Tag - rapporti e dossier

Report sulla visita al Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Caltanissetta
ALESSANDRA DALLARI, ANNAMARIA FORMAGGIA, EVA GONZATO, MARIA ROCCO 1 INTRODUZIONE E OBIETTIVI DEL SOPRALLUOGO Il presente report riporta quanto emerso durante un sopralluogo al CPR di Caltanissetta – Pian del Lago svoltosi il 13 luglio 2026. Esso fa seguito ad altri sopralluoghi precedentemente svolti che avevano rilevato gravi criticità riguardo sia le condizioni materiali di trattenimento sia il rispetto dei diritti delle persone detenute, tra cui la visita svolta dal Garante Nazionale delle persone private della libertà personale nel maggio 2024 2 e quella effettuata da una delegazione ASGI nel novembre 2022 3.  Nel luglio 2023 la gestione del CPR è passata alla Cooperativa Sociale a.r.l. Albatros 1973, già gestore fino al 2021 del CPR di Ponte Galeria 4. Nonostante il cambio di gestione, il sopralluogo ha riscontrato che molte delle criticità evidenziate nel 2022 non sono state sanate, né relativamente alle condizioni materiali di trattenimento, che non paiono migliorate rispetto alle criticità emerse nel novembre 2022, né relativamente ai diritti delle persone trattenute, che sono rimasti compressi in egual maniera.  I SOGGETTI INCONTRATI E COLLOCAZIONE DELLA STRUTTURA Alla visita erano presenti il vice Prefetto, il vice Questore e Dirigente dell’Ufficio Immigrazione di Caltanissetta e il personale dell’ente gestore, tra cui il Direttore, alcuni operatori, un mediatore culturale, la dirigente sanitaria, la psicologa e l’assistente sociale, i quali si sono resi disponibili ad interloquire e a rispondere alla maggioranza dei quesiti posti dalla delegazione.  Alla delegazione non è stato possibile visionare il registro del personale né sapere quante unità fossero impiegate e con quali mansioni.  Il CPR di Caltanissetta è ubicato all’interno di una struttura definita “Centro Governativo Polifunzionale per Immigrati”. Si tratta di un’ ex struttura militare posta a circa 7 km dal centro di Caltanissetta, composta da vari edifici e completamente circondata da una recinzione alta circa 3 metri. L’ingresso principale è sorvegliato da militari.  All’interno dell’area si trovano l’ufficio Immigrazione di Caltanissetta che gestisce anche l’utenza esterna al centro e un CPA (centro di prima accoglienza), gestito dalla cooperativa Officine Sociali, il quale sta venendo utilizzato anche come centro per le procedure accelerate di frontiera. Il CPA è collocato all’interno di un’ulteriore recinzione, al momento del sopralluogo il cancello è aperto e non sorvegliato.  I nostri interlocutori ci riferiscono inoltre che il Centro Governativo Polifunzionale è già attrezzato per svolgere le procedure di screening da rintraccio sul territorio, che al momento del sopralluogo non avevano ancora avuto inizio.  DATI E INFORMAZIONI GENERALI LA STRUTTURA L’area adibita a CPR è separata dal resto della struttura e circondata da una recinzione alta circa una decina di metri, concava nella parte terminale, in modo da impedire alle persone trattenute di tentare la fuga.  All’interno della recinzione, l’area è divisa in 3 padiglioni, due da 36 posti e uno da 20 posti, quest’ultimo costruito durante l’emergenza Covid per permettere l’isolamento sanitario, per una capienza massima di 92 persone. Il CPR è dichiarato totalmente agibile.  Ci viene riferito che è previsto l’ampliamento del CPR attraverso la creazione di un nuovo  padiglione, in un’area già individuata, che porterebbe la capienza a 140 posti circa. Tale informazione era già stata riferita durante il sopralluogo di ASGI del 2022 5 e ad oggi si vedono dei lavori nelle aree antistanti il CPR.  Il CPR è sorvegliato esternamente da personale militare; secondo quanto riferito gli ufficiali dell’esercito entrerebbero nei padiglioni alloggiativi solamente in caso di necessità. Subito dopo l’ingresso principale si trova un’area comune con un container composto da due stanze, una adibita a somministrazione della terapia da parte del medico e dell’infermiere, l’altra è un’anticamera dove dovrebbero rimanere gli operatori dell’ente gestore ed eventuale personale dell’esercito nel caso sia richiesto un intervento durante la somministrazione della terapia. A destra e a sinistra dell’area comune si trovano rispettivamente i due padiglioni alloggiativi da 36 posti ciascuno (A e B), non comunicanti tra loro e circondati a loro volta da ulteriori recinzioni 6. Il padiglione C si trova invece verso il fondo del Centro in posizione più isolata.  I padiglioni sono a un unico piano e sono dotati ciascuno di un cortile di cemento, esternamente sono dipinti di rosso e scrostati e affacciano sul cortile tramite delle finestre dotate di sbarre. Al momento del sopralluogo le finestre erano aperte e coperte da stracci appesi per ombreggiare, paiono infatti prive di tapparelle. Non ci è stato possibile verificare se le finestre fossero effettivamente funzionanti. Nel cortile è presente una struttura tipo veranda, il cui tetto però è assente ed è stato sostituito da stoffe appese per cercare di creare un’ombreggiatura.  Ci viene riferito che le persone presenti nei diversi padiglioni non si incontrano mai e sono divise per “compatibilità” non meglio specificata. I tre padiglioni sono collegati tra loro e alla mensa tramite un corridoio molto stretto con le pareti di cemento alte almeno 10 metri e senza tetto. La mensa si trova nello stesso stabile della cucina, quest’ultima non è accessibile da parte dei trattenuti e comunica con la sala mensa con una finestrella da cui vengono distribuiti i pasti. La sala è composta da tavoli in cemento ricoperti da una lastra in metallo e dalle panche sempre in cemento, fissate al suolo e inamovibili. Fuori dalla mensa si trova un cortile con identici tavoli e panche in cemento. Dietro la mensa, raggiungibile sempre tramite lo stesso corridoio di collegamento, si trova un piazzale di cemento con disegnate le aree del gioco del calcio, privo di porte e di qualsivoglia ombreggiatura o arredo.  LE PRESENZE E I RIMPATRI Al momento della visita le persone trattenute nel CPR erano 79, su una capienza di 92 posti. Ci viene consegnato l’elenco delle persone trattenute al 13/07/2026, composte da: 28 persone di nazionalità tunisina;11 persone di nazionalità marocchina; 9 persone di nazionalità gambiana; 4 persone di nazionalità algerina; 4 persone di nazionalità georgiana; 4 persone di nazionalità bangladese; 3 persone di nazionalità egiziana; 2 persone di nazionalità afghana; 1 persona di nazionalità serba; 1 persona di nazionalità cinese; 1 persona di nazionalità ciadiana; 1 persona di nazionalità pakistana; 1 persona di nazionalità albanese; 1 persona di nazionalità ghanese; 1 persona di nazionalità ivoriana; 1 persona di nazionalità irachena; 1 persona di nazionalità turkmena; 1 persona di nazionalità albanese; 1 persona di nazionalità tanzana; 1 persona di nazionalità slovena; 1 persona di nazionalità senegalese; 1 persona di nazionalità libica I provvedimenti sui trattenimenti riguardano: * Espulsione art. 14 co. 5 TER TUI (12 persone) * Decisione commissione art. 32 D.Lgs 25/2008 (11 persone) * Tratt. art.6 co. 2 D.lgs 142/2015 (5 persone) * Espulsione art. 13 co. 2 Lett. A TUI (17 persone) * Espulsione art. 13 co. 2 Lett.B TUI (15 persone) * Espulsione art. 13 co. 2 Lett.C TUI (16 persone) * Misura di sicurezza (1 persona) * Respingimento Questura art. 10/2 TU (1 persona) * All. comunitario art. 20 co.3 e 11 D.lgs30/2007 (1 persona) Non vengono riferite le età anagrafiche né il numero di persone che hanno attuato atti autolesivi.  È stato possibile interloquire solamente con i trattenuti della struttura alloggiativa A, i quali hanno riferito che in quella struttura sarebbero “tutti giovani e tutti tranquilli” mentre nell’altro padiglione sarebbero presenti anche anziani. Le interlocuzioni sono avvenute alla presenza del mediatore dell’ente gestore che a volte ha risposto alle domande poste ai trattenuti o ha indirizzato le loro risposte. Molti trattenuti ci riferiscono di avere parenti italiani, o figli minori in Italia, uno di loro riferisce di essere in attesa di permesso di soggiorno ex art 31 per assistenza minori. Un trattenuto ci comunica di essere apolide, due trattenuti di essere neomaggiorenni e arrivati in Italia da minori. Un trattenuto afferma di lavorare regolarmente in Italia da 14 anni. Un altro di essere stato spostato da altro CPR e di essere trattenuto da oltre 18 mesi. Relativamente ai rimpatri, dal vice Prefetto viene riferito che dall’inizio del 2026 sino al 13 luglio sono stati effettuati 187 rimpatri, molti dei quali sarebbero stati concordati con le persone trattenute, che sarebbero state collaborative nello svolgimento del rimpatrio stesso. Infatti, molti dei rimpatri sono organizzati con Frontex e con le persone da rimpatriare, fissando una data per l’esecuzione del rimpatrio.  I trattenuti tuttavia riferiscono che molti di loro scelgono questa modalità di rimpatrio a causa delle insostenibili condizioni di vita all’interno del CPR, preferendo essere rimpatriati piuttosto che permanere all’interno del Centro. I trattenuti riferiscono inoltre che le modalità di comunicazione dell’imminente rimpatrio sarebbero diverse da quelle raccomandate dagli organismi di garanzia: i rimpatriandi verrebbero svegliati nel cuore della notte subito prima dell’esecuzione del rimpatrio, e non sarebbe data loro alcuna comunicazione relativa alla deportazione 7.  CRITICITÀ RISCONTRATE INFORMATIVA LEGALE E ACCESSO ALLA DOMANDA DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE  Ci viene riferito che l’informativa legale viene effettuata al momento dell’ingresso tramite la consegna di opuscoli ai trattenuti. Gli stessi opuscoli contenenti la carta dei servizi, il regolamento interno del CPR, l’informativa sull’asilo e l’opuscolo informativo per il richiedente lo status di rifugiato sono affissi al muro della sala mensa e ce ne viene consegnata copia al termine del sopralluogo.  Si tratta di informative redatte soltanto nelle lingue veicolari (italiano, inglese, arabo, francese e spagnolo) e che soprattutto nella parte legale risultano datate e non aggiornate alla normativa attuale. Il documento chiamato “Informativa asilo” riporta per esteso l’art.10 del D.Lgs 25/2008, precedente alle modifiche introdotte dal D.L. 100/2026 del 12 giugno 2026, e successivamente riporta una breve e generica informativa sulla protezione internazionale, anch’essa non aggiornata alle modifiche introdotte dal Patto. Il documento chiamato “opuscolo informativo per il richiedente lo status di rifugiato” invece presenta aspetti ben più problematici. In primo luogo esso pare redatto tra il 2002 e il 2008 (circa 20 anni fa!) e da allora mai più rivisto nella sua totalità: le prime righe affermano di “nuova normativa in materia di immigrazione” riferendosi alla legge 189/2002; inoltre si nota che tutto il documento si riferisce ai CPR chiamandoli “Centri di Accoglienza Temporanea ed Assistenza”, nome assegnato dalla legge Turco-Napolitano nel 1998 e cambiato in “Centri di Identificazione ed Espulsione” nel 2008 8. Inoltre i contatti dell’ACNUR/UNHCR indicati a pagina 3 risultano diversi da quelli indicati sul sito ufficiale dell’organizzazione 9. In generale, molte delle informazioni fornite dall’opuscolo sono generiche, imprecise o datate, quando non totalmente errate. Per quanto riguarda la possibilità di nomina di un difensore, ai trattenuti viene fornito un elenco contenente tutti gli avvocati iscritti all’Albo su tutto il territorio italiano. La maggior parte delle nomine avvengono tuttavia sulla base del passaparola tra persone trattenute. Ci viene riferito che solo raramente vengono nominati avvocati d’ufficio.  Le udienze di convalida e proroga del trattenimento si tengono con collegamento da remoto tramite videoconferenza nella stessa sala utilizzata per le visite e i colloqui con gli avvocati 10.  TUTELA DELLA SALUTE Viene riferito che la valutazione di idoneità sanitaria al trattenimento viene talvolta effettuata nelle ventiquattro ore successive all’ingresso in CPR. La struttura dispone di un protocollo con l’ASP che consente di eseguire internamente esami ematochimici, elettrocardiogrammi ed ecografie grazie a strumentazione dedicata, riducendo i trasferimenti ospedalieri e i relativi rischi di fuga. Tuttavia, non è chiaro se tali accertamenti siano condotti da personale pubblico o dipendente dell’ente gestore e resta da verificarne l’effettiva operatività. In ogni caso, l’accesso al registro degli eventi critici risulta precluso. Numerosi trattenuti segnalano di aver messo in atto comportamenti autolesivi, come l’ingestione di corpi estranei tipo “lamette” o tagli alle braccia, prevalentemente per opporsi al rimpatrio. I trattenuti lamentano inoltre  numerosi ostacoli nel proseguire all’interno del PCR le terapie farmacologiche prescritte all’esterno.  Sul fronte della salute mentale, su un totale di 77 trattenuti, si registrano 37 prese in carico psichiatriche: 11 riguardano casi gravi con certificazioni preesistenti all’ingresso, mentre i restanti presentano quadri clinici più lievi. A fronte di ciò, i medici interni preferiscono optare per dosaggi inferiori e sostituendo ampiamente i medicinali tradizionali con rimedi omeopatici, una prassi che solleva forti perplessità sull’adeguatezza delle cure terapeutiche fornite, acuite dall’impossibilità di visionare l’elenco dei farmaci acquistati e di accedere ai locali della farmacia. CORRISPONDENZA TELEFONICA E CONTATTI COL MONDO ESTERNO Rispetto al diritto alla comunicazione con l’esterno, apprendiamo che le persone trattenute non possono disporre dei propri telefoni cellulari, requisiti al momento dell’ingresso in CPR 11. Il centro, che ha dismesso le cabine telefoniche 12, fornirebbe loro alcuni telefoni cordless, consegnati al mattino e ritirati alla sera, attivabili tramite scheda telefonica acquistabile con il pocket money per un valore di cinque euro.  Le schede telefoniche non permettono l’utilizzo di messaggistica istantanea e prevedono un tariffario fisso per eseguire telefonate verso paesi terzi, sembrerebbe – da quanto condiviso dai trattenuti stessi – che una telefonata in uscita verso la Tunisia possa durare indicativamente un massimo di 7 minuti 13. Al momento dell’inserimento del codice riportato sulla scheda telefonica, le indicazioni fornite dalla voce registrata per poter effettuare la chiamata vengono rese solamente in italiano. Si può richiedere di fare accesso al CPR, in veste di familiari anche non stretti, chiedendo autorizzazione alla prefettura. Sembrerebbe, da quanto condiviso dal vice Questore e dal vice Prefetto, che non vi siano moltissime richieste in tal senso e che l’autorizzazione ad accedere verrebbe concessa nel giro di due o tre giorni. Raccogliamo informazioni discordanti da parte dei trattenuti che rappresentano tempi di attesa molto più lunghi, stimati in mesi.  I colloqui con parenti e avvocati sarebbero garantiti all’interno di una sala separata – la stessa utilizzata in sede di audizione telematica presso la Commissione Territoriale – con la presenza fissa di agenti di sorveglianza. Ci viene detto che è data facoltà agli avvocati di recarsi in qualsiasi momento all’interno del CPR per poter svolgere i colloqui con i propri assistiti.  CONDIZIONI GENERALI DI TRATTENIMENTO, SERVIZI GENERALI ALL’INTERNO DEL CENTRO, QUALITÀ DELLA VITA E ATTIVITÀ LUDICO-RICREATIVE Relativamente alle condizioni del centro si evidenza una generale carenza di luoghi ombreggiati e riparati e di vegetazione. Non ci è stato possibile verificare se fossero presenti impianti di riscaldamento o condizionamento, ma le persone trattenute lamentano la mancanza di sistemi di condizionamento e il caldo.  Non ci è stato possibile visitare il padiglione alloggiativo C da 20 posti, né entrare in alcun padiglione alloggiativo, né all’interno dei bagni, ma affacciandoci dalle finestre abbiamo potuto verificare che le stanze sono ancora prive di porte, nonostante le raccomandazioni del Garante Nazionale 14. Esse sono composte da 6 letti ognuna, in cemento e inamovibili, dotati di materassi ignifughi. Non sono presenti tavoli né sedie e mancano totalmente arredi e vani per riporre gli effetti personali. I trattenuti ci riferiscono che è successo di trovare pulci nei materassi. Relativamente alle condizioni dei bagni, i detenuti lamentano lo stato degradato e non funzionante dei servizi, nonostante la presenza di acqua corrente. Anche questi sarebbero ancora privi di porte costringendo le persone a utilizzarli in totale assenza di riservatezza, in condizioni umilianti e degradanti. Per quanto riguarda il tempo libero, è presente una televisione comune nel corridoio del padiglione, ma sono totalmente assenti sedie e tavoli e in generale qualsiasi arredo mobile, per cui i trattenuti sono costretti a guardarla stando in piedi o seduti per terra. Per lo stesso motivo i trattenuti non utilizzano i giochi da tavolo che sarebbero loro forniti. Allo stesso modo, non utilizzano il “campo da calcio” della struttura dal momento che è completamente esposto al sole e totalmente in cemento.  Non sono previste attività ricreative né formative, né sono presenti convenzioni con organizzazioni della società civile presenti sul territorio, al fine di implementare attività ludico ricreative all’interno del Centro. Non sono presenti nemmeno accordi con enti religiosi per l’ingresso di ministri di culto all’interno del Centro, né vi sono zone dedicate alla preghiera e i trattenuti solitamente pregano nel corridoio del padiglione o all’esterno a terra.   Per quanto riguarda la somministrazione dei pasti, essa è gestita dalla società Gam SRL con sede a Foggia. Ai trattenuti sarebbero garantiti solamente due litri di acqua potabile a testa al giorno. L’acquisto di generi alimentari e di conforto non forniti è consentito a proprie spese, tramite una lista consegnata periodicamente all’ente gestore.  Relativamente al pocket money, ogni persona trattenuta ha diritto a ricevere 2,50€ al giorno, che vengono erogati ogni due giorni sotto forma di sigarette o di scheda telefonica, per un valore di 5€. Non è possibile richiedere l’erogazione del pocket money in altro modo. Anche all’uscita dal CPR, se la persona trattenuta ha ancora pocket money da riscuotere, esso viene erogato sotto forma di sigarette. Il personale dell’ente gestore ci riferisce di avere a disposizione delle sigarette extra da poter elargire ai detenuti in maniera discrezionale come strumento per regolarne il comportamento. Si sottolinea che tale prassi, insieme all’utilizzo della divisa da parte degli operatori, riproduce dinamiche di potere sia simboliche sia materiali, ben lontane dal rapporto di fiducia tra operatori e trattenuti descritto invece da Vice Questore e Vice Prefetto. Contrariamente a quanto dichiarato nella carta dei servizi del CPR, non è presente né il servizio di lavanderia, che è dichiarato accessibile tutti i giorni nonostante il CPR sia privo di lavatrici, né il servizio di barberia e parrucchiere, che secondo la carta dei servizi dovrebbe essere effettuato tutti i giorni dalle 9 alle 10:30. In generale, tutti i trattenuti che provenivano da strutture detentive carcerarie erano concordi nell’affermare che le condizioni di vita all’interno del carcere fossero di gran lunga migliori.  CONCLUSIONI  A quasi quattro anni dal precedente sopralluogo, nonostante il cambio dell’ente gestore e le raccomandazioni del Garante Nazionale, le condizioni materiali di trattenimento risultano quasi sostanzialmente immutate; come si è avuto modo di argomentare, persistono ancora gravi e diffuse criticità.  Pensiamo sia però di fondamentale importanza allontanarsi dalla prospettiva puramente empirica di rilevazione delle singole criticità riscontrate per riportare lo sguardo sulla funzione sociale e politica dei CPR 15. Pur gestendo illeciti di natura amministrativa, i CPR sono infatti strutturati come vere e proprie carceri, ma con standard di tutela dei diritti e della salute nettamente inferiori al sistema penitenziario. Proprio su questo fronte, in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta è attiva la campagna NO CPR – Torino, rivolta al personale sanitario 16. La mobilitazione invita a riflettere sui rischi clinici, etici e giuridici della detenzione amministrativa, con l’obiettivo di opporsi alla struttura torinese e promuovere una rete nazionale che ne chieda ovunque la chiusura. In particolare, i professionisti della salute denunciano come questi luoghi siano fisiologicamente patogeni; di conseguenza, le certificazioni di idoneità alla vita in centro risultano lesive per le persone e contrarie alla deontologia medica. Su scala più ampia, la violenza della detenzione amministrativa va inserita in un quadro politico e sociale articolato. I CPR costituiscono infatti solo la punta dell’iceberg della macchina delle espulsioni, in cui si intrecciano i diversi strati di un razzismo sistemico che si attiva non appena una persona varca i confini europei. Chi affronta il viaggio migratorio viene implicitamente punito per la scelta di aver lasciato il proprio paese d’origine: una colpa fatta pesare fin dal primo contatto con le istituzioni, durante la richiesta di un permesso di soggiorno, o anche nell’esercizio del diritto fondamentale di asilo.  Guardare a queste strutture oltre la sola prospettiva antidetentiva rivela la loro funzione primaria: rafforzare il ricatto del documento. Lottare contro la detenzione amministrativa significa quindi schierarsi al fianco delle persone migranti che rivendicano documenti e tutele, ossia la possibilità stessa di esistere all’interno di uno spazio. Il CPR è la manifestazione più concreta della frontiera: attaccarlo, esigendo la sua abolizione o pretendendo quanto meno il rispetto degli standard minimi di legge, vuol dire sostenere attivamente chi subisce questo dispositivo. AGGIORNAMENTO Il 26 agosto 2026 è scoppiata una rivolta all’interno del padiglione C (quello che non era stato possibile visitare) del CPR di Caltanissetta. Secondo le ricostruzioni la rivolta sarebbe scoppiata per opporsi ad una deportazione e tre persone sono state arrestate 17. 1. Le autrici sono attiviste dello Sportello Giuridico Mederì, uno sportello di supporto legale e pratiche di autonomia dedicato principalmente ai cittadini stranieri e ai migranti a Bologna ↩︎ 2. Garante Nazionale Privati Libertà, Rapporto sulla visita effettuata nel Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) di Caltanissetta dell’11 maggio 2024 (pag.3) ↩︎ 3. ASGI, Report sulla visita al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Caltanissetta, novembre 2022 ↩︎ 4.  Cfr. ActionAid Italia e UNIBE, CPR Caltanissetta – Pian del Lago ↩︎ 5. Cfr. ASGI, op. cit., p.5 ↩︎ 6. Da quanto si legge nel report dell’11 maggio 2024 redatto dal Garante Nazionale prima degli interventi di ristrutturazione attuati nel 2020 i tre padiglioni erano comunicanti. Sempre dallo stesso report emerge che tali interventi, lungi dall’aver apportato significative migliorie «nelle condizioni materiali della struttura […] hanno riguardato quasi esclusivamente la costruzione di alti muri perimetrali in cemento armato (sostanzialmente riproduttivi del modello logistico proprio dei luoghi di detenzione carceraria) […] Inoltre, si è provveduto a rinforzare la recinzione perimetrale esterna allo scopo di prevenire tentativi di fuga. I padiglioni A, B e C sono stati semplicemente ripuliti»  Garante Nazionale Privati Libertà, Rapporto sulla visita effettuata nel Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) di Caltanissetta dell’11 maggio 2024, p.3 ↩︎ 7.  «La comunicazione del rimpatrio […] viene fatta nel momento stesso in cui vengono prelevati dal proprio “modulo abitativo”, dalla scorta della Polizia. Tale prassi è in uso anche al Cpr di Caltanissetta come confermato dal responsabile della Polizia del centro […] Il Garante nazionale ha più volte raccomandato che la data della partenza sia comunicata tempestivamente agli interessati, in modo da consentire loro di organizzarsi per il viaggio, verificare la restituzione di tutti gli effetti personali trattenuti all’ingresso nel centro, preparare in condizioni dignitose i propri bagagli, avvisare i familiari o comunque le persone di fiducia e/o l’avvocato a conoscenza dei quali portare eventuali aggiornamenti riguardanti la propria posizione giuridica» Garante Nazionale Privati Libertà, op.cit., p.7 ↩︎ 8. «Le parole: “centro di permanenza temporanea” ovvero: “centro di permanenza temporanea ed assistenza” sono sostituite, in generale, in tutte le disposizioni di legge o di regolamento, dalle seguenti: “centro di identificazione ed espulsione” quale nuova denominazione delle medesime strutture». Decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, articolo 9, in materia di “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica” ↩︎ 9. Cfr. UNHCR Italia – Contatti ↩︎ 10. Come evidenziato nel Rapporto del Garante Nazionale del maggio 2024, tale prassi si è consolidata a seguito dell’emergenza Covid e non è stata modificata da allora nonostante il Garante ritenesse «che nei casi in cui si valuti l’applicazione di una misura di privazione della libertà, sia da considerarsi prioritaria la modalità che prevede la comparizione fisica della persona davanti al giudice; tale approccio infatti consente di valutare meglio le condizioni generali della persona sia dal punto di vista fisico che psichico e previene eventuali condizionamenti o pressioni alle quali la persona potrebbe essere esposta». Garante Nazionale Privati Libertà, op. cit., p.8 ↩︎ 11. Sulla problematicità della prescrizione si esprime anche il Garante. Per una disamina dal punto di vista giuridico si rimanda al Report sulla visita al Centro di Permanenza e Rimpatrio (CPR) di Caltanissetta, pp. 12-14 ↩︎ 12. Nel 2024 le cabine telefoniche disponibili, nel numero di due per ogni padiglione, erano poste, in riferimento al padiglione A, all’esterno della recinzione stessa, obbligando le persone a comunicare attraverso le sbarre. Cfr. Garante Nazionale Privati Libertà, op.cit. p. 4. ↩︎ 13. Su questo punto si sofferma anche il Report del Garante, che riporta il tariffario attivo nel 2024: 8 minuti verso la Tunisia; 22 minuti verso il Marocco; 16 minuti verso l’Egitto; 18 minuti verso la Nigeria; 14 minuto verso lo Sri Lanka; 20 minuti verso il Bangladesh; 20 minuti verso l’Iran; 15 minuti verso il Pakistan. Garante Nazionale Privati Libertà, op.cit., p. 5 ↩︎ 14. «Completamente assenti le porte, inadeguatamente sostituite dalle coperte di lana in dotazione, sia per quanto riguarda le stanze di pernottamento (da sei), sia per quanto concerne i bagni. In particolare, l’assenza di porte che possano garantire la privacy all’interno dei servizi igienici, è una condizione umiliante e degradante per le persone trattenute […] Si raccomanda la necessità che i bagni e le docce, così come gli ambienti di pernottamento, siano dotati di porte che garantiscano l’imprescindibile e necessaria riservatezza di chi usufruisce dei servizi». Garante Nazionale Privati Libertà, op.cit., p.3 ↩︎ 15. Nelle conclusioni al lungo lavoro di monitoraggio a vari CPR  promosso dalle realtà aderenti al TAI si legge: «La condizione di degrado materiale registrata in tutti i centri, la totale spersonalizzazione dei reclusi, la abituale violenza fisica e psicologica esercitata su di loro, e la condizione di persone solo “immagazzinate” nelle strutture, come acutamente ha messo in luce il Comitato Europeo per la prevenzione della tortura nel suo rapporto sui CPR italiani, delineano un quadro generale estremamente grave che non è riconducibile a specifiche situazioni di mala gestione di determinati CPR, ma dipende da fattori di natura strutturale non modificabili; come avviene in tutte le istituzioni totali le finalità ufficialmente dichiarate poste alla base della realizzazione delle istituzioni stesse (nel caso dei manicomi la cura della malattia mentale, nel caso dei CPR l’allontanamento coattivo degli stranieri espulsi) servono a coprire altre e del tutto diverse finalità di natura prevalentemente politica», TAI, CPR D’ITALIA: ISTITUZIONI TOTALI Secondo rapporto di monitoraggio sui CPR di Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Milano, Palazzo San Gervasio, Roma, Torino, Trapani. Gennaio 2026, cit. p. 91. ↩︎ 16. Il documento integrale della campagna “NO CPR di TORINO!” ↩︎ 17. Avvenire, Migranti, tre arresti per la protesta nel CPR di Caltanissetta, 28.08.2026 ↩︎
September 28, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Amnesty International sui CPR in Albania
ELETTRA CATIZZONE Amnesty International ha da poco pubblicato un rapporto 1 che analizza l’Accordo tra Italia e Albania sulla migrazione entrato in vigore a Febbraio 2024, evidenziandone il grave impatto sui diritti umani e sull’integrità del sistema di protezione internazionale. Il rapporto si basa su una ricerca documentale che ha avuto luogo tra gennaio 2024 e giugno 2026: i documenti esaminati includono documenti ufficiali, sentenze giudiziarie, resoconti di visite nei centri in Albania e rapporti di ONG e organi di stampa. Il rapporto include anche quanto emerso da lettere scambiate con il Ministero dell’Interno, colloqui con i Garanti nazionali e regionali per i diritti delle persone private di libertà personale, rappresentanti dell’OIM e dell’UNHCR, e due legali di persone detenute a Gjadër. L’Accordo prevede la gestione italiana di un centro di identificazione a Shengjin e di un centro a Gjadër. In una prima fase i richiedenti asilo intercettati in mare e provenienti dai cosiddetti “paesi di origine sicuri” sono stati trasferiti a Gjadër, ma, in seguito alle pronunce della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, i trasferimenti sono stati bloccati dai giudici italiani e le persone coinvolte riaccompagnate in Italia. Tesi di laurea, ricerche e studi/CPR, Hotspot, CPA L’ESTERNALIZZAZIONE DELLE FRONTIERE IN EUROPA: CASO DI STUDIO SUL PATTO ITALIA-ALBANIA Tesi di laurea triennale di Elettra Catizzone 22 Novembre 2025 Successivamente, il governo ha ricalibrato l’applicazione dell’accordo verso il trasferimento in Albania dei migranti già trattenuti nei centri di permanenza per il rimpatrio situati sul territorio nazionale. Amnesty International denuncia molteplici criticità, a partire dall’allungamento delle rotte di soccorso in mare e dall’inadeguatezza delle procedure di identificazione delle vulnerabilità. L’organizzazione evidenzia inoltre la natura arbitraria delle detenzioni extraterritoriali, le forti limitazioni al diritto di difesa causate dall’isolamento e dall’uso delle udienze a distanza, e le perplessità legate all’assenza di un nuovo vaglio giudiziario per i trasferimenti dai centri italiani. LE CRITICITÀ DEL PROGETTO ORIGINALE Dall’entrata in vigore dell’Accordo fino a Marzo 2025 i centri in Albania hanno accolto migranti intercettati in acque internazionali dalle autorità italiane. Il governo sosteneva che la permanenza in Albania per tutta la durata del processo di richiesta d’asilo sarebbe stato un deterrente per i migranti, e avrebbe quindi contribuito allo smantellamento delle reti di scafisti che permettono la traversata del Mediterraneo. La finzione legale messa in atto dall’esecutivo italiano – che vede un’estensione del territorio e della giurisdizione italiani su territorio albanese – rende la richiesta di protezione e un eventuale appello contro un diniego più difficile, quasi “conferendo un carattere punitivo al processo” 2. Secondo il diritto internazionale l’Italia ha l’obbligo di soccorrere le persone in pericolo in mare, garantendo loro un trattamento umano e il rispetto dei propri diritti umani. Tra questi obblighi rientra quello di assicurare lo sbarco rapido in un “luogo sicuro”, come previsto dall’articolo 98 della Convenzione dell’ONU sul diritto del mare. Il rapporto di Amnesty International sottolinea come il porto albanese di Shengjin sia ampiamente lontano dal luogo dove avvengono la maggior parte dei salvataggi, comportando un prolungamento delle sofferenze che i migranti devono subire affrontando ulteriori giorni di navigazione prima di raggiungere la terra ferma. Amnesty International mette in evidenza anche la dubbia coerenza della nozione italiana di “paese d’origine sicuro” con la tutela dei diritti umani. Il sistema italiano trascura l’individualità delle pratiche di richiesta d’asilo, non tenendo conto delle situazioni di vita personali, e valutando a priori negativamente le richieste provenienti dai paesi definiti sicuri. La questione è di particolare importanza ad oggi, dato che, se prima le normative europee imponevano che gli stati membri non potessero designare come “sicuri” paesi con eccezioni di aree o categorie di persone, con l’entrata in vigore del nel nuovo Patto Asilo e Migrazione lo scorso 12 giugno ciò è stato reso possibile. Dunque la pericolosità di un diniego di asilo aumenta per il migrante, e rischia inoltre di violare il principio di non-refoulement, tutelato a livello internazionale. Particolare attenzione viene posta dall’organizzazione riguardo le persone con esigenze specifiche in accoglienza. Le persone vulnerabili – definite nell’articolo 17 del Decreto Legislativo n.142 del 18 Agosto 2015 – non possono essere sottoposte a procedure di frontiera accelerate come quelle che venivano condotte nei centri in Albania. Ne consegue che al momento del soccorso in mare i migranti dovessero essere sottoposti a uno screening per identificare eventuali vulnerabilità che impedissero il loro trasferimento a Gjadër. La valutazione avveniva in due fasi, un “pre-screening” in mare aperto sulle “navi-hub”, e uno “screening” una volta giunti al centro di Shengjin. Al momento non esistono sufficienti informazioni pubbliche per valutare se gli standard sulle “navi-hub” rispettassero la dignità personale e soddisfassero i bisogni primari, tanto meno per valutare se lo screening fosse sufficientemente accurato da rilevare le vulnerabilità. Tuttavia circa il 16% delle persone che hanno raggiunto le coste albanesi sono state trovate in condizione di vulnerabilità a Shengjin, dunque Amnesty International sottolinea come questo dato sollevi perplessità riguardo l’efficacia e l’adeguatezza del pre-screening, rischiando di sottoporre soggetti vulnerabili a ulteriore stress e rischi durante la navigazione. LE MODIFICHE INEFFICACI Dopo ripetute mancate convalide delle detenzioni in Albania, il governo italiano ha bloccato i trasferimenti coatti dalle acque internazionali all’Albania. Da Marzo 2025 i centri hanno cambiato funzione: a seguito di un emendamento della legge di ratifica dell’Accordo, e dato il fallimento dei centri per la loro funzione originale, il centro di Gjadër è stato autorizzato a detenere anche uomini stranieri che hanno ottenuto un ordine di espulsione in Italia. Ciò ovviamente comporta un trasferimento dai CPR italiani a quello che è ad oggi a tutti gli effetti un CPR italiano in Albania. A giugno 2025 la Corte di Cassazione ha richiesto alla Corte di Giustizia dell’UE di chiarire la compatibilità o meno di tali trasferimenti con il diritto dell’Unione, tuttavia il caso è tuttora pendente. Nel frattempo centinaia di persone sono state trasferite forzatamente dall’Italia all’Albania senza che tale misura venisse motivata, quando secondo la Costituzione Italiana un atto che risulti nella restrizione della libertà personale è legittimo solo se deciso e motivato da un’autorità giudiziaria. In più il TUI (Testo Unico Immigrazione) stipula che i detenuti in attesa di espulsione devono essere trasferiti al CPR “più vicino” e solo per “il tempo strettamente necessario” 3; nulla di tutto ciò viene rispettato nel caso del trasferimento a Gjadër. Da Aprile 2025, quando il centro ha iniziato a operare come un CPR italiano, sono state coattivamente trasferite in Albania circa 620 persone, di cui solo il 15% è stato effettivamente rimpatriato. Il rimpatrio tra l’altro avviene passando dall’Italia, dato che i rimpatri possono essere eseguiti esclusivamente da territorio italiano. Questo evidenzia “l’assenza di una reale utilità operativa dei centri albanesi anche con CPR esternalizzato” secondo le parole del TAI (Tavolo Asilo e Immigrazione) 4. Inoltre i trasferimenti non hanno rispettato gli standard nazionali e internazionali: 30 persone intervistate a Gjader hanno riportato un uso indiscriminato di restrizioni fisiche quale l’utilizzo di fascette per bloccare i polsi, contrariamente a quanto dichiarato dalla CEDU 5. UN PRESENTE OPACO E UN FUTURO INCERTO Se già l’accesso ai diritti e il rispetto della dignità umana sono compromessi all’interno dei CPR su suolo italiano, la situazione a Gjadër è aggravata dalla difficoltà di garantire un effettivo monitoraggio indipendente delle condizioni di detenzione. Oltre alla distanza geografica, hanno alimentato questa difficoltà anche le limitazioni al monitoraggio imposte dal governo Italiano e la mancanza di trasparenza da parte dello stesso nel condividere informazioni riguardo l’implementazione dell’Accordo. Anche le visite non annunciate di membri del parlamento italiano ed europeo, permesse dalla legge italiana, hanno presentato problematiche: le delegazioni hanno riscontrato limitazioni imposte dalle autorità dei centri, quali l’impossibilità di accedere alle celle individuali e di ottenere i dati e le informazioni richiesti. Inoltre alle organizzazioni della società civile non sono state permesse visite; la stessa Amnesty International si è vista negata l’autorizzazione sulla base di ragioni di sicurezza e ordine pubblico vaghe e non sostanziali. Un barlume di speranza si è riacceso solo con la decisione del TAR Lazio a Febbraio 2026, che ha dichiarato che l’autorizzazione a visitare i centri richiesta da organizzazioni aventi un interesse statutario può essere ritardata ma non negata per un tempo indeterminato, e ciò solo in presenza di rischi reali e motivati per l’ordine e la sicurezza pubblici 6 Nel quadro più ampio che sta vedendo lo stato di diritto in Europa via via arretrare, fa riflettere il ruolo marginale che il parlamento italiano – ma anche quello albanese – ha avuto nell’approvazione e nella gestione dell’Accordo. L’intenzione del governo italiano era infatti quella di concludere un accordo informale, che potesse entrare in vigore a seguito del solo scambio di lettere tra i due governi interessati. I partiti d’opposizione e la società civile hanno dunque denunciato una violazione dell’art. 80 della Costituzione, e il governo si è visto costretto a presentare una legge di ratifica. Quest’ultima è stata poi modificata a livello sostanziale a Marzo 2025 tramite un decreto legge convertito poi in legislazione permanente: è ormai prassi per il governo Meloni emanare decreti legge anche in casi non di straordinaria necessità e urgenza come invece stipulato dall’art. 77 della Costituzione. In un’Italia alla deriva verso un rafforzamento costante dell’esecutivo sorgono preoccupazioni su quanto in là riuscirà a spingersi il governo nell’emarginare il parlamento, gli organi giudiziari e la società civile, e ancora di più su quale e quanto distruttivo sarà l’impatto di ciò sui diritti e le vite delle persone migranti che riescono ad approdare sul suolo italiano. 1. Italia: detenzione extraterritoriale delle persone migranti, Amnesty (20 agosto) ↩︎ 2. ↩︎ 3. Articolo 14 Testo Unico Immigrazione ↩︎ 4. Redazione Melting Pot Europa, Gjader, ispezione del TAI a due giorni del Patto UE:«Un laboratorio di violazione dei diritti, non un modello», Melting Pot Europa, 12 Giugno 2026 ↩︎ 5. Secondo la CEDU qualsiasi metodo di contenzione può essere utilizzato durante la deportazione solo se reso necessario dalla condotta dell’individuo e deve essere proporzionato a quest’ultima. Vedi per esempio: Corte European dei Diritti Umani, Guide on Article 3 of the European Convention on Human Rights, Prohibition of torture, Updated on 31 August 2025 ↩︎ 6. Redazione Melting Pot, Accedere ai centri in Albania è un diritto: ASGI vince il ricorso, Melting Pot Europa, 17 Marzo 2026 ↩︎
September 14, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Limbo: così la Questura di Udine nega sistematicamente il diritto di chiedere asilo
Nelle procedure legate alle persone straniere, i luoghi fisici non sono soltanto degli spazi di espletamento di procedure ordinarie, ma dei veri e propri simboli per sondare l’effettivo accesso ai diritti fondamentali, come il diritto di asilo e un letto. Sono spazi difficili da attraversare, angusti e senza sedie, spazi di attesa e di restrizione. Nella loro stessa conformazione lanciano un chiaro messaggio: “nessun diritto è gratuito”. Stando alla normativa italiana ed europea, tra la manifestazione (anche a voce) della volontà di chiedere asilo e la formalizzazione di tale richiesta dovrebbero intercorrere dai 3 ai 10 giorni: se una persona giunta in Italia si presenta per la prima volta in questura, dovrebbe essere presto identificata, sottoposta a un’informativa legale e immediatamente smistata nei centri di accoglienza del territorio. Potrebbero sembrare delle formalità per un cittadino italiano nato in Italia, per il quale un ritardo della pubblica amministrazione è soltanto l’ennesimo fastidio di una ragnatela burocratica, ma per una persona straniera il rispetto dei tempi previsti dalla legge segna la differenza fra una notte trascorsa in strada o in un letto. I luoghi di identificazione delle persone migranti disattendono il ruolo che dovrebbero avere – luoghi amministrativi, di mera gestione di pratiche – diventando spazi politici, in cui il potere è a senso unico ed è esercitato in maniera arbitraria e abusiva. Come le linee geografiche tra gli Stati, anche i muri dei centri di accoglienza, i CPR, le prefetture e le questure inscenano qualcosa di più dell’ordinaria amministrazione. E come dei confini invisibili innalzati all’interno dell’infrastruttura statale, mantengono un’architettura basata su razza, territorialità e classe sociale. LIMBO Il 16 giugno l’équipe di strada dell’associazione udinese Ospiti in Arrivo ha pubblicato “Limbo“. Il report, sottoscritto da Rete DASI FVG e da altre associazioni del Friuli Venezia Giulia 1, emerge dal monitoraggio all’entrata della questura di Udine, in uno di quegli spazi di esercizio arbitrario del potere continuamente attraversati dalle persone straniere. Da fine gennaio a fine maggio, gli attivisti e le attiviste hanno presidiato l’ingresso della questura per alcune ore al giorno con l’obiettivo di rilevare i tempi di presentazione formale delle richieste di asilo e le modalità di interazione tra richiedenti asilo e personale della questura. Il report riporta i grafici dei dati, le statistiche e le interviste raccolte durante queste osservazioni. È un marciapiede quello dove le persone straniere attendono il proprio turno all’ingresso della questura di Udine. Non ci sono posti a sedere o separatori per mettere in fila persone con richieste diverse, non ci sono pensiline per ripararsi dalla pioggia. All’ingresso della questura, dove chiarire le ragioni della propria presenza sarebbe fondamentale per avviare le procedure, non ci sono quasi mai mediatori linguistici a cui le persone migranti possano rivolgersi. I fatti più inquietanti emersi dal monitoraggio di Ospiti in Arrivo sono due: 1. La questura di Udine disattende sistematicamente le tempistiche entro cui, secondo la normativa, la pubblica amministrazione dovrebbe provvedere a formalizzare le richieste di asilo: alcuni intervistati hanno riferito di essere di attesa di formalizzare la propria richiesta di asilo anche da 35 giorni. In questo limbo e in assenza di documenti, non hanno potuto accedere ai servizi essenziali: cure mediche, cibo, un posto dove dormire. 2. Il personale fotocopia il passaporto delle persone straniere e sullo stesso foglio scrive a matita la data e l’orario in cui tornare in questura per la formalizzazione della richiesta di asilo. Chi non si presenta con un passaporto viene rimandato a data da destinarsi. La proposizione della richiesta di asilo viene quindi vincolata al possesso di un documento di riconoscimento. Questa prassi è illegittima. TUTTO TACE L’associazione ha trasmesso il dossier alla stessa Questura di Udine chiedendo di rispondere dei profili di illegittimità riscontrati dal monitoraggio, ma a oggi non è arrivata alcuna risposta concreta e non sono state messe in atto delle misure operative per far fronte ai ritardi sistematici. Nella speranza che un organo istituzionale prenda misure concrete, Ospiti in Arrivo ha inoltrato il report all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Interpellata, UNHCR si è detta disponibile a un incontro con gli attivisti, anche se non è stata definita una data. Ha inoltre dichiarato che “l’accesso alla procedura di asilo non dovrebbe mai essere ostacolato da difficoltà operative o amministrative” e che vi è disponibilità a collaborare “per favorire misure che garantiscano un accesso tempestivo ed effettivo alla procedura di asilo”. Tuttavia, non ci sono evidenze che siano state fatte pressioni sull’ufficio immigrazione della Questura di Udine, né che i responsabili siano stati richiamati al rispetto delle procedure. Le dichiarazioni dell’Alto Commissariato arrivano tardi: l’inaccessibilità alla procedura di asilo a Udine è un fatto riscontrato da anni da associazioni e ONG che si occupano di richiedenti asilo. Una prassi che si ripete con sistematica violenza durante tutto l’anno, non soltanto nei mesi in cui la presunta eccezionalità dei “flussi” potrebbe essere utilizzata come attenuante. È quindi impossibile che UNHCR non ne fosse al corrente ben prima del 16 giugno. A un mese dalla pubblicazione del report, queste dichiarazioni restano formule di circostanza se non sono accompagnate da azioni concrete a tutela delle persone che vogliono chiedere asilo. Ma non si ferma il mare con le mani. Dietro questo silenzio incessante, queste vite non si fermano. Se le questure italiane perseverano nel loro tentativo di spegnere la vitalità delle persone in movimento, i volontari continuano a intercettare i loro bisogni e i loro desideri reali. Le persone migranti continuano ad autodeterminarsi: c’è chi si cura da solo una lunga ferita alla coscia procurata durante la rotta, chi continua a fare domande e ad affidarsi alle persone solidali. “Un gruppetto”, racconta un’attivista dell’associazione, “ha imparato a dire in italiano «per piacere ascoltami» e «ho bisogno di fare asilo»”, quasi a voler scavalcare quei confini invisibili innalzati impunemente da piantoni e poliziotti sul marciapiede di una strada qualunque. “Altri hanno cominciato a studiare l’italiano nelle scuole gratuite del territorio, perché in Italia ci vogliono restare.” Al bieco e abusante silenzio di tutte le istituzioni, si continua a rispondere con rabbia, ma anche con umanità e speranza. 1. Consulta il rapporto ↩︎
La frontiera di Oulx, tra respingimenti e nuovi transiti
Oltre 4.000 persone hanno attraversato Oulx nei primi sei mesi del 2026, confermando la frontiera alpina del Nord Ovest come uno dei principali snodi di transito verso la Francia. Il rapporto di On Borders restituisce un quadro in trasformazione, segnato da rotte e nazionalità che cambiano e da una presenza crescente di minori, donne sole e famiglie con minori. Un flusso che continua mentre si riducono le possibilità di accoglienza: il Rifugio Fraternità Massi, che dal 2018 ha rappresentato un punto di riferimento per le persone in transito, chiuderà il 1° settembre. Una decisione che rende ancora più urgente interrogarsi sulle condizioni in cui viene gestita questa frontiera e sulla necessità di garantire un presidio stabile e adeguato alle persone che la attraversano. Dalla fine di marzo 2026, all’uscita dalla stazione ferroviaria di Oulx opera un presidio medico, legale e di supporto rivolto alle persone in transito verso la Francia attraverso la frontiera alpina del Nord Ovest 1. Fino a quest’anno, l’assistenza alle persone in movimento avveniva all’interno del Rifugio Fraternità Massi di Oulx, che dal 2018 garantiva alloggio, pasti caldi, assistenza sanitaria di base, consulenza legale, equipaggiamento montano e informativa sui rischi dell’attraversamento alpino. La carenza di risorse economiche ha imposto una riduzione degli orari di apertura del rifugio, oggi accessibile solo dalle 20.00 della sera alle 8.00 del mattino 2. Le attività diurne che vi si svolgevano all’interno sono così state spostate all’esterno, di fronte alla stazione, dove ogni mattina le volontarie allestiscono due gazebo che vengono poi smontati la sera. A seguito della progressiva riduzione delle risorse, la Fondazione Talità Kum ha successivamente annunciato la chiusura del Rifugio Fraternità Massi a partire dal 1° settembre 2026. Se nei mesi estivi il clima dell’alta Val di Susa rende parzialmente sostenibile questo assetto precario, la chiusura del Rifugio Fraternità Massi rende ancora più evidente la necessità di una sede stabile per il presidio. Per otto anni il Massi ha garantito accoglienza, pasti, assistenza sanitaria di base, consulenza legale e informazioni sui rischi dell’attraversamento alpino a oltre 150 mila persone in transito. La sua chiusura, determinata dalla carenza di risorse economiche, lascia aperta una questione che riguarda l’intera gestione di questa frontiera: come garantire un’accoglienza adeguata a un flusso che continua, e che vede una presenza crescente di minori, donne sole e famiglie con bambini, senza un luogo stabile in cui offrire supporto. A rendere ancora più evidente la necessità di un presidio stabile sono i dati relativi ai primi sei mesi del 2026. Le dinamiche della frontiera alpina del Nord Ovest tra gennaio e giugno sono state documentate dalle volontarie presenti sul campo e raccolte nel rapporto semestrale dell’associazione On Borders 3. I dati 4 riportano una diminuzione contenuta degli arrivi a Oulx – circa il 10,9% in meno rispetto al 2025 – ma un flusso di quattromila persone in sei mesi conferma questa frontiera come uno degli snodi principali di transito verso la Francia. Al di là dei dati aggregati – tra cui si segnala il fatto che il 30% delle persone partite da Oulx ha subito un respingimento da parte della polizia di frontiera – è necessario guardare alla composizione qualitativa dei dati. Il quadro che emerge dal report gennaio-giugno è quello di una frontiera attraversata da un flusso dinamico e complesso, che richiede condizioni materiali adeguate per garantire un supporto efficace alle persone in transito. La fluidità del flusso risulta da: 1. Un andamento non uniforme degli arrivi, con mesi di picco – come marzo, con 961 arrivi – seguito da una contrazione tra aprile e maggio e da un’ulteriore ripresa a giugno. 2. Mutamenti nella composizione delle nazionalità, con un aumento esponenziale delle persone provenienti dal Sudan (+343% rispetto al primo semestre del 2025) e una drastica diminuzione di quelle provenienti da Eritrea ed Etiopia. 3. Variazione delle rotte. Sulla base di un confronto tra gli sbarchi in Italia e gli arrivi ad Oulx e del rilevamento sul campo dei percorsi delle persone in movimento, è cresciuto il numero di chi ha percorso la rotta balcanica, mentre è diminuito quello di chi ha seguito la rotta mediterranea. 4. Forte presenza di persone in condizioni di vulnerabilità, con un numero elevato di minori stranieri non accompagnati e una crescita di donne sole e famiglie con minori. Questi elementi dimostrano la necessità di un presidio che sia in grado di rispondere a picchi improvvisi e di adattarsi ai bisogni specifici delle persone, a seconda della loro nazionalità, del percorso migratorio, del genere e dell’età. 1. Vedi anche: Oulx, l’ultimo rifugio prima della frontiera, Vita (7 agosto 2026) ↩︎ 2. Oulx: il rifugio Fraternità Massi costretto a chiudere di giorno, La Val Susa (marzo 2026) ↩︎ 3. Consulta il rapporto ↩︎ 4. Raccolta dati alle partenze: I volontari del Rifugio Fraternità Massi – Oulx Elaborazione dati: Rita Moschella. Elaborazione grafica: Sofia Pressiani. Testo di Piero Gorza ↩︎
Il nuovo Patto migrazione e asilo: controlli sanitari o securitari?
INTRODUZIONE: METODOLOGIA E OBIETTIVI DEL SOPRALLUOGO Il presente articolo riporta quanto emerso durante il sopralluogo giuridico in Sicilia e Calabria, svolto nell’ambito della XI edizione della “Scuola di alta formazione per operatori legali specializzati in protezione internazionale, tutela delle vittime di tratta e sfruttamento di esseri umani e accoglienza di minori stranieri non accompagnati”, organizzata da Spazi Circolari e ASGI 1.  Il sopralluogo è stato condotto dal 10 al 14 giugno 2026 in coincidenza con l’entrata in vigore del Patto Europeo su Migrazione e Asilo, con l’obiettivo di approfondire l’attuazione delle nuove normative e di verificarne la concreta implementazione nelle strutture di frontiera del Sud Italia, in particolare relativamente all’emersione della vulnerabilità nelle fasi di screening e nelle procedure accelerate di frontiera. L’attività di monitoraggio è stata condotta a Crotone, Palermo, Agrigento, Pozzallo e Lampedusa, territori caratterizzati dalla presenza di porti di sbarco, hotspot, CAS, CPR, e dalla sperimentazione di procedure accelerate di frontiera, e di progetti pilota di implementazione del Patto. L’accesso alle strutture, richiesto alle prefetture, è stato tuttavia negato e rinviato in forma ipotetica ai mesi successivi, con la motivazione della riorganizzazione in vista dell’entrata in vigore del Patto, facendo emergere sin da subito segnali di impreparazione e, al contempo, la volontà di non renderla visibile. È opportuno premettere che le Standard Operating Procedures (SOP 2) sono state pubblicate soltanto nella serata dell’11 giugno, mentre il decreto-legge n. 100/2026, recante le disposizioni di adeguamento dell’ordinamento italiano ai regolamenti del Patto, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale nella serata del 12 giugno. Di conseguenza, le osservazioni e le valutazioni riportate nel presente monitoraggio riflettono lo stato di preparazione e le prassi effettivamente riscontrate sul campo, senza poter tenere conto delle disposizioni successivamente introdotte. Scarica il report completo COINVOLGIMENTO DI SOCIETÀ CIVILE E TERZO SETTORE NELL’EMERSIONE DELLE VULNERABILITÀ Ph. Pietro Scagliotti – Gruppo di lavoro di Agrigento durante il sopralluogo presso il porto di Porto Empedocle. Durante il monitoraggio è stata dedicata particolare attenzione al coinvolgimento degli enti del terzo settore e delle associazioni nell’emersione delle vulnerabilità. Tale aspetto assume particolare rilievo perché le SOP attribuiscono agli attori della società civile un ruolo centrale in questa fase, prevedendo l’adozione di strumenti unici per la raccolta dei dati relativi alle visite sanitarie e alle vulnerabilità, nonché l’istituzione di un meccanismo unico di referral volto a garantire la presa in carico delle persone vulnerabili e il coordinamento tra i diversi soggetti coinvolti. Sebbene l’accertamento della vulnerabilità non comporti più automaticamente l’esclusione dalla procedura accelerata, esso resta infatti determinante per individuare le esigenze di garanzie procedurali e di accoglienza, incidendo trasversalmente sull’intero percorso della persona. Nonostante la centralità di tali procedure e la particolare delicatezza delle attività di emersione delle vulnerabilità, le organizzazioni del terzo settore e gli enti del sistema antitratta intervistati hanno restituito un quadro critico. I soggetti coinvolti nei tavoli di confronto organizzati dalla Prefettura – tra cui Medici Senza Frontiere, Proxima, Progetto Incipit, Progetto Maddalena, Fondazione San Giovanni Battista e Caritas – hanno riferito che le informazioni sull’attuazione del Patto sono rimaste marginali e che non sono state fornite indicazioni operative chiare né un’adeguata formazione sulle nuove procedure. È inoltre diffusa la percezione che il loro coinvolgimento abbia carattere prevalentemente formale e strumentale, poiché la loro presenza nei luoghi in cui si svolgono gli sbarchi, lo screening e le procedure di frontiera è limitata e discontinua. Medici Senza Frontiere, ad esempio, è presente una sola volta a settimana presso Villa Sikania e nei CAS di Licata in provincia di Agrigento. Si ha l’impressione che il Patto ambisca al controllo delle procedure da parte degli apparati di pubblica sicurezza in ogni fase, mitigando questa impostazione con il coinvolgimento del terzo settore. Non è un caso che il Tavolo Tecnico Nazionale sulle Vulnerabilità, richiamato dalle SOP quale organismo incaricato della definizione delle procedure, comprenda, oltre ai soggetti sanitari competenti, anche il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Frontex e il Comando Generale della Guardia di Finanza. Una composizione che evidenzia la forte presenza di soggetti deputati al controllo delle frontiere e alla sicurezza in un ambito che dovrebbe essere prioritariamente orientato all’individuazione e alla presa in carico delle vulnerabilità.  In sintesi, al momento del sopralluogo il livello di preparazione e di effettiva inclusione degli enti appare limitato e prevalentemente formale, subordinato alle esigenze securitarie. Il meccanismo unico di referral predisposto non è invece ancora stato testato e non è possibile per il momento valutarne l’efficacia. Alla luce della compressione dei tempi che caratterizza le nuove procedure, appare lecito chiedersi se vi saranno realmente il tempo, gli strumenti e il coordinamento necessari per garantire una presa in carico tempestiva ed effettiva delle persone vulnerabili, o se il referral rischierà di rimanere un dispositivo prevalentemente formale, incapace di assicurare le tutele che dichiara di perseguire. INADEGUATEZZA STRUTTURALE DEL MECCANISMO DI EMERSIONE DELLE VULNERABILITÀ PSICO-SANITARIA  Da tutto il personale sanitario intervistato è emersa una preoccupazione per l’applicazione del meccanismo di emersione della vulnerabilità, ritenuto inadeguato per tempi, spazi, attrezzature e personale. Le SOP prevedono, nella fase 1 (sbarco), un triage e una raccolta preliminare delle informazioni sanitarie affidati all’USMAF 3, salvo a Crotone, dove tali attività sono svolte da medici di medicina generale con il supporto della Croce Rossa. L’USMAF precisa che questa fase è finalizzata principalmente all’individuazione di malattie infettive, a tutela della salute pubblica, più che all’accertamento delle vulnerabilità individuali. Le indicazioni prevedono una visita di circa dieci minuti per persona, una tempistica che gli operatori giudicano insufficiente per raccogliere le informazioni di base (dati anagrafici, peso, altezza, pressione arteriosa e temperatura). Sono emerse criticità organizzative nella fase preparatoria all’entrata in vigore del Patto. A Lampedusa si era inizialmente tentato di effettuare la valutazione della vulnerabilità direttamente allo sbarco con il coinvolgimento dei medici USMAF, ma tale soluzione si è rivelata incompatibile con le tempistiche e la natura emergenziale delle operazioni. Si è quindi deciso di limitarsi al triage, rinviando la valutazione ai medici della Croce Rossa operanti nell’hotspot. Un operatore ha riferito che, nella fase pilota, sono stati dedicati 20-25 minuti per persona solo grazie a un impiego straordinario di personale, ritenuto non sostenibile nella gestione ordinaria degli sbarchi. Per la seconda visita, le SOP attribuiscono i controlli di salute (fase 11) alla Croce Rossa e la valutazione preliminare delle vulnerabilità (fase 12) all’EUAA 4 oppure, in sua assenza, all’OIM o a personale di polizia formato 5. La circolare del 9 giugno 2026 prevede che gli accertamenti possano svolgersi, ove possibile, in locali messi a disposizione dalle autorità di pubblica sicurezza 6. Ciò solleva dubbi sull’idoneità degli spazi per valutazioni sanitarie e psico-sociali. Le organizzazioni intervistate riferiscono che i locali individuati dalla Polizia nell’area di Agrigento non consentono l’installazione di letti o di lavandini, compromettendo l’efficacia delle visite e il rispetto delle condizioni igieniche minime. Inoltre, lo svolgimento delle valutazioni in ambienti riconducibili alle forze di polizia può incidere sulla riservatezza, sulla qualità dell’ascolto e sulla libertà di riferire la propria esperienza. Anche la seconda fase presenta criticità nei tempi. Le SOP prevedono che l’intera procedura di screening, compresa la compilazione del modulo consuntivo, si concluda entro sette giorni, un termine ritenuto insufficiente per un’adeguata valutazione bio-medica e soprattutto psico-sociale. Nell’area di Agrigento sono state inoltre segnalate difficoltà legate all’organizzazione dei servizi sanitari e all’assenza di strumenti idonei ad assicurare gli accertamenti previsti dal Regolamento Screening. È stato riferito che il presidio ospedaliero cittadino non dispone di un reparto di malattie infettive e che i campioni biologici devono essere inviati a Palermo, con inevitabili ritardi. Sul piano del personale, è stata evidenziata l’assenza di figure dedicate all’individuazione delle vulnerabilità psicologiche, psichiatriche e sociali.  PH: Maria Rocco – L’hotspot di Pozzallo durante il sopralluogo giuridico. A Pozzallo, dopo la cessazione dell’accordo tra Prefettura e MEDU, non è stato previsto alcun supporto psicologico o psichiatrico per le persone presenti nell’hotspot. La normativa, inoltre, non individua con precisione le professionalità sanitarie coinvolte nella valutazione delle vulnerabilità né le specializzazioni richieste per i diversi accertamenti. Il rischio è che il medico incaricato sia chiamato a formulare valutazioni eccedenti il proprio ambito di competenza, in assenza del contributo multidisciplinare. Analoga situazione emerge a Lampedusa, dove i medici della Croce Rossa segnalano criticità legate ai tempi della procedura, alla carenza di personale e all’assenza di professionisti della salute mentale, mentre i colloqui per la valutazione delle vulnerabilità si aggiungono all’ordinaria attività ambulatoriale. In tutti i territori monitorati è stata rilevata una carenza di mediazione linguistico-culturale. Sebbene le SOP prevedano la presenza del mediatore durante le visite mediche e nella valutazione delle vulnerabilità, essa è configurata come eventuale e, nei territori oggetto del monitoraggio, non è stato riscontrato il coinvolgimento di enti specializzati. Tale criticità assume particolare rilievo nell’ultima fase della procedura, che prevede la verifica delle informazioni raccolte con la persona sottoposta a screening e la consegna del modulo consuntivo. Alla luce delle tempistiche previste e dell’insufficiente supporto linguistico-culturale, questo passaggio appare esposto al rischio di essere compresso, con possibili ricadute sulle garanzie procedurali e sull’effettiva comprensione del contenuto della valutazione. Sulla base delle informazioni raccolte viene quindi trasmessa alla Questura una sintesi dalla quale dipende il successivo pre-incanalamento giuridico della persona, nonostante la valutazione delle vulnerabilità possa risultare incompleta per la carenza di tempi, strumenti e spazi adeguati. Le SOP consentono, al termine della valutazione sanitaria, di classificare la persona in tre categorie di vulnerabilità 7, introducendo una categoria intermedia e demandando la valutazione definitiva al successivo colloquio con l’EUAA. Tale soluzione riconosce la difficoltà di esprimere una valutazione completa in tempi ridotti e sulla base di informazioni spesso parziali. Tuttavia, la categoria intermedia introduce una “zona grigia” nella quale possono confluire numerose situazioni, ampliando la discrezionalità applicativa. Nel complesso, le evidenze raccolte mostrano un significativo divario tra il modello delineato dal legislatore e le capacità operative territoriali. Il rischio è che l’accertamento delle vulnerabilità sia condizionato più dai limiti strutturali del sistema che dalle esigenze della persona. La compressione dei tempi prevista dal Regolamento Screening si combina infatti con una rete di servizi che non appare in grado di garantire una valutazione tempestiva, multidisciplinare ed effettiva delle condizioni di vulnerabilità 8. INFORMATIVA LEGALE  L’informativa legale nelle SOP viene prevista alla fase 4 della procedura di screening, e viene assegnata a EUAA in collaborazione con UNHCR, OIM, UNICEF e i rispettivi partner operativi. Secondo quanto riportato dovrebbe essere organizzata per gruppi linguistici, avere una durata indicativa di 30 minuti e riguardare lo screening, le procedure di protezione internazionale e le principali garanzie procedurali previste per specifici profili.  Nel corso del sopralluogo, su questo aspetto non sono emersi elementi sufficienti di approfondimento, in quanto non è stato possibile confrontarsi direttamente con gli enti responsabili dell’informativa legale. Tuttavia dalle testimonianze raccolte da avvocati e operatori nella zona di Agrigento relative alla fase di sperimentazione, emerge un’ampia discrezionalità nel fornire informativa legale: alcuni destinatari riferiscono di averla ricevuta, mentre altri dichiarano di non aver ricevuto alcuna comunicazione. In diversi casi inoltre l’informativa risulta limitata alla procedura di richiesta di protezione internazionale, senza cenni alle procedure di screening, in altri, invece, l’informativa viene fornita sulla banchina al momento dello sbarco, in modo estremamente sintetico e in condizioni poco idonee a garantirne l’effettiva comprensione.  Rimangono ancora poco chiari i profili concreti di attuazione dell’informativa legale prevista dal Patto e se venga consegnata una copia scritta alla persona interessata e come possa essere verificata l’effettiva comprensione del suo contenuto. Nel corso delle interlocuzioni sono stati menzionati moduli informativi predisposti per lo screening, segno di un tentativo di strutturare maggiormente questa fase; tuttavia, dalle evidenze raccolte non emerge ancora un modello organizzativo uniforme e consolidato.  Si tratta pertanto di un punto che richiede ulteriori verifiche e approfondimenti. Tuttavia, una tempistica così limitata appare difficilmente compatibile con la complessità e l’ampiezza dei contenuti che dovrebbero essere illustrati.  LE PROCEDURE ACCELERATE DI FRONTIERA Al momento del sopralluogo, l’unico territorio in cui risultavano già operative le procedure accelerate di frontiera era l’agrigentino. Le strutture di accoglienza riferiscono che la loro progressiva implementazione è evidente anche sul piano organizzativo: nell’ultimo anno le persone inserite nella procedura ordinaria sono state trasferite – o, in alcuni casi, rimaste nei CAS in una situazione di stallo dal 2022 – per liberare posti destinati alle procedure di frontiera, sulle quali si concentra prioritariamente l’impiego delle risorse per garantire il rispetto delle tempistiche previste dal Patto.  Ph: Giulia Stella Ingallin – Una delle strutture di accoglienza visitate nel territorio di Licata. Nella messa in pratica della procedura si riscontra una sostanziale corrispondenza tra i tempi previsti dalla normativa e quelli dell’applicazione concreta: il termine massimo di dodici settimane per la conclusione viene rispettato nella quasi totalità dei casi  Secondo gli interlocutori, ciò è stato possibile anche grazie al rafforzamento dell’organico della Commissione territoriale, con l’assunzione di circa una decina di funzionari. Gli operatori dei CAS riferiscono che le persone accedono all’accoglienza dopo lo screening, con la domanda di protezione già formalizzata mediante il modello C3 e inserite nella procedura di frontiera. L’audizione davanti alla Commissione territoriale viene fissata entro 48 ore e dura mediamente tra i 15 e i 20 minuti; nei giorni successivi viene notificato il diniego. Le sospensive vengono generalmente rigettate in prima istanza e accolte solo in presenza di un avvocato attivamente coinvolto, figura che non sempre è  effettivamente disponibile sul territorio. Un legale intervistato segnala infatti la crescente difficoltà nel trovare avvocati disposti a occuparsi di questa materia, anche a causa delle eventuali limitazioni introdotte dal Patto in merito al gratuito patrocinio, come la previsione di un filtro per manifesta infondatezza che ne comporta la revoca. Viene inoltre segnalato, come novità rispetto al passato, il prelievo delle persone diniegate da parte delle volanti di polizia per il trasferimento nei CPR. Una prassi analoga è stata riferita a Villa Sikania, dove alcune persone sarebbero state prelevate fuori dall’hotspot e condotte nelle camere di sicurezza di Catania o Palermo, in attesa dell’imbarco su voli di linea diretti al Paese di origine, in particolare cittadini bengalesi ed egiziani. Il raro superamento del termine procedurale, con il passaggio alla procedura ordinaria, si è verificato principalmente in presenza di malattie infettive, come la scabbia, che impediscono la comparizione davanti alla Commissione. Non risultano invece casi di interruzione legati a vulnerabilità psicologiche o sociali. È proprio sul versante della valutazione delle vulnerabilità che emergono le maggiori criticità. Se durante lo screening emergono indicatori di vulnerabilità, la persona può comunque essere inserita nella procedura di frontiera; gli accertamenti dovrebbero quindi proseguire per valutarne la permanenza e l’accesso a misure di accoglienza adeguate. Tuttavia, molte strutture non dispongono delle risorse organizzative e di personale necessarie per la presa in carico di persone con esigenze specifiche. Inoltre, i limiti di tempi, spazi e risorse incidono sulla qualità della valutazione e, in definitiva, sull’effettivo esercizio delle garanzie. Come evidenziato da un organizzazione no profit che lavora sul posto, il termine di trenta giorni previsto per l’accesso ai servizi specialistici risulta spesso insufficiente. L’attivazione di un percorso di presa in carico psicologica presenta già difficoltà rilevanti; ancora più complessa è la valutazione approfondita della salute mentale. Ne deriva il rischio che il diniego venga adottato prima che eventuali condizioni di vulnerabilità emergano e siano adeguatamente accertate. La combinazione tra accelerazione della procedura e insufficienza delle risorse sanitarie può così compromettere, anche in questa fase, l’effettività delle garanzie procedurali e il rispetto dell’etica medica. Un’ultima questione, rimasta incerta al momento del sopralluogo, riguardava le misure di limitazione della libertà di circolazione introdotte dal Patto, tra cui la c.d. “autorizzazione a risiedere in un luogo specifico“, quale strumento volto a garantire la permanenza delle persone in un determinato luogo ed evitarne l’irreperibilità durante lo svolgimento delle procedure, in particolare di quella di frontiera. Al momento del sopralluogo, tale misura era già stata sperimentata nei mesi precedenti a Villa Sikania attraverso una limitazione della permanenza al territorio comunale di Siculiana: le persone accolte lamentavano scarse possibilità di trovare lavoro, dovendo cercarlo nelle immediate vicinanze del centro, una circostanza che alimentava il dubbio che la permanenza entro il perimetro comunale iniziasse, di fatto, a configurarsi come un vincolo stringente. Anche gli operatori dei CAS di Licata riferivano di non aver ricevuto indicazioni sull’applicazione della misura, pur segnalando che, dall’introduzione delle nuove procedure, era richiesto l’invio quotidiano alla Questura di un elenco firmato delle persone in procedura di frontiera, distinto dalla consueta rilevazione delle presenze complessive nella struttura. Tuttora non risulta configurarsi, nei centri in cui la misura continua a trovare applicazione, una forma di trattenimento o di limitazione della libertà personale: a Villa Sikania, ad esempio, attualmente gli ospiti risultano entrare e uscire liberamente. Va tuttavia rilevato che il contenuto concreto di tale misura non risulta specificato nei provvedimenti finora adottati, il che rende difficile escludere a priori un’incidenza sulla libertà personale: la valutazione, allo stato, va condotta caso per caso. In ogni caso, già a una prima analisi emergono diverse criticità anche solo con riferimento alle modalità con cui viene attuata la limitazione della libertà di circolazione.  Tali criticità, del resto, trovano conferma nei primi provvedimenti concretamente adottati anche con la prima applicazione in concreto della misura post-Patto a Villa Sikania. Nei giorni successivi al sopralluogo infatti la Prefettura di Agrigento ha adottato dei provvedimenti di autorizzazione a risiedere all’interno del centro di accoglienza per un massimo di dodici settimane a dei richiedenti asilo sottoposti alla procedura accelerata di frontiera. Con decreto del 27 giugno 2026, il Tribunale di Palermo ha tuttavia sospeso uno di questi provvedimenti, rilevando vizi soprattutto nell’applicazione della procedura di frontiera, ad esempio con specifico riferimento all’assenza di informativa e delle garanzie di accoglienza particolari previste nel caso di persone vulnerabili. Tali vizi hanno inficiato, di riflesso, anche il provvedimento di autorizzazione a risiedere, di cui la determinazione sulla procedura di frontiera costituisce l’atto presupposto. La decisione apre così la strada a un possibile scrutinio di legittimità costituzionale, non solo di questo nuovo istituto, ma più in generale delle modalità di attuazione di diverse disposizioni del Patto, in linea con le criticità emerse nel corso del monitoraggio.  MECCANISMO DI MONITORAGGIO Il Regolamento Screening prevede che ogni Stato si doti di un organismo indipendente incaricato di monitorare – durante le procedure di screening, le procedure accelerate di frontiera e quelle di rimpatrio dalla frontiera – il rispetto dei diritti umani nelle procedure di frontiera e di asilo 9. L’organismo di monitoraggio indipendente dovrebbe vigilare in particolare sull’identificazione dei soggetti vulnerabili, sull’accesso alla procedura di asilo, sul rispetto del principio di non respingimento, dell’interesse superiore del minore e delle norme sul trattenimento durante gli accertamenti. Dovrà inoltre disporre di competenze giuridiche, mediche, psicologiche, sociali e multiculturali 10.  Alla luce delle criticità emerse nel presente monitoraggio, il ruolo di tale organismo appare destinato ad assumere una funzione centrale. La rapidità dello screening, le procedure accelerate di frontiera, il ricorso al trattenimento amministrativo e le nuove modalità di accertamento delle vulnerabilità sono infatti ambiti in cui il rischio di compressione delle garanzie fondamentali risulta particolarmente elevato. Ad oggi, nonostante l’invito dell’UE a coinvolgere la società civile, non si registra alcun coinvolgimento delle organizzazioni che operano nel settore delle migrazioni nel meccanismo indipendente di monitoraggio. Tale assenza si inserisce in un quadro più ampio di mancata partecipazione anche alla predisposizione del Piano nazionale di attuazione. Le interlocuzioni svolte nel presente monitoraggio confermano il quadro: tutte le organizzazioni incontrate dichiarano di non essere state coinvolte nella definizione del futuro organismo né in eventuali gruppi di lavoro preparatori. Il dato è rilevante, considerando che molte di queste realtà operano da anni nei territori interessati dall’attuazione del Patto e dispongono di competenze giuridiche, sociali, mediche e operative coerenti con il profilo multidisciplinare richiesto dalla normativa europea. L’assenza di un confronto strutturato rischia quindi di incidere sulla capacità del futuro meccanismo di svolgere pienamente la funzione di garanzia prevista dal Patto. CONCLUSIONI Nel corso del sopralluogo è emerso un quadro segnato da diffuse carenze organizzative, preparazione insufficiente e, in molti casi, limitata consapevolezza da parte di operatori e istituzioni della portata delle riforme in corso. Si evidenzia quindi uno scarto strutturale tra l’impianto normativo del Patto e le condizioni materiali della sua attuazione. Appare evidente come il settore sanitario venga progressivamente chiamato a svolgere un ruolo centrale nell’attuazione delle procedure, senza che a tale accresciuto carico corrisponda un adeguato rafforzamento degli strumenti operativi, delle risorse e delle condizioni organizzative necessarie. Poiché l’accesso alle garanzie dipende dall’individuazione tempestiva delle condizioni di vulnerabilità, l’assenza di meccanismi efficaci espone al rischio che tali situazioni non vengano riconosciute, né nella loro possibile declinazione specifica (come nei casi di tratta), né nella condizione più generale di vulnerabilità connessa al percorso migratorio e alla situazione di svantaggio in cui le persone si trovano sul territorio, con conseguente compromissione dell’accesso alle tutele previste. La valutazione sanitaria e l’accertamento delle vulnerabilità non sembrano più orientate all’attivazione di misure di protezione, ma alla selezione della procedura applicabile e, in ultima analisi, alla gestione dei flussi migratori. In questa prospettiva, l’effettiva emersione delle vulnerabilità diventa secondaria e, di fatto, strumentale alla funzionalità del sistema, che continua a presentarsi come orientato alla tutela dei diritti anche quando tempi, spazi e strumenti non consentono un accertamento e una presa in carico realmente efficaci. Il rischio è che la categoria di vulnerabilità produca una classificazione delle persone lungo un continuum di “meritevolezza”, funzionando come meccanismo di filtro nell’accesso al territorio e nella possibilità di essere ritenuti idonei alla domanda di asilo, diritto che in quanto universale non dovrebbe essere subordinato a tali criteri. Ne deriva un sistema orientato al rapido filtraggio delle persone in assenza di effettive garanzie, in cui la dimensione di controllo nella gestione delle frontiere prevale sulla funzione di protezione che il dispositivo dichiara formalmente di perseguire. Sul piano istituzionale, il Ministero dell’Interno assume una forte centralità, mentre il Ministero della Salute e altri settori risultano coinvolti in responsabilità crescenti non sempre accompagnate da risorse adeguate. Ulteriori criticità riguardano infatti l’impatto sul mercato del lavoro e sui percorsi di inclusione, con il rischio di un ampliamento della precarietà giuridica e amministrativa e di una maggiore esposizione allo sfruttamento, come denunciato da realtà territoriali come il progetto SU.PR.EME., che si occupa proprio di sfruttamento lavorativo. Critico anche il trasferimento della formalizzazione delle domande di asilo a patronati e centri di accoglienza, spesso impreparati a gestire tali compiti, con il rischio di una de-strutturazione del sistema e la produzione di nuove “zone grigie” di vulnerabilità. Il banco di prova del Patto non è soltanto la velocizzazione delle procedure, su cui l’impianto appare orientato, ma la capacità di non compromettere l’equilibrio con le garanzie procedurali, che risultano invece progressivamente indebolite, in particolare sul versante dell’individuazione e della presa in carico delle vulnerabilità. Il rischio è che la velocità incida sull’effettività dei diritti, spostando il baricentro dal singolo accertamento individuale all’obiettivo del rimpatrio. In questa prospettiva, emerge un mutamento di paradigma: il controllo sanitario, originariamente concepito come strumento di tutela della salute, sembra progressivamente trasformarsi in un dispositivo funzionale al governo della frontiera. 1. Il sopralluogo è stato condotto sotto la guida scientifica di: Cristina Laura Cecchini, Giulia Crescini, Salvatore Fachile, Lucia Gennari, Loredana Leo, Ginevra Maccarrone, Federica Remiddi, Thomas Santangelo, Francesco Sicilia. Allo stesso hanno partecipato alcune corsiste e corsisti della 11° edizione della Scuola: Alawia Nura, Baldaccini Gionata, Barbiero Giulia, Blasioli Aicha, Boffa Lorenzo, Bruno Giulia, Cardosi Elisa, Ceraolo Luca, Cespedes Katty Maria Damaso, Chetoni Marina, Cioce Alessandra, Cuccia Silvia, Dame Diane, Di Cesare Sara, Diamanti Eleonora, Ferraresi Teresa, Filippini Francesca, Fioresi Sara, Formaggia Annamaria, Fornasa Giulia, Germano Attilio, Greco Leonardo, Hassen Malek, Ingallina Giulia Stella, Locatelli Arianna, Macchitella Alessandra, Mariani Carlotta, Margiotta Sofia, Mascaretti Alberta, Maurizi Bianca, Mousa Wanees, Perteghella Giorgia, Proietto Irene, Rizzuto Anna, Rocco Maria, Salvi Nicole, Scagliotti Pietro, Sigillo Gabriella, Torres Fabrizio, Torres John, Tufano Brigida, Vecchiato Clara, Zagaria Syria. Il report è frutto di un lavoro collettivo con redazione a cura di: Ceraolo Luca; Germano Attilio; Ingallina Giulia Stella; Locatelli Arianna; Mascaretti Alberta; Rizzuto Anna; Rocco Maria; Salvi Nicole; Sigillo Gabriella; Tufano Brigida.   ↩︎ 2. Procedure operative standard sui controlli preliminari di salute e vulnerabilità ai sensi del regolamento UE 2024/1356 ↩︎ 3. Ufficio di Sanità marittima, aerea e di frontiera ↩︎ 4. European Union Agency for Asylum (Agenzia dell’unione Europea per l’Asilo) ↩︎ 5. Circolare del Ministero dell’Interno – Dip. LCI – D.C. dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo – AOO SERVIZI CIVILI – 1 – Protocollo 0028722 09/06/2026, pag. 2 ↩︎ 6. Ivi, pag. 3 ↩︎ 7. SOP, Allegato II_Scheda sanitaria controlli preliminari di salute_ screening_modello B_sezione 5: al punto 5. Condizioni di vulnerabilità rilevate nel corso dell’accertamento sanitario, riporta le opzioni a. Assenza di condizioni patologiche psico fisiche rilevabili; b. Condizioni con esigenze particolari di ssistenza/supporto/monitoraggio, la cui gestione deve essere garantita nel setting del centro; c. Condizioni di vulnerabilità sanitaria per le quali sono necessari servizi specialistici di assistenza. ↩︎ 8. In questo senso lo scorso 26 giugno diverse realtà hanno firmato un appello che denuncia come il coinvolgimento dell’infrastruttura sanitaria nell’implementazione del Patto si traduca nel trasformare i professionisti della clinicmigratorie con una evidente compromissione del diritto alla salute in strumenti di controllo delle politiche / ↩︎ 9. Regolamento (UE) 2024/1356, articolo 10 ↩︎ 10. Monitoring fundamental rights during screening and the asylum border procedure – A guide on national independent mechanisms. Si noti che, ad oggi, l’Italia è uno dei pochi Paesi dell’Unione Europea a non avere ancora una vera Istituzione nazionale per i diritti umani, conforme ai Principi di Parigi del 1991, cfr Principles relating to the Status of National Institutions (The Paris Principles) | OHCHR ↩︎
Governare la mobilità attraverso il razzismo
L’11 giugno 2024, all’aeroporto di Zagabria, Emmanuel Achiri, ricercatore e attivista, attende un volo per Bruxelles quando tre agenti lo isolano per un controllo dei documenti. Alla sua richiesta di chiarimenti, la giustificazione fornita è stata chiara: la Croazia è una “società omogeneamente bianca” e il colore della sua pelle lo rende automaticamente un soggetto potenzialmente pericoloso. Questa vicenda, documentata nel rapporto dell’European Network Against Racism (ENAR), “Raceless in Name Only: Whiteness and the Racial Governance of Mobility in the European Union” 1, è la manifestazione del funzionamento del principio della razza all’interno dell’Unione Europea. Scopo del report è proprio documentare come le politiche di esternalizzazione, il regime dei visti e il profilamento razziale non siano “errori di sistema”, bensì strumenti deliberati per preservare una presunta identità europea basata sull’esclusione di alcune categorie di persone. Il rapporto si basa su un’analisi comparativa, insieme teorica ed empirica, condotta tra giugno 2024 e dicembre 2025 in diverse zone di confine (Germania-Austria, Germania-Repubblica Ceca, Italia-Francia, Croazia-Slovenia e paesi Baschi) e in tre Paesi europei (Cipro, Grecia e Francia). Il risultato è che, indipendentemente dalle zone analizzate, la gestione dei confini e della migrazione europea risulta razzista e securitaria: essa espone alla violenza e alla precarietà migranti stranieri ed europei razzializzati mostrando il ruolo di una immaginaria whiteness, una costruzione identitaria, politica e storica, che inquadra l’Europa come omogeneamente bianca ed esclude coloro che non rientrano in questo immaginario 2.  I processi legislativi in corso oggi stanno consolidando questo sistema violento e razzializzato: a cominciare dal Pact on Migration and Asylum 3, che normalizza procedure di detenzione amministrativa accelerate; ma anche la Deportation Regulation 4, che rende punizione e rimpatrio le risposte di default al fenomeno migratorio, e l’Anti-Smuggling Package 5, che rischia di criminalizzare la solidarietà umana e coloro che difendono i diritti dei migranti. Tutto ciò nel quadro di politiche di securitizzazione della migrazione, cominciate a partire dagli anni ’90, per cui la migrazione viene sempre più costruita come una minaccia di sicurezza che richiede controllo e deterrenza, piuttosto che come una questione sociale e umanitaria.  Negli ultimi anni, questa lettura è stata ulteriormente resa popolare attraverso la retorica politica, ad esempio nell’accento posto dalla Commissione Europea sotto Ursula von der Leyen sulla “protezione dello stile di vita europeo” 6, che collega la governance migratoria a questioni di identità culturale, di sicurezza e di appartenenza. Basti pensare, inoltre, a tutta la propaganda sulla “sostituzione etnica” – o grand remplacement nelle parole di Renaud Camus, che ha reso popolare il concetto – e la conseguente “remigrazione”, tanto cara a Roberto Vannacci e ormai pienamente diffusa in diversi Paesi europei.  Queste pratiche, comunque, sono parte di un’architettura più ampia di gestione della migrazione razzializzata, la quale non è solo una conseguenza delle riforme più recenti. Al contrario, essa è il frutto di un approccio alla mobilità e alla gestione della popolazione che è storicamente radicato in gerarchie coloniali, razziali e di classe, le quali operano secondo un principio necropolitico. In base ad esso, si distingue tra coloro che hanno diritto alla mobilità e di conseguenza, sempre più spesso, alla vita, e coloro che invece possono essere considerati sacrificabili 7. La figura della persona migrante è quindi tutt’altro che neutrale: è una categoria prodotta attraverso dinamiche di potere storiche e politiche in cui le autorità costruiscono il migrante attraverso marcatori di differenza, spesso razzializzati, per limitare i diritti, preservare una forza lavoro precaria e mantenere il potere di espellere coloro che sono considerati indesiderabili. Tuttavia, in tali discorsi, l’uso esplicito del termine “razza” è stato sostituito da concetti come “cultura”, che diventano il terreno apparentemente neutrale per l’autoprotezione tramite l’esclusione, lasciando intatta la logica di fondo della differenza razziale ereditata e naturalizzata. Il filosofo Étienne Balibar parla a questo proposito di razzismo senza razze o razzismo culturale 8, che, invece di definire l’altro per caratteristiche innate o biologiche, afferma l’incompatibilità e la presunta superiorità di stili di vita, religioni o costumi, giustificando l’esclusione sociale di alcuni gruppi ritenuti una minaccia per la società. Nascosto dalla post-razzialità 9, il razzismo però sopravvive rendendo sempre più difficile evidenziarlo nelle società occidentali, tranne che come fenomeno storicamente superato o presente come eccezione, e impedendo l’elaborazione di un diverso tipo di identità europea veramente pluralistica, nella quale le persone razzializzate non siano costantemente alterizzate (otherised) e migrantizzate (migranticised).  Secondo il rapporto, inquadrare queste dinamiche come delle “eredità del periodo coloniale” implica una distanza storica che in realtà non è così distante. Logiche di governo coloniale – controllo della mobilità, sovranità asimmetrica, securitizzazione, sorveglianza quotidiana razzializzata, estrazione del lavoro, iper-precarietà, criminalizzazione, detenzione e confinamento carcerario, controllo epistemico, criminalizzazione della solidarietà, e coercizione e irregolarizzazione economica – continuano ad essere in atto, spesso negli stessi spazi e attraverso meccanismi simili 10. Avendo analizzato la whiteness come logica operativa della governance migratoria europea, il rapporto approfondisce le pratiche concrete osservate durante le ricerche e attraverso le quali questa logica è effettivamente resa operativa, ad esempio tramite il regime dei visti, un sistema gerarchico di controllo della mobilità che regola chi può essere autorizzato a entrare nel territorio, per quanto tempo e secondo quali regole. I visti, tuttavia, lungi dall’essere semplicemente strumenti tecnici o giuridici, sono centrali per comprendere come funzionano le logiche razzializzanti incorporate nei rapporti di potere all’interno del sistema internazionale e come tali logiche costituiscono, nella gestione delle migrazioni, una “prima linea di difesa” contro l’ingresso degli indesiderabili 11.  Un altro strumento è l’esternalizzazione del controllo delle frontiere, ovvero l’insieme di politiche e pratiche attraverso cui gli Stati cercano di prevenire, deviare e controllare la migrazione oltre i loro confini territoriali. In Tunisia, uno dei casi più esemplari, l’esternalizzazione razzializzata dell’UE rafforza il razzismo contro le persone nere provenienti da altri paesi dell’Africa all’interno del regime di confine dello Stato stesso 12. Ma anche la Mauritania è un esempio di uno Stato extra-UE che è cresciuto in importanza geostrategica per l’esternalizzazione dell’UE, e della Spagna in particolare 13. L’esternalizzazione funziona, quindi, delegando la deterrenza e la detenzione a territori periferici e autorità partner, permettendo all’UE, e in particolare ai suoi Paesi centrali, di proiettare il proprio border power a distanza, riducendo la responsabilità legale e politica diretta 14.  Il modo in cui sono strutturati il regime dei visti dell’Unione Europea e le frontiere esternalizzate porta, quindi, a serie limitazioni per chi vuole arrivare in Europa tramite canali regolamentati, facendo sì che l’irregolarità aumenti. Ma essa non è una caratteristica intrinseca e fissa: gli Stati e le istituzioni sono responsabili della produzione e della riproduzione dell’irregolarità tramite leggi, pratiche amministrative e controlli, che rendono le persone legalmente precarie, socialmente marginali e maggiormente esposte alla violenza 15. Inoltre, sono sempre più diffusi e normalizzati respingimenti, deportazioni e forme di detenzione. I primi, svolti nell’ambito di accordi bilaterali di ritorno, sono espulsioni di non cittadini, rifugiati e altri migranti, di solito verso un paese o una regione vicina. La deportazione, invece, è la rimozione formale di un non-cittadino dal territorio di uno Stato. Come sostiene De Genova, non è semplicemente una procedura amministrativa, è “una tecnica o tattica di dominio” su soggetti considerati deportabili e collocati fuori dalla sfera di protezione 16. Infine, la detenzione crea una condizione di non-persona legale e di deportabilità attraverso coercizione, incarcerazione e dinamiche di mobilità forzata o immobilità, spesso senza alcun supporto legale 17. Ad esempio, Farid, un richiedente asilo, ha cercato protezione in Austria ma, attraverso l’inganno della polizia, è stato trattenuto in un campo di pre-rimpatrio senza esserne informato. Ha descritto la situazione come una tortura insopportabile per chiunque: “tra la saggezza e la follia c’è solo una linea sottile”, ha affermato. Ha raccontato inoltre di un suo compagno somalo che, entrato nel centro in condizioni normali, ha completamente perso la ragione nel giro di tre soli giorni, iniziando a parlare da solo nell’indifferenza totale delle autorità 18. Le varie pratiche e tecnologie integrate nell’architettura dei confini europei descritte in questo rapporto hanno effetti notevoli sulla vulnerabilità e sofferenza individuale e collettiva, in particolare per gruppi socialmente rifiutati e razzializzati. Questa “condizione politicamente indotta” di esposizione differenziale alla violenza fisica e strutturale, derivante da “reti di supporto sociali ed economiche” negate o fragili, viene concettualizzata dalla filosofa Judith Butler come “precarietà” 19. L’incertezza insita nella posizione sociale della precarietà produce esperienze e sentimenti particolari come isolamento, ansia e vergogna, poiché le sue principali caratteristiche sono insicurezza, marginalità sociale e vulnerabilità nei regimi di sfruttamento. Per esempio, Ahmad un ragazzo di 25 anni, palestinese-marocchino, è finito nel limbo della burocrazia europea e, in attesa, vive a Parigi da irregolare, paralizzato dal terrore costante di essere arrestato: “da quando sono arrivato qui, non riesco a lavorare, non riesco a fare niente. Sono bloccato dalla paura e non sto facendo nulla della mia vita. È sempre nella mia testa. Mi sento un peso. Non riesco a pensare al futuro o a fare alcun piano.” 20 Questo rapporto conferma, ancora una volta, che la gestione della migrazione nell’Unione Europea è un sistema complesso di logiche coloniali incorporate in forme di dominio e disciplina su soggetti immaginati come “non abbastanza europei”. Ignorando come la governance delle migrazioni, la polizia e i quadri di sicurezza siano “siti centrali del razzismo strutturale”, si riproduce e si rafforza un regime di gestione delle migrazioni fondato su securitizzazione e razzializzazione, e si legittima l’esclusione basata su gerarchie razziali e immaginari coloniali della bianchezza, oltre che su divisioni di classe. Come sottolineano autrici e autori del rapporto, solo affrontando questi limiti strutturali all’interno del concetto stesso dello stato di diritto in Europa, il cambiamento politico può andare oltre gli impegni semplicemente performativi per smantellare le gerarchie che producono marginalizzazione e precarietà per le persone razzializzate e povere 21.  1. Consulta il rapporto ↩︎ 2. Per un approfondimento del concetto di “whiteness” e del ruolo che svolge non solo nelle questioni migratorie ma, più in generale, nell’articolazione del sapere e del potere globale, si vedano le riflessioni del filosofo Charles Mills. Cfr. ad esempio Mills, C.W. (2007) White Ignorance. In: Sullivan, S., and Tuan, N (eds.). Race and Epistemologies of Ignorance. Albany, NY: State University of New York Press, pp. 13-48 ↩︎ 3. European Commission, Pact on Migration and Asylum. A common EU system to manage migration (11 June 2026). Per un quadro della situazione, chiaro ma critico, segnaliamo il video di Flavia Carlini, con un intervento di SOS Mediterranee ↩︎ 4. European Commission, Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council Establishing a Common System for the Return of Third-Country Nationals Staying Illegally in the Union, ↩︎ 5. European Commission, Proposal for a Directive of the European Parliament and of the Council Laying Down Minimum Rules to Prevent and Counter the Facilitation of Unauthorised Entry, Transit and Stay in the Union ↩︎ 6. Von der Leyen: “Lo stile di vita europeo è libertà, uguaglianza e democrazia” (EuNews, settembre 2019) ↩︎ 7. La necropolitica è una forma di sovranità che va oltre la gestione biopolitica della vita, causando una deliberata produzione di morte Cfr. Mbembe, A. (2016) Necropolitica, ombre corte, Bologna ↩︎ 8. Balibar, É. (2007) “Is There a ‘Neo-Racism’?” in Race and Racialization: Essential Readings, 2nd ed., ed. Tania Das Gupta et al. Canadian Scholars’ Press, Toronto, pp. 83–90. ↩︎ 9. Cfr. S. Sayyid, “Post-Racial Paradoxes: Rethinking European Racism and Anti-Racism,” Patterns of Prejudice 51, no. 1 (2017): 24, citato nel rapporto a p. 54. ↩︎ 10. Raceless in Name Only, p. 55. ↩︎ 11. Raceless in Name Only, p.56 ↩︎ 12. Raceless in Name Only, p. 63. Cfr.  Amnesty International, “Tunisia: President’s Racist Speech Incites a Wave of Violence against Black Africans,” March 10, 2023 ↩︎ 13. Raceless in Name Only, p. 63. Cfr. Human Rights Watch, “They Accused Me of Trying to Go to Europe”: Migration Control Abuses and EU Externalization in Mauritania (Human Rights Watch, August 27, 2025) ↩︎ 14. Raceless in Name Only, p.69. ↩︎ 15. Raceless in Name Only, p.70 ↩︎ 16. Raceless in Name Only, p.76. cfr. N. De Genova, “The Deportation Power,” Radical Philosophy 2.03 (December 2018), 23 ↩︎ 17. Raceless in Name Only, p. 84. Cfr. N. De Genova. “The Economy of Detainability: Theorizing Migrant Detention.” In Challenging Immigration Detention, edited by M. J. Flynn and M. B. Flynn, Cheltenham and Northampton: Edward Elgar Publishing, 2017 p. 163. ↩︎ 18. Raceless in Name Only, p. 87. ↩︎ 19. Raceless in Name Only, p. 104. Cfr. J. Butler, Regimi di guerra. O della vita che non merita lutto, Castelvecchi, Roma 2024. ↩︎ 20. Raceless in Name Only, p. 108. ↩︎ 21. Raceless in Name Only, p. 112 ↩︎
Ai margini dell’Europa: salute mentale, abuso di sostanze e autolesionismo tra i minori non accompagnati a Ceuta
AUDREY BENSON, ATTIVISTA DI NO NAME KITCHEN 1 Questo articolo accompagna la pubblicazione del report “Sobrevivir al Limbo: una investigación sobre (ab)uso de sustancias y conductas autolesivas en menores no acompañados en Ceuta” 2, che approfondisce le condizioni di vita, la salute mentale e l’accesso ai diritti dei minori non accompagnati a Ceuta (enclave-confine tra Spagna e Marocco). Attraverso testimonianze dirette, osservazione sul campo e analisi del contesto istituzionale, il report documenta l’impatto dell’abbandono sistemico e delle politiche di frontiera sul benessere di questi ragazzi. Rayan (15 anni, Tetouan) era accasciato sulla spalla di Ana nella sala d’attesa dell’Ospedale Universitario di Ceuta. Aveva il viso contuso e gonfio a causa di una caduta. Ana ed io, entrambe volontarie di No Name Kitchen (NNK), lo avevamo accompagnato all’ospedale perché potessero visitarlo. Siamo rimaste sedute lì per ore, pensando che si fosse semplicemente addormentato. Ma quando finalmente hanno chiamato il suo nome e lui non ha risposto, ci siamo rese conto che qualcosa non andava: non stava dormendo. Era svenuto. Alla fine siamo riuscite a farlo alzare e a portarlo nella sala visite. Aveva fatto uso di hashish, Klonopin e Lyrica per tutto il giorno. Quell’episodio è diventato il simbolo di una realtà che ho osservato durante un periodo di volontariato con No Name Kitchen (NNK), organizzazione che sostiene le persone in movimento in diverse frontiere d’Europa. Come referente sanitaria, ho fornito primo soccorso e supporto all’accesso ai servizi sanitari di emergenza. Ciò che mi colpiva non erano solo le lesioni fisiche, ma la diffusione di abuso di sostanze e autolesionismo tra i minori non accompagnati, segnali evidenti di un profondo disagio psicologico. Il consumo di sostanze e l’autolesionismo a Ceuta non devono essere interpretati come ribellione adolescenziale, patologia individuale o devianza culturale. Si tratta di strategie di adattamento plasmate dalle condizioni in cui questi ragazzi sono costretti a vivere. Questo è importante perché il modo in cui definiamo un problema determina il modo in cui vi rispondiamo. Se definiamo questi ragazzi «pericolosi», giustifichiamo la sorveglianza. Se li definiamo «disobbedienti», giustifichiamo la punizione. Se li definiamo «spezzati», corriamo il rischio di ridurli alle loro ferite. Ma se comprendiamo il consumo di sostanze e l’autolesionismo come risposte all’abbandono, la domanda cambia. Non è più «Cosa c’è che non va in questi minori?», ma «Cosa abbiamo permesso che accadesse intorno a loro e cosa servirebbe affinché la sopravvivenza non fosse solo meno dolorosa, ma un atto di gioia e dignità?». In questo contesto, i cosiddetti “comportamenti dannosi” rappresentano strategie di sopravvivenza sviluppate in risposta a stress estremo, esclusione e abbandono istituzionale. Tra questi rientrano l’uso di sostanze (hashish, Lyrica, Roche, colla) e l’autolesionismo non suicidario, come tagli e ustioni. A livello europeo, la letteratura documenta un elevato carico di sofferenza mentale tra i minori non accompagnati. Le ricerche riportano alti tassi di disturbo post-traumatico da stress, depressione e ansia, oltre a una maggiore incidenza di autolesionismo e consumo di sostanze rispetto ai coetanei accompagnati. Detenzione, discriminazione e isolamento sono indicati come fattori di rischio rilevanti. Nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, invece, mancano quasi del tutto ricerche e sistemi di monitoraggio sulla salute mentale dei minori migranti. La maggior parte delle informazioni proviene dal lavoro sul campo delle organizzazioni e da sporadiche segnalazioni sui diritti umani. Questa invisibilità contribuisce al sottofinanziamento dei servizi e alla mancanza di controllo sulle pratiche dannose. Ceuta, enclave spagnola al confine con il Marocco, rappresenta uno dei pochi punti di accesso terrestri tra Africa ed Europa. Ogni anno molti minori, soprattutto marocchini, rischiano la vita attraversando il mare a nuoto. La città ospita centinaia di minori non accompagnati in un sistema di accoglienza da tempo sotto pressione e incapace di rispondere adeguatamente ai bisogni esistenti. Una volta arrivati, molti restano bloccati per anni. Non possono raggiungere legalmente la Spagna continentale senza un trasferimento ufficiale e spesso vivono in strutture sovraffollate o per strada. I respingimenti continuano a essere segnalati nonostante le condanne internazionali, mentre razzismo e discriminazione permeano sia le istituzioni sia la vita quotidiana. La maggior parte dei sette centri per minori è gestita da soggetti privati. I ragazzi descrivono condizioni dure e punitive, soprattutto per chi viene considerato “problematico”. Un ex dipendente, intervistato da NNK, ha confermato episodi di violenza, insulti e negligenza. Anche l’assistenza sanitaria appare insufficiente: non vi sono medici a tempo pieno e la somministrazione dei farmaci ricade spesso su personale non qualificato. Resoconti locali hanno inoltre evidenziato gravi carenze nell’accesso ai servizi di salute mentale e tempi di attesa incompatibili con bisogni spesso urgenti. Questi ragazzi vivono molteplici forme di marginalizzazione: sono migranti, minori, musulmani e spesso vittime di discriminazione razziale. Il razzismo anti-marocchino, alimentato da narrazioni politiche ostili, contribuisce a rafforzare esclusione e vulnerabilità. Ahmed, 15 anni, reclutato come spacciatore quando era bambino, cerca di costruirsi un’immagine di forza per sopravvivere alla vita di strada. Racconta di aver smesso di assumere pillole perché aumentavano il desiderio di autolesionarsi. «Ora fumo solo erba», dice, percependola come un’alternativa meno pericolosa. Opportunità educative, sportive e culturali sono limitate. Molti ragazzi vengono allontanati dagli spazi pubblici o guardati con sospetto. Anche le attività organizzate da NNK – sport, nuoto, tagli di capelli e momenti di socialità – sono spesso oggetto di controlli e sorveglianza. In tutta la Spagna, i minori migranti che vivono per strada incontrano ostacoli nell’accesso a scuole, centri giovanili e servizi comunitari, perdendo così importanti fattori di protezione. Abbiamo osservato un fenomeno significativo. Quando i ragazzi disponevano di maggior libertà di movimento e di spazi di socializzazione, si registravano meno episodi di autolesionismo, meno consumo problematico di sostanze e meno accessi al pronto soccorso. Questo suggerisce che il contesto sociale può influenzare direttamente il livello di sofferenza e il rischio di comportamenti dannosi. Per questo sono necessari un monitoraggio sistematico della salute mentale a Ceuta, servizi accessibili e informati sul trauma, percorsi rapidi di presa in carico e accesso garantito a fattori stabilizzanti come sonno, alimentazione, attività ricreative e spazi pubblici sicuri. Occorrono inoltre tutele effettive contro i respingimenti e investimenti pubblici stabili nell’assistenza sanitaria, educativa e sociale. Come osserva lo psichiatra Bessel van der Kolk in The Body Keeps the Score, la rabbia che non trova uno sbocco può trasformarsi in depressione, odio verso se stessi e comportamenti autodistruttivi. Questo è il costo dell’abbandono cronico: frontiere che feriscono e istituzioni che voltano le spalle. È una realtà che dovrebbe spingere decisori politici, società civile e comunità locali a creare spazi sicuri in cui il dolore possa essere accolto prima di trasformarsi in ulteriore sofferenza. 1. L’adattamento dell’articolo è a cura di Francesca Fusaro e Alessia Albano di No Name Kitchen ↩︎ 2. Il report completo è disponibile in spagnolo e inglese ↩︎
“Fuori rotta. Indagine sul sistema di abbandono e isolamento da Trieste alla Sardegna”
ARIANNA LOCATELLI 1 Le associazioni No Name Kitchen e il Consorzio Italiano di Solidarietà pubblicano un report 2 che analizza il sistema dei trasferimenti tra Trieste e la Sardegna e le condizioni di alcuni CAS nel territorio sardo. Trieste, città sul confine tra Italia e Slovenia, rappresenta uno snodo centrale lungo la cosiddetta Rotta Balcanica. Negli anni, la città è diventata uno dei principali punti di accesso al territorio italiano per persone in movimento in arrivo dalla rotta. La gestione degli arrivi si inserisce in un contesto caratterizzato da cronica insufficienza dei posti in accoglienza, tempi prolungati di registrazione delle domande di asilo in Questura e frequenti trasferimenti verso altre regioni italiane. Tra febbraio e settembre 2025, circa l’85% dei richiedenti asilo trasferiti dopo l’ingresso nel sistema di accoglienza triestino è stato destinato alla Sardegna. Tale dato sembra indicare l’esistenza di una strategia di gestione programmata e di un canale di redistribuzione consolidato tra i due territori. I TRASFERIMENTI TRA TRIESTE E LA SARDEGNA E LE CONDIZIONI DEL SISTEMA DI ACCOGLIENZA SARDO La Sardegna, chiamata “Jazeera” dai richiedenti asilo, dall’arabo “isola”, è diventata nei mesi una delle destinazioni più temute dai richiedenti asilo. I centri di accoglienza sardi sono infatti spesso situati in aree geograficamente isolate, rendendo ancora più complesso l’inserimento in reti sociali, territoriali e nel mercato lavorativo, acuendo il senso di abbandono nei richiedenti asilo. In questo contesto, gli ospiti rimangono bloccati in strutture periferiche in attesa del rilascio dei documenti, una procedura che può protrarsi da alcuni mesi fino a diversi anni. I richiedenti cadono in un limbo di attesa, subendo un processo di passivizzazione, dopo essere stati sradicati da contesti in cui avevano iniziato a costruire una rete di supporto, come più volte è successo a Trieste. Le criticità del sistema di accoglienza in Sardegna sono emerse in modo ricorrente dalle denunce delle persone trasferite, raccolte dagli operatori presenti a Trieste. È proprio a partire da queste segnalazioni che, nell’ottobre 2025, un gruppo di ricerca composto da tre persone ha svolto una missione in Sardegna per verificare le condizioni riportate. Grazie alle visite di diversi CAS, alle interviste e ai focus group svolti con richiedenti asilo accolti sull’isola, sono emerse una serie di problematiche legate alla lentezza del rilascio dei documenti, alle condizioni dei centri, con particolare riferimento alla tutela legale, medica e sanitaria, e alle difficoltà di inserimento lavorativo, che spesso spingono ad accettare condizioni di lavoro irregolari, soprattutto nel settore agricolo. Emerge con chiarezza un meccanismo di redistribuzione dei richiedenti asilo tanto semplice quanto efficace. A fronte degli obblighi internazionali di accoglienza, dai quali lo Stato non può sottrarsi, viene istituzionalizzato un sistema di trasferimenti e ricollocazioni che, pur garantendo formalmente l’accesso all’accoglienza, produce spesso effetti di marginalizzazione sulle persone coinvolte. L’allontanamento dai luoghi di arrivo e dalle reti sociali costruite durante il percorso migratorio interrompe in alcuni casi percorsi di inserimento già avviati. In molti casi, questi trasferimenti finiscono per incentivare l’abbandono dei centri di accoglienza o spingono a vivere in condizioni non accettabili, alimentando precarietà, vulnerabilità e, talvolta, irregolarità. FUORI ROTTA: LA MARGINALIZZAZIONE DEI RICHIEDENTI ASILO > Qui abbiamo pensato di diventare pazzi Con questa frase il team di ricerca è stato accolto da un ragazzo trasferito da Trieste in un campo di accoglienza sardo, isolato nella campagna. Ciò che emerge con forza è il profondo senso di abbandono e stallo vissuto quotidianamente dai richiedenti asilo. Il report evidenzia con chiarezza la volontà di marginalizzare persone in movimento e richiedenti asilo. Sradicare le persone dai contesti e collocarle ai margini del territorio nazionale provoca spesso un’ulteriore precarizzazione delle condizioni di vita degli accolti. Esistono eccezioni, ma la realtà del sistema di accoglienza porta a un’oggettificazione e a una disumanizzazione del richiedente asilo. “Makes you also wonder about the welcoming system or reception system. Are they really just about beds or are they actually welcoming people? Not turning them into numbers and keeping them away in camps far far away from cities, making them numbers even literally when you have to sign in and out with a number not even with your name”. Queste le parole che dovremmo tutti tenere a mente, pronunciate da un attivista di No Name Kitchen un anno fa, in occasione di una giornata organizzata per ricordare lo sgombero del Silos avvenuto a Trieste il 21 giugno 2024. Notizie/A proposito di Accoglienza TRIESTE. UN CONTRO-EVENTO ARTISTICO E POLITICO RIACCENDE LA MEMORIA DEL SILOS Spazio pubblico, arte e memoria si intrecciano per contrastare l'oblio e riaffermare diritti negati 8 Agosto 2025 Quando si parla di viaggi migratori, si evocano di solito le frontiere balcaniche, il Mar Mediterraneo, le violenze delle polizie di frontiera, il gelo delle foreste o il caldo torrido del deserto. Eppure, sappiamo bene che il viaggio non finisce una volta messo piede sul territorio italiano, francese o tedesco. Perché a quel punto si apre una seconda fase: lo scontro quotidiano con un sistema d’asilo respingente, con la minaccia costante del Regolamento Dublino, con le frontiere interne alla società, con una lingua sconosciuta, con un sistema di accoglienza che riduce l’individualità alla collettività, trasformando le persone in numeri. A molti, essere trasferiti in Sardegna potrà non sembrare la cosa peggiore che possa accadere lungo una rotta migratoria. Ma attraversando l’entroterra sardo, visitando centri raggiungibili solo percorrendo stradine sterrate, si comprendono le parole di A., che guardandoci ha detto: «Qui abbiamo pensato di diventare pazzi». Il sistema di accoglienza non dovrebbe limitarsi a fornire un posto letto. Dovrebbe costruire percorsi di inserimento territoriale, garantire rispetto del singolo, tutelare le fragilità. Dovrebbe radicare, non isolare; costruire, non distruggere sistematicamente le reti sociali che le persone in movimento cercano di creare con fatica. Non si può pensare che fornire un letto sia l’obiettivo ultimo. Perché la disumanità inizia nel momento in cui non si riconoscono più le persone che si hanno davanti come tali, ma come numeri, spostati di centro in centro, abbandonati in un CAS isolato, lontano da tutto e da tutti. Anche alla luce dei recenti avvenimenti, occorre aprire una riflessione sul sistema di accoglienza italiano, facendo emergere le responsabilità istituzionali di un sistema che rende estremamente difficile il percorso di regolarizzazione dei richiedenti. 1. Mi sono laureata in antropologia culturale ed etnologia a Bologna. Sono un’attivista e una studentessa e negli ultimi anni ho girato varie città seguendo progetti di ricerca e volontariato su diverse frontiere in supporto alle persone in movimento. Sono nel CD di OnBorders ↩︎ 2. NNK – No Name Kitchen (2026), Fuori Rotta ↩︎
Il Community Center Verona di One Bridge To: presentato il Report 2025
One Bridge To- (in origine One Bridge to Idomeni) compie dieci anni di attività e presenza sulla Rotta Balcanica, in Grecia e a Verona, e ha deciso di festeggiarli con un calendario fitto di iniziative nel periodo a ridosso del 20 giugno, la Giornata Mondiale del Rifugiato 2026. Ph: Presentazione del Report 2025 Tra queste, il 18 giugno, ha presentato il Report di Attività 2025 del Community Center Verona 1, il progetto che dal 2022 opera in Via Campo Marzo 32 con cinque sportelli integrati, una scuola di italiano, uno sportello psicologico e il progetto di community matching TRAME. I numeri del rapporto raccontano da soli l’importanza che progressivamente ha assunto questo spazio. Nel 2025, si legge nel report, ci sono stati 1.853 accessi agli sportelli, 731 persone distinte raggiunte, 517 nuove. Una crescita del 69% rispetto ai 1.095 accessi e alle 435 persone del 2024. Numeri, precisa Edoardo Garonzi, Presidente di One Bridge To- ETS, che «non misurano il nostro successo, bensì l’ampiezza di un bisogno che il sistema pubblico fa sempre più fatica a soddisfare». Il profilo di chi varca la porta di Via Campo Marzo è quello di una marginalità stratificata e spesso irrisolta. Al primo accesso, il 31% era richiedente protezione internazionale, il 27% era senza fissa dimora, il 69% era disoccupato. Quasi due utenti su tre hanno tra i 21 e i 40 anni: la fascia d’età in cui, come scrive il report, «si prendono le decisioni che strutturano il resto della vita». Il fatto che quegli anni si trascorrano in attesa di un appuntamento in Questura, in dormitorio, senza residenza e senza contratto «non è un’emergenza temporanea: è una perdita di tempo che non si recupera». UNO SPORTELLO CHE NON SI OCCUPA SOLO DI BUROCRAZIA Lo Sportello Socio-Legale è il cuore operativo del Community Center (CC): 800 accessi nel 2025, 401 utenti unici, con il problema dominante legato ai permessi di soggiorno (313 accessi, il 39% del totale delle pratiche legali). I tempi della Questura di Verona per i rinnovi hanno superato l’anno, lasciando le persone in un limbo in cui sono tecnicamente regolari ma di fatto bloccate. Come ricorda l’équipe multidisciplinare che ha redatto il report, «quattro colloqui su cinque si traducono in una presa in carico diretta»: il CC tende a non delegare verso l’esterno, spesso perché i servizi a cui si dovrebbe rinviare presentano barriere che li rendono inaccessibili a chi ne avrebbe più bisogno. Trasversale a tutti gli sportelli è il tema della residenza anagrafica. Senza iscrizione non si aggiorna il permesso di soggiorno di lungo periodo, non si ottiene la carta d’identità, non si attiva lo SPID, non si accede ai servizi digitali della Pubblica Amministrazione. «Il cerchio si chiude su se stesso», denuncia il report. L’indirizzo convenzionale assegnato ai senza dimora a Verona per l’iscrizione anagrafica è Via Olimpio Vianello, dedicata a un ex gondoliere veneziano senza casa che nella notte dell’8 dicembre 1990 fu picchiato a morte sotto il porticato dell’ex Tribunale. La partecipazione al Tavolo di Coordinamento Abitare ha prodotto nel 2025 un risultato concreto: il Comune di Verona ha pubblicato sul proprio sito istituzionale una pagina dedicata alla procedura di iscrizione anagrafica per persone senza fissa dimora, con i moduli scaricabili in un unico luogo. Prima di questa pubblicazione la procedura era frammentata e opaca. È il tipo di risultato, si specifica nel report, «che non compare nei database degli sportelli ma che moltiplica l’impatto del lavoro svolto». LAVORO, LINGUA, PSICOLOGIA: UNA FILIERA DI SERVIZI INTEGRATI Lo Sportello Lavoro ha registrato 521 accessi per 302 utenti unici. Nel 2025 almeno 47 persone passate dal CC hanno avviato un rapporto di lavoro regolare, includendo i 4 contratti di assunzione conseguenti ai tirocini del progetto LA.VR, finanziato dall’8xmille della Chiesa Valdese. L’équipe avverte però di leggere quel dato con cautela: «registriamo gli inserimenti di cui siamo informati, non quelli di chi ha trovato lavoro e non è tornato a comunicarcelo. Il numero reale è quasi certamente più alto, e la mancanza di ritorno è spesso, essa stessa, un buon segno». Anche le difficoltà linguistiche sono tra le barriere maggiormente riscontrate: oltre la metà degli utenti dello sportello lavoro ha un livello di italiano inferiore all’A2 al momento del primo accesso. La Scuola di Italiano ha registrato 336 iscrizioni nel 2025, su 274 persone fisiche distinte. Ma 126 persone non hanno potuto essere accolte, una su quattro tra quelle che ne hanno fatto richiesta. Il cd. Decreto Cutro (DL 20/2023) ha progressivamente eliminato i corsi di italiano che i gestori dei CAS erano tenuti a garantire internamente, e il CPIA di Verona, sovraffollato, non riesce ad assorbire la domanda aggiuntiva. La lista d’attesa della Scuola «è un termometro del sistema: misura quanto la domanda di apprendimento linguistico nel territorio superi strutturalmente l’offerta disponibile». Lo Sportello Psicologico ha seguito 14 pazienti su 16 segnalati, con 70 colloqui clinici e il coinvolgimento di 7 mediatori e traduttori diversi. Non si tratta di un servizio ordinario: intercetta persone che il sistema di salute mentale non raggiunge, con storie di migrazione forzata e trauma multiplo. Il mediatore linguistico-culturale, specifica il report, «non è un supporto aggiuntivo: è parte integrante del processo clinico». Senza quella figura, «una parte rilevante dei 70 colloqui del 2025 non sarebbe stata clinicamente possibile». TRAME E IL VOLONTARIATO COME MODELLO Il progetto TRAME – finanziato da Fondazione Cariverona – ha avviato nel 2025 la prima annualità del community matching: abbinamenti strutturati tra persone in condizione di marginalità e tutor buddy della comunità locale. Tre match attivati, 10 tutor selezionati, 63 partecipanti alle formazioni, 111 servizi e comunità mappate. Il CC non funzionerebbe senza i suoi 25 volontari: 6 agli sportelli, 12 al Laboratorio di Conversazione del giovedì sera, 4 tirocinanti, 3 psicologi. Il contributo complessivo stimato è di circa 4.700 ore annue di lavoro volontario, «l’equivalente di quasi tre posizioni a tempo parziale». One Bridge To- ETS precisa però che «il volontariato al CC non è una risposta alla scarsità di risorse. È un modello deliberato di prossimità». LE RICHIESTE ALLE ISTITUZIONI La pubblicazione si chiude con tre richieste alle istituzioni: ridurre i tempi della Questura o garantire tutele equivalenti nell’attesa; reintrodurre i corsi di italiano come standard nei CAS e SAI; rimuovere i criteri discriminatori del DL 145/2024 che escludono i richiedenti asilo territoriali dall’accoglienza. ASGI ha già definito quella norma «uno stravolgimento senza precedenti che mina alla base le garanzie di tutela dei diritti fondamentali». Dieci anni dopo la sua fondazione, One Bridge To- sta consolidando a Verona un modello che non si limita a erogare servizi: trasforma i dati dei colloqui e le osservazioni raccolte in argomenti per il cambiamento istituzionale. 1. Leggi il Report 2025 completo ↩︎
Frontiere-Filtro: L’Accoglienza nei Centri d’Italia (2026)
GIORGIA MALAVENDA È disponibile dal 28 aprile il nono rapporto sui centri di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati in Italia basato su dati relativi al 2024, realizzato da ActionAid e Openpolis nell’ambito del progetto Centri d’Italia, ad oggi l’unica piattaforma di monitoraggio indipendente presente nel paese. Scarica il rapporto completo Intitolato “La frontiera, ovunque”, il documento mira a smascherare le problematiche intrinseche del sistema di accoglienza odierno, ed è già dal titolo che si intuiscono le conclusioni a cui i dati registrati portano: il processo di selezione del migrante non si limita, infatti, alle sole frontiere fisiche lungo i confini nazionali ma si protrae lungo tutta la filiera dell’accoglienza, sottoforma di ostacoli legislativi, amministrativi e linguistici. Tale prospettiva è oggi essenziale per spostare il focus del dibattito pubblico e politico sul tema dell’immigrazione dalle logiche di espulsione a ciò che avviene lungo il percorso di accoglienza e integrazione del migrante. > Siamo di fronte a una scelta di Governo che ha progressivamente spostato > l’accoglienza da infrastruttura di tutela in un dispositivo di filtro, > smistamento e contenimento. L’EMERGENZA PRODOTTA La narrativa emergenziale proposta nell’ultimo decennio ha portato a una proliferazione di decreti emergenziali sotto il governo attuale in nome di uno stato di emergenza (dichiarato dall’aprile 2023 all’aprile 2025), ma la chiave di lettura proposta dal rapporto dimostra come la persistenza di questo stato di precarietà non sia dovuto all’eccezionale incremento dei flussi migratori segnalato, ma sia piuttosto esito di una emergenza appositamente costruita, grazie allo smantellamento delle politiche di accoglienza. È a partire dalla limitazione dell’operatività delle navi ONG di soccorso marittimo, imposto dal Decreto Piantedosi, che l’emergenza nasce. Con l’assegnazione dei porti lontani del Centro-Nord Italia per salvataggi avvenuti principalmente lungo la rotta del Mediterraneo centrale non solo si sottopongono persone a una situazione di precarietà per più tempo del necessario ma si tolgono risorse monetarie e temporali alle ONG dispiegate nelle missioni Search and Rescue 1. Pur essendo l’obiettivo dichiarato di questa politica alleviare le pressioni sulle strutture di prima accoglienza nel Sud Italia, il rapporto mostra come proprio in questi centri rimangano costantemente disponibili più di 2.000 posti inutilizzati presso gli hotspot e CPA di Sicilia, Calabria e Puglia. Questa prassi viene quindi smascherata come mero tentativo di ostacolare le missioni SAR e di criminalizzare la solidarietà e, non a caso, sono varie le sanzioni contro le navi umanitarie che sono state annullate sulla base dell’illegittimità di questa prassi, quali le sentenze dei tribunali di Salerno e Ragusa. > Ancora una volta, l’emergenza da eccezione si trasforma in una tecnica > ordinaria di organizzazione dell’accoglienza. Le frontiere interne La centralità dei processi di filtro è resa ancora nota dalla crescente prevalenza delle strutture di prima accoglienza, quali hotspot, CPA e CAS, su quelle facenti parte del SAI per l’accoglienza secondaria. Il report sottolinea due tendenze visibili dal 2023: la proliferazione di strutture hotspot, che passano da 4 a 11 nel 2024 con il triplicarsi dei posti disponibili, e il forte sbilanciamento del sistema verso i Centri di Accoglienza Straordinaria, che accolgono nel 2024 il 71,9% delle persone totali, dimostrando che il perno dell’intero sistema è ancora una volta rappresentato dall’accoglienza straordinaria. Delle 6.024 strutture governative attive al 31 dicembre 2024, 520 registrano presenze che superano il 120% della capienza, con 12.904 persone coinvolte specialmente nei CAS di Lombardia, Lazio, Puglia e Veneto. Nel Mezzogiorno prevalgono CAS di grandi dimensioni con una capienza media di 38 posti mentre nel Nord-Est, specialmente nel FVG, la capienza media si riduce a 11 posti grazie al peculiare modello di micro-accoglienza diffusa 2. Passando all’analisi dello stato dell’accoglienza del SAI si osserva un tasso di turnover degli ospiti che diminuisce dal 35,5% registrato nel 2023 al 21,3% nel 2025, indicando un ricambio sempre più lento che contrasta l’entrata di nuovi beneficiari nel circolo, dunque pressando nuovamente sui centri dediti alla prima accoglienza. A snaturare l’essenza dell’accoglienza è il peso di operatori for profit nella gestione dei centri governativi, che dal 2022 al 2024 si duplica arrivando a gestire più di 14mila posti, più di un decimo dei complessivi. Ancora, lo schema di capitolato d’appalto vigente dal 2024 ostacola la fruizione dei servizi di mediazione linguistico-culturale e dei colloqui psicologici: insieme al ritiro implicito della domanda di protezione per assenza al colloquio e alla procedura accelerata di valutazione della domanda “tardiva” previste dal d.l. 145/2024, si compromettono non solo le tutele e i diritti degli ospitati, ma anche la capacità del sistema di rilevare e valutare adeguatamente le vulnerabilità personali che possono essere dietro a queste decisioni. Oltre a queste fragilità il documento evidenzia anche le responsabilità di un’amministrazione precaria, lenta e intermittente che pone in essere ostacoli amministrativi nell’accesso alle questure e nella formalizzazione della domanda. Forme di accoglienza non dignitose non risparmiano neanche i minori non accompagnati, portando a un allarmante numero di uscite per abbandono. L’introduzione da parte del d.l. 133/2023 della possibilità di collocare MSNA ultrasedicenni in centri di accoglienza per adulti, in sezioni specifiche, per un tempo massimo di 90 giorni, prorogabile di altri 60, ha legittimato ancora di più la prassi già esistente di inserimento di MSNA in centri per adulti. Nonostante fosse stata intesa come misura eccezionale da applicare solo nei casi di indisponibilità temporanea di strutture dedicate, i casi critici sono diversi. Torino si dimostra prima per numero di MSNA transitati in centri per adulti e almeno 13 delle prefetture incluse nel rapporto dichiarano superamenti 3della soglia massima dei 150 giorni, dimostrando come il superamento dei limiti di legge non sia episodico e avvenga anche in territori con posti liberi nel circolo dedicato. Ancora una volta il rapporto smaschera la riluttanza del Governo di porre l’accoglienza sul primo piano: l’incapacità della gestione del sistema è evidente dalla carenza di meccanismi di monitoraggio delle politiche sviluppate e dalla disomogeneità territoriale delle ispezioni presso i centri governativi, che lasciano nel 2024 l’80,9% delle strutture prive di alcun controllo. Spesso i dati dichiarati dalle Prefetture e dalle autorità centrali non combaciano. Il Viminale afferma, infatti, di non registrare dati relativi ai centri di accoglienza provvisori né quelli relativi al tempo di accoglienza e alla sezione separata istituita per i MSNA nei centri adulti: una superficialità che ostacola il lavoro di reporting su una realtà altrimenti invisibile al comune cittadino. LO SCENARIO 2026 L’ennesima stretta sull’immigrazione è ora rappresentata dal disegno di legge7 approvato il febbraio scorso dal CdM per l’attuazione del Patto UE sulla migrazione e asilo, nel quadro della riforma del CEAS adottata nel 2024 e ora in procinto di essere attuata. Dei dieci testi introdotti, quello che desta più preoccupazioni è il Regolamento (UE) 2024/1348 (Regolamento Procedure) poiché amplia i casi di ricorso obbligatorio alla procedura accelerata di esame della domanda alla frontiera, con annesso allontanamento immediato e un massimo di dieci giorni per fare ricorso. L’infondatezza di una domanda si baserà quindi su meri criteri statistici, quali la provenienza da un paese d’origine sicuro e il possesso di una cittadinanza facente parte delle low-recognition-rate citizenships 4, tra le quali la venezuelana, la colombiana e ora quella siriana, nonostante le violenze etniche e confessionali ancora in corso. La mancata valutazione delle specificità di una domanda di protezione in nome di queste logiche puramente statistiche smaschera nuovamente la superficialità del sistema che, pur di accelerare le procedure di frontiera, rinuncia a investigare su possibili profili di intersezionalità e vulnerabilità personale del migrante. Con l’ennesimo atto emergenziale 5 in materia migratoria il discorso politico torna ancora una volta a focalizzarsi sulle procedure di rimpatrio, ricorrendo a prassi illecite e problematiche 6 che alimentano una politica carente e superficiale che pone lo sguardo alle frontiere esterne e non a quelle interne, facendo dell’accoglienza un sistema esclusivo. 1. La politica dei porti lontani non arretra neanche di fronte alla morte, Sos Mediterranee (19 maggio 2026) ↩︎ 2. 3 Che cos’è l’accoglienza diffusa? ICS (25 maggio 2018) ↩︎ 3. Minore trattenuto in struttura per adulti: La Corte Europea dei Diritti Umani condanna l’Italia, ASGI (29 Aprile 2026) ↩︎ 4. Latest Asylum Trends: Recognition Rates, EUAA ↩︎ 5. Convertito in legge il DL 23/2026 su sicurezza e migrazione, IntegrazioneMigranti (24 aprile 2026) ↩︎ 6. I rimpatri volontari assistiti non siano strumenti di “remigrazione”. Un commento al decreto-legge 55/2026, UniPd Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” (22 maggio 2026) ↩︎