Comune cessa di apparire solo come una futura forma politica, ed è vista invece come una pratica quotidiana attraverso la quale comunità concrete producono, sostengono e difendono relazioni sociali non pienamente subordinate alla logica del capitale. In questo senso, l’esperienza garifuna ci permette di pensare alla Comune come a una forma storica di esistenza collettiva in cui territorio, memoria e comunità costituiscono dimensioni inseparabili. Il territorio non appare come uno spazio vuoto su cui successivamente si organizza una comunità politica; al contrario, la comunità esiste grazie al modo particolare in cui abita quel territorio, gli dà un significato e se ne prende cura. Questa concezione è in sintonia con quella di Silvia Rivera Cusicanqui (2016), secondo cui la Comune è un modello di civiltà alternativo al modello capitalistico occidentale. La Comune non si riduce a una struttura organizzativa o a un’associazione di individui che amministrano beni comuni. Costituisce una forma integrale di relazione tra esseri umani, natura, memoria e produzione della vita. In essa, conoscere, vivere e produrre fanno parte dello stesso tessuto. La Comune costituisce una micropolitica della vita quotidiana: una pratica attraverso la quale una comunità rinforza i propri legami tramite il lavoro collettivo, la reciprocità e la cura vicendevole. Non si tratta semplicemente di un’organizzazione economica diversa, ma è un modo diverso di abitare il mondo. L’esperienza garifuna permette di approfondire questa idea mostrando che la continuità di una comunità non dipende unicamente da istituzioni formali, ma deriva da pratiche storiche che riproducono la vita collettiva. La trasmissione della memoria, il rapporto con gli antenati, l’organizzazione familiare, la lingua, i rituali e il canto sono forme attraverso cui la comunità continuamente si ricrea. Colonialità del potere e dissidio sulla riproduzione della vita Per comprendere questa dimensione è necessario osservare le forme di dominazione in una prospettiva più ampia. La teoria della colonialità del potere formulata da Aníbal Quijano (2002) permette di analizzare il modo in cui la modernità coloniale ha organizzato le relazioni sociali tramite il controllo articolato di diverse sfere dell’esistenza. Per Quijano, il modello storico del potere coloniale moderno è strutturato attorno al controllo del lavoro e dei suoi prodotti; della natura e delle sue risorse; del sesso, della riproduzione e dell’organizzazione familiare; della soggettività, della conoscenza e della produzione di significati; dell’autorità collettiva e delle sue istituzioni. Queste sfere sono state articolate per mezzo di una classificazione sociale basata sull’idea di razza, che ha organizzato gerarchie e forme di dominazione su scala mondiale. Questo è fondamentale per comprendere il motivo per cui le lotte territoriali non possono ridursi a conflitti economici. Se la dominazione capitalistica-coloniale agisce simultaneamente sul lavoro, la natura, la riproduzione, la conoscenza e l’autorità, allora le lotte per l’emancipazione devono anche riguardare queste molteplici sfere dell’esistenza. La difesa territoriale garifuna non è solo una resistenza all’appropriazione economica dello spazio. Significa anche difendere forme proprie di conoscenza, di memoria, di legami con gli antenati, di esercizio dell’autorità e di rapporto con la natura. La rivendicazione del territorio è al tempo stesso una rivendicazione delle condizioni materiali e simboliche di riproduzione della comunità. La Comune può essere intesa come una categoria più ampia rispetto a una forma politica specifica. È una forma di esistenza che sfida la frammentazione moderna tra economia, cultura, natura e politica. In questo senso, la Comune costituisce un’alternativa di civiltà perché propone un altro modo di organizzare le relazioni tra gli esseri umani e il mondo. Classe, antagonismo e forme comunitarie di esistenza L’esperienza garifuna permette anche di rivedere il modo in cui sono state pensate la classe e la lotta di classe. Ciò implica un cambiamento fondamentale, basato sul fatto che le classi non sono gruppi sociali precostituiti che successivamente entrano in conflitto (Holloway, 2004a, 2004b, 2012). La classe è un rapporto di lotta. Non ci sono prima le classi e poi la lotta; le classi si costituiscono nell’antagonismo. Questo approccio permette di abbandonare una concezione rigida della classe come identità sociologica fissa e di intenderla come un processo storico attraverso cui si sviluppano relazioni sociali antagoniste. La lotta di classe non può essere ricondotta a soggetti predefiniti, ma deve essere analizzata come una relazione discorde in continua costituzione (Tischler, 2005). L’esperienza garifuna mostra che l’antagonismo sociale può emergere dove forme di riproduzione collettiva della vita vengono difese di fronte a processi di mercificazione e di espropriazione. La lotta non si sviluppa necessariamente attorno al lavoratore industriale salariato, ma si organizza attorno a comunità che difendono territori, memorie e relazioni sociali che rendono possibile la loro esistenza. Ciò non significa abbandonare la dimensione economica del conflitto, ma piuttosto ampliare la comprensione delle cause che producono l’antagonismo. L’accumulazione capitalistica non riguarda solo lo spazio produttivo; trasforma territori, relazioni comunitarie e forme storiche di riproduzione sociale. Per questo motivo, le lotte territoriali possono essere intese come espressioni contemporanee della lotta di classe quando ciò che si rivendica sono le condizioni di esistenza di fronte all’espansione di relazioni capitalistiche. L’esperienza garifuna permette dunque di spostare l’interrogativo. Non soltanto: chi controlla i mezzi di produzione? ma anche: chi controlla le condizioni che permettono la riproduzione di un modo di vivere? Questa domanda introduce dimensioni che nelle analisi di classe sono rimaste per molto tempo in una posizione subordinata: le cure, la memoria, il territorio e le forme comunitarie di organizzazione. Matrifocalità e riproduzione comunitaria Uno degli elementi che permettono di comprendere questa specificità è la centrale importanza della dimensione matrifocale nell’organizzazione sociale garifuna. La matrifocalità non deve essere intesa come un semplice tratto culturale o come una particolare distribuzione dei ruoli familiari. Si tratta di un principio organizzativo della vita comunitaria in cui convergono parentela, autorità morale, trasmissione culturale, memoria e cura collettiva. La centralità delle donne nella riproduzione comunitaria mette in discussione le moderne dissociazioni tra produzione e riproduzione. Ciò che sostiene la vita collettiva non sono soltanto le attività considerate produttive in senso economico, ma anche le reti di cura, di comunicazione e di organizzazione sociale che rendono possibile la continuità storica del gruppo. Questa dimensione permette di ampliare le categorie in base alle quali la Comune viene concepita. Se la riproduzione della vita costituisce il nucleo del conflitto politico, allora le pratiche storicamente associate alla cura e alla riproduzione sociale cessano di apparire come spazi secondari e arrivano a occupare un posto centrale nella comprensione dell’antagonismo. L’esperienza garifuna mette in luce in tal modo i limiti delle concezioni della lotta di classe concentrate esclusivamente su soggetti mascolinizzati e produttivi. La comunità non si riproduce solo nell’ambito lavorativo, ma anche nella famiglia, nel territorio, nella memoria e nelle pratiche simboliche che mantengono viva l’esistenza collettiva. Immaginari sociali e produzione del territorio comune Se la comunità non esiste unicamente perché condivide uno spazio fisico o determinate risorse materiali, è necessario prestare attenzione alla dimensione simbolica che permette di riconoscere quello spazio come territorio comune, cioè agli immaginari sociali. Gli immaginari sociali sono schemi socialmente costruiti che permettono di percepire la realtà, spiegarla e intervenire in essa (Pintos, 2005). Non si tratta di semplici rappresentazioni di un mondo già costituito, bensì di meccanismi attraverso i quali una società organizza i propri modi di vedere, distinguere e comprendere ciò che considera possibile o impossibile. In sintonia con Castoriadis (2022), si può dire che ogni società instaura un universo di significati immaginari che rende possibile la sua esistenza come realtà collettiva. Le istituzioni non si limitano ad organizzare pratiche; esprimono e producono significati condivisi riguardo al mondo sociale. Il territorio garifuna non può essere inteso solo come una superficie geografica o giuridica. È uno spazio prodotto da memorie, relazioni ancestrali, affetti, pratiche comunitarie e significati condivisi. Il territorio garifuna costituisce una costruzione sociale in cui convergono dimensioni materiali e simboliche (Randazzo 2019; Randazzo, Coto e Cacho, 2021). I territori sono solitamente comunitari, non individuali. Non sono semplicemente posseduti, ma sono abitati e curati, in un contesto di relazioni che vanno anche al di là delle categorie di proprietà collettiva o di beni comuni (Ostrom, 2006). Questo approccio permette di comprendere che i conflitti territoriali sono anche conflitti tra immaginari sociali. L’espansione capitalistica non solo trasforma le forme di proprietà e di uso del suolo; impone anche determinati modi di comprendere il mondo, la natura e il territorio. Di fronte a tutto ciò, le comunità difendono non solo uno spazio fisico, ma anche un modo diverso di intenderlo e di abitarlo. La teoria degli immaginari sociali permette di evitare due riduzionismi: quello economico, che vede il territorio solo come risorsa, e quello culturalista, che lo riduce a identità simbolica. Il territorio è simultaneamente materiale e dotato di significato; è una condizione di esistenza e un mondo condiviso. Autonomia e persistenza della comunità Questa concezione è in sintonia con le ricerche sull’autonomia e sulle esperienze comunitarie dell’America Latina (Durán Matute e Moreno, 2021). L’autonomia non appare come un’istituzione separata dallo Stato, ma emerge come una pratica quotidiana di riproduzione della vita. Non basta individuare chi governa; è fondamentale anche considerare come una comunità mantiene relazioni sociali capaci di preservare la propria esistenza collettiva. Su questo punto, l’esperienza zapatista studiata dalle autrici citate sopra è significativa perché pone un problema simile: come mantenere forme comunitarie di vita senza ridurle allo Stato e senza trasformarle unicamente in un’identità politica. L’autonomia implica la produzione di relazioni sociali alternative nel presente. L’esperienza garifuna si colloca in questa prospettiva, mostrando che la comunità si mantiene attraverso pratiche storiche di continuità e di resistenza. La sua autonomia non dipende solo da strutture formali, ma si basa sulla capacità quotidiana di riprodurre legami, memorie e immaginari che mantengono viva una forma di esistenza comunitaria. Per comprendere queste esperienze è necessario assumere una posizione epistemologica e politica che non trasformi i mondi comunitari in semplici oggetti di conoscenza esterna (Figueroa Arenas, 2024). La sfida è permettere che queste esperienze trasformino le nostre categorie analitiche. L’esperienza garifuna non rappresenta un’illustrazione periferica della teoria della Comune. Costituisce una fonte teorica che ci costringe ad ampliarla, in quanto fa vedere che la comunità non si mantiene unicamente tramite istituzioni politiche, ma è sostenuta da territori, memorie, cure, immaginari e pratiche di riproduzione della vita. Conclusione L’esperienza storica del popolo garifuna ci costringe a ripensare la teoria della Comune spostando la domanda dalle forme di organizzazione politica alle condizioni che rendono possibile la continuità storica di una comunità. Piuttosto che chiederci come si organizza una comunità, cerchiamo di interrogarci su come abbia fatto a continuare ad esistere per secoli nonostante il ripetersi di situazioni in cui si è trovata in condizioni di spoliazione, di sgomberi forzati e di mercificazione della vita. Una comunità non continua ad esistere semplicemente perché possiede un territorio, un’identità o determinate istituzioni. Continua ad esistere perché produce continuamente comunità. La forma comunitaria non è uno stato che si raggiunge una volta per tutte, ma è un processo permanente di ricreazione delle relazioni, delle memorie e dei significati che rendono possibile la vita collettiva. Questa produzione della comunità si realizza attraverso istituzioni immaginarie e pratiche quotidiane di riproduzione della vita che articolano territorio, matrifocalità, memoria, lingua, spiritualità e canto. Lungi dal costituire dimensioni separate, tutte questi elementi fanno parte dello stesso processo costitutivo attraverso cui la comunità si ricrea continuamente di fronte alle dinamiche di spoliazione promosse dal capitale e dallo Stato. In questo contesto, il canto occupa un posto privilegiato. Non costituisce una caratteristica culturale accessoria né un’espressione simbolica di una comunità precostituita. È una pratica costitutiva in cui la comunità produce se stessa. Il canto attualizza ogni volta la memoria collettiva, le genealogie, la lingua, il territorio, i legami con gli antenati e le relazioni che sostengono la vita comune (Ordóñez, Randazzo, e Coto, 2024). Il canto non rappresenta la comunità: la produce. L’esperienza garifuna arricchisce il quadro della riproduzione quotidiana di relazioni sociali non subordinate al capitale, è in sintonia con la concezione delle istituzioni immaginarie della società e trova negli immaginari sociali una dimensione costitutiva – e non semplicemente rappresentativa – della vita collettiva. Di conseguenza, la Comune non viene più concepita solo come una forma politica o istituzionale, ma viene intesa come la produzione continua di una comunità capace di ricreare le condizioni materiali e simboliche della propria esistenza. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Revista Crítica Anticapitalista (6/2026), nata all’interno del progetto editoriale Comunizar, promosso da una rete con base in Argentina e vocazione internazionale (sorella di Comune), una “rete porosa”, messa su attorno alla necessità di “pensare alternative radicali al sistema capitalista”. Traduzione a cura di Adele Cozzi di Camminardomandando per Comune. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti bibliografici – Castoriadis, Cornelius (2022), L’istituzione immaginaria della società, Mimesis Edizioni, Sesto San Giovanni (MI), ed. or. 1975 – Durán Matute, Inés, e Moreno, Rocío (2021), La lucha por la vida frente a los megaproyectos en México, «Revista Comunizar» – Figueroa Arenas, Selene (2024), El Taller de Historia Oral Andina (THOA) en Bolivia: Desalienación y descolonización de la historia [Tesis de licenciatura], Universidad Nacional Autónoma de México – Holloway, John (2004a), Cambiare il mondo senza prendere il potere, Carta/Intra Moenia, Napoli, ed. or. 2002 – Holloway, John (a cura di) (2004b), Clase = Lucha. Antagonismo social y marxismo crítico, Herramienta / BUAP, Buenos Aires – Holloway, John (2012), Crack capitalism, DeriveApprodi, Bologna, ed. or. 2010 – Ordóñez, Ada; Randazzo, Francesca; Coto, Ramón (2024), Imaginarios Sociales de un texto escolar garífuna, in «Revista Calarma», 3 (4), pp. 19-54 – Ostrom, Elinor (2006), Governare i beni collettivi, Marsilio Editori, Venezia, ed. or. 1990 – Pintos, Juan Luis (2005), Construcción de la realidad e imaginarios sociales (Comunicación), in «Utopía y Praxis Latinoamericana», Universidad del Zulia Maracaibo, Venezuela, vol. 10, n. 29, aprile-giugno, pp. 37-65 – Quijano, Aníbal (2002), Colonialidad del poder, eurocentrismo y América Latina, in Lander, Edgardo (2002), La colonialidad del saber: eurocentrismo y ciencias sociales, Consejo Latinoamericano de Ciencias Sociales (CLACSO) – Randazzo, Francesca (2019), Mujer garífuna, cuadros de danza y memoria social, in «Asparkia», n. 34, pp. 69-88 – Randazzo, Francesca; Coto, Ramón e Cacho, Xiomara (2021), Exploración de los imaginarios sociales de la etnicidad garífuna, Cuadernos Inter.c.a.mbio sobre Centroamérica y el Caribe, 18 (2) – Rivera Cusicanqui, Silvia (2016), Comunalidades anarquistas: una aproximación testimonial, in C. Crespo Flores (a cura di), Anarquismo en Bolivia: ayer y hoy, UMSS-CESU, pp. 13-20 – Ross, Kristin (2020), Lusso comune. L’immaginario politico della Comune di Parigi, Rosenberg & Sellier, Torino, ed. or. 2015 – Tischler, Sergio (2005), Memoria, tiempo y sujeto, Instituto de Ciencias Sociales y Humanidades (BUAP)/F&G Editores, Guatemala -------------------------------------------------------------------------------- Libri Il libro di Raúl Zibechi Dopo la tormenta. La sfida comunitaria (Eleuthera) dedica un capitolo intero a “Autonomia e territorio garifuna in resistenza”. Il libro sarà presentato a Roma il 19 novembre alle ore 18, in un incontro promosso dalle redazione di Comune, di cui Zibechi fa parte da sempre, presso il Polo civico Esquilino (via Galileli 57). Zibechi interviene con un videocollegamento.. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Comune come modo di vivere proviene da Comune-info.
October 19, 2026
Comune-info
Ciclabile Santo Stefano–Carraie: l’iter va avanti, continueremo a seguirlo fino all’apertura del cantiere
La pista ciclabile tra Santo Stefano e Carraie è un’opera attesa da anni dalle due comunità e sulla quale abbiamo voluto nuovamente chiedere all’Amministrazione comunale tempi certi e un aggiornamento puntuale dello stato dell’iter. Per questo abbiamo presentato un’interrogazione in Consiglio comunale, alla quale ha risposto l’assessore ai Lavori pubblici Massimo Cameliani. Dalla risposta emerge innanzitutto un dato importante: il progetto esecutivo è stato approvato in linea tecnica dalla Giunta il 25 agosto scorso e il procedimento sta ora attraversando gli ultimi passaggi autorizzativi. Il percorso non è stato semplice. Dopo gli eventi alluvionali del 2023 erano emerse problematiche rispetto alla prevista tombinatura di alcuni tratti del Fiumicello Superiore. Era stata quindi studiata una soluzione alternativa con attraversamenti a raso della SP27, successivamente accantonata per ragioni di sicurezza. I dati sull’incidentalità del tratto hanno infatti evidenziato 22 incidenti, 27 feriti e una vittima tra il 2017 e il 2024, situazione ulteriormente peggiorata secondo i dati più recenti della Polizia Locale. Si è quindi tornati alla soluzione della tombinatura, che consentirà di realizzare il collegamento evitando pericolosi attraversamenti della provinciale. In questi giorni si stanno completando i passaggi necessari per ottenere i pareri degli enti coinvolti, compresa la procedura relativa alle opere sul Fiumicello Superiore. Parallelamente procede l’iter per l’acquisizione delle aree interessate presso Villa Giannini Fantuzzi. L’indicazione fornita dagli uffici è quella di arrivare entro la fine del 2026 all’acquisizione dei pareri definitivi, salvo eventuali richieste di integrazione. Solo dopo sarà possibile definire con precisione il cronoprogramma per l’affidamento e l’avvio dei lavori. «La nostra interrogazione nasce da una richiesta molto semplice: capire a che punto siamo e quali siano i tempi per vedere finalmente partire quest’opera. Gli abitanti di Santo Stefano e Carraie aspettano questa ciclabile da molti anni ed è giusto che siano costantemente informati. Registriamo i passi avanti compiuti e sappiamo che il progetto ha dovuto affrontare difficoltà tecniche e autorizzative non banali. Adesso però occorre continuare a spingere sull’iter, completare i pareri e arrivare il prima possibile all’affidamento dei lavori. Continueremo quindi a seguire ogni passaggio e a chiedere aggiornamenti, perché l’obiettivo non è avere un progetto sulla carta, ma vedere finalmente aprire il cantiere della ciclabile Santo Stefano–Carraie». Nicola Staloni (AVS) Igor Bombardi (PD) Fabio Bazzocchi (PD) Redazione Romagna
October 9, 2026
Pressenza
L’altra sera non avevamo una soluzione. Ma avevamo una comunità
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Quello che è successo ieri allo Sportello diritti di Poggiomarino (Salerno) – gestito dall’associazione Restiamo umani-Ya basta! all’interno della Rete vesuviana solidale – merita di essere raccontato, perché dentro una piccola storia c’è tutto il senso di ciò che, da anni, proviamo a costruire. Eravamo alla fine dell’orario dello Sportello. La giornata era stata lunga, intensa e faticosa e stavamo per chiudere, quando si è presentato improvvisamente H. che già nei giorni precedenti era passato da noi chiedendo aiuto: dorme per strada, non ha nessuno e non ha un posto dove andare, non sa cosa fare. Avremmo potuto dirgli che non c’erano soluzioni. E, in effetti, le risposte istituzionali immediate erano praticamente pari a zero. Non perché non esistano bisogni, ma perché sul territorio mancano servizi di accoglienza a bassa soglia, come i dormitori, capaci di intervenire soprattutto nelle emergenze. E anche quei pochi servizi esistenti spesso prevedono procedure e meccanismi di accesso che richiedono tempo, mentre chi dorme per strada ha bisogno di una risposta adesso, non tra qualche giorno. Ma noi non potevamo semplicemente chiudere la porta dello Sportello e voltargli le spalle. Abbiamo così cominciato a cercare una possibile soluzione. Abbiamo pensato anche a un inserimento in un progetto di accoglienza straordinaria, ma sappiamo che anche quella strada richiede tempi e procedure che non sempre coincidono con l’urgenza di chi, quella notte, non sa dove dormire. Ed è proprio in quel momento che ci è venuta un’idea: rivolgerci direttamente alla comunità che, dal basso, stiamo costruendo da anni. Abbiamo scritto nel nostro gruppo WhatsApp della nostra comunità, chiedendo semplicemente se qualcuno fosse disponibile ad accogliere H. per qualche giorno, il tempo necessario per cercare una sistemazione più stabile. La risposta ci ha emozionato. Sono stati tanti coloro che hanno dato la propria disponibilità ad ospitarlo e per il momento ha trovato una casa dovo poter stare alcuni giorni. Non abbiamo risolto il problema della povertà abitativa. Non abbiamo sostituito i servizi pubblici. Non abbiamo trovato una soluzione definitiva. Tuttavia abbiamo fatto una cosa fondamentale: abbiamo impedito che una persona rimanesse sola davanti alla propria emergenza. Ed è proprio questo, per noi, il vero senso della comunità. Una comunità non è soltanto quella che si ritrova quando c’è qualcosa da festeggiare. È quella che, quando qualcuno cade, si ferma, si guarda intorno e dice: “Non sei solo, non sei sola, vediamo insieme cosa possiamo fare…”. È la comunità che non aspetta sempre che qualcuno venga dall’alto a risolvere i problemi, ma che sa organizzarsi in basso, mettere in comune un po’ di tempo, una stanza, una parola. Giovedì sera non avevamo una soluzione. Ma avevamo una comunità. E a volte, quando tutto sembra mancare, è proprio da una comunità solidale che può nascere la prima possibilità di ricominciare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’altra sera non avevamo una soluzione. Ma avevamo una comunità proviene da Comune-info.
September 26, 2026
Comune-info
La baby gang non esistono
di Vincenzo Scalia* Anche l’aggressione all’insegnante di Roma dimostra che la correlazione lineare tra criminalità minorile e maranza che anima la narrazione dominante si regge su uno stereotipo falso L’accoltellamento …
September 22, 2026
Osservatorio Repressione
CURAMI – PRIMA DI TUTTO LA SALUTE, TERZA STAGIONE: “CURA, CULTURA, COMUNITÀ”
Al via la terza stagione della trasmissione “Curami – Prima di tutto la salute” in onda sulle nostre frequenze tutti i sabati alle ore 12 e in replica il mercoledì alle ore 12.30. Curami è una trasmissione di e con Donatella Albini, medica del centro studi e informazione sulla medicina di genere, già delegata alla sanita’ del Comune di Brescia, di e con Antonino Cimino, medico e referente di Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute – Brescia. La prima puntata della terza stagione, in onda sabato 12 settembre, si intitola “Cura, cultura, comunità”. Ospiti della trasmissione sono Daniela Pietta, filosofa e ricercatrice indipendente e Ester De Battisti, antropologa medica. Conduce Donatella Albini. La puntata di sabato 12 settembre. Ascolta o scarica
September 15, 2026
Radio Onda d`Urto
Creare nuove comunità
LE OCCASIONI PER AGIRE IN MODO DIVERSO COMINCIANO A MOLTIPLICARSI CON GLI EVENTI ESTREMI CHE CI COSTRINGONO A INTERROMPERE LA ROUTINE DELLA VITA QUOTIDIANA PER PRESTARCI RECIPROCAMENTE AIUTO, SPECIE DOVE IL SOCCORSO DELLE ISTITUZIONI È CARENTE O ASSENTE. E LO SARÀ SEMPRE DI PIÙ. LA COSTRUZIONE DI NUOVE COMUNITÀ IN BASSO È ANCHE L’UNICA STRADA PER METTERE IN DISCUSSIONE IL CRESCENTE RAZZISMO Un incontro promosso da Bosco Ospizio di Reggio Emilia, dove nei giorni scorsi è stato presentato il progetto del bosco urbano comunitario al posto dell’ennesimo supermercato -------------------------------------------------------------------------------- Il collasso climatico del pianeta non riguarda più solo il futuro, bensì il nostro presente. Alcune sue manifestazioni sono già irreversibili: ghiacci, ghiacciai e suoli ghiacciati del pianeta si sciolgono e non si riformeranno più per millenni, continuando a far salire il livello dei mari, sommergendo pianure e città costiere, alterando il regime dei fiumi e le precipitazioni, alternando siccità e alluvioni, mentre il metano rilasciato dal permafrost accelererà il riscaldamento atmosferico: avremo estati e inverni sempre più caldi e incendi boschivi sempre più ampi, senza acqua per spegnerli. I suoli inariditi da arsura e chimica produrranno sempre meno. La vita sarà più difficile e meno gradevole per un numero crescente di abitanti della Terra. Si sa da anni, ma Governi, imprese, media e associazioni hanno risposto con irresponsabile inerzia. Perché? Contano gli interessi di imprese e Stati che estraggono o vivono di combustibili fossili: l’intero tessuto produttivo del pianeta; contano l’ignoranza promossa e diffusa sia tra il pubblico che tra Governi, partiti e media e la riluttanza a cambiare abitudini o a rinunciare a veri o presunti confort; ma conta soprattutto il senso di impotenza che nasce dalla dismisura tra le proprie forze, singole o associate, e quelle dei grandi interessi decisi a mandare avanti i propri business costi quel che costi. Così si è per lo più ripiegato su mezze misure tanto inefficaci quanto impopolari nel tentativo di conciliare lotta al cambiamento climatico e stili di vita incompatibili con la salvaguardia del pianeta e la giustizia sociale. L’intellighenzia ha concentrato le sue attenzioni su altro relegando il clima in un angolo. Ora il caldo insopportabile e la notizia che sarà sempre peggio fanno prendere un po’ a tutti coscienza della gravità della situazione, ma nessuno osa ancora parlare della necessità di un cambiamento radicale. Manca una “visione”, una prospettiva di lotta e di trasformazione della vita quotidiana che affascini ma che al tempo stesso si imponga come realistica e praticabile: non per raggiungere quel “sol dell’avvenire” che ha sedotto milioni di lavoratori e lavoratrici per quasi due secoli; ma per affrontare in maniera condivisa le difficoltà e gli eventi estremi con cui ogni aggregato umano si troverà a fare i conti d’ora in poi. Di fronte a una prospettiva completamente nuova come questa bisogna aprire un capitolo anch’esso completamente nuovo: partendo dalla regola di pensare globalmente e agire localmente. Pensare globalmente, a tutto il vivente, a partire da Gaia, la Terra, come ha cercato di insegnarci papa Francesco con l’enciclica Laudato sì. Non basta pensare solo a coloro che si battono o non si battono ancora per la salvezza comune; va preso in considerazione anche e soprattutto il contributo che la resilienza di tutte le forme di vita può offrire al risanamento del pianeta. Agire localmente: la nostra azione può raggiungere dei risultati concreti solo se si agisce in forme condivise, fondate sul reciproco riconoscimento, sul mutuo sostegno e su contatti il più possibile personali basati sulla fiducia, riducendo il peso della comunicazione da remoto, sempre più in mano a pochi signori del danaro, dell’informazione e delle vite di tutti. Occorre aggregare forze attenti alla replicabilità di ciò che si fa perché funziona bene solo ciò che è praticabile ovunque, adattandolo ovviamente al differente contesto. Le occasioni di farlo non mancheranno; anzi, si moltiplicheranno con la moltiplicazione degli eventi estremi che ci costringeranno a interrompere la routine della vita quotidiana per prestarci reciprocamente aiuto, specie dove il soccorso delle istituzioni sarà carente o assente. E lo sarà sempre di più perché difficilmente le istituzioni resteranno indenni dagli effetti degli shock ambientali, sociali, politici e geopolitici che ci attendono. Così, la presenza fisica e la capacità di proporre e perseguire soluzioni praticabili diventeranno il terreno di di confronto e di scontro principale tra le forze sociali e soprattutto gli orientamenti politici contrapposti. È su questo terreno che si potranno formare nuove comunità: addensamenti di relazioni fondate sul mutuo sostegno che, poi, a volte si sciolgono dopo l’emergenza, ma a volte permangono, disponibili ai nuovi interventi che si renderanno sempre più necessari e frequenti, formando comunità e reti di comunità: una sistema sempre più esteso di mutuo sostegno per supplire all’inerzia degli Stati e delle istituzioni, in un processo può rivelarsi l’embrione di una nuova e diversa formazione sociale. Ciò che ha disarmato maggiormente i pochi tentativi di varare politiche all’altezza della gravità, dell’urgenza e delle dimensioni della crisi climatica in corso è il fatto che tutte le forze fautrici di regimi autoritari e di misure repressive e antidemocratiche combinano un pervicace negazionismo climatico con politiche che additano la fonte principale se non esclusiva dell’insicurezza della vita sempre più precaria di oggi nei profughi e nei migranti: “genti in cammino” contro cui prospettano soluzioni tanto “semplici” quanto ciniche e spietate: respingimenti e “remigrazione”. È questo il “vento in poppa” che spinge le destre verso il controllo sia dei governi che del “sentire comune” di una componente sempre più ampia dell’opinione pubblica. La comprovata inefficacia di quelle politiche e i loro costi stratosferici sono obliterati da una sistematica disumanizzazione non solo dei cosiddetti “clandestini” ma di tutti gli immigrati indigenti sia di prima che seconda generazione, offerti come bersaglio all’ostilità, in gran parte indotta, dei cittadini “autoctoni” o supposti tali. Quelle politiche hanno un riscontro preciso nella disumanizzazione del popolo palestinese ad opera del Governo di Israele e di gran parte dei suoi cittadini. L’apartheid instaurato da Israele in terra di Palestina con il sostegno di tutta la cosiddetta “comunità internazionale” e finalizzato allo sterminio e alla cacciata di un intero popolo dalla sua terra anticipa la soluzione finale che l’Occidente, ma anche molti altri paesi del mondo, sviluppato e non, stanno apprestando per far fronte alle migrazioni di massa quando la crisi climatica ne moltiplicherà in misura esponenziale le dimensioni. Con il procedere del collasso, infatti, una porzione crescente del pianeta diventerà inabitabile e le relative popolazioni dovranno cercare di aprirsi la strada verso regioni e paesi diversi. Lo aveva già previsto, una ventina di anni fa, il Pentagono: i paesi che non si attrezzeranno militarmente per respingere quei flussi sono condannati a soccombere. Dunque, le politiche antimigratorie di oggi non fanno che prepararci alle guerre di sterminio di domani. Che sono però destinate ad avere inevitabili ripercussioni anche all’interno dei nostri paesi: militarizzazione, repressione del dissenso, istituzionalizzazione del razzismo. Un’opposizione vera a quel trend non esiste. Le forze che se la intestano oscillano tra la sottovalutazione del problema (“altre sono le priorità!”) e una concorrenza con le soluzioni della destra (“non siete stati nemmeno capaci di fermarli!”), a volte addirittura sopravanzandole nella gara a sbarazzarsene. Un’alternativa non esiste ma va costruita. “Dal basso”: lasciare in mano agli Stati la politica migratoria blocca lo sviluppo di soluzioni di una convivenza costruttiva in tutte le comunità esistenti o in fieri aperte al contributo di forze, culture ed esperienze nuove; ma blocca anche ogni possibilità di fare dei nuovi arrivati il vettore di una cooperazione con le loro comunità di origine. Il risanamento di ciò che del nostro pianeta resterà emendabile – territori e comunità, a Nord come a Sud del pianeta – ha bisogno di attori e di presìdi: che non possono nascere che da collaborazioni di base transnazionali tra comunità e che hanno nei migranti i vettori indispensabili. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Creare nuove comunità proviene da Comune-info.
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