Re-imagine Peace, secondo giorno: israeliani e palestinesi lottano insieme contro l’occupazione, la pulizia etnica e il genocidio

Pressenza - Sunday, July 12, 2026

La mattina di sabato 11 luglio il festival Re-Imagine Peace entra nel vivo con il documentario “The day after”, work in progress sull’esperienza degli accordi di pace in Irlanda del nord tra cattolici e protestanti, arrivati nel 1998 dopo decenni di scontri, morti, bombe, vendette, arresti e detenzioni. I due registi Yuval Orr, israeliano e Aziz Abu Sarah, palestinese, raccontano l’origine e il proposito del documentario, ossia accompagnare un gruppo di attivisti israeliani e palestinesi per imparare dai protagonisti come fare la pace tra nemici.

Alternando spezzoni del documentario alle testimonianze dei registi, ascoltiamo i racconti di attivisti, parenti di vittime degli attentati e negoziatori, da cui emerge con chiarezza la difficoltà di sedersi al tavolo dei negoziati tra persone che si odiano, tra quelli che vengono considerati terroristi, o sono i diretti responsabili della morte di persone care. Un’importante lezione emersa da queste difficili trattative riguarda la domanda: cosa ogni parte è disposta a concedere e non solo cosa vuole ottenere.

Il ruolo fondamentale delle donne per mandare avanti i negoziati emerge con chiarezza, così come quello di un personaggio esterno come Nelson Mandela. In un momento di stallo, un viaggio in Sudafrica sblocca la situazione, quando Mandela ricorda che la pace si fa tra nemici e che l’apartheid sconfitto in Sudafrica rischia di continuare in Irlanda del nord.

Alcune testimonianze strazianti di persone che hanno perso figli, mogli e altri parenti ricordano in modo impressionante quelle di israeliani e palestinesi ascoltate negli incontri del Parents Circle. Il processo di riconciliazione è lungo (ad esempio per la consegna delle armi ci sono voluti vent’anni e non due), a Belfast esistono ancora muri tra quartieri e scuole separate, ma le uccisioni sono cessate e gli spazi d’incontro e i matrimoni misti sono aumentati.

Nel pomeriggio The future is peace, incontro con Aziz Abu Sarah e Maoz Inon. descrive l’esperienza di un libro scritto insieme, un viaggio di otto giorni in diversi posti, tra cui Gaza e il kibbutz dove Maoz è nato e i suoi genitori sono stati uccisi il 7 ottobre.

I due, abituati a lavorare insieme da anni, parlano con chiarezza di genocidio a Gaza e di violenza strutturale e ammettono che alcune delle voci raccolte nel libro sono scomode e difficili da ascoltare. Lanciano una sfida a cambiare la realtà e ribattono con fermezza all’accusa di ingenuità rivolta a chi, come loro, è convinto che la soluzione del conflitto israelo-palestinese sia la nonviolenza, sostenendo che gli ingenui sono quelli che pensano che la pace e la giustizia si raggiungano con la violenza e a guerra.

L’incontro termina con la musica di Neta Weiner, che suona la fisarmonica, parla e canta in varie lingue (ebraico, arabo, inglese e yiddish).

In contemporanea al Cinema Astra si è svolta la proiezione del film There is Another Way che racconta con immagine anche molto crude la reazione degli attivisti di Combatants for Peace ai fatti del 7 ottobre. Combatants for Peace è una organizzazione di coresistenza formata da palestinesi e israeliani nata 20 anni fa da un gruppo di ex militari israeliani ed ex combattenti palestinesi che hanno scelto la nonviolenza.

Il regista Stephan Apkon, introducendo il documentario, ha detto che lo proietta per suscitare un dibattito e produrre domande sul conflitto, sul genocidio, sui diritti umani e sull’occupazione.

All’incontro ha partecipato Bianca Senatore della fondazione Gariwo che promuove il documentario e Iris Gur del Combatants, mentre la palestinese Mai Shaheen è riuscita a intervenire solo da remoto a causa delle restrizioni di movimento in Cisgiordania ulteriormente peggiorate in questi giorni e denunciate durante l’incontro.

Iris, a questo proposito ha spiegato la situazione drammaticamente surreale in cui vivono gli attivisti e le persone comuni che cercano di muoversi in quel territorio, ricordando come i diritti umani valgano solo per i cittadini di origine ebraica e non per quelli di origine araba.

Il documentario relazione con intensità e drammaticità cosa è successo dopo il 7 Ottobre all’interno di quell’associazione e come sia stato possibile uscirne in mondo nonviolento, mantenendo i legami costruiti in anni di attività comuni e spezzati, apparentemente, dalla tragedia.

In realtà Combatans for Peace è riuscita, grazie proprio alla sua idea di coresistenza e all’importanza che dà ai rapporti umani, a rafforzare le sue attività di difesa dei territori palestinesi dall’attacco dei coloni, a manifestare per l’acqua a disposizione di tutti, per il cessate il fuoco e la fine del genocidio a Gaza.

La giornata si conclude col potente documentario Coexistance, my ass! dell’attivista e comica israeliana Noam Schuster Eliassi; cresciuta nel villaggio di Neve Shalom/Wahat as-Salam, dove ebrei e arabi convivono in pace, Noam ripercorre gli ultimi anni tumultuosi, alternando battute fulminanti (“Non preoccupatevi, resterò solo sette minuti, non settant’anni”, a scene del suo impegno politico e di denuncia del regime fascista che governa Israele. Memorabile la scena in cui discute animatamente con un partecipante a una manifestazione contro Netanyahu, ricordandogli l’oppressione dei palestinesi e ricevendo come risposta uno sbrigativo: “Ora pensiamo a difendere la nostra democrazia, poi vedremo.”

La posizione di Noam non lascia spazio a dubbi: ci sono israeliani che non hanno paura di denunciare il genocidio a Gaza, l’occupazione e la pulizia etnica e di schierarsi dalla “parte giusta”.

Foto della redazione toscana:

combatants for peace,reimage festival fi
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Redazione Italia