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L’immigrazione nel mondo e da noi
di Danilo Tosarelli PREMESSA Secondo le stime ONU, i migranti internazionali sono 304 milioni, pari al 3,7% della popolazione mondiale. Sono quelli, che vivono da oltre un anno in un Paese diverso da quello di residenza. Erano la metà 30 anni fa. Questa mobilità è generata dall’intreccio di diseguaglianze economiche, dinamiche demografiche e politiche, conflitti. Le principali mete sono innanzitutto l’Europa,
Salvati dalla guerra ma abbandonati, questo il destino dei Palestinesi accolti a Firenze
A partire dal mese di febbraio 2024 a Firenze sono stati accolti bambini e bambine vittime del genocidio in atto nella Striscia di Gaza per essere curati all’ospedale Meyer, accompagnati da alcuni loro familiari. Sono stati salvati dalla guerra ma … Leggi tutto L'articolo Salvati dalla guerra ma abbandonati, questo il destino dei Palestinesi accolti a Firenze sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Il battito di una Roma che non si arrende
Messaggio di Lucha e Sista e Spin Time Esprimiamo tutto il nostro sostegno, complicità e vicinanza a Spin Time Labs, che costruisce politiche per l’abitare giuste ed eque, che produce possibilità abitative per tant3, che genera esperienze mutualistiche e di welfare all’interno di uno stabile che era stato inutilizzato e abbandonato da  troppo tempo. La minaccia di sgombero che pende su Spin Time è inaccettabile. Non è un atto burocratico, ma un attacco frontale a un’idea di città. Come Lucha y Siesta, sentiamo questa vicenda vibrare sulla nostra pelle: sono esperienze in risonanza, specchi di una necessità che si è fatta carne, desiderio e progetto. Conosciamo bene la storia della comunità di Spin time con la quale abbiamo condiviso alcuni percorsi, oltre che storie e biografie. Lucha y siesta nasce nella lotta per la casa, intuendo prima di altri che la violenza domestica è tale, in primis, per chi non ha una casa sicura in cui vivere lontano dalla violenza. Intuizione che ci spinge a praticare ancora oggi, dopo 18 anni,  percorsi autonomi sul diritto ad una vita libera dalla violenza che significa anche; Casa, Lavoro e Autodeterminazione. L’Urbe Sotto Assedio: Speculazione contro autogoverno Per anni, Lucha y Siesta e Spin Time hanno colmato il vuoto lasciato da una politica istituzionale miope e latitante. Una politica che ha preferito svendere pezzi di Urbe alla speculazione selvaggia per “fare cassa”, invece di investire in utilità pubblica. In questo paradigma distorto, il benessere di chi abita i territori non è mai un investimento, ma sempre e solo una “spesa”. Il cemento perciò ha cannibalizzato i quartieri, soffocando il verde pubblico e abbattendo alberi secolari per moltiplicare palazzine vuote. L’esempio del The Social Hub a San Lorenzo è emblematico: uno studentato di lusso, uno scrigno scintillante per pochi privilegiati, spacciato per “rigenerazione urbana”. È la stessa retorica che ha cancellato l’esperienza di Scup – Sport e cultura popolare, lasciando al suo posto solo le macerie di via della Stazione Tuscolana. La Tirannia del Mattone e l’Espulsione dei Corpi Alle “cattedrali nel deserto” e alle vele incompiute si è sommata la ferocia della gentrificazione. Roma si sta trasformando in un parco giochi per il turismo di massa: Sradicamento sociale: Gli affitti schizzano, le case vacanza proliferano, i dehors invadono ogni centimetro. Svendita del patrimonio: Nonostante il Comune e la Regione posseggano un terzo delle case in affitto, preferiscono venderle, come accade alla Garbatella. Espulsione coatta: Trastevere, San Lorenzo e il Pigneto sono già stati colonizzati. Chi sarà il prossimo? Per chi fugge dalla violenza patriarcale, trovare casa a Roma è diventato un miraggio. Se sei migrante o una soggettività non conforme alle norme eterocis, il miraggio diventa un muro. La Capitale è oggi una metropoli escludente che espelle chi è impoverit3. Mentre si inaugura la stazione metro Colosseo — magnifica, dorata, museale — fuori si consuma il dramma di s/famiglie e individualità che non possono più permettersi di vivere entro il GRA. Riacquistare autonomia dopo un percorso in un Centro Antiviolenza, in una casa rifugio o in una casa di semi-autonomia in questa Città significa troppo spesso essere costrette a lasciare il proprio quartiere, rinunciando spesso ai propri desideri, sradicando sé stesse e i propri figli dal quel tessuto sociale così importante per le reti di supporto amicali, relazionali, di vicinato, essenziali per il benessere e la sicurezza, quella vera fatta di mutualismo e giustizia sociale. Solidarietà a Spin Time significa allora difendere il diritto di abitare la città, rifiutando l’esilio nelle province dell’esistenza. E infine, vogliamo sottolineare l’importanza dello spazio come riappropriazione materiale e simbolica di soggettività politica. Lucha y Siesta si inserisce nel solco della storia dei femminismi che da sempre hanno cercato spazi fisici per radicare le proprie pratiche; luoghi fisici in cui poter sviluppare sperimentazioni organizzative, di pensiero, di attività, spazi che hanno saputo creare forme alternative di economie femministe, innovative rispetto al modello economico neoliberista. Lucha e le altre Case  femministe e transfemministe delle Donne* nel tempo hanno intessuto reti libere dal profitto e lo  sfruttamento risignificando de facto le parole Democrazia e Istituzione. Spazi materiali diventati beni comuni perché gestiti da comunità che mettono al centro le relazionalità e i desideri di chi se ne prende cura. Il materiale diventa simbolico e costruisce immaginari possibili. Verso la Città Femminista: Un’Alternativa al Dominio e alla solitudine Oggi, mentre lo scenario internazionale è scosso da venti di guerra e le tensioni geopolitiche rimettono al centro la legge del più forte, diventa urgente e vitale produrre uno scarto. Non possiamo permettere che la logica del conflitto e del profitto di pochi diventi l’unico alfabeto possibile della politica. La città femminista non è un’utopia estetica, ma una pratica materiale: è lo spazio che smette di essere merce per tornare a essere bene comune. È il luogo dove la politica sceglie deliberatamente di privilegiare la cura al posto del profitto, la prossimità al posto della gerarchia, il benessere collettivo al posto dell’accumulazione estrattiva. Mentre il mondo parla il linguaggio della sopraffazione, la città femminista risponde con il mutualismo. Rivendicare spazi come Lucha y Siesta e Spin Time significa affermare che la giustizia sociale è l’unica vera forma di sicurezza. Abbiamo bisogno di istituzioni che non si limitino ad amministrare l’esistente, ma che abbiano il coraggio di invertire la rotta: smantellare la tirannia del profitto per rimettere al centro i desideri e i corpi di chi la città la vive davvero. La città che vogliamo è quella che non espelle, ma trattiene; che non isola, ma connette. Una città dove la vita delle persone vale più del valore di mercato delle mura che le ospitano. Oggi, più che mai, la cura è un atto rivoluzionario. Desideriamo immaginare un altro modo di stare in città che permetta comunità vive e autodeterminate, libere dalla violenza e dal ricatto dell’esclusione > Assembela spin time L'articolo Il battito di una Roma che non si arrende proviene da Comune-info.
Catania, intervento in grande stile nell’operazione di polizia denominata ‘Safe Zone’
Il 15 Dicembre la Questura di Catania annunciava, tramite i propri social, di avere effettuato l’operazione denominata “Safe Zone”, impiegando più di 250 agenti, consistente in 39 arresti e misure cautelari in carcere, eseguiti su ordinanza della Procura di Catania, a firma del Gip Daniela Monaco Crea. L’annuncio dell’operazione veniva ripreso “ a reti e siti di informazione locali unificati”, tramite i quali si annunciava alla cittadinanza che veniva smantellata una rete di extracomunitari di origine africana dedita allo “Spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, rapina e ricettazione” ad opera di “pusher cattivi e pericolosi”. L’operazione, dopo anni di “retate” nelle quali si procedeva a chiudere il quartiere ed a portare in questura chiunque non avesse i documenti in regola, è fondata su delle indagini tramite intercettazioni ambientali. Una operazione resa necessaria da un problema di ordine pubblico e volta a incarcerare pericolosi delinquenti, insomma. O no? Come Sportello Sociale San Berillo, anche in virtù della nostra ultradecennale presenza in quartiere e della conoscenza personale delle sue dinamiche e dei suoi abitanti, ed avendo letto le pagine dell’ordinanza, vogliamo contestare questo tema giudiziario. Lo diciamo subito: l’operazione Safe Zone è un’altra operazione “svuota quartiere”, effettuata sulla base delle pressioni politiche della destra al governo al Comune e dei gruppi speculativi che sempre più voracemente acquistano immobili in vista di speculazioni future e di una auspicata “riqualificazione” che veda pianamente attuati i progetti Pui e Pnrr. Innanzitutto non esiste nessuna “rete” che unifichi tutti e 39 gli imputati. E’ la stessa ordinanza del Gip a non formulare nessuna ipotesi di reato associativo ed a distinguere le posizioni degli imputati, le quali sono molto differenti tra di loro. Diamo un poco di numeri: innanzitutto va notato come su questi 39 soggetti siano tutti accusati di spaccio al dettaglio, le accuse inerenti i reati di furto, rapina, ricettazione riguardano solo 7 di questi individui. Tutti sono comunque indagati per reati di strada, di “piccolo calibro”. Continuiamo con il notare che le accuse inerenti lo spaccio di droghe sintetiche (crack, cocaina) riguardano 14 individui dei 39, quindi una minoranza. A questa minoranza appartengono 6 dei 7 accusati di altri reati di furto, rapina, ricettazione. Di questi 39, 34 appaiono “senza fissa dimora”. Per inciso noi sottolineiamo il fatto che la compravendita di hashish e mariuana in stati più civili del nostro è già adesso legale, perchè queste sostanze causano meno danni alla salute di sostanze legali come alcool e tabacco. La stretta repressiva delle destre e delle sinistre proibizioniste contro queste sostanze impedisce che la collettività tragga profitto dalla loro produzione e commercializzazione, dà vita al fenomeno dello spaccio per strada, riempie le carceri italiane e causa una spesa di giustizia enorme che grava su tutta la cittadinanza, crea una emergenza sociale che sarebbe agevolmente evitabile. L’assurdità non è che la gente consumi e venda una sostanza che non è dannosa ed è usata da millenni, ma che si spendano soldi pubblici per criminalizzarla. Ma torniamo ai numeri. Dei 39 indagati, lo ripetiamo, nessuno è stato trovato in possesso di mirabolanti somme di denaro e ben 35 sono senza fissa dimora. 14 spacciavano altre sostanze (chimiche) e chissà che non ne facciano uso, anche perchè la quasi totalità (6 su 7) di quelli che compiono reati contro il patrimonio appartengono, secondo le accuse, a questi 14. Chiunque guardi queste cifre con oggettività non può non vedere che a San Berillo non c’è una criminalità organizzata di tipo mafioso che si arricchisce sulle spalle di chi vive delle dipendenze: c’è quello che c’è negli altri quartieri di Catania, da san Cristoforo a Nesima. C’è povertà estrema. C’è un problema di senza fissa dimora. C’è un problema di dipendenza da droghe pesanti. C’è un problema di regolarizzazione di migranti che spesso lavorano precariamente ed a stagione nell’agricoltura e nel turismo o nell’edilizia ma che non riescono ad avere accesso ai permessi di soggiorno, alle carte di identità, ai contratti di affitto della casa. Questo in una città nella quale rispetto alla povertà diffusa il sindaco appartiene al partito che ha fatto le lotte per togliere il reddito di cittadinanza a decine di migliaia di famiglie, non c’è un intervento pubblico che non sia quello di interventi di “risanamento” che minano a spianare ancora di più la strada alle politiche del turismo e della gentrificazione, non c’è una politica di contenimento del costo degli affitti ed è quasi impossibile trovare una abitazione che non sia stata adibita a b&b, è sparita l’informazione e la prevenzione sull’uso delle droghe pesanti ed i Sert sono stati svuotati di fondi e di personale. San Berillo ha gli stessi problemi che ha tutta Catania, solo amplificati. Certo, c’è chi lucra facendo circolare le droghe pesanti ma non sono i “pesci piccoli” che vendono una stecchetta in quartiere e poi la notte dormono in una casa in rovina. A questo proposito i giornali ci informano, di sfuggita e con tre righe, che c’è una inchiesta parallela che riguarda dieci fornitori, quasi tutti Italiani. Non sappiamo se nei confronti dei “pesci grossi” che rifornivano il quartiere di sostanza e, quindi, lucravano cospicuamente ed erano presumibilmente legati ad organizzazione mafiosa, siano stati scatenati 250 agenti e siano stati trattenuti in carcere. Ci auguriamo riescano a dimostrare la propria innocenza ma nel frattempo constatiamo come i giornali, la questura e la procura, tacendo quasi del tutto il loro ruolo e dando enorme rilievo alla parte dell’operazione che riguardava migranti senzatetto, si siano resi strumento del razzismo istituzionale che conosce due pesi e due misure. Veramente queste 39 misure cautelari sono tutte giustificate? Noi abbiamo letto le carte della procura ed il quadro probatorio ci sembra sinceramente ridicolo con testimoni che indicano generici “individui di origine africana” senza sapere fare concretamente i nomi di chi ha compiuto cosa. E’ chiaro che gli avvocati faranno carta straccia di queste accuse ma nel frattempo la nostra sensazione è che la Procura di Catania si sia resa complice di un “rastrellamento” effettuato su basi per lo piu’ razziali. Certo, nella nostra esperienza quotidiana viviamo il quartiere e sappiamo che il degrado, specie tra gli assuntori di droghe pesanti, esiste. Ma sappiamo anche che secondo i numeri diffusi dalla procura stessa la maggior parte degli arrestati hanno imputazioni lievi. Noi che frequentiamo il quartiere sappiamo che sono lavoratori, alcuni padri di famiglia, alcuni colpevoli solo di avere amicizie in quartiere e di essere stati assimilati a spacciatori per essersi seduti su un gradino a fumarsi una canna con gli amici. Altri, forse, responsabili di essersi venduti una canna e trattati come se fossero membri del cartello di medellin invece che affrontare il giudizio che affronterebbe chi, da italiano, avesse compiuto gli stessi atti. Questi li riteniamo parte attiva del quartiere e della società e li vogliamo vedere al più presto liberi: perchè sono parte sana della comunità e non fanno parte del passato di degrado di San Berillo ma del suo futuro non di speculazione ma di integrazione!   Redazione Sicilia
Sulla guerra ai migranti
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- È inutile girarci attorno. L’affermazione delle destre sovraniste autoritarie e razziste è ovunque riconducibile al rigetto dell’immigrazione: al rifiuto del profugo, del migrante, dello straniero povero, quello ricco è sempre bene accetto. Non alla dissoluzione delle sinistre, quanto a una percezione diffusa che con la crisi climatica – anche per chi la nega, pur sapendo che c’è – su questa Terra non ci sia più posto per tutti e che il posto che si ha vada difeso comunque (di migliorarlo non parla più nessuno). Per questo l’allarme per “l’inverno demografico” nei “paesi sviluppati” è razzismo: si vorrebbe evitare, senza peraltro riuscirci, che il deficit di nascite venga colmato da nuovi arrivati di altro colore, di altre religioni, di altre “culture”; a costo di diventare una popolazione decrepita, non solo senza soldi per le pensioni e senza braccia per i lavori pesanti, ma anche senza aspettative, senza creatività, senza gioia, senza speranza. La ricetta delle destre è semplice: respingiamoli tutti, in tutti i modi; rimandiamoli da dove sono venuti. Che queste soluzioni non funzionino non importa; vuol dire che bisogna rafforzarle, che ce ne vogliono di più… Così si trasforma una moltitudine in cerca di un lavoro, un salario e un tetto in una torma di sbandati che alimentano quel senso di insicurezza di cui si nutrono le destre. D’altronde le fu-sinistre non hanno idee diverse: copiano le destre cercando di non darlo a vedere; o di precederle, come ha fatto Minniti. Ma è una competizione persa in partenza e priva di prospettive, se non il sacrificio di tutto ciò che è connesso a una vera alternativa anche nel campo dei redditi, del welfare, dei diritti, del benessere di tutti. Il problema delle migrazioni non è uno “specchietto per le allodole”, ma una tragedia planetaria – soprattutto per coloro che sono costretti a migrare – legata ad altri due processi: la moltiplicazione delle guerre e la crisi climatica e ambientale che ne è spesso all’origine. In pochi decenni inondazioni, siccità, desertificazione, uragani, incendi e soprattutto l’innalzamento dei mari (i ghiacci persi non si ricostituiranno per migliaia e migliaia di anni) cacceranno dal loro habitat centinaia di milioni di esseri umani (ma diversi studiosi parlano di miliardi entro la fine del secolo). Europa e Stati Uniti non ne saranno indenni, ma il grosso dei flussi avrà origine in paesi lontani e investiranno innanzitutto quelli più vicini o che si troveranno lungo le rotte di quegli esodi. Ma poi? Le pressioni verso paesi più “ricchi”, meno popolati e più vecchi, aumenteranno in modo esponenziale. Certo, i loro governi si adopereranno per fermarle, come già fanno ora. Ma a che prezzo? Moltiplicando in mare, nei deserti, nelle prigioni dei paesi di transito, o direttamente, lo sterminio di quelle genti in cammino. Con le armi di cui si stanno dotando in misura spropositata: aerei, razzi, cannoni, bombe, droni, ma soprattutto apparati di sorveglianza e di comando da remoto dei “sistemi d’arma”. L’Ucraina è stato un laboratorio per la guerra dei droni; Gaza per la distruzione sistematica di un territorio e di un popolo. Ma quel compito verrà affidato sempre più spesso ai governi dei paesi di transito, resi per questo sempre più instabili ed esposti a bande e milizie capaci di tenere in scacco anche gli Stati che pretendono di controllarli. Poi ci sarà da “fare i conti” anche con i milioni di immigrati, recenti e no, già presenti in Europa e negli Stati uniti che in quel contesto si riconosceranno sempre meno nel paese che abitano e sempre più nelle popolazioni perseguitate dei loro paesi di origine. Che cosa ciò comporterà in termini di “guerra interna” ce lo mostra la caccia al migrante scatenata da Trump… Neanche per i “nativi” di Europa e Stati uniti, però, la vita sarà facile: oggi si discetta su dilemmi come motore termico o auto elettrica, come se la vita potesse continuare a scorrere (per coloro a cui “scorre”) come sempre anche in condizioni di belligeranza permanente sia contro “l’invasore” che all’interno. Ma le restrizioni saranno enormi e in continua crescita. Ovviamente non per tutti; solo per i più. E la cappa del potere sarà sempre più opprimente. La ricerca di un’alternativa a questa prospettiva dovrebbe impegnare tutti coloro che vedono nel rapporto con i migranti la faglia di uno scontro di civiltà, il passaggio stretto di un cambiamento radicale degli assetti sociali, la possibilità di una convivenza e una cooperazione tra diversi al posto della competizione e delle gerarchie tra diseguali. Le rivendicazioni basilari delle classi oppresse “autoctone” potranno affermarsi solo coinvolgendo, su un piede di parità, anche tutti i vecchi e nuovi arrivati. È con loro che si potrà portare a buon fine interventi, lavori e opere per prevenire o rimediare ai disastri della crisi climatica e delle guerre: sia qui che nei loro paesi di provenienza, grazie ai contatti che essi mantengono con le loro comunità di origine. È per raggiungere l’Europa, e non per restare impigliati ai suoi confini, in Italia o in Grecia, che in tanti affrontano i pericoli e i lutti di quei viaggi; ed è su questa loro “fame di Europa”, e non sul mercato unico, sull’euro, su un esercito condiviso o sulla guerra – che essi detestano come può fare solo chi vi è sfuggito – che si può ricostituire l’unità del continente. Il tema è centrale: rifondare l’Europa insieme ai profughi e ai migranti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sulla guerra ai migranti proviene da Comune-info.
Un’Europa accogliente contro la paura. Incontro al Parlamento Europeo
Parlamento Europeo  Padiglione Spinelli 1G2, Bruxelles Mercoledì 19 novembre 2025, 15:00 – 18:00   Questo vuole essere un momento di discussione aperto tra organizzazioni non governative, forze politiche progressiste, esperti, associazioni e movimenti impegnati nell’accoglienza dei migranti e contro il razzismo. La nostra discussione si concentrerà su due assi principali: * L’Europa che respinge: gli effetti del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, le pratiche di esternalizzazione delle frontiere, la costruzione di paure, la diffusione di ideologie e pratiche razziste, la necessità di decolonizzare la nostra prospettiva; * L’Europa che accoglie: mentre l’estrema destra promuove lo slogan della rimigrazione, noi crediamo nell’accoglienza non solo come modello di inclusione sociale, ma anche come opportunità di sviluppo economico e sociale, soprattutto per le zone interne che stanno attraversando una crisi demografica. Superare la paura e costruire la speranza di giustizia sociale significa anche sviluppare pratiche di accoglienza come modello di sviluppo locale. 14:30 – Accreditamento 15:00 – 15:15 – Apertura generale  Martin Gunter o Estrella Galan  15:15 – 15:45 – Rifiutare l’Europa Estrella Galan o Martin Gunter introducono e moderano  * Luigi Ferrajoli, giurista, filosofo del diritto ed ex magistrato * Khadija Ainani, vicepresidente dell’Association Marocaine des Droits Humains (AMDH) e membro di EuroMed Droits. * Selma Benkhelifa, Progress Lawyers Network Bruxelles dal settembre 2001. * Emmanuel Achiri, Rete europea contro il razzismo 15:45 – 16:00 Domande e risposte 16:00 – 16:15 Pausa caffè 16:15 – 16:45 Proiezione di “Il volo” di Wim Wenders 16:45-17:45 Mimmo Lucano presenta e modera  * Giovanna Procacci, sociologa e storica, docente presso l’Università degli Studi di Milano * Silvia Carta, responsabile advocacy per i diritti dei lavoratori e la migrazione lavorativa PICUM * Daniel Stahl, membro del consiglio di amministrazione del Flüchtlingsrat Thüringen (Consiglio per i rifugiati) * Agazio Loiero, ex presidente della Regione Calabria 17:45-18:00 Domande e risposte 18:00 – Conclusioni finali  (online) Alex Zanotelli, missionario comboniano e attivista sociale Luigi Manconi, sociologo, giornalista e politico, difensore dei diritti umani e della giustizia sociale Redazione Italia
Tunisia: diffuse violazioni contro persone rifugiate e migranti
Amnesty International ha diffuso oggi un nuovo rapporto, intitolato “‘Nessuno ti sente quando urli’: la svolta pericolosa della politica migratoria in Tunisia”, evidenziando come negli ultimi tre anni le autorità tunisine abbiano progressivamente smantellato le tutele per le persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti – in particolare per le persone nere provenienti dall’Africa subsahariana – passando pericolosamente a pratiche di polizia razziste e a diffuse violazioni dei diritti umani che mettono a rischio la loro vita, la loro sicurezza e la loro dignità. L’Unione europea rischia di rendersi complice di tutto ciò, mantenendo in piedi la cooperazione nel controllo dei flussi migratori senza garanzie effettive in materia di diritti umani. Nel nuovo rapporto Amnesty International documenta come, alimentate dalla retorica razzista di esponenti politici, le autorità tunisine abbiano effettuato arresti e detenzioni su base razziale, intercettamenti in mare pericolosi e sconsiderati, espulsioni collettive di decine di migliaia di persone rifugiate e migranti verso l’Algeria e la Libia e come abbiano sottoposto le stesse a maltrattamenti e torture tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale, attuando al contempo una repressione contro la società civile che fornisce assistenza essenziale. Nel giugno 2024 le autorità tunisine hanno posto fine al ruolo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati nella gestione delle domande d’asilo, cancellando di fatto l’unica possibilità di chiedere protezione nel paese. Nonostante questo grave arretramento, l’Unione europea ha continuato a cooperare con la Tunisia nel controllo dei flussi migratori senza prevedere garanzie efficaci in materia di diritti umani. Proseguendo su questa strada, l’Unione europea rischia di rendersi complice di gravi violazioni dei diritti umani e di contribuire a intrappolare un numero crescente di persone in una situazione in cui le loro vite e i loro diritti restano in pericolo. “Alimentando la xenofobia e abbattendo colpo dopo colpo la protezione dei rifugiati, le autorità tunisine si rendono responsabili di orribili violazioni dei diritti umani. Devono porre fine immediatamente a questo arretramento devastante e fermare l’incitamento al razzismo e le espulsioni collettive che mettono in pericolo vite umane. Devono garantire il diritto d’asilo e assicurare che nessuna persona sia espulsa verso un luogo dove rischi di subire gravi violazioni dei diritti umani. Il personale delle organizzazioni non governative e i difensori e le difensore dei diritti umani arrestati per aver assistito persone rifugiate e migranti devono essere scarcerati senza condizioni”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice regionale per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International. “L’Unione europea deve sospendere con urgenza ogni forma di assistenza nel controllo delle frontiere e dei flussi migratori finalizzata a trattenere le persone in Tunisia e interrompere i finanziamenti alle forze di sicurezza e ad altri soggetti responsabili di violazioni dei diritti umani contro le persone rifugiate e migranti. Invece di privilegiare la deterrenza e alimentare le violazioni dei diritti umani, la cooperazione con la Tunisia dovrebbe mirare a garantire misure di protezione adeguate e procedure d’asilo nel paese, integrando criteri e condizioni in materia di diritti umani chiari e vincolanti, per evitare qualsiasi complicità in tali violazioni”, ha aggiunto Morayef. Amnesty International ha condotto la propria ricerca tra febbraio 2023 e giugno 2025, intervistando 120 persone rifugiate e migranti provenienti da quasi 20 stati (92 uomini e 28 donne, comprese otto persone di età compresa tra 16 e 17 anni) a Tunisi, Sfax e Zarzis. L’organizzazione ha inoltre analizzato fonti delle Nazioni Unite, della stampa e della società civile, oltre ai profili social ufficiali delle autorità di Tunisi. Prima della pubblicazione, Amnesty International ha condiviso le proprie conclusioni con le autorità tunisine, europee e libiche. Al momento della pubblicazione non era pervenuta alcuna risposta. Una crisi alimentata dalla retorica razzista Le testimonianze raccolte rivelano un sistema di gestione della migrazione e dell’asilo concepito per escludere e punire, anziché proteggere. Almeno 60 delle persone intervistate, tra cui tre minorenni, due rifugiati e cinque richiedenti asilo, sono state arrestate e detenute in modo arbitrario. Persone rifugiate e migranti dell’Africa subsahariana sono state prese di mira da singoli soggetti e dalle forze di sicurezza in un contesto di profilazione razziale sistemica e in varie ondate di violenza razzista alimentate dalla propaganda d’odio razziale, a partire dalle dichiarazioni del presidente Kais Saied del febbraio 2023, riprese poi da altri funzionari e parlamentari. La situazione è peggiorata a causa della repressione che ha colpito almeno sei organizzazioni non governative che fornivano sostegno essenziale a persone migranti e rifugiate, con conseguenze umanitarie gravissime e un enorme vuoto di protezione. Dal maggio 2024 le autorità hanno detenuto arbitrariamente almeno otto loro operatori e due ex funzionari locali che avevano collaborato con esse. La prossima udienza del processo al personale di una delle organizzazioni non governative, il Consiglio tunisino per i rifugiati, è fissata per il 24 novembre. “Li abbiamo visti annegare” Amnesty International ha indagato su 24 intercettamenti in mare e ha raccolto le testimonianze di 25 persone rifugiate e migranti che hanno descritto comportamenti pericolosi, sconsiderati e violenti da parte della Guardia costiera tunisina: speronamenti, manovre ad alta velocità che hanno rischiato di far capovolgere le imbarcazioni, colpi inferti a persone e imbarcazioni con manganelli, lancio di gas lacrimogeni da distanza ravvicinata e la mancata valutazione individuale delle necessità di protezione al momento dello sbarco. “Céline”, una donna migrante camerunese intercettata dopo la partenza dalla regione orientale di Sfax nel giugno 2023, ha raccontato ad Amnesty International: “Continuavano a colpire la nostra barca di legno con lunghi bastoni appuntiti, l’hanno bucata… C’erano almeno due donne e tre neonati senza giubbotti di salvataggio. Li abbiamo visti annegare e poi non abbiamo più visto i corpi. Non ho mai avuto così tanta paura”. Nonostante le persistenti preoccupazioni per la mancanza di trasparenza nei dati sugli intercettamenti, nel 2024 le autorità tunisine hanno smesso di pubblicare statistiche ufficiali dopo aver istituito, con il sostegno dell’Unione europea, una zona di ricerca e soccorso marittimo. In precedenza, avevano riferito un aumento significativo degli intercettamenti. “Andate in Libia, là vi uccideranno” Dal giugno 2023 in poi le autorità tunisine hanno avviato espulsioni collettive di decine di migliaia di persone rifugiate e migranti, perlopiù provenienti dall’Africa subsahariana, dopo arresti su base razziale o intercettamenti in mare. Amnesty International ha accertato che, tra giugno 2023 e maggio 2025, sono state effettuate almeno 70 espulsioni collettive, che hanno riguardato oltre 11.500 persone. Le forze di sicurezza tunisine hanno sistematicamente abbandonato persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate – anche donne incinte e bambini – in aree remote e desertiche ai confini con la Libia e l’Algeria, senza acqua né cibo, spesso dopo aver loro confiscato telefoni, documenti d’identità e denaro, esponendole così a gravi rischi per la vita e la sicurezza. Dopo la prima ondata di espulsioni, tra giugno e luglio del 2023, almeno 28 persone migranti sono state trovate morte lungo il confine libico-tunisino e 80 risultano disperse. Queste espulsioni sono state condotte senza alcuna garanzia procedurale e in violazione del principio di non respingimento. Mentre chi veniva spinto verso l’Algeria doveva camminare per settimane per tornare indietro o rischiare ulteriori respingimenti a catena fino al Niger, le persone che venivano condotte verso la Libia spesso finivano nelle mani delle guardie di frontiera locali o di milizie che le abbandonavano lì o le portavano in strutture non ufficiali. In Libia le persone migranti e rifugiate subiscono violazioni dei diritti umani gravi e sistematiche, commesse nell’impunità, che una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha qualificato come crimini contro l’umanità. “Ezra”, un uomo della Costa d’Avorio, ha raccontato ad Amnesty International come le forze di polizia tunisine lo abbiano espulso verso il confine libico nella notte tra il 1° e il 2 luglio 2023, insieme ad altre 24 persone, almeno una delle quali minorenne: “Siamo arrivati nella zona di confine con la Libia verso le sei del mattino… Un ufficiale tunisino ha detto: ‘Andate in Libia, là vi uccideranno’. Un altro ha aggiunto: ‘O nuotate, o correte verso la Libia’. Ci hanno restituito un sacco pieno dei nostri telefoni distrutti…”. Le persone che facevano parte di questo gruppo hanno tentato di risalire la costa verso la Tunisia ma uomini in uniforme militare le hanno intercettate e inseguite con i cani, hanno picchiato quattro di loro e infine le hanno riportate al confine. “Ci hanno costretti a gridare più volte ‘Tunisia mai più, non torneremo mai più’ Le forze di sicurezza tunisine hanno sottoposto 41 uomini, donne e minorenni a maltrattamenti e torture durante intercettamenti, espulsioni o detenzioni. “Hakim”, cittadino camerunese, ha descritto come gli agenti lo abbiano portato e abbandonato al confine con l’Algeria nel gennaio 2025: “Ci hanno presi uno per uno, ci hanno circondati, ci hanno fatto sdraiare, ci hanno ammanettati… Ci picchiavano con tutto ciò che avevano: mazze, manganelli, tubi di ferro, bastoni di legno… Ci hanno costretti a ripetere più volte ‘Tunisia mai più, non torneremo mai più’. Ci colpivano e prendevano a calci ovunque”. Amnesty International ha inoltre documentato 14 casi di stupro o altre forme di violenza sessuale da parte delle forze di sicurezza tunisine, alcuni dei quali avvenuti durante perquisizioni corporali o denudamenti forzati condotti in modo umiliante, tali da configurare tortura. “Karine”, una donna camerunese, ha raccontato ad Amnesty International che il 26 maggio 2025 agenti della Guardia nazionale l’hanno violentata due volte: prima durante una perquisizione dopo un intercettamento nella regione di Sfax, poi al confine con l’Algeria, dopo un’espulsione collettiva. Il sostegno irresponsabile dell’Unione europea, a scapito di vite e dignità Ignorando le conseguenze devastanti della propria cooperazione con la Libia, l’attuale cooperazione tra l’Unione europea e Tunisia sul controllo delle migrazioni ha perseguito e ottenuto la detenzione di persone in un paese dove sono esposte a diffuse violazioni dei diritti umani. Tale cooperazione comprende il finanziamento delle capacità di ricerca e soccorso della guardia costiera tunisina e la fornitura di formazione ed equipaggiamento per la gestione delle frontiere, allo scopo di ridurre le partenze irregolari verso l’Europa. Nel luglio 2023 l’Unione europea ha firmato con la Tunisia un Memorandum d’intesa elaborato senza garanzie effettive in materia di diritti umani, come una valutazione d’impatto preventiva trasparente, un monitoraggio indipendente con procedure chiare per dare seguito alle denunce di violazioni dei diritti umani e una clausola di sospensione esplicita in caso di violazioni. Queste carenze sono state evidenziate nel 2024 dalla Mediatrice europea. La cooperazione prosegue da oltre due anni, nonostante numerose allarmanti e ben documentate segnalazioni di violazioni dei diritti umani. Nonostante stessero sacrificando il diritto internazionale per privilegiare il controllo delle migrazioni, funzionari europei l’hanno presentata come un successo, citando la diminuzione degli arrivi via mare di persone provenienti dalla Tunisia dal 2024. “Il silenzio dell’Unione europea e dei suoi stati membri di fronte a queste terribili violazioni dei diritti umani è particolarmente inquietante. Ogni giorno in cui l’Unione europea continua a sostenere in modo sconsiderato l’offensiva della Tunisia contro i diritti delle persone migranti e rifugiate e di chi le difende, senza una revisione sostanziale della cooperazione in corso, i leader europei rischiano di rendersi complici”, ha concluso Morayef. Nota: i nomi delle persone che hanno raccontato ad Amnesty International la loro esperienza sono stati cambiati per tutelare la loro incolumità. Amnesty International
Gaza, appello MSF: “Evacuazioni mediche aumentino in modo drastico e urgente”
Medici Senza Frontiere (MSF) chiede ai governi di tutto il mondo di aumentare in modo drastico e urgente le evacuazioni mediche per migliaia di pazienti che non hanno accesso alle cure necessarie a Gaza. Queste evacuazioni devono essere accompagnate da un impegno costante per mantenere il fragile cessate il fuoco — già violato più volte — e per garantire un afflusso massiccio e senza restrizioni di aiuti umanitari nella Striscia. Le evacuazioni mediche da Gaza sono riprese il 22 ottobre, dopo una sospensione iniziata il 29 settembre. MSF esorta i governi di tutto il mondo a salvare vite umane aumentando urgentemente e in modo significativo questa vitale via di salvezza. Le autorità israeliane devono consentire ai pazienti di lasciare Gaza per ricevere le cure di cui hanno bisogno e garantire il loro diritto a farvi ritorno. “I palestinesi a Gaza stanno subendo un genocidio. Il sistema sanitario è al collasso” dichiara il dr. Javid Abdelmoneim, presidente internazionale di MSF, che ha lavorato a Gaza come medico d’emergenza. “Le forze israeliane hanno attaccato gli ospedali, distruggendoli. Hanno ucciso, arrestato e costretto alla fuga il personale medico, oltre ad aver sistematicamente bloccato l’ingresso dei rifornimenti nella Striscia”. A ottobre 2025, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), oltre 15.600 persone – di cui il 25% bambini – sono in attesa di un’evacuazione medica salvavita da Gaza. Tra i pazienti ci sono persone con gravi traumi causati da arma da fuoco o da esplosioni, oltre a malati affetti da patologie croniche e potenzialmente letali come tumori o insufficienza renale. Pazienti come Mira, una bambina di 10 anni, a cui è stata diagnosticata un’insufficienza renale acuta, e Yazan, un bambino di 7 anni con anomalie cerebrali congenite che necessiterebbero di interventi chirurgici regolari. Da più di un anno aspettano che un Paese li accolga per ricevere le cure necessarie, prima che sia troppo tardi. “Questi pazienti non possono aspettare che il sistema sanitario venga ricostruito: hanno bisogno di cure immediate e urgenti” aggiunge il dr. Abdelmoneim di MSF. “Tra luglio 2024 e agosto 2025, almeno 740 pazienti, tra cui 137 bambini, sono morti in attesa di essere evacuati. Si tratta di morti evitabili, causate non solo dalla distruzione degli ospedali, ma anche dall’inazione politica”. Tra queste morti evitabili c’è anche quella di Sarah, nata con una rara malattia genetica che comprometteva la capacità del suo corpo di assorbire i nutrienti. Sarah è morta a soli 6 mesi mentre aspettava di essere evacuata per ricevere una diagnosi appropriata e cure adeguate. Riconoscendo l’impegno dell’Italia, primo Paese occidentale per numero di persone accolte (196), MSF esorta il governo italiano a rafforzare ulteriormente le evacuazioni alla luce degli ingenti bisogni ancora presenti. MSF, insieme ad altre associazioni, ha inoltre manifestato alle autorità la propria disponibilità a collaborare nella presa in carico dei pazienti una volta in Italia. A livello mondiale, in una lettera aperta indirizzata ai capi di stato, il dottor Abdelmoneim avverte anche che il cessate il fuoco da solo non porrà fine alla catastrofe medica e umanitaria in corso che i palestinesi continuano a subire. Sebbene stiano iniziando ad arrivare più aiuti umanitari, MSF chiede che gli ingressi vengano rapidamente incrementati – includendo forniture mediche, carburante, acqua potabile, cibo e rifugi – per soddisfare gli enormi bisogni di due milioni di persone, molte delle quali stanno tornando alle rovine delle loro case mentre l’inverno si avvicina. A ottobre 2025, l’OMS ha confermato che solo 14 dei 36 ospedali di Gaza sono ancora parzialmente funzionanti. Nessuno di questi è pienamente operativo, in seguito agli attacchi sistematici e diretti da parte di Israele, tra cui offensive terrestri, bombardamenti con carri armati e attacchi aerei. Secondo il Ministero della Salute, sono stati uccisi 1.722 operatori sanitari. Appena una settimana prima del cessate il fuoco, 2 operatori di MSF – un terapista occupazionale e un fisioterapista – sono stati uccisi da un attacco aereo israeliano mentre si recavano al lavoro. In totale, negli ultimi 2 anni sono stati uccisi 15 operatori di MSF. Un chirurgo ortopedico di MSF, il dottor Mohammed Obeid, è detenuto in condizioni durissime dall’ottobre 2024. MSF chiede con urgenza il suo rilascio. La perdita di operatori sanitari è devastante per i pazienti di Gaza. “Mentre alcuni Paesi come Egitto, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Turchia e Giordania hanno fatto la loro parte, altri non hanno fatto praticamente nulla” afferma il dr. Abdelmoneim di MSF. “Questa inazione è indifendibile”. Poche evacuazioni, molto squilibrio tra chi accoglie Per sottolineare la portata di questa inazione, MSF ha pubblicato i dati delle evacuazioni mediche da Gaza, mettendo a confronto gli sforzi compiuti dai vari Paesi. Questi dati rivelano un forte squilibrio: mentre una manciata di Paesi ha aperto le porte a migliaia di pazienti, molti governi che hanno la capacità di fare di più ne hanno accolti pochi o nessuno. MSF esorta i governi a: * continuare a fare pressione per garantire che il cessate il fuoco sia mantenuto e accompagnato da un massiccio afflusso di aiuti umanitari * aumentare in modo drastico e con urgenza il numero di evacuazioni mediche da Gaza, ed esercitare la propria influenza per garantire che Israele non le blocchi * dare priorità alle evacuazioni in base all’urgenza medica e alle necessità cliniche, anche per gli adulti e gli anziani che costituiscono il 75% dei pazienti in lista d’attesa * accelerare le procedure amministrative e di rilascio dei visti per i pazienti e gli accompagnatori, al fine di ridurre ritardi che mettono a rischio la vita dei pazienti * garantire il diritto dei pazienti di rimanere all’estero, qualora lo desiderino, assicurando al contempo il diritto a un ritorno sicuro, dignitoso e volontario a Gaza * fornire condizioni di vita dignitose ai pazienti e a chi li assiste, cure di follow-up e servizi di riabilitazione durante la permanenza all’estero. L’assistenza deve includere il supporto psicologico, necessario per tutti i pazienti e per chi li assiste. Totale evacuazioni mediche per Paese (dati aggiornati al 21 ottobre 2025) Egitto 3.995 Emirati Arabi Uniti 1.499 Qatar 970 Turchia 441 Giordania 240 Italia 196 Algeria 136 Tunisia 73 Oman 56 Romania 48 Spagna 45 UK 39 Norvegia 28 USA 28 Francia 27 Belgio 14 Irlanda 12 Grecia 10 Svizzera 7 Malta 4 Canada 2 Giappone 2 Lussemburgo 2 Australia 1 Medecins sans Frontieres
Napoli, la Chiesa apre le porte a otto studenti palestinesi: un segno di fraternità concreta
Dalla solidarietà alla concretezza: la Chiesa di Napoli accoglie otto studenti palestinesi grazie al progetto IUPALS e all’impegno del cardinale Battaglia. Mentre i conflitti continuano a scuotere il mondo e la distanza dalle sofferenze altruistiche crescere ogni giorno, la Chiesa di Napoli ha scelto di rispondere con un gesto di speranza: accogliere otto giovani studenti palestinesi, offrendo loro sembra un’occasione reale di rinascita attraverso lo studio e la condivisione. L’iniziativa, voluta dal cardinale Mimmo Battaglia , nasce dal desiderio di rendere la comunità diocesana segno vivo di fraternità, accoglienza e fiducia nel futuro. Il primo ad arrivare in città è Fadi , 28 anni, originario di Gaza City. Dopo un periodo trascorso a Palermo, sarà ora ospitato nella casa canonica della Cattedrale, accolto dai giovani del MUDD – Museo Diocesano Diffuso . Entro la fine di ottobre arriveranno anche gli altri sette studenti, che troveranno ospitalità in diverse strutture dell’Arcidiocesi, grazie alla Caritas di Napoli e alla Fondazione Napoli C’entro . > “Accogliere questi ragazzi significa accogliere la vita che chiede di poter > ricominciare”, > ha dichiarato il cardinale Battaglia. > “È un gesto che racconta chi vogliamo essere: una Chiesa che non alza muri ma > apre porte, che non resta spettatrice del dolore ma si fa compagna di viaggio > di chi cerca un domani possibile.” L’esperienza si inserisce nel più ampio progetto nazionale IUPALS – Università italiane per studenti palestinesi , promosso dalla CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri , del Ministero dell’Università e della Ricerca e del Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme . A Napoli hanno aderito le tre università statali, Federico II , L’Orientale e Parthenope,  che hanno messo a disposizione borse di studio per studenti palestinesi, trovando nella Chiesa partenopea un partner naturale per l’accoglienza e l’accompagnamento umano. UN PONTE TRA NAPOLI E GAZA L’arrivo dei giovani studenti si inserisce in un legame profondo che da tempo unisce la diocesi di Napoli alla comunità cristiana di Gaza, guidata da padre Gabriel Romanelli , parroco della Sacra Famiglia di Gaza , l’unica parrocchia cattolica romana nella Striscia. Nei mesi scorsi, grazie alla generosità di fedeli, parrocchie e associazioni cittadine, la Chiesa di Napoli ha raccolto 63.500 euro destinati alle famiglie più colpite dai bombardamenti: “una goccia di umanità in un mare di crudeltà”, come l’ha definita lo stesso cardinale Battaglia durante la festa di San Gennaro . In quell’occasione, un videomessaggio di padre Romanelli aveva raggiunto i fedeli napoletani, suscitando commozione e preghiera. “ Il sangue è sacro: ogni goccia innocente è un sacramento rovesciato ”, ricorda il cardinale. “ È il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei accanto all’ampolla del Santo, perché non esistono ‘altre’ lacrime: tutta la terra è un unico altare. ” LA PACE COME CAMMINO CONDIVISO In comunione con Papa Leone XIV , che sabato 11 ottobre 2025 alle ore 18:00 guiderà in Piazza San Pietro un Rosario per la pace , la Chiesa di Napoli ha invitato tutte le parrocchie e comunità religiose a vivere giovedì 23 ottobre una giornata di digiuno e adorazione eucaristica . Un segno di preghiera e di vicinanza a chi soffre a causa della guerra, che unisce idealmente Napoli al mondo intero in un unico invito alla pace. Con questa accoglienza, la diocesi partenopea rinnova il proprio impegno a farsi casa e comunità per chi cerca vita, studio e pace . Un gesto che non risolve i conflitti del mondo, ma li attraversa scegliendo di restare umani, di “stare accanto”. Un segno che nasce dal Vangelo e si traduce in futuro, nel cuore di Napoli. * Caritas di Napoli – La Chiesa di Napoli accoglie 8 studenti palestinesi * Educazione.chiesacattolica.it – La diocesi di Napoli accoglie 8 studenti palestinesi * ANSA Campania – La Chiesa di Napoli accoglie otto giovani da Gaza * Comunicare il Sociale – La comunità si fa casa per chi cerca futuro, studio e pace * Vatican News – Papa Leone XIV guiderà l’11 ottobre il Rosario per la pace in Piazza San Pietro Lucia Montanaro
Una grande famiglia multietnica
Se ne parla ancora – troppo – poco, ma per accogliere i minori stranieri non accompagnati non ci sono solo le comunità. Esiste anche l’affido familiare, che, secondo l’ultimo rapporto del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali sui minori stranieri non accompagnati presenti in Italia, riguardava al 30 giugno 2025 il 20,3% dei ragazzi migranti soli, per la maggior parte ucraini. Il report sui minori fuori famiglia, invece, al 31 dicembre 2023 contava 953 minori stranieri non accompagnati in affido familiare, pari a circa il 6% dei minori in affido, contro 7.706 Msna accolti in un servizio residenziale. Il calore di una famiglia, per un ragazzo, è sicuramente un’opportunità in più: permette una maggiore inclusione e un percorso più seguito verso l’autonomia. Ma si tratta di un’occasione di crescita anche per chi accoglie, come testimonia la storia di Federico Maria Savia e di sua moglie Alice, che hanno avviato una famiglia-comunità a Piobesi Torinese. Quanti minori stranieri non accompagnati avete avuto in affido? Ne ho avuti 14, insieme a mia moglie. Attualmente sono cinque, perché dal 2000 siamo una famiglia comunità. C’è anche un ragazzo di 22 anni che tecnicamente è un “ex affido” ma che continua a vivere con noi: è arrivato a 11 anni dall’Egitto, ha fatto un bel percorso, è diventato maggiorenne da noi e ha deciso di rimanere. Ora sta costruendo la sua autonomia: si è legato alla nostra famiglia ma anche al territorio. Di fatto ci aiuta: è diventato una specie di mediatore anche con i più piccoli. Tre dei cinque ragazzi che ora vivono con noi, infatti, sono egiziani. E gli altri due? Uno gambiano e uno albanese. Siamo otto in casa. In più, c’è una educatrice della cooperativa Terremondo, che è la proprietaria dell’immobile in cui viviamo. Ci dà una mano nelle commissioni quotidiane e nella gestione dei ragazzi. Come avete deciso di dedicarvi all’affido di minori stranieri non accompagnati? Siamo sposati dal 2004 – sono 21 anni – ma i figli non sono arrivati. Non ci siamo disperati, è andata così. Da sempre siamo stati attivi nel volontariato, nello scoutismo, i ragazzi in giro per casa non mancavano… siamo sempre stati sereni su questo. Nel 2015, siamo rimasti molto colpiti dalla storia di Alan Kurdi (il bimbo siriano il cui corpo senza vita è stato ritratto in un’iconica foto che è diventata simbolo delle stragi in mare, ndr). Abbiamo visto che c’erano tanti minori che mettevano a rischio la propria vita in questi viaggi. All’epoca abitavamo a Collegno, vicino a Torino, avevamo una camera in più per il figlio che non è arrivato e che mia moglie usava come laboratorio. Ci siamo detti: «Usiamo questo spazio per dare accoglienza». Siamo credenti, quindi abbiamo segnalato la nostra disponibilità a Sergio Durando, il direttore della Pastorale dei Migranti di Torino. Che ha rilanciato proponendoci l’affido. E voi? Siamo rimasti inizialmente un po’ spiazzati, ma poi abbiamo detto «ci siamo». Il primo affido è stato di un ragazzo di 16 anni, albanese, che era stato letteralmente sbattuto fuori da una comunità per minori di Torino perché aveva creato problemi. Viveva per strada. L’abbiamo accolto con qualche timore, perché avevamo un po’ di pregiudizi. Invece è andata bene: con noi il ragazzo è rifiorito, ha ripreso serenità. Così ci hanno chiesto di continuare con un secondo affido. In questo caso è arrivato Amir, il giovane egiziano che è ancora con noi: era il 2016. Poi la decisione di diventare famiglia-comunità. Con la cooperativa Terremondo e con Asai, un’associazione torinese che fa animazione interculturale, i servizi per i ragazzi stranieri e l’Ufficio migranti abbiamo cercato una casa più grande. L’abbiamo trovata a Piobesi Torinese. Alla casa abbiamo dato il nome di “Casa Aylan”, proprio perché siamo partiti toccati dalla vicenda di Alan Kurdi. La presenza dell’educatore è arrivata grazie al contributo della Fondazione de Agostini. Nel 2019 ci siamo trasferiti. Il primo ragazzo era diventato maggiorenne e ha deciso di rimanere a Torino, aveva già un lavoro. Continuate a sentire i ragazzi che sono stati con voi? Certo. Abbiamo incrociato tante storie diverse. Ci sono stati degli affidi di minori migranti che arrivavano dal viaggio in mare, oppure ragazzi albanesi che hanno fatto viaggi più sicuri. Per un breve periodo abbiamo avuto anche degli adolescenti afghani che arrivavano dalla rotta balcanica e che sono stati trovati su un camion in tangenziale mentre cercavano di passare in Francia. A casa con noi ci sono stati anche dei ragazzi sudanesi tramite il progetto “Pagella in tasca”, di Intersos e Caritas Italiana, dei corridoi umanitari che sono stati attivi per un po’, per portare in Italia dei ragazzi dai campi profughi in Niger. Quali emozioni vi guidano in questa esperienza? Per noi è una missione. Io sono medico, anche mia moglie lavora. Esprimiamo così la nostra genitorialità: non abbiamo avuto figli nostri e ci siamo ritrovati a essere mamma e papà di adolescenti maschi stranieri tra i 12 e i 20 anni. Lo facciamo anche come scelta politica, per dare testimonianza. Ci piace l’idea di sensibilizzare sull’affido, non solo degli stranieri, ma anche degli italiani. È un’esperienza bellissima e ci sono tante coppie che potrebbero “lanciarsi”. Qual è il vostro rapporto con le famiglie di origine dei ragazzi? Se le famiglie ci sono – alcuni sono orfani o i genitori non ci sono – è un rapporto molto sereno. Sono riconoscenti verso di noi; abbiamo avuto dei contatti, siamo andati in Albania e in Egitto a conoscere le famiglie di alcuni ragazzi, abbiamo ricevuto bellissime accoglienze da parte delle mamme e dei papà che ci manifestavano la loro gratitudine come potevano. In questo senso forse con i Msna è più facile rispetto all’affido di minori italiani che vengono da situazioni familiari complesse. Chiaro è però che bisogna avere la voglia di confrontarsi con una cultura diversa, avere la predisposizione all’accoglienza. Ci sono state situazioni in cui avete avuto delle difficoltà? Senz’altro. Ci sono difficoltà logistiche ma le abbiamo sempre affrontate bene, quindi non sono mai state un peso. Parlo dei documenti, delle iscrizioni a scuola, del rapporto con i tutori. Le complicazioni ci sono, ma sono tutte affrontabili grazie ai servizi che ci sostengono. Abbiamo fatto fatica con alcuni ragazzi, uno degli adolescenti sudanesi in particolare che era arrivato con dei traumi dalla Libia, manie di persecuzione che gli impedivano di stare sereno in comunità o con noi. Aveva paura di tutto, accusava gli altri, aveva creato un clima molto teso. Abbiamo cercato supporto psicologico e psichiatrico. Poi è diventato maggiorenne e ha chiesto l’autonomia. Ora ci sentiamo, ci scriviamo, ci vediamo, ci viene anche a trovare. Ma finché era in casa è stato complicato. Lei ritiene che l’affido sia il modo migliore di accogliere i minori stranieri soli. Come mai? Innanzitutto perché lo dice la Legge Zampa: la prima scelta dovrebbe essere l’affido familiare. Poi, perché l’abbiamo visto nella nostra esperienza: abbiamo conosciuto ottime comunità, ma anche realtà che fanno fatica a causa dei numeri elevati di ragazzi. La famiglia è un ambiente più piccolo, dove il ragazzo è tenuto maggiormente sotto controllo, in senso positivo. Non solo lo si gestisce meglio, ma si riesce a fare un percorso che lo porta ad avere un’autonomia maggiore; in più, spesso i ragazzi chiedono di restare fino ai 21 anni in famiglia riuscendo a prendere un diploma o una qualifica. Un ultimo elemento è che c’è un’inclusione maggiore: i minori in affido sono venuti con noi a delle funzioni religiose cristiane, noi siamo andati con loro ad altre funzioni musulmane. Vivono una vita più normale e vengono coinvolti nelle dinamiche di una famiglia, di una comunità, di un territorio. Redazione Italia