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Quante Khandwala?
DAL SILOS A PORTO VECCHIO: LA CONTINUITÀ DEGLI SGOMBERI, OPERAZIONI VUOTE Vignetta grafica realizzata a mano da un* attivist* del collettivo KhandwAlarm. L’illustrazione racconta il susseguirsi degli sgomberi a Trieste dal 2024 a oggi, denunciandoli come operazioni di polizia prive di un’effettiva soluzione in grado di prendere in carico le persone nel rispetto dei loro diritti. Il disagio viene semplicemente spostato e riprodotto altrove: gli spazi vengono progressivamente svuotati, ma le persone non possono essere rimosse e la conseguenza resta l’abbandono e la strada Due anni fa, il 21 giugno del 2024 è stato sgomberato il Silos, la warehouse adiacente alla stazione centrale di Trieste che negli anni precedenti aveva fornito riparo a chi, una volta entrato in città, si trovava abbandonato senza alcuna possibilità di accoglienza. Dopo l’operazione di evacuazione, le persone che vivevano al Silos e che non sono rientrate nell’insufficiente organizzazione della presa in carico, si sono ritrovate costrette – insieme alle nuove persone che continuavano ad arrivare in città – a cercare un nuovo riparo, spostandosi nei vicini magazzini di Porto Vecchio. I trasferimenti forzati e gli sgomberi diventano, da quel giorno, un tratto sempre più distintivo della città. Negli ultimi due anni, con la giustificazione del “piano di riqualificazione urbana dell’area”, i magazzini di Porto Vecchio sono stati interessati da operazioni violente, condotte a intervalli sempre più ravvicinati, volte a sottrarre progressivamente gli spazi urbani alle persone che ci abitavano e che vengono, di fatto, considerate “da eliminare”. Una pratica che, nel tempo, è arrivata a essere quasi normalizzata nel contesto cittadino. Le organizzazioni solidali cittadine hanno denunciato, a ogni sgombero, la disumanizzazione di una “gestione del problema” che si limita a rimuovere le persone dalla strada, negando loro uno spazio dopo l’altro, senza mai affrontare realmente la questione dell’abbandono e il mancato rispetto dei diritti più basilari, non solo dei richiedenti asilo, ma di ogni essere umano. Il 3 dicembre del 2025, sono stati sgomberati i magazzini 2 e 2A di Porto vecchio, dove vivevano circa 150 persone. Quel giorno – nel magazzino n.116, anch’esso interessato dallo sgombero – è stato ritrovato il corpo di Magoura Hichem Billal, 32enne algerino morto per il freddo che, in inverno a Trieste, mette a rischio la vita delle persone costrette a trovare ripari di fortuna. Il 22 gennaio 2026 è stata la volta degli edifici numero 4 e 6. Sei giorni dopo, il 28 gennaio 2026 l’operazione di sgombero ha interessato i magazzini 7 e 10 coinvolgendo tra le 180 e le 200 persone.  Lo sgombero del 5 febbraio 2026 ha interessato il magazzino numero 118, abitato anche da persone regolari ma senza fissa dimora. Sono seguiti gli sgomberi dei magazzini 119 e 120 e, infine, del magazzino numero 19, abitato da circa 70 persone e sgomberato il 21 maggio 2026. Per lo più, questi sgomberi sono avvenuti nelle prime ore del mattino, con un notevole dispiegamento di forze di polizia o militari e spesso senza alcun coinvolgimento delle organizzazioni che in città si occupano quotidianamente di accoglienza e supporto. Laddove sono stati predisposti trasferimenti, questi hanno riguardato un numero limitato di persone, mentre altre sono state nuovamente abbandonate in strada. Altri interventi sono invece avvenuti totalmente nell’ombra, senza comunicazioni ufficiali e senza che ne sia seguita alcuna denuncia. È il caso, ad esempio, dell’11 settembre 2026, quando i ragazzi che abitano quegli spazi ci hanno raccontato informalmente che, dalla mattina alla sera, i militari hanno evacuato e poi presidiato il magazzino in cui dormivano. Circa la metà dei magazzini di Porto Vecchio è oggi sigillata dopo gli sgomberi. Le persone che li abitavano si sono spostate nei pochi spazi ancora aperti, ma presumibilmente destinati a essere a loro volta obiettivo delle stesse operazioni. E poi? Quando non resterà più nessun magazzino in cui ripararsi e l’accoglienza continuerà a essere negata, cosa pensano di fare le istituzioni? Continuare a spendere risorse in operazioni che non risolvono nulla, ma che aggravano ulteriormente le già precarie condizioni di vita delle persone che, comunque, continueranno a essere presenti? ANCORA UNA VOLTA: LARGO SANTOS, UN ALTRO SPAZIO NEGATO L’ultimo sgombero, il 17 settembre 2026, ha interessato la tettoia di Largo Santos, un androne accanto all’ingresso del Porto Vecchio, altro riparo informale dove le persone si sono ritrovate a trascorrere le roventi notti estive. Anche questo spazio era già stato interessato da operazioni di sgombero cicliche. Nell’agosto del 2025 erano iniziati, e proseguiti per tutto il mese, allontanamenti forzati affidati alla ditta Italspurghi, che avevano incluso il sequestro di beni essenziali come coperte, sacchi a pelo e persino scarpe. In quell’occasione, 113 persone erano state abbandonate in strada. Poi ancora il 1° ottobre, all’alba, la Prefettura di Trieste aveva disposto il trasferimento delle 157 persone accampate sotto la tettoia. E di nuovo, l’ultimo sgombero ha interessato circa cento persone che dormivano nell’androne, già in condizioni precarie dopo la notte di pioggia del giorno precedente. Il 10 settembre, infatti, l’ondata di maltempo aveva colpito gli accampamenti e, durante la giornata, le persone avevano tentato di ricostruire i ripari in vista della notte. Un tentativo reso inutile dall’intervento delle istituzioni che, invece di fornire supporto, hanno finito di distruggere i ripari e predisposto, alle prime ore del mattino, l’ennesimo sgombero, con un’operazione coordinata, sotto il profilo tecnico-operativo, dalla Questura e con la presenza di Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri ed Esercito. L’evacuazione si è conclusa in tre ore. Alcune persone sono state accompagnate in via del Teatro Romano per la verifica delle rispettive posizioni amministrative e l’eventuale inserimento nel sistema di accoglienza. Circa 20 di loro erano già in possesso di titoli di soggiorno regolari rilasciati dalla Questura di Trieste e, pertanto, avrebbero dovuto avere già accesso all’accoglienza. Altre cinquanta avevano già formalizzato la richiesta di asilo presso altre Questure, a Gorizia e Udine, risultando così impossibilitate ad accedere al sistema di accoglienza cittadino, dal momento che l’accoglienza deve essere predisposta dalla Prefettura competente territorialmente per il luogo in cui è stata presentata la domanda. Le autorità avevano dichiarato che le persone sgomberate sarebbero state prese in carico, dopo la verifica delle loro posizioni, e inserite nel sistema di accoglienza. Eppure, non è la prima volta che vengono annunciati inserimenti nell’accoglienza che poi non trovano corrispondenza nella realtà. Si è trattato quindi, ancora una volta, di uno spostamento di persone che ha finito per riportarle sulla strada. È significativo, a questo proposito, ricordare che il collocamento nelle strutture di accoglienza si è di fatto inceppato da mesi. I trasferimenti in altre province o regioni sono stati bloccati, mentre l’applicazione delle procedure di frontiera è diventata la norma. I centri di primissima accoglienza, quelli in cui i richiedenti asilo venivano ospitati nelle prime fasi, sono stati infatti “riorganizzati”: sia Casa Malala che Campo Sacro, precedentemente funzionanti come CAS, sono stati trasformati in centri dedicati alle nuove e aberranti procedure accelerate di frontiera. Questo ha prodotto un ulteriore livello di accoglienza negata e di privazione dei diritti, contribuendo all’aumento delle persone che si ritrovano all’addiaccio. E POI? LE PERSONE NON SI RIMUOVONO Di fronte a un problema ormai strutturale, determinato non da arrivi numerosi e improvvisi, ma dalle carenze nelle procedure di registrazione e presa in carico, gli sgomberi mostrano tutta la loro inutilità, rivelandosi come operazioni propagandistiche volte a “far fronte” a una situazione di abbandono organizzato che non può più essere definita emergenziale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i luoghi vengono chiusi, ma le persone non scompaiono. Vengono semplicemente spostate più in là, fino al prossimo sgombero. Nel frattempo, gli spazi di riparo diminuiscono, mentre aumentano le persone costrette a vivere senza accoglienza. Dopo il Silos, Porto Vecchio. Dopo un magazzino, quello accanto. Dopo Porto Vecchio, Largo Santos. Gli spazi occupati diventano scomodi quando si trasformano in testimonianza concreta dell’inefficienza istituzionale: quante Khandwala devono ancora esistere perché sia evidente che non è possibile risolvere l’assenza di accoglienza continuando a sgomberare i luoghi in cui questa assenza diventa visibile? Gli sgomberi possono chiudere un magazzino, una tettoia, un edificio, ma non possono rimuovere le persone, perché le persone non sono rifiuti da rimuovere. Lo abbiamo detto più volte, fanno il deserto e lo chiamano decoro, mentre quell’apparente spazio “ripulito” maschera la sporca violenza deumanizzante con cui l’operazione è stata condotta. Non sono le occupazioni a rappresentare un degrado per la città, ma le istituzioni che la governano e che scelgono di negare i diritti delle persone. Il Silos era Khandwala, i magazzini di Porto Vecchio e la tettoia di Largo Santos erano khandwala; “case rotte” in cui si era trovato un riparo quando non c’era altra soluzione. Realtà nate dal basso come forma di autotutela che sono state chiuse anche quando avevano dato vita a spazi di scambio, incontro e, in qualche modo, di gioia. Ad ogni khandwala sgomberata ne è nata un’altra; quante altre dovranno essere occupate, abitate e poi evacuate, prima che queste persone possano smettere di vivere in ripari di fortuna e vedersi finalmente riconosciuto il diritto a un’accoglienza dignitosa? E allora la domanda non dovrebbe essere quale sarà il prossimo spazio da evacuare, ma quando finirà la necessità di costruire ripari precari per sopperire a un sistema di accoglienza che continua a lasciare persone in strada.
Va bene accoglierli, ma non tutti
A partire da alcune formule ricorrenti nel discorso pubblico contemporaneo – dall’“invasione dello straniero” al “ce ne sono troppi. Va bene accogliere, ma non tutti” – Jacopo Anderlini 1 costruisce in “Hostis. Il paradigma dell’ospitalità” (Eleuthera, 2026) una genealogia dell’ospitalità volta a interrogare le condizioni storiche, sociali e politiche attraverso cui la presenza dello straniero viene definita, classificata e collocata nella società ospitante. Il principale contributo del sociologo è nel mettere in discussione una concezione dell’ospitalità come semplice apertura verso l’altro. Essa emerge piuttosto come una specifica ‘ragione’, per la quale dimensione culturale, politica ed etica si intrecciano nella continua definizione dei confini tra chi può stare “dentro” e chi deve rimanere “fuori”, articolando interrogativi relativi alla cittadinanza, alla sovranità, alla mobilità, alla sicurezza e alla costruzione dell’alterità. L’analisi proposta da Anderlini consente di osservare come il significato dell’ospitalità costituisca un “concetto in movimento” (p. 42), destinato a trasformarsi parallelamente ai legami sociali. Questi ultimi, analizzati dal linguista Benveniste nella loro “terminologia psicologica” (p. 32), riguardano il vivere in società, le norme sociali e la dimensione sentimentale, che trasformano la figura dell’ospite simmetricamente alle forme di organizzazione della società e dello Stato, introducendo nuove forme di relazione fondate sulla differenza di status ed, implicitamente, anche la possibilità dell’esclusione. Notizie/A proposito di Accoglienza/Arti e cultura «HOSTIS. IL PARADIGMA DELL’OSPITALITÀ» Un libro di Jacopo Anderlini (Elèuthera, 2026) 28 Agosto 2026 Ambivalenza già inscritta nel suo studio etimologico del termine greco xenia, nonché del latinohospes, nel quale confluiscono i significati di hostis e potis, legati rispettivamente alla relazione con l’altro e alla dimensione del potere. Con il passaggio dal genus al cives e l’ingresso nella polis, la dimensione privata dell’ospitalità – come istituto sacro fondato sulla reciprocità, sul dono e sull’obbligo – si sovrappone progressivamente a quella pubblica: la distinzione tra civis/proxenos e straniero, “non cittadino”, rende evidente come l’ospitalità implichi anche una collocazione spaziale e temporale dell’ospite nell’ordine politico della comunità. Tra XVII e XVIII secolo, questa logica si traduce sempre più esplicitamente nelle pratiche di governo. La città diviene un laboratorio della popolazione nel quale l’ospitare e l’escludere diventano declinazioni dell’azione politica. Il vagabondo (e successivamente le comunità di fuga, dei maroons e dei pirati), sottraendosi alle forme di appartenenza, stabilità e produttività richieste dal nascente ordine mercantilista, viene strategicamente regolamentato. Dal 1648, la mobilità viene incorporata nel passaporto; la sanità entra nei dispositivi di governo e la categoria del rischio consente di ricondurre l’incertezza entro “l’arrogante presunzione di controllabilità” (Z. Bauman, 2017): la compassione, attraverso la politica della pietà, “anziché fungere da cerotto per la violenza” (E. Weizman; 2012), diviene una modalità di governance capace di organizzare le condizioni entro cui protezione e controllo vengono esercitati sul “popolo degli infelici”, al limite dell’umanitario e del securitario. Il moral urbanism rende così visibili, classificabili e amministrabili soggetti e comportamenti ‘altri’ in un continuumdi pratiche che fanno dell’ospitalità un dispositivo inserito in una estesa razionalità di governo congiunta ad un governo differenziale della mobilità. * La scheda del libro * Leggi l’estratto Se, ai primi sviluppi della dimensione urbana, il ‘buon ordine’ era affidato in larga misura alla polizia, è con il ‘popolo’ che esso viene progressivamente affiancato da una molteplicità di istituzioni nazionali attraverso cui vengono individuate, classificate e amministrate le “classi pericolose”, fondamento morale delle politiche attivate. “The image, the imagined, the imaginary […] the imagination has become an organized field of social practices, a form of work (in the sense of both labor and culturally organized practice), and a form of negotiation between sites of agency (individuals) and globally 2 defined fields of possibility. […] The imagination is […] the key component of the new global order ”. Lo spazio Schengen costituisce, in questa prospettiva, un ulteriore passaggio. Seguendo logiche “legittimate dalla logica dell’ospitalità e dal registro morale da questa convocato” (p. 89), esso non elimina i confini, ma elabora nuove procedure confinarie (p. 101), un assemblage (p. 91) di norme giuridiche, impianti amministrativi e burocratici, tecnologie, controlli e pratiche di classificazione attraverso cui il confine viene prodotto, amministrato e reso operativo. Regimi dei visti, liste dei paesi sicuri, videosorveglianza e strumenti di racial profiling concorrono a una nuova grammatica della sovranità, della mobilità migrante e dell’ospitalità. In altre parole, gli Stati europei non hanno eliminato le frontiere, ma le hanno semplicemente combinate con ulteriori diagrammi in un archetipo che attraversa istituzioni e contesti differenti senza, però, coincidere con una singola politica o con un progetto unitario. In questa coniugazione, particolare rilievo assume la nozione di domopolitica introdotta da W. Walters: più che uno spazio del diritto all’asilo, per Anderlini si delinea un quadro nel quale lo Stato viene rappresentato come una casa, uno spazio domestico da proteggere e preservare “in una tattica che giustappone le parole calde di comunità, fiducia e cittadinanza alle parole associate al pericolo proveniente da un esterno caotico” (Connolly, 1995), popolato da “stranieri, clandestini, trafficanti, terroristi”, contro cui si rivolgono le tecnologie di frontiera sempre più orientate ad una gestione selettiva della mobilità. L’obiettivo di tali dispositivi, i cui diagrammi si snodano nella “terminologia psicologica” della criminalità, della vulnerabilità e della minaccia, consiste nel “selezionare” l’ospite, distinguendo tra circolazioni “buone” e “cattive”, “il cui valore di scambio risulta direttamente connesso al movimento” (p. 119). Nella sua duplice natura di apertura e chiusura, di pietà e sicurezza, l’ospitalità non si configura, per Anderlini, come ‘varco’ di casa, attraverso il quale sia indifferentemente possibile entrare e uscire, quanto piuttosto come ‘soglia’ – storicamente e strutturalmente – posta tra appartenenza ed estraneità. È su questa soglia, infatti, che si stabiliscono e continuamente si ridefiniscono le condizioni dell’ospitalità, nel rapporto, mai definitivo, tra chi ospita e chi è ospitato. Ci sono “troppi stranieri”: italiani di fatto, ma ancora privi di pari diritti. È precisamente entro questo spazio di ospitalità e di appartenenza incompleta che si articolano i criteri di inclusione ed esclusione e prendono forma le lotte politiche volte a ridefinire e ampliare la soglia della cittadinanza. RIFERIMENTI Bauman, Z. (2017). Times of interregnum, Polity Press. Connolly, W. (1995) The ethos of pluralization. University of Minnesota Press, Minneapolis, MN. Weizman, E. (2012). The least of all possible evils: Humanitarian violence from Arendt to Gaza.  London ; New York : Verso 1. Jacopo Anderlini, sociologo, è Principal Investigator del progetto Debordering materiality along migration routes e ricercatore presso l’Università di Parma, dove ha co-fondato e coordina la Clinica Sociologico-Giuridica «Migrazioni e frontiere». Ha condotto ricerche etnografiche in Tunisia, negli hotspot di Pozzallo e Lampedusa, nelle zone agricole della Sicilia e al confine francoitaliano, studiando le trasformazioni del governo europeo delle migrazioni. Fa inoltre parte del Media Board del progetto ERC Advanced SOULROUTES e del Laboratorio di Sociologia Visuale dell’Università di Genova. È co-curatore di Borderland Italia (Deriveapprodi, 2022) e di Crocevia Mediterraneo (Elèuthera, 2023). ↩︎ 2. Appadurai, A. (1996), Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization, Minneapolis, University of Minnesota Press, p. 31. “L’immagine, l’immaginato, l’immaginario… l’immaginazione è divenuta un campo organizzato di pratiche sociali, una forma di lavoro (inteso sia come attività lavorativa sia come pratica culturalmente organizzata) e una forma di negoziazione tra luoghi di capacità d’azione (gli individui) e campi di possibilità definiti a livello globale. […] L’immaginazione è… la componente chiave del nuovo ordine globale” ↩︎
“Fuori rotta. Indagine sul sistema di abbandono e isolamento da Trieste alla Sardegna”
ARIANNA LOCATELLI 1 Le associazioni No Name Kitchen e il Consorzio Italiano di Solidarietà pubblicano un report 2 che analizza il sistema dei trasferimenti tra Trieste e la Sardegna e le condizioni di alcuni CAS nel territorio sardo. Trieste, città sul confine tra Italia e Slovenia, rappresenta uno snodo centrale lungo la cosiddetta Rotta Balcanica. Negli anni, la città è diventata uno dei principali punti di accesso al territorio italiano per persone in movimento in arrivo dalla rotta. La gestione degli arrivi si inserisce in un contesto caratterizzato da cronica insufficienza dei posti in accoglienza, tempi prolungati di registrazione delle domande di asilo in Questura e frequenti trasferimenti verso altre regioni italiane. Tra febbraio e settembre 2025, circa l’85% dei richiedenti asilo trasferiti dopo l’ingresso nel sistema di accoglienza triestino è stato destinato alla Sardegna. Tale dato sembra indicare l’esistenza di una strategia di gestione programmata e di un canale di redistribuzione consolidato tra i due territori. I TRASFERIMENTI TRA TRIESTE E LA SARDEGNA E LE CONDIZIONI DEL SISTEMA DI ACCOGLIENZA SARDO La Sardegna, chiamata “Jazeera” dai richiedenti asilo, dall’arabo “isola”, è diventata nei mesi una delle destinazioni più temute dai richiedenti asilo. I centri di accoglienza sardi sono infatti spesso situati in aree geograficamente isolate, rendendo ancora più complesso l’inserimento in reti sociali, territoriali e nel mercato lavorativo, acuendo il senso di abbandono nei richiedenti asilo. In questo contesto, gli ospiti rimangono bloccati in strutture periferiche in attesa del rilascio dei documenti, una procedura che può protrarsi da alcuni mesi fino a diversi anni. I richiedenti cadono in un limbo di attesa, subendo un processo di passivizzazione, dopo essere stati sradicati da contesti in cui avevano iniziato a costruire una rete di supporto, come più volte è successo a Trieste. Le criticità del sistema di accoglienza in Sardegna sono emerse in modo ricorrente dalle denunce delle persone trasferite, raccolte dagli operatori presenti a Trieste. È proprio a partire da queste segnalazioni che, nell’ottobre 2025, un gruppo di ricerca composto da tre persone ha svolto una missione in Sardegna per verificare le condizioni riportate. Grazie alle visite di diversi CAS, alle interviste e ai focus group svolti con richiedenti asilo accolti sull’isola, sono emerse una serie di problematiche legate alla lentezza del rilascio dei documenti, alle condizioni dei centri, con particolare riferimento alla tutela legale, medica e sanitaria, e alle difficoltà di inserimento lavorativo, che spesso spingono ad accettare condizioni di lavoro irregolari, soprattutto nel settore agricolo. Emerge con chiarezza un meccanismo di redistribuzione dei richiedenti asilo tanto semplice quanto efficace. A fronte degli obblighi internazionali di accoglienza, dai quali lo Stato non può sottrarsi, viene istituzionalizzato un sistema di trasferimenti e ricollocazioni che, pur garantendo formalmente l’accesso all’accoglienza, produce spesso effetti di marginalizzazione sulle persone coinvolte. L’allontanamento dai luoghi di arrivo e dalle reti sociali costruite durante il percorso migratorio interrompe in alcuni casi percorsi di inserimento già avviati. In molti casi, questi trasferimenti finiscono per incentivare l’abbandono dei centri di accoglienza o spingono a vivere in condizioni non accettabili, alimentando precarietà, vulnerabilità e, talvolta, irregolarità. FUORI ROTTA: LA MARGINALIZZAZIONE DEI RICHIEDENTI ASILO > Qui abbiamo pensato di diventare pazzi Con questa frase il team di ricerca è stato accolto da un ragazzo trasferito da Trieste in un campo di accoglienza sardo, isolato nella campagna. Ciò che emerge con forza è il profondo senso di abbandono e stallo vissuto quotidianamente dai richiedenti asilo. Il report evidenzia con chiarezza la volontà di marginalizzare persone in movimento e richiedenti asilo. Sradicare le persone dai contesti e collocarle ai margini del territorio nazionale provoca spesso un’ulteriore precarizzazione delle condizioni di vita degli accolti. Esistono eccezioni, ma la realtà del sistema di accoglienza porta a un’oggettificazione e a una disumanizzazione del richiedente asilo. “Makes you also wonder about the welcoming system or reception system. Are they really just about beds or are they actually welcoming people? Not turning them into numbers and keeping them away in camps far far away from cities, making them numbers even literally when you have to sign in and out with a number not even with your name”. Queste le parole che dovremmo tutti tenere a mente, pronunciate da un attivista di No Name Kitchen un anno fa, in occasione di una giornata organizzata per ricordare lo sgombero del Silos avvenuto a Trieste il 21 giugno 2024. Notizie/A proposito di Accoglienza TRIESTE. UN CONTRO-EVENTO ARTISTICO E POLITICO RIACCENDE LA MEMORIA DEL SILOS Spazio pubblico, arte e memoria si intrecciano per contrastare l'oblio e riaffermare diritti negati 8 Agosto 2025 Quando si parla di viaggi migratori, si evocano di solito le frontiere balcaniche, il Mar Mediterraneo, le violenze delle polizie di frontiera, il gelo delle foreste o il caldo torrido del deserto. Eppure, sappiamo bene che il viaggio non finisce una volta messo piede sul territorio italiano, francese o tedesco. Perché a quel punto si apre una seconda fase: lo scontro quotidiano con un sistema d’asilo respingente, con la minaccia costante del Regolamento Dublino, con le frontiere interne alla società, con una lingua sconosciuta, con un sistema di accoglienza che riduce l’individualità alla collettività, trasformando le persone in numeri. A molti, essere trasferiti in Sardegna potrà non sembrare la cosa peggiore che possa accadere lungo una rotta migratoria. Ma attraversando l’entroterra sardo, visitando centri raggiungibili solo percorrendo stradine sterrate, si comprendono le parole di A., che guardandoci ha detto: «Qui abbiamo pensato di diventare pazzi». Il sistema di accoglienza non dovrebbe limitarsi a fornire un posto letto. Dovrebbe costruire percorsi di inserimento territoriale, garantire rispetto del singolo, tutelare le fragilità. Dovrebbe radicare, non isolare; costruire, non distruggere sistematicamente le reti sociali che le persone in movimento cercano di creare con fatica. Non si può pensare che fornire un letto sia l’obiettivo ultimo. Perché la disumanità inizia nel momento in cui non si riconoscono più le persone che si hanno davanti come tali, ma come numeri, spostati di centro in centro, abbandonati in un CAS isolato, lontano da tutto e da tutti. Anche alla luce dei recenti avvenimenti, occorre aprire una riflessione sul sistema di accoglienza italiano, facendo emergere le responsabilità istituzionali di un sistema che rende estremamente difficile il percorso di regolarizzazione dei richiedenti. 1. Mi sono laureata in antropologia culturale ed etnologia a Bologna. Sono un’attivista e una studentessa e negli ultimi anni ho girato varie città seguendo progetti di ricerca e volontariato su diverse frontiere in supporto alle persone in movimento. Sono nel CD di OnBorders ↩︎ 2. NNK – No Name Kitchen (2026), Fuori Rotta ↩︎
Frontiere-Filtro: L’Accoglienza nei Centri d’Italia (2026)
GIORGIA MALAVENDA È disponibile dal 28 aprile il nono rapporto sui centri di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati in Italia basato su dati relativi al 2024, realizzato da ActionAid e Openpolis nell’ambito del progetto Centri d’Italia, ad oggi l’unica piattaforma di monitoraggio indipendente presente nel paese. Scarica il rapporto completo Intitolato “La frontiera, ovunque”, il documento mira a smascherare le problematiche intrinseche del sistema di accoglienza odierno, ed è già dal titolo che si intuiscono le conclusioni a cui i dati registrati portano: il processo di selezione del migrante non si limita, infatti, alle sole frontiere fisiche lungo i confini nazionali ma si protrae lungo tutta la filiera dell’accoglienza, sottoforma di ostacoli legislativi, amministrativi e linguistici. Tale prospettiva è oggi essenziale per spostare il focus del dibattito pubblico e politico sul tema dell’immigrazione dalle logiche di espulsione a ciò che avviene lungo il percorso di accoglienza e integrazione del migrante. > Siamo di fronte a una scelta di Governo che ha progressivamente spostato > l’accoglienza da infrastruttura di tutela in un dispositivo di filtro, > smistamento e contenimento. L’EMERGENZA PRODOTTA La narrativa emergenziale proposta nell’ultimo decennio ha portato a una proliferazione di decreti emergenziali sotto il governo attuale in nome di uno stato di emergenza (dichiarato dall’aprile 2023 all’aprile 2025), ma la chiave di lettura proposta dal rapporto dimostra come la persistenza di questo stato di precarietà non sia dovuto all’eccezionale incremento dei flussi migratori segnalato, ma sia piuttosto esito di una emergenza appositamente costruita, grazie allo smantellamento delle politiche di accoglienza. È a partire dalla limitazione dell’operatività delle navi ONG di soccorso marittimo, imposto dal Decreto Piantedosi, che l’emergenza nasce. Con l’assegnazione dei porti lontani del Centro-Nord Italia per salvataggi avvenuti principalmente lungo la rotta del Mediterraneo centrale non solo si sottopongono persone a una situazione di precarietà per più tempo del necessario ma si tolgono risorse monetarie e temporali alle ONG dispiegate nelle missioni Search and Rescue 1. Pur essendo l’obiettivo dichiarato di questa politica alleviare le pressioni sulle strutture di prima accoglienza nel Sud Italia, il rapporto mostra come proprio in questi centri rimangano costantemente disponibili più di 2.000 posti inutilizzati presso gli hotspot e CPA di Sicilia, Calabria e Puglia. Questa prassi viene quindi smascherata come mero tentativo di ostacolare le missioni SAR e di criminalizzare la solidarietà e, non a caso, sono varie le sanzioni contro le navi umanitarie che sono state annullate sulla base dell’illegittimità di questa prassi, quali le sentenze dei tribunali di Salerno e Ragusa. > Ancora una volta, l’emergenza da eccezione si trasforma in una tecnica > ordinaria di organizzazione dell’accoglienza. Le frontiere interne La centralità dei processi di filtro è resa ancora nota dalla crescente prevalenza delle strutture di prima accoglienza, quali hotspot, CPA e CAS, su quelle facenti parte del SAI per l’accoglienza secondaria. Il report sottolinea due tendenze visibili dal 2023: la proliferazione di strutture hotspot, che passano da 4 a 11 nel 2024 con il triplicarsi dei posti disponibili, e il forte sbilanciamento del sistema verso i Centri di Accoglienza Straordinaria, che accolgono nel 2024 il 71,9% delle persone totali, dimostrando che il perno dell’intero sistema è ancora una volta rappresentato dall’accoglienza straordinaria. Delle 6.024 strutture governative attive al 31 dicembre 2024, 520 registrano presenze che superano il 120% della capienza, con 12.904 persone coinvolte specialmente nei CAS di Lombardia, Lazio, Puglia e Veneto. Nel Mezzogiorno prevalgono CAS di grandi dimensioni con una capienza media di 38 posti mentre nel Nord-Est, specialmente nel FVG, la capienza media si riduce a 11 posti grazie al peculiare modello di micro-accoglienza diffusa 2. Passando all’analisi dello stato dell’accoglienza del SAI si osserva un tasso di turnover degli ospiti che diminuisce dal 35,5% registrato nel 2023 al 21,3% nel 2025, indicando un ricambio sempre più lento che contrasta l’entrata di nuovi beneficiari nel circolo, dunque pressando nuovamente sui centri dediti alla prima accoglienza. A snaturare l’essenza dell’accoglienza è il peso di operatori for profit nella gestione dei centri governativi, che dal 2022 al 2024 si duplica arrivando a gestire più di 14mila posti, più di un decimo dei complessivi. Ancora, lo schema di capitolato d’appalto vigente dal 2024 ostacola la fruizione dei servizi di mediazione linguistico-culturale e dei colloqui psicologici: insieme al ritiro implicito della domanda di protezione per assenza al colloquio e alla procedura accelerata di valutazione della domanda “tardiva” previste dal d.l. 145/2024, si compromettono non solo le tutele e i diritti degli ospitati, ma anche la capacità del sistema di rilevare e valutare adeguatamente le vulnerabilità personali che possono essere dietro a queste decisioni. Oltre a queste fragilità il documento evidenzia anche le responsabilità di un’amministrazione precaria, lenta e intermittente che pone in essere ostacoli amministrativi nell’accesso alle questure e nella formalizzazione della domanda. Forme di accoglienza non dignitose non risparmiano neanche i minori non accompagnati, portando a un allarmante numero di uscite per abbandono. L’introduzione da parte del d.l. 133/2023 della possibilità di collocare MSNA ultrasedicenni in centri di accoglienza per adulti, in sezioni specifiche, per un tempo massimo di 90 giorni, prorogabile di altri 60, ha legittimato ancora di più la prassi già esistente di inserimento di MSNA in centri per adulti. Nonostante fosse stata intesa come misura eccezionale da applicare solo nei casi di indisponibilità temporanea di strutture dedicate, i casi critici sono diversi. Torino si dimostra prima per numero di MSNA transitati in centri per adulti e almeno 13 delle prefetture incluse nel rapporto dichiarano superamenti 3della soglia massima dei 150 giorni, dimostrando come il superamento dei limiti di legge non sia episodico e avvenga anche in territori con posti liberi nel circolo dedicato. Ancora una volta il rapporto smaschera la riluttanza del Governo di porre l’accoglienza sul primo piano: l’incapacità della gestione del sistema è evidente dalla carenza di meccanismi di monitoraggio delle politiche sviluppate e dalla disomogeneità territoriale delle ispezioni presso i centri governativi, che lasciano nel 2024 l’80,9% delle strutture prive di alcun controllo. Spesso i dati dichiarati dalle Prefetture e dalle autorità centrali non combaciano. Il Viminale afferma, infatti, di non registrare dati relativi ai centri di accoglienza provvisori né quelli relativi al tempo di accoglienza e alla sezione separata istituita per i MSNA nei centri adulti: una superficialità che ostacola il lavoro di reporting su una realtà altrimenti invisibile al comune cittadino. LO SCENARIO 2026 L’ennesima stretta sull’immigrazione è ora rappresentata dal disegno di legge7 approvato il febbraio scorso dal CdM per l’attuazione del Patto UE sulla migrazione e asilo, nel quadro della riforma del CEAS adottata nel 2024 e ora in procinto di essere attuata. Dei dieci testi introdotti, quello che desta più preoccupazioni è il Regolamento (UE) 2024/1348 (Regolamento Procedure) poiché amplia i casi di ricorso obbligatorio alla procedura accelerata di esame della domanda alla frontiera, con annesso allontanamento immediato e un massimo di dieci giorni per fare ricorso. L’infondatezza di una domanda si baserà quindi su meri criteri statistici, quali la provenienza da un paese d’origine sicuro e il possesso di una cittadinanza facente parte delle low-recognition-rate citizenships 4, tra le quali la venezuelana, la colombiana e ora quella siriana, nonostante le violenze etniche e confessionali ancora in corso. La mancata valutazione delle specificità di una domanda di protezione in nome di queste logiche puramente statistiche smaschera nuovamente la superficialità del sistema che, pur di accelerare le procedure di frontiera, rinuncia a investigare su possibili profili di intersezionalità e vulnerabilità personale del migrante. Con l’ennesimo atto emergenziale 5 in materia migratoria il discorso politico torna ancora una volta a focalizzarsi sulle procedure di rimpatrio, ricorrendo a prassi illecite e problematiche 6 che alimentano una politica carente e superficiale che pone lo sguardo alle frontiere esterne e non a quelle interne, facendo dell’accoglienza un sistema esclusivo. 1. La politica dei porti lontani non arretra neanche di fronte alla morte, Sos Mediterranee (19 maggio 2026) ↩︎ 2. 3 Che cos’è l’accoglienza diffusa? ICS (25 maggio 2018) ↩︎ 3. Minore trattenuto in struttura per adulti: La Corte Europea dei Diritti Umani condanna l’Italia, ASGI (29 Aprile 2026) ↩︎ 4. Latest Asylum Trends: Recognition Rates, EUAA ↩︎ 5. Convertito in legge il DL 23/2026 su sicurezza e migrazione, IntegrazioneMigranti (24 aprile 2026) ↩︎ 6. I rimpatri volontari assistiti non siano strumenti di “remigrazione”. Un commento al decreto-legge 55/2026, UniPd Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” (22 maggio 2026) ↩︎
Accolti sulla carta, ma abbandonati in strada: il TAR di Parma condanna la prassi della Prefettura
“I diritti non possono aspettare i tempi della burocrazia”. Con questa motivazione netta, il TAR di Parma ha censurato la strategia della Prefettura che riconosceva formalmente il diritto all’accoglienza ai richiedenti asilo, lasciandoli però di fatto senza un posto letto, cibo o assistenza. A renderlo noto è il CIAC – Centro immigrazione asilo e cooperazione di Parma e provincia che insieme all’Avvocato Calogero Musso supportano fin dall’inizio i richiedenti asilo lasciati fuori accoglienza. Questa vittoria, infatti, è il risultato di un impegno corale di un team legale formato dall’avvocato e dal monitoraggio e dall’accompagnamento costante degli operatori legali di CIAC. Da mesi, scrive l’associazione per spiegare la vicenda, molti richiedenti asilo a Parma vivono in un limbo assurdo: la Prefettura accoglie la loro domanda ma rimanda l’ingresso nelle strutture a data da destinarsi. La giustificazione usata è spesso la mancanza di posti o la necessità di dare priorità ai nuovi arrivi via mare. È la categoria – precisa l’associazione – degli “accolti ma non accolti“: persone con un diritto riconosciuto per legge, ma condannate all’invisibilità e alla strada. La sentenza è di interesse generale perché quanto accade a Parma non è un fatto isolato, ma sono prassi che avvengono in quasi tutte le città italiane. LA SENTENZA: L’ASSISTENZA DEVE ESSERE IMMEDIATA Il Tribunale Amministrativo – sottolinea Ciac – ha stabilito che le difficoltà organizzative non sono una scusa per negare la dignità umana. L’Amministrazione ha l’obbligo di attivarsi immediatamente per garantire i livelli minimi di assistenza. > Eventuali esigenze organizzative o temporanee indisponibilità di posti non > esonerano l’Amministrazione dall’obbligo di attivarsi per assicurare […] le > condizioni materiali minime di accoglienza. > > Sentenza del TAR Parma «È una vittoria che ribadisce un principio fondamentale: lo Stato non può fare promesse a vuoto», dichiara Michele Rossi, Direttore di CIAC. «Il nostro impegno ora è garantire che nessuna persona sia più lasciata in strada con un provvedimento di accoglienza inutile in tasca». Cosa succede ora? La battaglia prosegue. Il Tribunale ha già fissato l’udienza pubblica per il 16 settembre 2026. In quella sede si discuterà la richiesta di risarcimento del danno per i giorni passati ingiustamente senza assistenza. «Non resteremo a guardare. Saremo sempre al fianco delle persone migranti per pretendere il rispetto della legge, diritto negato per diritto negato. Questa sentenza è un richiamo alla responsabilità per tutta la nostra comunità. Invitiamo la cittadinanza a mantenere alta l’attenzione: il rispetto dei diritti di tutti e tutte è l’unico fondamento possibile per una società che si dice davvero democratica», conclude la nota di CIAC. T.A.R. per l’Emilia-Romagna, ordinanza del 25 marzo 2026