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Il ‘calendario’ di un dramma epocale: la devastazione dei raccolti dei palestinesi
La serie di infografiche composte da Visualizing Palestine (VP) in collaborazione con Growing Palestine illustra come in campi e pascoli della Cisgiordania il 2025 sia trascorso scandito, anziché al ritmo delle stagioni, dalle molteplici violenze e aggressioni perpetrate dai coloni israeliani. VP ha presentato questo illuminante ‘calendario’ nel giugno scorso: > Nell’anno raffigurato nelle immagini, il 2025, il Primo Ministro israeliano > Benjamin Netanyahu ha ‘promesso’: “Non ci sarà alcuno Stato palestinese. > Questo paese appartiene a noi” > [https://www.dw.com/en/netanyahu-vows-there-will-be-no-palestinian-state/a-73967725], > così dimostrando l’esplicita intenzione di Israele di attuare una pulizia > etnica e di annettere la Cisgiordania. > > Questa ‘collezione’ di infografiche completa la serie creata per la > campagna Il cibo è vita: proteggiamo gli agricoltori palestinesi dalla > violenza israeliana di Growing Palestine (GP). In questi giorni VP ripresenta il ‘calendario’ Sowing Terror in Palestine’s Harvest (Seminare il terrore tra i raccolti della Palestina) rammentando: > Nel pieno della stagione del raccolto delle olive, ricondividiamo il nostro > calendario “Seminare il terrore nei raccolti della Palestina.” > > Gli attacchi dei coloni israeliani si sono intensificati, con 200 attacchi > legati al raccolto delle olive documentati dall’inizio di settembre (Nazioni > Unite, 19 ottobre 2026). > > Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari > Umanitari (OCHA), questi attacchi hanno causato 5 palestinesi uccisi e 246 > feriti. > > Gli attacchi hanno colpito anche giornalisti, convogli diplomatici e gruppi di > solidarietà. > > Il 16 ottobre, coloni hanno attaccato una giornalista del Washington Post, > ferendola gravemente. > > Il giorno seguente, coloni israeliani hanno attaccato un convoglio diplomatico > europeo, incluso un sindaco francese, vicino al villaggio palestinese di > Taybeh nella Cisgiordania occupata. > > Secondo il Ministero dell’Agricoltura palestinese, 286.000 ulivi sono stati > danneggiati in Cisgiordania tra il 2023 e la fine di settembre 2026, inclusi > 100.000 solo nel 2026, anche prima dell’inizio della stagione del raccolto. > > Il raccolto delle olive è una fonte essenziale di cibo, reddito e > sostentamento per migliaia di famiglie palestinesi. Prendere di mira il > raccolto delle olive significa prendere di mira il diritto dei palestinesi > alla sovranità alimentare, a rimanere sulla loro terra e a esistere e > prosperare. Su PRESSENZA sono divulgate anche Le infografiche che illustrano l’inchiesta sulla hasbara nel quarto potere degli USA che VP ha realizzato per illustrare l’inchiesta del team americano Prism. SOWING TERROR IN PALESTINE’S HARVEST Maddalena Brunasti
October 23, 2026
Pressenza
Le infografiche che illustrano l’inchiesta sulla hasbara nel quarto potere degli USA
LA SERIE DI ‘PANNELLI’ COMPOSTI DAI GRAFICI DEL TEAM VISUALIZING PALESTINA SINTETIZZA LE INFORMAZIONI ELABORATE DALLE REPORTER DI PRISM, MEDIA E MEDIA-SERVICE INDIPENDENTE FEMMINILE MULTIETNICO. Ogni infografica mostra – e dimostra – come negli USA le notizie sulla persecuzione dei palestinesi siano filtrate o manipolate: quelle divulgate da uffici e agenzie stampa filo-sionisti sono pubblicate e divulgate; quelle con materiali e dati che documentano vessazioni,  prevaricazioni,  apartheid e genocidio invece vengono ‘bloccate’ da un sistema di ostruzioni molto efficace… … una barriera che si può, e deve, riuscire ad abbattere, perciò serve sapere e capire come ‘funzioni’. LA HASBARA NEL MONDO DEI MEDIA ‘MADE IN USA’ Da sempre, ma recentemente di più e anche più esplicite, tante subdole pressioni e coercizioni impediscono a redattori, corrispondenti e collaboratori che lavorano in e con i quotidiani e periodici main-stream statunitensi di pubblicare reportage contenenti informazioni sulle violazioni dei diritti umani pianificate e compiute dai coloni sionisti e dai governanti e militari israeliani e sui crimini di guerra orditi e perpetrati dalle forze armate dello stato israeliano. Così nell’opinione pubblica americana si sono formate idee e consolidate convinzioni basate su fake-news, cioè su delle versioni dei fatti mendaci e mistificatorie, plasmate ad arte per accreditare tesi e ideologie demagogiche divulgate mediante la hasbara, una parola ebraica che letteralmente significa ‘spiegazione’ e recentemente usata per indicare il sistema di strategie e tattiche della propaganda dei sionisti israeliani. Ovviamente questa “sofisticata architettura narrativa” [Hasbara: l’arte della narrazione strategica israeliana – ISLA / 8 settembre 2025] ha uno scopo… che è il ‘fine’ perseguito in molti modi, anche mediante ogni media, con tanti ‘mezzi’, anche non leciti: ‘giustificare’ l’efferatezza di interventi, azioni e operazioni delle forze armate e forze dell’ordine di Israele contro i palestinesi abitanti nella Striscia di Gaza, nei territori in Cisgiordania, a Gerusalemme… nelle terre dal fiume (Giordano) al mare (Mediterraneo). Nel 2011 sulla rivista scientifico-accademica Israel Studies edita dall’Indiana University Press e sponsorizzata dal Ben-Gurion Research Institute for the Study of Israel and Zionism della Ben-Gurion University di Negev e dal Schusterman Center for Israel Studies della Brandeis University, un ateneo privato del Massachusetts, è stata pubblicata la ricerca – intitolata “Palestine’s Best”: The Jewish Agency’s Press Relations, 1946-1947 – in cui l’autore, Giora Goodman, docente al e direttore del Dipartimento di studi multidisciplinari del Kinneret College sito sulle rive del Mar di Galilea, trattava per la prima volta nella storia un argomento oggi ‘scottante’… Il pioneristico saggio storiografico esamina come sia stata costruita la Jewish Agency (Agenzia Ebraica), cioè la ‘macchina propagandistica’ dei sionisti, usata “in Palestina e all’estero durante i due anni cruciali che hanno preceduto la fondazione dello Stato di Israele”, ovvero negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale e dell’olocausto. Fino al 2011, l’anno della primavera araba e scandito da “mutamenti politici e culturali, da global revolution, da tragedie naturali sconfinate,… e da grandi eventi mediatici” [Fanpage, 30 dicembre 2011], nessuno aveva mai affrontato questo argomento. Perché? Chi non è esperto di storia dei mass-media e sociologia della comunicazione non lo può sapere. Chi non conosce (bene) la storia di Israele e degli Stati Uniti non può capire (bene!!!) le dinamiche del presente nel mondo dei media della nazione mediorientale, della super-potenza americana e ‘occidentale’ e, di riflesso, di tutto il mondo. Chi invece è un giornalista – cronista, editorialista o redattore – o un pubblicista professionista, oppure un mediattivista, blogger o influencer deve saperlo e capirlo. Chi lavora nei media non può non avere conoscenza di cosa siano e come agiscano le ‘agenzie’ di muckraking (giornalismo scandalistico), quali ‘trucchi’ retorici, ovvero sofismi e demagogie, usano per far ‘esplodere’ o attizzare scandali e polemiche che fomentano rabbia, odio e fanatismi, per convincere tante persone a pensare ciò che altrimenti ciascuna non concepirebbe o a cui non crederebbe (bias cognitivi), per far sembrare verosimili le falsità e, così, false le verità,… per fare propaganda politica. Chi lavora nelle ‘stanze’ – reali o virtuali – del quarto potere deve conoscere e sempre ricordare gli studi, e ammonimenti, degli statunitensi John Dewey («la società è comunicazione») e Walter Lippmann (primo ad analizzare a fondo il fenomeno del giornalismo scandalistico e nel 1922 autore di L’opinione pubblica, «La creazione del consenso non è un’arte nuova… La persuasione è diventata un’arte… la conoscenza dei modi per creare il consenso altererà tutti i calcoli politici e modificherà tutte le premesse politiche»), dell’anglista e sociologo canadese Herbert Marshall McLuhan (“il medium è il messaggio”), del cosmopolita – che si dichiarava un ‘marrano’ – Edgar Nahoum noto con lo pseudonimo ‘Morin’ (vedi bibliografia) e, oltre a leggere (bene!!!) tutto il testo, rammentare quando, come e perché la – allora reporter corrispondente del settimanale The New Yorker – Johanna ‘Hannah‘ Arendt scrisse La banalità del male (Eichmann in Jerusalem – A Report on the Banality of Evil), un libro oggi tanto attuale. Eppure finalità, caratteristiche e funzionamento dell’Agenzia Ebraica sono stati ignorati fino al 2011 e, sebbene il 7 ottobre 2023 la ‘macchina’ della propaganda sionista fosse già in moto, oggi – dopo tre anni dall’inizio dell’assedio della Striscia di Gaza, oltre che tanti – ma non tutti – israeliani e alcuni – non tutti – potenti, che cosa sia la hasbara lo sanno solo i palestinesi e chi si indigna delle atrocità a loro inferte e si erge in loro difesa. A chi vuole assolvere coloro che sono responsabili o complici dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità di cui sono vittime i palestinesi la hasbara fornisce tanti ‘strumenti’ e ‘attrezzi’ con cui fare in modo che la gente creda che “A Gaza non c’è la carestia. Le foto dei bambini denutriti sono manipolate o mostrano gli effetti di malattie rare. Tutti i giornalisti di Gaza (solo palestinesi, poiché Israele vieta l’ingresso alla stampa) sono al soldo di Hamas. I terroristi fanno incetta del cibo e banchettano nei tunnel. I tredicimila dipendenti dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa) sono tutti membri di Hamas. Negli ospedali di Gaza si nascondono i terroristi. I medici sono terroristi. Gli infermieri sono terroristi. Il numero delle vittime civili a Gaza, in proporzione ai combattenti uccisi, è inferiore a quello di altre guerre” [Anna Maria Brogi – Cos’è la “hasbara” e come Israele sta combattendo una guerra parallela sul web / Avvenire, 7 settembre 2025]. ‘I’M SO DEHUMANIZED’ Il titolo della pagina online dal 9 settembre scorso in cui Prism presenta il reportage e le infografiche elaborate da Visualizing Palestine che lo illustrano cita la frase detta da Nadia, una giornalista specializzata in cronaca locale, in specifico che si occupa di vicende e questioni inerenti alla vita quotidiana delle comunità etniche che popolano il Northeast,  la macro-zona che si estende negli stati del cosiddetto New England – primi insediamenti coloniali inglesi (Connecticut, Maine, Massachusetts, New Hampshire, Rhode Island e Vermont) e altre ex-colonie sulla ‘costa orientale’, o atlantica (New Jersey, New York e Pennsylvania, inoltre Delaware, Maryland e Virginia del Nord) – e nell’area metropolitana di Washington, il District of Columbia. Nadia quindi conosce bene la realtà dei territori abitati, oltre che dai nativi americani che popolano soprattutto le Woodlands (territori boschivi), cioè delle etnie, o tribù, Wampanoag, Mohegan (moichani), Pequot, Narragansett e Penobscot e delle Six Nations della Iroquois Confederacy (irochesi), e molti immigrati e tanti esuli di varie origini e ‘generazioni’, tra cui numerosi ebrei fuggiti dall’Europa soggiogata al nazifascismo e palestinesi scappati da Israele… Le testimonianze della giornalista che vive e lavora in questa realtà e dei 5 suoi colleghi di altre testate intervistati dalle reporter di Prism e l’indagine – i 44 casi di retaliation (repressione) rilevati e riscontrati dall’associazione sindacale di giornalisti, cronisti, editorialisti e pubblicisti – National Writers Union (NWA) – dal 7 ottobre 2023 fino al febbraio 2024 [Retaliation in the media industry during the war on Gaza] documentano tanti fatti inconfutabili, alcuni eclatanti, apparentemente singolari o eccezionali, nell’insieme invece non straordinari, anzi: tutti collegati l’uno all’altro e ciascuno una tattica connessa a una strategia, la hasbara. * PRISM – ‘I’m so dehumanized’: Journalists say U.S. newsrooms treat Palestine with fear and contempt * VISUALIZING PALESTINE – What Happens to Stories About Palestine in U.S. Newsrooms     Maddalena Brunasti
October 22, 2026
Pressenza
Popolo isolato Mashco Piro: alla Corte interamericana l’amicus curiae di Just Access
Il 30 settembre 2026 la Corte interamericana dei diritti umani ha ricevuto l’amicus curiae di Just Access e.V. nel caso Popoli indigeni Mashco Piro, Yora e Amahuaca contro Perù. Su istruzione del suo Presidente, la Corte lo ha trasmesso alle parti e alla Commissione interamericana dei diritti umani. Il caso È il secondo caso sui popoli in isolamento volontario che arriva alla Corte, dopo Tagaeri e Taromenane contro Ecuador (2024), e il primo contro il Perù. L’udienza pubblica si è svolta a Montevideo il 24 e 25 settembre 2026. I Mashco Piro vivono in isolamento volontario nella regione di Madre de Dios, nell’Amazzonia peruviana, insieme a gruppi Yora e Amahuaca in contatto iniziale. Secondo la Commissione interamericana, la procedura per trasformare la Riserva territoriale Madre de Dios in Riserva indigena, avviata nel 2014, non è ancora conclusa. Nel frattempo il disboscamento, le attività minerarie e gli idrocarburi continuano a colpire il loro territorio. Cosa chiede Just Access alla Corte * Un territorio davvero intangibile. Completare la protezione della riserva, delimitare zone cuscinetto, rivedere, sospendere o revocare le concessioni estrattive che si sovrappongono al territorio o lo confinano, e istituire un meccanismo indipendente di controllo. Nell’attesa, lo Stato deve adottare subito misure contro le intrusioni. * Protezione dal contatto forzato, non isolamento imposto. Questi popoli hanno il diritto di decidere se, quando e come entrare in contatto. Lo Stato deve proteggerli dal contatto imposto e dalle pressioni estrattive, rispettando i contatti limitati che scelgono di cercare. * Foresta e popolo sono inseparabili. Per chi vive solo nella e grazie alla foresta, distruggere il territorio minaccia l’esistenza stessa del popolo, in linea con il parere consultivo OC-32/25 della Corte, che riconosce la Natura come soggetto di diritti. * Precauzione e salute. Senza difese immunitarie, un contatto non voluto può essere catastrofico. L’incertezza scientifica non può giustificare il rinvio di misure di protezione. * Sicurezza per tutti negli incontri violenti. Prevenzione e riparazione per le vittime delle comunità vicine, con un approccio interculturale e senza rappresaglie né incursioni punitive nel territorio. * Una norma di diritto internazionale. La protezione dei popoli isolati dal contatto forzato sta emergendo come norma di diritto internazionale consuetudinario, almeno tra gli Stati della regione. «Proteggere un popolo che ha scelto di non avere contatti non significa lasciarlo solo», dichiara Luca Brocca di Just Access. «Significa proteggere il territorio da cui dipende la sua sopravvivenza e rispettare le sue scelte. Chiediamo alla Corte di dire con chiarezza che cosa questo comporta, in concreto, per gli Stati.» Non c’è un termine fisso per la sentenza, che potrebbe arrivare nei prossimi mesi. Il testo integrale dell’amicus, in spagnolo come depositato, è disponibile sul sito di Just Access: Just-Access-IACtHR-Intervention-PIACI-ES.pdf (versione in inglese: https://just-access.de/wp-content/uploads/2026/10/20260923-JA-IACtHR-Intervention-PIACI-EN.pdf). Chi è Just Access Just Access e.V. è un’organizzazione non governativa tedesca che lavora per migliorare l’accesso alla giustizia e sviluppare il diritto internazionale dei diritti umani, attraverso contenzioso strategico, ricerca e advocacy presso le Nazioni Unite e le corti regionali. Ha già presentato altri amici curiae alla Corte interamericana. Sito: just-access.de Pressenza IPA
October 22, 2026
Pressenza
Perù: proposte misure per contrastare le economie illegali in Amazzonia
Le economie illegali – come l’estrazione aurifera illecita, il traffico di droga, il disboscamento illegale, il traffico di terreni e la tratta di esseri umani – presenti nell’Amazzonia peruviana sono state al centro di un seminario tenutosi il 28 settembre, intitolato “Oltre il crimine: come affrontare il futuro dell’Amazzonia partendo dalle sue condizioni socioeconomiche?”. L’evento ha fatto emergere possibili soluzioni, tra cui la promozione dell’agricoltura familiare, la tutela del territorio e l’integrazione dei saperi locali. Organizzato dal Centro di Ricerca Sociologica, Economica, Politica e Antropologica (CISEPA) e dal Gruppo di Ricerca su Stato e Società (GIES) della Pontificia Università Cattolica del Perù (PUCP), l’incontro ha messo in luce come i conflitti per la terra e la carenza di servizi pubblici alimentino tali problematiche. Secondo l’Unità di Informazione Finanziaria (UIF), tra il 2015 e il 2025 le economie illegali nell’Amazzonia peruviana hanno generato circa 199,9 miliardi di dollari all’interno del Paese. Tali attività interessano le regioni amazzoniche di Madre de Dios, Loreto, Ucayali e Huánuco, oltre alle zone di confine con il Brasile e la Colombia. La dottoressa Maritza Paredes, ricercatrice presso il GIES e il Dipartimento di Scienze Sociali della PUCP, ha osservato che l’espansione delle “frontiere estrattive” – favorita dalla costruzione di strade e dalla promozione dell’agricoltura – sta procedendo più rapidamente rispetto alla regolamentazione e al conferimento dei titoli di proprietà collettiva sulle terre. Ha inoltre sottolineato l’esistenza di una “zona grigia” in cui nessuna autorità si assume la responsabilità di quanto accade, il che facilita notevolmente il perdurare di attività illecite in queste aree. Da parte sua, Apu Julio Cusurichi – membro del consiglio direttivo dell’Associazione Interetnica per lo Sviluppo della Foresta Peruviana (AIDESEP) – ha chiesto che vengano riconosciuti gli sforzi di tutela territoriale compiuti dalle comunità native e che venga garantita una vigilanza volta a salvaguardare la sopravvivenza dei popoli che vivono in isolamento; “una realtà che rimane invisibile”, ha osservato. I dettagli sull’evento sono disponibili al seguente link: https://puntoedu.pucp.edu.pe/investigaciones/amazonia-proponen-agricultura-familiar-proteccion-territorial-y-uso-de-saberes-locales-para-combatir-economias-ilegales/ Redacción Perú
October 21, 2026
Pressenza
Ein al-Auja (seconda parte)
COME GLI ATTACCHI DEI COLONI E LA SOTTRAZIONE DI RISORSE IDRICHE HANNO CANCELLATO UNA COMUNITÀ PALESTINESE La sorgente che un tempo sosteneva la vita in questo luogo si è prosciugata, mentre le famiglie beduine fuggono dalla violenza israeliana e dal furto di risorse. “Siamo isolati” Le conseguenze devastanti della crisi idrica colpiscono anche la fauna selvatica locale e le comunità di pastori in tutta la Valle del Giordano; qui i palestinesi hanno segnalato ingenti perdite di bestiame a causa dei ripetuti attacchi, furti e confische da parte dei coloni. Le restrizioni alla circolazione e la perdita dell’accesso ai pascoli hanno aggravato la loro difficile situazione. In uno dei più gravi episodi recenti, i residenti della zona di Ein al-Auja hanno riferito che, all’inizio dello scorso anno, alcuni coloni israeliani hanno rubato circa 1.500 tra pecore e capre durante un’incursione nella comunità, infliggendo un duro colpo alle famiglie di pastori locali. Il giorno seguente, nell’area sono state rinvenute decine di carcasse di animali. La distruzione delle loro tradizionali fonti di sostentamento non ha lasciato a molti beduini altra scelta se non quella di cercare lavoro negli insediamenti israeliani vicini o di accettare impieghi stagionali e mal retribuiti all’interno dell’economia israeliana. La terra che un tempo garantiva loro la sopravvivenza è ora accessibile solo come luogo di lavoro, privo però di tutele lavorative o diritti contrattuali. Nel caso di Rashaidh, prima dello sfollamento della famiglia, le fonti principali di sostentamento erano l’agricoltura e l’allevamento. Oggi lavora come bracciante in una piantagione di palme da dattero vicino a Balqa. “È un contesto ad alto rischio: lavoriamo senza permessi e molti di noi subiscono infortuni o vengono arrestati mentre vanno al lavoro o ne tornano”, ha raccontato, sottolineando come il tragitto casa-lavoro sia segnato da pericolosi posti di blocco, sorveglianza costante e dalla minaccia sempre incombente di arresto. La frammentazione di questa comunità, al pari di molte altre in tutta la Cisgiordania occupata, ha inoltre contribuito a indebolire le reti di sostegno sociale. “Tutto è diventato lontano. Anche raggiungere i servizi essenziali ormai richiede ore”, ha dichiarato a MEE un residente sfollato di Balqa, parlando a condizione di anonimato per timore di rappresaglie israeliane. “Siamo tagliati fuori dai luoghi da cui dipendevamo”. Un genitore sfollato di Balqa, anch’egli rimasto anonimo, ha sottolineato le ripercussioni sull’istruzione: “Un tempo i miei figli andavano a scuola a piedi senza problemi. Ora si svegliano prestissimo e a volte non riescono comunque ad arrivare, perché la strada è lunga e pericolosa. Certi giorni, semplicemente restano a casa”. Turisti sotto assedio Tornando a Ein al-Auja – località che, grazie alla sua cascata e ai sentieri montani circostanti, è da tempo un’attrazione naturale per visitatori provenienti dalla Palestina e dall’estero – non sono solo i residenti a temere la violenza dei coloni. Anche i turisti sono stati presi di mira. Nel gennaio 2023, un gruppo internazionale di escursionisti – tra cui turisti americani, italiani e francesi – si è trovato di fronte a un gruppo di coloni armati, che secondo quanto riferito li ha aggrediti con bastoni e spray al peperoncino. “Siamo stati respinti verso le colline e praticamente circondati”, ha riferito a MEE un partecipante palestinese, chiedendo di rimanere anonimo per timore di ritorsioni israeliane. “Siamo stati picchiati. Due donne sono rimaste ferite, una italiana e una palestinese, mentre il resto del gruppo cercava di raggiungere una distanza di sicurezza”. Secondo il partecipante palestinese, ci sono volute ore prima che le forze israeliane arrivassero a garantire l’uscita del gruppo. Tali episodi scoraggiano ulteriormente un settore già duramente colpito dal conflitto in corso. Il turismo in Cisgiordania ha subito un duro colpo dopo lo scoppio della guerra a Gaza nel 2023; i dati ufficiali indicano perdite di milioni di dollari a causa del crollo del numero di visitatori. Nei fine settimana, le strade che un tempo vedevano il passaggio di famiglie, autobus turistici e gruppi di escursionisti diretti alle sorgenti della Valle del Giordano appaiono decisamente più vuote. I venditori, che un tempo allestivano sedie di plastica e banchetti per il tè lungo il percorso, raccontano di lunghe ore trascorse senza clienti. «Ogni fine settimana aspettavamo gli autobus provenienti dal nord e dal sud della Cisgiordania, ma ora il traffico è quasi inesistente», ha dichiarato a MEE Muhammad Taha, un venditore di Gerico. Oggi, lui e i suoi colleghi si limitano a osservare il paesaggio, anziché offrire i propri servizi ai visitatori. Battaglia legale Nel frattempo, per le famiglie costrette a fuggire dall’area di Ein al-Auja, una battaglia legale rappresenta l’ultima speranza. Nel tentativo estremo di bloccare il loro trasferimento forzato, l’anno scorso i residenti si sono rivolti all’Alta Corte, chiedendo alle autorità israeliane di smantellare gli avamposti illegali che invadono le loro terre e di agevolare il loro ritorno a casa. “Abbiamo chiesto un intervento giudiziario per fermare la progressiva scomparsa delle nostre comunità, minacciate dalla violenza dei coloni e dall’espansione degli avamposti pastorali circostanti”, ha spiegato a MEE Hassan Mleihat, supervisore generale di al-Baidar, un’organizzazione locale che tutela i diritti dei beduini. Durante le udienze, lo Stato ha negato l’esistenza di ordini formali di evacuazione, sostenendo che non vi fosse alcuna politica governativa volta a impedire il ritorno dei residenti; ciò nonostante la realtà sul campo, che molti palestinesi temono abbia reso irreversibile la loro espulsione. Lo scorso febbraio, il tribunale ha ordinato alle autorità israeliane di aiutare le famiglie a tornare alle loro abitazioni nei pressi della sorgente di Ein al-Auja e di riferire, entro 60 giorni, sulle misure adottate per garantirne la sicurezza. Ad aprile, non essendo stata rispettata la scadenza, i ricorrenti hanno chiesto all’Alta Corte di imporre allo Stato l’adempimento dei propri obblighi. Lo Stato continua a contestare tali richieste, sostenendo davanti al tribunale che non vi è alcun fondamento per dislocare una forza di sicurezza permanente nell’area. Questo caso non è affatto un’eccezione. Le istanze palestinesi volte a impedire sfratti o a ottenere lo smantellamento di avamposti vengono regolarmente respinte o bloccate dai tribunali israeliani; allo Stato viene infatti riconosciuta un’ampia discrezionalità nella gestione del territorio, anche quando è dimostrato che i residenti vi abitano da decenni. E quando il caso di Ein al-Auja è arrivato in tribunale, le ultime famiglie se n’erano già andate. Tornando a Balqa, Rashaidh sottolinea l’importanza della solidarietà, sia a livello regionale che globale, di fronte alla minaccia costante e crescente rappresentata dai coloni. “Nessuno abbandona la propria terra volontariamente; è una delle cose più difficili della vita”, ha affermato. “Ma restare soli non basta. Abbiamo difeso la nostra terra da soli e l’abbiamo persa, insieme al bestiame e all’acqua. Se non ci uniamo, perderemo tutti”. Il ricorso alle vie legali non è stato una scelta strategica, ha spiegato Mleihat, bensì un tentativo disperato di far valere i diritti dei palestinesi di fronte a una realtà in rapida evoluzione al di fuori dell’aula di tribunale, dove “il luogo era già stato svuotato”. In effetti, Ein al-Auja non è più quella di un tempo. La sorgente, che un tempo scorreva abbondante, si è ridotta a rivoli d’acqua intermittenti. Il terreno è arido e screpolato. Gli alberi sono diminuiti. L’aria è più silenziosa. Non si sentono voci di bambini né il movimento di greggi. Solo il vento, che attraversa un luogo un tempo pieno di vita. Majd Jawad, Ramallah, Palestina occupata Articolo originale: https://www.middleeasteye.net/news/ein-al-auja-how-settler-attacks-and-water-diversion-erased-palestinian-community Traduzione di Valentina Valle -Parte seconda- la prima la trovate QUI Redazione Piemonte Orientale
October 15, 2026
Pressenza
Perù: i brigadisti asháninka si organizzano per intervenire negli incendi boschivi nel centro del Paese
Di fronte all’avanzare degli incendi boschivi di livello 03 nel centro del Paese, nella regione di Junín, diverse organizzazioni sociali di base, come la Central Asháninka del Río Ene (CARE) e il Governo Regionale di Junín, hanno messo in campo sforzi per contenerne l’avanzata, che mette a rischio le comunità native dell’etnia asháninka, oltre alla flora e alla fauna. L’incendio, iniziato il 4 ottobre nella comunità nativa di Cutivireni, ha già devastato 250 ettari di foresta. L’organizzazione CARE ha informato la cittadinanza che oltre 70 brigadisti stanno lavorando per impedire che il fuoco raggiunga l’annesso di Pamaquiari. Allo stesso modo, i membri delle comunità locali partecipano alle operazioni di contrasto all’incendio a Boca Tiveni e in altre zone vicine alle comunità native. CARE CHIEDE AL GOVERNO REGIONALE DI JUNÍN E ALL’ESECUTIVO UN SOSTEGNO IMMEDIATO In un comunicato ufficiale, CARE ha chiesto al Governo Regionale di Junín (GORE Junín) e al Governo Nazionale una risposta immediata ed efficace, con le risorse, le attrezzature e l’assistenza necessarie per affrontare questa situazione. “I nostri brigadisti stanno lavorando per impedire che il fuoco raggiunga l’annesso di Pamaquiari. Oggi, i nostri brigadisti stanno mettendo queste capacità al servizio di altre comunità, ma non dispongono delle risorse sufficienti per continuare ad affrontare questa emergenza. Non ci sono abbastanza viveri per rifornire i brigadisti e i vigili del fuoco, mancano gli strumenti per le operazioni di controllo ed è necessario coinvolgere altri vigili del fuoco per contenere l’avanzata delle fiamme. Rivolgiamo un appello urgente alle istituzioni, alle organizzazioni e alla popolazione affinché forniscano generi alimentari e risorse che consentano di sostenere il lavoro di chi si trova in prima linea. Non possiamo aspettare che la situazione raggiunga il livello 4 per mobilitare le risorse necessarie. È necessaria una risposta urgente, con più personale, attrezzature, viveri e assistenza per rafforzare le operazioni di controllo ed evitare che il fuoco continui ad avanzare” hanno dichiarato. Da parte sua, il Governo Regionale di Junín ha riferito che circa 80 persone, tra vigili del fuoco, brigadisti e abitanti del luogo, partecipano alle operazioni di contenimento delle fiamme. Inoltre, il GORE Junín ha dispiegato due elicotteri e autobus per trasportare i vigili del fuoco e intervenire nell’incendio boschivo.   Redacción Perú
October 13, 2026
Pressenza
Al via in Malesia il Global Sumud Congress
Kuala Lumpur (Malesia) – Duecento, tra persone rappresentanti delle varie delegazioni e dell’organizzazione della Global Sumud Flotilla, provenienti da oltre 45 paesi di tutto il mondo, si sono riunite in Malesia per l’apertura del Global Sumud Congress. Il Congresso, della durata di cinque giorni, segna un passaggio fondamentale, fungendo da ponte per la transizione della rete internazionale della società civile, catalizzata dalla Global Sumud Flotilla, verso un movimento permanente di solidarietà globale con la Palestina. Quella che era iniziata come un’azione diretta decentralizzata in mare ha riunito migliaia di partecipanti provenienti da ogni angolo del globo. L’incontro in Malesia mira a stabilire un quadro istituzionale più stabile per unificare queste coalizioni internazionali. I delegati stanno seguendo un programma giornaliero strutturato per definire la governance a lungo termine del movimento, stabilire le priorità strategiche e concordare i meccanismi operativi fino al 2027 e oltre. Per Maria Elena Delia, “Essere qui oggi, a poco più di un anno dalla prima missione della Global Sumud Flotilla, insieme a rappresentanti di Paesi di tutto il mondo, ha un significato politico straordinario. Purtroppo, le ragioni che ci hanno spinto ad agire, sono ancora oggi davanti ai nostri occhi: l’assedio, la negazione dei diritti fondamentali del popolo palestinese e l’impunità di cui continua a godere il regime sionista. In un momento in cui i governi continuano a sottrarsi alle proprie responsabilità, sentiamo ancora più forte la necessità di costruire una risposta collettiva, globale e duratura, ed esporre le complicità con le violazioni sioniste, rompere l’assedio di Gaza e sostenere i diritti del popolo palestinese. Se un anno fa abbiamo dimostrato di essere capaci di mobilitarci insieme, oggi vogliamo dimostrare di essere capaci di trasformare la straordinaria mobilitazione in un movimento internazionale sempre più solido, organizzato e capace di incidere sulle scelte politiche.” Il Congresso si è aperto con una straordinaria convergenza politica, intellettuale e comunitaria. I delegati hanno partecipato a un’assemblea di solidarietà insieme alla coalizione Sumud Nusantara, rafforzando i legami tra gli organizzatori internazionali e i movimenti di base del Sud-Est asiatico. Le sedute plenarie di apertura prevedono interventi programmatici di figure di spicco dei movimenti, insieme a eminenti studiosi internazionali e pensatori anticolonialisti. L’assemblea si concentrerà sulla trasformazione dell’azione diretta della flottiglia in una forza di pressione globale strutturata, di lunga durata, e diffusa a livello territoriale, in contrasto alla sistematicità dell’oppressione in corso. “Il genocidio si produce nelle nostre fabbriche, decolla dai nostri aeroporti, salpa dai nostri porti – è quanto riportato da Tony La Piccirella. E aggiunge – Questo è un genocidio strutturato e diffuso quanto il modello economico che lo sostiene. Nel nostro movimento e a bordo della flotilla ci sono persone da ogni parte del mondo: in questi giorni in Malesia sentiamo il dovere di essere unite per opporci al sistema genocida sostenuto dall’inazione e complicità dei nostri governi”. Nel corso delle sessioni di lavoro, le delegazioni partecipanti stanno definendo i valori organizzativi condivisi, adottando un modello di governance e stabilendo una strategia per integrare le future missioni con campagne più ampie della società civile, con la responsabilità giuridica e con attività di sensibilizzazione pubblica. Per fondare la strategia del movimento su una rigorosa responsabilità giuridica, il Congresso si concluderà mercoledì 14 ottobre 2026 con un simposio giuridico internazionale dal titolo «La Palestina e l’architettura del genocidio». All’evento parteciperanno eminenti studiosi di diritto ed esperti di diritti umani provenienti da tutta la regione e dal resto del mondo per affrontare le violazioni sistematiche del diritto internazionale e delineare meccanismi di tutela giuridica a livello globale. Global Sumud Flotilla
October 12, 2026
Pressenza
CUBA. Cosa sta accadendo realmente?
Cuba torna al centro del dibattito pubblico in Sardegna con una serie di iniziative dedicate alla situazione dell’isola, alla crisi economica ed energetica e al rapporto con gli Stati Uniti. Diverse associazioni si sono organizzate per dare la parola a giornalisti, intellettuali ed esponenti politici che intrattengono legami diretti con l’isola caraibica e che parleranno dunque per esperienza diretta. Sono previsti tre incontri, a Sassari, Mamoiada e Cagliari, dove verrà presentato alla popolazione l’evento “CUBA RESISTE – Contro l’embargo USA e la nuova aggressione imperialista, solidarietà con Cuba Socialista”. Si tratta di tre serate di informazione e solidarietà dedicate a una realtà che, secondo i promotori, viene spesso raccontata soprattutto attraverso la crisi economica e le difficoltà interne, senza mettere adeguatamente in evidenza il peso delle sanzioni e del lungo embargo statunitense. La situazione dell’isola è oggi particolarmente difficile, tra crisi energetica, carenza di carburante e medicinali e forti difficoltà economiche. Il governo cubano attribuisce una parte significativa di queste difficoltà al “bloqueo” statunitense, mentre Washington sostiene che le proprie misure siano uno strumento di pressione nei confronti delle autorità dell’Avana per un cambio di politiche. Sarà proprio il rapporto tra embargo, crisi economica, pressione imperialista nordamericana e condizioni di vita della popolazione il focus della serata. A discuterne saranno relatori profondamente conoscitori della storia e della condizione attuale dell’isola. Interverranno Giacomo Marchetti, della Commissione Internazionale della Rete dei Comunisti, e Valter Lorenzi, responsabile del Circolo Agorà di Pisa e recentemente rientrato da Cuba, dove è stato come esponente della Brigata Internazionale di Lavoro Volontario “José Martí”. Lorenzi porterà dunque anche la testimonianza diretta dell’esperienza vissuta a Cuba.   Con loro interverrà il giornalista Argentino Tellini, conoscitore della realtà cubana, che ha trascorso un lungo periodo sull’isola proprio nel momento di massima crisi energetica e umanitaria. Nel corso dell’incontro sarà presentato anche il volume “La Dichiarazione de La Habana”, dedicato alle radici storiche e politiche della Rivoluzione cubana. Particolarmente significativa sarà la partecipazione, in collegamento audio-video, di S.E. Jorge Luis Cepero Aguilar, ambasciatore della Repubblica di Cuba in Italia, che offrirà la posizione ufficiale cubana sulla situazione dell’isola. Ogni serata sarà inoltre un’occasione di solidarietà concreta: in sala saranno organizzati una raccolta di farmaci e fondi destinati a Cuba e un banchetto con il volume La Dichiarazione de La Habana. A Sassari l’appuntamento è per il 7 ottobre, nella sede della Costituente per Sassari. L’iniziativa è promossa da Sa Domo de Totus in collaborazione con La Costituente per Sassari. A Mamoiada l’appuntamento è per l’8 ottobre alle ore 18:30, presso il Centro sociale cittadino, in un’iniziativa promossa da Sa domo de totus e patrocinata dal Comune di Mamoiada. A Cagliari, invece, l’incontro si terrà presso il 9 ottobre, alle 18:00, al Dopo Lavoro Ferroviario, in viale La Plaia 23, in collaborazione con Sa Domo de Totus e Multipopolare Sardegna. Una serie di incontri, dunque, che punta ad allargare il confronto sulla realtà cubana, mettendo al centro le condizioni economiche e sociali dell’isola, il ruolo delle sanzioni statunitensi, la crisi energetica e le relazioni tra Cuba e Stati Uniti. Ciascun appuntamento vuole essere, nelle intenzioni dei promotori, non soltanto un momento di discussione politica, ma uno spazio aperto ai territori per conoscere più da vicino la realtà cubana e rilanciare una pratica di solidarietà internazionalista concreta.     Cristiano Sabino
October 2, 2026
Pressenza
L’A.I.Z.O. con i sinti e i rom da 55 anni. Oggi in festa e domani a convegno
Stasera una serata di musica e cultura gipsy e nella giornata di venerdì 3 ottobre il 34° Convegno Internazionale promossi dall’Associazione Italiana Zingari Oggi, che celebra il 55° anniversario della fondazione. Entrambe le iniziative sono in svolgimento a Torino. L’incontro di oggi, giovedì 1° ottobre, si tiene dalle h 21 nella sede dell’A.I.Z.O. – via Foligno 14. Il convegno in programma domani, venerdì 2 ottobre, si tiene dalle 9 alle 13 e dalle 14.30 alle 19.30 nella Sala Incontri del Servizio Adulti in Difficoltà della Città di Torino – via Bruino 4. ROM E SINTI, TRA ABITARE, DIRITTI E INCLUSIONE DOMANI La mattinata sarà dedicata ai temi dell’abitare, con l’intervento della professoressa Marianna Filandri dell’Università di Torino sulla questione dell’abitare l’illegale, e del lavoro, con interventi di referenti dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) e del Consiglio d’Europa, Mattia Perdadotto e Angela Longo, inoltre a un confronto tra politiche e prassi attuate in Serbia, Spagna, Svezia, Germania e Croazia. Al centro dell’attenzione sarà il ‘superamento dei campi’, argomento su cui l’architetto Dario Guazzo presenterà alcune proposte orientate verso la forma del “villaggio di comunità”, e verranno proposte le testimonianze di Rom inseriti nella scuola e di volontari che hanno prestato servizio nell’associazione, tra cui Pio Caon, Mariangela Marengo e l’assessore torinese Francesco Tresso. Nel pomeriggio è in programma una tavola rotonda dedicata alle esperienze e alle prospettive di Genova, Ivrea, Milano, Napoli, Roma e Torino. Quindi si focalizzerà l’attenzione alla protezione europea delle minoranze, con l’intervento di Maya Bova. Infine verrà affrontata la questione tema delle teorie e strategie del rifiuto sociale etnico, su cui interverrà Mariella Delle Donne. Il convegno si concluderà con la rassegna di testimonianze ed esperienze di Antonietta De Rosa, Costantino Salkanovic, Nikita e Naomi Barbulovic. Per la partecipazione non sono richieste la registrazione o l’iscrizione preventiva e non è necessario l’accredito per gli operatori della comunicazione, che nell’occasione potranno intervistare i relatori. Per informazioni: tel. 011 7496016 / 348 8257600, email info@aizo.org   Redazione Torino
October 1, 2026
Pressenza
Dal Messico resistente all’Europa ribelle
Una delegazione del Congreso Nacional Indigena  e del  Centro Derechos Humanos Frayba racconta 30 anni di opposizione anticapitalista Dopo il levantamiento del 1° gennaio 1994  gli Zapatisti  e le  basi di appoggio non hanno mai interrotto l’attività volta, da un lato, a ridefinire ciclicamente l’organizzazione della vita delle Comunità nei territori gestiti in autonomia, dall’altro  a intessere relazioni con l’Europa Insumisa (rinominata Slumil K’ajxemk’op in lingua maya) dopo lo sbarco simbolico di “controconquista” della delegazione Extèmporanea  durante la “Gira por la Vida” del 2021, che ha toccato anche la Sicilia. A Palermo abbiamo poi accolto  le  delegazioni di una prima Gira europea del CNI e del Fray Bartolomè de Las Casas nel 2024, e di una seconda Gira europea nei giorni scorsi: abbiamo ospitato dal 24 al 26 settembre  Abel (del Congreso Nacional Indigena) e Sandra (del Centro Derechos Humanos Frayba).  Cerchiamo brevemente di capire  cosa sono il CNI e il Frayba: il CNI (Congreso Nacional Indigena) è stato costituito 30 anni fa, il 12 ottobre 1996 (il 12 ottobre è data simbolica di resistenza alla “conquista” del 1492) dopo due grandi incontri  organizzati dall’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) con l’obiettivo di lottare per ottenere il riconoscimento (con valenza costituzionale) dei popoli indigeni come soggetto di diritto con un posto degno nella bandiera messicana e di affermare  il diritto all’autodeterminazione dei popoli originari in esecuzione a quanto stabilito dagli Accordi di San Andrès firmati nel febbraio 1996  a seguito dei colloqui di pacificazione tra la Comandancia dell’EZLN e il Governo messicano e mai attuati. E’ utile a questo punto ricordare gli antefatti che portarono al “levantamiento” del 1994: nel 1992 il Presidente Salinas De Gortari aveva cancellato dalla Costituzione l’art.27 che sanciva l’inalienabilità, l’insequestrabilità e l’imprescrittibilità (insomma il divieto totale di espropriazione) degli ejidos – le terre concesse con carattere vitalizio alle Comunità secondo quanto previsto dalla Costituzione del 1917 -, aprendo di fatto le porte del Messico alle speculazioni finanziarie di  USA e Canada con l’Accordo di libero scambio (NAFTA) entrato in vigore il 1°gennaio del ’94, data che non a caso fu scelta dall’EZLN per il levantamiento che portò avanti la lotta armata per 12 giorni prima di intraprendere, per decisione assembleare dei popoli indigeni e su richiesta della società civile messicana, i colloqui di pacificazione che portarono agli Accordi di san Andrès che non hanno mai avuto attuazione legale. La  lotta zapatista e dell’organo rappresentante i popoli indigeni, il CNI, si è  organizzata  per realizzare “con i fatti” l’autodeterminazione dopo che nel 2001  il Governo messicano, con una nuova legge sui diritti dei Popoli Indigeni e Afroamericani, ha di fatto tradito gli Accordi accogliendo invece interessi e pressioni  del capitalismo internazionale, dando continuità alle politiche neoliberiste dei governi precedenti, politiche seguite ancora oggi dall’attuale Governo della Presidenta Sheinbaum, del Movimento MORENA, che si autodefinisce  progressista. L’autodeterminazione” di fatto” dei Popoli Indigeni, esercitata fino a qualche anno fa con il sistema delle Giunte di Buon Governo, dei Caracoles e dei Municipi Autonomi seguendo il principio del mandar obedeciendo (comandare obbedendo), oggi è esercitata tramite strutture assembleari che cercano di evitare i pericoli dell’organizzazione “piramidale” dei sistemi tradizionali di governo, in favore di un sistema “orizzontale” e partecipato. Di tutto questo ha parlato Abel, nell’incontro organizzato la mattina del 25 settembre con la collaborazione di Giovanna Minardi (docente di le letterature latinoamericane) presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo, e nell’incontro tenutosi nel pomeriggio dello stesso giorno presso la Casa della Cooperazione/CISS con la partecipazione di ARCI Palermo, Comitato No MUOS Palermo, Laboratorio Andrea Ballarò Palermo. Preziosa la collaborazione di di Stefania Salerno (compa – sta per compagna – di Petralia che ha vissuto 20 anni in Chiapas insieme a Pierpaolo Occorso, medico molto conosciuto dalle Comunità del Chiapas che ha assistito appunto per 20 anni) e di Lillo Messina (compa di Agrigento che insieme a Stefania, Pierpaolo e Antonio, a fine anni Novanta è partito dalla Sicilia per il Chiapas per osservare e sostenere l’organizzazione dell’autodeterminazione zapatista). E in Chiapas li ho incontrati nel 1998 prima di essere espulsa insieme ad altri osservatori internazionali (avevamo raggiunto nella Selva, a Taniperlas, con al seguito un gruppo di giornalisti  stranieri, le donne di una Comunità minacciata dall’esercito e dai paramilitari che avevano arrestato tutti gli uomini). Il racconto di  Abel si è anche soffermato sul CIG (Consiglio Indigeno di Governo), l’organismo di governo autonomo espresso dal CNI e dall’EZLN nel 2016 per dare voce e rappresentanza ai Popoli Indigeni, ma ha dettagliatamente descritto la “guerra” in essere contro il Messico de abajo, il Messico resistente, da parte del Governo messicano e del capitalismo che depreda territori e risorse, inscenando false assemblee che formalmente approvano grandi opere (megaproyectos) che provocano desplazados (sfollati) cacciati via dalle loro terre : si impoverisce il territorio per costruire infrastrutture che sotto il generico termine di “progresso” portano avanti solo gli interessi del capitalismo internazionale. Obiettivo primario del Governo è ovviamente destabilizzare e colpire soprattutto  le Comunità zapatiste che si trovano ormai sotto assedio permanente : la resistenza del CNI dura ormai da 30 anni, e di questa resistenza ci porta la voce questa Gira che nel cartel (locandina), diffuso tra le realtà europee ospitanti, recita : “Denuncia dello stato di guerra in Messico: la pace sospesa, 30 anni di resistenza anticapitalista”. Queste le cifre della repressione: 135.000 persone sparite (ma si tratta di una cifra indicativa), 42 omicidi al giorno. Il CNI conta 45 “desaparecidos/as, 214 assassinati/e, 107 arrestati/e, e tra questi Jesus Placido Galindo, il compa responsabile del CNI nello Stato del Guerrero arrestato nel luglio scorso con false gravissime accuse, detenuto in un carcere di massima sicurezza. Jesus era uno dei  tre compas che abbiamo ospitato nel corso della “Gira” del 2024: un maestro di scuola, un uomo colto e gentile che abbiamo avuto il piacere di conoscere e ascoltare; si sono fatti tanti appelli per la sua liberazione, in Messico e in Europa, ma senza alcun esito.  Anche il racconto di Sandra si concentra sulla forte repressione in atto in tutto il territorio messicano contro chi si oppone alle dinamiche capitaliste di cui sono  parte attiva anche le bande di narcos operative ormai in tutto il Messico e che agiscono spesso in combutta con le istituzioni. Sandra fa parte del centro Derechos Humanos Fray Bartolomè de Las Casas, fondato nel 1989 da Don Samuel Ruìz Garcìa, Arcivescovo di San Cristobal che durante la sua vita fu sempre vicino ai popoli indigeni e che ha dato impulso, dopo il levantamiento ai colloqui di pace tra EZLN e Governo (interrotti dopo il tentato arresto della Comandancia da parte del Governo nel  febbraio del ’95 ). “La pace è sospesa – dice Sandra – , la violenza continua in tutto il territorio messicano causando gravissime violazioni dei diritti umani: detenzioni arbitrarie, torture, oltre 24.000 persone cacciate via dalle loro terre, intimidazioni e minacce contro i difensori dei diritti umani”. Aggiunge che megaproyectos come il Corridoio interoceanico nell’istmo di Tehuantepec (che servirà a collegare l’Oceano Pacifico al Golfo del Messico), il Tren Maya, la Ruta de las Culturas Mayas,  distruggeranno un patrimonio ambientale, specie forestale e boschivo, di grande rilevanza creando nello stesso tempo più facilità di movimento al traffico di droga e armi e portando avanti la violazione dei diritti dei popoli originari in nome degli interessi delle multinazionali e dei narcos. Ricorda infine Sandra il caso di Antonio Gonzales Mendez (base di appoggio dell’EZLN scomparso nel 1999): nonostante la storica sentenza della Corte Interamericana dei diritti umani abbia riconosciuto nel 2024 la responsabilità dello Stato messicano per il sequestro di Antonio ( ma anche per le politiche di contro-insurrezione portate avanti in Chiapas) i vari livelli dello Stato messicano non hanno fatto indagini sulla sua scomparsa. Contro tutte queste gravi situazioni di repressione e di violazione dei diritti umani, il 9 agosto scorso è stato lanciato un appello per una grande marcia e una grande manifestazione per fine anno a Città del Messico, che vedrà presenti innanzitutto las Madres Buscadoras che cercano i familiari scomparsi: sono invitati a partecipare a questa seconda tappa della Gira por la Vida (dopo quella in Europa del 2021) collettivi messicani, europei e del mondo intero che potranno dare appoggio come Osservatori all’iniziativa.  Uno sarà il grido : “Unire tutte le lotte in una domanda comune, VERITA’ e GIUSTIZIA per le sparizioni”. Appuntamento per tutti quindi a fine anno, a Città del Messico.    Redazione Palermo
September 29, 2026
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