Tag - friuli-venezia giulia

Commemorare Hiroshima e Nagasaki oggi: presidio alla base militare statunitense di Aviano
IL 6 E IL 9 AGOSTO 1945 L’AERONAUTICA MILITARE STATUNITENSE SGANCIAVA DUE BOMBE NUCLEARI SU HIROSHIMA E NAGASAKI. DOMENICA, 9 AGOSTO 2026, IL TAVOLO PER LA PACE DI PORDENONE HA ORGANIZZATO UN PRESIDIO DI COMMEMORAZIONE DAVANTI ALLA BASE MILITARE STATUNITENSE DI AVIANO. PUBBLICHIAMO L’INTERVENTO PORTATO DA MIRIA PERICOLOSI E LUCA ALBERTI ARCHETTI PER L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ. Miria Pericolosi esordisce affermando che «commemorare è un viaggiare nel tempo tra passato e presente, un’occasione preziosa per imparare collettivamente». L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, come molte altre realtà, anche prima della sua nascita, sta “vedendo” i pericoli della deriva bellicista di questo presente e perciò si avverte una responsabilità che deriva da questa conoscenza, al punto di essere presenti ad Aviano per portare questa testimonianza. Luca Alberti Archetti, in un discorso accorato, ricorda: «Dieci anni fa ero uno studente universitario in trasferta in Giappone. Ero ospite dell’Università di Kyoto per un periodo di ricerca di due mesi. Ero là perché pieno di dubbi sulla strada da intraprendere in questo mondo. Oggi lavoro come matematico e come docente di scuola media. Non che i dubbi si siano dipanati ma, ripensando ora a quel periodo, noto invece anche una certa fermezza. Un qualcosa che portò quella persona che ero a arrivare una mattina, con una biciclettina che era la versione giapponese della “Graziella”, all’autostrada a est di Kyoto, scavalcare e posizionarmi all’area di sosta in attesa di un passaggio. Aspettai due ore. Poi, una coppia mi diede attenzione. Erano le 8.20 di mattina del 6 agosto. Appena salito in macchina, condivisero con me la loro colazione, una frittata e degli onigiri, quelle pallette di riso con un ripieno o di tonno cotto o di altre cose. E poi partimmo. Un solo passaggio fino alla destinazione, più di 350km di distanza, e loro non parlavano inglese e io non parlavo giapponese, ma comunicavamo. Ci capivamo. Loro andavano in vacanza, molto più a sud, ma invece che lasciarmi all’area di sosta decisero di uscire dall’autostrada. Mi offrirono il pranzo. E mi lasciarono davanti al Museo commemorativo della pace di Hiroshima. Ce l’avevo fatta. Era il 6 agosto 2016 ed ero a Hiroshima. Il resto del giorno è stato difficile. Condivido un solo un frammento, che trascrissi su un mio diario per non dimenticare. Sotto lo splendore azzurrino pezzi di pelle cadono. Nei miei occhi rossi di sangue il sole è scuro. Sulla sabbia sottile scappavo sostenendo le mie gambe tremolanti con un bastone di bambù. Una madre con la carne cadente e le ossa esposte, tra le braccia un bimbo morto, era piegata sulla strada vomitando qualcosa di nero. "Ho caldo, ho caldo, mamma", gli occhi deformati i vestiti bruciati dai raggi termici pulendosi la schiuma di sangue, uno studente di scuola media girava contorcendosi. Con i capelli ritti e le braccia rivolte al cielo morto o vivo, uomo o donna, un volto grigio galleggiava sul fiume. Nel prosieguo dell’intervento, Miria Pericolosi precisa che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle Università è un’associazione di scopo che denuncia la penetrazione dei valori bellicisti nei luoghi della formazione. In Italia e nei vari Paesi europei sempre più presente è una progettata ingerenza militarista volta alla costruzione di una identità collettiva nuova e funzionale alla guerra, basata sulla sua normalizzazione e sull’elogio delle forze armate in contesti scolastici di totale assenza di contraddittorio. Essere alla base di Aviano il 9 agosto significa ricordare che nel 1945, ottantuno anni fa, gli Stati Uniti iniziarono l’era nucleare, lanciando due bombe atomiche, su Hiroshima e Nagasaki, decidendo di bruciare due centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini, a dimostrazione, come dicono attenti studi storici, della potenza degli Stati Uniti, della propria capacità di dominio seminando terrore. Dopo il 1945 il possesso di armi nucleari divenne priorità per altre potenze mondiali e da allora siamo entrati nell’era della deterrenza nucleare, in un «folle equilibrio del terrore in cui il mondo ha vissuto per decenni e vive tuttora». Un equilibrio che si fonda sul possesso di tecnologie sufficienti ad essere più veloci nella controffensiva e che oggi, l’uso dell’intelligenza artificiale, se non regolamentata come richiesto da Organizzazioni internazionali, rischia di alterare velocizzando le decisioni strategiche, riducendo il tempo di reazione umana e il margine di errore, costituendo un possibile rischio di catastrofe nucleare. È da ricordare, tra parentesi, che i Paesi nucleari NATO si riservano di poter usare armi atomiche anche in risposta a un attacco convenzionale a sé o ai loro alleati. L’Osservatorio segue e denuncia questa costruzione da parte delle istituzioni della “cultura della difesa”, della “Cultura del Nemico”, dell’insicurezza e della paura, della logica identitaria, di un mondo chiuso alla diversità, dell’obbedienza senza coscienza. In questo momento i governanti sono concordi e uniti sulle politiche di guerra e sulla rincorsa “all’Europa della difesa”; sono alla ricerca di finanziamenti per quei settori giudicati prioritari per la futura industria delle armi europea. Essi giustificano questo preoccupante declino verso la guerra come necessità per gli Stati europei di fornire maggiori contributi alla sicurezza collettiva, potenziando le imprese di guerra e la ricerca nel settore della difesa, essenziale per colmare i divari tecnologici atti ad affrontare, secondo i vertici militari, le manifatture militari e i vertici della Difesa, il Nemico prospettato. In questa deriva guerrafondaia, l’Osservatorio propone l’Obiezione di Coscienza che deve essere totale e farsi scelta collettiva e in tutti gli ambiti della società civile: * nel mondo del lavoro per il diritto di rifiutare la produzione e il trasporto degli armamenti; * nella ricerca per il diritto di sottrarsi a progetti “dual-use” o a scopi bellici; * in tutta la società come barriera civile contro un sistema che prepara il Paese allo stato di guerra. L’Osservatorio invita a mettere in atto azioni di disubbidienza civile contro tutte le misure adottate dal Governo italiano e dalle altre istituzioni nazionali ed europee per la militarizzazione della società, incluso il ritorno alla leva obbligatoria in qualsiasi forma e alla schedatura di massa dei ragazzi e ragazze. L’invito è quello di seguire quel “ripudio della guerra” espresso nell’art.11 della Costituzione rifiutando qualsiasi ipotesi di difesa militare e civile funzionale o complementare alla logica bellica. Luca Alberti Archetti ricorda, inoltre, che nel 1983, a Comiso, durante la protesta contro l’installazione di 112 missili nucleari, il fisico pacifista e nonviolento Giovanni Salio diceva che non è affatto vero che il totalitarismo, anche estremo come nel caso di Hitler, sia monolitico e invincibile. Anch’esso, come tutte le forme di potere, si regge sul consenso e sulla collaborazione. Il progetto di sterminio degli ebrei fallì proprio là dove le tradizioni democratiche erano più radicate e autentiche e la popolazione e i funzionari non collaborarono, per cui Luca conclude che «Anche noi oggi con la nostra collaborazione, stiamo costruendo, come diceva Salio, una gigantesca macchina da guerra simile a quella prodotta dal popolo tedesco nella seconda guerra mondiale, che si regge sul nostro consenso, sulla nostra partecipazione quotidiana».  D’altra parte, però, queste evidenze rivelano che di fronte al problema della guerra tutti e tutte potrebbero essere obiettori. Salio indicava esplicitamente una via per costruire un’alternativa. Bisogna partire dalla rottura e dal ribaltamento di quella partecipazione su cui si basa il consenso che sostiene la guerra e il riarmo. Secondo il Capo di stato maggiore della Difesa Luciano Portolano, convocato per un’audizione in Parlamento il 21 maggio dell’anno scorso, il nostro presente è di nuovo come quello di Comiso, in piena Guerra Fredda. Portolano dice più o meno così: «Dall’89 al 2022 facevamo [intendendo come forze armate italiane] delle operazioni operazioni militari internazionali di “pace”. Mentre ora la fase è cambiata, ora dobbiamo tornare a fare “deterrenza” e “difesa totale” come durante la Guerra Fredda». È nostra responsabilità condividere l’urgenza di affermare che la difesa totale è la dottrina militare su cui si basano Portolano, l’UE e la NATO. Secondo questa dottrina, ogni civile, perfino quello pacifista e nonviolento, può trovare un posto riservato per lui per partecipare alla macchina della guerra. Per l’Osservatorio, ogni forma di sostegno civile alla guerra va rifiutata: ecco da dove arriva la proposta dell’obiezione di coscienza totale e collettiva. Dall’altra parte, vi è una subdola strumentalizzazione dell’idea stessa di “difesa”. Non basta più volersi “difendere”. In un presente in cui lo Stato italiano vuole andare alla guerra, l’art. 52 rivela i suoi limiti. Quello che allora venne scritto come “sacro dovere del cittadino”, e cioè “la difesa della Patria”, va oggi sostituito con la difesa dell’umanità, “la difesa dell’umanità contro la guerra“. È in questa prospettiva che ci siamo ritrovati a Londra il 20 giugno, alla Conferenza Internazionale contro la Guerra. L’analisi condivisa è che le Governances occidentali vogliono portare il mondo alla guerra. A Londra si è manifestata un’unità attraverso la diversità. Come per le manifestazioni contro l’invasione dell’Iraq nel 2003 e contro il genocidio in Palestina lo scorso autunno, prendiamo atto del costituirsi di una “opiniona pubblica mondiale” che dal basso rifiuta la guerra e l’oppressione. Siamo davanti a un cambio di ordine mondiale, in cui l’Occidente, che per secoli ha dominato con un potere violento, patriarcale e coloniale, si trova ora a dover cedere il passo alle “periferie del mondo”. Non lo farà spontaneamente e la forma del suo rifiuto è la guerra. Quella guerra che uccide, prima dei vertici, le popolazioni. Sia quelle del Nemico di turno, nemico con la N maiuscola, sia le “sue”. Perché le guerre di oggi sono fatte di terrorismo di stato, di stragi di civili.  È così che ci ritroviamo, 81 anni dopo, di nuovo alla prima settimana di agosto 1945, quando si decideva di lanciare una bomba nucleare sulla gente giapponese anche per fermare la Russia. Si decideva di lanciare una arma nuova, che corrispondeva necessariamente alla strage, per motivi politici: per poter mantenere un ordine mondiale a proprio favore. Tuttavia, ottantuno anni dopo, con Londra, con la Flotilla, con lo sciopero internazionale dei portuali chiamato per il prossimo 30 ottobre, vediamo il trasformarsi di quella che era un’opinione pubblica mondiale in quello che vogliamo essere un “soggetto politico mondiale”: i popoli in solidarietà fra essi, contro la guerra e contro l’oppressione, vigili e capaci di “difendersi”. È questo il contributo che dal mondo vogliamo portare qui oggi e nelle nostre scuole a settembre. UN’OBIEZIONE TOTALE E COLLETTIVA PER DIFENDERE. DIFENDERE NON LA PATRIA, MA L’UMANITÀ. DIFENDERE NON DAL NEMICO, MA DALLA GUERRA. Miria Pericolosi e Luca Alberti Archetti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Per contattarci: osservatorionomili@gmail.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Oltre le code
KHANDWALARM 1 Tra maggio e giugno sono emersi cambiamenti significativi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le lunghe file davanti alla Questura di Trieste, che nel 2025 avevano rappresentato uno degli aspetti più visibili delle criticità nell’accesso alla procedura d’asilo, si sono sensibilmente ridotte. Tale mutamento, tuttavia, non sembra corrispondere a una diminuzione degli arrivi o delle richieste di protezione internazionale. Le persone continuano ad arrivare in città, a vivere in condizioni di precarietà e a manifestare la volontà di accedere alla procedura. Pare piuttosto che una parte di esse abbia scelto di considerare Trieste esclusivamente come luogo di transito oppure di rivolgersi ad altre Questure vicine, come sembrano indicare le lunghe file registrate davanti alla Questura di Udine. Se questa interpretazione fosse confermata, non ci troveremmo di fronte alla soluzione del problema, bensì al suo spostamento territoriale. A ridursi non sarebbero gli arrivi, ma la concreta possibilità di accedere ai diritti in uno specifico contesto amministrativo. In questo quadro, la diminuzione delle file davanti alla Questura non può essere automaticamente interpretata come un dato positivo. Se essa rappresenta l’effetto delle pratiche di deterrenza che negli ultimi anni hanno reso sempre più difficile l’accesso alla procedura d’asilo, inducendo le persone a rinunciare, attendere indefinitamente o rivolgersi ad altre sedi, allora non si è in presenza di una soluzione, ma di una progressiva invisibilizzazione del problema. DOCUMENTI E ACCESSO ALLA PROCEDURA: IL RISCHIO DI TRASFORMARE UN REQUISITO ILLEGITTIMO IN CRITERIO SELETTIVO A questa lettura si aggiunge un ulteriore elemento di osservazione emerso nelle settimane successive all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, divenuto operativo il 12 giugno. Le più recenti rilevazioni indicano che la Questura di Trieste sta sperimentando una nuova modalità di gestione dell’accesso alla procedura d’asilo, basata sulla calendarizzazione degli appuntamenti per la formalizzazione della domanda. L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre la presenza di lunghe code davanti agli uffici e di rendere più ordinato il flusso delle richieste. Le ultime attività di monitoraggio sembrano evidenziare un cambiamento anche nelle modalità di accesso alla procedura. Se in passato la selezione iniziale appariva spesso fondata sulla nazionalità dichiarata, nelle ultime settimane il possesso di documenti identificativi sembra essere divenuto il principale criterio di accesso al sistema di presa in carico. In particolare, alle persone in grado di esibire un passaporto o almeno una copia dello stesso viene consegnato un modulo cartaceo contenente l’indicazione di un successivo appuntamento per la formalizzazione della domanda di asilo. Le persone prive di tale documento, invece, risulterebbero frequentemente allontanate senza ottenere alcuna registrazione della propria richiesta. Si tratta di una prassi che, al di là dei cambiamenti introdotti con i nuovi decreti, è da continuare a ritenersi incompatibile con il quadro normativo nazionale ed europeo secondo cui: > la volontà di chiedere asilo può essere espressa oralmente e indipendentemente > dalla disponibilità di documenti di identità. > > art. 6 D.lgs. 25/2008; art. 8 Direttiva 2013/32/UE Nonostante la normativa vigente e la consolidata giurisprudenza 2 abbiano chiarito che la Questura non può subordinare il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno all’esibizione del passaporto, tale requisito sembra essere divenuto il principale criterio di selezione per l’accesso alla procedura. Si assiste così a un’inversione della logica sottesa al quadro normativo: una prassi ripetutamente ritenuta illegittima viene applicata come criterio ordinario di gestione dell’accesso, pur continuando a risultare priva di fondamento giuridico. “ALLEGGERIRE LE QUESTURE”, LA CALENDARIZZAZIONE DEGLI APPUNTAMENTI E IL RUOLO DEGLI ENTI ESTERNI Ulteriori criticità emergono in riferimento ai moduli cartacei utilizzati per l’assegnazione degli appuntamenti, che risultano essere in alcuni casi prestampati e, in altri, persino compilati manualmente. Dalle osservazioni raccolte risulta infatti che tali documenti non riportano la data del loro rilascio; questa omissione non rappresenta un mero aspetto formale, ma può assumere rilevanza sostanziale nella ricostruzione della vicenda amministrativa del richiedente. In assenza di una data certa, diviene infatti difficile dimostrare il momento in cui la persona ha manifestato la volontà di chiedere protezione internazionale e ha tentato di accedere alla procedura. La mancanza di una prova documentale della prima interlocuzione con l’amministrazione rischia pertanto di indebolire la posizione del richiedente qualora, in un momento successivo, sorgano contestazioni relative al rispetto dei termini procedurali – soprattutto in relazione alle procedure accelerate e di frontiera – o all’eventuale ritardo nella formalizzazione della domanda. Oltre a ciò, questa prassi rende ancora più difficile l’accesso al sistema di accoglienza, già fortemente precario sul territorio triestino. L’accoglienza dovrebbe infatti essere garantita fin dalla manifestazione della volontà di richiedere protezione internazionale (art. 1, comma 2, D.lgs. 142/2015). Tuttavia, in assenza di una data sul documento rilasciato dalla Questura, diventa estremamente difficile dimostrare il momento in cui tale volontà è stata formalmente espressa e, di conseguenza, far valere il diritto all’accoglienza. La concreta organizzazione del sistema appare comunque ancora poco chiara. Dalle osservazioni effettuate emerge che la fase di assegnazione degli appuntamenti si concentra in una finestra temporale estremamente ridotta, tra le 7 e le 8 del mattino, e che in tale arco di tempo vengono esaurite le disponibilità previste. La stessa Questura ha definito l’attuale modalità come una fase sperimentale. «Per ora il sistema della calendarizzazione degli appuntamenti, che in un secondo momento potrebbe essere affidato a una realtà esterna, lo stiamo gestendo direttamente noi per capire quali possono essere le criticità, quanto va tenuta aperta l’agenda, come il servizio possa essere reso il più performante possibile. Alla fine della sperimentazione faremo delle valutazioni». – Lilia Fredella Tale dichiarazione assume particolare interesse alla luce delle informazioni che circolano tra gli operatori del settore e che, pur non avendo ancora trovato conferme ufficiali, prospettano la possibilità che alcune attività connesse alla formalizzazione della domanda possano in futuro essere affidate a soggetti esterni, quali i patronati. Una simile modalità, che prevede l’affidamento a un soggetto terzo di una fase della procedura d’asilo, trova già alcune forme di sperimentazione attraverso l’introduzione di strumenti come l’applicazione «Prenota Facile», attiva in alcune città italiane. Si tratta di una piattaforma istituzionale gestita dagli uffici immigrazione delle Questure, ma il cui utilizzo potrebbe in prospettiva essere demandato ad altri enti, come ipotizzato anche nel caso di Trieste con riferimento a soggetti del territorio con l’obiettivo dichiarato di alleggerire il carico amministrativo degli uffici. L’esperienza delle città in cui tale sistema è già stato sperimentato evidenzia tuttavia il rischio che tali strumenti possano tradursi in un ulteriore livello burocratico, introducendo nuovi passaggi amministrativi e allungando i tempi di attesa, invece di garantire un accesso più rapido ed effettivo alla procedura di protezione internazionale. Si tratta di uno scenario che merita attenzione, poiché potrebbe incidere profondamente sulle modalità concrete di accesso alla procedura viste anche le novità sulla distribuzione delle responsabilità tra amministrazione e richiedenti. IL NUOVO PATTO EUROPEO: NASCONDERE GLI OSTACOLI, LEGITTIMARE LE CARENZE E SPOSTARE LA RESPONSABILITÀ SUL RICHIEDENTE Le novità introdotte dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo sembrano infatti orientarsi verso una distinzione più marcata tra il momento della manifestazione di volontà, quello della registrazione della domanda e quello della sua successiva formalizzazione. La disciplina della manifestazione di volontà di chiedere protezione internazionale rimane ancora poco definita sotto il profilo operativo. Da un lato, rappresenta un elemento positivo il fatto che non siano state introdotte particolari formalità per la sua presentazione: continua infatti a essere sufficiente una manifestazione anche esclusivamente orale, rivolta a qualsiasi autorità competente, e permane la possibilità di trasmetterla mediante PEC. Dall’altro lato, resta irrisolto il profilo relativo alle modalità attraverso cui il richiedente potrà dimostrare di avere effettivamente manifestato la propria volontà. Non è infatti ancora chiaro se, e in quale forma, l’amministrazione rilascerà un’attestazione dell’avvenuta manifestazione di volontà, idonea a documentare l’acquisizione dello status giuridico di richiedente protezione internazionale e a individuare con certezza il dies a quo della procedura. L’assenza di una prova documentale rischia di determinare rilevanti difficoltà probatorie qualora sorgano contestazioni sull’effettiva presentazione della richiesta o sul rispetto dei termini procedurali. Le autorità dovranno poi ricevere la manifestazione di volontà e procedere alla registrazione della domanda, nuovo passaggio introdotto dal patto, che dovrà avvenire entro cinque giorni dalla manifestazione della volontà, termine estensibile fino a un massimo di quindici giorni in caso di arrivi ingenti. La successiva formalizzazione della domanda, invece, sembra assumere una natura diversa rispetto al passato, configurandosi come onere a carico del richiedente e si prevede debba avvenire nel termine di ventuno giorni dalla registrazione, sempre tramite Modulo C3. Se finora la formalizzazione, una volta manifestata la volontà di chiedere protezione internazionale, ricadeva essenzialmente nella sfera di responsabilità dell’amministrazione, il nuovo assetto sembra accentuare il ruolo attivo richiesto al richiedente per il completamento della procedura. Sebbene sia ancora troppo presto per comprendere quali saranno gli effetti concreti di tali cambiamenti, l’esperienza degli ultimi anni induce a interrogarsi sui rischi che potrebbero derivare da un sistema nel quale il mancato perfezionamento della procedura possa essere più facilmente imputato al richiedente. Se in passato le limitazioni all’accesso alla domanda di asilo derivavano spesso da comportamenti amministrativi incompatibili con gli obblighi di legge, il nuovo assetto rischia di rendere meno visibili tali ostacoli ed eventuali prassi illegittime, trasferendo sul richiedente il peso delle conseguenze derivanti dalla mancata formalizzazione. Pare infatti che tra i nuovi «obblighi di collaborazione» posti a carico del richiedente rientri proprio l’attivazione per la formalizzazione della domanda «a condizione che ne sia data la possibilità effettiva», formulazione che lascia ampi margini di incertezza interpretativa. La mancata formalizzazione della domanda potrebbe, inoltre, essere considerata un’ipotesi di ritiro implicito della richiesta di protezione internazionale. Si tratterebbe di una conseguenza particolarmente gravosa, poiché il ritiro determina la chiusura della procedura e comporta che un’eventuale nuova domanda sia qualificata come reiterata, con la conseguente applicazione di un regime procedurale più restrittivo, generalmente caratterizzato dal ricorso alle procedure accelerate con garanzie significativamente ridotte. La clausola della «possibilità effettiva» rappresenta, almeno sul piano teorico, la principale garanzia a tutela del richiedente. Si tratta, tuttavia, di una formulazione che non offre criteri sufficientemente definiti, poiché non chiarisce quando tale possibilità possa ritenersi concretamente garantita né quali strumenti il richiedente possa utilizzare per dimostrare di essersi diligentemente attivato. Resta pertanto da chiarire quali elementi debbano essere considerati per accertare che l’amministrazione abbia realmente posto la persona nelle condizioni di adempiere all’obbligo di formalizzazione. Qualora una persona abbia manifestato la propria volontà di chiedere protezione internazionale ma non sia riuscita a formalizzare la domanda per ragioni indipendenti dalla propria volontà – ad esempio per l’impossibilità di ottenere un appuntamento, per l’esaurimento delle disponibilità giornaliere o per altri ostacoli organizzativi – sarà fondamentale comprendere quali strumenti potranno essere utilizzati per dimostrare tali circostanze. La questione assume particolare rilievo alla luce delle prassi già osservate a Trieste. Se al richiedente viene consegnato un semplice foglio con l’indicazione di un appuntamento, privo della data di registrazione, non tradotto in una lingua comprensibile e privo di adeguate garanzie documentali, e se, una volta presentatosi all’appuntamento, questo viene rifiutato o rinviato – come risulta essere già accaduto, ad esempio, in casi in cui la data dell’appuntamento era stata annotata manualmente e successivamente ritenuta non valida – il rischio è che decorra inutilmente il termine previsto per la formalizzazione. In una simile situazione, il richiedente potrebbe dover dimostrare non di aver mancato all’obbligo di formalizzazione, ma che non gli è stata concretamente garantita la possibilità di completare la procedura per ragioni non dipendenti dalla propria volontà. Resta dunque da vedere quale sarà l’orientamento della giurisprudenza rispetto a queste nuove modalità di gestione della procedura e in che misura i giudici saranno chiamati a intervenire per garantire che le trasformazioni organizzative e normative non si traducano in una compressione del diritto d’asilo. CONCLUSIONE Ad oggi, ciò che emerge, è un quadro ancora estremamente incerto. Queste settimane sono state caratterizzate da continui cambiamenti e sperimentazioni, con modalità operative che sembrano modificarsi rapidamente anche da un giorno all’altro. Davanti alla Questura di Trieste, in momenti diversi, le persone sono state indirizzate secondo criteri differenti: in alcuni casi sulla base della nazionalità dichiarata, in altri attraverso la richiesta di documenti identificativi, in altri ancora mediante la consegna di “ticket” contenenti una data di appuntamento, una documentazione priva di uniformità e molto informale. La mancanza di chiarezza sulle modalità concrete di accesso alla procedura rende difficile comprendere quale sia oggi il percorso effettivamente richiesto a chi intende chiedere protezione internazionale e quali siano gli strumenti a disposizione per dimostrare il proprio tentativo di accesso. Ciò che appare invece costante è una progressiva riduzione delle garanzie per le persone in movimento e uno spostamento crescente dell’onere della procedura sul richiedente. Oltre agli aspetti giuridici e operativi, non si può prescindere dall’analisi della dimensione politica della costante frammentazione della procedura. Districarsi tra i meandri dell’amministrazione risulta spesso estremamente complesso anche per operatori sociali e legali. L’attuazione del Nuovo Patto su migrazione e asilo, attraverso i suoi regolamenti e le sue direttive, si caratterizza oggi per un quadro procedurale complesso e poco trasparente, dal quale emerge però chiaramente una progressiva restrizione dei diritti delle persone in movimento e dei richiedenti asilo. In questo contesto, attribuire al richiedente l’onere della formalizzazione della domanda di protezione internazionale appare come una precisa scelta politica. All’interno di un sistema poco chiaro e fortemente frammentato, in cui intervengono una molteplicità di soggetti istituzionali e del terzo settore, orientarsi tra i diversi passaggi procedurali diventa estremamente difficile. Tale difficoltà è ancora più evidente per chi è appena arrivato in Italia, non dispone di una rete di supporto, non conosce il funzionamento del sistema e si trova comunque gravato dall’onere di rispettarne procedure e adempimenti. L’accesso ai diritti, già scarsamente garantito in molte città italiane, diventa ancora più complesso, all’interno di un quadro che vede restringere progressivamente le tutele e le garanzie di persone i cui diritti dovrebbero essere assicurati dalla legge. Risulta chiaro che le nuove norme non intervengono per superare le prassi illegittime già osservate, ma anzi forniscono un nuovo quadro amministrativo entro cui tali ostacoli possano essere legittimati e resi meno visibili. Se l’organizzazione amministrativa diventa il luogo in cui si definisce concretamente l’accesso alla protezione internazionale con prassi illegittime e indefinite è evidente che siano le esigenze politiche di controllo a prevalere sulle garanzie previste dal diritto. 1. KhandwAlarm prende il nome dal termine pashto khandwala – «casa rotta» – con cui vengono comunemente indicati i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, strutture adiacenti alla stazione da anni abitate da persone in movimento e richiedenti asilo in attesa di un’accoglienza dignitosa. Nato come risposta alle falle strutturali del sistema di accoglienza italiano e alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno, KhandwAlarm vuole lanciare un allarme sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla quotidiana disumanizzazione delle persone in movimento. Contatto email: silos@riseup.net ↩︎ 2. art. 6 D.lgs. 25/2008; art. 8 Direttiva 2013/32/UE ↩︎
Confine Italia-Slovenia: la nuova procedura di frontiera prevista dal Patto UE non è ancora applicabile
Il Tribunale di Trieste con un decreto ex art. 35-ter co. 4 d.lgs 25/2008 esclude l’applicabilità della procedura di frontiera poiché: “In attuazione delle predette disposizioni regolamentari il Legislatore italiano ha adottato il d.l. n.100/2026, entrato in vigore in data 12/6/2026, che, in tema di procedura di frontiera, ha previsto la modifica dell’art. 28-bis, d.lgs. n. 25/2008 e l’introduzione dei nuovi 28-bis.1 e 28-bis.2. La prima disposizione normativa prevede, all’unico comma rimasto in vigore, quanto segue: «le zone di frontiera e di transito ai fini dello svolgimento della procedura accelerata in frontiera nei termini di cui all’articolo 28-bis.1 sono individuate con decreto del Ministro dell’interno». La norma fa chiaramente riferimento alla nuova procedura di frontiera prevista dal reg. UE n. 1348/2024, a cui si riferisce l’art. 28-bis.1, che espressamente richiama gli artt. 51 e 73 del predetto regolamento. Ciò posto, benché l’art. 28-bis affermi chiaramente che lo svolgimento della procedura in parola richieda l’emanazione di un decreto del Ministero dell’interno che individui le zone di frontiera e di transito, tale fonte non è ancora stata adottata. 2.2. Tanto premesso, nel caso di specie, la procedura accelerata alla frontiera è stata applicata senza che ricorressero i presupposti di cui all’art. 43, § 1, lett. a), richiamato dall’art. 45, §1, Reg. UE n.1348/2024, e, pertanto, vanno eliminati, già nell’odierna fase cautelare, gli effetti che essa ha prodotto“. Il Giudice, quindi, in accoglimento della domanda di autorizzazione a permanere nel territorio, modifica il rito dall’art. 35 ter al 35 bis d.lgs 25/2008 e, in applicazione del co. 3 del 35 bis, dichiara automaticamente sospeso il provvedimento impugnato. Il caso di specie riguarda una donna colombiana, potenziale vittima di tratta e malata di diabete. Tribunale di Trieste, decreto del 4 agosto 2026 Si ringrazia l’Avv. Dora Zappia per la segnalazione e il commento.
“Fuori rotta. Indagine sul sistema di abbandono e isolamento da Trieste alla Sardegna”
ARIANNA LOCATELLI 1 Le associazioni No Name Kitchen e il Consorzio Italiano di Solidarietà pubblicano un report 2 che analizza il sistema dei trasferimenti tra Trieste e la Sardegna e le condizioni di alcuni CAS nel territorio sardo. Trieste, città sul confine tra Italia e Slovenia, rappresenta uno snodo centrale lungo la cosiddetta Rotta Balcanica. Negli anni, la città è diventata uno dei principali punti di accesso al territorio italiano per persone in movimento in arrivo dalla rotta. La gestione degli arrivi si inserisce in un contesto caratterizzato da cronica insufficienza dei posti in accoglienza, tempi prolungati di registrazione delle domande di asilo in Questura e frequenti trasferimenti verso altre regioni italiane. Tra febbraio e settembre 2025, circa l’85% dei richiedenti asilo trasferiti dopo l’ingresso nel sistema di accoglienza triestino è stato destinato alla Sardegna. Tale dato sembra indicare l’esistenza di una strategia di gestione programmata e di un canale di redistribuzione consolidato tra i due territori. I TRASFERIMENTI TRA TRIESTE E LA SARDEGNA E LE CONDIZIONI DEL SISTEMA DI ACCOGLIENZA SARDO La Sardegna, chiamata “Jazeera” dai richiedenti asilo, dall’arabo “isola”, è diventata nei mesi una delle destinazioni più temute dai richiedenti asilo. I centri di accoglienza sardi sono infatti spesso situati in aree geograficamente isolate, rendendo ancora più complesso l’inserimento in reti sociali, territoriali e nel mercato lavorativo, acuendo il senso di abbandono nei richiedenti asilo. In questo contesto, gli ospiti rimangono bloccati in strutture periferiche in attesa del rilascio dei documenti, una procedura che può protrarsi da alcuni mesi fino a diversi anni. I richiedenti cadono in un limbo di attesa, subendo un processo di passivizzazione, dopo essere stati sradicati da contesti in cui avevano iniziato a costruire una rete di supporto, come più volte è successo a Trieste. Le criticità del sistema di accoglienza in Sardegna sono emerse in modo ricorrente dalle denunce delle persone trasferite, raccolte dagli operatori presenti a Trieste. È proprio a partire da queste segnalazioni che, nell’ottobre 2025, un gruppo di ricerca composto da tre persone ha svolto una missione in Sardegna per verificare le condizioni riportate. Grazie alle visite di diversi CAS, alle interviste e ai focus group svolti con richiedenti asilo accolti sull’isola, sono emerse una serie di problematiche legate alla lentezza del rilascio dei documenti, alle condizioni dei centri, con particolare riferimento alla tutela legale, medica e sanitaria, e alle difficoltà di inserimento lavorativo, che spesso spingono ad accettare condizioni di lavoro irregolari, soprattutto nel settore agricolo. Emerge con chiarezza un meccanismo di redistribuzione dei richiedenti asilo tanto semplice quanto efficace. A fronte degli obblighi internazionali di accoglienza, dai quali lo Stato non può sottrarsi, viene istituzionalizzato un sistema di trasferimenti e ricollocazioni che, pur garantendo formalmente l’accesso all’accoglienza, produce spesso effetti di marginalizzazione sulle persone coinvolte. L’allontanamento dai luoghi di arrivo e dalle reti sociali costruite durante il percorso migratorio interrompe in alcuni casi percorsi di inserimento già avviati. In molti casi, questi trasferimenti finiscono per incentivare l’abbandono dei centri di accoglienza o spingono a vivere in condizioni non accettabili, alimentando precarietà, vulnerabilità e, talvolta, irregolarità. FUORI ROTTA: LA MARGINALIZZAZIONE DEI RICHIEDENTI ASILO > Qui abbiamo pensato di diventare pazzi Con questa frase il team di ricerca è stato accolto da un ragazzo trasferito da Trieste in un campo di accoglienza sardo, isolato nella campagna. Ciò che emerge con forza è il profondo senso di abbandono e stallo vissuto quotidianamente dai richiedenti asilo. Il report evidenzia con chiarezza la volontà di marginalizzare persone in movimento e richiedenti asilo. Sradicare le persone dai contesti e collocarle ai margini del territorio nazionale provoca spesso un’ulteriore precarizzazione delle condizioni di vita degli accolti. Esistono eccezioni, ma la realtà del sistema di accoglienza porta a un’oggettificazione e a una disumanizzazione del richiedente asilo. “Makes you also wonder about the welcoming system or reception system. Are they really just about beds or are they actually welcoming people? Not turning them into numbers and keeping them away in camps far far away from cities, making them numbers even literally when you have to sign in and out with a number not even with your name”. Queste le parole che dovremmo tutti tenere a mente, pronunciate da un attivista di No Name Kitchen un anno fa, in occasione di una giornata organizzata per ricordare lo sgombero del Silos avvenuto a Trieste il 21 giugno 2024. Notizie/A proposito di Accoglienza TRIESTE. UN CONTRO-EVENTO ARTISTICO E POLITICO RIACCENDE LA MEMORIA DEL SILOS Spazio pubblico, arte e memoria si intrecciano per contrastare l'oblio e riaffermare diritti negati 8 Agosto 2025 Quando si parla di viaggi migratori, si evocano di solito le frontiere balcaniche, il Mar Mediterraneo, le violenze delle polizie di frontiera, il gelo delle foreste o il caldo torrido del deserto. Eppure, sappiamo bene che il viaggio non finisce una volta messo piede sul territorio italiano, francese o tedesco. Perché a quel punto si apre una seconda fase: lo scontro quotidiano con un sistema d’asilo respingente, con la minaccia costante del Regolamento Dublino, con le frontiere interne alla società, con una lingua sconosciuta, con un sistema di accoglienza che riduce l’individualità alla collettività, trasformando le persone in numeri. A molti, essere trasferiti in Sardegna potrà non sembrare la cosa peggiore che possa accadere lungo una rotta migratoria. Ma attraversando l’entroterra sardo, visitando centri raggiungibili solo percorrendo stradine sterrate, si comprendono le parole di A., che guardandoci ha detto: «Qui abbiamo pensato di diventare pazzi». Il sistema di accoglienza non dovrebbe limitarsi a fornire un posto letto. Dovrebbe costruire percorsi di inserimento territoriale, garantire rispetto del singolo, tutelare le fragilità. Dovrebbe radicare, non isolare; costruire, non distruggere sistematicamente le reti sociali che le persone in movimento cercano di creare con fatica. Non si può pensare che fornire un letto sia l’obiettivo ultimo. Perché la disumanità inizia nel momento in cui non si riconoscono più le persone che si hanno davanti come tali, ma come numeri, spostati di centro in centro, abbandonati in un CAS isolato, lontano da tutto e da tutti. Anche alla luce dei recenti avvenimenti, occorre aprire una riflessione sul sistema di accoglienza italiano, facendo emergere le responsabilità istituzionali di un sistema che rende estremamente difficile il percorso di regolarizzazione dei richiedenti. 1. Mi sono laureata in antropologia culturale ed etnologia a Bologna. Sono un’attivista e una studentessa e negli ultimi anni ho girato varie città seguendo progetti di ricerca e volontariato su diverse frontiere in supporto alle persone in movimento. Sono nel CD di OnBorders ↩︎ 2. NNK – No Name Kitchen (2026), Fuori Rotta ↩︎
Quando si arriva davvero?
A Trieste si aspetta per entrare in Questura. Si aspetta per formalizzare la domanda di asilo. Si aspetta per un posto in accoglienza 1. E poi si aspetta ancora, spesso lontano centinaia di chilometri, in centri isolati dove il tempo si dilata e i diritti si assottigliano. Come documenta il report Fuori Rotta di No Name Kitchen, dalla frontiera nord-orientale alla Sardegna il percorso della protezione internazionale si rivela come una macchina di dispersione che prolunga l’incertezza e produce nuove forme di esclusione. Sono le sette del mattino, piove e davanti alla questura di Trieste c’è già una fila infinita da almeno un’ora. Saranno una cinquantina di uomini, con i volti stanchi, che cercano di ripararsi dalla pioggia. Verso le 8:30 escono due poliziotti, una donna e un uomo. La poliziotta alza la voce e urla: “Passport!”. Tutti si guardano tra loro; timidamente qualcuno prova a mostrare il proprio passaporto, sapendo benissimo che ormai è scaduto e non vale nulla. Subito dopo urla: “Afghanistan”. Improvvisamente una ventina di uomini alza la mano. Li conta, poi continua: “Pakistan”, e va avanti così, finché, senza alcun criterio apparente, ne sceglie due o tre per nazionalità. Tutti gli altri possono andarsene. A casa, o meglio, in strada, dove vivono. Approfondimenti LA ROTTA BALCANICA: L’ISTITUZIONALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA NELLA GOVERNANCE EUROPEA DELLE FRONTIERE Quando la deterrenza diventa metodo Camilla Della Vida 10 Giugno 2026 Oggi però è una buona giornata per Y., che dopo essersi presentato ogni giorno per un mese davanti alla questura viene finalmente scelto. Con un sorriso a 32 denti si mette in fila con le altre quattordici persone selezionate. Lo salutiamo e ce ne andiamo insieme agli altri. Più tardi, nel pomeriggio, rivediamo Y., ma non è più felice come qualche ora prima: è arrabbiato, giù di morale, e vuole raccontarci cosa è successo. Decidiamo quindi di intervistarlo per capire meglio come funziona il sistema di accoglienza e la richiesta di asilo qui in Italia. Gli chiedo perché ha deciso di lasciare il Pakistan per affrontare un viaggio così lungo e faticoso. Mi risponde che pensava di essere più al sicuro, e che, come molti altri, sognava un futuro migliore, con più possibilità. Il suo sogno è sempre stata l’Italia. Molti ragazzi come lui provano a chiedere asilo in Turchia o in Grecia, ma spesso finiscono deportati nei loro paesi di origine o detenuti in condizioni difficili. “Almeno qui ti danno la speranza di ottenere l’asilo”, dice. O almeno, così sembra. Y. è stato chiamato due volte dalla polizia in un mese per mettersi in fila. La procedura è sempre la stessa: tre mediatori culturali che traducono in modo impreciso e tre poliziotti che, mentre fanno domande sui suoi spostamenti, controllano il telefono, chat private di WhatsApp, galleria, cronologia di Google e Google Maps. Entrambe le volte gli è stato detto di andare a Gorizia, perché sarebbe quella la prima città italiana in cui è entrato dalla Slovenia. Gli spiego che non dovrebbe funzionare così: può richiedere asilo dove vuole e, in teoria, non dovrebbero volerci più di tre giorni per rilevare le impronte e inserirlo nel sistema d’accoglienza. Y., racconta di avere un amico all’Aquila e che lì il sistema funziona meglio. “Lì almeno i computer della questura funzionano”, dice ridendo. Gli passo un bicchiere di Chai, perché so che sto per fargli una domanda difficile. Gli chiedo se si è pentito della sua scelta di partire per l’Italia. Mi risponde di sì: potesse tornare indietro, non lo rifarebbe. Arriva persino a dire che, se la situazione non cambia, preferirebbe essere deportato in Pakistan. > Conclude dicendo: “I’d rather die in my country than sleep one more night > here.” Immaginate di camminare per mesi, attraversare il deserto e le foreste, scappare dalla polizia di confine, per poi arrivare a destinazione e non trovare alcun tipo di accoglienza: nessun posto dove dormire, nessun pasto caldo. A Trieste, uno dei principali punti di arrivo della rotta balcanica, l’accesso alla procedura di asilo può richiedere settimane. Y. non è l’unico in questa situazione. Secondo i dati raccolti da NNK (No Name Kitchen) e altre associazioni che lavorano con i migranti a Trieste, tra le 70 e le 140 persone richiedenti asilo si presentano ogni giorno presso la questura di Trieste nei quattro giorni di apertura dell’Ufficio immigrazione. Di queste, solo una dozzina riesce ad accedere fisicamente all’ufficio; tuttavia, spesso circa la metà non riesce a formalizzare la domanda di asilo neppure dopo l’ingresso 2. Le difficoltà non si esauriscono all’accesso alla procedura di asilo. Anzi, per molte persone rappresentano soltanto l’inizio di un nuovo percorso di incertezza. Come emerge dal report Fuori Rotta, pubblicato da No Name Kitchen nell’aprile 2026 3, dopo la formalizzazione della domanda di protezione internazionale molti richiedenti asilo vengono trasferiti dalla frontiera nord-orientale verso altre regioni italiane, con la Sardegna che rappresenta una delle destinazioni più frequenti. In teoria, una volta presentata la domanda, chi non dispone di risorse economiche dovrebbe essere inserito nel sistema di accoglienza. Nella pratica, però, la pressione esercitata dai continui arrivi nelle aree di confine porta le autorità a redistribuire rapidamente le persone verso strutture situate in altre parti del Paese, spesso molto lontane dal luogo in cui avevano iniziato il proprio percorso. Approfondimenti LA QUESTURA DI TRIESTE OSTACOLA L’ACCESSO ALLA PROCEDURA D’ASILO La denuncia nel rapporto «Accesso Negato» 29 Dicembre 2025 La comunicazione del trasferimento arriva generalmente con pochissimo preavviso. Ai richiedenti viene notificato che il mattino successivo dovranno lasciare il centro di accoglienza per raggiungere, in pullman, il porto di Livorno e da lì imbarcarsi verso la Sardegna. Sebbene, il provvedimento preveda formalmente la possibilità di presentare osservazioni o opporsi alla decisione, i tempi estremamente ridotti e la documentazione disponibile esclusivamente in italiano rendono questo diritto, nella maggior parte dei casi, puramente teorico. Una volta arrivati sull’isola, le persone vengono sottoposte a un rapido controllo sanitario prima di essere assegnate ai rispettivi centri di accoglienza. La Sardegna è bella, sì, ma se ci vai in vacanza, non se ci arrivi per aspettare, senza sapere per quanto tempo, la convocazione davanti alla Commissione territoriale. Qui l’isolamento non è soltanto geografico. Molti centri sorgono lontano dai principali centri abitati, sono difficili da raggiungere con i mezzi pubblici e offrono poche possibilità di costruire relazioni, trovare un lavoro o iniziare un reale percorso di integrazione. L’isolamento, però, è solo una parte del problema. Le testimonianze raccolte nel report raccontano di pasti spesso insufficienti o di qualità così scarsa da spingere molti residenti a organizzarsi autonomamente per cucinare insieme, di nascosto, in una khandwala (una casa abbandonata, in pashto) trasformando un gesto quotidiano in una forma di resistenza alle regole imposte dal centro. Anche le condizioni materiali destano preoccupazione. Le persone intervistate descrivono problemi legati all’igiene degli ambienti, alla manutenzione delle strutture e all’accesso ai servizi sanitari. A questo si aggiungono frequenti episodi di sfruttamento lavorativo: molti trovano impiego nel settore agricolo stagionale, dove vengono riferiti turni di dieci o dodici ore per retribuzioni comprese tra i quattro e i cinque euro all’ora. Il risultato è una forma di violenza che raramente lascia segni visibili ma che incide profondamente sulla vita quotidiana. L’attesa si trasforma in sospensione, l’isolamento geografico diventa isolamento sociale e psicologico, e l’assenza di prospettive alimenta un progressivo senso di abbandono. Dormire finisce per diventare uno dei pochi modi per far scorrere il tempo, mentre la speranza si consuma lentamente. Alla fine, la domanda che attraversa tutto questo percorso resta la stessa: quando si arriva davvero? Non dopo tutti i chilometri fatti. Non dopo tutti i confini superati. Non dopo settimane passate davanti alla Questura. Non dopo la domanda di asilo. Non dopo il trasferimento in un centro di accoglienza. Per molte persone in movimento l’arrivo continua a essere rimandato, trasformando la protezione internazionale in un’attesa senza fine. 1. Su questo argomento leggi gli articoli del gruppo KhandwAlarm: Trieste, gli sgomberi che non risolvono nulla; La stretta su piazza della Libertà: militarizzazione e recinzione contro un presidio di solidarietà ↩︎ 2. ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus (2025), Accesso negato – Trieste ↩︎ 3. NNK – No Name Kitchen (2026), Fuori Rotta ↩︎
Trieste, gli sgomberi che non risolvono nulla
KHANDWALARM 1 Da più di un anno decine di persone in movimento trascorrono settimane davanti alla Questura di Trieste per manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. L’accesso alla Questura viene sistematicamente ostacolato attraverso una serie di pratiche illegittime, già documentate nel report Accesso Negato 2. A Trieste, però, le criticità si stratificano: alla cronica carenza di posti nel sistema di accoglienza e alla costante gestione emergenziale e securitaria della situazione migratoria, si sono aggiunti negli ultimi mesi una crescente militarizzazione di Piazza della Libertà, importante presidio solidale cittadino, e numerosi sgomberi nell’area di Porto Vecchio. Qui, diversi magazzini abbandonati vengono utilizzati da persone in movimento e richiedenti asilo come rifugi temporanei, in attesa di accedere all’accoglienza; così, la sopravvivenza delle persone che li occupano entra in conflitto con il progetto istituzionale di riqualificazione immobiliare dell’intera zona. Con questa serie di articoli, il gruppo KhandwAlarm tenta di far luce sulle prassi illegittime e sulle violazioni che si consumano quotidianamente, proponendo un’analisi sociale, politica e giuridica, della situazione cittadina. Approfondimenti LA STRETTA SU PIAZZA DELLA LIBERTÀ: MILITARIZZAZIONE E RECINZIONE CONTRO UN PRESIDIO DI SOLIDARIETÀ Il primo di una serie di articoli del gruppo KhandwAlarm su quanto accade a Trieste 18 Giugno 2026 Nel disinteresse pressoché generale, in queste ultime settimane stanno continuando gli sgomberi delle persone in movimento e richiedenti asilo dai magazzini del Porto Vecchio di Trieste. Uno dopo l’altro, gli hangar vengono “bonificati” e poi sigillati con mattoni, cemento e pannelli di compensato. Le persone che vi avevano trovato riparo, però, non spariscono: costrette ad accamparsi in questi ricoveri di fortuna in attesa di accedere all’accoglienza a cui avrebbero diritto (un’attesa che può durare mesi), ogni sgombero non fa che spostare di qualche metro una condizione di abbandono che le istituzioni continuano a trattare come un problema di ordine pubblico, anziché come una responsabilità politica e umanitaria. Negli ultimi mesi Comune e Regione hanno progressivamente chiuso una lunga serie di strutture nell’area di Porto Vecchio: dai magazzini 2, 2A, 4, 6, 7 e 10 fino agli edifici 116, 118, 119 e 120. L’ultimo edificio a essere sgomberato – il 21 maggio – è stato il magazzino 19, dove vivevano circa settanta persone. In questo caso, probabilmente anche a causa del numero elevato di persone presenti, per circa sessanta di loro è stato predisposto l’ingresso nel sistema di accoglienza. Le restanti, però, sono rimaste nuovamente senza alcuna alternativa, confermando ancora una volta il carattere puramente emergenziale e parziale di queste operazioni. Gli sgomberi procedono parallelamente all’avanzamento dei cantieri di riqualificazione dell’antico scalo, che il sindaco Roberto Dipiazza immagina trasformato in una sorta di nuova Montecarlo sul mare; e così, agli ingressi dei magazzini, compaiono cartelli che vietano l’accesso, tradotti in sette di lingue. Ma mentre i lavori procedono, continua a mancare qualsiasi intervento strutturale capace di affrontare il nodo centrale: l’abbandono umanitario delle persone escluse dal sistema di accoglienza. È questo, fra i tanti, l’aspetto maggiormente inquietante dell’intero quadro: le autorità sono consapevoli della presenza di persone a cui bisognerebbe garantire, per legge, un’accoglienza dignitosa, eppure sembrano ignorare il problema. E se – formalmente – l’accesso alla domanda di asilo è sempre possibile, nella pratica viene ostacolato dalle prassi illegittime della Questura, come denunciato dalle organizzazioni umanitarie nel rapporto “Accesso negato” 3, pubblicato lo scorso dicembre. LE PERSONE NON SPARISCONO: LO SGOMBERO COME SPOSTAMENTO DELL’ABBANDONO Come denunciato a seguito dell’ultimo sgombero dall’ICS, consorzio che a Trieste si occupa dell’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, «a Trieste permangono disfunzioni sistemiche gravi nella gestione delle domande di asilo. La Questura non ha adottato alcuna modalità organizzativa che consenta la registrazione tempestiva delle domande, che la legge impone avvenga entro tre giorni dall’arrivo. I tempi di attesa si attestano invece intorno a un mese. Durante questo periodo, la Prefettura non attiva alcuna misura di accoglienza, nonostante la normativa vigente imponga che sia garantito immediatamente almeno l’accesso alle misure minime di accoglienza materiale. A ciò si aggiunge un numero del tutto insufficiente di trasferimenti settimanali verso il resto del territorio nazionale, che causa un effetto imbuto strutturale. È questa colpevole inerzia, che si perpetua da anni, a costringere le persone a cercare riparo nelle strutture fatiscenti e pericolose del Porto Vecchio». Una lettura condivisa da Marta Pacor, operatrice di Diaconia Valdese, secondo cui gli sgomberi «sono parte di un meccanismo istituzionale che propone la risoluzione di problemi le cui cause, sistemiche, sono riconducibili alle istituzioni stesse». Pacor sottolinea come la grande maggioranza delle persone presenti nei magazzini fossero richiedenti asilo impossibilitati a formalizzare la propria domanda proprio a causa delle prassi illegittime adottate dalla Questura di Trieste: «in assenza della registrazione formale della domanda di protezione internazionale – spiega – non è possibile essere inseriti all’interno del sistema di accoglienza istituzionale, e dunque la strada rimane l’unica soluzione». Questo ha portato, nel corso dell’inverno, a un paradosso: «i centri di prima accoglienza in città avevano posti disponibili e, ciò nonostante, le persone erano costrette a rimanere in strada, esposte a temperature rigidissime». Secondo Pacor le operazioni di sgombero vengono così utilizzate unicamente per liberare un’area interessata dai progetti di riqualificazione urbana, senza affrontare le cause strutturali dell’emarginazione. «Non si può parlare semplicemente di inadeguatezza istituzionale nella gestione del fenomeno: risulta ormai chiaro che si tratta di scelte operative ben precise», afferma Pacor, ricordando inoltre come durante l’ultimo inverno due persone siano state trovate morte nei magazzini di Porto Vecchio. Finora buona parte delle persone sgomberate dai magazzini, escludendo quelle che nel frattempo sono riuscite a formalizzare la propria domanda di asilo, si sono semplicemente spostate nei palazzi ancora accessibili, ma con il procedere dei lavori questa non sarà più una strada percorribile. Considerando l’aumento, proprio del periodo estivo, di arrivi dalla rotta balcanica, si intuisce come la situazione potrebbe diventare potenzialmente critica una volta che gli edifici saranno stati tutti chiusi. Le realtà umanitarie, insieme alle forze di opposizione di centro-sinistra, avrebbero una soluzione: l’apertura di un centro di bassa soglia ad alta rotazione nell’ex mercato di via Gioia, edificio di proprietà comunale attualmente inutilizzato. Con una spesa di poche centinaia di migliaia di euro si risolverebbe il problema dell’abbandono delle persone migranti in strada, ma la giunta Dipiazza è contraria, preferendo invece impiegare 1,2 milioni di euro del bilancio comunale per la recinzione di piazza Libertà, il luogo dove le associazioni umanitarie danno supporto alle persone migranti. Una scelta che chiarisce fin troppo l’intenzione del primo cittadino: alimentare la propaganda xenofoba senza risolvere nulla. 1. KhandwAlarm prende il nome dal termine pashto khandwala – «casa rotta» – con cui vengono comunemente indicati i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, strutture adiacenti alla stazione da anni abitate da persone in movimento e richiedenti asilo in attesa di un’accoglienza dignitosa. Nato come risposta alle falle strutturali del sistema di accoglienza italiano e alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno, KhandwAlarm vuole lanciare un allarme sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla quotidiana disumanizzazione delle persone in movimento. Contatto email: silos@riseup.net ↩︎ 2. Scarica il rapporto ↩︎ 3. Scarica il rapporto ↩︎
La stretta su piazza della Libertà: militarizzazione e recinzione contro un presidio di solidarietà
KHANDWALARM Da più di un anno decine di persone in movimento trascorrono settimane davanti alla Questura di Trieste per manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. L’accesso alla Questura viene sistematicamente ostacolato attraverso una serie di pratiche illegittime, già documentate nel report Accesso Negato. A Trieste, però, le criticità si stratificano: alla cronica carenza di posti nel sistema di accoglienza e alla costante gestione emergenziale e securitaria della situazione migratoria, si sono aggiunti negli ultimi mesi una crescente militarizzazione di Piazza della Libertà, importante presidio solidale cittadino, e numerosi sgomberi nell’area di Porto Vecchio. Qui, diversi magazzini abbandonati vengono utilizzati da persone in movimento e richiedenti asilo come rifugi temporanei, in attesa di accedere all’accoglienza; così, la sopravvivenza delle persone che li occupano entra in conflitto con il progetto istituzionale di riqualificazione immobiliare dell’intera zona. Con questa serie di articoli, il gruppo KhandwAlarm tenta di far luce sulle prassi illegittime e sulle violazioni che si consumano quotidianamente, proponendo un’analisi sociale, politica e giuridica, della situazione cittadina. INTRODUZIONE Piazza della Libertà, luogo che storicamente funge da presidio solidale per persone in movimento e richiedenti asilo nella città di Trieste, da mesi è al centro di una battaglia politica che coinvolge la giunta comunale triestina. Da anni qui, associazioni come Linea d’ombra, Fornelli Resistenti, ICS e Diaconia Valdese, portano supporto quotidiano a chi arriva dalla Rotta Balcanica o alle persone escluse dal circuito dell’accoglienza presenti nel territorio cittadino. Distribuzione dei pasti, supporto medico e legale sono tra i principali servizi messi a disposizione. La piazza è diventata negli anni un luogo di riferimento per la popolazione migrante ma anche per attiviste, attivisti, volontarie e volontari che quotidianamente presidiano questo spazio che negli anni è diventato uno dei pochi luoghi che cerca di sopperire alle carenze del sistema di accoglienza e asilo cittadino. Non è un caso che Linea d’Ombra abbia ribattezzato Piazza della Libertà la “Piazza del Mondo”: perché è uno spazio di tutti e per tutti, un luogo in cui la provenienza non determina il diritto a esserci. In una città che spesso respinge e marginalizza, la piazza è diventata il simbolo concreto della possibilità di condividere lo spazio urbano al di là dei confini, delle nazionalità e dei documenti posseduti. ESCALATION DELLE TENSIONI: UNA RETORICA CRIMINALIZZANTE CHE NON CONSIDERA LE RESPONSABILITÀ ISTITUZIONALI Negli ultimi mesi quelli che vengono definiti gli “episodi violenti” di Piazza della Libertà hanno occupato con continuità le pagine della stampa cittadina, contribuendo ad alimentare un clima di allarme pubblico senza però interrogarsi davvero sulle cause che stanno a monte di questi avvenimenti. Il 7 aprile due cittadini nepalesi rimangono feriti da arma da taglio a seguito di una lite con un ragazzo pakistano. Ecco come la notizia viene raccontata: «Rissa in piazza Libertà, due persone accoltellate!». TriestePrima «Piazza Libertà, tensione alle stelle in pieno giorno: maxi rissa con accoltellamenti, ci sono feriti». TriestePrima Un mese dopo, l’8 maggio, un altro episodio di violenza coinvolge un giovane afghano ferito con un coltello a seguito di una disputa con alcuni connazionali. Ancora una volta il racconto mediatico segue lo stesso schema: «Ancora sangue in piazza Libertà: accoltellato mentre dorme, ventenne grave a Cattinara». TriestePrima «Caos in Piazza Libertà: coltellate, grida, sangue. Un immigrato ferito da più fendenti a metà pomeriggio. Choc tra i turisti di passaggio con i trolley». Il Piccolo Naturalmente questi fatti non devono essere minimizzati né giustificati, si tratta di episodi gravi che meritano attenzione. Il problema è che la loro rappresentazione pubblica si ferma quasi sempre alla cronaca nera, alimentando una retorica allarmistica e criminalizzante nei confronti delle persone migranti che ogni giorno vivono e attraversano quella piazza. In alcuni casi vengono riportati particolari imprecisi o non verificati – come nel caso del giovane afghano che, contrariamente a quanto riportato da alcuni articoli, non stava dormendo su una panchina – contribuendo a costruire una narrazione che rafforza stereotipi e paure più che favorire una comprensione dei fatti. Nessuno si è mai veramente interrogato sul perché proprio Piazza della Libertà è diventata il luogo in cui queste tensioni emergono? Ridurre la risposta alla presunta criminalità dei migranti significa ignorare la responsabilità delle istituzioni nella produzione delle condizioni di marginalità che caratterizzano questo spazio. LA PROPOSTA COMUNALE DELLA RECINZIONE: PIAZZA DELLA LIBERTÀ E TRIESTE TRA MILITARIZZAZIONE E INFRAZIONE DEI DIRITTI In seguito all’accoltellamento del 7 aprile, il sindaco Roberto Dipiazza aveva rilasciato una serie di dichiarazioni dove manifestava la volontà di recintare Piazza della Libertà: «Non posso più tollerare all’ingresso della mia città assolutamente alla sera sono in duecento lì, che fanno di tutto e di più le associazioni gli portano di tutto. Ho detto basta. […] Non possiamo correre più dietro, mancano le leggi no? Perché se fanno dei reati mandiamoli a casa loro è il minimo che possiamo chiedere». Da quel momento è partita una spirale di militarizzazione attorno alla piazza. Ormai da due mesi un blindato della polizia o dei carabinieri presidia costantemente la piazza e ciclicamente vengono fatti controlli a tappeto dei documenti delle persone presenti. La situazione è precipitata nella mattinata del 9 giugno, quando nel consiglio comunale è stata definitivamente approvata la variazione di bilancio per la chiusura di Piazza della Libertà. L’intenzione è quella di destinare 1,2 milioni di euro per la costruzione di una recinzione attorno alla piazza, fondi che le forze di maggioranza hanno già dichiarato che chiederanno alla Regione non appena verrà aperto il bando. Nel frattempo, nonostante le proteste delle forze di opposizione, la delibera per la costruzione e lo stanziamento dei fondi è stata approvata in consiglio comunale. «Sembra che incominci l’inizio della fine per la condizione di porto franco della piazza del Mondo di Trieste […] Dal 2019 la piazza godeva di un’ambigua libertà […] Il sindaco ogni tanto lanciava urla giornalistiche, faceva dispetti come chiudere per mesi l’unica fontanella e, definitivamente, il sottopassaggio, rifugio degli abitatori della piazza nelle sere di maltempo. Ma tutto finiva lì. Ora sembra iniziata una nuova fase. Da oltre un mese furgoni di polizia e carabinieri stazionano ai margini della piazza, con due interventi massicci dentro la piazza anche con cani antidroga […]. Lunedì 8 giugno il consiglio comunale ha approvato una somma enorme – un milione duecentomila euro! – per recintare la piazza, somma peraltro ancora non stanziata: ciò che dimostra l’esigenza politica di avviare un processo di chiusura che potrebbe iniziare semplicemente con la dichiarazione di lavori in suolo pubblico, rendendo quindi inagibile la piazza ben prima dell’inizio effettivo dei lavori. È evidente la sproporzione fra la condizione materiale della piazza e la somma prevista: con molto di meno sarebbe possibile sistemare l’ex supermercato di via Gioia, vicinissimo alla stazione, chiuso da anni, di proprietà del Comune, richiesto per i migranti persino da un prefetto tre anni fa. Sta cominciando da lontano la campagna elettorale per l’anno prossimo e la maggioranza comunale si prepara per sfruttare politicamente il passaggio migratorio.» Linea d’Ombra La domanda sorge spontanea: com’è possibile che si faccia di tutto per trovare più di un milione di euro per recintare Piazza della Libertà mentre le richieste da parte delle associazioni per l’apertura di un centro per l’accoglienza di bassa soglia rimangono inascoltate? L’edificio di Via Gioia Portare sgomberi e recinzioni come “soluzioni” alla situazione migratoria in città rivela la natura di queste azioni. La volontà è quella di portare avanti con una retorica populista e violenta, una marginalizzazione di persone che vivono già contesti di fragilità creati dalle politiche migratorie e dalle istituzioni cittadine. Come attiviste e attivisti hanno denunciato più volte, chiudere il Silos, sgomberare gli edifici di Porto Vecchio non fa altro che spostare il “problema” più in là, precarizzando persone i cui diritti vengono sistematicamente infranti. Richieste come quella di aprire lo spazio di via Gioia, edificio a una manciata di metri dalla Piazza pronto ad essere impiegato come centro di prima accoglienza, cadono nel vuoto. Su uno striscione fatto calare dal Silos durante uno dei momenti di collettività che si creavano al suo interno si legge “From abandoned to welcoming places”. La volontà di rendere invece Trieste sempre meno accogliente è diventata sempre più chiara negli ultimi mesi e la proposta di chiudere Piazza della Libertà è l’apice di questa politica portata avanti in maniera sempre più spregiudicata da una giunta cittadina razzista e fascista a un anno dalle nuove elezioni amministrative. L’ingente mobilitazione di forze della polizia, gli atti intimidatori nei confronti delle associazioni, i controlli a tappeto senza prese in carico alimentano un clima di tensione in un luogo che dovrebbe essere esclusivamente di supporto, nutrendo una retorica criminalizzante che punta a cancellare le responsabilità. Come si legge in un comunicato stampa pubblicato da ICS in seguito alle dichiarazioni di Dipiazza di aprile: «In mancanza di politiche efficaci, il discorso pubblico si è progressivamente spostato verso toni sempre più aggressivi, che colpiscono persone vulnerabili lasciate senza alternative e delegittimano il lavoro di chi, nel territorio, prova a colmare le lacune dell’intervento pubblico. Una deriva che non aumenta la sicurezza, ma contribuisce a deteriorare ulteriormente il tessuto sociale della città». Infine, il 22 maggio 2026 i consiglieri della IV Circoscrizione di Trieste appartenenti a Lista Dipiazza, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega hanno presentato un’interrogazione sulla distribuzione di cibo e assistenza in Piazza Libertà, chiedendo verifiche su autorizzazioni, requisiti sanitari e gestione dell’ordine pubblico. Pur senza citare direttamente Linea d’ombra, l’interrogazione appare come un ulteriore attacco alle associazioni che da anni supportano le persone in movimento in transito a Trieste. Questa ultima azione si inserisce all’interno di un’ottica repressiva nei confronti anche delle realtà solidali, con l’intento sempre più chiaro di andare a smantellare il presidio di Piazza della Libertà. CONCLUSIONI Le persone che oggi vivono Piazza della Libertà sono in larga parte richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale che si trovano a subire una continua lesione dei propri diritti fondamentali. Nonostante la normativa europea e italiana garantisca l’accesso alle misure di accoglienza fin dal momento della manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale e imponga agli Stati membri di assicurare condizioni di vita dignitose, a Trieste questo diritto viene spesso disatteso. Le difficoltà nell’accesso alla procedura di asilo e l’insufficienza delle misure di accoglienza lasciano molte persone senza un alloggio e senza supporto, costringendole a vivere in condizioni gravemente precarie. In questo contesto, le tensioni che emergono nello spazio pubblico non possono essere separate dalle condizioni di esclusione e vulnerabilità prodotte dalla mancata garanzia di accoglienza e diritti. Gli episodi di violenza raccontati come eventi eccezionali non possono quindi essere separati dalla violenza istituzionale che, al contrario, è quotidiana, silenziosa e sistematica. Una violenza che colpisce attraverso la negazione dell’accesso ai diritti, all’accoglienza, alla salute, al lavoro e all’abitare. L’antropologo Paul Farmer definiva la “violenza strutturale” come una forma di violenza prodotta dalle istituzioni e dalle disuguaglianze sociali, capace di costringere alcune persone a vivere in condizioni di sofferenza e vulnerabilità estreme. Se la sofferenza è prodotta socialmente, allora anche i conflitti che emergono in questi contesti non possono essere letti esclusivamente come problemi di ordine pubblico. Di fronte a questa situazione, la risposta delle istituzioni è stata ancora una volta securitaria: recintare la piazza. Spendere 1,2 milioni di euro per un intervento vuoto che ha come unico effetto quello di sottrarre spazio alle persone migranti, alle attività solidali e all’accesso ai diritti, per dare spazio ad un mondo che si riempie sempre di più di confini, di fili spinati.
15 giugno Pordenone udienza sulla presenza di ordigni nucleari nella base di Aviano
𝐔𝐝𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 PREVISTA IL 15 GIUGNO A PORDENONE, A SEGUITO DELLA 𝐝𝐞𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐩𝐨𝐬𝐢𝐭𝐚𝐭𝐚 DA ASSOCIAZIONI E SINGOLI IN MERITO ALLA PRESENZA E IMPORTAZIONE DI ORDIGNI NUCLEARI PRESSO LE BASI MILITARI DI GHEDI (BRESCIA) E AVIANO (PORDENONE). Diverse associazioni pacifiste storiche che si occupano di disarmo, di rafforzamento delle Nazioni Unite come organizzazione di Pace, dell’impatto umanitario e ambientale del militarismo e degli ordigni nucleari in particolare, dopo avere partecipato alle conferenze preparatorie prima dell’adozione del #TPNW a New York nel 2017, dopo avere raccolto firme in Italia per la ratifica del TPNW entrato in vigore nel gennaio 2021 senza firma o ratifica italiana, dopo avere tenuto contatti con i parlamentari italiani dei Governi che si sono succeduti dal 2017 al 2022 a questo scopo, dopo avere richiesto ad alcuni enti locali come il Comune di Roma – e averla ottenuta – , l’adesione all’appello dell’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) alle città, in mancanza di sostanziali cambiamenti nella postura governativa italiana, che dichiara di far riferimento al #TNP ed è vincolata ad accordi N.A.T.O. in contrasto con il dettato Costituzionale e con diverse norme dell’ordinamento italiano e internazionale, hanno intrapresa la seguente iniziativa. 22 associazioni hanno commissionato nel 2021 uno studio agli avvocati di IALANA (𝐼𝑛𝑡𝑒𝑟𝑛𝑎𝑡𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙 𝐴𝑠𝑠𝑜𝑐𝑖𝑎𝑡𝑖𝑜𝑛 𝑜𝑓 𝐿𝑎𝑤𝑦𝑒𝑟𝑠 𝐴𝑔𝑎𝑖𝑛𝑠𝑡 𝑁𝑢𝑐𝑙𝑒𝑎𝑟 𝐴𝑟𝑚𝑠) sullo specifico caso italiano. Nel 2022 lo studio effettuato da Joachim Lau, Claudio Giangiacomo, Aaron Lau e altri collaboratori, è stato pubblicato in italiano: 𝐼𝐴𝐿𝐴𝑁𝐴, 𝐴𝑏𝑏𝑎𝑠𝑠𝑜 𝑙𝑎 𝐺𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎, “𝑃𝑎𝑟𝑒𝑟𝑒 𝑔𝑖𝑢𝑟𝑖𝑑𝑖𝑐𝑜 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑎𝑟𝑚𝑖 𝑛𝑢𝑐𝑙𝑒𝑎𝑟𝑖 𝑖𝑛 𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎, maggio 2022, Multimage, Firenze. Lo studio conferma l’ illegalità della presenza e dell’importazione di bombe nucleari nelle basi di Ghedi e Aviano. È stato immediatamente distribuito in occasione del primo Meeting degli Stati Parte del TPNW a Vienna nel giugno 2022. Successivamente è stata prodotta una versione in inglese del testo: ” Legal Opinion on the Presence of Nuclear Weapons in Italy”, febbraio 2025, Multimage, Firenze, distribuito sia a Lakenheath in UK agli attivisti contrari al ritorno delle bombe nucleari USA, sia a New York in occasione del Terzo Meeting degli Stati Parte del TPNW nel marzo 2025. Contemporaneamente è stata depositata la prima denuncia scritta dall’avvocato Ugo Giannangeli in collaborazione con Elio Pagani di “Abbasso la guerra” presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Roma il 2 ottobre del 2024, archiviata dopo soli 9 giorni senza alcuna notifica ai denuncianti, che sono venuti a conoscenza del fatto solo molti mesi dopo insieme alla motivazione: “la non giustiziabilità dell’atto politico”. Nel gennaio 2024 è stato denunciato il Prefetto di Pordenone per omissione, non avendo risposto a ripetuti solleciti riguardo al rilascio di Piani di emergenza nucleare esterna alla base di Aviano. Più di un anno dopo, in sede di udienza, la Giudice Granata ha archiviato la denuncia in quanto proveniente da “Ente non Esponenziale”. Nell’ottobre 2025, quindi, la denuncia è stata depositata presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Brescia per Ghedi e di Pordenone per Aviano con come prima firmataria l’associazione ente esponenziale WILPF Italia APS (che in precedenza aveva firmato ma con nominativi singoli). Il Tribunale di Brescia ha archiviato subito, non ravvisando alcun crimine. Il Tribunale di Pordenone stava per archiviare senza notificare ai denuncianti ma l’avvocato Pierumberto Starace ha presentato l’opposizione, che è stata accolta dalla giudice Francesca Vortali, sottolineando il fatto che fra le prime denuncianti c’è un’associazione storica – WILPF Italia APS – che ha ricevuto come membro ICAN (International Campaign Against Nuclear Arms) un Premio Nobel per la Pace nel 2017. Riteniamo essenziale informare quante più realtà possibili ed eventualmente richiamare la Vostra presenza quella mattina fuori dal tribunale e successivamente, lungo il cammino che continueremo a percorrere insieme per liberarci dalla minaccia nucleare. La lista delle associazioni aderenti si è già molto allungata. Per aderire e/o informazioni scrivere a abbassolaguerra@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente