“Fuori rotta. Indagine sul sistema di abbandono e isolamento da Trieste alla Sardegna”

Progetto Melting Pot Europa - Wednesday, July 8, 2026

ARIANNA LOCATELLI 1

Le associazioni No Name Kitchen e il Consorzio Italiano di Solidarietà pubblicano un report 2 che analizza il sistema dei trasferimenti tra Trieste e la Sardegna e le condizioni di alcuni CAS nel territorio sardo.

Trieste, città sul confine tra Italia e Slovenia, rappresenta uno snodo centrale lungo la cosiddetta Rotta Balcanica. Negli anni, la città è diventata uno dei principali punti di accesso al territorio italiano per persone in movimento in arrivo dalla rotta. La gestione degli arrivi si inserisce in un contesto caratterizzato da cronica insufficienza dei posti in accoglienza, tempi prolungati di registrazione delle domande di asilo in Questura e frequenti trasferimenti verso altre regioni italiane.

Tra febbraio e settembre 2025, circa l’85% dei richiedenti asilo trasferiti dopo l’ingresso nel sistema di accoglienza triestino è stato destinato alla Sardegna. Tale dato sembra indicare l’esistenza di una strategia di gestione programmata e di un canale di redistribuzione consolidato tra i due territori.

I trasferimenti tra Trieste e la Sardegna e le condizioni del sistema di accoglienza sardo

La Sardegna, chiamata “Jazeera” dai richiedenti asilo, dall’arabo “isola”, è diventata nei mesi una delle destinazioni più temute dai richiedenti asilo. I centri di accoglienza sardi sono infatti spesso situati in aree geograficamente isolate, rendendo ancora più complesso l’inserimento in reti sociali, territoriali e nel mercato lavorativo, acuendo il senso di abbandono nei richiedenti asilo. In questo contesto, gli ospiti rimangono bloccati in strutture periferiche in attesa del rilascio dei documenti, una procedura che può protrarsi da alcuni mesi fino a diversi anni. I richiedenti cadono in un limbo di attesa, subendo un processo di passivizzazione, dopo essere stati sradicati da contesti in cui avevano iniziato a costruire una rete di supporto, come più volte è successo a Trieste.

Le criticità del sistema di accoglienza in Sardegna sono emerse in modo ricorrente dalle denunce delle persone trasferite, raccolte dagli operatori presenti a Trieste. È proprio a partire da queste segnalazioni che, nell’ottobre 2025, un gruppo di ricerca composto da tre persone ha svolto una missione in Sardegna per verificare le condizioni riportate.

Grazie alle visite di diversi CAS, alle interviste e ai focus group svolti con richiedenti asilo accolti sull’isola, sono emerse una serie di problematiche legate alla lentezza del rilascio dei documenti, alle condizioni dei centri, con particolare riferimento alla tutela legale, medica e sanitaria, e alle difficoltà di inserimento lavorativo, che spesso spingono ad accettare condizioni di lavoro irregolari, soprattutto nel settore agricolo.

Emerge con chiarezza un meccanismo di redistribuzione dei richiedenti asilo tanto semplice quanto efficace. A fronte degli obblighi internazionali di accoglienza, dai quali lo Stato non può sottrarsi, viene istituzionalizzato un sistema di trasferimenti e ricollocazioni che, pur garantendo formalmente l’accesso all’accoglienza, produce spesso effetti di marginalizzazione sulle persone coinvolte. L’allontanamento dai luoghi di arrivo e dalle reti sociali costruite durante il percorso migratorio interrompe in alcuni casi percorsi di inserimento già avviati. In molti casi, questi trasferimenti finiscono per incentivare l’abbandono dei centri di accoglienza o spingono a vivere in condizioni non accettabili, alimentando precarietà, vulnerabilità e, talvolta, irregolarità.

Fuori rotta: la marginalizzazione dei richiedenti asilo

Qui abbiamo pensato di diventare pazzi

Con questa frase il team di ricerca è stato accolto da un ragazzo trasferito da Trieste in un campo di accoglienza sardo, isolato nella campagna. Ciò che emerge con forza è il profondo senso di abbandono e stallo vissuto quotidianamente dai richiedenti asilo. Il report evidenzia con chiarezza la volontà di marginalizzare persone in movimento e richiedenti asilo. Sradicare le persone dai contesti e collocarle ai margini del territorio nazionale provoca spesso un’ulteriore precarizzazione delle condizioni di vita degli accolti. Esistono eccezioni, ma la realtà del sistema di accoglienza porta a un’oggettificazione e a una disumanizzazione del richiedente asilo.

“Makes you also wonder about the welcoming system or reception system. Are they really just about beds or are they actually welcoming people? Not turning them into numbers and keeping them away in camps far far away from cities, making them numbers even literally when you have to sign in and out with a number not even with your name”.

Queste le parole che dovremmo tutti tenere a mente, pronunciate da un attivista di No Name Kitchen un anno fa, in occasione di una giornata organizzata per ricordare lo sgombero del Silos avvenuto a Trieste il 21 giugno 2024.

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Quando si parla di viaggi migratori, si evocano di solito le frontiere balcaniche, il Mar Mediterraneo, le violenze delle polizie di frontiera, il gelo delle foreste o il caldo torrido del deserto. Eppure, sappiamo bene che il viaggio non finisce una volta messo piede sul territorio italiano, francese o tedesco. Perché a quel punto si apre una seconda fase: lo scontro quotidiano con un sistema d’asilo respingente, con la minaccia costante del Regolamento Dublino, con le frontiere interne alla società, con una lingua sconosciuta, con un sistema di accoglienza che riduce l’individualità alla collettività, trasformando le persone in numeri.

A molti, essere trasferiti in Sardegna potrà non sembrare la cosa peggiore che possa accadere lungo una rotta migratoria. Ma attraversando l’entroterra sardo, visitando centri raggiungibili solo percorrendo stradine sterrate, si comprendono le parole di A., che guardandoci ha detto: «Qui abbiamo pensato di diventare pazzi».

Il sistema di accoglienza non dovrebbe limitarsi a fornire un posto letto. Dovrebbe costruire percorsi di inserimento territoriale, garantire rispetto del singolo, tutelare le fragilità. Dovrebbe radicare, non isolare; costruire, non distruggere sistematicamente le reti sociali che le persone in movimento cercano di creare con fatica. Non si può pensare che fornire un letto sia l’obiettivo ultimo. Perché la disumanità inizia nel momento in cui non si riconoscono più le persone che si hanno davanti come tali, ma come numeri, spostati di centro in centro, abbandonati in un CAS isolato, lontano da tutto e da tutti.

Anche alla luce dei recenti avvenimenti, occorre aprire una riflessione sul sistema di accoglienza italiano, facendo emergere le responsabilità istituzionali di un sistema che rende estremamente difficile il percorso di regolarizzazione dei richiedenti.

  1. Mi sono laureata in antropologia culturale ed etnologia a Bologna. Sono un’attivista e una studentessa e negli ultimi anni ho girato varie città seguendo progetti di ricerca e volontariato su diverse frontiere in supporto alle persone in movimento. Sono nel CD di OnBorders ↩︎
  2. NNK – No Name Kitchen (2026), Fuori Rotta ↩︎