
Testimonianza di Antonella Bundu: L’esperienza con la Freedom Flotilla
Pressenza - Monday, June 1, 2026Siamo qui con Antonella Bundu, attivista da poco tornata dalla missione con la Global Freedom Flotilla, intercettata dalla Marina Militare israeliana. Antonella è una persona da sempre impegnata in cause sociali e faceva parte degli equipaggi attaccati durante la navigazione. Il video integrale dell’intervista in fondo a quest’articolo.
Per prima cosa, come stai?
Sto relativamente bene. A livello fisico ho subito percosse, ma molti altri attivisti e attiviste della flotilla hanno riportato danni peggiori, per non parlare di quello che subiscono quotidianamente i palestinesi. Diciamo che sto bene ‘storicamente’ bene.
Racconta un po’ come è andata…
Il progetto della flotilla non riguarda solo l’atto finale di tentare di rompere il blocco navale illegale di Gaza, ma parte da un lungo percorso di condivisione.
Io e altri compagni, tra cui Dario Salvetti, siamo arrivati in Sicilia il 15 aprile, circa un mese prima dell’intercettazione. Ad Augusta c’erano persone che lavoravano alle imbarcazioni già da mesi. Io mi sono stabilita a Siracusa, dove abbiamo partecipato a corsi di formazione sulla nonviolenza, sulla cura collettiva e sulla gestione degli approcci per minimizzare i pericoli.
L’obiettivo era portare aiuti umanitari e supporto attivo alla resistenza palestinese, non sostituirci a loro. Abbiamo anche fatto un lavoro di sensibilizzazione nei paesini siciliani, coinvolgendo quello che chiamiamo ‘l’equipaggio di terra’: persone che ci hanno sostenuto dal basso, facendo ciò che i governanti non fanno.
Siamo partiti da Augusta intorno al 27 aprile. Io ero a bordo della nave Tin Ching con un equipaggio di sette persone. Dopo sole tre ore di navigazione, abbiamo avuto un guasto al motore e siamo dovuti tornare in porto, mentre il resto della flotilla proseguiva.
Il mattino seguente siamo ripartiti sulla Trinidad. Eravamo in cinque (quattro italiani e uno svizzero) e costituivamo la coda della flotilla. Mentre eravamo ancora in acque internazionali — a oltre 500 miglia nautiche da Gaza, praticamente tra l’Italia e la Grecia — è avvenuto il primo attacco.
Abbiamo visto i droni e sentito i messaggi radio della marina israeliana che intimava di tornare indietro. Ventidue imbarcazioni sono state attaccate e gli equipaggi rapiti. In molti casi hanno tagliato le vele e manomesso i motori, lasciando alcune persone alla deriva.
Noi siamo arrivati sul luogo dell’intercettazione il mattino dopo. C’era un mare calmo ma inquietante, con barche vuote che galleggiavano a un miglio l’una dall’altra. Abbiamo iniziato a cercare i compagni della nave Tam Tam. In quel momento siamo stati affiancati dalla nave di Open Arms. Dato che stava arrivando il maltempo, Open Arms ci ha preso a rimorchio. Durante la burrasca notturna, alcune delle barche salvate hanno iniziato a imbarcare acqua e affondare; abbiamo dovuto tagliare le cime per sicurezza e siamo rimasti a bordo della Open Arms.
Siamo stati portati a Creta come naufraghi. Lì abbiamo incontrato altri 175 attivisti che erano stati già rilasciati da Israele: molti erano feriti, con ossa rotte, ematomi o segni di colpi d’arma da fuoco. I cittadini cretesi sono stati incredibilmente ospitali, portandoci vestiti e cibo.
Dopo alcuni giorni ci siamo spostati a Marmaris, in Turchia. Lì la nostra flotta si è ricongiunta con altre imbarcazioni, arrivando a circa 60 barche. Nonostante la paura e i rischi, abbiamo deciso quasi all’unanimità di continuare la missione verso Gaza.
La mattina del secondo attacco, eravamo ancora in acque internazionali. Sono spuntate tre navi da guerra e due navi prigione. Dai ponti sono scesi i RIB (gommoni potentissimi) carichi di soldati armati fino ai denti, vestiti di grigio e col volto coperto.
Sulla nostra barca, la Don Juan, abbiamo cercato di seguire il protocollo di non-escalation imparato nei corsi: abbiamo messo in una busta e buttato in mare qualsiasi oggetto che potesse essere usato come scusa per accusarci di essere terroristi (coltellini da cucina, forbici, attrezzi).
Quando ci hanno abbordato, avevamo le mani alzate e i passaporti in vista. Nonostante questo, hanno usato subito il Taser sul collo di uno dei nostri compagni senza motivo. Ci hanno costretti a stare sulla prua e hanno iniziato a prenderci in giro, mettendo canzoni come Africa dei Toto a tutto volume. Sembrava una scena grottesca, fuori dal mondo.
Una volta portati sulla nave da guerra, sono stata separata dagli altri. Mi hanno costretta a spogliarmi per perquisirmi. Altre attiviste hanno subito trattamenti peggiori: a una ragazza è stata strappata la maglietta lasciandola seminuda, a donne malesiane è stato strappato l’hijab.
Ci hanno ammanettati con fascette di plastica e portati in spazi comuni simili a container per il trasporto del bestiame. Sopra di noi, i soldati facevano la guardia con le armi puntate 24 ore su 24. Ci hanno sparato addosso con cannoni ad acqua un liquido giallo schiumoso e sparavano colpi in aria o proiettili di gomma per non farci dormire o per disperderci se provavamo a parlare. I bagni erano chimici, senza acqua, e il pavimento era costantemente allagato. Abbiamo dormito uno sopra l’altro per proteggerci dal freddo.
Siamo arrivati al porto di Ashdod. Ci hanno fatto passare in un tunnel dove i soldati ci colpivano; io sono stata sollevata di peso e piegata in due, tanto da non riuscire a respirare. In un’area presidiata dal ministro Ben-Gvir, ci hanno tenuti inginocchiati a testa bassa con l’inno israeliano in loop per ore. Successivamente ci hanno portato in una prigione (la stessa dove vengono detenuti i minori palestinesi). Il trasporto è avvenuto in celle di metallo piccolissime, buie e gelide per l’aria condizionata. In carcere ci spostavano di cella ogni venti minuti per impedirci di riposare. Non ci davano acqua né medicinali (una ragazza epilettica è rimasta senza cure, così come una signora con problemi cardiaci). Io e Dario Salvetti abbiamo iniziato lo sciopero della fame.
Infine, ci hanno caricato su dei furgoni e portati all’aeroporto. Ci hanno fatto sfilare davanti alle telecamere della TV israeliana. All’interno dell’aeroporto, i passeggeri civili ci insultavano e ci facevano gesti minacciosi. Solo una volta saliti sull’aereo ci hanno ridato l’acqua e un kit di prima necessità. Erano passate tra le 48 e le 72 ore dal nostro sequestro.
Dato che a livello mediatico la notizia tende a sparire, cosa dobbiamo fare adesso, sia politicamente che umanamente, per mantenere alta l’attenzione sulla questione palestinese, sull’apartheid e su tutto ciò che sta accadendo?
Prima di rispondere, vorrei aggiungere un paio di dettagli importanti e chiederti anche il permesso di condividere questa intervista con il nostro team di legali, perché rappresenta un resoconto fedele che mi evita di dover ricordare e ripetere ogni volta questi traumi.
Ci tengo a precisare che, sebbene io tenda a mettere da parte la mia esperienza personale rispetto a chi ha subito fratture o ferite da arma da fuoco, anche io sono stata presa a calci mentre eravamo inginocchiati davanti al ministro Ben-Gvir. Abbiamo subito tutti violenze e privazione d’acqua senza aver fatto nulla. Desidero denunciare questo, così come voglio accendere i riflettori sulla Marcia Globale verso Gaza che sta partendo dalla Mauritania e sta cercando di raggiungere Rafah. Proprio recentemente il convoglio è stato attaccato e picchiato in Libia, e due attivisti italiani sono stati prima fermati e poi deportati.
Parliamo di movimenti assolutamente nonviolenti. Questa è una delle volte in cui la giustizia coincide perfettamente con la legalità: navigare in acque internazionali per portare aiuti umanitari non è illegale sotto nessun aspetto, né per la Convenzione di Ginevra né per i trattati internazionali. Sequestrarci, rapirci e torturarci in acque internazionali, invece, lo è.
Tra gli attivisti della flotilla c’erano persone con passaporti forti e altre con passaporti deboli, ma i palestinesi un passaporto non ce l’hanno proprio, perché il loro Stato non è riconosciuto da tutti. Io sono di origine sierra-leonese e sono grata alla Sierra Leone per essere stata uno dei primi Paesi a riconoscere lo Stato di Palestina. L’Italia, invece, è tra quelli che ancora non lo hanno fatto.
Il riconoscimento politico è il primo passo fondamentale, perché restituisce dignità a un popolo riconoscendolo, innanzitutto, dal punto di vista umano. Le istituzioni italiane e i governi internazionali devono muoversi subito in questa direzione, anziché limitarsi a chiedere semplici chiarimenti formali agli ambasciatori.”
Cosa può fare la società civile, cosa dobbiamo fare dalla base della società?
Dal basso non dobbiamo fermarci a un momento passeggero di indignazione o alle sole manifestazioni di piazza; serve un movimento strutturato che porti avanti un boicottaggio economico reale.
Quando ad esempio chiediamo che le navi da crociera israeliane non attracchino a Livorno, non abbiamo nulla contro i singoli cittadini, ma contestiamo le politiche di uno Stato che si fonda strutturalmente sulla repressione e sull’espansione illegale. Questo sistema non è iniziato oggi con Netanyahu o Ben-Gvir, ma è insito nel sionismo.
Rivendicare l’autodeterminazione del popolo palestinese significa stare dalla parte di chi resiste a un’occupazione, proprio come i nostri partigiani che hanno combattuto il nazifascismo. Chi difende la propria terra e la propria casa non è un terrorista. La parola chiave è Sumud, la fermezza e la resilienza di un popolo che non vuole vedere il proprio territorio occupato dai coloni.
Dobbiamo essere chiarissimi su un punto, per non dare adito a strumentalizzazioni: l’antisemitismo non c’entra nulla. Una delle figure a cui mi ispira è Alessandro Sinigaglia — ebreo, nero e comunista. Noi commemoriamo l’orrore della Shoah senza alcun revisionismo; eravamo dalla parte degli ebrei nel secolo scorso quando erano loro i perseguitati, e oggi siamo dalla parte dei palestinesi. Siamo contro il sionismo, non contro gli ebrei.
“Dobbiamo agire concretamente sul territorio. A Firenze, grazie al lavoro di Dmitrij Palagi in Consiglio Comunale, siamo riusciti a far approvare un atto per escludere i farmaci dell’azienda israeliana Teva dalle farmacie comunali. Questo è il tipo di boicottaggio che serve.
E le cose sono tutte collegate. Mentre noi eravamo in mare, in un’altra zona del Mediterraneo la Guardia Costiera libica sparava contro una nave ONG che aveva appena tratto in salvo novanta naufraghi, nel tentativo di riportarli nei lager che noi stessi finanziamo. Tutto questo avviene in base agli accordi stretti dall’Italia con la Libia quasi dieci anni fa (all’epoca del ministro Minniti), accordi sostenuti trasversalmente sia dal centrodestra che dal centrosinistra.
Nel frattempo, Frontex non salva le persone e permette che navi da guerra pattuglino uno dei mari più controllati al mondo per andare a rastrellare e rapire attivisti che agiscono nella piena e totale legalità.
La strada da seguire è questa:
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Boicottare Israele dal basso in ogni modo possibile.
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Spingere le istituzioni locali e nazionali a votare atti concreti.
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Interrompere ogni rapporto economico e commerciale con Israele, poiché la sua forza si basa su quello.
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Pretendere il riconoscimento immediato dello Stato di Palestina e della dignità del suo popolo.
Video integrale dell’intervista