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“Se questa è Europa: Ceuta mette alla prova il Patto UE su migrazione e asilo”
Dal 30 luglio 2026, Ceuta è tornata al centro del dibattito europeo. L’attraversamento non autorizzato di decine di migliaia di persone in pochi giorni ha messo nuovamente in crisi il dispositivo di frontiera tra Spagna e Marocco. L’ennesima crisi che si somma, tra le altre, alla strage di Beliounech del 2005, a quella del Tarajal del 2015 e quella di Barrio Chino del 2022.  Secondo l’Associazione Marocchina per i Diritti Umani e Caminando Fronteras, questa estate hanno perso la vita almeno 141 persone. Un numero che si aggiunge al macabro conto di vittime di una frontiera che da vent’anni continua a uccidere. L’ennesima strage, ma la prima dall’entrata in vigore del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. Che cosa succede quando le garanzie previste dal diritto europeo incontrano le pratiche quotidiane di una frontiera? E cosa resta di quelle garanzie per chi non riesce nemmeno ad accedere alle procedure di asilo? È a partire da queste domande che nasce “Se questa è Europa. Ceuta: il Patto UE su migrazione e asilo alla prova della prima crisi del dispositivo di frontiera” 1, il rapporto di monitoraggio giuridico curato da Nicola Datena, Luna Selimovic’ e Clara Tacconi per l’associazione di promozione sociale Le Carbet. Il rapporto ricostruisce le procedure applicate dalla Spagna tra il 12 giugno e il 13 ottobre 2026, dai giorni precedenti agli attraversamenti di massa fino allo sgombero del campo del Guano di fine settembre. L’analisi si basa sulla normativa, sui documenti ufficiali e sulle verifiche condotte direttamente sul territorio tra l’8 e il 13 ottobre ed evidenzia serie contraddizioni tra le garanzie previste dalla normativa e le pratiche adottate sul campo. FUORI DALLE PROCEDURE: ESPULSIONI SOMMARIE E RITORNI FORZATI Un primo aspetto problematico sollevato dal rapporto è che la Spagna ha iniziato ad applicare i regolamenti del Patto attraverso una semplice istruzione amministrativa, in assenza della legge nazionale di attuazione e del meccanismo indipendente di monitoraggio previsto dalla normativa europea. Ma il problema non si esaurisce nelle modalità con cui le nuove norme sono state recepite.  “Le regole del Patto valgono solo per chi arriva al CATE (Centro di Accoglienza Temporanea per Stranieri – ndr) e chiede asilo. Prima e dopo prevalgono regole esterne alla procedura, informali e non prevedibili.” Le persone che non accedono al CATE del Tarajal per formalizzare la domanda di asilo affrontano destini differenti: respingimenti a caldo, permanenze prolungate senza identificazione ed espulsioni sommarie verso il Marocco attraverso un varco nella recinzione. All’interno del rapporto, anche alcune testimonianze dirette di queste pratiche di espulsioni informali: “La polizia oggi è arrivata e ha detto ai giovani “alzatevi e venite con noi, vi porteremo al valico di frontiera, vi prenderemo le impronte digitali e scopriremo la vostra identità, chi siete. e poi vi riporteremo nei campi temporanei”. Quindi i ragazzi si sono fidati di loro, ma quando sono arrivati alla frontiera li hanno costretti ad uscire in Marocco. – R., Ceuta, 11 ottobre 2026 Oltre alle violazioni dei diritti fondamentali che comportano queste pratiche, il rapporto sottolinea anche che queste modalità di consegna non permettono nemmeno di distinguere tra rientri volontari ed espulsioni vere e proprie, sollevando serie perplessità anche sulla trasparenza dei dati ufficiali forniti dal Governo spagnolo. Foto tratte dal rapporto SGOMBERI DEI CAMPI INFORMALI E PRECARIETÀ COME STRUMENTI DI GESTIONE Un altro aspetto analizzato dal rapporto è la gestione delle persone rimaste escluse da strutture di accoglienza e di riparo dopo gli attraversamenti di questa estate.  Come denunciato da No Name Kitchen, molte persone si erano riversate nelle spiagge di Ceuta perché nelle zone boscose, dove si erano inizialmente riparate, hanno subito aggressioni notturne e rastrellamenti. Gli sgomberi dei ripari di fortuna sulle spiagge della città hanno ridotto la presenza visibile delle persone sfollate, che tuttavia non hanno ricevuto soluzioni abitative alternative: numerose persone si sono disperse nei quartieri della città e nuovamente nelle zone montuose circostanti, spesso senza accesso all’assistenza e alle tutele necessarie. Lo sgombero del campo del Guano, che conclude il periodo preso in esame dal rapporto, rappresenta una delle tappe di questo processo. > Le persone sono spaventate dall’incontro con le autorità e spesso decidono di > vivere nascoste. Accoglienza insufficiente, sgomberi, violenze e informazioni contraddittorie contribuiscono a rendere sempre più insostenibile la permanenza sul territorio. È proprio su questo punto che il rapporto solleva una delle questioni più rilevanti: la precarietà è soltanto una conseguenza dell’emergenza oppure è diventata, nei fatti, una modalità di gestione della stessa? Quando mancano un alloggio, un’assistenza adeguata e prospettive credibili, restare può diventare sempre più difficile. Il ritorno in Marocco rischia allora di apparire come l’unica alternativa possibile, anche in assenza di un provvedimento formale di espulsione. Il rapporto invita così a interrogarsi sulle forme indirette attraverso cui il controllo delle frontiere può condizionare le scelte e i movimenti delle persone migranti. “UN HOTSPOT SU SCALA TERRITORIALE”  Il report prende in considerazione anche gli effetti della gestione dell’emergenza sul territorio di Ceuta, che arriva a definire “un hotspot su scala territoriale”.  > Le persone sulla base di procedure informali di polizia sono state confinate > nell’intera città di Ceuta, senza provvedimenti individuali e senza alcun tipo > di procedura formale. La gestione dell’emergenza finisce così per coinvolgere l’intero spazio urbano, mentre l’insufficienza dell’accoglienza e la mancanza di prospettive alimentano l’isolamento di chi è rimasto bloccato a Ceuta. Il risultato è una situazione in cui le persone rimangono intrappolate in uno spazio ristretto, esposte all’incertezza delle procedure e alla difficoltà di costruire alternative alla propria permanenza. A questa situazione si aggiunge l’assenza di solidarietà da parte degli altri Stati europei, che lascia alla Spagna il peso della gestione degli arrivi senza una risposta condivisa a livello dell’Unione. Una contraddizione che interroga direttamente il principio di solidarietà sul quale dovrebbe fondarsi il sistema europeo comune di asilo. “Il Patto prometteva la condivisione della responsabilità tra Stati membri. La risposta degli altri Stati è stata la chiusura. (…) Non risulta che il meccanismo di solidarietà del Reg. 2024/1351 sia stato attivato o discusso per la Spagna. La Spagna, dal canto suo, non ha distribuito le persone nemmeno sul proprio territorio. La solidarietà si è rovesciata in contenimento.” Foto tratte dal rapporto LE QUESTIONI SOLLEVATE DAL RAPPORTO RIGUARDANO ANCHE L’ITALIA Per quanto riguarda l’Italia, le autrici del rapporto avvertono: “Il decreto del 21 luglio 2026 estende la frontiera a intere province, con il rischio di creare spazi di trattenimento come quello di Ceuta”. A partire dal caso di Ceuta, Se questa è Europa chiede quindi di concentrare la nostra attenzione oltre la gestione contingente di una crisi. Il Patto europeo su migrazione e asilo va valutato non soltanto attraverso le disposizioni che introduce, ma anche osservando cosa accade alle persone quando quelle disposizioni vengono applicate, quando le procedure non sono accessibili a tuttə e quando l’emergenza giustifica interventi che incidono sulla libertà di movimento e sulle possibilità di chiedere protezione. La questione è capire quale spazio rimanga per le garanzie fondamentali quando le procedure di frontiera diventano il principale strumento di governo della mobilità e quando l’emergenza rischia di trasformarsi in una condizione permanente. Su questo gli autori e le autrici del rapporto giungono a una conclusione netta, che non lascia spazio a dubbi: ”Alla prima prova reale, il Patto non ha mantenuto le sue promesse. Con la sua entrata in vigore i problemi sono rimasti invariati, le violazioni dei diritti fondamentali si sono aggravate e i problemi di gestione delle richieste di protezione internazionale sono diventati più complessi e macchinosi”. 1. Scarica il rapporto completo ↩︎
Come essere liceale – di François Dubet e Marie Duru-Bellat
Nel giorno delle manifestazioni studentesche in Italia e nel prosieguo di quelle in Francia, riprendiamo un articolo di François Dubet e Marie Duru-Bellat, noti sociologi, che ripercorrono l'evoluzione del sistema scolastico francese per indagare le vere cause rimosse del disagio di questa generazione. La versione originale si trova sulla rivista AOC media - Analyse [...]
October 16, 2026
Effimera
Invidia della felicità e sgombero della piazza
PESANTE INTERVENTO DELLE FORZE DELL’ORDINE IN PIAZZA LIBERTÀ A TRIESTE, NOTA COME PIAZZA DEL MONDO PER L’ACCOGLIENZA AUTOGESTITA DEI MIGRANTI DELLA ROTTA BALCANICA. “NONOSTANTE LE FERITE, AMIAMO I NOSTRI SOGNI, CREDIAMO IN CHI LOTTA E CONTINUEREMO LA NOSTRA RE-ESISTENZA…”, SCRIVE LORENA FORNASIR -------------------------------------------------------------------------------- Sediamo nelle panchine di una piazza fino a due giorni fa, gioiosa tra gli scartati, gli ultimi ad essere rimasti dopo che gli altri, quelli di una città dal cuore nero e quelli del Palazzo, hanno scelto la cupezza dell’ordine imposto. La bellezza di una piazza piena di vita, di Fornelli resistenti, di scout, di cittadini, di studenti, di associazioni, con la passeggera felicità che sospende il trauma di vite spezzate, è il graffio insopportabile provocato dall’invidia di anime aride e deserte rispetto a una gioia – per quanto effimera – di coloro, i ragazzi migranti, che hanno sperimentato la soglia tra vita e morte. Sono vivi, non sono morti. La vita pulsa nelle loro anime. Non fanno parte del mercato del tempio e non sono venduti ai quattro denari. Il loro unico privilegio è essere vivi. Li vogliono finiti, remigrati, espulsi, invisibili, fantasmi. L’amore che è il primo atto politico della vita, continua tuttavia ad abitarci, non ci demoralizza, non ci consegna alla rassegnazione, non ci scolora il desiderio. Nonostante le ferite, amiamo i nostri sogni, crediamo in chi lotta e continueremo la nostra re-esistenza. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Invidia della felicità e sgombero della piazza proviene da Comune-info.
October 11, 2026
Comune-info
Trieste, sgombero di Piazza Libertà e miseria della politica
Giovedì 8 ottobre 2026 c’è stato un intervento massiccio delle forze dell’ordine in Piazza Libertà  a Trieste, che può essere definito “sgombero”. La stessa Questura, in un suo comunicato ampiamente riportato dal quotidiano locale, parla di “restituire l’area alla piena e sicura fruibilità della collettività”, anche in nome del “decoro” (che è un concetto a uso variabile: è decorosa la distruzione/trasformazione di intere aree a scopo speculativo? È decoroso l’abbattimento sistematico di alberi? È decoroso lo sfruttamento lavorativo di manodopera anche straniera? È decorosa l’iperturistizzazione che sottrae vastissime aree alla collettività?) Tutto questo fa seguito ai ripetuti interventi in Porto Vecchio, dove sono stati chiusi diversi edifici, certo pericolanti e malsani, senza però offrire una soluzione alternativa a coloro che vi trovavano riparo. Un riparo precario, ma utile, in assenza di alternative. Certo, le attività di sostegno alle persone migranti, grazie a una forte rete di solidarietà di gruppi e individui, continueranno, ma è l’azione delle istituzioni a destare indignazione. Sappiamo da anni che il fenomeno delle migrazioni è strutturale e che servirebbero reazioni all’altezza della portata epocale di quanto sta succedendo. E invece dai governi nazionali a molti di quelli locali, le risposte sono fatte di ostacoli, burocrazia e respingimenti, che causano morti e sofferenze. Dal Mediterraneo ai fiumi della penisola balcanica, le acque da attraversare per raggiungere l’Europa occidentale sono degli immensi cimiteri, come anche i monti e i deserti, a causa di un ordine politico che è disordine concreto, che è guerra ed economia di guerra. Dopo questo sgombero, cosa accadrà? Noi come comuniste/i lavoreremo con tutte le associazioni coinvolte e le forze autenticamente democratiche per cercare soluzioni umane e praticabili a uno scandalo non più sopportabile, che lo sgombero di ieri non risolve, ma anzi aggrava. Partito della Rifondazione Comunista Federazione di Trieste Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
October 10, 2026
Pressenza
E con chi? – di Francesco Demitry
Scuola, crisi e politica della separazione tra Francia e Italia La scuola non è soltanto una scuola. Non perché improvvisamente diventi qualcos’altro, ma perché ci sono degli eventi che permettono di rendere visibile ciò che normalmente rimane nascosto dentro il funzionamento quotidiano dell’istituzione. Un’aula sovraffollata, un insegnante che manca, un edificio che non riesce [...]
October 3, 2026
Effimera
Va bene accoglierli, ma non tutti
A partire da alcune formule ricorrenti nel discorso pubblico contemporaneo – dall’“invasione dello straniero” al “ce ne sono troppi. Va bene accogliere, ma non tutti” – Jacopo Anderlini 1 costruisce in “Hostis. Il paradigma dell’ospitalità” (Eleuthera, 2026) una genealogia dell’ospitalità volta a interrogare le condizioni storiche, sociali e politiche attraverso cui la presenza dello straniero viene definita, classificata e collocata nella società ospitante. Il principale contributo del sociologo è nel mettere in discussione una concezione dell’ospitalità come semplice apertura verso l’altro. Essa emerge piuttosto come una specifica ‘ragione’, per la quale dimensione culturale, politica ed etica si intrecciano nella continua definizione dei confini tra chi può stare “dentro” e chi deve rimanere “fuori”, articolando interrogativi relativi alla cittadinanza, alla sovranità, alla mobilità, alla sicurezza e alla costruzione dell’alterità. L’analisi proposta da Anderlini consente di osservare come il significato dell’ospitalità costituisca un “concetto in movimento” (p. 42), destinato a trasformarsi parallelamente ai legami sociali. Questi ultimi, analizzati dal linguista Benveniste nella loro “terminologia psicologica” (p. 32), riguardano il vivere in società, le norme sociali e la dimensione sentimentale, che trasformano la figura dell’ospite simmetricamente alle forme di organizzazione della società e dello Stato, introducendo nuove forme di relazione fondate sulla differenza di status ed, implicitamente, anche la possibilità dell’esclusione. Notizie/A proposito di Accoglienza/Arti e cultura «HOSTIS. IL PARADIGMA DELL’OSPITALITÀ» Un libro di Jacopo Anderlini (Elèuthera, 2026) 28 Agosto 2026 Ambivalenza già inscritta nel suo studio etimologico del termine greco xenia, nonché del latinohospes, nel quale confluiscono i significati di hostis e potis, legati rispettivamente alla relazione con l’altro e alla dimensione del potere. Con il passaggio dal genus al cives e l’ingresso nella polis, la dimensione privata dell’ospitalità – come istituto sacro fondato sulla reciprocità, sul dono e sull’obbligo – si sovrappone progressivamente a quella pubblica: la distinzione tra civis/proxenos e straniero, “non cittadino”, rende evidente come l’ospitalità implichi anche una collocazione spaziale e temporale dell’ospite nell’ordine politico della comunità. Tra XVII e XVIII secolo, questa logica si traduce sempre più esplicitamente nelle pratiche di governo. La città diviene un laboratorio della popolazione nel quale l’ospitare e l’escludere diventano declinazioni dell’azione politica. Il vagabondo (e successivamente le comunità di fuga, dei maroons e dei pirati), sottraendosi alle forme di appartenenza, stabilità e produttività richieste dal nascente ordine mercantilista, viene strategicamente regolamentato. Dal 1648, la mobilità viene incorporata nel passaporto; la sanità entra nei dispositivi di governo e la categoria del rischio consente di ricondurre l’incertezza entro “l’arrogante presunzione di controllabilità” (Z. Bauman, 2017): la compassione, attraverso la politica della pietà, “anziché fungere da cerotto per la violenza” (E. Weizman; 2012), diviene una modalità di governance capace di organizzare le condizioni entro cui protezione e controllo vengono esercitati sul “popolo degli infelici”, al limite dell’umanitario e del securitario. Il moral urbanism rende così visibili, classificabili e amministrabili soggetti e comportamenti ‘altri’ in un continuumdi pratiche che fanno dell’ospitalità un dispositivo inserito in una estesa razionalità di governo congiunta ad un governo differenziale della mobilità. * La scheda del libro * Leggi l’estratto Se, ai primi sviluppi della dimensione urbana, il ‘buon ordine’ era affidato in larga misura alla polizia, è con il ‘popolo’ che esso viene progressivamente affiancato da una molteplicità di istituzioni nazionali attraverso cui vengono individuate, classificate e amministrate le “classi pericolose”, fondamento morale delle politiche attivate. “The image, the imagined, the imaginary […] the imagination has become an organized field of social practices, a form of work (in the sense of both labor and culturally organized practice), and a form of negotiation between sites of agency (individuals) and globally 2 defined fields of possibility. […] The imagination is […] the key component of the new global order ”. Lo spazio Schengen costituisce, in questa prospettiva, un ulteriore passaggio. Seguendo logiche “legittimate dalla logica dell’ospitalità e dal registro morale da questa convocato” (p. 89), esso non elimina i confini, ma elabora nuove procedure confinarie (p. 101), un assemblage (p. 91) di norme giuridiche, impianti amministrativi e burocratici, tecnologie, controlli e pratiche di classificazione attraverso cui il confine viene prodotto, amministrato e reso operativo. Regimi dei visti, liste dei paesi sicuri, videosorveglianza e strumenti di racial profiling concorrono a una nuova grammatica della sovranità, della mobilità migrante e dell’ospitalità. In altre parole, gli Stati europei non hanno eliminato le frontiere, ma le hanno semplicemente combinate con ulteriori diagrammi in un archetipo che attraversa istituzioni e contesti differenti senza, però, coincidere con una singola politica o con un progetto unitario. In questa coniugazione, particolare rilievo assume la nozione di domopolitica introdotta da W. Walters: più che uno spazio del diritto all’asilo, per Anderlini si delinea un quadro nel quale lo Stato viene rappresentato come una casa, uno spazio domestico da proteggere e preservare “in una tattica che giustappone le parole calde di comunità, fiducia e cittadinanza alle parole associate al pericolo proveniente da un esterno caotico” (Connolly, 1995), popolato da “stranieri, clandestini, trafficanti, terroristi”, contro cui si rivolgono le tecnologie di frontiera sempre più orientate ad una gestione selettiva della mobilità. L’obiettivo di tali dispositivi, i cui diagrammi si snodano nella “terminologia psicologica” della criminalità, della vulnerabilità e della minaccia, consiste nel “selezionare” l’ospite, distinguendo tra circolazioni “buone” e “cattive”, “il cui valore di scambio risulta direttamente connesso al movimento” (p. 119). Nella sua duplice natura di apertura e chiusura, di pietà e sicurezza, l’ospitalità non si configura, per Anderlini, come ‘varco’ di casa, attraverso il quale sia indifferentemente possibile entrare e uscire, quanto piuttosto come ‘soglia’ – storicamente e strutturalmente – posta tra appartenenza ed estraneità. È su questa soglia, infatti, che si stabiliscono e continuamente si ridefiniscono le condizioni dell’ospitalità, nel rapporto, mai definitivo, tra chi ospita e chi è ospitato. Ci sono “troppi stranieri”: italiani di fatto, ma ancora privi di pari diritti. È precisamente entro questo spazio di ospitalità e di appartenenza incompleta che si articolano i criteri di inclusione ed esclusione e prendono forma le lotte politiche volte a ridefinire e ampliare la soglia della cittadinanza. RIFERIMENTI Bauman, Z. (2017). Times of interregnum, Polity Press. Connolly, W. (1995) The ethos of pluralization. University of Minnesota Press, Minneapolis, MN. Weizman, E. (2012). The least of all possible evils: Humanitarian violence from Arendt to Gaza.  London ; New York : Verso 1. Jacopo Anderlini, sociologo, è Principal Investigator del progetto Debordering materiality along migration routes e ricercatore presso l’Università di Parma, dove ha co-fondato e coordina la Clinica Sociologico-Giuridica «Migrazioni e frontiere». Ha condotto ricerche etnografiche in Tunisia, negli hotspot di Pozzallo e Lampedusa, nelle zone agricole della Sicilia e al confine francoitaliano, studiando le trasformazioni del governo europeo delle migrazioni. Fa inoltre parte del Media Board del progetto ERC Advanced SOULROUTES e del Laboratorio di Sociologia Visuale dell’Università di Genova. È co-curatore di Borderland Italia (Deriveapprodi, 2022) e di Crocevia Mediterraneo (Elèuthera, 2023). ↩︎ 2. Appadurai, A. (1996), Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization, Minneapolis, University of Minnesota Press, p. 31. “L’immagine, l’immaginato, l’immaginario… l’immaginazione è divenuta un campo organizzato di pratiche sociali, una forma di lavoro (inteso sia come attività lavorativa sia come pratica culturalmente organizzata) e una forma di negoziazione tra luoghi di capacità d’azione (gli individui) e campi di possibilità definiti a livello globale. […] L’immaginazione è… la componente chiave del nuovo ordine globale” ↩︎
Festival della Pace, della Nonviolenza e dell’Accoglienza: fino al 29 settembre a Pisa
L’iniziativa del comitato che, insieme a varie realtà del territorio, coordina la rassegna di incontri, eventi e spettacoli in piazze, teatri e spazi culturali della città è promossa dal Centro Interdisciplinare “Scienze per la Pace” dell’Università di Pisa, che ne illustra il programma: > Si parte il 20 settembre al Giardino Scotto con la partecipazione dei gruppi > Scout AGESCI, seguita il 21 settembre dalla 2ª Camminata della Gentilezza con > il simbolico girotondo attorno alla Torre e dall’incontro con Padre Renato > Kizito Sesana presso San Frediano. > > Il 21 e 22 settembre l’Auditorium Toniolo ospiterà dibattiti dedicati ai > diritti internazionali, all’educazione alla nonviolenza, al valore dello sport > inclusivo e al concorso “I Giovani per i Giovani”. > > Il 22 settembre, dalle 10:35, è previsto un intervento del CISP dal titolo > “Educare alla pace: formare donne e uomini capaci di costruire comunità in > dialogo”. > > Ancora, dal 22 al 25 settembre il Cineclub Arsenale programmerà proiezioni a > tema migratorio e diritti (“Terraferma”, “Io sono Li”, “Sta per piovere” e “Io > Capitano”), affiancate dagli approfondimenti promossi da Pax Christi. > > Gli eventi finali vedranno la lezione del professor Johnny J. Mack > sull’educazione alla pace e lo spettacolo “La Zona BLU” della Compagnia > Kepler-452 al Teatro Nuovo la sera del 29 settembre. FESTIVAL DELLA PACE, DELLA NONVIOLENZA E DELL’ACCOGLIENZA Nell’anno 1998 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 novembre proclamò il primo decennio del XXI secolo e del III millennio, gli anni dal 2001 al 2010, Decennio internazionale di promozione di una cultura della nonviolenza e della pace a vantaggio dei bambini del mondo. Martin Luther King affermò con forza il concetto che “l’alternativa presente è tra la nonviolenza e il reciproco annientamento”. Le armi moderne di distruzione di massa e soprattutto la bomba atomica hanno messo fuori gioco l’idea di una possibile difesa, perché la loro potenza distruttiva colpisce proprio i territori e le popolazioni che si vorrebbero difendere. L’Ucraina e Gaza ne sono in questi anni la lampante dimostrazione. In questa prospettiva, il pensiero di Mahatma Gandhi resta un riferimento imprescindibile: “la nonviolenza è la più grande forza a disposizione dell’umanità” e “non c’è strada per la pace, la pace è la strada”. La nonviolenza non è solo alternativa alla violenza, ma metodo per trasformare i conflitti e costruire una pace duratura, come evidenziato anche dagli studi di Johan Galtung. Bisogna apprendere a gestire i conflitti in modo nonviolento, non solo come alternativa alla violenza, ma come via per costruire una pace duratura (“pace con giustizia”) e trasformare i conflitti stessi, sviluppando competenze di dialogo, empatia e ricerca di soluzioni creative attraverso il suo metodo TRANSCEND. Più recentemente, Papa Leone XIV ha ribadito la necessità di promuovere percorsi educativi alla nonviolenza e all’accoglienza, affinché ogni comunità diventi una “casa della pace”, fondata su dialogo, giustizia e perdono. La pace, ha sottolineato, non è un’utopia, ma una via concreta fatta di gesti quotidiani. Ci siamo inoltrati, ormai in modo drammaticamente esplicito a partire dal conflitto russo-ucraino, in una nuova fase della modernità che, insieme alla crisi della globalizzazione e della sua ormai naufragata strategia di omologazione planetaria, vede una ripresa su scala globale di guerre di conquista. Ci troviamo oggi in una fase segnata da conflitti globali, crisi sociali, disuguaglianze, migrazioni, emergenze ambientali e ritorni di fondamentalismi. In questo scenario, le categorie tradizionali della convivenza appaiono insufficienti: si impone la necessità di una nuova grammatica della pace. In tale direzione, appare urgente recuperare quella “terza via” spesso rimossa: la nonviolenza, “antica come le montagne”, che – come ricordava Mahatma Gandhi – ci mette in guardia dal fatto che “un occhio per occhio rende il mondo intero cieco”. Liquidata come un’opzione politica perdente e rinunciataria, o come una visione priva di effetti pratici, c’è da ritenere che essa vada al contrario rilanciata e diffusa quale ingrediente essenziale di una cultura della pace, particolarmente urgente presso le più giovani generazioni. Ad essa intende ispirarsi la filosofia che sta all’origine del progetto, si comprende di qui la centralità della figura dei “Centri per la pace”, un’istituzione il cui importante ruolo si inscrive nel quadro delle raccomandazioni dell’UNESCO nella costruzione della “cultura di pace” (Recommendation concerning Education for International Understanding, Co-operation and Peace and Education relating to Human Rights and Fundamental Freedoms, UNESCO, 1974). L’educazione alla cittadinanza globale e promozione dei diritti umani è un’area tematica complessa, che, per essere affrontata in un ambito vasto come quello regionale, con azioni concrete e non con astratte enunciazioni di principio, deve tenere insieme gli aspetti diversi della sua complessità, così come sono prefigurati nei termini di riferimento: “la pace, la memoria, il dialogo tra le diverse culture, azioni che facilitino la valorizzazione di esperienze di partecipazione democratica nell’ambito della promozione della cittadinanza globale” e “Dio sta con gli operatori di pace, non con chi usa la violenza” (Papa Francesco – 28 feb 2022). Sotto l’aspetto educativo i termini di riferimento chiariscono che “l’educazione alla cittadinanza globale”, rivolta ad ogni studente di ordine e grado, compreso i corsi universitari, riassume un insieme di nuove dimensioni educative: • l’educazione alla cittadinanza democratica, inclusiva delle educazioni civica, alla convivenza civile, ai diritti umani, • l’ educazione interculturale, • l’educazione alla pace e alla gestione dei conflitti, • l’educazione allo sviluppo sostenibile. In questo ambito, assume rilievo il metodo maieutico di Danilo Dolci, fondato sulla partecipazione attiva, sulla valorizzazione delle comunità e sulla “capacitazione” delle persone. Accogliere non è soltanto un gesto di solidarietà: è una scelta di pace. In un mondo segnato da paure e divisioni, l’incontro con l’altro diventa occasione di riconoscimento reciproco. Come ricordava Mahatma Gandhi, “la misura di una civiltà si vede da come tratta i suoi membri più deboli”: l’accoglienza diventa così il cuore stesso della nonviolenza. Ha scritto Kant nel suo celebre Progetto filosofico “Per la pace perpetua” (1795) che «lo stato di pace tra gli uomini che vivono gli uni accanto agli altri non è uno stato di natura». Accogliere non è soltanto un gesto di solidarietà: è una scelta di pace. In un mondo attraversato da paure, confini e diffidenze, ogni volto che incontriamo e decidiamo di non respingere diventa un ponte, una possibilità di riconoscersi umani prima ancora che diversi. Dal 1961, grazie al Movimento Nonviolento fondato da Aldo Capitini, Edmondo Marcucci e Giovanni Pioli, nacque l’idea della Marcia Per La Pace Perugia-Assisi per testimoniare l’impegno delle persone, delle associazioni, degli Enti Locali alla costruzione di un mondo senza violenza e senza guerra e per la promozione della nonviolenza. La pace si impara e si insegna. Come affermava Maria Montessori, costruire la pace è compito dell’educazione. In questa prospettiva, risuona ancora l’invito di Mahatma Gandhi: “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. L’obiettivo è contribuire concretamente alla riduzione della violenza attraverso formazione, informazione e diffusione delle pratiche nonviolente. Infine, sia Gandhi sia San Francesco sottolineano l’importanza dell’esempio personale. Non basta parlare di valori: è necessario viverli. Questo concetto è riassunto nell’idea francescana: “Predicate con la vita, e se necessario anche con le parole”. Per questo motivo, il nostro progetto non si limita alla teoria, ma propone azioni concrete che possano essere messe in pratica nella vita quotidiana. Festival della Pace, della Nonviolenza e della Accoglienza contatti: festivaldellapace.pisa@gmail.com Redazione Italia
September 22, 2026
Pressenza
Accoglienza negata alle richiedenti asilo. Il TRGA di Trento dà ragione a sei donne: «La lista d’attesa non esclude l’inerzia»
Sei ordinanze cautelari condannano il silenzio del Commissariato del Governo. È un primo passo: la Prefettura ha ora quindici giorni per completare l’istruttoria. La rete di realtà solidali e antirazziste: «Vigileremo perché all’ordine del giudice segua l’accoglienza reale». Con sei ordinanze depositate l’11 settembre 2026, il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa (T.R.G.A.) di Trento ha accolto le istanze cautelari di sei donne richiedenti protezione internazionale – tra i 30 e i 50 anni, quattro provenienti dal Marocco, una dalla Turchia e una da El Salvador – rimaste per mesi fuori dal sistema di accoglienza nonostante avessero dichiarato la propria condizione di indigenza e l’assenza di un alloggio stabile. Le sei donne sono seguite dallo sportello di orientamento legale dell’Assemblea Antirazzista Trento e della scuola di italiano Libera la Parola, in collaborazione con Melting Pot Odv e lo sportello Casa per Tutt*, che si sono rivolti all’Avv. Giovanni Barbariol del Foro di Padova. Tra aprile e maggio 2026 avevano chiesto formalmente di accedere alle misure di accoglienza; il Commissariato del Governo si era limitato a comunicare il loro inserimento in una lista di attesa, subordinando l’ingresso alla “disponibilità di posti nel sistema di accoglienza”. Il T.R.G.A. ha stabilito che quella nota costituisce un inadempimento. L’inserimento in lista di attesa, scrive il Tribunale, “ha carattere meramente soprassessorio poiché non vale ad escludere l’inerzia lamentata con il ricorso avverso il silenzio”, secondo una giurisprudenza ormai consolidata (Consiglio di Stato, sez. III, 14 gennaio 2026, n. 302, che rinvia alla Corte di Giustizia UE, sez. III, 1° agosto 2025, C-97/24; T.A.R. Veneto n. 1274/2026; T.A.R. Lazio, sez. IV, 20 luglio 2026, n. 13304; T.A.R. Piemonte, sez. I, 27 maggio 2026, n. 1195). La nota, prosegue il giudice, è “priva di valenza provvedimentale ed inidonea a far ritenere assolto l’obbligo di provvedere”. Riconosciuti sia il fumus boni iuris del ricorso sia il periculum in mora, in quanto le ricorrenti sono prive di alloggio e di mezzi di sussistenza, il Tribunale ha ordinato all’Amministrazione di completare l’istruttoria per la verifica dei requisiti di accesso entro e non oltre quindici giorni. La rete di realtà solidali commenta: «È un primo passo da vigilare. Il giudice non ha ordinato l’ingresso immediato in accoglienza, ma al momento ha imposto al Commissariato del Governo di svolgere finalmente l’accertamento che ha eluso per mesi. La responsabilità, tuttavia, va allargata anche alla Provincia di Trento, considerata la regia che ha sulla gestione dei posti nel sistema di accoglienza. E la stessa indisponibilità di posti opposta alle richiedenti è il prodotto di una scelta politica precisa: l’accordo sottoscritto il 24 ottobre 2025 dal presidente Maurizio Fugatti e dal ministro Matteo Piantedosi baratta la costruzione di un CPR a Trento con il dimezzamento dei posti del sistema di accoglienza, ridotti da 700 a 350. Il taglio è già in corso – la Residenza Fersina è destinata allo svuotamento entro fine anno, i nuovi ingressi sono bloccati e centinaia di persone, tra cui donne e famiglie con minori, restano senza un tetto, oppure relegati in dormitori di bassa soglia infestati dalle cimici. Prima si tagliano i posti, poi si oppone alle persone richiedenti asilo l’assenza di quei posti: è il cortocircuito che il Tribunale, con queste decisioni, ha rifiutato di avallare. Sarà nostro compito verificare che a quell’ordine seguano fatti concreti, e non un nuovo rinvio con altro nome». «Ma questo risultato – prosegue la rete – è frutto, in primo luogo, della lotta delle ragazze e delle signore rimaste fuori dall’accoglienza, che da oltre tre anni denunciano, protestano e si organizzano per rivendicare un diritto a un tetto e a i mezzi di sussistenza previsti dalla normativa italiana. È frutto, in secondo luogo, di una rete solidale fatta di tante persone e realtà che le hanno affiancate». La rete solidale guarda immediatamente avanti: «Vogliamo estendere questa esperienza con una class action che comprenda anche i ragazzi richiedenti asilo lasciati fuori dall’accoglienza, che restano la categoria più esposta al rischio di finire in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Perché l’esclusione sistematica dall’accoglienza non è un disguido amministrativo: è la porta d’ingresso verso la detenzione e l’espulsione. Il diritto all’accoglienza si difende insieme: nelle aule dei tribunali e nelle strade». T.R.G.A. di Trento, ordinanza n. 41 dell’11 settembre 2026
September 17, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Detenzione di fatto di minori al CARA di Restinco -Brindisi: nuova condanna della Corte EDU contro l’Italia
Con la decisione del 3 settembre 2026 (Caso B.C. vs Italia, Application no. 42909/23), la Corte Europea per i Diritti Umani ha condannato l’Italia per l’illegittima detenzione di un ragazzo della Costa d’Avorio dell’età di 15 anni all’interno del Centro di accoglienza di Restinco, nella provincia di Brindisi, e al conseguente risarcimento del danno. Il ricorrente, minore non accompagnato giunto in Italia ad inizio agosto 2023, fu sottoposto alle procedure di determinazione dell’età e, una volta terminate, trattenuto dal 6 ottobre al 22 dicembre 2023 all’interno del Centro di Accoglienza di Restinco (Br). A seguito di istanza presentata alla Corte EDU ai sensi dell’articolo 39 del Regolamento della Corte – con la quale si chiedeva di porre fine alla sua detenzione, denunciava le pessime condizioni del CARA e chiedeva di essere ospitato in un luogo adatto alla sua condizione – fu trasferito dopo 2 mesi e mezzo in un centro per minori SNA. Durante tutto il periodo e sino al luglio dell’anno successivo, il tutore del ricorrente fu individuato nel gestore del centro di Restinco. Va ricordato che, durante il periodo della detenzione, nel Centro di Accoglienza di Restinco erano presenti solo minorenni (nel numero di 88), benchè il contratto di appalto per la gestione dello stesso prevedesse misure, prestazioni di beni e servizi e risorse professionali rivolte esclusivamente agli adulti, dunque anche inadeguate alla accoglienza di minorenni soli. Nel corso degli anni ASGI ha ripetutamente segnalato la grave problematica determinata dall’uso del Centro di Restinco come luogo di accoglienza di minorenni soli: nel 2016 con nota alla Prefettura di Brindisi ASGI denunciava che “Il centro di Restinco non appare in alcun modo un luogo idoneo per l’accoglienza seppure temporanea di minori soli ed anzi la legge ne fa esplicito divieto”; inoltre, nel dicembre 2023 l’Associazione aveva avanzato richiesta di accesso al Centro di Restinco proprio per verificare le condizioni dello stesso. Tale accesso fu di fatto negato, tanto da essere stato poi permesso l’ingresso solo in quanto a seguito dell’On.le Nicola Fratoianni e nel corso di una sua visita ispettiva alla struttura. La situazione di Restinco era simile a quella, già sanzionata dalla CEDU, del Centro di Crotone (decisione del 7.12.2023 ), a quella nell’hotspot di Taranto (sentenza CEDU del 23.11.2023 link https://www.asgi.it/famiglia-minori/minori-stranieri-detenzione-hotspot-taranto/) così come a quella del centro in Contrada Cifali a Ragusa ed altrove in Italia, tanto che a novembre 2023 l’ASGI aveva inviato una comunicazione al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa per chiedere la continuazione della procedura di supervisione dell’attuazione della sentenza Darboe e Camara con la quale la Corte EDU aveva già condannato l’Italia. Con la sentenza del settembre 2026 la Corte EDU ha rilevato la violazione dell’art. 5, §§ 1, 2 e 4 della Convenzione e condannato l’Italia alla luce della “constatazione circa l’assenza di una base giuridica chiara e accessibile per la detenzione” tale che “la Corte non comprende come le autorità avrebbero potuto informare il ricorrente dei motivi legali della sua privazione della libertà o fornirgli informazioni sufficienti per consentirgli di contestare dinanzi a un tribunale i motivi della sua detenzione di fatto (cfr. Khlaifia e altri, citati sopra, §§ 117 e 132 e seguenti)”. Al riguardo gli Avv.ti Angiuli e Belluccio e la dott.ssa Rizzi, che hanno seguito il ricorrente, sottolineano: “Si tratta dell’ennesima decisione che accerta la strutturale mancanza di cura dell’Italia per la condizione dei minori stranieri non accompagnati e la condanna al risarcimento del danno. Il Governo e il Parlamento ne dovranno necessariamente tenere conto anche nell’implementazione del nuovo Patto per le Migrazioni e l’Asilo e del prossimo Regolamento sui rimpatri che, incredibilmente, non esclude la possibilità di trattenimento e rimpatrio dei minori soli”. Corte Europea per i Diritti Umani, decisione del 3 settembre 2026 (Caso B.C. vs Italia, Application no. 42909/23) La sentenza consegue al ricorso degli Avv.ti Marina Angiuli e Dario Belluccio, supportati dalla dott.ssa Erminia Sabrina Rizzi.
September 11, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Nelle case arbëreshë il mate non manca mai
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il festival delle migrazioni organizzato dall’associazione Don Vincenzo Matrangolo è giunto quest’anno alla sua XV edizione. Quindici anni in cui tra le colline brulle dell’entroterra cosentino è arrivato il mondo. Negli anni il festival è cresciuto ed evoluto, passato da stanziale presso la sede dell’associazione ad Acquaformosa a festival itinerante con giornate organizzate dai progetti aderenti all’associazione nei comuni arbëreshë che fanno accoglienza. Il contesto è quello che il nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), lapidariamente liquida nell’obiettivo 4 così: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza….“. Luoghi senza speranza, da abbandonare al proprio destino quindi. Eppure, in questi piccoli comuni dove anche farsi curare diventa un’impresa, non si respira aria di rassegnazione. Sette comuni uniti nel progetto di accoglienza dell”associazione Don Vincenzo Matrangolo stanno scrivendo un’altra storia. È una storia che non si limita all’incontro annuale del festival delle migrazioni ma anzi, il festival è l’espressione di un lavoro quotidiano di incontri, presa in carico di persone che pian piano diventano cittadini di questi luoghi, li colorano con le loro stoffe, li profumano con le loro spezie, li riempiono con le voci e le risa dei bimbi che giocano per le stradine dei vicoli. Terre abitate dai rifugiati albanesi che nel 1.500 sono arrivati in Italia per sottrarsi alla ferocia dei turchi. Hanno conservato la loro lingua d’origine, attualmente molto diversa dall’albanese moderno, le loro abitudini e tradizioni. Ad Acquaformosa, nella chiesa si celebra il rito bizantino in lingua arbëreshë e greco antico, nelle feste popolari si sfoggiano gli abiti della antica tradizione arbëreshë. Questi luoghi hanno conservato il patrimonio culturale del Paese di origine senza per questo chiudersi al nuovo. Le comunità arbëreshë, come tutto il meridione italiano, sono state le protagoniste del secondo esodo emigratorio italiano del dopo guerra. Moltissimi si sono trasferiti in Argentina, dove, con il passa parola, si sono ritrovati e hanno creato piccole comunità. In questi luoghi perciò si sa bene cosa significa emigrare, inserirsi in un contesto sociale differente, imparare la lingua del Paese che accoglie, apprenderne le abitudini e le consuetudini. Non stupisce perciò scoprire che una volta rientrati in patria, molti abbiano voluto portare con sé qualcosa di quella vita. Lungro, a pochi passi da Acquaformosa è la capitale del mate, bevanda diffusa in sud America, e nelle case arbëreshë il mate non manca mai, lo si trova un po’ ovunque nei negozietti. Il dulce de leche viene spesso servito a colazione nei “bnb” locali. In molti parlano spagnolo e per le strade si sentono le persone che parlano l’arbëreshë con qualche intercalare in italiano. Insomma le terre arbëreshë sono una sintesi perfetta di quello che rappresenta il fenomeno migratorio oggi: scambi culturali, conoscenza, solidarietà. Un meticciato che ha arricchito e continua ad arricchire tutti. In questo contesto chi arriva da terre lontane non può non sentirsi a casa, come ci siamo sentiti tutti noi durante il festival, accolti da una grande famiglia. Sono oltre cento cinquanta le persone, per lo più giovani locali che hanno avuto l’opportunità di restare in queste terre, avviare una professione e mettere a disposizione le competenze e l’umanità per accogliere i meno fortunati della Terra. Ragazze e ragazzi che ogni giorno lavorano in questi luoghi che qualcuno ha già decretato come aspiranti al suicidio. In quest’ultima edizione del Festival delle Migrazioni è emersa con chiarezza tutta la volontà di riscatto, di dimostrare non solo che un altro mondo è veramente possibile ma che reagire all’ineluttabile si può e si deve. Lo abbiamo visto nella cura dei particolari, nell’attenzione con cui sono stati preparati gli incontri: da San Sosti, Bisignano, San Basile, Vaccarizzo, Cerzeto, San Benedetto Ullano fino all’ultimo giorno ad Acquaformosa dove tutto ha preso il via, quindici anni fa. Non so come sia possibile ma ogni anno – come negli anni precedenti – gli organizzatori sono riusciti a superarsi. I dibattiti organizzati hanno coinvolto esperti ed attivisti di fama internazionale spaziando su tutti i temi che direttamente o indirettamente riguardano il fenomeno migratorio e tutti i problemi e gli inciampi che un’onda anomala di rabbia xenofoba procura alle persone che emigrano. Oltre trentamila persone dal 2014 ad oggi sono morte in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste dicono le stime ufficiali, ci ricorda Luciano Scalettari di Resq, un numero impressionante ma purtroppo, molto probabilmente approssimato per difetto. Vite spezzate senza che si trovi una giustificazione a questa strage, senza che si provi a porne rimedio. E chi riesce ad arrivare, si trova ad affrontare un altro calvario, quello di trovare un modo per vivere e non sopravvivere in questa società. La stessa società che implementa i CPR, criminalizza le persone straniere – soprattutto chi proviene dal continente africano – che taglia risorse all’accoglienza inclusiva dei progetti SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione). Nei luoghi del festival, vicini in linea d’aria uno dall’altro ma collegati da strade tortuose e impervie, una folla di persone ha potuto conoscere l’altra realtà, quella che i grandi media non raccontano o non riescono a raccontare: gli abusi di potere, le violenze e le violazioni dei diritti fondamentali delle persone, i costi esorbitanti di questo sistema ma anche toccare con mano esperienze di inclusione sociale, interazione che nonostante tutto funzionano. Certamente l’accoglienza organizzata all’interno dei progetti SAI resta minoritaria, solo 41.000 persone sono accolte in queste realtà a fronte di oltre 230.000 richiedenti asilo presenti in Italia e il nostro governo attuale non sembra interessato ad implementare questo sistema di accoglienza. Ogni sera uno o due dibattiti, ogni sera una folla compatta e ordinata ha affrontato il viaggio tra i calanchi per andare a sentire, a capire. C’è tanta voglia di capire, di squarciare il velo. Oltre mille persone presenti nei vari dibattiti, oltre 10.000 persone nei vari concerti tra cui più di 2.000 nella giornata finale ad Acquaformosa con i Modena City Ramblers. 260.000 mila visualizzazioni delle pagine Instagram e Facebook del festival. Altissimo come sempre il livello, sempre con il cuore alla Palestina. Le testimonianze di Roberto Ventrella della Global Sumud Flottilla e Enzo Infantino volontario da anni impegnato nei campi profughi palestinesi e attivista di Recosol (la rete delle comunità solidali) hanno riacceso i riflettori sulla tragedia del popolo palestinese, sul silenzio complice degli Stati europei e sull’ipocrisia dei nostri governanti. Immancabili ad ogni tavolo le GazaCola e il materiale illustrativo sulla situazione a Gaza. I proventi serviranno a finanziare iniziative a sostegno del popolo gazawi. Nelle cene sociali organizzate nei paesi ospitanti, un tripudio di colori e sapori: piatti della tradizione arbëreshë andavano magnificamente a braccetto con pietanze medio orientali, africane, ucraine e afghane. Facile immaginare che nelle cucine si parlasse l’unica lingua possibile, quella della condivisione. Nonostante la presenza imponente di partecipanti, tutti sono stati trattati con riguardo e cura. Stand con materiale informativo, gadget, tutti realizzati dai singoli progetti. Bellissime le borse e le magliette con i disegni di Fabio Magnasciutti ormai ospite fisso al festival e ora insignito della nomina di ambasciatore dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo. Cosa resta di tutto questo? Cosa resta alle persone che hanno partecipato e agli organizzatori dopo tanto lavoro? Chi si occupa di migrazioni ed accoglienza lo sa, spesso si ha la sensazione di impotenza, di non riuscire ad arrivare a chi non conosce il dramma di questo fenomeno e lo vede solo come una minaccia, un nemico da annientare. Il nuovo Patto Europeo del resto è tutto questo: un documento che sancisce la criminalizzazione dei migranti, i respingimenti e ora c’è chi parla di remigrazione senza probabilmente capirne veramente il significato. Resta perciò, alla fine di un festival come questo, la sensazione che continuiamo a parlarci tra di noi senza riuscire a “bucare” il muro alzato da quest’Europa ormai troppo lontana dal Manifesto di Ventotene. Nonostante ciò, fosse anche per una sola vita salvata dalla perversa logica repulsiva, vale la pena di continuare. L’associazione Don Vincenzo Matrangolo ce lo sta dimostrando così come altre piccole e grandi realtà presenti e resistenti del territorio nazionale. Nella serata finale del festival, due ragazzi migranti – Fedi Mgasseb e Faysal Naeem Mia – sono saliti sul palco e hanno raccontato le loro storie, il loro viaggio fin qui e come, dopo inimmaginabili traumi, sono stati accolti dalla Rete Vesuviana Solidale. Il viaggio in mare su un barchino fatiscente che dopo qualche ora di navigazione si è fermato in avaria. Cinque giorni fermi immobili nel mare, senza cibo né acqua, una massa di persone di origini diverse, lingue differenti, in silenzio pregavano. Faysal ha detto, nel suo italiano chiaro ma ancora stentato: “Non parlavamo la stessa lingua, non ci capivamo ma piangevamo tutti allo stesso modo”. Ecco, per Faysal, Fedi e tutti gli altri, uomini, donne e bambini in viaggio su questa Terra, vale la pena di continuare in questa direzione ostinata e contraria, restando umani. -------------------------------------------------------------------------------- Roberta Ferruti, Recosol -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nelle case arbëreshë il mate non manca mai proviene da Comune-info.
September 3, 2026
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