Scambio di lettere tra Andrés Lasso e Noa relativo al festival Re-Imagine PeacePubblichiamo molto volentieri e con l’accordo degli interessati questo scambio
di lettere avvenuto in questi giorni tra Andrés Lasso e Achinoam Nini (Noa) e
che riguarda anche il festival Re-Imagine Peace che si svolgerà a Firenze questo
fine settimana.
Gentile Noa (Achinoam Nini),
sono Andrés Lasso, un attivista pacifista ed ecologista di Firenze, attivo
nella rete Firenze Città Operatrice di Pace. Ho potuto leggere il suo scambio di
messaggi in pubblico con il blogger palestinese Karem Rohana (Karem from Haifa),
relativo al festival che lei presiederà in questa città, e mi sono scaturite
alcune considerazioni che ci tenevo a sottoporle.
Lei inizia la sua risposta dicendo che vede in Karem molta rabbia e
frustrazione. Tempo fa Karem, di rientro in Italia con un volo Tel
Aviv-Ciampino, è stato seguito da sconosciuti in auto, che poi in 4 lo hanno
preso a calci e pugni sotto casa. Evidentemente qualcuno aveva ricevuto i dati
del suo volo e ha voluto “dare una lezione”. Quel qualcuno è rimasto impunito.
L’evento non ha avuto granché risonanza sui giornali, si fatica a trovare un
trafiletto sui principali media. Cosa che capita spesso rispetto alle sofferenze
e alle ingiustizie subite dai palestinesi, che suscitano poco clamore,
soprattutto nella loro terra ma evidentemente non solo lì. Pensare a quanta
risonanza avrebbe avuto l’evento se l’aggredito proveniente da Tel Aviv avesse
avuto non la nazionalità di Karem, ma quella israeliana, è qualcosa che fa molto
riflettere e fa capire che per buona parte del nostro sistema mediatico e
politico, non tutte le ingiustizie, e le persone, sono uguali.
Questo genera rabbia e frustrazione e da quel che tocchiamo con mano, anche
rassegnazione. Così come l’impunità, che in quel caso riguarda persone ignote,
mentre per molti fatti che avvengono a Gaza, o nei territori illegalmente
occupati in Cisgiordania, riguarda spesso persone che agiscono a volto scoperto,
che filmano i propri crimini di guerra, che umiliano attivisti davanti alle
telecamere come successo persino a parlamentari italiani. Questa impunità genera
rabbia e frustrazione.
Spero che lei a Firenze possa ascoltare le testimonianze di nostri concittadini,
fermati illegalmente in acque internazionali da Israele, vessati, picchiati,
privati di oggetti personali, solo per aver tentato di aprire un canale
umanitario, di portare cibo e medicine alle vittime di un genocidio.
Per molti può essere difficile “immaginare la pace” dove c’è una così plateale e
abissale ingiustizia, dove chi commette crimini non viene mai condannato, ma
nemmeno perseguito.
In questo contesto non possiamo limitarci a guardare ad una dimensione
interiore, pur importantissima. Anche perché ogni persona ha i propri tempi per
guarire dalle ferite, e ferite così profonde come quelle di chi ha perso la
casa, i figli, i fratelli, i genitori, gli arti, possono necessitare una vita
intera per rimarginare.
Ma intanto, mentre queste ferite guariscono, la giustizia deve fare il suo
corso, deve andare avanti. Quando viaggiai in Croazia nel 2002, sentivo nella
popolazione croata molto odio verso i serbi. La guerra era finita da dieci anni.
Probabilmente in Serbia avrei sentito l’opposto verso i croati. Ma anche se
quell’odio ancora permaneva nei cuori, le persone avevano da quasi dieci anni
ripreso a vivere, le case erano state ricostruite, le attività della vita
normale ripartite. Guarire i cuori è importante, ma intanto bisogna che finisca
ciò che ha generato quelle ferite. Con i corpi ancora sotto le macerie a Gaza,
con le bombe che continuano a uccidere, anche neonati, giornalisti, medici,
quotidianamente, con le devastazioni nella West Bank, con l’apartheid e il
genocidio, la prima cosa da fare è che tutto questo finisca. Se poi ci vorrà una
vita intera perché chi ha perso tutto, riesca a guardare senza rabbia un
cittadino della nazione che lo ha reso orfano, vedovo, invalido, senza casa,
dovremo aspettare quel tempo. Ma nel frattempo che le vittime siano ascoltate, i
carnefici puniti, le case, le scuole e gli ospedali ricostruiti.
Abbiamo incontrato nella nostra città degli obiettori di coscienza israeliani,
che hanno pagato con il carcere la loro scelta di non voler collaborare con un
esercito occupante e con il genocidio. Alcuni hanno parlato a volto coperto, per
non essere riconosciuti in video dal proprio paese, che evidentemente potrebbe
far pagare loro le testimonianze di vita che ci hanno riportato. Abbiamo
ascoltato, in commissione Pace del comune di Firenze, un attivista israeliano
che ha mostrato dei video shock di quanto avviene quotidianamente in
Cisgiordania occupata. In Regione Toscana abbiamo ascoltato la testimonianza
della Hind Rajab Foundation e del tanto materiale che hanno ottenuto
direttamente dai soldati dell’IDF, sui crimini di guerra compiuti e spesso
“sfoggiati” sui social network.
Non possiamo lasciare soli queste persone ad affrontare l’ingiustizia e
l’impunità, nemiche della pace. Sole a cercare una “accountability”, un
rispondere delle proprie responsabilità, ineludibile necessità per la
riconciliazione. Come ci ha spiegato molto bene il direttore della Hind Rajab
Foundation di fronte alle istituzioni toscane, è la giustizia che ri-umanizza le
vittime, che smettono di essere solo dei numeri, ma umanizza anche i carnefici,
togliendoli dal piano del “disumano”, per riportarli al piano delle relazioni
umane e della giustizia umana in cui le azioni hanno delle conseguenze.
Senza tutto questo rischiamo di cercare una pace astratta, di specchiarci in
questo concetto come Narciso sul lago, innamorandoci dei nostri buoni
sentimenti, ma senza riuscire a far compiere quel passo decisivo perché l’orrore
finisca, e finisca subito.
Non so se Karem accetterà il suo invito al confronto o se la sua rabbia glielo
impedirà. Io che non sono palestinese, ma che sono comunque arrabbiato (perché
20mila bambini uccisi impunemente generano rabbia) sono disponibile a questo
dialogo. Spero in ogni caso che il festival che lei presiederà parli di tutto
questo. Che da esso si levino parole di denuncia e richieste concrete. Per la
liberazione del dottor Abu Safya ad esempio, da un anno e mezzo detenuto,
vessato e probabilmente torturato, senza processo, come migliaia di altri suoi
concittadini, anche minorenni. Per l’ingresso di aiuti umanitari, cibo medicine,
per il ritorno delle Nazioni Unite a Gaza, per l’ingresso di giornalisti
stranieri, per la punizione di quei coloni e di quei soldati che sembrano non
interessare ai tribunali israeliani. Per la cancellazione di una pena di morte
selettiva, che può diventare strumento ulteriore di pulizia etnica.
Io la pace la immagino con queste premesse, la immagino così. Spero che
l’immaginario che sarà attivato dal festival che lei presiederà, sia sulla
stessa lunghezza d’onda.
Cordiali saluti,
Andrés Lasso
Lettera aperta ad Andrés
Caro Andrés,
grazie per avermi scritto.
Il tuo messaggio mi ha colpito. Mi sono chiesta da dove cominciare e mi sono
resa conto che c’è solo un punto da cui partire: dalla mia storia.
Provengo da una famiglia di ebrei yemeniti giunti in Terra Santa tra il 1895 e
il 1915, quando era ancora conosciuta come Palestina sotto dominio straniero.
Perché vennero? Perché non avevano scelta.
Per generazioni avevano vissuto tra i loro vicini musulmani. Avevano l’aspetto
arabo, proprio come me. Parlavano arabo. Condividevano usanze, cibo, musica e
vita quotidiana. La differenza era che erano ebrei. Un giorno, questo bastò per
costringerli ad abbandonare le loro case. Fuggirono attraverso il deserto per
più di un anno, nascosti e protetti dai beduini, finché non raggiunsero la terra
che da secoli era presente nelle loro preghiere.
Non si tratta di una storia isolata. Si è ripetuta in gran parte del mondo
arabo. Alcuni sono riusciti a fuggire. Molti no.
La storia ebraica è costellata di esili, persecuzioni, sfollamenti e dolore. La
fondazione dello Stato di Israele ha rappresentato, per milioni di ebrei, la
fine di duemila anni di apolidia e vulnerabilità.Quando avevo due anni, i miei
genitori si trasferirono negli Stati Uniti mentre mio padre proseguiva gli
studi. Temendo che io e mio fratello potessimo perdere la nostra identità, ci
mandarono in scuole ebraiche religiose. Lì mi inculcarono un’unica versione dei
fatti. Non sapevo nulla dei palestinesi. Nulla della Nakba. Nulla dell’altra
storia che si svolgeva parallelamente alla mia.
Già poco più che ventenne ero diventata una cantante di successo in Israele e
all’estero. Poi i giornalisti stranieri cominciarono a farmi domande sul
conflitto israelo-palestinese. Con mio grande imbarazzo, non avevo risposte.
Così cominciai a leggere.
Ho scoperto un’intera realtà che nessuno mi aveva mai insegnato. Mi ha
sconvolta.
Poi sono arrivati gli Accordi di Oslo. Per la prima volta, la pace sembrava
possibile. Quando sono stata invitata a cantare a una manifestazione per la pace
a sostegno del primo ministro Yitzhak Rabin, ho accettato senza esitazione.
Ho cantato.
Pochi minuti dopo, Rabin è sceso dallo stesso palco.
È stato assassinato proprio dietro di me.
Quella notte ha cambiato per sempre la mia vita.
Ho deciso che, se la fiaccola della pace fosse caduta, avrei dedicato la mia
vita a cercare di portarla di nuovo in alto.
Per più di trent’anni ho fatto proprio questo.
Mi sono opposta all’occupazione. Mi sono opposta all’estremismo nella mia stessa
società. Mi sono espressa contro Benjamin Netanyahu e contro chi predica l’odio.
Ho sostenuto la pari dignità, la parità dei diritti e una soluzione a due Stati.
Ho marciato, cantato, scritto, discusso, manifestato, raccolto fondi per cause
umanitarie e mi sono schierato al fianco di israeliani e palestinesi che
rifiutano di arrendersi alla disperazione.
Il prezzo da pagare è stato enorme.
Sono stata minacciata, calunniata, derisa, boicottata e diffamata. La mia
carriera ne ha risentito profondamente. Ho perso opportunità e amicizie. Eppure
non mi sono mai pentita di aver scelto questa strada, perché credo che la voce
di un’artista non abbia senso se non può essere messa al servizio dell’umanità.
Ciò che oggi mi addolora di più non è l’odio degli estremisti. Me lo aspetto.
Ciò che mi spezza il cuore è essere respinta da persone che sostengono di
cercare proprio quel futuro che ho dedicato la mia vita a costruire.
Qual è la mia colpa?
Che insisto sul fatto che israeliani e palestinesi un giorno dovranno vivere
insieme?
Che mi rifiuto di disumanizzare entrambi i popoli?
Che credo che il dialogo non sia resa, ma coraggio?
Non biasimo Karim per il suo dolore. Come potrei? Provo dolore per ciò che ha
vissuto.
Provo dolore ogni singolo giorno per Gaza, per i suoi bambini, per le sue
famiglie, per le sofferenze inimmaginabili che continuano a sopportare.
Provo dolore per gli ostaggi e le loro famiglie.
Per le vittime del 7 ottobre.
Per i palestinesi che vivono sotto l’occupazione.
Per gli israeliani che vivono nella paura.
Per ogni bambino a cui è stato rubato il futuro da leader che traggono profitto
da una guerra senza fine.
La mia rabbia non è diretta contro le vittime.
È diretta contro i sistemi, le ideologie e i leader che continuano a sacrificare
esseri umani innocenti per preservare il potere.
L’orrore deve finire.
Questo significa Hamas.
Significa i coloni violenti.
Significa Ben-Gvir e Smotrich.
Significa Netanyahu.
Significa Hezbollah.
Significa il regime iraniano.
Significa razzismo, antisemitismo, islamofobia, suprematismo bianco, fanatismo
religioso, corruzione politica e ogni industria che trae profitto dalla guerra
mentre la gente comune seppellisce i propri figli.
Nessuno di questi mostri appartiene a una sola nazione.
La crudeltà non conosce bandiere.
E nemmeno la compassione.
Spesso mi chiedono dove sia la mia tribù.
La mia tribù è composta da coloro che scelgono la vita.
Coloro che rifiutano la vendetta.
Coloro che riconoscono l’umanità della persona che hanno di fronte.
Coloro che proteggono i bambini invece di sacrificarli all’ideologia.
Esistono tra gli israeliani.
Esistono tra i palestinesi.
Esistono ovunque.
Questa è la tribù a cui appartengo.
Dobbiamo anche abbandonare l’illusione che ogni tragedia abbia un solo autore e
ogni popolo una sola identità. Il mondo non è diviso tra santi e mostri. Non lo
è mai stato.
Senza compromessi, senza immaginazione, senza il coraggio di immaginare un
futuro condiviso, ci condanniamo a una ripetizione infinita dello stesso dolore.
Ecco perché abbiamo creato Re-Imagine Peace.
Non per abbellire la realtà.
Non per cancellare l’ingiustizia.
Non per fingere che tutto sia uguale.
Ma per dimostrare che, anche in mezzo a un dolore inimmaginabile, ci sono ancora
esseri umani disposti a sedersi insieme, a creare insieme, a piangere insieme e
a immaginare insieme.
Questo, per me, non è normalizzazione.
È resistenza contro la disperazione.
Quindi invito voi – e Karim – a non giudicarci da lontano.
Venite.
Ascoltate.
Metteteci alla prova.
Interrogateci.
Incontrate gli straordinari israeliani e palestinesi che hanno rischiato la
carriera, la reputazione, le relazioni e talvolta persino la propria incolumità
per stare insieme.
Concedete loro, se non altro, il rispetto della vostra presenza.
Sto scrivendo queste parole dalla Germania, dove ho appena tenuto una serie di
bellissimi concerti.
Ottant’anni fa, gli antenati del mio popolo furono massacrati su questa terra.
Oggi sono qui, una donna ebrea libera di origini arabe, a cantare canzoni di
pace.
Se la storia ci insegna qualcosa, è proprio questo:
gli esseri umani possono scegliere un’altra strada.
Credo, con ogni fibra del mio essere, che un giorno israeliani e palestinesi
vivranno in pace.
Non perché sia inevitabile.
Perché è necessario.
E perché un numero sufficiente di persone, da entrambe le parti, si rifiuta di
rinunciare a quel sogno.
Le mie braccia rimangono aperte a te, a Karim e a chiunque sia disposto a
percorrere quella strada difficile insieme a noi.
Martedì sarò a Firenze.
Se desideri incontrarmi mercoledì, cercherò volentieri di trovare il tempo.
Con amicizia, speranza e solidarietà,
Noa
Risposta di Andrés Lasso
grazie per il messaggio e per la condivisione del suo vissuto personale. Grazie
anche per l’invito per mercoledì, purtroppo per motivi di organizzazione
familiare non riuscirò a essere presente.
Volevo rispondere ad alcune delle molte questioni che pone nella sua mail.
Ad un certo punto, dopo aver raccontato delle difficoltà, ostacoli e conflitti
che comporta il suo impegno, chiede “dove è la mia colpa, il mio peccato?”. Ci
tengo a precisare che la mia lettera non ha un intento di giudicare la sincerità
e la bontà del suo impegno, neanche di fare polemica, ma di dare una chiave di
lettura dei conflitti che emergono oggi dentro all’attivismo pacifista e di
suggerire quelle che sono a mio avviso le priorità per porre fine allo sterminio
di un popolo che sta avvenendo sotto i nostri occhi.
Riconosco anche che la mia posizione è probabilmente una posizione più comoda.
Io non vivo in Israele, lei sì e dunque il suo impegno si inserisce in un
contesto potenzialmente conflittuale, fortemente intossicato di suprematismo e
di razzismo che viene appreso fin dalla scuola, dove anche dire parole di buon
senso e di comprensione per l’altro può generare enormi problemi e ritorsioni di
vario genere.
Fatte queste premesse, c’è secondo me un punto importante. Lei scrive che
“nessuno ha il monopolio della sofferenza”. E’ vero, basta guardare ciò che
avviene oggi in Sudan, ma anche in altre parti del mondo. Eppure sembra che
qualcuno abbia invece il monopolio dell’impunità. Quando nel 94 avveniva il
genocidio dei tutsi in Rwanda, il mondo non aveva del tutto contezza di cosa
stesse succedendo. Oggi il genocidio a Gaza avviene sotto gli obiettivi di
migliaia di cellulari, con soldati IDF che postano sui social i loro crimini di
guerra come trofei senza che nessuno venga perseguito dalle istituzioni del
proprio paese. Quando Sudafrica e Zimbabwe praticavano l’apartheid, erano
sottoposti dal mondo a sanzioni, economiche persino sportive, e quella pressione
del mondo aiutò il superamento di quell’abominio. Oggi l’apartheid contro i
palestinesi, certificato da quanto ha scritto la International Court of Justice
nel luglio 2024,Corte riconosciuta da 197 paesi, non genera alcuna conseguenza.
Il dossier sul genocidio della Commissione ONU non genera reazioni, non genera
alcuna reazione la parola degli esperti, inclusi israeliani come Amos Goldberg,
Omer Bartov e altri storici dell’Olocausto che dicono “siamo davanti a un caso
da manuale di genocidio”.
E qui viene la preoccupazione di molti attivisti, in una città come Firenze un
tempo all’avanguardia su certi temi, ma che negli ultimi anni è stata molto più
timida di altre città italiane rispetto alla denuncia di ciò che sta accadendo.
E in un paese come l’Italia, che dopo USA e Germania è tra i principali complici
del genocidio e potrebbe in futuro essere chiamato a rispondere di tale
complicità presso la ICJ, stando a quanto scritto nella convenzione sul
genocidio del ’48. Perché il timore di molti è quello della normalizzazione e
dell’assuefazione a un orrore che ha pochi termini di paragone nella storia
recente. Perché ciò che molti di noi ritengono è che il tema della
“accountability” dei crimini sia fondamentale. (Su questo consiglio di ascoltare
questo intervento del Dr. Abou Jahjaj nell’incontro che abbiamo organizzato in
Regione Toscana:
https://www.youtube.com/watch?v=wJZBPS4cvAM )
Nessun altro paese ha ucciso 300 giornalisti. Nessun altro paese ha ucciso e
torturato medici e paramedici in tal quantità e con tale tranquillità. Nessun
altro paese è arrivato al palazzo di vetro a Neww York e ha stracciato la carta
delle Nazioni Unite davanti all’assemblea. Nessun altro paese ha arrestato
parlamentari europei in acque internazionali in una operazione di pirateria.
Inoltre tra i machete che nel 94 in Rwanda hanno compiuto il genocidio rwandese,
e i droni programmati per riconoscere neonati e ucciderli mentre vengono
allattati al seno da madri palestinesi, c’è un salto di qualità
nell’organizzazione dello sterminio, che non può essere sottaciuta, che dovrebbe
smuovere il mondo intero.
E dunque anche se non c’è “il monopolio della sofferenza” ed è un compito arduo
fare la classifica storica degli orrori compiuti dall’uomo contro l’uomo, oggi
il genocidio a Gaza costituisce la bancarotta etica e morale dell’intero
Occidente, perché questo orrore in diretta streaming è strettamente legato
all’impunità, al sapere che nessuna conseguenza c’è per coloro che uccidono o
torturano palestinesi, per chi spara ai bambini, o impedisce a cibo e medicine
di arrivare a destinazione, o ha distrutto pressoché ogni ospedale, scuola,
comprese quelle realizzate dalla cooperazione e dalle ONG dei nostri paesi. E
l’impunità è garantita non da un governo, ma da un
sistema molto pervasivo di connivenza che coinvolge anche i nostri paesi
europei.
Quando visitai Israele e Palestina nel 2012, apprezzai molto realtà che si
spendono per la riconciliazione. Come Tent of Nations Nassar farm, vicino a
Betlemme, dove campeggia la scritta “we refuse to be enemies” in inglese ebraico
e arabo. Eppure quella realtà, da anni lotta per il riconoscimento della propria
presenza in quel luogo.
Nonostante i documenti dei tempi dell’impero ottomano, dei tempi del
protettorato inglese eccetera, i tribunali israeliani continuano a non
riconoscere quel diritto. Sono in questi 14 anni cambiati governi e parlamenti,
ma nessun cambiamento per quella situazione come per tante
altre.
Lavorare per la riconciliazione è doveroso, pur sapendo che è un lavoro lungo.
Ci può volere una vita per far cambiare idea a qualcuno, ci può volere una o due
generazioni per superare l’odio. Ma far rispettare il diritto, si può fare anche
oggi, subito, se lo vogliamo, se il mondo si attiva in questo senso, prendendo
in mano gli strumenti del diritto. Alcuni dei quali sono elencati anche nei
pronunciamenti di ICJ e di luglio 2024.
Per questo il mio auspicio, è che la presenza nel festival di Pizzaballa, di
Combatants for peace, di realtà che apprezzo, faccia sentire una voce chiara su
questo punto. Che il riconoscimento della sofferenza dell’altro, del fatto che
“non c’è un monopolio della sofferenza” non ci porti a creare magari
involontariamente una narrazione “simmetrica” tra aggredito e aggressore tra chi
ha bisogno dell’aiuto del mondo intero per rialzarsi e ritrovare la propria
dignità calpestata e violentata, e chi ha bisogno dell’aiuto del mondo intero
per fermarsi e rendere conto della devastazione che ha generato.
Redazione Italia