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Racconti dalla Piazza del Mondo
Sostieni Melting Pot ABBIAMO UN OBIETTIVO: 2.667 PERSONE CHE CI SOSTENGONO CON 12 € È così che possiamo continuare a fare informazione libera, accessibile e indipendente. Ci sei anche tu? Sostieni ora → Racconti dalla Piazza del Mondo è un percorso che, mischiando immagini e parole, prova a descrivere la vita di Piazza della Libertà a Trieste, punto di arrivo della rotta balcanica, nelle sue molteplici sfaccettature. L’attesa, la cura, la casa, il gioco, la memoria, la musica: questi sono i frammenti di luce e di vita che compongono quel caleidoscopio di solidarietà che è l’azione politica di cura di “Linea d’ombra”, l’associazione fondata da Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi. La cura come atto politico di riconoscimento dei diritti di cui i migranti sono portatori. Alle fotografie si alternano i racconti e le poesie di Noman, giovane kashmiro che ha vissuto l’inferno della rotta balcanica. L’unione di parole e immagini è un tentativo di raccontare la storia della migrazione dalla parte dei migranti. Dare voce a chi normalmente non riesce a parlare. Illuminare visi, mani e racconti che di norma vengono volutamente respinti nel buio dalla retorica razzista e nazionalista. * La scheda del libro L’AUTORE Luca Greco nasce a Termoli nel 1979. Dottore di ricerca in filosofia teoretica. Sui banchi del liceo incontra Walter Benjamin e la sua flânerie. Sindacalista della CGIL, educatore, no global ai tempi del 2001, volontario, cooperante, fondatore della sezione ANPI “Vittorio Arrigoni”. “Le strade dell’Apartheid” altro non è che l’ultimo, l’ennesimo, tentativo di raccontare la storia dalla parte degli oppressi. PH: Luca Greco
Trieste e la Rotta balcanica: politiche di frontiera, esclusione e pratiche di solidarietà
Sostieni Melting Pot AIUTACI A MANTENERE LIBERO E ACCESSIBILE IL NOSTRO LAVORO Con 12 € sostieni un’informazione indipendente, decoloniale e critica Sostieni ora → Dalla rotta balcanica a Trieste, dalle frontiere alpine di Oulx a Calais, fino alla Grecia e al Mediterraneo centrale, un percorso attraverso i luoghi e i meccanismi del controllo, tra respingimenti, sorveglianza e pratiche di solidarietà e resistenza. Un nuovo articolo ogni venerdì su Melting Pot 1. PH: Stefano Gili, Officina 31021 LA FRONTIERA ORIENTALE E LE CONTRADDIZIONI DEL SISTEMA EUROPEO La frontiera orientale italiana rappresenta uno dei luoghi in cui emergono con particolare chiarezza le contraddizioni del sistema europeo di asilo. Trieste, al confine con la Slovenia e all’interno dello spazio Schengen, è un punto di passaggio della cosiddetta Rotta balcanica, percorsa da persone provenienti, tra gli altri Paesi, soprattutto da Afghanistan, Siria, Iraq, Pakistan e Bangladesh. Le ragioni della partenza sono diverse e comprendono guerre, persecuzioni, instabilità politica, crisi economiche e assenza di prospettive di vita sicure. Parlare genericamente di «pressione migratoria» rischia di cancellare le storie individuali e i contesti che spingono le persone a partire, trasformando esperienze complesse in un problema da contenere 2.  A Trieste, la frontiera rivela così il suo volto più profondo. Non è soltanto una linea geografica, ma un dispositivo che regola la mobilità, seleziona l’accesso ai diritti e può condannare all’attesa, alla precarietà e all’invisibilità. Il confine diventa anche un metodo per stabilire chi può muoversi, a quali condizioni e con quali possibilità di essere riconosciuto e tutelato 3. Il controllo, infatti, non si ferma ai posti di frontiera, ma prosegue negli uffici, nelle procedure d’asilo, nell’accesso all’accoglienza e nella ricerca, spesso disperata, di un riparo e di assistenza. In questo scenario si colloca il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in applicazione il 12 giugno 2026, che ridefinisce le procedure di screening, asilo e rimpatrio e i meccanismi di solidarietà tra gli Stati membri 4. La sua attuazione, però, deve garantire il rispetto dei diritti fondamentali, della dignità umana, dell’accesso effettivo all’asilo, della protezione delle persone vulnerabili, del principio di non-refoulement e del diritto a un ricorso effettivo. Ma, oggi, tali garanzie sembrano passare in secondo piano nelle politiche migratorie, anziché rappresentare obblighi imprescindibili per un’Unione europea fondata sui diritti umani e sullo Stato di diritto. Per questo il monitoraggio indipendente alle frontiere è indispensabile, soprattutto dove le barriere linguistiche e la mancanza di assistenza legale rischiano di lasciare gli abusi senza voce e le persone senza strumenti per difendersi. Anche durante i controlli temporanei al confine italo-sloveno, previsti fino al 18 dicembre 2026, gli obblighi di tutela dei diritti fondamentali restano invariati 5. La sfida di Trieste è dunque impedire che la frontiera diventi una soglia oltre la quale i diritti si assottigliano. Garantire procedure accessibili, accoglienza e protezione significa riconoscere che dietro ogni attraversamento c’è una persona, non un’emergenza o numero da respingere. SECURITIZZAZIONE, ESTERNALIZZAZIONE E DETERRENZA Gianfranco Schiavone, presidente dell’ICS e collaboratore di Altreconomia e ASGI, interpreta quanto accade lungo il confine orientale come parte di una trasformazione più ampia delle politiche europee: dalla gestione della mobilità alla costruzione di ostacoli che mirano a impedire o scoraggiare gli attraversamenti, anche attraverso la cooperazione con Paesi terzi e condizioni di permanenza particolarmente difficili per chi arriva 6. Questa lettura si collega al concetto di securitizzazione, che descrive il processo attraverso cui la migrazione viene rappresentata soprattutto come una minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico, legittimando controlli più rigidi e politiche di deterrenza 7. Le persone migranti diventano così il bersaglio su cui concentrare paure e responsabilità, mentre passano in secondo piano le cause strutturali dei problemi. Il dibattito degli ultimi anni si è spesso concentrato sulla mera denuncia dell’emergenza e sulla richiesta di misure restrittive, senza sviluppare soluzioni durature. Il successo delle politiche migratorie viene misurato soprattutto in base alla capacità di bloccare gli arrivi, mentre l’accesso all’asilo, l’accoglienza, la salute e l’inclusione sociale diventano questioni secondarie. A questo modello si è affiancato il processo di esternalizzazione delle frontiere, attraverso cui l’Unione europea ha progressivamente trasferito parte delle attività di controllo dei flussi migratori ai Paesi terzi, mediante accordi, finanziamenti e forme di cooperazione operativa 8. Questo meccanismo può essere letto come una sorta di subappalto delle responsabilità: affidando ad altri Stati la gestione e il contenimento dei movimenti migratori, l’Unione europea rischia di delegare anche la tutela dei diritti delle persone coinvolte, allontanando i controlli dai propri confini senza per questo venir meno agli obblighi internazionali in materia di diritti umani e protezione dei rifugiati. La strategia diventa problematica quando privilegia la deterrenza a scapito dell’accesso all’asilo e delle garanzie dei diritti umani 9. Tali pratiche devono rispettare il principio di non-refoulement, sancito dalla Convenzione di Ginevra, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Il principio vieta, nei termini previsti dal diritto applicabile, di trasferire una persona verso luoghi in cui rischia persecuzioni o trattamenti inumani o degradanti. Come chiarito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Hirsi Jamaa e altri c. Italia del 2012 10, gli accordi con Paesi terzi non esonerano gli Stati dalle proprie responsabilità 11. Esternalizzare i controlli non significa trasferire o cancellare gli obblighi di tutela. Un paradosso riguarda la lotta ai trafficanti di persone. Infatti la chiusura dei canali regolari e i respingimenti non eliminano la necessità di fuggire, ma spingono le persone a tentare nuovamente il passaggio, affidandosi a intermediari informali. Finché persistono guerre, persecuzioni e crisi globali, che continuiamo a finanziare oltretutto, le persone continueranno a migrare 12. Chiudere le vie legali alimenta così il Game lungo la Rotta balcanica, rendendo i viaggi più costosi e pericolosi e aumentando la dipendenza dai trafficanti 13. Le riammissioni informali dall’Italia alla Slovenia, avviate nel maggio 2020, rappresentano una contraddizione emblematica. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, i trasferimenti sarebbero spesso avvenuti senza un’adeguata valutazione individuale, sufficienti garanzie procedurali o un’effettiva possibilità di chiedere asilo 14. Como osserva Schiavone, l’accordo bilaterale italo-sloveno del 1996 non poteva giustificare trasferimenti privi delle necessarie garanzie. Gli Stati restano vincolati dal diritto d’asilo, dal principio di non-refoulement e dal diritto a una tutela giurisdizionale effettiva. In alcuni casi, i trasferimenti sarebbero avvenuti senza provvedimenti individuali, interpreti o un’effettiva verifica della volontà di chiedere protezione, esponendo le persone al rischio di chain refoulement, cioè respingimenti a catena verso la Croazia e poi la Bosnia-Erzegovina o la Serbia. Negli ultimi decennio poi soprattutto, come noto e documentato, lungo la rotta sono state inoltre denunciate percosse, maltrattamenti, distruzione di telefoni e documenti e sottrazione di effetti personali 15. MARGINALITÀ URBANA E INCLUSIONE DIFFERENZIALE La fine delle riammissioni informali non è stata accompagnata da una risposta strutturale sul fronte dell’accoglienza. La carenza di alloggi e i ritardi amministrativi hanno continuato a spingere le persone verso condizioni di abbandono e insediamenti degradati come l’ex Silos di Trieste 16. Le carenze del sistema alimentano così vulnerabilità e ghettizzazione, mentre le misure restrittive, spesso giustificate in nome della «sicurezza urbana», rischiano di compromettere proprio la sicurezza e la coesione sociale che dichiarano di proteggere 17. Lo sgombero del Silos, avvenuto il 21 giugno 2024, non ha, infatti, cancellato i bisogni abitativi e sanitari di chi vi trovava riparo, così come l’allontanamento dagli edifici dismessi e dagli spazi informali del Porto Vecchio non elimina le cause dell’esclusione. Ma si può davvero costruire sicurezza negando diritti e lasciando irrisolte le cause della marginalità? PH: Stefano Gili, Officina 31021 Le politiche che escludono in nome della sicurezza non rischiano forse di produrre proprio ciò che dichiarano di voler combattere, alimentando un circolo vizioso di insicurezza, abbandono e invisibilità? Bloccare la migrazione, fenomeno che attraversa da sempre la storia umana ed europea, non significa fermarla, ma costringere le persone a percorsi più pericolosi e informali. La stessa Europa è il risultato dell’incontro tra popoli, culture e storie diverse. Eppure, quando mancano vie legali, accoglienza e reali possibilità d’integrazione, le persone non scompariranno, diventano ombre ai margini delle città, private di diritti e prospettive. Individuare, poi, un gruppo vulnerabile a cui attribuire le colpe dei problemi collettivi è una strategia che ricorre da tempo nella storia. Costruire un capro espiatorio è spesso più semplice che affrontare le responsabilità istituzionali, le disuguaglianze e le carenze strutturali. La persona migrante diventa così il bersaglio visibile su cui proiettare paure e insicurezze, distogliendo l’attenzione sulle vere carenze. E, spesso, storicamente questa tecnica del “diverso” responsabile si è messa in pratica. Il controllo delle frontiere e i respingimenti si trasformano in risposte simboliche, capaci di alimentare una narrazione di fermezza e raccogliere consenso nell’elettorato. Se non è accompagnata da politiche strutturali di accoglienza, inclusione e convivenza, la sicurezza rischia solo di ridursi a propaganda uno slogan che individua un colpevole, promette una soluzione immediata e rinvia ogni cambiamento reale. La frontiera entra così nella città. Si manifesta nella possibilità diseguale di accedere all’alloggio, ai servizi, alla registrazione amministrativa e allo spazio pubblico. Mezzadra e Neilson descrivono processi analoghi attraverso il concetto di inclusione differenziale: non una semplice esclusione, ma una condizione in cui l’accesso alla società rimane precario, incompleto e subordinato 18. PROPAGANDA E COSTRUZIONE DEL NEMICO In questo quadro, l’esternalizzazione delle frontiere si inserisce in un contesto politico e sociale in cui alimentare la paura e individuare un nemico comune diventa funzionale alla costruzione del consenso. In un mondo attraversato da crisi economiche, sociali, culturali, educative e sanitarie, è più facile attribuire le responsabilità a chi viene percepito come diverso che affrontare le cause strutturali di queste difficoltà. La propaganda contemporanea può così trasformare la persona migrante in un capro espiatorio a cui imputare ogni problema: dall’insicurezza alla precarietà economica, dalle difficoltà dei servizi pubblici alla sanità e all’istruzione. Il migrante viene caricato di contraddizioni e accusato contemporaneamente di sottrarre lavoro e di non lavorare, di gravare sul welfare e di non contribuire, di essere invisibile e di occupare troppo spazio 19. Come evidenzia Piero Gorza di OnBorders, dalla crisi del 2015 stiamo assistendo a una vera e propria «guerra al migrante», in cui la persona diventa un’ombra: presente nello spazio pubblico, ma privata della propria storia e ridotta a un numero, un flusso o un’emergenza 20. Questo meccanismo sposta l’attenzione dalle responsabilità e dalle scelte istituzionali ed economiche verso gruppi vulnerabili e facilmente identificabili, mentre le misure di controllo vengono presentate come prova di fermezza. Affrontare effettivamente le crisi richiederebbe, al contrario, investimenti strutturali e politiche di lungo periodo: rafforzare la sanità e l’istruzione, garantire l’accesso alla casa e al lavoro, contrastare la marginalità e l’esclusione, sostenere i territori e costruire comunità in cui l’incontro tra persone con storie e culture diverse possa diventare una risorsa sociale e culturale. Richiederebbe una gestione condivisa a livello europeo, capace di superare la logica dell’emergenza e di distribuire responsabilità e risorse. Ma sembra oggi più importante e lungimirante investire in un carro armato, quanto piuttosto che in educazione e sanità.  LE RETI DI SOLIDARIETÀ E L’ESPERIENZA TRIESTINA Nel contesto triestino, l’attività dell’ICS, di Linea d’Ombra, del Centro Diurno e di altre reti solidali dimostra l’importanza di risposte basate sui bisogni concreti. La distribuzione di cibo e coperte, la medicazione delle ferite e la «cura dei piedi» in Piazza della Libertà non sono soltanto forme di assistenza immediata, ma anche gesti che restituiscono visibilità e dignità a persone spesso ridotte a un fenomeno astratto. Queste reti rappresentano infrastrutture informali di cura, fondamentali quando i servizi pubblici risultano insufficienti, pur senza poter sostituire le responsabilità istituzionali. La loro importanza è emersa anche dopo le restrizioni alle attività di Linea d’Ombra il 16 ottobre 2026, che hanno introdotto limitazioni di orario e nei fine settimana per ragioni di ordine pubblico e fruibilità della piazza 21. Notizie «HANNO FATTO IL DESERTO E LO CHIAMANO DECORO»: A TRIESTE LA QUESTURA SFRATTA LA SOLIDARIETÀ La lettera a questora e prefetto contro i divieti in piazza della Libertà Redazione 20 Ottobre 2026 Una volontaria di Linea d’Ombra ci ha raccontato il significato della sua presenza in Piazza della Libertà: «Per me, distribuire i pasti significa prendere consapevolezza del privilegio in cui vivo. Il mondo non si esaurisce nella mia singola esistenza, ma è fatto di persone che desiderano muoversi, spostarsi e cercare una vita migliore, nonostante violenze e pericoli. Questa piazza è importante perché l’incontro con queste persone significa riconoscerle nella loro umanità, restituendo loro un’identità e una dignità che troppo spesso vengono negate, quando sono ridotte a numeri, a vite invisibili, a ombre calpestate». Dal 2020, come Officina 31021, sosteniamo le reti di solidarietà attive a Trieste, tra cui Linea d’Ombra, ICS, Lungo la Rotta Balcanica, Fornelli Resistenti e Mediterranea Saving Humans, contribuendo a garantire alle persone cibo, vestiti, cure e, soprattutto, ascolto e vicinanza. Vedere oggi Piazza Libertà così vuota ci lascia sgomenti. Quello spazio sembra tornare a essere il simbolo dell’abbandono e dell’esclusione, proprio là dove, nel tempo, sono nati legami, si sono intrecciate storie, lotte e pratiche di cura. Come ci ha raccontato Gianandrea Franchi, di Linea d’Ombra: «Trieste, un tempo porto e incrocio di culture, ricca proprio grazie allo scambio, alla contaminazione e al flusso continuo di idee e persone, oggi appare vuota, chiusa e diffidente: non sappiamo più riconoscere la bellezza dell’incontro». Trieste rende visibili le contraddizioni del regime europeo di frontiera: riammissioni informali, precarietà abitativa e difficoltà di accesso ai servizi limitano concretamente l’esercizio dei diritti, mentre le reti di solidarietà cercano di colmare le lacune dell’accoglienza. Il rischio è che la deterrenza prevalga sulla tutela delle persone e sulle responsabilità istituzionali. In questo contesto, il migrante diventa spesso il capro espiatorio di crisi economiche e sociali che richiederebbero risposte strutturali. La sfida non è scegliere tra controllo e accoglienza, ma coniugare legalità, protezione e inclusione attraverso alloggi dignitosi, accesso alla salute, istruzione e collaborazione tra istituzioni e società civile. Le esperienze di solidarietà presenti a Trieste dimostrano che la marginalità non è inevitabile. Governare la mobilità significa garantire i diritti e costruire comunità in cui nessuno venga ridotto a un’ombra o trasformato in un bersaglio delle paure collettive. PH: Stefano Gili, Officina 31021 1. Leggi la presentazione del reportage: Il confine come dispositivo. Un reportage sulle forme e le trasformazioni della frontiera europea ↩︎ 2. Convenzione relativa allo status dei rifugiati, Ginevra, 28 luglio 1951, e Protocollo relativo allo status dei rifugiati, New York, 31 gennaio 1967; UNHCR, documentazione sul diritto d’asilo e sulla protezione internazionale; ICS, Consorzio Italiano di Solidarietà, documentazione sulle attività di accoglienza e tutela a Trieste, disponibile sul sito ufficiale ↩︎ 3. Border as Method, or, the Multiplication of Labor, Duke University (agosto 2013) ↩︎ 4. «New migration and asylum rules enter into application: what is changing?», Commissione europea (12 giugno 2026) ↩︎ 5. FRA (2024), documentazione sui diritti fondamentali alle frontiere; comunicazioni ufficiali relative alla reintroduzione temporanea dei controlli alla frontiera italo-slovena (19 giugno – 18 dicembre 2026) ↩︎ 6. Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026. ↩︎ 7. Security and Immigration: Toward a Critique of the Governmentality of Unease, Didier Bigo (febbraio 2022); Huysmans, J. (2006), The Politics of Insecurity: Fear, Migration and Asylum in the EU, London, Routledge ↩︎ 8. Moreno-Lax, V. (2017). Accessing Asylum in Europe: Extraterritorial Border Controls and Refugee Rights under EU Law. Oxford: Oxford University Press; Lavenex, S. (2006), «Shifting Up and Out: The Foreign Policy of European Immigration Control», West European Politics, 29(2), pp. 329–350; Sassen, S. (2014); Gammeltoft-Hansen, T. (2011), Access to Asylum, Cambridge University Press; Buzan, B., Wæver, O. e de Wilde, J. (1998), Security, Lynne Rienner; SIPRI (2024) ↩︎ 9. Lavenex, S. (2006), «Shifting Up and Out: The Foreign Policy of European Immigration Control», West European Politics, 29(2), pp. 329–350; Moreno-Lax, V. (2017), Accessing Asylum in Europe: Extraterritorial Border Controls and Refugee Rights under EU Law, Oxford, Oxford University Press ↩︎ 10. Corte europea dei diritti umani, sentenza del 23 febbraio 2012, caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia, ASGI (2012) ↩︎ 11. Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Camera, Hirsi Jamaa e altri c. Italia, ricorso n. 27765/09, sentenza del 23 febbraio 2012; CEDU, artt. 3, 13 e Prot. 4, art. 4; Carta dei diritti fondamentali dell’UE, artt. 18-19; Convenzione di Ginevra del 1951, art. 33. ↩︎ 12. Castles, S., de Haas, H. e Miller, M. J. (2014), The Age of Migration, 5ª ed., Palgrave Macmillan; Sassen, S. (2014), Expulsions, Harvard University Press; Wihtol de Wenden, C. (2018), Atlas des migrations, Autrement ↩︎ 13. Triandafyllidou, A. e Maroukis, T. (2012), Migrant Smuggling, Palgrave Macmillan; UNHCR (2020), documentazione sulla Rotta balcanica; OIM (2021); OHCHR (2019); UNODC, documentazione sul traffico di migranti. ↩︎ 14. ASGI (2020), documentazione sulle riammissioni informali al confine italo-sloveno; Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026 ↩︎ 15. ASGI (2020); Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA, 2024); Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026. ↩︎ 16. Schiavone, G. (2021); ICS, documentazione sulla prima accoglienza a Trieste; Medici Senza Frontiere (MSF, 2023). ↩︎ 17. OIM (2021); Campesi, G. (2018); Zagrebelsky, G. (2017) ↩︎ 18. Mezzadra, S. e Neilson, B. (2013), Border as Method, or, the Multiplication of Labor, Durham, Duke University Press ↩︎ 19. Stephan, W. G. e Stephan, C. W. (2000), «An Integrated Threat Theory of Prejudice», in Oskamp, S. (a cura di), Reducing Prejudice and Discrimination, Lawrence Erlbaum Associates; Allport, G. W. (1954), The Nature of Prejudice; Wodak, R. (2015), The Politics of Fear, SAGE. ↩︎ 20. Gorza, P., intervista realizzata nel marzo 2026 ↩︎ 21. Ikonomou, M. (2026), articolo sulle restrizioni a Linea d’Ombra, Domani, 16 ottobre 2026; RaiNews TGR FVG, «Stop alla distribuzione di cibo ai migranti di piazza Libertà nel fine settimana», 17 ottobre 2026; Linea d’Ombra, sito ufficiale. ↩︎
Il diritto d’asilo a Trieste: rotta balcanica e crisi dei diritti (seconda parte)
(Continua dalla prima parte) Un ulteriore profilo riguarda l’applicazione delle procedure accelerate di frontiera a Trieste dopo il 12 giugno 2026. L’articolo 43 del regolamento (UE) 2024/1348 individua specifiche condizioni per il ricorso a tali procedure, collegate, tra l’altro, agli attraversamenti delle frontiere esterne e alle zone di transito. Trieste, tuttavia, si trova lungo una frontiera interna dello spazio Schengen. Il temporaneo ripristino dei controlli non determina automaticamente la trasformazione di una frontiera interna in frontiera esterna dell’Unione. La questione è stata oggetto di controversie giudiziarie, anche in relazione all’individuazione delle zone di frontiera o di transito e alla normativa nazionale di attuazione. Il decreto del Ministero dell’interno del 21 luglio 2026, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 10 agosto, ha integrato l’individuazione di tali zone, senza tuttavia eliminare la necessità di verificare, nei singoli procedimenti, il rispetto dei presupposti stabiliti dal diritto europeo. Durante la conferenza, Schiavone ha riferito che diversi ricorsi cautelari presentati a Trieste sono stati accolti, con il conseguente superamento, nei casi esaminati, dell’inquadramento nella procedura accelerata di frontiera. Si tratta di interventi giurisdizionali rilevanti, che dimostrano quanto sia indispensabile il controllo del giudice sulla legittimità dell’azione amministrativa. A rendere particolarmente delicata la questione contribuisce l’estrema brevità dei termini di impugnazione. L’articolo 35-ter del decreto legislativo n. 25 del 2008, come modificato nel 2026, prevede, per la specifica ipotesi disciplinata dalla norma, un termine di cinque giorni dalla notificazione del provvedimento per proporre ricorso. Cinque giorni possono rappresentare un intervallo estremamente esiguo per una persona che non conosce la lingua italiana, non dispone di una rete sociale, deve reperire un difensore e necessita di ricostruire vicende personali spesso segnate da persecuzioni, violenze o traumi. In questo contesto, il diritto a un ricorso effettivo, garantito dall’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dall’articolo 13 della CEDU nei rispettivi ambiti applicativi, assume un’importanza decisiva. Non è sufficiente prevedere astrattamente la possibilità di impugnare un provvedimento: occorre che la persona sia posta nelle condizioni concrete di esercitare tale facoltà. Gli articoli 15, 16 e 17 del regolamento (UE) 2024/1348 disciplinano, con condizioni e modalità specifiche, l’accesso all’orientamento legale gratuito durante la procedura amministrativa e all’assistenza e rappresentanza legali gratuite nella fase d’impugnazione. In particolare, l’articolo 16 non si limita alla semplice consegna di materiale informativo, ma contempla anche spiegazioni relative alla procedura e assistenza nella formalizzazione della domanda. È proprio su questa distinzione che Schiavone ha insistito con particolare determinazione: consegnare un opuscolo non equivale necessariamente a mettere una persona nelle condizioni di comprendere le conseguenze giuridiche della procedura alla quale viene sottoposta. La tutela effettiva richiede un’informazione comprensibile, un orientamento adeguato e, quando previsto, un’assistenza legale accessibile. In assenza di tali garanzie, l’accelerazione rischia di tradursi in una compressione sproporzionata del diritto di difesa. Un sistema capace di decidere in pochi giorni, dopo aver lasciato una persona per mesi in condizioni di precarietà, presenta una contraddizione che non può essere ignorata. La rapidità, infatti, sembra intervenire soprattutto nel momento in cui occorre definire negativamente una posizione giuridica, mentre le attività necessarie ad assicurare l’accesso alla protezione possono rimanere gravate da ritardi prolungati. Questa asimmetria deve essere analizzata con particolare rigore, senza presumere automaticamente l’intenzionalità illecita dei singoli funzionari. Eventuali responsabilità amministrative, civili, contabili o penali richiedono l’accertamento dei rispettivi presupposti. Tuttavia, l’assenza di una responsabilità penale individuale accertata non esclude la possibilità che determinate prassi costituiscano violazioni del diritto nazionale o dell’Unione europea, né impedisce di valutare l’eventuale responsabilità dello Stato. Durante il dibattito è emersa anche la questione della sicurezza urbana e del rapporto, spesso costruito nel discorso pubblico, tra immigrazione e criminalità. Schiavone ha contestato la tendenza a ricondurre episodi eterogenei a un’unica categoria indistinta di persone straniere, senza distinguere tra richiedenti asilo, persone stabilmente residenti, soggetti in transito e autori di specifici comportamenti penalmente rilevanti. Il principio costituzionale di responsabilità penale personale, sancito dall’articolo 27, primo comma, impedisce di attribuire a un’intera collettività la responsabilità delle condotte commesse da singoli individui. La sicurezza costituisce un interesse pubblico legittimo, ma non può essere perseguita attraverso generalizzazioni, discriminazioni o limitazioni arbitrarie dei diritti. Conosco la Piazza del Mondo e so che la convivenza tra persone provenienti da contesti culturali differenti può comportare difficoltà, incomprensioni e situazioni conflittuali. Non ritengo utile negare questi problemi, né giustificare comportamenti violenti in nome della solidarietà. Ma sarebbe altrettanto scorretto utilizzare singoli episodi per alimentare una rappresentazione indiscriminatamente criminalizzante della popolazione migrante. La tutela delle persone vulnerabili e la sicurezza della collettività non sono obiettivi necessariamente contrapposti. Un sistema di accoglienza funzionante, capace di garantire identificazione, informazione giuridica, assistenza sociosanitaria e percorsi di integrazione, contribuisce anche a prevenire marginalità e tensioni sociali. Al termine dell’intervento ho rivolto a Gianfranco Schiavone una domanda che considero centrale per comprendere la direzione delle attuali politiche europee: «Alla luce del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, non stiamo assistendo a una progressiva sostituzione della tutela dei diritti umani con una politica di deterrenza e contenimento? E soprattutto, quando la burocrazia impedisce concretamente l’accesso alla protezione internazionale, possiamo ancora parlare di inefficienza amministrativa oppure dobbiamo riconoscere una vera e propria violazione sistemica dei diritti fondamentali, della quale gli Stati devono rispondere giuridicamente?» La risposta di Schiavone è stata inequivocabile nell’esprimere la propria valutazione critica. Dopo aver condiviso la preoccupazione contenuta nella domanda, ha sintetizzato la direzione che, a suo giudizio, starebbe assumendo il sistema europeo con un interrogativo particolarmente incisivo: «Come posso togliere il diritto d’asilo senza toglierlo?» È una formulazione che merita di essere approfondita perché richiama una questione fondamentale dello Stato di diritto: la differenza tra titolarità formale di una posizione giuridica ed effettività della relativa tutela. Un diritto può essere riconosciuto dalla Costituzione, dalle convenzioni internazionali e dai regolamenti europei, ma rischiare di perdere gran parte del proprio significato quando le condizioni materiali e procedurali necessarie per esercitarlo vengono progressivamente ostacolate. Non significa che ogni procedura accelerata sia illegittima o che ogni misura di controllo delle frontiere costituisca una violazione dei diritti umani. Significa, piuttosto, che qualsiasi limitazione deve essere giustificata, proporzionata, conforme alle fonti sovraordinate e sottoposta a un controllo giurisdizionale effettivo. Ritengo che proprio qui si collochi la responsabilità più importante degli operatori del diritto: impedire che la complessità delle procedure diventi uno strumento di esclusione, garantendo che anche le persone prive di risorse economiche, conoscenze linguistiche e strumenti di difesa possano accedere realmente alla giustizia. L’esperienza di Trieste ci obbliga inoltre a interrogarci sul modello di società che intendiamo costruire. Una città di frontiera può scegliere di considerare la presenza delle persone migranti esclusivamente come un problema di ordine pubblico, oppure può riconoscere che il rispetto delle regole, la tutela dei diritti e la dignità umana costituiscono elementi imprescindibili della convivenza democratica. Non chiedo che lo Stato rinunci a governare i flussi migratori, né che venga meno il controllo sulla fondatezza delle domande di protezione internazionale. Chiedo che tali funzioni vengano esercitate nel rispetto delle garanzie che distinguono uno Stato costituzionale di diritto da un sistema nel quale il potere amministrativo diventa sostanzialmente incontrollabile. La conferenza si è conclusa lasciandomi una convinzione ancora più netta: la vera questione non è soltanto quante persone attraversino la rotta balcanica, ma quale trattamento il nostro ordinamento riservi loro quando chiedono protezione. Perché un diritto fondamentale che esiste soltanto sulla carta, ma che non può essere concretamente esercitato, rischia di diventare una promessa giuridica tradita. E quando questo accade, non è soltanto il sistema d’asilo a entrare in crisi. È la credibilità stessa dello Stato di diritto a essere messa in discussione. Valeria Sirigu
October 22, 2026
Pressenza
Il diritto d’asilo a Trieste: rotta balcanica e crisi dei diritti (1a parte)
IL DIRITTO D’ASILO PUÒ ESSERE FORMALMENTE RICONOSCIUTO E, CONTEMPORANEAMENTE, RESO QUASI IMPOSSIBILE DA ESERCITARE? È QUESTA LA DOMANDA, PROFONDAMENTE GIURIDICA PRIMA ANCORA CHE POLITICA, CHE HA ATTRAVERSATO L’INCONTRO «QUELLO CHE TRIESTE NON VEDE. LA ROTTA BALCANICA: TRA ARRIVI, ATTESE E BUROCRAZIA», ORGANIZZATO IL 20 OTTOBRE 2026 PRESSO LA SEDE DELL’ARCI DI TRIESTE, CON L’INTERVENTO DI GIANFRANCO SCHIAVONE, PRESIDENTE DEL CONSORZIO ITALIANO DI SOLIDARIETÀ (ICS), ESPERTO DI MIGRAZIONI INTERNAZIONALI E COMPONENTE DELL’ASSOCIAZIONE PER GLI STUDI GIURIDICI SULL’IMMIGRAZIONE (ASGI). Ho partecipato alla conferenza perché ritengo che il fenomeno migratorio debba essere affrontato attraverso la conoscenza delle dinamiche internazionali, l’analisi rigorosa delle norme e l’osservazione delle loro conseguenze concrete. A Trieste, città nella quale ho scelto di vivere e dove frequento la Piazza del Mondo, queste questioni non rappresentano per me soltanto una materia di studio: incontrano quotidianamente persone, storie e condizioni di vulnerabilità che interrogano direttamente il nostro sistema democratico. L’intervento di Schiavone ha delineato un quadro particolarmente preoccupante: quello di una progressiva trasformazione delle procedure di protezione internazionale in un sistema nel quale l’accesso ai diritti rischia di essere ostacolato proprio dagli strumenti amministrativi che dovrebbero garantirlo. Il punto di partenza non può che essere la Costituzione. L’articolo 10, terzo comma, riconosce allo straniero al quale sia impedito nel proprio Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana il diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Tale disposizione deve essere letta in relazione agli articoli 2 e 3, che tutelano i diritti inviolabili e il principio di eguaglianza, all’articolo 24, che garantisce il diritto alla difesa, e all’articolo 113, che assicura la tutela giurisdizionale contro gli atti della pubblica amministrazione. Sul piano sovranazionale, l’articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea garantisce il diritto d’asilo nel rispetto della Convenzione di Ginevra del 1951 e del Protocollo di New York del 1967, mentre l’articolo 19 vieta le espulsioni collettive e tutela contro l’allontanamento verso Paesi nei quali sussista un grave rischio di pena di morte, tortura o trattamenti inumani o degradanti. A completare il quadro intervengono l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e il principio di non-refoulement, sancito dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, nei rispettivi ambiti applicativi. Non si tratta di affermazioni programmatiche prive di conseguenze. Sono disposizioni che pongono limiti precisi all’esercizio del potere statale, anche quando quest’ultimo viene giustificato attraverso esigenze di sicurezza, gestione delle frontiere o razionalizzazione amministrativa. Proprio su questo terreno si inserisce il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, le cui principali disposizioni hanno trovato applicazione dal 12 giugno 2026. Il regolamento (UE) 2024/1348 disciplina una procedura comune di protezione internazionale, mentre il regolamento (UE) 2024/1351 interviene sulla gestione dell’asilo e della migrazione, ridefinendo anche i meccanismi di responsabilità e solidarietà tra Stati membri. A essi si affiancano, tra gli altri, la direttiva (UE) 2024/1346 sulle condizioni di accoglienza e il regolamento (UE) 2024/1356 relativo agli accertamenti preliminari. L’obiettivo dichiarato della riforma è rendere più uniforme ed efficiente il sistema europeo. Tuttavia, l’efficienza amministrativa non può diventare un valore assoluto, né può essere perseguita comprimendo oltre i limiti consentiti le garanzie individuali. Una procedura più rapida non è necessariamente una procedura più giusta, soprattutto quando la persona interessata non dispone degli strumenti linguistici, giuridici e materiali indispensabili per far valere le proprie ragioni. Durante la conferenza, Schiavone ha ricostruito le contraddizioni del precedente sistema di Dublino, evidenziando come la responsabilità attribuita prevalentemente agli Stati di primo ingresso abbia contribuito a produrre squilibri strutturali. Secondo la sua analisi, il sistema europeo ha finito per reggersi anche sulla mobilità spontanea delle persone tra gli Stati membri, in assenza di un meccanismo di redistribuzione sufficientemente efficace. Il nuovo quadro normativo introduce strumenti di solidarietà, ma non elimina automaticamente le tensioni tra responsabilità degli Stati di primo ingresso, interessi dei Paesi di destinazione e aspirazioni individuali dei richiedenti protezione. La libertà delle persone di costruire relazioni familiari, sociali e professionali continua a confrontarsi con un sistema nel quale la distribuzione delle competenze amministrative può prevalere sulle concrete prospettive di integrazione. La rotta balcanica rappresenta una delle manifestazioni più evidenti di questa contraddizione. Attraversando Paesi caratterizzati da differenti sistemi giuridici e capacità di accoglienza, le persone migranti affrontano controlli, respingimenti, situazioni di precarietà e ostacoli nell’accesso alle procedure di protezione internazionale. Schiavone ha inoltre sottolineato un paradosso che merita particolare attenzione: l’inasprimento dei controlli e la progressiva chiusura delle possibilità di attraversamento autonomo possono incrementare la dipendenza dalle organizzazioni che gestiscono il traffico di migranti. La domanda di mobilità, infatti, non viene necessariamente eliminata dalle restrizioni; può semplicemente essere intercettata da reti criminali sempre più organizzate e remunerative. Occorre distinguere, naturalmente, il traffico di migranti dalla tratta di esseri umani, trattandosi di fenomeni giuridicamente differenti, disciplinati anche dai Protocolli addizionali alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale. Ma proprio questa distinzione impone politiche capaci di contrastare lo sfruttamento senza criminalizzare indiscriminatamente chi cerca protezione. È però sulla situazione di Trieste che l’intervento ha assunto i caratteri di una denuncia particolarmente severa. Secondo i dati e le ricostruzioni illustrati da Schiavone, dal 2022 la città avrebbe conosciuto un progressivo deterioramento delle condizioni di accesso all’asilo e all’accoglienza, con persone costrette a permanere per settimane o mesi in strada prima di ottenere la registrazione della domanda o una sistemazione. La questione decisiva riguarda la distinzione tra manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale e successiva formalizzazione amministrativa della domanda. L’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo n. 142 del 2015 stabilisce che le misure di accoglienza si applicano dal momento della manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale, nel rispetto delle condizioni previste dall’ordinamento. Ne consegue che il funzionamento degli uffici non può essere utilizzato per differire arbitrariamente il riconoscimento di una posizione giuridica già rilevante. Nel corso dell’incontro sono stati descritti appuntamenti fissati a distanza di circa tre mesi e mezzo, documenti privi di indicazioni sufficientemente chiare sulla finalità della convocazione e difficoltà nel dimostrare quando una persona abbia effettivamente manifestato la volontà di presentare domanda. Se tali prassi vengono confermate, il problema non riguarda semplicemente la lentezza burocratica. Il rischio è che l’amministrazione, attraverso la dilazione temporale e l’incertezza documentale, finisca per ostacolare l’esercizio di diritti che la legge è tenuta a garantire. Particolarmente significativo è il riferimento alla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 1° agosto 2025, nella causa C-97/24, S.A. e R.J.. La Corte ha chiarito, con riferimento alla disciplina dell’accoglienza allora applicabile, che uno Stato membro non può sottrarsi alla responsabilità derivante dalla mancata garanzia delle condizioni materiali essenziali invocando il temporaneo esaurimento delle strutture disponibili, neppure quando questo sia conseguenza di un afflusso improvviso e imprevedibile. Il principio giuridico è di straordinaria importanza: l’insufficienza organizzativa non costituisce, di per sé, una giustificazione per privare una persona indigente delle condizioni indispensabili a un’esistenza dignitosa. La pubblica amministrazione dispone certamente di margini organizzativi e di discrezionalità, ma questi devono essere esercitati entro i confini della legalità, della proporzionalità e del rispetto dei diritti fondamentali. L’articolo 97 della Costituzione impone il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione; non autorizza, al contrario, a trasformare le carenze del sistema in un onere sopportato esclusivamente dai soggetti più vulnerabili. Valeria Sirigu
October 22, 2026
Pressenza
ROTTA BALCANICA: A TRIESTE LE NUOVE LIMITAZIONI DELLA QUESTURA, SOLIDARIETÀ CONCESSA A GIORNI E ORARI ALTERNI
La Questura di Trieste ha stabilito un nuovo regolamento per limitare il supporto alle persone in arrivo dalla rotta balcanica nell’area della stazione ferroviaria. Secondo le nuove direttive, associazioni e solidali non possono più consegnare pasti o beni di prima necessità durante il sabato e la domenica. Nei giorni lavorativi, invece, questa forma di supporto è permessa soltanto per due ore la sera, precisamente dalle sei alle otto. Inoltre, per poter operare in questa fascia oraria, i gruppi di volontariato devono inviare una comunicazione ufficiale preventiva agli uffici di pubblica sicurezza. Il provvedimento è entrato in vigore a partire dal fine settimana del 17-18 ottobre, sollevando le prime accese discussioni tra le realtà del territorio e le istituzioni locali. Tra le organizzazioni critiche dei provvedimenti restrittivi la Rete Fornelli Resistenti, che in una lettera aperta indirizzata alla Questora e al Prefetto, richiede la “revisione delle disposizioni relative all’assistenza alle persone migranti in Piazza della Libertà”, ritenendo le limitazioni “inaccettabili”. Ci racconta il contenuto della lettera Ado Maglia, della Rete Fornelli Resistenti nodo desenzanese. Ascolta o scarica La Rete Fornelli Resistenti invita singoli e organizzazioni a controfirmare la lettera entro venerdì 23 ottobre, quando sarà inviata alla Questora e al Prefetto. La trovate cliccando qui.
October 21, 2026
Radio Onda d`Urto
«Hanno fatto il deserto e lo chiamano decoro»: a Trieste la questura sfratta la solidarietà
Associazioni e volontari chiedono di ritirare le prescrizioni che confinano il presidio di Linea d’Ombra e dei Fornelli resistenti in piazza della Libertà a due ore serali e lo vietano nel fine settimana. Melting Pot aderisce: il testo della lettera e come firmare. Sostieni Melting Pot AIUTACI A MANTENERE LIBERO E ACCESSIBILE IL NOSTRO LAVORO. Con 12 € sostieni un’informazione indipendente, decoloniale e critica. Sostieni ora → «Non era mai successo in tanti anni che ci vietassero di accogliere le persone sulla piazza». Lorena Fornasir, psicoterapeuta in pensione e cofondatrice di Linea d’Ombra con Gian Andrea Franchi, fatica ancora a crederci. Dal 2019, ogni sera, in piazza della Libertà davanti alla stazione di Trieste, l’associazione e la rete dei “Fornelli Resistenti” e diversi volontari medicano, sfamano e orientano chi arriva in città proveniente dalla Rotta Balcanica. Molte persone portano i segni delle violenze subite lungo il percorso che può durare svariati mesi. Circa un mese fa le associazioni hanno presentato il preavviso richiesto dalle nuove norme sulla sicurezza. La questura ha risposto spostando il presidio dalla fascia 19-22 a quella 18-20. Il 14 ottobre lo ha vietato nel fine settimana, per garantire “il regolare svolgimento delle attività di socialità, intrattenimento, svago” e delle “iniziative economiche del centro”. Il 17 e 18 ottobre la piazza era deserta. «Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato decoro», ha detto Lorena Fornasir. «Ora chi arriva dalla rotta negli orari in cui non ci siamo o nel fine settimana non trova nessuno a orientarlo, a spiegare dove sta la questura, dove sono i servizi di base, nessuno che ne curi le ferite o chiami medici o ambulanze se necessario». Anche i gruppi di Fornelli Resistenti hanno dovuto sospendere la distribuzione dei pasti ad oltre 150 persone. Le prescrizioni arrivano dopo settimane di campagne d’odio, minacce ai volontari e le passeggiate neofasciste di Forza Nuova e altri gruppi di estrema destra. Il sindaco ha promesso di recintare la piazza. Il 7 ottobre un controllo straordinario ha portato all’identificazione di circa settanta persone e ad alcuni divieti di accesso alle aree urbane. Il 14 ottobre, ha raccontato Linea D’Ombra alla stampa, i volontari hanno lasciato la piazza all’orario imposto: dieci minuti dopo le forze dell’ordine erano lì a controllare i documenti. Chi viola le prescrizioni rischia l’arresto fino a tre mesi. «Speriamo che questa città si risvegli», ha scritto Linea D’Ombra. «In parte questa ostilità è frutto della campagna elettorale, ma chi sta pagando il prezzo più alto sono queste persone che sono lasciate sempre più sole». LA LETTERA A QUESTORA E PREFETTO Per chiedere il ritiro delle prescrizioni, associazioni e volontari hanno scritto una lettera aperta alla questora di Trieste, Lilia Fredella, e al prefetto Giuseppe Petronzi. La lettera è firmata “La Società Civile” ed è aperta alle adesioni di associazioni, reti e singole persone. Facciamo nostre le sue parole e aderiamo come Melting Pot Europa. Qui sotto il testo integrale, si può firmare a questo link.  Oggetto: Richiesta di revisione delle disposizioni relative all’assistenza alle persone migranti in Piazza della Libertà a Trieste Sig.ra Questora, Sig. Prefetto, scriviamo per esprimere la nostra indignazione nel leggere le ulteriori disposizioni che limitano giorni e orari nei quali possiamo prestare assistenza agli esuli della rotta balcanica che raggiungono Piazza della Libertà a Trieste. Riteniamo tali limitazioni inaccettabili. L’assistenza a persone che si trovano in condizioni di estrema fragilità non può essere subordinata agli orari della movida cittadina. Fame e freddo non aspettano che i bar si svuotino per far sentire i loro morsi e la disperazione non si mette in pausa il sabato e la domenica. I migranti che arrivano a Trieste dopo aver attraversato i Balcani non sono un problema da nascondere. Sono esseri umani che hanno lasciato la propria casa, il proprio Paese, la propria lingua e la propria cultura, affrontando pericoli estremi pur di cercare una possibilità di sopravvivenza. Non possiamo accettare che la possibilità di curare delle ferite ed offrire una bevanda calda venga subordinata alla necessità di rendere meno visibile una sofferenza che ci mette a disagio. Non possiamo accettare che il bisogno di tranquillità di chi può tornare a casa, chiudere la porta e ripararsi dalla bora, prevalga sulle necessità primarie di chi non ha un riparo, non ha cibo e non sa a chi rivolgersi. Vogliamo davvero che persone vulnerabili, prive di riferimenti e di informazioni, siano esposte al rischio di affidarsi a trafficanti e sfruttatori perché le reti di solidarietà vengono ostacolate o rese insufficienti? Le esigenze di sicurezza e di gestione degli spazi pubblici non possono diventare un pretesto per comprimere in modo sproporzionato la possibilità di offrire concreta solidarietà. Eventuali criticità devono essere affrontate attraverso il confronto con soluzioni concrete, non attraverso limitazioni che rischiano di lasciare senza sostegno persone già esposte a condizioni estreme. Ci auguriamo che vogliate assumervi la responsabilità di riconsiderare queste disposizioni prima che si possano produrre conseguenze irreparabili. In attesa di un vostro urgente riscontro, porgiamo distinti saluti.
Rifondazione Comunista: su Piazza Libertà e accoglienza
Il 14 ottobre la Questura di Trieste ha inviato alle Associazioni solidali un documento in cui, con lo scopo di “garantire il regolare svolgimento delle attività di socialità, intrattenimento, svago, di libera circolazione e delle iniziative economiche”, si comunica che il permesso per le attività umanitarie con le persone migranti sarà limitato, in Piazza Libertà, dalle 18.00 alle 20.00, esclusi il sabato e la domenica. Si tratta di una limitazione molto grave che, unita ad altri provvedimenti presi nelle scorse settimane (chiusura di edifici e impedimento a usare la pensilina di Porto vecchio dove le persone migranti trovavano un sia pur precario riparo; sgombero di Piazza Libertà dell’8 ottobre, etc.) rendono assai difficile l’intervento di accoglienza in favore di chi proviene dalla durissima “rotta balcanica”. Paradossale, inoltre, l’utilizzo dell’espressione “libera circolazione”, che è quella che anche noi desidereremmo venisse adottata: ma libera circolazione anche delle persone, secondo noi, e non solo delle merci, come invece il sistema dominante vorrebbe. È proprio impedendo questa libera circolazione (anche grazie a corridoi umanitari e/o a facilitazioni burocratiche) che si riempiono i monti, i deserti, i fiumi e i mari di cadaveri. Corridoi umanitari e facilitazioni burocratiche, inoltre, contribuirebbero a eliminare l’azione dei clan malavitosi che lucrano su questa situazione. L’impianto ideologico di sgomberi e ostacoli all’attività di accoglienza è rivendicato dalle attuali forze al governo, in città e in Regione, con dichiarazioni inquietanti di dirigenti della destra leghista, parafascista e sedicente moderata. Rifondazione Comunista denuncia, invece, l’estremismo di tutta questa operazione. Come sosteniamo da anni, il fenomeno strutturale delle migrazioni va affrontato con interventi lungimiranti di accoglienza, di sostegno/cura alle persone transitanti e migranti e, infine, di costruzione di percorsi adeguati (formazione, etc.) Niente di questo è stato fatto, da parte delle istituzioni, da cui vengono solo repressione e ostacoli. Noi come comuniste/i lavoreremo, come abbiamo sempre fatto qui a Trieste e altrove, con tutte le Associazioni coinvolte -cui va la nostra piena solidarietà- e con le forze autenticamente democratiche per cercare soluzioni umane e praticabili a uno scandalo non più sopportabile, che il dispositivo dei recenti provvedimenti aggrava.   Partito della Rifondazione Comunista Federazione di Trieste  Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
October 20, 2026
Pressenza
Lettera al prefetto di Trieste su rischio nucleare
Pubblichiamo la lettera al prefetto di Trieste depositata il 16 ottobre, dopo la conferenza stampa del Coordinamento No Green Pass e Oltre  tenutasi in Piazza Unità alle 11.00. La lettera rientra nella mobilitazione nazionale lanciata dall’associazione PeaceLink. Al Prefetto di Trieste Commissario del Governo Piazza dell’Unità d’Italia 8 Oggetto: richiesta di incontro e di informazioni sui piani di protezione civile e di soccorso sanitario in caso di guerra nucleare. Egregio Signor Prefetto, Le scriviamo per esprimere profonda preoccupazione in merito all’esercitazione nucleare NATO Steadfast Noon. Tale esercitazione NATO è più che prevedibile che innescherà, come contromisura, un’analoga esercitazione nucleare da parte della Russia, con un pericoloso targeting dei bersagli da colpire sul territorio NATO, compresa l’Italia. Le conseguenze di un eventuale conflitto nucleare sarebbero apocalittiche. Ed è per questo che Le scriviamo chiedendole cortesemente di far giungere questa nostra profonda preoccupazione al Governo Italiano. La nostra preoccupazione è condivisa da tutti i cittadini del nostro territorio che in queste ore stanno firmando la campagna “Stop Steadfast Noon” di cui su www.peacelink.it può trovare ampia documentazione. Il Suo diretto interessamento è fondamentale per l’alta rilevanza che una eventuale guerra nucleare potrebbe assumere per l’intera popolazione. Vi sono alcuni aspetti che teniamo a sottolineare. L’esercitazione Steadfast Noon addestra alla guerra nucleare L’esercitazione NATO “Steadfast Noon”, prevista ogni anno a ottobre con la partecipazione di numerosi velivoli e personale militare, è ufficialmente descritta come un’attività di deterrenza in cui si addestra il personale all’impiego di armi nucleari, pur senza utilizzarne di reali. Riteniamo che, per quanto simulata, un’esercitazione di questo tipo sia finalizzata ad addestrare concretamente alla guerra nucleare e contribuisca a normalizzare anche la percezione pubblica di scenari di conflitto atomico. La NATO non esclude il “first use” La dottrina dell’Alleanza Atlantica continua a riservarsi la possibilità di un primo uso (“first use”) delle armi nucleari, come confermato in documenti ufficiali. Questa impostazione, lungi dal ridurre il rischio, mantiene aperta la possibilità di un’escalation nucleare, in presenza di una deliberata politica di cosiddetta “ambiguità strategica”, con conseguenze catastrofiche per la popolazione civile. Non meno pericolosa è la dottrina della Russia. Armi nucleari in Italia L’Italia ha ratificato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare con la legge 24 aprile 1975, n. 131, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 113 del 30 aprile 1975. L’articolo II del Trattato stabilisce che «ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari». Eppure, in Italia sono presenti armi nucleari statunitensi, stimate in diverse decine di bombe B61-12, dislocate presso la base di Aviano (Pordenone) e la base di Ghedi (Brescia). La crisi di Kaliningrad Il 18 agosto 2026 vi è stata una esercitazione NATO senza preavviso, che è stata percepita da Mosca come una simulazione di isolamento dell’enclave di Kaliningrad. Il presidente russo ha detto che prenderebbe in considerazione l’uso di “tutti i tipi di armi” se l’enclave di Kaliningrad diventasse obiettivo militare, ribadendo che Mosca “non ha intenzione di attaccare nessuno”. (Euronews 2/10/2026) L’allarme degli scienziati Nel 2026 l’Orologio dell’Apocalisse (Doomsday Clock) del Bulletin of the Atomic Scientists segna 85 secondi alla mezzanotte, il punto più vicino alla fine del mondo simbolica mai registrato nella storia di questo orologio. Un inquietante precedente Nel marzo del 1989, il governo della Germania Ovest si rifiutò di eseguire un finto attacco nucleare durante l’esercitazione NATO. Secondo quanto riportato da fonti storiche e giornalistiche come il Der Spiegel, il governo tedesco-occidentale bloccò la simulazione dopo aver appreso che il piano prevedeva il sacrificio di un numero elevato di cittadini. L’esercitazione nucleare fu stoppata. Ed è quello che chiediamo anche alla luce della totale assenza di informazione circa le perdite civili. Tanto premesso passiamo alla nostra richiesta. Chiediamo di conoscere i piani di emergenza per la popolazione in caso di guerra nucleare. Alla luce di quanto sopra, Le chiediamo formalmente: *  se esistono piani di emergenza provinciali e comunali specificamente predisposti per scenari di guerra nucleare e destinati alla tutela della popolazione civile; *  se è prevista un’informazione preventiva per la popolazione; * di poter ricevere tale informazione preventiva a protezione della popolazione. Facciamo presente che gli effetti catastrofici della catena di conseguenze originate anche sul lancio di una sola arma nucleare tattica sono state già analizzate dall’Università di Princeton con uno scenario a dir poco apocalittico. Richiesta di incontro Come cittadini impegnati nei movimenti per i diritti civili e la pace, richiediamo di essere ricevuti dal Signor Prefetto per presentare formalmente le nostre preoccupazioni – da comunicare ufficialmente al Governo Italiano – e per ottenere risposte scritte ai quesiti sopra indicati. Dell’iniziativa viene informata la stampa, e pertanto attribuiamo particolare importanza all’attenzione che il Signor Prefetto vorrà riservare a una questione vitale che riguarda la sicurezza e la vita di tutti i cittadini e delle future generazioni. In attesa di un cortese riscontro, porgiamo distinti saluti. Trieste, 13 ottobre 2026 A nome del Coordinamento No Green Pass e Oltre (nogreenpasstrieste@riseup.net) Marco Bertali Patrizia Biasini Alessandro Capuzzo Tito Detoni Pierumberto Starace Pamela Volpi Redazione Friuli Venezia Giulia
October 19, 2026
Pressenza
Piazza della Libertà a Trieste: sicurezza pubblica, volontariato e diritti costituzionali (terza parte)
Continua dalla seconda parte. Sul piano sovranazionale, merita attenzione anche l’articolo 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutela la libertà di riunione pacifica e di associazione. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte sottolineato che le restrizioni alle riunioni pacifiche devono rispondere a un’esigenza sociale imperiosa ed essere proporzionate allo scopo perseguito. Nella sentenza Kudrevičius e altri contro Lituania, del 15 ottobre 2015, la Grande Camera ha affrontato il rapporto tra libertà di manifestazione, interferenze con la circolazione e margine di apprezzamento delle autorità nazionali. La giurisprudenza convenzionale non esclude che una manifestazione possa essere limitata quando provochi gravi interferenze con i diritti altrui. Esige però che la risposta pubblica sia giustificata dalle circostanze concrete e non da un’automatica prevalenza delle esigenze di ordine pubblico su ogni altra libertà. Nella vicenda di Piazza della Libertà emerge inoltre un problema che supera il perimetro della disciplina delle manifestazioni: il rapporto tra marginalità, immigrazione e sicurezza urbana. La presenza di persone migranti, richiedenti protezione internazionale o prive di un alloggio adeguato non costituisce, di per sé, una minaccia per la sicurezza pubblica. L’articolo 3 della Costituzione impone il rispetto del principio di eguaglianza e vieta discriminazioni arbitrarie. L’articolo 10, terzo comma, riconosce il diritto d’asilo nei termini stabiliti dalla Costituzione, mentre l’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo. Anche gli articoli 2 e 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo assumono particolare importanza quando le condizioni materiali di persone vulnerabili espongano a rischi per la vita o a trattamenti inumani o degradanti. La gestione delle persone migranti e senza dimora richiede pertanto politiche capaci di coniugare sicurezza, accoglienza, assistenza sanitaria, servizi sociali e accesso alle procedure di protezione internazionale. Se una piazza diventa stabilmente il luogo nel quale si concentrano bisogni umanitari non soddisfatti, il problema non può essere risolto esclusivamente attraverso ordinanze, controlli e limitazioni orarie. Occorre interrogarsi sulle condizioni strutturali che determinano quella concentrazione: la disponibilità di strutture di accoglienza, l’accessibilità dei servizi, la tempestività delle procedure amministrative e l’effettiva capacità delle istituzioni di intercettare le situazioni di vulnerabilità. È proprio in questa prospettiva che considero necessario riconoscere il valore del lavoro svolto dai volontari della Piazza del Mondo. Non perché le loro iniziative debbano sottrarsi al rispetto delle regole, ma perché il loro intervento rende visibili bisogni che altrimenti rischierebbero di restare senza risposta. Un ordinamento democratico deve saper distinguere tra comportamenti individuali che costituiscono un pericolo concreto e situazioni di marginalità che richiedono protezione sociale. Confondere i due piani significa rischiare di trasformare la vulnerabilità in un problema di ordine pubblico. Resta inoltre una questione di trasparenza amministrativa. Per una valutazione giuridica completa del provvedimento del 14 ottobre sarebbe necessario acquisirne il testo integrale, verificare la precisa formulazione delle prescrizioni, la loro durata, i destinatari e gli eventuali rimedi indicati. L’accesso alla documentazione amministrativa può essere valutato alla luce degli articoli 22 e seguenti della legge 7 agosto 1990, n. 241, ove sussistano i relativi presupposti, nonché delle forme di accesso civico previste dall’articolo 5 del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, nel rispetto delle eccezioni e dei limiti applicabili. Senza tali elementi, affermare categoricamente che l’atto sia illegittimo sarebbe giuridicamente prematuro. Sarebbe però altrettanto improprio considerare ogni limitazione automaticamente legittima per il solo fatto di essere stata adottata da un’autorità di pubblica sicurezza. La legalità amministrativa richiede motivazioni verificabili, rispetto delle competenze, corretta individuazione dei presupposti normativi e possibilità di sindacato giurisdizionale. La vicenda di Piazza della Libertà pone infine una domanda che considero centrale per il futuro di Trieste: quale modello di sicurezza urbana intendiamo costruire? Una città sicura non è necessariamente una città nella quale le persone più fragili diventano meno visibili. È una città nella quale i comportamenti pericolosi vengono contrastati, i diritti di tutti sono rispettati e le istituzioni assumono la responsabilità di affrontare le cause sociali delle situazioni di marginalità. La sicurezza non può essere contrapposta alla solidarietà come se si trattasse di valori reciprocamente incompatibili. Entrambe possono concorrere alla tutela della dignità umana, purché l’esercizio del potere pubblico rimanga entro i confini della legalità costituzionale. Per questo ritengo che la questione non debba essere ridotta a uno scontro tra Questura e volontari. È necessario un confronto istituzionale trasparente, fondato su dati verificabili, sulle esigenze concrete del territorio e sul riconoscimento dell’utilità sociale dell’assistenza umanitaria. Piazza della Libertà non dovrebbe diventare il simbolo di una contrapposizione permanente tra ordine pubblico e diritti fondamentali. Potrebbe invece rappresentare il luogo nel quale Trieste dimostra di saper governare una realtà complessa senza rinunciare ai principi costituzionali. Perché la misura della civiltà giuridica di una comunità non si riconosce soltanto dalla sua capacità di far rispettare le regole, ma anche dal modo in cui quelle regole vengono applicate nei confronti di chi dispone di meno strumenti per difendere i propri diritti. Valeria Sirigu
October 19, 2026
Pressenza
Piazza della Libertà a Trieste: sicurezza pubblica, volontariato e diritti costituzionali (seconda parte)
Continua dalla prima parte. In quest’ultima ipotesi emergerebbero questioni ulteriori, riguardanti non soltanto la libertà di riunione, ma anche la libertà di circolazione, la libertà di associazione e l’autonomia delle attività solidaristiche. L’articolo 16 della Costituzione tutela la libertà di circolazione e soggiorno dei cittadini, ammettendo limitazioni generali stabilite dalla legge per motivi di sanità o sicurezza. L’articolo 18 riconosce la libertà di associazione, mentre l’articolo 2 afferma il principio di solidarietà politica, economica e sociale. A tali disposizioni si aggiunge l’articolo 118, quarto comma, della Costituzione, che impone alle istituzioni di favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà. Il volontariato non è quindi una presenza estranea all’architettura costituzionale. Al contrario, rappresenta una delle modalità attraverso le quali il principio solidaristico assume concretezza nella vita collettiva. Il decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117, recante il Codice del Terzo settore, riconosce espressamente il valore e la funzione sociale degli enti del Terzo settore, dell’associazionismo e dell’attività di volontariato. In particolare, gli articoli 5 e 17 assumono rilievo rispettivamente per le attività di interesse generale e per la disciplina dell’attività volontaria. Naturalmente, il riconoscimento costituzionale e legislativo della solidarietà non attribuisce alle associazioni un’esenzione generale dalle norme sull’ordine pubblico. Impone, però, che eventuali restrizioni siano fondate su presupposti giuridici appropriati e non sulla semplice circostanza che l’attività assistenziale richiami persone in condizioni di marginalità. Proprio su questo punto interviene la comunicazione trasmessa via PEC il 16 ottobre 2026 dalla presidente di Linea d’Ombra ODV, Lorena Fornasir, alla Questura di Trieste. Nella lettera, l’associazione manifesta profonda incomprensione rispetto alla scelta di limitare la propria presenza in Piazza della Libertà a due ore giornaliere, sottolineando che l’assistenza viene prestata da circa sette anni in maniera spontanea e non programmata, secondo i bisogni delle persone incontrate. La presidente osserva che le necessità umanitarie non si manifestano esclusivamente tra le ore 18 e le ore 20 e chiede di poter riprendere l’attività, ove necessario, proponendo la fascia compresa tra le ore 19 e le ore 22, ritenuta maggiormente compatibile con le esigenze operative dell’associazione. Alla comunicazione risultano allegati i moduli TULPS relativi alla settimana dal 19 al 25 ottobre. Questa lettera rappresenta un documento particolarmente significativo perché introduce una questione che non può essere trascurata nell’analisi della proporzionalità: l’assistenza umanitaria, soprattutto quando è rivolta a persone prive di una dimora stabile, non segue necessariamente orari predeterminati. Chi arriva in una città dopo un lungo viaggio, chi necessita di indumenti, orientamento o sostegno immediato, non può sempre programmare il proprio bisogno sulla base delle fasce orarie stabilite per una manifestazione. Da ciò non deriva automaticamente l’illegittimità di una prescrizione amministrativa. Deriva, piuttosto, la necessità di distinguere l’organizzazione di un presidio pubblico dall’ordinaria attività di assistenza svolta da singoli volontari o da un’associazione. È una distinzione che dovrebbe essere chiarita anche dall’amministrazione, per evitare che prescrizioni riguardanti una manifestazione vengano interpretate come un divieto indistinto di solidarietà. Sotto il profilo amministrativo, il principio di proporzionalità costituisce uno dei parametri fondamentali per valutare la legittimità delle limitazioni ai diritti. Esso trova riconoscimento nell’ordinamento europeo, anche attraverso l’articolo 52, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, nei limiti del suo ambito di applicazione, ed è consolidato nell’elaborazione giurisprudenziale relativa all’esercizio dei poteri pubblici. La proporzionalità richiede, in sostanza, che una misura sia idonea al perseguimento dello scopo legittimo, necessaria rispetto alle alternative concretamente disponibili e non eccessivamente gravosa rispetto al beneficio pubblico perseguito. Per valutare il provvedimento triestino occorrerebbe dunque conoscere quali specifici episodi abbiano giustificato le restrizioni, quale relazione sia stata individuata tra tali episodi e l’iniziativa comunicata, e perché eventuali strumenti meno limitativi siano stati considerati insufficienti. Il riferimento generico a pregresse criticità non consente, da solo, di risolvere questi interrogativi. La sufficienza della motivazione deve essere valutata esaminando l’intero atto e gli eventuali elementi istruttori sui quali esso si fonda. L’articolo prosegue nella “terza parte”. Valeria Sirigu
October 18, 2026
Pressenza