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Livorno, nave con droni diretti a Sigonella ancora ferma. I portuali si rifiutano di caricarla
Nella tarda serata di ieri gli attivisti e le attiviste della Global Sumud Flotilla sono stati rilasciati, dopo un fermo di alcune ore. Le barche che hanno partecipato all’azione coordinata sono ancora sotto sequestro. Dopo sei ore di blocco in mare e presidio davanti al varco, la nave è entrata nel terminal Darsena Toscana. Immediata la proclamazione di sciopero. Il turno di notte si è rifiutato di lavorare. Anche il secondo turno della mattina ha deciso di aderire allo sciopero. La nave è ferma. Stiamo parlando della Sunaid X, una porta container che viene utilizzata per rifornire la base americana di Sigonella. Attualmente sarebbero 4 i contenitori “sospetti” al cui interno vi sono batterie per droni, equipaggiamenti militari, gas e propellenti. La base di Sigonella è stata utilizzata per sostenere le recenti azioni militari americane in Medio Oriente. Con questa iniziativa vogliano lanciare anche un messaggio allo stato sionista e genocida di Israele, che ha utilizzato proprio quella base per coordinare gli attacchi contro la Global Sumud Flottilla diretta a Gaza. È gravissimo che un porto civile venga utilizzato per movimentare materiale militare ponendo il nostro Paese in complicità con guerre che sarebbe esplicitamente vietata dalla nostra Costituzione e che producono carovita crescente, con aumenti del costo della benzina, dei beni alimentari e delle bollette. I lavoratori non saranno complici! Verso lo sciopero generale e internazionale del 30 ottobre. L’iniziativa di Livorno è stata possibile grazie all’impegno coordinato di: No Harbor for Genocide Global Sumud Flotilla Italia Gruppo Autonomo Portuali Livorno Unione Sindacale di Base Livorno Unione Sindacale di Base
October 23, 2026
Pressenza
Violenze contro la Flotilla, Roma indaga contro ministri e vertici militari israeliani
Si allunga il numero degli indagati israeliani “eccellenti” nell’inchiesta della Procura di Roma sulle violenze contro i membri della Global Sumud Flotilla. Al ministro della Sicurezza nazionale dello Stato Ebraico Itamar Ben-Gvir si sono infatti aggiunti il ministro della Difesa Israel Katz e l’intera catena di comando militare e di polizia israeliana, per un totale di 13 persone. La Procura contesta agli indagati veri e propri soprusi con abbordaggi navali avvenuti in violazione del diritto internazionale, oltre a condizioni detentive considerate degradanti e il mancato rispetto dei diritti fondamentali dei fermati. Il nome di Ben-Gvir era stato il primo a comparire nell’inchiesta sui maltrattamenti subiti dagli attivisti della Global Sumud Flotilla in occasione dei due abbordaggi di fine aprile e metà maggio, che si aggiunge a quella aperta lo scorso ottobre sulle vicende dell’anno scorso, riguardanti la prima missione della GSF. Analogamente a quanto successo con l’ultima missione, la prima Flotilla era stata intercettata dalla marina israeliana mentre si trovava in acque internazionali, a qualche miglio dalla costa di Gaza. In seguito all’abbordaggio, gli attivisti erano stati portati in carcere in Israele, dove avrebbero subito abusi fisici e psicologici. Secondo la procura, gli abbordaggi sono avvenuti «in violazione del diritto internazionale marittimo al di fuori delle acque territoriali», contemplando la «distruzione dei mezzi di comunicazione streaming e delle relative apparecchiature» e il «sequestro dei dispositivi elettronici dei partecipanti alla missione». In merito alla detenzione, i pm individuano «trattamenti degradati» nel «quadro degli abusi sistematicamente patiti» dai membri della Flotilla, che hanno subito «percosse, lesioni, minacce di morte, epiteti offensivi ed accuse di terrorismo». Gli inquirenti evidenziano inoltre «il reiterato diniego di somministrazione di generi alimentari essenziali, la deliberata assenza di cure mediche, anche a fronte di evidenti necessità fisiche ed emergenze» e «la privazione del sonno, oltre alla «totale assenza di adeguata assistenza legale». I pm procedono anche per sequestro di persona, lesioni personali, rapina e danneggiamento seguito da naufragio. Nello specifico, per la prima missione, oltre ai capi dei dicasteri Katz e Ben Gvir, è stata ricostruita una catena di comando che, per le operazioni navali, include il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane Eyal Zamir, il comandante in capo della Marina David Saar Salama, il capo di Stato maggiore Tal Politis, il comandante dello Shayetet 13 Eldad Borochovich, nonché il responsabile della base navale di Ashdod Eitan Paz e il viceammiraglio Eyal Harel. Per le operazioni a terra, invece, sono finiti nella lista degli indagati il capo della polizia israeliana Daniel Levy, il capo del servizio penitenziario Kobi Yaakobi, il responsabile dell’istituto penitenziario di Ketziot Menachen Bibas, il comandante dell’unità di scorta Nahshon Assaf Zagori e quello della polizia di frontiera Berik Yitzchak. Le indagini, effettuate dai Carabinieri del ROS su delega del procuratore della Repubblica Francesco Lo Voi e dal sostituto procuratore Stefano Opilio, erano state aperte in seguito a un esposto presentato da decine di cittadini italiani che avevano partecipato alle missioni. La ricostruzione dei magistrati arriva in seguito a una riunione andata in scena all’Aia, in cui i pm capitolini hanno incontrato i rappresentanti di altri dieci Paesi che indagano sugli stessi fatti: Portogallo, Spagna, Francia, Svezia, Polonia, Belgio, Olanda, Australia, Finlandia e Slovacchia. Per adesso, la Procura italiana è quella che ha sviluppato il fascicolo più articolato, ma servirà tempo per capire la reale portata delle inchieste degli altri Paesi impegnati nelle indagini sui fatti della Flotilla. The post Violenze contro la Flotilla, Roma indaga contro ministri e vertici militari israeliani appeared first on L'Indipendente.
October 17, 2026
L'INDIPENDENTE
Per il rilascio immediato
   La Procura di Roma ha comunicato i nomi dei responsabili delle violenze commesse ai danni degli attivisti della Global Sumud Flotilla, intercettati e sequestrati durante le scorse missioni per raggiungere Gaza. “Che l’Europa sanzioni. Embargo militare, rottura degli accordi e giustizia per le violazioni del diritto penale da parte di Israele”.   La Procura di Roma ha messo nero su bianco i nomi della catena di comando israeliana, da Katz e Ben Gvir ai vertici di IDF, Marina, Polizia e Servizio Penitenziario. Eurojust conferma che le inchieste sono in tutta Europa. Ora i governi europei hanno un obbligo politico e giuridico: sanzionare, isolare, rompere ogni accordo. C’è un momento in cui le istituzioni e i governi sono obbligati a scegliere da che parte stare. Quel momento è adesso. La Procura di Roma ha messo nero su bianco i nomi dell’intera catena di comando israeliana responsabile delle violenze subite dagli attivisti della Global Sumud Flotilla. Dai ministri Israel Katz e Itamar Ben Gvir ai vertici delle forze armate, della polizia e del sistema penitenziario, la magistratura italiana ha iscritto nel registro degli indagati l’intera filiera di comando per i reati di tortura, sequestro di persona, lesioni personali, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio. E Eurojust, agenzia dell’Unione Europea per la cooperazione giudiziaria, ha ufficialmente coordinato un incontro tra le autorità giudiziarie dei paesi coinvolti, sancendo che le violenze subite dagli attivisti riguardano un sistema criminale transnazionale che attraversa il Mediterraneo e chiama in causa le responsabilità di uno Stato terzo.  Si attendono ora risposte chiare e condanne formali dalle istituzioni e dai governi: sanzionare Israele, imporre un embargo militare totale, rompere gli accordi di cooperazione e sospendere ogni forma di collaborazione diplomatica, economica e scientifica per le violazioni commesse.  I NOMI DELLA CATENA DI COMANDO ISRAELIANA  L’indagine della Procura di Roma, condotta dal pm Stefano Opilio sotto la supervisione del procuratore capo Francesco Lo Voi, con il supporto del ROS dei Carabinieri e del Nucleo Antiterrorismo, ha identificato e iscritto nel registro degli indagati l’intera filiera di comando, politica, militare e di polizia. Sul piano politico, sono indagati il ministro della Difesa Israel Katz e il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. Sul piano militare, per la prima missione, sono indagati il capo di Stato Maggiore delle IDF, generale Eyal Zamir; il comandante in capo della Marina, vice ammiraglio David Saar Salama; il capo di Stato Maggiore della Marina, maggior generale Tal Politis; il comandante della Shayetet 13, colonnello Eldad Borochovich; e il comandante della base navale di Ashdod, colonnello Eitan Paz. Per la seconda missione, la catena è identica, salvo per il comandante in capo della Marina, vice ammiraglio Eyal Harel, e il capo di Stato Maggiore, maggior generale Guy Levy. Per quanto riguarda i membri della polizia e del sistema penitenziario, sono indagati il capo della Polizia israeliana, Daniel Levy; il capo del Servizio Penitenziario (IPS), Kobi Yaakobi; il comandante della prigione di Ktzi’ot, generale Menachen Bibas; il comandante dell’unità operativa “Nahshon”, Assaf Zagori; e il comandante della MAGAV, Berik Yitzchak.  Indagini analoghe sono in corso anche in Spagna, Francia, Svezia, Portogallo, Polonia, Olanda, Australia, Finlandia, Slovacchia e Belgio e, per garantire il coordinamento e lo scambio informativo tra le autorità giudiziarie dei diversi paesi, è stata coinvolta l’Eurojust, l’Agenzia dell’Unione Europea per la cooperazione giudiziaria penale. Questo passaggio evidenzia che le violenze subite dagli attivisti della Global Sumud Flotilla non rappresentano una questione bilaterale tra Italia e Israele, bensì un sistema di violazioni che coinvolge cittadini di tutta Europa e che richiede una risposta giudiziaria e politica coordinata a livello continentale.  “La magistratura italiana sta facendo ciò che la politica europea si ostina a non fare: chiamare in causa le responsabilità dei vertici israeliani. La politica – ora più che mai – non può più tentennare, e invocare l’immunità diplomatica o la ragion di Stato per giustificare il proprio silenzio e la propria complicità. Ci si aspetta ora la risposta di Bruxelles e Roma” – riporta la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla. La portavoce Delia:“Esprimersi rispetto alle violenze subite da noi attivisti europei non preclude di condannare aspramente quelle, tanto più gravi e sistemiche, che il popolo palestinese subisce da sempre. Non possiamo pretendere che il diritto internazionale diventi oggetto della discussione e venga rispettato soltanto quando le vittime hanno un passaporto europeo: il diritto internazionale non può essere applicato a geometria variabile.”  LE VIOLAZIONI ACCERTATE  Le indagini hanno ricostruito con precisione la dinamica degli abbordaggi, avvenuti in acque internazionali in violazione del diritto marittimo, con la distruzione dei dispositivi di streaming e il sequestro dei telefoni e degli apparecchi elettronici dei partecipanti. È emerso un quadro di trattamenti degradanti e sistematici: privazione della libertà personale, sovraffollamento, trasferimenti al porto di Ashdod e al carcere di Ktzi’ot, percosse, lesioni, minacce di morte, insulti e accuse di terrorismo. La Procura ha accertato la privazione ripetuta di cibo, l’omissione deliberata di cure mediche anche di fronte a evidenti necessità, condizioni igieniche precarie e privazione del sonno. È stata inoltre riscontrata una completa assenza di assistenza legale e l’impossibilità di comunicare tempestivamente con i rappresentanti diplomatici e con i propri avvocati. Per quanto riguarda la seconda missione (aprile-maggio 2026), le indagini hanno documentato gli stessi schemi di violenza, ma con metodi ancora più brutali: percosse al buio, uso di taser e spari con proiettili di gomma contro gli attivisti. Nel giugno 2026 la Procura ha inoltrato una richiesta di assistenza giudiziaria internazionale allo Stato di Israele per ottenere informazioni utili a ricostruire i fatti e stabilire le responsabilità.  IL RUOLO DEL TEAM LEGALE ITALIANO  Il team legale della delegazione italiana della Global Sumud Flotilla ha raccolto le testimonianze, assistito i connazionali, depositato gli esposti e contribuito alla costruzione del quadro probatorio che oggi consente alla magistratura italiana di procedere contro i responsabili.  La delegazione italiana esprime profonda soddisfazione per il lavoro della Procura di Roma e per la determinazione con cui i magistrati italiani hanno ricostruito una catena di violenze che le autorità israeliane hanno tentato di nascondere: “Quanto accaduto rappresenta un segnale forte contro il senso di impunità di Israele. In questo senso la cooperazione giudiziaria europea e la tutela multilivello dei diritti fondamentali devono riconoscersi come valori fondamentali e concreti. Nella strategia legale della Global Sumud Flotilla ogni giurisdizione nazionale coinvolta rappresenta la possibilità di promuovere azioni legali per incrinare l’impunità che viene concessa a Israele. Ci auguriamo che le autorità nazionali facciano la loro parte nell’agevolare la richiesta di assistenza giudiziaria internazionale allo Stato di Israele afnché la giustizia possa davvero fare il suo corso”, riporta il team italiano.  LE NOSTRE RICHIESTE AI GOVERNI EUROPEI  Chiediamo all’Europa e a tutti gli Stati membri dell’Unione Europea di assumersi le proprie responsabilità politiche e giuridiche. In particolare chiediamo:  1.Sanzioni immediate contro Israele. Sanzioni mirate contro i responsabili delle violenze – ministri, ufficiali, comandanti – e sanzioni settoriali contro lo Stato che li protegge. L’Unione Europea dispone di uno strumento di sanzioni per i diritti umani, il regime globale di sanzioni: lo attivi senza ulteriori rinvii.  2.Embargo militare totale. Blocco immediato di ogni esportazione e importazione di armi, munizioni, componenti e tecnologia militare verso e da Israele. Nessun paese europeo può continuare a commerciare armi con chi commette crimini e viola il diritto.  3.Rottura degli accordi di cooperazione. Sospensione immediata dell’Accordo di associazione UE Israele, che all’articolo 2 vincola le parti al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici. Sospensione di ogni accordo bilaterale in materia di difesa, sicurezza, intelligence e ricerca. Fine dei programmi di cooperazione scientifica e tecnologica. 4.Fine della complicità diplomatica. Nessuna accoglienza di rappresentanti israeliani sotto mandato di arresto internazionale. Arresti e non accoglienza per soldati e ufficiali coinvolti in crimini di guerra. Nessuna copertura politica per chi viola il diritto internazionale.  5.Piena cooperazione giudiziaria. Riscontro immediato alle richieste di assistenza giudiziaria internazionale, coordinamento stabile tra le procure europee attraverso Eurojust, e sostegno all’azione della Corte Penale Internazionale.  6.Liberazione dei prigionieri politici e fine della criminalizzazione della solidarietà. Chiediamo la liberazione immediata dei prigionieri politici detenuti in Palestina, in Italia e in tutto il mondo, rei della solidarietà e del sostegno alla Palestina. Chiediamo la fine della criminalizzazione della solidarietà con il popolo palestinese, che in Italia prende la forma del disegno di legge sull’antisemitismo, in Tunisia si traduce negli arresti politici di Wael Nawar, Nabil Chennoufi, Ghassan Boughediri e Ghassan Henchiri e in Europa si manifesta con misure cautelari, denunce e intimidazioni contro chi protesta. La solidarietà non va repressa e criminalizzata.  IL NOSTRO APPELLO  Israele va sanzionato, isolato, imputato.  Non bastano le indagini, non bastano i nomi. Serve un atto politico di rottura. La magistratura ha fatto la sua parte, la società civile ha fatto la sua parte, gli attivisti hanno messo i propri corpi e la propria libertà in gioco. Ora tocca alla politica, che ancora una volta può rimarcare la propria complicità.  Noi continueremo a mobilitarci per chiedere libertà, verità e giustizia, finché ogni responsabile non sarà chiamato a rispondere delle proprie azioni.  Per la Palestina libera – dal fiume al mare. Global Sumud Italia Ufficio Stampa & Relazioni Esterne  Mail: it-media@gmtgaza.org – gsf.italia.stampa@proton.me | Global Sumud Flotilla
October 17, 2026
Pressenza
Al via in Malesia il Global Sumud Congress
Kuala Lumpur (Malesia) – Duecento, tra persone rappresentanti delle varie delegazioni e dell’organizzazione della Global Sumud Flotilla, provenienti da oltre 45 paesi di tutto il mondo, si sono riunite in Malesia per l’apertura del Global Sumud Congress. Il Congresso, della durata di cinque giorni, segna un passaggio fondamentale, fungendo da ponte per la transizione della rete internazionale della società civile, catalizzata dalla Global Sumud Flotilla, verso un movimento permanente di solidarietà globale con la Palestina. Quella che era iniziata come un’azione diretta decentralizzata in mare ha riunito migliaia di partecipanti provenienti da ogni angolo del globo. L’incontro in Malesia mira a stabilire un quadro istituzionale più stabile per unificare queste coalizioni internazionali. I delegati stanno seguendo un programma giornaliero strutturato per definire la governance a lungo termine del movimento, stabilire le priorità strategiche e concordare i meccanismi operativi fino al 2027 e oltre. Per Maria Elena Delia, “Essere qui oggi, a poco più di un anno dalla prima missione della Global Sumud Flotilla, insieme a rappresentanti di Paesi di tutto il mondo, ha un significato politico straordinario. Purtroppo, le ragioni che ci hanno spinto ad agire, sono ancora oggi davanti ai nostri occhi: l’assedio, la negazione dei diritti fondamentali del popolo palestinese e l’impunità di cui continua a godere il regime sionista. In un momento in cui i governi continuano a sottrarsi alle proprie responsabilità, sentiamo ancora più forte la necessità di costruire una risposta collettiva, globale e duratura, ed esporre le complicità con le violazioni sioniste, rompere l’assedio di Gaza e sostenere i diritti del popolo palestinese. Se un anno fa abbiamo dimostrato di essere capaci di mobilitarci insieme, oggi vogliamo dimostrare di essere capaci di trasformare la straordinaria mobilitazione in un movimento internazionale sempre più solido, organizzato e capace di incidere sulle scelte politiche.” Il Congresso si è aperto con una straordinaria convergenza politica, intellettuale e comunitaria. I delegati hanno partecipato a un’assemblea di solidarietà insieme alla coalizione Sumud Nusantara, rafforzando i legami tra gli organizzatori internazionali e i movimenti di base del Sud-Est asiatico. Le sedute plenarie di apertura prevedono interventi programmatici di figure di spicco dei movimenti, insieme a eminenti studiosi internazionali e pensatori anticolonialisti. L’assemblea si concentrerà sulla trasformazione dell’azione diretta della flottiglia in una forza di pressione globale strutturata, di lunga durata, e diffusa a livello territoriale, in contrasto alla sistematicità dell’oppressione in corso. “Il genocidio si produce nelle nostre fabbriche, decolla dai nostri aeroporti, salpa dai nostri porti – è quanto riportato da Tony La Piccirella. E aggiunge – Questo è un genocidio strutturato e diffuso quanto il modello economico che lo sostiene. Nel nostro movimento e a bordo della flotilla ci sono persone da ogni parte del mondo: in questi giorni in Malesia sentiamo il dovere di essere unite per opporci al sistema genocida sostenuto dall’inazione e complicità dei nostri governi”. Nel corso delle sessioni di lavoro, le delegazioni partecipanti stanno definendo i valori organizzativi condivisi, adottando un modello di governance e stabilendo una strategia per integrare le future missioni con campagne più ampie della società civile, con la responsabilità giuridica e con attività di sensibilizzazione pubblica. Per fondare la strategia del movimento su una rigorosa responsabilità giuridica, il Congresso si concluderà mercoledì 14 ottobre 2026 con un simposio giuridico internazionale dal titolo «La Palestina e l’architettura del genocidio». All’evento parteciperanno eminenti studiosi di diritto ed esperti di diritti umani provenienti da tutta la regione e dal resto del mondo per affrontare le violazioni sistematiche del diritto internazionale e delineare meccanismi di tutela giuridica a livello globale. Global Sumud Flotilla
October 12, 2026
Pressenza
Dalla Tunisia: chi lotta per la Palestina lotta per la libertà
In questa puntata di Harraga, una compagna tunisina ci racconta della recente escalation repressiva iniziata con l’arresto, nel marzo di quest’anno, di quattro tra gli organizzatori della Sumud Flottilla in Tunisia. La loro prolungata detenzione amministrativa, tuttora in corso, li ha portati ad agosto ad iniziare uno sciopero della fame, a cui si sono uniti altri prigionieri politici. Dopo 38 giorni, Wael Nawar, in condizioni di salute critiche, è stato portato in ospedale. Il suo appello ha riportato centinaia di persone in strada, con conseguenti 13 persone arrestate per aver cantato slogan contro il regime. La crescente repressione contro ogni forma di dissenso in Tunisia si allarga, dai cortei per la Palestina alle proteste scoppiate quest’estate a causa dei prolungati blackout energetici e la mancanza d’acqua in gran parte del paese, alle rivolte di Ben Guerdane dopo il naufragio del 20 agosto e la morte di dieci ragazzi che tentavano di attraversare il Mediterraneo. Eppure, il regime apertamente dittatoriale messo in piedi da Kais Sayed dopo il colpo di stato del 2021 ha il beneplacito dell’Unione Europea, che ne ha sancito la legittimità – governo italiano in primis – per poter appaltare alla Tunisia un pezzo importante dell’esternalizzazione delle frontiere, e continuare indisturbati ad estrarre energia, risorse e forza lavoro. Conseguenza del “EU-Tunisia “Memorandum of understanding” firmato nel 2023 è stata una propaganda governativa sempre più apertamente razzista, di cui fanno le spese le persone provenienti dall’Africa subsahariana e lx militanti antirazzistx incarcerati per essersi mobilitatx. Per approfondimenti sulle mobilitazioni in corso in Tunisia: https://tunisiansolidarity.org/en/ Altre risorse: https://nawaat.org/ https://shs.cairn.info/revue-participations-2025-3-page-191?lang=fr
October 11, 2026
Radio Blackout - Info
Flotilla e Gaza, il valore di una “chiamata”
Sabato 3 ottobre scoprire che a Milano, nel Municipio 3, vi è una Human Zone è stata insieme ad altre una bella consolazione. Sollecitata dalla presentazione di due libri che raccontano della partecipazione degli autori alla prima spedizione della flotilla verso Gaza, ho scoperto che l’incontro, collegato a EireneFest, era inserito in una molteplicità di iniziative organizzate da una rete territoriale di associazioni e comunità che promuovono la nonviolenza. Una Human Week che da ben nove anni propone innumerevoli eventi, presentazioni e dialoghi per la costruzione di un tavolo permanente per la pace e la nonviolenza. Insomma, per me una matrioska tutta da scoprire, un contesto perfetto per questi due libri dal taglio intimo e umano che, attraverso testimonianze e un diario di bordo, raccontano della spedizione internazionale, pacifica e umanitaria dell’anno scorso per rompere il blocco navale della striscia di Gaza e denunciare la terribile crisi umanitaria del popolo palestinese. I protagonisti: Vanni Bianconi con il suo libro “Wahoo! Un’odissea al contrario” e il monaco buddista Claudio Torrero Dharmapala, con il libro “Sull’Arca e dentro la balena. Un monaco in viaggio con la Flotilla”. Accanto a loro una giovane ragazza, Emma Citterio, in rappresentanza del centro sociale Lambretta, inserito nella rete a livello nazionale di Gaza FREEstyle. Anna Polo, redattrice italiana dell’agenzia di stampa internazionale Pressenza, ha facilitato l’incontro con queste tre belle e luminose figure. Claudio Torrero Dharmapala e Anna Polo Per i due “naviganti” le stesse domande: Cosa ti ha spinto a partecipare al viaggio della flotilla un anno fa? Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro? Vanni Bianconi, un curriculum ricco e interessante legato alla letteratura, alla scrittura di libri, poesie e costruzione di eventi di denuncia, a un certo punto della sua vita, nel 2024, si rende conto che questo non basta più a rispondere a un bisogno impellente di partecipazione: il suo corpo fisico chiede di vivere e agire. Passa così da esperienze di interposizione nei territori palestinesi, alla Global March to Gaza, tentativo interrotto di raggiungere Gaza via terra dall’Egitto, fino alla decisione di aderire alla Global Sumud Flotilla. Il bisogno era quello di toccare, confortare e solidarizzare con i corpi martoriati dei gazawi, con quell’umanità violata, quelle vite spezzate. Attraverso la flotilla il mondo ha riscoperto di avere una voce nelle piazze, nei movimenti e questo ha dato un senso diffuso di partecipazione viva alla spedizione. Non sono mancate le esperienze di crudeltà gratuita, di sofferenze inferte con fredda e cinica volontà. Attraverso queste esperienze Vanni ha vissuto, non il contatto fisico desiderato e immaginato, ma ciò che nella realtà e in massima misura vivono i gazawi. Il libro è stato un modo per rielaborare l’esperienza, un momento terapeutico che ha permesso di recuperare emozioni e paure che hanno lasciato un segno profondo influendo su ciò che è il senso della vita, della famiglia, della giustizia, dei valori e del futuro. Nei vari scambi fra i partecipanti che hanno portato a termine la spedizione si è parlato di un’esperienza trasformativa, di un click che ha cambiato il modo di stare in quella situazione: “Posso concedermi di morire, ho vissuto una vita degna…”. Questo pensiero ha ribaltato tutto, è subentrata una modalità diversa di stare con quello che c’era nel qui ed ora, come a dire che la disponibilità a rinunciare a vivere permette di vivere pienamente. Ciò che è rimasto e accompagna la vita attualmente è la consapevolezza che esiste un giusto equilibrio con le cose, un giusto distacco dall’io. È stato molto interessante ascoltare in successione la testimonianza di Dharmapala, che ha ribadito questa acquisizione. Il monaco buddista ha portato il suo vissuto da un punto di vista interiore e da una dimensione spirituale. Questa prospettiva si evince già dal titolo del libro:  “Sull’Arca e dentro la balena. Un monaco in viaggio con la Flotilla”. L’Arca ha un significato simbolico profondo, è uno spazio protetto contro la disumanizzazione che, in questa metafora, approda nel ventre della balena, ossia la morte, il male, l’oscuro, ma anche e soprattutto la resurrezione. Il ventre della balena simboleggia un momento di crisi profonda, di sosta forzata in cui l’uomo affronta i propri limiti prima di rinascere a una nuova vita. Partecipare alla flotilla è stata per il monaco una “chiamata” che ha le sue risonanze nel suo percorso cristiano/buddista e nella catastrofe morale del mondo ebraico. L’ebraismo, una delle radici del mondo occidentale, patrimonio di tutti in senso spirituale, è gravemente minacciato dalla scelleratezza dello Stato di Israele. Il viaggio verso Gaza è un viaggio verso noi stessi, un viaggio interiore, afferma Dharmapala. Le trasformazioni mondiali attuali richiedono un rinnovamento spirituale, necessario perché il pericolo è grande: guerra e tecnica ci allontanano dall’umano. Il rinnovamento arriva da culture diverse, come quelle rappresentate sulla barca Conscience in viaggio verso Gaza. Dal punto di vista personale Dharmapala ha fatto i conti con il pericolo fisico, con la morte che mette in rapporto profondo con la vita. La meditazione, condivisa con l’equipaggio durante la navigazione, è stata un momento importante, una preparazione fondamentale e necessaria per stare nel presente e affrontare quella chiamata a partire, di antico insegnamento biblico, che è risuonata nei cuori. Non è sempre facile lasciarsi alle spalle noi stessi. Ci sono stati momenti di profonda ira, “ira che custodisce la dignità umana”, contro le guardie carcerarie che incarnavano una crudeltà gelida, disumana, in un’atmosfera da campo da concentramento. Gli spunti di riflessione portati dagli autori dei due libri sono stati profondi e molteplici e vale la pena di approfondirli direttamente nei loro libri. Un tocco di freschezza e bella vitalità è stato portato da Emma Citterio, ventenne che ha raccontato i progetti di Gaza FREEstyle, una ONG di giovani che collabora con gruppi di giovani gazawi, promuovendo progetti di sport, break dance, laboratori di disegno, attività artistiche e musicali, una tenda scuola e una di sostegno medico attraverso scambi e raccolte fondi. Molte le domande dal pubblico, interessato alle attività e a questi giovani che si spendono per la causa palestinese, segno di una speranza che nonostante tutto vogliamo continuare a coltivare. Tutti noi possiamo rispondere alla “chiamata”, così come hanno risposto Vanni, Dharmapala, Emma, quelli che ogni giorno operano per la pace e quelli che quotidianamente, dal giugno dello scorso anno, partecipano al presidio in piazza Duomo a Milano dalle 18 alle 19, per mantenere accesa la fiamma che ricorda e denuncia il genocidio del popolo palestinese, ma non solo: contro l’ingiustizia, la menzogna, la violenza e l’indifferenza, per un rinnovamento spirituale che porti verità e pace. Loretta Cremasco
October 5, 2026
Pressenza
Palestina: effetto collaterale?
Con aggiornamenti di Anbamed e Radio Onda d’Urto; appuntamenti; articoli e analisi di Awad Abdelfattah, di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad, di Ilaria de Bonis, di Claudio Geymonat, di Gaurav Kumar, di Lavinia Marchetti, di Tamer Nafar, di Enrico Semprini e altre/i Prefazione di Enrico Semprini. In questo dossier si parla di eccidi, di solidarietà e…del punto di vista palestinese
Allarme critico: gli scioperi della fame dei “Sumud 4” hanno raggiunto un livello di gravità che mette a rischio la loro vita nel carcere tunisino
La Global Sumud Flotilla (GSF) ha lanciato un grave allarme poiché le condizioni fisiche dei “Sumud 4”, quattro attivisti per i diritti umani ingiustamente detenuti in Tunisia per aver coordinato un’operazione di soccorso marittimo civile a favore di Gaza, hanno raggiunto un livello critico che potrebbe avere conseguenze gravissime. Domenica 27 settembre, l’attivista della GSF Ghassan Boughdiri ha intensificato la sua protesta passando a uno sciopero della fame e della sete. È ormai al ventesimo giorno senza cibo e al terzo senza acqua. Boughdiri è svenuto nella sala visite del carcere di Mornaguia prima di poter incontrare sua madre. Non è in grado di camminare né di parlare chiaramente, le sue condizioni sono critiche e il rifiuto di bere lo espone al rischio imminente di danni organici acuti e di morte. Contemporaneamente, l’attivista Ghassan El Henchiri, anch’egli al ventesimo giorno di sciopero della fame, ha perso 20 chilogrammi. El Henchiri ha disturbi alla vista, gravi difficoltà cognitive e un sistema immunitario compromesso che non risponde alle terapie farmacologiche di base. Nel frattempo, Wael Naouar, membro del comitato direttivo del GSF, che secondo i medici è stato trasportato d’urgenza in ospedale 8 giorni fa a seguito di uno sciopero della fame durato 38 giorni, rimane ricoverato in ospedale sotto un rigoroso blackout informativo imposto dal governo. Le autorità continuano a negare alla sua famiglia e alla sua difesa legale qualsiasi possibilità di verificare le sue condizioni o di accedere alla sua cartella clinica. In seguito a interventi medici, tra cui la somministrazione di flebo salvavita, e agli appelli a salvaguardare la propria vita, Naouar e Nabil Chennoufi hanno temporaneamente sospeso lo sciopero della fame, mentre El Henchiri e Boughdiri lo continuano. Lo Stato tunisino sta permettendo che attivisti della società civile vadano incontro a insufficienza organica e morte in stato di detenzione per il solo “reato” di aver organizzato aiuti civili per contrastare l’assedio di Gaza. Consideriamo il Presidente della Repubblica, il Ministero della Giustizia e la Direzione Generale delle Carceri pienamente e direttamente responsabili della loro incolumità, del loro accesso alle cure mediche urgenti e delle loro vite. Questo aggravarsi della situazione, che mette a rischio la vita degli attivisti, fa seguito a una decisione del tribunale dell’11 settembre di prorogare di quattro mesi la custodia cautelare del gruppo, nonostante gli avvocati della difesa abbiano dimostrato l’assenza di prove fondate di reati penali dopo sei mesi di detenzione. La mancanza di un giusto processo ha scatenato una crescente indignazione a livello globale. Una lettera aperta internazionale intitolata “FREE THE SUMUD 4” ha raccolto le firme di artisti, studiosi e personalità di spicco, tra cui l’attivista per il clima Greta Thunberg, il leader anti-apartheid Chief Nkosi Zwelivelile Mandela, il trio hip-hop irlandese Kneecap, l’attore Liam Cunningham, l’analista legale Dott.ssa Shola Mos-Shogbamimu e la personalità pubblica malese Tiz Zaqyah Razak. I firmatari avvertono che «la solidarietà stessa viene criminalizzata» e chiedono un intervento immediato prima che un detenuto muoia in stato di detenzione. La Global Sumud Flotilla chiede con estrema urgenza: 1. L’accesso immediato a cure mediche d’emergenza e la somministrazione immediata di liquidi e cure specialistiche a Ghassan Boughdiri e Ghassan El Henchiri. 2. L’informativa completa e dettagliata sulle condizioni di salute attuali di Wael Naouar e il diritto immediato di visita per la sua famiglia e il suo team legale. 3. Il rilascio immediato e incondizionato di tutti e quattro i membri dei “Sumud 4”. 4. Il completo proscioglimento da tutte le accuse arbitrarie mosse contro gli organizzatori della GSF e la fine degli arresti a seguito delle proteste che prendono di mira i sostenitori pacifici e gli attivisti solidali con la Palestina a Tunisi. La GSF invita le organizzazioni per i diritti umani, le reti della società civile, gli organismi delle Nazioni Unite e i corpi diplomatici internazionali a intervenire con urgenza presso le autorità tunisine, a esigere l’immediato accesso alle cure mediche e a esercitare pressioni per il rilascio dei “Sumud 4”. Chiediamo inoltre una mobilitazione internazionale coordinata e pressioni dirette sulle ambasciate tunisine in tutto il mondo. Global Sumud Flotilla
September 30, 2026
Pressenza