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Il Gusto dell’Altro a Re-imagine Peace
Abbiamo parlato con Tze’ela Rubinstein e Shadi Hasbun, che parteciperanno a Re-imagine Peace con un cooking show intitolato “Il Gusto dell’Altro”. Che cos’è “Il Gusto dell’Altro” e che cosa farete concretamente insieme? Shadi Hasbun: In realtà, forse ancora non lo sappiamo nemmeno noi con certezza. Cuciniamo, certo, ma la cucina in questo caso è solo un pretesto per stare insieme e cercare di conoscerci. Forse la cosa più difficile è stata proprio l’inizio: scoprire l’uno i gusti dell’altro e viceversa. Non è stato tutto rosa e fiori fin dal primo momento con Tessela. Prima ancora di comprenderci come chef, abbiamo dovuto conoscerci come persone, e non è stato un percorso semplice. Oggi siamo molto amici, ci tengo a sottolinearlo, ma è stato il frutto di un percorso duro, durato due o tre anni, in cui una competizione prima ci ha messi contro e poi ci ha uniti. Piano piano abbiamo iniziato a costruire qualcosa insieme. La nostra toscanità – io per via delle mie radici e lei perché vive qui – ci ha aiutati a trovare i primi punti in comune. Ma oltre a questo, abbiamo scoperto di condividere gli stessi pensieri e le stesse situazioni. Ho vissuto anche diverse crisi di coscienza in questi anni di lavoro condiviso, ma alla fine il senso del “Gusto dell’Altro” è proprio questo: cercare di immergersi nell’altro per capire quanto, in fondo, siamo simili. Tze’ela Rubinstein: Il gusto dell’altro è praticamente una collaborazione nata di un’amicizia che è nata in cucina fra i fornelli, fra Chef Shadi e me. Ci sono diversi modi di lettura della parola altro, e anche in ebraico parliamo dell’altro. Chi è quello altro? Potrebbe essere un sospetto: chi è quello altro, quell’altro ancora, chi è quello sconosciuto? E il gusto dell’altro è proprio quello, conoscere, sapere e avvicinarsi a quello sconosciuto. In ebraico c’è un altro significato per quell’altro. Nella nostra tradizione abbiamo il dovere morale di riconoscere e di trattare bene tre gruppi sociali molto distinti: gli orfani, le vedove e gli altri. Nella nostra tradizione e nella nostra Bibbia è scritto proprio di lasciare un po’ di margine nei nostri campi nella raccolta per questi tre gruppi, gli orfani, le vedove e gli altri, perché sono i più deboli, perché sono i più bisognosi. E quell’altro è sconosciuto, magari le vedove e gli orfani li conosciamo, gli altri non li conosciamo. Chi è questo altro? Non importa, è un essere umano, lo dobbiamo trattare bene. Con Shadi, l’altro, ovviamente nel contesto sia politico che attuale, ma anche della storia di questi due popoli, palestinesi e israeliani, questa parola significa tanto, tanto perché va riconosciuto quell’altro, chi è quello altro: come ci avviciniamo a quell’altro, come vediamo che lui è un essere umano come noi. E noi che siamo chef, che operiamo fra gusti, sapori e tradizioni, volevamo proprio condire, insaporire il nostro contesto con l’altro tramite una conoscenza comune, tramite il cibo tramite una cosa che ci si siede intorno al tavolo, si parla, si gusta si assaggia e ci si riconosce meglio. Cucinare insieme può essere quindi un modo per avvicinarsi e trovare nuove forme di dialogo? Shadi Hasbun: Sì, sicuramente. Credo che né io né Tze’ela abbiamo la presunzione di poter cambiare il mondo o di risolvere l’attuale situazione geopolitica con quello che facciamo. Portiamo entrambi le nostre storie che, alle radici, sono inevitabilmente diverse. Tuttavia, abbiamo cercato di trovare un terreno comune come persone e la cucina è diventata il nostro linguaggio. Se il cibo è stato il pretesto per avvicinarci, allora sì, posso dire che il cibo aiuta. Io non condivido ciò che accade nella mia terra d’origine, e penso che anche Tze’ela viva con molta pesantezza la situazione attuale. Nonostante questo, vorremmo lanciare un messaggio a chi ci viene a guardare: un modo per dialogare e per trovare una soluzione esiste. Forse non nel contesto attuale, ma la possibilità di un cambiamento che ci faccia stare bene c’è, e il cibo è un veicolo fondamentale per dimostrarlo. Tze’ela Rubinstein: Assolutamente sì, nel senso che lavorando su qualsiasi cosa, su qualsiasi passione che uno condivide con un altro si costruisce un ponte di dialogo. Nel nostro caso è la cucina, i sapori, gli ingredienti, le consistenze, i colori, la vivacità degli ingredienti, il richiamo delle viuzze mediterranee, il suk, il mercato, tutte queste cose riuniscono. Quando noi entriamo in cucina e cominciamo con la nostra arte, perché è un’arte come la percepisco io, la cucina è un’arte, è un’immaginazione che uno mette, un passione che uno mette nel piatto. Se in due, due lati diversi, lo fanno insieme, non può risultare altro che collaborazione, conoscenza, dialogo e quello che è successo fra me e Shadi: quando siamo sulle pentole, fra i fornelli e praticamente venendo dalla stessa terra, con ingredienti molto molto simili, con i gusti che si richiamano uno all’altro. Qui si crea una nuova amicizia fra i fornelli che non può essere altro che una passione comune che porta con sé anche onde di energie positive che noi riflettiamo sulle nostre zone limitrofe della famiglia, degli amici, di conoscenti professionali; la gente a volte è un po’ stupita di vedere come collaboriamo. Io sono assolutamente convinta che quella è l’unica strada che può riunire gente che apparentemente, e sottolineo apparentemente, sta su due lati di un conflitto. Qual è il senso della vostra partecipazione a Re-imagine Peace? Tze’ela Rubinstein: Re-imagine Peace is like a glove to our hands, è come un guanto per le nostre mani, Shadi e io ci crediamo: è già diversi anni che facciamo la stessa attività che porteremo a Re-imagine e siamo molto onorati di andare sul palco su questa bellissima iniziativa che riunisce tanta gente in un cammino che noi abbiamo iniziato qualche anno fa e mi sembra un percorso naturale di procedere con iniziative che riuniscono tramite collaborazione, dialogo e tanta tanta speranza e tanta tanta sostanza. Attualmente sembra che a volte la gente perda la speranza di un’alternativa alla situazione. Invece gente come noi e come Re-imagine  diamo sostanza alla speranza e diamo una vera e propria alternativa alla situazione attuale. Bisogna  essere coraggiosi per dire sì, io voto per l’alternativa, io costruisco l’alternativa. Shadi Hasbun: Come dicevo, parlare di pace non significa ignorare la tragica realtà dei fatti. Per noi la pace si fa concretamente, stando presenti su un palco per raccontare la nostra esperienza. È un grande onore essere stati invitati a questa manifestazione. Personalmente ho il cuore molto pesante per quello che sta succedendo. Spero però che un evento del genere possa dimostrare che il dialogo tra le parti è possibile e che si possono cercare soluzioni che non facciano soffrire le persone. Porteremo il nostro cooking show per condividere con il pubblico ingredienti, sapori e punti in comune. Per quanto mi riguarda, è anche un modo per dire che la Palestina esiste, che non può essere ignorata, e per dare voce a questa realtà su un palco importante come quello di Re-imagine Peace. Grazie mille per le vostre risposte. Allora ci vediamo domenica 12 luglio a Firenze per il vostro cooking show. il video integrale dell’intervista: In allegato la scheda dell’evento LA CUCINA COME UN PUNTO DI INCONTRO Chef Shady è di origine palestinese. Chef Tze’ela è di origine israeliana. Si sono incontrati attraverso il cibo, in Toscana, usano le differenze come spezie. Sono amici, colleghi e forse l’immagine più concreta di ciò che il Re-Imagine Peace Festival porta a Firenze. Domenica 12 luglio, il Teatro del Sale – uno dei luoghi più amati e iconici di Firenze – ospiterà un cooking show dal vivo con i due chef, moderato dallo scrittore e giornalista Adam Smulevich. Sul palco del Teatro del Sale, ogni ingrediente racconterà una storia: la tahina, il melograno, il cous cous, il sommacco – alimenti che portano con sé memoria, geografia e identità da entrambe le parti. Shady, con i suoi ricordi di infanzia tra Ramallah e Betlemme. Tze’ela, con i sapori afferrati in gioventù nella sua vita girovaga tra kibbutz, deserto e Tel Aviv. Shady viene da Arezzo, Tze’ela da Lucca: Firenze è per entrambi il punto di incontro naturale. La loro storia di amicizia è anche una storia di questa regione: un luogo dove culture diverse trovano un terreno comune attraverso la bellezza, il cibo e l’arte di stare insieme a tavola. Olivier Turquet
July 7, 2026
Pressenza
Scambio di lettere tra Andrés Lasso e Noa relativo al festival Re-Imagine Peace
Pubblichiamo molto volentieri e con l’accordo degli interessati questo scambio di lettere avvenuto in questi giorni tra Andrés Lasso e Achinoam Nini (Noa) e che riguarda anche il festival Re-Imagine Peace che si svolgerà a Firenze questo fine settimana. Gentile Noa (Achinoam Nini), sono Andrés Lasso,  un attivista pacifista ed ecologista di Firenze, attivo nella rete Firenze Città Operatrice di Pace. Ho potuto leggere il suo scambio di messaggi in pubblico con il blogger palestinese Karem Rohana (Karem from Haifa), relativo al festival che lei presiederà in questa città, e mi sono scaturite alcune considerazioni che ci tenevo a sottoporle. Lei inizia la sua risposta dicendo che vede in Karem molta rabbia e frustrazione. Tempo fa Karem, di rientro in Italia con un volo Tel Aviv-Ciampino, è stato seguito da sconosciuti in auto, che poi in 4 lo hanno preso a calci e pugni sotto casa. Evidentemente qualcuno aveva ricevuto i dati del suo volo e ha voluto “dare una lezione”. Quel qualcuno è rimasto impunito. L’evento non ha avuto granché risonanza sui giornali, si fatica a trovare un trafiletto sui principali media. Cosa che capita spesso rispetto alle sofferenze e alle ingiustizie subite dai palestinesi, che suscitano poco clamore, soprattutto nella loro terra ma evidentemente non solo lì. Pensare a quanta risonanza avrebbe avuto l’evento se l’aggredito proveniente da Tel Aviv avesse avuto non la nazionalità di Karem, ma quella israeliana, è qualcosa che fa molto riflettere e fa capire che per buona parte del nostro sistema mediatico e politico, non tutte le ingiustizie, e le persone, sono uguali. Questo genera rabbia e frustrazione e da quel che tocchiamo con mano, anche rassegnazione. Così come l’impunità, che in quel caso riguarda persone ignote, mentre per molti fatti che avvengono a Gaza, o nei territori illegalmente occupati in Cisgiordania, riguarda spesso persone che agiscono a volto scoperto, che filmano i propri crimini di guerra, che umiliano attivisti davanti alle telecamere come successo persino a parlamentari italiani. Questa impunità genera rabbia e frustrazione. Spero che lei a Firenze possa ascoltare le testimonianze di nostri concittadini, fermati illegalmente in acque internazionali da Israele, vessati, picchiati, privati di oggetti personali, solo per aver tentato di aprire un canale umanitario, di portare cibo e medicine alle vittime di un genocidio. Per molti può essere difficile “immaginare la pace” dove c’è una così plateale e abissale ingiustizia, dove chi commette crimini non viene mai condannato, ma nemmeno perseguito. In questo contesto non possiamo limitarci a guardare ad una dimensione interiore, pur importantissima. Anche perché ogni persona ha i propri tempi per guarire dalle ferite, e ferite così profonde come quelle di chi ha perso la casa, i figli, i fratelli, i genitori, gli arti, possono necessitare una vita intera per rimarginare. Ma intanto, mentre queste ferite guariscono, la giustizia deve fare il suo corso, deve andare avanti. Quando viaggiai in Croazia nel 2002, sentivo nella popolazione croata molto odio verso i serbi. La guerra era finita da dieci anni. Probabilmente in Serbia avrei sentito l’opposto verso i croati. Ma anche se quell’odio ancora permaneva nei cuori, le persone avevano da quasi dieci anni ripreso a vivere, le case erano state ricostruite, le attività della vita normale ripartite. Guarire i cuori è importante, ma intanto bisogna che finisca ciò che ha generato quelle ferite. Con i corpi ancora sotto le macerie a Gaza, con le bombe che continuano a uccidere, anche neonati, giornalisti, medici, quotidianamente, con le devastazioni nella West Bank, con l’apartheid e il genocidio, la prima cosa da fare è che tutto questo finisca. Se poi ci vorrà una vita intera perché chi ha perso tutto, riesca a guardare senza rabbia un cittadino della nazione che lo ha reso orfano, vedovo, invalido, senza casa, dovremo aspettare quel tempo. Ma nel frattempo che le vittime siano ascoltate, i carnefici puniti, le case, le scuole e gli ospedali ricostruiti. Abbiamo incontrato nella nostra città degli obiettori di coscienza israeliani, che hanno pagato con il carcere la loro scelta di non voler collaborare con un esercito occupante e con il genocidio. Alcuni hanno parlato a volto coperto, per non essere riconosciuti in video dal proprio paese, che evidentemente potrebbe far pagare loro le testimonianze di vita che ci hanno riportato. Abbiamo ascoltato, in commissione Pace del comune di Firenze, un attivista israeliano che ha mostrato dei video shock di quanto avviene quotidianamente in Cisgiordania occupata. In Regione Toscana abbiamo ascoltato la testimonianza della Hind Rajab Foundation e del tanto materiale che hanno ottenuto direttamente dai soldati dell’IDF, sui crimini di guerra compiuti e spesso “sfoggiati” sui social network. Non possiamo lasciare soli queste persone ad affrontare l’ingiustizia e l’impunità, nemiche della pace. Sole a cercare una “accountability”, un rispondere delle proprie responsabilità, ineludibile necessità per la riconciliazione. Come ci ha spiegato molto bene il direttore della Hind Rajab Foundation di fronte alle istituzioni toscane, è la giustizia che ri-umanizza le vittime, che smettono di essere solo dei numeri, ma umanizza anche i carnefici, togliendoli dal piano del “disumano”, per riportarli al piano delle relazioni umane e della giustizia umana in cui le azioni hanno delle conseguenze. Senza tutto questo rischiamo di cercare una pace astratta, di specchiarci in questo concetto come Narciso sul lago, innamorandoci dei nostri buoni sentimenti, ma senza riuscire a far compiere quel passo decisivo perché l’orrore finisca, e finisca subito. Non so se Karem accetterà il suo invito al confronto o se la sua rabbia glielo impedirà. Io che non sono palestinese, ma che sono comunque arrabbiato (perché 20mila bambini uccisi impunemente generano rabbia) sono disponibile a questo dialogo. Spero in ogni caso che il festival che lei presiederà parli di tutto questo. Che da esso si levino parole di denuncia e richieste concrete. Per la liberazione del dottor Abu Safya ad esempio, da un anno e mezzo detenuto, vessato e probabilmente torturato, senza processo, come migliaia di altri suoi concittadini, anche minorenni. Per l’ingresso di aiuti umanitari, cibo medicine, per il ritorno delle Nazioni Unite a Gaza, per l’ingresso di giornalisti stranieri, per la punizione di quei coloni e di quei soldati che sembrano non interessare ai tribunali israeliani. Per la cancellazione di una pena di morte selettiva, che può diventare strumento ulteriore di pulizia etnica. Io la pace la immagino con queste premesse, la immagino così. Spero che l’immaginario che sarà attivato dal festival che lei presiederà, sia sulla stessa lunghezza d’onda. Cordiali saluti, Andrés Lasso Lettera aperta ad Andrés Caro Andrés, grazie per avermi scritto. Il tuo messaggio mi ha colpito. Mi sono chiesta da dove cominciare e mi sono resa conto che c’è solo un punto da cui partire: dalla mia storia. Provengo da una famiglia di ebrei yemeniti giunti in Terra Santa tra il 1895 e il 1915, quando era ancora conosciuta come Palestina sotto dominio straniero. Perché vennero? Perché non avevano scelta. Per generazioni avevano vissuto tra i loro vicini musulmani. Avevano l’aspetto arabo, proprio come me. Parlavano arabo. Condividevano usanze, cibo, musica e vita quotidiana. La differenza era che erano ebrei. Un giorno, questo bastò per costringerli ad abbandonare le loro case. Fuggirono attraverso il deserto per più di un anno, nascosti e protetti dai beduini, finché non raggiunsero la terra che da secoli era presente nelle loro preghiere. Non si tratta di una storia isolata. Si è ripetuta in gran parte del mondo arabo. Alcuni sono riusciti a fuggire. Molti no. La storia ebraica è costellata di esili, persecuzioni, sfollamenti e dolore. La fondazione dello Stato di Israele ha rappresentato, per milioni di ebrei, la fine di duemila anni di apolidia e vulnerabilità.Quando avevo due anni, i miei genitori si trasferirono negli Stati Uniti mentre mio padre proseguiva gli studi. Temendo che io e mio fratello potessimo perdere la nostra identità, ci mandarono in scuole ebraiche religiose. Lì mi inculcarono un’unica versione dei fatti. Non sapevo nulla dei palestinesi. Nulla della Nakba. Nulla dell’altra storia che si svolgeva parallelamente alla mia. Già poco più che ventenne ero diventata una cantante di successo in Israele e all’estero. Poi i giornalisti stranieri cominciarono a farmi domande sul conflitto israelo-palestinese. Con mio grande imbarazzo, non avevo risposte. Così cominciai a leggere. Ho scoperto un’intera realtà che nessuno mi aveva mai insegnato. Mi ha sconvolta. Poi sono arrivati gli Accordi di Oslo. Per la prima volta, la pace sembrava possibile. Quando sono stata invitata a cantare a una manifestazione per la pace a sostegno del primo ministro Yitzhak Rabin, ho accettato senza esitazione. Ho cantato. Pochi minuti dopo, Rabin è sceso dallo stesso palco. È stato assassinato proprio dietro di me. Quella notte ha cambiato per sempre la mia vita. Ho deciso che, se la fiaccola della pace fosse caduta, avrei dedicato la mia vita a cercare di portarla di nuovo in alto. Per più di trent’anni ho fatto proprio questo. Mi sono opposta all’occupazione. Mi sono opposta all’estremismo nella mia stessa società. Mi sono espressa contro Benjamin Netanyahu e contro chi predica l’odio. Ho sostenuto la pari dignità, la parità dei diritti e una soluzione a due Stati. Ho marciato, cantato, scritto, discusso, manifestato, raccolto fondi per cause umanitarie e mi sono schierato al fianco di israeliani e palestinesi che rifiutano di arrendersi alla disperazione. Il prezzo da pagare è stato enorme. Sono stata minacciata, calunniata, derisa, boicottata e diffamata. La mia carriera ne ha risentito profondamente. Ho perso opportunità e amicizie. Eppure non mi sono mai pentita di aver scelto questa strada, perché credo che la voce di un’artista non abbia senso se non può essere messa al servizio dell’umanità. Ciò che oggi mi addolora di più non è l’odio degli estremisti. Me lo aspetto. Ciò che mi spezza il cuore è essere respinta da persone che sostengono di cercare proprio quel futuro che ho dedicato la mia vita a costruire. Qual è la mia colpa? Che insisto sul fatto che israeliani e palestinesi un giorno dovranno vivere insieme? Che mi rifiuto di disumanizzare entrambi i popoli? Che credo che il dialogo non sia resa, ma coraggio? Non biasimo Karim per il suo dolore. Come potrei? Provo dolore per ciò che ha vissuto. Provo dolore ogni singolo giorno per Gaza, per i suoi bambini, per le sue famiglie, per le sofferenze inimmaginabili che continuano a sopportare. Provo dolore per gli ostaggi e le loro famiglie. Per le vittime del 7 ottobre. Per i palestinesi che vivono sotto l’occupazione. Per gli israeliani che vivono nella paura. Per ogni bambino a cui è stato rubato il futuro da leader che traggono profitto da una guerra senza fine. La mia rabbia non è diretta contro le vittime. È diretta contro i sistemi, le ideologie e i leader che continuano a sacrificare esseri umani innocenti per preservare il potere. L’orrore deve finire. Questo significa Hamas. Significa i coloni violenti. Significa Ben-Gvir e Smotrich. Significa Netanyahu. Significa Hezbollah. Significa il regime iraniano. Significa razzismo, antisemitismo, islamofobia, suprematismo bianco, fanatismo religioso, corruzione politica e ogni industria che trae profitto dalla guerra mentre la gente comune seppellisce i propri figli. Nessuno di questi mostri appartiene a una sola nazione. La crudeltà non conosce bandiere. E nemmeno la compassione. Spesso mi chiedono dove sia la mia tribù. La mia tribù è composta da coloro che scelgono la vita. Coloro che rifiutano la vendetta. Coloro che riconoscono l’umanità della persona che hanno di fronte. Coloro che proteggono i bambini invece di sacrificarli all’ideologia. Esistono tra gli israeliani. Esistono tra i palestinesi. Esistono ovunque. Questa è la tribù a cui appartengo. Dobbiamo anche abbandonare l’illusione che ogni tragedia abbia un solo autore e ogni popolo una sola identità. Il mondo non è diviso tra santi e mostri. Non lo è mai stato. Senza compromessi, senza immaginazione, senza il coraggio di immaginare un futuro condiviso, ci condanniamo a una ripetizione infinita dello stesso dolore. Ecco perché abbiamo creato Re-Imagine Peace. Non per abbellire la realtà. Non per cancellare l’ingiustizia. Non per fingere che tutto sia uguale. Ma per dimostrare che, anche in mezzo a un dolore inimmaginabile, ci sono ancora esseri umani disposti a sedersi insieme, a creare insieme, a piangere insieme e a immaginare insieme. Questo, per me, non è normalizzazione. È resistenza contro la disperazione. Quindi invito voi – e Karim – a non giudicarci da lontano. Venite. Ascoltate. Metteteci alla prova. Interrogateci. Incontrate gli straordinari israeliani e palestinesi che hanno rischiato la carriera, la reputazione, le relazioni e talvolta persino la propria incolumità per stare insieme. Concedete loro, se non altro, il rispetto della vostra presenza. Sto scrivendo queste parole dalla Germania, dove ho appena tenuto una serie di bellissimi concerti. Ottant’anni fa, gli antenati del mio popolo furono massacrati su questa terra. Oggi sono qui, una donna ebrea libera di origini arabe, a cantare canzoni di pace. Se la storia ci insegna qualcosa, è proprio questo: gli esseri umani possono scegliere un’altra strada. Credo, con ogni fibra del mio essere, che un giorno israeliani e palestinesi vivranno in pace. Non perché sia inevitabile. Perché è necessario. E perché un numero sufficiente di persone, da entrambe le parti, si rifiuta di rinunciare a quel sogno. Le mie braccia rimangono aperte a te, a Karim e a chiunque sia disposto a percorrere quella strada difficile insieme a noi. Martedì sarò a Firenze. Se desideri incontrarmi mercoledì, cercherò volentieri di trovare il tempo. Con amicizia, speranza e solidarietà, Noa Risposta di Andrés Lasso grazie per il messaggio e per la condivisione del suo vissuto personale. Grazie anche per l’invito per mercoledì, purtroppo per motivi di organizzazione familiare non riuscirò a essere presente. Volevo rispondere ad alcune delle molte questioni che pone nella sua mail. Ad un certo punto, dopo aver raccontato delle difficoltà, ostacoli e conflitti che comporta il suo impegno, chiede “dove è la mia colpa, il mio peccato?”. Ci tengo a precisare che la mia lettera non ha un intento di giudicare la sincerità e la bontà del suo impegno, neanche di fare polemica, ma di dare una chiave di lettura dei conflitti che emergono oggi dentro all’attivismo pacifista e di suggerire quelle che sono a mio avviso le priorità per porre fine allo sterminio di un popolo che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Riconosco anche che la mia posizione è probabilmente una posizione più comoda. Io non vivo in Israele, lei sì e dunque il suo impegno si inserisce in un contesto potenzialmente conflittuale, fortemente intossicato di suprematismo e di razzismo che viene appreso fin dalla scuola, dove anche dire parole di buon senso e di comprensione per l’altro può generare enormi problemi e ritorsioni di vario genere. Fatte queste premesse, c’è secondo me un punto importante. Lei scrive che “nessuno ha il monopolio della sofferenza”. E’ vero, basta guardare ciò che avviene oggi in Sudan, ma anche in altre parti del mondo. Eppure sembra che qualcuno abbia invece il monopolio dell’impunità. Quando nel 94 avveniva il genocidio dei tutsi in Rwanda, il mondo non aveva del tutto contezza di cosa stesse succedendo. Oggi il genocidio a Gaza avviene sotto gli obiettivi di migliaia di cellulari, con soldati IDF che postano sui social i loro crimini di guerra come trofei senza che nessuno venga perseguito dalle istituzioni del proprio paese. Quando Sudafrica e Zimbabwe praticavano l’apartheid, erano sottoposti dal mondo a sanzioni, economiche persino sportive, e quella pressione del mondo aiutò il superamento di quell’abominio. Oggi l’apartheid contro i palestinesi, certificato da quanto ha scritto la International Court of Justice nel luglio 2024,Corte riconosciuta da 197 paesi, non genera alcuna conseguenza. Il dossier sul genocidio della Commissione ONU non genera reazioni, non genera alcuna reazione la parola degli esperti, inclusi israeliani come Amos Goldberg, Omer Bartov e altri storici dell’Olocausto che dicono “siamo davanti a un caso da manuale di genocidio”. E qui viene la preoccupazione di molti attivisti, in una città come Firenze un tempo all’avanguardia su certi temi, ma che negli ultimi anni è stata molto più timida di altre città italiane rispetto alla denuncia di ciò che sta accadendo. E in un paese come l’Italia, che dopo USA e Germania è tra i principali complici del genocidio e potrebbe in futuro essere chiamato a rispondere di tale complicità presso la ICJ, stando a quanto scritto nella convenzione sul genocidio del ’48. Perché il timore di molti è quello della normalizzazione e dell’assuefazione a un orrore che ha pochi termini di paragone nella storia recente. Perché ciò che molti di noi ritengono è che il tema della “accountability” dei crimini sia fondamentale. (Su questo consiglio di ascoltare questo intervento del Dr. Abou Jahjaj nell’incontro che abbiamo organizzato in Regione Toscana: https://www.youtube.com/watch?v=wJZBPS4cvAM ) Nessun altro paese ha ucciso 300 giornalisti. Nessun altro paese ha ucciso e torturato medici e paramedici in tal quantità e con tale tranquillità. Nessun altro paese è arrivato al palazzo di vetro a Neww York e ha stracciato la carta delle Nazioni Unite davanti all’assemblea. Nessun altro paese ha arrestato parlamentari europei in acque internazionali in una operazione di pirateria. Inoltre tra i machete che nel 94 in Rwanda hanno compiuto il genocidio rwandese, e i droni programmati per riconoscere neonati e ucciderli mentre vengono allattati al seno da madri palestinesi, c’è un salto di qualità nell’organizzazione dello sterminio, che non può essere sottaciuta, che dovrebbe smuovere il mondo intero. E dunque anche se non c’è “il monopolio della sofferenza” ed è un compito arduo fare la classifica storica degli orrori compiuti dall’uomo contro l’uomo, oggi il genocidio a Gaza costituisce la bancarotta etica e morale dell’intero Occidente, perché questo orrore in diretta streaming è strettamente legato all’impunità, al sapere che nessuna conseguenza c’è per coloro che uccidono o torturano palestinesi, per chi spara ai bambini, o impedisce a cibo e medicine di arrivare a destinazione, o ha distrutto pressoché ogni ospedale, scuola, comprese quelle realizzate dalla cooperazione e dalle ONG dei nostri paesi. E l’impunità è garantita non da un governo, ma da un sistema molto pervasivo di connivenza che coinvolge anche i nostri paesi europei. Quando visitai Israele e Palestina nel 2012, apprezzai molto realtà che si spendono per la riconciliazione. Come Tent of Nations Nassar farm, vicino a Betlemme, dove campeggia la scritta “we refuse to be enemies” in inglese ebraico e arabo. Eppure quella realtà, da anni lotta per il riconoscimento della propria presenza in quel luogo. Nonostante i documenti dei tempi dell’impero ottomano, dei tempi del protettorato inglese eccetera, i tribunali israeliani continuano a non riconoscere quel diritto. Sono in questi 14 anni cambiati governi e parlamenti, ma nessun cambiamento per quella situazione come per tante altre. Lavorare per la riconciliazione è doveroso, pur sapendo che è un lavoro lungo. Ci può volere una vita per far cambiare idea a qualcuno, ci può volere una o due generazioni per superare l’odio. Ma far rispettare il diritto, si può fare anche oggi, subito, se lo vogliamo, se il mondo si attiva in questo senso, prendendo in mano gli strumenti del diritto. Alcuni dei quali sono elencati anche nei pronunciamenti di ICJ e di luglio 2024. Per questo il mio auspicio, è che la presenza nel festival di Pizzaballa, di Combatants for peace, di realtà che apprezzo, faccia sentire una voce chiara su questo punto. Che il riconoscimento della sofferenza dell’altro, del fatto che “non c’è un monopolio della sofferenza” non ci porti a creare magari involontariamente una narrazione “simmetrica” tra aggredito e aggressore tra chi ha bisogno dell’aiuto del mondo intero per rialzarsi e ritrovare la propria dignità calpestata e violentata, e chi ha bisogno dell’aiuto del mondo intero per fermarsi e rendere conto della devastazione che ha generato. Redazione Italia
July 6, 2026
Pressenza
Pensare la pace non è un’utopia: Re-Imagine Peace dal 10 al 12 luglio a Firenze
Pensare la pace non è un’utopia: da questa premessa nasce il festival “Re-Imagine Peace” dal 10 al 12 luglio a Firenze, nell’ambito della rassegna Estate Fiorentina, sotto la direzione artistica delle artiste e attiviste Noa e Mira Awad, nuovamente insieme in Italia dopo il successo dell’esibizione a Sanremo 2025, insieme al chitarrista, arrangiatore e produttore Gil Dor. Co-direttrice artistica Tamar Tal Anati. Per tre giorni Firenze ospiterà concerti, cinema, incontri, performance, momenti di dialogo ed esperienze aperte alla città e al pubblico, con l’obiettivo di creare occasioni di ascolto e confronto attraverso la cultura e le arti. Il festival culminerà in un grande concerto All-Star all’Anfiteatro delle Cascine, dove artisti israeliani, palestinesi e italiani saliranno insieme sul palco in una celebrazione collettiva della musica come linguaggio universale capace di travalicare i confini. Contribuiranno al dialogo di pace con la loro voce anche il Patriarca Latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa e l’attore e regista Neri Marcorè. “Re-Imagine Peace” nasce come piattaforma culturale multidisciplinare che riunisce artisti, musicisti, filmmaker, performer, attivisti, pensatori e organizzazioni internazionali accomunati dalla volontà di costruire spazi di incontro in un tempo segnato da forti divisioni. Il progetto parte da un presupposto semplice: mettere al centro l’esperienza umana, l’ascolto e la possibilità di condividere storie, sensibilità e prospettive differenti attraverso l’arte e la cultura. In questo percorso Firenze rappresenta il contesto ideale per un’iniziativa dedicata al dialogo e alla convivenza, raccogliendo l’eredità civile di figure come Giorgio La Pira e Mario Primicerio. La città è inoltre da anni luogo di collaborazione tra le comunità religiose delle tre fedi monoteiste. Il programma del Festival – che verrà rilasciato completo nelle prossime settimane – include una rassegna cinematografica, con documentari pluripremiati, dedicata a storie di dolore e speranza, con titoli come There is Another Way, Coexistence, My Ass e The Orchestra with the Broken Instruments, seguita da panel di approfondimento e concerti speciali. Tra le partecipanti al progetto figurano Robi Damelin e Bushra Awad, provenienti rispettivamente da Israele e Palestina e da tempo impegnate in percorsi di dialogo e costruzione della pace. Per il loro impegno hanno ricevuto il Fiorino d’Oro, la più alta onorificenza civica conferita dalla città di Firenze. Spazio anche alla cultura gastronomica con “Peace Recipe”, evento ospitato al Teatro del Sale con chef israeliani e palestinesi, e alla musica classica con un concerto per due pianisti, provenienti da Ramallah e Tel Aviv, impegnati in un’esecuzione a quattro mani. Il festival propone inoltre una marcia e preghiera interreligiosa in collaborazione con il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, con la partecipazione delle comunità ebraica, cristiana e musulmana, e una serie di incontri con attivisti e protagonisti del dialogo internazionale. Il programma si completa con il lancio del libro The Future is Peace e con un evento di musica elettronica e danza che coinvolge DJ del collettivo del festival, in una chiusura dedicata alla contaminazione tra linguaggi e pubblici diversi. Pressenza sarà media partner della manifestazione insieme ad Avvenire e Controradio. Redazione Italia
June 29, 2026
Pressenza