Le imprese degli immigrati sfidano la crisi e riscrivono i luoghi comuni
Secondo il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025 del Centro Studi e
Ricerche IDOS in collaborazione con CNA, in meno di quindici anni le aziende
condotte da persone straniere sono cresciute di quasi il 50%, diventando un
pilastro strutturale dell’economia italiana.
Crescono quando le altre calano, resistono alle crisi, si strutturano, si
diversificano e cominciano a trainare filiere produttive. Le imprese guidate da
immigrati in Italia non sono più un fenomeno marginale o di passaggio: sono,
secondo i numeri, uno dei motori silenziosi dell’economia italiana.
È quanto emerge dal Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, presentato a
Roma presso la sala “Esperienza Europa-David Sassoli” e realizzato dal Centro
Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con CNA – Confederazione Nazionale
dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Una ricerca basata sui dati
del Registro delle Imprese, condotta ininterrottamente dal 2014, che quest’anno
porta con sé una lettura statistica della realtà: non solo i numeri crescono, ma
lo fanno smentendo quasi tutti i pregiudizi consolidati sul fenomeno.
QUASI 667MILA IMPRESE: UNA CRESCITA “ANTICICLICA”
I dati parlano chiaro. Tra il 2011 e il 2024, mentre le imprese italiane
“autoctone” perdevano il 7,9% delle unità, quelle condotte da persone straniere
aumentavano del 46,9%, passando da 454.029 a 666.767. Una traiettoria ascendente
che non si è interrotta neppure di fronte agli strascichi della crisi del 2008,
alla pandemia o alle tensioni energetiche innescate dai conflitti
internazionali.
Il Rapporto definisce questo fenomeno con un’espressione precisa: “dinamismo
anticiclico”. Alla fine del 2024, le imprese immigrate rappresentano l’11,3% di
tutte le attività indipendenti del Paese, contro il 7,4% del 2011. E, secondo i
ricercatori, il potenziale è ancora largamente inespresso.
«L’imprenditoria immigrata non è solo parte integrante del tessuto produttivo
italiano», scrivono IDOS e CNA, «ma un vettore che ne sostiene
significativamente la crescita, anche grazie al sempre più spiccato protagonismo
delle donne. Una realtà tutt’altro che marginale o congiunturale, capace di
resistere ai mutamenti di contesto e di contribuire in modo strategico allo
sviluppo economico del Sistema Paese».
Uno degli stereotipi più duri a morire è quello dell’impresa immigrata come
realtà fragile e provvisoria. I dati lo ridimensionano. È vero che le ditte
individuali restano la forma prevalente (72,4%), ma la composizione interna sta
cambiando velocemente. Le società di capitale, cresciute del 223,2% tra il 2011
e il 2024, coprono oggi il 21,1% del tessuto imprenditoriale immigrato, a fronte
del 9,6% di tredici anni fa. Il Rapporto parla di una «incisiva transizione
verso forme societarie più strutturate», accelerata soprattutto nel periodo
post-pandemico.
Anche la durata delle imprese racconta una storia diversa da quella del passato:
più di un terzo di quelle esistenti (37%) ha alle spalle oltre dieci anni di
attività, a testimonianza di «esperienze imprenditoriali consolidate e integrate
nel mercato territoriale».
Forse il dato più sorprendente riguarda il ruolo nelle filiere produttive
locali. Tra il 2019 e il 2022, il 18% delle 136mila aziende manifatturiere
italiane analizzate da un database di Intesa Sanpaolo ha acquistato beni e/o
servizi da imprese immigrate, per un valore complessivo superiore a 3 miliardi
di euro. Una quota che il Rapporto definisce «ancora relativamente contenuta, ma
dalla valenza strutturale». Significativo anche il profilo dei fornitori:
rispetto alle aziende autoctone, quelle immigrate offrono meno servizi di base e
più servizi avanzati. Il 12% è addirittura identificato come «strategico» per le
imprese che si riforniscono da loro.
LE DONNE IMMIGRATE: LA VERA SORPRESA
Nel Rapporto emerge una tendenza che spicca come interessante novità: quella
delle donne. Tra il 2011 e il 2024 le imprese guidate da immigrate sono
aumentate del 56,2%, un ritmo ben superiore a quello già notevole registrato
dall’insieme dell’imprenditoria straniera. Sono oggi 164.509, un quarto (24,7%)
di tutte le iniziative imprenditoriali degli immigrati in Italia, e
rappresentano il 12,6% dell’intera imprenditoria femminile nazionale,
un’incidenza quasi doppia rispetto al 7,3% del 2011.
Un protagonismo che si fa ancora più significativo se si considera il contesto:
le donne immigrate restano tra i segmenti più penalizzati del mercato del
lavoro, largamente concentrate nel lavoro domestico e di cura, con scarse
possibilità di mobilità professionale nonostante spesso dispongano di competenze
elevate. L’imprenditoria rappresenta per molte di loro una via di emancipazione
e autopromozione che il mercato del lavoro dipendente difficilmente offre.
I settori di inserimento più frequenti restano il commercio e la ristorazione,
ma negli ultimi cinque anni a crescere più rapidamente sono stati comparti fino
a poco fa quasi inesplorati: le attività immobiliari (+33,3%), quelle
finanziarie e assicurative (+24,7%), le professioni scientifiche e tecniche
(+24,2%), i servizi alla persona (+27,2%). Nell’insieme, quasi 10.000 imprese
femminili immigrate operano oggi in questi settori specialistici, a conferma di
una capacità crescente di cogliere opportunità nuove e di costruire percorsi
imprenditoriali sempre meno prevedibili.
IL TRAMONTO DELLE “SPECIALIZZAZIONI ETNICHE”
Per anni si è parlato di comunità di immigrati inchiodate a specifici settori:
le persone di origine marocchina nel commercio, rumena nell’edilizia, cinese
nella ristorazione e nel manifatturiero e così via. Il Rapporto registra una
«lenta ma graduale attenuazione» di queste concentrazioni. Le specializzazioni
non sono scomparse – albanesi e romeni restano fortemente presenti
nell’edilizia, bengalesi e marocchini nel commercio – ma i margini si stanno
erodendo, sotto la spinta del mercato e dell’emergere di nuovi profili
imprenditoriali.
Nel frattempo, dopo la pandemia, stanno crescendo in modo rilevante settori
inaspettati: i servizi immobiliari (+32,6% dalla fine del 2020), quelli
finanziari e assicurativi (+25,4%), le attività scientifiche e tecniche
(+18,8%). E il commercio, un tempo dominante, registra una flessione del 6,6%.
In controtendenza, il comparto alberghiero e della ristorazione segna un +93,6%
dal 2011.
Nonostante i risultati, il Rapporto segnala margini di crescita significativi.
Il tasso di lavoratori indipendenti sul totale degli occupati delle persone
straniere è ancora al 12,9%, contro il 20,9% dei nati in Italia. E solo il 27%
degli autonomi immigrati impiega lavoratori dipendenti, un dato vicino alla
media europea (28,6%) ma lontano dal 33,9% dei nativi.
«È fondamentale valorizzare questo dinamismo attraverso politiche mirate»,
concludono IDOS e CNA, «che sostengano la crescita professionale, il
consolidamento strutturale e l’accesso agli incentivi».
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