
Conferenza di Santa Marta, la marcia dei popoli chiude tre giorni di lotta: “Impegni per la vita, non per la morte”
Pressenza - Tuesday, April 28, 2026Le strade di Santa Marta oggi si sono riempite di voci, colori e rivendicazioni. La marcia dei popoli per un futuro libero dai combustibili fossili ha attraversato la città colombiana, chiudendo tre giorni intensi di incontri, assemblee e confronti sulla riconversione ecologica e su come garantire giustizia ambientale, sociale ed economica. Non una semplice manifestazione, ma il punto di arrivo – e allo stesso tempo di ripartenza – di un processo costruito dal basso, “dai popoli e per i popoli”.
A guidare il corteo lo striscione che ha fatto da sfondo all’assemblea plenaria del 26 aprile: “Uscita dai fossili rapida, giusta ed equa”. La musica scandisce il passo, non solo come accompagnamento ma come pratica politica. Al centro delle richieste c’è la dichiarazione dei popoli per un futuro libero dai fossili, approvata al termine dell’assemblea. Tante le voci che si alternano, intrecciando esperienze locali provenienti da tutto il mondo.


“Non saremmo potuti arrivare qui senza un lavoro territoriale”, raccontano Gamozo e Chucurí del movimento Ríos Vivos Colombia, che riunisce persone colpite dalle dighe e dalle crisi ambientali in America Latina. “Abbiamo costruito dialoghi, raccolto voci di bambini, giovani, donne, comunità. Questa marcia rappresenta tutto questo.” Il messaggio è netto: stop alla proliferazione dei combustibili fossili, “né qui, né altrove, né ora, né mai”.
Al centro c’è anche la richiesta di autonomia dei territori, vista come condizione necessaria per superare la dipendenza da petrolio, gas e carbone. Un’autonomia che passa dall’educazione ambientale popolare e da una profonda trasformazione della matrice minerario-energetica, capace di ripensare non solo la produzione, ma l’intero modello di vita e consumo.
Sharif Jamil, di Buriganga Riverkeeper e responsabile di Waterkeepers Bangladesh, racconta di villaggi che ogni giorno rischiano di scomparire, comunità che si addormentano senza sapere se avranno ancora una terra al risveglio. “Non riguarda solo il Bangladesh: succede anche in Pakistan, in Nepal, nelle Filippine. È la stessa lotta”. Conclude denunciando il fallimento delle promesse internazionali: “Ci incontriamo da anni alle COP, ma gli impegni non vengono rispettati e l’industria fossile continua ad espandersi e incassare sempre di più. Qui a Santa Marta stiamo costruendo una frontiera politica nuova!”
Dalla prospettiva sindacale, Iván González, della Confederazione dei lavoratori delle Americhe, mette in fila tre punti: la crisi globale alimentata da guerre e sfruttamento, l’“architettura dell’impunità” che protegge multinazionali e potenze e l’impossibilità di una transizione che sacrifichi lavoratori, lavoratrici e comunità. “Senza diritti non c’è transizione giusta. La riconversione sarà femminista e popolare, oppure non sarà”.

“Il percorso che ci ha portato fin qui nasce da anni di lotte contro un sistema basato su espropriazione, violenza e saccheggio”, spiega Juliana di Barranquilla +20. “Serve un cambio di paradigma che metta al centro la cura, a partire dalle economie femministe e dalle comunità e che costruisca una giustizia davvero riparativa. Non basta una transizione tecnologica: serve una trasformazione profonda, capace di superare le false soluzioni e rafforzare le alternative già esistenti”.
“Abbasso la rimilitarizzazione dei Caraibi”, rilancia Federico Moscoso, dell’organizzazione El Puente di Porto Rico. “Abbasso gli interventi militari ed economici che promuovono la morte; abbasso l’estrattivismo; abbasso i sistemi di oppressione. Viva l’unità dei popoli che difendono la vita e la Madre Terra.”
José Daniel, conosciuto come Caporalito, ha 9 anni ed è un bambino di Mocoa, Putumayo, nell’Amazzonia colombiana, leader, musicista e parte del vivaio “Radici Ancestrali” dell’Associazione di Donne Indigene Custodi della Medicina Tradizionale. “Porto un piccolo messaggio di cura,” dice. “Prima di arrivare qui, abbiamo parlato della cura del nostro territorio, definendo bisogni, impegni ed esigenze che qui oggi rappresentiamo tutti insieme. Abbiamo bisogno di acqua pulita per vivere, di un territorio sano, di un vento purificato affinché possiamo respirare e dobbiamo difenderli.”


Dalle strade di Santa Marta, i movimenti rilanciano una richiesta chiara: un trattato globale per la non proliferazione dei combustibili fossili, regole vincolanti per le imprese e una riconversione costruita dal basso.
Basta fossili, basta sfruttamento, basta rinvii. La realtà che vogliamo si costruisce dal basso, hanno cantato in corteo a gran voce. E oggi, in questa città affacciata sul Mar dei Caraibi, quella realtà ha preso voce e spazio. I popoli hanno già scelto da che parte stare. Ora tocca alla politica decidere.
Francesca Palmi, GEA – Giustizia Ecologica e Ambientale
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