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Manifesto per la gentilezza radicale
Il 1° aprile è stato pubblicato un manifesto in cui si afferma che, di fronte all’odio, “la gentilezza radicale è l’atto più pericoloso che possiamo compiere.” Ecco il link per firmarlo: Manifesto per la gentilezza radicale https://resist.es/peticiones/manifiesto-por-la-bondad-radical/ Noi di Resist.es e Spanish Revolution sosteniamo che la gentilezza non sia un’opzione estetica, né una qualità individuale. È una posizione politica consapevole di fronte a un sistema che ha bisogno della paura, della frammentazione e della violenza simbolica per sostenersi. La domanda non è più se l’odio esista. La domanda è chi lo produce, chi lo amplifica e chi ne trae beneficio. Perché l’odio non è spontaneo. È un’infrastruttura. Viene fabbricato nei laboratori mediatici, distribuito tramite algoritmi progettati per massimizzare la reazione emotiva e trasformato in redditività politica ed economica. Ogni bufala, ogni discorso disumanizzante, ogni narrativa basata sullo scontro svolge una funzione: spostare l’attenzione, dividere la società e proteggere le strutture che concentrano il potere. L’odio è un modello di business. E come ogni modello di business, ha bisogno di consumatori e consumatrici. Ha bisogno di clic, ha bisogno di indignazione indirizzata, ha bisogno che qualcuno creda a quella storia e la riproduca. Ha bisogno che tu, che chiunque, partecipi inconsapevolmente alla sua catena di valore. Ecco perché questo manifesto non fa appello alla morale individuale come rifugio, ma alla responsabilità collettiva come rottura. Tu, come persona, non sei irrilevante all’interno di questo sistema. Sei un nodo. Un punto di trasmissione. Uno spazio in cui si decide se l’odio circola o si ferma. Ogni volta che condividi senza verificare, alimenti una struttura. Ogni volta che reagisci sulla base di una rabbia indotta, sostieni una logica. Ogni volta che accetti una semplificazione interessata, legittimi una narrativa. Ma accade anche il contrario. Ogni volta che ti fermi, interrompi il flusso. Ogni volta che ti contrapponi, introduci un attrito. Ogni volta che scegli di non odiare, rompi una catena di redditività. In questo contesto la gentilezza radicale è una pratica di sabotaggio. Non è ingenuità. È consapevolezza di come operano i meccanismi di produzione dell’odio. È comprendere che la polarizzazione non è un incidente, ma uno strumento di governance. È ammettere che la paura è una risorsa politica e che c’è chi la gestisce come un bene. Rifiutare l’odio non significa ritirarsi dal conflitto. Significa riconfigurarlo. È rifiutarsi di accettare schemi che riducono la complessità a trincee. È disobbedire alle narrazioni che trasformano le altre persone in minacce. È smantellare discorsi che hanno bisogno di disumanizzare per funzionare. Non si tratta di essere neutrali. Si tratta di essere precisi. Denunciare l’ingiustizia senza amplificare l’odio. Denunciare l’abuso senza riprodurre la logica del nemico. Indicare le responsabilità senza cadere nella disumanizzazione. Perché il sistema ha bisogno che confondiamo la critica con l’odio e la giustizia con la vendetta. La gentilezza radicale stabilisce qualcos’altro: un’irriducibile etica della dignità. Anche quando è scomoda. Anche quando non genera applausi immediati. Anche quando non è redditizia. Da un punto di vista tecnico, ciò implica un’alfabetizzazione mediatica attiva. Capire come funzionano gli algoritmi di raccomandazione, come si costruiscono le bolle informative, come operano le campagne di disinformazione. Implica riconoscere schemi ricorrenti: l’estrema semplificazione, il costante ricorso alla paura, la creazione di nemici vaghi. Implica anche costruire alternative. Reti di informazione verificate. Spazi di conversazione non catturati dalla logica dello scontro. Comunità che privilegiano la cura rispetto alla reazione.  La gentilezza radicale non è passiva. È strutturale. Si organizza. Si protegge. Si difende. Non basta non odiare. Bisogna impedire che l’odio diventi la norma. Non basta non condividere bufale. Bisogna smantellare le condizioni che le rendono efficaci. Non basta non cadere nella polarizzazione. Bisogna segnalare chi la crea. Questo manifesto è un invito ad assumere quel ruolo. A capire che ogni gesto quotidiano ha una dimensione politica. A riconoscere che anche l’indifferenza è una forma di partecipazione. A scegliere consapevolmente quali dinamiche riprodurre e quali interrompere. Perché in un ecosistema progettato per trasformare l’odio in profitto, decidere di non odiare è una forma di insubordinazione. E in un mondo che ha bisogno che noi abbiamo paura per funzionare, la gentilezza radicale è l’atto più pericoloso che possiamo sostenere. Nota La fede nella “gentilezza radicale” fa parte del bellissimo messaggio di Rebecca, la vedova di Renee Good, uccisa dall’ICE, che Jane Fonda ha letto durante la manifestazione No Kings tenutasi a Minneapolis il 28 marzo. Dal minuto 3:06:35 del video. https://www.nokings.org/livestreams Redacción España
April 10, 2026
Pressenza
Partiti o movimenti?
UN ARTICOLO DI LEA MELANDRI, UNA MAGGIORANZA RUMOROSA FINORA INASCOLTATA, HA APERTO UNA DISCUSSIONE SU COMUNE. DOPO LA RISPOSTA DI ANDREA SEGRE, NUOVE COMUNITÀ DEMOCRATICHE E ANTIFASCISTE, SONO INTERVENUTI EMILIA DE RIENZO, COME RESTARE MOVIMENTO E RADICARSI NEI TERRITORI, E CLAUDIO TOSI, UNA GRAN VOGLIA DI UMANO. QUESTO INVECE L’ARTICOLO DI GUIDO VIALE Roma, 28 marzo: corteo No Kings. Foto di Riccardo Troisi per Comune -------------------------------------------------------------------------------- Il problema fondamentale di fronte al quale si trovano i “movimenti” di opposizione e contrasto allo stato di cose presente è la costruzione (e in alcuni casi la ricostruzione, o la difesa) di relazioni sociali basate sulla condivisione attraverso cui costituire una rete di comunità aperte; cioè di ambiti entro cui ciascun individuo possa formarsi e sviluppare la propria autonomia in un contesto di rapporti personali diretti. Una cosa che gli consenta di sottrarsi almeno in parte ai condizionamenti imposti dalle forme di dominio vigenti: patriarcato, razzismo, capitalismo, militarismo e che ha come conseguenza immediata quella di spostare l’attenzione dal futuro al presente: dall’attesa di una società a venire alla “felicità pubblica” – pur tra le difficoltà, il dolore e il lutto dei conflitti in corso – di una vita autonomamente vissuta, sottratta al dominio a cui è ormai sottoposta tutta la popolazione del nostro pianeta. Ma senza consolidarsi in comunità aperte i movimenti che agitano la superficie della società sembrano destinati a dissolversi o a essere assorbiti da qualche istituzione preesistente. Comunità aperte vuole dire non esclusive (l’appartenenza ad una non esclude l’appartenenza a una o più altre, purché non in aperto conflitto tra loro), orientate al proselitismo, impegnate a svilupparsi sia in estensione, con l’ingresso di nuovi associati o la fusione con altre comunità, sia in profondità, con l’aggiunta di nuovi punti di convergenza: ciò che le può accomunare a movimenti dalle origini diverse. Senza un supporto di questo tipo nessuno e nessuna di noi è in grado di crescere e di sviluppare una propria autonomia di pensiero e di azione: cioè di sottrarsi al deserto dell’individualismo, della solitudine, della competizione, della guerra di tutti contro tutti, che non è “lo stato di natura” dell’essere umano, ma la subalternità a cui ci ha ridotti e ridotte l’evoluzione delle diverse forme di dominio. Sono processi – quelli dei movimenti, della loro costituzione in comunità, ma anche del loro dissolvimento – che in momenti differenti della storia recente (su quelli remoti è utile ma non indispensabile indagare) hanno attraversato le vicende della vita, lunga, corta o cortissima, di molti e molte di noi; e senza i quali non è possibile immaginare una forza in grado di confrontarsi e misurarsi con i maggiori problemi che attanagliano, in modi e con intensità diverse, tutti e tutte: la crisi climatica e ambientale (cornice ineludibile di tutto quanto succede), le guerre, l’accoglienza dei migranti, le diseguaglianze, le povertà materiali e spirituali, il senso di impotenza, la disperazione. Il tema del rapporto tra movimenti e partiti, in discussione su alcune recenti pagine di Comune, andrebbe affrontato a partire da queste premesse apparentemente astratte e generiche, ma in realtà concrete e intime. Se il personale è politico, senza il personale, e la sua aperta tematizzazione, non c’è politica. O quella politica non è la nostra. Dunque, quanto hanno contributo i partiti in Italia – ma, per quello che ne possiamo sapere, in molti altri paesi e in tutto il mondo – a costruire relazioni e comunità? E quanto i movimenti? E quanto hanno contribuito gli uni e gli altri a dissolvere quel tanto o poco di comunità e di relazione sociale fondate sulla condivisione in cui ciascuno di noi si è per un certo tempo ritrovato o ancora si ritrova? A queste domande non c’è una risposta univoca e generale e ciascuno e ciascuna di noi può avere avuto o vissuto, avere o vivere, esperienze differenti. Con l’avvertenza, però, che i partiti – alcuni partiti – che in altri tempi possono aver avuto un ruolo nel costruire o costituirsi in comunità oggi si presentano ai movimenti in corso soprattutto come emanazioni dello Stato e delle sue articolazioni. Esistono in quanto tali – e le elezioni, ma soprattutto la legittimazione di chi è già insediato, sono i veicoli di accesso a questo status – e se perdono questo ruolo rischiano la dissoluzione o l’irrilevanza. Le loro scelte sono indissolubilmente legate a mantenere, consolidare o conquistare questo ruolo; il loro rapporto con i “movimenti”, con ciò che si agita nella società, è indissolubilmente finalizzato a valorizzare quel ruolo. Per questo è probabile che nelle manifestazioni di rifiuto o di rivolta contro l’esistente vedano più il fattore che mette a rischio la loro posizione che non un’occasione per costruirla o consolidarla. E viceversa: i giovani e giovanissimi che hanno alimentato le recenti mobilitazioni sono naturalmente esposti a percepire maggiormente questa estraneità. Nei “movimenti” il meccanismo è l’opposto: nascono, crescono e si consolidano nella misura in cui esprimono un sentire comune, più ancora e molto prima di condividere una “ideologia”, o anche solo una visione o un punto di vista – che è ciò che contribuiscono a creare – anche se anch’essi non sono immuni dai rischi di una sclerotizzazione burocratica. Ma la loro autonomia e la loro efficacia sono misurate della distanza che sanno prendere dal rischio di venir fagocitati (a piccoli pezzi, o anche uno o una alla volta) da uno o più partiti. Certo, per i “movimenti”, la possibilità di crescere in peso e dimensioni passa necessariamente per la capacità di coinvolgere sui propri obiettivi le istituzioni della Stato, ai suoi diversi livelli. E non c’è dubbio che in questo ambito il ruolo dei partiti si dimostri indispensabile. A condizione che sia un processo dal basso in alto e non viceversa. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Partiti o movimenti? proviene da Comune-info.
April 2, 2026
Comune-info
Noi tra gli alberi: a Bosco Futuro la rigenerazione ambientale diventa comunità
C’è un luogo, a Paderno Franciacorta, in provincia di Brescia dove la trasformazione ambientale non è un concetto astratto ma un processo visibile, misurabile, condiviso. Bosco Futuro nasce su un’area che fino a pochi anni fa era una discarica abusiva e oggi rappresenta un esempio concreto di rigenerazione del suolo e restituzione ecologica al territorio. La giornata “Noi tra gli alberi” di domenica ha segnato un nuovo passo in questo percorso. Tredici alberi sono stati messi a dimora, portando a circa 170 il totale delle piantumazioni. Un incremento che, oltre al valore simbolico, ha un impatto reale: più copertura vegetale, maggiore capacità di assorbimento di CO₂, miglioramento della biodiversità locale e della qualità del suolo. Quattro di queste nuove piante sono state dedicate a figure che hanno segnato la storia dell’ambientalismo globale — Jane Goodall, Chico Mendes, Wangari Maathai e Berta Cáceres — a sottolineare il legame tra le pratiche locali e una visione più ampia di tutela degli ecosistemi. Accanto all’intervento ambientale, la dimensione educativa resta centrale. Durante la mattinata, bambini e bambine hanno partecipato ad attività di semina attraverso il lancio di “seed balls”, piccole sfere di terra e semi che favoriscono la diffusione spontanea di fiori e piante mellifere. Una pratica semplice, ma efficace, che contribuisce alla creazione di micro-habitat utili agli insetti impollinatori e alla resilienza dell’ecosistema. Nel pomeriggio, la riflessione si è spostata sul piano culturale con la proiezione del docufilm Insieme possiamo, che documenta le attività di recupero e piantumazione realizzate tra i territori di Ome e Paderno Franciacorta. Un racconto per immagini che restituisce il valore di un lavoro collettivo, sostenuto anche dalle amministrazioni locali, presenti con i loro rappresentanti istituzionali. Il progetto Bosco Futuro si distingue infatti per la capacità di attivare una rete ampia: volontari, associazioni, enti pubblici e soggetti privati. Tra i contributi più recenti, le donazioni di piante da parte di realtà del territorio e la partecipazione di figure come il botanico Antonio De Matola, curatore degli orti botanici di Ome, che ha sottolineato l’importanza della gestione consapevole del patrimonio vegetale. Ma è soprattutto l’azione dell’associazione 5R Zero Sprechi a rappresentare il motore di questo cambiamento. Dal 2020, insieme a Piantumazione Selvaggia, ha coordinato un intervento di bonifica che ha portato alla rimozione di tonnellate di rifiuti: materiali di risulta, amianto, plastiche, metalli. Un’operazione complessa, che ha richiesto competenze tecniche, continuità e una visione chiara: trasformare un’area degradata in uno spazio fruibile, educativo e attivo. «Bosco Futuro — ha ricordato Marco Migliorati di 5R Zero Sprechi — rappresenta in modo concreto la nostra idea di sostenibilità: recupero del suolo, riduzione degli sprechi, coinvolgimento della comunità e restituzione di valore alle nuove generazioni». Un approccio che integra dimensione ambientale e sociale, superando la logica dell’intervento puntuale per costruire un processo nel tempo. Oggi Bosco Futuro è un ecosistema in evoluzione. Non solo un’area verde, ma un dispositivo territoriale capace di generare consapevolezza, relazioni e nuove pratiche. Ogni albero piantato contribuisce a migliorare l’equilibrio ecologico, ma anche a rafforzare un’idea di comunità fondata sulla cura e sulla responsabilità condivisa. In un contesto in cui il consumo di suolo e la perdita di biodiversità rappresentano sfide sempre più urgenti, esperienze come questa dimostrano che la rigenerazione è possibile. E che può partire dal basso, con gesti concreti, continui, radicati nel territorio. Bosco Futuro non è, dunque, un punto di arrivo, ma un processo. Un cantiere aperto, in cui la sostenibilità smette di essere slogan e diventa pratica quotidiana. Gli eventi si susseguono, i progetti si moltiplicano, e il bosco continua a crescere — non solo in altezza, ma in significato. In un tempo in cui il rapporto tra uomo e ambiente appare spesso compromesso, esperienze come questa ricordano che un’alternativa è possibile. E che, a volte, basta piantare un albero per iniziare a cambiare il paesaggio — esteriore e interiore.   Per maggiori informazioni: https://www.5rzerosprechi.it/ Redazione Sebino Franciacorta
April 1, 2026
Pressenza
Storia, fatiche e speranze del popolo chicano – messicani e nativi statunitensi
Ho cercato online uno specialista di orchidee perché mi dispiace ogni volta vederle appassire lentamente e morire. L’esperta spiegava che il 90% vengono malamente invasate in contenitori di plastica con un solo foro sul fondo (a volte manca anche quello) e le loro lunghe radici vengono così tanto compresse da stritorarle. Sebbene mostrino fiori dai colori sgargianti e dalla forma perfetta, in verità stanno morendo per soffocamento. Per salvarle bisogna liberarle dal vaso e ripulirle, tagliando con una forbice sterile la parte radicale ormai secca. Sono piante robuste e si riprenderanno, ma “l’operazione è da fare con cura e amore, perché non vogliamo creare loro altre ferite”. E mentre parlava accarezzava le radici delle piantine. Le radici del mondo vegetale le possiamo toccare e vedere, mentre altre, quelle degli esseri che si muovono, sono immateriali, ma ciò non significa che non siano forti e ben presenti. E quando vengono strappate, che sia per cattiveria, ignoranza o interesse, il soggetto che subisce prova dolore. Bob Marley cantava che i progenitori dei neri americani furono “stolen from Africa”; altri, come i navajo o gli armeni, furono costretti a marce estenuanti per allontanarli dalla loro terra; oggi si propone ai palestinesi l’“emigrazione volontaria”. E poi ci sono altri popoli che vivono come le orchidee: le loro radici sono state inscatolate e compresse nel bieco tentativo di farle morire. Uno di questi è il popolo chicano. Richy Guzman, giovane messicano americano e membro dei Brown Berets, mi ha dato appuntamento a Tierra Mia Coffee, un locale chicano di Long Beach, a sud di Los Angeles, con l’intenzione di farmi gustare un vero caffè al cioccolato messicano e farmi vivere qualcosa della sua cultura. La sala è gremita da persone di ogni età dal chiaro aspetto centro-americano e il frappé al marzapane è delizioso. Sebbene si pensi alla California del sud come la terra delle star e dei surfisti, anche il turista più distratto non può evitare di incontrare i chicano; sono dietro le scrivanie degli uffici e alle casse dei supermercati, ti assistono negli ospedali e nelle banche, li vedi nello specchietto retrovisore della macchina. Sono, semplicemente, la maggioranza. Una maggioranza silenziosa, pacifica e che si lamenta poco e forse per questo in pochi conoscono la loro causa e la discriminazione di cui sono stati e sono ancora oggetto. Proviamo a conoscerli attraverso le parole di Richy. Sono cresciuto in una comunità a nord di Los Angeles, per il 98 % chicana; non tutte le famiglie sono emigrate, alcuni sono messicani che vivono qui da generazioni. Con mia sorella parlavo inglese, ma con i genitori era un segno di rispetto usare lo spagnolo (fino agli anni Sessanta dello scorso secolo era vietato). Nel quartiere succedeva la stessa cosa: tra noi ragazzi parlavamo in inglese, con gli anziani in spagnolo. Ascoltavo la musica che piace a tanti ragazzi, il punk-rock e mangiavo tacos e fajitas; per me quella era l’America e la consideravo la mia patria. E invece nel momento stesso in cui mi sono avventurato per il mondo, ho scoperto che vivevo in una bolla.   È faticoso riconoscersi come chicano?   Si, all’inizio lo è stato. La parola stessa è impegnativa, significa “non di qua-non di là”; accettarla fino a diventarne orgogliosi è un processo che prende tempo, che va a scavare nel profondo, che ti mette a nudo con te stesso. Tutti noi chicano abbiamo subito un indottrinamento bianco e fino a un certo punto della mia vita ero convinto di essere un messicano-americano alla pari degli altri cittadini americani; invece, fuori dalla bolla, l’altra America mi parlava come a un messicano forestiero, usando per altro tutti i più scontati cliché, dai baffi alla musica mariachi. A volte, fingendo di scherzare, mi sono persino sentito chiamare “wetback”(“schiena bagnata”, un termine denigratorio riferito a chi entra di nascosto negli Stati Uniti attraversando il fiume che fa confine con il Messico). Mai si permetterebbero simili libertà con un nero; così a un certo punto ho realizzato che non importa quello che fai e quanto ti sforzi, la maggior parte dei bianchi non ti vedrà mai come uguale a loro. Raccontami dei Brown Berets. Fu durante il servizio militare – sono stato in Marina per poter studiare fotografia e giornalismo – che tante piccole cose che non tornavano, indizi che negavo, composero un quadro chiaro. Dovetti accettare che non ero considerato nello stesso modo di un cittadino americano bianco. Tornato a casa sentii un gran bisogno di cercare le mie radici e incontrai i Brown Berets. Il gruppo è nato nel 1967 per aiutare il popolo messicano e nativo a emanciparsi e a reagire ai soprusi di cui erano vittime. Hanno fatto tanto per noi, tante battaglie; ad esempio è merito dei B.B. se in California nelle scuole è incluso il pasto. Prima era una spesa che le famiglie dovevano sostenere e per molte era difficile. Crediamo molto nella comunità e ci poniamo totalmente al suo servizio. Si tratta di una comunità interamente nativa e messicana? No, siamo tutti mischiati. Anche i B.B. non sono un gruppo chiuso, accogliamo chiunque sia motivato a difendere e proteggere i più deboli dalle ingiustizie.  Nel nostro gruppo c’è una donna bianca che crede molto nella causa; è sposata con un chicano, ma lui non ha voluto impegnarsi, mentre lei lo ha fatto e si trova benissimo. Che cosa succede con l’ICE? Danno da fare anche a voi? Sì, l’ICE ci dà un bel po’ da fare, ma soprattutto la nostra America, quella chicana, è costituita da nativi. In molti Stati dell’Ovest siamo la maggioranza, quindi come possono dirmi che loro proteggono l’America? Di quale America stiamo parlando? E che cosa fate? Come associazione offriamo sostegno economico e tutela legale e organizziamo feste: andiamo in un parco, montiamo tendoni e mettiamo bancarelle con cibo, vestiti, libri, gratuiti ovviamente, organizziamo giochi per bambini e facciamo musica. Una vera festa, ma circondiamo l’area e la pattugliamo perché ICE non si avvicini. Molti immigrati, intere famiglie, vivono segregati in casa; poter uscire e svagarsi è importante per tutti. Nel Giorno del Ringraziamento è venuta fuori una festa proprio bella. Recentemente sono emerse scomode verità su César Chavez, un leader contadino che negli anni Sessanta si è battuto per i diritti dei chicano. Alcune anziane militanti lo hanno accusato di averle violentate da ragazze. Che cosa significa questo per la causa chicana? Assolutamente nulla. I B.B. da molti anni hanno preso le distanze da Chavez; i politici (democratici) lo celebrano perché fa loro comodo, ma in pochi sanno che già a quei tempi le sue rivendicazioni erano limitate ai contadini residenti e cittadini. Chavez era contrario all’immigrazione e sosteneva che i braccianti venivano a rubare il lavoro. Questo fatto recente è solo un’ulteriore testimonianza che non era un uomo integro. Diversi gruppi di B.B. hanno emesso comunicati in cui si dichiara che “siamo vicini a Dolores Huerta e a tutte le donne che vorranno uscire dall’oblio. La verità va sostenuta e il nostro compito di tenere alta la fiaccola della causa chicana è diventato ancora più importante. È venuto il momento di salutarci. Ci abbracciamo calorosamente. Potrei essere un moscerino al cospetto di Richy, che ha la struttura tipica dei messicani nativi, spalle imponenti e un petto maestoso; impossibile per me abbracciarlo tutto. Mentre guido nel traffico rifletto. Ci sono popoli, come il mio, che secoli fa hanno elaborato la consapevolezza di diventare un popolo e riconoscersi in un territorio e infatti studiamo il Risorgimento; pensiamo mai che ce ne sono altri che stanno oggi elaborando le proprie radici? Chi sono? Da dove vengono? Che cosa gli corrisponde? Il caso dei chicano è particolarmente interessante perché rappresentano un popolo, e lo dicono i numeri, antico e giovane nello stesso tempo. Il loro sogno è di poter celebrare come patria quella che chiamano Aztlan, “la nostra terra indigena” (Richy mi mostra il nome scritto a caratteri cubitali e colorato sulla maglietta che indossa). È sbagliato? Non ci siamo noi liberati da secoli di dominazioni? Un popolo non prende forma in un giorno, è un fenomeno complesso e stratificato. È Richy a propormi questa visione e si dimostra ben conscio di vivere in un multiculturalismo che potrebbe essere un bene, se non fosse che una parte è cieca. Sempre recentemente ho scambiato due chiacchiere con due simpatiche signore bianche dagli occhi azzurri e lucenti. Erano state in Italia e ammiravano la nostra storia e i muri spessi delle nostre case e si lamentavano dicendo che loro hanno una storia così breve. No, signore care, in questa immensa terra millenni fa i pueblo costruivano splendidi villaggi a più piani in adobe, mattoni robusti che proteggono dal caldo e dal freddo. Quando i vostri progenitori sono arrivati questa terra non era vuota e possedeva già una lunga storia.           Marina Serina
March 27, 2026
Pressenza
Cayos Cochinos – Honduras: Garífuna contro esproprio e reality show
I Cayos Cochinos, al largo della costa dell’Honduras, sono abitati da oltre due secoli dal popolo Garifuna, comunità afro-indigena con un legame profondo con il mare e il territorio. Come racconta ai microfoni di Radio Blackout Wilman Arzu, la svolta arriva nel 1993, quando il governo dichiara l’area riserva naturale affidandone la gestione a una fondazione privata, escludendo di fatto gli abitanti locali. Da allora, denunciano i Garifuna, si moltiplicano restrizioni alla pesca, limitazioni alla mobilità e episodi di violenza e intimidazione. Parallelamente, l’arcipelago diventa location di reality show internazionali come Supervivientes e L’Isola dei Famosi, con un impatto significativo sull’ambiente e sulla vita della comunità. Le tensioni per il controllo del territorio arrivano presto anche sul piano internazionale: nel 2003 l’Organización Fraternal Negra Hondureña OFRANEH presenta una petizione alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani, dichiarata ammissibile nel 2007. Nel 2020 la Commissione emette un rapporto di merito con raccomandazioni allo Stato honduregno, rimaste però senza attuazione, fino alla decisione — nel 2023 — di deferire il caso alla Corte Interamericana dei Diritti Umani. Il 4 marzo 2026 arriva così una sentenza storica: la Corte condanna l’Honduras per la violazione dei diritti della comunità Garifuna, tra cui la proprietà collettiva, la consultazione previa e la partecipazione alle decisioni sul territorio. I giudici stabiliscono che la creazione dell’area protetta e le restrizioni successive sono avvenute senza un adeguato consenso libero e informato, e riconoscono anche l’impatto negativo di turismo e produzioni televisive sulle pratiche tradizionali. Tra le misure ordinate: la restituzione di diritti territoriali, indagini sulle violenze denunciate e garanzie di partecipazione nella gestione dell’area.
March 19, 2026
Radio Blackout - Info
Sulle rapide del Congo da 150 anni, ora i pescatori wagenia rischiano di scomparire
Custodi di un’arte antica, sfidano le tumultuose acque del grande fiume su fragili impalcature di legno. Ma il vero pericolo viene da altrove: pesca intensiva, declino turistico e lotte intestine minacciano una comunità già alle prese con la precarietà. La calma pachidermica del grande fiume si interrompe bruscamente nei pressi di Kisangani, capoluogo della provincia di Tshopo, nell’area settentrionale centrale della Repubblica Democratica del Congo. Le Cascate Boyoma, note in passato come Stanley Falls, sprigionano tutta la loro energia in una serie di rapide che si snodano lungo il fiume Lualaba, esattamente nel punto in cui questo assume il nome di Congo, tra le città di Ubundu e Kisangani. Nel mezzo del fragore e della schiuma vaporosa che si solleva per l’infrangersi dell’acqua sulle rocce che emergono dal fondale appare quello che potrebbe essere definito l’impossibile: ponteggi di legno sui quali si muovono disinvolti un gran numero di ragazzi indaffarati. Sono i pescatori wagenia, maestri indiscussi della pesca fluviale, arte che affonda le radici in una storia lontana. Lo scenario è infatti lo stesso in cui s’imbatté Henry Morton Stanley, l’esploratore britannico che, giunto sul luogo nel 1877, descrisse il metodo di pesca utilizzato dal popolo wagenia con queste parole: «“Scavalcano” le rapide sui tolimos e usano cesti di legno per prendere i pesci». Centocinquant’anni dopo, nulla è cambiato: i wagenia continuano a costruire con le proprie mani le impalcature di legno (tolimos) che installano direttamente sopra le rapide che loro chiamano “Cascate Wagenia”, proprio come i loro progenitori. La pesca, perno della comunità Queste strutture, resistenti ma essenziali, sono realizzate utilizzando materiali naturali come tronchi e rami raccolti nella foresta circostante. Sospese sopra le acque turbolente, le impalcature servono come piattaforme da cui calare speciali ceste. Le nasse, simili a grandi trappole a imbuto, sono fatte di bambù e fissate con strisce di corteccia. Posizionate strategicamente nei punti in cui la corrente è più forte, sfruttano la potenza dell’acqua per intrappolare i pesci che nuotano nell’ampia apertura delle ceste, ma che la forma conica costringe verso un cul-de-sac da cui non riusciranno a fuggire. Un uomo sta in piedi in mezzo al fiume e pesca con una piccola rete. Dietro di lui, un’impalcatura di legno sostiene una trappola per pesci. Foto Panos Il momento ideale per costruire e utilizzare queste strutture è la stagione secca, quando il livello dell’acqua si abbassa e le rapide sono più accessibili. In questo periodo, i wagenia lavorano insieme per collocare le impalcature nelle posizioni migliori sul fiume. Di notte sorvegliano le “trappole” contro i pescatori dell’altra sponda del fiume. Una volta catturato, spesso il pesce viene portato a riva tenuto per la bocca, gesto simbolico che sottolinea la maestria del pescatore e la sua intimità con l’ambiente. Il pescato è poi condiviso tra le famiglie o venduto nei mercati locali: costituisce una fonte essenziale di proteine per la comunità. Un metodo di pesca intorno al quale ruota la vita di un’intera comunità. Oltre che fonte di cibo e di guadagno, la pesca è infatti per i wagenia anche un’arte collettiva e inclusiva che coinvolge tutti. Gli uomini costruiscono le impalcature e controllano le ceste. Le donne si dedicano alla raccolta, alla pulizia e alla preparazione del pesce, spesso cuocendolo su foglie di banano con olio di palma e spezie. I bambini imparano, fin da piccoli, a osservare e partecipare, aiutando i genitori. Declino Si sono così susseguite nei decenni generazioni di pescatori che hanno saputo domare il secondo fiume più lungo dell’Africa, e secondo al mondo per volume d’acqua, trasformando le difficoltà in opportunità. La Rd Congo è un Paese in cui la pesca rappresenta una risorsa economica importante. Abilità e tenacia sono però oggi messe a dura prova da sfide senza precedenti. Un tempo pilastro economico e culturale della comunità wagenia, la pesca con le cesteè in declino a causa di attività ittiche sempre più intensive, di pratiche dannose come l’uso di zanzariere per catturare i pesci giovani e a causa della pesca praticata durante la stagione riproduttiva. Così gli stock ittici sono crollati. Inoltre, la mancanza di infrastrutture e di sovvenzioni aggrava ulteriormente la situazione. «Prima c’erano impalcature dappertutto, ora ce ne sono a malapena alcune», racconta un pescatore della comunità. «Un tempo il governo sovvenzionava la manutenzione delle strutture, ma ha smesso di farlo oltre dieci anni fa, lasciando i pescatori a fronteggiare da soli le difficoltà», aggiunge. A fargli eco, suo fratello: «I nostri antenati ci hanno tramandato questa occupazione. Dobbiamo portarla avanti, ma è davvero difficile». Un pescatore controlla un cesto a Bamanga, sul fiume Lualaba. Per generazioni, i membri della tribù wagenia hanno costruito e mantenuto queste strutture. Foto Panos A complicare ulteriormente la situazione è l’assenza di una leadership forte. La posizione del capo tradizionale, figura essenziale per rappresentare la comunità wagenya presso il governo, è vacante da oltre due anni per lotte intestine tra i clan, che impediscono l’elezione di una guida capace di difendere i diritti del suo popolo e di affrontare le crescenti difficoltà economiche e sociali. Questo vuoto di potere ha lasciato la popolazione senza una guida, contribuendo all’accumulo di problemi sociali ed economici. La sfida di reinventarsi «Ognuno fa quel che gli pare», esclamano i ragazzi. Che precisano: «Non abbiamo nessuno che difenda i nostri diritti». Anche il turismo, che potrebbe rappresentare una fonte alternativa di reddito, è in declino. Piccole realtà locali hanno provato in passato a lanciare progetti di ecoturismo legati alla pesca tradizionale o a percorsi guidati lungo le rapide. Rappresentavano un’opportunità per sostenere la comunità e valorizzare il patrimonio culturale locale, ma l’instabilità cronica del Paese e le difficoltà logistiche (il viaggio aereo fino a Kisangani è molto caro, e il percorso via terra dalla capitale Kinshasa è un azzardo che può durare settimane) non hanno mai permesso di far decollare il turismo. Inoltre la pandemia da covid-19 ha ulteriormente ridotto il numero di visitatori, privando la comunità di una preziosa risorsa economica. I pochi turisti che arrivano si trovano ad affrontare strade impraticabili, interruzioni di elettricità e un aeroporto locale caratterizzato dal caos e da frequenti carenze di carburante. Mentre pesca tra le rapide fuori stagione, una ragazzina riposa su una roccia alle cascate Boyoma (conosciute localmente come cascate Wagenia). Per avere le mani libere, tiene il pesce in bocca. Le alternative scarseggiano. Alcuni pescatori si dedicano all’agricoltura nelle aree contigue al fiume Congo, producendo mais, manioca e altri prodotti per l’autoconsumo e la vendita. Altri avviano piccole attività commerciali come la vendita di beni essenziali nei mercati locali o la gestione di bancarelle alimentari. C’è anche chi trova un lavoro occasionale, da muratore, operaio o trasportatore, nelle città vicine, per esempio Kisangani. Tutte attività distanti dalla cultura di questi pescatori e, soprattutto, poco redditizie. Pressati dalle difficoltà, i wagenia continuano tuttavia a lottare per mantenere viva la tradizione. Giovani come Kalimo, studente sedicenne, cercano di contribuire vendendo diorami artigianali ai pochi avventori. «Mi aiuta a pagare la scuola», racconta il ragazzo, figlio di pescatore. Kalimo sogna di diventare ingegnere, dimostrando che la comunità wagenia non ha perso la speranza nel futuro e nella possibilità di continuare a danzare con il fiume.     Africa Rivista
March 11, 2026
Pressenza
Chicago, l’Associazione dei venditori ambulanti contro la violenza dell’ICE
Dopo aver intervistato Rick Rosales di CyclingxSolidarity, continuiamo a dare voce alle associazioni di Chicago che organizzano iniziative di solidarietà e protezione per gli immigrati privi di documenti contro la violenza dell’ICE. Questa volta parliamo con Maria Orozco, responsabile dello sviluppo e coordinatrice delle relazioni esterne dell’Associazione dei venditori ambulanti di Chicago. Qual è la situazione attuale in città per quanto riguarda le retate dell’ICE e la resistenza della popolazione? Al momento qui a Chicago le retate dell’ICE sono diminuite notevolmente da dicembre/gennaio. Ciononostante, le persone continuano a essere arrestate e i venditori ambulanti hanno ancora paura di uscire. È stata molto dura e so che l’ICE sta attaccando Minneapolis e altre città, ma tutto viene censurato e dobbiamo fare ricerche molto approfondite per ottenere queste informazioni. Brandon Johnson, sindaco di Chicago, ha definito le operazioni dell’ICE “militarizzate, sconsiderate e razziste”. Al di là di queste dichiarazioni, ha preso provvedimenti come Zohran Mamdani a New York per proteggere gli immigrati della città? In quanto Città Santuario, penso che si possa fare molto di più per proteggere la nostra gente, come sta facendo Mamdani a New York. A gennaio il sindaco Johnson ha autorizzato il Dipartimento di Polizia di Chicago a documentare e indagare su qualsiasi attività illegale da parte degli agenti federali dell’immigrazione. Recentemente però ho partecipato a una riunione cittadina in cui è stato mostrato un video girato con una telecamera indossata da un agente del CPD che aiutava e guidava gli agenti federali, il che è estremamente frustrante e uno schiaffo in faccia a tutte le persone che vivono qui a Chicago. Quali sono le vostre attività per proteggere i venditori ambulanti e gli immigrati in generale? A settembre abbiamo avviato una campagna di raccolta fondi GoFundMe per distribuire assegni ai nostri venditori in tutta la città, dato che non potevano più uscire a vendere. Solo a Chicago abbiamo oltre 6.000 venditori registrati. Ho preso spunto da un’organizzazione di Los Angeles che ha fatto la stessa cosa, ma ha dato ai venditori buoni regalo da 500 dollari, mentre noi abbiamo dato assegni. Siamo riusciti a raccogliere oltre 640.000 dollari dalla comunità. Abbiamo ricevuto donazioni da persone provenienti da tutto il Paese e anche dal Regno Unito. La nostra campagna GoFundMe è ancora aperta perché continuiamo a sostenere le famiglie e le persone che hanno bisogno di aiuto. Ad oggi abbiamo distribuito più di 900 assegni. La nostra è un’organizzazione molto piccola, ma stiamo facendo del nostro meglio per aiutare in ogni modo possibile. A settembre ho anche ricevuto un messaggio da Rick Rosales di CyclyingXsolidarity. Lui e il suo team stavano già andando a casa dei venditori per acquistare i loro prodotti. Abbiamo collaborato e dato il via al Bike vendor tour. Rick e il suo team si sono occupati della logistica con i ciclisti e io mi sono assicurata che i venditori fossero pronti per questa esperienza. L’hanno apprezzata molto, dato che il traffico pedonale era diminuito dell’80% e alcuni avevano semplicemente troppa paura di uscire durante l’Operation Midway Blitz condotta dall’ICE. Questo ha dato loro un po’ più di sollievo e un po’ più di reddito che non si aspettavano. C’è un coordinamento tra le associazioni e i cittadini comuni per organizzare la resistenza civile all’ICE? Abbiamo quello che chiamiamo Rapid Response, dove i cittadini e le persone delle organizzazioni si riuniscono e inviano avvisi alla comunità in pochi minuti se c’è qualche attività sospetta nella zona. Ogni quartiere è molto ben coordinato. Hanno aiutato tantissimo la nostra comunità e ho molto rispetto per loro, perché sono dei giovani che cercano di proteggere e difendere le loro comunità da questi teppisti. Hai contatti con attivisti di altre città? Recentemente ho contattato una persona di Minneapolis che era interessata a saperne di più sulla nostra raccolta fondi e su come siamo riusciti a distribuirli alle persone. Mi ha detto che le attività commerciali vengono chiuse perché i proprietari sono stati arrestati, le persone non escono di casa per paura e per via degli “agenti” che entrano nelle case senza un mandato giudiziario. Gli ho detto che siamo stati censurati su tutto ciò che sta accadendo lì, in Arizona e in Georgia. Gli ho anche detto che abbiamo preso spunto da Los Angeles; è proprio così che ci aiutiamo a vicenda da una città all’altra e reagiamo, perché noi, il popolo, abbiamo il potere! In Italia ci sono state forti proteste contro la presenza degli agenti dell’ICE alle Olimpiadi invernali come scorta per i funzionari e gli atleti statunitensi e c’è molto interesse e solidarietà per la vostra resistenza. C’è qualcosa che possiamo fare per aiutarvi? Apprezziamo molto l’aiuto e il sostegno. Per favore, non smettete di parlare di noi e di ciò che sta accadendo nel nostro Paese “perfetto”. Siamo censurati e oppressi. Siamo governati dalle élite che vogliono mettere le persone le une contro le altre. Non si tratta di destra contro sinistra. Non si tratta di repubblicani contro democratici. Si tratta del popolo contro il male; una volta che la gente se ne renderà conto, le cose cambieranno davvero, non solo qui negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. Cosa ti dà la forza di continuare la vostra azione di solidarietà in mezzo a tanta violenza? La mia fede in Gesù Cristo è ciò che mi dà la forza di continuare a lottare per le persone più vulnerabili. Ci viene detto di amare il prossimo e io farò proprio questo, continuando a difenderlo, indipendentemente dalla sua provenienza o da ciò che possiede. So che Dio mi ha messo esattamente dove devo essere per aiutare a difendere coloro che sono troppo spaventati per farlo. Sono stata benedetta con una bocca per dire la verità, con occhi per vedere la realtà e un cuore che accoglie tutta l’umanità. https://www.facebook.com/SVAC16 https://streetvendorsac.org/   Anna Polo
February 19, 2026
Pressenza
Quella capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita
DI FRONTE ALLA RISPOSTA AUTORITARIA E CENTRALIZZATA DEL GOVERNO FEDERALE, A MINNEAPOLIS DECINE DI MIGLIAIA DI PERSONE SONO SCESE IN PIAZZA, ORGANIZZANDO INASPETTATE FORME DIFFUSE DI AUTODIFESA COLLETTIVA. DOPO IL PASSAGGIO DEL CICLONE HARRY, COME GIÀ ACCADUTO IN ALTRE EMERGENZE, RETI DI SOLIDARIETÀ LOCALI SI SONO ATTIVATE LONTANO DAI RIFLETTORI DEI GRANDI MEDIA PER SOSTENERE LE PERSONE ISOLATE. POCHI MESI FA LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA IN POCO TEMPO HA COINVOLTO CENTINAIA DI IMBARCAZIONI E DECINE DI MIGLIAIA DI PARTECIPANTI DA DIVERSI PAESI, TRASFORMANDO UNA PROTESTA SIMBOLICA IN UN’AZIONE TRANSNAZIONALE DI SOLIDARIETÀ CONCRETA. SECONDO MASSIMO DE ANGELIS, QUESTE ESPERIENZE MOSTRANO COME, DI FRONTE A CRISI CHE LE ISTITUZIONI TRADIZIONALI NON RIESCONO O NON VOGLIONO GOVERNARE, EMERGANO DAL BASSO RETI DI DECISIONE COLLETTIVA: I COMMONS. NON UN “TERZO SETTORE” ACCANTO A STATO E MERCATO, MA UN’ALTRA FORMA DI COOPERAZIONE SOCIALE CHE NASCE NEI PUNTI DI FRATTURA, NE RIVELA I LIMITI E APRE SPAZI DI PARTECIPAZIONE. ANCHE LA COSIDDETTA AMMINISTRAZIONE CONDIVISA, PIÙ CHE UNA TECNICA GIURIDICA, DIVENTA COSÌ UN PROCESSO POLITICO. NON È CERTO UN CASO, OSSERVA DE ANGELIS, SE LE ISTITUZIONI RISPONDONO SEMPRE PIÙ SPESSO CON SGOMBERI E RICHIAMI ALLA “LEGALITÀ” CONTRO CHI PROVA AD APRIRE NUOVI SPAZI DI PARTECIPAZIONE Nella Riserva di Monte Bonifato di Alcamo (Trapani) è nato da un servizio autogestito di guardiania antincendio che ha contribuito a far sì che, dopo molti anni, nessun incendio abbia devastato quell’angolo della Sicilia. Nella foto un cerchio maieutico del gruppo Muschio Ribelle di Alcamo: si tratta di uno strumento di indagine popolare, ispirato alle esperienze promosse da Danilo Dolci, che utilizza il confronto e l’ascolto per far emergere l’intelligenza collettiva e sviluppare consapevolezza, saperi e organizzazione dal basso -------------------------------------------------------------------------------- Policrisi e danza macabra dei contrari Prendiamo il grandangolo per mappare la nostra situazione nel mondo. Viviamo in tempi di policrisi croniche: crisi ecologica, guerre, instabilità geopolitica ed energetica, crisi della riproduzione sociale. Croniche non perché immobili, ma perché auto-riprodotte. I grandi apparati, le istituzioni e i sistemi che regolano la vita collettiva e le forme della cooperazione sociale – in particolare quelli che strutturano l’azione dello Stato e del mercato – non solo non sembrano equipaggiati per affrontare queste crisi, ma sono parte integrante del vortice, della danza macabra dei contrari che le produce e le intensifica. Uragani, alluvioni e incendi si susseguono con crescente intensità, mentre le emissioni globali continuano ad aumentare e, nello stesso tempo, si moltiplicano le dichiarazioni di emergenza climatica. Si parla di transizione ecologica mentre si espandono le trivellazioni, si cercano nuovi giacimenti di gas e petrolio, e si riaprono centrali a carbone in nome della sicurezza energetica. Si moltiplicano i conflitti armati e le spese militari crescono a ritmi record, mentre si invocano la pace e la stabilità come obiettivi astratti; si rafforzano confini, muri e dispositivi di respingimento, mentre le migrazioni forzate aumentano proprio a causa delle guerre, delle crisi climatiche e della devastazione economica. Si proclama la centralità della cura, del welfare e della coesione sociale, mentre si precarizzano il lavoro, la sanità e l’istruzione, e si scaricano i costi della riproduzione sociale su famiglie, comunità e territori già sotto pressione. Si invoca la sicurezza, mentre si restringono gli spazi democratici, si criminalizza il dissenso e gli Stati assumono tratti sempre più autoritari, spesso proprio in nome della gestione dell’emergenza. In questo scenario, ogni risposta sembra produrre il suo contrario: più crisi genera più controllo; più instabilità legittima più concentrazione di potere; più disordine giustifica più comando. È questa la danza macabra dei contrari in cui siamo immersi: un movimento incessante che non risolve le crisi, ma le usa come carburante per la loro stessa riproduzione. In questo vortice noi, soggetti singoli o collettivi, sperimentiamo un senso diffuso di impotenza. La scala dei problemi sembra eccedere continuamente la direzione e il senso della nostra prassi di intervento. Siamo come ipnotizzati dal vortice, dalla danza macabra di contrari. Tra questi contrari, ce n’è uno particolarmente pervasivo e ingannevole: Stato e mercato, e nelle sue altre declinazioni, diritto ed economia, pubblico e privato, sovranità e proprietà. Questa dicotomia viene presentata come naturale e inevitabile, come se l’alternativa fosse sempre e solo scegliere da che parte stare dei due poli. Ricchezza, oligopoli, sovranità Nel lungo ciclo neoliberale, Stato e mercato sono stati narrati come opposti a somma zero: più mercato significava meno Stato; più proprietà privata significava meno sovranità pubblica. Ma questa narrazione non ha mai corrisposto alla realtà. Al contrario, l’intervento dello Stato è stato essenziale all’espansione del mercato: privatizzazioni, deregolamentazione, sostegno finanziario, gestione autoritaria delle crisi, repressione dei conflitti sociali. Lo Stato non è arretrato: si è sempre più riconfigurato come dispositivo funzionale alla concentrazione della proprietà. Oggi il risultato di questo processo è reso evidente da alcune statistiche ormai note (si veda l’ultimo rapporto di Oxfam), ma che vale la pena ricordare perché dicono molto più di quanto sembri. Circa 3.000 miliardari detengono oggi una ricchezza equivalente a quella di metà della popolazione mondiale, circa 4 miliardi di persone. Solo nel 2025 la loro ricchezza è aumentata del 16%, di circa 2.500 miliardi di dollari, una cifra che sarebbe sufficiente a eradicare la povertà estrema globale per decine di volte (Oxfam, 2025). E non si tratta solo di ricchezza: lo 0,1% più ricco del pianeta ha emissioni pro capite così elevate che in un solo giorno produce più CO₂ di quanta ne emetta in un anno una persona appartenente al 50% più povero della popolazione mondiale. L’1% più ricco, in diversi studi, produce una quota complessiva di emissioni paragonabile o superiore a quella di metà – o più – dell’umanità. Ma questa divaricazione di ricchezza è solo la punta dell’iceberg. Essa riflette un dominio strutturale di pochi grandi oligopoli sulla cooperazione sociale, cioè sulla capacità collettiva di produrre, riprodurre e organizzare la vita. Piattaforme digitali che controllano infrastrutture comunicative e dati; multinazionali dell’energia e dell’agroindustria che decidono cosa estrarre, coltivare e distruggere; complessi militari-industriali che orientano spesa pubblica e priorità politiche; grandi gruppi finanziari che disciplinano Stati e territori attraverso debito, rating e flussi di capitale. In tutti questi casi, la concentrazione della ricchezza è l’effetto visibile di una concentrazione molto più profonda del potere di decisione. Questi dati, dunque, non descrivono solo una disuguaglianza economica o un’ingiustizia ambientale. Descrivono una concentrazione estrema di potere decisionale sul presente e sul futuro. Concentrazione di ricchezza, dominio oligopolistico e concentrazione delle emissioni corrispondono a regimi di proprietà che consentono a pochissimi di decidere come produrre, cosa estrarre, quanto inquinare e quali costi scaricare su altri. Ma questa concentrazione non sarebbe possibile senza una parallela concentrazione di sovranità, cioè della capacità di definire le regole, sospenderle in nome dell’emergenza, proteggere alcuni interessi e sacrificarne altri. Governare il futuro forzando il presente Oggi, con l’accelerazione delle policrisi, questa dinamica ci porta a un’impasse ulteriore. Le grandi crisi della riproduzione sociale – ecologica, della cura, delle migrazioni, delle guerre – non vengono più riconosciute come problemi da risolvere, ma come condizioni da governare in modo emergenziale e sempre più autoritario. Dal punto di vista funzionale al governo del capitalismo contemporaneo nelle crescenti policrisi, proprietà e sovranità non appaiono più come opposti, ma marciano all’unisono. Si presentano nel loro carattere nudo come due declinazioni di una stessa funzione fondamentale: ciò che possiamo chiamare la presa. La presa è il tentativo di governare il futuro orientando forzatamente il presente. In quale direzione? Nella direzione di preservare – e se possibile rafforzare – l’egemonia del capitalismo sulla cooperazione sociale a fronte delle policrisi create dal capitalismo stesso nel suo complesso. In questo senso, la presa non mira a risolvere le contraddizioni che attraversano le policrisi della riproduzione sociale, ma al contrario tende a mantenerle, ricomporle e ridistribuirle, e accentuarle, rendendole funzionali alla continuità dei rapporti di proprietà, alle gerarchie di comando e ai processi di accumulazione. Le crisi non vengono superate, ma amministrate, trasformate in dispositivi di selezione, esclusione e disciplinamento. Il futuro non è aperto come spazio di possibilità collettive, ma interiorizzato come riserva di decisione strategica per pochi. La lezione della Groenlandia Per capire immediatamente cosa significhi questa idea di presa, prendiamo un esempio concreto: il caso della Groenlandia. In un intervista al New York Times del 10 gennaio, Donald Trump dice che la sovranità statunitense sulla Groenlandia – quella che lui identifica con la proprietà, ownership – sarebbe “psicologicamente necessaria”, perché darebbe cose che un trattato non può dare. Eppure gli Stati Uniti dispongono già di basi militari, accordi e accesso strategico. Perché allora voler “possedere” la Groenlandia? Perché, nella logica della proprietà intesa come bundle of rights, la proprietà non assegna solo diritti specifici di uso o di accesso, ma concentra il diritto residuo, cioè il potere di decidere su ciò che non è ancora stato previsto o regolato. È questo residuo – usi futuri, soglie, eccezioni – che un trattato non può garantire. In un mondo attraversato da crisi croniche della riproduzione sociale che si intensificano, poter determinare gli usi futuri diventa decisivo. Trump non è un’anomalia, ma un sintomo della fase: nella policrisi, il comando non si accontenta più di accordi e mediazioni, ma cerca una presa diretta sul futuro, a fronte delle turbolenze sociali che le grandi crisi possono innescare (e che stanno già provocando in maniera crescente a livello mondiale). A questo punto possiamo tornare alla definizione più precisa di presa. La presa non è semplicemente il controllo funzionale di qualcosa, né un atto puntuale di appropriazione. È la capacità o volontà di stabilizzare un rapporto asimmetrico di disponibilità ed esclusione su un dominio di realtà e di cooperazione sociale: trattenerlo, renderlo disponibile a decisione propria, sottrarlo alla contingenza delle relazioni negoziali. La presa è ciò che permette a un soggetto o a un dispositivo di potere di “tenere” un campo, di farlo valere come proprio spazio operativo e costituente. Ma soprattutto, la presa non riguarda solo ciò che è già dato. Essa consiste nella capacità di catturare il residuo, cioè di trasformare l’indeterminazione futura in uno spazio interno di decisione. Per residuo non si intende semplicemente ciò che resta non assegnato dopo una distribuzione di diritti, ma il campo strutturale dell’indeterminazione: l’insieme delle possibilità future, degli usi non previsti, delle crisi, delle trasformazioni e delle soglie non ancora formalizzate. Controllare il residuo equivale a controllare la capacità di decidere su ciò che non è ancora definito. Riletto in questa chiave, l’enunciato di Trump perde parte della sua eccentricità e acquista una coerenza più profonda. Ciò che è in gioco non è semplicemente l’efficienza militare o l’accesso a risorse, ma il passaggio da una presa mediata, relazionale e negoziata – quella dei trattati – a una presa diretta, residuale e costituente – quella dell’ownership. In una fase di crisi egemonica e di instabilità dell’ordine internazionale, la tentazione non è tanto di aumentare le capacità operative, quanto di rafforzare la presa sulle condizioni stesse della possibilità di comando. In questo senso, proprietà sempre più accentrata e sovranità sempre più autoritaria condividono una stessa funzione di fondo. La proprietà è una forma di presa sugli oggetti e sugli usi: decide non solo chi può usare una risorsa oggi, ma chi potrà trasformarla, estrarla o riconvertirla domani. La sovranità è una forma di presa sull’ordine normativo e territoriale: decide quando le regole valgono, quando possono essere sospese, ricalibrate o ridefinite. Entrambe sono modalità storiche e istituzionali di una stessa funzione: la costruzione di un dominio relativamente chiuso di decisione, capace di ridurre la dipendenza dall’esterno e di incorporare il futuro come risorsa interna. Commons: oltre pubblico/privato, contro la presa sul residuo Ė da queste considerazioni sulla presa nel contesto delle policrisi che dobbiamo partire per ripensare la questione dei beni comuni: non come una tecnica di gestione, ma come un’alternativa politica alla presa della proprietà centralizzata e della sovranità di tipo autoritario sulle sorti presenti e future della cooperazione sociale, della vita collettiva. È per questo che la questione dei beni comuni acquista oggi una centralità politica nuova. Quando parliamo di beni comuni, il primo equivoco da sciogliere è pensare che si tratti semplicemente di “beni” particolari, da affiancare a quelli pubblici e privati. Nel mio libro Omnia Sunt Communia (recensito in questo articolo di Peter Linebaugh) il punto di partenza è diverso e più radicale: un bene comune non è una cosa, ma un elemento di un commons; e il commons non è un oggetto, bensì un sistema sociale. Un commons esiste solo quando tre elementi sono tenuti insieme: una risorsa, una comunità che dipende da quella risorsa, e un insieme di pratiche, regole e relazioni – ciò che chiamiamo commoning – che ne rendono possibile l’uso e la riproduzione nel tempo. Senza queste pratiche, una risorsa non è un bene comune: è semplicemente una risorsa disponibile alla privatizzazione, alla mercificazione o alla gestione statale. In questo senso, il bene comune non preesiste alle relazioni sociali, ma emerge da esse, come esito di un processo storico e politico. Altrimenti una risorsa è bene comune solo nelle aspirazioni di chi la rivendica come tale. L’acqua, ad esempio, è un bene comune solo se esistono forme di gestione dell’acqua aperte alla partecipazione e alla negoziazione della comunità di utenti. Questo modo di intendere i beni comuni è profondamente diverso da quello dell’economia neoclassica. Nell’economia standard, i beni vengono classificati in base a caratteristiche considerate “oggettive”: rivalità, escludibilità, scarsità. Da qui derivano le note categorie di beni privati, pubblici o common-pool resources. Ma questa tassonomia presuppone che i beni abbiano proprietà intrinseche, quasi naturali. L’approccio dei commons come sistema sociale ribalta questa prospettiva: un bene non è definito da ciò che è, ma da come è socialmente organizzato. Rivalità ed escludibilità non sono dati naturali, ma il risultato di decisioni politiche, giuridiche e istituzionali. La domanda centrale non è quindi “che tipo di bene è questo?”, ma quali rapporti sociali lo producono, lo governano e ne decidono il futuro. Questa impostazione ci porta a riconsiderare in modo critico la distinzione tra privato, pubblico e commons. Nel regime privato, il bene è separato dalla comunità che ne dipende: è controllato tramite diritti esclusivi ed è orientato alla valorizzazione e allo scambio. Nel regime pubblico, il bene è formalmente sottratto al mercato, ma viene gestito in modo verticale, attraverso apparati amministrativi che spesso mantengono una distanza strutturale tra decisori e comunità. In entrambi i casi, il potere decisionale tende a concentrarsi, sia pure in forme diverse. Il commons introduce una logica differente. Qui il bene non è né semplicemente posseduto né soltanto amministrato: è governato attraverso pratiche collettive e situate, che distribuiscono la capacità di decidere sugli usi, sulle regole e sulle trasformazioni future. Il commons non elimina le regole; al contrario, le produce come parte integrante della riproduzione sociale, dei bisogni dei co-partecipanti e delle loro soggettività. E soprattutto, se il commons si vuole fare strumento di cambiamento sociale, non concentra la presa sul residuo, ma tende a mantenerlo aperto, condiviso e negoziabile, entro i limiti posti dal mantenimento delle condizioni per la vita. Per questo il commons non è un “terzo settore” accanto a Stato e mercato, ma un’altra forma di organizzazione della cooperazione sociale, orientata a mettere la risoluzione delle policrisi della riproduzione sociale al centro, anche quando ciò entra in tensione con la preservazione dell’egemonia capitalistica. L’impasse di diritto ed economia e la nuova centralità dei commons È qui che emerge con chiarezza l’impasse del diritto e dell’economia. Il diritto moderno, costruito attorno alla dicotomia pubblico/privato, fatica a riconoscere forme di governo che non rientrino stabilmente in uno di questi poli. L’economia dominante, a sua volta, fatica a pensare sistemi cooperativi orientati alla riproduzione della vita, perché riduce l’azione sociale a individui isolati, incentivi, competizione e allocazione. I commons appaiono così come eccezioni da regolare o tollerare, non come forme sociali a pieno titolo, dotate di una propria razionalità. Nella policrisi, questo limite diventa evidente. Le crisi producono incertezza, mettono sotto stress le regole esistenti e aprono spazi di decisione che non possono essere gestiti né dal mercato né dallo Stato in modo verticale e centralizzato. È qui che i commons riacquistano una centralità politica decisiva: non perché siano semplicemente più efficienti, ma perché mettono in questione chi decide sul futuro e come, cioè chi esercita la presa sul residuo. Questa centralità politica dei commons non va però fraintesa. Non si tratta di idealizzare singole esperienze, né di presentare i commons come soluzioni locali autosufficienti a problemi globali. Al contrario, i commons emergono precisamente nei punti di frattura, là dove Stato e mercato falliscono in modo strutturale nel garantire la riproduzione sociale: sicurezza materiale, cura, accesso alle risorse, protezione della vita. Dal punto di vista macro, questi fallimenti sono enormi, sistemici, planetari; ed è proprio per questo che anche le potenzialità politiche dei commons sono oggi di scala molto più ampia di quanto suggerisca la loro apparente località. Le pratiche di commoning che osserviamo non nascono in un vuoto istituzionale, ma dentro e contro l’impasse delle forme dominanti di governo. Esse non sostituiscono automaticamente Stato e mercato, ma ne rivelano i limiti, aprendo spazi di decisione collettiva là dove le risposte verticali si mostrano incapaci di governare l’incertezza, la complessità e l’urgenza delle crisi della riproduzione sociale. Le illustrazioni che seguono vanno lette esattamente in questo senso: non come modelli da replicare, ma come segnali concreti di come, nelle policrisi, i commons tendano a emergere come risposta politica ai fallimenti sistemici del comando. Quando il commoning si accende Per capire cosa significa tutto questo nella pratica, basta spostare lo sguardo su alcune situazioni recenti, in cui la policrisi costringe le persone a organizzarsi direttamente, fuori dai canali ordinari di Stato e mercato. A Minneapolis e nel resto del Minnesota, l’intensificazione delle operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha scatenato una mobilitazione sociale massiccia contro retate, arresti e violenze, inclusi casi di due persone uccise da agenti federali. Davanti alla risposta autoritaria e centralizzata del governo federale, decine di migliaia di persone hanno occupato le strade, hanno promosso forme estese di autodifesa collettiva, stanno indicendo uno sciopero generale statale a livello nazionale. In questo quadro, la risposta collettiva non è stata solo opposizione alla repressione, ma ha costituito forme di organizzazione distribuita e coordinata che vanno oltre la logica Stato/mercato, evidenziando spazi di decisione e sovranità sociale non controllati verticalmente dalle istituzioni federali. Il ciclone “Harry” ha colpito duramente il Sud Italia, devastando ampie zone di Sicilia, Calabria e Sardegna con onde alte, precipitazioni eccezionali e danni stimati in miliardi di euro, rompendo infrastrutture, abitazioni e territori che convivono già con vulnerabilità climatiche crescenti. In una situazione in cui la gestione dell’evento tende a essere condotta come emergenza da tamponare, si attivano spesso risposte della società civile – reti di solidarietà locali, gruppi di volontari, associazioni territoriali, cooperative – che supportano persone isolate, alluvionate o impossibilitate ad accedere a servizi pubblici. Queste reti si configurano come commons praticati in tempo reale: cooperazione diretta per la sopravvivenza e la ricostruzione, capacità di decidere insieme sui bisogni immediati, di redistribuire risorse e di sostenere la riproduzione sociale in un contesto in cui le istituzioni centralizzate faticano a governare la complessità e l’incertezza di un evento climatico estremo. In un altro contesto di crisi internazionale, la Global Sumud Flotilla ha visto la mobilitazione di centinaia di imbarcazioni e decine di migliaia di persone da decine di Paesi con l’obiettivo di rompere il blocco navale e portare aiuti umanitari a Gaza, opponendosi a una lunga condizione di violenza e inerzia politica. Questa iniziativa non è stata semplicemente una protesta simbolica: ha rappresentato uno sforzo collettivo transnazionale di solidarietà che si è organizzato al di fuori delle logiche istituzionali standard, coinvolgendo persone, associazioni civili, comunità locali e reti internazionali. In un contesto in cui le istituzioni nazionali e internazionali spesso tardano o falliscono nel fornire risposte adeguate, la flotilla ha articolato pratiche di cooperazione e azione diretta, mostrando che reti di senso e di decisione collettiva possono emergere come risposta alle crisi sistemiche stesse che le istituzioni tradizionali non sanno governare. Amministrazione condivisa Queste tre esemplificazioni mostrano come, nelle policrisi, i limiti delle risposte verticali di Stato e mercato si trasformino in spazi di iniziativa collettiva, in cui emergono pratiche e forme di decisione che ricordano ciò che intendiamo per commons: non semplici meccanismi di efficienza o supplenza emergenziale, ma risposte politiche e sociali che rimettono al centro la capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita e di futuro. In questo senso, il bene comune non è una risorsa da “proteggere”, ma una relazione da coltivare; non un oggetto giuridico residuale, ma un principio di organizzazione sociale. Parlare oggi di beni comuni significa interrogare radicalmente proprietà e sovranità, e chiedersi se, in un mondo instabile, il futuro debba essere catturato da pochi o governato collettivamente, attraverso forme di cooperazione che tengano insieme responsabilità pubblica e autorganizzazione sociale. Questo passaggio è cruciale perché consente di aprire una distinzione interna allo Stato stesso. Non si tratta di essere contro lo Stato in quanto tale, ma contro uno Stato ridotto a dispositivo di presa, che governa la crisi dall’alto e scarica i costi della riproduzione sociale verso il basso. La sfida, piuttosto, è ricostruire un pubblico – spesso a partire dai territori – capace di prendersi cura, insieme ai commons, dei problemi concreti della riproduzione sociale. È dentro questo quadro che va collocata la questione dell’amministrazione condivisa. Non come semplice tecnica giuridica o procedurale, ma come campo di tensione politica, in cui si giocano alleanze, conflitti e trasformazioni all’interno del pubblico stesso. L’amministrazione condivisa può limitarsi a includere pratiche sociali in un quadro decisionale che resta centralizzato, lasciando intatta la logica della presa; oppure può diventare uno strumento di apertura, capace di trasformare il pubblico dall’interno, rafforzandone la capacità di prendersi cura dei problemi della riproduzione sociale insieme alle comunità coinvolte. In questo secondo caso, il pubblico non è un apparato che delega o scarica costi, ma un soggetto istituzionale in trasformazione, che riconosce i commons come parte costitutiva dell’interesse generale. L’amministrazione condivisa può allora diventare uno spazio in cui lo Stato – o meglio, il pubblico territoriale – non si ritrae, ma cambia forma, mettendo in comune capacità, risorse e poteri decisionali, e redistribuendo la capacità di decidere sul residuo. Al contrario, può anche essere utilizzata in modo opportunistico, come strumento attraverso cui un potere centrale continua a governare dall’alto, trasferendo sulle comunità “autogestite” i costi materiali, sociali ed ecologici della crisi. Un dettaglio recente, tutto italiano, illumina bene questa posta in gioco. Negli ultimi mesi, mentre alcuni spazi sociali storici — come il Leoncavallo a Milano e Askatasuna a Torino — stavano attraversando percorsi di interlocuzione e negoziazione con le autorità locali in vista di forme di riconoscimento, è arrivato l’intervento dall’alto: sgomberi e chiusure decisi e rivendicati come “ripristino della legalità”. Non è solo la repressione di un luogo: è un gesto di ri-centralizzazione della decisione, un modo di interrompere sul nascere un possibile cambio di forma del pubblico nei territori. Letto attraverso la lente della presa, il punto diventa ancora più netto: ciò che appare intollerabile, per una destra di governo orientata alla presa, non è semplicemente l’esistenza di spazi autogestiti, ma la possibilità che questi diventino snodi legittimati di cooperazione sociale dentro un rapporto trasformativo con il pubblico locale — cioè che si istituzionalizzi (senza normalizzare) una pratica di amministrazione condivisa capace di spostare poteri, risorse e “residuo” decisionale. In altre parole: il pericolo, per la presa, non è lo “spazio” in sé; è l’alleanza che rende quello spazio un precedente politico-amministrativo, un modello di riconoscimento del commoning come parte dell’interesse generale. La domanda decisiva, quindi, non è se l’amministrazione condivisa funzioni meglio o peggio, se sia più o meno efficiente, ma che tipo di presa rafforza o disinnesca, e quale idea di pubblico contribuisce a costruire: un pubblico ridotto a dispositivo di comando o un pubblico alleato dei commons nella riproduzione della vita. Ed è qui che diritto e politica dei beni comuni si incontrano davvero: nella possibilità di trasformare la policrisi non in un’occasione per rafforzare il comando, ma in uno spazio di decisione collettiva sul futuro, in cui istituzioni pubbliche territoriali e pratiche di commoning possano convergere nella cura e nella trasformazione della cooperazione sociale. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE BONASORA: > Il tempo della condivisione -------------------------------------------------------------------------------- Testo preparato per l’incontro Diritto e politica dei beni comuni (Napoli, 5 febbraio), nell’ambito del ciclo di seminari “Beni comuni / Valori comuni” promosso da CNR-IRISS. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quella capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita proviene da Comune-info.
February 16, 2026
Comune-info
Chicago, ciclisti solidali contro le retate dell’ICE
Gran parte della popolazione di Chicago è costituita da immigrati privi di documenti, principalmente ispanici. Anche prima di Minneapolis, la città aveva già subito occupazioni e feroci retate dell’ICE. Tuttavia, le persone si sono organizzate per difendere i propri vicini e resistere alla violenza degli agenti mascherati in molti modi creativi. Tra le associazioni più attive c’è CyclingxSolidarity. Ne parliamo con Rick, uno dei fondatori. Come e quando si è formato il vostro gruppo? Il nostro gruppo si è formato a Chicago nel 2021, al culmine della pandemia, quando alcuni amici appassionati di ciclismo hanno voluto creare uno spazio in cui la bicicletta incontrasse la comunità. La nostra prima uscita di gruppo è stata proprio questa: abbiamo girato per la città e pulito i Love Fridges, frigoriferi collettivi riempiti e puliti da volontari che forniscono cibo alla comunità. Abbiamo anche promosso uscite di gruppo ed eventi di altri gruppi di ciclisti di Chicago. Volevamo che le persone scoprissero la gioia di andare in bicicletta con gli amici attraverso una vasta gamma di opportunità e gruppi che rappresentano la diversità di Chicago. Qual è la situazione attuale nella città per quanto riguarda le retate dell’ICE? Attualmente, l’ICE mantiene ancora una presenza a Chicago, ma non ai livelli o con l’intensità della sua precedente occupazione alla fine del 2025, né ai livelli visti di recente a Minneapolis. Quali sono le vostre attività per proteggere gli immigrati e le persone più vulnerabili? Nella resistenza agli agenti dell’ICE, quanto è importante conoscere la città su due ruote? Abbiamo creato tre iniziative che sostengono i venditori ambulanti attraverso attività di mutuo aiuto. Abbiamo scelto i venditori ambulanti perché sono molto amati e apprezzati, ma anche molto vulnerabili, e volevamo usare la nostra posizione di persone che vanno in bicicletta per la città per sostenerli e aiutarli a stare al sicuro. Organizziamo giri di acquisti in cui ci alziamo presto e giriamo per la città per comprare tutto il loro cibo e bevande con i soldi raccolti dai nostri sostenitori, in modo che possano tornare a casa e stare al sicuro con le loro famiglie. Poi giriamo in bicicletta per distribuire ciò che abbiamo acquistato alle persone senza fissa dimora della comunità, nei rifugi e per riempire i Love Fridges. Poi collaboriamo con i nostri partner della Street Vendors Association of Chicago e altri per identificare i venditori ambulanti che sono troppo spaventati per uscire e organizzare ordini e ritiri a domicilio, in modo che possano stare al sicuro e guadagnare un po’ di soldi e poi distribuiamo il cibo come nei acquisti dai venditori. I giri in bicicletta più pubblici e sociali che organizziamo sono le Street Vendor Bike Tour Series, dove per ogni uscita ci incontriamo in un luogo centrale e visitiamo diversi quartieri per sostenere i venditori ambulanti che abbiamo individuato. I partecipanti comprano quello che vogliono mangiare/bere, noi compriamo il resto dei loro prodotti e poi li distribuiamo alla comunità come nelle altre nostre uscite. Si tratta di un’uscita gioiosa e adatta alle famiglie, che permette alle persone di conoscere diversi quartieri e sostenere direttamente i venditori ambulanti. Ne abbiamo organizzate sei nel 2025 e ne organizzeremo altre sei nel 2026, con cadenza mensile da maggio a ottobre. Tutte le nostre iniziative si basano sulla nostra esperienza di giramondo in bicicletta, sia individualmente che in gruppo e sulla nostra partnership con Burrito Brigade Chicago, un’altra organizzazione locale, con la quale distribuiamo burritos alle persone senza fissa dimora da quasi cinque anni. La nostra collaborazione con loro è iniziata nel giugno del 2022, quando abbiamo visto che distribuivano burritos su base mensile e abbiamo voluto contribuire a eliminare gli spostamenti in auto per una distribuzione più intima, andando in bicicletta e interagendo con le persone. Ora abbiamo tre squadre di distribuzione in bicicletta che ogni mese percorrono tutta la città per distribuire almeno 250 burritos e altri generi di prima necessità a sostegno della loro attività. Avete contatti con attivisti di altre città? Persone di altre città ci hanno contattato per sapere come avviare un proprio gruppo di mutuo soccorso in bicicletta o per domande specifiche, come quando uno dei nostri volontari ha stampato in 3D dei fischietti. Abbiamo persone nella Bay Area e a New York che si sono organizzate. CyclingxsolidarityNYC è nato ufficialmente come costola del nostro gruppo. In Italia ci sono state forti proteste contro la presenza di agenti dell’ICE alle Olimpiadi invernali come scorta per autorità e atleti statunitensi e c’è molto interesse e solidarietà per la vostra resistenza. Sulla base della vostra esperienza con l’ICE e la polizia statunitense, avete qualche suggerimento per gli attivisti italiani? Registrate tutto. Recentemente i funzionari del governo statunitense hanno cercato di raccogliere video di agenti federali che commettono azioni illegali in vista di futuri procedimenti giudiziari. Come avete visto con l’esecuzione di Alex Pretti e Renee Good, i video girati dai passanti sono fondamentali per denunciare le responsabilità degli agenti. Anche i fischietti sono stati uno strumento incredibile per avvisare le comunità della presenza dell’ICE e fermare il loro terrore. Cosa vi dà la forza di continuare la vostra azione di solidarietà in mezzo a tanta violenza e con un nemico così spietato? La comunità. La solidarietà. Il sostegno che abbiamo ricevuto da tutto il mondo nella nostra lotta contro il fascismo continua a darci forza. I ciclisti di Chicago e oltre che si sono uniti alle nostre pedalate perché volevano coinvolgersi e sostenere direttamente i venditori ambulanti ci hanno mostrato quanto sia potente la nostra comunità locale. https://www.cyclingxsolidarity.com/ https://www.facebook.com/profile.php?id=61577310676639   Anna Polo
February 15, 2026
Pressenza