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In occasione della straordinaria visita di due indigeni Ayoreo Totobiegosode del Paraguay, per la prima volta in Italia, abbiamo organizzato un incontro aperto al pubblico giovedì 23 aprile alle 18.30 presso il salone della Casa dei Diritti, in via De Amicis 10, a Milano. Parleremo della campagna di Survival International a sostegno dei popoli indigeni incontattati del mondo, con particolare focus sul caso degli Ayoreo. Durante l’incontro interverranno: – Porai Picanerai importante e riconosciuto leader ayoreo – Darajidi Rosalino Picanerai insegnante e attivista ayoreo – Teresa Mayo ricercatrice di Survival per l’America Latina – Francesca Casella direttrice della sede italiana di Survival Porai e Darajidi sono in Italia per dare visibilità alla lotta del loro popolo: nel tempo, il governo paraguaiano ha consegnato la maggior parte del territorio ancestrale degli Ayoreo ad aziende agroindustriali che oggi occupano, deforestano e sfruttano una terra che è oggetto di rivendicazione formale degli Ayoreo sin dal 1993. Particolarmente a rischio è il destino dei gruppi Ayoreo incontattati, che per sopravvivere dipendono dalle loro terre e dalla loro protezione. Durante l’incontro scopriremo come e perché il nostro Paese sta finendo per contribuire alla distruzione delle loro foreste. Sarà l’occasione anche per presentare il recentissimo report pubblicato da Survival: Popoli indigeni incontattati, frontiere di resistenza. Si tratta dell’indagine globale più completa e rigorosa che sia mai stata realizzata su questi popoli, con storie personali, dati e testimonianze frutto della competenza unica di Survival International e dei suoi rapporti decennali con i popoli e i movimenti indigeni, inclusi gli Ayoreo. La serata prevede anche la partecipazione di due leader indigene Waorani dall’Ecuador: Mingö Guiquita, figura di grande rilievo nelle lotte sociali intraprese dal suo popolo, e Nemo Guiquita, leader waorani di spicco dell’Amazzonia ecuadoriana, riconosciuta per il suo impegno costante nella difesa dei diritti dei popoli indigeni e dell’ambiente. Ci racconteranno la situazione di alcuni dei popoli incontattati che vivono in Ecuador. Ad accompagnarle è Sara Pangione, divulgatrice e mediatrice interculturale, che da anni vive e lavora con loro. Lo staff di Survival International Italia Si ringrazia il lascito Silvana Negro per avere sostenuto la visita degli Ayoreo. Redazione Milano
April 19, 2026
Pressenza
La Senatrice Susanna Camusso ha ricordato il genocidio del popolo curdo
Il 14 aprile è la giornata ufficiale della commemorazione di Anfal, il genocidio del popolo curdo perpetrato dal regime di Saddam Hussein contro la popolazione del Bashur, nel Kurdistan occupato dall’Iraq. Non è solo dolore, né soltanto una pagina tragica della storia di un popolo: è anche il segno di una disumanità che continua ancora oggi, nell’indifferenza della comunità internazionale che troppo spesso ignora questa tragedia. In occasione della commemorazione, la senatrice Susanna Camusso ha ricordato Anfal nell’aula del Senato. Un gesto importante, che si inserisce nella campagna di UDIK – Unione Donne Italiane e Curde – per il riconoscimento ufficiale del genocidio di Anfal. La stessa proposta era stata presentata lo scorso anno dalla senatrice Camusso al Senato, affinché venisse discussa. All’interno di questa campagna, diversi comuni hanno già riconosciuto il genocidio, tra cui Firenze, Torino, Mirano e Castelnuovo ne’ Monti, San Giuliano Terme e Massarosa. Lo stesso appello è stato lanciato anche al Parlamento Europeo. Restiamo in attesa, con fiducia, che i nostri rappresentanti scelgano almeno di dare voce a questa memoria e a questa richiesta di giustizia nelle sedi istituzionali. Perché ricordare non basta: serve riconoscere, e serve agire. Grazie Onorevole Camusso per la sua concreta solidarietà al popolo kurdo. https://www.instagram.com/reel/DXI_CLjiNAn/?igsh=cmE3MHJiMThzNXpw Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
April 15, 2026
Pressenza
Lettera aperta all’ANPI per il 25 aprile a Milano
Lettera aperta Al Presidente Nazionale dell’ANPI, Gianfranco Pagliarulo Alla Segreteria Nazionale Al Presidente Provinciale dell’ANPI di Milano, Primo Minelli Alla Segreteria Provinciale di Milano Al Comitato Provinciale di Milano Siamo un gruppo di iscritte e iscritti a numerose sezioni dell’ANPI città metropolitana di Milano. Abbiamo saputo che anche quest’anno ANPI Provinciale di Milano e ANPI Nazionale hanno negato alla Comunità Palestinese di potere essere degnamente rappresentata nel corteo e sul palco delle celebrazioni per il 25 Aprile. Nel ribadire quanto abbiamo già sostenuto in una lettera dell’anno scorso, firmata da circa 300 iscritti e non iscritti all’ANPI e da una ventina di comitati, riteniamo improcrastinabile, questo 25 aprile, dare voce alla resistenza di un popolo il cui annientamento prosegue in tutta la Palestina, nonostante la “tregua” firmata tra Hamas e Israele e mai rispettata dall’esercito israeliano. Che si tratti di genocidio è stato attestato dalla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU e dal Tribunale dei Popoli di Gaza, come già precedentemente era stato ritenuto “plausibile” da una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia. Nemmeno l’approvazione della legge sulla pena di morte per i detenuti palestinesi ha spinto la dirigenza dell’ANPI Provinciale ad aderire alle manifestazioni del sabato indette dai Palestinesi e a sostenere la loro partecipazione attiva alla manifestazione del 25 aprile. Nel ripudio di tutte le sopraffazioni e le guerre che caratterizzano questi tempi, chiediamo che possa essere data finalmente attuazione allo Statuto dell’ANPI che a pag. 6 dichiara che l’Associazione persegue le sue finalità “civiche, solidaristiche e di utilità sociali” mediante lo svolgimento di varie attività di interesse generale, tra cui: * Promozione della cultura della legalità e della pace tra i popoli (art. 5 CTS, lett. v); * Promozione e tutela dei diritti umani, civili, sociali e politici, promozione delle pari opportunità e delle iniziative di aiuto reciproco (art. 5 CTS, lett. w). Chiediamo che questa lettera non resti senza risposta da parte del gruppo dirigente, come già accaduto con la precedente, e che venga trasmessa ai Presidenti di Sezione perché ne informino gli iscritti. Milano, 9 aprile 2026 Firmatari: * Luciano Bagoli – Sezione ANPI Stadera-Gratosoglio * Norina Vitali – Sezione ANPI Vittoria * Pietro Danise – Sezione ANPI Vittoria * Donatella De Col – Sezione ANPI Crescenzago * Nunzia Augeri – Sezione ANPI Codé Montagnani Marelli * Arturo Pinotti – Sezione ANPI Crescenzago * Anna Stefanelli – Sezione ANPI Stadera-Gratosoglio * Laura Marco Cavina – Sezione ANPI Stadera-Gratosoglio * Arianna Lissoni – Sezione ANPI Vigentina-Diego Aliotta * Franco Trimboli – Sezione ANPI Vigentina-Diego Aliotta * Alberto Michelino – Sezione ANPI Vigentina-Diego Aliotta * Ines Biemmi – Sezione ANPI Vigentina-Diego Aliotta * Laura Basso – Sezione ANPI Novate Milanese * Rolando Federico Colferai – Sezione ANPI Crescenzago * Luigi Lago – Sezione ANPI Ortica * Donata Mattioz – Sezione ANPI Ortica * Lea Fava – Sezione ANPI Ortica * Patrizia Danisi – Sezione ANPI 25 aprile * Monica Gargatagli – Sezione ANPI Stadera-Gratosoglio * Marco Sannella – Sezione ANPI Stadera-Gratosoglio * Alessandro Dama – Sezione ANPI Stadera-Gratosoglio * Lucia Sessa * Nella Acconcia – Sezione ANPI Milano Crescenzago * Ugo Giannangeli – ex iscritto ANPI Seprio * Rita Barbieri – Sez. ANPI Barona Milano Carlo Smuraglia * Tiziana Visconti – Sez. ANPI Crescenzago * Giulietta Gresti – Sezione ANPI Crescenzago Milano * Lutz Kuhn – Sezione ANPI Crescenzago Milano * Silvio Tursi – Sezione ANPI Crescenzago Milano * Tommaso Ursuelli – Sezione ANPI Crescenzago Milano * Laura Incantalupo – Sezione ANPI Crescenzago Milano * Tiziana Ferrante – Sez. ANPI Stadera-Gratosoglio * Fausto Marchesi – Sez. ANPI Stadera-Gratosoglio * Giovanni Cogliati – Sez. ANPI Crescenzago * Silvia Rizzi – Sez. ANPI 25 aprile * Gisella Tosini – Sez. ANPI 25 aprile * Patrizia Minella – Direttivo Sez. ANPI Sesto San Giovanni * Raffaella Polverini – Sez. ANPI Sesto San Giovanni * Stefania Bolzoni – Sez. ANPI Vittoria * Loris Bailini – Sezione ANPI Osvaldo Brioschi * Marinelli Sanvito – Cittadinanza Attiva (Continua…) Per adesioni scrivere a: 25palfirma@gmail.com Redazione Italia
April 13, 2026
Pressenza
Convivere senza Stato
In ottant’anni di esistenza lo Stato di Israele ha trasformato una moltitudine di migranti e profughi alla ricerca di un loro “focolare” in una falange criminale. Israele è la Sparta del terzo millennio: tutti i suoi cittadini, maschi e femmine, sono coinvolti direttamente o indirettamente nelle attività militari e dopo la ripresa della guerra all’Iran e al Libano (quella contro Gaza non è mai cessata), nonostante l’impegno ammirevole di alcune organizzazioni contrarie, per lo più israelo-palestinesi, i sondaggi dicono che tra il 78 e il 92 per cento dei suoi cittadini approva l’operato di Netanyahu, condivide le guerre che ha scatenato e ritiene necessario che si “finisca il lavoro”. Finire il lavoro significa eliminare i palestinesi dai territori occupati e da Gaza: sterminandoli, terrorizzandoli, deportandoli o costringendoli a fuggire altrove; sistemi che, alternati o abbinati nel corso degli anni, erano iscritti fin dall’inizio nelle parole che hanno presieduto alla costituzione in Stato delle comunità ebraiche emigrate o rifugiatesi in Palestina: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. La Palestina doveva essere, e deve diventare, una terra senza popolo. Negli ultimi due anni e mezzo è prevalso il massacro: delle persone e del territorio. Ma nei prossimi anni, quale che sia l’esito di quella guerra guerreggiata contro una popolazione inerme, balzeranno in primo piano le sue conseguenze: su quella terra “senza popolo” dovrà sopravvivere una popolazione in larga parte invalida, terrorizzata, debilitata dalla denutrizione e dalla mancanza di cure, soprattutto quelle sottratte ai bambini di oggi: un’intera generazione senza salute, senza istruzione di base, senza casa, senza istituzioni di riferimento, senza edifici che ne tramandino la memoria. Ma non ci sarà vittoria per chi si è reso responsabile di questo scempio. Nelle guerre non vince mai nessuno. Nella diaspora ebraica – che per anni ha avuto in Israele un punto di riferimento, spesso “passando sopra” l’evidenza di un percorso dall’esito e dalle premesse sempre più chiare – si è ormai aperta una frattura incolmabile, che non tarderà a riproporsi tra la popolazione di Israele mano a mano che si faranno sentire le conseguenze economiche, sociali, morali e materiali, di questo stato di guerra permanente. Soprattutto quando diventerà chiaro a tutti che quel “lavoro” da terminare al più presto, costi quel che costi, non avrà mai termine; che la strada intrapresa non ha sbocco; che uno stato di guerra sempre più intenso e generale non è sostenibile a lungo, quali che siano gli appoggi internazionali di cui si gode. E’ quello che è stato chiamato “il suicidio di Israele”, la sua dissoluzione: che può tradursi in uno scontro tra fazioni che lo investa dall’interno, mettendone a rischio l’esistenza in un contesto privo di molti degli amici su cui è stato finora abituato a contare; oppure, in netta, nell’esperimento di un “ritorno alle origini”: quelle di un popolo senza Stato, in un territorio non da dominare, ma da condividere pacificamente con la popolazione che lo abita da secoli: una confederazione di comunità e di reti in parte miste (dove possibile), in parte costituite su basi etniche, ma comunque aperte e disposte a convivere pacificamente. Certo è difficile anche solo pensare a un esito simile; ma, riflettendoci, esso appare ormai una prospettiva più sensata e realistica di quella di “due popoli e due Stati”: uno ricco, armato fino ai denti, ben inserito nel contesto internazionale; l’altro povero, devastato, sovraffollato dal ritorno dei tanti esuli, privo di continuità territoriale, disarmato e depredato delle sue risorse più importanti. Ma è anche una prospettiva più realistica dell’utopia di uno Stato unico: e non solo per i problemi, comuni anche alla soluzione senza Stato, di una convivenza tra comunità che hanno così tanti motivi per detestarsi e così pochi per amarsi (anche se il lavoro di pochi in questo ambito è straordinario e se moltissime donne potranno in futuro giocare un ruolo determinante per rovesciare la situazione); ma soprattutto perché Stato significa tante realtà indivisibili: un nome (quale?), delle strutture burocratiche, un arsenale, in questo caso atomico, un esercito, degli impianti strategici, dei saperi esclusivi, una valuta convertibile, e molte altre cose. Difficile pensare che chi le controlla oggi possa accettare di condividerle domani. Meglio dunque dissolverle, ove possibile, o neutralizzarle sotto il controllo di una entità internazionale super partes (un nuovo mandatario) che non può essere che l’ONU, se sopravviverà all’assedio che lo sta distruggendo. Se il primo modello di convivenza di comunità moderne senza Stato comparso sulla scena internazionale è la Confederazione democratica e multietnica del Rojava, sorta in condizioni di gravissime difficoltà, la prospettiva di una confederazione democratica delle comunità presenti in Palestina, che certamente avrebbe da affrontare difficoltà ben maggiori, potrebbe tracciare però, proprio per questo, la strada per il superamento di un’organizzazione del mondo basata sugli Stati. Un percorso difficile anche solo da concepire, ma ineludibile per chi intende lavorare a una reale alternativa all’assetto sociale attuale: quello in cui gli Stati, nonostante la globalizzazione oggi in crisi, restano gli incubatori o il carapace tanto dei sistemi di dominio più feroci, dal patriarcato al razzismo e al capitalismo, quanto delle forme più devastanti di violenza: dalle guerre tra Stati e quella contro l’ambiente e la Terra. Vogliamo tornare a pensare in grande? Partiamo dai punti nevralgici del presente. Guido Viale
April 13, 2026
Pressenza
Petizione per la difesa dei popoli indigeni del Perù
Se approvati, due disegni di legge attualmente in discussione al Congresso peruviano potrebbero segnare la fine dei popoli indigeni incontattati del Paese. Le conseguenze sarebbero così gravi che le organizzazioni indigene peruviane li hanno definiti “una campagna di sterminio“. I due progetti legislativi sono promossi da alcuni politici di estrema destra, alleati con potenti compagnie minerarie, petrolifere e del gas. Uno aprirebbe tutte le aree protette del Perù all’estrazione mineraria e alle prospezioni di gas e petrolio. In molti di questi territori vivono dei popoli indigeni incontattati, che rischierebbero così di venir spazzati via dalla distruzione delle loro foreste natali. L’altro aprirebbe ai progetti d’estrazione di gas una vasta area dell’Amazzonia peruviana, casa di un alto numero di popoli indigeni incontattati. Il Congresso peruviano potrebbe deliberare su queste proproste da un momento all’altro, prima delle prossime elezioni presidenziali di aprile. Per questo motivo, le associazioni etniche peruviane hanno lanciato un appello pubblico per chiedere il sostegno della società civile internazionale alla loro battaglia con cui cercano di impedirne l’approvazione.   Per raggiungere la quota 10 mila attualmente mancano ancora circa 7 mila firme.   Survival
April 7, 2026
Pressenza
La lotta delle donne per la giustizia sociale e climatica
Con la pubblicazione nel 1974 del libro Le Féminisme ou la Mort, Françoise d’Eaubonne diede vita all’Ecofemminismo, una vibrante corrente di pensiero che evidenzia come la distruzione ambientale scaturisca dal congiunto della repressione patriarcale sulle donne e sulla natura. Da allora, l’Ecofemminismo si è arricchito di numerosi contributi, molti dei quali provenienti dal Sud Globale, che hanno messo in discussione le epistemologie dominanti, inclini a soffocare punti di vista e modalità di conoscenza alternativi. La lente ecofemminista è stata adottata anche nella cooperazione internazionale per orientare i processi di sostenibilità ambientale. UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere, nel suo rapporto “Gender Snapshot 2025” sottolinea che gli effetti del cambiamento climatico non sono neutri dal punto di vista del genere, poiché sono le donne e le ragazze a subirne il peso maggiore, né uniformi in quanto le varie forme di disuguaglianza spesso si intersecano e si rafforzano a vicenda. Il rapporto presenta inoltre alcuni dati chiave dell’impatto dei cambiamenti climatici sulla disuguaglianza di genere: 1) esacerbarsi della povertà: oltre 351 milioni di donne potrebbero ancora vivere in condizioni di estrema povertà entro il 2030; il cambiamento climatico potrebbe spingere in povertà altre 158 milioni di donne entro il 2050; 2) scarsità d’acqua: nell’80% delle famiglie, le donne sono le principali responsabili della raccolta dell’acqua, un compito che la siccità rende ancora più gravoso; 3) violenza di genere: i femminicidi aumentano del 28% durante le crisi climatiche; 4) effetti sulla salute: durante le ondate di calore la probabilità di parti prematuri aumenta di circa il 26%. Il rapporto evidenzia inoltre la gestione verticistica dell’azione per il clima che esclude le donne dalla pianificazione delle risposte ai cambiamenti climatici, nonostante il loro ruolo cruciale nel settore delle energie rinnovabili e dell’agricoltura. Sebbene la correlazione fra cambiamento climatico e disparità di genere sia innegabile, le attiviste del Sud Globale ci mettono in guardia sulle implicazioni di certe analisi sociologiche che relegano le donne a mere “vittime” di un sistema dominante e che forniscono indirettamente una giustificazione al perpetrarsi di politiche verticistiche ed escludenti. Questo articolo presenta buone pratiche che contrastano questa prospettiva, mostrando come le donne, attraverso la gestione solidale delle risorse naturali, possano ergersi a agenti di cambiamento in favore della giustizia sociale ed ecologica, ridefinendo i propri ruoli e sfidando le norme culturali e sociali che normalizzano la loro discriminazione ed esclusione. I risultati presentati derivano dall’iniziativa di cooperazione triangolare tra Argentina, Messico e Italia: “Educazione idrica per uno sviluppo locale sostenibile”, finanziata dall’Unione europea. L’azione mira a rispondere alle sfide poste dal cambiamento climatico e dalla scarsità d’acqua alle comunità rurali delle regioni semi-aride della Mixteca (Oaxaca, Messico) e delle Valli Calchaquí (Tucumán, Argentina), introducendo soluzioni tecnologicamente e culturalmente adeguate, basate sulla valorizzazione delle risorse naturali e del capitale socioculturale locale. Le attività si concentrano sull’educazione ambientale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, con l’obiettivo di implementare strategie di gestione idrica efficaci e integrate che promuovano l’empowerment delle donne nelle comunità indigene in contesti rurali. Risultati significativi in questa direzione sono emersi dal ciclo di seminari “Gestione comunitaria dell’acqua in una prospettiva di genere”, rivolto a gruppi di donne delle comunità rurali della Mixteca e delle Valli Calchaquí, realizzato dalla Fondazione AVSI sia in forma presenziale che attraverso scambi virtuali fra gruppi di donne delle due regioni. Tra i risultati più significativi, spicca il fatto che l’adozione da parte di gruppi di donne di soluzioni tecnologicamente appropriate e accessibili, non solo migliori la gestione delle risorse naturali, ma contribuisca anche a rafforzare il loro ruolo all’interno della comunità. Un esempio paradigmatico è rappresentato da un gruppo di donne della Mixteca che hanno costruito dieci cisterne in ferrocemento per la raccolta dell’acqua piovana. L’acqua viene gestita in modo solidale, il che permette loro di coltivare ortaggi per il consumo familiare e per la vendita. Una donna illustra l’impatto della gestione solidale dell’acqua: “L’acqua ha cambiato la nostra vita. In passato, per andare a prendere l’acqua, facevamo un viaggio di un’ora a piedi. C’erano code al ruscello e non c’era abbastanza acqua per tutti. Grazie all’acqua, abbiamo creato una cucina comunitaria e un orto organico. I prodotti vengono usati per dare da mangiare ai bambini della scuola materna, il resto viene venduto al mercato e usato per comprare nuove sementi”. Un’altra donna sottolinea il valore della cogestione: “La cucina comunitaria è gestita in forma cooperativa. All’inizio ci sono stati dei conflitti, ma la gestione comunitaria ci ha aiutato a risolverli. Insieme abbiamo imparato a difendere i nostri diritti e a prendere decisioni che hanno migliorato la vita della comunità”. Le attività di educazione ambientale hanno favorito lo scambio fra le donne Mixteche e gruppi di donne di Amaicha del Valle (Valli Calchaquí). Le donne Amaicha che hanno partecipato a un gruppo di discussione, affermano di aver appreso dalle donne Mixteche l’importanza della gestione solidale dell’acqua, che ha permesso loro di accrescere la propria influenza e di contribuire al proprio benessere e a quello della comunità. Hanno inoltre interpretato l’esperienza delle donne Mixteche come una sfida ai pregiudizi culturali che escludono le donne da alcune attività considerate esclusivamente di pertinenza maschile. Una donna ha affermato: “Le donne hanno dimostrato agli uomini di poter svolgere il loro stesso lavoro e di possedere le capacità per farlo in tutti gli ambiti, persino nella costruzione di serbatoi per la raccolta dell’acqua”. Un’altra donna ha evidenziato che, attraverso la lotta per il diritto all’acqua, le donne sfidano i modelli culturali sessisti presenti nelle loro famiglie e comunità, che fanno ricadere su donne e ragazze la responsabilità dell’approvvigionamento idrico, senza che gli uomini si preoccupino di come le donne se lo procurino. Le donne Mixteche e Amaicha hanno inoltre sottolineato la necessità di un’ampia opera di sensibilizzazione rivolta alle donne, spesso portatrici di valori maschilisti e patriarcali, al fine di abbattere i pregiudizi culturali, i ruoli e gli stereotipi che perpetuano la disuguaglianza di genere. Uno dei contributi più significativi all’iniziativa da parte delle donne Mixteche e Amaicha è stato l’apporto della prospettiva culturale dei popoli indigeni. Le donne hanno sottolineato che, quando si affrontano le problematiche legate all’acqua, è essenziale tenere in considerazione il ruolo centrale che questo “fluido vitale” riveste nella cosmogonia e nella realtà magica dei popoli nativi, per la cui protezione e utilizzo i loro antenati impiegavano antiche pratiche e tecniche. La peculiarità della visione indigena dell’acqua risiede nel considerarla un’entità vivente che, fluendo, feconda la “Madre Terra”, dispensando la vita e animando l’universo. Su questa visione le popolazioni indigene fondano la reciprocità e la complementarità che lega gli esseri viventi alla natura, rivendicando l’accesso all’acqua come diritto universale e comunitario. Le buone pratiche sono confluite in un modello di educazione ambientale in cui le donne sono agenti di cambiamento imprescindibili per la sostenibilità ambientale e il progresso dei territori. Tuttavia, le attiviste ecofemministe ci ammoniscono dal chiedere all’ angelo del focolare di salvare il pianeta, una richiesta che aumenterebbe le pressioni sulla donna senza accrescerne i diritti. Come ci ricorda Alicia Puleo in “Ecofeminismo: para otro mundo posible”, e come ci hanno insegnato le donne Mixteche e Amaicha, per avanzare verso una società inclusiva è necessario adottare un approccio plurale che abbracci le diverse visioni sul rapporto tra esseri viventi e natura. In questa prospettiva le donne devono essere riconosciute come agenti culturali imprescindibili per la costruzione di una nuova epistemologia che armonizzi razionalità ed empatia e che ponga le basi per un nuovo rapporto tra esseri viventi e natura, fondato su un’etica relazionale della reciprocità e del rispetto. Unimondo
April 6, 2026
Pressenza
Al Gran Teatro La Fenice di Venezia si celebra la Giornata Internazionale dei Rom e Sinti
Dopo il successo nei più prestigiosi teatri internazionali, martedì 7 aprile 2026, alle ore 10:30, la musica romanì approda al Gran Teatro La Fenice di Venezia, uno dei luoghi simbolo della tradizione musicale europea, con uno straordinario concerto ospitato presso le Sale Apollinee. Protagonisti saranno due artisti di fama internazionale, Gennaro Spinelli, violino solista, e Santino Spinelli, fisarmonica solista, da anni presenti sui più importanti palcoscenici mondiali, dal Teatro alla Scala di Milano al Teatro San Carlo di Napoli, fino alla Carnegie Hall di New York. Ad accompagnarli, musicisti provenienti da alcune delle più prestigiose istituzioni musicali italiane: • Teatro alla Scala di Milano: Eliana Gintoli (violoncello), Omar Lonati (contrabbasso), Sabina Bakholdina (viola) • Teatro San Carlo di Napoli: Anna Mechsheryakova (violino), Salvatore Lombardo (violino) • Teatro La Fenice di Venezia: Valerio Cassano (violoncello), Marco Scandurra (viola), Fiorenza Barutti (viola) Partecipa inoltre il violinista e maestro concertatore Marco Bartolini. Lo spettacolo vedrà anche un momento speciale dedicato all’orchestra romanì giovanile AKANÀ, che eseguirà l’inno delle comunità romanès, simbolo identitario e culturale. L’evento, organizzato da UCRI e UNAR nell’ambito della III Settimana della Cultura Romanì (Romanì Week), rappresenta un progetto etno-sinfonico che unisce repertorio classico e tradizione musicale romanì, promuovendo attraverso la musica il valore culturale e identitario delle comunità rom e sinti. «La musica è un linguaggio universale che supera ogni barriera e costruisce ponti tra culture diverse», ha dichiarato Gennaro Spinelli. «Portare la musica romanì in un luogo simbolico come il Teatro La Fenice rappresenta un passo importante per il riconoscimento della nostra cultura». «Questo concerto è un’occasione per affermare il valore artistico della tradizione romanì nel panorama musicale europeo», ha aggiunto Santino Spinelli. «Attraverso la musica possiamo promuovere dialogo, rispetto e una nuova consapevolezza culturale». Saranno presenti rappresentanti delle istituzioni nazionali. I saluti istituzionali saranno affidati a Mattia Peradotto, Direttore Generale dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), e a Gennaro Spinelli, Presidente nazionale UCRI (Unione delle Comunità Romanès in Italia). L’ingresso è gratuito fino a esaurimento posti, con prenotazione obbligatoria all’indirizzo: segreteria@ucri.eu Redazione Italia
March 30, 2026
Pressenza
Storia, fatiche e speranze del popolo chicano – messicani e nativi statunitensi
Ho cercato online uno specialista di orchidee perché mi dispiace ogni volta vederle appassire lentamente e morire. L’esperta spiegava che il 90% vengono malamente invasate in contenitori di plastica con un solo foro sul fondo (a volte manca anche quello) e le loro lunghe radici vengono così tanto compresse da stritorarle. Sebbene mostrino fiori dai colori sgargianti e dalla forma perfetta, in verità stanno morendo per soffocamento. Per salvarle bisogna liberarle dal vaso e ripulirle, tagliando con una forbice sterile la parte radicale ormai secca. Sono piante robuste e si riprenderanno, ma “l’operazione è da fare con cura e amore, perché non vogliamo creare loro altre ferite”. E mentre parlava accarezzava le radici delle piantine. Le radici del mondo vegetale le possiamo toccare e vedere, mentre altre, quelle degli esseri che si muovono, sono immateriali, ma ciò non significa che non siano forti e ben presenti. E quando vengono strappate, che sia per cattiveria, ignoranza o interesse, il soggetto che subisce prova dolore. Bob Marley cantava che i progenitori dei neri americani furono “stolen from Africa”; altri, come i navajo o gli armeni, furono costretti a marce estenuanti per allontanarli dalla loro terra; oggi si propone ai palestinesi l’“emigrazione volontaria”. E poi ci sono altri popoli che vivono come le orchidee: le loro radici sono state inscatolate e compresse nel bieco tentativo di farle morire. Uno di questi è il popolo chicano. Richy Guzman, giovane messicano americano e membro dei Brown Berets, mi ha dato appuntamento a Tierra Mia Coffee, un locale chicano di Long Beach, a sud di Los Angeles, con l’intenzione di farmi gustare un vero caffè al cioccolato messicano e farmi vivere qualcosa della sua cultura. La sala è gremita da persone di ogni età dal chiaro aspetto centro-americano e il frappé al marzapane è delizioso. Sebbene si pensi alla California del sud come la terra delle star e dei surfisti, anche il turista più distratto non può evitare di incontrare i chicano; sono dietro le scrivanie degli uffici e alle casse dei supermercati, ti assistono negli ospedali e nelle banche, li vedi nello specchietto retrovisore della macchina. Sono, semplicemente, la maggioranza. Una maggioranza silenziosa, pacifica e che si lamenta poco e forse per questo in pochi conoscono la loro causa e la discriminazione di cui sono stati e sono ancora oggetto. Proviamo a conoscerli attraverso le parole di Richy. Sono cresciuto in una comunità a nord di Los Angeles, per il 98 % chicana; non tutte le famiglie sono emigrate, alcuni sono messicani che vivono qui da generazioni. Con mia sorella parlavo inglese, ma con i genitori era un segno di rispetto usare lo spagnolo (fino agli anni Sessanta dello scorso secolo era vietato). Nel quartiere succedeva la stessa cosa: tra noi ragazzi parlavamo in inglese, con gli anziani in spagnolo. Ascoltavo la musica che piace a tanti ragazzi, il punk-rock e mangiavo tacos e fajitas; per me quella era l’America e la consideravo la mia patria. E invece nel momento stesso in cui mi sono avventurato per il mondo, ho scoperto che vivevo in una bolla.   È faticoso riconoscersi come chicano?   Si, all’inizio lo è stato. La parola stessa è impegnativa, significa “non di qua-non di là”; accettarla fino a diventarne orgogliosi è un processo che prende tempo, che va a scavare nel profondo, che ti mette a nudo con te stesso. Tutti noi chicano abbiamo subito un indottrinamento bianco e fino a un certo punto della mia vita ero convinto di essere un messicano-americano alla pari degli altri cittadini americani; invece, fuori dalla bolla, l’altra America mi parlava come a un messicano forestiero, usando per altro tutti i più scontati cliché, dai baffi alla musica mariachi. A volte, fingendo di scherzare, mi sono persino sentito chiamare “wetback”(“schiena bagnata”, un termine denigratorio riferito a chi entra di nascosto negli Stati Uniti attraversando il fiume che fa confine con il Messico). Mai si permetterebbero simili libertà con un nero; così a un certo punto ho realizzato che non importa quello che fai e quanto ti sforzi, la maggior parte dei bianchi non ti vedrà mai come uguale a loro. Raccontami dei Brown Berets. Fu durante il servizio militare – sono stato in Marina per poter studiare fotografia e giornalismo – che tante piccole cose che non tornavano, indizi che negavo, composero un quadro chiaro. Dovetti accettare che non ero considerato nello stesso modo di un cittadino americano bianco. Tornato a casa sentii un gran bisogno di cercare le mie radici e incontrai i Brown Berets. Il gruppo è nato nel 1967 per aiutare il popolo messicano e nativo a emanciparsi e a reagire ai soprusi di cui erano vittime. Hanno fatto tanto per noi, tante battaglie; ad esempio è merito dei B.B. se in California nelle scuole è incluso il pasto. Prima era una spesa che le famiglie dovevano sostenere e per molte era difficile. Crediamo molto nella comunità e ci poniamo totalmente al suo servizio. Si tratta di una comunità interamente nativa e messicana? No, siamo tutti mischiati. Anche i B.B. non sono un gruppo chiuso, accogliamo chiunque sia motivato a difendere e proteggere i più deboli dalle ingiustizie.  Nel nostro gruppo c’è una donna bianca che crede molto nella causa; è sposata con un chicano, ma lui non ha voluto impegnarsi, mentre lei lo ha fatto e si trova benissimo. Che cosa succede con l’ICE? Danno da fare anche a voi? Sì, l’ICE ci dà un bel po’ da fare, ma soprattutto la nostra America, quella chicana, è costituita da nativi. In molti Stati dell’Ovest siamo la maggioranza, quindi come possono dirmi che loro proteggono l’America? Di quale America stiamo parlando? E che cosa fate? Come associazione offriamo sostegno economico e tutela legale e organizziamo feste: andiamo in un parco, montiamo tendoni e mettiamo bancarelle con cibo, vestiti, libri, gratuiti ovviamente, organizziamo giochi per bambini e facciamo musica. Una vera festa, ma circondiamo l’area e la pattugliamo perché ICE non si avvicini. Molti immigrati, intere famiglie, vivono segregati in casa; poter uscire e svagarsi è importante per tutti. Nel Giorno del Ringraziamento è venuta fuori una festa proprio bella. Recentemente sono emerse scomode verità su César Chavez, un leader contadino che negli anni Sessanta si è battuto per i diritti dei chicano. Alcune anziane militanti lo hanno accusato di averle violentate da ragazze. Che cosa significa questo per la causa chicana? Assolutamente nulla. I B.B. da molti anni hanno preso le distanze da Chavez; i politici (democratici) lo celebrano perché fa loro comodo, ma in pochi sanno che già a quei tempi le sue rivendicazioni erano limitate ai contadini residenti e cittadini. Chavez era contrario all’immigrazione e sosteneva che i braccianti venivano a rubare il lavoro. Questo fatto recente è solo un’ulteriore testimonianza che non era un uomo integro. Diversi gruppi di B.B. hanno emesso comunicati in cui si dichiara che “siamo vicini a Dolores Huerta e a tutte le donne che vorranno uscire dall’oblio. La verità va sostenuta e il nostro compito di tenere alta la fiaccola della causa chicana è diventato ancora più importante. È venuto il momento di salutarci. Ci abbracciamo calorosamente. Potrei essere un moscerino al cospetto di Richy, che ha la struttura tipica dei messicani nativi, spalle imponenti e un petto maestoso; impossibile per me abbracciarlo tutto. Mentre guido nel traffico rifletto. Ci sono popoli, come il mio, che secoli fa hanno elaborato la consapevolezza di diventare un popolo e riconoscersi in un territorio e infatti studiamo il Risorgimento; pensiamo mai che ce ne sono altri che stanno oggi elaborando le proprie radici? Chi sono? Da dove vengono? Che cosa gli corrisponde? Il caso dei chicano è particolarmente interessante perché rappresentano un popolo, e lo dicono i numeri, antico e giovane nello stesso tempo. Il loro sogno è di poter celebrare come patria quella che chiamano Aztlan, “la nostra terra indigena” (Richy mi mostra il nome scritto a caratteri cubitali e colorato sulla maglietta che indossa). È sbagliato? Non ci siamo noi liberati da secoli di dominazioni? Un popolo non prende forma in un giorno, è un fenomeno complesso e stratificato. È Richy a propormi questa visione e si dimostra ben conscio di vivere in un multiculturalismo che potrebbe essere un bene, se non fosse che una parte è cieca. Sempre recentemente ho scambiato due chiacchiere con due simpatiche signore bianche dagli occhi azzurri e lucenti. Erano state in Italia e ammiravano la nostra storia e i muri spessi delle nostre case e si lamentavano dicendo che loro hanno una storia così breve. No, signore care, in questa immensa terra millenni fa i pueblo costruivano splendidi villaggi a più piani in adobe, mattoni robusti che proteggono dal caldo e dal freddo. Quando i vostri progenitori sono arrivati questa terra non era vuota e possedeva già una lunga storia.           Marina Serina
March 27, 2026
Pressenza
Comunità mapuche manifestano in difesa della vita di tutti
Mari mari kom pu lamgen ka pu peñi, mari mari kom pu che. Muleayiñ Puelwilli mapu mew Xipay ñeayiñ dungun. Saluti a tutti i fratelli e le sorelle, a tutte le persone. Da Puel willi mapu, (sotto l’amministrazione dello Stato argentino) Patagonia Meridionale, dichiariamo: Negli ultimi due anni la persecuzione e la criminalizzazione  contro il nostro popolo-nazione mapuche si è intensificata. La dittatura razzista cammina senza titubare verso l’apartheid, privandoci di tutti i nostri diritti, cercando di strapparci dai nostri territori. Ha portato avanti processi farsa, basati su menzogne e propaganda razzista per ottenere consenso sociale alle loro politiche segregazioniste. L’Argentina è una società razzista,  questo Stato è stato fondato su un genocidio contro i popoli indigeni, nel corso della storia non c’è stato un governo che abbia condannato le politiche militari di sterminio. L’impunità genera il ripetersi degli atti, ora in Argentina le politiche di morte non solo minacciano la vita dei Mapuche, ma anche quella di tutti gli altri. VENGONO PER APPROPRIARSI DELL’ACQUA. Gli accordi segreti con Mekorot, portati avanti dal governo Milei e sostenuti da dodici governatori locali, mirano a dare il  controllo dell’acqua a questa azienda israeliana, accusata di apartheid idrica in Palestina. In altre parole, metteranno nelle mani dei perpretatori di un genocidio il diritto all’acqua: chi controlla l’acqua controllerà la vita. Ora stanno attaccando anche i ghiacciai. I ghiacciai non sono rinnovabili, quelli che scompariranno non torneranno ad esistere mai più. In un’epoca in cui la crisi climatica sta generando il riscaldamento globale più temibile della storia, i ghiacciai sono un fattore fondamentale per la regolazione della temperatura del pianeta. Distruggere i ghiacciai affinché le compagnie minerarie ottengano profitti, offrendo alle popolazioni povertà, inquinamento e morte, è una decisione tipica di uno Stato terrorista. Questi sono i veri motivi dietro gli sgomberi che patisce il nostro popolo. I prigionieri politici mapuche, le violente e sproporzionate irruzioni come quella dell’11 febbraio nella provincia di Chubut, gli arresti arbitrari di persone innocenti, l’omicidio di Rafael Nawel ed Elias Cayicol, l’accusa di terrorismo contro il popolo mapuche, tutto questo è uno scenario orchestrato per facilitare la loro avanzata mortifera contro la natura. Il popolo mapuche è un tutt’uno con la terra e come popolo della terra difenderemo la vita  di fronte a questa avanzata vorace del sistema terricida. Per questo motivo oggi, 9 dicembre 2025, ci presentiamo alla procura della città di Esquel, Chubut. Consapevoli che l’apparato legale è diventato uno strumento repressivo e giustificatorio di politiche assassine. In questo momento storico, l’unica paura che abbiamo è quella di non riuscire a evitare queste aberrazioni. >  Chiediamo: > > 1- Che venga dichiarata la nullità del caso “Mirantes…”, un caso inventato per > coprire i veri autori degli incendi in Patagonia. > > 2- La restituzione di tutti gli oggetti sequestrati e rubati dalle forze di > polizia quel giorno. > > 3- Che venga dichiarata l’assoluta inibizione dell’uso del nostro DNA. > > Più di 60 persone, in quelle 12 perquisizioni, sono state costrette a > sottoporsi al prelievo di campioni. Questo non solo è illegale, ma è anche > condannato dai trattati e dagli accordi internazionali. > > 4- Riconoscimento del territorio del Lof Catriman-Colihueque, che venga > disattivata la risoluzione dell’IAC (Istituto Autarchico di Colonizzazione e > Promozione Rurale). > > 5- Esigiamo la smilitarizzazione dei nostri territori. > > 6- Riconoscimento, rispetto e applicazione dei diritti indigeni. > > 7- Restituzione dei territori sgomberati al pu lof mapuche. > > 8- Esprimiamo solidarietà ai popoli indigeni  in lotta e al popolo di Mendoza, > uniamo la nostra voce in un forte grido: Amunge Fewla Mekorot!! Fuori Mekorot! > > Ci opponiamo con determinazione all’abrogazione della Legge sui Ghiacciai e > chiediamo all’Argentina e a tutti i popoli indigeni: coraggio, determinazione > e unità per proteggere la vita, perché se non è ora, quando? > > I ghiacciai NON si toccano! > >   Tribunale di Esquel, Chubut, 9 dicembre 2025 Redacción Mar del Plata
December 11, 2025
Pressenza
Resistere è un diritto, non una condanna a morte
Il nuovo rapporto di Global Witness “Radici di resistenza” documenta le lotte di chi difende la terra, i territori e i beni comuni, denunciando al contempo omicidi e sparizioni avvenute lo scorso anno. L’elevato numero di vittime evidenzia, ancora una volta, la tragedia che vivono tutte quelle persone, comunità e organizzazioni “che coraggiosamente alzano la voce o intraprendono azioni per difendere il diritto ad avere accesso alla terra e a un ambiente pulito, sano e sostenibile”. – LEGGI QUI il rapporto completo in spagnolo Nel 2024, 146 persone sono state uccise o sono scomparse per aver lottato per questi obiettivi. Tre persone alla settimana. Sono 2.253 le vittime mortali negli ultimi 13 anni (2012-2024). Una media di 173 all’anno. Sono stati documentati anche 14 omicidi di persone – due delle quali erano bambini – coinvolte in attacchi contro difensori, per lo più familiari presenti durante l’aggressione. L’America Latina, la più letale La Colombia rimane il luogo più letale con 48 persone uccise o scomparse. Seguono Guatemala (20), Messico (19), Brasile (12), Filippine (8) e Honduras (6). Ancora una volta, l’America Latina risulta essere il continente più pericoloso per chi difende terra, territori e beni comuni con l’82% degli omicidi commessi (120). Le quattro sparizioni registrate sono avvenute in Cile, Filippine, Honduras e Messico. Sebbene i dati globali dello scorso anno siano inferiori a quelli del 2023, passando da 196 a 146 omicidi, ciò non indica che la situazione dei difensori stia migliorando, né riflette le tendenze della violenza in ciascun paese, afferma Global Witness. Per diversi motivi, molti degli attacchi non vengono denunciati o esistono ostacoli alla loro verifica. È quindi molto probabile che queste cifre siano inferiori alla realtà. Le popolazioni indigene e contadine sono ancora una volta quelle che subiscono la maggior parte degli attacchi mortali, rispettivamente con 50 e 54 persone uccise o scomparse. Si tratta di due terzi del totale. L’estrattivismo semina morte L’attività mineraria ed estrattiva in generale è stato il settore in cui si è concentrato il maggior numero di omicidi, seguito dallo sfruttamento forestale illegale, l’agroindustria, la costruzione (infrastrutture stradali) e la produzione di energia. Un altro elemento ricorrente è l’impunità. L’ong britannica avverte che sono rare le occasioni in cui si riesce a catturare e punire gli autori materiali dei reati e praticamente mai i mandanti. “Nel contesto della crescente domanda di cibo, combustibili e materie prime”, sottolinea Global Witness, “si è registrato un forte aumento dell’accaparramento di territori a beneficio dell’industria mineraria, dello sfruttamento forestale, dell’agroindustria e dei progetti infrastrutturali, senza consultare né compensare adeguatamente le comunità”. Di fronte a questa situazione, gli autori del rapporto hanno invitato gli Stati ad affrontare con urgenza e serietà le cause che motivano le aggressioni contro chi difende territori e beni comuni, sviluppando quadri giuridici solidi e vincolanti in materia di imprese e diritti umani. Hanno inoltre chiesto l’impegno a riconoscere formalmente e proteggere difensori e comunità, adottare dichiarazioni, quadri e meccanismi internazionali e regionali che li proteggano, combattendo al contempo la loro criminalizzazione e garantendo una giustizia trasparente e veloce. Fonte: LINyM (spagnolo) Giorgio Trucchi
October 9, 2025
Pressenza