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Frontiere-Filtro: L’Accoglienza nei Centri d’Italia (2026)
GIORGIA MALAVENDA È disponibile dal 28 aprile il nono rapporto sui centri di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati in Italia basato su dati relativi al 2024, realizzato da ActionAid e Openpolis nell’ambito del progetto Centri d’Italia, ad oggi l’unica piattaforma di monitoraggio indipendente presente nel paese. Scarica il rapporto completo Intitolato “La frontiera, ovunque”, il documento mira a smascherare le problematiche intrinseche del sistema di accoglienza odierno, ed è già dal titolo che si intuiscono le conclusioni a cui i dati registrati portano: il processo di selezione del migrante non si limita, infatti, alle sole frontiere fisiche lungo i confini nazionali ma si protrae lungo tutta la filiera dell’accoglienza, sottoforma di ostacoli legislativi, amministrativi e linguistici. Tale prospettiva è oggi essenziale per spostare il focus del dibattito pubblico e politico sul tema dell’immigrazione dalle logiche di espulsione a ciò che avviene lungo il percorso di accoglienza e integrazione del migrante. > Siamo di fronte a una scelta di Governo che ha progressivamente spostato > l’accoglienza da infrastruttura di tutela in un dispositivo di filtro, > smistamento e contenimento. L’EMERGENZA PRODOTTA La narrativa emergenziale proposta nell’ultimo decennio ha portato a una proliferazione di decreti emergenziali sotto il governo attuale in nome di uno stato di emergenza (dichiarato dall’aprile 2023 all’aprile 2025), ma la chiave di lettura proposta dal rapporto dimostra come la persistenza di questo stato di precarietà non sia dovuto all’eccezionale incremento dei flussi migratori segnalato, ma sia piuttosto esito di una emergenza appositamente costruita, grazie allo smantellamento delle politiche di accoglienza. È a partire dalla limitazione dell’operatività delle navi ONG di soccorso marittimo, imposto dal Decreto Piantedosi, che l’emergenza nasce. Con l’assegnazione dei porti lontani del Centro-Nord Italia per salvataggi avvenuti principalmente lungo la rotta del Mediterraneo centrale non solo si sottopongono persone a una situazione di precarietà per più tempo del necessario ma si tolgono risorse monetarie e temporali alle ONG dispiegate nelle missioni Search and Rescue 1. Pur essendo l’obiettivo dichiarato di questa politica alleviare le pressioni sulle strutture di prima accoglienza nel Sud Italia, il rapporto mostra come proprio in questi centri rimangano costantemente disponibili più di 2.000 posti inutilizzati presso gli hotspot e CPA di Sicilia, Calabria e Puglia. Questa prassi viene quindi smascherata come mero tentativo di ostacolare le missioni SAR e di criminalizzare la solidarietà e, non a caso, sono varie le sanzioni contro le navi umanitarie che sono state annullate sulla base dell’illegittimità di questa prassi, quali le sentenze dei tribunali di Salerno e Ragusa. > Ancora una volta, l’emergenza da eccezione si trasforma in una tecnica > ordinaria di organizzazione dell’accoglienza. Le frontiere interne La centralità dei processi di filtro è resa ancora nota dalla crescente prevalenza delle strutture di prima accoglienza, quali hotspot, CPA e CAS, su quelle facenti parte del SAI per l’accoglienza secondaria. Il report sottolinea due tendenze visibili dal 2023: la proliferazione di strutture hotspot, che passano da 4 a 11 nel 2024 con il triplicarsi dei posti disponibili, e il forte sbilanciamento del sistema verso i Centri di Accoglienza Straordinaria, che accolgono nel 2024 il 71,9% delle persone totali, dimostrando che il perno dell’intero sistema è ancora una volta rappresentato dall’accoglienza straordinaria. Delle 6.024 strutture governative attive al 31 dicembre 2024, 520 registrano presenze che superano il 120% della capienza, con 12.904 persone coinvolte specialmente nei CAS di Lombardia, Lazio, Puglia e Veneto. Nel Mezzogiorno prevalgono CAS di grandi dimensioni con una capienza media di 38 posti mentre nel Nord-Est, specialmente nel FVG, la capienza media si riduce a 11 posti grazie al peculiare modello di micro-accoglienza diffusa 2. Passando all’analisi dello stato dell’accoglienza del SAI si osserva un tasso di turnover degli ospiti che diminuisce dal 35,5% registrato nel 2023 al 21,3% nel 2025, indicando un ricambio sempre più lento che contrasta l’entrata di nuovi beneficiari nel circolo, dunque pressando nuovamente sui centri dediti alla prima accoglienza. A snaturare l’essenza dell’accoglienza è il peso di operatori for profit nella gestione dei centri governativi, che dal 2022 al 2024 si duplica arrivando a gestire più di 14mila posti, più di un decimo dei complessivi. Ancora, lo schema di capitolato d’appalto vigente dal 2024 ostacola la fruizione dei servizi di mediazione linguistico-culturale e dei colloqui psicologici: insieme al ritiro implicito della domanda di protezione per assenza al colloquio e alla procedura accelerata di valutazione della domanda “tardiva” previste dal d.l. 145/2024, si compromettono non solo le tutele e i diritti degli ospitati, ma anche la capacità del sistema di rilevare e valutare adeguatamente le vulnerabilità personali che possono essere dietro a queste decisioni. Oltre a queste fragilità il documento evidenzia anche le responsabilità di un’amministrazione precaria, lenta e intermittente che pone in essere ostacoli amministrativi nell’accesso alle questure e nella formalizzazione della domanda. Forme di accoglienza non dignitose non risparmiano neanche i minori non accompagnati, portando a un allarmante numero di uscite per abbandono. L’introduzione da parte del d.l. 133/2023 della possibilità di collocare MSNA ultrasedicenni in centri di accoglienza per adulti, in sezioni specifiche, per un tempo massimo di 90 giorni, prorogabile di altri 60, ha legittimato ancora di più la prassi già esistente di inserimento di MSNA in centri per adulti. Nonostante fosse stata intesa come misura eccezionale da applicare solo nei casi di indisponibilità temporanea di strutture dedicate, i casi critici sono diversi. Torino si dimostra prima per numero di MSNA transitati in centri per adulti e almeno 13 delle prefetture incluse nel rapporto dichiarano superamenti 3della soglia massima dei 150 giorni, dimostrando come il superamento dei limiti di legge non sia episodico e avvenga anche in territori con posti liberi nel circolo dedicato. Ancora una volta il rapporto smaschera la riluttanza del Governo di porre l’accoglienza sul primo piano: l’incapacità della gestione del sistema è evidente dalla carenza di meccanismi di monitoraggio delle politiche sviluppate e dalla disomogeneità territoriale delle ispezioni presso i centri governativi, che lasciano nel 2024 l’80,9% delle strutture prive di alcun controllo. Spesso i dati dichiarati dalle Prefetture e dalle autorità centrali non combaciano. Il Viminale afferma, infatti, di non registrare dati relativi ai centri di accoglienza provvisori né quelli relativi al tempo di accoglienza e alla sezione separata istituita per i MSNA nei centri adulti: una superficialità che ostacola il lavoro di reporting su una realtà altrimenti invisibile al comune cittadino. LO SCENARIO 2026 L’ennesima stretta sull’immigrazione è ora rappresentata dal disegno di legge7 approvato il febbraio scorso dal CdM per l’attuazione del Patto UE sulla migrazione e asilo, nel quadro della riforma del CEAS adottata nel 2024 e ora in procinto di essere attuata. Dei dieci testi introdotti, quello che desta più preoccupazioni è il Regolamento (UE) 2024/1348 (Regolamento Procedure) poiché amplia i casi di ricorso obbligatorio alla procedura accelerata di esame della domanda alla frontiera, con annesso allontanamento immediato e un massimo di dieci giorni per fare ricorso. L’infondatezza di una domanda si baserà quindi su meri criteri statistici, quali la provenienza da un paese d’origine sicuro e il possesso di una cittadinanza facente parte delle low-recognition-rate citizenships 4, tra le quali la venezuelana, la colombiana e ora quella siriana, nonostante le violenze etniche e confessionali ancora in corso. La mancata valutazione delle specificità di una domanda di protezione in nome di queste logiche puramente statistiche smaschera nuovamente la superficialità del sistema che, pur di accelerare le procedure di frontiera, rinuncia a investigare su possibili profili di intersezionalità e vulnerabilità personale del migrante. Con l’ennesimo atto emergenziale 5 in materia migratoria il discorso politico torna ancora una volta a focalizzarsi sulle procedure di rimpatrio, ricorrendo a prassi illecite e problematiche 6 che alimentano una politica carente e superficiale che pone lo sguardo alle frontiere esterne e non a quelle interne, facendo dell’accoglienza un sistema esclusivo. 1. La politica dei porti lontani non arretra neanche di fronte alla morte, Sos Mediterranee (19 maggio 2026) ↩︎ 2. 3 Che cos’è l’accoglienza diffusa? ICS (25 maggio 2018) ↩︎ 3. Minore trattenuto in struttura per adulti: La Corte Europea dei Diritti Umani condanna l’Italia, ASGI (29 Aprile 2026) ↩︎ 4. Latest Asylum Trends: Recognition Rates, EUAA ↩︎ 5. Convertito in legge il DL 23/2026 su sicurezza e migrazione, IntegrazioneMigranti (24 aprile 2026) ↩︎ 6. I rimpatri volontari assistiti non siano strumenti di “remigrazione”. Un commento al decreto-legge 55/2026, UniPd Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” (22 maggio 2026) ↩︎
Il grido di Sabir
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Associazione Sabir -------------------------------------------------------------------------------- Sabir è una comunità educativa impegnata nel territorio di Crotone che in questi anni ha cercato con pazienza di tenere insieme anche proposte per accogliere ragazzi migranti – molti dei quali arrivati dopo aver attraversato deserti, torture, guerre e detenzioni in Turchia o Libia – tra supporto psicologico, mediazione culturale, continuità scolastica, formazione professionale, attività sportive, percorsi di affido familiare e affido culturale. Si tratta di proposte che vanno molto al di là della prassi ordinaria dell’accoglienza disegnata dai governi. È il frutto di uno sforzo educativo enorme e fortemente radicato nel territorio che ha permesso di creare relazioni di fiducia e corresponsabilità sociale, rompendo di fatto la logica assistenziale nei confronti dei minori stranieri non accompagnati. Oggi però tutto questo rischia di essere cancellato da anni di logiche emergenziali. In una lettera aperta di Sabir, rilanciata dalla Rete delle comunità solidali, si legge: “Non esistono, allo stato, soluzioni logistiche compatibili con la prosecuzione dei percorsi già avviati. Non esistono garanzie sulla continuità educativa. Non esiste alcuna visione pedagogica. Esiste soltanto una logica amministrativa che tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire. Ed è forse questo il punto più grave. In Italia si organizzano continuamente tavoli sulla devianza giovanile, sulle baby gang, sull’emarginazione sociale e sul disagio dei minori. La politica nazionale invoca sicurezza, integrazione e prevenzione. Si moltiplicano dichiarazioni pubbliche sulla necessità di investire sui giovani e sui percorsi educativi. Poi però, nei territori, si lasciano spegnere esperienze che funzionano davvero. Si mortificano realtà che hanno dimostrato concretamente che un altro modello di accoglienza è possibile: un modello fondato sulla relazione educativa, sulla presenza quotidiana, sulla costruzione di autonomia e sul radicamento territoriale…”. Lettera apertaDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il grido di Sabir proviene da Comune-info.
May 27, 2026
Comune-info
Tortura: ecco come l’Italia (non) rispetta gli obblighi della Convenzione ONU
La Rete Italiana per il Supporto alle Persone Sopravvissute a Tortura (ReSST 1), in collaborazione con Action Aid, ha pubblicato il 21 maggio 2026 il rapporto “L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura” che mostra come l’Italia, al di là di annunci e raccomandazioni non vincolanti, sia ancora largamente inadempiente rispetto agli obblighi internazionali che impongono di rendere accessibili ai sopravvissuti a tortura i servizi specialistici necessari per una piena riabilitazione. Il rapporto, anticipato al Comitato ONU contro la tortura (CAT) in occasione della 7° revisione periodica sull’Italia, sarà discusso in un webinar “L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura. Come (non) rispettiamo gli obblighi posti dalla Convenzione ONU contro la Tortura”, organizzato dalla ReSST il prossimo lunedì 25 maggio alle 17.30. Al webinar saranno presenti Pietro Buffa, curatore del rapporto, Chiara Montaldo, responsabile medica di Medici Senza Frontiere (MSF) e Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS). Iscrizione al webinar CURE SULLA CARTA Il rapporto evidenzia come le Linee Guida del ministero della salute del 2017 hanno un valore di indirizzo, ma non garantiscono il rispetto degli obblighi. Anche il Vademecum sulle vulnerabilità del ministero dell’interno del 2023 rimane un insieme di raccomandazioni non vincolanti e prive di qualsiasi attuazione concreta. Quello che emerge è un sistema in cui il diritto alla riabilitazione esiste formalmente ma non è garantito nella pratica, e dove l’accesso ai servizi dipende più dal territorio in cui ci si trova – o dalla fortuna di incontrare un operatore particolarmente formato – che da una garanzia uniforme dello Stato. Le organizzazioni del privato sociale tamponano dove il pubblico è assente, ma con finanziamenti a progetto, discontinui e non strutturali. «Attualmente l’Italia, la principale destinazione europea per migliaia di persone che hanno subito torture nei paesi di origine o durante il transito, in Libia e in Tunisia, non rispetta nessuno degli obblighi della Convenzione ONU contro la tortura», dichiara la dr.ssa Chiara Montaldo di MSF. «I servizi esistenti si basano quasi interamente su iniziative individuali all’interno del sistema sanitario pubblico e, soprattutto, sul terzo settore». Il risultato è un sistema che, pur esistendo sulla carta, spesso non riesce a garantire un percorso di riabilitazione reale alle persone sopravvissute a tortura. In molte parti dell’Italia mancano ancora servizi dedicati e personale formato per assistere chi ha vissuto torture e violenze estreme. A questo si aggiunge una scarsa collaborazione tra il sistema sanitario e quello dell’accoglienza, oltre all’assenza di strumenti che permettano di verificare se i programmi di riabilitazione funzionino davvero e arrivino alle persone che ne hanno bisogno. Per questo, molte persone sopravvissute a tortura non sono identificate precocemente e faticano ad accedere in tempi rapidi a cure e supporto specialistico continuativo. Secondo l’analisi di Action Aid contenuta nel rapporto, nel sistema di accoglienza non esistono oggi le condizioni minime per riconoscere tortura e traumi complessi, a causa dei servizi drasticamente ridotti, del poco tempo disponibile per ogni persona e dell’aumento delle richieste di protezione. «Così è pressoché impossibile che la vulnerabilità venga individuata e presa in carico per tempo e rischia di emergere solo quando diventa crisi, e la privazione della libertà rischia di tradursi in omissione di protezione», aggiunge Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni di ActionAid Italia. Ancora più allarmante la situazione nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR): le visite mediche di ingresso sono descritte come sbrigative, condotte spesso in assenza di mediazione culturale e in presenza delle forze dell’ordine, basate su modelli prestampati che non cercano segni di tortura né valutano la salute mentale. Tra i trattenuti – il cui numero di richiedenti asilo è in forte crescita, con circa il 43% del totale nel 2025 – è realistico che vi siano vittime di tortura, per le quali la detenzione stessa può riattivare traumi e aggravare la sofferenza psichica. Mancano protocolli per la gestione delle vulnerabilità e per la prevenzione del rischio suicidario, come documentato in modo sistematico dal Garante Nazionale delle Persone Private della Libertà in rapporti che si ripetono, con le stesse criticità, dal 2019 al 2025. A complessive e identiche conclusioni è arrivato anche il CAT nel suo documento di Osservazioni Conclusive, approvato a seguito dell’ultima sessione di revisione periodica sull’Italia. Il CAT si è rammaricato sul fatto che l’Italia non abbia fornito alcuna informazione sull’esistenza di programmi di riabilitazione per le vittime di tortura come previsto dall’articolo 14 della Convenzione ONU. Il CAT ha chiesto all’Italia di garantire che tutte le vittime di tortura ottengano i mezzi per una riabilitazione il più completa possibile (conclusione n.38), e di adottare ulteriori misure per assicurare la tempestiva identificazione delle vittime di tortura (conclusione n.16), tramite di procedure di screening da applicarsi sia all’ingresso in Italia sia al momento dell’ammissione nei centri di trattenimento. LE RICHIESTE ALL’ITALIA La ReSST esorta l’Italia ad attuare le raccomandazioni del CAT in modo da sopperire a questa asimmetria persistente tra gli obblighi assunti e la loro concreta attuazione. «Ovunque si trovi in Italia, un sopravvissuto a tortura dovrebbe avere accesso alle cure», conclude Chiara Montaldo di MSF. «Servono meccanismi finanziari stabili e dedicati per passare da risposte basate sulle emergenze a misure a lungo termine, nonché un sistema di monitoraggio per valutare qualità, efficacia e trasparenza». Il rapporto, nelle raccomandazioni finali, chiede che si vada in una direzione opposta: una legge nazionale, il recepimento delle Linee Guida in tutte le Regioni, investimenti stabili, formazione obbligatoria e un sistema di monitoraggio indipendente che renda conto ogni anno di come vengono spesi i soldi pubblici e di quante vittime di tortura ricevono effettivamente la cura a cui hanno diritto. Scarica il rapporto completo 1. Nata nel 2024, la ReSST riunisce enti pubblici e privati e ONG che gestiscono in Italia programmi o servizi specializzati per la presa in carico di persone che hanno subito tortura: Caritas, Centro immigrazione asilo e cooperazione internazionale (Ciac), Kasbah, Medici Contro la Tortura (MCT), Medici Senza Frontiere (MSF), Medici per i Diritti Umani (MEDU), NAGA, SaMiFo ASLRoma 1 e USL Toscana Centro. La ReSST si pone come obiettivi informare e sensibilizzare sulla tortura e le sue conseguenze, migliorare la disponibilità e la qualità dei servizi per la riabilitazione delle persone sopravvissute a tortura, e promuovere attività di ricerca scientifica, formazione e aggiornamento professionale. Oltre agli enti associati, impegnati in servizi diretti per i sopravvissuti alla tortura, fanno parte della Rete, in qualità di osservatori, anche A Buon Diritto, Amnesty International Italia, Antigone e SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. ↩︎
Sabir non rinnoverà il contratto per l’accoglienza di minori stranieri non accompagnati a Crotone
Sabir Srl Impresa Sociale ETS comunica pubblicamente che, nelle condizioni attuali, non sottoscriverà il nuovo contratto del progetto di accoglienza per minori stranieri non accompagnati gestito nel territorio di Crotone. Si tratta di una decisione sofferta, maturata dopo mesi di confronto difficile con l’Amministrazione e dopo reiterate criticità organizzative, economiche e istituzionali che hanno progressivamente reso impossibile proseguire un’esperienza che, nonostante tutto, ha rappresentato un modello concreto di accoglienza, integrazione e tutela dei minori. In questi anni Sabir ha costruito una casa, non semplicemente una struttura. Una comunità educativa capace di garantire continuità scolastica, formazione professionale, inserimenti lavorativi, percorsi sportivi, supporto psicologico, mediazione culturale e relazioni umane autentiche. A Crotone, territorio complesso, funestato da spopolamento e brain drain, decine di ragazzi hanno frequentato scuole, avviato tirocini, costruito reti sociali, imparato un mestiere, iniziato un percorso di autonomia reale. Molti di loro, dopo aver attraversato deserti, torture, guerre e detenzioni in Turchia o Libia, hanno trovato per la prima volta una dimensione stabile e dignitosa. Nel corso del progetto sono stati persino avviati percorsi di affido familiare e affido culturale, esperienze estremamente rare nel sistema dei CAS per MSNA e quasi assenti nella prassi ordinaria dell’accoglienza straordinaria. Un risultato che dimostra quanto il lavoro educativo e territoriale svolto abbia generato legami reali tra i minori accolti e la comunità locale, superando la logica meramente assistenziale e costruendo invece relazioni di fiducia, inclusione e corresponsabilità sociale. Oggi tutto questo rischia di essere cancellato da una gestione burocratica, illogica e profondamente distante dalla realtà concreta dei minori. Non esistono, allo stato, soluzioni logistiche compatibili con la prosecuzione dei percorsi già avviati. Non esistono garanzie sulla continuità educativa. Non esiste alcuna visione pedagogica. Esiste soltanto una logica amministrativa che tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire. Ed è forse questo il punto più grave. In Italia si organizzano continuamente tavoli sulla devianza giovanile, sulle baby gang, sull’emarginazione sociale e sul disagio dei minori. La politica nazionale invoca sicurezza, integrazione e prevenzione. Si moltiplicano dichiarazioni pubbliche sulla necessità di investire sui giovani e sui percorsi educativi, poi però, nei territori si lasciano spegnere esperienze che funzionano davvero. Si mortificano realtà che hanno dimostrato concretamente che un altro modello di accoglienza è possibile: un modello fondato sulla relazione educativa, sulla presenza quotidiana, sulla costruzione di autonomia e sul radicamento territoriale. La vicenda di Crotone rappresenta purtroppo l’esplosione locale di un problema nazionale: l’incapacità di considerare i minori stranieri non accompagnati come persone e non come meri posti letto. Eppure esistono esperienze che dimostrano il contrario. Il modello sviluppato da Sabir – “Da CAS a CASA” – parte da un principio semplice ma rivoluzionario: i minori non hanno bisogno solo di essere ospitati, ma di appartenere a una comunità educante. Il progetto “Da CAS a CASA” non rappresentava soltanto una struttura di accoglienza, ma una proposta avanzata di governance territoriale dei MSNA, fondata sulla continuità educativa, sull’integrazione sociale, sulla valutazione di impatto, sulla co-programmazione tra pubblico e Terzo Settore e sulla prevenzione della marginalità e della devianza minorile. Tutto questo è stato realizzato nonostante richieste gestionali prive di sostenibilità economica e l’assenza di un reale confronto istituzionale orientato alla tutela superiore dei minori. Oggi però non possiamo più accettare che venga chiesto di mantenere operativa una struttura complessa senza alcuna programmazione seria. Non firmeremo un nuovo contratto che rischierebbe di trasformare un’esperienza educativa di eccellenza in una lenta agonia amministrativa. Non lo faremo per rispetto del nostro lavoro. Non lo faremo per rispetto degli operatori. Soprattutto, non lo faremo per rispetto dei ragazzi: con queste modalità non tuteleremmo il superiore interesse dei minori. Ma allo stesso tempo, continueremo a monitorare attentamente quanto accadrà ai minori coinvolti, ai loro percorsi educativi, scolastici, lavorativi e psicologici, affinché nessuna scelta amministrativa possa produrre ulteriori danni nel silenzio generale. Sabir continuerà a difendere, in ogni sede pubblica, istituzionale e giuridica, l’idea che i minori stranieri non accompagnati non abbiano bisogno soltanto di un tetto, ma di comunità educanti, continuità affettiva, stabilità e futuro. La decisione di chiudere l’esperienza del Cas da “Cas a Casa” non rappresenta una fuga dalle responsabilità. Al contrario, è un atto di denuncia pubblica e politica contro un sistema che troppo spesso sacrifica la qualità dell’accoglienza sull’altare della burocrazia, dell’improvvisazione e dell’indifferenza istituzionale Spegnere oggi esperienze come questa di Crotone significa non solo interrompere percorsi educativi già avviati, ma anche arrivare impreparati proprio alla fase storica che l’Europa sta imponendo ai sistemi nazionali di accoglienza. I dati e le esperienze maturate dimostrano infatti che investire in percorsi educativi strutturati significa anche prevenire marginalizzazione, sfruttamento e criminalizzazione dei minori stranieri. Sabir dichiara sin da ora la propria disponibilità a condividere strumenti metodologici, pratiche educative, dati di monitoraggio e risultati maturati nel progetto “Da CAS a CASA”, affinché un’esperienza nata in un territorio difficile possa contribuire ad aprire una riflessione nazionale seria sul futuro dell’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati in Italia. Occorre superare definitivamente la distinzione artificiale tra “prima” e “seconda” accoglienza, costruendo invece una presa in carico globale e continuativa del minore fin dal primo giorno, nel pieno rispetto del superiore interesse del minore sancito dalla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, dal D.Lgs. 142/2015 e dalla Legge 47/2017. Persino nel nuovo Patto europeo su migrazione e asilo si riconosce la necessità di garantire ai minori stranieri non accompagnati percorsi differenziati di tutela, continuità educativa e presa in carico qualificata. Lo stesso Patto richiama infatti il principio di “adequate capacity”, imponendo agli Stati membri di garantire capacità di accoglienza adeguate e personale qualificato e adeguatamente formato (“qualified and well-trained personnel”). Inoltre, il nuovo quadro europeo rafforza l’obbligo di garantire ai minori accesso effettivo all’istruzione, ai servizi e a percorsi di protezione coerenti con la loro vulnerabilità specifica. Per questo oggi lanciamo un appello pubblico nazionale al Governo, al Ministero dell’Interno, al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, alle Prefetture, agli enti locali, al Terzo Settore, al mondo universitario e a tutte le organizzazioni che si occupano di infanzia, adolescenza e migrazioni: aprire immediatamente una stagione di co-programmazione nazionale sull’accoglienza dei MSNA ai sensi dell’art. 55 del Codice del Terzo Settore, superando definitivamente le logiche emergenziali, frammentate e meramente numeriche che hanno caratterizzato troppe esperienze di accoglienza. Manuelita Scigliano, Presidente Sabir Srl Impresa Sociale ETS   Redazione Italia
May 22, 2026
Pressenza
Vicofaro 2016-2026 dieci anni con i senzavolto, i senzavoce, i senzaniente
Dieci anni fa, nel maggio 2016, don Massimo Biancalani, in coerenza con la pastorale evangelica e con il monito di Papa Francesco di fare delle chiese ospedali da campo, decise di accogliere nei locali delle chiese di cui era parroco -Santa Maria Maggiore a Vicofaro e San Niccolò a Ramini- due gruppi di migranti africani affidatigli dalla Prefettura. Ma l’anno successivo, colpito dai numerosi casi di migranti che dormivano in strada, aprì le porte delle chiese a tutti i rifugiati molti anche fragili- che avevano bisogno di ospitalità e che erano rifiutati dalle stesse cooperative. Un numero consistente occupò il matroneo della chiesa di Vicofaro con scandalo dei cattolici benpensanti. Ben presto si determinarono sia la crescita notevole dei migranti accolti sia l’attacco dei gruppi razzisti, da Casa Pound a Forza Nuova alla stessa Amministrazione comunale. Sono stati organizzati e condotti nel tempo, grazie ai volontari e ai sostenitori, numerosi servizi: dall’assistenza medica e psichiatrica all’insegnamento della lingua italiana -con il conseguimento della certificazione L2 da parte di decine di migranti- all’espletamento delle pratiche per i documenti, all’avviamento al lavoro, oltre a fornire cibo e alloggio. Tutto questo è avvenuto spesso in condizioni estreme di difficoltà e di criticità senza alcuna risorsa fornita dalle istituzioni, ma con il solo sostegno di privati e di associazioni. L’esperienza è stata realizzata sempre con la cura e l’attenzione per il migrante considerato non un invisibile, ma una persona con un volto, un nome, una storia, un progetto di vita, rifiutando il limbo di ineludibile speranza in cui era spesso costretto a vivere da una normativa inadeguata e disumana sia nelle leggi italiane che europee, che nel tempo hanno di fatto cancellato il diritto di asilo. Il Centro di accoglienza di Vicofaro, che ha visto operare senza distinzioni cristiani e laici, ha rappresentato una vera e propria cartina di tornasole per la città di Pistoia, in cui ha prevalso un’elusiva modernità, per la quale si è guardato dall’altra parte grazie a una sottocultura che abbassa i livelli critici dell’opinione pubblica appastata con l’infame propaganda della remigrazione. Le Destre -giunte a guidare l’amministrazione comunale- e i cosiddetti progressisti che si sono lavati la coscienza parlando di lager e di un’accoglienza confusionaria, inefficiente e addirittura, fuori controllo: l’antirazzismo ridotto a retorica ipocrita e nauseabonda! Meglio stendere un velo pietoso su tanti sacerdoti, che hanno considerato lettera morta le parole di papa Francesco… Giovani sradicati dal loro paese e dalle loro famiglie, hanno trovato a Vicofaro e a Ramini il calore e l’affetto di una comunità in un fecondo scambio di umanità oltre a costanti stimoli educativi. Intorno un silenzio assordante e un’indifferenza feroce da parte di una città chiusa in una modernità elusiva, in cui non c’è spazio per l’attenzione e la cura di chi vive nel bisogno. La scelta di lavorare a fianco dei giovani africani è stata impostata sulla pedagogia della responsabilità, domandandosi quali istituzioni, quali culture etiche permettano alla società di resistere all’odio verso l’ultimo, considerato invece il capro espiatorio in uno dei passaggi più complessi, che la società abbia attraversato dall’Ultima guerra mondiale. Il migranticidio in atto nel Mediterraneo e in numerose parti del pianeta non ha suscitato la ricerca di soluzioni condivise per un fenomeno epocale come l’emigrazione, ma l’esternalizzazione delle frontiere e la criminalizzazione di chi accoglie, mentre i disperati sono respinti nel nulla mediatico. Eppure a Vicofaro si è svolta verso la cittadinanza anche una forma di educazione all’accoglienza del diverso: basta ricordare solo gli incontri con Pietro Bartolo, il generoso medico di Lampedusa; con Vito Fiorino, il pescatore che nel tragico naufragio del 2-3 ottobre 2013 salvò decine di migranti; Domenico Lucano, il sindaco di Riace che ha fatto di un villaggio abbandonato un santuario di accoglienza; Yolande Mukagasana, l’infaticabile testimone del genocidio del 1994 in Rwanda; tutte iniziative di notevole impatto emotivo e educativo, come la nostra. Un segno tra umanità e disumanità con le realizzazioni pittoriche del pittore autodidatta Ebrima Donso accolto a Vicofaro. L’esperienza di Vicofaro, nonostante fosse sempre aperta al dialogo, è stata interrotta violentemente dall’operazione militare che i poteri -vescovo, sindaco, Ministero degli Interni- in pieno accordo hanno condotto tra la fine di giugno e il primo luglio nei confronti dei migranti ospitati nelle strutture della chiesa: poliziotti provenienti da varie parti d’Italia in assetto antisommossa li hanno portati via, dopo che tutte le porte erano state chiuse con pannelli per ordine della diocesi. L’America di Trump che deporta i migranti non è lontana! Questa ferita rimarrà per sempre nella coscienza non solo dei cristiani, ma soprattutto dei veri antirazzisti e democratici. Solidali con don Massimo Biancalani, che ha resistito anche a costo di rischiare la salute per l’impegno generoso e immane cui non è voluto mai venire meno, affermiamo che Vicofaro continua e resiste non solo a Ramini, dove sono attualmente accolti una cinquantina di migranti, ma nella coscienza di chi sta con i senzavoce, con i senzapotere, con i senzaniente, per un presidio solidale e critico all’interno di una società che si apra a orizzonti di senso e di vera umanità. “Fai strada ai poveri senza farti strada”. Don Lorenzo Milani Mauro Matteucci – Centro Don Lorenzo Milani di Pistoia Redazione Toscana
May 21, 2026
Pressenza
Diritto d’Asilo alla prova del Nuovo Patto Europeo
Il 22 maggio 2026, la Rete Europasilo chiama a raccolta esperti, operatori e istituzioni per analizzare le nuove norme europee e costruire risposte comuni nei territori. Che succederà al sistema di accoglienza e protezione con l’entrata in vigore delle nuove norme europee? È questa la domanda centrale del convegno nazionale che si terrà a Bologna dalle 9 alle 17.30 presso la sede della Regione Emilia-Romagna. L’evento nasce dall’esigenza di approfondire l’impatto del “Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo”, un pacchetto di riforme che rischia di trasformare profondamente l’accesso alla protezione internazionale e la gestione dei servizi di accoglienza in Italia e in Europa. IL PROGRAMMA DELLA MATTINATA I lavori inizieranno alle ore 9:30 con i saluti istituzionali di Maurizio Fabbri (Presidente dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna) e Luca Rizzo Nervo (Delegato per la cooperazione internazionale e l’immigrazione della Regione). Dopo l’introduzione di Rossana Aceti, coordinatrice della rete Europasilo, si aprirà una sessione di interventi di alto profilo con i rappresentanti di Arci, ECRE, UNHCR Italia, Servizio Centrale del SAI, ANCI e ActionAid Italia. L’obiettivo è tracciare un quadro chiaro delle sfide legislative e sociali che ci attendono. Alle ore 11:00, il dibattito entrerà nel vivo con quattro focus tematici: * Minori Stranieri Non Accompagnati: con Veronica Boggini (Save the Children). * Nuovi Diritti e Welfare Universale: con Massimo Campedelli (Sociologo). * Libertà di Circolazione: con Francesca Napoli (coordinatrice del servizio legale Centro Astalli). * Procedura Accelerata e Trattenimento: con Gianfranco Schiavone (ASGI). IL POMERIGGIO: COMUNITÀ DI PRATICA Dopo il pranzo offerto dall’organizzazione, il convegno cambierà veste. A partire dalle 14:30, lo spazio sarà dedicato alle “Comunità di Pratica”: gruppi di lavoro partecipativi dove gli operatori e i partecipanti potranno elaborare soluzioni reali, applicabili ed efficaci per rispondere alle criticità dei propri territori. La giornata si concluderà alle 16:30 con una sessione plenaria per condividere i risultati dei tavoli e definire le conclusioni politiche e operative. INFO LOGISTICHE E ISCRIZIONI * Quando: 22 Maggio 2026, ore 9:00 – 17:30 * Dove: Sede Regione Emilia-Romagna, Via Aldo Moro 50, Bologna * Pranzo: Offerto dall’organizzazione Iscrizione obbligatoria (clicca qui)
Controfuoco. Per una critica all’ordine delle cose (N° 3, maggio 2026)
> con·tro·fuò·co/ > Incendio, appiccato volontariamente, > per eliminare il materiale > combustibile e quindi contrastare > l’avanzata di un incendio di grandi > proporzioni, spec. nei boschi. INTRODUZIONE Il 20 novembre 1989 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvava la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, affermando che ogni minore è prima di tutto un soggetto di diritti, titolare di una tutela fondata sul suo superiore interesse. L’Italia ratificava la Convenzione il 27 maggio 1991 con la legge n. 176. A distanza di oltre trent’anni, quei diritti fondamentali appaiono sempre più compromessi. L’adozione della cd. legge Zampa (n. 47 del 2017), prima delle modifiche peggiorative del governo Meloni, sembrava avesse finalmente rafforzato la tutela nei confronti dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) arrivati in Italia, vietando il respingimento alla frontiera, garantendo il diritto all’accoglienza, alla salute e all’istruzione, e introducendo la figura del tutore volontario. Nonostante ciò, i diritti sanciti sulla carta hanno faticato a tradursi in protezione effettiva. Non tanto perché i principi della Convenzione di New York siano venuti meno sul piano formale, ma perché sono sistematicamente svuotati nelle pratiche, piegati a logiche di sicurezza, selezione e controllo. Il terzo numero di Controfuoco si inserisce in questo scarto tra diritto sancito e diritto negato proponendosi allo stesso tempo di fare luce sull’inedito attacco che esecutivi populisti e sovranisti stanno dispiegando al cuore stesso dell’impianto normativo italiano ed europeo, smantellando diritti e garanzie conquistate attraverso lotte e mobilitazioni. Gli articoli che leggerete mostrano come la figura del minore – includendo sia i minori stranieri non accompagnati che, più in generale, i giovani razzializzati cosiddetti di “seconda generazione” – sia oggi al centro di una profonda riconfigurazione simbolica e istituzionale. Da soggetto “vulnerabile” da proteggere, il minore viene di continuo rappresentato come problema di ordine pubblico, bersaglio di campagne mediatiche e risposte punitive sproporzionate. Si assiste ad un panico morale attorno alla “criminalità minorile” che non trova riscontro nelle statistiche, ma produce comunque un rafforzamento delle maglie penali e una sovra-rappresentazione dei giovani stranieri nei segmenti più punitivi del sistema. Questa torsione si inscrive in una più ampia involuzione della giustizia minorile: tra riforme processuali, decreti sicurezza e medicalizzazione del disagio, si erode il principio della differenziazione e si avvicina il trattamento riservato ai minori a quello degli adulti. Dietro alla retorica del “doverli salvare”, prende forma una giustizia che invece punisce, colpendo in modo sistematico chi è giovane e straniero o percepito come tale. La criminalizzazione, però, non passa solo da qui. Si costruisce prima di tutto nello spazio urbano e nelle narrazioni mediatiche e politiche, attraverso l’invenzione della figura stigmatizzante del “maranza”: non più minore, non necessariamente straniero, ma giovane non bianco, percepito come soggetto pericoloso da disciplinare. In questa narrazione manca qualsiasi riferimento ai vissuti individuali e collettivi dei giovani razzializzati, ai contesti territoriali e ai quartieri impoveriti in cui trascorrono le giornate. Come è assente qualsiasi riflessione sul razzismo sistemico e l’approccio delle istituzioni che considera questi giovani come un peso e non portatori di diritti.  E ancora una volta, la criminalizzazione si costruisce nel sistema di accoglienza che si rivela come un altro dispositivo di inclusione differenziale, strutturato per produrre manodopera ricattabile e obbediente, mentre chi devia dal percorso assegnato viene bollato come deviante e marginalizzato. Cosa sono oggi i Centri di accoglienza straordinaria, in particolare i nuovi CASP, se non luoghi di segregazione e invisibilizzazione in cui la tutela cede definitivamente il passo al contenimento? Il tempo dei minori soli è un tempo contraddittorio, fatto di urgenza e attesa, di accelerazioni forzate e immobilità amministrativa. La maggiore età incombe come una scadenza che velocizza i percorsi, mentre documenti, tutele e possibilità restano sospesi. È un tempo che costringe a crescere in fretta e ad essere pazienti, aspettando un parere che deciderà tra la regolarità di una vita precaria o l’irregolarità e tutto ciò che ne consegue.  Eppure, come emerge dai contributi, dentro questo dispositivo di criminalizzazione diffusa, qualcosa eccede. La voce dei giovani razzializzati – nella musica, nei linguaggi, nelle pratiche di auto-rappresentazione – rompe il silenzio imposto, ribalta lo stigma, rende visibile quel “noi” che è già presente. Non una richiesta di integrazione e assimilazione, ma un atto che impone alla società intera la loro esistenza, ossia un atto politico. È qui che Controfuoco prende posizione: non per difendere astrattamente dei diritti sempre più minori, ma per interrogare i rapporti di forza e i dispositivi che li rendono tali. CONTROFUOCO N° 3 MAGGIO 2026 SOMMARIO Se uniamo i puntini. La pista cifrata dell’involuzione della giustizia minorile Carolina Di Luciano I minori stranieri sono diventati più pericolosi? Riflessioni intorno alla delinquenza giovanile a partire dai dati Monia Giovannetti e Stefania Crocitti Il divenire maranza dei MSNA. Note sulla costruzione sociale della nuova teppa Nina Bacchini, Luca Daminelli, Tommaso Sarti Tra urgenza e attesa: le temporalità contraddittorie nelle traiettorie dei minori soli in Italia Alessandra Barzaghi Nominare, trattare: dall’oggetto del discorso al soggetto politico Angela Curina Accolti o segregati? Quando l’accoglienza nei CASP diventa invisibilizzazione sociale Omid Firouzi Tabar e Chiara Marchetti Pratiche amministrative di debordering. L’esempio del ricongiungimento familiare nel quadro del regolamento Dublino III Bastien Roland Clicca sull’immagine di copertina per scaricare gratuitamente la rivista o qui sotto Download in pdf Acquista una copia cartacea Fotografie: Nicoletta Alessio, Pietro Coppola, Omid Firouzi Tabar, Luca Greco, Alessia Mastroiacovo, Antonio Sempere, Save The Children, Alessandra Barzaghi La foto di copertina è di Chiara Pirra. Progetto grafico: Giacomo Bertorelle Gruppo redazionale: Jacopo Anderlini, Francesco Della Puppa, Francesco Ferri, Enrico Gargiulo, Barbara Barbieri, Stefano Bleggi, Giovanni Marenda, Omid Firouzi Tabar, Martina Lo Cascio, Francesca Esposito, Luca Daminelli e Emilio Caja. Cooperativa editrice Tele Radio City s.c.s., Vicolo Pontecorvo, 1/A – 35121 Padova, Italy, Iscr. Albo Soc. Coop. n. A121522 Melting Pot è una testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Padova in data 15/06/2015 n. 2359 del Registro Stampa. Controfuoco è un processo aperto e collettivo che vuole coinvolgere saperi e conoscenze composite e crescere a partire dalle diverse esperienze e biografie che intreccerà. Per contribuire scrivi a collaborazioni@meltingpot.org.
La realtà del sistema di accoglienza per i minorenni
Accogliere un bambino, una bambina o un adolescente temporaneamente fuori dalla propria famiglia d’origine significa attivare un percorso di protezione, cura e accompagnamento che coinvolge servizi, comunità, istituzioni, operatori e territori. Le comunità per minorenni e i servizi rivolti ai genitori con figli non rappresentano una risposta isolata, ma una componente del sistema integrato di tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, chiamato a sostenere i legami familiari, promuovere il benessere dei minorenni e costruire condizioni concrete per il loro futuro. Nei giorni scorsi, durante il convegno “Valore e Qualità dell’Accoglienza nelle comunità per minorenni”, che si è svolto a Roma presso la Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, il CNCA-Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti e SOS Villaggi dei Bambini ETS hanno presentato una fotografia dell’accoglienza dei minorenni – in comunità e non solo – che restituisce la realtà e la complessità dei servizi e degli interventi realizzati per garantire i diritti di bambini, bambine e adolescenti. Quando l’accoglienza ha maggiori probabilità di funzionare davvero? È da questa domanda che prende avvio la ricerca di SOS Villaggi dei Bambini ETS. Lo studio ha analizzato 499 percorsi conclusi tra il 2018 e il 2024: 141 nei servizi genitore-bambino e 358 nei servizi residenziali per minorenni. Per valutare l’efficacia dell’accoglienza, SOS ha scelto di dotarsi di quattro indicatori rigorosi, intesi come standard di qualità per orientare in modo sempre più preciso l’azione educativa: esistenza del PEI Progetto educativo individualizzato, verificata nell’82,8% dei casi; coerenza della dimissione rispetto a quanto previsto nel Progetto Quadro, verificata nell’85,6% dei casi; raggiungimento di almeno il 50% degli obiettivi previsti nel PEI, verificato nel 73,7% dei casi; coinvolgimento fattivo del bambino, della bambina o dell’adolescente nella preparazione del progetto di uscita, verificato nel 64,1% dei casi. SOS considera un esito pienamente positivo solo quando tutti e quattro i criteri risultano verificati contemporaneamente: una scelta esigente che fissa uno standard elevato, perché alcune condizioni non dipendono esclusivamente dalla struttura di accoglienza, ma anche dal lavoro dei servizi pubblici, dalla situazione familiare, dalla rete territoriale e dalla complessità dei singoli percorsi. Dall’analisi emergono alcuni fattori decisivi. Nei servizi residenziali per minorenni, aumentano le probabilità di esito positivo quando è possibile lavorare sulla presenza familiare, anche in situazioni complesse, e quando fratelli e sorelle vengono accolti insieme. Le problematiche relazionali e comportamentali del singolo minorenne richiedono, invece, un presidio specifico. Nei servizi genitore-bambino incidono l’età all’ingresso, la presenza di forme di disagio documentate o certificate, la cittadinanza straniera e la natura delle problematiche familiari. La ricerca conferma così che l’accoglienza di qualità non si misura solo nella disponibilità di un luogo sicuro, ma nella capacità di costruire percorsi educativi personalizzati, partecipati e sostenuti da una rete stabile di relazioni, servizi e istituzioni. L’indagine del CNCA analizza invece la qualità dei servizi di accoglienza per minorenni e genitori con figli promossi dalla propria rete, il cui motore è il sostegno ai diritti dei minorenni. La “scelta professionale” e la competenza pedagogica sono gli elementi che permettono al sistema di restare in piedi nonostante investimenti regionali spesso non sufficienti. Alla ricerca hanno partecipato 101 organizzazioni delineando un sistema solido e professionalizzato, dove la cooperativa sociale rappresenta la forma giuridica prevalente (75%). Il 45% dei dirigenti collabora con la propria realtà da oltre 20 anni. Il sistema CNCA gestisce 1.793 unità di offerta. In particolare: 497 strutture residenziali per minorenni, 315 centri e attività diurni, 17 centri e attività a carattere sociosanitario, 114 asili e servizi per la prima infanzia, 124 interventi di supporto alla persona, famiglia e rete sociale, 248 interventi di integrazione sociale, 478 interventi e servizi educativo-assistenziali. L’area degli interventi educativo-assistenziali è numericamente quasi pari all’area dell’accoglienza residenziale. Questo equilibrio dimostra la volontà politica del CNCA di investire nella prevenzione dell’allontanamento e nella protezione dei legami familiari originali attraverso il sostegno domiciliare e scolastico, facendo ricorso alla residenzialità – su indicazione dei servizi pubblici invianti – solo nei casi di necessità. Negli anni sono nati nuovi servizi per rispondere in modo più adeguato a nuovi e vecchi bisogni. In particolare, sono cresciuti del 50% gli alloggi per l’autonomia, rivolti alle persone che escono dalle comunità, momento di massima vulnerabilità. In leggera crescita anche il numero delle comunità educativo-psicologiche, una risposta all’emergenza della salute mentale post-pandemica. Il profilo delle persone accolte riflette le faglie della società. Il disagio sociale (25%) e l’incuria (23%) sono i problemi più presenti. Negli ultimi 5 anni, poi, è cresciuta la sofferenza della sfera psico-relazionale (51%) e dei disturbi psichiatrici (49%). Il CNCA si oppone alla “sanitarizzazione” forzata: l’obiettivo è mantenere un ambiente di “normalità accogliente” anche per i minorenni con alta complessità clinica, evitando di trasformare le comunità in reparti ospedalieri mascherati. La comunità CNCA è un sistema aperto. La sinergia con i servizi pubblici è solida (86%) e i rapporti di collaborazione con le formazioni sociali del territorio sono stabili e significativi (90%). Persiste invece una difficoltà nell’interazione con le imprese del territorio (solo il 16% di rapporti costanti), che limita le opportunità di inserimento lavorativo, e dunque di autonomia, per i neomaggiorenni. Qui la ricerca di SOS Villaggi dei Bambini: https://www.sositalia.it/getmedia/3461a63a-9635-44cf-8527-8ca34fdb9772/Ricerca-Predittiva-SOS-Villaggi-dei-Bambini-DEF.pdf. Qui la ricerca del Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti – CNCA: https://www.cnca.it/wp-content/uploads/2026/05/CNCA-NGF_report-ricerca_web.pdf. Giovanni Caprio
May 18, 2026
Pressenza
Il Diritto di asilo alla prova del patto europeo
VENERDÌ 22 MAGGIO 2026, LA RETE NAZIONALE EUROPASILO – A CUI ADERISCONO ALCUNI DEI PIÙ CONSOLIDATI PROGETTI DELLO SAI (SISTEMA ACCOGLIENZA INTEGRAZIONE) – PROMUOVE A BOLOGNA IL CONVEGNO NAZIONALE CON RACCOLTA ESPERTI, OPERATORI E ISTITUZIONI PER ANALIZZARE LE NUOVE NORME EUROPEE E COSTRUIRE RISPOSTE COMUNI NEI TERRITORI. “IL NUOVO PATTO EUROPEO SULLA MIGRAZIONE E L’ASILO È UNA REALTÀ: QUALI SARANNO LE CONSEGUENZE CONCRETE SUI TERRITORI? IL CUORE DEL NOSTRO CONVEGNO SARANNO LE COMUNITÀ DI PRATICA, SPAZI DI LAVORO COLLETTIVO PER NON FARSI TROVARE IMPREPARATI…”. I TEMI DEI 4 TAVOLI DI LAVORO DEL POMERIGGIO -------------------------------------------------------------------------------- Il Nuovo Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo è una realtà: quali saranno le conseguenze concrete sui territori? A Bologna non staremo solo a guardare. Il cuore del nostro convegno saranno le Comunità di pratica, spazi di lavoro collettivo per non farsi trovare impreparati. Ecco i 4 tavoli di lavoro del pomeriggio: MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI: Analisi degli impatti delle nuove norme e costruzione di alternative possibili per la tutela dei più vulnerabili. NUOVI DIRITTI: Contro la tentazione di creare “servizi separati”, lavoriamo per un welfare universale che includa i rifugiati nelle comunità locali. LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE: Quali impatti avranno le restrizioni ai movimenti in UE sui progetti di vita delle persone e sui nostri sistemi di accoglienza? PROCEDURA ACCELERATA E TRATTENIMENTO: Strategie per garantire il diritto alla difesa e alla tutela legale nonostante l’estensione delle procedure rapide. Informazioni e iscrizioni (posti limitati per i tavoli) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il Diritto di asilo alla prova del patto europeo proviene da Comune-info.
May 17, 2026
Comune-info
A Taranto una marea umana dà l’ultimo saluto a Sako Bakari
Taranto si trova a dover fare i conti con sé stessa e con quello che è probabilmente diventata, dopo la vile uccisione del giovane Sako Bakari. Hannah Arendt teorizzò ‘la banalità del male’, la giurisprudenza colpevolizza i futili motivi: comunque sia poche parole per motivare (sarebbe più corretto dire ‘non-motivare’) un omicidio che è paradigma dei tempi oscuri che viviamo. Poche certezze, modelli di emancipazione sociale smarriti chissà dove, la povertà educativa che fa credere che i ‘nemici’ siano altri poveri cristi. Sako Bakari, 35 anni, originario del Mali, dal 2022 italiano, tarantino per essere più precisi, è stato accoltellato tre volte, all’alba di un comunissimo giorno di lavoro, sabato 9 maggio, nella città vecchia di Taranto. Era in bici e doveva raggiungere i campi dove lavorava come bracciante; non aveva ancora superato il ponte di pietra che lo avrebbe condotto in stazione, quando è stato accerchiato da una baby gang. Le telecamere di sorveglianza puntate sulla piazza raccontano il suo destino: un caffè, prima di una lunga giornata a raccogliere ciò che portiamo sulle nostre tavole e la vita che, tra tutte le sue tonalità, sceglie il buio più cupo. Futili motivi: è fine e non impegna. Futili motivi è voler infierire su di un corpo che ha un colore diverso dal proprio. Futili motivi: sul piano strettamente penale sono un aggravante, mentre a tutti noi narrano lo scollamento dall’umanità, l’incapacità di riconoscerci in valori condivisi. E tirano in ballo ognuno di noi. Non ci sono risposte semplici a questioni complesse: la bandiera bianca alzata da diverse agenzie educative era un campanello d’allarme, completamente sottovalutato, trascurato, o volutamente ignorato. Per terra, in quell’angolo di piazza, rimangono una bici, uno zainetto e la speranza di poterci definire ancora “umani”. Una marea umana, giovedì 14 maggio, ha voluto dare l’ultimo saluto, laico, a un concittadino ucciso con ferocia e dire – anche solo con la presenza – che la città c’è, che si prende tutte le responsabilità di quello che è accaduto e che non si volta dall’altra parte. Una città che in quei giorni festeggiava il suo santo patrono, che è – per i credenti – pure patrono (quindi protettore) dei forestieri. Forse per questo Taranto sta facendo fatica a metabolizzare l’accaduto: solo chi è nato in una città di mare conosce la frustrazione di chi ha dentro, tatuato sul cuore, il senso dell’accoglienza, del rispetto delle diversità, della vicinanza nella difficoltà. Perché quella difficoltà, al sud, ci appartiene, al di là del colore della nostra pelle. Perché il mare è unione di coste, passaggio di umanità. “Il mio dolore” ha dichiarato Giuseppe, responsabile di una delle tantissime associazioni accorse in piazza Fontana, per segnare la distanza dalla barbarie “che si unisce a quello delle altre associazioni, si moltiplica rispetto all’intolleranza razziale: non avremmo mai voluto che un delitto avesse trovato spunto dal colore della pelle di un altro uomo. Lo viviamo come un dramma nel dramma. Non vogliamo minimamente credere che quella porta di un bar sbattuta in faccia all’unica possibilità di salvezza dell’uomo fosse una ‘chiusura’ tra un fantomatico ‘noi’ e un inesistente ‘loro’. Sako era un ragazzo gentile, rispettoso delle regole; uno dei tanti che, attraverso il lavoro duro, contribuisce a pagare le pensioni dei nostri anziani. Anche in un momento tanto triste” ha continuato Giuseppe, “dobbiamo ribadire che questi ragazzi – o giovani uomini, come nel caso di Sako – sono una risorsa per tutti noi, anche per chi li ‘vede’ soltanto in chiave di Pil e di peso sociale”. Il microfono – per volontà delle associazioni organizzatrici del presidio contro razzismo, odio e criminalità (Libera Taranto, Babele, Mediterranea Saving Humans Taranto e Comunità africana di Taranto e provincia) – è rimasto sempre acceso e chiunque lo avesse voluto poteva parlare alla Taranto bella, bellissima, ma sotto shock. “Siamo qui” ha puntualizzato Caterina di Mediterranea Saving Humans Taranto “per riaffermare che nessuna vita è invisibile e che la violenza, il razzismo, l’odio e l’indifferenza non possono avere l’ultima parola. Taranto non resterà in silenzio! Noi sentiamo forte il bisogno di affermare da che parte stiamo, di fare quadrato come comunità o, semplicemente, esserci. Sì, sentiamo il bisogno di esserci!” “È il momento di mettere in campo azioni che affermino un’idea diversa di città, fondata sulla dignità umana, sul lavoro, sui diritti e sulla convivenza. Tutti insieme – e siamo tantissimi – gridiamo che a Taranto non c’è spazio per il razzismo, anche se è generato dal disagio. Taranto deve ritornare a essere città di accoglienza, diritti, solidarietà e rispetto reciproco. Una città che non si gira dall’altra parte e che sceglie di reagire” ha dichiarato Patrizia. “Ci sono momenti in cui, anche se non sei credente, finisci per pensare che qualcosa di spirituale esista davvero” ci confida Saverio, zuppo fino alle ossa. “Quando ha iniziato a piovere forte, anzi fortissimo, ho guardato piazza Fontana ed era emozionante vedere quanto fosse piena. In quel momento ho pensato che molti sarebbero andati via. Invece no: siamo rimasti lì, sotto un unico grande ombrello invisibile fatto di solidarietà, sorrisi e mani tese. Ho visto ragazzi che condividevano l’ombrello con sconosciuti. Io e il mio amico Claudio siamo stati ospitati sotto un ombrello da un ragazzo del Bangladesh. Un ombrello che nemmeno era suo: glielo aveva prestato una ragazza tarantina. E in quella scena c’era molto più senso civico, molta più umanità e molto più patriottismo di quanto se ne legga ogni giorno nei sermoni dei professionisti dell’odio. Probabilmente guardavano dalla finestra di casa, ben asciutti, sotto l’unico ombrello che conoscono davvero: quello della paura, del cinismo e della miseria umana.” Foto di Peppe Leva   Mimmo Laghezza
May 16, 2026
Pressenza